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ISSN 1827-8817 90220

Ci sono mali dai quali non bisogna cercar di guarire, perché sono i soli a proteggerci contro altri più gravi

di e h c a n cro

9 771827 881004

Marcel Proust

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Il seminario di liberal e Udc sul Centro

Può cominciare da Todi una vera svolta

UN APPELLO PER IMPEDIRE L’INCREDIBILE FECONDAZIONE IN CORSO A PAVIA

In questo caso la legge c’è. Ed è chiarissima. Eppure un tribunale ha permesso a una donna di prelevare, dal marito in coma, il seme per fare un figlio. Ma nessuno dice niente. Siamo tutti sfibrati dal caso Englaro: ma non possiamo rassegnarci a vivere in un far west etico

di Renzo Foa uello che si apre oggi a Todi si sta dimostrando un appuntamento molto più importante di quanto non sembrava quando è stato fissato. La ragione è molto semplice: le cose sono andate – e con una accellerazione fortissima – proprio nella direzione pensata da chi aveva indetto quell’incontro. Insomma, noi di liberal assieme al comitato promotore della Costituente di Centro siamo stati lungimiranti. La prima domanda a cui i lavori di questi giorni devono rispondere è semplice: esistono nel nostro Paese gli spazi per un partito dei moderati in cui convivano laici e cattolici che, con buona pace di qualche intellettuale, possono e debbono continuare a confrontarsi e riuscire a rendere il loro dialogo più proficuo?

Q

se gu e a p ag in a 4

Riflessione a più voci sulla sua attualità

Cent’anni di futurismo

Ora tutti zitti? alle pagine 8 e 9

Nasceva il 20 febbraio di cento anni fa, con il “Manifesto” di Filippo Tommaso Marinetti, il movimento del Futurismo. Liberal lo celebra pubblicando, oggi e domani, otto pagine speciali. al le p ag in e 1 2 /1 5

Perché continua l’esproprio del tfr

Presidente Marcegaglia, io ci ho provato

Domani l’Assemblea decide: pronta una mozione contro l’ipotesi del reggente

Il Pd in lotta contro il caos Metà partito per Franceschini, l’altra metà per le primarie di Antonio Funiciello

L’errore di fondo del Pd

residente Marcegaglia, ci abbiamo provato, ma non c’è nulla da fare: non possumus. Il tfr è destinato a restare dov’è. La Confindustria (di Luca Cordero di Montezemolo) avrebbe dovuto pensarci due volte prima di concedere al governo Prodi, senza colpo ferire, l’esproprio del tfr maturato nelle aziende che occupano da 50 dipendenti in su. Adesso quell’esproprio proletario, imposto da un esecutivo di centrosinistra, è parte integrante - a regime delle entrate dello Stato. s eg u e a pa gi n a 1 1

s eg ue a pa gi na 2

P

La vocazione maggioritaria

ROMA. Per i 2800 (duemilaottocento) che compongono l’assemblea nazionale del Partito democratico, o almeno per quelli che domani si riuniranno per la quarta volta a Roma, è pronto un bel pacchetto viaggio all inclusive. Gita al nuovo complesso fieristico nella splendida cornice della bretella autostradale che collega la capitale a Fiumicino, con annessa votazione del nuovo segretario Franceschini per alzata di deleghe stampate in tutta fretta. S’intende: non gita premio, ché il biglietto toccherà pagarselo da soli, come il cattivo panino d’ordinanza nei bar affollatissimi della Fiera. Niente dibattito, nessuna tesi da discutere, neanche un mezzo ordine del giorno, secondo il gruppo dirigente che già fu quello di Veltroni e che sta organizzando l’assemblea. Quello che si chiede ai “costituenti” è una semplice ratifica delle scelte del Coordinamento politico del Pd, rimasto in sella malgrado tutto.

di Giuliano Cazzola

segu2009 e a pa•giEnURO a 9 1,00 (10,00 VENERDÌ 20 FEBBRAIO

CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

36 •

di Francesco D’Onofrio Fino a quando non sarà colta la differenza anche radicale tra la cultura delle alleanze per un governo e la vocazione maggioritaria di singoli soggetti politici, sarà difficile che l’Italia esca dalla ormai lunghissima transizione che si può ritenere avviata nel 1994. Dario Franceschini WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

a p ag in a 3 IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Democratici. Il partito verso una spaccatura fra chi vuole Franceschini subito e chi invece punta a una consultazione popolare

Il reggente travicello

Domani un’assemblea di 2800 rappresentanti della ”società civile” eleggerà il nuovo segretario. Ma molti chiedono vere primarie di Antonio Funiciello segue dalla prima Ovvero malgrado le dimissioni del segretario eletto dai 3 milioni e mezzo del 14 ottobre 2007 e il suo riconoscimento del fallimento politico del progetto democratico.

Non è successo niente, insomma. Eppure qualche preoccupazione dalle parti del Nazareno comincia a fare capolino. Già, perché chi diavolo sono questi 2800 (duemilaottocento) costituenti? Quanti ne verranno? Accetteranno di fare per la quarta volta le comparse senza nemmeno ricevere il cestino come almeno usa a Cinecittà? L’anno scorso, all’ultimo ritrovo dei costituenti alla Fiera di Roma, erano - sì e no - seicento e soltanto grazie a una robusta, gagliarda forzatura regolamentare dei vertici fu possibile votare la Direzione nazionale del partito. Non c’erano i numeri, ma si pro-

cedette d’imperio e il primo ad appoggiare la linea dura (senza paura) fu proprio il padre costituente Veltroni. Il fatto è che il profilo medio di questi 2800 (duemilaottocento) non è affatto riconducibile a un vecchio quadro di partito irreggimentato nella sua corrente. L’assemblea nazionale costituente era considerata - e a ragione - un organi-

big e i vip nazionali, assieme ad un oceano di sconosciuti; gente per bene e appassionata di politica, che però non c’entrava nulla o poco con DS e Margherita. Il grosso di questi 2800 (duemilaottocento) si potrebbe davvero definirli “veltroniani”, ma più realisti del Re caduto, più veltroniani di Veltroni stesso, e di conseguenza impolitici per definizione. Al Nazareno nelle giornate di ieri e di ieri l’altro è prevalsa un’idea che suona più o meno così: i costituenti idealisti sabato saranno pochissimi; addebiteremo la scarsa affluenza al trauma delle dimissioni; ai pochi che resisteranno fino alla fine potremo far ratificare quello che crediamo. Se poi Franceschini nel suo di-

Bettini, Tonini, Morando, ma anche i dalemiani Cuperlo, Pollastrini e Burlando contro l’ipotesi del “traghettatore”. Ma la vera incongnita sono i “non politici” smo pletorico e puramente consultivo. Ci finirono così dentro i pochi big e i vip nazionali, assieme ad un oceano di sconosciuti; gente per bene e appassionata di politica, che però c’entrava nulla o poco con Ds e Margherita. Ci finirono così dentro i pochi

scorso richiamasse la sua continuità con quanto fatto da Veltroni, ci sarebbe un motivo ulteriore per stringere i pochi costituenti veltroniani accorsi intorno al nuovo segretario.

Il delitto perfetto, in breve. I vecchi e alterni tatticismi per cui Marini e i popolari festeggiano il loro Franceschini, puntando poi a farlo eleggere al vero congresso che si terrà in autunno con tanto di primarie. E D’Alema che in questa fase concorda nel sostegno a Franceschini, ipotizzando di far eleggere Bersani o un nome (Finocchiaro?) che superi la contrapposizione “Bersani vs Franceschini” nell’assise del prossimo ottobre prevista dallo statuto. Il solito gioco delle tre carte che regola i rapporti di forza nel centrosinistra da quindici anni e s’incarica bellamente di costruire, secondo gli schemi consolidati, il futuro di quello che resterà del Pd dopo la scon-

Da Marianna Madia a Andrea Martella, una generazione al bivio

La rabbia dei ragazzi di Walter di Francesco Capozza

ROMA. Un vero e proprio shock. Né più, né meno di quando scompare un padre o di quando viene meno l’appoggio di una figura protettrice. Questo il sentimento che accomuna molti esponenti del Pd: tutti quelli che senza Walter Veltroni alla guida del partito si sentono in qualche modo orfani. Tutti quelli che Veltroni ha scoperto, candidato, fatto eleggere. Tutti quei giovani su cui l’ex segretario del Partito de-

mocratico aveva puntato in campagna elettorale con la speranza che una ventata d’aria nuova e giovane potesse spiazzare gli elettori ancor prima degli eletti. Coloro che dovevano essere la nuova classe dirigente di un partito già ricco di contraddizioni e di correnti. Quei “ragazzi” che appena arrivati in parlamento si sono resi conto che non era certo tutto rose e fiori come Walter gli aveva fatto credere.

Adesso che il loro segretario non c’è più e che, come egli stesso ha precisato, «farò il deputato semplice», la paura, mista allo spaesamento e allo sgomento aleggia tra quei Veltroni boy’s. Marianna Madia, la giovane ricercatrice de La Sapienza che l’ex dominus del Pd decise di candidare capolista (davanti a lui) alla Camera nella circoscrizione elettorale Lazio 1 è molto chiara: « è chiaro - confida a liberal - che

fitta alle prossime europee e amministrative. Con tanto di apparente - si fa per dire - paradosso di un Veltroni logorato dai correntismi fino a rassegnare le dimissioni e che pure benedice la soluzione più correntizia che potesse venire fuori dal suo ex gruppo dirigente.

Parisi ha già fatto sapere che proverà a rompere il giochino, chiedendo primarie subito e candidandosi per fare il segretario del PD. Se su quest’ultima idea è difficile per lui costruire convergenze significative fuori dalla cerchia dei suoi fedelissimi, sull’ipotesi di opporre alla soluzione proposta dal gruppo dirigente (Franceschini subito) un percorso diverso (primarie modello 14 ottobre), Parisi potrebbe invece trovare più di una sponda. Nel Coordinamento politico, Bettini, Orlando e Tonini avevano chiaramente fatto intendere di preferire la strada delle primarie per


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La sconfitta di Veltroni è anche quella del bipartitismo

L’equivoco? Il concetto di vocazione maggioritaria di Francesco D’Onofrio ino a quando non sarà colta fino in fondo la differenza anche radicale tra la cultura delle alleanze per un governo e la vocazione maggioritaria di singoli soggetti politici, sarà difficile che l’Italia esca dalla ormai lunghissima transizione che si può ritenere avviata con il sistema elettorale prevalentemente maggioritario con piccoli collegi del 1994.

F

Qui sopra Dario Franceschini. In alto, da sinistra, Francesco Rutelli, Goffredo Bettini, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. A destra. Walter Veltroni. In basso, i giovani veltroniani Marianna Madia e Andrea Martella eleggere il successore di Veltroni. Altri uomini che sono stati vicini a Veltroni, come Morando e Ceccanti, sono per percorrere questa strada. Sulla quale però potrebbero fare incontri inattesi. Molti dalemiani di primissimo ordine come Cuperlo, Pollastrini, Burlando sono dell’idea di andare subito alle primarie tra Franceschini e Bersani. E anche nell’area rutelliana si agitano orientamenti diversi tra le due opzioni in campo.

In conclusione, nel caso in cui ci fosse qualcuno che dal palco dell’assemblea di sabato dovesil futuro che ci aspetta è quanto più incerto. Io auspico che questo forte shock dia a tutti noi una scossa e che sia utile per ancorarci ai valori e ai progetti di cui, forse, si sente troppo la mancanza». Lei, più di ogni altro, rappresenta la nuova leva democratica che oggi si sente lasciata in balìa della tempesta.

Sicuramente più di Pina Picierno, ministro della Gioventù nel governo ombra di piazza del Nazareno, la quale, pur essendo altrettanto in erba (28 anni), ha già fatto la gavetta con quel vero e proprio animale politico che è ed è stato Ciriaco De Mita. Spaesato anche Andrea Mar-

se proporre di respingere la road map definita nelle stanze del Nazareno, troverebbe ascolto e adesione in molti dirigenti democratici. Con la conseguenza di rendere esplicita una linea di dissenso verso i vertici che può aprire scenari nuovissimi. Probabilmente non nel breve periodo chiuso nella giornata di sabato. Ma nel medio-lungo che porterà alla resa dei conti del congresso di ottobre. Resta da capire in che stato di salute il PD arriverà a questo appuntamento. Ma al momento non pare essere la preoccupazione principale del suo gruppo dirigente.

tella, il ragazzotto dal ciuffo sbarazzino che Veltroni aveva nominato (non senza deludere le aspettattive di numerosi pretendenti) portavoce del partito e suo personale. L’altro giorno, quando a lui è toccato annunciare con la voce quasi rotta dall’emozione - alle decine di giornalisti assiepati sotto la sede del Pd che il segretario non aveva intenzione di fare retromarcia e che sì, le dimissioni erano confermete, sul viso del giovane Andrea era palese uno spaesamento. Un senso di solitudine. Quella stessa solitudine cui si dovranno abituare tutti i favoriti del sovrano che ha appena abdicato.

Qualora infatti consideriamo con attenzione il succedersi nervoso di sistemi elettorali una volta – nel 1994 – prevalentemente maggioritario a piccoli collegi, un’altra – nel 2006 – compiutamente proporzionale senza premio di maggioranza, un’ultima – nel 2008 – con premio di maggioranza e lista bloccata, ci rendiamo conto che la febbre politico-istituzionale del sistema è ancora molto alta perché non si è ancora trovata la soluzione proprio per questa questione di fondo: alleanze politiche che concorrono nelle elezioni per la conquista della maggioranza di governo o singoli partiti a vocazione maggioritaria che danno vita a cartelli elettorali ma non ad alleanze politiche? La vocazione maggioritaria, infatti, può essere costruita sulla base di una vera e propria alleanza politica tra soggetti anche di peso elettorale diverso ma che convergano su specifici programmi economici, sociali, istituzionali italiani, europei e mondiali; essa invece può dar vita a cartelli elettorali nei quali vi siano da un lato e dall’altro degli schieramenti elettorali due soggetti a cosiddetta vocazione maggioritaria che stipulano con altri soggetti accordi elettorali per vincere le elezioni ma non necessariamente per governare il Paese.

tutto distorto con il quale giuristi, economisti, sociologi, politologi hanno affrontato dal 1994 la questione del bipolarismo in Italia. E oggi si è giunti persino ad auspicare un esito bipartitico del bipolarismo medesimo. La cultura delle alleanze richiede infatti non soltanto una piena conoscenza del programma del soggetto politico al quale si aderisce ma anche il riconoscimento di una sostanziale dignità culturale dei soggetti con i quali ci si allea per la conquista del successo elettorale. In questo senso se si vuol parlare di “vocazione maggioritaria” ci si riferisce all’intera coalizione politica e non a singoli soggetti che operano all’interno di essa con la conseguenza che le elezioni politiche sono certamente importanti ma non assumono mai le caratteristica di una sorta di giudizio di Dio.

La cultura delle alleanze richiede non soltanto una piena conoscenza del programma del soggetto politico al quale si aderisce, ma anche il riconoscimento della sua sostanziale dignità culturale

La mancata percezione di questa radicale diversità tra vocazione maggioritaria di singoli soggetti politici (personali o ideologici che siano) e cultura di governo (fondata su alleanze politiche che parte dal pieno riconoscimento della identità specifica di ciascun soggetto che concorre all’intesa di governo e non si limita al solo momento elettorale), è alla base del modo del

La vocazione maggioritaria alla quale hanno fatto e fanno ricorso singoli soggetti politici finisce invece con il considerare puramente strumentali le eventuali alleanze elettorali con altri soggetti politici ai quali non viene riconosciuta di fatto una autonoma dignità culturale. Le dimissioni di Walter Veltroni dalla carica di segretario politico del Partito democratico pone dunque una questione politica e non personale di fondo: la vocazione maggioritaria di cui aveva parlato Veltroni, concorrendo a costruire un bipolarismo di grandi partiti, resta a caratterizzare il futuro del Partito democratico o si passa finalmente ad una cultura delle alleanze fondata su programmi interni, europei e internazionali per competere con un altro schieramento politico per la conquista della maggioranza elettorale? Mi auguro che le decisioni che il Pd assumerà in riferimento a questo argomento concorrano a far uscire il dibattito italiano sul bipolarismo dalla finzione di un bipartitismo puramente elettorale: se si intendono seriamente affrontare riforme costituzionali concernenti la struttura federalistica dello Stato, il potenziamento della capacità di governo del presidente del Consiglio dei ministri e il rapporto tra direzione politica e autonomia della magistratura occorre capire fino in fondo se questa stagione della democrazia italiana sarà costruita esclusivamente sugli elettori o anche su partiti politici dotati di una propria identità e di propri programmi.


politica

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Eventi. I riflettori della politica puntati sul seminario di “liberal”: si discute il progetto Udc per “Un nuovo tempo della Repubblica”

Il Centro alla ribalta Il bipartitismo si sta rivelando sempre più finto: ci vuole un nuovo grande partito dei moderati di Renzo Foa segue dalla prima E il dialogo si fa sui contenuti e sulle prospettive? Per questo da Todi devono scaturire contenuti e prospettive. Noi di liberal – come dimostra anche la sequenza degli appuntamenti eugubini, oltre agli altri convegni e alla riflessione sul nostro quotidiano – non abbiamo mai abbandonato la via del confronto e l’abbiamo difesa con ostinazione e persino con protervia. E ci siamo aperti a tutti coloro che lo considerano possibile a prescindere dalle forze politiche di appartenenza.

con chiunque sia autenticamente convinto ad aprirlo e che non ce la fa a riconoscersi nella sinistra esistente in Italia, una sinistra conservatrice, giustizialista, incapace di rompere davvero con le terribili ideologie e mitologie del Novecento, o con chi, sim-

Valori, politica estera, crisi economica: sono i temi sui quali aggregare una forza moderata e riformatrice

mericanismo: quell’ideologica incomprensione verso un grande paese, accusato alternativamente o di occuparsi troppo e in modo invadente delle cose del mondo, o di non farlo ripiegandosi egoisticamente nell’isolazionismo. Per dirlo in modo più concreto: l’Europa non potrà essere quella contrassegnata dallo spirito alla Chirac. Dovrà invece collaborare con gli Usa a prendere decisioni comuni e ad attuarle con lealtà e senso di solidarietà. Europa e America non sono due Occidenti, ma un solo Occidente, di cui fa parte anche Israele.

