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ISSN 1827-8817 90227

Quello che conta non è tanto l’idea, ma la capacità di crederci fino in fondo

di e h c a n cro

9 771827 881004

Ezra Pound

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Lettera aperta sul testamento biologico

Caro Pisanu, questa legge è il male minore

LE RIVOLTE LOCALI CONTRO IL NUCLEARE

di Rocco Buttiglione aro Beppe, conosci la stima e l’amicizia che nutro verso di te per la serietà e lo spirito di servizio che hai mostrato sempre nel tuo impegno politico. Proprio per questo, le tue affermazioni sul tema delle dichiarazioni di fine vita mi hanno fatto riflettere. Concordo su molte cose che hai detto, ma il ragionamento complessivo non mi convince. Qualcosa di simile ha sostenuto anche Panebianco sul Corriere della Sera dei giorni scorsi: la legge non può regolare tutto. La legge dello Stato deve essere l’ultima trincea di difesa del bene comune in una società libera. Esistono aree che è bene rimangano in una specie di penombra in cui si esercita la compassione e la pietas dei singoli e delle famiglie.

C

“Not In My Back Yard”: letteralmente, non nel mio giardino. È l’atteggiamento corporativo di chi nega il proprio territorio alle modernizzazioni. È capitato con l’alta velocità e con i rigassificatori. Ora succede con le centrali. È un partito trasversale, da sinistra a destra, che condanna l’Italia alla paralisi

segue a pagina 8

Lo scandalo Nimby

Il seminario di Todi e il bipartitismo

Ritorna l’era delle coalizioni di Francesco D’Onofrio i è finalmente conclusa – a Todi – la stagione veltroniana della vocazione maggioritaria del Pd. Il seminario di Todi ha infatti registrato gli interventi di Rutelli e di Letta nei quali si è espressamente detto che è finita sia la stagione bipartitica (Rutelli) sia quella di un centrosinistra imperniato sugli ex comunisti (Letta). Si tratta della questione politica di fondo che avevo espresso proprio su liberal nel giorno in cui iniziava il nostro seminario: vi può certamente essere un’aspirazione di maggioranza da parte di una coalizione ma non vi può essere nessuna pretesa di vocazione maggioritaria di una singola forza politica.

S

segue a pagina 11

La deriva “inclusivista“ della religione

Il cristianesimo debole di Michael Novak Una delle più grandi seduzioni del demone Berlicche, perfettamente adatta ai nostri tempi, sta nel soffiare un granello di zucchero di cristianesimo fino a trasformarlo in un dolciastro, soffice zucchero filato. «In-clusività! – insisterà – Il cristianesimo non è altro che In-clusività». a pagina 12

alle pagine 2 e 3

Ugo Cappellacci governatore Sardegna

Mercedes Bresso governatore Piemonte

Vito De Filippo governatore Basilicata

Claudio Martini governatore Toscana

La prima “finanziaria” del presidente: pesanti prelievi alle imprese inquinanti

Obama: tasse ai ricchi per la sanità «Per anni la Casa Bianca ha mentito sui costi di Iraq e Afghanistan» di Andrea Mancia n (consistente) aumento delle di di dollari per l’anno fiscale in corso, (oltasse per i redditi più alti, con tre ai 40 miliardi già stanziati) e 130 mil’obiettivo di finanziare la riforliardi di dollari per l’anno fiscale 2010. Olma sanitaria promessa agli tre il 2010, la richiesta è per 50 miliardi di americani durante la campagna elettodollari all’anno per il resto del decennio. rale. È questo lo snodo principale del Sull’onestà della manovra, in ogni caso, budget presentato ieri ufficialmente dal sarà il tempo a giudicare. Per ora il budget presidente Barack Obama al Congresprevede un deficit in ribasso già nell’eserso. «Il mio è un budget onesto», ha detcizio 2010 (che scatterà il primo ottobre), to il presidente presentando la sua macon un passivo di 1.171 miliardi di dollari novra di bilancio all’Executive Office contro i 1.750 miliardi del 2009. In lievissiBuilding della Casa Bianca, aggiungenmo calo, nel documento ufficiale della CaIl neo-presidente Barack Obama do che qualcuno (e il riferimento ai cosa Bianca, anche le spese complessive, ha presentato la sua finanziaria sti delle guerre in Iraq e Afghanistan che dovrebbero scendere dai 3.724 miliardell’amministrazione Bush non è nepdi del 2009 ai 3.606 miliardi del 2010. Obapure troppo velato) «per anni non ha detto la verita». Per que- ma propone un aggravio fiscale che colpirà i più“ricchi”per posto, nella bozza della “finanziaria”Obama ha incluso la richie- ter finanziare la riforma tesa ad assicurare ad un numero magsta di finanziamenti di lungo periodo per le guerre in Iraq e in giore di americani l’assistenza sanitaria pubblica. segue a pagina 4 Afghanistan. Nello specifico, sono stati chiesti altri 75,5 miliar-

U

s eg u e a pa•giEnURO a 9 1,00 (10,00 VENERDÌ 27 FEBBRAIO 2009

CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

41 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 27 febbraio 2009

Resistenze. La sindrome Nimby dilaga in ogni Regione. Un coro di no alle centrali anche da amministratori del Pdl

Nucleare? Non nel mio cortile Il governo garantisce che verranno fatti accordi con il territorio ma dal Trentino alla Sicilia è una levata di scudi contro gli insediamenti di Riccardo Paradisi i fa presto a dire nucleare. Più difficile individuare dove costruirle le centrali atomiche visto che dall’Alto Adige alla Sicilia è tutto un levarsi di scudi e di cori di “no” all’energia atomica nel proprio territorio. Un no spesso bipartisan peraltro, espresso anche da amministratori, governatori, sindaci o esponenti del centrodestra.

S

Il caso più clamoroso è quello del neo eletto presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci, uomo voluto e sostenuto dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla guida dell’isola. Ecco a chi chiede al governatore della Sardegna se darebbe il suo benestare a individuare la piana di Oristano-Arborea come uno dei possibili siti per la costruzione di una centrale nucleare Cappellacci risponde senza esitazione: «Dovrebbero passare sul mio corpo prima di fare una cosa simile». Cappellacci ricorda anche che sulla materia «C’è un preciso impegno programmatico perché tutto il territorio della Sardegna sia denuclearizzato. Si tratta di uno dei punti del programma del centrodestra proposto dal Partito sardo d’azione e fatto proprio dall’intera coalizione». E in effetti sulla materia il Partito Sardo d’Azione aveva approvato il 3 gennaio un documento per l’alleanza che prevede «l’esclusione di qualsiasi ipotesi di realizzare nell’isola centrali nucleari o depositi di scorie». Del resto lo stesso Scajola – molto prudente come tutto il

governo in queste ore sull’indicazione di possibili siti per la costruzione di centrali atomiche – alla domanda se sarebbe d’accordo a una centrale nella sua Imperia risponde che «la città non ha le caratteristiche necessarie, è troppo piccola ed è area sismica. Ma poi non sarà il governo e non sarà il ministro dello Sviluppo Economico, a decidere dove saranno costruite le centrali nucleari – precisava ieri Scajola a chi lo

contrario al nucleare, commenta: «Vercelli ha già dato. Meglio cercare altri siti». Non va meglio in Puglia: «La Regione – dice il presidente Nichi Vendola – è off limits. Qui niente nucleare, grazie». E nemmeno nel Lazio si registra entusiasmo. Il presidente Piero Marrazzo, ha intenzione di continuare sulla via delle energie rinnovabili, fa sapere. In Toscana poi, oltre alla contrarietà manifesta del presidente della Regione

ve. Il governatore della Lombardia Roberto Formigoni infatti si dice possibilista ma parla di tempi lunghi: «Occorre valutare, riflettere». E così Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, che ha la provincia di Ragusa che minaccia rivolte all’ipotesi di insediamenti nucleari.“Contrarissima” invece la Basilicata: il presidente della Regione Vito De Filippo sul rilancio della politica energetica che preveda il nucleare

Il 53,7% degli italiani è per il ritorno all’energia atomica ma il 62% si dice contrario a che le centrali vengano costruite nei Comuni in cui vivono. E il governatore della Sardegna minaccia barricate contro gli insediamenti provocava – sarà una scelta frutto di norme severe e molto attente».

Il governo in effetti continua a garantire che saranno emanati criteri di assoluta trasparenza per le caratteristiche sufficienti e necessarie a costruire una centrale, in termini di territorio e specifiche degli impianti. Solo di fronte a garanzie assolute – viene spiegato dall’esecutivo – interverranno gli industriali dell’energia così da creare un percorso di assoluta trasparenza. Ma sono rassicurazioni che non sembrano rassicurare. Non c’è solo il governatore della Sardegna che dice Not In My Back Yard (“Non nel mio cortile”). Il presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso sostiene che è meglio puntare sulle energie rinnovabili anche perché il nucleare ha costi altissimi: «I costi di produzione, quelli di smantellamento, le spese per i controlli: trasferiremmo alle generazioni future costi enormi e rischi gravi». Ancora più chiaro e secco il no della provincia di Vercelli all’ipotesi per l’impianto di una centrale a Trino. Persino il consigliere regionale di Forza Italia-Pdl Luca Pedrale, pur ammettendo di non essere

Claudio Martini, è il presidente della Commissione ambiente regionale Erasmo D’Angelis a definire addirittura una “pura follia”pensare a siti come quello di Pianosa o Montalto di Castro, in piena Maremma. Su Pianosa parla anche il sindaco di Livorno Alessandro Cosimi: «Mettere qui un reattore significa fermare ogni sviluppo di un territorio che tra mille difficoltà ha dimostrato di saper coniugare turismo di qualità e industria». E se in Alto Adige l’assessore all’energia Michl Laimer definisce la scelta nucleare «una strada completamente errata, con problemi e rischi», da Venezia il sindaco Massimo Cacciari, un tempo filo-nuclearista, fa sapere che «Ora è troppo tardi per investire sull’energia atomica. Un vero programma nucleare che parta da zero è insostenibile per il nostro Paese».

A favore del nucleare si dicono invece la regione Veneto e l’Abruzzo – «la via del nucleare è ormai inevitabile» – mentre parziali aperture vengono dalla Sicilia e dalla Lombardia. Ma sono disponibilità con riser-

ha ricordato che la Basilicata è «La regione del sito di Scansano e ci siamo distinti anche sulla questione del sito unico per le scorie nucleari. Inoltre già diamo tanto con il petrolio: siamo il più grande giacimento petrolifero d’Europa, credo possa bastare». Ma se le istituzioni locali fanno muro qual è l’orientamento dell’opinione pubblica?

Pur favorevole in linea di massima al nucleare gli italiani – come emerge da un sondaggio pubblicato sul settimanale Panorama in edicola oggi – sono però contrari ad ospitare nel loro spazio vitale le centrali atomiche. Sì al nucleare insomma, ma con la sindrome Nimby. Se infatti il 53,7 per cento di italiani è d’accordo con il ritorno all’energia nucleare la percentuale di consenso cala sensibilmente se viene proposto agli italiani di costruire una centrale nel comune in cui vivono: dal sondaggio di emerge che il 48,8 per cento non è per nulla d’accordo, il 13,4 poco d’accordo e solo il 36,4 per cento si dice molto o abbastanza d’accordo».

Più che un’ostilità ideologica al nucleare dunque la difesa del proprio privato. Un sentimento più forte anche delle appartenenze politiche e di schieramento. Il sindaco di Corso Fabio Callori (Pdl) pone condizioni: «La nostra posizione è chiara: il mio comune non è disposto ad un futuro atomico fino a quando non chiuderà con il passato: prima smantellino la vecchia centrale, poi ne riparleremo. Servono condivisione e incentivi e bisogna far partire i lavori solo quando sarà definito un sito nazionale per lo smaltimento delle scorie nucleari e chi pagherà tra decenni la dismissione delle centrali». Che le centrali nucleari si faranno insomma ciascun lo dice, dove e quando nessuno lo sa. Intanto il governo prende tempo: «Per realizzarle – dice il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli – servono un minimo di 10 anni. Per 10/12 anni occorre produrre energie con un mix di gas, carbone pulito e fonti rinnovabili».


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Scenari. L’opinione del presidente dell’Enea sulla riconversione nucleare

«La paura è irrazionale ma comprensibile» colloquio con Luigi Paganetto intesa italo-francese sul nucleare è stata definita un accordo storico che consentirà al nostro Paese di affrancarsi dalla sua storica dipendenza energetica. Ma non mancano le perplessità e le critiche sul merito e il metodo della scelta italiana di investire sul nucleare. Ne parliamo con il professor Luigi Paganetto, presidente dell’Ente nazionale per le energie e l’ambiente. La prima di queste obiezioni professore è che il nucleare avrebbe costi altissimi e significherebbe immobilizzare per anni milioni sottratti alle fonti rinnovabili. Non sono d’accordo con questa lettura. Bisogna evitare infatti di contrapporre le energie rinnovabili al nucleare perché sono entrambi energie pulite e necessarie. Per quanto riguarda il problema finanziario invece si deve tenere presente che l’ipotesi per la fissione è che ci siano i privati a mettere le risorse necessarie. E in questo caso i privati ci sono. Insistere nella ricerca sulle fonti rinnovabili è possibile anche in presenza del nucleare anche perché in un mondo sempre più caratterizzato dalla domanda di energia è necessario mettere in moto tutte le risorse necessarie. Un’altra polemica sulle nuove centrali riguarda la produzione di scorie. La tecnologia 3+ è particolarmente evoluta, tanto da tendere nella direzione della quarta generazione e all’aumento progressivo del materiale fissile. Un’altra questione spinosa è la scelta dei siti sui quali dovranno essere costruite le nuove centrali. C’è già una levata di scudi preventiva in ogni regione e comune italiano potenzialmente interessato alla costruzione di centrali atomiche. Quali dovrebbero essere i criteri per la scelta dei siti? I criteri sono quelli di sempre: guardare alla sismicità del territorio anzi tutto che deve essere zero. L’altro requisito è la disponibilità di acqua. Occorre poi evitare l’aggregazione di troppa potenza concentrata insieme. Quindi occorre costruire le centrali lontano da giacimenti fossili – olio, carbone – per evitare di sovraccaricare la rete di energia elettrica. Infine bisogna tenere presente che i vecchi siti devono essere rivisti alla luce dei parametri dell’Unione europea. Servirà – lei ha aggiunto – anche molta capacità di valutare e fare diffusione di

L’

In queste immagini, alcune proteste popolari fatte in vari luoghi d’Italia per difendere i localismi. Dall’alto in basso: una manifestazione contro il nucleare; le proteste contro la base Usa di Vicenza lo scorso anno; quelle contro le discariche in Campania nell’estate del 2008; una dimostrazione contro la Tav in Piemonte nel 2007

informazioni rispetto ai principali interessati che sono i cittadini che temono le centrali vicino casa. Perché secondo lei molti italiani – come registra in queste ore anche un’inchiesta Eurispes – hanno ancora paura del nucleare? Io penso che ci sia una percezione del nucleare fortemente condizionata da eventi relativamente recenti ad altissimo impatto traumatico come la tragedia di Chernobyl. Ma la tecnologia nucleare in questi anni ha fatto passi da gigante. C’è un’attenzione straordinaria su tutti gli aspetti che riguardano la sicurezza e ancora più questo vale per le centrali di terza generazione. La probabilità di incidenti oggi è davvero remotissima. Però è chiaro che la percezione del pericolo è alta perché gli effetti del problema sarebbero deflagranti. Per questo da parte delle istituzioni va fatta presto un’opera ampia e profonda di persuasione: va chiarito infatti che i sistemi di sicurezza attivi e passivi garantiscono massima tranquillità. Ma è un punto che va spiegato. Perché la preoccupazione, che secondo me è irrazionale, è comunque comprensibile considerato il livello di disinformazione presente oggi. L’ex ministro al Commercio estero Emma Bonino sostiene che l’accordo italo francese non conviene all’Italia: «Si tratta di venti miliardi di euro per una produzione di energia che nel complesso del fabbisogno italiano, non solo elettrico, potrà rappresentare al massimo neanche il 5% del totale». Io i conti li farei diversamente. La nostra presenza nel nucleare significa il rientro in una tecnologia da cui eravamo usciti. Essere dentro la ricerca sul nucleare è molto importante. Certo il contenitore delle barre dove si fa la reazione atomica ce la vendono i francesi e questo conviene alla loro industria pesante, ma allo stesso tempo il sistema nucleare è molto complesso. È un sistema dove contano tutti gli elementi che lo compongono: combustibile, sicurezza, certificazione del materiale. Ambiti nei quali l’Italia e il suo sistema industriale possono essere coinvolti a pieno titolo. Anche nella partecipazione a progetti internazionali a cui altrimenti il nostro Paese non avrebbe la qualificazione per partecipare. L’Enea a questo riguardo è una risorsa per l’Italia: in questi anni ha mantenuto competenze che oggi possono tornare final(ri.pa.) mente in gioco.

La probabilità di incidenti oggi è davvero remotissima. Però è chiaro che la percezione del pericolo è alta. Per questo da parte delle istituzioni va fatta presto un’opera persuasiva


mondo

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Stati Uniti. Il presidente promette tagli delle spese per circa duemila miliardi di dollari per riuscire a mantenere il deficit americano sotto controllo

«Più tasse e sanità per tutti» Obama presenta il suo budget al Congresso: aumenta le imposte sui “redditi alti” e denuncia i costi delle guerre di Andrea Mancia segue dalla prima L’aumento delle tasse arriverà sotto la forma di una riduzione delle deduzioni fiscali introdotte da George W. Bush in favore dei redditi sopra i 250mila dollari. L’amministrazione Obama poi intende fare “cassa” anche con il sistema di cap and trade previsto in una nuova norma in materia ambientale, attraverso il quale le imprese potranno “comprarsi” il diritto ad inquinare. Con le nuove entrate garantite dalle industrie che supereranno i limiti imposti di emissioni, l’amministrazione Obama vuole garantire la copertura per l’estensione di sgravi fiscali (previsti entro i prossimi due anni) in favore delle famiglie di basso e medio reddito. Per quanto riguarda la sanità, Obama dice che il bilancio si prefigge di rendere l’assistenza sanitaria più accessibile ai milioni di americani che hanno perso il posto di lavoro a causa della crisi finanziaria. Il presidente si riferisce a un sussidio, immediatamente in vigore, che dovrebbe aiutare sette milioni di americani a conservare la mutua che avevano prima del licenziamento.

