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ISSN 1827-8817 90318

Si passa sovente

di e h c a n cro

dall’amore all’ambizione, ma non si ritorna mai dall’ambizione all’amore

9 771827 881004

François De La Rochefoucauld

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

Grandi manovre nel patto di sindacato di via Solferino per sostituire Mieli

Così Geronzi vuole cambiare il direttore del Corriere di Marco Palombi e mani sul Corriere della Sera, Cesare Geronzi ce le ha già, in quanto cervello di Mediobanca. Ma il suo problema è fare del primo quotidiano italiano un giornale più berlusconiano di quanto non sia in questi mesi. Storia vecchia, si dirà. No, storia nuovissima, fatta di poltrone e candidati direttori, di commissari politici e cenacoli fra imprenditori. Gli attori sono tutti lì in fila: oltre a Geronzi c’è Giovanni Bazoli, il suo dirimpettaio. Poi imprenditori come Diego Della Valle o Salvatore Ligresti. Oppure giornalisti in ascesa come Roberto Napoletano o inaffondabli come Carlo Rossella. E in cima a tutti, con una camera con vista su Via Solferino, Milano, c’è il vero deus-ex-machina della faccenda: Silvio Berlusconi, il grande offeso di questa tipica storia all’italiana.

L

segue a pagina 8

Il sogno di Kumari la Dea degli intoccabili di Vincenzo Faccioli Pintozzi a pagina 12

Il Parlamento non blocchi la Difesa

Chi ha paura del Joint Strike Fighter di Mario Arpino on la pubblicazione nel febbraio scorso del budget 2010, che incrementa le assegnazioni per il Pentagono dell’1,5 percento, i malauguranti sono stati smentiti. Contrariamente ai loro auspici, Obama non ha tagliato in Difesa. George Bush non avrebbe saputo fare di meglio. È evidente che in altre parti del mondo c’è qualcuno che considera la Difesa e il suo indotto una risorsa su cui investire e non solo un costo del sistema. C’è però da dire che, anche da noi, sinora i grandi programmi aeronautici, che hanno tempi di sviluppo superiori a tutti gli altri, pur tra molti distinguo non sono mai stati messi in serio pericolo dalle varie formazioni politiche che si sono avvicendate al governo e in Parlamento.

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segue a pagina 14

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

RESA ALLA LEGA: IL PD SI DIVIDE Aveva fatto della Costituzione il suo totem. Oggi Franceschini rischia invece di farsi complice di un falso federalismo che espropria il Parlamento, moltiplica i centri di spesa e minaccia l’unità nazionale. E pensare che il premier l’aveva definito catto-comunista…

Catto-leghista? alle pagine 2 e 3

Il Governatore alla Camera replica ancora agli attacchi di Tremonti sulle banche

Draghi insiste: «Niente ingerenze» Marcegaglia ottiene da Berlusconi 1,3 miliardi per le piccole imprese di Franco Insardà

ROMA. Venerdì Giulio Tremonti da

deve sconfinare in pressioni sulle banLondra ci era andato giù pesante: «La che per allentare i criteri di sana e pruvigilanza sul sistema bancario eurodente gestione». Il governatore ha sottopeo deve essere gestita dalla Bce». Ielineato il ruolo esclusivo degli istituti di ri Mario Draghi, nel corso dell’audicredito nel giudizio sui progetti induzione alla Commissione Finanze della striali e sull’opportunità di finanziarli. Camera, ha risposto per le rime: «La Nelle due ore e mezza di audizione, DraBanca d’Italia non ha mancato nel suo ghi è intervenuto a tutto campo avvisanlavoro di vigilanza e in Italia non ci sodo che la recessione continuerà per tutto no stati casi di banche che sono saltail 2009. Ha chiesto al governo di mettere te come in altri Paesi». Il governatore mano al sistema fiscale per il settore ha detto chiaro e tondo il proprio no a bancario, una delle leve per rilanciare il interferenze politiche nella valutaziocredito alle imprese e di accelerare il pane dell’erogazione del credito, che degamento dei debiti della Pubblica ammive rimanere un’attività riservata alla nistrazione alle aziende che, ha detto, Il Governatore di Bankitalia Draghi competenza e alla professionalità del«ammontano a circa il 2,5 per cento del le banche. Una risposta precisa agli Pil e darebbero sostegno alle imprese Osservatori delle prefetture volute da Giulio Tremonti. «L’asenza appesantire i conti pubblici». zione di monitoraggio dei prefetti - ha detto Draghi - non segue a pagina 4

segu2009 e a pa•giEnURO a 9 1,00 (10,00 MERCOLEDÌ 18 MARZO

CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

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54 •

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Attrazione fatale. Dopo l’iniziale forzatura populista il leader democratico si ammorbidisce in nome dell’intesa con il Carroccio

E in Lega ci mettiamo...

Franceschini pronto ad astenersi sul “finto federalismo”, in cambio ottiene il sì alla sua mozione. Ma nel Pd restano le divisioni di Errico Novi

ROMA. Alla fine l’applauso coinvolge buona parte dell’emiciclo. Sono soddisfatti i deputati del Pd, si compiacciono anche quelli della maggioranza, leghisti in testa, tutti galvanizzati dal voto bipartisan sulla “mozione Franceschini”. È un testo con cui la Camera impegna il governo ad allentare i vincoli di spesa per i Comuni, ad assegnare nuove risorse per compensare il minor gettito sull’Ici. Di fatto è una straordinaria boccata d’ossigeno per i partiti in vista delle Amministrative di giugno: davanti ai concittadini, i sindaci a caccia di rielezione potranno vantarsi di aver pagato le imprese creditrici, in parole crude avranno più risorse per alimentare le clientele. Così esordisce sul gran palcoscenico degli accordi trasversali il nuovo segretario del Pd: con l’intestazione di un atto dal retrogusto chiaramente consociativo, per lo più negoziato, attraverso i sindaci democratici del Settentrione, con Roberto Calderoli. Che il colpo d’ala possa portare davvero frutti alla causa democratica è tutto da dimostrare. Resta il fatto che grazie all’iniziativa approvata ieri a Montecitorio anche da Pdl e Lega (479 sì con l’astensione dell’Udc e il voto contrario di Bruno Tabacci,

roli si provvede con un emendamento presentato ieri dal governo, che introduce una sorta di quoziente familiare collegato all’autonomia fiscale. Acrobazie parlamentari. Tutto concorre a confermare l’accordo Pd-Lega, anche l’atteggiamento tenuto ieri dal gruppo democratico quando è stata

Saverio Romano e Furio Colombo) Dario Franceschini si è procurato un formidabile alibi per astenersi sul federalismo. Entrambe le parti, maggioranza e leadership democratica, provano ad allontanare l’ombra dello scambio: Fabrizio Cicchitto spiega che non si è ceduto alle ragioni dell’oppo-

Il gruppo guidato da Soro ha votato contro la pregiudiziale di costituzionalità presentata dall’Udc. Critiche da Galan al ddl Calderoli: «Ennesimo regalo per le regioni a statuto speciale» sizione, che semplicemente «si è trovato un punto di convergenza», il segretario del Pd si affretta a dire che «non c’è nessun collegamento tra il parere favorevole del governo alla nostra mozione e il voto del Pd sul federalismo». Incognita che ieri il gruppo guidato da Antonello Soro ha cominciato ad affrontare in una riunione, ma che dovrebbe essere sciolta con il bis dell’astensione già concessa in Senato.

Il nuovo timoniere del Nazareno ha prima descritto una rotta da corsaro ma adesso sembra ripiegare su un curioso inciucismo catto-leghista. A nobilitare con una parvenza di accettabilità il ddl Calde-

messa ai voti la pregiudiziale di costituzionalità sul federalismo: solo tre deputati (ancora Colombo, Pierluigi Mantini e il prodiano Giulio Santagata) hanno sostenuto l’Udc (che ha votato compatta) nel tentativo di bloccare il provvedimento; gli altri si sono pronunciati contro, con qualche eccezione come quella di Renzo Lusetti che ha lasciato l’aula. Serve altro? Forse vale la pena di ricordare che ieri è stato respinto in commissione perché inammissibile un altro testo firmato Franceschini, ossia l’emendamento al decreto legge “salva auto” che proponeva la tassa una tantum del 2 per cento sui redditi superiori a 120mila euro. Niente da fare: sul-

la più sinistrorsa delle sue proposte il successore di Veltroni va a sbattere contro un muro. Deve accontentarsi degli accordi con il Carroccio e del relativo coro di giubilo intonato dai suoi amministratori settentrionali, a cominciare da Sergio Cofferati.

E le garanzie sul carattere “solidale” del federalismo? Ieri le ha invocate solo l’Udc: dopo l’intervento di Pier Ferdinando Casini nella discussione in Aula di lunedì scorso, Rocco Buttiglione ha parlato di «anticamera del secessionismo», Antonio De Poli di «un gioco al ribasso che non offre soluzioni», e all’esterno di Montecitorio una rappresentanza di giovani del partito ha manifestato contro il disegno di legge. Delle astuzie strategiche di Franceschini (ancora da verificare nella loro efficacia) si compiace per affinità elettiva il leader dell’Italia dei valori: «Il nuovo segretario mi piace, a volte parla in dipietrese». Restano le perplessità dell’ala più moderata del Pd, soprattutto dei rutelliani, ma difficilmente produrranno un no martedì prossimo, quando la Camera si pronuncerà definitivamente sulla riforma-delega. Forse fa più effetto l’irritazione del governatore veneto Giancarlo Galan: l’instancabile doroteismo di Calderoli non solo ha conquistato i favori di Franceschini, ma ha scongiurato persino una rivolta di classe tra i presidenti delle Regioni a statuto speciale, con l’inevitabile disappunto degli amministratori confinanti. «Al Pd

Il segretario ha seguito il sindaco di Torino per mandare un segno a Bersani

Il divorzio Errani-Chiamparino di Antonio Funiciello

ROMA. Se a fine gennaio, con Veltroni ancora al suo posto, il Pd si era astenuto nel voto al Senato sul federalismo fiscale, a fine marzo, con Franceschini in sella, potrebbe fare la stessa scelta alla Camera. Dei 700 e più emendamenti discussi nelle commissioni Bilancio e Finanze, oggi in aula ne restano la metà. Un lavoro ingente, anche considerate le nuove modalità di voto volute da Fini, ma che segnala l’intenzione di maggioranza e opposizione di trovare un punto d’incontro. Si è mosso difatti il segretario democratico in prima persona, avanzando la mozione sull’allentamento del patto di stabilità agli enti locali, che ha fatto andare in brodo di giuggiole quelli della Lega che già flirtavano con Veltroni. Insomma, della vecchia gestione Veltroni, il nuovo se-

gretario ci tiene a salvare quell’asse con la Lega che tanti mal di pancia ha provocato dalle parti del Pdl.

L’uomo forte della sua segreteria sponsor del bis dell’astensione nel voto parlamentare è stato quel Chiamparino fino a un mese fa ministro ombra per il federalismo, che aveva già definito la bozza Calderoli «base utile di confronto». Il sindaco di Torino è da sempre uno dei più convinti sostenitori del dialogo privilegiato del Pd con la Lega, fino al punto d’immaginare alleanze elettorali nelle amministrazioni locali. L’altro dirigente politico di rilievo della segreteria, il presidente dell’Emilia Romagna Vasco Errani, ha mostrato invece non

poca prudenza. Convinto assertore della metafore bersaniana per cui il federalismo è come il maiale, ovvero non è tutto prosciutto, Errani ha cercato di rappresentare al meglio le diffidenze che permangono nel Pd verso il federalismo fiscale, in particolar modo nell’area dalemiana e in quella popolare. Ma anche lui è rimasto spiazzato dal cambio di passo di Franceschini che, in vista dell’obiettivo di salvare il Pd alle prese con le elezioni amministrative e europee, ha deciso di premere sull’acceleratore. Non a caso il doppio provvedimento (sì alla mozione sull’allentamento del patto di stabilità e astensione finale sul federalismo) si rivolge da un lato agli enti locali -


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Renzo Lusetti, tra i pochi a dissentire dalla linea del partito

«Riforma sbagliata, meglio votare no» di Francesco Capozza

che inciucia malamente sia al Nord che a Roma ricordo che il sottoscritto è sempre stato, fin dal primo momento, dalla parte dei sindaci del 20 per cento dell’Irpef e che non ha atteso i tempi supplementari per dichiarare tutta la propria ostilità al permanere delle Province», dice Galan. A suo giudizio «per quanti sforzi si facciano, le perplessità su questo federalismo aumentano di ora in ora». Chi l’avrebbe mai detto che la titolarità dell’opposizione sarebbe passata dal Nazareno al più radicale dei governatori?…

vedi campagna per il rinnovo delle amministrazioni - e dall’altro all’elettorato del Nord - leggi alla voce europee. Franceschini si è dato l’obiettivo preciso di non lasciare naufragare il bastimento democratico ed è deciso ad assolvere al meglio l’impegno assunto. Anche perché sa che le sue personali fortune politiche sono legate al risultato elettorale di giugno.

L’attivismo solitario del segretario democratico ha destato sospetti anzitutto in casa sua. Il federalismo fiscale non è proprio un issue di quel cattolicesimo democratico il cui caratteristico solidarismo sociale ha, da sempre, indotto i popolari a guardare con diffidenza alle aperture ai temi cari alla Lega. Ma Franceschini non ha consultato né Fioroni né Marini e ha deciso di tirare dritto per la sua strada. Chissà che il successo ottenuto non lo convinca a muoversi anche in futuro con maggiore libertà. Intanto gli ha permesso di dare un segnale a Bersani, che nel programma del suo festival ManiFutura in corso a Pisa costruito

A sinistra, Umberto Bossi e, in basso, il governatore dell’Emilia-Romagna Vasco Errani. Qui sopra, il segretario del Pd Dario Franceschini, nella foto piccola a destra, il deputato democratico Renzo Lusetti

sull’intero scibile umano, non ha previsto nemmeno un mezzo convegno sul federalismo, pur avendo in contemporanea le votazioni alla Camera. Il ”possibile” candidato Franceschini in contrapposizione al ”certo”candidato Bersani già si contraddistingue come il ”candidato federalista”per la guida del Pd. E a tal proposito, ha ristabilito legami di collaborazione con Enrico Letta, i cui rapporti con l’ex sodale Bersani del dream ticket mai realizzato sono freddi da mesi. In più, Franceschini ha avuto modo di strizzare l’occhio a quei veltroniani che erano stati protagonisti in Senato della presentazione del ddl federalista alternativo a quello del governo e, poi, della battaglia per la prima astensione nel voto parlamentare. Insomma, si fa campagna congressuale facendo campagna elettorale per il voto di giugno. A Franceschini è talmente chiaro che, malgrado la ritrosia mostrata per una sua possibile ricandidatura, non fa che preparare il terreno politico-programnmatico affinché altri, tanti altri a ottobre gli chiedano di restare lì dov’è.

ROMA. Altrove lo scontro è durissimo. Sulla riforma federalista, invece, tra maggioranza e opposizione i segnali di dialogo continuano. La prima mossa era stata l’astensione del Pd in Senato, ieri è stata la volta della Camera con il via libera alla mozione Franceschini. Anche da parte dell’esecutivo e della maggioranza che aveva in precedenza dato il via libera annunciando il parere favorevole al presidente Fini. In attesa del voto generale alla Camera e della possibile nuova astensione dei democratici l’aula di Montecitorio, con la sola astensione dell’Udc, ha approvato le mozioni del Pd e del Pdl sulla situazione finanziaria degli enti locali, che impegnano a rivedere il patto di stabilità interno. In pratica un allentamento dei vincoli di spesa. La mozione Franceschini, che ha avuto parere favorevole del governo, ha avuto 491 sì (33 astenuti). L’aula di Montecitorio ha dato parere favorevole anche alle mozioni del Pdl a firma Cicchitto (che ha ricevuto il voto contrario di Furio Colombo del Pd e di Saverio Romano e Bruno Tabacci dell’Udc) e a quella dell’Idv per la parti a cui il governo ha dato il suo assenso, mentre ha votato contro quella dell’Udc Galletti. Tra le voci fuori dal coro nel Partito democratico c’è quella di Renzo Lusetti, rutelliano di ferro e margheritino della prima ora. Onorevole Lusetti, ieri ha votato a favore dell’ordine del giorno Franceschini? Sì, ho votato compattamente al mio gruppo parlamentare e credo che sia un buon risultato. Ma alla pregiudiziale di costituzionalità presentata dall’Unione di centro non ha partecipato al voto. Perchè onorevole? Non ho partecipato a quel voto perchè, in generale, non credo molto nell’incisività delle pregiudiziali di costituzionalità. Da quando sono in parlamento ne ho viste passare pochissime. Onorevole, lei è consapevole che si parla apertamente di uno “scambio” tra voi e la Lega - e quindi il governo sul federalismo? Se così fosse sarebbe un fatto inaccettabile. Come giustifichiamo ai nostri elettori uno scambio con la Lega? Se una situazione del genere si palesasse, io non esiterei ad oppormi. Comunque, com’è parso evidente anche dall’assemblea del gruppo svoltasi ieri sera, non sono l’unico a pensarla così. Ci sono convergenze trasversali all’interno

del partito che si oppongono a questa sorta di “scambio”. Quindi, se capisco bene, non è affatto scontato che il partito democratico voti il federalismo... Assolutamente no, non è scontato. C’è un dibattito molto serrato all’interno del gruppo parlamentare. Qual’è la sensazione che si respira, ci si oppone solo ad un regalo alla Lega e al governo o siete contrari al provvedimento in generale? Personalmente sono contrario all’uno e all’altro. Non accetto scambi di questo genere con la Lega (che tra l’altro ieri era schierata al gran completo in aula, c’era persino Umberto Bossi), e non credo che questa riforma sia una cosa positiva per il Paese. Perchè, onorevole? perchè ritengo che sia certamente una cosa migliore avere un unico stato centrale, magari con qualche difetto di coesione tra Nord e Sud, piuttosto che avere venti piccoli staterelli più o meno centralizzati. Meglio due motori che venti quindi? Esatto. Quei due motori - che sarebbe auspicabile ridurre ad uno - funzionano sicuramente meglio che venti. Se passasse una riforma del genere avremmo un divario ancora più grande tra Nord e Sud del Paese. Ma il gruppo parlamentare del Pd, pur non essendo coeso su questo, arriverà ad una soluzione condivisa? Io sono per la fedeltà alla linea di partito. Se viene deciso che si deve votare sì, lo farò. Ma questa scelta non appare affatto scontata. Pensa che ci possa essere la possibilità di libertà di voto secondo coscienza? Francamente non credo. Non è passata questa linea nemmeno per il testamento biologico, figuriamoci per il federalismo. Onorevole Lusetti, secondo lei ha ragione l’Udc, cioè il federalismo pecca di incostituzionalità? Questo lo dovrebbe stabilire l’organo deputato a giudicare sulla costituzionalità delle leggi e cioè la Corte costituzionale. Non credo che sia il parlamento a poterlo stabilire. Il problema è quindi“morale”? Sì, esattamente. ma aggiungo anche“materiale”. Come le ho già detto, sono fortemente contrario a venti piccoli staterelli. Siamo un partito democratico in tutti i sensi però, quindi la linea che passa a maggioranza sarà quella dell’intero gruppo in aula.

Dibattito serrato all’interno del gruppo parlamentare democratico. Convergenze trasversali sia contro il voto favorevole che contro l’astensione


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economia

Previsioni. Il responsabile di Bankitalia nell’audizione alla commissione Finanze della Camera traccia un quadro difficile per il 2009 e promuove il nostro sistema creditizio

Ma Draghi non molla «Basta ingerenze politiche sulle banche»: il Governatore risponde a Tremonti: «State attenti, la recessione continuerà» E Marcegaglia ottiene un fondo per le piccole imprese di Franco Insardà

segue dalla prima

Mario Draghi ha sottolineato il valore delle banche italiane, soprattutto in questo periodo: «La prova della crisi è severa e richiede di sapere essere bravi banchieri quando l’economia va male. Di fronte all’inevitabile peggioramento della qualità del credito dovuto alla recessione, occorrono scelte lungimiranti, non basta tenere i conti in ordine. Un fermo sostegno ai clienti con buon merito di credito evita che una stretta creditizia eccessiva aggravi la recessione e quindi peggiori la posizione degli stessi clienti delle banche».