Proprio per questo alla ba- metricamente, vive con grave se del nostro progetto c’è l’i- difficoltà, il proprio fare polidea di un partito tollerante, tica dentro a quel «minestromoderato, aperto al dialogo e ne» senza anima che è il cencapace di funzionare con me- trodestra, al quale dà il respitodi democratici. In cui l’uni- ro della vita solo Silvio Berluco punto fermo è la centralità sconi. Proprio per questo il di alcuni valori quali la vita e Pdl non è e non sarà mai un la famiglia, come è notato nel partito credibile: il tempo su L’altro grande delManifesto pe l’Unione di cen- questo ci darà ragione più di problema tro. E l’alternatitività con chi quanto sia già accaduto dal l’oggi è quello riguarda li vuole non tanto discutere momemento del discorso del che crisi ma distruggere. La verità, la predellino a Piazza San Babi- l’attuale sua ricerca non si contrappo- la. E allo stesso modo in cui globale dei mercati. La responne né alla tolleranza né – tan- ce l’ha data sul Pd. sabilità di ciò tomeno – alla libertà. Ed è per questo che la coerente difesa Per tornare ai contenuti, bi- che sta accadendi certi valori, quali la vita e sogna considerare come fon- do non può essela famiglia, non disegna certo damentale la centralità del re scaricata su un partito chiuso, ma un par- rapporto con l’Occidente. Il quel risveglio litito aperto al dialogo anche tema all’ordine del giorno è berale che ha cail su questi valori. Nessun con- come dare un profilo all’Eu- ratterizzato fessionalismo ma nemmeno ropa forte ed autonomo, che reaganismo e il alcun relativismo etico in cui non coltivi mai però l’antia- thatcherismo, né l’una posizione, su temi così centrali, valga l’altra. Insomma, l’esatto contrario di un partito anarchico. Non è un caso che questa ricerca TODI. Si aprirà questa mattina, presso l’Hotel I lavori inizieranno alle ore 11 con la relazione parte avendo come rifeBramante, il settimo seminario nazionale di introduttiva di Ferdinando Adornato, presidente rimento l’eperienza delcultura politica organizzato dalla fondazione della fondazione liberal. l’Udc, una forza politica liberal. Nel corso della due giorni sono previsti, tra gli alrifiutata, «messa in caIl tema di quest’anno sarà: “Dove sono oggi i li- tri, gli interventi di: Lorenzo Cesa, Rocco Buttistigo» dall’attuale magberi e forti?”. Il seminario sarà infatti l’occasione glione, Ciriaco De Mita, Bruno Tabacci, Savino gioranza e che si trova a per presentare al pubblico e alla stampa il mani- Pezzotta. Numerosi saranno, poi, gli ospiti che svolgere un’opposiziofesto dell’Unione di Centro “per un nuovo tempo prenderanno la parola per dare un loro giudizio ne nel Paese e nel Parladella Repubblica”. «Si può dar vita ad una nuova ed un contributo sul manifesto dell’Unione di mento sui contenuti e casa politica che unisca quei popolari, liberali, Centro, tra questi: Enrico Letta, Giuseppe Pisanu, senza alcun pregiudimoderati e riformisti che, sia nel Pdl che nel Pd, Francesco Rutelli, Lorenzo Dellai, Roberto Formizio. Questo testimonia avvertono con preoccupazione il vuoto etico-po- goni, Raffaele Bonanni, Adriana Poli Bortone, la coerenza e la limpilitico e il deficit di governabilità su cui si basa Paola Binetti, Magdi Cristiano Allam. dezza di una linea polil’attuale sistema dei partiti?» si domanderanno i Domani, alle ore 12.30, concluderà il seminario tica che consente di partecipanti al convegno. l’intervento di Pier Ferdinando Casini. avere tutte le carte in regola per il dialogo

Todi, i due giorni di confronto

è figlia unica delle scelte di Bush che pure ha commesso errori seri. Non è inutile ricordare però che molti dei guai di oggi originano soprattutto dall’operato di Clinton, l’uomo che diventò il simbolo del tentativo di una sinistra tesa a rinnovarsi, ma senza riuscirci. Tutto questo non vuol dire che il liberalismo non debba – in modo particolare in questo momento – essere temperato da politiche sociali e da alcuni interventi dello Stato ben mirati che aiutino il mercato a riprendersi, senza però sostituirlo magari dando vita ad un neostatalismo. Questi, e cioè: valori, politica estera,


politica

20 febbraio 2009 • pagina 5

Il parere del politilogo Paolo Pombeni sul manifesto dell’Udc

Né destra né sinistra, parola chiave: equilibrio di Franco Insardà

ROMA. «L’appello di Sturzo è attualissimo. C’è bisogno che i liberi e forti facciano qualcosa e c’è anche l’esigenza che le forze che si sentono rappresentative in un momento storico cruciale entrino in campo». È questa in sintesi la lettura che dà Paolo Pombeni del manifesto dell’Unione di Centro. Professore, quale può essere il percorso per un nuovo partito liberale, popolare e riformista? Quello di riuscire a interpretare la domanda di cambiamento senza troppi orpelli ideologici. È questa la richiesta più forte che viene per un partito di quella natura e di quella tipologia. L’Italia ha bisogno di un vero partito dei moderati e, secondo lei, c’è lo spazio? Senz’altro, come dimostra anche il buon risultato della Sardegna. Credo che un partito che si pone come obiettivo quello di allargare questo spazio di dibattito, attualmente ristretto, fa un servizio a tutti. La Seconda Repubblica è fallita. Quale sarà il futuro della nostra democrazia? Bisogna da un lato recuperare un livello di dibattito che vada oltre questa tendenza rozzamente demagogica che spera di ottenere consensi soltanto sventolando una bandierina qualsiasi. Ritengo, poi, recuperando una parte del pensiero sturziano, che bisogna riuscire reintrodurre un principio di sussidiarietà. Nel senso che chi si dovrà impegnàre per superare l’idea che la politica che parte dall’alto e arriva in tutti le zone del Paese, molto diverse tra di loro, arricchisce il dibattito. La politica nazionale ridotta a pochi slogan elementari non è una cosa che aiuta a raggiungere buoni risultati. Crede, quindi, che la sussidiarietà e la welfare community possano liberare energie che altrimenti andrebbero perse? È la scuola attraverso cui si impara a fare politica. Occorre una democrazia diffusa con strutture di partecipazione vicino a casa per far ritornare l’interesse e la voglia di sentirsi attori e arbitri del proprio destino. L’interesse nazionale e il bene comune possono essere i valori fondativi di una nuova Italia? Il concetto di bene comune credo sia una delle cose più importanti per le quali ci si deve battere. A questo principio va commisurata l’esigenza più o meno legittima di questa o di quella parte, altrimenti non si va lontano. L’interesse nazionale non deve, però, diventare egoismo nazionale: ormai il nostro orizzonte è e deve essere l’Europa. Ma come si coniuga l’interesse nazionale con il progetto di federalismo? Bisogna intendersi sul significato che si vuole dare a questo modello. Se il federalismo è inteso ciascuno per se e Dio per tutti non produrrà nulla di buono, se sarà una politica più

vicina ai cittadini e alle loro esigenze ritengo che sia uno strumento utile allo sviluppo. Come superare un bipolarismo che si è ridotto soltanto all’inseguimento di alleanze innaturali utili per vincere, ma non per governare? Se la proposta contenuta nel manifesto dell’Unione di Centro avrà successo si inserirà come elemento equilibratore, per limitare gli estremismi e i danni di un bipolarismo accentuato. Il risultato si può raggiungere in due modi: o facendo crescere all’interno dei due schieramenti una componente moderata, o costruendo al di fuori dei due poli una forza che si posizionerebbe al centro. Al leaderismo esasperato di questi anni si sta contrapponendo l’antipolitica: due aspetti molto lontani dai partiti? Finora non non sono stati trovati altri strumenti per sostituire i partiti che svolgevano la funzione di abituare le persone alla partecipazione e creare luoghi dove si maturassero insieme delle esperienze e si selezionasse la classe dirigente del futuro. Questo lavoro è necessario, se qualcuno riesce a immaginarlo senza i partiti potrebbe pure andare bene. L’importante è che ci siano dei soggetti che lo facciano. Quale risposta può dare la politica a un relativismo etico che mette in discussioni concetti basilari come la vita? Lo Stato ha bisogno di concetti etici, senza diventare ostaggio di alcuna gerarchia. Ovviamente le religioni hanno valori superiori. Il relativismo ha indebolito anche il concetto di famiglia? È venuto meno il modello tradizionale, ma non si è più provveduto a educare le nuove generazioni ai valori della famiglia, diventata un’appendice occasionale della convivenza. La famiglia, invece, è un’istituzione con valori e significati sociali fondamentali. La crisi economica ha messo in discussione il liberismo esasperato? La libertà produttiva in campo economico significa la promozione del bene comune, la responsabilità collettiva e la solidarietà sociale. Non si può prescinde da tutto questo. In questo discorso si inserisce il coinvolgimento di quelle realtà come le associazioni che sembrano dimenticate? Le persone che non trovano spazi si rifugiano in questa forma di primato sociale, bisogna ritrovare il senso della sfera pubblica. Tutto quello che riguarda il progresso della solidarietà è sfera pubblica, non statale. È ottimista per il futuro? Bisogna vedere se si prende coscienza del momento difficile che stiamo vivendo. Oggi ci siamo resi conto che la crisi esiste davvero e che per poterne uscire occorre un cambiamento serio. Occorre un’azione politica che combatta e sconfigga la disgregazione sociale e la demagogia.

Chi si occupa di allargare lo spazio politico dei moderati fa un servizio utile per tutti

crisi economica, sono i grandi temi alla quale una forza moderata e riformatrice come il nuovo centro, a cui sta lacorando la Costituente di centro, deve dare risposte rifuggendo dalle trovate, dai conigli estratti dal capello in modo spettacolare, dal privilegiare l’immagine rispetto ai contenuti. Così si potrà andare – e il passaggio di Todi mi sembra fondamentale – verso un partito nuovo fatto di concretezza e di moderazione. Un partito che sappia discutere al proprio interno e decidere democraticamente. Insomma, un partito vero che ormai manca da troppo tempo nel nostro Paese.

Pier Ferdinando Casini chiuderà il convegno di «liberal» a Todi. Nelle altre foto, in senso anti-orario, Raffaele Bonanni, Enrico Letta, Beppe Pisanu, Adriana Poli Bortone e Lorenzo Dellai. A destra, Paolo Pombeni


diario

pagina 6 • 20 febbraio 2009

Silvio e Emma, è solo questione di soldi La Marcegaglia al governo: «Non sono un corvo». Berlusconi: «Ciascuno fa la sua parte» di Francesco Pacifico

ROMA. Emma Marcegaglia respinge le accuse di Claudio Scajola: «Non penso di essere un corvo. E non credo che la situazione si possa risolvere con il pessimismo o l’ottimismo». Per poi rilanciare: «Non potremo fare manovre da 50 miliardi come in altri Paesi, ma individuare due o tre punti essenziali su cui stanziare un po’di soldi da spendere subito». Di rimando Silvio Berlusconi fa spallucce: «Ciascuno fa la sua parte». Proprio non si prendono, la Marcegaglia e Berlusconi. Ma uno che li conosce bene come Michele Perini, l’ex presidente di Assolombarda oggi alla guida di Fiera Milano, giura che «non è una questione caratteriale». «Emma - dice - è un’imprenditrice seria, il presidente Berlusconi ha una visione economica nella quale le aziende hanno un ruolo predominante. Il vero problema è che non ci sono risorse, non quante sarebbero necessarie». Da qui il vostro pessimismo? Pessimismo? Sono tornato poche ore fa da New York, dove abbiamo presentato una serie di manifestazioni sulla moda. E ci hanno ascoltato con grande interesse. Eppure certi risultati vanno letti in modo diverso quando arrivano i dati sulla nostra economia. Penso agli ordinativi, che a gennaio sono calati del 35 per cento. Che in alcuni settori hanno registrato anche una riduzione del 50 per cento. Le vostre previsioni sono nel mirino del governo. Le previsioni di Confindustria non si discostano che di un paio di punti percentuali da quelle “governati-

Il comune amico Michele Perini: «Il problema non è caratteriale, ma è dovuto alle scarse risorse per la crisi» ve”. Di uno 0,2 per cento rispetto alle stime del Fondo monetario. Statistiche? Qui il problema è che siamo in recessione. Scajola poteva evitare di chiamarvi “corvi”. Conoscendolo, avrà provato a stemperare un po’ la tensione. Perché se ci attacchiamo soltanto ai numeri, finiamo per metterci a piangere.

Battute o meno, dal governo vi aspettavate un atteggiamento più duro verso le banche. Prima dividerei il settore in due gruppi: le banche che si sono permesse di non fare più le banche, dandosi alla speculazione, e quelle che hanno continuato a fare il loro mestiere, mantenendo un rapporto con il territorio e un alto livello di liquidità anche in un momento difficile. Al momento l’unico settore che è stato veramente aiutato è l’auto. La mia azienda fa parte del sistema dell’arredo uffici, quello che fa “gli utensili del terziario”: mai avuto un minimo di sostegno. Così io non chiedo soldi, ma anticipateci gli ammortamenti, toglieteci un po’ di balzelli, ritardate qualche scadenza. Eppoi ci sono i pagamenti arretrati del pubblico: se non hanno i soldi, le amministrazioni statali la smettano di fare acquisti. Perché tornano le rottamazioni e si dimenticano le liberalizzazioni? All’interno di Confindustria esistono anime diverse. C’è chi come passa 36 settimane all’estero per cercare nuove commesse e chi vede come un successo una bella fornitura pubblica. Ma prima di tutto serve trasparenza. Non è possibile che tutte le prescrizioni per le quotate si siano risolte in una tonnellata di carte e in altissime parcelle per i consulenti, mentre nessuno frena le peggiori truffe ai danni dei consumatori.

Liberate le suore rapite in Kenya Dopo oltre cento giorni di prigionia: «Volevano solo denaro» di Guglielmo Malagodi

ROMA. Sono state liberate ieri mattina le due suore italiane rapite in Kenya il 10 novembre 2008. Lo ha confermato la Farnesina. Suor Maria Teresa Olivero e suor Rinuccia Girando, le due religiose del Movimento contemplativo missionario “Charles De Foucauld”, erano state rapite nella città di El Wak, al confine della Somalia, e hanno passato oltre tre mesi nelle mani dei rapitori tra Kenia, Somalia e Ciad. Le due religiose si trovavano in Kenya da molti anni, dove lavoravano con i profughi somali. Suor Giraudo, infermiera, lavorava soprattutto con i malati di epilessia. Ora si trovano presso l’ambasciata

laborazione delle istituzioni» che ha portato all’esito positivo della vicenda, sottolineando “la riservatezza” con cui hanno operato.

«Abbiamo avuto paura ma abbiamo tirato avanti perché non si poteva fare diversamente. Abbiamo avuto paura, ma anche tanta speranza. Voglio ringraziare il Santo Padre che ci è stato tanto vicino, lo abbiamo sentito. Grazie, grazie, grazie!». A parlare così da Nairobi, a Radio Vaticana, è suor Maria Teresa Oliviero, dopo la liberazione. «Sto bene, sono felice, sono immensamente felice di essere con i piedi sulla terra libera in Kenya, con tanto affetto attorno a noi. Ci stanno facendo tanta festa, siamo molto contente», ha detto ancora la religiosa che a proposito dei 100 giorni della sua prigionia ha aggiunto: «Ho cercato di non pensare troppo perché se pensavo a qualcuno o a qualcosa il cuore scoppiava. Allora cercavo di vivere serena quello che avevo davanti a me. Ma abbiamo avuto tanta angoscia. Tanti giorni senza notizie, il tempo era tanto lungo. Ci siamo fatte coraggio fra di noi: suor Caterina sa un po’ di somalo e abbiamo instaurato una bella amicizia con chi ci ha rapito. La fede ci ha aiutato al cento per cento: se non era

Grande soddisfazione sia da parte del governo sia da parte del Vaticano. «Non abbiamo mai perso la speranza» italiana a Nairobi, come ha riferito il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Appena appresa la notizia, il premier ha commentato: «Sono soddisfatto, ho seguito la vicenda da vicino. Suor Teresa e suor Caterina sono salve, libere e stanno bene. Si trovano nella nostra ambasciata di Nairobi». Il presidente del Consiglio esprime soddisfazione anche per «la col-

per la fede io penso che non ce l’avremmo fatta». C’è grande felicità anche nelle parole di suor Caterina Giraudo, che raggiunta sempre da Radio Vaticana ha commentato: «Sono qui felice, riconoscente, senza parole, insieme alla mia sorella Maria Teresa. Siamo proprio resuscitate, siamo felici, e non abbiamo parole per dire il nostro grazie per tutto quello che è stato fatto, non solo per liberarci, ma anche per quello che abbiamo vissuto. Stiamo cogliendo proprio adesso che tantissime persone sono state unite a noi nella preghiera, nel pensiero, con l’affetto, con l’ansia. Noi lo sapevamo, lo pensavamo, eravamo sicure, però, adesso lo tocchiamo con mano. Siamo tanto riconoscenti».

Quindi ha raccontato di «102 giorni trascorsi con tanta angoscia. Però, abbiamo soprattutto voluto impegnare il nostro tempo nella preghiera e la preghiera ci ha salvate, ci ha proprio sostenute: fede e preghiera, la certezza che non eravamo sole. Anche se fisicamente non sentivamo nulla, avevamo però la certezza che Dio è con noi. E poi avevamo la certezza che tante persone pregavano per noi. Quindi, questa è stata una forza immensa. Poi dobbiamo anche dire che le persone che ci hanno recluse, ci hanno trattate bene. Dicevano solo che volevano soldi, solo quello».


diario

20 febbraio 2009 • pagina 7

Missione d’agosto in Afghanistan Frattini conferma La Russa: aumenta il contingente italiano di Stranamore

ROMA. Ma quanti saranno i soldati italiani in Afghanistan? Le dichiarazioni che arrivano dagli esponenti del governo sono, al solito, ondivaghe. Prima il ministro della Difesa La Russa dice che lo sforzo italiano è già più che sufficiente e che quindi tocca ad altri rispondere alle richieste che arrivano dalla Nato e da Washington. Poi però basta una visita di Nancy Pelosi, una telefonatina di Obama al premier e l’orientamento cambia radicalmente. La Russa diventa possibilista, dice che si può discutere un ulteriore rafforzamento del contingente

non dispiace, anche se non si può dire. Su questo versante potrebbe risultare importante la conferenza di Trieste che si svolgerà a giugno. Forse ci sarà anche l’Iran.

Ma torniamo alla missione militare, che rimane cruciale, perché senza sicurezza non è possibile né la ricostruzione né la stabilizzazione dell’Afghanistan. Gli Usa si stanno muovendo secondo le linee già annunciate dal Presidente Bush, che prima di lasciare la Casa Bianca ha firmato gli ordini di partenza per i primi 6.000 militari di rinforzo. Obama può contare sul disimpegno graduale dall’Iraq per spostare più truppe in Afghanistan. Il primo contingente ammonta a ben 17.000 soldati. Una grossa brigata dei Marines, una brigata motorizzata dello Us Army e altri reparti ancora a designare. Quanto all’Italia, il governo sta giocando al toto-soldato: in parlamento ha dichiarato che il contingente sta salendo da 2.400 a 2.800 uomini, ma grazie ad una interpretazione elastica del “tetto” concordato in Parlamento si potrà arrivare senza difficoltà a quota 3.000, perché si farà riferimento al numero “medio” di soldati presente in teatro, il che consente picchi più elevati per qualche mese. E poi non è escluso che il governo chie-

L’unico contrario al maggiore impegno a Kabul è il ministro Tremonti: ma è solo un problema di mancanza di fondi italiano in concomitanza con l’appuntamento elettorale afgano, previsto in agosto. E a dar man forte a La Russa interviene il collega degli esteri, Frattini, il quale, dal Golfo, si dichiara favorevole ad un potenziamento delle forze italiane, al contempo rilancia l’ipotesi di un coinvolgimento dell’Iran per trovare una soluzione politica condivisa, da attuare grazie ad un consenso allargato regionale. Una idea che a Washington

da formalmente al Parlamento di alzare ancora i livelli massimi. Non ci saranno opposizioni significative. La fronda sarà casomai interna, con Tremonti che vede con terrore il conto 2009 delle missioni all’estero alzarsi fino ad una previsione di 1,6 miliardi di euro, contro uno stanziamento di 1 miliardo. E siccome difficilmente si potrà risparmiare togliendo truppe dai Balcani, le spese non potranno che aumentare.

Gli stati maggiori si stanno già preparando, perché se vogliamo avere il “picco” di forza ad agosto, le truppe extra devono andare in teatro non più tardi di giugno e devono essere approntate, addestrate ed equipaggiate… almeno dai primi di marzo. Non c’è niente di male a decidere di accrescere gli impegni militari all’estero, anzi, però è singolare che questo avvenga mentre si stanno definendo i cardini della futura legge delega che ridimensionerà lo strumento militare italiano, con un taglio minimo del 20%. Hanno ragione le opposizioni a chiedere chiarezza al governo sugli impegni all’estero. Ma difficilmente saranno accontentate. Difesa e sicurezza non sono temi popolari nel Pdl e non portano voti. Se si parla di sicurezza il governo punta immediatamente al poliziotto di quartiere, se non alle ronde civiche. Però in Afghanistan non ci vanno i “ghisa”milanesi….

Berlusconi: «Nazionalizziamo le banche» Polemiche per una battuta del premier dopo l’incontro a Roma con Gordon Brown di Alessandro D’Amato

ROMA. Se fosse una cosa seria e non l’ennesima boutade, almeno potremmo avere finalmente qualcuno contento di come si sta evolvendo la crisi economica in Italia. Lenin, Bertinotti, in parte magari anche Di Pietro. Solo che è lecito chiederselo: quando il presidente del Consiglio dichiara alla stampa che «È allo studio un’ipotesi di nazionalizzazione delle banche», bisogna prenderlo sul serio o no?