La misura, che è compresa nel pacchetto di stimolo, espande una estensione temporanea di un programma che consentiva ai neo-disoccupati di mantenere la vecchia assistenza sanitaria pagandola di tasca propria. La nuova norma abbassa i costi di circa due terzi per un anno. «Sette milioni di americani avranno una cosa in meno di cui preoccuparsi quando vanno a dormire», ha detto Obama. Si tratta di un “fondo di riserva” da 634 miliardi nei prossimi 10 anni, che gli analisti calcolano si possa espandere almeno fino a mille mi-

liardi di dollari, la cui istituzione prevede anche una serie molto estesa di misure di controllo: dagli onorari dei medici ai costi di ricovero, passando per i prezzi dei medicinali.

crisi: «Dovremo rinunciare a cose che ci piacciono ma che non ci possiamo permettere. E sarà necessario tagliare cose che non ci servono per pagare quelle che servono». Il presi-

Per finanziare i conflitti in Afghanistan e Iraq, l’amministrazione chiede altri 75,5 miliardi per il 2009, 130 per il 2010, 50 all’anno fino al 2020 Esattamente quella “europeizzazione” del sistema sanitario che temeva il fronte “liberista” avverso al presidente. Obama ha ammesso che occorrono rinunce per uscire dalla

dente, però, non è disposto a rinunciare ai programmi che «rendono l’America forte», perché «ci sono tempi in cui ti puoi permettere di ridecorare la casa e tempi in cui devi con-

ranno pagati da tutti i contribuenti americani. Proprio per permettersi di finanziare il piano (e per evitare di far esplodere ancora di più il deficit), i consiglieri economici di Obama si sono dati da fare per trovare qualcosa da tagliare. «È un processo che richiederà tempo - spiega il presidente - ma solo negli ultimi trenta giorni abbiamo identificato riduzioni di spesa pari a duemila miliardi, che ci aiuteranno a diminuire della metà il nostro deficit entro la fine del mio primo mandato».

Obama cita risparmi per 20 milioni con la riduzione della

La riduzione dei fondi spaventa imprese e industrie militari

Tagli alla Difesa, i timori del Pentagono di Guglielmo Malagodi limineremo gli appalti senza gara per i quali abbiamo sprecato miliardi in Iraq e riformeremo il nostro budget di difesa in modo che non dovremmo pagare per sistemi d’arma da Guerra Fredda che non usiamo». Barack Obama, nel discorso pronunciato al Congresso martedì, ha fatto capire di essere pronto a tagliare - e molto - le spese militari. Tagli che già previsti nel budget per il prossimo anno fiscale (che inizia a ottobre) inviato oggi dalla Casa Bianca al Congresso. Secondo John Murtha, il democratico che presiede la commissione per le spese militari alla Camera, questi tagli potrebbero arrivare a 537 miliardi di dollari, anche se Murtha non ha specificato se in questa cifra sono compresi i fondi per le guerre in Afghanistan ed in Iraq. Si tratta di un’incertezza che preoccupa, non

«E

poco, i vertici della Difesa e che sta creando agitazione nell’industria militare americana «Il presidente Obama è stato chiaro nell’indicare le armi sotto tiro - spiega Loren Thompson, analista del Lexington Institute in Virginia - ha detto che vuole smettere di comprare armi da Guerra Fredda che non usiamo: questo fa pensare ai caccia ed alle navi da guerra». A rischio, sottolineano gli esperti, sono i programmi per i caccia di prossima generazione: l’F35 (330 miliardi nei prossimi 20 anni) e l’F22. Se molte imprese che lavorano per la Difesa sono preoccupate, una (la Sikorsky) potrebbe però avere vantaggi da un taglio che Obama ha fatto capire di essere disposto a fare: la commessa per il secondo ordine dei 23 elicotteri presidenziali prodotti dalla britannica Lockeed Martin in partnership con Agusta Westland del gruppo Finmeccanica. Una revoca dell’appalto - vinto proprio sulla Sikorsky nel 2005 ai tempi della presidenza Bush - significherebbe altri anni di manutenzione e servizio per la ditta di Stratford, che ha costruito l’attuale flotta di Marine One.

centrarti a ricostruire le fondamenta». Questo, magari, Obama dovrebbe ricordarlo a chi, negli anni scorsi, ha sottoscritto mutui che non poteva permettersi e che adesso, proprio grazie allo stimulus, ver-

burocrazia per l’agricoltura, 200 milioni con l’abbandono dei programmi per “ripulire” le miniere abbandonate, oltre a tagli nella pubblica istruzione (con la soppressione di programmi di controllo simili a quelli già esistenti in 13 agenzie governative). Non manca, poi, una concessione allo spirito populista dell’epoca, con quasi 50 miliardi scovati - chis-

sà come, visto che manca qualsiasi dettaglio in merito - nella zona grigia dell’evasione fiscale (e degli «eccessivi sussidi»). Tutto il budget presentato ieri da Obama, è il caso di ricordarlo, si basa su previsioni economiche che vedono per il 2009 uno scenario di recessione con il pil a -1,2% e la disoccupazione all’8,1%. Per il 2010, invece, si prefigura un robusto rimbalzo del pil a +3,2% e una discesa del tasso di disoccupazione al 7,9%. Scenari ancora più positivi per gli anni successivi (con il pil del 2011, 2012 e 2013 rispettivamente a +4,0%, +4,6%, +4,2% e la disoccupazione che dovrebbe ridiscendere al 5,2% nel 2013). Anche in questo ca-


mondo

27 febbraio 2009 • pagina 5

I conservatori criticano il piano di espansione del governo federale

«Cade la maschera, è solo uno statalista» I di Jennifer Rubin

l discorso di Obama di fronte al Congresso ha finalmente dipanato i dubbi sulla sua vera“identità”politica. Il presidente ha svelato un piano economico così esteso e così costoso che, se fosse realizzato, cambierebbe permanentemente il ruolo del governo federale nelle vite di ciascun cittadino americano. Durante la campagna elettorale, alcuni repubblicani e libertarian avevano cercato di convincerci che Obama era un moderato, una sorta di riformatore“terzista”alla Bill Clinton, per niente simile all’estremista che descrivevano alcuni conservatori. I conservatori erano rimasti scettici. Durante la transizione, il dibattito sulla filosofia politica di Obama è proseguito, mentre lui condiva il suo esecutivo con personaggi sobri e navigati guru dell’economia. Poi è arrivato il piano di stimulus. Sì, Obama ha delegato tutto il lavoto a Nancy Pelosi e ai membri più liberal del Congresso. Ma forse si trattava di un errore di giudizio, una piccola deviazione da quello che “realmente” voleva, allo scopo di ottenere l’approvazione del piano. Adesso, finalmente, il mistero è stato risolto. Obama à un estremista liberal, che non vuole soltanto fermare la recessione, ma ridisegnare il sistema educativo nazionale, la sanità e le politiche energetiche, dando un potere enorme al governo federale nel dirigere una larga parte degli affari - e della vita - dei cittadini americani. Lo spiega bene Peter Barker, sul New York Times: «La sua idea di aumentare le tasse ai più ricchi, per ricostruire il sistema sanitario nazionale ed invertire la direzione del cambiamento climatico, rappresenta un’agenda filosofica che colpisce al cuore l’ideologia del partito a lui avversario. Pur dicendo di non credere in un “bigger government”, propone un’espansione governativa come non si vedeva dai tempi di Lyndon B. Johnson».

po le elezioni, i repubblicani dibattevano su quali dovessero essere le loro prossime mosse politiche. Liberatevi dei social conservatives, suggeriva qualcuno. Sbarazzatevi dei big-government moderates, diceva qualcun altro. Gli opinionisti discutevano sulla necessità che il partito tornasse alle proprie origini o sulla possibilità di ripartire da zero.

Adesso, invece, è diventato tutto perfettamente chiaro: bisogna difendere il libero mercato e opporsi a quella gigantesca espansione del governo immaginata al presidente. Non c’è modo di aggirare la questione. Il partito d’opposizione deve opporsi. In un certo senso, Obama ha reso tutto più facile. L’estremismo dell’agenda presidenziale lascia ai repubblicani ben poca liberta di manovra. Se vogliono continuare ad essere un partito devoto alla libertà individuale, non possono far altro che opporsi al programma del presidente. Resta la questione di come fare opposizione. Di quale tattica utilizzare per combattere un presidente popolare e carismatico che può godere di ampie maggioranze sia alla Camera che al Senato. I repubblicani sarebbero saggi a fare queste tre cose. Primo. Devono assolutamente smascherare il difetto principale nello schema di Obama: non è vero che possiamo pagare tutto quello che ha proposto con un minimo aumento fiscale e nessun aumento del debito pubblico. Affermare ciò è semplicemente disonesto. I repubblicani devono costringere i democratici a rendere pubblici i loro “conti”. Quanto costa il tutto? Quante entrate intendono ottenere dal prelievo fiscale? Quali sono le implicazioni finanziare di lungo termine di questa esplosione dell’attività governativa? Quanta parte del prodotto interno lordo i democratici intendono assegnare al governo: il 40%, il 60% o ancora di più? Secondo. I repubblicani devono offrire agli elettori una visione e un programma politico alternativi. Il presidente crede che il governo federale possa fare tutte queste cose. I repubblicani devono spiegare perché i singoli stati, l’industria privata e gli individui possono - attraverso l’espansione della concorrenza e l’innovazione tecnologica - fare molto meglio di qualsiasi programma federale. Infine, i repubblicani devono enfatizzare il fatto che - a parte le questioni di bilancio - è sbagliato in linea di principio che il governo controlli larghi settori dell’economia. Come ha spiegato David Brooks, «la storia politica del 20° secolo è la storia di progetti di ingegneria sociale eseguiti da persone con ottime intenzioni che sono partiti bene e finiti malissimo». In breve, i repubblicani devono spiegare perché la mano pesante del governo non è lo strumento più adatto per risolvere problemi complessi e intricati che possono soltanto essere lasciati alle scelte dei cittadini e del libero mercato.

Continua a dire di non credere al “big government”, ma poi segue le orme di Lyndon B. Johnson

so, solo il tempo potrà dirci se queste previsioni erano realistiche oppure no. La palla, adesso, passa al Congresso, soprattutto per quanto riguarda la riforma sanitaria. L’amministrazione si è preoccupata di individuare (più o meno) le risorse prima di avanzare proposte concrete. Così Obama spera di riuscire a portare il Congresso, e soprattutto l’opposizione repubblicana, sul tavolo delle trattative per arrivare insieme ad una proposta complessiva. In questo, il nuovo presidente sembra dimostrare di aver fatto tesoro degli errori commessi in passato da Bill Clinton (con il coinvolgimento attivo della first lady

Qui sopra, il presidente Barack Obama durante il suo discorso al Congresso di martedì. A sinistra, la cupola di Capitol Hill. A destra, il presidente Lyndon B. Johnson

Hillary), che lavorò per mesi in assoluto segreto - ad una proposta che il Congresso bocciò poi a tempo di record. Con questo clima finanziario, ripetere un errore del genere potrebbe essere fatale.

Questo, naturalmente, ha poco a che fare con la recessione. Ma Rahm Emanuel ci ha già fatto capire che si tratta di una «opportunità» troppo ghiotta per lasciarsela scappare. L’enormità del piano presidenziale solleva molte domande. Chi pagherà per tutto questo? Si tratta davvero di quello che vogliono gli elettori? Una sanità totalmente controllata dal governo e un regime di emissioni inquinanti cap-and-trade sono compatibili con un sistema, vivo ed innovativo, di libero mercato? Ma la scorsa notte abbiamo ricevuto anche molte importanti risposte, se non a queste domande specifiche almeno a quelle di ordine filosofico e politico più generale. Come il discorso di Obama ha risolto il mistero di“chi”abbiamo davvero eletto come 44° presidente degli Stati Uniti, così ha chiarito - almeno in linea di massima - la strada che i repubblicani devono scegliere per tornare ad essere un partito di opposizione credibile e una forza politica nazionale a tutto tondo. Sembrano passati millenni da quando, subito do-


diario

pagina 6 • 27 febbraio 2009

Per una volta Fini dà ragione al governo «Sciopero indispensabile», ma anche secondo il leader di An va ripensato di Francesco Pacifico

ROMA. Maurizio Sacconi è riuscito a convincere i suoi colleghi a dare un’accelerata alla sua legge sugli scioperi nei trasporti pubblici. Infatti il disegno di legge delega sarà in agenda al Consiglio dei ministri di questa mattina. Eppure le restrizioni che si vogliono imporre – tetto sulla rappresentatività o adesione preventiva, per citarne alcune – non lasciano molti dubbi nella stessa maggioranza. Nessuno usa i toni di Guglielmo Epifani – che ha minacciato il governo “di stare attento” – ma le pressioni su Sacconi sono tante.

N el

c e nt r o d e s t r a

tutti concordano sullo spirito del provvedimento – ridurre i disagi subiti dagli utenti per gli scioperi selvaggi – ma allo tempo stesso chiedono al titolare di via Veneto di maneggiare con molta cura una materia che è esplosiva. Lo ha chiarito, uscendo alla scoperto, Gianfranco Fini. Ieri il presidente della Camera prima ha sottolineato che «è sempre più urgente avviare una riflessione sulla tenuta della vigente discipli-

na». Detto questo guai a «soffocare il diritto di sciopero, ma armonizzarlo con l’esercizio degli altri diritti di tutti i cittadini in un’opera di bilanciamento che deve tenere conto dell’evoluzione sociale». Comunque, per una volta Fini è “abbastanza”d’accordo con il governo: una novità, di questi tempi. Insomma, ieri, e fino a tarda serata, i tecnici del ministero del Lavoro hanno lavorato per limare un testo che potrebbe uscire ulteriormente modificato dal Consiglio dei ministri di oggi. Come spiegava il vicepresidente della commissione Lavoro, Giuliano Cazzola, in casi come questi «è sempre meglio lavorare in direzione di un autoregolamentazione tra le parti. Ma se il ministro non è riuscito a farlo, allora vuol dire che non ha potuto». Di conseguenza sono in molti a chiedere a Sacconi di presenta-

parte delle legge che piace meno ai sindacati: l’adesione preventiva, la comunicazione anticipata dell’adesione individuale allo sciopero alla quale è legata l’effettività delle sanzioni per chi viola le regole. E che saranno affidate all’Agenzia delle entrate. Nota il segretario confederale della Cisl, Gianni Baratta: «L’effetto-annuncio si limita soltanto con le regole della rappresentanza». Gli fa eco il segretario confederale della Uil, Paolo Pirani: «Sarebbe meglio aprire una discussione riguardo i criteri di certificazione sulla rappresentanza».

Non mancano dubbi sullo sciopero virtuale, che Sacconi vuole rendere obbligatorio per i servizi pubblici. Di per sé, lo strumento raccoglie consensi trasversali: nessuna astensione dal lavoro per non penalizzare gli utenti, con i lavoratori che rinunciano al compenso e le aziende che destinanoqueste cifre, spesso in misura maggiorata, a un fondo per i lavoratori. Ma il problema è sempre lo stesso: si può imporre per legge un comportamento, che ha successo soltanto se scaturisce dall’autodisciplina tra le parti? Proprio su queste crepe s’insinua l’offensiva che vuole lanciare Epifani: «In materia di libertà di diritto di sciopero, che è una libertà delle persone costituzionalmente garantita, bisogna procedere con grande attenzione. Se c’è da aggiustare qualcosa di una normativa pure rigida che abbiamo, eventualmente questo lo si può vedere. Ma se si vogliono introdurre forzature che limitino poteri e prerogative allora e’ un’altra questione».

Invece Guglielmo Epifani attacca l’esecutivo: «Stiano bene attenti a mettere mano a un diritto fondamentale dei lavoratori» re un testo “leggero”, per agevolare e non imporre un percorso di riforma tra aziende e sindacati. Ma l’interessato è pronto a dare battaglia. «È assurdo parlare di forzature - ha fatto notare - perché la cautela è stata doverosamente proporzionata alla delicatezza della materia». Più in generale, un ampio lavoro di screening è stato fatto un po’ su tutte le parti del disegno di legge. L’introduzione della soglia del 50 per cento di rappresentatività per poter proclamare un’agitazione potrebbe contrastare con il principio costituzionale che sancisce l’individualità dello sciopero. Il ministro proverà a portare a casa anche la

Il segretario del Pd cambia candidato per la presidenza: scendono le quotazioni di Calabrese e Petruccioli

Franceschini lancia Andrea Manzella alla Rai di Francesco Capozza

ROMA. La designazione di Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten come membri del nuovo Cda Rai ha coinciso con il canto del cigno di Walter Veltroni. Lo stesso giorno, infatti, l’ex segretario democratico ha rassegnato le sue dimissioni ed è tornato, dice, a fare «il deputato semplice». Da quel momento la partita per le nomine Rai si è azzerata come dopo un game over a Tetris. Le prime mosse di Dario Franceschini hanno d’altronde dimostrato che delle gestione precedente meno rimane e meglio è. Allontanati dal vertice del partito tutti gli uomini vicini all’ex sindaco di Roma (da Goffredo Bettini a Giorgio Tonini), nei prossimi giorni si attendono da Franceschini uguali passi per l’imminente giro di nomine che lo attendono, last but not least quelle (poche) che spettano all’opposizione nella televisione pubblica. Se per la direzione generale c’è da tempo una convergenza bi-

partisan sul nome dell’attuale segretario generale di palazzo Chigi, Mauro Masi, per quanto riguarda la prima poltrona della tv di Stato il rebus è tornato a complicarsi. Con la caduta di Veltroni le chances di Pietro Calabrese di essere nominato al vertice di viale Mazzini sono ridotte più che al lumicino alla Storia che mai fu. Lo stesso dicasi per l’altra ipotesi circolata nel recente passato, ovvero la possibilità di Claudio Petruccioli

Tutto sembra confermato per la poltrona di direttore generale: Il candidato che ha messo d’accordo tutti è Mauro Masi di succedere a se sesso. Ieri mattina Franceschini ha incontrato i capigruppo di Camera e Senato per parlare di testamento biologico e fare il punto sulle proposte per la Rai da indirizzare a palazzo Grazioli. Nel pomeriggio il solito neo segretario democratico ha incontrato i neo consiglieri Rai, Rizzo Nervo e Van Stra-

ten, e successivamente, a palazzo San Macuto, i consiglieri del Pd in Vigilanza: il nome che Franceschini ha lanciato sul tavolo è quello del costituzionalista Andrea Manzella che, di fatto, sarebbe il candidato di Massimo D’Alema. Certo, c’è chi obietta che dopo l’ottantenne Zavoli alla presidenza della Vigilanza, se dovesse passare la soluzione Manzella, si avrebbe una televisione pubblica «quasi giurassica».

Ma l’età anagrafica non sembra essere un problema per Berlusconi che sembrerebbe non avere nulla in contrario sul nome del giurista napoletano. A meno che, ovviamente, il Cavaliere non voglia replicare (a parti invertite) quanto già fatto nel 2005, quando avanzò il nome di Giulio Malgara, l’inventore dell’Auditel, per vederselo prima accettato ma poi bocciato ufficialmente da Prodi: una vecchia tattica, quella di gettare sul tavolo un nome allo scopo di farselo bocciare avendo in tasca una seconda carta vincente.


diario

27 febbraio 2009 • pagina 7

Hanno fatto un cartello contro la concorrenza

La Lega contro la Bongiorno: la discussione slitta al 9 marzo

L’Antitrust condanna i produttori di pasta

Intercettazioni, salta l’accordo nella maggioranza

ROMA. Sono 26 le aziende produttrici di pasta, più alcune associazioni di categoria del settore, sanzionate dall’Antitrust per quasi 12,5 milioni di euro perché colpevoli di aver dato vita a un cartello contro la concorrenza. «Le multe sono state determinate - spiega l’Antitrust - tenendo conto dell’eccezionale incremento del costo della materia prima e della situazione di difficoltà del settore.Valutati, caso per caso, il ruolo specifico svolto dalle aziende nella realizzazione degli accordi, le iniziative tese a contenere gli aumenti, le perdite di bilancio registrate nell’ultimo triennio». Per il Garante le società Amato, Barilla, Colussi, De Cecco, Divella, Garofalo, Nestlé, Rummo, Zara, Berruto, Delverde, Granoro, Riscossa, Tandoi, Cellino, Chirico, De Matteis, Di Martino, Fabianelli, Ferrara, Liguori, Mennucci, Russo, La Molisana, Tamma, Valdigrano, insieme all’Unipi, Unione Industriali Pastai Italiani, hanno «posto in essere un’intesa restrittiva della concorrenza» finalizzata a concertare gli aumenti del prezzo di vendita.

