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Il più delle volte, il mondo

he di c a n o r c

è una commedia per quelli che pensano, e una tragedia per quelli che sentono

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Horace Walpole

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

Bombe a Kabul: decine di vittime

ISRAELE

La nuova strategia dei talebani contro Obama

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

DOPO IL VOTO

Nessuno dei due, da solo, ha la maggioranza. Se la Livni e Netanyahu non fanno un governo di unità, il Medioriente rischia una nuova grave crisi

di Stranamore a visita in Afghanistan di Richard Holbrooke, inviato Usa, è stata accolta dai talebani con una spettacolare serie di attentati a Kabul. Attentati che, malgrado quasi 30 morti, sono sostanzialmente falliti. Due terroristi si sono fatti saltare negli uffici dell’amministrazione penitenziaria, 5 hanno attaccato il ministero della Giustizia e di questi 3 sono stati uccisi prima di entrare.

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Il mondo li vuole insieme

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Dal G7 di Roma ai vertici Ue

Ma si può battere la crisi a colpi di summit? di Enrico Singer i moltiplicano i vertici per curarla a colpi di provvedimenti-shock, ma si moltiplicano anche gli effetti devastanti della crisi mondiale che sembra resistere a tutte le contromisure decise o promesse. Se Wall Street ha risposto con un crollo del 4,6 per cento alla maxi-iniezione di duemila miliardi di dollari annunciata dal neoministro del Tesoro, Timothy Geithner, in Europa le cose non vanno meglio, tanto che ieri sono stati convocati non uno, ma altri due summit straordinari nei quali si discuterà di crisi e soluzioni possibili.

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Troppe sciocchezze sul telecomando

Grande Fratello, in realtà Eluana ha vinto 52 a 8

alle pagine 2, 3, 4 e 5

Conversando con i cronisti alla Camera a sorpresa dice: «La Carta non si cambia»

Bossi si schiera con Napolitano E lo strappo di Rutelli mette in crisi il Partito Democratico di Franco Insardà

Un vero assedio intorno al Cavaliere

l caso di Eluana Englaro, seppur tragico nella sua prevedibile conclusione, sta avendo una coda che rischia di suscitare indignazione in chi preferirebbe al chiasso un pietoso silenzio. La nuova scintilla scossa dal fatto paradossale che, mentre le altre reti straparlavano di Eluana, Canale 5 con il Grande Fratello ha battuto il record stagionale (share al 31,7%) con quasi 8 milioni di spettatori. Un record che è costato il posto a Enrico Mentana.

inimizzare: è questa la parola d’ordine che circola da giorni nel gruppo dirigente del Pd. Ma, nonostante gli sforzi dei veltroniani, il malessere serpreggia e dà segnali evidenti quando in ballo ci sono situazioni che toccano le coscienze. L’ultimo episodio è stato quello che ha visto protagonisti in Senato Francesco Rutelli, Emanuela Baio, Lucio D’Ubaldo, Claudio Gustavino e Luigi Lusi che hanno votato la mozione del Pdl sull’obbligo di alimentazione e idratazione artificiale. «La loro non è una posizione isolata - sottolinea Gianni Vernetti - c’è un consenso molto ampio nell’area dell’ex Margherita».

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se g ue a p ag i na 8

di Angelo Crespi

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seg2009 ue a pa•gEinURO a 9 1,00 (10,00 GIOVEDÌ 12 FEBBRAIO

CON I QUADERNI)

Il premier stretto tra Fini e la Lega di Errico Novi lla fine Silvio restò solo. Bossi, conversando con i cronisti alla Camera, ha detto: «Il presidente è una figura di garanzia. È giusto che ci sia un equilibrio tra i poteri». Insomma, nella battaglia che ha contrapposto il Colle al premier, Bossi a sopresa si schiera con Napolitano. A questo punto, con Fini già sul piede di guerra, Berlusconi è accerchiato.

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Umberto Bossi ieri, a sorpresa, si è schierato in difesa di Napolitano nella contesa che vedeva contrapposto il Colle a Berlusconi

• ANNO XIV •

NUMERO

30 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

s eg ue a p a gi na 8 IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 12 febbraio 2009

Un governo tra questi quattro? Ecco i quattro politici israeliani (Livni, Netanyahu, Lieberman e Ovadia) che potrebbero dare vita a un governo di coalizione. Fatto salvo il voto di Tsahal, ancora alla conta, non c’è altra possibilità per ottenere la maggioranza. A meno che la destra e gli ultra-ortodossi non si uniscano. Ma si odiano: senza Kadima e Tzipi Livni è improbabile che possano convivere.

Il pareggio. Ai centristi 28 seggi, soltanto uno in meno alla destra. Mentre decollano gli ultra-ortodossi (15) e i partiti religiosi

O insieme o il caos

Né Kadima né il Likud hanno la maggioranza per governare. Se Livni e Netanyahu non s’accordano il Medioriente rischia di nuovo di Emanuele Ottolenghi n attesa del risultato finale che deve ancora computare 150.000 voti di diplomatici e soldati - il cui valore, di sei seggi, potrebbe alterare il panorama emerso dal voto di martedì - le elezioni israeliane hanno prodotto un pareggio e una paralisi. Peccato, perché avrebbero potuto segnare un nuovo inizio. Nel 2006, l’ultima volta che gli israeliani sono andati alle urne, gli elettori avevano abbandonato le due visioni che hanno gareggiato per il dominio in Israele, e i partiti che le hanno rappresentate. La visione di Pace Adesso era moribonda, dopo che l’ Intifada aveva spazzato l’illusione di Oslo, riuscendo a sopravvivere soltanto grazie alla spesso malposta interferenza della comunità internazionale. La visione della Grande Israele era pure stata demolita dall’insopportabile prezzo di tenere milioni di palestinesi sotto il controllo israeliano. Senza possibilità di pace a breve, gli isareliani sapevano che, una comunità internazionale con scarsa pazienza per le ragioni d’Israele e poca comprensione per le sue preoccupazioni, l’avrebbe costretto a ritirarsi entro i confini del 1967 a costo di una guerra

I

civile oppure mantenere i confini del dopo 1967 e diventare una minoranza ebraica in uno Stato arabo insediatosi al suo posto. Gli israeliani insomma erano pronti per “concessioni dolorose”. Tuttavia non potevano credere che, dopo cinque anni di terrorismo palestinese, i loro nemici fossero pronti a riconoscere la legittimità di Israele come Stato ebraico sovrano. Fu il riconoscimento di questo rivoluzionario cambiamento nell’opinione pubblica a indurre Ariel Sharon lasciare il Likud e fondare il suo partito Kadima nel 2005. Per tre lunghi anni Sharon aveva tentato di persuadere il Likud a spostarsi nel centro politico della mappa israeliana se il partito avesse voluto sopravvivere. La sua vittoria nel 2003 - il Likud conquistò 40 seggi e umiliò i suoi avversari a sinistra - dopo tutto avvenne grazie a Sharon e alla sua nuova inventata immagine di leader di centro. Il suo vecchio partito la pensava diversamente: ritirarsi dai territori avrebbe soltanto accresciuto le capacità del terrorismo e abbandonare

Manca ancora l’assegnazione di 150mila voti (che valgono sei seggi) e che potrebbero alterare il panorama politico uscito dalle elezioni di martedì

storici diritti ebraici in cambio di nulla avrebbe soltanto ricompensato la violenza rafforzandone i suoi sanguinari sostenitori.

La nuova scommessa politica di Sharon, all’età di 77 anni, segnò una nuova stagione per la politica israeliana e una possibilità per il pubblico di liberarsi una volta per tutte delle vecchie dicotomie rappresentate da Likud e Partito Laburista. Con un capo carismatico alla sua guida - un agricoltore-guerriero e un visionario che rappresentava, nel bene e nel male, il secolo sionista del popolo ebraico - Kadima offrì un nuovo capitolo politico nella storia di Israele. Ma la storia, la politica e la biologia raramente s’intersecano. In zona Cesarini, Sharon uscì dalla storia, e lasciò un partito senza il suo migliore elemento e l’ultimo dono che la generazione fondatrice potesse offrire a Israele: una visione e una speranza dove non era rimasta alcuna visione, né era sopravvissuta alcuna speranza. Ora Kadima, un progetto politico ai primi passi, doveva seguire le orme di Sharon senza sapere cosa avrebbe fatto Sharon, con Hamas al potere e la minaccia iraniana alle porte settentrionali d’Israele. Forse neanche Sharon sapeva quali demoni aveva risvegliato abbandonando Gaza. Non sapremo mai co-

Secondo Yossi Klein Halevi, il voto riflette la situazione di Israele: indeciso e pieno di paura

«La soluzione? Un governo a rotazione» di Vincenzo Faccioli Pintozzi

ROMA. L’unica soluzione per risolvere l’impasse elettorale di Israele «è un governo di coalizione fra Kadima e il Likud, in cui però si alternano alla presidenza del governo la Livni e Netanyahu. Soltanto così potremo garantire un minimo di stabilità». È l’opinione di Yossi Klein Halevi, giornalista e scrittore molto quotato nella società israeliana, che per liberal analizza le elezioni legislative in Israele e traccia una strada per il prossimo governo. Signor Halevi, cosa pensa del risultato delle urne? Credo che siano il vessillo dell’insicurezza e della paura che regna nel Pae-

se. Abbiamo due vincitori, ma in effetti tutti hanno perso. Lo stallo politico riflette quello nazionale. Penso che l’esperienza degli ultimi tre anni ci abbia già insegnato cosa può succedere senza un governo stabile: si cede alla paura e si entra in guerra. Una guerra a cui però nessuno può porre termine. Lei crede nella possibilità di una grande coalizione alla Knesset? Io credo che si debba unire le forze: Kadima e Likud insieme, anche per resistere alle spallate degli ultra-ortodossi e della destra radicale. Una soluzione che però deve prevedere una rotazione al vertice: due anni a testa per

i due leader, partendo dalla Livni. Shimon Peres, che oggi è presidente, ha già fatto un esperienza del genere negli anni ’80, ed ha funzionato. Questo è un altro di quei momenti, nella nostra storia, in cui non possiamo cedere agli scontri interni. Certo, nel caso in cui la situazione rimanga com’è: se Kadima dovesse ottenere una maggioranza più marcata, potrebbe governare senza problemi scegliendo da sola i suoi partner. Questa instabilità non mette a rischio il dialogo con i palestinesi? Innanzitutto, va detto che nessun politico israeliano ha intenzione di dialo-

gare con una parte dei palestinesi. Intendo Hamas, che vuole soltanto distruggere il nostro Paese e non si fa scrupoli a insegnare ai bambini come si diventa kamikaze, non esita a definire l’omicidio dei cittadini israeliani come un “atto sacro”. Se parliamo dell’Autorità palestinese, sono decenni che cerchiamo una soluzione: se Fatah avesse avuto veramente il controllo della situazione, se avesse veramente riconosciuto il nostro Paese, lo Stato palestinese sarebbe già una realtà. Olmert lo voleva, e questo è un fatto. Noi non possiamo pensare che Hamas sia un soggetto politico con il quale confrontarsi: se lo facessimo, sarebbe come riconoscere dignità alla loro maggiore ambizione, che è quella di distruggere il nostro popolo. E quindi, la nostra instabilità non mette a rischio il processo di pace. Perché questo, purtroppo, non esiste.


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Dopo le aperture del presidente al mondo musulmano, più difficile un accordo

Può essere la prima grande crisi di Obama di Daniel Pipes

me avrebbe governato Sharon negli ultimi tre anni. Ciò che sappiamo è che toccò al suo erede, Ehud Olmert, mostrare agli israeliani che la terza via di Kadima - una via di mezzo tra Oslo e la Grande Israele, una guerra senza fine e una vacua pace - era il cambiamento di cui Israele aveva bisogno. Tre anni dopo, l’unilateralismo - il marchio di fabbrica di Kadima ha partorito due guerre senza esito e ha esposto il nord e il sud di Israele al lancio di razzi mortali, cortesia delle premiate fabbriche iraniane. Con la politica del ritiro unilaterale freddata dai razzi, con Oslo ucciso dal terrorismo e la Grande Israele travolta dalla demografia palestinese, mentre si profila la minaccia nucleare iraniana, c’era poca scelta per l’elettorato israeliano e poche differenze, a parte la personalità, tra i contendenti. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se il risultato delle elezioni ha riportato la vecchia confusione di 12 partiti senza un chiaro mandato.

Con 28 seggi, Kadima di Tzipi Livni può difficilmente pretendere di aver ottenuto un assegno in bianco. Ha contenuto l’avanzata del Likud, e il suo partito è sopravvissuto, nonostante l’evidente fallimento delle sue politiche. Il suo rivale, Netanyahu, ha visto il suo vantaggio nei sondaggi evaporare, anche se ha più che raddoppiato la forza del suo partito rispetto al pessimo risultato del 2006. La logica di ferro dell’aritmetica di coalizione israeliana, insieme alle sfide politiche che Israele deve affrontare impone un governo di unità nazionale. Né la Livni né Netanyahu sognano l’abbraccio politico dell’altro. E nessuno dei due leader controlla abbastanza forze nella appena eletta Knesset per essere il vero capo di un progetto comune. Non sarà facile. Ma le coalizioni israeliane non sono mai state né semplici né stabili. E la distanza politica tra i due non è così grande come gli odi personali e quindi non ci sono scuse per una reciproca esclusione. Questo non deve essere il destino della Livni o di Netanyahu. L’unità ha una qualità positiva in tempo di crisi. E con l’Iran all’orizzonte e la grande battaglia del nostro tempo che si profila nella regione, gli israeliani possono a malapena permettersi le conseguenze di una divisione.

I risultati (incerti) delle urne aspettando il voto dei soldati Altissima l’incertezza politica sulla scena israeliana. Mentre vengono contati gli ultimi voti (che potrebbero assegnare i cinque seggi in più a uno dei contendenti) Kadima di Tzipi Livni ha conquistato un seggio in più del Likud di Netanyahu (28 contro 27). Ma i numeri attribuiscono alla destra conservatrice e religiosa maggiori chance di formare un governo omogeneo. I 28 seggi di Kadima, insieme ai 13 del Labour e i 3 della sinistra-pacifista di Meretz, raggiungono quota 44. Sul fronte opposto, i 27 del Likud, insieme ai 15 dell’ago della bilancia Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman, gli 11 degli ultra ortodossi sefarditi dello Shas, i 5 degli ashkenaziti dello United Torah Judaism e i sette delle due formazioni di estrema destra (Jewish Home e National Union) dei coloni, raggiungono quota 65. Restano ancora indecisi gli 11 parlamentari delle tre formazioni arabe israeliane, comunque ininfluenti. Allo studio la possibilità di un governo “a rotazione” fra i leader.

er quale motivo fare, a tre sole settimane delle 208 che mancano allo scadere del mandato presidenziale, una valutazione dell’operato di un neopresidente americano riguardo un argomento così misterioso come il Medio Oriente e l’Islam? Nel caso di Barack Obama la si fa: 1. perché è un operato contraddittorio. Il suo background trabocca di radicali antisionisti dagli occhi spiritati come Ali Abunimah, Rashid Khalidi ed Edward Said, di islamisti, di Nazione dell’Islam e di regime di Saddam Hussein. Ma da quando è stato eletto, Obama ha fatto prevalentemente nomine di centro-sinistra e le sue dichiarazioni sono simili a quelle dei suoi predecessori della Stanza ovale. 2. a causa dell’immane ruolo ricoperto da Medio Oriente e Islam. Le sue prime settimane da presidente sono state testimoni di un discorso inaugurale che ne ha fatto profusamente menzione, di una prima telefonata diplomatica fatta a Mahmoud Abbas dell’Autorità palestinese, della nomina di due inviati di spicco e della prima intervista rilasciata al canale televisivo Al-Arabiya. In cosa consiste questo ciclone? Conflitto arabo-israeliano. Una strana combinazione: Sì alle dichiarazioni riguardo agli imperativi di sicurezza di Israele e nessuna condanna della sua guerra contro Hamas. Ma anche profusi elogi per il “Piano Abdullah”, un’iniziativa del 2002 in base alla quale gli arabi accettano l’esistenza di Israele e in cambio lo Stato ebraico tornerebbe ai confini esistenti nel giugno 1967, un piano che si diversifica dalle altre iniziative diplomatiche a causa delle sue innumerevoli questioni in sospeso e del totale affidamento sulla buona fede araba. Le elezioni israeliane hanno buone probabilità di portare al potere un governo che non è favorevole a questo piano, il che vorrebbe dire difficili rapporti israelo-statunitensi per il futuro. Afghanistan e Iraq. Nessuna sorpresa. Più attenzione al primo e meno enfasi al secondo («mi vedrete rispettare l’impegno preso di ridurre le truppe in Iraq»). Iran. Una disponibilità a parlare con un regime iraniano combinata a un debole ribadimento dell’inammissibilità delle azioni di Teheran («l’Iran ha agito nei modi […] che non portano alla pace e alla prosperità»). Guerra al terrore. Un analista ha annunciato che Obama «sta mettendo fine alla guerra al terrore», ma questa è una congettura. Sì, è vero, il 22 gennaio Obama ha accennato al fatto che era «in corso una lotta contro la violenza e il terrorismo», evitando di definirla “guerra al terrore”, ma più tardi nello stesso giorno ha invece parlato proprio di “guerra al terrore”.Visti i numerosi modi maldestri con cui George W. Bush ha fatto allusione a questa guerra, inclusa «la grande lotta contro l’estremismo che adesso viene condotta fino in fondo in tutto il Medio Orien-

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te», l’incongruenza di Obama finora lascia intendere una continuità con Bush più che un cambiamento. Rivolgersi al mondo musulmano. Il riferimento fatto da Obama di voler ritornare «allo stesso rispetto e alla medesima collaborazione che gli Usa hanno avuto con il mondo musulmano negli ultimi venti o trenta anni» modifica la storia, ignorando che il 1989 fu un pessimo anno e che il 1979 fu il peggiore in assoluto riguardo ai rapporti tra Stati Uniti e mondo musulmano. (Nel novembre 1979 Khomeini, giunto al potere dopo aver rovesciato nel febbraio dello stesso anno lo Scià, sequestrò l’ambasciata americana di Teheran, mentre un’insurrezione islamista alla Mecca ispirò un’ondata di attacchi contro le missioni Usa in otto Paesi a maggioranza musulmana.) Democrazia. Rifarsi ai bei vecchi giorni “degli ultimi venti o trenta anni” contiene, comunque, un vero messaggio, come fa notare Fouad Ajami. Questa espressione denota «un ritorno alla Realpolitik e un’apertura nonostante tutto ai rapporti con il mondo musulmano». L’agenda di Bush basata sulla libertà è superata da oltre tre anni, adesso, con Obama i tiranni possono tirare il fiato.

Queste elezioni hanno buone probabilità di portare al potere un governo che non è favorevole al piano Usa, il che vorrebbe dire difficili rapporti israelostatunitensi per il futuro

E per finire, c’è la questione del legame personale che intercorre tra Obama e l’Islam. Nel corso della campagna presidenziale egli ha biasimato i dibattiti in merito ai suoi rapporti con l’Islam, definendoli come “fomentatori di paura” e ha riprovato quelli che hanno esaminato l’argomento, giudicandoli infamanti. Obama ha così categoricamente scoraggiato l’utilizzo del suo secondo nome, Hussein, che John McCain ha chiesto scusa quando uno speaker radiofonico, prima di un comizio elettorale del candidato repubblicano, ha osato dire “Barack Hussein Obama”. Dopo le elezioni le regole sono radicalmente cambiate, con il nome per esteso pronunciato nel giuramento presidenziale e con il neopresidente che dice spontaneamente: «Nella mia famiglia ci sono dei membri musulmani, io ho vissuto in paesi musulmani». È già abbastanza brutto che i legami familiari con l’Islam siano stati considerati un ostacolo durante la campagna presidenziale per poi immediatamente sfruttarli una volta in carica allo scopo di guadagnarsi la benevolenza dei musulmani. Peggio ancora, come osserva Diana West: «È dai tempi di Napoleone che un leader di una grande potenza occidentale non spezza in modo così imperturbabile una lancia a favore del mondo musulmano». Ricapitolando, se le ritirata di Obama dal processo di democratizzazione segna uno sfortunato e importante cambiamento nella linea politica, il suo tono di scusa e il chiaro cambiamento dell’elettorato mostrano un cambiamento di principio e di direzione ancor più preoccupante.