Perché, se bisogna prenderlo sul serio è un conto. E allora, diciamo subito che certe cose non si possono dire a mercati aperti, perché - come il premier saprà, essendo anche la sua azienda quotata in Borsa - altrimenti le contrattazioni potrebbero risentirne. Il mondo della finanza sa che le nostre banche (anche le più grandi) hanno tutte

«Stiamo pensando a una soluzione che va contro il capitalismo»: ma nessuno ha capito se il premier scherzava o no qualche problema dal punto di vista della solidità, chi per un motivo chi per un altro. E hanno coefficienti di core tier 1 inferiori rispetto ad alcune delle concorrenti straniere. Ora, ufficialmente è tutto comunque sotto controllo, ma se Berlusconi se ne esce con un’«ipotesi di nazionalizzazione», chi sta sui mercati (e pensa che i presidenti del consiglio non parlano a vanvera) pensa che invece qualche problema potrebbe anche esserci. Con uno dei grandissimi istituti, o con un medio-grande che ha provato a crescere un po’ troppo, o - perché no? - con un medio-piccolo che

potrebbe aver fatto male i suoi conti. E a quel punto, chi sta sui mercati potrebbe anche decidere di vendere le sue azioni in portafogli. Creando un effetto a cascata sul flottante, di quelli che abbiamo già visto in questa crisi, con grandi volumi scambiati in periodi ristretti di tempo. Sarebbe un piccolo disastro. Ma certo, se ciò fosse vero (e consideriamo che sta parlando un presidente del Consiglio, quindi per antonomasia una fonte ufficiale), sempre meglio sapere, visto che stiamo parlando di un’emergenza finanziaria di primissimo livello. Nella quale, a seconda delle condizioni, è giusto dare una risposta forte.

Se invece non si dovesse prenderlo sul serio, allora si potrebbe anche scherzarci su. E paragonare l’uscita di Berlusconi a una soluzione un po’ leninista, anche se in sedicesimo. «Ci sono diverse ipotesi sul tavolo e una che potrebbe andare proprio contro l’idea del capitalismo», ha aggiunto ieri Silvio: per fortuna che se ne rende conto da solo. E sa che finora ai banchieri e ai loro rappresentanti era stato detto tutt’altro: che l’entrata del Tesoro negli istituti di credito sarebbe stata temporanea, programmata per durare tre anni. Nazionalizzazione vuol dire qualcosa di diverso: che lo Stato si può arrogare il diritto di decidere in prima persona su manager e componenti dei consigli d’amministrazione di aziende (prima) private. La qual cosa può far piacere ad alcuni, dispiacere ad altri. E pensare male quasi tutti. Insomma, non c’è da confondere un intervento sotto forma di prestito e una vera e propria nazionalizzazione. Sono due cose troppo diverse, per confonderle, a meno che non si scherzi. Il guaio è che non si capisce quale delle due ipotesi (prenderlo sul serio o meno) sia la peggiore.


società

pagina 8 • 20 febbraio 2009

Bioetica. C’è un uomo in coma al quale è stato prelevato il seme grazie a un’autorizzazione giudiziaria. Ma la legge lo vieta

Signor ministro, li fermi! Siamo usciti sfibrati dal caso Englaro, ma questo non giustifica tacere su Pavia di Riccardo Paradisi sistono ancora ostacoli medici e legali perché il paziente in coma di Pavia, a cui il professor Severino Antinori ha estratto il seme dopo un’autorizzazione giudiziaria del giudice tutelare, non diventi inconsapevolmente il fecondatore della moglie. L’uomo infatti non è in grado di prestare il suo consenso alla fecondazione tanto che è stato necessario che il Tribunale nominasse un tutore. Non solo: la legge italiana sulla fecondazione assistita consente l’ inseminazione «in vitro» solo se la coppia è, in entrambi i suoi componenti, consenziente e soffre di sterilità. Anche lo stato di incoscienza dell’uomo potrebbe essere visto come un impedimento coeundi. Il problema è che malgrado tutti questi ostacoli etici e legali il professor Severino Antinori è riuscito già a compiere metà della sua opera, nella sostanziale indifferenza del mondo politico, che dopo la maratona interventista sul caso Englaro sembra indifferente a quanto sta accadendo a Pavia.

E

A esprimersi chiaramente finora è stata la Chiesa che sta praticando da giorni una decisa dissuasione morale. Monsignor Elio Sgreccia della Pontificia accademia per la vita, parla di «Inammissibilità morale di quanto sta avvenendo a Pavia: l’uomo non è un serbatoio di cellule e l’atto generativo deve essere cosciente, un gesto fondamentale d’amore tra due coniugi». Ma anche l’associazione Luca Coscioni si è espressa in modo critico su questa vicenda: «La legge stabilisce che sia necessario il requisito di sterilità e serve il consenso scritto di entrambi i genitori – dice Filomena Gallo, vice-segretario dell’associazione – se c’è una norma, va rispettata e sarebbe bene che non si usi quanto è stato fatto per ricostruire la volontà di Eluana Englaro per strumentalizzarlo ed estenderlo a fattispecie ben differenti». Invece sembra proprio essere questo l’intento di chi, professor Antinori e ultrà della supremazia dei desideri sull’etica e la legge, intende fare. Del resto a fermare quello che appare come un’evidente violazione della leg-

L’appello a Sacconi è un caso in Italia di cui nessuno parla e su cui nessuno protesta. È il caso di un uomo ricoverato in una struttura sanitaria di Pavia in coma vegetativo a cui è stato prelevato il seme per fecondare la moglie che desidera avere un figlio da lui. Capiamo che il Paese sia uscito sfibrato dalla vicenda Englaro, ma è questo un motivo per accettare che in questioni così delicate ognuno agisca fuori dalla legge e secondo il proprio arbitrio? Ci appelliamo dunque al Ministro della Salute e a tutte le amministrazioni e strutture sanitarie interessate, affinché si impediscano pratiche in palese violazione delle previsioni legislative della Legge 40, sulla procreazione medicalmente assistita. In Italia esiste una legge, approvata dopo un decennio di confronto parlamentare e confermata da un ampissimo consenso referendario. Ne consegue che questa legge non può essere violata nelle sue procedure, come invece è avvenuto a Pavia

C’

grazie a un’autorizzazione giudiziaria all’estrazione del seme da una persona in coma, del tutto contraria alla norma che prevede non solo la sterilità del partner ma anche il suo consenso scritto. La libertà della scienza e le funzioni della magistratura non possono rincorrere i desideri a discapito di diritti, dignità e libertà delle persone. La scienza medica e la responsabilità pubblica di governo non possono assecondare atti illeciti ed esperimenti di laboratorio sulla vita umana. La Legge 40 esiste. Per scongiurare il far west, la si applichi. Luca Volontè deputato Udc

Luisa Santolini deputato Udc

Carlo Casini presidente Movimento per la Vita

Paola Binetti deputato Pd

Maria Luisa Di Pietro presidente Scienza e Vita

Enrico La Loggia deputato Pdl

Isabella Bertolini deputato Pdl

L’opinione di Carlo Casini, eurodeputato, giudice e presidente del Movimento per la Vita

«Quella fecondazione sarebbe fuorilegge» di Gabriella Mecucci

ROMA. Dopo il caso Englaro, se ne apre un altro: la bioetica è ormai tutti i giorni sulle prime pagine. Questa volta il problema non riguarda la fine della vita, ma il suo inizio. Anzi, il suo concepimento. A Pavia il giudice tutelare ha deciso di consentire il prelievo dello sperma di un uomo in coma, su richiesta della moglie, per arrivare alla fecondazione assistita. Una scelta completamente fuorilegge, dicono tutti coralmente. Ne abbiamo parlato con Carlo Casini, eurodeputato Udc, presidente del Movimento per la Vita e anche giudice. L’autorizzazione giudiziaria data a Pavia di prelevare lo sperma di un uomo in coma è dunque fuorilegge? Non so come è stato motivato il provvedimento. Magari si è autorizzato il prelievo giustificandolo con la necessità di farlo analizzare. Se viene preso per fecondare artificialmente non vi è dubbio alcuno: la scelta del giudice tutelare è completamente fuorilegge. La legge 40 infatti prevede che per procreare in laboratorio occorre il consenso scritto di entrambi i soggetti: il padre e la madre.Tale consenso può essere espresso solo dopo un lun-

go colloquio con il medico che li deve informare di tutte le procedure e che deve far presente loro anche la possibilità di muoversi sul terreno dell’adozione. Dopo questa accurata disamina, padre e madre debbono di loro pugno sottoscrivere la richiesta. Questo è quanto prevede l’articolo 6 della legge 40. In questo caso però come può un uomo in coma apporre la propria firma? Non può. Punto e basta. Ma c’è di più: la legge 40 dice che si può procedere solo in caso di manifesta sterilità. Ma in questo caso non c’è alcuna sterilità. Ora qualcuno cercherà di sostenere che la condizione dell’uomo in coma può essere paragonata alla sterilità - Antinori ci ha abituato a questo e ad altro pur di far parlare di sé - ma questa mi sembrerebbe una forzatura al di là di ogni buonsenso. Potrebbe essere concepito un figlio in barba alle disposizioni tassative di legge? Guardi che il problema qui non è solo la violazione della nostra legge, ma anche dell’articolo 6 della convenzione internazionale


società ge 40 sono poche e isolate voci trasversali del mondo politico e delle associazioni come si può vedere dall’appello che questo giornale ha lanciato per denunciare e fermare lo scandalo di Pavia. O almeno per rompere il silenzio intorno a quello giustamente Enrico la Loggia (Pdl) definisce ”un abominio”e Paola Binetti «Una palese violazione della libertà e della dignità umana». Si, perchè l’uomo di Pavia in coma assume in questa storia assurda il simbolo di un uomo oggetto, inconsapevole fornitore di seme vitale. «Per questo dobbiamo attenerci alle leggi se non al diritto naturale – dice a liberal Isabella Bertolini del Pdl – Questo silenzio dopo il caso Englaro è un brutto segnale. Sembra ci sia un calo di tensione, una sorta di strano pudore o addirittura di timore. Anche la discussione sul decreto legge per il testamento biologico è avvolto da troppo silenzio mentre andrebbe incoraggiata una legge che non conceda nessun appiglio a una magistratura che ha già dimostrato di usare l’intepretazione della legge in modo molto estensivo».

Ma appunto l’iter sul testamento biologico non si annuncia facile. ll testo base Calabrò, che ieri ha ottenuto il via libera della Commissione Sanità del Senato, dovrebbe approdare nell’Aula di Palazzo Madama il prossimo 5 marzo ma intanto si lavora alla preparazione dei numerosi emendamenti che dovranno essere presentati entro lunedì mattina. Il Ddl vuole garantire l’inviolabilità e l’indisponibilità della vita umana, nonché la tutela

E intanto, sul testamento biologico Beppino Englaro fa il politico: «La legge in discussione al Senato è una barbarie. Ed è incostituzionale» per i diritti del fanciullo. Questo dispone che in ogni atto, sia pubblico sia privato, che riguardi un minore deve essere considerato prevalente il suo interesse. Non quello del padre o della madre, ma il suo. È del tutto chiaro che non può essere l’interesse di un bambino nascere fuorilegge e per di più con la certezza di trovarsi nella condizione di orfano. Si può obiettare che il padre, nonostante la gravità della sua condizione, potrebbe riuscire a vivere e magari a guarire. Bene, che si aspetti questo esito che tutti ci auguriamo per arrivare al concepimento del figlio. Cosa si può fare? Se la magistratura prende simili decisioni, non c’è nulla che possa fermare una simile follia? Certamente sì. Per il momento mi sembra utile fare una campagna contro l’eventualità che si arrivi alla fecondazione e alla creazione dell’embrione. Per ora non c’è. Si tratta di evitare che accada. Se dovesse però succedere, può intervenire l’autorità sanitaria. In questo caso il presidente della Regione, visto che si sta patentemente violando la legge, può revocare al centro che compie questo grave vulnus l’autorizzazione a praticare la fecondazione artificiale. Si possono inoltre applicare le sanzioni previste dalla 40 che in una simile fattispecie sono di natura pecuniaria.

della salute come fondamentale diritto del cittadino e della collettività, assicurando la partecipazione del paziente all’identificazione delle cure mediche all’interno dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente. Nel testo si precisa poi il divieto di ogni forma di eutanasia attiva e al suicidio assistito, e si sancisce il divieto di forme di accanimento terapeutico mentre all’articolo 5 si entra nel questione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiali. Beppino Englaro, il papà di Eluana definisce ”una barbarie” il ddl mentre il Pd chiederà anche che le dichiarazioni anticipate di trattamento“in casi eccezionali“ contemplino anche la possibilità di sospendere la nutrizione e l’idratazione artificiale per in pazienti in stato neurovegetativo. Il Pd dice di avere trovato su questo punto una linea comune che sarà portata avanti anche dai cattolici del partito.Vedremo.

20 febbraio 2009 • pagina 9

Èstato un giudice onorario a dare il via libera ad Antinori

Ormai comanda solo il tribunale di Errico Novi

ROMA. «Un conto è autorizzare il prelievo del seme, altro è se il giudice avesse dato il via libera alla fecondazione». Così rubrica il caso Claudio Diani, avvocato della donna di Vigevano che vorrebbe avere un figlio dal marito in coma. Non ci sarebbe violazione della legge 40, dunque. Allo stato attuale tutto si ridurrebbe a un provvedimento precauzionale. Ma è davvero così? Chi può garantire a questo punto che la normativa sottoposta a referendum nel 2005 venga rispettata? Agli articoli 1 e 4 del testo si prevede che la fecondazione in vitro può avvenire a due condizioni: la sterilità della coppia e il consenso scritto di entrambi i partner. Il secondo presupposto, nel caso di Vigevano, evidentemente manca. «Si dovrà procedere a un accertamento retrospettivo della volontà», ribadisce l’avvocato Diani. Come nel caso di Eluana Englaro. Deve pensarla così anche il magistrato che ha autorizzato il prelievo, il giudice onorario del Tribunale di Pavia Manila Raciti.

Deve essersi convinta che il consenso esplicitamente richiesto dalla legge 40 sia in fondo un dettaglio trascurabile. Si tratta di una norma dello Stato, passata indenne per una consultazione popolare, eppure per la dottoressa Raciti evidentemente ha più valore la sentenza della Corte di Cassazione, che ha autorizzato la morte della Englaro in base alla ricostruzione indiziaria di una presunta volontà della donna. Ecco cosa ha prodotto il fine settilmana più teso nella storia delle istituzioni repubblicane: non un’approvazione più rapida della normativa sul testamento biologico, che giace placidamente in Senato, ma l’affermazione di un nuovo principio per cui si può decidere della vita, della morte e della capacità procreativa delle persone sulla base di vaghe testimonianze. In pratica il principio giurisprudenziale supera la legge anche per via dell’impotenza dell’Esecutivo. Dopo aver tentato in tutte le forme giuridicamente possibili di impedire la morte di Eluana, il ministero del Welfare non se l’è sentita di bloccare il professor Severino Anti-

nori, che martedì scorso ha materialmente prelevato il liquido seminale del 35enne di Voghera, in coma per un tumore fulminante al cervello. Il governo avrebbe potuto diffidare il policlinico San Matteo di Pavia, dove il paziente è ricoverato e Antinori ha effettuato l’intervento. Ma c’è il timore di suscitare un effetto boomerang nell’opinione pubblica, dopo l’inutile battaglia sul decreto. È la vittoria dei magistrati che ritengono di potersi sostituire al Parlamento nel “legiferare” sul fine vita. «Noi siamo stati semplici spettatori», dice il direttore sanitario del San Matteo, Marco Bosio, «abbiamo diffuso comunicati molto asettici per attestare la nostra disponibilità, senza convocare conferenze stampa né esprimere giudizi sulla richiesta dei familiari. Ci siamo trovati di fronte a una disposizione del Tribunale con cui si indicava un tutore, nella persona del padre del paziente, allo specifico scopo di prelevare il seme. Credo che i passaggi più importanti potranno verificarsi da adesso in poi».

Il provvedimento parla chiaro. La dottoressa Raciti lo ha emesso in via d’urgenza, come richiesto dall’avvocato Diani, con un atto di volontaria giurisdizione. Si teme che il paziente non possa sopravvivere a lungo: se il magistrato onorario avesse respinto l’istanza si sarebbe assunto la responsabilità di infrangere il disperato sogno della 32enne di Vigevano. Ha potuto pronunciarsi in questo modo perché la sentenza Englaro ha tracciato una strada, perché ormai il principio del consenso sancito dalla legge 40 è materia volatile. Ieri liberal ha cercato di contattare la dottoressa Raciti: è stato impossibile. All’ufficio della Volontaria giurisdizione non volevano nemmeno comunicare il nome del magistrato. Che sarebbe molto irritato dal clamore provocato sui media dalla vicenda. Non immaginava che il provvedimento potesse assumere tanto rilievo. Lo ha emesso in via d’urgenza. Ma è rimasta anche lei condizionata dal principio della “volontà ricostruita”introdotto dalla Cassazione a dispetto del Parlamento.


panorama

pagina 10 • 20 febbraio 2009

Panchine. Uno dei protagonisti di Forza Italia è fuori gioco: via dal Parlamento e dal cda della Rai

Un politico dai modi troppo Urbani di Marco Palombi

ROMA. Anche Giuliano Urbani s’accomoda mestamente in panchina. Il lento scivolamento verso l’oblio dei fondatori di Forza Italia non risparmia nemmeno il professore liberale che fu conquistato alla causa del Cavaliere durante un’oramai leggendaria cena a base di orate alla griglia mentre ancora crollava la Prima Repubblica: nell’aprile 2005 fuori dal governo, nell’ottobre dello stesso anno fuori dal Parlamento in direzione viale Mazzini e ora fuori pure dal cda della Rai, scalzato dall’ex deputato siciliano Antonio Verro, amico di Dell’Utri ma - si dice - caro anche al cuore del premier. Fatto fuori, il povero Urbani, a suo tempo profeta del partito leggero, non solo perché la stagione dei liberali alla corte del Berlusconi IV è conclusa da parecchio, ma anche per quanto di speci-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

fico c’è nella storia stessa del nostro. Urbani, infatti, è uomo dal ponderoso curriculum accademico, ma anche capace di anticonformismo, forti passioni e lingua tagliente: classe 1937, allievo di Bobbio e Spadolini, amico dell’Avvocato e a lungo consulente di Confindustria, una pila di volumi scritti da

sidente del Senato»), il gruppo di Marco Taradash («Finti liberali figli di Ceausescu») e pure gli affini Antonio Martino e Alfredo Biondi («Ragli d’asino non salgono al cielo»). Memorabile la sua controversia con Vittorio Feltri, reo d’aver riesumato per lui una celebre battuta anti-fanfaniana («Mens nana

Docente e intellettuale senza peli sulla lingua: rimangono agli archivi le sue battute taglienti e la sua lunga querelle con Vittorio Sgarbi professore universitario e una montagna di carta firmata su buona parte della grande stampa italiana, poi deputato, ministro e consigliere Rai. Ma non solo: tra le sue passioni figurano il basket, Bergman, Fantasia della Disney, Brahms, il samba, Shakespeare, i gatti e una certa propensione per la frase acida. Ne hanno fatto le spese negli anni Gianfranco Fini («Bisognerebbe che qualcuno gli facesse passare quella spocchia»), Carlo Scognamiglio («È stato d’accordo con noi solo quando lo abbiamo eletto pre-

in corpore nano»). Risposta: «Il professor Feltri, docente all’università di Bergamo bassa, è affetto da analfabetismo istituzionale». Il suo più grande successo di pubblico è però anche la radice della sua giubilazione e la nota più personale della sua storia: la liaison con l’attrice e produttrice cinemtaografica Ida Di Benedetto. Giuliano Urbani, infatti, è arrivato in Rai sulle ali dell’amore, al contrario di quanto accade di solito ai consiglieri Rai: pensosi intellettuali o politici di lungo corso che a viale Mazzini scoprono

quanto possa essere irrifiutabile il calore di un’avvenente frequentatrice del demi-monde tv.