ROMA. In pratica se ne riparlerà il 9 marzo. È questa infatti la data che la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha fissato per l’approdo in aula del disegno di legge sulle intercettazioni. La pausa non sarà comunque inutile visto che l’accordo nella maggioranza sbandierato a mezzo stampa da Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento, non sembra proprio totale: la Lega infatti ha mostrato perplessità sia di metodo che di merito. I fatti. La presidente della commissione Giustizia della

I produttori hanno fatto sapere che ricorreranno contro la decisione. Guido Barilla, presidente del gruppo omonimo, stupito, ha commentato così la

Bossi a sorpresa: voto e referendum insieme Intanto passa un emendamento che riporta al 4% lo sbarramento per i rimborsi alle Europee di Marco Palombi

ROMA. Umberto Bossi fa marcia indietro, sconfessa i suoi e pensa a far risparmiare soldi allo Stato. Non si parla - come potrebbe sembrare - della bandierina leghista del federalismo fiscale, ma dell’accorpamento del referendum elettorale all’election day del 6 e 7 giugno, quando si voterà per le europee e le amministrative.

Riepiloghiamo: i referendum in questione sono quelli proposti, per capirci, dal comitato presieduto da Mario Segni e Giovanni Guzzetta, il cui obiettivo fondamentale è in buona sostanza quello di trasferire il premio di maggioranza dalla coalizione vincente alla lista che abbia preso più voti. L’orizzonte dei quesiti sempre esplicitamente illustrato dai promotori - è quello di superare il bipolarismo all’italiana in direzione di un orizzonte tendenzialmente bipartitico, motivo per cui le sigle medio-piccole della nostra politica lo vedono come il fumo negli occhi. Come si ricorderà, i referendum Segni-Guzzetta cominciarono il loro iter durante il governo Prodi - in molti sostengono siano la vera causa della fine di quell’esecutivo - avvalendosi peraltro dell’autorevole avallo dell’allora ministro Arturo Parisi (cosa che Romano Prodi non gradì affatto): il testo doveva quindi andare al voto la scorsa primavera, ma fu bloccato dalla caduta del Professore e dalle successive elezioni. Ora però, come si dice, nulla osta e quindi la faccenda va sottoposta all’elettorato entro il 15 giugno. È qui che la cosa si fa complicata. La Lega sa che, se il referendum passasse, avrebbe due sole possibilità: veder ridimensionata la sua forza elettorale o entrare in lista col Pdl per godere ancora del premio di maggioranza, rinunciando però al simbolo. Per questo Roberto Maroni, che da ministro dell’Interno è responsabile dell’organizzazione del voto, con l’autorevole avvallo di Roberto Calderoli, aveva bloccato l’accorpamento all’election day proponendo di votare i referendum la domenica successiva, il 14 giugno,

col chiaro intento di far mancare il quorum. Unico problema: questo scherzo costerebbe alle casse pubbliche circa 400 milioni di euro. Il Carroccio, poi, s’è pure trovato solo a difendere questa scelta visto che anche Giampiero D’Alia dell’Udc, partito contrario ai quesiti quanto la Lega, ha dato il via libera all’accorpamento guadagnandosi anche i complimenti del comitato promotore. Ieri, dunque, Bossi ha capito che tirava aria di figuraccia e coi giornalisti ha mollato la presa: «Se c’è da risparmiare, bisogna fare una valutazione». Frasetta che, nell’eloquio bossiano, ha il sapore di una sentenza.

Ma non sono finite qui le grandi manovre elettorali del Parlamento italiano. Sempre ieri la commissione Affari costituzionali della Camera, approvando proprio il decreto che istituisce l’election day, ha cancellato la norma introdotta dal Senato che abbassava al 2% la soglia oltre la quale si accedeva automaticamente al rimborso elettorale. La maggioranza ha infatti votato a favore di un emendamento di Giorgio Stracquadanio (Pdl) che riporta la soglia al 4%, la percentuale sotto la quale alle europee non si ottengono seggi. I democratici, che in commissione si sono astenuti (contrario invece l’Udc), si sono visti recapitare le rimostranze dei partiti alla loro sinistra ed hanno quindi promesso, per bocca di Sesa Amici, capogruppo nella Affari costituzionali, di «ripresentare in Aula gli emendamenti per abbassare la soglia per accedere ai rimborsi per le elezioni europee». Tanto più che, a ben guardare, l’emendamento Stracquadanio sembra una modifica fatta a misura dei partiti più grandi: anche elevando la soglia, infatti, non si avrà nessun risparmio per la finanza pubblica visto che il fondo apposito, pari a un euro per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali (anche i non votanti, quindi) verrà comunque speso per intero. Ma se lo divideranno solo quelle liste che il 6 e 7 giugno supereranno la soglia del 4 per cento.

«Se c’è da risparmiare, bisogna fare una valutazione»: il leader del Carroccio contrario alla spesa di 400 milioni di euro

decisione dell’Antitrust: «La nostra missione, da sempre, è quella di offrire alle persone prodotti di ottima qualità al giusto prezzo, operando in assoluta trasparenza, secondo i principi di sana concorrenza alla base del libero mercato». L’Unipi, Unione industriali pastai italiani, ribadisce in una nota «che nel settore non vi sono state speculazioni, né si è mai configurato alcun accordo lesivo degli interessi dei consumatori», sottolineando anche che «le ragioni che hanno determinato tensioni sul prezzo della pasta sono riconducibili all’andamento dei fattori di costo di produzione, il più importante dei quali è rappresentato della materia prima, la semola di grano duro».

Camera aveva riferito delle modifiche che il centrodestra si apprestava a proporre su due dei punti più controversi della legge: il divieto di pubblicare qualunque notizia fino alla chiusura delle indagini preliminari (cioè ben oltre il termine del segreto istruttorio) e i «gravi indizi di colpevolezza» che il giudice dovrebbe avere per autorizzare gli ascolti. Da parte dell’opposizione sono arrivati apprezzamenti per l’apertura del governo – e anche per la scelta di non procedere col voto di fiducia – ma è stato proprio nella maggioranza che c’è stato qualche malumore. Il Carroccio lamenta di non essere stato consultato in nessun modo e avanza anche qualche critica di merito.

«La Lega non è serva di nessuno: prima ci devono consultare e poi noi decideremo». Parola del responsabile Giustizia della Lega Matteo Brigandì - l’uomo che, col capogruppo alla Camera Roberto Cota, ha seguito tutta la vicenda - la cui teoria è che l’intesa annunciata dalla Bongiorno «è una decisione presa come Pdl, ma a noi non ci hanno ancora consultato». Anche sul merito dei cambiamenti, poi, ieri mattina Brigandì era parecchio battagliero: «Io tra“gravi indizi”e“sufficienti indizi” preferisco gli “oggettivi indizi” di colpevolezza». Formula che complicherebbe ancora di più l’iter di autorizzazione degli ascolti perché il termine “oggettivi” renderebbe ancor più difficili le autonome deduzioni del magistrato sul materiale accusatorio. (m.p.)


società

pagina 8 • 27 febbraio 2009

Testamento biologico. Sostituzione in vista per il senatore Lucio Malan che dovrà pronunciarsi sulla legge e non condivide la linea del partito

La babele del Pdl Turn over in commissione Affari costituzionali per oscurare le troppe voci discordi sul fine vita di Franco Insardà

ROMA. I colpi di scena sul testamento biologico si susseguono come nei migliori gialli. Prese di posizione, documenti, appelli bipartisan e avvicendamenti nelle commissioni che si interessano della materia. L’ultima sostiituzione in ordine di tempo riguarderebbe la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, che dovrà esprimere un parere sul ddl Calabrò, e in particolare i senatori del Pdl Lucio Malan e Giuseppe Saro. I due avevano espresso alcune perplessità sul testo, a loro dire troppo restrittivo. Il vicecapogruppo del Pdl Gaetano Quagliariello ha però smentito in aula la notizia. Comunque il mistero resta. Il livello di tensione nel Pdl su questo argomento, negli ultimi giorni, si è alzato di molto. Prima la presa di posizione di Beppe Pisanu, poi i 53 parlamentari che hanno firmato un documento nel quale chiedono un provvedimento più restrittivo e la richiesta di moratoria bipartisan di quattro parlamentari insieme a quattro colleghi del Pd. La senatrice Laura Bianconi, componente della commissione Sanità, è una delle 53 firmatarie e ci tiene a precisare prima di tutto: «Smettiamola di parlare di testamento biologico, nei Paesi europei dove si è legiferato in questo modo si è scivolati nell’eutanasia. Parliamo o di fine vita o di dichiarazione anticipata di trattamento». Mai più un caso Eluana: una legge per la vita. È questo il titolo del documento pro life firmato anche da Isabella Bertolini, che smorza i toni polemici e si difende dalle accuse del Pd sulle spaccature nel suo schieramento: «In un partito così grande come il Pdl è normale che ci siano delle anime diverse che si incontrano. Quello che ci accomuna è il principio secondo cui la vita va tutelata dall’inizio, fino alla sua fine naturale, con degli accorgimenti e degli aiuti veri e sostanziali. Questo deve essere un principio cardine del nostro Paese. La tutela della vita in tutte le sue forme. Siamo per la dignità e il rispetto delle persone, per le cure palliative, per l’assistenza ai malati e anche alle loro famiglie». E la senatrice Bianconi

Caro Pisanu, questa legge è il male minore di Rocco Buttiglione segue dalla prima Un grande giurista oggi un po’ dimenticato, il Santi Romano, diceva che quello dello stato non è l’unico ordinamento che abbia vigenza nella società. Anche la famiglia ha un suo ordinamento normativo ed un ordinamento normativo esprime pure l’etica medica e nelle questioni difficili del morire questi ordinamento si intrecciano con modalità sempre variabili e diverse. Non sarebbe meglio se la legge dello stato si autolimitasse e rimanesse fuori da questo ambito? La tua risposta a questa domanda è positiva. Capisco questa tua convinzione e, anche, in astratto, la condivido. Non posso però sostenerla in concreto come politico.

La questione del trattamento di fine vita e delle dichiarazioni anticipate di cura è stata sottratta a quella “penombra” di cui parla Panebianco dalla iniziativa legislativa del Sen. Marino nel corso della passata legislatura. Come forse ricorderai allora il Presidente della Cei, monsignor Bagnasco, spiegò le ragioni che rendevano poco saggio il legiferare

sull’argomento e la stessa cosa feci io nell’aula del senato. Nella passata legislatura non si fece su questo tema nessuna legge. La legge è diventata inevitabile nel momento in cui la cassazione ha deciso che in mancanza di una legge sussiste un vuoto normativo e si è ritenuta autorizzata a riempirlo. Non si è trattato, si badi bene, di un provvedimento successivo al compimento del fatto ma di un provvedimento dichiarativo, antecedente, autorizzativo che somiglia molto ad un atto legislativo che stabilisce una norma generale astratta, come è inevitabile che sia quando si pretende di riempire un“vuoto normativo” con una sentenza. Non sappiamo se i giudici della cassazione fossero consapevoli del fatto che stavano provocando uno scontro civile difficilmente componibile e di cui non si sentiva certo il bisogno.

È in questo modo che il faro del diritto dello stato si apre su quell’area che fino ad allora era rimasta in una pietosa penombra. A quel punto una iniziativa legislativa diventava invitabile. E’ bene comunque non dimenticare chi porta la responsabilità politica di averci condotti a questa necessità. Dobbiamo adesso fare una buona legge. Dobbiamo farlo con umiltà, sapendo che solo la legge di Dio è perfetta; le leggi degli uomini saranno sempre imperfette. Dobbiamo tuttavia cercare di fare la legge meno imperfetta possibile. Molto, inevitabilmente, resterà affidato alla umanità e d al buon senso dei familiari, dei medici e dei giudici. Spero di averti al nostro fianco nella difficile battaglia che stiamo combattendo in Parlamento e nel paese.

A destra Mario Landolfi, uno dei 53 parlamentari pdl che hanno chiesto di rivedere la legge in senso più restrittivo. Della schiera fanno parte anche Laura Bianconi e Isabella Bertolini (nella pagina a fianco) aggiunge: «Su un tema così delicato si è aperto un confronto che non è partito da questo documento, ma da molti mesi. Esistono delle posizioni molto rigorose, altre ancora in elaborazione: il documento è uno strumento di miglioramento del disegno di legge che in alcuni passaggi risulta, secondo noi, difficile da capire e suscettibile di diverse interpretazioni da parte della magistratura, che ci ha costretto a legiferare su questa materia. Non c’è spazio per alcuna moratoria. La legge deve essere chiara e non lasciare margini interpretativi. Lo sforzo è quello di migliorare il testo che non è blindato. Alla fine del percorso ognuno si comporterà secondo coscienza, perché non ci può essere un diktat di partito o di coalizione». Tra i cinquantatre fir-

matari ci sono esponenti che provengono da esperienze di associazionismo cattolico. Molti sono i rappresentanti di An come il sindaco di Roma Gianni Alemanno, Edmondo Cirielli, Basilio Catanoso, Mario Landolfi e Giuseppe Valditara. Proprio Mario Landolfi chiarisce: «Non può esistere una irreggimentazione delle coscienze e dei parlamentari. Il testo Calabrò è condivisibilissimo nella sua generalità, ma nella fase applicativa lascia delle maglie piuttosto larghe in cui è possibile far passare una finalità eutanasica. Nel documento abbiamo suggerito alcune modifiche per evitare questi rischi e renderlo impermeabile a interpretazioni estensive».

Quanto alle sottolineature che sono giunte ieri dal centrosinistra sulle spaccature in casa Pdl la senatrice Bianconi dice: «Rimando al mittente problemi di carattere politico e di divisioni. Il centrosinistra dovrebbe occuparsi delle sue questioni interne


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27 febbraio 2009 • pagina 9

Un testo trasversale Pdl-Pd invita a sospendere ogni decisione

Appello bipartisan: rimandiamo a giugno ROMA. Ormai gli esperti al capezzale del testamento biologico non si contano più. Ognuno ha una sua ricetta per trovare una soluzione. Ma subito dopo qualche collega ne propone un’altra e il dibattito continua. La richiesta di moratoria nella discussione sulla legge sul testamento biologico avanzata, in forma bipartisan, da otto senatori, Enzo Bianco, Stefano Ceccanti, Emma Bonino e Piero Ichino per il Pd e Lamberto Dini, Antonio Paravia, Maurizio Saia e Giuseppe Saro per il Pdl, sono circolati anche i nomi di Lucio Malan e Beppe Pisanu, i quali non avrebbero firmato, ha aperto un altro fronte. Benedetto Della Vedova, presidente dei Riformatori Liberali e deputato del Pdl, è intervenuto sulla proposta: «Aumentano le spaccature e le divisioni in entrambi gli schieramenti. A questo punto è quantomeno necessaria una pausa di riflessione».

che sono abbondantemente confuse. Nel nostro schieramento, invece, non ci sono prevaricazioni, c’è un dibattito molto sereno sui contenuti. Non c’è alcuna divisione, anzi è un arricchimento per fare

gruppo di Camera e Senato. Ed è distinta e distante da quelli che all’interno del Pdl hanno posizioni laiche e laiciste molto spinte. Noi vogliamo che il testo Calabrò arrivi in aula migliorato e diventi legge. In

Bertolini e Bianconi,firmatarie del documento che invoca una normativa meno “interpretabile”, spiegano che «il confronto interno è in corso da mesi». Con loro molti esponenti di An,da Alemanno a Landolfi una legge buona. Con una parte del Pd ci si può trovare d’accordo, l’importante è chiarire su che cosa». Isabella Bertolini aggiunge: «Il nostro atteggiamento non è negativo nei confronti della legge e non vogliamo spaccare il Pdl, ovviamente. La nostra posizione è nota a tutti da tempo e l’abbiamo charita in alcuni incontri sia al governo che ai capi-

questi mesi ci sono stati dei tentativi per trovare un accordo con il Pd, oggi mi sembra abbastanza difficile rispetto alle proposte che hanno presentato ».L’appuntamento per la prossima puntata è per lunedì alle 20 in commissione Sanità per la discussione degli emendamenti. Martedì sera si inizia a votare, a meno di altri colpi di scena.

Di diverso avviso il relatore del ddl, Raffaele Calabrò che ha dichiarato: «Ritardare ulteriormente una legge sul testamento biologico sarebbe accanimento terapeutico. Ci sono state altre mozioni nei mesi precedenti che chiedevano questa legge e mi sembra che ora si debba andare avanti. È pronta per essere varata e va fatto». Lo stesso Calabrò ci ha tenuto a precisare che sull’appello annunciato dal senatore del Pd Ignazio Marino, al presidente del Senato Renato Schifani, affinché siano resi ammissibili i suoi emendamenti sulle cure palliative: «Marino sa bene, perché l’ha votata in qualità di capogruppo nella commissione del Pd, che ci sarà una separazione dei due disegni di legge, uno sulle dichiarazioni anticipate e l’altro sulle cure palliative che inizia il suo iter alla Camera. Quindi siccome abbiamo votato per questi due disegni di legge, e lo ha votato anche il senatore Ignazio Marino, adesso non è corretto e non è giusto che dica cose del genere». Sulla possibile moratoria hanno espresso la loro contrarietà anche Gaetano Quagliariello e Anna Finocchiaro. «Gli appelli, quando sono bipartisan, devono sempre indurre a riflessione. Ho però - ha detto il vicecapogruppo al Senato del Pdl - due considerazioni per le quali ritengo che non sarebbe un bene dar corso a quell’appello. La prima è che il Parlamento ha assunto un impegno e anche in un momento particolarmente solenne. Smentirlo sarebbe una sconfitta di tutti. Il secondo problema è’ che non vorrei che, invece di una moratoria per cercare di raffreddare il tema, si ottenga l’effetto di dilatare il tempo nel quale questo tema occuperà’ lo spazio delle Camere». Anche il capogruppo del Pd a Palazzo Madama ha ricordato: «Mi sono impegnata personalmente e ho impegnato il mio gruppo a lavorare per l’approvazione di una legge sul testamento biologico in Senato. L’ho fatto negli scorsi mesi promuovendo una mozione votata da centrodestra e centrosinistra che impegnava il Senato ad approvare una legge entro il 2008 e l’ho fatto anche quando il gover-

no, qualche settimana fa, ha deciso di ritirare il disegno di legge sulla vicenda di Eluana Englaro. Per questo non accolgo l’appello alla moratoria venuto da senatori laici e cattolici di centrodestra e centrosinistra. Credo che ci siano le condizioni per arrivare in tempi ragionevoli all’approvazione di una legge, continuando il lavoro serio e approfondito che si sta facendo in Commissione. Il Pd da settimane e settimane ha lavorato e sta lavorando con pazienza per raggiungere un risultato che ci auguriamo possa garantire il diritto alla salute, la laicità dello Stato e i diritti delle persone sanciti dalla Costituzione».