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Crolli. Gli eredi di Ben Gurion e Golda Meir sono ormai la quarta forza del Paese e ripropongono l’incubo del socialismo europeo

Chi resta senza Labour Il partito di Barak è al minimo storico: è una crisi che riflette quella di tutta la sinistra occidentale di Antonio Funiciello

ROMA. Le elezioni dovevano rappresentare per Israele lo spartiacque rispetto alla difficile e contraddittoria gestione politica dell’era Olmert.Tutto il mondo ha atteso gli exit polls e, soprattutto, lo scrutinio con un’altissima aspettativa, pari a quella delle elezioni del 1996 successive al barbaro assassinio di Yitzhak Rabin. Il risultato elettorale lascia, invece, il Paese nel caos, con l’aggravante prodotta da quella sorta di istituzionalizzazione della confusione politica che le celebrate elezioni sanciscono. Un groviglio intricatissimo, anche in parte causato da una legge elettorale di tipo proporzionale, con riparto in un’unica circoscrizione nazionale degli eletti a lista bloccata. Una legge giustificata dal problematico contesto multiculturale e multireligioso, ma che si mostra ormai in contrasto con quella esigenza di governo stabile di cui Israele (e l’intera area medio orientale) ha un gran bisogno. Tuttavia, al di là di rilievi tecnici, il cui formalismo non aiuta a comprendere quanto nel Paese si è ingenerato in seguito all’esito elettorale, un dato politico incontestabile c’è: la sinistra in Israele non esiste più. Il Partito Laburista esce ridimensionato come mai nella storia d’Israele. È il quarto partito del Paese, dietro Kadima, Likud e la destra di Lieberman, incalzato dal partito ultraortodosso Shas al quinto posto, da cui è staccato di soli due seggi. Il Labour israeliano non è soltanto - si fa per dire

- il partito di Rabin. È l’erede di quel Mapai di Ben Gurion e Golda Meir che ha letteralmente “fatto”lo Stato d’Israele, interprete politico privilegiato di quel movimento sionista che è alle origini della fondazione della nazione. Non è, insomma, un qualsiasi partito in crisi, alle prese con la necessità di cambiare decisamente rotta. La sua sconfitta, che lo relega ai bordi dello scenario politico nazionale e internazionale, è un evento traumatico. Fatte le debite differenze, è come se in Inghilterra i Conservatori, che pure godono oggi di ottima salute, diventassero il terzo partito, arretrando alla posizione di marginalità politica che è dei Liberali di Sir Campbell.

Se pure la Livni dovesse riuscire a formare un esecutivo di unità delle forze più moderate, il ruolo dei Laburisti sarebbe il meno influente nell’azione di governo. Se, d’altro canto, dovesse prevalere l’ipotesi di un governo delle destre, il partito di Ehud Barak sarebbe confinato ad uno sterile ruolo di opposizione. La scomparsa della sinistra in Israele ha naturalmente cause interne ben precise. Il maggiore indiziato è proprio il presidente del partito Barak. Uomo politico assai discusso, dopo il fallimento delle trattative con Arafat, negli anni alla guida del governo israeliano tra il 1999 e il 2001, e la sconfitta alle elezioni che videro Sharon prevalergli, era scomparso dalla scena. Per poi tornare due anni fa alla guida del partito e

farlo precipitare ai livelli di consenso di oggi, abbandonato anche da quell’influente ceto intellettuale che era stato sempre vicino ai Laburisti. Eppure, questo drammatico ridimensionamento della sinistra in Israele non può essere circoscritto a confini tanto angusti. È evidente che la sinistra israeliana sconta la fatica di ripensare se stessa e la proprio funzione di guida della nazione, dopo l’attacco alle Twin Towers dell’11 Settembre 2001. Il nuovo contesto determinatosi in seguito alla strategia criminale del terrorismo islamico agisce criticamente soprattutto sulla questione israelo-palestinese, pur non intervenendo in senso militare su di essa. Ciò comporta un inasprimento delle condizioni geopolitiche medio orientali che solo Ariel Sharon aveva intuito e affrontato, “inventando” Kadima, mentre i Laburisti restavano fermi al palo di categorie interpretative ormai desuete.

La dura sconfitta del Partito Laburista d’Israele, con soli 13 seggi conquistati nella diciottesima Knesset, non è però un evento isolato nel contesto internazionale. S’inquadra nella crisi di irrilevanza politica in cui versano i partiti dell’Internazionale Socialista in Europa e nel mondo, organizzazione a cui aderiscono i Laburisti israeliani, potendo per altro contare anche il proprio leader Ehud Barak tra i suoi trentacinque vicepresidenti. Le difficoltà di comprensione del nuovo equilibrio mondiale post 9/11 è assai diffusa tra i socialisti

dei cinque continenti. Ed è proprio il ritardo nell’elaborazione politica della sinistra mondiale nei confronti delle novità accorse che produce un netto spostamento a destra nel governo del pianeta. Un fenomeno ormai chiaramente distinguibile, contrastato unicamente dalla vittoria del Partito Democratico di Barack Obama negli Stati Uniti.Vittoria che, non a caso, non è ascrivibile al contesto culturale dell’Internazionale Socialista e, per quanto rappresenti ancora l’evento principale dell’attuale fase politica, non è neppure sufficiente a correggere lo spostamento a destra in corso nei governi nazionali.

Lo storico Paolo Pombeni parla del partito di Tzpi Livni e della sua esportabilità

«Se arriva in Italia il fattore Kadima» di Gabriella Mecucci

ROMA. Lo scontro politico istituzionale di questi giorni in Italia, la virulenza del linguaggio usato nel caso Englaro ha riportato di attualità il bisogno di proposte e di capacità di mediazione. Un confronto meno ideologico e più legato al che fare che abbia prima di tutto le caratteristiche della moderazione. Si è risentito un bisogno di un grande centro capace d abbassare la febbre della politica. E tutto questo è accaduto proprio mentre in Israele, pur da mille difficoltà, il partito moderato della Livni è riuscito ad uscire dalla grave crisi i cui versava e a vincere,

anche se di poco, le elezioni. Ne abbiamo parlato col professor Palo Pombeni, storico contemporaneista. Innanzi tutto, è possibile che nasca una Kadima italiana? In tutti i sistemi politici c’è sempre bisogno di un forte componente moderata. Può accadere che questo atteggiamento venga incamerato e diventi maggioritario nei due partiti che danno luogo al bipartitismo. In quel caso non è necessario che si costruisca un grande centro. Se questo non avviene e nelle due forze politiche principali prevalgono atteggiamenti estremi, allora può manifestarsi la necessità chesi formi un partito centrista vero e proprio. Quanto a Kadima e alla vicenda israeliana, essa è profondamente diversa da quella italiana.

Non si possono fare paragoni? È difficile. In Israele Kadima è nata per volontà del leader del Likud, Sharon, ed è riuscita a diventare però anche il punto di riferimento di intellettuali e classi dirigenti laburiste. Si è formata insomma una elite qualificata che è riuscita ad ottenere un forte consenso popolare sin dalla sua prima uscita. Oggi la Livni ha compiuto l’impresa, nonostante le previsioni iniziali di confermare sostanzialmente quel seguito elettorale. Occorre dire che sia il Likud sia il Labour avevano due ideologie ormai ossificate. E c’era bisogno di uno svecchiamento di quelle culture politiche. E in Italia? Da noi ci sono non poche diversità. Il Pd e il Pdl sono due partiti nati da pochissimo. An-


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Savino Pezzotta: è un modello che serve anche a noi

«Solo dal Centro si governa la crisi» di Errico Novi

ROMA. L’esempio di Israele non è così discorso dei valori, mi dite come è pos-

Ben Gurion e Golda Meir, i padri storici del Labour israeliano. A destra, Savino Pezzotta. A sinistra, Paolo Pombeni

Israele è, da sempre, un’avanguardia e un avamposto dell’Occidente. Un vero e proprio laboratorio in cui prima si registrano i problemi politici e prima si sperimentano le possibili soluzioni. La scomparsa della sinistra israeliana è un sintomo dei rischi di ridimensionamento, se non di estinzione, che corre la sinistra mondiale nel caso in cui non si sappia profondamente rivedere e ripensare nell’era della globalizzazione. Un’inversione di tendenza è possibile

solo a patto di una rivoluzione culturale vera, che muova dai temi della terza via degli anni Novanta e proceda anche oltre. Per la sinistra israeliana si tratta chiaramente di chiudere la fase del Partito Laburista, come aveva saputo chiudere quella gloriosa del Mapai, per aprirne una del tutto innovativa. Un compito arduo, che può essere assolto solo attraverso il commiato nei confronti della generazione di Barak e l’ingresso sulla scena politica di un ceto politico più giovane e meglio preparato. Un percorso molto simile a quello che dovrebbe seguire la sinistra anche nel resto del mondo.

zi, il Pdl deve ancora formalmente nascere. Entrambi vogliono tenere dentro di loro – questo, almeno, è ciò che proclamano – le componenti moderate e centriste. Anzi, vogliono fare della moderazione un loro tratto costitutivo. È vero, ma sempre di più appare chiaro che sia gli uni sia gli altri tradiscono questa iniziale promessa di moderazione. Aldilà delle parole, i fatti parlano chiaro. O no? Questo è vero e la vicenda Englaro ne è stato un esempio. Ma le ripeto per far nascere un terzo partito centrista occorre molto di più. C’è bisogno che si formi una elite numerosa e qualificata e che sia in grado di avere il consenso popolare. Per la verità il Pd, e in modo più macroscopico il Pdl, hanno difficoltà ad andare oltre il leader. Il nostro bipartitismo è imposto dal nostro sistema elettorale? Questo è sempre vero, ma sino ad un certo punto. Si riteneva che il sistema tedesco non desse spazio a più di tre partiti: Cdu, Spd e talora ai liberali. In realtà ormai siamo a quota 5 o 6. E persino in Inghilterra il La-

bour è stato a lungo tenuto fuori dalla legge elettorale, ma poi, alla fine, è entrato. In Italia poi c’è stato a lungo un grande partito di centro: la Dc... Sì, ma il fatto che sia scomparso la dice lunga. È scomparso, infatti, quello che ne fu il più importante cemento: una cultura cattolica popolare e di massa. Oggi nemmeno la Chiesa va nella direzione della sua ricostruzione: preferisce scegliere la via identitaria. Per il momento, in Italia non si vede questa cultura unitaria che può fare da lievito ad un nuovo centro. Quello che c’è purtroppo è solo la cultura televisiva di Berlusconi. Secondo lei, dunque, una Kadima italiana non è possibile? Non escludo affatto che possa nascere un grande partito di centro. Ad aiutare questo processo politico potrebbe essere proprio la gravità della crisi economica. Quando si creano queste condizioni particolarmente difficili c’è bisogno di proposte e di capacità di mediazione. Proprio d questo stato di difficoltà può nascere una cultura che unifichi il paese. Una cultura moderata e di governo.

lontano. Non è detto che si debba ricorrere alla mediazione solo di fronte a un conflitto pluridecennale o alle rovine di una guerra mondiale – quelle di fronte alle quali si trovarono i padri costituenti, per fare un altro esempio. Savino Pezzotta non ha dubbi: «Un patto di unità nazionale tra tutte le forze del Paese, costruito attorno al Centro, sarebbe utile anche a noi. Che come il resto dell’Occidente ancora non abbiamo misurato la vera portata della crisi economica. Cambia la vita delle aziende, la cassa integrazione dilaga ed è destinato a modificarsi il rapporto stesso tra lo Stato e le imprese. Di fronte a problemi del genere sarebbe necessario dare risposte unitarie. In Italia non lo facciamo da 15 anni». Quindi il Centro come camera di compensazione, come forza di mediazione che attenua le tensioni, non è un modello necessariamente incompatibile con la modernità. Intanto basterebbe guardare cosa accade nei Paesi di consolidata tradizione bipolare, anche negli Stati Uniti: alla fine si governa al centro. Obama non attua certo un programma di sinistra. Il Centro è il luogo del governare, dove si smettere di “giocare solo per vincere”, come invece avviene in Italia. Anche lo scontro sul caso di Eluana Englaro sembra avvalorare la necessità di una compensazione al centro del sistema. Ecco, si faccia caso anche a questo: in giorni difficili come quelli che abbiamo appena vissuto c’è un’area in cui i toni sono stati abbassati man mano che gli altri li esasperavano, ed è la nostra. Abbiamo una visione del mondo chiara, costruita attorno a valori non negoziabili. Ma noi sappiamo che le crociate non rappresentano un buon criterio per farli valere. Mi fa sorridere anche chi parla di libertà di coscienza come se, su temi del genere, fosse una concessione. La coscienza delle persone è la prima cosa, la linea politica per me viene dopo. E il dibattito sul fine vita non è stato certo il solo terreno di verifica. Qual è l’altro? Anche la difesa della Costituzione va condotta da posizioni di dialogo e di confronto. Altri partiti si sono lasciati prendere la mano. E poi per tornare al

sibile sostenere ancora che i cattolici vogliono imporre la loro visione del mondo? Chi affronta il dibattito da un presupposto simile provoca solo l’irrigidimento delle posizioni. Anche i padri costituenti sapevano che c’erano questioni su cui ciascuna parte non avrebbe mediato. E tutti hanno avuto rispetto delle posizioni dell’altro. Bisogna per forza trovarsi in condizioni estreme per riconoscere la necessità del Centro. Ma come detto, noi stessi siamo oggi in una situazione in cui dovrebbe prevalere proprio questa prospettiva.Torniamo al paradigma: se non si riesce a contemperare la visione di chi mette al primo punto l’esistenza di Israele con la questione palestinese, il Medio Oriente resta sempre nella stessa situazione. Se invece dei falchi prevale una posizione più moderata come quella di Kadima il confronto e il dialogo sono più facili. È un fatto naturale, il Centro favorisce la soluzione delle crisi. Che vuol dire, in una parola, essere al centro? Non coltivare mai il senso della rivalsa. Le giro l’obiezione da manuale: è possibile, in una società in cui tutto ruota attorno ai media, far emergere un approccio del genere? Se continuiamo a pensare che la politica può fare a meno della partecipazione, che la si può ridurre a spettacolo e che i sondaggi sono sempre decisivi, allora resteremo per sempre in campagna elettorale. E in campagna elettorale si va allo scontro, nessuna mediazione è possibile. In Italia ormai va così. E non andiamo da nessuna parte, da 15 anni, ormai. Continuiamo a sollecitare gli impulsi più incontrollati, per esempio sul tema dell’immigrazione. In pratica si procede come se si dovesse sempre inseguire la vittoria anche quando si è già vinto. E invece bisogna governare. In questa idea di contrapposizione esasperata siamo intrappolati dal Dopoguerra. È vero fino a un certo punto. Abbiamo comunque avuto una fase costituente, poi la ricostruzione, i governi di centrosinistra, il compromesso storico. Finché non è stato introdotto un sistema bipartitico che non ha radicamento culturale nel nostro Paese.

Sul caso Englaro abbiamo tenuto bassi i toni, ma in gioco c’erano valori per noi non negoziabili


politica

pagina 6 • 12 febbraio 2009

in breve Il Csm boccia il decreto sulle intercettazioni

Denunce. La Corte dei Conti fa la radiografia di un sistema ancora poco “controllato” dallo Stato

«Cresce la corruzione» di Guglielmo Malagodi

ROMA. Siamo sempre il paese della corruzione. Non è il tema di una chiacchiera da bar, ma la sostanza delle relazioni di apertura dell’anno giudiziario presso la Corte dei Conti. La cosa, dunque, è più grave di quanto sembri. I settori in cui la corruzione prospera? La sanità, i rifiuti, i contributi comunitari, le opere edilizie incompiute, i prodotti finanziari derivati e l’amministrazione pubblica nel suo complesso. E che cosa si può fare? Poco, secondo la Corte dei Conti, ma certo serveno maggiore trasparenza nella pubblica amministrazione e tagli della spesa, purché non sia indiscriminato.

Ma vediamo i numeri, perché offronto una sinistra radiografia dell’Italia corrotta. Le condanne della Corte dei Conti hanno fatto incassare allo Stato, tra il 2004 e il 2008, circa 34 milioni di euro a fronte di quasi 220 milioni accertati. Un incasso che in pochi anni è più che triplicato. «L’importo – ha spiegato il presidente Tullio Lazzaro nel corso della sua relazione - va a 350 milioni di euro includendo le condanne pronunciate a favore degli enti diversi dallo Stato nel periodo 2004-2007». Le truffe nei settori della spesa farmaceutica-sanitaria, dei rifiuti, e dei contributi comunitari, le opere edilizie incompiute e un uso sconsiderato dei prodotti finanziari derivati: un quadro di mala amministrazione che, nel 2008, si è tradotto in atti di citazione in giudizio per un totale di circa 1 miliardo e 700mila euro di danni e in 561 sentenze di condanna in primo grado. Tra i casi più eclatanti

segnalati dal pg della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, l’emergenza rifiuti in Campania che nel 2008 ha portato alle prime condanne da parte della magistratura contabile regionale per un totale di 650mila euro; ma restano da definire altri due giudizi per un totale di 45milioni di euro di danni, mentre altre istruttorie sono state aperte. La procura regionale del Lazio ha invece contestato a dieci concessionari del servizio new slot (le slot machi-

stema sanitario, la procura della Corte dei Conti della Lombardia ha chiesto risarcimenti per oltre 8 milioni di euro alle 14 persone coinvolte nell’inchiesta sulla cosiddetta clinica degli orrori di Milano per interventi ritenuti inutili e dannosi sui malati solo per ottenere rimborsi dallo Stato. Notevoli anche le condanne (77) nel 2008 per danni erariali causati da attività contrattuale, per esempio appalti per la costruzione di strade, scuole o carceri

I settori maggiormente a rischio sono quelli della sanità, dei rifiuti, dei contributi comunitari e, naturalmente, delle opere edilizie incompiute. «È in gioco la stessa democrazia del nostro Paese» ne collegate in rete) una cifra da capogiro di 70 miliardi di euro di danno erariale (una somma «enorme, pari a diversi punti di Pil», ha ammesso Pasqualucci, ma in relazione alla quale il giudizio è sospeso in attesa di una decisione della Cassazione).

Gli onori delle cronache al caso Calciopoli sono andati non solo al processo penale ma anche a quello attivato dalla Corte dei Conti: la procura regionale del Lazio ha emesso due atti di citazione, il primo nei confronti di nove persone tra dirigenti, arbitri, assistenti di gara e due giornalisti Rai ai quali si richiede di risarcire 240milioni di euro, mentre il secondo per contestare ad altre nove persone un milione di euro per danni all’immagine e da disservizio. E ancora: per danno all’immagine, stavolta del si-

che, a causa di tangenti o sovrafatturazioni, sono stati eseguiti tardi e male, oppure mai realizzati: le citazioni in giudizio per questo tipo di danno, sempre nel 2008, sono per un totale di 831milioni di euro. Atti di citazione per circa 79milioni di euro sono invece stati emessi per frodi comunitarie, in particolare per lo sforamento delle quote latte, mentre il ricorso ai derivati ha causato citazioni per quasi 46mila euro.

E le risposte? È «necessaria la massima trasparenza in ogni agire della Pubblica amministrazione, altrimenti la sfiducia può costituire un rischio mortale per la vita stessa della democrazia, ha spiegato Lazzaro. Nel caso in cui manca la trasparenza, infatti, «il cittadino percepisce la funzione pubblica come qualcosa di estraneo, di diverso da sé e dal proprio

mondo». In questa chiave, la Corte dei Conti ha promesso un attento monitoraggio del federalismo fiscale e ai suoi effetti sulle piccole amministrazioni. Il rischio è quello di un impoverimento dei fondi a disposizione: perciò è necessario «arginare il ricorso sconsiderato» ai prodotti finanziari derivati, cosa che costituisce «un fenomeno generalizzato su base nazionale», e questo nonostante i diversi interventi legislativi con i quali si è cercato di limitare il fenomeno. Il pg della Corte dei Conti, infatti, ha evidenziato come i numerosi interventi del legislatore «non hanno impedito, su base locale, l’emersione di politiche speculative determinate dall’intento di ottenere immediati vantaggi in termini di liquidità con pregiudizio degli equilibri futuri». In questo quadro, alcuni profili di criticità sono stati segnalati nella Regione Lazio e si è conclusa l’istruttoria per «un grave danno patrimoniale a danno di Poste Italiane» che ha portato a un atto di citazione nei confronti di tre presunti responsabili di Poste per un danno finanziario di quasi 77mila euro. C’è infine il caso di un Comune, non meglio specificato dal pg Paqualucci, che avrebbe sottoscritto un’operazione per quattro milioni e 200milia euro trasformando i mutui a tasso fisso in debiti a tasso variabile, vedendo così crescere le proprie spese nell’illusione di una disponibilità immediata di liquidi. Insomma, dove non arriva la corruzione, arriva l’ignoranza finanziaria. Nell’uno e nell’altro caso, comunque, la vittima è sempre il nostro futuro.