Ricapitoliamo: la storia tra i due data al 1995 - quando il nostro è ancora una delle stelle del berlusconismo - ma viene “spubblicata” da Vittorio Sgarbi solo nell’ottobre 2002, quando Urbani è ministro dei Beni culturali. Il critico d’arte, cacciato dal suo posto di sottosegretario proprio da Urbani, rivelò in diretta tv - con tanto di vivace uso di dettagli - che i dissidi col suo ministro erano dovuti all’azione perturbatrice della Di Benedetto, peraltro fattasi amante del politico solo per procacciare affari alla sua Titania produzioni. Ne seguirono querele e smentite indignate, salvo poi confermare almeno l’esistenza del legame tre anni dopo, nel 2005, a parole su Chi e con tanto di foto su Oggi. Le cronache, nel 2007, riportano poi l’ultimo capitolo del calvario amoroso di Urbani: una sua telefonata ad Agostino Saccà per perorare la messa in onda di una fiction targata Titania. Ora, almeno, il silenzio.

L’arte di infrangere le regole, dai jeans di Di Pietro alla cravatta-ciondolo di Speroni

Il Parlamento veste Prada.Anzi no a libertà è anche scegliere come vestirsi. In Turchia le deputate hanno l’obbligo della gonna, ma vogliono i pantaloni. Più pratici, più dinamici, più autonomi e soprattutto desiderabili proprio perché proibiti. Una regola abbastanza semplice: il proibizionismo genera il desiderio di ciò che è proibito. Capita così anche in Turchia. Da un po’ di tempo le impiegate statali hanno iniziato a indossare i pantaloni anche se sono vietati. E questo “cambio di costumi” ha prodotto una piccola grande rivoluzione: «Le deputate possono indossare gonne oppure giacca e pantalone in occasione dei lavori in aula e all’interno delle commissioni», recita il testo di un emendamento al regolamento parlamentare. Una lotta che ha alle spalle già qualche anno di battaglie: nei Novanta le deputate al Parlamento turco tentarono il “cambiamento” e oggi la naturale evoluzione dell’abbigliamento è pronta per essere accettata dalle istituzioni.

L

Forse queste cose ci fanno sorridere. Tuttavia, anche in Italia ci sono state “lotte” per il libero abbigliamento in libero Stato. Si ricorderà, ad esempio, che Tonino Di Pietro fece scandalo quando si presentò in Parlamento con i jeans. Mai nessuno lo aveva fatto: i de-

putati si presentano alla Camera e in Senato con la loro divisa borghese: giacca, pantalone e cravatta, tutto in stile classico. Il “rivoluzionario” Tonino da Montenero di Bisaccia sfidò quello che in fondo era un piccolo tabù: ci si deve vestire come le istituzioni richiedono e i jeans vanno bene in piazza ma non in Parlamento. Fece discutere anche il leghista Speroni che al posto della cravatta indossava un ciondolo: la cosa era anche “grave” più perché avvenne a Palazzo Madama dove è obbligatoria la cravatta. Cosa questa che non ho mai capito bene: si può entrare alla Camera senza cravatta, ma non lo si può fare al Senato dove il nodo al collo è un dovere morale. Il nostro bicameralismo perfetto è in questo caso imperfetto. Se vi presentate al Senato con il cappotto e una sciarpa avete l’obbligo di mostrare che sotto portate la cravatta: se non lo fate

il rischio è che se vi beccano senza cravatta vi invitano ad uscire per abbigliamento scorretto. Almeno così avveniva fino a qualche tempo fa. Magari oggi le cose sono cambiate, forse da quando è stato vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, uno che non è mai stato il massimo dell’eleganza. I leghisti hanno introdotto in Parlamento delle novità: due in particolari ossia le camicie verdi e la pochette, anch’essa verde, nel taschino della giacca. Una camicia verde non è proprio un bel vedere, soprattutto quel verde pisello scuro adottato dai leghisti e da Bossi. Quanto alle camicie, poi, bisogna ricordare l’obbligo di quella nera per entrare in Parlamento ai tempi del fascismo? A tal proposito si può ricordare un aneddoto. L’ultima volta che Benedetto Croce mise piede in Senato fu in occasione del suo storico discorso contro i Patti Lateranensi, poi non vi si fece più vede-

re. Croce, che era solito indossare il panciotto scuro e la camicia bianca, non sopportava l’idea di dover indossare la camicia nera per entrare in Senato. L’abbigliamento, dunque, si conferma una scelta di libertà.

Quando divenne presidente della Camera Irene Pivetti, ancora una leghista, ci fu l’irruzione in Parlamento dei suoi mitici tailleur che nel pensiero rinnovano la paura. La giovane donna, abituata a vestirsi in modo semplice e sbarazzino, subì quasi una mutazione genetica e - diciamo la verità - faceva una certa impressione. Forse, anche la giovane presidentessa di Montecitorio avvertiva il forte imbarazzo, e magari la sua “vita nova” dopo l’uscita di scena dalla politica si deve anche ad una sorta di ribellione interiore che si è manifestata in un abbigliamento uguale e contrario a quello del look istituzionale. L’ultima nota riguarda l’abbigliamento di Silvio Berlusconi: dalle camicie, alle cravatte, al doppiopetto, alla celebre bandana che indossò in Sardegna. Il Cavaliere indossa sempre la stessa cravatta - non che sia sempre la stessa, ma è sempre del medesimo tipo - quella scura con i pallini bianchi. Un po’ monotono, in verità, per uno che è il padre (padrone) del popolo della libertà.


panorama

20 febbraio 2009 • pagina 11

Tfr. Perché il governo non può restituire l’esproprio imposto dal governo Prodi alla Confindustria di Montezemolo

Presidente Marcegaglia, io ci ho provato di Giuliano Cazzola segue dalla prima A suo tempo il flusso su base annua fu cifrato in sei miliardi di euro. Se adesso quel conferimento al Fondo Tesoro venisse abolito o sospeso il Governo sarebbe costretto a trovare una compensazione che, con i tempi che corrono, sarebbe assai problematica se non addirittura impossibile. Ecco perché il Governo chiederà il ritiro dell’ordine del giorno presentato dal presidente Stefano Saglia e da chi scrive. Richiesta di ritiro che sarà accolta. In fondo, noi promotori dell’ordine del giorno sapevamo benissimo che quel testo non aveva alcuna prospettiva.

L’iniziativa intrapresa era rivolta a conoscere l’opinione del Governo e ad aiutarlo a chiudere, al più presto, un discorso che non si sarebbe dovuto neppure aprire. Il 22 gennaio scorso, governo, sindacati e Confindustria (ed altre organizzazioni imprenditoriali) hanno raggiunto un’intesa quadro sulle regole delle relazioni industriali. In quel contesto, nessuno ha

decessore di Emma Marcegaglia è stata troppo tenera con il governo Prodi. Non c’è dubbio che la misura della legge finanziaria 2007 che obbligava i datori con più di 49 dipendenti a versare il tfr che i lavoratori scelgono di lasciare in azienda - fosse negativa per il sistema delle imprese. In un primo momento l’ipotesi contenuta in Finanziaria era stata, addirittura, quella di togliere il 50 per cento del tfr a tutte le imprese; poi, a seguito proteste delle delle organizzazioni delle imprese minori si era conclusa la vicenda con l’obbligo per le aziende citate di versare il 100%, esonerando nel contem-

Quei fondi sono ormai parte integrante (a regime) delle entrate dello Stato. Trovare una compensazione, con i tempi che corrono, è praticamente impossibile sollevato il problema della sorte del tfr inoptato. Averlo fatto, in modo estemporaneo, non è stata una mossa politically cor-

rect, soprattutto quando la misura avrebbe un impatto tanto rilevante sui conti pubblici. Purtroppo, la gestione del pre-

Sicurezza. «Siete xenofobi!». «No, e voi dovete riprendervi in casa chi delinque»

Il match italo-rumeno di Bruxelles di Sergio Cantone

BRUXELLES. Dribbling, contrasti, palla al centro e gol: come sconfiggere stupri e efferatezze varie con una pallonata. È il senso di una lettera inviata dalle due eurodeputate socialiste romene, Corina Cretu e Daciana Sarbu, a Silvio Berlusconi e a Roberto Maroni. La missiva critica l’atteggiamento a dir poco discriminatorio da parte dei media e di alcuni settori del governo di Roma nei confronti della comunità romena in Italia. Il testo ha ricevuto l’appoggio trasversale di tutti gli eurodeputati romeni dall’estrema destra all’estrema sinistra.

Nulla, tantoché viene suggerito sia al presidente del consiglio che al suo ministro degli interni di «convincere i propri colleghi del governo a smetterla con questo allontanamento progressivo dalle norme democratiche e dal buon comportamento europeo». Insomma, scrivono Corina Cretu e Daciana Surbu «Ladri, assassini e stupratori non sono romeni: si tratta solo di malfattori che devono pagarla cara per i loro crimini; ma solo loro e non un’intera na-

Scambio di accuse al Parlamento europeo fra i rappresentanti dei due Paesi. Al centro le parole del ministro Maroni di questi giorni

Il concetto secondo le due autrici è che i giornali italiani parlano ormai esclusivamente dei romeni quando si tratta di crimini e misfatti e mai per sottolineare i virtuosismi pedatori o familiari di campioni come Mutu e Chivu. Oppure per descrivere le migliaia di romeni che con il loro onesto lavoro in trattorie e imprese italiane contribuiscono a sotenere il Pil nazionale: «…è vero i giornalisti fanno il loro dovere di informare, anche se mentre enfatizzano i crimini dei romeni, tacciono su altri migliaia di casi analoghi commessi da italiani o da altri gruppi etnici» dice la lettera. E il governo italiano che cosa fa per fermare questo «dagli al romeno» generalizzato?

zione». E la questione è proprio quella legata al passaggio della lettera in cui i criminali non avrebbero nazionalità, contrasta con il punto di vista italiano. «Numerosi lavoratori romeni sono stati oggetto di ingiusti attacchi xenofobi in questi giorni in Italia» afferma l’eurodeputato di Forza Italia, Vito Bonsignore, «ma la Romania deve fare un gesto di buona volontà riprendendosi i propri cittadini condannati per reati nel nostro Paese e facendogli scontare la pena in carceri romene». Replica immediata di un suo collega romeno del gruppo dei popolari (cui aderiscono

Forza Italia e l’Udc), Marian-Jean Marinescu sottolinea come l’Italia si debba «adeguare ai principi del diritto internazionale ed europeo», il che tradotto significa che il condannato potrà scontare la pena nel Paese di suo preferenza.

Si tratta di un bel rompicapo giuridico, almeno dal punto di vista del diritto europeo. Secondo alcuni esperti legali è infatti difficile cambiare le regole del gioco, imponendo a un cittadino romeno, italiano o che dir si voglia, di scontare la pena nel Paese di origine contro la sua volontà, anche con un accordo bilaterale tra due Paesi consenzienti, come sarebbe il caso tra Romania e Italia. Né Roma, né Bucarest potrebbero applicare un tale accordo, poichè sarebbe discriminatorio, infatti non si può espellere un cittadino della Romania e non un altro europeo che si renda colpevole dello stesso crimine solo sulla base degli umori dell’opinione pubblica. La lettera delle due deputate non concede molto all’Italia, ma a quanto pare il diritto ancor meno.

po le imprese minori alla quali continuava ad essere permesso di detenere gli accantonamenti nei loro bilanci. Certo, le aziende, soprattutto se piccole e medie, hanno forti problemi di accesso al credito. Le banche, per motivi attinenti alla loro condizione finanziaria, hanno chiesto loro di rientrare dalle aperture di credito. E ciò è avvenuto proprio nel momento in cui le ordinazioni venivano ritirate e non ne giungevano di nuove.

Si è determinata così una morsa ad effetti devastanti che ha messo in gravi difficoltà decine di migliaia di imprese sane e vitali, praticamente costrette a sospendere l’attività. Il governo, nel decreto anticrisi, ha previsto che lo Stato possa sottoscrivere dei bond delle banche sempre che esse aderiscano alle convenzioni a favore del credito alle Pmi. Gli istituti bancari dipendono ormai, per la loro sopravvivenza, dalla copertura dello Stato, tanto che in molti Paesi si pensa persino alla loro nazionalizzazione. Sarà il caso, allora, che si affronti il problema di qualche contropartita


speciale/100 anni di futurismo

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L’origine dei legami tra fascismo e futurismo a cent’anni dalla pubblicazione de

Mussolini & Mari di Mauro Canali

e nel periodo che va dall’inizio del secolo XX alla Grande guerra fu indiscussa l’egemonia politica di Giolitti, è altresì vero che uno dei dati più significativi dell’“età giolittiana” fu la nascita e l’affermazione di avanguardie culturali e movimenti politici ferocemente critici nei confronti del riformismo liberale rappresentato dal vecchio statista di Dronero. Sul versante ideologico, il periodo si caratterizzò più in generale per un’accesa critica al positivismo, che finiva per investire anche il socialismo riformista, alleato del progetto riformatore giolittiano. La diffusa ostilità da parte delle avanguardie per il riformismo borghese e socialista finì per condurle al distacco dallo Stato democratico e alla rivolta contro la cultura borghese, considerata come il dominio della mediocrità e dell’egoismo. S’impose in queste élites un’avversione per quei valori dominanti che in un modo o nell’altro consideravano il fattore economico il motore dei mutamenti storici e sociali. Si respinsero le regole, ritenute conformistiche e grette, della mo-

S

rale della società borghese, considerata convenzionale e ipocrita, e le sue sovrastrutture ideologiche e politiche, costituite dal culto del benessere, dal parlamentarismo, dal pacifismo, dall’umanitarismo sociale. In Italia le istituzioni liberali non erano riuscite mai a gettare salde radici nella coscienza popolare. Né vi riuscì il decennio riformista “giolittiano”. La persistente debolezza del liberalismo è testimoniata dall’assenza, fino al 1923, d’un partito liberale organizzato. La cultura antigiolittiana e antidemocratica delle avanguardie poté quindi esercitare la sua azione corrosiva in una condizione di estrema debolezza del regime liberale. Anche se furono le conseguenze della guerra a decretarne la fine, la crisi delle istituzioni liberali era quindi iniziata molto prima. Erano stati i teorici delle élites,

del professionismo politico. Solo il conflitto di classe dispiegandosi liberamente poteva condurre, a loro avviso, a una società meno ingiusta; soffocandolo si favoriva il livellamento sociale e la mediocrità. Per i soreliani il conflitto di classe si alimentava inevitabilmente del mito, inteso come una rappresentazione fantastico-affettiva capace di eccitare la passione, stimolare le convinzioni, i sentimenti e la volontà d’azione delle masse. Non era importante che il mito fosse vero o falso, quello che importava erano gli effetti che era in grado di produrre sulle masse. Non doveva perciò essere ancorato alla realtà, ma alle passioni, alle aspirazioni e alle lotte delle masse, e doveva soprattutto essere in grado di indirizzare la loro azione all’abbattimento violento dell’esistente. Le ideologie della crisi, espressione di una crisi reale del regime libe-

L’interesse politico del futuro duce verso il movimento marinettiano si può cogliere solo durante la campagna per l’ingresso dell’Italia in guerra Pareto, Mosca, Michels, che indagavano i meccanismi che regolavano la vita dei regimi parlamentari, a sollevare i dubbi più consistenti circa la realizzabilità dei principi del sistema parlamentare democratico. Per loro, anche sotto la forma della democrazia, il potere era per sua natura oligarchico, e generava inevitabilmente, secondo una legge fatale del comportamento politico, corruzione e opportunismo nei ceti dirigenti delegati dal sistema rappresentativo a dar voce agli interessi delle masse. Il loro pessimismo nei confronti del sistema democratico contribuì a dar corpo al mito delle aristocrazie dominatrici e delle masse dominate. Mentre i teorici delle élites minavano alla base i principi del regime democratico rappresentativo, i sindacalisti rivoluzionari, una corrente di estrema sinistra che s’ispirava a Sorel, picchiavano sodo sui principi che ispiravano l’iniziativa politica del riformismo socialista. Essi condannavano il ruolo di mediazione che il socialriformismo tentava di svolgere tra gli interessi della classe operaia e quelli della borghesia; inseguivano il mito d’una società rigenerata dalla violenza di classe, levatrice della storia, e nel contempo denunciavano, come i teorici delle élites, gli inganni della democrazia parlamentare, del sistema dei partiti,

rale, trovarono l’occasione per una conferma nella Grande guerra, che contribuì a spazzar via l’illusione di un progresso illimitato della civiltà occidentale. Essa minò alla base la certezza diffusa che la ragione potesse comprendere e dirigere gli eventi storici e sociali. Anche il giovane Mussolini fu per un breve periodo un seguace del sindacalismo soreliano. Sarà lo stesso Mussolini, scrivendo a Prezzolini nell’aprile 1909, a confermare il suo precoce interesse per esso. «Ho seguito - scriverà il movimento teorico e partecipato alle agitazioni economiche e sono sindacalista dallo sciopero generale del 1904». Egli non era mai stato un convinto assertore né del positivismo né del riformismo socialista. Anche quando era sembrato ispirarsi a una interpretazione ortodossa del marxismo, aveva mostrato in realtà di considerare il socialismo un ideale, uno stato d’animo, piuttosto che un articolato insieme di teorie. Più importante dell’obiettivo era l’azione, intesa come origine e, insieme, verifica delle teorie. La poco convinta adesione all’ortodossia marxista lo aveva presto spinto a cercare in modo confuso e disordinato nuove vie e nuovi referenti politici e culturali. La sua precoce condizione di evidente incertez-

za ideologica viene rivelata dallo stesso pseudonimo, l’Homme qui cherche, che usò per firmare i suoi primi articoli. La sua posizione fortemente critica verso il socialismo riformista si può notare già nelle sue collaborazioni apparse, tra il 1902 e il 1903, sull’Avvenire del lavoratore di Losanna, mentre le influenze del sindacalismo rivoluzionario sono più evidenti in quelle successive con l’Avanguardia socialista, il foglio milanese rivoluzionario dalle cui colonne non smise di attaccare il riformismo, considerato la prova dell’egemonia borghese in seno alle classi dirigenti del Psi. Evidenti, in questo periodo, sono anche le influenze della filosofia nietszchiana. Nel 1906, pubblica sul Pensiero romagnolo un saggio dal titolo “La filosofia della forza”, in cui esalta la volontà di potenza, e quel modello degli uomini nuovi, che avrebbero costituito «una nuova specie di liberi spiriti», la razza dei dominatori, di cui egli si sentiva parte.

Il successivo soggiorno trentino, anche se durò poco, dal febbraio al settembre del 1909, fu tuttavia molto importante per gli sviluppi della sua formazione ideologica e culturale. A questo periodo risale la scoperta di due riviste Il Leonardo e, soprattutto, La Voce, che contribuirono a consolidare in lui una visione della lotta politica ispirata all’esaltazione attivistica della vita, concepita come creazione spontanea e inesauribile dello spirito - cioè pensiero, intuizione, volontà - contro le concezioni deterministiche ed evolutive del pensiero positivistico. I contatti con Prezzolini e con la redazione della Voce, che simpatizzava per la sinistra sindacalista rivoluzionaria, intransigente e antigiolittiana, rappresentarono per Mussolini, come ha scritto Emilio Gentile, «un’esperienza fondamentale e decisiva» per la sua formazione ideologica, poiché gli permisero di lasciarsi alle spalle l’«infarinatura positivista» e i «gusti romantico-carducciani». «Con il loro spirito scapigliatamente iconoclastico e rinnovatore» ha scritto De Felice - con «i loro strali contro il positivismo», «il loro irrazionalismo, il loro più o meno velato superomismo e la loro critica, di stampo sindacalista e soreliano, alla democrazia parlamentare e al riformismo socialista», Il Leonardo e La Voce corrisposero alle aspettative psicologiche e politiche di Mussolini, che vi trovò conferma alla le-


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el Manifesto futurista

inetti gittimità della sua avversione per i valori della società borghese e per la cultura accademica.