Il governatore ha anche annunciato che la vigilanza della Banca D’Italia da giugno sarà severa anche sulle retribuzioni dei manager degli istituti per le quali sono state impartite precise istruzioni, anticipando anche l’iniziativa del Financial Stabi-

ROMA. Emma Marcegaglia ha ottenuto un fondo di garanzia per le piccole e medie imprese. Ma il governo sul tavolo aveva messo solo il piano casa e la cartolarizzazione dei crediti che le aziende hanno contratto con gli enti locali. Non era molto, effettivamente. Senza contare che il piano casa (che fin qui ha raccolto più dubbi che adesioni) dovrebbe avere poco o nulla a che fare con quella iniezione di “soldi veri” chiesti da Confindustria, dal momento che dovrebbe limitarsi a mettere in moto degli investimenti, da parte dei proprietari di case, convogliandoli – al massimo - su piccole imprese edilizie. Più sostanziosa la Confindustria dovrebbe aver considerato l’idea di cartolarizzare il debito degli enti locali. Di che si tratta? Semplice: molte imprese – ormai – vantano crediti anche cospicui da Regioni, Province e Regioni che non pagano più lavori o servizi. Per le aziende, si tratta di perdite secche. Detto in parole povere: un Comune incarica un’azienda di fare un lavoro con una lettera formale (che prevede un compenso preciso); l’azienda fa il lavoro per il Comune; il Comune non paga l’azienda perché non ha soldi; a questo punto l’azienda porta in banca la lettera d’incarico e così ottiene un finanziamento sulla base della cifra che deve avere dal Comune. Chi paga gli interessi alla banca? Ecco il problema che

è stato affrontato ieri. Senza contare che le banche sono molto restie a concedere prestiti con questo tipo di garanzie.

Per altri versi, sempre in tema di crisi, sembra in arrivo un maxi-piano per la vendita delle case popolari, che potranno essere acquistate dagli attuali inquilini attraverso mutui agevolati. Il governo, a quanto apprende l’agenzia di stampa AdnKronos, sta studiano una serie di incentivi, per l’avvio di un grande piano di dismissione del patrimonio Erp (edilizia residenziale pubblica), che in sostanza dovrebbero trasfromare l’attuale affitto in un mutuo. Saranno circa un milione di cittadini a poter diventare proprietari degli immobili in cui vivono. Il provvedimento, secondo le intenzioni dell’esecutivo, sarebbe un’altra misura per il sostegno alle famiglie più deboli, che potrebbero così acquistare la casa. Sarebbe questo, quindi, un altro tassello per completare il progetto avviato dall’esecutivo nel settore dell’edilizia popolare. Il decreto per lo stanziamento dei 550 milioni è stato già predisposto. Della somma complessiva i primi 200 milioni saranno utilizzati per realizzare dai 5.00 ai 6.000 nuovi alloggi. Questa sarebbe comunque solo la fase iniziale del programma che, secondo le stime dell’esecutivo, dovrebbe potrare alla realizzazione di 20.000 nuovi appartamenti entro il 2011. Le case andranno prima alle giovani coppie, agli anziani e ai studenti che, con il tempo, potranno riscattare l’abitazione attraverso l’offerta dei mutui agevolati.

Il governo offre la cartolarizzazione dei crediti con gli Enti locali. E pensa a un piano di vendita delle case popolari

lity Forum che ha emanato i ”principi di remunerazione a livello mondiale”. «L’attività di controllo di Bankitalia - detto Draghi - ha puntato a salvaguardare la reputazione del sistema e a favorire relazione trasparenti con la clientela. Diversi sono stati i richiami agli intermediari sulla necessità di aderire alle procedure interbancarie per la portabilità dei mutui. Sul caso della Banca Italease - ha sottolineato i problemi sono emersi grazie all’ispezione della Banca d’Italia.

Draghi ha ricordato che in questo periodo Bankitalia sta sottoponendo gli istituti agli ”stress-test” modellati sulla crisi: «Chiediamo alle banche quali

saranno le perdite con un aumento delle attività tossiche, quali saranno le perdite su credito che devono contabilizzare.Vogliamo stressare la capacità di tenuta delle banche». Il governatore ha espresso, poi, un buon giudizio dei ”Tremonti bond”che hanno condizioni allineate a quelle europee. Ma la cosa non meraviglia gli osservatori più attenti dal momento che la misura è stata in qualche modo corretta dallo stesso Draghi: «Bisogna fare di tutto per irrobustire il patrimonio degli istituti, anche con gli strumenti messi a disposizione dello Stato, è condizione per sostenere la capacità del sistema bancario di fornire credito all’economia».

Per la situazione economica il governatore non intravvede segnali di ripresa a breve: «La recessione, in Italia come negli altri Paesi, si protrarrà per tutto l’anno, come indica l’andamento della produzione, degli ordinativi, delle giacenze di magazzino». Nel primo trimestre di quest’anno il Pil si contrarrà ancora e l’intero 2009 si potrebbe chiudere con un nuovo significativo calo dell’attività economica concentrato soprattutto nel settore privato. I prezzi stanno scendendo ma, secondo Draghi non si prevede deflazione. Ovviamente l’audizione di Draghi si è incentrata soprattutto sul credito che a febbraio, dovrebbe registrare una ulteriore frenata specialmente nei grandi istituti. Anche l’aspetto fiscale sta influenzando negativamente i prestiti delle banche alle imprese e Draghi ha chiesto al governo di rivedere alcuni aspetti della tassazione perché: «Con le modifiche apportate negli ultimi anni, il sistema ha un aggravio di 2 miliardi che riduce gli utili». Quindi per far ripartire il credito servirebbe una riduzione degli oneri fiscali.


economia

18 marzo 2009 • pagina 5

Giorgio Guerrini, leader di Confartigianato, sull’incontro di ieri a Palazzo Chigi

Gli artigiani con Emma «Salvateci dalle banche» di Francesco Pacifico

ROMA. «Oggi, con Cna e Casa artigiani, firmiamo al ministero dello Sviluppo un accordo con le banche di credito cooperativo per prolungare a tutto il 2009 gli affidamenti in essere. Prolungare alle stesse condizioni, perché noi non chiediamo sconti a nessuno». Giorgio Guerrini, leader di Confartigianato, vorrebbe «stringere anche che le altre banche un’intesa simile: perché vabbene la crisi, ma il livello dei tassi non giustifica la rigidità mostrata dagli istituti nel ridiscutere i mutui o nel concedere prestiti». Guarda caso lo stesso problema sul quale hanno discusso ieri pomeriggio Emma Marcegaglia e il premier Silvio Berlusconi. E che colpisce i piccoli imprenditori, indipendentemente che siano iscritti a Confindustria o che rientrino nella sempre più vasta e vaga definizione di autonomi. Le banche vi stanno strozzando, come hanno denunciato le Pmi di Confindustria? Non bisogna di fare tutta l’erba un fascio. Ci sono banche che hanno mantenuto i loro piedi attaccati al territorio. E che hanno continuato a erogare credito a imprese e famiglie. Le popolari? Certo. E con loro quelle di credito cooperativo. Però ci sono anche banche che per diventare sempre più grandi, non hanno migliorato i servizi, ma soltanto fatto pagare alla loro clientela il costo della crisi e le loro operazioni spregiudicate. Forti con i deboli… Sono quelle che non vi danno più credito. Dall’inizio del 2009 sono tantissimi i nostri associati che ci segnalano di aver ricevuto richieste di rientro delle loro esposizioni. Lo scorso anno questo era inconcepibile. Queste banche poi sono le stesse che, quando chiediamo liquidità, si prendono tempo per darci una risposta. E talvolta passano mesi. Questi concetti li ha ripetuti ieri, quando ha incontrato il presidente dell’Abi, Corrado Faissola? Gli ho chiesto, visto che hanno avuto rassicurazioni sulle ricapitalizzazioni bancarie, di non lesinare il credito. Non vorrei che la liquidità a disposizione continui a essere destinata ai grandi gruppi. Questo governo, non certo nemico delle partite Iva, fa le rottamazioni per salvare la filiera Fiat e lancia i Tremonti bond per garantire i prestiti alle Pmi. Non vi basta? Nel programma elettorale del Pdl vi erano contenute una serie di iniziative per lo sfoltimento della burocrazia e per aumentare la capacità produttiva. Ci si ricorda dell’imprese in un giorno? Vorrei capire che fine hanno queste proposte.

A proposito di incentivi per far ripartire l’economia il governatore si è soffermato sul piano casa: «Con una semplificazione degli adempimenti e una riduzione degli oneri, potrebbe avere effetti di stimolo. Tuttavia, la complessità della materia, la presenza di competenze concorrenti fra Stato e Regioni, la necessità di congegnare l’intervento in modo da preservare l’ambiente naturale ed equilibrio urbanistico ne rendono incerta la portata da un punto di vista congiunturale». Il governatore ha posto comunque l’accento sulla necessità di riforme strutturali: «In paesi come l’Italia, dove è alto il debito pubblico, interventi di breve periodo ampi e incisivi vanno compensati da misure strutturali che diano subito la certezza del riequilibrio del bilancio nel medio periodo». Secondo Draghi anche gli interventi del governo in materia di ammortizzatori sociali, sono opportuni: «Resta però l’esigenza - ha sottolineato - di impostare fin da ora una riforma complessiva».

Non chiedete anche voi al governo“soldi veri”? Se questa crisi dovrà servire a qualcosa, spero che si lavori per rimuovere tutti gli ostacoli alla crescita. Che in tempi normali sono dei macigni, figurarsi adesso. Tradotto in pratica? Ieri abbiamo presentato al Parlamento 38 proposte per uscire dalla crisi. E le ripeteremo oggi, quando vedremo il presidente Berlusconi. La filosofia del pacchetto è ridurre la burocrazia, dare incentivi alle medie imprese legate al territorio, liberalizzare le utilies o quanto meno permettere a tutte le aziende di partecipare alle gare oggi fatte in house. Invece che aiuti sarebbe meglio ottenere lo slittamento degli anticipi fiscali, una maggiore congruità degli studi di settore, sgravi per chi investe e fa occupazione. Misure semplici, che garantirebbero da un lato una più ampia apertura del mercato, dall’altro una maggiore liquidità alle aziende. Un po’ di soldi veri, come la Marcegaglia, li chiedete voi . Per esempio sul fondo rotativo per le Pmi. Intanto, più che soffermarmi sulla dotazione, mi chiedo perché non si fa un fondo unico per tutte le imprese. Esiste quello della Cassa depositi e prestiti, si può iniziare da qui per evitare sprechi. Sono sufficienti i 240 milioni in più annunciati per i Confidi? Nei mesi scorsi abbiano calcolato che ne servirebbero almeno il doppio. Il governatore Draghi ha spiegato che finanziare l’operazione Alitalia o accollarsi il debito di Zaleski , «non sottrae credito alle Pmi». Gli rispondo che c’è in atto un’emergenza che riguarda le oltre 4 milioni di imprese produttive di questo Paese. Quelle che hanno saputo resistere al crollo del Pil e hanno mantenuto intatto il livello occupazionale. Ma l’elastico della tenuta è vicino al punto di rottura perché è in corso una riduzione degli affidamenti. E rispondo al governatore anche che accanto a iniziative come il salvataggio dell’Alitalia o la messa a disposizione di ingenti somme di denaro per le banche, sarebbe necessario accendere un faro su queste realtà produttive. Perché si aiutano soltanto le grandi imprese? Me lo chiedo anch’io. Forse perché controllano i mezzi d’informazione, che a loro volta rappresentano una realtà falsata. Nella quale non si racconta che il 99,4 per cento delle imprese italiane ha meno di 50 dipendenti. E che è questo mondo a creare il 68 per cento del Pil e a dare lavoro al 70 per cento degli occupati.

Il problema è che molti grandi Istituti (non quelli locali) hanno smesso di concedere credito a imprese e famiglie

L’audizione alla commissione Finanze della Camera il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi (foto sopra), è durata due ore e mezza. A sinistra il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. A destra in alto Emma Margegaglia e sotto il leader della Confartigianato, Giorgio Guerrini


diario

pagina 6 • 18 marzo 2009

Benedetto XVI: «Salvate l’Africa» Il Papa in Camerun denuncia le violenze, la povertà e le sofferenze di Justo Lacunza Balda enedetto XVI è arrivato in Camerun e subito ha fatto capire al mondo il senso del suo viaggio: Un viaggio di denuncia a favore di chi soffre nel silenzio generalizzato. Un viaggio di denucia contro chi tace le violenze, la povertà e le sofferenze di un continente immenso e sanguinante. «Di fronte al dolore o alla violenza, alla povertà o alla fame, alla corruzione o all’abuso di potere, un cristiano non può mai rimanere in silenzio»: sono state queste le prime parole che papa Ratzinger ha pronunciato in terra africana, durante la cerimonia di benvenuto all’aeroporto internazionale Nsimalen diYaoundè, in Camerun. Parole chiare, dunque, di sostegno a quel popolo provato da secoli di ingiustizie e di abbandono, di fronte ai quali la Chiesa non vuole abbassare la voce.

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Non c’è un modo migliore per rendersi conto dell’attuale tragica situazione dell’Africa che andare sul posto, vedere, ascoltare e percepire i sogni infranti di milioni di uomini, donne e bambini del continente nero. Perciò Benedetto XVI, viaggiatore in Africa, diventa un simbolo forte di coinvolgimento personale, di diritti umani, di umanità in favore del grande continente. Perché l’Africa è la ma-

dre terra dimenticata, buona solo per ricavare il coltan e i diamanti, per trafficare con le armi e la droga, per spartire con la forza la torta delle sue grandi risorse. L’Africa non è solo le nevi sul Kilimanjaro, i villaggi turistici e le stoffe colorate. È anche lì dove si trovano le prime impronte dell’umanità, alcune delle forme più antiche dell’arte e molte delle lingue che si perdono nel tempo. Ma l’Africa soffre la passione dei conflitti, la persecuzione dei suoi figli, il calvario delle guerre. Davanti a questa innegabile realtà sembra dominare una generale apatia internazionale. Dittatori, signori della guerra e sfruttatori locali si aggiungono allo sfruttamento e alla corruzione. Gli aiuti internazionali sembrano uno schiaffo umanitario piuttosto che il simbolo di un progetto globale per far entrare effettivamente il continente africano nella

mera, di carità stagionale, di lacrime di coccodrilo. L’Africa ha bisogno di leader mondiali che proclamino con forza e senza paura la dignità umana, il valore della vita e i diritti civili dei suoi popoli. E Benedetto XVI è un leader spirituale che visitando il Camerun e l’Angola diventa un simbolo vivente di speranza, di riconciliazione, di umanità. La Chiesa deve essere visibile ovunque nel mondo, non tanto per le sue dichiarazioni magniloquenti, ma per la sua indomita difesa e amore per i poveri, gli affamati, gli afflitti, i perseguitati, gli assetati di giustizia, i cercatori di pace. È lo spirito delle Beatitudini che la Chiesa ha bisogno di risvegliare, di riscoprire. Senza dubbio è questo il messaggio che il Pontefice porterà nel suo viaggio apostolico in Africa. Benedetto XVI è innazitutto il capo spirituale dei cattolici e la sua presenza in Africa incoraggia le comunità dei credenti nella fede cristiana. Negli ultimi anni le sette cristiane hanno seminato forti divisioni e sono tuttora focolai di continui scontri.Tutto nel nome di Cristo che in Africa, come in molti luoghi del mondo, è fonte di rivendicazioni e di lotte. Se è vero che l’unità dei cattolici africani nella persona del Successore di Pietro è un fatto incontestable, è anche vero che la Chiesa deve essere allo stesso tempo una voce di denuncia e un grido di speranza. Qui è in gioco la credibilità della Chiesa. La fede in Cristo non può essere incapsulata in un bel cofanetto per tenerla al riparo dai venti e dalle burrasche. Anzi la fede cristiana deve diventare lievito che trasforma, luce che illumina, messaggio che libera. E la presenza di Benedetto XVI in Africa ha il sapore di liberazione, di rinnovamento. Per l’Africa e per la Chiesa.

Negli ultimi anni le sette cristiane hanno seminato anche divisioni e provocato scontri. Adesso la Chiesa deve pacificarle comunità delle nazioni. I Paesi africani continuano a vedere i depredatori delle risorse naturali, i venditori di armi, i condottieri di guerre, i mercanti di schiavi, i trafficanti di immigrati. Nel frattempo le drammatiche condizioni di povertà, miseria e sofferenza colpiscono intere popolazioni. Milioni di africani vivono senza acqua pulita, assediati dalle malattie, colpiti dalla fame.

L’unica alternativa alla disperazione e alla morte è fuggire, allontanarsi al più presto, fuggire lontano. Con qualsiasi mezzo, in qualsiasi modo, attraverso qualsiasi via. Ma l’Africa non ha bisogno di compassione effi-

Dalla Polonia si rincorrono le voci su un annuncio ufficiale che dovrebbe arrivare nel giro di poche settimane

Wojtyla sarà beatificato il 2 aprile 2010? di Gabriella Mecucci

CITTÀ

DEL VATICANO. Giovanni Paolo II potrebbe essere beatificato il 2 aprile del 2010, a cinque anni esatti dalla sua morte. La notizia non è del tutto nuova: il 2010 è un anno già citato più volte. Questa volta a scriverlo è il quotidiano polacco Dziennnik, secondo il quale la decisione sarebbe già stata presa. A dare maggiore autorevolezza a quest’ultima anticipazione c’è la dichiarazione che padre Tadeusz Pieronek, che si occupa a Cracovia della fase diocesana del processo di beatificazione, ha rilasciato al quotidiano Rzeczpospolita: «Sarebbe una notizia molto bella. Mi farebbe enormemente piacere». Insomma, non solo non c’è smentita, ma una indiretta conferma.

sto a gran voce dai cartelli che molti giovani avevano issato il giorno del funerale di Giovanni Paolo II: «Santo subito». Adesso torna con insistenza la voce di una beatificazione prossima. A inizio marzo, poi, il cardinale arcivescovo di Cracovia, Stanislaw Dziwisz, amico e per oltre trenta anni segretario personale di Karol Wojtyla, aveva riferito che «il processo di beatificazione di Giovanni

L’ufficio del Postulante, che si occupa del caso, frena, ma l’intenzione sarabbe far coincidere la proclamazione coi cinque anni dalla morte

Il processo di beatificazione di Giovanni Paolo II venne aperto un mese dopo della morte di Karol Wojtyla, fortemente voluto dal suo successore e chie-

Paolo II sarebbe potuto terminare tra qualche mese». Secondo Dziwisz, «lo stesso Papa Benedetto XVI vuole chiudere le pratiche quanto prima». Ed effettivamente sembra che negli ultimi giorni i lavori della Congregazione delle Cause dei Santi – dicastero vaticano che si occupa dei processi di beatificazione e canonizzazione – abbiano subì-

to una forte accelerazione. Di più: c’è chi sostiene che Benedetto XVI potrebbe addirittura annunciare la decisione di arrivare alla beatificazione nel 2010 nel corso della messa in suffragio di Karol Wojtyla che si terrà il 2 aprile.