Dal Csm arriva una sostanziale bocciatura al ddl sulle intercettazioni: i troppi limiti previsti produrranno «un grave pregiudizio per le attività di indagine anche in settori particolarmente delicati e sensibili». A esprimere il no al provvedimento è la Sesta Commissione di Palazzo dei marescialli con un parere approvato, con cinque voti a favore e l’astensione del laico dell’Udc Ugo Bergamo. Il testo è stato presentato con procedura d’urgenza al plenum, per essere discusso e votato dall’assemblea la prossima settimana.

Svimez: il federalismo è anticostituzionale Il Ddl su federalismo fiscale approvato dal Senato «pone dubbi di costituzionalità» e, nell’articolo 21 relativo alla perequazione infrastrutturale, non riconosce la specificità del Mezzogiorno. Sono alcuni dei punti critici evidenziati dallo Svimez in un documento depositato nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera in occasione della audizione sul provvedimento.

Sì del Senato al “milleproroghe” Passa nell’aula del Senato la fiducia sul decreto legge «Milleproroghe». Il provvedimento che regola tutte le variabili di spesa previste dalla Finziariaria, e che scade il primo marzo, passa ora all’esame della Camera. Tra le misure approvate, anche il «piano carceri» messo a punto dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che concede fino al 2010 poteri straordinari al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), Franco Ionta, e autorizza iter piu’ veloci per l’edilizia carceraria. E poi, le nuove misure in materia di editoria che, tra le altre cose, «salvano» i contributi per i giornali di partito ed estendono ai periodici le norme sulla cassa integrazione previste per i quotidiani. Viceversa, sarebbe stato tolta la norma che prevedeva l’obbligo che le nuove costruzioni fossero alimentate anche da fonti rinnovabili.


economia

12 febbraio 2009 • pagina 7

Rischio depressione. La Ue convoca due summit straordinari a Bruxelles e Praga. Da domani, G7 finanziario a Roma

A colpi di vertici contro la crisi di Enrico Singer Giulio Tremonti con il direttore del Fmi Dominique Strauss-Kahn e il ministro francese delle Finanze, Christine Lagarde

segue dalla prima Il primo marzo i leader europei passeranno la domenica a Bruxelles per parlare del pericolo-protezionismo e, in maggio a Praga, ci sarà un altro incontro sraordinario per affrontare il capitolo-disoccupazione. Sono i due vertici straordinari che la presidenza ceca della Ue ha convocato ieri. Ma il segnale che arriva dai mercati è sempre più chiaro: la strategia dei “vertici infiniti” rischia di creare soltanto più confusione e dubbi. Il ministro Tremonti che, domani e sabato, presiederà un altro summit - il G7 finanziario che si riunirà a Roma - lo aveva già detto qualche mese fa: i vertici ormai servono per annunciare altri vertici. Una battuta a effetto, di quelle che piacciono molto al ministro dell’Economia, ma che dipinge bene il sovrapporsi degli appuntamenti internazionali che dovrebbero trovare la ricetta per rimettere in marcia l’economia mondiale. Al G7 di domani e sabato a Roma seguirà un G4 il 22 febbraio a Berlino, poi ci sarà il vertice straordinario della Ue del primo marzo, quindi i capi di Stato e di governo dei Ventisette si rivedranno a Bruxelles per il Consiglio europeo del 20 e 21 marzo, il 2 aprile ci sarà un G20 a Londra, in maggio ci sarà l’altro summit straordinario della Ue a Praga e in luglio ci sarà il vertice del G8 in Sardegna. Come se, ogni volta, un’istanza superiore dovesse riesaminare quello che è stato già discusso e, magari, deciso.

Il G7 finanziario di Roma non sfugge a questa regola e già si dice che sarà inevitabilmente “oscurato”dal G20 di Londra al

modalità, tuttavia, sono da definire. Il ministro ha ammesso che «una normativa sui bad asset è molto complicata» perché bisogna mettere d’accordo protagonisti e interessi diversi. È lo stesso problema che ci si trova di fronte quando sono in gioco i provvedimenti a favore dei settori più colpiti dalla crisi, come quello dell’auto nel campo dell’economia reale.

Tremonti vuole lanciare l’idea di un “insieme minimo di regole di trasparenza”, un Legal Standard che la comunità economica mondiale dovrebbe rispettare. Divide l’ipotesi di creare una “bad bank” quale parteciperanno Paesi come la Cina, l’India e il Brasile il cui peso nella governance mondiale è ormai determinante. Giulio Tremonti, tuttavia, ha intenzione di lanciare, nel suo intervento alla cena di venerdì a Villa Madama, l’idea di adot-

tare «un insieme minimo di regole di trasparenza», un Legal Standard, come il ministro stesso lo ha definito, che la comunità economica internazionale dovrebbe impegnarsi a rispettare. Un mix di misure volontarie e obbligatorie che do-

Il vertice del G8 potrebbe sugellare la normalizzazione tra Usa e Libia

Obama-Gheddafi, incontro in Sardegna? Obama e Gheddafi potrebbero incontrarsi al vertice del G8 in Sardegna dove il leader libico dovrebbe rappresentare l’Unione Africana, di cui è stato appena eletto presidente, nel tradizionale forum che mette a confronto i Paesi più sviluppati con quelli in via di sviluppo. Sarebbe il primo incontro tra il colonnello Gheddafi e un presidente americano. Ma non è ancora chiaro quanto gli Usa e gli altri membri del G8 siano favorevoli alla presenza del leader libico e la lista definitiva dei partecipanti al summit non è stata ancora messa a punto. I rapporti tra Stati Uniti e Libia, interrotti per molti anni a causa del sostegno libico ai gruppi terroristici, sono ormai migliorati al punto da permettere l’apertura di un’ambasciata americana in Libia. L’anno scorso Condoleezza Rice, allora segretario di Stato, ha fatto visita a Gheddafi, mentre l’ex

presidente George W. Bush gli ha parlato al telefono, ma c’è ancora una buona dose di diffidenza. Come primo afro-americano eletto alla Casa Bianca, sarebbe comunque strano che Obama mancasse proprio alla sessione del summit che sarà dedicata all’Africa. I rapporti tra Libia e Stati Uniti sono migliorati da quando Tripoli, l’anno scorso, ha indennizzato le famiglie degli americani uccisi nell’attentato contro un jet Pan Am a Lockerbie, in Scozia, e lo scorso dicembre è stato nominato il primo ambasciatore Usa. Quando Obama era ancora candidato alla presidenza, Gheddafi aveva detto che soffriva di un «complesso di inferiorità» perché nero e che, se fosse stato eletto, si sarebbe «comportato peggio dei bianchi». Ma ha poi definito l’elezione di Obama come una «vittoria per i neri».

vrebbero essere monitorate con vari strumenti.

Il G7 di Roma sarà anche l’occasione per ascoltare il nuovo ministro del Tesoro di Barack Obama. E il giudizio di Timothy Geithner si annuncia interessante sia sul Legal Standard sia sulle diverse ipotesi di riassorbimento delle cosiddette “attività tossiche” che hanno paralizzato molte banche tanto negli Usa che in Europa. Dopo settimane d’indiscrezioni sulla creazione di una bad bank pubblica in cui far confuire i titoli“tossici”che si trovano nei portafogli delle banche in difficoltà, Geithner due giorni fa, illustrando il suo piano di salvataggio dell’economia americana, ha parlato più genericamente del principio di una collaborazione tra pubblico e privato per risolvere il problema degli asset ad alto rischio, senza però spiegare come funzionerà il sistema, né come verrà stimolato l’interesse dei soggetti privati che dovrebbero partecipare a questa operazione. Il dibattito sull’opportunità di creare una bad bank, naturalmente, è aperto anche in Europa. Ne ha già parlato l’ultimo Ecofin a Bruxelles e ne ha parlato anche Tremonti che all’ipotesi di una bad bank a carico dei contribuenti sembra preferire una moratoria internazionale sulle attività tossiche delle banche le cui

Il vertice straordinario della Ue convocato per domenica primo marzo sarà dedicato proprio al rischio di una deriva protezionistica che potrebbe essere innescata da provvedimenti come quelli annunciati dal presidente Nicolas Sarkozy a favore delle case automobilistiche francesi. Lo scontro nella Ue su questo punto è forte. Contro Sarkozy si è schierato proprio l’attuale presidente di turno dell’Unione: il premier della Repubblica ceca, Mirek Topolanek. Il maxi-pacchetto da 6,5 miliardi di euro annunciato da Sarkozy per sostenere l’industria dell’auto pone la condizione che non ci siano tagli negli stabilimenti in Francia: una clausola che agli occhi di Topolanek suona come una minaccia per le fabbriche di Citroen e Peugeot nella Repubblica ceca. Il mantra, ripetuto fino allo sfinimento a Bruxelles, è che i Paesi della Ue devono allontanare da sé le tentazioni di nazionalismo economico, pena la distruzione del bene maggiore dell’Europa: il mercato unico. La necessità d’intervenire per evitare il crack di tutto il settore auto in Europa - la stessa che c’è negli Usa - rimane e il vertice straordinario del primo marzo dovrebbe, almeno nelle intenzioni, «sintonizzare le reazioni dei Paesi membri per affrontare la crisi». Anche perché ci si è accorti che, in quattro mesi, si sono già persi 130mila posti di lavoro. E non è un caso che l’altro vertice straordinario della Ue che è stato convocato ieri - e che si terrà in maggio a Praga - sarà dedicato proprio alle misure per fronteggiare la disoccupazione. In attesa che di tutti questi aspetti della crisi generale si parli anche al G4 di Berlino, al G20 di Londra, al G8 in Sardegna. Ma che, soprattutto, dalla strategia delle parole e dei “vertici infiniti” si passi alla strategia delle misure concrete e condivise. Perché il rischio del nazionalismo economico non è in agguato soltanto in Europa.


politica

pagina 8 • 12 febbraio 2009

Dissensi. I cattolici insistono: «No alle discipline di partito», ma i veltroniani minimizzano lo scontro: «Posizioni conciliabili»

Dove osano i teodem?

Il Pd in agitazione dopo lo strappo di Rutelli. Molti temono l’addio della sua componente di Franco Insardà segue dalla prima Non la pensa allo stesso modo Ermete Realacci che in qualche modo esprime la linea ufficiale del Nazareno: «Si tratta di posizioni personali che derivano da convincimenti dei singoli. Io avrei votato in maniera diversa». Si vuole in qualche modo limitare il dissenso all’area teodem-rutelliana anche se il consenso al disegno di legge sul caso di Eluana Englaro era più ampio. Gi stessi Enrico Letta, Franco Marini e Giuseppe Fioroni avevano manifestato una certa disponibilità. Paola Binetti guarda questa situazione con particolare interesse: «È necessario attendere gli eventi, oggi non sappiamo come andrà a finire. Bisogna tenere sotto osservazione il fenomeno». Insomma la vita dei cattolici all’interno del Pd non è mai stata semplice, ma in quest’ultimo periodo si sta andando verso una spaccatura abbastanza evi-

dente. Secondo il teodem Luigi Bobba: «Non bisogna dare una rappresentazione schematica e semplicistica delle varie posizioni su temi così complessi. Sul disegno di legge per salvare Eluana c’era la convergenza anche di molti laici».

Da più parti si sottolineano gli aspetti positivi di questa dialettica interna al partito guidato da Walter Veltroni. Marco Follini, per esempio, intervistato da Lucia Annunziata su Red Tv ha sottolineato che: «Il Pd è un partito che racchiude esperienze molteplici ed è normale che ci siano posizioni diverse e coraggiose, rispetto all’eccessiva graniticità del centrodestra». Ma la posizione di Francesco Rutelli e degli altri senatori non va giù a molti:

«Con questo voto - dicono - si sono legati le mani, accettando il disposto del disegno di legge, mentre la mozione presentata dal partito lasciava una strada aperta per il dibattito».

Il dalemiano Gianni Cuperlo va oltre sostenendo che il partito deve: «Avere il coraggio di affrontare i nodi irrisolti, per avere un profilo riconoscibile». Luigi Bobba, invece, la pensa in modo molto diverso: «Quale occasione migliore di questa per costruire un partito plurale. Se, invece, si pensa di arrivare a una disciplina di partito siamo fuori strada. Quando si discusse della legge 40 all’interno della Margherita c’erano posizioni diverse e tutte legittime. Lo stesso presidente Rutelli ne espresse una,

Bobba: «Non è uno scandalo che su alcuni temi maggioranza e opposizione abbiano posizioni simili»

ma a titolo personale. Sarebbe da rivalutare e riproporre quell’esperienza che ha rappresentato un momento di confronto alto all’interno di un partito. I democratici americani che vengono continuamente presi ad esempio su molte questioni sono divisi, si confrontano e votano liberamente. Questa è la strada giusta per far crescere un partito».

La senatrice Emanuela Baio, una dei cinque ribelli del Pd a Palazzo Madama si è detta: «Fiduciosa che anche altri colleghi del mio partito approveranno una legge sul testamento biologico che contenga il principio secondo il quale l’alimentazione e l’idratazione sono un sostegno vitale e non vanno sospesi. E prova ne è il fatto che è altri 23 colleghi del

Il premier sempre più isolato. Fini lo incontra e ribadisce che le riforme si fanno insieme. Ma An prende le distanze dal suo leader

Anche Bossi si schiera con il Colle: «La Carta non si cambia» di Errico Novi segue dalla prima Ma anche sul fronte An la giornata è stata bollente, per Berlusconi. Gianfranco Fini ha chiuso nel modo più decoroso possibile il pesantissimo conflitto che si era aperto tra lui e il resto (quasi tutto il resto, An compresa) del Pdl: nel pomeriggio di ieri ha ricevuto Silvio Berlusconi nel suo studio di presidente della Camera, per circa venti minuti. Un chiarimento favorito dagli auspici di Ignazio La Russa e reso fatalmente necessario da una circostanza particolare: il decennale della morte di Pinuccio Tatarella. Al dibattito celebrato nella Sala della Regina di Montecitorio sono intervenuti sia il premier che il leader di An. A fine incontro il Cavaliere ha discusso con la terza carica dello Stato delle di-

verse posizioni sul caso di Eluana Englaro e del relativo corredo di intemperanze, soprattutto quelle di Maurizio Gasparri. A Fini non ha fatto piacere l’approvazione più o meno esplicita che il capogruppo del Pdl ha ricevuto martedì scorso da Arcore, quando Berlusconi gli ha telefonato mentre con lui erano in riunione i vertici della Lega e lo stesso La Russa.

Non ha fatto piacere, al numero uno di via della Scrofa, la stessa intervista a Gasparri pubblicata ieri dal quotidiano della famiglia Berlusconi, il Giornale, in cui il colonnello si esercitava in nefaste previsioni per il suo capo: «Con questa linea non potrà mai diventare leader del centrodestra». Dal Cavaliere, Fini ha ottenuto l’impegno a favorire la coesione all’interno del nuovo partito. Un chiarimento che d’altronde Berlusconi ha raccontato come non necessario: «Tutto bene, benissimo: non c’era nulla da ricomporre, almeno da parte mia. È come per quello che hanno scritto su di me e il Capo dello Stato: non c’è mai stato nessun contrasto, i giornali come al solito scrivono il contrario della realtà». È vero però che il faccia a faccia era particolarmente necessario per ristabilire un minimo di gerarchia in un partito, Alleanza nazionale, avviato alla dissoluzione ma pur sempre tenuto insieme da interessi comuni.

Nessuno mette ufficialmente in discussione la titolarità che Fini ancora vanta rispetto ai destini della destra. Ma una frattura c’è e la posizione assunta dal presidente della Camera sul fine vita non fa altro che ingigantirla: dentro An sono pochi a identificarsi con il leader rispetto a temi del genere, molti di più darebbero ragione a Gasparri. Lo si era intuito già in occasione del referendum sulla legge 40, prima occasione in cui è emersa la visione eterodossa di Fini. Con il solito grado di impenitente sadismo Francesco Storace lo ha evidenziato ieri in un’intervista ad Affaritaliani.it: «La base di An è con Gasparri, nel Pdl Fini si trova in una condizione di asilo». Con il discorso di ieri al decennale di Tatarella, il leader di An ha fatto propria la concezione di una destra «moderna e modernizzatrice, repubblicana e ben radicata in un sistema bipolare», che era propria del ministro dell’Armonia. Si tratta di una visione non sovrapponibile a quella di tanti aennini, che si riconoscono appunto nel radicalismo alla Gasparri. E che non condividono l’urgenza di frasi come quella che Fini ha rivolto alle «riforme» da attuare «con una responsabilità comune». Che cosa ne penseranno, adesso, dopo che anche Bossi - di fatto - si è schierato con Gianfranco FIni?


politica

12 febbraio 2009 • pagina 9

Da giorni circola una versione diversa sull’opposizione al decreto

Illazioni di Palazzo sulla lettera del Colle di Marco Palombi

ROMA. Giorgio Napolitano, gentiluomo campano formato alla scuola politica della prudenza e del silenzio, non si abbasserebbe mai ad una polemica pubblica con Silvio Berlusconi e il suo governo, eppure la versione raccontata dal premier del cortocircuito istituzionale non sarebbe immune da alcune volute omissioni e strategiche inesattezze. Il capo dello Stato, dunque, seppur allergico all’idea di lavare in piazza i panni sporchi, in questi giorni avrebbe raccontato la sua versione dei fatti ad alcuni interlocutori fidati, tra cui ad esempio il presidente della Camera Gianfranco Fini. La versione di Giorgio, se è concesso citare il Barney di Mordecai Richler a questo proposito, ora circola quindi nei riservati corridoi della politica romana ed è una storia che vale la pena di essere raccontata. Anche se è zeppa di se e di ma...

Pd erano disponibili, se non fosse arrivata la tragica notizia della morte di Eluana, ad approvare il testo del governo».

Nessuna divisione quindi all’interno del Pd? «Assolutamente no» dice categorico Bosone. Ma Paola Binetti pone l’accento sul confronto e sulle scelte coraggiose dei cattolici:

«Soggetti che stanno difendendo in modo forte e coerente posizioni che appartengono alla fascia più alta della politica, quella legata all’antropologia». Mentre Realacci cerca con una battuta di spostare l’attenzione nel campo avversario: «È come se dicessimo che la posizione di Fini è un sintomo di spaccatura nel Pdl». Appunto.

Eluana è morta per arresto cardiaco dovuto a disidratazione Udine. Eluana Englaro è morta a causa di uno «scompenso cardiorespiratorio compatibile con il protocollo previsto per l’interruzione di alimentazione e idratazione». A dichiararlo, dopo un incontro con il procuratore della Repubblica di Udine Antonio Biancardi, è stato ieri il procuratore generale di Trieste, Beniamino Deidda. L’autopsia sul corpo della donna è stata eseguita nell’ospedale civile di Udine dall’anatomopatologo Carlo Moreschi e dal collega padovano Daniele Rodriguez. In merito ai risultati delle perizie effettuate durante l’autopsia, il procuratore Deidda, ha fatto inoltre sapere che per le risposte degli esami tossicologici bisognerà attendere ancora alcuni giorni: «Allo stato possiamo dire che la causa della morte è compatibile con l’attuazione del protocollo. Quando ci sarà nota l’altra parte delle analisi - ha concluso ne parleremo». Deidda ha poi precisato che «queste conclusioni non sono ancora state depositate ufficialmente, ci sono state anticipate dai periti». Nel frattempo, mentre la diocesi di Udine annunciava il nulla osta per il funerale religioso di Eluana a Paluzza (al quale però i genitori della donna non dovrebbero partecipare «per evitare l’assedio mediatico già in atto» nel piccolo paese della Carnia), è giunto anche l’esito delle verifiche suppletive svolte dalla Regione e dai Carabinieri dei Nas sull’idoneità della casa di riposo “La Quiete”, che ha ospitato Eluana nei suoi ultimi giorni. E anche in questo caso, è stato confermato quello che sia la struttura sia i legali della famiglia Englaro avevano sempre sostenuto: l’idoneità c’era anche dal punto di vista burocratico e non solamente da quello funzionale.