Il movimento futurista attirò l’attenzione di Mussolini solo più tardi. Anche se, molti anni dopo, avrebbe affermato che «senza futurismo, non vi sarebbe stata la rivoluzione fascista», è un dato di fatto che nei suoi primi scritti, almeno fino alla guerra, non appaiono riferimenti né a Marinetti né al movimento futurista. Lo stesso Manifesto del futurismo pubblicato nel 1909 non trovò eco nei suoi scritti. Anche se l’ideologia futurista sin dal suo nascere aveva preso a scagliarsi violentemente, come le altre avanguardie, contro il pigro riformismo borghese giolittiano, a predicare la rivolta contro l’ordine e contro tutto ciò che era tradizione, a sostegno dell’anarchismo intellettuale e morale, a esaltare l’individualismo e rivendicare la legittimità dei privilegi del genio sulla massa, tuttavia non venne probabilmente ritenuto dal giovane Mussolini uno strumento politico utile alla formazione della sua ideologia. Era forse l’eccessiva esaltazione che il movimento futurista faceva della guerra, considerata eterna legge del mondo, e il solo mezzo in grado di distruggere il vecchio mondo per costruirne uno nuovo, a indurre Mussolini, almeno fino al 1914, a conservare una certa dose di diffidenza nei confronti di esso. Una diffidenza probabilmente accresciutasi a partire dal 1912, allorché Mussolini era stato chiamato a dirigere l’Avanti! Al contrario, per Marinetti e i futuristi la guerra incarnava il mito eracliteo del grande fuoco palingenetico. Essa avrebbe ringiovanito l’Italia, arricchendo il paese di uomini di azione, e avrebbe costretto il paese a vivere non più di valori “passatisti”, tra rovine antiche e clima dolce, ma delle proprie forze interiori, in un rinnovato slancio “industrialista”. Ciò non significa che Mussolini e Marinetti non si conoscessero personalmente, ma il dato rilevante è che l’interesse politico del futuro duce del fascismo verso il leader del movimento futurista si può iniziare a cogliere solo durante la campagna per l’ingresso dell’Italia in guerra. Fu quindi la sua uscita dal Psi, e la conseguente liberazione dagli impacci ideologici impostigli dalla militanza partitica, a far volgere al futuro duce del fascismo lo sguardo verso il movimento marinettiano, a fargli improvvisamente scoprire tutte le affinità del futurismo con

Filippo Tommaso Marinetti: “Parole in libertà”. A destra, il padre del futurismo. Nella pagina a fianco, Mussolini

Al via le celebrazioni Il 20 febbraio 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblicava sul prestigioso quotidiano parigino Le Figaro il Manifesto del Futurismo. Roma, in concomitanza con altre capitali europee e altre città italiane, celebra il centenario con Futuroma, una manifestazione fitta di appuntamenti che prendono il via oggi per proseguire fino al 16 maggio (info www.comune.roma.it). Tra più importanti, la mostra che si inaugura oggi alle Scuderie del Quirinale: Futurismo. Avanguardia-avanguardie, curata da Didier Ottinger in collaborazione con il Centre Georges Pompidou di Parigi e la Tate Modern di Londra. Vi saranno esposte opere di Boccioni, Carrà, Balla accanto a quadri di Duchamp, Braque e Picasso.

l’ideologia individualista ed elitaria che si era andato confusamente costruendo in quegli anni. In contraddizione con le già citate affermazioni mussoliniane, per cui senza il futurismo non vi sarebbe stata l’affermazione del fascismo, Renzo De Felice ha scritto, alludendo agli anni tra il 1910 e il 1913, che nonostante «le simpatie che il futurismo godette presso alcuni vociani (per esempio Papini), in questo periodo Mussolini non mostrò per esso alcuna simpatia e nei suoi scritti è possibile trovare più di un accenno critico verso di esso». Ancora, durante la campagna per l’inter-

redazione del giornale mussoliniano «da quattro anni era il nostro ritrovo preferito, da quel lontano aprile in cui insieme fummo arrestati per interventismo». Quindi Marinetti delinea una consuetudine di rapporti tra il 1915 e il 1919 che sembrerebbe smentire le conclusioni di De Felice. Attirava di certo l’interesse di Mussolini il confuso ma sincero desiderio di radicale rinnovamento politico, sociale e morale presente in molti esponenti del futurismo, reduci dalla Grande guerra - molti futuristi, a cominciare da Marinetti, erano stati combattenti valorosi, spesso nei

Marinetti e compagni infusero nei primi fasci uno spirito nuovo. Per questo Mussolini riconobbe che senza il futurismo non vi sarebbe stato il fascismo vento, sebbene alleati nella stessa battaglia, e insieme arrestati nell’aprile del 1915, durante una manifestazione di piazza, De Felice si dichiara convinto che «veri e propri rapporti non ve ne erano stati e si era trattato di un generico incontro tra interventisti impegnati nelle stesse agitazioni». Secondo il grande storico del fascismo, è dal settembre 1918, con l’uscita a Roma del settimanale Roma futurista, diretto da Mario Carli, Emilio Settimelli e Marinetti, in cui apparve il programma del partito futurista, che si può cominciare a cogliere un attivo interesse politico di Mussolini verso il movimento futurista. Tuttavia, nella prefazione a Trent’anni di Mussolini di Yvon De Begnac, lo stesso Marinetti sembra smentire De Felice, quando dichiara che la

corpi d’assalto degli “arditi”- che insieme a una parte dei vecchi interventisti rivoluzionari “mussoliniani” (sindacalisti rivoluzionari, socialisti interventisti, anarchici, repubblicani di sinistra) avrebbe dato vita nel marzo del 1919 ai primi fasci di combattimento. Non vi è dubbio che per un anno e più, cioè almeno fino al congresso milanese dei fasci del maggio-giugno 1920, il futurismo impresse ai primi fasci di combattimento la propria forma mentis. Marinetti e i compagni avrebbero infuso nel primo fascismo, quello “diciannovista”, uno spirito nuovo, sostanzialmente sconosciuto al vecchio rivoluzionarismo, portandovi un fervore a suo modo morale che mancherà completamente al successivo fascismo.


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speciale/100 anni di futurismo Cent’anni dopo: le critiche di Alfonso Berardinelli

I futuristi di oggi? Sanguineti e Toni Negri Ma con Marinetti la genialità è diventata un mito scadente di Gabriella Mecucci il centenario del Manifesto di Marinetti. Il 20 febbraio del 1909 veniva codificato in 11 comandamenti il Futurismo italiano. Al centro di tutto, l’avanguardismo, ma anche il militarismo e l’antifemminismo. È rimasto qualcosa di quel documento che ebbe allora una grande eco? Ne parliamo con Alfonso Belardinelli, intellettuale eclettico e fortemente critico verso Marinetti e compagnia. «Siamo paradossalmente alla commemorazione del passato futurista. Il Manifesto che compie un secolo comparve sulle colonne del Figaro il 20 febbraio del 1909. Quindi possiamo davvero dire che il Novecento avanguardista e futurista appartiene al passato più che

Sembrò l’assoluto presente, invece era una fuga dal presente parallela e omologa alla fuga dal presente dei “passatisti” che Marinetti combatteva. Lei è ipercritico, ma Marinetti non merita una maggiore consididerazione? Sulla genialità di Marinetti si po-

È

al futuro. La mossa straordinariam s ente accattivante, vincente direi - di Marinetti fu quella di appropriarsi del futuro, di monopolizzarlo. Proprio del futuro che come sappiamo per definizione nessuno conosce. Ma il Futurismo parlava al presente, o no?

massa. Tutti vogliono essere geni, cioè strafare: ignorare le regole dell’arte, non fare i conti col presente né col passato, ma rifugiarsi vigliaccamente nel futuro che non esiste.Tutti - sempre grazie a Marinetti - vogliono soprattutto autoinvestirsi di un valore creativo assoluto prima che sia obiettivamente

Del movimento resta ciò che ha da subito meritato e secondo la sua stessa logica: essere una cosa superata da ciò che è arrivato dopo

trebbero fare lunghe riflessioni. In realtà il genio è diventato grazie a lui, e per tutto il Nocevecento, uno dei più scadenti miti culturali di

riconoscibile per quello che hanno prodotto. D’Annunzio, più anziano di Marinetti e suo autorevole rivale mi pare che lo abbia definito

un cretino con qualche lampo di imbecillità. Definizione crudele ma non infondata. Ritorniamo per favore alla prima domanda: che cosa resta oggi, a cento anni da allora, del Futurismo e degli 11 punti di quel Manifesto altisonante? Resta quello che il futurismo ha meritato sin da subito e secondo la sua stessa logica: cioè di essere una cosa superata da ciò che arrivò dopo. Intanto la prima guerra mondiale superò di gran lunga quanto a distruzione e massacro qualunque immaginazione bellica tecnologica militare agonistica incendiaria del Futurismo. E la rivolta delle masse? Medesima sorte. Per quanto ri-

Secondo Vittorio Sgarbi l’unica eredità del Futurismo è nelle opere pittoriche fino al 1916-18

Il nome, una bella invenzione. Ma per il resto... di Pier Mario Fasanotti erto, parliamo di futurismo. Ma è necessario, e pure divertente, avvertire che questa è un’intervista totalmente futurista. Nel senso che acchiappare Vittorio Sgarbi è difficile, a meno di inchiodarlo davanti a una telecamera, e la cosa gli è sempre gradita per il suo disinvolto, anzi sbandierato narcisismo. Dicevamo, dunque, che Sgarbi è animale culturale velocissimo. Provo, pur di catturare la sua voce, anche a contattare l’autista Pasquale, cortese al volante ma anche con gli interlocutori, e chissà quante decine sono ogni giorno. Poi il colpo di fortuna: il cellulare del critico d’arte è libero e lui risponde. È in riunione, nella Sicilia dove lui è sindaco. Primo cittadino di Salemi: manco a dirlo la cittadina è diventata, secondo lui, l’ombelico del mondo che cambia, teatro di spe-

C

rimentazioni dopo la delusione milanese che lo vide assessore alla Cultura. Mi prega di richiamarlo. Per farla breve, faccio una decina di telefonate mentre lui attraversa in auto la Sicilia interna: a ogni curva la voce va e viene, più va che viene. Quindi un colloquio in frenetico movimento, con la difficoltà nel ricucire concetti e opinioni, con la necessaria ma petulante-mia e sua-ripetizione del “dove eravamo rimasti”. Futurista, appunto. Come i dipinti di Balla e Boccioni, come gli aerei e i treni col fumo un po’ fumettaro che viaggiano velocissimi sulle tele e nella vita. Sgarbi, come mai tanta voglia di futurismo a parte le ricorrenze centenarie? Smentita secca. «Ma va, non c’è nessuna voglia. È finito, è collocato nel tempo. Come tutti i grandi movimenti che cambiano la storia. Ci

sono cadenze, come quelle di Giotto, Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, e quindi anche del Futurismo. È inevitabile. Bel nome hanno inventato però, ai primi del Novecento, indubbiamente un bellissimo nome. La stessa cosa vale anche per il Rinascimento, per esempio. Ma il Futurismo è già passato». E a questo punto Sgarbi parla della mostra parigina, di quella romana e di quella milanese, rivendicando un suo protagonismo «da gamba tesa». Nomi, personaggi, contrasti, tendenze, querelles di questo genere mi interessano poco, quindi glisso sul noioso “dietro le quinte”delle pastette organizzative, su chi ha più ragione e chi ha più torto. Insisto formulando l’ipotesi che il Futurismo sia stato sì un’avanguardia, ma soprattutto un moto dell’anima (crudelmente anarchica) quindi destinato a riemergere poi, in qualche maniera. Manco questa domanda pare vada bene: «No, non può riemergere.


speciale/100 anni di futurismo

Boccioni: “Elasticità”. Sotto, Carlo Carrà: “Ritratto di Marinetti”. In basso, Ottone Rosai: “Dinamismo bar San Marco”. A destra, Edoardo Sanguineti e Toni Negri. Nella pagina a fianco, a sinistra: Filippo Tommaso Marinetti e Alfonso Berardinelli; in basso: Vittorio Sgarbi.

guarda le masse in rivolta il Novecento ha superato ogni sogno d’avanguardia con la rivoluzione russa, le guerre civili e l’uso intensivo e progressivamente sempre più distruttivo della tecnologia militare. Sa cosa le dico, a distanza di tempo Marinetti appare un pubblicitario di ciò che non aveva bisogno di pubblicità: le ruggenti automobili, secondo lui, più belle della Nike di Samotracia e di tutta la scultura

femminismo, cosa pensa? Del femminismo non fu un pubblicitario, ma l’identificazione del futuro forte col sesso maschile e del passato debole con le donne fu un errore clamoroso. L’antifemminismo di Marinetti è il sintomo più lampante di quanto poco riuscisse a immaginare il futuro. Politicamente fu una micidiale sintesi dell’ambiguità politica di molta cultura novecentesca: si presentò come indomabile libertario e divenne subito fascista, poi accademico d’Italia, fino a compiere anche l’errore di scegliere Salò, senza la scusante di avere venti anni e di credere che quello fosse l’ultimo onesto baluardo dell’orgoglio nazionale italiano. Lei però continua a non volermi dire se il Futurismo o almeno una sua parte ha ancora un valore? È ancora il punto di riferimento di qualcuno sul piano politico? La cosa più interessante è che Marinetti è sempre e meritamente amato da ogni tipo di avanguardista. Quelli che continuano oggi a vedere in lui il loro profeta sono personaggi del tipo di Edoardo Sanguineti e di Toni Negri. Marinetti parlava di folle e di sommos-

Chi ammira Marinetti pensa di avere il monopolio del futuro. La tecnica è la stessa: distruggere ciò che è stato per fare spazio a ciò che si farà classica. Fu pubblicitario della guerra e della distruzione del passato. È avvenuto tutto, ma sarebbe accaduto comunque. E del suo proclamato anti-

se, Negri e seguaci parlano di moltitudine e sovversione. Pensano ancora di avere il monopolio del futuro. La loro tecnica è la stessa: distruggere ciò che è stato fatto

per fare spazio a ciò che si farà. Ma certo quello che si farà non lo faranno loro. Mi faccia qualche altro esempio di Marinetti oggi in politica. Direi che si potrebbe dire, secondo la logica dell’eterno ritorno, che nelle società iperproduttive, che hanno una fede cieca nello sviluppo ininterrotto, c’è sempre bisogno di distruggere per fare spazio a merci nuove e a nuove mode. In questo senso in ogni giovane in

Semmai c’è oggi da aspettarsi l’elaborazione di un linguaggio nuovo. Ovvio che il Futurismo coincide con il mondo di allora, ovvio che ci sia stata una corrispondenza tra movimento estetico e società in rapido cambiamento». Quindi quella di F.T. Marinetti è un’avanguardia, e come tale avviata all’ammuffimento, all’autosuperamento. «In ogni avanguardia - spiega Sgarbi - c’è l’equivoco della provocazione come metodo. Questa è l’arte del Novecento. Ci fu uno slancio in avanti fortissimo, fatto per stupire indipendemente dal valore dell’opera in sé. Alla base del Futurismo c’era una buona dose di infantilismo. Infatti quel che resta è poco, se si tolgono la pubblicità, il design e poco altro. L’eredità sostanziale è da rintracciare nelle opere pittoriche che vanno fino al 1916-18. Oltre i dieci anni non si può andare, francamente». Insomma, durante la prima fase ci sono Balla e Boccioni, ma non si va oltre il 1916. Aggiunge che il secondo Futurismo è conservatore, quindi in contraddizione netta con il nucleo del movimento. La coincidenza Marinetti/fascismo la dice lunga. Accenno a Sgarbi a una sorta di terrore della morte da parte dei futuristi, dell’accanimento adoperato contro l’immobilismo, il manierismo. Lui dice che questo senti-

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fondo c’è un piccolo futurista che avrà puntualmente vita breve. Si può essere futuristi per una settimana o per un anno, poi la sbornia passa. Abbiamo sin qui menato fendenti contro il Futurismo. Abbiamo detto che oggi ne resta ben poco. E quel che resta può essere o una sbornia giovanile o una idea ripetitiva della sommossa e delle masse. Eppure qualcosa di buono in questo movimento c’è stato. Lasciamo stare la politica, ma l’arte... I pittori geniali come Boccioni e Carrà sarebbero stati tali anche senza il Futurismo. Il migliore scrittore venuto dal Furturismo: Palazzeschi era sin dall’inizio - mi pare - anche un demolitore del futurismo, nel senso che lo rese comico. La comicità che in Marinetti è assente, nel futurista Palazzeschi diventava un antidoto al Futurismo. In una cosa Marinetti fu maestro: inventò quelli che furono i partiti politici dell’arte, i gruppi autopromozionali, creando l’arte di gruppo difesa in gruppo, senza ragioni sufficienti e condivisibili per pura competizione e pura lotta come in politica. Insomma, promosse le lobby artistiche. E nella cultura televisiva che è l’oggi e il futuro, si sente il respiro del marinettismo? La cultura televisiva? Direi che non ce l’ha fatta a influenzarla. Essa è dominata dai comici: che però raramente sono veramente comici e veramente malinconici come Palazzeschi. Forse uno sprazzo accettabile di Futurismo c’è in Cochi e Renato: l’ho visto recentemente nel loro ritorno televisivo. Ma il futurismo di Palazzeschi non è quello di Marinetti. Marinetti sembra un colonnello di artiglieria impazzito. E nella nostra politica, piena di personaggi che sfiorano il ridicolo non coglie nessuna traccia del marinettismo? Abbianmo tante cose brutte ma questa per ora non ce l’abbiamo. Un colonnello di artiglieria impazzito non è ancora apparso nella nostra politica.

mento «non era propriamente programmato» dato che gli obiettivi contro cui sparare erano il romanticismo, il tanto deprecato chiaro di luna poetico,Venezia». Gli ricordo l’intuizione geniale dei futuristi a proposito della fotografia in continuo movimento, quasi che non si riuscisse a catturare la verità identitaria di una persona o di una cosa a bocce ferme, anzi fermissime come nel caso della natura morta, vera idiosincrasia per i seguaci di Marinetti, che se la prendeva con il paludamento, l’accademismo, lo stantio culturale, lo stagno delle solite rane (intellettuali) conformisticamente gracchianti. Sulla fotografia dice che sì, che ho ragione a insistere su questo aspetto. Ma poi cita un suo dotto dialogo con Cremonini (Leonardo ovviamente, e non il cantante) a proposito della differenza tra fotografia e pittura: «La foto è morte, la pittura è vita». Di qui tante suggestioni artistico-filosofiche. Il futurismo, secondo Sgarbi che viaggia futuristicamente in auto dentro la Sicilia, può essere considerato anche un metodo («a rompere tutto») e in questo senso c’è una sorta di eredità. Ma dove non ci sono eredità? Di qui a parlare di ritorno, di matta voglia dopo un secolo e di nostalgia di quel movimentismo artistico ce ne passa.


mondo

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L’intervista. L’ex ambasciatore Usa all’Onu polemizza sulla strategia della nuova amministrazione in politica estera

Il buonismo di Obama Bolton: «Siamo sicuri che basti una linea più morbida per far sparire gli Stati canaglia?» di Silvia Marchetti soltanto un maquillage politico di facciata. Non c’è alcun cambiamento radicale in politica estera tra l’amministrazione repubblicana di George W. Bush e quella nuova democratica di Barack Obama. Nella sostanza sono uguali, cambiano soltanto nel tono e nell’approccio». Da Washington John R. Bolton, ex ambasciatore Usa all’Onu e punta di diamante dell’establishment repubblicano, smonta le recenti aperture verso la Corea del Nord e l’Iran giunte dal neo-segretario di stato Hillary Clinton e mette in guardia contro la debolezza del nuovo governo. Negli ultimi giorni la Clinton aveva adottato la stra-

«È

tegia dell’apertura e della mano tesa verso ciò che un tempo l’amministrazione Bush aveva schedato come “Stati Canaglia”, promettendo un pacchetto di aiuti a Pyongyang e la ripresa dei rapporti con Teheran in cambio dell’abbandono dei rispettivi programmi nucleari. Ma secondo Bolton ciò che molti vedono (e sperano, soprattutto al di qua dell’Atlantico) come un’inversione di rotta nella politica estera americana «altro non è in realtà che un segnale di continuità con il secondo mandato di Bush». Le recenti aperture di Hillary Clinton simboleggiano una nuova direzione della politica estera Usa verso gli stati canaglia, un

approccio più inclusivo? Nient’affatto. Sono soltanto un segnale di continuità con il secondo mandato di Bush, peraltro fallimentare nel dialogo con Iran e Nord Corea. Bush insieme agli europei ha cercato di mediare, di negoziare con loro ma senza successo. Il dialogo ha soltanto permesso a Teheran e Pyongyang di guadagnare tempo e perfezionare indisturbati il loro programma nucleare. Esattamente ciò che fa Obama, segue gli errori di Bush sebbene in maniera più “soft”. Il nuovo approccio democratico è soltanto diverso nei toni, non nella sostanza. E’ più debole nell’approccio, più accomodante e questo non farà che rafforzare i nemici di Washington. Dunque non si tratta di una nuova strategia di appeasement? Ma quale appeaseSemplicement? mente fin’ora l’amministrazione Obama ha usato toni soft perché non ha ancora preso in seria considerazione la minaccia di Pyongyang. Hillary Clinton deve ancora nominare il delegato per la Corea del Nord e questo è un segnale negativo. Non solo, alcuni giorni fa ha persino messo in dubbio l’esistenza del programma nucleare. Un grave rischio, una sorta di legittimazione per gli stati canaglia che non aspet-