Sin qui, insomma, molti particolari farebbero pensare alla fondatezza delle indiscrezioni provenienti da Cracovia. In realtà l’ufficio del postulante, guidato da monsignor Order usa in via del tutto ufficiosa toni molto più prudenti. Si fa notare che «non ci sarebbero i tempi tecnici». Tutto il materiale raccolto – e pare sia molto e qualificato – verrà infatti depositato sul tavolo di Benedetto XVI non prima dell’ottobre-novembre 2009. Poi la questione sarà nelle mani di Papa Ratzinger che dovrà comunque prendersi un bel po’ di tempo per riuscire a guardare e a valutare attentamente l’enorme mole di testimonianze e documentazioni rintracciate. Insomma, all’ufficio del Postulante tenderebbero a spostare un po’ più avanti la data.


diario

18 marzo 2009 • pagina 7

Presentato un emendamento al decreto antistupri

Portici, arrestati 36 impiegati comunali assenteisti

La Lega torna a proporre la castrazione chimica

Brunetta: «Fallimento politico e sindacale»

ROMA. Stupri: solo i condannati per violenza sessuale che decideranno di sottoporsi volontariamente alla castrazione chimica attraverso la somministrazione di determinate sostanze, potranno godere dei benefici carcerari esclusi dal dl sicurezza. È quanto prevede un emendamento presentato dalla Lega al decreto legge. Nella proposta, si stabilisce che sia il giudice a indicare in un suo provvedimento, quale sarà la struttura pubblica in cui eseguire il trattamento e quale il metodo da applicare. Con lo stesso provvedimento si stabilisce quale sia l’ufficio di polizia giudiziaria nel quale il soggetto si deve presentare il giorno dopo ogni somministrazione delle sostanze previste. Per chi si sottopone alla castrazione chimica c’è la possibilità di entrare in un programma di recupero psicoterapeutico da parte dell’amministrazione penitenziaria che può avvalersi di centri convenzionati.

PORTICI (NAPOLI). Free badge: così gli agenti della Digos di Napoli hanno battezzato l’operazione che ha visto protagonisti trentasei dipendenti del comune di Portici, finiti agli arresti domiciliari per assenteismo. Insieme a loro altri 20, ritenuti non abitualmente assenteisti dalla polizia, hanno ricevuto un avviso di chiusura delle indagini. Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta impegnato da sempre a far funzionare la pubblica amministrazione

«O si tratta di provocazioni, che dimostrerebbero l’irrispettoso uso del Parlamento da parte della maggioranza, oppure dobbiamo preoccuparci seriamente perché si vuole tornare ad un barbaro giustizialismo che fa leva sull’emotività popolare, ma che non risolve le problematiche». Così la capogrup-

Sui Tremonti bond Unicredit prende tempo Piazza Cordusio aspetta notizie dall’Austria di Alessandro D’Amato

ROMA. La chiave è l’Europa dell’Est. Il consiglio di amministrazione di Unicredit licenzia conti buoni, ma è cosciente delle difficoltà; anche se il Borsa il clima sembra finalmente cambiato. Dopo aver riconquistato la quota di un euro, ieri l’azione si è portata per un attimo sopra a 1,01 euro e segna un rialzo del 3,4%. Il titolo in poche sedute ha guadagnato complessivamente il 35% circa. Il mercato attende di vedere i conti del 2008, che saranno presentati oggi alla comunità finanziaria. «Per il quarto trimestre 2008 ci aspettiamo ricavi a 5,7 miliardi di euro, -16% anno su anno, con impatto negativo a livello di trading di 1,4 miliardi, un utile operativo a 1,52 miliardi e un utile netto a 0,61 miliardi», si legge in una nota di Intermonte (neutral e target a 1,25 euro confermati su Unicredit). Per l’anno l’utile netto dovrebbe chiudere a 4,03 miliardi e includere un beneficio fiscale di 0,56 miliardi relativo alla legge sulla deducibilità del goodwill; questa stima non tiene invece conto di eventuali svalutazioni del goodwill che potrebbero avere luogo.

to di massima all’utilizzo di questo strumento per procedere a un ulteriore rafforzamento patrimoniale della banca, i tempi per procedere all’emissione del bond non sembrerebbero essere dunque così stretti.

«Il Cda ha avviato una discussione in merito», hanno spiegato ambienti vicini ai grandi soci di Unicredit, «ma difficilmente il Cda prenderà una decisione definitiva». Secondo le fonti interpellate, a Piazza Cordusio si aspetterebbe le definizione degli ultimi passaggi burocratici previsti dal decreto sui Trebond, ma soprattutto si vorrebbe procedere prima al rafforzamento patrimoniale della controllata Bank Austria, cui fa capo il network di banche nell’Europa orientale, attraverso gli aiuti pubblici messi a disposizione dal Governo di Vienna. Dal Tesoro austriaco potrebbero arrivare circa 2,5-3 miliardi, a cui potrebbero aggiungersi in seguito 1,5 miliardi attraverso l’emissione del Tremonti-bond. Prima si attende quindi la decisione del governo austriaco sull’aiuto di Stato, poi si vedrà come comportarsi con l’Italia. Dove la banca comunque si sta muovendo anche su altri fronti: sarà infatti tra gli animatori di Grameen Bank, la “banca del villaggio” costruita sullo schema del microcredito, sarà attiva anche in Italia tra settembre e dicembre prossimi, grazie all’intesa raggiunta con Unicredit. Lo ha spiegato il fondatore Mohammad Yunus, aggiungendo di considerare il numero uno di Piazza Cordusio «una persona molto attenta alle tematiche del sociale». Yunus, intervenuto a Tokyo al Foreign Correspondents’ Club of Japan, ha ricordato che il progetto coinvolge «nel complesso Unicredit, l’Università di Bologna e Grameen Trust allo scopo di iniziare il lavoro che è stato fatto in Bangladesh», cioè l’erogazione di piccoli finanziamenti per avviare attività alle persone più povere che diversamente non avrebbero accesso al credito. «Sono stati fatti passi in avanti - ha aggiunto - e sono fiducioso che tutto possa partire entro la fine dell’anno».

La banca si muove anche verso il settore del microcredito. Yunus fiducioso: «Partiremo entro la fine dell’anno»

po del Pd in commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti ha commentato le proposte di Lega e An per la castrazione chimica degli stupratori e per l’obbligo di affissione di manifesti «wanted» nelle città. «Nel merito della castrazione chimica – ha precisato - sono molto meravigliata perché quella norma, già presente nella proposta di legge della Lega sulla violenza sessuale, era stata ampiamente discussa e criticata in commissione tanto da non essere stata riproposta nel testo unificato neanche dalla relatrice Lussana. Si tratta comunque di una proposta sbagliata, con effetti non sicuri e durevoli dal punto di vista scientifico».

Peraltro, svalutazioni del goodwill, impattano lo stated book value, ma non il Core Tier1, visto attorno al 6,5%, e il tangible book value, e non ha quindi impatti a fini valutativi. Mentre Mediobanca (outperform e target price a 1,8 euro) si attende per il 2008 ricavi a 27,123 miliardi di euro (6,3 solo nel quarto trimestre 2008 contro un consenso a 5,9 miliardi). Il risultato operativo è visto da Mediobanca a 10,402 miliardi (2,1 miliardi solo nel quarto trimestre 2008 contro un consenso di 1,7 miliardi) e l’utile netto a 4,109 miliardi (685 milioni nel quarto trimestre contro un consenso di 351 milioni), in calo quindi dai 6,6 miliardi del 2007 con un Roe 2008 al 6,9% dal 12,2 % del 2007. L’opzione Tremonti-bond rimane comunque allo studio dei vertici. Nonostante il dossier Tremonti-bond sia già stato affrontato dal Comitato permanente strategico nella riunione del 10 marzo, che avrebbe dato un gradimen-

e a combattere proprio l’assenteismo. «C’è amarezza perché non è così che si governa la pubblica amministrazione - ha dichiarato Brunetta - non vorrei gestire un’organizzazione del lavoro pubblico con un mandato di cattura e la Digos. È il fallimento della politica e del sindacato locali che hanno guardato da tutt’altra parte».

I dipendenti sono accusati di falso e truffa ai danni del Comune. In un mese di indagini il danno accertato dai magistrati è stato stimato in 40mila euro. Lavoravano tutti in uffici distaccati dell’amministrazione e sono stati ripresi dalle telecamere mentre si allontanavano dal posto di lavoro o vi rientravano senza aver timbrato il cartellino e con le buste della spesa, alcuni, addirittura, si segnavano ore di straordinario. Si tratta di 15 donne e 21 uomini, con un’età media di poco sopra ai 50 anni. La più giovane ha 37 anni, il più anziano ne ha quasi 64 ed è ormai prossimo alla pensione. Il sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo, non ha nascosto la propria amarezza, ma ha assicurato rigore nei confronti degli indagati per i quali ha già avviato la sospensione e ha elogiato chi: «Con dedizione e professionalità esegue le proprie mansioni. Un impegno che ci ha consentito di attraversare indenne l’intero periodo dell’emergenza rifiuti e di distinguerci nella raccolta differenziata che, a febbraio, ha superato il 50 per cento».


politica

pagina 8 • 18 marzo 2009

Poteri forti. Per dare una svolta filogovernativa, il direttore doveva essere sostituito da Napoletano. Ma, in mancanza di un accordo, si parla di commissariamento

Veleni & Mieli Le grandi manovre di Geronzi (e Berlusconi) per controllare il quotidiano di Via Solferino di Marco Palombi segue dalla prima «Il Corriere sembrava votato a una certa equidistanza. Il direttore Paolo Mieli aveva ammesso l’errore dell’endorsement filo Prodi. Ma ora è passato all’opposizione». Intollerabile, certo, ma è colpa del fatto che nel patto di sindacato Rcs «l’unico che stia con Berlusconi è Geronzi e Mediobanca con lui. Ma Geronzi è in ambasce, si sente insidiato dai due amministratori delegati, tra cui uno - Nagel - è un feroce nemico di Berlusconi e del centrodestra, ma prima di tutto di Geronzi, e tresca con Bankitalia per cacciarlo via». Le vicende del potere italiano hanno sempre quell’aria da recita in famiglia, in cui tutti si conoscono fin da bambini e, sotto sotto, si vogliono bene anche quando se le danno di santa ragione. Il presidente Francesco Cossiga, che è l’autore delle frasi riportate qui sopra, è uno che di recite in famiglia e di potere se ne intende fin da quando la maggioranza degli attuali cittadini italiani non era ancora nata, tanto è vero che in questa intervista a Renato Farina di inizio luglio aveva raccontato la nuova guerra del Corriere della Sera – e all’ingrosso i suoi protagonisti con qualche mese di anticipo rispetto all’inizio degli eventi.

E infatti, siglata la tregua armata con Nagel e Pagliaro dentro Mediobanca in autunno, con l’anno nuovo il ragionier Geronzi s’è messo all’opera per portare a casa il dossier Rcs giocando di sponda con l’inquilino di palazzo Chigi, il quale a sua volta dopo i trionfi elettorali in Abruzzo e Sardegna - più che un capo politico si sente una guida spirituale della nazione, l’ayatollah Khamenei tricolore. Il quotidiano di via Solferino, peraltro, è un vecchio pallino di Silvio Berlusconi: magari è per via dell’avviso di garanzia che il direttore di allora, che poi era sempre Paolo Mieli, gli notificò nel novembre del 1994, mentre il nostro presiedeva una conferenza internazionale sul crimine a Napoli. Come che sia, il rapporto del berlusconismo col quotidiano milanese, in questi anni, è sempre stato dialettico: le dimissioni di Ferruccio De Bortoli, le critiche di Cesare Previti a Luigi Ferrarella

e, più in generale, le pressioni a cui è stata sottoposta tutta la redazione giudiziaria (e non solo), per non parlare della scalata al Corriere di Stefano Ricucci – era l’anno dei furbetti, estate 2005 – coordinata da Ubaldo Livolsi, il manager che s’inventò Mediaset (salvando il Biscione dai debiti) e ancora tanto vicino al Cavaliere da esser stato investito dell’ingrato compito di mettere insieme la cordata tricolore per Alitalia. «Per quel che conta la carta stampata, sarebbe meglio lasciar perdere», hanno detto alcuni consiglieri al premier, ma è anche una questione simbolica: il giornale di Luigi Albertini è l’icona del potere italiano, ne è l’immagine presentabile e si direbbe calvinista, incistato com’è nel processo di nascita stesso della borghesia meneghina. E, quindi, sotto con la nuova battaglia per il Corsera, che però sta stressando parecchio i 13 componenti del patto di sindacato Rcs, se è vero che ieri hanno deciso di far slittare di un paio di settimane la riunione ufficiale fissata invece per oggi.

Dall’alto: i banchieri Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli; i giornalisti Paolo Mieli e Roberto Napoletano; gli imprenditori Diego Della Valle e Salvatore Ligresti: sono solo alcuni dei protagonisti della battaglia che si sta combattendo intorno al “Corriere della Sera”

I soci maggiori, però, si sono spesso incontrati riservatamente in questi giorni - l’ultima volta lunedì sera a casa di Marco Tronchetti Provera - per trovare un accordo sui nuovi vertici dell’azienda e, soprattutto, sul sostituto di Mieli a capo del Corriere: ma finora senza successo. Come detto, Geronzi ha schierato il 13,6% e dispari posseduto da Mediobanca sulla necessità di avere un direttore che condivida i sentimenti del Paese e il Paese, pensa Geronzi, non ha occhi che per Silvio Berlusconi: senza

contare che in una crisi economica così drammatica non è il caso di mettersi a fare i cattivi con chi tiene i cordoni della borsa, aggiungono i maligni. Su questa linea lo spalleggia un altro membro del patto, Salvatore Ligresti, costruttore che ha col presidente del Consiglio un rapporto d’antica amicizia personale e nel portafogli un 5,2% di Rcs. All’indomani delle elezioni sarde e delle dimissioni di Walter Veltroni da segretario del Pd, la mossa del Ragioniere e del Cavaliere pareva riuscita: dietro la scrivania più importante di via Solferino avrebbe dovuto sedersi Roberto Napoletano, direttore del Messaggero dal 2006, precedentemente capo dell’economia al Mattino e vicedirettore del Sole 24 Ore nella redazione romana. In questo caso, secondo i rumors, Paolo Mieli avrebbe dovuto occupare la poltrona di presidente Rcs al posto di Piergaetano Marchetti, destinato a dirigere una università milanese, e Claudio Calabi tornare dal giornale della Confindustria per fare l’amministratore delegato al posto di Antonello Perricone.

La cosa, com’è sotto gli occhi di tutti, non è andata in porto. A mettersi di traverso un pezzo rilevante del patto di sindacato e in primo luogo quello che, se il sistema creditizio italiano fosse una fotografia, sarebbe il negativo di Geronzi: Giovanni Bazoli, azionista diretto grazie all’1,2% di Mittel. Col presidente di Intesa San Paolo si sono schierati però anche Luca Cordero di Montezemolo col 10,2% di Fiat e Diego Della Valle col suo 5,4%: niente Napoletano e niente ber-


politica

18 marzo 2009 • pagina 9

Il Cavaliere dice no alla nuova proposta di Franceschini per la presidenza

Totonomine Rai: cade anche Guglielmi di Francesco Capozza

Ancora non è andata in porto la mediazione finale sul nome del nuovo direttore: a bloccare l’operazione del banchiere e del premier ci si è messo addirittura Luca Cordero di Montezemolo lusconizzazione del Corriere. Paolo Mieli, a quel punto, constatato peraltro che Marchetti non gli aveva ancora lasciato libera la poltrona (e non la lascerà), s’è dato da fare anche lui: negli ultimi tempi ha coltivato i suoi rapporti mondani con particolare cura, ha continuato a sollecitare il genio saggistico del ministro dell’Economia per le pagine del suo giornale (anche se Tremonti condivide con Geronzi il fastidio per il governatore Mario Draghi) e fatto pace con lo stesso Bazoli, col quale aveva litigato – regnante Romano Prodi – per una serie di articoli sull’invecchiamento della Costituzione che non erano piaciuti per niente al banchiere cattolico. Infatti, nonostante sia vero che «le volpi spesso finiscono in pellicceria» (messaggio di Craxi ad Andreotti spesso citato per Mieli), è certo che non lo facciano volentieri: secondo alcuni pattisti è stato infatti lo stesso direttore a far circolare alcuni nomi per la sua successione che hanno contribuito ad alzare il livello del rumore. Uno di questi sarebbe quello di Carlo Rossella, giornalista gradito al Cavaliere, frequentatore assiduo di Della Valle e Montezemolo (il quale sarebbe addirittura andato a palazzo Chigi per garantire sulla fedeltà berlusconiana dell’amico), che non pare però destinato ad arrivare fino in fondo. Un altro nome che si agita dietro le

quinte – appoggiato da Bazoli ma estraneo al cuore del Cavaliere - è quello di Gianni Riotta, “corrierista” da mesi in uscita dal Tg1 ma impantanato nell’eterno risiko Rai. Alla rinfusa vengono poi citate le due soluzioni “aziendaliste”, nella variante giovane e vecchia: la prima è Carlo Verdelli, cresciuto a via Solferino e che ha dato buona prova di sé da direttore prima a Vanity Fair e oggi alla Gazzetta dello Sport, la seconda Piero Ostellino, già alla guida del Corsera negli anni Ottanta e ora tra gli editorialisti del quotidiano.

A queste ipotesi si affianca anche l’altra, invero abbastanza sgradevole e, sembrerebbe, poco praticabile: se i soci non dovessero trovare un accordo a breve, alla vicedirezione del giornale arriverebbe un cronista non identificato col compito di commissariare la redazione politica in chiave governativa. Per ora, comunque, la nuova guerra del Corriere è una guerra di posizione. Si dice che Bazoli e Geronzi convengano sulla necessità di un cambio alla direzione e quindi è solo questione di tempo. Poco tempo, peraltro: oggi il cda approverà il bilancio 2008, dopo di che avrà esaurito i suoi compiti. Questo consiglio scade il 18 aprile e va sostituito con un accordo tra i 13: entro un mese tutte le volpi dovranno essere in pellicceria.

ROMA. È durata quasi due ore la colazione di lavoro al Quirinale tra il premier Silvio Berlusconi ed il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Il Cavaliere ha varcato, infatti, il portone del palazzo presidenziale sul colle più alto di Roma alle 13.40 per uscirne alle 15.30 di ieri pomeriggio. Alla tavola presidenziale non un faccia a faccia tra i due presidenti, ma un lunch allargato, oltre al fedele sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, ad una nutrita pletora ministeriale composta dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, dai titolari dei dicasteri degli Esteri, Franco Frattini, dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola e delle Politiche comunitarie, Andrea Ronchi. Secondo fonti ufficiali la colazione di lavoro è servita per fare il punto sull’imminente Consiglio Europeo e per toccare alcuni temi del G20, in programma a Londra l’1 e 2 aprile. Nessun comunicato è stato diffuso né dal Colle né da palazzo Chigi e questo la dice lunga circa l’informalità dell’incontro. Lo stesso premier, che solitamente non si nega alle telecamere e alle domande dei cronisti, rientrando a palazzo Grazioli non ha rilasciato alcuna dichiarazione. In realtà, da quanto si apprende, oltre ai prossimi appuntamenti internazionali che attendono l’esecutivo, una delle portate principali del menù politico del pranzo offerto da Napolitano al premier sarebbe stato il nodo Rai. Si stringono, infatti, i tempi per la nomina del presidente della televisione di Stato. Oggi pomeriggio, salvo slittamenti dell’ultim’ora, dovrebbero riunirsi sia l’assemblea dei soci Rai, sia la commissione di Vigilanza presieduta dal convalescente Sergio Zavoli. Proprio il nome dell’ottantaseienne presidente della commissione di San Macuto era finito nei giorni scorsi nella rosa dei candidati alla poltrona più prestigiosa di viale Mazzini. Diversi, infatti, sono stati gli esponenti del Pd e del Pdl che hanno ipotizzato un passaggio di Zavoli dalla Vigilanza alla presidenza Rai sulla scorta dell’esperienza similare in tal senso di Claudio Petruccioli.Tale ipotesi, pur non essendo stata ufficialmente archiviata, appare però poco probabile, se non altro perché si riaprirebbe nuovamente la partita per la presidenza della commissione bicamerale e, come ci confida un componente della stessa, «ci riporterebbe all’incubo vissuto dopo la nomina di Villari». Oltre a Zavoli, gli altri nomi che circolano - e di cui probabilmente Berlusconi avrà parlato con Napolitano durante il pranzo di ieri - sono quello di Arrigo Levi (alle cui spalle luccica una lunga e sfavillante carriera giornalistica e che dal 1999 è consigliere per le relazioni ester-

ne del Quirinale), Francesco Paolo Casavola ed Enzo Cheli. Ma a sopresa un altro nome è spuntato ieri: quello di Angelo Guglielmi (storico inventore di Raitre, attualmente assessore alla cultura a Bologna nella giunta Cofferati) suggerito direttamente da Dario Franceschini a Gianni Letta. Il problema è che altrettanto improvvisamente è arrivato lo stop di Silvio Berlusconi: non se ne parla nemmeno, troppo esposto, politicamente, Guglielmi.