Per comodità, la faremo iniziare mercoledì scorso, quando le voci su un decreto del governo che bloccasse l’attuazione della sentenza su Eluana Englaro si rincorrevano nelle redazioni e alle Camere: com’è prassi, palazzo Chigi aveva avvisato il Quirinale del lavoro preparatorio sul testo e Napolitano aveva fatto presente a Gianni Letta, plenipotenziario del Cavaliere per le rogne istituzionali, la sua contrarietà ad una iniziativa di tal fatta. E qui sta l’inghippo. Giovedì l’eminenza azzurrina,

quello che Giuliano Ferrara chiama il Gran Visir del berlusconismo, insomma Letta, chiama il Quirinale e sostiene che le perplessità del capo dello Stato potrebbero essere fugate tramite le correzioni al testo proposte dal presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida (che però, giova ricordarlo, smentisce di aver mai lavorato sul testo). Napolitano, com’è di dominio pubblico, continua però a sostenere di non poter firmare quel decreto perché non solo non ne vede i presupposti di necessità e urgenza, ma lo considera anche una ferita nei rapporti tra organi sovrani dello Stato. A quel punto, secondo questa versione della storia, il sottosegretario di Silvio Berlusconi avrebbe chiesto al presidente della Repubblica di mettere per iscritto le sue perplessità in modo da rendere chiaro a tutti, nel Consiglio dei ministri dell’indomani (venerdì scorso), quali siano le posizioni in campo. Il capo dello Stato, allora, mette al lavoro gli uffici tecnici e venerdì mattina fa recapitare a palazzo Chigi la sua lettera che – date le premesse è assai tecnica e persino puntigliosa nella spiegazione formale del no di Napolitano al decreto. Dopo qualche minuto la sorpresa sul Colle più alto di Roma è enorme: la lettera è pubblicata dalle agenzia di stampa. Quando poi Silvio Berlusconi scende in sala stampa e accusa il Quirinale di ingerenza, ventilando addirittura il ricorso al popolo per cambiare la Costituzione, la sorpresa diventa sconcerto.

Secondo boatos raccolti in Parlamento, il testo del Quirinale che ha scatenato il conflitto di questi giorni, sarebbe stato chiesto da Gianni Letta

Da quel punto in poi, mentre il Paese si isterizza grazie al premier in una contrapposizione dai toni inaccettabili, l’unica strategia di Giorgio Napolitano è il silenzio: il presidente della Repubblica non parlerà più del caso Englaro, almeno fino al composto e sentito comunicato che segue la morte di Eluana. Il presidente però è silente ma non assente, come ebbe a dire di sé il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi, e nei colloqui di questi giorni avrebbe espresso la sua opinione sul giallo della lettera: il regista dell’operazione sarebbe stato Gianni Letta - e non il Cavaliere - di concerto con l’ala più oltranzista del vescovato italiano in modo da creare un clima pubblico tale da consentire se non l’emanazione di un decreto, almeno l’approvazione rapidissima di un ddl (cosa che stava appunto avvenendo). Silvio Berlusconi - che fino a giovedì sera confidava a Fini di non sapere cosa fare - si sarebbe gettato sulla vicenda solo in un secondo momento con l’idea di cambiare i rapporti di forza col Quirinale sulla decretazione d’urgenza. Una ricostruzione, questa, che il capo dello Stato avrebbe visto corroborata in qualche modo anche dalla telefonata “riparatrice” del segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone. Fin qui, le supposizioni: per i fatti, consigliano i conoscitori del potere, è bene aspettare le conseguenze che ci saranno tra qualche tempo...


panorama

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Scontri. Il governatore lombardo e il sindaco vogliono la liberalizzazione della tratta Roma-Milano

Formigoni e Moratti: nuova sfida a Cai di Alessandro D’Amato

MILANO. Anche se la Lega sembra essere stata normalizzata in nome del federalismo fiscale, il nervosismo del Nord verso Cai-Alitalia comincia ad esplodere. E potrebbe toccare i nervi più scoperti della compagnia di Roberto Colaninno e Rocco Sabelli.

nazionale e qui non lo vedo perché Alitalia ha deciso di servire metà Paese, da Roma in giù». E dunque «è legittimo che da Roma in su si organizzi per proprio conto. Bisogna far

un’impresa privata. E nel frattempo anche Ignazio La Russa, ministro della Difesa con base elettorale in Lombardia, si è scagliato contro ogni ipotesi di ridimensionamento di Linate per favorire

Per il presidente della Regione, si tratta di una situazione inaccettabile, che poteva essere tollerata solo per un breve periodo. Che però adesso è scaduto

La contrarietà della Lombardia al monopolio di Cai sulla tratta aerea fra Milano e Roma è ormai risaputa, ma il presidente della Regione Roberto Formigoni è andato oltre, proponendo di mettere a gara la tratta se la società andrà avanti con il piano che prevede di ridurre Linate alla sola navetta per la capitale aumentando solo “leggermente” i collegamenti con Malpensa. «Il monopolio - ha spiegato Formigoni - è una situazione inaccettabile sempre, che può essere tollerata per brevi periodi quando ci sia un conclamato interesse

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

saltare in aria il monopolio di Cai sulla Milano Roma e mettere a gara anche questa tratta». Formigoni ha ricordato quando «il Parlamento votò l’emendamento per liberalizzare le rotte intercontinentali da Malpensa» e ha promesso «un’iniziativa politica perché le sia revocato il monopolio».

L’outing guerrafondaio di Formigoni si accoda in ordine temporale a quanto detto dal sindaco di Milano, Letizia Moratti, che aveva dichiarato giorni fa di non trovare alcun motivo per un monopolio legale da parte di

Fiumicino e Malpensa. E Adalberto Corsi, il presidente della Bit (Borsa internazionale del turismo) e vicepresidente dell’Unione del Commercio di Milano, ha dichiarato che «con il depotenziamento degli aeroporti la città è scesa dall’undicesimo al trentaseiesimo posto nella classifica delle città più accessibili d’Europa».

«Ec c o p e rc h é occorre avere coraggio ed insistere sul ruolo chiave del sistema aeroportuale di Milano - ha aggiunto Corsi - In questo momento siamo di fronte a un bivio e la scelta di difendere

e rafforzare Malpensa e Linate è determinante per il futuro del territorio e delle imprese».

Insomma, dopo la sbornia elettorale sembra proprio che qualche pruderie liberista stia colpendo gli amministratori del Nord, specialmente adesso che capiscono che i “punti di mediazione” tra gli interessi di tutti hanno trovato una fine nel momento in cui Cai è diventata a tutti gli effetti privata. Formigoni parla di iniziativa politica, e la politica ha i suoi tempi. Che potrebbero accelerare, e sindaci e presidenti di Regione lo sanno bene, o se gli affari per Alitalia andassero talmente bene da poter “elargire” qualche prebenda di riconoscenza, o se davvero si arrivasse in tempi relativamente brevi (due anni) a un passaggio di proprietà. La prima ipotesi per ora sembra difficile da avverarsi. Sulla seconda nessuno può mettere la mano sul fuoco, per ora.

In un libro di Rosaria Capacchione, la scalata alla società da parte della camorra

Quando i Casalesi volevano la S.S. Lazio a camorra del clan dei Casalesi allunga le sue mani e il suo giro di affari anche nel Lazio. Era questa una notizia di qualche giorno fa. Ma se si legge il libro di una giornalista di Caserta che lavora al Mattino, Rosaria Capacchione, sono ben altre le storie che si possono leggere. I boss di Casale di Principe sono diventati ricchi e potenti manager e le loro mani e il loro giro di affari riguardano tutta l’Italia, non solo la vicina Ciociaria.

L

Da Caserta a Roma a Milano, risalendo l’Appenino via autostrada del Sole e ridiscendendo la Penisola con attività di vario genere - immobili, aziende agricole, alta velocità e alta finanza - il passo è più breve di quanto si possa anche solo immaginare. Il libro della Capacchione non è un testo di narrativa, non intreccia cronaca e fantasia, è solo paziente cronaca e ricostruzione scrupolosa dei fatti: L’oro della camorra, edito da Rizzoli. La Capacchione non se la passa bene. La sua vita è blindata. Sotto scorta. Leonardo Sciascia diceva: «I mafiosi odiano i magistrati che ricordano». Franco Roberti, coordinatore della Dda di Napoli, aggiunge: «I Casalesi odiano anche gli scrittori che fanno conoscere a tutto il mondo il loro vero volto». Spesso, però, gli scrittori hanno enfatizzato il

fenomeno mafioso. Anche la mafia - cioè il crimine organizzato per la sopraffazione di uomini su uomini, il controllo di corpi e anime, territori, ricchezze e povertà - ha avuto l’onore di una sua epica. La Capacchione fa cronaca, racconta fatti, narra la storia che scorre sotto accanto a noi o sotto i nostri occhi, nelle nostre strade, nelle nostre città, nelle nostre camnelle pagne, banche, nelle amministrazioni. La giornalista del Mattino è sotto scorta perché ha raccontato fatti che dovevano essere nascosti. Qualche esempio. Persino minore, ma significativo. L’Albanova Calcio era stata il giocattolo della famiglia Schiamone, una mano sul calcio della pistola e il cuore sui campi. Nel 1991 i fratelli Francesco e Walter andavano allo stadio preceduti dal codazzo di guardaspalle armati, sedevano in tribuna e assistevano beati, alle vittorie: talvolta meritate, tal-

volta procurate. Era sufficiente che qualcuno si posizionasse, con la pistola in bella evidenza, alle spalle del portiere avversario per assistere alla goleada tanto sospirata. Una volta, due guardalinee poco disponibili furono inseguiti in auto fino alla stazione di Caserta. La volta successiva non fu necessario esibire la forza. Erano altri tempi, era prima dell’inchiesta Spartacus e del sequestro della società calcistica. Poi le strategie sono cambiate. Nel marzo 2006 le azioni della Lazio Spa cominciano a camminare velocemente con un’oscillazione del 34%. Una vecchia gloria laziale, Giorgio Chinaglia dice: «Ho depositato 24 milioni di euro in una filiale di San Paolo Imi di Roma, la squadra sarà mia». La Borsa sale sale sale, la Consob apre un’inchiesta. Intanto, a Napoli si indaga su Giuseppe Diana, grossista di petroli e derivati, «monopolista nell’a-

rea domiziana» scrive Rosaria Capacchione. Diana e il cognato di Michele Orsi (ucciso a Casale di Principe il 1° giugno 2008 per questione di soldi e spazzatura). I beni di Giuseppe Diana vengono sequestrati e qui non li riporto altrimenti prenderebbero tutto il resto dell’articolo e oltre. Analizzando i movimenti contabili della società di Diana emerge una rimessa di 21 milioni di euro a vantaggio della cordata rappresentata da Chinaglia. Le due inchieste - quella della Consob e quella della Dda di Napoli s’incrociano.

Il sospetto è che il clan dei Casalesi, attraverso Giuseppe Diana, abbia investito parte delle sue risorse nella scalata alla società calcistica biancoceleste. Diana è arrestato e dal giugno 2006 rinchiuso nel carcere di Opera al 41 bis. Di quei 21 milioni di euro si recupera solo il 10 per cento. Il resto è rientrato, secondo la Dda, nelle casse della camorra attraverso la costellazione di società che si trovano a Roma e nel mondo. L’oro della camorra non conosce confini. Il libro ne ricostruisce i percorsi nazionali e internazionali. La camorra non è solo l’agguato, la faida, la vendetta, i morti ammazzati per strada. Ma un impero del male che gioca e si confonde con la legalità.


panorama

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Polemiche. La tregedia di Eluana, con le polemiche che ha suscitato, ci riporta indietro di millenni

Zagrebelsky e i seguaci del demone Baal di Luca Volontè po Eluana e Beppino». La vittima e il consenziente dell’omicidio, come descriverebbe un reato del nostro codice. Come lui altri senatori di segno opposto, lamentavano di esser stati ascoltati perché ««Eluana soffriva», quindi… era meglio la morte? Si sarebbe dovuto poterlo chiedere a lei, quella lei che dopo soli tre giorni di riduzione di acqua e cibo si era trasformata in irriconoscibile fantoccio. Permetteteci almeno di aver dei dubbi, ragionevoli dubbi per la drammaticità del succedersi degli avvenimenti, per le contraddizioni delle diagnosi,

ben vero che siamo al bicentenario di quel tale Darwin, teorico dell’evoluzione della mucca coi pantaloni e dell’elefante artista rinascimentale, d’accordo che il nipote di quel tale era uno dei primi Presidenti della Reale Società dell’Eugenetica, ma c’è un limite a tutto.

È

Ovviamente che un Presidente Emerito della Corte Costituzionale si sbracci a difesa della morte di Eluana, con la foga che stiamo osservando in questi giorni, suona come l’ammissione d’esser il colpevole suggeritore d’atti e omissioni. Aggiungo che le stesse argomentazioni e insultanti offese al potere democratico e repubblicano chiamato “nichilista”e alla Chiesa cattolica definita con disprezzo “del dogma”, non sono dissimili dai peggiori proclami giacobini. Zagrebelsky lo conosciamo da anni, chiede semplicemente ai Governi e ai Parlamenti che non hanno le sue stesse opinioni, di piegarsi alla sua saggezza e alla Chiesa Cattolica di abbandonare la sua certez-

A Udine si è consumato il trionfo di troppi ”ismi”: dal nichilismo al relativismo, fino all’anarchismo che ha finito per distruggere la vita e la libertà za su Cristo e Pietro. Non diverso nella specie, ma certamente nel grado d’evoluzione culturale, è quel tale signore che dal Senato, alla notizia della morte di Eluana, ha salutato di compiaciuta soddisfazione gli «eroi del nostro tem-

per la scomparsa e il riapparire per ore di taluni protagonisti, per la solitudine in quella stanza, per il diverso atteggiamento macabro dei tifosi della morte… tanti dubbi atroci che speriamo qualcuno riesca veramente a chiarire. Nulla di

astratto, perché la vita non è per nulla astratta o lo è diventata solo per quelle donne e uomini che si rincorrono a vicenda, nei salotti di seta degli ex sessantottini, per mettersi il sale sulla coda. Nella sua rubrica di lunedì sul Corriere Dacia Maraini supera solo Zagrebelsky in lezioni di ribaltamento sistematico della verità. Beppino aveva diritto alla «nostra fiducia»: dopo 17 anni poteva decidere lui. Ma non erano esaltatori della scienza? No, né la scienza medica, né la realtà della vita di Eluana potevano essere rispettate, fino al punto di abolire la realtà che contraddice la loro opinione, la liberazione fantastica che ci vogliono donare per renderci felici. Finalmente tutti potremo essere felici per sempre; basta affidarsi a loro: il giudice, il bioetico e la pasionaria della cultura. E se qualcuno scamperà alla morte da laboratorio, se non è perfetto (secondo i loro progetti di felicità) e nasce lo stesso, c’è sempre l’eutanasia per la quale i genitori saranno premiati al «valor civile», i giudici daranno il cer-

Grande Fratello. È finito il tempo in cui la tv esprimeva in modo unico l’immagine del Paese

In realtà Eluana ha vinto 52 a 8 di Angelo Crespi segue dalla prima Il giorno dopo la morte di Eluana, punzecchiati dalle dimissioni di Mentana (avventue proprio contro GF), i quotidiani hanno imbastito un veloce quanto banale dibattito massmediologico circa l’opportunità o meno di mandare in onda il reality e sul successo (imprevedibile?) in termini di audience. Hanno avuto facile gioco, contro i più moralizzatori, quelli che si sono limitati a rispondere con lo scontato «show must go on». In realtà la televisione di intrattenimento è una sorta di droga che molti usano per non pensare proprio quando ci sono problemi.

stro paese e alla quale nessuno oserebbe intentare un processo per mancanza di tatto. Davanti a questa moltitudine silenziosa, fa sorridere la minoranza colta di lettori di quotidiani che si è sorbita la debordante informazione su Eluana Englaro. Il caso Englaro è diventato presto «il caso». Dapprima troppo complicato, troppo sofisticato per via delle implicazioni etiche e deontologiche, nonché per gli apriori scientifici, giorno dopo giorno

Il fatto è che buona parte della colpa di questo stonato concerto non è dei mass-media. O meglio, i mass-media sono la causa secondaria di un atto di volontà preciso del padre di Eluana di rendere pubblica la sua privata tragedia. E stranamente tanto più voleva rendere pubblica la morte, quanto più i suoi detrattori volevano rendere pubblica la vita. Per entrambi gli schieramenti infatti, tranne rare eccezioni, la questione è assolutamente pubblica e quindi per forza sottoponibile al massacro dei mezzi di comunicazione. La cosa più diabolicamente attraente per l’opinione pubblica è la forma di dilemma con cui la vicenda si presenta. Ogni fruitore e a maggior ragione ogni opinion-leader si sente irrimediabilmente costretto ad esprimersi nella forma più primitiva del sì e del no, non ci sono sfumature possibili, perché alla fine del dibattito resta la domanda: «ma tu che avresti fatto?». E questo dilemma genera a cascata appartenenza e partigianeria, dunque affezionati e partigiani desiderosi di acquistare il prodotto giornale dentro il quale ritrovare le proprie posizioni.

Non hanno fondamento la polemica di Mentana contro il reality e lo sconcerto provocato dal record d’ascolto nella sera della morte della Englaro

Nessuno però degli opinionisti chiamati a dirimere la questione Mentana versus GF ha però ribaltato il dato. Nell’istante in cui 8 milioni di italiani cercavano rifugio nel GF, altri 52 milioni erano indaffarati in altre cose. Alcuni, una quindicina di milioni (stando alle proiezioni auditel che però lasciano spesso perplessi), erano comunque incollati al video, molti di loro attenti allo svolgersi dei talk show su Eluana. Altri 25 milioni invece evitavano il piccolo schermo. Una sorta di antitelevisiva maggioranza che ha comunque un peso nella vita del no-

ha acquistato i requisiti della notizia imprescindibile: netta dicotomia tra i sostenitori della vita e della morte, tra i cattolici e i laici, tra i conservatori e i progressisti, tra destra e sinistra, tra il Presidente d’Italia e il Presidente del Consiglio. Troppa grazia, per non buttarsi a capofitto con pagine e pagine di commenti e spiegazioni e retroscena e interviste e citazioni e lunghe dirette o registrate. Di colpo, dopo che per anni, la legge sul testamento biologico aveva sonnecchiato in Parlamento, gli italiani hanno scoperto la morte coi suoi risvolti tragici.

tificato e il resto sarà sarabanda mediatica.

Fermi, qui c’è la semplice certificazione di ciò che si era intuito, i migliori lo avevano combattuto fin dalla fine dell’’800, le più grandi teorie di liberazione assoluta, della libertà di ogni smisurata fantasia producono solo un esito: l’anarchia distrugge la libertà, il relativismo elimina l’uomo, l’ateismo sistematico riporta al panteismo primitivo degli stregoni. E poi i fatti, il fatto stesso che Eluana vivesse e ora, con plauso di taluni, non c’è più, è un fatto al quale nessuna delle mistificazioni e delle nobili intenzioni potrà mai por rimedio. Per l’evoluzione sociale della specie, avrebbe detto il nipote di Darwin, è bene che l’inadatta Eluana muoia perché ha sofferto troppo, togliamogli la vita così non soffre più, benevolmente muore (e la chiamano pietà). Dopo duecento anni e milioni di morti innocenti del XX, siamo tornati all’inizio dell’evoluzione tolto di mezzo il Diocristiano è rimasto Baal, il demone a cui si sacrificano i figli.