Il senatore Gianpiero D’Alia ha, invece, ribadito: «La posizione dell’Udc è chiara da tempo e, alla luce dei dibattiti di questi giorni, appare quella più certa e coerente: contro ogni forma di eutanasia, per il diritto del paziente ad essere protetto dal dolore, perché non sia messo in dubbio che alimentazione e idratazione sono diritti della persona e non cure mediche. Non si sprechino - ha detto ancora D’Alia - le opportunità di dialogo messe

«Evitiamo nuove divisioni»: il messaggio firmato per il Pd da Emma Bonino,Pietro Ichino,Stefano Ceccanti ed Enzo Bianco;per il Pdl da Lamberto Dini,Giuseppe Saro,Antonio Paravia e Maurizio Saia in atto tra i cattolici dei due schieramenti per arrivare alla migliore soluzione legislativa possibile. Oggi in Italia ci sono circa 3000 persone che versano in una condizione di stato vegetativo permanente. È quindi un dovere del Parlamento arrivare in tempi brevi a una legge che fermi il ”far west” sul diritto alla vita, non delegando alla magistratura compiti che spettano indiscutibilmente al legislatore». I consulti sicuramente continueranno nelle prossime ore nella speranza di arrivare a una cura efficace e risolutiva.


panorama

pagina 10 • 27 febbraio 2009

Crisi. Una ricerca delle Acli dimostra che la Social card è andata soprattutto ai single

Perché il Bonus non va alle famiglie? di Luca Volontè l pericolo economico viaggia anche sul filo della superficialità e della superbia del Governo. Abbiamo più volte chiesto modifiche alle modalità di distribuzione ed elaborazione dei criteri della “Social Card” e del “Bonus Famiglia”. Le idee erano geniali e pur non avvicinandosi minimamente agli obiettivi strategici del Programma eletdella torale maggioranza di Governo, erano comunque una chance d’aiuto per le famiglie e i soggetti poveri del Paese.

I

denzia che l’80% dei beneficiari del “Bonus”saranno single e coppie senza figli. La medesima e assurda riflessione si deve purtroppo fare anche nei confronti della “Social card”, anche per questo strumento le famiglie che ne usufruiscono sono una minoranza e per di più dalla carta acquisti rimane esclusa per limiti di età una ampia

re, intelligenti ma inefficaci, del Governo. Dunque, bando alle critiche gratuite e ai pregiudizi, si deve cambiare metodo e avviare un confronto che parta dalla realtà della situazione e che impari dall’esperienza: è indispensabile non solo aumentare la cifra complessiva verso le famiglie con figli, ma è altrettanto importante correggere gli effetti distorsivi delle leggi introdotte. Nei prossimi mesi in Europa si consoliderà la «grande gelata», non basterà una battuta geniale di nessun Premier, né la tenace difesa delle proprie idee economiche: sarà necessario imparare dalla esperienza. Chiudere gli occhi sulla situazione drammatica delle famiglie italiane sarebbe francamente irresponsabile.

Un mese fa, Berlusconi annunciò di avere in tasca 40 miliardi di euro da spendere, eppure quei fondi sono investiti realmente solo al 40%

Allora

scrivemmo

che era necessaria una distribuzione casa per casa della “Social Card”, fin dall’inizio era evidente la difficoltà che si sarebbe riscontrata nelle lunghe file alle poste degli anziani, altrettanto chiari appariva i pericoli e le possibili distorsioni sul “Bonus Famiglia”. Purtroppo, lo diciamo con chiarezza e dispiacere, avevamo ragione e i pericoli si sono avverati. I primi dati della indagine compiuta dal centro ricerca delle Acli, si evi-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

fetta di popolazione povera. I limiti di reddito relativamente alti per i single e molto bassi per i nuclei con bambini a carico, hanno finito per penalizzare i nuclei familiari numerosi. Le nostre non erano semplici teorie allora e oggi non sono semplici critiche, parliamo di dati empirici, fatti concreti, volti e nomi e cognomi.

Attenzione, la crisi si sta aggravando a macchia d’olio, l’aumento della disoccupazione sarà in crescita nei prossimi mesi, quindi è fondamentale correre in aiuto e correggere le distorsioni che si stanno verificando. Tra l’altro, i due milioni e mezzo di pratiche per il Bonus arrivate alla Agenzia delle Entrate, e i 550 mila Bonus,dimostrano che solo il 40% delle persone aventi diritto ha usufruito delle misu-

Un mese fa il nostro Premier ha annunciato di aver in tasca 40 miliardi di Euro da spendere per le famiglie e le Pmi italiane: per ora l’unica cosa certa è che dei soldi stanziati prima di Natale si sono realmente spesi solo il 40% e la stragrande maggioranza delle famiglie non sa come arrivare alla terza settimana. Ora è il tempo di agire, se i soldi pubblicizzati esistono e non sono parte di uno show mediatico, lo vedremo nelle prossime settimane.

Il caso del sindaco di Benevento (ex-Udeur) che resta attaccato alla poltrona

Quando i mastelliani superano il maestro astella passa con il Pdl ma i mastelliani non lo seguono. Questione di lealtà, dicono. Il sindaco di Benevento, Fausto Pepe, mastelliano a vita, ha “fondato”un nuovo soggetto politico che si chiama “Lealtà per Benevento”e la sua amministrazione, da sempre in crisi, rimane in sella anche se il suo cavallo più importante corre per un’altra scuderia. Al nuovo soggetto politico “Lealtà”ha aderito anche Lucio Lonardo, che è cugino di Sandra Lonardo Mastella, nonché presidente di un’azienda municipale. Lonardo non lascia, come sua cugina Sandra non ha lasciato la carica di presidente del consiglio regionale.

M

Mastella, che alla famiglia ci tiene, è stato chiaro: “Se non si è dimesso Bassolino perché si dovrebbe dimettere Sandra?”. Già, perché? Anche alla Rocca dei Rettori, sede della Provincia di Benevento, non ci sono state particolari scosse e la decisione di Mastella non sembra minare realmente la tenuta della Provincia e la giunta del presidente Aniello Cimitile. In questo caso, infatti, gli assessori mastelliani sono andati via - in realtà li ha licenziati il presidente Cimitile - ma sono arrivati dei rinforzi dal Pdl, come

l’ex deputato di Forza Italia Antonio Barbieri (a suo tempo già mastelliano) che, in pratica, è stato fatto fuori nella sua provincia dalla neodeputata Nunzia Di Girolamo, che gode della simpatia personale del Cavalier Berlusconi. Un argomento contro il quale il povero Barbieri non può nulla. Insomma, Mastella cambia, ma le truppe mastellate non lo seguono. Evidentemente, come ha detto lo stesso Pepe, la coerenza è un valore che non può essere piegato alle opportunità del momento. Il sindaco, del resto, ha una precisa responsabilità istituzionale e risponde direttamente ai cittadini. Tuttavia, qualche dubbio rimane. Facciamo un esempio: è più facile seguire un leader politico quando cambia e conquista poltrone e posti di potere ed è più difficile seguirlo quando bisogna lasciare poltrone e pote-

re? A seguire Mastella sono stati soprattutto quelli che non avevano nulla da perdere, mentre - fatta qualche eccezione - chi sedeva su poltrone e aveva incarichi ha preferito restare al suo posto di comando. Il ragionamento è stato abbastanza semplice e, a conti fatti, è in linea con la filosofia mastelliana che non va intesa come un’esclusiva di Clemente Mastella: accaparrarsi posti di potere. Dunque, dietro la lealtà e la coerenza non c’è, forse, il più semplice attaccamento alla poltrona? Non è questo la quintessenza del mastellismo? Il dubbio è legittimo. I mastelliani oggi valutano la politica di Mastella non degna di essere seguita e restano ai loro posti di potere, ma ieri, quando non sedevano su poltrone, la loro valutazione della politica di Mastella era diversa e la ritenevano degna di essere seguita. Mastella è stato

sempre un po’ come Crono che mangiava i suoi figli, ma in questo caso sembra - e sottolineo sembra: perché il momento la verità sarà solo il voto - che siano i figli a mangiare il padre.

Tuttavia il caso dei mastelliani che “superano” il maestro Mastella è un caso nel caso o, se si vuole, è la più coerente applicazione del mastellismo che, però, proprio in forza della sua coerenza va incontro alla sua polverizzazione, insomma alla sua fine. Il mastellismo muore per mano dei mastelliani o, che è lo stesso, per troppo mastellismo. Non c’è collante più potente del potere per tenere unito un partito, ma un partito va incontro alla sua fine annunciata quando il potere è l’unica ragione della sua unità. Il potere unisce e il potere divide. I mastelliani che non seguono Mastella sono coerenti con il loro mastellismo almeno quanto lo è Mastella con se stesso nella sua scelta di candidarsi con il Pdl. Si può essere voltagabbana anche senza voltare un bel niente, si può essere sleali nella lealtà e incoerenti nella coerenza (ammesso e non concesso che la coerenza sia veramente un valore). Sono questi i paradossi morali del mastellismo senza Mastella.


panorama

27 febbraio 2009 • pagina 11

Polemiche. Con l’uscita di scena dell’ex segretario Pd si consuma la fine della stagione della «vocazione maggioritaria»

Passato Veltroni, torniamo alle coalizioni di Francesco D’Onofrio segue dalla prima E questo perché è di tutta evidenza, che l’aspirazione maggioritaria non si combina culturalmente, politicamente e costituzionalmente con una pretesa maggioritaria di una singola forza politica.

Al fondo della ragione strutturale per la quale l’Udc non è entrato nel Pdl vi è – a prescindere da fondamentali questioni di programma e di alleanze – proprio la convinzione nostra che si debba dar vita – attraverso un faticoso ma essenziale processo costituente – proprio ad una cultura della coalizione che è di per sé alternativa a quanto è stato sino ad ora indicato sia dal Pd sia dal Pdl. La ripetuta e stucchevole richiesta di indicare da quale parte si stia, presupponendo che Pd e Pdl sono appunto due parti politiche e non soltanto due cartelli elettorali, sta finalmente prendendo atto che noi abbiamo affermato che la nostra iniziativa costituisce una alternativa culturale, politica e costituzionale proprio all’uno e all’altro cartello elettorale. Di questo infatti si tratta perché non siamo in presenza di

Se il Partito democratico ritornerà una cultura della coalizione, finalmente si potrà discutere dei temi di programma delle coalizioni possibili due autentici poli politici che non consentirebbero la vitalità di un terzo polo.

Occorre che si prenda finalmente atto che il presunto polo rappresentato dal Pd è in via di disgregazione non solo e non tanto organizzativa quanto nell’essenza stessa della na-

tura del soggetto qui richiamato. Non è oggi in alcun modo chiaro quale sarà la conseguenza di questa dura constatazione: se il Pd non ha vocazione maggioritaria perché questa è incomponibile con qualunque strategia di alleanze politiche ed è certamente alternativa a qualunque cultura

di coalizione, vi è pertanto da chiedersi cosa sia in realtà il Pd: non sembra certamente un partito di programma, perché su tutti i punti essenziali di un programma – valori ideali; politica estera; collocazione europea; politica economica; scelte istituzionali – il Pd sembra giunto al massimo a consentire il dissenso interno affermando l’esistenza di un orientamento prevalente su ciascuno di questi temi. E non è chi non veda cha altro è consentire in un partito politico il dissenso interno perché in tal caso si tratta di un incomprimibile diritto individuale, altro è definire una linea politica di programma di un partito in quanto tale. Sembra chiaro che proprio sui temi fondamentali di programma residua una qualche idea di vocazione maggioritaria perché è di tutta evidenza che se parliamo di cartelli elettorali è certamente chiaro che tra gli elettori esistano opinioni diverse su ciascun tema, se invece parliamo di cultura della coalizione, ciascun partito deve dire cosa pensa su ciascun tema.

Il passaggio dalla stagione veltroniana della vocazione

Progetti. Possibili liste comuni per il Carroccio e il Movimento per l’Autonomia alle Europee

Nasce la Lega siculo-lombarda di Irene Trentin

ROMA. Il congresso del Movimento per l’Autonomia che si apre oggi con Berlusconi e Tremonti dovrà decidere la strategia del partito di Raffaele Lombardo in vista delle Europee. Incassato il colpo dello sbarramento del 4 per cento alle Europee, ora scatta il rebus delle alleanze, per poter superare l’ostacolo-sbarramento, cosa impossibile da realizzare da soli. E per prepararsi il terreno l’Mpa, che conta su una pattuglia di otto deputati e due senatori eletti nelle liste del Pdl, ha ottenuto una vittoria-contentino (rispetto alla battaglia persa sullo sbarramento) con l’emendamento al decreto sull’election day chiesto e ottenuto proprio dall’Mpa, che ha disposto l’allargamento dello spazio per i simboli sulla scheda da due a tre centimetri, per favorire la visibilità dei simboli che dovranno accorparsi con altri.

facciamo parte della stessa alleanza di governo e ci sono tutte le condizioni perché il dialogo possa portare a un risultato», conferma Lombardo. Si tratterebbe di lasciarsi così alle spalle tensioni e sgambetti tra i due movimenti federalisti, culminata nella nomina dei referenti politici per le regioni del Centro e del Sud nominati da Umberto Bossi e l’apertura di nuove sedi dell’Mpa al

Il congresso dell’Mpa che si apre oggi dovrebbe stabilire una nuova politica di alleanze: «Siamo federalisti come il partito di Bossi»

E c’è già chi è pronto a giurare che rivedremo la colomba sormontata dallo spadone di Alberto di Giussano, nel simbolo con cui Lega e Mpa si presentarono insieme alle politiche del 2006. «Ci sono dei contatti,

Nord, come Milano, Firenze e Udine. L’ultima solo qualche giorno fa proprio nel capoluogo lombardo, occasione anche per l’ufficializzare la candidatura per l’Mpa di Alberto Veronesi, figlio dell’oncologo senatore del Pd, alle provinciali di giugno. Di certo Lombardo farà pesare i recenti risultati elettorali riportati in Abruzzo e Sardegna, che hanno portato l’Mpa dallo 0,6 per cento delle politiche a conquistare il due per cento. Il Congresso sarà l’occasione per approvare un nuovo statuto «più agile» del partito, ribadire il «punto fermo della difesa della persona umana» e stilare un

programma per le Europee. Questione centrale: la riforma federalista che, per Lombardo, dovrà preservate un’identità «solidaristica» tra Nord e Sud e, che «avrà successo se non verrà ostacolata o combattuta dai partiti che, per loro natura, sono centralisti».

Dalle parti del Carroccio c’è prudenza. «Siamo ancora nella fase del dialogo», dice il presidente federale della Lega Angelo Alessandri. È ottimista, invece, un democristiano di lungo corso come Enzo Scotti, ora vicepresidente dell’Mpa e sottosegretario agli Esteri: «Ci sono ancora colloqui in corso – conferma – anche se per ora preferiamo analizzare tutte le possibilità. Con la Lega abbiamo molte affinità, perché siamo entrambi movimenti giovani, non legati all’eredità del passato e quindi culturalmente nuovi. E poi siamo entrambi autonomisti e federalisti».

maggioritaria alla appena abbozzata stagione franceschiniana non è un passaggio né indolore né di privo di conseguenze complessive per il sistema politico italiano: se il Pd evolverà nel senso di una autentica cultura della coalizione, dovremo attenderci risposte precise su ciascuno dei temi di programma indicati in precedenza, con la conseguenza del tutto prevedibile che su ciascuno di essi vi sarà una dissidenza significativa che potrà rivolgersi di volta in volta verso soggetti vecchi o nuovi che avranno appunto voluto aggiornare ma non abiurare la scelta del partito di programma. Non si tratta probabilmente di un tempo molto breve perché incombono scadenze legislative, elettorali e referendarie in ciascuna delle quali il Pd dovrà mettere a fuoco proprio le conseguenze dell’alternativa tra vocazione maggioritaria e cultura della coalizione.

Una cosa è certa: da Todi in poi il Pd non potrà più far finta di ignorare che è finita la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria.


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na delle più grandi tra le ultime seduzioni di Berlicche [il nome di uno dei sette demoni tentatori, protagonista delle famose Lettere firmate da Lewis nel secolo scorso, ndr.], perfettamente adatta per i nostri tempi, sta nel soffiare un granello di zucchero di cristianesimo fino a trasformarlo in un dolciastro, soffice zucchero filato. «IN-clusività! – insisterà – Il cristianesimo non è altro che IN-clusività». È in questo modo che Berlicche vi convince con dolcezza ad affermare che i peggiori abomini di cui avete sentito parlare (divorzio, aborto, eutanasia, adulterio, matrimoni omosessuali) sono, effettivamente, inclusi all’interno dell’ampio raggio dell’amore cristiano. Sarebbe assolutamente non cristiano pensare male di questi “abomini”. Dovreste vergognarvi di aver mai pensato che fossero sbagliati. Siete forse dei bigotti? «Strano! – avrei invece pensato io – Il cristianesimo è EXclusione».

U

Nel giorno del Giudizio universale, il Giudice divide il mondo in pecore e capre: alcuni a sinistra, altri a destra. Pochi fra voi saranno scelti per entrare con me in Paradiso. Gli altri scenderanno, perché lo hanno scelto, nella punizione eterna. Non sono venuto per portare la pace, ma una spada. Chi non è con me è contro di me. Dio ha mandato la sua luce nell’oscurità, ma questa non l’ha ricevuta. Il cancello è stretto, e la via è angusta. Soltanto pochi di voi saranno salvati. Molti hanno pianto, versato lacrime e digrignato i denti. Lo potete vedere da soli. Prendetevi mezz’ora di tempo per dare una letta ai Vangeli di Matteo e Marco (alcune delle Lettere di san Paolo sono ancora “meno cristiane”). Berlicche aveva sbagliato tutto. Nel momento in cui si incontra qualcuno che sottolinea quanto il cristianesimo sia IN-clusivo scappate via, perché la verità non è con lui. Tutto questo viene confermato da un ignobile articolo di Newsweek, in cui i legami omosessuali vengono posti in Paradiso e il matrimonio (nel senso cristiano) viene dipinto come una sorta di inferno. L’articolo è stato pubblicato sotto Natale, proprio sotto Natale! E in un secondo momento è stato difeso dal solitamente perspicace direttore di Newsweek, John Meacham. Si tratta del segno più pungente di quanto Berlicche sia abile. Prende soltanto i migliori! Molto di quello che oggi viene considerato “ambientalismo”, è eccessivamente vulnerabile a confutazioni fattuali improvvise e impreviste. I sermoni obsoleti di fiamme degli inferi e zolfo (che si ascoltavano in alcuni tipi di

Si fa largo nella società civile, il demone tentatore di un cristianesimo sdolcinato che

L’ultima seduzione di Michael Novak

chiese cristiane nelle passate generazioni) sembrano essere diventati un modello per le sinistre descrizioni odierne del modo in cui finirà il mondo. Molto presto! Tuttavia, se tra vent’anni il clima del pianeta dovesse diventare drammaticamente più freddo di anno in anno, e se si renderanno note ulteriori scoperte sugli effetti di attività all’interno del Sole (che influenzano le ere glaciali e le ere del riscaldamento

raffreddamento globale, piuttosto che un riscaldamento.