Così, si torna ai nomi consueti (anche se bisogna tenere in considerazione il fatto che Arrigo Levi sarebbe propenso a rifiutare l’eventuale): oltre a Casavola, un altro ex compo-

Nel pranzo che si è svolto ieri al Quirinale, Napolitano e il premier hanno parlato anche di Viale Mazzini: quelli di Enzo Cheli e di Piero Melograni restano i nomi più gettonati nente della Consulta sarebbe vicino alla poltronissima di viale Mazzini: Enzo Cheli. Già primo presidente dell’Autorità garante per le comunicazioni (dal 1998 al 2005), godrebbe secondo fonti vicine al partito democratico del favore del presidente della Repubblica Napolitano oltre a una stima bipartisan. Chiunque ieri potesse vantare un minimo di conoscenza della situazione, assicurava che per quanto governo e opposizione ce la stiano mettendo tutta, un nome certo ancora non c’è Dunque, la situazione è oggettivamente assai confusa, c’è chi afferma che il nome di Cheli sia stato gettato nel calderone da ambienti della maggioranza, al quale risulterebbe sicuramente gradito. Così come gradito sarebbe quello di Piero Melograni, comunista fino al 1956 e dal 1994 al 2001 parlamentare di Forza Italia. Anche Melograni, come Cheli, gode di un punto in più a favore: un legame personale con l’inquilino del Colle.


panorama

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Veleni. Banco Popolare, dopo aver chiesto i “Tremonti bond”, vuole l’istituto dei «derivati»

Il salvataggio pubblico di Italease di Alessandro D’Amato

ROMA. È il primo “salvataggio di Stato” per una banca italiana, anche se è fatto in sordina. Questo, in buona sostanza, è il senso dell’opa volontaria lanciata dal Banco Popolare sulle azioni ordinarie di Banca Italease, insieme al Banco Popolare dell’Emilia Romagna, alla Popolare di Milano e alla Popolare di Sondrio. Banco Popolare, del resto, è fin qui l’unico istituto di credito italiano che abbia chiesto accesso ai Tremonti bond, vale a dire quella sorta di prestito pubblico con il quale il governo vuole aiutare (e controllare) il mondo bancario. «L’offerta pubblica di acquisto spiega il Banco nel comunicato - è condizionata, oltre alle necessarie autorizzazioni di legge, al raggiungimento di una partecipazione complessiva minima pari al 90% del capitale sociale». Il prezzo di 1,5 euro per azione incorpora un premio dell’11,03% rispetto al prezzo ufficiale di Borsa di venerdì scorso. «Non appena l’operazione si concluderà fa sapere Pierfrancesco Saviotti, consigliere delegato del Banco Popolare verrà lanciato un aumento di capitale da 800 milioni di euro (anche se la cifra è solo una stima)».

cietà in due newco, sul modello della bad bank che in questo periodo va tanto di moda. Nella prima andranno crediti non performing, incagliati, in sofferenza, ristrutturati o altre inadempienze di Banca Italease o di società da essa controllate che vengono da operazioni di leasing e/o mutuo per un importo lordo massimo di 5 miliardi e passività di corrispondente importo. Il capitale sociale di NewCo Uno sarà detenuto da Banca Italease (80%),

leasing immobiliare che soltanto due anni fa veniva festeggiato come un “piccolo miracolo” a Piazza Affari, con tanto di agiografie per il suo amministratore delegato e visibilio degli analisti per gli stupefacenti risultati di bilancio: a febbraio 2007 le azioni di Italease sfioravano i 50 euro di quotazione, con una crescita del 435%. Oggi quota intorno agli 1,3 euro, ha bruciato l’86% dalla quotazione ed è finita sull’orlo dissesto con i ratios patrimoniali che sono molto al di sotto dei requisiti minimi necessari. E gli incagli sono esplosi a 3,7 miliardi di euro (su 20 miliardi di attivi).

Che cosa c’è dietro l’opa lanciata per acquistare e gestire una delle realtà più contraddittorie (e meno controllate) dell’intero sistema italiano

Il piano di riassetto di Banca Italease prevede lo smembramento della so-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

Bper (10,84%), Bps (6,24%) e Bpm (2,93%). La quota in capo a Banca Italease potrà essere rilevata, tutta o in parte, dal Banco Popolare. Nella seconda newco verranno invece apportati crediti in bonus di Banca Italease o di società da essa controllate per un controvalore massimo lordo di circa 5,9 miliardi. Il capitale sociale di questa nuova entità sarà detenuto da Bper (36,44%), Banca Italease (32,79%), Bps (20,95%) e Bpm (9,83%). Anche in questo caso la quota in capo a Banca Italease potrà, se necessario, essere rilevata tutta o in parte, dal Banca Popolare. Se tutto andrà bene, quindi, si chiuderà così la parabola dell’istituto di

Nel mezzo ci sono state la “scoperta” di una presenza preoccupante di derivati finanziari (prima che scoppiasse la bolla dei mutui subprime), e le disavventure giudiziarie dell’ex ad Faenza (coinvolto nel crack di Coppola e poi addirittura arrestato con l’accusa di associazione a delinquere, mentre Bankitalia azzerava il consiglio d’amministrazione della banca). Oggi l’istituto finisce salvato, grazie anche ai Tremonti bond con i quali il Banco Popolare, maggiore azionista, si ricapitalizza e può varare un’operazione costosa, specialmente per un’azienda del credito in un periodo come questo.

Marco Travaglio si butta nello spettacolo. E dopo Sanremo, canta anche Battiato

Cerco un centro di gravità onnipotente o si sapeva, ma ora ci sono le prove. Inconfutabili. Marco Travaglio è un giornalista che fa spettacolo. Non è solo un giornalista, ma anche un artista. Per lui la notizia non è solo cronaca e informazione e denuncia, ma anche arte: l’arte della notizia. Il modo in cui porge la notizia - sia quando c’è, sia quando non c’è: e qui c’è la vera arte giornalistica - è esemplare. Ma ora che lui stesso è diventato la notizia, è riuscito a superare se stesso. È accaduto sulla rete di tendenza - di pochi, ma di tendenza - La7: il giornalista che le ha cantate a Silvio Berlusconi e la sua banda (scusate, ma mi adeguo al linguaggio d’arte) ha esordito come cantante.

L

Per lanciare la nuova trasmissione della spiritosa e birichina (che aggettivo delicato) Victoria Cabello, il cronista torinese specializzato in tutto ciò che fa cronaca giudiziaria antiberlusconiana si è esibito nell’interpretazione della nota anche se vecchiotta canzone di Franco Battiato Cerco un centro di gravità permanente, tratta da quello che un tempo fu l’album “La voce del padrone”. Insomma, una pa-

rodia nella quale Travaglio si è immedesimato a tal punto da muovere anche qualche passetto di danza. Non è la prima volta che il giornalista che le canta ha cantato: durante Annozero, sorprendendo tutti, persino Michelino Santoro, ha proposto una versione riveduta e corretta del successo di Sanremo Sincerità. Il Travaglio, come infatti ben sapete, è anche parecchio originale e ironico. È vero che si arrabbia, che è duro e puro, che non le manda a dire, che non guarda in faccia nessuno, ma è anche dotato di sottile ironia e persino di autoironia. Cantando Sincerità avrà forse voluto dire che qualcuno non è sincero?

Lui, invece, è sincero per definizione. Una sorta di bocca della verità in

diretta televisiva. Proprio per questa ragione sufficiente la Cabello lo ha scelto per la sua nuova esperienza tivvù. La nuova trasmissione della Cabello è uno “showshock”: una di quelle performance televisive che stupiscono, che bucano il video, che mostrano il vero volto della realtà: Victor Victoria.

Niente

è

come sembra. Le cose non sono come le vedete o come appaiono o, ancora meglio, le cose non sono come vi fanno credere che siano. No. Le cose sono diverse: ecco perché c’è bisogno della televisione che smaschera la televisione. Travaglio è un autentico campione del genere: anche lui pratica da sempre lo “show-shock”, anche se quando iniziò ancora non

c’era questa bella definizione televisiva. Il giornalista che ha scritto più libri di quanti ne abbia letti è una vero “maestro del sospetto”, come lo furono Marx, Nietzsche e Freud. Per essere ancora più scioccante - nel senso dello shock - ha accettato l’idea di cantare e ballare sulle note di «Cerco un centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente». Qualcuno, sentendolo cantare e vedendolo barcollare, avrà cambiato idea su Travaglio. Qualcun altro avrà trovato conferma ai suoi sospetti.

La ballata di Travaglio ha avuto un grande successo di pubblico - magari perfino di critica - sul web. Il video è già un cult, Blob lo manderà in onda ogni sera, e il nome stesso con cui è noto è una figata: “La ballata di Travaglio”. La prossima apparizione potrebbe essere a Ballarò, insieme con Crozza: la contaminazione dei generi non è per il purista Travaglio un pericolo da cui guardarsi. Come diceva quel caro vecchio slogan di “Odeon”: tutto quanto fa spettacolo. Che poi sarebbe: tutto quanto fa brodo.


panorama

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Trade Unions. Derek Simpson, il sindacalista che voleva cacciare gli italiani, è stato eletto leader della “Amicus Unite”

L’ultimo successo del leghista di Sheffield di Vincenzo Bacarani n’altra vittoria per Derek Simpson. Il sindacalista inglese, salito nel mese scorso alla ribalta delle cronache per aver mobilitato i lavoratori britannici contro l’arrivo di 60 operai italiani nel Regno Unito con lo slogan di stampo leghista «il lavoro inglese agli inglesi», è stato rieletto alla testa dell’organizzazione Amicus Unite, la più potente organizzazione inglese di settore che conta due milioni di iscritti e che ha tra le sue fila le categorie con i salari più bassi (industria e trasporti).

Londra per quattro notti al costo di 399 sterline a notte, pur avendo una casa a soli 35 minuti di treno dalla capitale inglese. Simpson si difende dicendo che le riunioni con il suo staff elettorale si sono prolungate fino a notte fonda.

U

Simpson, 65 anni di Sheffield, ex-comunista convertitosi al Labour Party nel 1994 (per opportunismo politico, dicono i maligni), resterà in carica come segretario generale del sindacato fino a dicembre del 2010. L’anno successivo probabilmente dovrà però farsi da parte. La rielezione di Simpson ha tuttavia lasciato una scia di accese polemiche e si profilano battaglie legali dei concorrenti sconfitti i quali mirano addirittura ad annullare la votazione. Kevin Coyne, uno dei tre candidati che si è

Ex-comunista convertitosi al Labour nel 1994 per opportunismo politico, resterà in carica come segretario generale fino a dicembre del 2010 dovuto arrendere di fronte al 63 per cento di voti favorevoli al segretario generale, ha già presentato due denunce contro l’elezione di Simpson e altrettanto si prepara a fare un

altro sconfitto, Jerry Hicks. L’accusa degli avversari battuti da Simpson è che il segretario generale, durante la campagna per la sua rielezione, ha alloggiato al Waldorf Hotel di

Figura controversa e contestata da sempre quella di Derek Simpson che però è riuscito, nel corso degli anni, a rimanere continuamente sulla cresta dell’onda grazie anche un’alleanza strategica, quella con l’attuale Primo ministro Gordon Brown che sullo slogan “British jobs for british workers” (il lavoro britannico ai britannici) ha impostato la sua politica del lavoro quando ha preso il posto di Tony Blair. Una situazione, quella del sindacato inglese, un po’ paradossale che vede leader del governo e leader del sindacato andare a braccetto, condividere nella sostanza le strategie di politica del lavoro. Una situazione che ricorda – pur con importanti differenziazioni – quella italiana all’epoca dell’ultimo governo Prodi, considerato da molti sindacalisti italiani – soprattutto della Cgil

– un “governo amico”. Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, in quel contesto di sostanziale pax sociale ha firmato (obtorto collo per motivi di conflitti interni alla Cgil) l’accordo sul welfare senza proclamare mobilitazioni generali dei lavoratori come fa invece adesso (il 4 aprile prossimo appuntamento) con il governo Berlusconi.

Anche Simpson però mette sul tavolo il suo sciopero generale per il prossimo sabato 28 marzo a Londra. Una grande mobilitazione, ma con alcune sostanziali differenze rispetto allo sciopero generale italiano. Più che contro il governo del suo amico Brown, Simpson si scaglia contro la crisi internazionale che sta mettendo in gravi difficoltà l’Inghilterra, contro le multinazionali e anche contro i lavoratori stranieri che “rubano” il lavoro a quelli inglesi. Un po’ di massimalismo socialista, un po’ di euroscetticismo, una discreta dose di no-globalism, una spruzzata di leghismo importato dalla Padania: il cocktail del sindacato inglese di Simpson è servito.

Beni culturali. Sempre più concreta l’ipotesi Brambilla e l’accorpamento con il Turismo

Dopo Bondi, la cultura diventa rossa di Riccardo Paradisi

ROMA. La possibilità che il prossimo ministro dei Beni culturali sia Michela Vittoria Brambilla, attualmente sottosegretario con delega al Turismo, sembra farsi sempre più concreta. Silvio Berlusconi nei giorni scorsi infatti ha ribadito che per l’imprenditrice sta pensando a una promozione a ministro e la deduzione supportata da indiscrezioni veritiere che si fa a via del Collegio romano è che l’approdo potrebbe proprio essere il dicastero di cui il titolare oggi è Sandro Bondi. Il quale, come ha già scritto questo giornale, non vede con disappunto un passaggio di consegne in vista dell’ingresso nel triumvirato del Pdl visto che i tagli che investiranno il ministero dei Beni culturali sono ingentissimi – 1 miliardo e mezzo di euro in tre anni – e la possibilità di temperarli ottenendo dal governo uno stanziamento per le emergenze è pari allo zero.

presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali Salvatore Settis alla più recente bocciatura del Consiglio di Stato dello schema di regolamento di riforma del ministero al quale sono stati opposti rilievi sia sulla numerosità delle Direzioni generali e soprattutto sulla creazione della nuova Direzione generale per la valorizzazione del patrimonio culturale. Insom-

Ma solo un ministro di Alleanza nazionale – dicono a via del Collegio romano – potrebbe negoziare con il premier una riduzione dei tagli previsti

Una situazione che renderà ancora più difficile la governabilità di un ministero già percorso da tensioni interne notevoli i cui sintomi vanno dalle dimissioni del

ma pochi soldi e difficoltà a riformare il corpaccione del ministero: grane che Bondi si lascerebbe volentieri dietro passando appunto la mano. E la Brambilla ha già al suo attivo un lungo lavoro sulla sinergia tra Beni culturali e turismo. Compreso un convegno di qualche mese fa, presente anche il ministro Bondi, a cui è seguito un tavolo politico operativo sulla necessaria integrazione tra cultura e turismo la stessa Brambilla ancora recentemente dichiarava che «le associazioni di categoria hanno pienamente ragione nel chiedere la restituzione del ministero del Turismo

Non è pensabile che in un momento di crisi come questo il turismo non possa contare sul sostegno da parte delle istituzioni locali e nazionali. Il presidente Berlusconi ha più volte espresso la volontà - ha concluso - di restituire un ministero del Turismo».

Questo ministero potrebbe essere dunque quello dei Beni culturali. Dove si attende l’eventuale arrivo della Brambilla con molta laicità: «Coi tagli che abbiamo avuto – si dice in ambienti sindacali – ormai un ministro di Forza Italia vale l’altro. Diverso sarebbe con un ministro di An dicono a via del collegio romano avrebbe più potere politico di negoziazione con Berlusconi per contenere i tagli».


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e rivoluzioni partono sempre dal basso. E si rafforzano in situazioni che, viste dal di fuori, sembrano disperate. Quella che potrebbe scuotere per sempre il mondo socio-politico dell’India nasce proprio dal gradino più basso della locale scala di valori: dai dalit, gli “intoccabili” del complicato sistema delle caste che da millenni regola la società locale, che ora cercano fra la rabbia e lo stupore del resto della popolazione di uscire dalla loro misera condizione. A guidarli, per aggiungere scalpore a questa storia, è una donna. In una delle realtà più fortemente patriarcali del pianeta, dove le decisioni spettano all’uomo ed è comune vedere una vedova che si getta sulla pira del defunto marito - una “Dea vivente”ha preso in mano il destino di centinaia di milioni di persone, cui ha promesso dignità politica e rinascita sociale. E rischia di mantenere la parola data. Parliamo di Mayawati Kumari, politica carismatica e campionessa della classe più oppressa dell’India, che ha lanciato la propria candidatura a premier per le prossime elezioni politiche, previste per il 2010.

L

Attualmente, la Mayawati che si comporta come una “Dea vivente” (la reincarnazione di uno degli Dei minori del pantheon induista, un concetto accettato dall’ortodossia locale) - è il primo ministro dell’Ut-

La Mayawati, leader dei fuori casta indiani, lancia la propria c

cercare di mutuare il sistema del vassallaggio in vigore nel Medioevo in Europa: una scala sociale regolata da costumi ferrei in cui è inconcepibile l’idea di evolvere. Si rimane nel settore dove si è nati, perché così impongono tradizione e religione.

Le caste esistono, anche se molto edulcorate, anche nel complicato pantheon induista. Retto da Vishnu e Krishna, per alcuni accompagnati da Shiva, dominano sul resto degli Dei: questi, divisi in categorie, non hanno modo di interagire con i loro superiori, che sono costretti a servire anche se contro voglia. Scendendo dalle vette himalayane, dove risiedono gli Dei indù, si torna ai dalit umani. Che per sopravvivere devono compiere lavori impuri, come trattare la pelle delle vacche morte o pulire latrine, e che compiendo questi lavori si rendono indegni di accostarsi a tutti gli altri. Il sistema delle caste è sopravvissuto in India nonostante il clamoroso successo economico della nazione e la sua grande esposizione agli usi occidentali. Lo stesso Gandhi, che riconosceva l’ingiustizia della situazione, aveva cercato di scardinare dall’interno questa realtà. Coniando per i dalit il termine harijan, che significa “Figlio di Dio”, aveva lanciato nei primi anni ’30 una campagna sociale mirata a risollevare le sorti degli intoccabili. Inutilmente. Nonostante il concetto

Il Bahujan Samaj Party cerca di ridare dignità a quelli che tradizione e religione hanno per millenni tenuto alla fine della scala sociale. Un progetto guidato da una Dea vivente, che rischia molto tar Pradesh, lo Stato più popoloso dell’Unione. Amata e conosciuta come nessun altro politico sulla scena nazionale (i suoi elettori sono pari agli abitanti del Brasile, circa 190 milioni di persone), la signora guida il Bahujan Samaj Party. Compagine politica che già dal nome - letteralmente “Il Partito della società dei dalit”- esterna la sua missione sociale: dare dignità alla classe più maltrattata del Paese. I dalit sono infatti i fuori casta, gli “intoccabili” della società indiana, che rappresentano il 16 per cento della popolazione totale. Si tratta di 170 milioni di persone sparse per tutta l’Unione, costrette da usi e tradizioni secolari - legate al nazionalismo e alla religione indù - a svolgere soltanto i lavori più umili e a convivere con una discriminazione sociale che non ha eguali nel continente.

Il sistema delle caste, in vigore da tremila anni, prevede infatti che al vertice della scala vi siano i bramini (sacerdoti dell’induismo), seguiti dai guerrieri, dagli agricoltori e dagli operai. Per capire meglio si può

di “intoccabilità”sia stato abolito formalmente dalla Costituzione indiana, stilata nel 1950 dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, la Commissione Onu per le discriminazioni razziali l’ha definito lo scorso anno “sostanzialmente sopravvissuto”. Ora il sogno di Gandhi viene raccolto dalla Mayawati. Eletta per la prima volta alla massima carica dell’Uttar Pradesh nel 1995, è stata la prima dalit a guidare uno Stato indiano.