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er arrivare in cima alla conoscenza del mondo, scova menti lucide e complesse, mettile insieme e fai che pongano l’una all’altra le domande che ognuna rivolge a se stessa». Questo è il motto della Edge Foundation, un gruppo di scienziati e pensatori che si incontra e discute in rete - sul sito www.edge.org -, parla chiaro e provoca pensieri, dando voce a quella che si autodefinisce “la terza cultura”. L’espressione è presa in prestito da Charles P. Snow, fisico e scrittore che, in occasione della seconda edizione del suo libretto“Le due culture”, pubblicato per la prima volta nel 1959, la coniò suggerendo il riavvicinamento tra intellettuali e scienziati. La ricetta di Sir Snow è fallita. Secondo i membri di Edge, ancora oggi tra le due comunità non c’è scambio: gli intellettuali letterati si rivolgono ai media di settore, in un gioco verticale chiuso e autoreferenziale; gli scienziati parlano soltanto al grande pubblico. La terza cultura, invece, intende affrontare questioni trasversali e complesse in modo accessibile a un pubblico intelligente. E soprattutto non si limita alla conoscenza ma dà forma e spazio ai pensieri di una generazione. Lo scopo del club della realtà - The Reality Club è il nome con cui il gruppo si faceva chiamare quando (dall’86 al ’97) le conversazioni non avvenivano in rete ma nei ristoranti o nelle aule universitarie vuote è incoraggiare le persone a ricavare materiale culturale dalle arti, la letteratura, la scienza e a comporlo in modo personale; a discutere la realtà proposta dagli “arbitri” culturali di riferimento, che spesso si limitano a idee, opinioni e pensieri di seconda mano.

«P

Secondo il magazine statunitense The Atlantic, con Edge il discorso sul web si attesta a un livello del tutto nuovo. In effetti, la dichiarazione di intenti è articolata: promuovere ricerca e discussione intorno a questioni scientifiche, letterarie, artistiche e filosofiche, lavorare al miglioramento della società, farsi capire da tutti coloro che abbiano voglia di pensare e non smettere mai di domandare. Ogni anno, dal 1998 a oggi, il direttore di Edge John Brockman - in Italia è stato appena pubblicato il suo ultimo libro “Non è vero ma ci credo. Intuizioni non provate, future verità” (Il Saggiatore) - lancia un interrogativo: da «Cosa pensi sia vero anche se non hai le prove?» passando per «Che cosa, ora?» e «Quali domande sono scomparse?» (con il doppio punto di domanda del tragico 2001), fino al quesito di questo 2009, che suona «Che cos’è che cambierà tutto?». Le risposte sono numerose (centocinquantuno contributi di varia provenienza) ma ne abbiamo selezionato tre, fra le più

La “Edge Foundation” chiede a scienziati e pensatori: «Cos’è che cambierà tutto in fut

Tre passi nel Tr di Lucilla Guidi significative, in cui si confida nelle domande degli intellettuali per immaginare nuovi orizzonti (Chris Anderson), nell’ottimismo degli scienziati per migliorare il futuro collettivo (Marc D. Hauser) o in cui si ipotizza che niente sarà più come prima (Brian Eno).

Chris Anderson è il direttore di Wired Magazine, il vincitore del National Magazine Award. e il fortunato inventore del concetto relativo alla “coda lunga”, esposto sul suo visitatissimo blog (thelongtali.com) e nel libro “The Long Tail: Why the Future of Business Is Selling Less of More” (“La coda lunga. Da un mercato di massa a una massa di mercati”). La sua “profezia” centrale è relativa alla rivoluzione dell’educazione attraverso il web. L’educazione secondo Anderson - è ciò che trasforma le potenzialità degli esseri umani nelle idee che cambiano il mondo. Per questo l’epoca attuale è sull’orlo del cambiamento: attraverso la rete, il più potente strumento di accesso e diffusione della conoscenza, gli insegnanti potranno raggiungere ogni luogo del pianeta. Sarà questa rivoluzione dell’educazione ciò che cambierà tutto. Seguiamo l’esperimento intellettuale suggerito da Anderson e visualizziamo il nostro scienziato, scrittore o matematico preferito. Immaginiamo

che invece di essere nato dove effettivamente è nato, fosse cresciuto - con le stesse capacità potenziali - in un villaggio povero; ad esempio nella Francia del 1200 o nell’Etiopia del 1980. Avrebbe potuto dare all’umanità il contributo che ha fornito? Certo che no. Perché non avrebbe ricevuto l’educazione e l’incoraggiamento necessari. Ma allora - è questa la tesi di Anderson - «uno sconosciuto ma vasto numero di persone potrebbe avere il potenziale per cambiare il mondo, se solo trovasse un modo per liberarlo».

di studenti». A guidare questo inaspettato fenomeno è l’abbattimento dei costi fisici di distribuzione, registrazione e lettura reso possibile da internet. Nel corso della storia, infatti, la maggior parte delle persone non hanno ricevuto un’educazione, «per questo non sono riuscite a essere ciò che avrebbero potuto e il potenziale dell’umanità è stato appena scalfito». A fronte della potenza dello strumento a disposizione (la rete) e del potenziale inespresso, l’educazione sembra capace di operare trasformazioni profonde.

Per Chris Anderson di “Wired”, andiamo verso una rivoluzione dell’educazione attraverso la Rete, che moltiplicherà gli effetti di due ingredienti essenziali: «conoscenza e ispirazione» Come? Bastano due ingredienti: conoscenza e ispirazione. Combinarli spetta agli insegnanti, coloro che sanno far emergere le capacità di ciascuno e dare fiducia. A portarli in ogni angolo del mondo ci pensa la rete: «se cinque anni fa un insegnante sorprendente, in grado di attirare l’attenzione dei suoi studenti e di orientare le loro vite, poteva realisticamente sperare di avere un impatto su 100 persone ogni anno; oggi, lo stesso insegnante può diffondere le proprie parole a milioni

«La consapevolezza che i migliori insegnanti possono diventare delle celebrità sta incrementando il loro valore. Oggi, per la prima volta dopo molti anni, è possibile immaginare diciottenni ambiziosi e brillanti che hanno come aspirazione futura quella di insegnare». Ciò costituisce un incentivo a comunicare idee importanti, a mettere il talento a disposizione del mondo, in ogni professione. In più, «ogni insegnante può amplificare la sua abilità invitando nella pro-

pria classe, in video, i migliori scienziati e visionari». Mettiamoci nella prospettiva di un minorenne. «Nel passato, il successo di ognuno dipendeva dall’aver avuto abbastanza fortuna da trovare nei paraggi un mentore o un insegnante. La maggioranza non è stata così fortunata. Una giovane ragazza nata in Africa oggi, invece, in dieci anni probabilmente avrà accesso a un cellulare più potente del tuo attuale computer, con schermo ad alta risoluzione e connessione internet. Possiamo immaginare che otterrà l’incoraggiamento dei migliori insegnanti e avrà l’occasione di diventare ciò che è nelle sue potenzialità. Potrebbe cavarsela talmente bene da salvare il pianeta in cui vivranno i nostri nipoti».

Marc D. Hauser psicologo e biologo evoluzionista, è professore di psicologia e neuroscienze all’Università di Harvard e direttore del laboratorio di neuroscienze cognitive. Scrittore prolifico (tra le sue pubblicazioni: “The Evolution of Communication”, “Wild Minds: What Animals Think”, e “Moral Minds: How Nature Designed Our Universal Sense of Right and Wrong”), nella discussione organizzata da Edge parla della necessità di ridefinire il confine tra reale, possibile e inimmaginabile. Come? «Invadendo la


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turo?». Le risposte di Anderson, Hauser e Eno

Qui sotto (dall’alto, in senso orario): Brian Eno, Marc D. Hauser e Chris Anderson stabilito ciò che noi e gli altri organismi viventi abbiamo raggiunto (il reale) e che allo stesso tempo determinano ciò che potenzialmente potremmo raggiungere (il possibile)». Fin qui ci pensa lo sviluppo evolutivo. E l’inimmaginabile? Ecco che entra in gioco la scienza. «Esiste un differente approccio che utilizza i nuovi sviluppi del-

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uno scimpanzé se fosse dotato dello stessa creatività di un essere umano, nel linguaggio, nella matematica e nella musica? Immaginerebbe l’inimmaginabile? Cosa accadrebbe se fossimo in grado di dotare un genio come Einstein delle caratteristiche di Bach, un genio di diverso tipo? Il nuovo Einstein potrebbe immaginare differenti dimensioni musicali? Manipolazione neurali simili sono già possibili a livello genetico. L’ingegneria genetica è una scienza rivoluzionaria e cambierà per sempre il nostro

Secondo Brian Eno, «la sensazione di procedere verso il meglio ha fatto crescere la civiltà», ma cosa accadrebbe se un giorno questa sensazione «svanisse improvvisamente»?

remila

terra incognita dell’impossibile». Il punto di partenza è la mente umana con la sua capacità di incorporare informazioni e prevedere il futuro. Secondo Hauser, «sebbene la forza generativa del cervello sia strabiliante e ci abbia dotato di una

enorme creatività, è parimenti anche molto limitata». E sono proprio questi limiti a definire chi siamo e potremmo essere: «la natura fisica delle operazioni mentali e l’esistenza di alcuni necessari criteri di apprendimento sono i limiti che hanno

la biologia molecolare, della biologia evolutiva, la morfologia, la neurobiologia e la linguistica. Per la prima volta, abbiamo di fronte un orizzonte che cambierà per sempre il modo in cui intendiamo la condizione umana». Questa scienza indaga le cause della mancata evoluzione di alcune morfologie di esseri viventi. L’esempio addotto ha come protagonisti un gruppo di animali estinti chiamati ammonoidi, molluschi marini cefalopodi dotati di una struttura morfologica a forma di conchiglia. «Guardando la struttura delle conchiglie degli organismi che si sono realmente evoluti e tracciando un grafico che sia in grado di calcolare le variazioni nell’evoluzione morfologica, si rileva in alcune aree un’alta densità di animali, in altre molti spazi vuoti. Lo spazio occu-

Brian Eno, musicista, artista, compositore e soprattutto uno dei più grandi produttori discografico degli ultimi decenni (Talking Heads, U2, Devo, Ultravox, Paul Simon, The James, Coldplay) ha una visione meno ottimistica del futuro. «Ciò che cambierebbe ogni cosa non è tanto un pensiero quanto una sensazione». Secondo Eno, la sensazione di procedere verso il meglio ha fatto crescere la civiltà, sentire di andare peggiorando la farebbe svanire. Lo sviluppo umano, afferma il musicista, «è stato alimentato e guidato dalla sensazione che le cose avrebbero potuto essere - e probabilmente

pato indica gli organismi che si sono realmente evoluti, mentre le aree vuote suggeriscono altre possibili morfologie, quelle non ancora evolute o quelle la cui evoluzione è impossibile. Perché alcune specie non sono andate a occupare una particolare zolla del terreno morfologico? Che ne è di quello spazio vacante? Grazie al lavoro di neuroscienziati come Evan Balaban, oggi sappiamo che siamo in grado di combinare parti di diversi animali per creare chimere. Lasciate correre l’immaginazione. Che cosa farebbe

sarebbero state - migliori». L’umanità ha avuto molte ragioni per confidare nel meglio: «in proporzione alla popolazione umana il mondo era ricco. C’erano nuove terre da conquistare, nuovi pensieri da coltivare, nuove risorse per alimentare il tutto. Le grandi migrazioni della storia si sono sviluppate grazie alla sensazione che un posto migliore esistesse, le istituzioni della società civile grazie alla sensazione che alcuni freni al puro egoismo individuale avrebbero prodotto - nel lungo periodo - un mondo migliore».

modo di pensare. Cambierà ciò che è possibile, rimuoverà ciò che è potenzialmente dannoso, e ci aprirà gli occhi su quello che prima era impossibile».

Ma se un giorno tutto ciò cambiasse? Cosa accadrebbe se questa sensazione svanisse? Se, come ipotizza Brian Eno, «avvertissimo che non esiste “un lungo termine” o qualcosa a cui tendere? Se invece di sentirci in cima a un nuovo sconfinato continente pieno di promesse e opportunità, cominciassimo a sentirci come in una sovraffollata scialuppa che naviga in cattive acque, lottando per stare a bordo, pronti a uccidere per le ultime provviste?». Negli Anni Sessanta ad esempio, su cosa era fondata la sensazione che il mondo potesse diventare un posto migliore? E perché - si domanda il musicista - ognuno credeva di poter fare la sua parte? «Probabilmente c’era una nuova ricchezza, una nuova cultura di massa che univa e una generazione carica di energia, la cui esperienza di vita prevedeva che la curva del grafico potesse solo salire. In molti sensi il loro idealismo ci ha ripagato: i risultati migliori permangono anche oggi, nel mondo “wikizzato” della condivisione delle idee di cui questa conversazione fa parte». Ma supponiamo che questa sensazione cambi: immaginiamo che le persone comincino ad anticipare il mondo futuro non in questo modo ma in una maniera che Brian Eno descrive richiamandosi agli incubi di disperazione, paura e sospetto evocati da Cormac McCarthy nel romanzo post apocalittico “La strada”. Allora, cosa succederebbe? «L’umanità si frammenterebbe in gruppi sempre più ristretti e attenti solo al loro tornaconto. Le istituzioni, poiché operano nel lungo periodo e richiedono strutture di fiducia e coesione sociale, non agirebbero più di comune intento. Non ci sarebbe più tempo per loro. I progetti a lungo termine verrebbero abbandonati, mancherebbe la fiducia necessaria per farli funzionare. Le risorse, già scarse, si esaurirebbero rapidamente poiché ciascuno tenterebbe di accaparrarsi gli ultimi preziosi resti. Ogni tipo di cambiamento sociale o globale sarebbe visto come una minaccia e contrastato aspramente. Prenderebbero il controllo briganti, pirati e contrabbandieri. Vigerebbe la legge del più forte. Il potere avrebbe sempre ragione». Certo, è un’idea pessimistica ma purtroppo a volte ci somiglia ed è necessario tenerla a mente. «Le sensazioni - conclude - sono più pericolose delle idee perché non sono suscettibili di una valutazione razionale. Crescono silenziosamente, diffondendosi sotto terra ed esplodono improvvisamente, raggiungendo ogni luogo. Possono prendere il sopravvento velocemente e uscire fuori controllo, per loro natura tendono ad autoalimentarsi. Se questa sensazione si impadronisse del nostro mondo, tutto ciò che essa presuppone potrebbe presto divenire realtà».


mondo

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Analisi. La produzione industriale ha subito colpi lievi, e il grosso viene trainato dalle esportazioni. Che salvano il Pil

Tokyo Decadence Crollo dello yen, disoccupati e Borsa debole. Cosa succede veramente in Giappone di Gianfranco Polillo n apparenza, quella giapponese è la più lunga crisi che la storia ricordi. Iniziata nel 1992, subì una forte accelerazione nel 1998, quando il Pil scese del 2 per cento, con una differenza di oltre 5 punti nei confronti delle altre economie avanzate. E da allora non sembra essersi attenuata. Fino a oggi, infatti, il tasso di crescita complessivo è stato inferiore alla media dei Paesi più sviluppati. La fine di un incubo: se si considera che nel decennio

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una sorta di paradigma. Perché quella del Giappone è una crisi non crisi. Ma il modo d’essere di un Paese che ha solo trovato un equilibrio diverso.

Il suo punto di forza rimane la tecnologia. Automobili, elettronica di consumo e non, attrezzature. Dal 1992 la produzione industriale è cresciuta di oltre il 25 per cento e solo negli ultimi mesi ha subito una flessione, sotto l’incalzare della crisi. Il grosso della produzione è

La dimensione del debito pubblico è frutto di un’illusione statistica. Se dal totale si sottraggono i crediti vantati dalle strutture pubbliche nei confronti dello Stato, quel valore si dimezza precedente quel treno in corsa sembrava inarrestabile, con grande sconcerto di tutti i Paesi concorrenti. Gli Usa soprattutto, che per bocca di un economista come Kindleberger temevano la perdita della loro antica leadership economica sull’universo mondo. Fobie imperiali, destinate a ridimensionarsi con lo sviluppo della new economy e la riconquista di un primato tecnologico, che soltanto oggi è messo in discussione dall’incalzare dei nuovi soggetti – la Cina in testa – dell’economia globalizzata. Ma è vera crisi, quella giapponese, o non è il semplice riflesso di un complicato gioco di specchi?

La lunghezza del periodo considerato dovrebbe far riflettere.Tanto più se si considera la relativa stabilità del suo sistema politico. Una classe dirigente immobile. Una coesione nazionale da fare invidia. Nessuna turbolenza sociale. Quasi un miracolo, destinato a smentire ogni profezia di tipo escatologico. Come se la storia si fosse fermata. Sarà, forse, a causa del forte invecchiamento della popolazione, superiore a quello italiano, che certo non alimenta spinte contestative. Ma questo dato non spiega, da solo, il sereno tran tran del Celeste impero. E allora si tratta di capire meglio, per evitare di cadere nella trappola dei facili accostamenti. La crisi giapponese non è un modello da considerare come

trainata dalle esportazioni, che sono state e sono il punto di forza del Paese. Esportazioni soprattutto al di fuori degli Usa, per non suscitare reazioni di tipo protezionista e avere mano libera nella gestione dello yen. Negli ultimi anni sono aumentate ad un ritmo del 9 per cento in termini reali, contro un aumento delle importazioni pari ad appena un terzo. Forte proiezione internazionale delle industrie e altrettanto forte protezione del mercato interno: sono queste le caratteristiche essenziali di quel modello che nessuna forza internazio-

nale è riuscita a scalfire. Le barriere non soltanto economiche, ma geografiche e culturali, hanno preservato il Paese da ogni contagio. Compresa la crisi finanziaria. Conteggi del Fondo monetario internazionale indicano una perdita complessiva pari a 8 miliardi di dollari. Ma è poca cosa rispetto ai capitali investiti e agli utili conseguiti. Lo dimostra l’andamento del tasso interbancario che si è attestato su un valore che è pari alla metà di quello europeo e americano. La miscela di modernismo e tradizione ha quindi fatto da parafulmine. Il forte sviluppo tecnologico, nei settori di punta, garantisce un ritorno finanziario estremamente elevato, con un forte attivo della bilancia commerciale, che non è sceso mai sotto il 3 per cento del Pil.

In una situazione normale questo squilibrio strutturale avrebbe determinato una forte rivalutazione dello yen, che, invece, secondo i rilievi del Fmi appare, in una prospettiva di medio periodo, fortemente sottovalutato. L’apparente paradosso è spiegato dall’esportazione di capitale. Un modello rovesciato rispetto all’esperienza americana. Lì la perdita di competitività veniva compensata dalla crescita del debito. In Giappone, invece, la forte com-

petitività accresce le riserve valutarie. Ma le maggiori risorse non restano nei forzieri della Banca centrale. Sono invece utilizzate, grazie ad una politica monetaria particolarmente accomodante, dagli operatori economici per essere investite all’estero. Questo movimento inverso riduce l’avanzo complessivo della bilancia dei pagamenti e consente al Giappone di mantenere stabile un tasso di cambio sottovalutato.

Che alla base di queste scelte ci sia un compromesso sociale è evidente nei dati sulla disoccupazione. Con un tasso che raramente supera il 4 per cento, essa è praticamente inesistente. È il presupposto di quella coesione sociale di cui si diceva in precedenza, ulteriormente alimentata dall’assenza di in-

flazione. Fenomeno che accentua gli elementi di stabilità impliciti nel modello.