Le parole sono più “soft”, ma il nuovo approccio democratico è diverso soltanto nei toni e non nella sostanza, rispetto a quello (fallimentare) del secondo mandato di Bush

Qui a destra, l’ex ambasciatore Usa all’Onu, John R. Bolton. Sopra, una parata militare a Pyongyang. Nella pagina a fianco, Hillary Clinton e Mahmud Ahmadinejad

tano altro. Se vedono che Washington non soltanto dialoga con loro ma ha anche le idee confuse, è la fine. Insomma, sta dicendo che la negoziazione con questi Stati non funziona? Non solo non funziona, è persino pericolosa perché se Teheran e Pyongyang sentono che la posizione Usa è debole si sentono più forti e vanno avanti tranquilli sulla loro strada. Alla fine il parlare con loro non serve, prova ne è il fallimento nei colloqui a Sei sulla questione coreana. Ci vuole il bastone e non la carota. Ma questo né Bush II né tantomeno Barack Obama l’hanno capito. Una cosa è certa: con Bush e i repubblicani fuori dalla Casa Bianca, un intervento militare a Teheran oggi è fuori questione. Cosa prevede in futuro, dopotutto Obama ha aperto personalmente al mondo arabo con la prima intervista ad Al Arabiya? Io la vedo molto negativa, inizia una fase pericolosa. Anche Bush durante il suo secondo mandato aveva aperto agli arabi, ma senza risultati. Obama è nel pieno segno di continuità con il suo predecessore, parla tanto di rottura ma non fa che seguire le orme e gli errori del passato. Dice che l’amministrazione Bush era ostile al mondo arabo ma non è vero, Bush ha cooperato con gli europei sui temi del Medio Oriente e ha seguito un approccio multilatera-

le negli ultimi quattro anni. Basta pensare all’astensione antiisraeliana Usa sulla risoluzione 1860 Onu del conflitto in Palestina, Washington (tramite la Rice) per la prima volta non ha preso posizione. Tutta questa retorica e incapacità ad agire va a favore degli Stati Canaglia. Ripeto, la strategia dell’apertura si è rivelata un fallimento. Ci vuole la mano dura. Perché allora Obama dice tanto di essere diverso da Bush quando non lo è? Semplice, è soltanto una questione di immagine. Obama vuole alimentare l’illusione del cambiamento, vuole che il mondo esterno e soprattutto gli europei vedano le sue politiche estere come diverse. Ma non lo sono affatto, sulla questione iraniana e nord coreana, come sul processo di pace in Medio Oriente e i rapporti tra Palestina e Israele, e il confronto con la Russia sta applicando la stessa strategia dell’ultimo Bush. Il cambiamento è soltanto una fiaba. La Clinton non fa altro che usare un lessico diverso dalla Rice, ma la sostanza è quella. Anche se, dicendo che la minaccia coreana missilistica «non aiuta» è molto meno efficace sul piano della deterrenza che dire «sono una minaccia e un pericolo concreti». L’efficacia nella politica estera sta quindi anche nelle parole che vengono scelte. Esattamente, perseguire l’idea


mondo

20 febbraio 2009 • pagina 17

Con Kim Jong-il in declino e Ahmadinejad in difficoltà, il momento sembra favorevole

Gli Stati Uniti tra “bastone e carota” di Mario Arpino e problematiche “Corea e Iran nucleari” presentano aspetti di tale delicatezza, spinosità e pericolosità da far regredire, nella scala degli interessi globali, sia il problema energetico che quello della fame nel mondo. È questa, credo, la chiave di lettura per cui Hillary Clinton ha compiuto la sua prima missione come Segretario di Stato nel lontano oriente, lasciando a “inviati speciali”il compito di sondare Europa e Medio Oriente. Quì, tuttavia, la situazione è strettamente collegata alla soluzione dei due problemi che l’Amministrazione Obama considera prioritari.

L

che tutto si risolve tramite la negoziazione e un approccio soft è una pura illusione. L’obiettivo dell’amministrazione Obama è quella di differenziarsi dai repubblicani nell’immagine esterna, non nella sostanza. È un gioco di percezione, soprattutto indirizzata ai partner europei, un’operazione di public relations e basta. Quando si passerà dalle parole ai fatti? Presto, e lì sarà il vero banco di prova per il nuovo presidente. Gli Stati Canaglia non cambieranno mai, andranno avanti con la loro missione nucleare,

sostenuti dagli estenuanti negoziati con europei e americani che concedono loro sempre ulteriore tempo. Qual è a suo avviso la strategia migliore da adottare verso Iran e Nord Corea? Il bastone. Obama dovrebbe fare ciò che Bush non è riuscito: mettere pressioni sulla Cina che ha una certa influenza su Pyongyang, e supportare un cambio di regime a Teheran appoggiando qualsiasi eventuale intervento israeliano contro i siti nucleari iraniani. Ma temo che Obama non farà che copiare Bush.

Ci sono tuttavia una molteplicità di fattori da analizzare prima di cercare di delineare una via d’uscita praticabile. Ad esempio, è vero che negli ultimi venticinque anni, che sono quelli del regime clericale, il consumo di energia in Iran è salito vertiginosamente, di pari passo con l’aumento del tasso di natalità, portando il paese al diciasettesimo posto tra i maggiori consumatori di energia. Anche se la produzione di petrolio è stata aumentata, questa resta quasi l’unica fonte di reddito primario. A ragione quindi i negoziatori continuano a parlare di uso pacifico del nucleare, ma non spiegano perché l’attività di arricchimento era stata tenuta a lungo nascosta. Altro fattore è la sostanziale suddivisione degli ayatollah in due gruppi. Il primo, quello duro, pone la sicurezza del regime in termini prevalenti rispetto alla situazione socioeconomica, immaginando la Repubblica Islamica come indiscussa grande potenza regionale, in grado di far fronte all’America ponendo sotto tiro Israele. Per questi, la bomba è ovviamente strumento prioritario sul benessere del popolo, ed ha quindi un chiaro significato strategico. Il secondo gruppo, dei “riformatori pragmatici”, vedrebbe invece la sicurezza del regime consolidarsi attraverso la crescita economica, il mantenimento di bassi prezzi per l’energia ottenibile con il nucleare, e quindi con il miglioramento di ogni aspetto della vita sociale. L’Amministrazione Bush, che qualche risultato lo aveva pur ottenuto con la Corea del Nord minacciando con il bastone e tenendo la carota dietro le spalle, con l’Iran ha fallito. Ora ci sta provando Obama, probabilmente invertendo l’uso dei due storici strumenti, mentre il risultato degli sforzi europei continua ad essere deludente. Tra le due possibilità, bastone o carota, potrebbe trovare collocazione una ragguardevole serie di opzioni. La posizione dei principali attori internazionali è nota. Gli Stati Uniti, che non

hanno relazioni con Teheran dai tempi dell’assalto all’ambasciata, in un primo momento avevano infatti lasciato che fosse l’Unione Europea, e per essa Francia, Germania e Regno Unito, a cercare di trattare con gli ayatollah, mentre loro si stavano occupando del regime nordcoreano. Ora, con la politica della mano tesa, stanno tentando quel contatto diretto che Teheran asserisce di aver sempre auspicato. A questo punto, se il cambio di regime è stato giudicato non percorribile e un’azione militare tout court non sembra praticabile senza ulteriori disastri, non resta che utilizzare a fondo una via diplomatica forte, che faccia leva sulle diversità di vedute tra gli ayatollah.Vista la prassi iraniana di lasciare sempre una porta socchiusa pur mantenendo violenta la pressione verbale quando il braccio di ferro si fa duro, è necessario far leva sull’offerta di risoluzione del problema economico, evitando tentativi di regime change, che compatterebbero patriotticamente clero e popolo anche laddove oggi sono divisi. La vecchia politica del “bastone e della carota”, con sostanziose offerte di collaborazione economica in cambio di qualche rinuncia sul nucleare, assieme alla minaccia di punizione - attacco militare o sanzioni dure – in caso di inadempienza, potrebbe essere l’unica via di uscita dall’empasse. Ovviamente, il bastone deve essere nodoso e la carota sufficientemente appetibile. Per quanto riguarda la Corea del Nord, dopo le atrocità risultate dal Rapporto Tindemans – la carestia ha colpito con due o più milioni di morti negli ultimi quattro anni – e le recenti asserzioni di Kim Jong-il sul rilancio nucleare e missilistico, fonti di Tokyo fanno sapere che Hillary ha già agitato il bastone, in caso di «sviluppo di missili a lungo raggio, atto grave di provocazione e minaccia alla sicurezza non solo della regione, ma a tutta la comunità internazionale». Altrimenti, sanzioni gravi che nessuno si auspica. In particolare la Cina, che farà pressioni sulla Corea temendo una nuova ondata di esodi.

Sostanziose offerte di collaborazione economica in cambio di qualche rinuncia sul nucleare: questa potrebbe essere l’unica via di uscita dalla situazione di stallo in cui si trovano gli Usa

In definitiva, una politica possibilista degli Stati Uniti potrebbe dare dei frutti, e comunque va tentata. Il momento, oltretutto, potrebbe essere oltremodo favorevole, con un dittatore ormai alle ultime battute - sembra si appresti a lasciare - e un Ahmadinejad cui le ormai prossime elezioni potrebbero non confermare il potere. Se così fosse, il prezzo da pagare si limiterebbe a dover tollerare ancora la presenza degli ayatollah, quelli buoni, ormai devitalizzati. Pazienza, non si può avere tutto!


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Israele. Endorsement del numero 1 del partito ultra-nazionalista Israel Beitenu per il leader del Likud

Lieberman sceglie Netanyahu di Laura Giannone himon Peres non demorde, e per tentare un’ultima mediazione fra il leader del Likud - Netanyahu - e di Kadima - Livni, li ha convocati stamattina per discutere in modo approfondito della formazione di un esecutivo di unità nazionale, unica soluzione, a suo avviso (e certo non solo suo), per garantire stabilità politica al Paese. Il quadro, dopo la concitata giornata di ieri, non è dei migliori, anche se c’é soddisfazione nel Likud. Ieri mattina l’ultranazionalista Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beitenu (15 seggi), terza forza del Paese, ha raccomandato al presidente Peres di affidare l’incarico di premier a Benyamin Netanyahu. Dopo la scelta fatta da Lieberman, Peres dovrebbe dare l’incarico - forse già oggi e comunque entro lunedì - a“Bibi”, già forte del sostegno dei partiti della destra estrema e dei partiti religiosi ortodossi.

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Delusione in casa Kadima, il partito di maggioranza relativa guidato dal ministro degli Esteri Tzipi Livni, che pure dopo le elezioni aveva trovato non pochi punti di contatto con Yisrael Beitenu, specie sulla riduzione della pesante influenza dei rabbinati sulla famiglia e la società. Ma alla richiesta di Lieberman di aprire a un governo che la includesse, la Livni ieri ha reagito comunicando che non intende entrare a far parte di un governo che non

farà avanzare il processo di pace. «Kadima non farà da foglia di fico per un governo di paralisi - ha detto il ministro uscente - perché rappresenta una serie di cose di cui Israele ha bisogno, dai progressi nel processo di pace alla lotta al terrorismo, oltre a una serie di questioni interne che devono essere affrontate». La Livni nei giorni scorsi aveva chiesto che in un eventuale esecutivo KadimaLikud, la carica di premier venisse assegnata a rotazione: due anni a Netanyahu e due anni a lei. Ipotesi subito scartata da Netanyahu e ieri mattina anche da Lieberman che, durante l’incontro con Peres, se da un lato ha appoggiato l’idea di un coalizione ampia, dall’altro ha escluso un avvicendamento

nesi e il mondo arabo. «Netanyahu si rende conto che questa maggioranza già pronta non offre garanzie di stabilità e durata alla luce delle profonde divergenze sui temi sociali traYisrael Beitenu e i partiti religiosi - ha detto l’analista israeliano Zeev Khanin, del Centro ”Begin-Sadat -. Inoltre non può permettersi di fermare il negoziato con i palestinesi. E insisterà per portare nella coalizione Kadima, che parla di andare all’opposizione solo per tattica».

Non è però da escludere anche un ripensamento di Lieberman che potrebbe scegliere di non entrare nel nuovo governo se dovessero farne parte alcune forze politiche, come lo Shas (sefardita ortodosso), che appoggiano apertamente il ruolo dei rabbinati e delle istituzioni religiose. L’ultranazionalista israeliano è noto per la sua campagna aggressiva verso la minoranza araba (alla quale chiede una sorta di ”giuramento di fedeltà”), ma porta avanti anche battaglie per il riconoscimento del matrimonio civile, un istituto attualmente inesistente nell’ordinamento israeliano. Prosegue nel frattempo il lancio di razzi su Israele, nonostante la tregua. Due missili e due bombe di mortaio, sparati da Gaza, sono caduti all’alba di giovedì in territorio israeliano senza, tuttavia, causare vittime.

Peres potrebbe dare l’incarico, forse già oggi, a “Bibi”, già forte del sostegno dei partiti dell’estrema destra tra il leader del Likud e la Livni. La formazione del nuovo esecutivo israeliano rimane complessa. Dopo la decisione presa da Lieberman, Netanyahu potrebbe mettere insieme una maggioranza di 65 deputati. ma il leader del Likud sa che un governo di destra rischierebbe di incontrare non poche difficoltà nei rapporti con l’Amministrazione Obama e l’Unione europea che insistono per il rilancio del processo di pace con i palesti-

Russia. Tutti prosciolti gli imputati per l’assassinio della giornalista di Novaja Gazeta uccisa nel 2006

Nessuna giustizia per Anna Politkovskaja di Luisa Arezzo utti prosciolti per insufficienza di prove gli imputati nel processo per l’assassinio della giornalista Anna Politovskaya. E per la prima volta la notizia del verdetto di non colpevolezza campeggia sulle prime pagine di tutti i quotidiani e siti russi di informazione, da quelli pubblici a quelli privati. Non era mai successo. La sentenza-farsa (assolutamente attesa) ha rotto il muro del silenzio che, nei media russi, circondava l’omicidio della giornalista di Novaja Gazeta.

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Il tribunale militare del distretto di Mosca aveva aperto lo scorso ottobre il processo contro i due fratelli ceceni, Djabral e Ibragim Makhmoudov, accusati di aver fornito assistenza logistica, e Sergei Khadjikourbanov, indagato invece per aver pianificato l’attentato avvenuto il sette ottobre del 2006 nell’androne dell’abitazione della giornalista investigativa. L’ex funzionario della sezione contro la criminalità organizzata della polizia di Mosca, l’imputato Khadjikourbanov, secondo una ricostruzione degli eventi della Novaya Gazeta sostenuta dalla procu-

ra, aveva ricevuto l’incarico di pianificare l’attentato dal sicario ceceno Lom Ali Gaitukayev, a sua volta reclutato per l’assassinio di Politovskaya, ma in seguito arrestato e condannato per tentato omicidio e quindi costretto a cercare un sostituto. Gaitukayev sarebbe stato un agente sotto copertura per i servizi di sicurezza dell’Fsb e - sempre secondo la ricostruzione giornalistica - sarebbe stato alle dipendenze del colonnello Pavel Ryaguzov, che avrebbe sottratto ai database dell’Fsb l’indirizzo privato della giornalista (per la sua appartenenza ai servizi il processo si è tenuto in un tribunale militare). Ryazugov, nel 2007 aveva ammesso di aver ricevuto dall’amico Shamil Burayev, ex governatore di una provincia cecena, la richiesta di informazioni sulla Politovskaya, una testimonianza poi ritrattata perché «rilasciata sotto pressione». L’accusa ha preannunciato la sua intenzione di presentare ricorso contro il verdetto pronunciato ieri. Un verdetto, scrive l’Agenzia di stampa Itar-Tass, pronunciato dopo che la giuria si è riunita per sole due ore. Delusione, indignazione ma non sgomento dominano tra i commenti dei colleghi della Politkovskaia e tra i difensori dei diritti umani. Dmitri Muratov,

Innocenti i 4 imputati: l’ex capo della polizia accusato di essere la mente, i due «pedinatori» e un ex colonnello Fsb

direttore di Novaja Gazeta, per cui Anna lavorava, rispetta la decisione ma auspica la prosecuzione dell’inchiesta: «Fin dall’inizio sarei stato d’accordo con qualsiasi decisione dei giurati, che apparivano persone molto preparate e serie», ha dichiarato. «Ma devo dire che il caso non sarà chiuso, e che la principale inchiesta è ancora in corso», ha aggiunto.Tatiana Lokshina, di Human Rights Watch, ha definito «inaccettabile» il fatto che, dopo una lunga indagine, non ci sia alcun colpevole, e ha parlato di una «assoluta mancanza di giustizia su una vicenda che ha sconvolto tutto il mondo», criticando gli inquirenti per non aver portato sul banco degli imputati né mandanti né esecutori del delitto.

Critico con la procura anche Lev Ponomarov, leader del movimento per i diritti umani: «Non so se siano colpevoli, ma è evidente una cosa, e cioè che l’indagine non è riuscita a provare la loro colpa».Vsevolod Bogdanov, presidente dell’Unione dei giornalisti russi, ha espresso la sua indignazione: «Ma che razza di investigazione era se i giurati hanno approvato il verdetto all’unanimità? Di fatto, le forze dell’ordine sono incapaci di dire perché o chi è responsabile per l’uccisione di qualsiasi giornalista in Russia. Questo non è più accettabile». È vero.


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20 febbraio 2009 • pagina 19

Polemiche. Durissimo attacco del presidente ceco alla Ue. No a integrazione comunitaria. Poettering: esiste una maggioranza

Klaus gela l’europarlamento:non siete democratici di Sergio Cantone

BRUXELLES. E il dottor Klaus, psicanalista praghese, mise a nudo l’inconfessabile sogno di un’unione delle repubbliche socialiste europee. Il presidente ceco,Vaclav Klaus, è andato dritto al sodo nel suo discorso solenne di ieri a Bruxelles di fronte al parlamento europeo: «Va detto chiaramente: l’attuale sistema economico dell’Ue è un sistema di soppressione del mercato, un sistema centralizzato di controllo progressivo del mercato». Insomma, l’Unione europea di oggi ha bisogno di una rivoluzione di velluto, esattamente come quasi vent’anni fa accadde in Cecoslovacchia.

In questo caso però non ci sono aguzzini al soldo della “Gpu”in fase terminale, ma gli algidi funzionari di Bruxelles. Klaus tra qualche “buuuhh”di europeisti convinti, molti applausi euroscettici, e la ferma risposta del presidente dell’Assemblea Poettering «nella famiglia europea vi sono già opinioni diverse e libertà di esprimerle ma, come in tutte le democrazie, vige il principio del rispetto delle decisioni della maggioranza», ha dato la scossa al parlamento europeo. Per Klaus infatti l’idea di un controllo centralizzato del mercato in questi ultimi mesi si è: «Purtroppo rafforzata a causa di una cattiva interpretazione delle cause dell’attuale crisi economica e finanziaria. Essa

IL PERSONAGGIO

infatti non è il frutto di un’eccessiva libertà di mercato, ma il risultato di una manipolazione politica dei mercati». Vaclav Klaus ha sottolineato che il processo decisionale europeo «è diverso da quelli delle democrazie parlamentari classiche sperimentati finora». Il presidente ceco, in virtù della sua costituzione nazionale, sul piano pratico ha ben poco a che vedere con la presidenza semestrale dell’Ue. Questa è più che altro un’incombenza del primo ministro Topolanek. E l’appuntamento di Bruxelles ha rappresentato per Klaus l’occasione di manifestare con un gesto pubblico il suo disappunto nei confronti della Camera bassa ceca che ieri ha votato a favore del trattato di Lisbona. Per la ratifica completa mancano il voto della Camera alta e la firma del capo dello stato. Forse si tratta di un segnale: Vaclav Klaus si è presentato all’europarlamento con un agguerrito gruppo di sostenitori che brandivano un libro contro il trattato di Lisbona pubblicato dallo stesso presidente. E anche un passaggio del suo discorso non lascia spazio ai dubbi: «la proposta di cambiare l’attuale assetto istituzionale, come previsto dal trattato di Lisbona, aumenterebbe il numero dei difetti dell’Ue». In

Europa sono in molti a chiedersi quale sia l’agenda segreta del presidente ceco. Se fino a qualche tempo fa avrebbe potuto essere una sorta di cavallo di Troia dei circoli anti-europei anglosassoni, oggi tutto ciò sembra temporaneamente congelato. Proprio la settimana scorsa Topolanek ha giudicato positivamente l’attacco contro il protezionismo francese sferrato dalla commissione europea.