Il sogno di Kuma

di Vincenzo Fa

Elezioni

I concorrenti pericolosi

Da allora è stata rieletta già quattro volte, con un consenso elettorale che ha mantenuto una crescita costante nel corso degli anni. Il magazine Time l’ha inserita fra le quindici persone più influenti dell’India, mentre per il New York Times si tratta della figura politica “più interessante del nuovo secolo”. Nata 53 anni fa alla periferia di Delhi, dove la sua famiglia gestisce una conceria di pellame (una delle attività più impure del panorama economico indiano), la “Dea vivente” è stata trascinata in politica dopo gli studi (interrotti) di Giurisprudenza e una breve carriera nel

ono sostanzialmente tre i candidati alla poltrona di primo ministro, per la quale l’Unione indiana voterà nel 2010. Il primo è Manmohan Singh, nato a Gah il 26 settembre 1932, è un economista e politico indiano. Attualmente ricopre la carica di primo ministro dell’India, cui è stato eletto il 22 maggio 2004. È membro del Partito del Congress indiano, guidato da Sonia Gandhi. Dopo gli studi in Economia e Finanze in India ed Oxford, entra a far parte del Fondo Monetario Internazionale, da cui esce per ricoprire diversi incarichi nelle Nazioni Unite ed infine entra in politica negli anni ’90 del XX secolo. Dal 1991 al 1996 è stato ministro delle Finanze e ha varato im-

S

portanti riforme per il Paese. Sposato dal 1958, è padre di tre figlie ed è di religione sikh. Dopo di lui c’è Rajnath Singh.

Attualmente presiede il Bharatiya Janata Party, il partito di ispirazione fondamentalista e nazionalista che predica il ritorno alla vera fede e all’amore per l’India. Nato a Varanasi nel 1951, è considerato l’ideologo del moderno fondamentalismo indù. Dopo una serrata battaglia con il Congress, è riuscito a far approvare una normativa che depenalizza l’intervento armato dei membri dell’Rss, il braccio armato del suo partito. Corre da primo ministro, ma non è esclusa una sua sostituzione all’ultimo momento.


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candidatura ai vertici dello Stato. Fra minacce, integrazione e speranze di vittoria Una madre dalit con il figlio piccolo. Sotto, Kumari Mayawati, leader dei fuori casta, e l’attuale primo ministro indiano Manmohan Singh

però si sono indebolite nel corso di una trentennale guerra reciproca senza esclusione di colpi. Secondo Rasheed Kidwai, analista politico e autore di diversi saggi sull’India, «l’Uttar Pradesh elegge, da solo, 80 parlamentari all’Assemblea nazionale. Se anche il suo partito dovesse mandarne la metà a Delhi, sarebbe in un’ottima posizione per ottenere la carica di premier». I dalit, aggiunge Kidwai, «hanno raggiunto alte cariche nel panorama istituzionale dell’Unione, ma non hanno mai raggiunto tali vette. Anche soltanto la sua corsa politica ha un valore molto importante per tutti, non solo per gli intoccabili». La Mayawati è stata oggetto di diverse campagne denigratorie, orchestrate ad arte da entrambi i partiti rivali, che l’hanno accusata di corruzione, malversazione e sfruttamento dei dalit per scopi politici. Dalle varie inchieste nate da queste accuse è sempre riuscita a uscire in maniera limpida.

Ora deve mostrare di essere

ari, l’intoccabile

accioli Pintozzi mondo dell’insegnamento. Durante il primo mandato statale, è divenuta un’icona per il mondo degli intoccabili, che l’ha ribattezzata behenji (la “sorella”).

E, nel contempo, si è trasformata una minaccia temibile per gli altri due attori della scena politica dell’India: il laico Congress - partito di Sonia Gandhi - e il Bharatya Janata Party partito dei nazionalisti indù che fa del ritorno alla “vera fede” e dell’amore per la patria i propri cavalli di battaglia. La questione è più complicata di quanto sembri, e non riveste esclusivamente la sfera dell’agone politico. Il Bjp, infatti, attacca la presa di coscienza dei dalit - che molto spesso si convertono al cristianesimo o al buddismo proprio per sfuggire

alle repressioni sociali connesse all’induismo - perché questa potrebbe portare via un esercito di operai a basso costo. Costretti per nascita a servire senza alcuna pretesa, ignorati dalle già carenti legislazioni sul lavoro in vigore in India e convinti dello scarsissimo valore

nalisti indù), che cercano di mantenere legati, con il cappio della religione, i dalit alle caste. L’Rss, un vero e proprio esercito di volontari al servizio del Bjp, individua i gruppi di intoccabili che sostengono la Mayawati e iniziano delle campagne intimidatorie per co-

I dalit indiani sono un esercito composto da 170 milioni di persone. Che lavorano come schiavi e animano il motore della crescita economica dell’India, vitale per i fondamentalisti indù della propria esistenza. Non sono rare le cerimonie di “riconversione all’induismo”condotte con la forza dal Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss, formazione paramilitare di nazio-

stringerli ad allontanarsi dalla sua lotta politica. Arrivano a bruciare villaggi e torturare gli esponenti locali del partito, proprio per spaventare a morte coloro che lo votano. Non pos-

sono fare altro, perché terrorizzati da questa rivoluzione. Senza dalit di fede indù, infatti, non può continuare lo sfruttamento della manodopera che permette a molti industriali e latifondisti indiani di perseguire grandi guadagni a poco prezzo.

La leader degli intoccabili conosce a fondo questa situazione e ha promesso in più occasioni di lottare per interrompere lo sfruttamento della sua gente. Parlando alla conferenza stampa con cui ha annunciato la sua candidatura, ha sottolineato: «Sono la vostra Dea vivente, e ho dedicato la mia intera vita al vostro benessere». Fatto questo, ha chiesto un contributo su scala nazionale al partito, «l’unico modo per poter trasferire la mia e la vostra residenza a Dalhi». I numeri le danno ragione. Diversi analisti indiani, infatti, guardano con ammirazione alla nascita di quello che definiscono «il terzo polo politico in 60 anni di vita politica». Il panorama attuale è composto dalle due formazioni politiche già presentate, che

in grado di guidare i suoi intoccabili alla massima carica dello Stato. Per farlo, deve per prima cosa unificarli e levarli dalle grinfie del Bjp, che non intende mollare con facilità la presa. E, in seconda battuta, deve presentare all’elettorato che la guarda con simpatia ma che non ne conosce a fondo le idee politiche - un piano per integrare 170 milioni di persone nell’economia di mercato senza smottamenti eccessivi. Un progetto che potrebbe sembrare irrealizzabile, ma che per la Mayawati è una missione possibile. Al suo fianco, infatti, lavorano attualmente alcuni fra i più influenti docenti del mondo indiano (di tutte le caste) che intendono spezzare il bipartitismo nazionale. E che, lungi dall’essere animati da chissà quali buone intenzioni, sperano che sia la Dea vivente a fare il lavoro sporco per loro. C’è da aspettarsi una competizione molto dura, non soltanto dal punto di vista politico. I rischi per la vita della Mayawati sono concreti, e lei lo sa. In più occasioni ha chiesto a quelli che definisce “i suoi bambini” di «vigilare sulla sua sicurezza senza mettere a rischio la loro». D’altra parte, la storia politica dell’India e del vicino Pakistan è piena di martiri non voluti: l’ultima, Benazir Bhutto, ha pagato con la vita il proposito di cancellare la pseudo-dittatura militare di Musharraf e l’aumento dell’islamismo, mentre Indira Gandhi ha bruciato la sua esistenza sulla pira dell’integrazione religiosa. Una sorte che la campionessa dei dalit può evitare soltanto vincendo, o ritirandosi dalla lotta quando è ancora possibile.


mondo

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Russia. Ecco perché, cifre alla mano, non ci sono rubli per il riarmo militare annunciato dal presidente

Mosca, burro e cannoni Medvedev attacca l’espansione della Nato e annuncia investimenti nella difesa. Dal 2011 di Stranamore e parole del presidente Dmitri Medvedev fanno inorgoglire e sorridere i vertici delle forze armate riuniti al Cremlino. Il discorso ufficiale parla di una nuova strategia di difesa, in corso di approvazione da parte del Consiglio della Sicurezza Nazionale e che consentirà alla Russia di affrontare tutte le minacce fino al 2020 e soprattutto preannuncia un formidabile sforzo bellico volto a rinnovare e a migliorare l’efficienza dello strumento militare, a partire dalla forze nucleari strategiche, ma senza trascurare quelle convenzionali. Questo perché ci sono troppi focolai di crisi, che possono degenerare in conflitti anche seri su scala regionale, senza dimenticare la minaccia del terrorismo e «i tentativi della Nato di ampliare la propria presenza ai confini con la Russia». Medvedev precisa che la nuova corsa agli armamenti sarà avviata dal 2011, il che non sorprende, visto che la crisi finanziaria globale ed il crollo del prezzo delle materie prime ed in particolare del petrolio e del gas stanno avendo un effetto devastante sulla economia russa. Ec-

L

co perché anche Stranamore non si allarma davanti allo spettro del riarmo russo: Mosca non può permettersi burro e cannoni. Forse neanche più il burro, almeno per i prossimi anni.

I bellicosi progetti Russi sono quindi rimandati ad un futuro a medio termine. Già, perché per il prossimo triennio la Difesa russa dovrà tirare la cinghia: il governo ha deciso un taglio delle

le esercitazioni, per le operazioni reali, per la manutenzione e per i pezzi di ricambio. In parole povere le forze armate saranno meno efficienti, anche se Medvedev dice il contrario. Il bilancio ufficiale della difesa per il 2009 ammonta a 1.44 trilioni di rubli. Una cifra che sembra immensa, ma che vale poco più di 40 miliardi di dollari. Di questi il 36% è dedicato ad ammodernamento dei materiali e acquisto

Al Pentagono, più che il revanscismo militare russo, preoccupa la decisione cinese di aumentare il proprio bilancio della difesa del 15% anche quest’anno, crisi o non crisi. Fa bene spese statali del 15% per il 2009. La Difesa riuscirà a scamparla, ma solo in parte: subirà infatti un taglio dell’8%, che sarà concentrato sulle spese di esercizio e funzionamento, preservando gli investimenti in nuovi armamenti e, naturalmente, gli stipendi e le pensioni dei militari. Proprio come sta avvenendo in Italia. Però il taglio non sarà indolore: ci saranno meno soldi per l’addestramento, per la preparazione, per

di nuovi sistemi, il 40% al personale e solo il 24% per operazioni e esercizio. Di per sé le percentuali non sono poi così catastrofiche (quelle del bilancio italiano della difesa sono molto peggio) però i soldi a disposizioni sono davvero pochissimi. E il fatto che il bilancio difesa possa salire a 1,5 trilioni il prossimo anno e a 1,6 trilioni nel 2011 non consola, perché il rublo continua a deprezzarsi, mentre l’inflazione

Italia. Le forze armate non sono una voce di spesa: investire in un forte programma aeronautico serve al Paese

Dire sì agli F35 è importante quanto la Tav di Mario Arpino segue dalla prima Ora vedremo il prosieguo, perché, nei prossimi giorni, in commissione si dibatterà sulla luce verde finale al grande programma aeronautico F. 35 Joint Strike Fighter. Tutte le considerazioni sono ovviamente lecite, ma bisogna fare mente locale sul fatto che la materia offre il fianco a valutazioni di tipo ideologico, ampiamente sfruttate. E ciò è male. Le accuse dei detrattori, ovvero di coloro che con il pretesto della crisi intravedono un’ottima occasione per affossare in toto o in parte questo programma, sono presto riassumibili. Vediamole: «È un caccia bombardiere, quindi cattivo e contrario alla natura pacifica dei nostri interventi. È americano, quindi colonizzatore di industria e dottrina. Si sovrappone al program-

ma europeo Typhoon. Ucciderà la nostra progettualità. Altri Paesi hanno scelto di dotarsi di un’unica linea da combattimento, e non due». Ragioniamo allora con un po’ di ordine. L’osservazione che è “cattivo” svela una prima componente ideologica e nega la tipologia “cacciabombardiere” all’inventario delle forze armate, delle quali tuttavia si condivide la “missione di pace”.

Ricordiamo qui che in Afghanistan il supporto aero-tattico che ha sinora scongiurato l’isolamento delle forze sul campo, in assenza di velivoli italiani, è stato affidato a cacciabombardieri inglesi, olandesi, americani e francesi, oltre che a pochi elicotteri armati nazionali, mentre la ricognizione viene ora svolta da due nostri Tornado e da alcuni Predator a pilotaggio remoto. Se le

attuali “missioni internazionali” faranno parte anche in futuro della nostra politica estera, sono esigenze che continueranno. Il fatto che F. 35 Joint Strike Fighter sia di concezione americana, il secondo ostacolo ideologico, non è un limite visto che si è provveduto per tempo a far partecipare un centinaio dei nostri ingegneri alla fase di sviluppo. È stata anche concordata un’industrializzazione del programma in Italia, e ciò consentirà una seria sovranità operativa. In quanto alla presunta sovrapposizione con il Typhoon, va spiegato che il primo è un caccia di quarta generazione, e il secondo un cacciabombardiere della quinta. Quindi, mentre il primo è un pregevolissimo “oggetto” che fa difesa aerea, il secondo è un “sistema” di oggetti e di sensori aerei, spaziali e terrestri integrati tra loro in

chiave net-centrica, a livello di teatro. Il che significa che ogni missione nasce già integrata in un sistema interalleato che va dalla pianificazione degli obiettivi alla loro assegnazione, dalla circolazione in tempo reale delle informazioni operative ai rapporti post missione. Durante la prima guerra del Golfo, la mancanza di questo tipo di sistema era stata la causa prima dello spreco di circa un quarto delle sortite. È quindi chiaro che chi partecipa al programma ha anche le carte in regola per entrare, con hardware e know-how, nel futuro network globale. Partecipare significa


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quest’anno sarà all’8,5%, per poi scendere (per via della recessione) al 7% nel 2010 e al 6,8% nel 2011. Si, il bilancio effettivo della difesa è più consistente e la Russia sostiene di voler investire nell’ammodernamento nel prossimo triennio almeno 4 trilioni di rubli, tra i 115 ed i 140 miliardi di dollari. Sulla carta sono tanti soldi. Ma solo sulla carta.

Non è un caso se il ministro della difesa russo, Anatoli Serdyukov, dice che non si deve fare economia a discapito della sicurezza nazionale e che bisogna smettere di riparare i vecchi sistemi ed armamenti, acquistandone invece di nuovi. Non si può che concordare, solo che questo fino ad oggi non è avvenuto, né potrà avvenire in futuro. Lo stato dell’apparato militare russo è infatti ancora carente. I progetti di sviluppo di nuovi sistemi d’arma procedono molto lentamente e sono contrassegnati da continui ritardi e problemi tecnici. Mosca punta primariamente all’arsenale nucleare perché le forze nucleari giustificano lo status di grande potenza sono molto meno costose da realizzare e mantenere rispetto a forze convenzionali moderne.Tuttavia anche i programmi nucleari russi procedono a fatica. In particolare i progetti per i nuovi missili balistici intercontinentali lanciati da sottomarino, i Bulava, sono regolarmente afflitti da incidenti e fallimenti nelle campagne di lancio sperimentale. Va un po’ meglio per i missili basati a terra, anche perché si tratta di versioni evolute di missili già in servizio. E i famosi bombardieri che potrebbero andare a Cuba o Venezuela? Sono tutti reduci della Guerra Fredda e per racimolare qualche nuovo velivolo si usano i pezzi “avanzati” rimasti nelle fabbriche o i proto-

possedere le chiavi della rete, non partecipare significa non solo rinunciare all’ oggetto velivolo, ma auto-escludersi dal sistema.

Si potrà allora obiettare, terza osservazione di profilo ideologico, che questa acquisizione presuppone una netta scelta di campo. La risposta è un sì tondo, che legittimamente a qualcuno può non piacere. Ma questo è un problema politico, e le varie legislature, a maggioranza di destra o di sinistra, non hanno mai messo in dubbio la scelta atlantica. In ogni caso, non vi è alcun impedi-

mento a che Jsf, sia pure con capacità degradate, possa essere usato in modalità stand alone per peculiari esigenze nostrane. Alcune nazioni, come Francia e Germania, che al momento non partecipano, stanno puntando a integrare in futuro Rafale e Typhoon con grandi velivoli da attacco e ricognizione a pilotaggio remoto, come il progetto Neuron francese o il Global Hawk americano, ma anche questi, per operare, dovranno comunque essere inseriti o inseribili nel network. Ritornando alla crisi economico-finanziaria, questa non si combatte certo distribuendo soldi a pioggia, a industria e privati cittadini, attraverso programmini che non fanno sistema. Se ciò è vero, le risorse potranno certo influenzare l’ampiezza dei programmi, ma mai la loro qualità.

Si combatte invece trasformandola in opportunità, investendo le risorse che ci sono in opere che modernizzino il Paese e ne consentano sviluppo e inserimento in tutti settori, creando lavoro e credibilità, offrendo così anche alle medie e

piccole industrie la possibilità di contribuire alle grandi imprese. Se ciò vale per tutti i settori, vale anche per le forze armate, che non possono essere considerate sempre e solo un costo. Un grande programma aeronautico a questi fini va considerato alla stregua dei Tav, di un ponte sullo stretto, della rete viadotti e autostrade, delle centrali energetiche e della diga mobile sulla Laguna. È in questo caso che anche l’F. 35 Joint Strike Fighter può divenire una delle nostre opportunità maggiori. Se avremo il coraggio di dar seguito agli accordi secondo i quali gli Stati Uniti hanno già dato l’assenso alla costruzione del centro di assemblaggio finale e a quello di manutenzione, riparazioni revisioni e aggiornamento del velivolo sulla base di Cameri (Novara), dove già esistono i centri militari di manutenzione per Tornado e Typhoon, avremo effettivamente trasformato la crisi, almeno per gli aspetti industriali, militari e aeronautici, in una grossa opportunità. L’unico centro di eccellenza di questo genere e con queste capacità presente in Europa - l’altro sarà negli Stati Uniti - sarebbe in Italia, e ad esso farebbero

tipi a terra da decenni. Non vanno sottovalutati, per carità, ma non c’è davvero niente di innovativo. E Mosca sarebbe ben lieta di poter negoziare con Obama una drastica riduzione della consistenza dell’arsenale strategico: tanto il numero di missili e testate si ridurrà, con o senza accordo.

Le forze convenzionali stanno ancora peggio, a dispetto dei tentativi di riforma e riorganizzazione, specie a seguito delle lezioni apprese in Georgia. Ma il grasso da tagliare per ridare efficienza alle Forze terrestri e all’Aeronautica è ancora tanto e richiede scelte impopolari, come quella di mandare a casa ben 185mila dei 335mila ufficiali, compresi 230 dei 1.100 generali ed ammiragli. Non solo, l’industria bellica russa non produce nuovi sistemi d’arma per le forze armate di casa, al massimo aggiorna gli armamenti già in servizio, in qualche caso da decenni. I soldi per la ricerca e sviluppo più che altro arrivano dai clienti stranieri. Ma c’è un limite a quanto si può “spremere” da progetti che hanno 25 o 30 anni. Ad esempio tutti attendono il nuovo aereo da combattimento PAK-FA/T-50, che dovrebbe essere svelato in agosto, ma la Russia non ha i soldi per continuarne lo sviluppo a ritmi “nornali” e per questo ha offerto all’India di partecipare all’iniziativa, offrendo tecnologia in cambio di soldi. In molti altri settori la situazione è ancora più critica. Le capacità tecniche e i cervelli non mancano, ma il settore industriale, a dispetto dagli sforzi di Putin, non è competitivo. Ecco perché al Pentagono più che al revanscismo militare russo desta più preoccupazione la decisione cinese di aumentare il proprio bilancio della difesa del 15% anche quest’anno, crisi o non crisi.

necessariamente capo, per la durata di una vita operativa quarantennale, tutti gli F. 35 europei e quelli americani stanziati in Europa. Basta solo un po’di lungimiranza, che sinora c’è sempre stata. L’operazione, oltretutto, sarebbe in linea con la nuova filosofia manutentiva verso cui ci si sta avviando in ambito europeo, che prevede una logistica comune alle tre forze armate per classi omogenee di mezzi.