Unico elemento dissonante: la forte presenza di un debito pubblico pari, nel 2007, al 195 per cento del Pil. In apparenza, ma solo in apparenza, un valore ben più alto di quello italiano. La sua dimensione è principalmente frutto di un’illusione statistica. Una parte rilevante del debito è solo una partita di giro. Se dal totale si sottraggono i crediti vantati dalle strutture pubbliche nei confronti dello Stato centrale, quel valore si dimezza, facendo assumere all’Italia un preoccupante primato assoluto. C’è, poi, un’altra differenza. A monte di quel debito sta un primato tecnologico, conquistato anche grazie ad esso. All’origine del debito italia-

Una rivoluzione culturale come nel periodo Meiji, a metà Ottocento, è ciò che servirebbe al Paese

Un nuovo imperatore per il cambiamento di Pierre Chiartano l Giappone, oggi, manca una scossa, come quella che provocò la cosiddetta rivoluzione Meiji a metà Ottocento. Un cambiamento radicale che investì la società feudale giapponese dalle fondamenta, nelle grandi città, come nelle campagne. E portò il Paese ad aprirsi al mondo. Dopo le crisi che si sono succedute dalla fine degli anni Ottanta fino ai Novanta, Tokyo ha tentato di uscire solo cercando una formula economica. Dimenticando che è il fattore culturale ad aver inciso più profondamente nelle ragioni della sua ascesa più recente. Ora la recessione rende sempre più opaca l’immagine del governo, che dopo la stabilità garantita dal premierato di Koizumi (2001-2006) ha dovuto cambiare ben tre governi, minando la credibilità del partito liberale (Ldp). Da Shinzo Abe a Yasuo Fukuda fino a quello dell’ormai impopolare Taro Aso, dal settembre

A

2008. Il Giappone è un Paese stanco e demotivato, tutto diverso da quello nato sulle ceneri dello shogunato Tokugawa. L’ultimo atto fu sancito dall’assedio di Hakodate (Hokkaido) nel maggio del 1869.Vinse l’imperatore Meiji che riprese in mano il potere e diede l’impulso al cambiamento e alla modernizzazione. In quel periodo persino i contadini andavano dai gesuiti per imparare la lingua inglese per poter leggere i manuali delle nuove macchine che venivano dall’Occidente. E dopo aver imparato ad usarle, provarono anche a costruirle. Lì nacque la grande capacità di quel popolo nel “copiare” e migliorare le invenzioni altrui. Dobbiamo ammettere che una grossa mano all’apertura del Sol levante al resto del mondo, l’aveva data, una decina di anni prima, il commodoro Matthew Perry e le sue cannoniere. Con il trattato di Kangawa del 1854, si poneva fine al dominio medievale,


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Governo impotente sui licenziamenti dilaganti nel mondo dell’auto

Honda, Nissan, Mazda: la caduta dei samurai «Q di Raffaele Cazzola Hoffmann

Un disoccupato dorme per le strade di Tokyo chiedendo la carità. Nella cultura nipponica, è sconveniente mostrarsi poveri. A destra, operatori di Borsa della capitale dopo il crack no – si guardi allo stato delle infrastrutture – stanno invece quei fenomeni di dissipazione che tutti conosciamo. Analogie e differenze, quindi. Nonostante tutto in Italia c’è anche un pizzico di Giappone. Pur in un segmento tecnologico molto meno nobile, anche da noi le esportazioni hanno un ruolo chiave nel determinare le sorti complessive del Paese. Prima della crisi, l’Italia stava recuperando, seppure faticosamente, posizioni di mercato in precedenza perdute.

Poi è intervenuto quel grande cataclisma che ne ha frenato lo slancio, ma non la determinazione. Le principali differenze riguardano il rapporto tra un

vertice, troppo ristretto, ed una base che non riesce a stare al passo con i tempi. Ma soprattutto manca tutto il resto. Manca quello Stato che in Giappone ha avuto la lungimiranza di delegare maggiori compiti agli assetti di potere della società, riservando per se solo le funzioni essenziali.

Con una spesa pubblica che non supera il 35 per cento del Pil, può permettersi di avere una pressione fiscale di 4 o 5 punti inferiore, pari a quella americana. E questo gli consente un vantaggio competitivo enorme, capace di spiegare la “crisi non crisi” che sta attualmente vivendo.

chiuso a qualsiasi influenza straniera, che fino ad allora aveva governato il Giappone. Ancora qualche assestamento e la storia aprì la strada alla modernizzazione Meiji. Un sussulto culturale di quel genere servirebbe oggi al Paese per uscire dal torpore sociale e politico in cui è sprofondato. Negli anni si sono sprecate delle risorse immense per stimolare la ripresa. Un debito che ha raggiunto il 180 per cento di un pil da 3.500 miliardi di dollari è servito a poco. Le contestate misure anticrisi e la legge di bilancio hanno raggiunto la cifra di mille miliardi di dollari: varata a dicembre dovrebbe entrare in vigore il primo aprile prossimo. Le difficoltà nella gestione della crisi stanno causando lacerazioni all’interno degli stessi liberali che hanno governato il Paese quasi ininterrottamente dalla fine della seconda guerra mondiale. La situazione appare talmente grave che persino la data delle elezioni politiche, prevista a settembre, non è escluso che possa essere anticipata. Come chiedono i membri dell’opposizione, guidata da Ichiro Ozawa, leader del partito democratico (DpJ). Ora Aso punta a serrare i ranghi del governo per resistere fino a marzo per l’approvazione finale del pacchetto anticrisi. In attesa che all’orizzonte del sole che sorge compaia un nuovo “imperatore” del cambiamento.

uante altre persone perderanno il loro posto di lavoro?». Ecco l’angosciata domanda con cui, appena pochi giorni fa, esordiva un editoriale dell’Asahi Shimbun, il quotidiano più letto del Giappone. Lo stillicidio di conti in rosso e dei conseguenti licenziamenti sta devastando il Paese con la massima concentrazione produttiva del mondo. Ogni giorno c’è una grande industria che vede rallentare le proprie attività. E tutti i settori sono a rischio: dalla chimica con la Sunitomo, che ha appena annunciato 2.500 licenziamenti, all’elettronica con la Sharp, che si prepara a mandare a casa non meno di 1.500 lavoratori, fino all’auto con il gigante Toyota e gli altri big nipponici (Honda, Nissan, Mitsubishi Motors e Mazda) che dovrebbero licenziare entro poche settimane qualcosa come 25mila dipendenti. Per la prima volta nella sua storia, la Toyota ha i conti in rosso. La Nissan ha già annunciato, per l’imminente fine dell’anno fiscale, perdite operative per 180 miliardi di yen: inevitabile, entro il marzo del 2010 (a meno di improvvisi miracoli) sarà la messa alla porta per circa 20mila dipendenti. Per il Paese nipponico i devastanti effetti della crisi economica mondiale sono causa di un autentico shock. Infatti la stampa locale afferma all’unisono e senza mezzi termini: «I tagli dei posti di lavoro stanno scuotendo il Giappone come uno tsunami». A entrare in crisi profonda è un intero modello di società tradizionalmente fondato sul valore quasi sacrale del lavoro e sull’identità, impossibile da mettere in discussione, tra il lavoratore e la sua azienda al quale egli deve fedeltà assoluta. Un modello di tipo paternalistico, peraltro, che già negli ultimi anni, quasi sempre segnati dalla recessione e dal malinconico ricordo dello strapotere economico giapponese degli anni Settanta e Ottanta, aveva visto mutare profondamente la propria natura con l’immissione nel mercato di centinaia di migliaia di lavoratori flessibili.

mini assoluti significherebbe la perdita del lavoro per 600-700mila persone. Peraltro c’è forte scetticismo intorno alla possibilità che il governo di Tokyo, come pure filtra con insistenza sulla stampa locale, possa davvero mettere in campo misure drastiche per venire incontro alle decine di migliaia di precari a rischio disoccupazione. L’ipotesi circolante è che le compagnie in difficoltà ricevano sussidi del valore di circa un milione di yen da destinare, in buona parte, alla retribuzione proprio per i lavoratori a tempo determinato di età compresa tra 25 e 39 anni.

Ad essere messe in discussione sono non soltanto le prospettive macroeconomiche del Paese nipponico, ma anche quelli che per molti decenni sono stati i pilastri della sua vita sociale. Fino ad ancora pochi anni fa, quando invece in Europa e America aveva già preso piede, il concetto stesso di lavoratore pre-

Almeno 85mila lavoratori rimarranno a casa entro pochi mesi. Alcune previsioni dicono che il tasso di disoccupazione potrebbe crescere, di qui a dicembre, dell’1 per cento su base annua

Non è un caso che a subire le conseguenze peggiori della crisi saranno proprio i lavoratori con contratto a tempo determinato. Lo stesso governo, che come gli altri due che lo hanno preceduto nell’arco di appena un biennio appare sull’orlo della crisi politica, non può far altro che ammettere la cruda verità: almeno 85mila lavoratori flessibili rimarranno a piedi entro la fine della primavera. Sono plausibili le previsioni secondo cui il tasso di disoccupazione potrebbe crescere, di qui a dicembre, dell’1 per cento su base annua. In ter-

cario sarebbe stato poco comprensibile. Oggi invece, i lavoratori a tempo determinato sono una realtà importante sul piano numerico. E la tempesta che si sta abbattendo anzitutto su di loro sta avendo conseguenze epocali. Pur nella differenza dei temi quanto avviene oggi con la crisi economica, giunta in un periodo segnato da tali forti cambiamenti nella struttura dell’economia nipponica, ricorda in parte quanto accadde 64 anni fa sul piano militare e politico con la firma della resa al termine della Seconda guerra mondiale quando il Giappone, Paese imperialista fondato sulla potenza di un esercito capace di conquistare quasi tutta l’Asia, venne privato dai vincitori delle sue forze armate e fu fatto diventare un «Paese pacifista».


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Zimbabwe. Il giuramento dell’ex capo dell’opposizione segna l’inizio del governo di unità nazionale

Il colera elegge Tsvangirai di Maurizio Stefanini

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uello che non hanno potuto liste nere, pressioni, embarghi e boicottaggi, riesce a un batterio. Dieci anni di dura opposizione, cinque elezioni rubate in modi sempre più scandalosi, un’inflazione arrivata al 231.000.000%, una disoccupazione al 90%, metà dei 10 milioni di abitanti dello Zimbabwe ridotti a dipendere per la propria sopravvivenza dall’aiuto internazionale, l’appoggio di Stati Uniti, Unione Europea e da ultimo anche il Sudafrica, non erano bastati all’ex- minatore ed ex-sindacalista Morgan Tsvangirai per costringere l’85enne Robert Mugabe a mollare finalmente il potere cui continua a rimanere morbosamente attaccato da ben 28 anni. Imposto lo scorso 15 settembre dalla mediazione sudafricana, l’accordo tra i due per un governo di unità nazionale era stato ulteriormente ritardato nella sua applicazione dal boicottaggio dello stesso Mugabe. Ma infine è venuto il colera, e non solo. Con almeno 3.400 persone già morte, 600mila malati, un tasso di mortalità tra gli infettati di dieci volte superiore a quella che dovrebbe essere la normalità, un incremento del contagio che va avanti del 20% a settimana, lo Zimbabwe è inoltre un Paese dove ogni giorno altre 400 persone muoiono di Aids, da novembre ci sono stati anche 8 morti per antrace, e la mortalità materna è passata da 168 per 100mila parti nel 1990 a oltre 1100. «Una situazione medievale», dice l’Organizzazione Mondiale per la Sanità.

Prima di cedere, il presidente si è preparato un festino pantagruelico per il suo 85esimo compleanno, che decorre il 21: 2mila bottiglie di champagne, 500 di whisky, 8mila aragoste, 100 chili di gamberoni, 4mila porzioni di caviale, 8mila scatole di Ferrero Rocher, 16mila uova, 500 chili di formaggio. Dopo di che, il Parlamento ha infine votato per l’istituzione del nuovo posto di Primo Ministro, e ieri Tsvangirai vi si è insediato giurando di servire «giustamente e veramente lo Zimbabwe», a poco più di otto mesi dal suo ultimo arresto. «Che Dio mi aiuti», ha concluso: formula di rito, che deve però essere stata pronunciata con un accento di sincerità tutto particolare. Non solo Mugabe resta presidente, ma il suo

Quello che non hanno potuto liste nere, pressioni, embarghi e boicottaggi, riesce al batterio del colera. Con un Paese al collasso, il dittatore Mugabe, ha dovuto cedere alla coabitazione partito conserverà 15 dei 31 ministri, ed avrà anche la presidenza di un Consiglio di Sicurezza Nazionale in cui saranno inclusi i capi dei servizi. Con gli stipendi arrivati all’equivalente di un dollaro Usa al mese i militari hanno iniziato ad ammutinarsi e gli insegnanti stanno smettendo di lavorare. Ma non è solo il colera il flagello biblico che in questo momento sta agitando la scena del Terzo Mondo. Dall’Algeria, ad esempio, è stato riferito in modo ufficiale che sarebbe stata la peste a sterminare i gruppi di Al Qaida da anni alla macchia. Ancora arrivi nel dicembre del 2007 con una strage alla missione Onu e al Consiglio costituzionale, i jihadisti sono dopo di allora misteriosamente scomparsi dalla circolazione, fino a quando sulle montagne della Cabilia non sono stati ritrovati mucchi di cadaveri con indosso armi e materiali inequivocabili. A quanto sembra, sarebbe stata la peste a sterminare in

modo fulmineo i guerriglieri attorno ai loro fuochi di bivacco, e non manca chi suggerisce l’ipotesi inquietante che i defunti sarebbero state vittime di armi batteriologiche che stavano manipolando, anche se il famoso romanzo di Albert Camus ambientato a Orano basta a ricordarci come in Algeria la peste sia un pericolo sempre in agguato: specie se si conduce una vita alla macchia non troppo attenta a certi standard di igiene.

Una terza calamità epidemica si sta intanto scatenando in America Latina: il dengue, una “febbre spacca ossa”, questa è una sua definizione popolare, da cui l’uomo viene infettato attraverso la puntura della zanzara Aedes aegypti. L’epicentro è in Bolivia, dove si è già arrivati a 10 morti e oltre 12mila malati, con quasi 1000 nuovi casi al giorno. Ma il contagio sta ormai galoppando in tutta l’America Latina, con almeno un migliaio di persone malate tra Brasile, Paraguay, Argentina, Perù, Ecuador, Uruguay, perfino Nicaragua e El Salvador. Almeno il 60% dei casi si concentra nel dipartimento orientale di Santa Cruz, in cui abbondano le acque stagnanti dove la zanzara assassina sguazza, e che è pure la grande roccaforte dell’opposizione contro il governo di Evo Morales, con toni tra il leghista e il separatista. Ma le riforme di Evo Morales hanno tolto risorse alle amministrazioni locali senza peraltro riuscire a rendere veramente efficiente il sistema sanitario nazionale, a onta dell’arrivo di missioni mediche cubane. Non mancano dunque le prime accuse di incompetenza al governo, in particolare da parte di un ex-ministro alla Sanità di Morales, Wálter Selum; anche se per il momento si tratta ancora di polemiche in tono minore. La sfida è però sul tappeto, nel momento in cui la maggior parte della regione è amministrata da governi di sinistra moderata o radicale che comunque hanno unanimemente indicato come loro missione e obiettivo il miglioramento di indici di salute pubblica tradizionalmente troppo bassi.

in breve Venezuela, no di Chávez a Walesa Il presidente del Venezuela, Hugo Chávez, ha ribadito il divieto d’ingresso nel Paese dell’ex presidente polacco e premio Nobel per la Pace, Lech Walesa. Quest’ultimo aveva dichiarato l’intenzione di recarsi in Venezuela domani, su invito della Fondazione Giustizia Libera, legata all’opposizione antichavista, che egli ha sostenuto di voler «appoggiare» perché «indebolita». In una dichiarazione alla televisione pubblica martedì sera, Chávez ha affermato di aver dato disposizioni al ministero degli Esteri per proibire l’ingresso nel Paese di Walesa, che ha definito un «gigante dai piedi d’argilla, mosso da intenzioni destabilizzanti».

Dalai Lama: possibile subito una rivolta in Tibet In Tibet la tensione è sempre più alle stelle, al punto che è possibile vi scoppi una rivolta: è il monito lanciato mercoledì dal Dalai Lama, a margine di una visita nella città tedesca di Baden Baden. «In questo momento c’è troppa rabbia», ha affermato della madrepatria il leader spirituale dei buddhisti tibetani, «e la situazione è estremamente tesa. Un’esplosione potrebbe verificarsi in qualsiasi momento».

Iraq, forze Usa rilasciano 107 detenuti L’esercito americano ha rilasciato ieri 107 detenuti dalla prigione di Camp Cropper, una base nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, in virtù dell’accordo Iraq-Usa sulla sicurezza entrato in vigore lo scorso primo gennaio. Si tratta del primo gruppo di oltre 1.500 detenuti che verranno rilasciati dalle forze americane al ritmo di 50 al giorno, ha affermato un portavoce delle forze multinazionali citato dall’agenzia Nina. Il rilascio è avvenuto nel corso di una cerimonia, alla quale hanno preso parte tra gli altri diversi membri della commissione parlamentare per i diritti umani e il ministro della giustizia Safa al Din al Safi.


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in breve Obama nomina ex agente Cia capo revisione strategica in Afghanistan

Afghanistan. Raffica di attentati kamikaze contro gli edifici governativi, decine di morti e feriti

I talebani all’assalto di Kabul di Stranamore segue dalla prima Un ulteriore terrorista è stato abbattuto prima di arrivare al ministero della istruzione. Il mix di kamikaze e attentatori non ha quindi ottenuto risultati eclatanti, né ha innovato in fatto di tattiche o di pianificazione dell’azione. Niente a che vedere quindi con il “modello”Mumbai. Non solo, la risposta delle forze di sicurezza afgane è stata relativamente tempestiva e, per gli standard locali, piuttosto efficace.

Posto che far arrivare a Kabul uomini e armi non è e non sarà mai un problema, contrariamente a quando si potrebbe pensare pensare (e a quanto si legge), gli attentati di ieri non dimostrano la debolezza dell’apparato di sicurezza afgano, casomai il contrario. Certo, è comprensibile che Holbrooke abbia definito la situazione in Afghanistan come «un grave disastro che abbiamo ereditato». Mica poteva dire che Obama si trova servita su un vassoio l’opportunità di uscire “vincente” dall’Iraq (se non avrà troppa fretta nel ritirare le truppe) grazie alla strategia che Bush ha fortemente voluto, rimediando così ai catastrofici errori compiuti per diversi anni, vi pare? La stessa cosa si fa anche in politica e…in campo militare. E allora è logico spostare l’attenzione sull’Afghanistan, naturalmente dicendo che a Kabul e dintorni tutto va male. È un approccio normale. Quando un nuovo amministratore delegato prende in mano una società la prima cosa che fa è “ripulire” i conti, mostrando quale scempio e quale missione impossibile si trovi di fronte. Così non potrà che ottenere risultati migliori. Certo, in

Afghanistan le cose sono tutt’altro che rosee, ma le colpe non sono certo tutte di Bush. E anche la fretta, confermate dalle dichiarazioni del vicepresidente Biden a Monaco, con la quale la nuova amministrazione si appresta a licenziare l’attuale presidente afgano, Hamid Karzai, per sostituirlo con un nuovo “protetto”, forse l’ex ambasciatore Usa all’Onu, appare un po’ eccessiva. Non è che a Washington ci prendano tanto quando scelgono il “loro” candidato. Ricordate quando si pensava a Chalabi come futuro presidente iracheno? E che dire dell’innamoramento per il georgiano Mi-

La risposta dell’esercito afghano è stata tempestiva e - per gli standard locali - efficace. È a questo che bisogna guardare, più che all’arrivo degli estremisti nella capitale sha Shakasvhili? E si potrebbe continuare. In ogni caso, in Afghanistan di per sé non siamo al tracollo, soprattutto considerando che buona parte dei problemi di sicurezza deriva dall’instabilità pachistana. Finalmente la comunità internazionale si sta rendendo conto che si deve fare molto di più per costruire le Forze Armate e le Forze di Polizia nazionali afgane, mentre occorre più pragmatismo e meno dogmatismo nell’affrontare i talebani (senza arrivare al “volemose bene” universale propugnato ultimamente da Karzai) e, soprattutto, occorre potenziare e rendere più efficace lo sforzo

militare. Gli Usa si apprestano a fare la propria parte, Obama lo aveva promesso in campagna elettorale ed ora terrà fede ai suoi proponimenti, tanto più visto che Esercito e Marines sono meno impegnati in Iraq. In realtà sarebbe opportuno attendere che venga completata la “review”della strategia afgana, attesa per la fine di marzo. Ma dal punto di vista politico e dell’immagine, è opportuno che il Presidente affronti subito con “forza” uno dei dossier più delicati della politica estera e di sicurezza. E questo conta forse più della review condotta da Bruce Riedel, ex Cia.