Il cristianesimo sdolcinato si manifesta anche nel pensiero oscurantista in merito all’aborto. Alcune persone pensano che accettare l’aborto come nuova realtà sociale sia più “tollerante” e più “lungimirante”… Più “inclusivo”. In effetti, fino al 1973, quasi tutte le giurisdizioni negli Stati Uniti consideravano l’aborto come una

Un certo genere di Chiesa ”inclusiva”, spinge a credere che temi come divorzio, aborto, eutanasia, adulterio e matrimoni omosessuali vadano sdoganati in nome di un malinteso amore cristiano sulla Terra), l’attuale panico potrebbe sembrare eccessivamente ingenuo. I nostri figli e i nostri nipoti potrebbero guardare alla nostra ingenuità con imbarazzo. O forse no. Il punto è che bisogna essere attenti, empirici e realistici: non orientati verso una causa. Io stesso (da non scienziato), ritengo che sia più probabile un

violazione disgustosa del diritto naturale. Ahimé, quello che il nostro nuovo regime sull’aborto ha fatto è restringere il circolo della vita e della libertà. Questo è liberale? Questo è cristiano? Il presidente Lincoln non si è soltanto opposto alla schiavitù, ma anche al diritto degli Stati di scegliere se permetterla o meno. Il suo

obiettivo, nell’opporsi sia alla schiavitù che alla “scelta”, era quello di espandere il circolo della vita e della libertà (Nessuno può scegliere di rendersi schiavo, nessun può scegliere di essere abortito, quindi nessuno ha il diritto di schiavizzare o abortire chiunque altro). La demolizione dell’istituzione della schiavitù fu, in realtà, un proposito liberale e cristiano. Il 23 gennaio, il nostro nuovo Presidente ha reintegrato la

A sinistra Clive Staples Lewis, giornalista e autore delle Lettere di Berlicche. Racconto epistolare originariamente pubblicato a puntate sul quotidiano The Guardian, l’opera di Lewis narra le vicende dell’anziano demone Berlicche, che istruisce l’apprendista Malacoda a proposito della seduzione dei mortali. A destra John Meacham, direttore del settimanale Newsweek


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La risposta di Vian, direttore dell’”Osservatore Romano”

«Il declino c’è, ma la fede non esclude nessuno » di Gabriella Mecucci

ROMA. Il cattolicesimo è davvero tentato da un eccesso di

e falsifica i valori tradizionali a favore di un finto umanitarismo

e di Berlicche

Un Paese ricco e premuroso come gli Stati Uniti ha molto di più da offrire, piuttosto che dare soldi alle donne dei Paesi più bisognosi per uccidere i loro bambini. La cultura della morte è indifendibile cultura della morte nei programmi americani d’oltremare e negli aiuti esteri. Ancora una volta, i soldi dei contribuenti americani serviranno per pagare gli aborti oltremare.

«Qual è la soluzione – è la domanda che ho più spesso sentito provenire dalla gente d’oltremare – che il Paese più ricco della Terra offre alle popolazioni più povere del pianeta?

Sicuramente un Paese ricco e premuroso come gli Stati Uniti ha molto di più da offrire, piuttosto che dare soldi alle donne dei Paesi più bisognosi per uccidere i loro bambini». Addirittura per ucciderli proprio nei mesi in cui i bambini sono maggiormente indifesi, ovvero quando si trovano nel grembo materno. Molti, sia negli Stati Uniti che altrove, considerano questa strategia disgustosa. Inoltre, questa cruda procedura priva le popolazioni povere (in special modo quelle di colore) dei talenti e delle bellezze che questi individui umani ancora non nati sono pronti a offrire al mondo. I bambini sono la più grande risorsa naturale che un Paese possa ereditare. Il capitale umano è la più grande e insostituibile forma di capitale e rappresenta la causa principale del benessere delle nazioni. Ognuno dei bambini e (soprattutto) bambine scartati possiede un dna assolutamente individuale, che nessun altro ha. Non sono simili a nessun altro. L’aborto priva la Terra dei suoi doni creativi.

inclusività abbandonando anche delle giuste esclusioni? C’è il rischio di ritrovarsi un cattolicesimo sdolcinato? Michael Novak vede dietro queste tentazioni il diavolo in persona. Sono giuste le sue preoccupazioni? Lo chiediamo al direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian. «Innanzitutto – risponde Vian – mi sembra utile ricordare che Novak è un cattolico liberale. Lui stesso ama definirsi così. E il cattolicesimo liberale è tendenzialmente inclusivo. Del resto, l’atteggiamento cattolico tout court è caratterizzato dall‘”et, et”; più che dall’“aut, aut”. Per questo mi sembra che Novak usi un artificio retorico quando parla di inclusione ed esclusione. Il problema vero che pone è quello del tentativo di arrivare all’inclusione del male. E questo è certamente un pericolo gravissimo». Novak se la prende con chi vuol far rientrare dentro il cristianesimo l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, l’adulterio, il matrimonio fra omosessuali... Li definisce i peggiori abomini. Anche se fra loro c’è ovviamente differenza. È improprio paragonare il divorzio all’aborto e all’eutanasia: nel caso degli ultimi due è infatti in gioco la vita umana. Nel caso del divorzio o del matrimonio omosessuale ci troviamo di fronte non solo alla negazione del matrimonio secondo la visione cristiana, ma anche secondo il diritto naturale. Aborto ed eutanasia sono più gravi? Sono veri e propri attentati alla vita umana. Basta leggersi il Vaticano II: la Gaudium et spes, al numero 51, definisce aborto e infanticidio “nefanda crimina”, cioè, nella traduzione italiana,“abominevoli delitti”. Tra quelli che Novak definisce abomini, il divorzio sembra il meno grave. Non a caso, in proposito, non tutta la tradizione cristiana è unanime? Certamente il divorzio non è un bene. È un male, però meno grave dell’aborto. Per quanto riguarda l’ambiente, Novak sostiene che non “bisogna essere orientati verso una causa”. Qual è il suo punto di vista? Non esiste, e su questo Novak ha ragione, un punto di vista cristiano in materia ecologica. Il viaggio del Papa in Australia è stato giustamente letto anche in chiave ecologica. Questa è una risposta anche a chi sostiene che Benedetto XVI se ne sta sempre chiuso nel suo studio con le porte ben sigillate. È vero il contrario: è un pontefice che si apre al mondo. Quanto alla natura, per Ratzinger la Creazione va rispettata, ma il suo pensiero non ha nulla a che vedere con un certo ambientalismo di matrice neopagana. Ci spieghi meglio. Un cristiano deve essere attento a non abusare della Creazione, ma non deve schierarsi da una parte o dall’altra. Non deve prendere posizione sul fatto che il mondo vada verso il riscaldamento o il raffreddamento. Lo ribadisco: non c’è un punto di vista cristiano in materia ecologica. Personalmente condivido le posizioni di un climatologo autorevole come Franco Prodi. Molti dicono che le gerarchie cattoliche sarebbero troppo chiuse, troppo ortodosse e non troppo inclusive. Credo che occorra un recupero della grande tradizione cristiana e cattolica. Il declino culturale è molto forte e diffuso e ha toccato anche la Chiesa in alcune sue articolazioni. È indispensabile muoversi in questa direzione per il bene non solo dei cattolici, ma di tutti noi. Non possiamo assistere inerti all’abbassamento del livello culturale. Novak ha ragione. Anche se la polemica su un cristianesimo inclusivo o esclusivo mi sembra invece un po’ paradossale. Un artificio retorico.


mondo

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Regimi. Il Dipartimento di Stato Usa pubblica il Rapporto sui diritti umani nel mondo. E la Clinton lo presenta parlando come Bush

La lista dei cattivi Iran, Russia, Cina e Corea del Nord nella Top Ten delle moderne dittature di Vincenzo Faccioli Pintozzi ina e Russia, Corea del Nord e Zimbabwe, Iran ed Egitto. Sono questi i “cattivi” dell’annuale Rapporto sullo stato dei diritti umani nel mondo pubblicato ieri dal Dipartimento di Stato americano. Le colpe sono varie e molteplici: si va dalle detenzioni arbitrarie all’uso della tortura, dalla censura dei mezzi di comunicazione all’eliminazione (in senso lato e letterale) degli oppositori politici. Che reagiscono alle accuse con tecniche diverse: si va dalle dichiarazioni di Pechino - che chiede agli Usa di «smetterla di fare i guardiani al mondo» - alla totale assenza di Mosca, che non commenta e non dà segni di aver recepito il messaggio, fino ai deliranti proclami del solito Ahmadinejad, che da Teheran difende «l’unico, vero governo islamico (e quindi giusto) del pianeta». L’anno appena concluso, si legge nell’introduzione al Rapporto, «è stato ca-

C

ratterizzato da tre anime: una crescente richiesta di libertà politica e personale, un’uguale pressione contraria da parte dei governi interessati e la conferma che i diritti umani fioriscono soltanto nelle democrazie in cui le società civili hanno voce in capitolo».

Anche se diviso in Paesi, per un totale di migliaia di pagine, il testo si concentra su una decina di Paesi con toni e attenzione ai particolari che non vengono riservati al resto del mondo. Per quanto riguarda la Cina, ad esempio, vengono citate la repressione contro le minoranze etniche, la mancata libertà di parola, la censura opprimente e le detenzioni immotivate. Secondo Washington, questi rappresentano il segnale di un peggioramento della situazione nel Paese asiatico, che lo scorso anno probabilmente per le Olimpiadi - era stato tenuto fuori dalla Top Ten del Dipartimento di Stato. Ad ogni modo, il dragone ha risposto a tono, affidando la replica a un portavoce del mi-

Detenzioni arbitrarie, torture, censura, oligarchie politiche. Le colpe dei moderni Stati canaglia sono analizzate con attenzione particolare anche dalla nuova amministrazione americana nistero degli Esteri: «Invitiamo gli Usa a riflettere sui loro problemi legati ai diritti umani. Devono smetterla di considerarsi i guardiani del mondo, e di intromettersi con questi pretesti negli affari interni degli altri Paesi». Sulla Russia, il tiro è più accorto: per il Rapporto, infatti,

L’editorialista del Washington Post chiede un vero ritorno alla supremazia morale degli Usa

Obama, grande leader: solo di retorica? di Anne Applebaum er la maggior parte, sappiamo già cosa diranno». È il commento di Hillary Clinton alle reazioni cinesi su diritti umani, libertà religiosa e Tibet. Amnesty International è “estremamente insoddisfatta», e ha ragione. Il direttore per l’Asia di Human Rights Watch teme che il dialogo sino-americano possa presto divenire “un confronto fra sordi”. Per quanto riguarda i fondatori e i promotori di Charta ’08, il movimento dissidente cinese - e il più grande gruppo politico di protesta mai formatosi da tanti anni a questa parte non sappiamo cosa pensino. Sono tutti agli arresti domiciliari, e non hanno potu-

«P

to in alcun modo interagire con la visita della Clinton a Pechino. Sono sicura, tuttavia, che anche loro siano insoddisfatti dal modo in cui il nostro nuovo Segretario di Stato non ha discusso di diritti umani con i suoi ospiti cinesi. Personalmente, ritengo sempre meno importante cosa la Clinton possa aver detto a Pechino.

E lo stesso pensano anche i leader cinesi: il Segretario ha ragione, dato che questi scambi di opinione sono divenuti un rituale. Non mi interessa neanche cosa possa dire in futuro, sui diritti umani, ai leader di Iran, Zimbabwe o Corea del Nord, se queste sono parole senza alcun contat-

to con la realtà pratica. I discorsi magniloquenti sui diritti umani che non portano a nulla sono divenuti un caposaldo della politica estera americana almeno sin dal 1956, quando non siamo corsi in aiuto di quegli ungheresi che si erano uniti in una protesta che noi avevamo incitato. Oltre 50 anni di promesse infrante sono abbastanza, e se abbandoniamo questo modo di fare, tanto meglio. Invece, mi interessa molto sapere cosa la nuova amministrazione americana intende fare per i diritti umani ma, fino ad ora, sia la Clinton che il presidente Obama non mi hanno illuminato sull’argomento. I politici parlano spesso di “morale” in politica estera, come

Mosca continua in una traiettoria negativa dal punto di vista dei diritti umani, si riconoscono «miglioramenti in alcuni campi del Caucaso settentrionale».

La frecciata più dolorosa è quella al sistema politico, «ancora ben lontano dall’essere


mondo

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Presentando il Rapporto alla stampa, Hillary ricorda: «Non dobbiamo limitarci a vivere i nostri ideali qui, ma dobbiamo sforzarci di far rispettare i diritti umani anche alle altre nazioni» democratico o giusto, con una debole partecipazione della società civile alle decisioni nazionali». I numerosi omicidi che hanno sfrondato la linea dei dissidenti e quella dei giornalisti contrari al regime sono portati ad esempio per sottolineare «le paure dell’oligarchia».

La Corea del Nord, persino per Washington, rimane un esempio di violazione ai diritti umani talmente eclatante da non essere necessario neanche dedicarle troppo spazio. Pyongyang, infat-

ti, «è talmente autoritaria da non permettere neanche un controllo dei margini della situazione. La questione del rispetto dei diritti umani in quel Paese rimane totalmente ignorata da tutti».

Fra i pochissimi casi accertati, quello di autorità carcerarie che in prigione uccidono i neonati dei detenuti. Questo perché - secondo l’ideologia del regime – le colpe dei padri ricadono fino alle tre generazioni successive. Nella lista entra quest’anno anche l’Egitto, che

se ci fosse una scelta fra tutto o niente. In effetti, invece, esiste un’enorme prateria fra gli slogan vuoti che vengono espressi durante i negoziati di alto livello - a parte ovviamente le minacce di invasione - e il non fare nulla.

Come risultato di questo modo di fare, molte nazioni hanno rovesciato dittature o sono divenute più democratiche (o almeno più aperte). In passato, a volte, abbiamo aiutato questo processo. L’amministrazione Obama, se inizia da subito, può farlo di nuovo: non c’è bisogno, ovviamente, di partire dalla Cina. Ad esempio, noi potremmo aiutare coloro che promuovono il dibattito, e non le rivolte armate, all’interno di nazioni repressive: a volte una piccola, anche minima somma di denaro può aiutare. Qualcuno potrebbe obiettare che i centesimi che abbiamo speso per fondare Radio Europa Libera o i giornali anticomunisti come il defunto Encounter

«ha permesso un declino da parte del governo del rispetto delle libertà di parola, stampa, associazione e religione» e lo Zimbabwe, dove gli abusi contro la popolazione civile da parte dei militari di Mugabe «sono aumentati in maniera drammatica» durante lo scorso anno. Menzione speciale per il regime islamico dell’Iran, che «ha intensificato la sua campagna intimidatoria nei confronti di riformisti, accademici, giornalisti e dissidenti». Teheran ha risposto a suo modo, scagliando

durante la Guerra fredda hanno ottenuto molto meno effetto dei miliardi spesi in armamenti. Anche se l’equivalente moderno rappresentato da Radio Afghanistan Libero ha più ascoltatori di ogni altra emittente nel Paese, noi non gli aumentiamo i fondi a disposizione: al contrario, stiamo abbattendo radicalmente il loro budget. E non siamo ancora riusciti a trovare un modo per promuovere una vera discussione sull’islam radicale all’interno del mondo musulmano moderato, come una volta abbiamo fatto con il dibattito sul comunismo e la democrazia.

Potremmo usare con maggior effetto anche gli strumenti della diplomazia pubblica. Invece di nominare dentro le ambasciate procacciatori di fondi e politici, Obama potrebbe – nei prossimi mesi – nominare persone con un vero talento per rappresentare la politica statunitense. Dovrebbero essere perso-

saette ideologiche contro il nemico di sempre, il Grande Satana statunitense.

Ma i cambiamenti più evidenti vengono dagli autori del Rapporto e dalla loro zarina, Hillary Clinton, che ha presentato il testo. Nel discorso ai media, ha infatti ricordato che «non dobbiamo limitarci a vivere i nostri ideali sul suolo americano, ma dobbiamo sforzarci di far rispettare i diritti umani anche alle altre nazioni del mondo».

ne che parlano alle televisioni locali nella lingua del posto, che siano in grado di scrivere sui loro giornali.

Per questo, lo stesso presidente potrebbe appellarsi direttamente ai cinesi o ai nordcoreani: se non sulle televisioni nazionali, sui canali locali della Cnn e della Bbc. Potrebbe essere inutile continuare a parlare con Pechino di diritti umani, ma pubblicare documenti pubblici su democrazia e diritti umani potrebbe attirare l’attenzione di qualcuno, se non addirittura di tutti. In Cina, una nazione dove i fedeli delle religioni vengono molestati dal governo, ogni visitatore di rango americano dovrebbe imporsi una visita in un luogo di culto. Come ha fatto la Clinton. In Russia, una nazione ambivalente nei riguardi del suo passato di repressione, ogni visitatore di rango americano dovrebbe imporsi una visita ai monumenti che commemorano le vittime di Sta-

Per il Segretario di Stato, «dobbiamo affidarci a più di un unico approccio per cercare di ribaltare la tirannia e la soggiogazione che indeboliscono lo spirito umano, limitano le possibilità umane e minano i progressi umani». Il nostro interesse per i diritti umani, ha concluso, «è mosso dalla fede e dai valori morali, e dalla nostra convinzione che l’America debba essere per prima un esemplare dei nostri ideali». Parola (quasi) di George W. Bush.

lin. Anche senza usare le parole “diritti umani”, molti raggiungerebbero uno scopo. Anche se potrebbe sembrare di non raggiungere uno scopo in maniera veloce, bisogna ricordare che questo tipo di politiche non è soltanto più efficace, nel lungo periodo, ma anche molto più realistico di ogni alternativa. Decenni di amicizia fra Washington e gli autoritari padroni dell’Arabia Saudita non ha prevenuto l’emergenza di al Qaeda. Allo stesso modo, una relazione amichevole con i governanti cinesi non può garantire stabilità per l’Asia.

Il presidente Obama ha giustamente detto, nel suo discorso inaugurale, che «coloro che ottengono e detengono il potere con la corruzione e l’eliminazione dei dissidenti sono dalla parte sbagliata della Storia». Ora, lui e il suo Segretario di Stato devono mettere in pratica una politica che faccia divenire reale quella lezione retorica.


quadrante

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Repubblica Ceca. Il biglietto di ritorno e 500 euro. Sono gli incentivi per allontanare i non cechi

Praga caccia (e paga) gli immigrati di Silvia Marchetti ltro che protezionismo. Mentre dilagano gli effetti negativi del credit crunch che ha travolto l’Europa e si fa sempre più acceso il dibattito sulla necessità o meno di nuove misure protezionistiche, dalla Repubblica Ceca arriva una soluzione alla crisi economica, seppur controversa. Per tamponare l’aumento della disoccupazione e favorire i cittadini cechi ritrovatisi all’improvviso in mezzo alla strada, il governo di Praga ha deciso di finanziare il rientro a casa di tutti i lavoratori stranieri rimasti senza lavoro pagando loro il biglietto di viaggio e offrendo una somma base di sostegno di circa 500 euro. Ovviamente non si tratta di una cacciata forzata, ma di una serie di incentivi per agevolare gli stranieri che volontariamente scelgono il rimpatrio dopo aver perso il posto di lavoro.