Se invece vogliamo accontentarci della politica del risparmio tout court, altre mezze-soluzioni ci sono. Con ingenti costi non ricorrenti e senza benefici di lungo termine, si potrebbe trasformare in cacciabombardiere il Typhoon, che è nato per la difesa aerea. Oppure, rinunciando ai benefits, si potrebbe comperare direttamente negli Stati Uniti solo un piccolo numero di F.35 della versione B, attendendo i risultati dello sviluppo. Ma sono soluzioni che mortificherebbero la capacità conseguita dalle nostre industrie e che, in prospettiva, sterilizzerebbero per sempre la progettualità e il know-how di un paio di generazioni di ingegneri.


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pagina 16 • 18 marzo 2009

Madagascar. Si dimette Ravalomanana. Il leader dell’opposizione, Rajoleina, entra negli uffici presidenziali

È guerra fra i golpisti di Antananarivo di Franz Gustincich ndry Rajoleina potrebbe essere il nuovo presidente del Madagascar. Il condizionale è d’obbligo, stante la situazione di caos seguita a quello che potrebbe essere stato il golpe più caotico degli ultimi anni. E il presidente del Madagascar Marc Ravalomanana, 59 anni, dalla residenza di Iavoloha, a 12 chilometri dalla capitale Antananarivo, dopo aver dichiarato di essere pronto a morire insieme al centinaio di fedelissime guardie presidenziali, piuttosto che dimettersi, lo ha fatto. Consegnando il potere nelle mani dell’ammiraglio Hyppolite Ramaroson, il militare più alto in grado del Madagascar, che già il 14 febbraio scorso, in una riunione con il Presidente, aveva dichiarato che le forze armate sarebbero potute intervenire, in assenza di un accordo tra i due contendenti, e di fronte ad un ulteriore deteriorarsi della situazione. Lo scorso sabato, Marc Ravalomanana, aveva chiesto aiuto all’esercito per ripristinare la legalità. Nella notte di lunedì i militari avevano fatto irruzione, occupandole, nelle sedi del governo e della banca Centrale, schierandosi però con la piazza dei manifestanti, guidati dall’autoproclamato leader dell’opposizione, Andry Rajoleina, sindaco della capitale, forzatamente

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dimessosi per decreto presidenziale. Rajoleina, 34 anni, scortato dai militari, è entrato negli uffici presidenziali - dove ha ricevuto le dimissioni di otto ministri del governo in carica - dichiarando la nascita di un governo provvisorio che dovrebbe arrivare a nuove elezioni «entro 18 mesi, al massimo 24». Sebbene l’ex sindaco di Antananarivo si sia autoproclamato Presidente, si attende la conferma di Ramaroson, che ora è l’ago della bilancia. Ravalomanana, infatti, nel consegnare il potere all’ammiraglio, ha preferito indicare quale suo successore un non meglio definito “direttorio militare”, per non nominare direttamente né l’ammiraglio né, tantomeno, il suo rivale

rigi (il Madagascar è stato colonia francese fino al 1960) ha chiesto a tutti i francesi, villeggianti e residenti, di non uscire la sera, ipotizzando una resipiscenza delle violenze.

Lo scontro tra la massima autorità dello Stato e la piazza è durato tre mesi, ha provocato un centinaio di morti - trenta dei quali falciati da una mitragliata partita dalla guardia presidenziale - ed un serio aggravamento della crisi economica, casus belli della protesta. Nel 2008, una serie di cicloni avevano spazzato via l’80% delle colture di riso, che in Madagascar è l’alimento base e, per circa il 30% delle famiglie, l’unico alimento. Inevitabile il ricorso all’importazione e il conseguente aumento del prezzo che ha raggiunto il 200%. Il malcontento della popolazione all’aumento, spesso indiscriminato, di tutti i generi di prima necessità, si è inserita nelle accuse che l’opposizione ha fatto al Presidente, di malversazione, conflitto d’interesse, in poche parole di aver utilizzato il suo ruolo istituzionale per i propri affari personali. La crisi che ha investito il Madagascar è solo una delle tante che sta attanagliando l’Africa. Il crollo dei prezzi delle materie prime da esportazione, sta accompagnando l’incremento di quelle dei prezzi dei generi di prima necessità. Le accuse di interessi privati fatte ai governanti dalle opposizioni di molti Paesi, sta valicando i recinti della politica per coinvolgere le piazze. È la fame che genera le proteste.

La nomina dell’ammiraglio Ramaroson rigettata dal sindaco della capitale. Il potere ora nelle sue mani. L’Ua: incostituzionale Rajoleina. Ancora non del tutto chiaro il ruolo delle forze armate: golpisti da un lato, garanti della stabilità e della democrazia dall’altro. La tendenza di tutte le forze in campo sembra improntata ad una soluzione pacifica e quanto più possibile democratica, mentre l’Unione Africana chiede il ripristino della legalità, ma è ancora troppo presto per fare ipotesi sul futuro. Intanto si iniziano a tirare le somme del costo di questi tre mesi di proteste e di violenze: il turismo - che rappresenta per l’isola un’importantissima entrata economica - è bloccato. Le prenotazioni sono state quasi tutte annullate e il ministero degli Esteri di Pa-

Medioriente. Si alza il livello della minaccia iraniana in Iraq con l’uso di aerei senza pilota tipo Ababil-3

Lo spionaggio aereo di Teheran di Pierre Chiartano erei spia di Teheran sorvolano l’Iraq. «Una presenza non è accidentale», così hanno dichiarato fonti ufficiali irachene, commentando l’abbattimento di un aereo senza pilota. È successo solo sessanta miglia a nord-est di Baghdad. È stato abbattuto «ben all’interno dello spazio aereo iracheno» da una coppia di caccia della coalizione multinazionale che si è portata a distanza utile per un’identificazione visiva. I piloti, nel rapporto, hanno confermato che non si trattava di un aeromobile appartenente alla forze alleate. Ufficialmente la notizia è stata confermato solo lunedì, ma l’episodio risalirebbe al mese scorso (25 febbraio, fonte Pentagono). L’aeromobile sarebbe precipitato nei pressi della cittadina di Mandali, senza causare danni collaterali, affermano fonti ufficiali del dipartimento della Difesa americano. Solo pochi giorni fa, il segretario alla Difesa Usa, Robert M. Gates aveva sottolineato come l’Iran «ponesse delle serie minacce alla sicurezza irachena». È un salto qualitativo della minaccia iraniana. Il lancio e la gestione della missione di questi mezzi, anche solo per la ricognizione aerea, coinvolge più uomini

A

e mezzi. Il decollo avviene da rampe binate, con un piccolo razzo ausiliario. Dopo si mette in moto il leggerissimo e silezioso motore bicilindrico che fa volare l’Ababil-3. Una piccola stazione di comando e controllo con un radar segue le manovre e lo pilota a distanza.

Questo uccello che spia, sente e registra è un drone.Tecnicamente si chiama Unmanned aerial vehicle (Uav) aereo senza pilota, abbastanza piccolo e veloce da avere una bassa traccia radar, poco costoso in caso venga abbattuto. Come è avvenuto per quello precipitato in Iraq. La difesa aerea coordinata dalle forze statunitensi, dopo circa un’ora e dieci, tanto è durata l’intrusione dello spazio aereo dell’Uav proveniente dall’Iran - quasi al limite della propria autonomia - ha deciso di abbatterlo. Lungo meno di tre metri e con un’apertura alare di poco differente, può diventare un’arma insidiosa, se utilizzato in contesti e con finalità differenti dalla semplice ricognizione aerea. Pare che ben 12 di questi esemplari siano stati forniti da Teheran a Hezbollah e già nella guerra libanese

dell’estate del 2006 ne sia stato tentato un utilizzo poco ortodosso.Tre Ababil-3 lanciati da rampe a sud del fiume Litani, erano stai caricati con 45 chilogrammi di esplosivo e volavano a circa 300 chilometri all’ora (165 nodi) con rotta 190 gradi. Diretti verso obiettivi sul territorio israeliano, avrebbero svolto la funzione di armi kamikaze. Questa volta senza nessuno shadid a bordo. L’intervento dei caccia di Gerusalemme avrebbe impedito il buon esito dell’operazione. Il problema dell’utilizzo dei

Un drone è stato abbattuto «all’interno dello spazio aereo iracheno» da una coppia di caccia della coalizione mezzi aerei, anche piccoli, da parte di organizzazioni terroristiche è un tema cruciale fin dagli anni Ottanta, quando si temeva che l’allora Plo potesse costituire una piccola flotta di monomotori a elica, per azioni suicide. Nelle scuole di volo Usa spesso l’ufficio immigrazione, su segnalazione dell’intelligence, effettuava controlli e capitava che qualche allievo pilota, con passaporto siriano o libanese, venisse rispedito a casa.


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18 marzo 2009 • pagina 17

Canada. Davanti a un pubblico di 1500 persone l’ex presidente Usa ha esordito ieri nella sua nuova veste di conferenziere

La prima volta di George W. Bush di Luisa Arezzo hhatcher, Kissinger, Blair, Clinton (Bill), Al Gore, Gorbaciov: e adesso anche George W. Bush. L’ex presidente Usa, ieri a Calgary, in Canada, è ufficialmente entrato nella seconda fase della sua vita, quella di conferenziere. La notizia circolava già da settimane, ed era stata annunciata con un comunicato ufficiale dello suo staff. Motivo di tanta solerzia? Mettere fine alle speculazioni sul presunto cachet chiesto dall’ex presidente per la sua nuova attività. Le voci oscillavano fra i 500mila e il milione di dollari, ma nonostante la netta smentita di un simile compenso, non è stato dichiarato - pubblicamente - alcuna cifra standard. Anzi, per l’incontro di ieri, rigorosamente a porte chiuse per pubblico e stampa, rivolto a 1500 persone selezionate dalla Camera di Commercio canadese, Bush non avrebbe preso - parole di Andy McCreath e Christian Darbyshire, organizzatori dell’evento - nemmeno un dollaro. Potrebbe essere. Ma certo è stata fatta un’eccezione. Non è un mistero, d’altronde, la redditizia attività a cui gli ex grandi della Terra si dedicano una volta usciti dalle stanze dei bottoni.

T

Prendiamo Tony Blair, che ha appena firmato un contratto da superconsulente per la banca d’affari americana Jp Morgan che gli frutterà un milione

IL PERSONAGGIO

di dollari all’anno. E che, per una conferenza, non chiede mai meno di 250mila dollari. Oppure l’ambientalista premio Nobel, presidente mancato, Al Gore, finito al centro di numerose proteste (soprattutto in tempi di crisi) per i suoi compensi da oratore, in bilico fra i 100mila dollari (in casa) e i 400mila (all’estero). Stessa storia per l’ex presidente dell’Unione Sovietica Michail Gorbaciov, che dopo aver fondato la sua Green Cross International a Ginevra, un’organizzazione a difesa dell’ambiente, scrive articoli a peso d’oro e si concede a iniziative pubbliche per somme da capogiro: 500mila dollari.

estromissione, in soli undici giorni a Tokio incassò più che in undici anni al potere, cioé un milione di dollari per cinque discorsi lunghi e otto brevi in meeting con manager. E negli ultimi anni, malattia permettendo, il suo cachet non ha mai smesso di crescere. Dai 30 mila dollari ai 50 mila, fino ai 200 mila dollari che pare siano il suo compenso medio attuale. Ci sono poi casi “diversi”, come quello dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroder, che all’indomani della sua fuoriuscita ha intrapreso una diversa carriera professionale: superconsulente per il gasdot-

Per un dibattito Blair prende 250mila dollari, Al Gore 400mila, Gorbaciov 500mila. Clinton non prende più nulla

Il trend, però, viene da lontano ed è stato inaugurato da due protagonisti eccellenti degli anni Ottanta: la britannica Margaret Thatcher e l’americano Henry Kissinger. La lady di ferro è stata il conferenziere meglio pagato al mondo (insieme a Kissinger) e ha messo da parte, sotto l’etichetta della sua Thatcher Foundation, un patrimonio molto consistente. Dati alla mano, nel ’91 Maggie (come la chiamavano gli amici) incassò 6 miliardi per la sua autobiografia, pagati dall’editore Rupert Murdoch. E poi diede il via a un altro grande filone: le conferenze a pagamento. Subito dopo la sua

to sotto il Baltico e per il colosso russo (di putiniana volontà) del gas Gazprom (il cui progetto, da cancelliere aveva contribuito a far approvare). Non il massimo dello stile. L’esatto contrario di Bill Clinton, che per vedere Hillary segretario di Stato ha dovuto rinunciare al pagamento dei suoi tanti discorsi in giro per il mondo (solo nel 2006 “racimolò” 5,7 milioni di dollari). Il motivo? Le imprese pronte a pagarlo avrebbero potuto fare un domani pressione su sua moglie.

Martin McGuinness. Il numero 2 del Sinn Fein è uno dei maggiori esperti di conflitti religiosi. Ieri Obama gli ha chiesto dei consigli

Dall’Ulster alla Casa Bianca (tinta di verde) di Silvia Marchetti a Casa Bianca va a “scuola”di peacebuilding dagli irlandesi. Ieri il presidente americano Barack Obama, in occasione del giorno di San Patrizio, oltre ad indossare un cravatta verde trifoglio e a far sgorgare acqua verde dalle fontane, ha incontrato a Washington il premier irlandese Brian Cowen, il “first minister”dell’Irlanda del Nord, Peter Robinson, e il suo vice, il cattolico Martin McGuiness del Sinn Fein, braccio politico dei repubblicani al quale si rifanno ideologicamente i miliziani dell’Ira. L’uomo, numero 2 del movimento alle spalle di Gerry Adams, ha una lunga esperienza nel gestire i conflitti etnici e religiosi affrontati gli anni bui dei Troubles e i disagi civili che da decenni infiammano l’Irlanda del Nord.

sud) e perfino in Spagna, alle prese (nuovamente) con i gruppi separatisti baschi. Tutti conflitti tanto intricati quanto quello irlandese, se non peggio. Negli anni passati Martin McGuinness è stato più volte ascoltato anche da George W. Bush, ma fonti interne alla Casa Bianca sostengono che l’ex presidente guerrafondaio non abbia mai preso in considerazione i consigli del collega irlandese.Tra i suggerimenti ripetuti più volte e ribaditi ieri da McGuinness agli americani, la volontà dei negoziatori di «essere molto, molto tenaci e decisi».

L

Obama, multilateralista ed europeista, ha approfittato dell’incontro per chiedergli un expertise su come risolvere altre aree di crisi quali Iraq, Afghanistan e Palestina. Insomma, vuole sapere quale lezione trarre dalla gestione del conflitto interno all’Ulster. Già in passato i leader del Sinn Fein sono stati consultati da altri Paesi in crisi e zone calde del pianeta. L’esperto numero uno è proprio Martin McGuinness, un ex comandante delle brigate repubblicane che dopo anni di lotta ha deposto le armi e ha deciso di indossare i panni politici. Oggi è il più importante leader cattolico nel governo dell’Irlanda del Nord, un personaggio ambiguo

Ha prestato consulenza in Iraq, (sia agli Usa che a Baghdad), in Sri Lanka, nelle Filippine, in Spagna e in Oriente che gira spesso il mondo per fornire preziosi consigli ai capi di Stato interessati alla sua lunga esperienza nei processi di pace. Ha prestato consulenza in Iraq, agli ufficiali americani e ai politici iracheni, in Sri Lanka dove i Tamil minacciano la stabilità del Paese, nelle Filippine (anch’esse colpite da gruppi rivoltosi islamici attivi al

È da settimane che i leader dello Sinn Fein dovevano recarsi a Washington, ma i recenti attentati per mano dell’Ira hanno ostacolato la loro partenza. La consultazione di San Patrizio - giorno che ricorda l’amicizia storica tra Irlanda e America - rientra così nella serie di expertise nella risoluzione dei conflitti per cui i leader dell’Ulster sono ormai famosi e richiestissimi ovunque. Poco importa se poi non nascondino una certa ambiguità nel condannare i recenti attentati contro i due ufficiali britannici, che hanno riportato l’Irlanda del Nord nella morsa del terrorismo. McGuinness si è limitato a dire che «tradiscono la volontà di pace del popolo irlandese». E Gerry Adams, incontrando già lunedì il segretario di Stato Hillary Clinton, ha detto che «forse non abbiamo tutte le soluzioni a portata di mano, ma abbiamo il dovere di assistere chi ce lo chiede».


cultura

pagina 18 • 18 marzo 2009

Polemiche. Il racconto sulla scoperta del ritratto presta il fianco a qualche dubbio e demolisce il fascino che accompagna i grandi del passato: il mistero

Molto rumore per William Le rivelazioni del quotidiano “Times” sul vero volto di Shakespeare e le leggende sul drammaturgo inglese di Massimo Tosti tempo di ritratti. Dopo le scoperte di Piero Angela su Leonardo da Vinci, qualche giorno fa – con grande clamore e in modo un po’ teatrale – l’austero Times di Londra ha rivelato di aver scoperto il vero volto di William Shakespeare. Nel senso che sarebbe venuto alla luce l’unico ritratto del genio di Stratford on Avon dipinto quando egli era ancora in vita. La teatralità (del tutto congrua al personaggio) è nella scelta di dare l’annuncio e rinviare al giorno dopo la diffusione della foto del dipinto: per accrescere l’attenzione. Uno spot pubblicitario che, però, non ha convinto eccessivamente. Per dare credito allo scoop, il quotidiano londinese si è affidato alla consulenza di Stanley Wells, docente alla Birmingham University, considerato il massimo esperto di Shakespeare al mondo. Ma il racconto imbastito intorno a questa scoperta presta il fianco a qualche dubbio e – soprattutto – demolisce uno degli elementi di fascino che accompagna, da sempre, la vita dei grandi del passato: l’alone di mistero.

È

Alla fine del XVIII secolo l’editore George Stevens scrisse testualmente: «Tutto quel che sappiamo di Shakespeare è che nacque a Stratford on Avon, lì si sposò ed ebbe dei figli, andò a Londra dove iniziò come attore, e scrisse drammi e poemetti, fece ritorno a Stratford, fece testamento e morì». Un ritratto essenziale, l’unico possibile se ci si voglia attenere ai fatti accertati. Si sa molto di più di Dante Alighieri, che pure visse due secoli prima. Le fonti sono contraddittorie, le leggende e i pettegolezzi privi di fondamento si mescolano con le pochissime notizie a disposizione. Non si conosce con esattezza la data di nascita, ed è oggetto di dubbi persino il cognome della moglie. Probabilmente c’è di mezzo anche lo zampino di William, che ci teneva a circondarsi di mistero, avallando dicerie che riguardavano il suo passato e smentendo (o cancellando) episodi veri, ma banali. La personalità di un Genio fatica a riconoscersi nella banalità. Che William Shake-

speare fosse un genio non è proprio il caso di dubitarne. Il suo nome s’identifica ancor oggi con il teatro. Le sue tragedie, e le sue commedie, figurano nei cartelloni di tutte le compagnie del mondo.

Non c’è grande attore che non si sia misurato con Amleto, con Macbeth o con Otello. E chi non s’è misurato con loro difficilmente ottiene il titolo di grande attore. Non si sa con certezza in che anno

La fila di candidati al suo patrimonio poetico s’apre con Bacone ma passa anche per Ben Jonson, il 17esimo conte di Oxford, il quinto di Rutland e Sir Edward Dyer Shakespeare si sia trasferito a Londra e abbia cominciato a scrivere per il teatro. La cronologia ufficiale è quella indicata da Edmund Chambers nella più completa biografia scespiriana (pubblicata nel 1930): in essa il primo dramma (Enrico VI, parte seconda) viene datato al 1590-1591, quando William aveva ventisei anni. Sempre che sia stato veramente Shakespeare a scrivere le opere di Shakespeare. Da secoli vengono espressi dubbi in materia. E – se pure tali ipotesi siano, alla prova dei fatti, risibili – è doveroso tenerne conto.