I comandanti operativi, inoltre, a partire dal Generale David McKiernan, hanno chiesto con urgenza rinforzi. Sono stati richiesti 30mila soldati, con 3 Brigate da combattimento ed 1 di Aviazione dell’Esercito, oltre ai supporti. Contando che oggi gli Usa hanno nel Paese circa 37mila uomini, dei quali 23mila con Isaf, si tratta di un raddoppio. E certo non sarà una “surge” di breve durata. A Washington si è poi consapevoli che sarà difficile affiancare un crescente impegno Usa in Afghanistan con una parallela iniziativa da parte degli alleati Nato ed europei: Biden a Monaco ha tastato il terreno e non ha ottenuto rassicurazioni su quello che Obama potrà portare a case dal vertice dell’Alleanza a Strasburgo. La Gran Bretagna ha quasi 9mila uomini in teatro, più di tanto non potrà fare, la Germania ha a fatica potenziato le sue forze. La Francia ha fatto quanto promesso, ma chiederle di più è difficile. La Spagna ha detto chiaro e tondo che non ci pensa neanche. L’Italia sta facendo qualche gioco di prestigio per portare a 3mila uomini le proprie truppe senza che se ne accorga nessuno e senza dire che si va a combattere. Canada e Olanda sono impegnati da troppo al massimo. Insomma, non c’è nessuna speranza di ottenere un soldato “internazionale” aggiuntivo per ogni soldato Usa in più. Però si può chiedere agli alleati uno sforzo nella formazione delle forze di polizia e dell’esercito, ma anche soldi, equipaggiamenti e assetti aerei. Dopo di che vedremo quanto tempo servirà al“nuovo corso”voluto da Obama per produrre un miglioramento tangibile in Afghanistan.

È stata affidata a Bruce Riedel, ex funzionario della Cia ora analista della Brooking Institute, la guida della revisione della Casa Bianca della strategia americana in Afghanistan. Lo ha reso noto l’amministrazione Usa che punta a completare la revisione per aprile. Prima dell’importante vertice della Nato di Strasburgo in cui Obama presenterà la nuova politica, e le nuove richieste, agli alleati per l’Afghansitan.

Iran, la fatwa contro Rushdie è ancora valida La fatwa con la quale l’ayatollah Khomeini condannò a morte nel 1989 Salman Rushdie, «é ancora valida». Lo ha detto ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Hassan Qashqavi, nell’imminenza del ventesimo anniversario di quella sentenza, pronunciata il 14 febbraio del 1989. «I meccanismi che regolano le fatwa basate sulla Sharia (la legge islamica) non sono come quelli delle decisioni politiche - ha detto Qashqavi, citato dall’agenzia Fars - perciò, una fatwa rimane valida fino a che non venga revocata». Cancellata cioè o da chi l’ha emessa, o da altre importanti autorità religiose. Cosa che però non puo’ fare il governo. Lo scrittore angloindiano Salman Rushdie, che oggi ha 62 anni, fu condannato a morte per il romanzo Versetti satanici giudicato blasfemo dall’allora leader della Repubblica islamica.

Australia, fuoco alle porte di Melbourne Prosegue in Australia la lotta agli incendi che da quattro giorni stanno devastando il sud-est del Paese e ora i timori più gravi sono per due grandi roghi fuori controllo a est di Melbourne, separati da appena 18 km, che minacciano di congiungersi mettendo a rischio il principale bacino idrico della città e un grande impianto di gas naturale. Due nuovi incendi sono scoppiati ieri mattina, entrambi di natura dolosa. Una task force è a caccia dei piromani, uno dei quali è stato fotografato.


cultura

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Riletture. Il bicentenario della nascita dello studioso inglese offre l’occasione per approfondire il dibattito sullo scontro tra relativismo e creazionismo

Salvate lo scienziato Darwin Le sue teorie su evoluzione e selezione naturale sono in realtà molto più articolate di quanto si sia voluto far credere di Massimo Tosti alvo, la barba bianca e lunghissima, lo sguardo penetrante, l’aria austera e pensosa, quindi autorevole. Così appare Charles Darwin nel ritratto che gli fece John Collier, esposto alla National Portrait Gallery di Londra. È l’immagine di un uomo pacato, che ha dedicato la propria esistenza allo studio, e con lo studio ha aperto nuove frontiere di conoscenza. Non quella di un rivoluzionario ottocentesco, le cui teorie ancora dividono aspramente la comunità degli scienziati, dei filosofi e dei teologi. I più fanatici tracciano una linea netta in una cronologia virtuale: prima e dopo di lui. Le tenebre e la luce, l’ignoranza e la consapevolezza, le credenze fondate su ipotesi zoppicanti e le nuove certezze scientifiche. Darwin e il darwinismo, l’evoluzione delle specie, i nostri antenati, i progenitori comuni, la fitta rete di parentele che ci legherebbe a tutto il mondo animale e – forse, persino – a quello vegetale. Quando Darwin rivelò le conclusioni alle quali era giunto con le proprie ricerche e le proprie valutazioni lo scalpore fu immediato. Ci fu anche una ribellione dei benpensanti: paragonarci agli scimmioni, figuriamoci. Addio paradiso terrestre, costola di Adamo, la mela del peccato, noi creature privilegiate fatte a immagine e somiglianza di Dio. Una bella rivoluzione, non c’è che dire.

C

Lui, Charles Robert Darwin, non aveva l’aspetto del rivoluzionario. Quel ritratto ci offre l’immagine di un posato gentiluomo di campagna, sovrastato dai suoi pensieri. Né poteva essere altrimenti – proprio alla luce delle teorie che l’avevano già reso celebre – considerando le sue origini e la famiglia da cui proveniva. Charles nacque il 12 febbraio 1809 (giusto duecento anni fa)

quinto figlio e secondo maschio di una famiglia benestante. I genitori non erano giovanissimi: il padre aveva 43 anni ed era un medico di successo, con una clientela piuttosto vasta anche fuori dei confini inglesi; la madre aveva 45 anni, ed era la figlia

ton, naturalista, antropologo e statistico. Come si dice? Buon sangue non mente. La passione per le scienze (nonostante il sangue che gli scorreva nelle vene) coinvolse Charles in modo abbastanza casuale. Quando aveva ventidue anni (e

Da anni scienza e religione si fronteggiano su questi temi. Ma l’estremizzazione della polemica non aiuta il dialogo e complica la ricerca della verità maggiore di un facoltoso industriale. Il nonno paterno, Erasmus, morto sette anni prima che Charles nascesse, era un’autorità scientifica. Aveva scritto un trattato di grande successo (Zoonomia, the laws of organic life, le leggi della vita organica): era fisico, chimico, botanico, geologo; aveva tradotto in inglese le opere di Linneo, era un sostenitore delle teorie dell’ereditarietà. E qualche fondamento doveva esserci nelle sue idee se Charles divenne un grande scienziato e un altro nipote (figlio di una figlia di Erasmus) fu Francis Gal-

non aveva ancora maturato idee chiare su quel che avrebbe fatto da grande) gli fu offerto un imbarco su una piccola nave, il Beagle, che l’Ammiragliato aveva equipaggiato per esplorare le coste orientali e occidentali dell’America Meridionale. L’incarico affidatogli era di studiare le specie vegetali e animali delle regioni che avrebbero visitato. La vita di Charles Darwin ha sempre suscitato l’invidia delle persone dotate di spirito d’avventura, che hanno visto in lui una specie di Indiana Jones: in realtà la vita sul Beagle era piuttosto tranquil-

A sinistra, un’immagine del Beagle, una piccola nave che l’Ammiragliato aveva equipaggiato per esplorare le coste orientali e occidentali dell’America Meridionale e a bordo della quale Darwin ha studiato le specie vegetali e animali delle regioni che ha visitato. A destra, una delle celebri caricature dello scienziato contenute nell’almanacco di “Punch”

la e nient’affatto eccitante (a parte il mal di mare che affliggeva Charles). Era previsto che il viaggio durasse due anni; si protrasse, invece, per quattro anni e mezzo. Mentre la nave compiva i suoi rilievi cartografici, Darwin si spinse spesso a terra per raccogliere esemplari del mondo animale, vegetale e minerale. A bordo catalogava e imballava i campioni raccolti, li etichettava con tutte le indicazioni sul luogo del ritrovamento e li spediva a Cambridge. C’era di tutto, in quei pacchi: insetti, uccelli, mammiferi, pesci, piante, fossili, rocce (nella maggior parte dei casi Darwin non riusciva – con l’aiuto dei pochi libri che aveva a bordo – a classificare i reperti: dell’identifi-

cazione si incaricavano gli esperti in Inghilterra).

Ma c’erano anche lunghe lettere con osservazioni molto acute, in campo geologico, zoologico, botanico e antropologico. Quando rientrò in Inghilterra, il giovane studioso era già contornato da un’aura di rispetto: nei circoli scientifici si riteneva fosse destinato a una brillante carriera. Darwin impegnò gli anni seguenti a mettere in ordine i suoi appunti di viaggio e i diari tenuti quotidianamente sul Beagle: si incaricò anche di esaminare personalmente i reperti geologici. Pubblicò un libro sull’esperienza compiuta (Journal of Reasear-


cultura in un foro sopra-condiloideo. In quel periodo o in un altro ancora più antico l’intestino dava origine ad un intestino cieco molto più grande di quello che esiste ora; il piede, giudicando dalle condizioni dell’alluce nel feto, era prensile; e i nostri progenitori erano senza dubbio di costumi vegetariani ed abitavano qualche terra calda e coperta di foreste. I maschi erano forniti di grossi denti canini, che fungevano da armi formidabili. In un periodo più remoto i nostri progenitori dovevano avere abitudini acquatiche, perché la morfologia ci dimostra chiaramente che i nostri polmoni derivano da una vescica natatoria modificata, che serviva un tempo come organo idrostatico. Le fessure nel collo dell’embrione umano dimostrano ove stavano le branchie. Questi antichissimi predecessori dell’uomo devono aver avuto un’organizzazione molto bassa». E ancora: «Non può esservi dub-

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zismo imperiale: «In quanto a me, vorrei tanto esser disceso da quell’eroica scimmietta che affrontò il suo terribile nemico per salvare la vita al suo custode, o da quel vecchio babbuino che, sceso dal monte, strappò trionfante il suo giovane compagno da una torma attonita di cani, piuttosto che da un selvaggio che si compiace nel torturare i suoi nemici, offre sacrifici di sangue, pratica l’infanticidio senza rimorso, tratta le sue mogli come schiave, non conosce che cosa sia la decenza, ed è invaso da grossolane superstizioni».

Da un secolo e mezzo scienza e religione (per offrire una distinzione rozza e generica) si fronteggiano su questi temi contrapponendo l’evoluzionismo darwiniano al creazionismo. La Chiesa (tutte le Chiese) non accetta l’idea che tutto l’universo (umanità compresa) sia nato senza una volontà divina. Gli scienzia-

Ancora oggi i più fanatici tracciano una linea netta:prima e dopo di lui.A metà tra credenze fondate su ipotesi zoppicanti e nuove certezze scientifiche

ches of the Voyage of the Beagle). E non si mosse più di casa. Mentre riordinava appunti di viaggio e catalogava reperti, maturò precise idee riguardo all’evoluzione e all’adattamento delle specie. E – con la stessa meticolosità con la quale un artista mette insieme le tessere di un mosaico – giunse a formulare le sue teorie sull’evoluzione delle specie e sull’origine dell’uomo. C’era una volta una scimmia, e da lei derivò il genere umano. Raccontata così, la storia dell’uomo secondo Darwin è una mistificazione. La sua teoria dell’evoluzione e della selezione natura-

le è molto più articolata e complessa. È una teoria scientifica, non una favola.

Ecco le parole di Darwin (ne L’origine dell’uomo): «I primi progenitori dell’uomo erano senza dubbio coperti di pelo, i due sessi avevano barba, le loro orecchie erano aguzze e mobili, e il corpo era fornito di una coda avente muscoli propri. Le membra e il corpo erano mossi da molti muscoli che ora ricompaiono incidentalmente, ma che sono normalmente presenti nei quadrumani. La grande arteria e il nervo dell’omero scorrevano

bio che la differenza fra la mente dell’uomo più abietto e quella del più alto animale sia immensa. Una scimmia antropomorfa, se fosse in grado di esaminarsi obiettivamente, ammetterebbe che, sebbene capace di formulare un bel piano per saccheggiare un frutteto (per quanto capace di servirsi di pietre per combattere o per rompere le noci di cocco) non le passa affatto per il cervello l’idea di adattare una pietra a un bastone, in modo da farne un attrezzo. Ancor meno, come essa riconoscerebbe, potrebbe seguire un ragionamento metafisico, o risolvere un problema di matematica, o riflettere su Dio, o ammirare una grandiosa scena della natura». Nella conclusione del libro, Darwin osserva (con stile britannico) che l’idea che «l’uomo discenda da qualche forma bassamente organizzata» riuscirà «con mio rincrescimento, molto antipatica a parecchi». Lo scienziato ricorda di aver visitato una comunità di indigeni della Terra del Fuoco. «Chi ha visto un selvaggio nella sua terra nativa non proverà molta vergogna se sarà obbligato a riconoscere che il sangue di qualche creatura più umile gli scorre nelle vene». E aggiunge, con un pizzico di raz-

ti paragonano Darwin a Galileo e a Copernico, convinti che un giorno o l’altro la religione dovrà ammettere di aver sbagliato, puntando sull’antropocentrismo (la centralità dell’uomo) esattamente come sbagliò nel 1600 condannando le teorie eliocentriche. L’estremizzazione della polemica non aiuta il dialogo, e complica la ricerca della verità. La Chiesa – negli ultimi anni – ha rivisto l’anatema contro l’evoluzionismo, ma ne accetta soltanto in parte le conclusioni, ammettendo l’evoluzione (e il miglioramento) delle specie, ma rifiutando l’idea che siano state originate dal Caso. Un anno dopo la pubblicazione dell’Origine della specie, in un dibattito fra il biologo Thomas Huxley e il vescovo Samuel Wilberforce, quest’ultimo domandò al primo se riteneva di discendere da una scimmia da parte di nonna o di nonno. Non fu elegante, senza dubbio. Ma oggi alcuni darwiniani mancano ugualmente di gusto, accecati da una sorta di dogmatismo scientista. Il matematico Piergiorgio Odifreddi – che ha appena pubblicato un pamphlet (In principio era Darwin) – non si risparmia una

battutaccia, giocando sul doppio significato del vocabolo “primate” che oltre a indicare in zoologia le scimmie, definisce anche il vescovo della sede principale (o più antica) di una nazione, papa compreso. Molte considerazioni contenute nel libro di Odifreddi sono convincenti. E nessuno – neppure la Chiesa (appunto) – se la sente oggi di condannare in toto le osservazioni scientifiche di Darwin e le scoperte successive nel campo della genetica. Ma il dogmatismo (che esiste anche fra i laici, come attesta la deriva del cosiddetto relativismo), non aiuta neppure la ricerca, in quanto dà per scontati tutti i risultati (veri o presunti) acquisiti. Ci sono risposte che gli evoluzionisti non riescono a dare agli interrogativi posti dai creazionisti, raccolti da più di dieci anni nel cenacolo scientifico dell’Intelligent design. Secondo i sostenitori di questo“progetto intelligente”più l’ordine della vita e dell’universo si mostrano complessi, più si indeboliscono statisticamente le probabilità della loro, e più aumentano – di conseguenza – le probabilità che all’origine di tutto ci sia una causa intelligente. Uno degli scienziati del progetto, William Dembski ha proposto un paradosso che offre uno spunto di riflessione. «Ogni persona sana di mente, guardando i volti dei presidenti americani scolpiti sul monte Rushmore li attribuirebbe a una causa intelligente e non all’erosione naturale. Ma allora, se è logico vedere l’intelligenza all’opera in una scultura, come non vederla in un corpo umano, infinitamente più complesso?».

Nella Genesi si legge: «E fece Dio gli animali terrestri secondo le loro specie, ed i giumenti e tutti i rettili terrestri nel loro genere. E vide Dio che era cosa buona. E disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza; e presieda ai pesci del mare e ai volatili del cielo ed alle bestie di tutta la terra, e ad ogni rettile che in terra si muove”. E creò Iddio l’uomo ad immagine sua». Nel duecentesimo anniversario della nascita di Darwin si moltiplicheranno le occasioni per approfondire il dibattito. In un momento in cui le riflessioni (e le polemiche) sullaVita e sulla Morte sono all’ordine del giorno come non mai.


cultura

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A fianco, una veduta della città di Firenze. Sotto, a sinistra, una raffigurazione del condottiero italiano Malatesta Baglioni e, a fianco, il quadro l’Adorazione dei Re Magi di Pietro Vannucci detto “il Perugino”, dipinto nel 1504

Libri. Alessandro Monti ricostruisce il famoso assedio di Firenze del 1530 e la controversa resa del condottiero perugino

Mai traditor Malatesta! di Filippo Maria Battaglia

ella primavera del 1500 Malatesta Baglioni era poco più che un bambino. Aveva una fortissima vocazione per le armi, e infatti due anni prima aveva assistito il padre nella campagna militare contro l’odiosissima Pisa. Malatesta proveniva da una nobile famiglia di guerrieri: il padre Giampaolo aveva sposato la nobildonna romana Ippolita Conti e da lei aveva avuto due figli. Le origini di quella casata avevano però qualcosa di leggendario: si racconta che il fondatore eponimo Ballio, capitano dell’armata dell’imperatore Graziano, una volta sconfitto avrebbe preferito il suicidio alla resa. Con tono più realistico, alcune cronache facevano invece risalirne i fasti a tale Ludovico Oddo Baglioni, sceso in Italia al seguito di Federico I Barbarossa e insignito dall’imperatore del vicariato di Perugia.

N

Correva l’anno 1162: come ricorda Alessandro Monti in Firenze 1530, l’assedio, il tradimento (Editoriale Olimpia, pp. 209, euro 16), di lì in avanti la famiglia fu costantemente impegnata nelle lotte di potere per il controllo della città. Malatesta Baglioni, col fratello Paolo, proseguiva dunque ciò che la sua famiglia per tradizione e storia era impegnata a fare da almeno tre secoli: vincere e sconfiggere gli avversari, chiunque essi fossero. Nessuno immaginava che quella tradizione sarebbe stata spezzata da un evento che avrebbe definitivamente sancito la nomea di traditore al condottiero perugino: l’assedio di Firenze, episodio drammatico e definitivo di un anno di conflitti, tra il 1529 e il 1530, durante il

Le forze fiorentine furono distrutte dall’esercito Imperiale anche grazie a informazioni da lui ricevute. Eppure,senza la sua capitolazione,il costo che avrebbe dovuto pagare la città sarebbe stato molto più salato quale esplosero tutte le contraddizioni della penisola italica. L’accerchiamento della città toscana è l’epilogo di una «guerra voluta da Papa Clemente VII, fiorentino, per riportare al potere nella città toscana la sua famiglia, cacciata pochi anni prima nel momento in cui veniva restaurata la Repubblica». L’allora pontefice faceva infatti il nome di Giulio de’ Medici, figlio naturale, poi legittimato, di Giuliano che sarebbe rimasto ucciso nella congiura dei pazzi un mese prima della sua nascita. Da odiati nemici, il pontefice e l’imperatore di Spagna Carlo V erano però da poco diventati alleati. Quest’ultimo si era infatti impegnato nell’esaudire i desiderata papali: abbattere la

Repubblica fiorentina, ripristinando la supremazia medicea. Da quella guerra, così, «Firenze uscì sconfitta, e fu l’inizio del principato». E l’assedio fu decisivo per la fama di Baglioni, avendo imposto con la forza la resa a tutti i vertici politici, compresi quelli repubblicani, disposti a sacrificare l’intera città pur di non cedere le armi.

Una disfatta totale, che avrebbe persino unito Firenze con Venezia, facendo dimenticare come il governo della Serenissima avesse lasciato solo col proprio destino l’alleato toscano, firmando qualche mese prima una pace separata proprio con Carlo V. Per Malatesta fu dunque condanna, persino post mortem. E a nulla valse il

merito di aver tutelato la città, i civili e il suo straordinario patrimonio artistico. Il 12 settembre dello stesso anno, il capitano lasciava Firenze alla testa di quel che restava dei contingenti perugini. Con due lettere, del 16 e del 17 settembre, «papa Clemente VII aveva intanto annullato la scomunica lanciata sul condottiero perugino, attribuendogli il merito di aver evitato il saccheggio di Firenze e assolvendo con lui anche tutti gli uomini che avevano combattuto ai suoi ordini contro le truppe imperial-papaline». Particolare non indifferente, ricorda sempre Alessandro Monti, «al Baglioni veniva riconosciuto anche il diritto di armare servitori e soldati per la propria difesa». Ed infatti le lettere erano indirizzate a Malatesta, non più come capitano generale dei fiorentini ma come signore di Perugia. In questo senso, Clemente VII scriveva al «dilecto filio Malatestae de Balionibus Domicello perusino». Parole che

fecero sospettare molti suoi uomini di un falso imbonimento del Pontefice, volto ad un altro attacco, stavolta nel perugino. Ma l’offensiva non ci fu. Malatesta morì la notte del 24 dicembre 1531. Appresa la notizia i priori di Perugia decisero di tributargli grandi onori: due giorni dopo, «accompagnati a cavallo dal podestà Crispolto da Bevagna, priori, ufficiali e 50 gentiluomini bettonesi vestiti a lutto, i resti di Malatesta giungevano al monastero delle clarisse di Monteluce, dove furono ricoverati per la notte. Il 28 suonarono a lutto tutte le campane della città, mentre fuori dalle mura si formava il corteggio funebre. Sfilarono, tutti con in mano una torcia, i collegi dei notai, dei dottori, dei camerlenghi, gli ordini regolari di laici e chierici, monaci bianchi e neri che cantavano le preci».