A

Insomma, se devono vivere da disoccupati meglio farlo a casa propria, piuttosto che gravare sul welfare state

ceco. Come era prevedibile, il pacchetto di misure anti-disoccupazione ha scatenato molte critiche negli ambienti di Bruxelles, velate di elementi di xenofobia nei confronti dell’esecutivo di Praga. Ma il governo ceco è intenzionato ad andare avanti per la sua strada, convinto che sia l’unico modo per salvaguardare gli interessi nazionali. A essere interessati sono soprattutto i lavoratori disoccupati provenienti soprattutto dal resto dell’Europa dell’Est, Ucraina e Slovacchia in testa, ma anche da Vietnam, Mongolia e Moldavia. Negli ultimi anni la crescita veloce dell’economia ceca, spinta dall’industria automobilistica, ha richiamato nel Paese molti lavoratori a basso costo.

Le statistiche sull’emigrazione del ministero dell’Interno parlano di circa 290mila la-

Langer, ideatore del pacchetto d’incentivi. Secondo Langer, gli stranieri disoccupati non hanno soldi per comprarsi il biglietto del rientro perché costretti a dare fino a 10mila euro in “pizzo” alle agenzie di reclutamento che avevano trovato loro il posto di lavoro. E così il governo ceco verrà loro incontro con aiuti sostanziosi. Sta di fatto che la Repubblica Ceca, con questa sua nuova misura a dir poco protezionista, si è beccata l’accusa imbarazzante di usare due pesi e due misure. Praga oggi è presidente di turno dell’Unione europea, evidente dunque che si ritrova nel mirino di Bruxelles per la sua fretta di espellere i lavoratori stranieri senza lavoro. Poco tempo fa aveva infatti duramente criticato la Francia di applicare misure protezionistiche per salvaguardare il Paese dalla crisi finanziaria, e oggi lei adotta una simile (se non peggiore) strategia di risposta. Praga viene accusata di risucchiare in patria gli stranieri quando ne ha bisogno, e poi di rimandarli a casa quando diventano un peso.

Il presidente di turno dell’Unione europea nel mirino della Commissione Barroso e di Bruxelles, che l’accusano di xenofobia voratori stranieri registrati, con una media di 51mila nuovi ingressi ogni anno. Di questi, 12mila avrebbero perso il posto di lavoro come effetto della crisi economica. Inoltre, circa 68mila permessi di lavoro sarebbero in scadenza nella prima metà del 2009. Perché dunque non “ripulire”un po’ la piazza e assicurarsi che i sussidi di disoccupazione vadano ai cechi e non agli stranieri? Questo è il ragionamento del ministro dell’Interno Ivan

In realtà, dietro al richiamodel neo-protezionismo che sta investendo l’Europa intera c’è ben altro: una tendenza all’isolazionismo sociale. Dopotutto, in Gran Bretagna si sono già avute proteste contro l’assunzione degli italiani. E anche in Spagna i primi colpiti dalla crisi sembrano proprio i lavoratori stranieri che stanno facendo ritorno a casa in massa.

Yemen. Una fatwa “scomunica” una legge approvata ieri dal Parlamento di Sana’a, che fissa a 17 anni il limite minimo per le nozze

L’islam insorge: no al limite d’età per sposarsi di Massimo Fazzi lcuni esponenti religiosi yemeniti hanno lanciato ieri una fatwa - una scomunica religiosa - contro una legge recentemente approvata dal Parlamento che fissa a 17 anni l’età minima per sposarsi. La dichiarazione, firmata dal rettore dell’università al Eman, Sheikh Abdul-Majid al Zindani, e da esponenti del partito Islamic Islah, mira ad eliminare il limite minimo di età. La questione dell’età minima per il matrimonio nello Yemen era stata portata all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale nell’aprile dell’anno scorso, in seguito al caso di Nojud Mohammed Ali, la bambina di 8 anni che, costretta a sposare un uomo di 30, ha chiesto, e ottenuto, il divorzio. Il caso è venuto alla luce quando la bambina si è presentata, da sola, davanti al giudice Muhammed al Qadhi, in una corte della capitale, per chiedere il divorzio dal marito Faez Ali Thameur, accusandolo di averla picchiata a violentata. La legge infatti consente i matrimoni di minorenni, ma impone di attendere la“maturità”per avere rapporti sessuali. La stessa legge, però, non prevede sanzioni nei confronti di chi non la rispetta. Così, nel Paese, la pratica dei matrimoni con bambine è estremamen-

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te diffusa: uno studio condotto nel 2006 da un centro per lo sviluppo della donna ha evidenziato che il matrimonio in età infantile coinvolge il 52,1 per cento delle bambine, per le quali l’età media delle nozze va da poco più di 10 anni a quasi 15. Quella degli uomini è intorno ai 21. I 17 firmatari della fatwa, riferisce News Yemen, affermano che la legge non ha alcun fondamento islamico e viola la sharia, la legge islamica, che la Costituzione del Paese afferma essere la base di tutte le leggi. «L’età per il matrimonio - ha affermato l’assistente segretario generale del partito Islah, Mohammad Assadi - è una norma islamica e i partiti politici non possono intervenire su tale questione». In seconda battuta, il politico musulmano ha chiesto che il governo ritiri la legge.

mente e mentalmente pronte alle nozze». Da parte sua, il Comitato nazionale delle donne (Wnc) ha chiesto al Parlamento di non rispondere a quei deputati che chiedono che il limite di età per sposarsi sia abbassato a 12 anni. Improbabile, comunque, che la questione sia esaminata subito. Ieri il Parlamento yemenita ha in pratica deciso lo spostamento di due anni delle elezioni politiche previste per il prossimo aprile. I parlamentari hanno infatti approvato un documento che dà il via alle proce-

Comprare bambine è pratica comune: il matrimonio in età infantile coinvolge il 52,1 per cento delle donne nubili

C’è anche, però, chi chiede che l’età minima venga alzata a 18 anni. Un ricercatore di questioni islamiche, Abdul Aziz al Asali, pure aderente all’Islah, sostiene che bisognerebbe dare alle ragazze il tempo di completare le scuole superiori e che «a 18 anni sono fisica-

dure necessarie per modificare gli articoli della Costituzione che fissano la durata del mandato parlamentare. La decisione è stata presa per permettere l’introduzione degli emendamenti necessari “per lo sviluppo politico ed elettorale”, compreso il sistema proporzionale. La decisione è stata presa a seguito della minaccia dell’opposizione di boicottare il voto se non fosse stata modificata la legge elettorale.


quadrante

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Somalia. Un incrociatore cinese salva un vascello “italiano” dai pirati. E una danese soccorre un mercantile cinese

Il domino dei «fratelli della costa» di Etienne Pramotton ttaccati dai pirati e salvati da cinesi e danesi. Non è la trama di un racconto di «mare e di costa» di Joseph Conrad e neanche una storia di pirati, uscita dalle prolifica penna di Emilio Salgari. È cronaca attualissima. Il resoconto di una ordinaria giornata di pirateria, a largo della Somalia nel Golfo di Aden. Per chi naviga nelle acque dell’Oceano Indiano, passare da quelle parti, potrebbe ricordare eventi infausti, sono orma decine lanavi sequestrate dai bucanieri africani. Non sono bastati i “feroci”legionari della brigata paracadutisti di Gibuti e neanche le fregate militari di vari Paesi occidentali che incrociano quelle acque, a far desistere i pirati della costa. Ieri è stato il turno di un mercantile “italiano”, battente bandiera liberiana, salvato da una unità miltare cinese e poi di una nave cinese, salvata da un pattugliatore danese.

A

La nave gasiera Lia, aveva avuto un guasto nel bel mezzo del golfo di Aden, come una balena ferita era stata subito avvicinata dai predatori. I barchini dei pirati, veloci gommoni, si erano avvicinati al mercantile in avaria. Per fortuna la zona era pattugliata dall’incrociatore cinese Haikou, classe Lanzhou. Un vascello militare da 25mila tonnellate a propulsione nucleare, che ha raccolto l’sos del mercantile ed è accorso in aiu-

IL PERSONAGGIO

to. In realtà il Lia è una nave progettata in Italia e realizzata da un cantiere cinese. Un società armatrice italiana, la Motia di Venezia, ne gestisce una parte dei sistemi di bordo. Per questo motivo l’incrociatore cinese aveva inizialmente parlato di un salvataggio di un «mercantile italiano». In realtà appartiene a una società di Singapore e l’equipaggio è formato interamente da marinai indiani. Ormai le rotte in quelle acque infestate dalla pirateria sono diventate affollate anche di vascelli militari.

Sono circa 75 i pattugliatori impegnati nelle operazioni di protezione delle rotte commerciali in quel tratto di Oceano. Ci sono quasi tutti e fra poco dovrebbero arrivare anche le unità della Marina militare italiana. Il pattugliatore d’altura, Comandante Bettica potrebbe lasciare le acque di Abu Dhabi, dove stazione per la locale fiera sulla Difesa, per dare man forte contro i bucanieri del Corno d’Africa. Qualche tempo fa il ministro degli Esteri etiopico si era meravigliato di vedere in quel tratto di mare incrociare unità militari danesi e non italiane. Il problema non è da poco, visto che parliamo di una superficie marina di circa 2,5 milioni di chilometri quadrati. Sarà difficile ri-

pristinare un controllo della zona, se non si riuscirà a dare un minimo di stabilità politica ai Paesi che si affacciano su quel tratto di mare. Soprattutto per ciò che riguarda la pacificazione della Somalia.

Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha emesso ben quattro risoluzioni – la 1814, 1816, 1846 e 1851 - per rafforzare i poteri dei Paesi che si sono incaricati di risolvere il problema dei “fratelli della costa”. Comunque come se fosse un caso di “cortesia” diplomatica, ai cinesi è stato subito restituito il favore da una nave da guerra danese, che ha sventato - sempre ieri - un attacco dei pirati contro un mercantile cinese, nello stesso braccio di mare. Lo ha reso noto il

Sono 75 le navi militari che pattugliano quella zona infestata dai bucanieri che partono anche dalle coste dell’Africa Comando centrale delle forze navali degli Stati Uniti. Il comando, con base in Bahrein, ha spiegato che la nave di supporto Hdms Absalon ha «sventato con successo un tentativo di attacco da parte dei pirati al mercantile cinese Yandanghai». Nel barchino dei corsari sono stati trovati quattro fucli d’assalto Ak-47 e una granata rpg.

Milan Milutinovic. Uomo di Milosevic in Serbia, è stato assolto dalle accuse di genocidio e torture contro gli albanesi nel Kosovo

Il teorico slavo della pulizia etnica di Pierre Chiartano i chiama Milan Milutinovic, ha sessantasei anni ed è serbo. Per anni ha deciso della vita di molti. Oggi sono gli altri a dover decidere del suo futuro. Dal dicembre 1997 allo stesso mese del 2002, è stato presidente della repubblica serba di Jugoslavia. Ora sta affrontando la seconda parte della sua vita, quella dell’espiazione. Un destino che, dopo il 1989, ha accomunato molti dittatori, costretti a subire la dura regola della legge. Assieme ad altri cinque rappresentanti politici del suo Paese è stato accusato di crimini contro l’umanità. Nella fattispecie di aver autorizzato crimini di guerra durante le guerre del Kosovo degli anni Novanta. La procura del tribunale dell’Aia ha chiesto condanne da venti anni all’ergastolo per i cinque imputati, che si dichiarano innocenti.

anche la campagna di terrore che mirava all’espulsione di 800mila albanesi dal Kosovo e centinaia di morti. Fra gli altri compagni di processo alla Corte dell’Aia ci sono anche l’ex viceprimo ministro jugoslavo, Nicola Sainovic, l’ex ministro della Difesa, Dragoljub Ojdanic e i comandanti militari, Nebojsa Pavkovic e Vladimir Lazarevic. Nonostante sia stato incriminato già nel 1999 ha completato il suo mandato potendo godere dell’immunità garantita dall’incarico istituzionale.

S

Sponsorizzato da Slobodan Milosevic, il ràs serbo della Jugoslavia che lo ha scelto come sostituto, visto che aveva esaurito anche il secondo mandato e che la Costituzione jugoslava non ne prevedeva una terza consecutiva (per la Serbia). Per poi fare il salto successivo alla presidenza della federazione. Dopo delle elezioni molto controverse, con accuse di brogli e manipolazioni da parte di alcuni partiti d’opposizione, il partito socialista puntò sul nome di Milutinovic. La storia lo ha anche sfiorato, visto che fu lui a capo della delegazione jugoslava per gli accordi di Rambouil-

È stato presidente della Repubblica serba di Jugoslavia. Insieme a cinque ex generali ha superato la prova dell’Aia let, nel 1999, che furono il preludio all’intervento della Nato nei Balcani. Una volta arrivato Milosevic alla presidenza della Federazione jugoslava, il potere di Milutinovic incominciò a scemare: non era più utile alle strategie di Slobo. Subito dopo aver lasciato l’incarico è stato accusato di numerosi crimini. Fra questi,

Essendo, in qualità di presidente, membro del Consiglio supremo della Difesa serbo, ha avuto responsabilità nelle direttive emanate all’esercito e ai reparti in Kosovo. In tempo di guerra alcune prerogative del Parlamento poi passavano a lui attraverso le forze armate, come il controllo della polizia e il potere di sciogliere il Parlamento. Questi sono alcuni punti che l’accusa ha utilizzati per l’incriminazione, prima e poi per la richiesta di condanna. Il collegio di difesa di Milutinovic è formato da alcuni costituzionalisti. Infatti al processo dell’Aia, la strategia difensiva si basa sul rimpallo di responsabilità con Belgrado, e sul fatto che la Serbia non fosse, di fatto, ancora uno Stato indipendente, ma ancora membro di una federazione dove a comandare era Milosevic. Ora il suo destino è deciso: assolto con formula piena. Per gli altri, meno fortuna.


cultura

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Riabilitazioni. Nel libro “Dio del silenzio apri la solitudine”, Curzia Ferrari ricostruisce il ricco percorso esistenziale dello scrittore siciliano

Il Salvatore della fede L’autentica ricerca di Dio nella vita di Quasimodo spiega perché il poeta meritava quel premio Nobel di Luciano Luisi se confessa: nche «Questo libro non avrei voluto scriverlo», nessuno meglio di lei, di Curzia Ferrari, che ha condiviso, amata dal poeta, gli ultimi anni di vita di Salvatore Quasimodo, avrebbe potuto riproporre con tanta chiarezza il tema della «fede tormentata» del poeta siciliano. Con il titolo Dio del silenzio apri la solitudine (che è il verso conclusivo di una poesia di Quasimodo) la Ferrari ci consegna un libro (Ancora Editore) intessuto con grande coerenza sul filo portante della ricerca di Dio, che fu sempre ossessivamente presente fin dagli anni delle giovinezza nell’animo del poeta, e ci dà insieme la complessa biografia di un uomo che le molte contraddizioni resero difficile leggere nella sua vera e profonda umanità.

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La Ferrari si avvale della sua sensibilità di donna che amando poté meglio penetrare nella verità dell’uomo che ebbe a fianco, e da scrittrice quale è, ne ricostruisce il ricco percorso esistenziale evidenziando i momenti salienti di una vita, già di per sé romanzesca, con una meticolosa rivisitazione non soltanto dei testi poetici che costituiscono l’ininterrotto dialogo con una dimensione altra della vita, ma anche dai molti documenti privati di cui ha potuto disporre. Così appare subito accanto al poeta nella sua prima giovinezza, fra gli amici più cari, la figura carismatica di Giorgio La Pira, che nel 1928 (il poeta ha ventisette anni e non ha ancora pubblicato il suo primo libro organico Acque e terre che è del ’30) gli scrive da Monaco di Baviera dove si trova avendo vinto una borsa di studio: «Nella preghiera io non manco di ripensare all’anima tua ed io la vedo di frequente con quella sua incessante tensione al Cielo. Oggi vorrei intrattenermi con te sopra tre punti della tua vita cristiana». Basterebbero queste parole, in tempi non sospetti, a cancellare tutti i dubbi sulla religiosità di Quasimodo, dubbi che furono suscitati dalla sua brevissima appartenenza al partito co-

munista, per cui fu ingiustamente pensato che la presenza del Cristo, o comunque tutti gli afflati religiosi che sono riscontrabili nella sua poesia, quelle invocazioni al Signore, appartenessero a un repertorio retorico e non alla sua verità. Tanto che fu persino possibile il paradossale necrologio scritto da Piero Chiara in cui affermava: «Quasimodo è morto da vero ateo». Come si può dirlo per chi ha scritto Si china il giorno: «Mi trovi deserto, Signore. / Nel tuo giorno, / serrato ad ogni luce. // Di te privo spauro, / perduta strada d’amore, / e non m’è grazia / nemmeno trepido cantarmi / che fa secche mie voglie. //

nosissimi e altri gravi d’ombre e di nubi. E questa fu la fede di Quasimodo. La crisi profonda che coinvolse con il poeta l’uomo, nacque sopra tutto quando Quasimodo, che si vantava di essere uno dei creatori dell’ermetismo, rinnovò il suo linguaggio dopo la tragica avventura della guerra, per essere più vicino con la sua poesia alla gente.

È come un terremoto quello che il poeta porta nella poesia con Giorno dopo giorno del 1947, che si apre con i famosissimi versi «E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore». Si parlò di tradimento, di un poeta nuo-

L’uscita del libro “Dio del silenzio apri la solitudine”, (Ancora Editore) di Curzia Ferrari, riapre il dibattito intorno alla figura del poeta siciliano, premio Nobel per la Letteratura, Salvatore Quasimodo

Ricorda l’autrice che il prestigioso riconoscimento, ricevuto nel ’59, in Italia venne accolto male: «Solo quando si fu chetata quell’orda di torbida sorpresa, molti si accorsero di aver preso una cantonata» T’ho amato e battuto; /si china il giorno /e colgo ombre dai cieli: / che tristezza il mio cuore / di carne!». Significa non capire nell’autenticità di questi versi, la profonda sofferta ricerca che sottendono. Significa non sentire quanta angoscia vi sia nella forza di quell’inventivo “spauro”.

La fede non è una serena stazione d’arrivo, ma un viaggio tormentato che apre cieli lumi-

vo che aveva dimenticato le sue origini. La Ferrari ci ricorda che Quasimodo da giovane proclamava con veemenza il suo essere un poeta lirico che mai avrebbe scritto poesia civile. Ma non aveva previsto nel suo destino la tragedia della guerra. E dirà nel suo discorso a Stoccolma dopo avere ricevuto il Nobel: «La guerra richiama con violenza un ordine inedito nel pensiero dell’uomo, un possesso maggiore della verità.