La fila degli scettici è guidata, d’ufficio, dai cosiddetti baconiani, gli studiosi che attribuiscono la paternità di tutte le opere di Shakespeare a Francis Bacon, filosofo, inventore della scienza moderna, autore del Novum Organon e Lord Cancelliere sotto Giacomo I. Bacon era senza dubbio un genio, ma questo non è sufficiente per attribuirgli una doppia genialità. Aveva già tanto da fare per proprio conto per ritenere valida l’ipotesi che – di notte, o nei ritagli di tempo – scrivesse l’Amleto o Molto rumore per nulla. I baconiani sostengono che il teatro era una professione disdicevole e un uomo della statura di Bacon non poteva che nascondersi dietro l’identità di un giovane e promettente attore della compagnia del Ciambellano per far sì che le sue opere fossero messe in scena. Una specie di prova diabolica al contrario: Bacone non poteva esporsi, e quindi è lui l’autore. La più divertente (e singolare) prova a sostegno della loro tesi viene da un anagramma. È stupefacente come i critici (esperti, magari, di enigmistica) attribuiscano agli autori esaltanti capacità di mimetizzazione. In Pene d’amore perdute, il clown Costard (in molte traduzioni italiane indicato come Trullo (il villico) pronuncia (atto V, prima scena) la più lunga parola – per giunta in latino – che appare nelle opere scespiriane: “honorificabilitudinitatibus”.

Ventisette lettere che – anagrammate – possono offrire

A fianco, il Globe Theatre di Londra. A sinistra, la copertina del libro “Comedies, histories & tragedies” del 1629. In basso, il ritratto del drammaturgo attribuito a John Taylor e conservato alla National Portrait Gallery di Londra. Nella pagina a fianco, il ritratto “rivelato” dal Times e, sotto, la casa dove nacque Shakespeare, a Stratford on Avon

questa soluzione: «Hi ludi F. Baconi nati tuiti orbi». Tradotto in italiano vuol dire: «Questi drammi, creazione di F. Bacone, sono conservati per il mondo». Geniale e stupefacente,

non c’è che dire. Ma da qui a ritenerla una prova (o anche soltanto un indizio), ce ne corre. La schiera dei candidati al patrimonio poetico di Shakespeare s’apre con Bacone ma com-


cultura

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Shakespeare” allestita dalla National Portrait Gallery di Londra, nella quale erano esposti alcuni dei presunti ritratti del Bardo, fra i quali uno firmato da Cornelis Janssen, un pittore fiammingo che l’avrebbe dipinto in epoca leggermente successiva alla morte del grande drammaturgo.

Sir Alec notò la somiglianza con il dipinto di proprietà della sua famiglia. Il confronto fra i due quadri – avvenuto qualche tempo dopo nella sede della National Portrait Gallery – in-

prende molti altri nomi: Ben Jonson (che non si capisce perché avrebbe attribuito a un suo amico le proprie opere migliori, firmando con il proprio nome le peggiori), il diciassettesimo conte di Oxford, il quinto conte di Rutland, la contessa di Pembroke, il sesto conte di Derby e Sir Edward Dyer. Questo affollamento di aristocratici e gentildonne si spiega sempre con la discutibile decenza del teatro: chi aveva sangue blu nelle vene avrebbe preferito non sporcarlo con l’inchiostro delle piume d’oca. Un altro indiziato fu sir Walter Raleigh, politico, navigatore e scrittore, l’uomo che nel 1584 fondò la prima colonia inglese in America, chiamandola Virginia in onore della Regina Elisabetta, “la Vergine” (a dispetto della realtà, che indicò lo stesso Raleigh fra gli amanti di Sua Maestà, arrestato e rinchiuso nella Torre di Londra quando ebbe l’ardire di sposare una delle sue dame di compagnia).

L’ultimo dei pretendenti (da un certo punto di vista il più credibile) è Christopher Marlowe, commediografo di livello indiscutibile, in grado di competere con il talento di William. I cultori di questa ipotesi giungono a individuare in Shakespeare il mandante dell’omicidio di Marlowe: ma non

spiegano come mai le opere migliori di Shakespeare siano posteriori alla morte di Marlowe (1596). Ci sono, infine, alcuni saggisti disposti a sostenere che, sotto un unico nome, furono raccolti i lavori di parecchi diversi autori.

Figurarsi, con questa folla di pretendenti, come sia possibile indicare il ritratto autentico dello scorbutico William (che – per citare una delle tante favole che circolano da secoli sul suo conto – avrebbe potuto persino essere un italiano, e questo spiegherebbe perché molte delle sue tragedie e delle sue commedie siano ambientate nel nostro Paese). La storia raccontata dal Times si può riassumere così: una famiglia inglese di mediocre sangue blu (i

Cobbe) conservava da qualche secolo in una residenza di campagna il ritratto oggi assurto all’onore delle cronache. Del quadro era noto l’anno in cui è stato dipinto, il 1610, epoca in cui Shakespeare aveva 46 anni. Ma i Cobbe non avevano idea di chi fosse il personaggio ritratto nell’antico dipinto, sebbene inclini a pensare che si trattasse – guarda, certe volte le coincidenze – di Walter Raleigh. Tre anni fa, Alec Cobbe, restauratore d’arte di professione, visitò la mostra inttolata “Alla ricerca di

dusse gli esperti a ritenere che Janssen avesse copiato il dipinto dei Cobbe che sarebbe, dunque, l’originale: quello per il quale Shakespeare si era messo in posa, con la sua gorgiera in merletto, e l’abito ricco e colorato delle

grandi occasioni: la barbetta rossa, e un’aria compunta da ufficiale dell’esercito di Sua Maestà più che da intellettuale. Somiglia di più all’immagine tradizionale di uno scrittore il dipinto (conservato proprio nella National Portrait Gallery di Londra) attribuito a John Taylor e dipinto anch’esso intorno al 1610: un abito più dimesso, un colletto senza merletti, l’orecchino, la barbetta rada e una prorompente calvizie. Sulla lapide della tomba di Shakespeare furono incisi quattro versi che, secondo la

tradizione, sarebbero stati dettati da lui stesso: «Buon amico, per amore di Gesù / Non turbare la polvere qui chiusa. / Benedetto sia chi risparmia queste pietre, / Maledetto chi rimuove le mie ossa». Un testo mediocre, non degno dell’autore. Che fu interpretato alla lettera, nel senso che desiderava essere lasciato in pace (almeno dopo morto), dai becchini che accompagnarono all’ultima dimora la vedova Anne Hataway (o Whateley, come risulta dal registro delle licenze matrimoniali, forse per un errore di trascrizione di uno scrivano), e si rifiutarono di collocarla accanto a William.

Lei, stando alle confuse ricostruzioni storiche, era una moglie fedele e devota: gli dette tre figli e gli garantì una rispettabilità borghese, in definitiva un po’ rompiscatole in Tutto è bene quel che finisce bene, Bertramo, conte di Rossiglione, dice che «la guerra è uno zucchero, al confronto di una casa manicomio in compagnia di una moglie odiosa». A turbare la polvere, contravvenendo alla preghiera, hanno provveduto, quasi quattro secoli dopo, i giornalisti del Times.


cultura

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Libri. Dopo il fenomeno-Millennium, sempre più scrittori ambientano i propri noir tra la Svezia e l’Islanda, passando per la Norvegia

Tutti i “figli” di Larsson di Filippo Maria Battaglia

opo il fenomeno Larsson, l’equazione “gialli uguale Nord Europa” non sembra poi un’eresia così clamorosa. Negli ultimi mesi, il seguito che hanno riscosso i noir ambientati ad alte latitudini non è infatti legato solo alla trilogia Millennium, pubblicata in Italia da Marsilio. Ci sono almeno una mezza dozzina di scrittori, peraltro di raro talento narrativo, che con occultamenti e trucide ammazzatine non si sentono affatto a disagio. Arnaldur Indridason è uno di questi. Giornalista e critico cinematografico di una delle maggiori testate islandesi, ha poco più di quarant’anni, con un attivo di quattro romanzi, tutti pubblicati da Guanda.

mente ricamato attorno alle zone oscure del potere, senza mai scivolare nella retorica del cinismo della storia e nei luoghi comuni che insistono attorno all’uso pubblico della forza. Sempre in terra svedese il noir trova altre fervide declinazioni, più da horror che da spionaggio, come nel caso di Jhon Ajvide Lindqvist, autore

di due gialli a tinte fosche che in Italia sembrano veleggiare attorno alle decine di migliaia di copie. Lasciami entrare e L’estate dei morti viventi (Marsilio) sono entrambi ambientati a Stoccolma. «Mi sono dato all’horror perché concede la massima libertà - ha spiegato recentemente Lindqvist Puoi metterci dentro di tutto.

Spostandoci più a ovest, c’è un’altra scrittrice che grazie a trame e intuizioni azzeccatissime ha contagiato mezza Europa. Con Lo sguardo di uno sconosciuto Karin Fossum ha superato le centinaia di migliaia di copie, ispirando tra l’altro il film La ragazza del lago interpretato da Toni Servillo. In patria, la scrittrice nor-

nota introduttiva al libro, Andrea Camilleri scrive di aver scoperto per caso un romanzo svedese di cui lo aveva colpito in maniera particolare «la forza delle immagini e la secchezza volutamente sbrigativa del racconto». L’inventore del commissario Montalbano ricorda poi che in uno dei risvolti di una vecchia edizione italiana i due venivano presentati come eredi legittimi di Simenon. Al riguardo, Camilleri è piuttosto scettico: «Certamente Simenon aveva loro generosamente prestato qualcosa e loro in tutta onestà riconoscevano il debito. Ma erano molte, troppe le cose che differenziavano da lui i cosiddetti eredi… Quando un lettore comuL’ultimo si intitola ne legge un’indagiUn corpo nel lago, è ne del commissario ambientato a Maigret, non saprà Reykjavìk e come gli mai nulla di quello altri è perfettamente che sta capitando costruito su una train Francia al moma che intreccia thrilmento di quell’inler e domino geopolidagine». Nel caso tico. Il Die Welt ha della coppia di gialscritto che «l’Islanda listi scandinavi, inSono molti oggi gli scrittori che, sull’onda del successo di Larsson, scelgono oggi di ambientare i propri romanzi ha trovato il suo vece, «il contesto noir nel Nord Europa. In basso, tre esempi di recenti successi: “Un corpo nel lago” di Arnaldur Indridason, Mankell. Assolutasocio-politico-eco“In caduta libera come in un sogno” di Leif GW Persson e “Lo sguardo di uno sconosciuto” di Karin Fossum mente nordico, un nomico della sonarratore che rapprecietà svedese è senta un marchio di l’humus indispengrande qualità», ma la sabile dello svolgiprosa di Indridason è mento dell’indagipiù asciutta di quella ne». Camilleri ridel giornalista norvecorda poi come la gese, il ritmo è più indiversità più evicalzante e la struttura dente sia data dai è meglio architettata. sistemi d’indagine: Nella corsa al giallo «Mentre i componordico, Indriadson nenti la squadra di però gode di un’ottiMaigret, i suoi ma concorrenza. Tra i ispettori, non hanpiù talentuosi narratono nessuna autonori, spicca il nome di mia rispetto al loro Leif GW Persson, un capo e si limitano a professore di criminometterne in pratica logia che in Svezia è gli ordini, gli uomiassai conosciuto. Di ni di Beck hanno Persson, Marsilio ha tutti una loro defipubblicato una trilonita personalità e il gia, il cui ultimo voluloro capo sa come me, In caduta libera sfruttare al meglio come in un sogno, è la memoria di MePoliziotti, se vuoi. Storia, amo- vegese, di cui Salani ha da po- lander o l’infaticabilità di forse il migliore della serie. re o rane geneticamente modi- co pubblicato Il bambino nel Larsson o le intuizioni di KollPure in questo caso il giallo si ficate. Qualsiasi cosa, purché bosco, è considerata uno dei berg…». In questo, sta il raro declina in una gabbia narratiabbia risvolti sinistri. E purché pesi massimi del cosiddetto dono della narrativa di va da spy-thriller politico. Lo alla fine arrivino i mostri». giallo psicologico. Ma l’onda Sjowall e Wahloo e in generaspunto del romanzo è una ferilunga dei gialli made in Nord le il successo di questi gialli: ta ancora aperta nella memoInsieme a loro, è arrivato Europa si è estesa anche ai co- nella capacità cioè di orcheria di quella nazione: l’omiciperò un successo inaspettato, siddetti nuovi classici, come strare un levigato racconto di dio del premier socialdemospecie se si considera che il ge- Omicidio al Savoy di Per Wah- genere, senza trascurare il cratico Olof Palme. Sull’assasnere, in Svezia, fino ad oggi era loo e Maj Sjowall, di recente profilo psicologico dei persosinio, Persson innerva un racripubblicato da Sellerio. Nella naggi. rimasto pressoché inevaso. conto tra fiction e storia, abil-

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Il successo dei gialli sta nella capacità di orchestrare un levigato racconto, senza trascurare la psicologia dei personaggi


cultura uando nel 1922 Francis Scott Fizgerald pubblicò su una rivista “Il curioso caso di Benjamin Button” il breve racconto sollevò un vespaio di polemiche. Un lettore scrisse al giornale dicendosi indignato e sconvolto dalla natura malata che l’autore aveva messo in mostra scegliendo di raccontare l’esistenza a ritroso di Benjamin Button. Con il film tratto dal racconto di Fitzgerald, in questi giorni nelle sale per la regia di David Fincher, al di là di una diversa collocazione temporale e di qualche scelta narrativa, la trama resta tutto sommato intatta. In una famiglia di notabili a Baltimora nasce un bambino nato vecchio, la sua esistenza scorre all’inverso, ringiovanisce con gli anni, tanto che compiuto il diciassettesimo anno di età appare come abbia cinquanta anni; frequenta il padre coetaneo durante gli appuntamenti mondani spacciandosi per il fratello e in uno di questi conosce e rimane incantato dalla sua futura moglie.

18 marzo 2009 • pagina 21

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Prova ad entrare a Yale ma pur superando brillantemente i test, la sua iscrizione viene rifiutata dal funzionario dell’Università sconcertato dalla sua apparenza fisica di uomo adulto. Deluso, Benjamin va a lavorare nella ferramenta del Papà. Dalla moglie ha un figlio che crescendo finisce per vivere la vicinanza di quel padre fattosi adolescente come una vergogna, marito e moglie si allontanano

Cinema. Spopola nelle sale il film tratto dal racconto di Fitzgerald

Benjamin Button e il peso degli anni di Giampiero Ricci poi tristemente poiché la differenza nell’età fisica finisce per diventare un ostacolo insuperabile nella loro relazione.

Nel racconto di Fitzgerald il tema della morte è il convitato di pietra che aleggia sinistramente tra le righe leggere e malinconiche di uno dei grandi maestri della letteratura del ’900: Benjamin per effetto della

nocenza dell’infanzia. In realtà Fitzgerald aveva preso ispirazione da una celebre frase di Mark Twain («La vita sarebbe infinitamente più felice se nascessimo ad ottant’anni e ci avvicinassimo gradualmente ai diciotto»). Da qui Fitzgerald aveva costruito una metafora perfetta dello scrittore: qualcuno che portando su di se il peso dei tempi, si fa vecchio per me-

parte della celebre raccolta “I racconti dell’età del Jazz” ed in esso venne immortalata una parte del sud americano che si apriva con entusiasmo ai roaring twenties. Il film di Fincher, pur essendo “marcato” come lo sconfitto alla ultima notte degli Oscar dopo aver fatto il pieno di nomination, sta riscuotendo anche nel nostro Paese un successo di botteghino considerevole.

Un bambino nato “vecchio” vede la sua esistenza scorrere all’inverso. Il regista di “Seven” e “Fight Club” abbandona l’azione e (aiutato da Brad Pitt e Cate Blanchett) esplora il lato oscuro dei risvolti psicologici umani sua malattia può infatti lanciare uno sguardo disincantato sopra l’esistenza contemplandone il momento finale, la morte, non come uno spaventevole momento, spesso associato al dolore e alla consapevolezza della perdita, ma come uno spazio di infinito che si apre su di una mente che va davanti al destino perdendosi dentro l’inIl successodel film al botteghino è una circostanza da non trascurare, in tempi in cui si reclama la supposta svogliatezza del grande pubblico a sorbirsi opere di “peso”

stiere. A questa metafora, come spesso gli accadeva e con la paradigmatica eleganza del suo stile, aveva affiancato istantanee dalla sua travolgente love story con la moglie Zelda, votandosi ad un narrazione che rievoca alcuni tratti “malati” per l’appunto - dei migliori racconti di Nathaniel Hawthorne. Il racconto sarebbe poi stato

Certo nel cast vi sono Brad Pitt (Benjamin Button), la bravissima Cate Blanchett (la moglie di Benjamin) e il regista David Fincher è salito alla ribalta con film come “Seven” e “Fight Club”, un giallo noir il primo e la trasposizione di un celebre romanzo cult contemporaneo dello scrittore Chuck Palahniuk il secondo, film dove l’indagine sui per-

sonaggi da parte del regista era piuttosto concentrata sull’azione di scena, qualcosa che in questo suo ultimo lavoro Fincher ha tentato di superare proponendo una lavoro in cui a pesare sullo spettatore è il risvolto psicologico dei protagonisti.

Il successo ottenuto al botteghino è una circostanza e un messaggio da non trascurare, in tempi in cui si reclama la supposta svogliatezza del grande pubblico a sorbirsi opere di “peso”, cinematografiche o letterarie che siano. Per la innegabile “densità”dell’argomento affrontato, per le difficoltà connaturate alla decisione di trasporre per il grande schermo un’opera letteraria che proviene da un tempo in cui la letteratura aveva tanti problemi ma non quello di pensare opere che dovessero necessariamente avere una logica cinematografica, il film di Fincher è una di queste. Ciò detto, il film non riesce sempre a mantenere la giusta tensione, nel dilungarsi della storia d’amore tra Benjamin e la moglie, nella trovata narrativa di far narrare la vicenda attraverso le parole e la lettura da figlia a madre in punto di morte che Fincher troppo grossolanamente inserisce in un impianto grottesco – quello del racconto di Fitzgerald – in cui gli equilibri erano magicamente appesi all’irrealtà, ad una narrazione quasi affidata al classico patto “senza se” e “senza ma” tra lettore e scrittore di romanzi fantasy, per poi commuovere nella sua lirica conclusione. Un lirismo che pure non manca al film che riesce comunque a salvare l’essenziale del racconto da cui è tratto. I tanti che l’hanno potuto vedere e che sono invecchiati per oltre due ore e mezza al cinema, possono dire comunque di non aver perso il loro tempo.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

dal ”Washington Post” del 17/03/2009

Le pazze spese di Pechino di Ariana Eunjung Cha pese pazze per Pechino. Molte aziende e società cinesi si stanno dando allo shopping internazionale nell’ultimo mese. E senza badare a spese, hanno messo mano al portafoglio per decine di miliardi di dollari. Prese di mira attività strategiche in Iran, Brasile, Russia,Venezuela, Australia e Francia, in un contesto globale di svendite e saldi, nel tentativo di frenare la grande crisi.

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Tanti buoni affari che hanno permesso alla Cina di accaparrarsi forniture di petrolio, minerali, metalli e altre risorse naturali strategiche, per continuare ad alimentare la crescita economica del Paese. Il vero scopo di tutte queste transazioni segna un cambiamento della finanza globale. L’ansia per la penuria di energia e di generi alimentari, che potrebbe ricrearsi in futuro e per l’instabilità dei prezzi, mettono molti Paesi in concorrenza fra loro, fra questi ci sono anche gli Stati Uniti. Solo pochi mesi fa, molte capitali salutavano certe aperture della Cina con un certo sospetto. Oggi che tante banche e corporation non sono più in grado di finanziare le società in difficoltà, tutti guardano alla grande liquidità di Pechino come al mezzo più efficace per uscire dalla recessione. Il 12 febbraio, il gigante cinese dell’acciaio, la Chinalco, ha firmato un contratto da 19,5 miliardi di dollari, con l’australiana Rio Tinto che, alla fine, la porterà a raddoppiare la sua partecipazione nella seconda società mineraria al mondo. In tre altri casi, la Cina ha utilizzato dei prestiti per assicurarsi l’approvvigionamento energetico. Il 17 e il 18 febbraio la China national petroleum ha firmato due accordi separati, con Russia e Venezuela, per un prestito, rispettivamente di 25 miliardi e 4 miliardi di dollari. Come contropartita sono stati richiesti degli impegni per la forni-

tura d’energia sul lungo periodo. E il 19 febbraio la China development bank ha chiuso una transazione simile con la Petrobras, la compagnia petrolifera brasiliana: 10 miliardi di dollari di prestiti in cambio di forniture d’idrocarburi. Sabato, l’Iran ha ufficialmente annunciato di aver firmato un contratto da 3,2 miliardi di dollari, con un consorzio Cinese, per lo sviluppo e la coltivazione di campi petroliferi in una vasta area del Golfo Persico, che si calcola possa contenere l’8 per cento delle riserve mondiali di gas naturale. Anche se a livello globale i flussi finanziari hanno subito una brusca frenata, Pechino ha decisamente aumentato la propria capacità di spesa fuori dai confini nazionali. Il settore fusioni e acquisizioni estere quota nel 2008 ben 52,1 miliardi di dollari.