Mentre gli irlandesi che hanno votato “no”a Lisbona lo scorso giugno, stando ai sondaggi, oggi voterebbero “sì”. C’è una tendenza da parte dei piccoli Paesi a riscoprire le virtù dell’integrazione europea, la crisi li ha spaventati. Il discorso pro-libero mercato e soveranista del presidente ceco Vaclav Klaus è stato pronunciato proprio mentre il presidente della Banca mondiale, lo statunitense Robert Zoellick, lanciando un allarme“default”in Europa centrale e orientale, ha chiesto aiuto alla commissione europea per contribuire al salvataggio finanziario dei Paesi ex-comunisti, fuori e dentro l’Ue. Ooops, le è sfuggito il transfert, dottor Klaus.

«La nostra moneta, la Corona ceca, è un successo. Fossimo stati nell’eurozona staremmo molto peggio»

Alì al-Jarrah per 25 anni ha passato informazioni a Gerusalemme su Hezbollah, palestinesi e siriani

La spia che viveva all’ombra di Beirut di Pierre Chiartano er amici e vicini di casa era sempre stato considerato un attivista della prima ora della causa palestinese. Un signore di mezza età, dalla chioma prematuramente bianca: per vivere faceva l’amministratore in una scuola, vicino a Maraj, piccolo centro del Libano, dove viveva con la famiglia. Per 25 anni, tutti lo hanno considerato un personaggio “innocuo”. Era una spia, considerata una fonte autorevole da Israele, che dal 1983 ha continuato a fornire notizie, informazione e soprattutto foto su Hezbollah e gli altri gruppi palestinesi che operano in terra libanese.

del ritiro delle truppe di Gerusalemme, le sue informazioni erano diventate ancora più preziose. Si trattava di controllare il traffico d’armi per rifornire i miliziani di Allah. La famiglia Jarrah non nuova alle trame oscure del mondo delle “ombre” e anche il fratello Yusufh è stato arrestato con l’accusa di spionaggio. La moneta del “soldato”Ali è stata di 300mila dollari pagati, probabilmente dall’ Aman, il servizio segreto militare (Agaf HaaModiin). Se la sua prima moglie Maryam lo considera innocente. Quando dopo tre mesi dalla sua scomparsa ha ricevuto una telefonata dai militari da Beirut non sapeva se essere contenta o meno.

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John Le Carré non avrebbe saputo costruire un plot migliore di ciò che ha fatto, nella realtà, Ali al-Jarrah. Tom Clancy non avrebbe saputo descrivere meglio un personaggio dei suoi libri. E neanche Martin Cruz Smith poteva utilizzare metodi di «deception» più efficaci per nascondere la doppia vita di uno dei protagonisti delle sue storie. Eh sì, doppia anche nella sfera privata. Aveva una seconda moglie, che viveva in un villaggio vicino alla Siria. Una scusa per gironzolare sul confine. Frequenti anche i suoi viaggi siriani, compreso l’ultimo, quello che lo ha “fregato”, l’estate scorsa. Pizzicato dall’intelligence di Hezbollah - ormai diventata efficientissima - e poi consegnato ai militari libanesi.Tutte era cominciato nel 1983 con la prima invasione di Tsahal del Libano. Quella volta erano stati i militari di Gerusalemme ad arrestarlo e arruolarlo. Informazioni sul nemico: le truppe siriane, le milizie sciite, i

È stato agente segreto per l’intelligence militare d’Israele. Aveva una doppia vita, degna di un racconto di Le Carrè gruppi palestinesi. Questo il catalogo che oggi è costato a Jarrah, 50 anni, della valle della Bekhaa, l’accusa di alto tradimento e intelligenza con uno Stato straniero. Ma torniamo agli inizi della carriera da spia di Ali. I debriefing in Israele passavano attraverso viaggi d’affari in Italia e in Belgio, con un passaporto israeliano. Lì poteva dare infromazioni dettagliate sui continui viaggi nel Sud del Libano e ai confini con la Siria. Dopo il 2000, anno

L’accusa è grave. I suoi vicini, non commentano, sono increduli e ammutoliti. La dottoressa Mosleh, sua collega, un po’meno. Certo, ora che sa tutto: «quel figlio di cane». Quella sua ostentata attività filo-palestinese e il vezzo di farsi prestare i soldi, anche solo per comprare un pacchetto di sigarette, adesso acquistano un significato diverso. Già sei anni fa aveva sorpreso tutti costruendosi una grande villa, la più in vista nel piccolo villaggio dove abitava. Come il Verloc del racconto di Conrad, Ali avrà avuto sentore che il cerchio si stava chiudendo. Dopo il ritiro israeliano erano stati migliaia i libanesi del sud ad esser stati accusati di collaborazionismo con Tsahal, ma fuori da quelle zone, spie come Jarrah hanno continuato il loro preziosissimo lavoro. A quanto pare una faccenda di famiglia: un cugino di Ali è Ziad al-Jarrah, uno dei 19 dirottatori dell’11 settembre 2001.


cultura

pagina 20 • 20 febbraio 2009

Un quadro una storia. L’immagine è una predica figurata della mensa eucaristica, del sacrificio di Gesù e della transustanziazione del suo corpo e del suo sangue

Le due Cene di Caravaggio Viaggio simbolico nei famosi dipinti del 1602 e del 1606 in cui il pittore lombardo raffigurò il pasto di Cristo in Emmaus di Olga Melasecchi l 7 gennaio 1602 il nobile romano Ciriaco Mattei annotava personalmente nel suo libro di conti un pagamento di 150 scudi «per darli a Michel Angelo da Caravaggio pittore» per il «quadro de N(ostro) S(ignore) in fractione panis». Descrizione inequivocabile del dipinto con la Cena in Emmaus ora conservato alla National Gallery di Londra. Sappiamo infatti trattarsi proprio di questo episodio, nella narrazione dei Vangeli successivo alla del resurrezione Cristo, grazie alla testimonianza del biografo romano Giovanni Baglione che nel 1642 ricorderà che per il Mattei Caravaggio aveva dipinto un quadro raffigurante «quando N. Signore andò in Emmaus». L’opera sarebbe stata subito dopo ceduta al cardinale Scipione Borghese, nella cui collezione è ricordata fino alla fine del Settecento, quando venne venduta dal principe Camillo Borghese, marito di Paolina Bonaparte, ad un mercante parigino. Da Parigi sarebbe in seguito arrivata in Inghilterra, nella collezione di George Vernon che lo donò alla National Gallery nel 1839.

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opera realizzata per i Mattei in quanto sempre nel 1602 Caravaggio avrebbe dipinto per lo stesso Ciriaco il San Giovanni Battista ora conservato nella Pinacoteca Capitolina di Roma. Sono opere che appartengono alla prima fase della sua attività quando l’artista, allora trentunenne, lavorava seguendo lo stile naturalistico della corrente pittorica veneto lombarda,

reintepretata tuttavia alla luce dello spirito pauperistico della Chiesa delle origini predicato a Milano da San Carlo Borromeo e a Roma da San Filippo Neri. Caravaggio, che si era formato nella Milano dei Borromeo, proprio in quest’anno, nel 1602, dipingeva la grande pala d’alta-

gentina e Piazza Venezia, era riservata dunque alla devozione privata del nobile romano e venne forse concepita dal committente stesso insieme all’artista, carica com’è di numerosi e pregnanti riferimenti allegorici. Il risultato è un dipinto di straordinaria bellezza

laddove il bello coincide con le più profonde e potenti verità del messaggio evangelico. Dopo aver incontrato lungo la strada che da GeruLa Cena in Emmaus, desti- salemme portava ad Emmaus nata ad ornare una sala del pa- due suoi discepoli, dei quali lazzo di famiglia tra Largo Ar- uno era chiamato Cleopa, e che non lo avevano ancora riconosciuto, Gesù Brera 1809-2009 venne da loro pregato di non andar via «perché», come è scritto nel VangeLa Pinacoteca di Brera, aperta per la prima volta al lo di Luca (Lc 24, 29), «si pubblico il 15 agosto del 1809, festeggia nel 2009 i suoi fa sera e il giorno già volprimi duecento anni. Per l’occasione, lo scorso 16 genge al declino». Si fermanaio è stata inaugurata la mostra “Caravaggio ospita rono così per condivideCaravaggio”, che si protrarrà fino al prossimo 29 marre la cena e «quando fu a zo. Per la ricorrenza, sono in programma mostre, contavola con loro, prese il certi, conferenze e convegni che accompagneranno il pane, disse la benediziopubblico per più di dodici mesi, ripercorrendo gli episone, lo spezzò e lo diede di fondamentali della sua storia espositiva. Non manloro. Ed ecco si aprirono cheranno omaggi ad artisti universalmente noti e aploro gli occhi e lo ricoprofondimenti di temi legati al contesto locale e alla nobbero» (Lc 24, 30-31). storia dell’istituzione. Inoltre, in occasione del bicenteIn queste parole è racnario, la Pinacoteca è stata, e sarà, oggetto di alcuni sochiuso uno dei più sugstanziali interventi di restyling, finalizzati a rinnovare gestivi e misteriosi dogl’allestimento delle sale e a intensificare il servizio di acmi della Chiesa. L’immacoglienza, per rendere più gradevole e funzionale la vigine dipinta da Caravagsita ai capolavori esposti. gio è una predica figurata relativa alla mensa eure con la Deposizione di Cristo per una cappella della Chiesa Nuova, la chiesa degli Oratoriani di Filippo Neri, che annoverava tra i suoi più fedeli seguaci anche Ciriaco Mattei.

caristica, al sacrificio del Cristo e alla transustaziazione del suo corpo e del suo sangue nel pane e nel vino per opera dello Spirito Santo.

Il dipinto è infatti ricco di simboli che alludono al dogma eucaristico: il pane appena spezzato sotto la mano del Signore e il vino che traspare, purissimo, dalla brocca di vetro, l’animale morto, in questo caso un pollo, forse per risultare più verosimigliante, assimilabile all’agnello sacrificale della tradizione biblica, e la canestra di frutta «spinta in grande evidenza verso l’occhio dell’osservatore, nella tipica posizione di spicco che si attribuiva a oggetti esemplarmente “significanti”. E infatti la canestra contiene uva e melagrane, comuni emblemi del martirio del Cristo, e pomi allusivi tanto ai “frutti” della Grazia quanto al peccato originale da cui l’umanità è redenta» (Calvesi). Così come al sacrificio della croce allude il gesto di forte impatto drammatico del discepolo sulla destra, che, riconosciuto il Cristo nell’atto di spezzare il pane, allarga le braccia in una posizione perfettamente trasversale al corpo, come per mimare la forma della croce, simbolo universale che concentra in sé tutte le dimensioni spaziali e che è anche abbraccio d’amore fraterno, eterna compassione. Il discepolo in questione ha, tra l’altro, una conchiglia sul petto che è simbolo del pellegrino, come quei tanti pellegrini che, soprattutto in occasione dei Giubilei, si recavano a Roma in cerca di indulgenze, quella remissione dei peccati che il Cristo ha donato all’uomo con il suo estremo sacrificio. Non a caso, dunque, il pellegrino che riconosce Dio in Cristo ha rimessi i suoi peccati e accetta come Lui la croce della salvezza. La stretta osservanza del pittore alla tradizione iconografica cristiana, soprattutto a quella delle origini, “riscoperta” appunto dagli esegeti oratoriani, è anche nel volto di Gesù risorto, giovane e imberbe, come nelle primissime sue raffigurazioni

dell’epoca paleocristiana. Ma il Buon Pastore dell’antica Roma qui è anche Salvator Mundi, il salvatore dell’umanità che benedice con le tre dita della mano destra, a significare la Trinità, posta in un’ardita posizione prospettica secondo l’invenzione iconografica del “Salvator Mundi” di Antonello da Messina, forse nota al Caravaggio.

L’altro importante riferimento, qui, come in altre sue opere, era il divino Michelangelo, con il quale si sentiva accomunato anche dal nome. Il religiosissimo Caravaggio e i suoi devoti committenti non potevano certo prescindere dalla forza morale dell’opera michelangiolesca, ed ecco, in questo caso, due espliciti riferimenti al sommo toscano: la mano del Salvatore sospesa sul pane è identica alla mano del Cristo giudice nel Giudizio Universale della Cappella Sistina, entrambi giovani ed imberbi come deve essere il Cristo risorto, giovinezza come segnale di vita eterna. Ma qui l’artista lombardo si spinge anche oltre, seguendo le indicazioni del cardinale Federico Borromeo, nipote di San Carlo, che alla fine del Cinque-


cultura

cento raccomandava agli artisti di raffigurare il Cristo somigliante alla Madonna: «E quando i pittori prendono a dipingere l’imagine di Cristo e della Vergine», scriveva, «io vorrei che fossero raccordevoli di quello che hanno detto i scrittori, e di quello che credette tutta l’antichità, cioè che il volto del Salvatore era molto simigliante a quello della madre, overo il figlio, si sarebbe potuto conoscere agevolmente fra molte per-

ne dell’unione dei contrari in cui si realizza la perfetta armonia: «Gesù raccolse in se stesso a unità la divisione della natura», scriveva Scoto Eriugena nel IX secolo, «cioè quella di maschio e femmina; infatti risorse dai morti non in sesso corporeo, ma soltanto nell’uomo; in lui infatti non c’è maschio né femmina».

Nel 1606, quattro anni dopo, Caravaggio dipinge una seconda versione della Cena in Emmaus, di tono completamente diverso. Come si può ora osservare nelle due versioni messe a confronto alla Pinacoteca di Brera a Milano, e percepire così, attraverso la differenza tra le due opere, la sofferenza nell’animo dell’artista per il dramma che aveva segnato indelebilemente la sua vita.

Le due tele attualmente sono esposte alla Pinacoteca di Brera, che festeggia il suo bicentenario, nella mostra “Caravaggio ospita Caravaggio” sone chi fosse il figliuolo di quella madre, e chi fosse la madre di quel figliuolo». Nel raffigurare questo volto androgino, ancora una volta Caravaggio attinge alle invenzioni michelangiolesche, evidente è infatti la somiglianza di questi tratti con quelli della Vergine della Pietà vaticana, e la stessa androginia, come evidenzia Maurizio Calvesi, contiene un’ulteriore connotazione simbolica essendo la manifestazio-

Proprio lui che nella prima versione aveva celebrato il Redentore dell’umanità, si era reso colpevole, il 29 maggio del 1605 del peccato più grave, l’omicidio. E’ noto l’episodio della rissa a Campo Marzio, durante la quale, il collerico pit-

In alto a destra, le due versioni del pasto di Cristo dipinte dal Caravaggio: Cena in Emmaus, olio su tela, cm 141 x 196,2, Londra, The National Gallery, e Cena in Emmaus, olio su tela, cm 141 x 175, Milano, Pinacoteca di Brera (© Archivio del Laboratorio Fotografico della Soprintendenza). In alto a sinistra, Fanciullo con canestro di frutta, olio su tela, cm 70 x 67, Roma, Galleria Borghese. Nella pagina a fianco, l’autoritratto del pittore lombardo e l’altra sua opera Concerto, olio su tela, cm 87,9 x 115,9, New York , The Metropolitan Museum of Art

20 febbraio 2009 • pagina 21

tore lombardo, sembra per scommesse di gioco, uccise con la spada un tal Ranuccio Tomassoni. Nei suoi confronti venne emesso un bando capitale che ingiungeva a chiunque lo avesse catturato di eseguire la sentenza di morte. Inizia la sua fuga, che lo porterà prima nella campagna laziale, poi a Napoli, da qui in Sicilia, e infine a Malta dove riceve la notizia di una possibile indulgenza, ma si ammala sulla nave del ritorno e muore miseramente a Porto Ercole. Una fine tragica, presentita nella produzione dei suoi ultimi anni, su cui aleggia un’ombra di morte. La seconda versione, conservata proprio a Brera, venne dipinta poco tempo dopo l’omicidio, nella sua prima tappa a Paliano, vicino Frosinone, presso Filippo Colonna, figlio di Anna Borromeo, sorella di San Carlo, e quindi conterraneo e influente protettore. Lì rimarrà poco tempo, forse perchè sempre in territorio pontificio e quindi poco sicuro, ma fece in tempo a dipingere due quadri, una perduta Estasi della Maddalena, e appunto il dipinto di Brera, qui pervenuto direttamente dalla Collezione Patrizi di Roma, nei cui inventari è registrato già nel 1624.

In questa versione, compositivamente simile alla precedente, «si nota un’atmosfera più raccolta; il senso drammatico del pathos risulta esaltato dalla narrazione più concisa, sfrondata di particolari, che dispone alla meditazione» (Rodolfo Papa). Questa volta è il discepolo di spalle a sinistra, il più giovane, ad allargare le braccia verso il Cristo, in un gesto raccolto, meno enfatico, che sembra più una preghiera che un grido di stupore. Sulla mensa sono rimasti solo il pane e il vino; l’oste e soprattutto la vecchia serva riflettono la tristezza e la miseria spirituale dell’umanità che non vede e non crede. Il Cristo infine è raffigurato nella consueta iconografia dell’Uomo del dolore, con la barba e un’espressione dolente sul volto, mentre benedice il pane con un gesto rassegnato della mano destra, la sinistra è appoggiata sul tavolo. Pochi colori, terragni, appena illuminati da un fascio di luce bassa che dal volto del Cristo scende sulla mensa e rischiara i volti dei due astanti e del discepolo a destra. Sembra lo stesso Caravaggio che sfiora con la mano quella del Signore, rivolgendo verso di lui uno sguardo supplice di remissione dai peccati.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

da ”the Guardian” del 19/02/2009

La droga corre sul web di Duncan Campbell a droga viaggia su internet. La rete è sempre più spesso utilizzata per lo smercio di farmaci da prescrizione e di quelli non autorizzati. I prodotti chimici che servono per la lavorazione dell’eroina, della cocaina e per un vasta gamma di prodotti, come il metadone e le anfetamine, vengono regolarmente vendute on line da soggetti che sfuggono ai controlli ufficiali.

L

Così appare la realtà del web, da come la tratteggia un rapporto dell’International narcotics control board (Incb). Un panorama del traffico di droga che sembra sempre più aggressivo, violento e pervasivo; alla ricerca di sempre nuovi canali e rotte di spaccio. Nel rapporto si richiamano le autorità governative ad un maggior controllo, soprattutto per ciò che riguarda le restrizioni al traffico di cannabis. Anche se le conclusioni del board sono state criticate da alcuni gruppi antiproibizionisti. «I trafficanti di droga sono i maggiori utilizzatori di codici criptati per messaggeria su internet. Ciò significa riuscire a evitare i controlli di polizia, mentre si coordinano le spedizioni di droga e le operazioni di riciclaggio dei proventi del traffico illecito», accusa il documento dell’organismo internazionale, pubblicato ieri aVienna. Sembra sia necessaria una risposta globale a un problema che è diventato «globale». Le organizzazioni criminali spesso usano società fantoccio per acquistare le sostanze chimiche che servono per la lavorazione delle sostanze stupefacenti. Un esempio sono le sostanze utili a produrre le anfetamine, le metanfetamine e l’mdma, cioè l’ecstasy, che sono state reperite con questi sistemi fraudolenti in grandissima quantità. I trafficanti utilizzano società legali per inoltrare gli ordini d’acquisto, ma utilizzando false autorizzazioni al-

l’importazione di prodotti farmaceutici, in Paesi dove i controlli non sono molto stretti. Gli Stati africani sono sempre più spesso coinvolti in questo genere di triangolazioni commerciali illecite. «Internet è il problema più grave» ha affermato il presidente dell’Incb, Hamid Ghodse. «Per questo circa tre anni fa abbiamo cominciato la collaborazione con l’Interpol. Sul web ci sono delle farmacie illegali che non sono situate all’interno dei confini fisici di uno Stato». Ci sono prove di questo genere d’operazioni negli Stati Uniti, in Thailandia, Australia e Regno Unito, ma è molto difficile per gli investigatori riuscire a individuare gli autori di queste transazioni. La marijuana è ancora la droga più diffusa in Europa e la popolazione inglese si è dimostrata una buona consumatrice di “erba”, il 37 per cento dei cittadini britannici l’hanno provata almeno una volta.