Le occasioni del reale incidono nella sua storia». E quelle occasioni portano la sua nuova poesia civile a raggiungere vertici di alta liricità. Ed è anche per questa sua più universale testimonianza che Quasimodo (si noti: il poeta italiano più tradotto nel mondo) ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura il primo dicembre del 1959. Io ebbi la gioia di commentare in diretta per la televisione italiana la cerimonia:

la mia postazione mi consentiva di guardare il poeta da vicino, così da poter vedere come i suoi occhi si fossero inumiditi quando il re gli strinse la mano.

E gli occhi quasi bagnati di pianto gli vidi in una sera memorabile (memorabile anche per me) quando, facendo quasi un giro d’Italia dopo il premio, venne a Roma e io, per sua richiesta, ebbi l’onore di presentarlo. Parlai liberamente del

All’epoca in Italia c’erano letterati migliori, il suo Nobel fu un’ingiustizia

Ma non era Ungaretti di Leone Piccioni uando nel 1959 gli accademici svedesi assegnarono il Nobel a Quasimoodo anche noi fummo d’accordo con il celebre articolo di Emilio Cecchi sul Corriere della Sera con quello spiritoso e polemico attacco: «A caval donato non si guarda in bocca, ma io in questa bocca ci voglio guardare». Ho detto “noi” perché come me la pensò allora la maggior par-

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te dei migliori letterati e poeti contemporanei: dico, per esempio, per la poesia, Luzi, Sereni, Caproni.

Non c’è dubbio che nel mio attteggiamento confluivano molte ragioni e la principale dipendeva certo dalla presenza in Italia di poeti come Ungaretti e Montale (con Umberto Saba ancora vivo) che venivano scavalcati. E questa è un’ingiu-

stizia che nessuno, anche se amico di Quasimodo, può contestare. C’era poi una relativa ammirazione da parte mia della poesia di Quasimodo che trovavo spesso eloquente e retorica, e che doveva il linguaggio poetico messo in atto quasi totalmente alle esperienze ungarettiane. Avevo invece molto ammirato le traduzioni di Quasimodo dei lirici greci. Si diceva


cultura

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riore che si andava facendo tra me, il testo, e quello che poteva esserci al di là del testo”. Ecco dunque che quella traduzione si incarna nel cuore profondo dell’uomo».

suo difficile carattere, della sua infanzia, della sua solitudinee alla fine, prendendo la parola, Quasimodo, visibilmente commosso, ripercorse quei suoi primi faticosi passi verso la vita e la poesia. Tre lettori d’eccezione dettero poi voce ai suoi versi: Rossella Falk, Giorgio De Lullo e Romolo Valli. Ma il premio, anche se i suoi fedeli lettori lo osannavano, aveva acuito la sua solitudine. Sul Corriere era apparso questo titolo che

anche di certe manovre che erano state fatte a Stoccolma da rappresentanti italiani a favore di Quasimodo, riuscendo in poco tempo anche a ottenere una traduzione in svedese della sua poesia. Il Premio Nobel è certo un premio molto importante ma bisogna considerare, per quanto riguarda la sezione letteraria, che oltre alla conoscenza della loro lingua gli accademici (e non so il loro valore) conoscono e giudicano soprattutto attraverso la conoscenza perfetta dell’inglese. Non facile dunque prendere contatto direttamente con la lingua italiana, sottolineando a questo punto la mancanza di

non faceva onore all’Italia: «A caval donato non si guarda in bocca» firmato da Emilio Cecchi. Scrive Curzia Ferrari: «Il dossier sul Nobel a Quasimodo riflette come in Italia l’astiosità venga prima dell’italianità. Erano in molti ad aspettarsi l’alloro nordico. Solo quando si fu chetata quell’orda di torbida sorpresa, anzi di ignobile gazzarra, e si furono spenti i lazzi montaliani sul “modo-quasi modo” di fare poesia - addio

opportune traduzioni in svedese della poesia di Ungaretti o di Montale.

Sono passati molti anni: di Eugenio Montale il Nobel si accorse nel ’75, sedici anni dopo la premiazione di Quasimodo. E Ungaretti, forse il poeta italiano più grande del Ventesimo secolo, restò tagliato fuori fino alla morte. È passato molto tempo, abbiamo detto; le polemiche, i rancori sono stati sopiti e siamo in grado di apprezzare più e meglio, almeno in parte, il contributo poetico dato anche da Quasimodo alla bella storia della poesia italiana del Novecento.

E Quasimodo: «La critica mi ha rimproverato un’analisi di natura religiosa. Non capisco, d’altra parte, per quale ragione il mio Dio non sarebbe il Dio dei cristiani». E l’autrice del libro riferisce che, «contro le critiche di chi aveva voluto vedere in quell’approccio solo un esercizio decifratorio, aveva reagito con forza dicendo all’amico Luciano Luisi: “Il mio Dio è vero”». Altrove la Ferrari racconta che Quasimodo, pur essendogli legato da una affettuosa amicizia, non parlò mai di questi problemi con Gilberto Finzi, curatore della sua Opera Omnia, perché sapeva che non era credente. Lo faceva invece volentieri con me sentendomi partecipe di questa sua inquietudine religiosa. Ricordo con commozione quella sera a Milano, quando, mentre camminavamo verso una piccola trattoria, parlando concitatamente di quel problema, Quasimodo mi disse, soffrendone: «Dicono che il mio Dio non sia vero: ma il mio Dio è vero». Si ribellava alla superficiale incomprensione che lo aveva sempre circondato. Dagli anni lontani del Vangelo (la traduzione uscì nel ’46), il rapporto di Quasimodo con la fede (del suo vero o simulato come dicevano alcuni - tormento religioso), è stato il tema su cui sono stati espressi tanti giudizi anche opposti. Ma Quasimoduccio mio! - molti si mente marciapiede per evitare è indubitabile che la ricerca di accorsero, loro malgrado, di un incontro. Ma sopra tutto, ciò Dio sia stata una costante nelche più amareggiava Quasimo- la vita di Quasimodo, pur così avere preso una cantonata». do erano i commenti e le illazio- disordinata e piena di contradE tuttavia l’animo del poeta ni alla sua non più nascondibile dizioni, come dimostra questo ne fu ferito. Una sera, durante e sofferta ricerca di Dio. E par- intenso libro della Ferrari, queuno dei nostri incontri romani a ticolarmente quando volle ci- sto libro che non poteva scripiazza Navona, seduti non in mentarsi con la temibile tradu- vere che lei. un caffè rumoroso, ma, come zione del Vangelo di Giovanni. Quasimodo stesso ce ne dà preferiva, su una panchina do- Scrive la Ferrari: «Vuole reagi- conferma con i suoi scritti, sia ve c’era più silenzio e raccogli- re. Sì, questa volta lo vuole pro- nelle poesie giovanili rifiutate mento, Quasimodo mi disse che prio. Per una ricerca “persona- (che precedono Acque e terre, se avesse immaginato le soffe- le”, per una ricerca di “chiarifi- suo primo libro del ’30), nelle renze che gli aveva causato il cazione”, per una “verifica inte- quali vi è un chiaro afflato reliNobel, non l’avrebbe gioso, dovuto anche, accettato. Credo che probabilmente, all’asciò non sia vero, non sidua lettura di l’avrebbe mai fatto, Sant’Agostino, che neSalvatore Quasimodo nacque a Modica nel 1901. Insiambizioso com’era, gli espliciti versi tratti gnito del premio Nobel per la Letteratura nel 1959, la ma vera e profonda dalle sue poesie più fasua vocazione letteraria si manifestò piuttosto precoceera la sua amarezza. mose: «La mia giornamente. A 15 anni scrisse le prime poesie e a 17 fondò con Un’amarezza che era ta paziente / a te condegli amici una piccola rivista letteraria. Cominciò a insita nella sua natura segno, Signore, / non lavorare a Roma, prima come disegnatore e poi come come malinconica, sanata infermità»; e: commesso. In quegli anni iniziò a studiare greco e latiquella di tutti i poeti, e «Prendimi, Signore, no. Nel 1926 fu assunto come geometra nel Genio Civile che risaliva agli anni che non oda / gli anni e, per motivi di lavoro, visse in diverse città italiane. A incerti della sua prima taciti spogliarmi». È il Firenze, grazie al cognato Elio Vittorini, entrò in contatgiovinezza, e a quelli Dio dei cristiani, quelto con il gruppo di scrittori che gravitava intorno alla rimilanesi dove trovò lo cui si volge con quevista “Solaria”, tra cui Eugenio Montale. Proprio sulle amicizie ma anche insti e tanti altri versi, pagine della rivista, nel 1930, venne pubblicata la sua vidie e incomprensiolui, il poeta che per silprima raccolta di versi, “Acque e Terre”, mentre su “Cirni. Di Montale, che a labe «si scarna»: il Dio coli” nel 1932 pubblicò “Oboe Sommerso” e nel 1936 Firenze dove si erano che si fa carne dalla “Erato e Apòllion”. In questo periodo iniziò anche la carconosciuti l’aveva anparola, quello del riera di traduttore, sua è la traduzione dei “Lirici greci” che aiutato, si diceva «suo» Vangelo di Gio(1940). Nel 1947 uscì la sua prima raccolta del dopoè la Ferrari a racconvanni: «Il Verbo era guerra, “Giorno dopo giorno”, libro che segnò una svolta tarlo - che vedendolo nel principio, e il Verbo nella sua poesia. Quasimodo morì a Napoli nel 1968. da lontano in via Brera era in Dio, e Dio era il cambiasse frettolosaverbo».

il poeta


cultura

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ennesima guida di Roma. Eppure non contiene mappe estraibili né inserti aggiornati su eventi e festival, niente stradario o informazioni pratiche. Leggendo le parole sul retro si capisce subito che questo piccolo volume presenta qualcosa di insolito e anticonvenzionale, nulla a che vedere con l’ufficialità delle guide classiche. «Darsi appuntamento all’Eur. Giocare di notte a nascondino tra i vicoli del Ghetto. Baciarsi lungo il Tevere. Bisticciare e poi fare la pace al Circo Massimo. Le fughe verso Ostia, fino a dirsi addio all’isola Tiberina».

L’

Sotto, lo scrittore Roberto Carvelli, autore del libro “Amarsi a Roma”, edizione Ponte Sisto (in basso a sinistra, la copertina). A fianco, un’immagine di Ponte Milvio, uno dei luoghi simbolo degli innamorati romani

“Amarsi a Roma” (Edizioni Ponte Sisto) è una guida sentimentale - per cuori sbandati recita il sottotitolo - per scoprire una città diversa, filtrata dagli occhi di Roberto Carvelli (già autore di Perdersi a Roma) ma anche dei classici della letteratura e degli scrittori che hanno vissuto la capitale, per nascita o per scelta, intervistati per l’occasione. È una guida che non pretende di guidare ma offre al contrario una possibilità di perdita fisica e mentale, favorendo meditazioni assorte e vagabonde in una Roma illuminata dal ricordo e dall’esperienza soggettiva. Proprio l’autore ci racconta come leggere questo libro. «È un libro sui tempi dell’amore più che sui suoi luoghi pur nominandone tanti anche se senza l’esaustività che meriterebbe questa città. Angoli pri-

In libreria. A tu per tu con Roberto Carvelli, autore di “Amarsi a Roma”

Guida sentimentale per cuori sbandati di Livia Belardelli

vati, personali. Ho cercato di restituire nella forma dell’autobiografia un po’ di privatezza a questo sentimento dell’amore e ai luoghi di questa città. Per tutti questi motivi non è corretto considerarla una guida in senso stretto». Così, come moderni flaneurs del Ventunesimo secolo, iniziamo le nostre “passeggiate romane”, pagina dopo pagina, tra gli anfratti della Città Eterna alla ricerca di vicoli nascosti e luoghi dell’innamoramento. Anche se Roma non è per tutti una città romantica. Forse inaspettata è in tal senso l’affer-

mazione di Dacia Maraini che, interrogata sull’argomento, risponde così: «Di tutto ho sentito dire su Roma, che è cinica, che è levantina, che è spiritosa, che è classica, ma non ho mai sentito dire che è romantica. Romantica è Vienna citando un

po multiforme, «un agglomerato di rioni che tracimano il disordine giubilante e nero della vita» che ha nel Tevere «il suo intestino» e «un cuore oscuro e pieno di rovine, di animali randagi e angeli di pietra». Per Roberto Varese è al tempo stesso

nematografici, di case di registi e produttori dove si consuma un lavoro intenso e preoccupato. Dall’intervista al poeta, Carvelli rimane particolarmente colpito. «Ho percepito un piccolo cedimento al rimpianto nella sua voce, come se volesse

In questo volume, che segue il precedente “Perdersi a Roma”, ognuno può trovare la propria via seguendo i percorsi suggeriti che sciolgono la staticità della metropoli in favore di una geografia fluida che svela i luoghi più nascosti luogo comune europeo. Romantica è Venezia, ma non Roma». Tuttavia ognuno ha la sua Roma. Claudio Piersanti resta intenerito dalla sua «obesa grandezza», Maria Grazia Calandrone la dipinge come cor-

«prigione» e «pianeta», Lisa Ginzburg la sente come «una madre distratta e molto spesso sciatta, ma senza dubbio una madre». La Roma di Tonino Guerra invece non è fatta di piazze grandiose ma di studi ci-

chiedere perdono alla città per non averle dato quello che meritava. Mi è sembrato un invito ad una riflessione più profonda. Siamo noi che dobbiamo dare ai luoghi, e non solo loro che devono dare a noi. Tonino

Guerra ammetteva la complicità di Roma, come se l’indole della città fosse questa capacità di preparare il terreno della felicità sentimentale». Immersi in questa pluralità di sguardi ognuno può trovare la propria via seguendo i percorsi suggeriti che sciolgono la staticità della metropoli in favore di una geografia fluida che svela i luoghi più nascosti. Ci scopriamo così stupiti turisti negli angoli dei palazzi romani, per le viuzze del centro storico, sulle terrazze trasteverine, «multiproprietà del desiderio di tutti», lungo le curve del Tevere, l’isola Tiberina e i mille giardini della città. Luoghi fisici ma anche suggestioni private, pensieri e sentimenti che nel turbine di questo nomadismo urbano, come piccole madeleines appena intinte nell’infuso di tiglio, fanno riaffiorare in noi il ricordo di un luogo o di un amore passato. E tra tutti gli angoli di Roma qual è il preferito dall’autore? «Amo l’Isola Tiberina, l’equidistanza delle sue sponde. Amo il tanto bistrattato Tevere che le gira attorno e il frastuono d’acqua che ho immaginato come fondale sonoro di addii malinconici, ma perfetti con la duplice possibilità delle sue sponde destinate alle due anime in abbandono» ci svela.

Un luogo ma soprattutto un tempo. «Un’ora, quella del tramonto, una stagione, la primavera inoltrata. Mi piace, insomma, forse proprio questo incrocio di bellezza e mestizia che viaggiano insieme. Cose e tempi che sembrano far preludere ad un miglioramento impensato». E intanto Mamma Roma è sempre lì, sorniona e puntuta, fascinosa e cinica, malinconica e ammiccante, ad offrirsi, sfacciata e un po’ narcisa come una moderna Olympia, a chiunque voglia trovare tra le curve del suo corpo nudo il proprio personale itinerario.


spettacoli

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Fiction. Domenica e lunedì, su Rai Uno, lo sceneggiato sulla vita del grande maestro per la regia di Giorgio Capitani

Tutto Puccini in cento minuti di Francesca Parisella

ROMA. Un allievo non particolarmente dotato, questo il parere dello zio materno di Giacomo Puccini, presso il quale studiò, all’età di 5 anni, il grandissimo operista italiano che, con la sua musica, ha saputo parlare al mondo intero con modernità e, nello stesso tempo, rimanendo fedele alla vocazione melodica italiana. A ricordare il talento di questo artista è la fiction, in due puntate, in onda domenica 1 marzo e lunedì 2 marzo nella pri-

stro Puccini incapace di trovare un’ispirazione quando si accingeva ad affrontare un nuovo melodramma, oltre alla preoccupazione di morire, altro fantasma che ombrò la vita di Giacomo Puccini. Aspetti, a volte segreti o poco conosciuti, che poco legano con l’immagine di gaudente, più nota al pubblico, forse, niente di più che un tentativo di esorcizzare le sue paure. E’il 1924 e Puccini, interpretato da Alessio Boni, è ospite nella capitale austriaca per un grande con-

una relazione tra Giacomo e Dora - a far trovare a Puccini la giusta vena creativa per comporre l’opera che a causa della sua morte lasciò incompiuta.

Nella fiction, coprodotta da Rai Fiction, Leone Cinematografica e Beta Film, importanti anche le figure maschili che ruotano attorno ad Alessio Boni nei panni di Giacomo Puccini, tra questi Giulio Ricordi (Andrea Giordana), il titolare della casa editrice dei

dirigere ad Arturo Toscanini (nella fiction Franco Castellano) la prima della Bohème, alla quale Toscanini impone nuove forme di esecuzione, con quegli accenti raddoppiati che scatenano l’ira di Giacomo Puccini, finché il maestro non ascolta la prima esecuzione in prova di Toscanini che lo lascia entusiasta e che presto si trasforma il conflitto tra i due in una profonda ammirazione e amicizia. La fiction, girata in nove settimane, si è spostata tra i luoghi che han-

Andrà in onda domenica e lunedì, su Rai Uno, la fiction di Giorgio Capitani dedicata al maestro Giacomo Puccini. A destra e a sinistra, alcune immagini dello sceneggiato; in basso a destra, uno scatto d’epoca Giacomo Puccini; in basso a sinistra, vecchie locandine delle sue opere “Turandot” e “Tosca”

ma serata di Rai Uno. 100 minuti, nati dalla penna di Francesco Scardamaglia, Nicola Lusuardi e Fabio Campus, per ripercorrere, partendo da un flashback, l’estro del celeberrimo maestro e autore della Turandot, l’opera che racchiude l’aria “Nessun Dorma”– citata anche nella canzone presentata a Sanremo da Francesco Renga – e che, interpretata da Josè Carreras, chiude con pathos e emozione la fiction.