Un vero record secondo le stime della società d’analisi Dealogic. Solo nei mesi di gennaio e febbraio di quest’anno le società cinesi hanno investito all’estero più di 16 miliardi di dollari. Vuol dire che, di questo passo, raddoppieranno gli investimenti del 2008. In questo settore il totale delle operazioni, a livello mondiale, ammonta a 384 miliardi di dollari, con un calo del 35 per cento rispetto all’anno precedente. Nel 2008, gli Usa hanno investito 186,2 miliardi in fusioni e acquisizioni, mentre il Giappone 74,3 miliardi. I media cinesi definiscono questa fase d’espansione all’estero come una di quelle occasioni che capitano una volta ogni secolo. E già qualcuno fa paragoni col Giappone degli anni Ottanta. Ma non sono solo le

aziende cinesi ad aver approfittato della crisi globale, per aiutare se stessi aiutando gli altri. Anche il governo di Pechino è intervenuto per dare una mano alle finanze traballanti di Paesi come la Giamaica e il Pakistan, che vuole fare propri alleati elargendo denaro. E i consumatori del Chung Kuo non sono da meno e sempre più spesso fanno shopping all’estero. Sta avvenendo nel settore immobiliare, dove clienti cinesi fanno ottimi affari sul mercato di Los Angeles, New York e San Francisco.

Lì, i prezzi delle case sono crollati. Anche il tartassato settore automobilistico è investito da questo fenomeno. Si comprano anche piccole società in difficoltà, per ottenere nuove tecnologie da sfruttare su grande scala. Solo che adesso, in Occidente, qualcuno incomincia a preoccuparsi che la proprietà di tante aziende prenda il volo verso Oriente.

L’IMMAGINE

Il Parkinson non toglie anni alla vita ma vita agli anni.Bisogna provare a sorridere alle difficoltà Ho 39 anni, abito in provincia di Roma e da circa 4 anni sono affetto dalla malattia di Parkinson. Inizialmente non volevo più vedere nessuno e mi tappavo in casa. Poi ho cercato di nasconderla agli occhi degli altri e quando non riuscivo a trattenere il tremore, facevo finta di grattarmi la nuca. Ho capito così che il mio guaio non era la malattia, ma la chiusura che ne derivava. Ho deciso di parlare: volevo che tutti sapessero cos’è il Parkinson. Ho cominciato con un articolo su un giornale locale e poi ho raccontato tutto in un libro scritto insieme al mio amico giornalista Giovanni Piazza, L’Inquilino dentro. Si parla del signor P come di un inquilino da sfrattare.“P” vuol dire Parkinson ma anche Precarietà, Pene d’amore, Paturnie varie, Problemi insormontabili o presunti tali. Insomma tutto quello che ci ossessiona ogni giorno. La mia vita oggi è più faticosa ma dopo che ho accettato la convivenza con il mio signor P, le cose sono andate decisamente meglio.

Francesco D’Antuono

OPERE OMNIE Molti commenti negativi sul ponte di Messina, caratterizzati da accuse di fare un’opera omnia che darà lustro solo alla mafia. Per molta gente che non ama questo governo, in Italia, le grandi opere come questa non servono e non ne vale la pena. Lo dimostra quello che accade in Campania da anni, dove grazie all’amministrazione, Bagnoli resta un pantano di ruggine e sogni infranti. Tranne la Città della Scienza, che è un mausoleo dove pubblicizzare solo convegni e manifestazioni della Regione.

Bruna Rossi

RIAPRIAMO I MANICOMI Un pedofilo viene processato in Austria, dopo aver segregato e violentato ripetutamente la propria fi-

glia nella cantina della propria abitazione. Il prodotto di tale violenza è stato il concepimento di ben 7 figli! E quale commento si può dare ad una cosa del genere? Se non si vuole, ed è giusto, concepire la pena di morte, questa società la deve smettere di essere garantista. E se proprio non ce la fa a trovare una giustificazione per mantenere in galera tali persone, allora non c’è che una soluzione: riaprire i manicomi, perché questi eventi brutali, compiuti da genitori e parenti vanno oltre la barriera del concepibilmente sano.

Carmine Spada

SALVIAMO L’ECONOMIA La nazionalizzazione delle banche è l’unico rimedio per salvare l’economia. Non è il ritorno al passato, ma la conseguenza del-

Sacchetti per respirare Più piccoli di una capocchia di spillo ma molto importanti. Sono gli alveoli polmonari, in rosa e blu in questa foto al microscopio. Nei nostri polmoni, infatti, questi “sacchettini” incamerano l’aria che inspiriamo, per far passare successivamente solo l’ossigeno nel sangue ed espellere l’anidride carbonica. Un adulto ne possiede in media 300 milioni

l’anomalia della globalizzazione, che per essere impiantata ha ceduto troppo delle singole sicurezze. La raccomandazione della Ue non giunge inaspettata: anche noi ci rendiamo conto che gli istituti bancari stanno chiudendo il flusso del credito, aggravando la recessione e le necessità del cliente. Spero che se una cosa del

genere si farà in Italia, l’opposizione non griderà che il nazionalismo è un passo ulteriore verso la dittatura, perché ciò è demagogia, impreparazione politica.

Lettera firmata

I VOLTI NUOVI DELLA DESTRA La destra di governo ha proposto volti nuovi, giovani e motivati, un

ruolo rappresentativo delle donne, la competenza di molti suoi ministri e anche un ministro donna per le politiche sociali. In pochi mesi si sono cambiate tante cose ma la guarigione ci sarà, nonostante i toni disfattisti dell’opposizione, garantista e lontano dal sociale.

Rodolfo Viespoli


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Le tue generose mani mi hanno donato la vita migliore Quanto sei dolce, amatissima Mary, che meravigliosa accortezza la tua. Fai sempre tanto per me, sempre, anche quando pensi di non farlo. Sono presente nella tua mente, come lo sei tu nella mia. Ma ascolta, Mary: non è davvero necessario per me andarmene a Cuba o alle Bermude. Sto bene, ora, e se ho bisogno di cambiare aria, posso farlo senza andare lontano. Non è di cambiamento fisico che ho bisogno. Le Bermude non mi faranno cambiare idea sulle cose. Ma adesso mi sento meglio, e il mio cuore non è più tanto oppresso. Il tuo modo di vedere è già di per sé un cambiamento, e lo spirito delle ultime due lettere mi rende la vita più chiara e luminosa.Voglio essere sicuro che tutto stia andando bene nella tua vita: è questo che mi serve. Ma voglio la verità. Vedi, Mary, io temo che tu non mi dica tutto. Temo che tu mi voglia salvaguardare dal dolore, e questo mi fa immaginare ogni sorta di cose, più che mai durante le lunghissime notti. Capito? Mary: non pensare che sia sempre l’idea della spesa a farmi tentennare. Le tue generose mani mi hanno donato la vita migliore che qualsiasi artista possa desiderare. Sì Mary, tu mi hai dato una vita e io lo so, e voglio che tu sappia che lo so. Kahlil Gibran a Mary Haskell

ACCADDE OGGI

IL VIAGGIO DEL PAPA Il viaggio del Papa in Africa ha un’importanza fondamentale, in un momento nel quale dilaga nel continente nero il fondamentalismo islamico legato a reminiscenze marxiste. Queste sono adoperate da vari dittatori del luogo per imporre utopie, ascetismi e illusioni ad un popolo che spera sempre di avere un’opportunità. La globalizzazione doveva servire anche a questa gente disperata, con il solo aiuto dato dai padri missionari per indurre a credere in qualcosa. Proprio per questo il fondamentalismo ha combattuto la Chiesa come se fosse uno dei principali nemici, affondando nelle fiamme le chiese, i villaggi e molte coscienze.

Bruno Russo

LA DIALETTICA, LA SOSTANZA A dimostrazione della crisi della diplomazia internazionale, la conferenza internazionale sul razzismo, denominata “Durban 2”, è in stallo per un testo preparatorio considerato antisemita. Già all’antipasto il cuoco presenta delle falle nella sua capacità culinaria, che non dovrebbero esserci perché l’antirazzismo almeno come ipotesi scritta dovrebbe essere un fatto consolidato. Si ripete in sintesi il dilemma dell’essere e non essere che sta alla base di molte democrazie occidentali: condannare un intero popolo per essere razzista è già una discriminazione. È come se durante la seconda guerra mondiale si fosse detto che tutti i te-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

18 marzo 1974 Crisi dell’embargo del petrolio: la maggior parte dei paesi dell’Opec termina un embargo sul petrolio di cinque mesi contro Stati Uniti, Europa e Giappone 1978 Milano, a due giorni dal sequestro Moro vengono assassinati Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, del centro sociale Leoncavallo, presumibilmente da un commando del Nar 1979 New York, Michele Sindona è incriminato da un giurì federale Usa per il fallimento della Banca Franklyn 1980 In Russia, un razzo Vostok esplode sulla piattaforma di lancio: 50 morti 1986 Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci vengono condannati all’ergastolo per l’uccisione dell’avvocato Giorgio Ambrosoli 1989 In Egitto, una mummia vecchia di 4.400 anni viene trovata nella Piramide di Cheope 1990 12 dipinti, per un valore totale di 100 milioni di dollari, vengono rubati dall’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

deschi erano nazisti, ma si sa bene che ciò non era vero, e se è la forma con la quale si dicono le cose ad essere sbagliata, è ancora peggio. In un mondo nel quale non si riesce a passare dalle belle parole ai fatti, fermarsi già alle prime è molto grave perché indica impreparazione sulla sostanza dei concetti fondamentali, che albergano nella dialettica che è la base della diplomazia.

Chiara Pezzali

DINAMISMI DEL 2000 La politica contemporanea sta dimostrando, a mio modesto parere, che le cose si possono cambiare più facilmente partendo da un conservatorismo illuminato. Conservatorismo che è una delle componenti della destra moderna, meglio di una sinistra senza identità che ha inutilmente cercato di rappresentare l’anima della democrazia occidentale, senza produrre niente di equivalente. Una cosa del genere succede negli Stai Uniti, dove Barack Obama sta muovendo le cose in maniera repentina e diretta, tanto da scontentare più i democratici che i repubblicani. In Italia la destra è vincente e compatta, specialmente perché sta rappresentando il baluardo della società meno garantista e più vicina al cittadino; a danno solo delle massificazioni materialiste dell’impostazione novecentista della società, che aveva paura degli individualismi, ritenendoli tutti figli dello stesso despotismo.

PUGLIA, TERRA DI CONFINE TRA OCCIDENTE E ORIENTE Lo scorso 1 marzo a Bari si sono incontrati Napolitano e Medvedev, i capi di stato di Italia e Russia. Scopo dell’importante visita è stata l’acquisizione della cosiddetta Chiesa Russa situata in un quartiere cittadino a pochi chilometri dal centro. La città di Bari era già nota ai fedeli russi per San Nicola, la cui basilica custodisce le sacre ossa. Ora balza agli onori della cronaca per la consegna (o meglio la restituzione) delle chiavi della chiesa ortodossa ai legittimi proprietari. L’edificio fu progettato dall’architetto Aleksej Scusev, autore del mausoleo di Lenin nella piazza Rossa, e costruito nel 1913. Nel 1937 il comune di Bari acquistò la chiesa attraverso un accordo fra Mussolini e Stalin e lo stesso nuovo proprietario si impegnò a mantenere il clero ortodosso. Il comune, inoltre, venne in possesso anche dell’annesso ospizio dei pellegrini. Accadde, però, che nel protocollo di accordo vi fu un clamoroso errore che rendeva inefficace il contratto di compravendita. Da questi cenni storici si evince come effettivamente “la Puglia (e Bari in primis) sia un ponte naturale verso l’Oriente”. I russi amano la Puglia e venerano San Nicola forse più di quanto non facciano i pugliesi. Ma la consegna del tempio di via Carrassi alla Chiesa di Mosca, avvenuto alla presenza dei due Presidenti della Repubblica, non deve sfuggire alla indicazione profetica di Giovanni Paolo II, ribadita dall’attuale Pontefice, e deve essere per tutti un rilancio della vocazione ecumenica di Bari e della Puglia. Bene ha fatto l’ospite russo a ricordare la forza del dialogo attraverso il canale religioso. Anche nei tempi più bui dei rapporti fra l’Unione Sovietica e l’Occidente filo-americano, Bari è riuscita a restare una porta aperta, un luogo dove l’incontro non omologa e le differenze sono un valore. Dietro le quinte della restituzione della chiesa russa c’è un intreccio di iniziative che puntano ormai, senza più mistero, all’incontro fra Benedetto XVI e Kirill, il neoeletto patriarca di Mosca. L’incontro potrebbe avvenire più facilmente se si svolgesse in campo neutro: né a Roma né a Mosca ma a Bari e proprio nel nome di San Nicola. Francesco Facchini P R E S I D E N T E PR O V I N C I A L E CI R C O L I LI B E R A L BA R I

APPUNTAMENTI MARZO 2009 LUNEDÌ 23 - PALERMO, ORE 11 SAN MARTINO DELLE SCALE Primo seminario regionale di cultura politica “Dove sono oggi i liberi e forti?”. I giovani siciliani per un nuovo tempo della politica. VENERDÌ 27 - NAPOLI, ORE 15.30 Inaugurazione Circoli liberal città di Napoli. VENERDÌ 27 - PAGANI (SA) ORE 18 Inaugurazione Circolo liberal città di Pagani. VENERDÌ 27 - CASERTA, ORE 20 GRAND HOTEL VANVITELLI - CENA MEETING Presentazione manifesto dei “liberi e forti” per la Provincia di Caserta con il coordinatore regionale Massimo Golino, il presidente Ferdinando Adornato, i parlamentari e i dirigenti dell’Udc della Campania. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Bartolomeo Dicoli

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


PAGINAVENTIQUATTRO

Oceano Indiano. Una legge concederebbe agli apolidi passaporti dell’arcipelago in cambio di denaro. Prezzo: 2.000 euro

Isole Comore, vendesi di Maurizio Stefanini na modesta trovata per ritirare su l’economia di un arcipelago nell’Oceano Indiano dove il reddito pro-capite di 510 dollari all’anno è addirittura inferiore alla media africana, il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e l’export di vaniglia, chiodi di garofano e ylang-ylang copre appena un terzo delle importazioni, in un contesto dove perfino la produzione alimentare interna è insufficiente alle esigenze degli oltre 700.000 abitanti? Vendere la cittadinanza!

U

Dagli anni ’90 nelle isole minori di Mohéli e Anjouan si agita un movimento che per evadere dal sottosviluppo chiede addirittura la riannessione all’ex-potenza coloniale Francia, e che non ha avuto esiti più che altro perché Parigi non ha voluto accollarsi tra capo e collo il mantenimento di altre 235.000 bocche da sfamare, in aggiunta alle 190.000 di Mayotte: la quarta isola, che ai referendum sull’indipendenza del 1973

CITTADINANZA Sambi ha avuto l’idea di far votare una legge che concederebbe la cittadinanza dell’arcipelago in cambio di denaro: la tariffa sarebbe di 2.000 euro a passaporto, più l’impegno a darsi da fare per «sviluppare l’economia locale». Clienti principali della transazione dovrebbero essere i bidoun, che non sono in effetti né i “beduini” di cui con una traduzione sbagliata ha parlato un giornale pur autorevole come Le Monde in un articolo dedicato al problema; e neanche i normali sans papiers, alla francese. Piuttosto un bidoun è un apolide: condizione che in gran parte del mondo islamico corrisponde a quella dei palestinesi emigrati nel 1948 dopo la nascita dello Stato d’Israele, e non residenti né in Cisgiordania e né a Gaza.

Numerosi nelle ricche monarchie petrolifere del Golfo ma anche in altri Paesi arabi, non hanno però mai ricevuto alcuna cittadinanza, a differenza di quanto non è accaduto

Non a caso, le domande di nazionalizzazione non sarebbero individuali ma presentate dagli stessi Paesi in cui i bidoun risiedono, e che dovrebbero presentare un preciso programma di investimento nell’arcipelago. In compenso, i nuovi cittadini non sarebbero neanche tenuti a mettere piede nella loro nuova patria, pur dovendo dare precise garanzie sulla loro fedina penale. Un primo accordo è stato già concluso dagli Emirati Arabi Uniti, che verseranno 200 milioni di dollari: l’equivalente del 40% del Pil delle Comore. A breve dovrebbe seguire anche il Kuwait, che ai suoi bidoun non ha ancora del tutto perdonato il collaborazionismo pro-Saddam ai tempi dell’invasione irachena. Il numero totale dei passaporti che saranno concessi resta una specie di segreto di Stato, ma l’opposizione assicura che per il solo Kuwait saranno interessate 4.000 famiglie. La stessa opposizione denuncia inoltre che in realtà la legge non sarebbe mai stata votata dal Parlamento, ma sarebbe stata promulgata dal Presidente appiccicandola surrettiziamente, e fraudolentemente, alla Legge Finanziaria. Risultato: al momento il provvedimento è sospeso, in attesa del responso della Corte Costituzionale. Né la politica creativa dell’“ayatollah” si limita a questo. Il 22 marzo è infatti in agenda un referendum costituzionale che rinforzerebbe i poteri del Presidente dell’Unione mentre riduce quelli dei Presidenti delle isole federate; allungherebbe il mandato di un anno; lo renderebbe rieleggibile; promuoverebbe l’Islam da «ispiratore delle regole e principi che reggono l’Unione delle Comore» a «religione di Stato». Gli oppositori parlano inoltre della misteriosa creazione a Moroni di una Banca Federale del Commercio (Bfc) appartenente a una ancor più misteriosa finanziaria denominata Comoro Gulf Holding. È voce corrente che ci sia dietro denaro islamista, usato per pompare su Sambi.

L’idea è del presidente Sambi. Le domande di nazionalizzazione non sarebbero individuali ma presentate dagli stessi Paesi in cui i senza-patria (bidoun) risiedono, e dovrebbero proporre un preciso programma di investimento nell’arcipelago

e 1976 manifestò una lealtà alla madrepatria molto legata ai benefici dello Stato sociale francese. Un anno fa ci volle addirittura un intervento militare appoggiato da forze dell’Unione Africana per ricondurre Anjouan sotto la sovranità di Grande Comore. Ma anche nell’isola maggiore l’irrequietezza è tale da spiegare il perché tre anni fa presidente col 58% dei voti sia stato eletto Ahmed Abdallah Sambi: un religioso sunnita meglio noto con l’espressivo soprannome di “l’ayatollah”, anche perché ha studiato in Iran e a febbraio ha ricevuto in visita Ahmadinejad. Ma adesso proprio

per gli altrettanto numerosi ebrei che negli ultimi sessant’anni i Paesi arabi hanno invece espulso verso Israele. Non sono esattamente dei clandestini, spesso anzi si tratta di un ceto medio-alto di professionisti e imprenditori. In generale, nei campi profughi di Gaza, West Bank e Libano si sono ammucchiati soprattutto coloro che non avevano né arte né parte… Dopo tutto questo tempo, però, i bidoun continuano a trovarsi in un limbo giuridico imbarazzante non solo per loro, ma anche per i governi dei Paesi in cui risiedono. Non sia mai, però, che gli venga concessa una cittadinanza di cui quegli Stati continuano a essere gelosissimi! L’idea di Sambi permetterebbe allora di trovare la difficile quadratura del cerchio.

2009_03_18  

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