Poi nella classifica dei consumatori seguono l’Italia, la Francia, con Bulgaria, Malta e Romania nelle ultime posizioni. Gli studenti tra i 15 e i 16 anni sono i migliori consumatori di cannabis in Gran Bretagna, tra loro almeno il 44 per cento ha avuto un’esperienza di consumo sporadico. Altri Paesi con questo triste primato fra i giovanissimi sono la Francia, la Spagna, la Repubblica Ceca e il Belgio. Più fortunati sono invece la Grecia, Cipro e la Romania che si trovano in fondo alla lista. In Inghilterra si è comunque verificato un calo nell’uso degli spinelli nella popolazione scolastica, tra il 2001 e il 2007. Ghodse è convinto che in molti Paesi europei si stia comunicando

il messaggio sbagliato, sulle cosiddette droghe “leggere”. Il problema non viene trattato nel modo che meriterebbe. Negli anni, l’utilizzo di cannabis è sempre più spesso associata a ricoveri ospedalieri d’emergenza, anche perché i principi attivi sono stati potenziati e quindi anche le conseguenze sull’organismo sono diventate più pericolose.

Riguardo alla geografia della droga, più in generale, il rapporto consegna l’oscar della produzione di eroina all’Afghanistan, con il 92 per cento del mercato mondiale. Se non bastasse, anche la coltivazione della cannabis afghana sta vivendo una nuova primavera, dopo il boom degli anni Sessanta e Settanta. Il rendimento della sua coltivazione sta diventando sempre più conveniente. Fra le cattive notizie c’è anche che il Canada, grazie al contrabbando con la Cina, è diventato il primo produttore di ecstasy. Per non parlare dei Paesi sudamericani, Colombia in testa: è ancora il gigante della coca.

L’IMMAGINE

La cura Brunetta fa bene agli statali Nel 2008 tutti malati, nel 2009 sani come pesci La cura Brunetta ha fatto effetto: nel solo Comune di Napoli la differenza tra il gennaio 2008 e quello 2009 è di ben 4.000 certificati medici in meno. Dunque, se lo scorso anno ci fu una vera e propria epidemia influenzale, quest’anno al Comune scoppiano di salute. Il ministro Renato Brunetta può essere antipatico o simpatico, a volte può apparire fazioso o anche leggermente fanatico, ma bisogna pur riconoscere che la sua decisione di perseguire i fannulloni o, molto più semplicemente, di riportare serietà nella pubblica amministrazione ha avuto i suoi esiti benefici. C’è un profondo lassismo nelle amministrazioni pubbliche e si tende a pensare che, tutto sommato, giorni di malattia o permessi vari non sono un grande male. In sostanza la pubblica amministrazione è considerata amministrazione privata e nelle più sgangherate amministrazioni si tende a pensare che si può fare tutto ciò che si vuole. Perché così si è sempre fatto, perché così fanno tutti, perché tanto non cambia mai niente.

Gaspare Grande

A PROPOSITO DI PAHLAVI Shah deriva da Caesar, ma che legame ci può essere fra il nostro Caio Giulio e il padre del Reza Pahlavi dell’articolo di Michel Taubmann del 17 febbraio? Solo l’uso politico della violenza! Uno, facendone uso geniale, ci ha costruito un impero, l’altro ci ha perso tutto. Condivido quello che il giovane Reza con acume e profonda competenza dice dell’Iran, un esempio di analisi da affari esteri per le eccellenti fonti e canali di cui dispone. In Giulietta e Romeo si dice «rinuncia al nome, solo lui mi è nemico» e lo stesso gli direi quando penso a suo padre: le colpe dei padri non devono ricadere sui figli ma un po’ di prudenza non guasterebbe (vedi in positivo Romano Mussolini). Sono quelle le domande che

Taubmann doveva fare? Abbiamo dimenticato tutto? Ricordo la paura negli occhi del mio amico Kia quando all’università incontravamo uno “studente” che si sospettava essere della Savak, la potentissima e criminale polizia segreta: io ero conosciuto come liberale e il solo fatto che mi frequentasse poteva creargli gravi conseguenze. Pur di finirla con un regime infame, anche un democratico come Kia si gettò con entusiasmo nella brace Khomeini, frutto avvelenato certo dell’albero Pahlavi. Un po’ di gossip: dopo il ripudio di Soraya Esfandiary, S.E. Mons. Vittore Ugo Righi, un paesano e caro amico che all’epoca era Nunzio Apostolico a Teheran e membro della segreteria di Giovanni XXIII, propose in moglie allo Shah la principes-

Giù la maschera! C’è chi in questi giorni diventa matto per cercare un costume di carnevale e chi, come la pitecia dalla faccia bianca (Pithecia pithecia) con la maschera ci è nato. Difficile che i maschi della scimmia saki passino inosservati. Il loro faccione candido, infatti, risalta tra gli alberi della foresta amazzonica, dove vivono, attirando gli sguardi attenti delle femmine, che sono prive di questa “maschera”

sa Maria Gabriella di Savoia; era chiaro che si mirava al petrolio, ma l’affare, può sembrare incredibile visti gli attori, non si concluse per resistenze di carattere religioso: alcuni del clan Savoia erano insensibili al “fascino”Pahlavi. Che disdetta, avremmo avuto forse un altro artista come Emanuele Filiberto.

Dino Mazzoleni

SI DEVONO CAMBIARE I METODI NON LE PERSONE Cari amici e compagni del Pd, se veramente cercate un segretario di successo, dovete rivolgervi a tutta la vostra area elettorale e non solo ai politici esistenti. Per meglio dire, dovete incoraggiare le autocandidature. Mettete nella gara anche il sottoscritto; il mio programma, sinteticamente è il seguente:

umiltà, umanità, fermezza e priorità. Speranze? Nessuna. L’ho fatto altre volte e sono stato sempre bocciato. Allora perché lo faccio? Perchè un onorevole cittadino che vuole essere tale, deve fare sempre la sua parte. Non sono le persone che si devono cambiare: quelle sono diventate tutte uguali. Si devono cambiare i metodi.

Michele Ricciardi


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Respingevi l’amore come un veleno Quanto tesoro d’amore hanno disperso i tuoi abboccamenti! Io venivo commosso, anelante, infiammato, e trovavo in te la repulsa scolpita dal capo alle piante. Tu respingevi l’amore come un veleno. La natura taceva in te; tutto il tuo fare era una tattica premeditata, un contegno lambiccato, stravolto, una macchina di fuochi d’artifizio. I tuoi moti erano di chi fugge, non di chi aspetta o di chi viene incontro; il tuo occhio asciutto, senza linguaggio di tenerezza, di desiderio, impietriva l’anima. Nessuno slancio, nessuna espansione, nessun abbandono, nessuno di quei dolci segni, di quelle care parole di passione che rinnovano l’esistenza, che cancellano un lungo secolo di dolore sofferto. L’amor tuo non era un affetto che sgorgasse limpido, spontaneo, copioso dell’anima, era un affare diplomatico, concertato, un piano di guerra. Tu devi aver detto fin dal primo giorno: - farò questo movimento e quell’altro, terrò questo o quest’altro discorso, concederò tanto, tanto ricuserò; giuocherò una partita d’amore come si giuoca una partita a scacchi. No Adele, questi amori di testa non reggono; sono mostruose, informi creazioni di un cervello stretto, sconnesso, sono ragnatele che possono prendere una mosca, ma un uomo giammai. Carlo Bini ad Adele Perfetti De Witt

ACCADDE OGGI

IL DOPO VELTRONI SEGNA LA FINE DEL BIPOLARISMO? Le dimissioni di Veltroni dalla carica di segretario del Partito democratico, a seguito della sconfitta subita in Sardegna, più che un fatto interno di una giovane formazione politica, nata dalla trasformazione di precedenti formazioni politiche per accordi di vertice (anche se successivamente legittimati da primarie per l’investitura del segretario), rivestono un’importanza nazionale perché mettono a nudo l’artificiosità di progetti politici (bipolarismo) che non appartengono non solo alla cultura italiana ma anche a quella europea. Se alle dimissioni seguiranno dibattiti non solo di vertice ma soprattutto coinvolgenti la società civile e la base dei partiti, la crisi apertasi con le dimissioni di Veltroni uscirà dai confini interni del Partito democratico e produrrà notevoli ripercussioni anche nel nascente partito del Popolo della libertà e ciò per due ordini di motivi. In primo luogo, perché l’esigenza della nascita di un nuovo soggetto politico con lo scioglimento di Forza Italia, Alleanza nazionale e di altre forze e partiti di minore consistenza numerica era nata per contrastare unitariamente il Pd, la cui crisi ora fa venir meno la necessità della realizzazione del progetto berlusconiano. In secondo luogo, perché il bipolarismo non appartiene alla nostra cultura e per accertarsene basta guardarsi attorno per vedere quante correnti di pensiero e formazioni politiche resistono tenacemente e rifiuta-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

20 febbraio 1943 Messico: il vulcano Paricutín inizia a formarsi

1952 La Grecia aderisce alla Nato 1958 Viene approvata la legge Merlin che sospende la regolamentazione delle case chiuse 1962 Programma Mercury: a bordo della Friendship 7, John Glenn orbita attorno alla Terra per tre volte in 4 ore e 55 minuti 1976 Si scioglie la Southeast Asia Treaty Organization 1986 Silvio Berlusconi diventa il proprietario dell’Associazione Calcio Milan 1995 Bologna: dopo un lungo restauro, riapre l’Arena del Sole 2002 È il cosiddetto giorno “palindromo”: la data, scritta come 20/02/2002 può essere letta indifferentemente da sinistra verso destra, o da destra verso sinistra. 2004 Entra in servizio alla base aerea di Cameri il primo caccia Eurofighter, destinato a sostituire l’F-104 2005 In Colombia, viene ucciso dai suoi sequestratori l’italiano Sabino Mobile

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

no giustamente di essere inglobate in progetti dell’una e dell’altra parte. Da più lustri si è tentato di realizzare il bipolarismo, che ancora malgrado gli sforzi dei sostenitori non è nato, giustificandolo come necessario per assicurare la governabilità. A parte il fatto che nel periodo della cosiddetta prima Repubblica, se è vero che i governi non duravano per tutta la legislatura, più per decisioni delle correnti del partito di maggioranza relativa, è anche vero però che quel periodo, a torto spesso sommariamente deprecato, ha prodotto mezzo secolo di pace, la ricostruzione del Paese prima ed il boom economico poi. Vi è nel Paese invece un forte bisogno di una politica delle cose concrete che, abbandonando quella degli schieramenti, ci faccia uscire dalla crisi. Occorre, infine, maggiore partecipazione popolare, meno verticismo e l’abbandono del “culto della personalità”che noi democratici criticavamo come esistente oltre cortina.

Luigi Celebre

BEN VENGA UN GRANDE CENTRO MODERATO Dopo anni di politica rissosa e personalistica è ora di tornare ad un grande Centro moderato che conti nello scenario politico italiano ed europeo. Ho 56 anni, ho sempre delegato e votato ma non sono mai stato rappresentato perché in questi ultimi anni la politica è solo compravendita, un vero e proprio mercato. Basta promesse è ora di agire!

Marino Miscio

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

DA TODI L’APPELLO AI MODERATI PER RINNOVARE IL PAESE “Dove sono oggi i liberi e forti?” È questo il tema del settimo seminario nazionale di cultura politica promosso dalla Fondazione Liberal, in programma oggi e domani a Todi, nel corso del quale verrà presentato il Manifesto politico dell’Unione di centro per un nuovo tempo della Repubblica. L’Italia ha bisogno di una profonda rigenerazione politica e morale. È giunto di nuovo il tempo di fare appello alle migliori energie del Paese, allo slancio delle donne e degli uomini liberi, alla responsabilità delle donne e degli uomini forti, per determinare una grande svolta nel futuro della nazione. Novanta anni dopo l’atto di coraggio di don Luigi Sturzo, un nuovo coraggioso impegno è richiesto a chi ancora crede nei valori della giustizia e della libertà. Con queste premesse nasce il Manifesto politico dell’Unione di centro, fortemente voluto e idealizzato dall’on. Adornato e pienamente condiviso da Casini, Cesa, Buttiglione e dai massimi quadri dirigenti dell’Udc. La seconda Repubblica è fallita in quanto anzicchè costruire una democrazia degli elettori ha finito per dar vita ad una soffocante democrazia delle oligarchie con l’instabilità e il vuoto politico nelle Istituzioni e il declino e la mancanza di partecipazione nei partiti storici nazionali deflagratisi. Ed è per queste ragioni che il nuovo progetto politico dell’Udc punta a riaggregare i moderati e a richiamare all’impegno civile e alla partecipazione le tante intelligenze rimaste ai margini della vita politica in questi anni. L’ottimo risultato elettorale conseguito alle elezioni regionali in Sardegna sta a dimostrare che senza l’Unione di centro non si vince e non si governa e che sussistono ancora le condizioni ideali per realizzare un Centro forte e alternativo capace di recuperare i consensi e la fiducia dei cittadini dopo l’implosione in atto nel Pd e la confusione che regna nella realizzazione del Pdl. L’Unione di centro, forte delle sue tradizioni, della sua storia, dei suoi valori, della passione della sua classe dirigente con il Manifesto politico che sarà presentato a Todi sarà la vera novità politica in vista delle prossime impegnative scadenze elettorali amministrative ed europee del 6 e 7 giugno su cui gli Italiani e i Lucani potranno scommettere per ritrovare il senso e le ragioni di un’appartenenza ai valori della Politica. I lavori iniziano oggi alle ore 11, con l’introduzione dell’on. Ferdinando Adornato, presidente della Fondazione Liberal ed estensore del Manifesto cui seguiranno gli interventi programmati di Lorenzo Cesa, Rocco Buttiglione, Ciriaco De Mita, Bruno Tabacci, Savino Pezzotta. Numerosi saranno poi gli interventi dei parlamentari e consiglieri regionali dell’Udc e dei numerosi ospiti che hanno assicurato la loro presenza a Todi tra i quali: Enrico Letta, Giuseppe Pisanu, Francesco Rutelli, Lorenzo Dellai, Roberto Formigoni, Raffaele Bonanni, Adriana Poli Bortone, Paola Binetti, Magdi Cristiano Allam. Il semirario politico si chiuderà domani alle ore 12.30 con l’intervento conclusivo del presidente Pier Ferdinando Casini. Gianluigi Laguardia C O O R D I N A T O R E R E G I O N A L E C I R C O L I L I B E R A L BA S I L I C A T A

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PAGINAVENTIQUATTRO Spettacoli. Attore, cabarettista, e doppiatore si è spento ieri all’età di 81 anni

Oreste Lionello, la voce dietro la di Francesco Lo Dico i esistere soltanto nella voce, l’aveva capito anche lui. Oreste Lionello se ne lamentava da tempo. Chino sul suo bicchiere di spremuta d’arancia, logorato dalla ripresa di quel Bagaglino che sembrava aver stancato tutti, confessava di recente agli amici di sentirsi virtuale, mentre l’ombra del borsalino scendeva a eclissarne il volto. Quel volto nudo da cui troppe volte era colato il cerone tra le luci brucianti del cabaret, quella maschera umana, senza trucco né inganno, che troppe volte avevano fatto abnorme gli ammennicoli del varietà. Di Oreste Lionello, nato a Rodi 81 anni fa, non si possono che raccontare due storie. Quella della sua anima greca, densa di isolitudine e di filosofica sprezzatura, e quella della sua maschera latina, colma di satira straccia e di sbruffoneria plautina. Quella dell’attore che in magnifica solitudine presta le sue corde a chi vive sulla scena in sua vece, e quella della maschera turpe, inzeppata dentro carnevali di genti e di copioni fessi traboccanti di quisquilie e pasquinate in do minore.

D

Quella satira che sempre era stata tutta nostra, mai fu completamente sua. Lionello era personaggio di levità diversa, di tenore più leggiadro, che mal s’adattava alla grana grossa delle invettive imbelli e sempre strampalate ripetute al collasso. Non immaginava forse che quella compagnia del Bagaglino, fondata con Pingitore cinquant’anni prima, finisse schiacciata dal giogo della maniera e della riconoscibilità che lo show business im-

pone ai suoi prodotti più venduti. Lui che si scagliava contro l’intrattenimento becero, che predicava lo scarto ironico contro l’onere di un mondo che gravava su di lui come un copione mediocre, poi si ritrovava puntuale,il sabato sera, a eclissarsi in scena, e a cospargere di poppe e coriandoli i suoi rimpianti d’artista. Forse se ne era accorto quando era troppo tardi per lasciare, Lionello. Che pure, nell’altra sua vita, quella segre-

MASCHERA ta in cui la voce, in magnifica solitudine, seguiva le labbra di Woody Allen e ne scandiva in perfetta sincronia le inquietudini, mostrava di cos’era capace.

Sin da Manhattan, nel 1979, l’attore Lionello si era dimostrato l’unico attore nostrano capace di poter restituire per intero il calco umoristico sopraffino del regista newyorkese. Ondivaga e querula, a tratti puntuta o sfumata di malinconica bile, la voce di Lionello na-

classici del nostro cinema come Tototruffa 62, Quattro mosche di velluto grigio e Il soldato di ventura. Non che come attore non fosse eclettico o senza vezzi da numero uno.Tutt’altro. È che con quell’aria da caratterista stampata in fronte, la sua voce era sprecata. Era stata la voce del picchiatello Jerry Lewis, la voce eterna del dittatore chapliniano, e quella surreale del dottor Frankestein brooksiano. Era il timbro cristallino di leggende del cinema, quel timbro che per paura gli si brunisse, carezzava lui stesso ogni mattino con il doppio giro del suo sciarpone scozzese. Lo sapeva anche lui, di essere prigioniero di voci troppo alte, per restare semplicemente il corpo di un attore chiamato Oreste Lionello.

Doppiatore di Woody Allen e Jerry Lewis, debuttò in tv nel 1956 con“Marziano Filippo”.. Ideatore di riviste e programmi radiofonici, lavorò in cinema e teatro. Legò la sua fama al Bagaglino ma lamentava di essere ormai diventato ”virtuale” sceva nel fiato di Allen. Fu la voce di Woody persino per i cinefili più incalliti, che esigevano il timbro indigeno con risentita saccenza. La voce di Lionello era perfetta anche per i rompiscatole da cineclub. Da attore di cinema, dentro al teleschermo, non è che gli fossero certo mancati ruoli di spicco e apprezzamento. Dopo l’esordio con la trasmissione tv Marziano Filippo, nel 1956, erano venuti titoli

La voce e il corpo, le sue due storie parallele e diverse, potevano incontrarsi solo sugli assi del Salone Margherita, dove la fisicità spariva sotto chili di trucco e plastilina, e la voce vera filtrava, rimescolata nel becerume della nostra tv, mode e moine, tic e nevrosi dei nostri personaggi più influenti. Dal divo Giulio al premier Silvio, c’era uno stracco trascinarsi in gag spuntate. Troppi sabato sera alla luce di un’atellana smagrita e sdilinquita, che ormai faceva presa solo sulle tabacchiere degli Arciclub. L’ironia di Lionello era invecchiata, e la televisione era cambiata. Si capiva ancora che era uno bravo, perché sotto la sua direzione, riusciva quasi divertente persino la Marini. I figli della tv in bianconero, di un cinema antico fatto di mestiere e voci composte, brillanti di studi teatrali e accenti di verità sudata, erano morti da tempo. E così, tra le fanfare e gli ossequi, tra décolléte listati a lutto e farseschi panegirici, una mattina di febbraio se n’è andato anche lui.


2009_02_20