«Erano anni che sognavo di fare un film o una fiction televisiva su Giacomo Puccini, più attratto dalla musica che dal personaggio di cui sapevo solo quello che tutti sanno» ha dichiarato il regista Giorgio Capitani, che durante la lavorazione della fiction ha scoperto in Puccini un uomo geniale ma fragile, «con una incredibile insicurezza, la sua paura – malgrado i grandi successi - di non essere all’altezza di quello che il suo pubblico si aspettava da lui». La paura, sempre quell’angosciante timore di aver già dato tutto nelle sue opere, che faceva sentire il mae-

certo in suo onore. E’ ormai un artista di fama mondiale, eppure non riesce a trovare la musica giusta per Turandot, l’opera che sta componendo. Per superare questo difficile momento Giacomo cerca ispirazione in Liza Berman (Francesca Cavallin), una giovane giornalista che lo costringe a tornare alle fonti della sua vocazione, una delle tante figure femminili che attraversano la vita del grande maestro che legava con uno stretto rapporto il sentimento e l’arte, emblematica, in questo senso, l’affermazione: «Io so soltanto questo, che la musica e l’amore sono una cosa unica dentro di me». Un Giacomo Puccini sempre in cerca, nei suoi rapporti con le donne, di ispirazione e approvazione, come fu con la compagna di una vita Elvira, interpretata da Sophie von Kessel, con sua madre Albina Magi (Stefania Sandrelli) che lo aiutò a entrare in conservatorio a Milano, e con Dora (Pamela Saino), la domestica dalle umili origini, alla quale Puccini si legò durante le difficoltà nella composizione della Turandot, è la sua dedizione e la sua morte per amore - la giovane si suicidò a seguito della cacciata di casa voluta dalla moglie Elvira, nel timore di

massimi talenti dell’epoca come Doninzetti, Bellini e Verdi, lo stesso Verdi autore dell’Aida che appassionò il giovanissimo Giacomo e che lo rese schiavo della musica. E’ Giulio Ricordi, sempre alla ricerca dei veri talenti, che riconosce nel giovane maestro di Lucca un talento della musica e diventa per Puccini come un padre, oltre ad essere il finanziatore delle sue opere. «Ricordi per Puccini è una presenza importante» commenta Andrea Giordana ricordando il suo personaggio, «capace di aiutarlo e spronarlo nei momenti di difficoltà e di debolezza, sapendolo aspettare, aiutare, ascoltare come avrebbe fatto un padre, sempre, però, con un pizzico di cinismo che lo portano, anche nei momenti di commozione, a gettare un occhio al pubblico per vedere quanto partecipa alle rappresentazione e il loro parere». E’ sempre Giulio Ricordi a far

no fatto da sfondo alla vita del maestro, infatti le location scelte sono state Lucca, dove è nata la sua storia, tra il Sagrato di San Michele e il Teatro del Giglio, Livorno, Roma, Montecatini, Viterbo e Torre del Lago, il luogo di elezione dove Puccini si era stabilito, definendolo «luogo d’incanto», dove sogna che la sua musica risuoni e dove venne sepolto. Ed è qui che gli amici di Puccini, Forzano e Mascagni, idearono la realizzazione delle prime rappresentazioni dei capolavori pucciniani, in riva al lago e dove, dal 24 agosto del 1930, è nato il palcoscenico di uno dei più importanti festival internazionali.

Il telefilm, girato nei luoghi cari all’operista interpretato da Alessio Boni, vede tra gli altri la partecipazione di Sophie von Kessel, Stefania Sandrelli e Andrea Giordana


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

da ”le Figaro” del 26/02/2009

Pechino minaccia Christie’s cinesi si sono proprio arrabbiati. Con i francesi non riescono più ad andare d’accordo. Dopo la vicenda del Dalai Lama, invitato a Parigi, ora è scoppiato un altro affaire internazionale». È successo dopo la vendita milionaria di due bronzi cinesi della collezione YslBergé. Il governo della Repubblica popolare ha minacciato la casa d’aste di gravi conseguenze, per aver permesso la vendita di beni del patrimonio storico ed artistico del Chung Quo. Pechino, a quanto pare, non si calmerà facilmente e continunuerà la querelle.

I

La Ci na ha condannato la vendita, avvenuta durante il venerdì Santo, a Parigi, di due bronzi cinesi appartenenti all’ex stilista, scomparso, Yves Saint Laurent e al suo compagno d’affari Pierre Bergé. Considerando che questi oggetti, secondo le tesi di Pechino, sarebbero stati depredati quasi 150 anni fa dalla capitale del celeste impero, è lì che dovrebbero fare ritorno. Tanto perché il messaggio fosse più chiaro, la casa d’aste Christie’s è stata minacciata di gravi ritorsioni da parte di Pechino. L’invettiva è partita dal ministero dei Beni culturali cinese. «L’amministrazione statale per i beni culturali e i monumenti si oppone con fermezza e condanna qualsiasi vendita di opere d’arte che siano state esportate illegalmente. Christie’s si assumerà tutte le responsabilità che potranno venire dall’aver effettuato questo tipo di vendita», recita una dichiarazione ufficiale, pubblicata sul sito web dell’istituzione cinese. Un grosso rischio per la famosa casa d’aste, a causa dell’impatto negativo che la vicenda potrebbe aver

sulle sue attività in quel Paese, compreso il rafforzamento dei controlli su tutte le sue operazioni sul suolo cinese. L’amministrazione ha anche dichiarato di aver piu volte tentato di contattare la casa d’aste, prima della vendita della collezione d’arte di Yves Saint Laurent-Pierre Bergé, affinché potessero togliere dal catalogo le due opere contestate. Si tratta di una testa di ratto e una testa di coniglio, provenienti dal sacco che fecero i soldati inglesi e francesi nel 1860, nel Palazzo d’Estate a Pechino. Christie’s non ha voluto rispondere e si è chiusa nel più assoluto riserbo. «Ma Christie’s è stata ostinata, persistente nel voler mettere all’asta i pezzi frutto del saccheggio del Palazzo d’Estate, violando lo spirito delle convenzioni internazionali per il consenso del ritorno di tali oggetti nei loro Paesi di origine. Un fatto che riguarda i diritti culturali del popolo cinese e il sentimento della nazione», si legge ancora nel testo del comunicato. Contattata da le Figaro, Christie’s non ha voluto fare alcun commento sulla polemica.

I due bronzi che hanno un’altezza di quaranta centimetri, sono stati messi all’asta mercoledì, e venduti a 15,7 milioni di euro ciascuno. Non si conosce l’identità degli acquirenti che hanno vinto l’asta rilanciando le offerte attraverso un cellulare. L’ istituzione pubblica che salvaguardia i beni culturali cinesi indica «di non riconoscere» la propietà illegale di oggetti saccheggiati. E continuerà a cercare di far

rientrare queste opere d’arte in Patria «con tutti i mezzi e i canali possibili». Un tribunale francese, lunedì, aveva autorizzato la vendita dei due bronzi cinesi. Il tribunale di Parigi era intervenuto con il sequestro delle due sculture, dopo essere stato coinvlto da un’istanza dell’Associazione per la salvaguardia dell’arte cinese in Europa (Apace, l’acronimo francese, ndr), con sede a Parigi, che aveva chiesto la sospensione della vendita. Il Palazzo d’Estate di Pechino, si trova su di una lussureggiante collina, adagiata lungo le rive del lago Kunming, ha un enorme giardino di migliaia di ettari, un tempo chiamato dei «chiari gorgoglii» e diventato residenza dell’imperatrice vedova Cixi.

È s t a t o i n c l u s o nel patrimonio mondiale dell’Unesco. Il suo saccheggio avvenuto nel 1860 - poi anche nel 1900 durante la rivolta dei boxer - è uno dei più conosciuti episodi legati all’invasione della Cina da parte delle potenze coloniali. Un’umiliazione ancora molto viva e sentita, dopo quasi 150 anni, a giudicare dalle reazioni che ha provocato.

L’IMMAGINE

Lo sciopero virtuale: se funzionerà l’autore meriterà il Premio Nobel. Ma funzionerà? Lo sciopero virtuale è una di quelle espressioni in cui si dice una cosa e contemporaneamente si nega. Ha in sé qualcosa che richiama l’ossimoro ghiaccio bollente, notte chiara, e via dicendo. Chi sia l’autore dello sciopero virtuale, non lo so; ma se la trovata dovesse funzionare allora meriterebbe il Premio Nobel. Non avremmo più le manifestazioni di piazza (che a Roma ci sono un giorno sì e l’altro pure), non avremmo lo sciopero Alitalia, dei ferrovieri, dei metalmeccanici, dei trasportatori e naturalmente anche quello dei docenti e degli alunni. Dunque, almeno nelle intenzioni, lo sciopero virtuale è una bella cosa e sembra funzionare. Bisognerà vedere se funzionerà anche nella realtà. Più o meno nelle intenzioni del legislatore la cosa dovrebbe articolarsi così: si proclama lo sciopero ma non si incrociano le braccia. Qual è la capacità di pressione di questo tipo di sciopero? Chi sciopererà virtualmente, riuscirà a far sentire la propria voce?

Dario Trotta

CHI CI GUADAGNA, RIBELLANDOSI A DIO? Vorrei sapere quante sono in Italia le persone nelle condizioni in cui era Eluana? Considerato che la morte come legge di Dio il Creatore può essere esclusa, sicché una persona che muore secondo legge naturale, pur essendo morta come essere umano, può divenire per mezzo della scienza un vegetale e stare attaccata a dei macchinari in un letto ventiquattro ore su ventiquattro, a tempo indeterminato. Ci saranno dei costi, chi li paga? Chi incassa? Chi trae guadagno dalla ribellione alle leggi di Dio?

Annaluisa de Fermo

LA RIPRESA PARTE DA TODI: BUON LAVORO! Il convegno di Todi può costituire

una pietra miliare verso un processo di vera democratizzazione del Paese, fuori sia dagli schemi di un bipolarismo che non appartiene alla tradizione italiana e che ancora non è nato; e fuori anche dalla moda assembleare facile a sfociare in atteggiamenti occasionali, spesso contraddittori, che hanno creato prima la stagione referendaria e successivamente quella delle primarie, anche queste importate da oltre oceano. La politica non può essere frutto né di emotività né di partecipazione occasionale. Dopo Todi occorre riaprire il dibattito nelle sezioni del partito consentendo la partecipazione non solo ai simpatizzanti ma anche alla società civile. E ciò in primo luogo per ben comprendere il messaggio-guida che ci viene dal

Mare di sabbia Una distesa di “cavalloni” battuti dal vento. Se non fosse completamente asciutto, il Grande Erg Orientale (nel Sahara) potrebbe diventare il paradiso dei surfisti. Ma l’unica cosa che accomuna questo deserto - circa 140 mila chilometri quadrati di sabbia tra Algeria e Tunisia al mare, è il nome. Erg infatti in lingua araba significa proprio mare di sabbia

convegno di Todi. In secondo luogo, per elaborare progetti che attengono alla soluzione dei molti problemi della realtà sia locale che nazionale. Occorre che i partiti si riapproprino delle loro funzioni di formazione, di analisi, di proposte, di selezione, sconfiggendo il verticismo frutto di un bipolarismo difettoso. Da Todi è partito un messaggio di mobilita-

zione ai liberi e forti per una politica equilibratrice di centro. Ora l’azione concreta spetta alla base, alle sezioni che devono dare la spinta propulsiva.

Luigi Celebre

I “PERMESSI” DEL PRESIDENTE Ma da quale articolo della Costituzione il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, trae ra-

gione ed autorità per dire al Governo: «Ora basta tagli all’Università?». Nessun articolo della Costituzione gli conferisce tale potere. Stia attento Napolitano, perché potrebbe trovare chi gli contesti, in base all’articolo 90 della Costituzione, il reato di “attentato alla Costituzione”, penalmente sanzionato dall’articolo 283 c.p.

Angelo Simonazzi


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Gettatevi nella vita senza oscillare a destra e a sinistra Carissimo Robertino! Poche parole in fretta, perché scritte durante una marcia. Attraverso Bauske-Barbera a Kertschen, dove si trova lo stato maggiore del battaglione che sarà presto trasferito a Friedrichstadt, perché ora là si sta ancora malsicuri. La nostra compagnia alloggia a Sauschinen, lavora al fiume Dvina, al fronte, sotto un fuoco molto vivo. I cannoni di Riga tuonano, e gli aviatori ronzano intorno a noi e giganteschi stormi di cornacchie attraversano l’aria e girano e stridono a tondo: una nauseante marmaglia, che qui trova buona preda. Io racconterei volentieri molte cose di ciò che ho visto di triste e di grave, ma il tempo stringe. Caro Robertino e tutti voi ragazzi miei, Guglielmo e Mausi, questo vi dico ancora una volta: siate buoni e diligenti e gettatevi bravamente nella vita senza oscillare a destra e a sinistra. Sempre dritto, vi faccia comodo o no. Io penso sempre a voi e vorrei crearvi il più lieto avvenire: forza soprattutto e luce di sole quanta ne esiste. Io vi amo tanto, quanto un padre può amare i suoi figli. Voi dovete saperlo; non ne potete dubitare. Abbiate fiducia in me e in Sonia come in voi stessi; ma non troppo in voi stessi nel senso di diventare stolti e presuntuosi. Karl Liebknecht al figlio

ACCADDE OGGI

LA BUFALA DI STRISCIA LA NOTIZIA Spiace constatare che “Striscia la notizia”, forse per la prima volta nella sua lunga meritoria storia di “controinformazione alternativa”, abbia utilizzato una notizia vera per fini spregevoli e ideologici. In un servizio andato in onda martedì 24 febbraio è stato ipotizzato che il Luca della canzone di Povia sia “guarito” dall’omosessualità grazie alle “cure” della psico-setta Arkeon. Nel corso della trasmissione è stato fatto notare che i responsabili di Arkeon sono stati condannati per abusi sessuali. Peccato che in Italia le sedute di riorientamento sessuale siano operate prevalentemente dall’organizzazione internazionale Living Water. Appare chiaro che l’intenzione di Antonio Ricci, esponente di spicco della cosiddetta area anarco-situazionista, sia stata quella di strumentalizzare un singolo fatto per infangare l’intero operato di chi lavora in questo delicato ambito. Eppure, checché ne dica Ricci o i vertici dell’Arcigay, grazie al metodo Living Water migliaia di presunti ex omosessuali e lesbiche sono ritornati etero. Solo in Italia, per un malinteso senso di rispetto umano, o forse più pragmaticamente per una mera questione ideologica, non è possibile divulgare tali informazioni. Farlo, equivarrebbe ad essere esposti al pubblico ludibrio. Chi volesse verificare i casi di “riorientamento”andati a buon fine, legga le testimonianze pubblicate sull’ americano Exodus International.

Gianni Toffali - Verona

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

27 febbraio 1593 Giordano Bruno è incarcerato nel palazzo del Sant’Uffizio a Roma 1821 A Parigi, il ministro Corbière emana le Ordinanze, che parificano le scuole ecclesiastiche ed introducono un potere di sorveglianza dei vescovi per quel che concerne la religione 1933 L’edificio del Parlamento tedesco a Berlino, il Reichstag, viene incendiato 1940 Viene scoperto il carbonio-14, un isotopo radioattivo del carbonio 1976 Il Sahara Occidentale dichiara la sua indipendenza 1990 Lettonia: viene ripristinata la bandiera lettone in uso prima dell’annessione all’Urss 1991 Guerra del Golfo: il presidente statunitense George W. Bush annuncia che il Kuwait è stato liberato 1994 Si chiude a Lillehammer, in Norvegia, la XVII Olimpiade invernale 2008 Ancora record contemporaneo di prezzo del petrolio, che tocca il massimo storico di 102 dollari anche a prezzi correnti

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

LIBERTÀ ECONOMICA PER TUTTI Ho letto di proteste di negozianti per gli aumenti rilevati ai canoni di affitto dei locali che essi usano per la loro attività. Sarebbe bene ricordare che questi canoni aumentano una volta ogni dodici anni, mentre i prezzi dei beni messi in vendita dai negozianti che si lamentano possono crescere anche ogni giorno. Come sempre, la libertà economica la si rivendica per sé, ma non va bene quando la esercitano altri.

Vilfredo Milanesi

PER ALLEVIARE LA CRISI DEI CONSUMI La crisi dei consumi la devono risolvere quelli che hanno il superfluo: patrimoniali e redditi da 100.000 euro in poi. Il ricavato dei quali si dà a coloro che hanno dovuto ridurre i consumi. È evidente che, contemporaneamente, si deve affidare a persone molto capaci (Brunetta, Gelmini, Maroni) la lotta agli sprechi, alle ruberie e alle evasioni. Il loro ricavato servirà a rimborsare coloro che hanno pagato le super tasse.

Michele Ricciardi

LA DISUNIONE La spaccatura sui temi etici così come la discussione sul testamento biologico mostra l’indistruttibile muro che divide il Pd e tutta la sinistra. Dimostra altresì che non si tratta di crisi ideologica ma di vero tracollo dell’elettorato, che già in passato costrinse la sinistra a fondersi con il centrismo democratico che non voleva stare con il Cavaliere: Prodi fu uno dei prodotti più critici.

SOGNANDO CHAVEZ (ALL’ITALIANA) Nel dibattito sulle dimissioni diVeltroni mi sembra non sia emerso un aspetto importante anche se evidente. Le dimissioni sono conseguenza di una sconfitta alle amministrative ma di regioni, tutto sommato, non importanti come la Lombardia, Emilia, Veneto, Lazio o Sicilia. Come mai? Non è tanto il progetto veltroniano che è stato messo in crisi, quanto i tempi necessari per la maturazione dei suoi frutti. La preoccupazione di fondo e che se anche un giorno ci fosse la vittoria elettorale, la perdita di potere reale, soprattutto locale ai vari livelli, nel frattempo sarebbe enorme. Come dire: l’operazione è riuscita ma l’ammalato è morto. Immaginiamo per un attimo le elezioni amministrative. La sinistra potrebbe perdere - e questa volta in modo devastante avendo bruciato i vari Illy e Soru molte regioni, provincie e comuni con una ricaduta su tutto il sistema occupazionale clientelare e collaterale economico, politico e culturale. Alla fine, infatti, questo sistema è retto con fondi dello Stato, perché anche una tassazione privilegiata alle cooperative o i contributi a chi fa cultura o sindacato o politica di professione sarebbero dimensionati se il cambio politico negli enti locali fosse radicale. Questo non è avvenuto dopo le sconfitte di Berlusconi nel centrodestra proprio perché il suo elettorato è meno preoccupato della perdita di potere locale proprio per le sue caratteristiche e composizione sociale. In ogni caso il potere economico e mediatico di Berlusconi non è quello di un partito ma suo personale. Chi può mettere quindi in crisi il suo comando assoluto non è un comitato centrale ma una riunione di famiglia, anzi, delle famiglie. Tutti gli altri partiti - escusa la Lega Nord - sono fondamentalmente statalisti, ossia immobili e incapaci di sopportare progetti di lungo periodo, alla Mitterand: si fanno prendere dal panico se perdono terreno nel potere. Il 50% del Pil italiano è del settore pubblico e quanto influisca lo Stato sull’altro 50% lo sappiamo tutti. Il sistema di potere di intreccio tra economia e politica, nelle varie forme, è enorme oltre che fonte di immobilismo per incapacità di decidere. È la ragione per cui le riforme non si fanno e se si fanno sono ingiuste, perché colpiscono chi in quel momento è politicamente debole. Lo statalismo insomma influisce anche sulle dinamiche politiche epocali, nei tempi e nei contenuti, e molti ora sperano in un default, come fattore di modernizzazione. Anche a sinistra è quindi giunto il tempo dell’uomo forte. Leri Pegolo C I R C O L O LI B E R A L PO R D E N O N E

APPUNTAMENTI Roma - Palazzo Ferrajoli - 6 marzo - ore 11.00 RIUNIONE COORDINAMENTO NAZIONALE DEI CIRCOLI LIBERAL

VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Milano - lunedì 9 marzo - ore 19.30 - presso il Circolo della Stampa DOVE SONO OGGI I LIBERI E FORTI? Partecipano: Angelo Sanza e Bruno Tabacci Conclude i lavori: Ferdinando Adornato

AVV. GIULIO DI MATTEO, COORDINATORE REGIONALE CIRCOLI LIBERAL DELLA LOMBARDIA

Lettera firmata

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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2009_02_27