Ma l’aura attorno al capitano durò solo una manciata di anni. Quando papa Paolo VI ordinò di togliere dalle basiliche i mausolei troppo sfarzosi, anche il sarcofago di Malatesta, posto sulla parete della chiesa di San Domenico, venne rimossa e fu inumata sotto il pavimento del coro, coperto da semplici mattoni. Oggi «di quelle sepolture – conclude Monti – non rimane alcuna traccia». Della nomea di sleale, marchiata sul nome del mitico capitano, il ricordo invece è tutt’ora vivissimo. Eppure, senza la sua resa, il costo che avrebbe dovuto pagare Firenze sarebbe stato molto più salato. E forse buona parte di quel patrimonio artistico che rende oggi unico il capoluogo toscano non sarebbe arrivato così fino ai nostri giorni.


spettacoli

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Musica. Viaggio nel favoloso mondo di Duffy, Lily Allen e Laura Marling he il pop inglese sia donna lo hanno già dimostrato la ribelle Amy Winehouse e la bionda e curvosa Adele. Ma il 2009 sembra continuare a sfornare talenti in rosa che spuntano dal nulla per arrivare alle vette delle classifiche mondiali. Sono diventate prima dei tormentoni in rete. Fino a realizzare il loro sogno di incidere un disco e diventare famose. Definite “posh”, snob, provocatorie, irriverenti, sboccate ed esibizioniste. Ma considerate anche sexy, talentuose, alla moda, efficaci nel mercato musicale, sono le giovani dive del pop inglese. Ormai si parla solo di loro. Tutte giovanissime. Lily Allen, Duffy e Laura Marling irrompono sulle scene musicali internazionali grazie a un talento innato, tanta ambizione e voglia di arrivare, ma soprattutto grazie a internet e al famoso sito Myspace. Tramite il popolarissimo portale Lily Rose Beatrice Allen, londinese, classe 1985, lancia il suo singolo Smile (che raggiunge il numero uno nelle classifiche inglesi del 2006) e successivamente LDN e The Fear (2008). Meno carismatica di molte altri giovani cantanti che hanno debuttato nell’ultimo periodo, la Allen punta tutto sulle sua immagine, un po’ innocua un po’ trasgressiva. E le sue canzonette forse non troppo impegnative, riescono ad essere abbastanza efficaci da solleticare la fantasia dei curiosi del pop. Il suo primo disco Alright still è tra i primi 50 album più venduti in Italia nel 2006 e la porta in tour persino negli Stati Uniti, vendendo più di due milioni e mezzo di copie. La cover del suo mito musicale, Britney Spears, Womanizer, si discosta dall’elettro dell’originale, trasformandosi in pop orecchiabile e di impatto. E come succede alle vere dive del mondo dello spettacolo, ecco consolidarsi sempre più il binomio musicamoda. Sempre ritratta in abitini succinti e scollati, un po’ eccessivi, tra l’infantile e il provocante, la moretta di “Smile” è pronta a lanciare persino la sua linea di abbigliamento, la Lily Loves, in collaborazione con la famosa brand low cost inglese New Look.

C

Non meno famosa e fortunata, la biondissima Duffy è ormai un tutt’uno con lo scenario musicale londinese. Originaria del Galles, diventa famosa grazie alla partecipazione a un reality show musicale e appro-

Le “quote rosa” del pop inglese di Valentina Gerace

da poi alla ribalta mondiale, grazie a un duro lavoro, Duffy è sicuramente un personaggio di spessore. Volitiva, sbarazzina e gioiosa anche nei momenti di malinconia vocale ha raggiunto la fama grazie al suo singolo Mercy pubblicato su Myspace. Irrestistibile nei suoi tratti un po’ retrò, sembra essersi immersa nelle acque del pop bianco e nero degli anni 60. Affascinata da quell’epoca, porta una ventata di buon gusto in una stagione discografica che conosce tanti equivoci e bluff. Il suo disco d’esordio Rockferry (2008) è stato nominato disco dell’anno e ha venduto quasi 4 milioni di copie. Scritto in collaborazione con Bernard Butler (ex chitarrista degli Tra i fenomeni “in rosa” del pop inglese, le tre reginette Duffy (in alto a sinistra), Lily Allen (in alto a destra) e Laura Marling (a fianco)

Suede), contiene suoni d’altri tempi, melodie un po’ R&B, un po’ ye- ye anni ’60.

Evocativo, pieno di sfumature anche nelle ballate e in tempi medi pregnanti come Stepping stone, Syrup & honey o Hanging on too long. Si passa

così da brani dall’atmosfera rilassata e sognante come la title track Rockferry e la conclusiva Distant Dreamer a pezzi decisamente intrisi di blues, come Warwick Avenue e Syrup&Honey a pezzi romantici, ma ballabili come la già citata Mercy o Hangin On Too Long, che sembra uscita dai microfoni delle

cale nuovo e a esprimersi in maniera autentica nel suo disco d’esordio Alas I cannot swim (2008) culmine di un anno prolifico trascorso a comporre con grande maturità creativa, e che l’ha vista paragonata alle più grandi cantautrici, Joni Mitchell, Sandy Denny, Kate Bush e PJ Harvey. Registrato con la band che la accompagna dal vivo, Alas I Cannot Swim rivela il temperamento appassionato, ma mai sopra le righe, della giovanissima cantautrice che nelle 13 canzoni del disco affronta l’idioma folk con uno stile fresco e personale. Dal racconto incantato di giovani innamorati con l’incubo delle memorie di amori perduti sul nuovo singolo Ghosts al dolore sofferto e al rifugio trovato nell’amicizia attraverso brani più intimisti, come Old Stone, in cui riflette sull’idea di stare felicemente da sola finché il tempo lo consentirà. L’album contiene anche il brano dal sapore country Captain and The Hour Glass, una delle canzoni preferite dal vivo, la travolgente You’re No God; la filastrocca accattivante ed oscura Cross Fingers e il brano che dà il titolo all’album, che chiude il lavoro su una nota nostalgica ma non rassegnata. Un gradevole mix di brani dolcemente ritmati e sofficemente lenti, che non annoiano ma anzi ammaliano e riempiono l’atmosfera di anima, evocazione e emotività. Arrangiamenti delicati spesso costituiti da un dialogo tra pianoforte, voce, tastiere e violino. Talento, ambizione, voglia di fare. O semplicemente tanta fortuna. Probabilmente è un mix di tutte queste componenti che ha portato Lily, Laura e Duffy al successo. Sono partite dal Regno Unito fino ad invadere ogni angolo nascosto dei media diventando alla loro giovanissima età protagoniste indiscusse della scena musicale come solo i veterani sanno fare. Il loro pop contiene quella freschezza degli esordi e tutta l’energia e la passione di artiste affamate di successo e incuriosite dall’evolversi della loro stessa immagine. Si tratta di episodi musicali isolati dettati dalla moda del momento. Oppure, di future star. A questo punto tocca a loro giocare le carte del successo e della fortuna. Sicuramente per essere esordienti, sono già sulla buona strada.

Sono considerate provocatorie, irriverenti, sboccate ed esibizioniste. Ma anche sexy, talentuose, alla moda ed efficaci nel mercato musicale. Ormai si parla solo di loro. Dove sono finiti i pop-boy? regine del soul. Un disco eclettico, meritevole di più di un ascolto, dove oltre ai riferimenti classici della black music degli anni ’50, ’60 e ’70, si possono trovare le tipiche influenze della musica pop inglese dell’era post-punk.

Forse un po’ meno efficace e corposa, ma sicuramente altrettanto famosa è la appena 18 enne Laura Marling, un altro mito musicale del momento che colora le sue composizioni di musica d’altri tempi. Appare in tv con The Late Show con Craig Ferguson dove canta Ghosts (il singolo che la lancia nel mercato musicale) e Later with Jools Holland dove canta New Romantic. Fa parte della band Noah and the Whale nel cui album canta Peaceful the world lays me down. Fan di Neil Young, Jeffrey Lewis, Bob Dylan, e Joni Mitchell, la giovanissima Laura riesce a creare uno stile musi-


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dal ”Washington Post” dell’11/02/2009

Grande affare a Islamabad di Karen DeYoung ietro la calorosa accoglienza del Pakistan all’inviato speciale della Casa Bianca, Richard Holbrooke, lunedì scorso, ci sono grandi aspettative. Ci si attende di più da Washington, in cambio della collaborazione alla guerra ad al Qaeda e ai talebani. Le dichiarazioni del presidente pakistano, Asif Ali Zardari e del primo Ministro,Yousaf Raza Gilani, dopo il vertice con l’inviato americano vertono all’urgenza con cui gli Usa debbano metter mano al portafogli. Oltre a migliorare la collaborazione nel settore militare e in quello della condivisione delle informazioni d’intelligence. Dal canto suo Holbrooke si è limitato a ribadire che il suo compito è di «ascoltare ed imparare cosa sia la realtà di un Paese così importante e strategico».

D

La visita è il primo passo di ciò che l’amministrazione Obama vede come un complesso e delicato tentativo di stabilizzare il potere dei civili nella democrazia pachistana, così come di rafforzare i militari, mettendoli in maggiore sintonia con gli obiettivi della politica antiterrorismo americana nella regione. Compresi gli sforzi per la guerra in Afghanistan. Anche se ufficialmente il suo mandato dovrebbe limitarsi a trattare le vicende di Pakistan e Afghanistan, Holbrook farà tappa anche in India. Nel tentativo di migliorare i rapporti fra Delhi e Islamabad e di allentare la tensione fra le due potenze nucleari. L’amministrazione sta formulando una strategia maggiormente calata nella realtà regionale, in maniera da poter fermare il deterioramento del conflitto afghano e permettere di meglio concentrarsi nella lotta ad al Qaeda. Mentre si sottolinea l’importanza del ruolo cruciale giocato da Islamabad, si è coscienti che un nuovo rapporto avrà bisogno di anni per sviluppar-

si, e sarà intervallato da sfide che costeranno tempo e denaro. «Non avendo la pazienza di ricondurre l’interpretazione di tutti gli affari mondiali nei termini della minaccia afghana», aveva dichiarato il comandante in capo delle forze Usa, l’ammiraglio Michael Mullen, in una recente intervista. Ma in Pakistan, aveva affermato, «non ci sono risposte pronte» e ogni nuova strategia americana dovrà riconoscere il rapporto che esiste tra obiettivi a lungo e breve termine. Il prossimo passo, secondo il parere di entrambi gli interlocutori, sarà, a fine mese, la visita negli Usa del capo di stato maggiore pachistano, il generale Ashfaq Kiyani. Alla fine del 2007, Kiyani sostituì Pervez Musharraf, che aveva anche assunto la carica di presidente, a seguito del colpo di Stato del 1999. Ciò aveva provocato alcune limitazioni - volute dal Congresso Usa - nei rapporti con i militari di quel Paese islamico. Già dallo scorso anno Kiyani è stato corteggiato dal Pentagono, nel tentativo di distrarre la sua attenzione dalle crescenti tensioni con l’India e spostare l’interesse sui confini afghani. L’opinione pubblica pachistana è sempre più antiamericana e il governo Zardari è accusato di essere troppo vicino a Washington. Gli aiuti americani possono essere un aiuto per rafforzare il suo governo, sostiene Zardari. Anche l’esercito pretende la sua parte della torta e Kiyani vorrebbe l’elicottero d’assalto Cobra (già utilizzato in Vietnam), equipaggiamenti per la visione notturna, apparati di disturbo radio e satelliti per l’intercettazioni telefoniche. Oltre, naturalmente, a reti di comunicazioni per l’esercito impegnato nelle impervie re-

gioni di confine. E per finire i pachistani vorrebbero essere presenti nella «decision room» della Cia quando si decidessero azioni di “terminazione” con aerei telecomandati (Uav). Nella lista delle richieste di Islambad non manca la pretesa di uno status riconosciuto da Washington per essere in prima linea nella guerra al terrorismo. Anche se i circa 10mila uomini mandati a presidiare le cosiddette aree tribali, sono poi stati spostati sulla frontiera indiana.

Il ministro degli Esteri, Qureshi ha affermato che al piano per raddoppiare la presenza di truppe in Afghanistan previsto per il 2009, si dovrebbe accompagnare una maggior presenza di iniziative civili. Insomma fra le richieste compare anche una sorta di «surge» civile. Oltre naturalmente al miliardo e mezzo di dollari che Washington dovrebbe pagare annualmente, per il prossimo lustro, per promuovere lo sviluppo nelle zone tribali del Pakistan. Proprio un grande affare.

L’IMMAGINE

Occupazione: ottima la proposta di Pietro Ichino per le imprese Tutti i nuovi rapporti di lavoro costituiti con contratto a tempo indeterminato e periodo di prova di 6 mesi. Aliquota unica per contributi previdenziali. Finito il periodo di prova, il lavoratore è tutelato dall’articolo 18. In caso di licenziamento per motivi economici all’ex lavoratore congruo indennizzo crescente con anzianità di servizio.Assicurazione contro disoccupazione (max 4 anni) con copertura iniziale del 90% di ultima retribuzione, decrescente di anno in anno fino al 60%, condizionata però alla disponibilità del lavoratore ad attività di riqualificazione e reinserimento professionali. Assicurazione e servizi collegati a carico delle imprese, con contributo determinato secondo il criterio del bonus/malus: l’imprenditore che ricorre al licenziamento vede lievitare il contributo; quello che non vi ricorre lo vede scendere. Questa l’ottima proposta di Pietro Ichino alle imprese con più di 15 lavoratori.Vogliamo poi occuparci delle imprese individuali, con meno di 15 dipendenti, che creano la maggior parte dei posti di lavoro facendo l’unica cosa seria: esentandole totalmente da Irap e addizionali locali alle aliquote nazionali?

Matteo Maria Martinoli, Milano.

LETTURE PIACEVOLI Il vostro è semplicemente un giornale intelligente e di immensa cultura. Ci avete anche regalato, con Mobydick, un sabato piacevole. Grazie per tutto questo. Un saluto a tutta la redazione e una garbata stretta di mano a Gloria Piccioni.

Martini Martino

AFFITTI: INTRODUCIAMO LA CEDOLARE SECCA Signor direttore, nel nugolo di provvedimenti presi per far fronte alla recessione manca del tutto uno sul quale, pure, si erano impegnati i partiti oggi in maggioranza. Mi riferisco all’introduzione della “cedolare secca”sui canoni di affitto. Eppure è un mezzo in mano pubblica per determinare senz’altro un de-

cremento dei canoni e favorire quindi l’affitto. È strano che si parli con faciltà di agevolazioni per milioni di euro e non si pensi a un’iniziativa semplice e provvidenziale.

professor Savino Milani

GETTONI DI PRESENZA E ABUSI Dal resoconto di un attento cronista abbiamo appreso che un gruppo di consiglieri «si sono presentati in aula solo per prendere la presenza e poi si sono allontanati». C’è da augurarsi che si tratti di un episodio isolato, che non si è ripetuto in altri consigli comunali e che non trovi imitatori. A parte le considerazioni sulla liceità o meno, è appena il caso di osservare che si tratta di un pessimo esempio nei confronti dei dipendnti pubblici

Api kamikaze Via da casa mia o dovrai passare sul mio cadavere! È quello che pensa un’ape operaia quando qualcuno punta il suo alveare. Pur di difendere il “nido” e l’ape regina, l’insetto è disposto anche a suicidarsi. Conficcando il pungiglione seghettato nel corpo dell’intruso, infatti, l’aculeo rimane incastrato e per estrarlo, l’operaia si strappa le viscere addominali, morendo così in pochi giorni

additati, molto spesso a torto, come dei fannulloni. Poiché ai consiglieri comunali viene pagato il gettone di presenza per la partecipazione ai lavori del consiglio non sarebbe opportuno e più giusto attribuire il gettone per intero a coloro che partecipano a tutte le votazioni riducendolo per coloro che non partecipano a tutta la seduta?

Luigi Celebre

PENE PIÙ SEVERE Appare evidente che con l’attuale legislazione gli stupratori usufruiranno del patteggiamento o del rito abbreviato, successivamente, magari di altri benefici e saranno condannati a 3 o 4 anni di carcere. Questo è assolutamente intollerabile, Il Parlamento deve intervenire immediatamente e prevedere un rad-

doppio delle pene e il divieto assoluto di applicazione di misure alternative alla detenzione, benefici vari, patteggiamento o rito abbreviato per i reati di rapina, estorsione violenza carnale, pedofilia, omicidio. Occorre inoltre che i magistrati diano il loro contributo evitando provvedimenti lassisti.

Carmine Gallina


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog

dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Vorrei che mi prendessi in braccio A casa non litigheremo mai più, vero? La calma e la serenità dovranno regnare fra noi, come nelle case degli altri. Tu lo sai bene cosa mi tormenta. Mi sento già vecchia e non sono affatto bella, quando andrai a passeggiare al Tiergarten non avrai una donna attraente da tenere sottobraccio. Caro, se vorrai: primo, sistemare la questione della cittadinanza; secondo, concludere il dottorato; terzo, vivere con me, apertamente, in un alloggio nostro in cui potremo lavorare insieme; allora, per noi tutto andrà nel modo migliore! Non c’è coppia al mondo che abbia più prospettive di felicità di quelle che abbiamo noi, e se solo da parte nostra ci mettiamo un po’ di buona volontà, saremo, dovremo sicuramente essere felici. Ah, caro , caro! Vieni subito, ci nasconderemo da tutti in due stanzette, lavoreremo, cucineremo noi stessi, e potremo stare così bene, così bene! Amore caro, ti getto le braccia al collo e ti bacio mille volte. Vorrei, spesso me ne viene la voglia, che mi prendessi in braccio. Ma tu mi rispondi sempre che peso troppo. Ti stringo e ti bacio, e vorrei assolutamente essere presa tra le braccia. Rosa Luxemburg a Leo Jogiches

ACCADDE OGGI

SUBITO UNA LEGGE PER LE ELUANE ANCORA IN VITA La perdita di Eluana Englaro mi riesce, come italiano e cristiano, dolorosissima a anche incomprensibile ed inspiegabile. Se l’avessero lasciata a Lecco, dove era ricoverata e assistita amorevolmente dalle Suore Misericordine, forse sarebbe ancora in vita, in quello stato di vita che la sorte e fors’anche la misericordia di Dio le avevano voluto riservare. È profondo il mio dolore così come lo scoraggiamento per quelle che sono le condizioni riservate a chi si trova in stato vegetativo e quindi incapace di intendere e volere. Occorre subito una legge per tutte quelle centinaia di migliaia di persone che nel nostro Paese si trovano nelle stesse condizioni della povera Eluana.

Angelo Simonazzi

IL RICORDO ACCOMUNA Nella ricorrenza delle foibe, ho ascoltato le testimonianze di coloro che ricordavano la fuga dalla propria terra, solo perché ritenuti fascisti. Dalla parte della ex Jugoslavia regna sempre, di questi tempi, un vento molto freddo, che sa di rinunce, di martiri, di persecuzioni per la nostra gente in quelle terre a nord-est. Persone trascurate e ignorate dai trascorsi governi di centrosinistra; piano piano sta emergendo che l’Italia è stata sottomessa a tale vento dell’est, che era tutto ciò che dalla fine della seconda guerra mondiale si poteva contrapporre alla presenza americana sui suoli europei.

Bruno Russo

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

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12 febbraio 1941 Benito Mussolini invita a Bordighera il Caudillo Francisco Franco e tenta di indurre la Spagna ad allearsi con l’Asse 1951 La diciassettenne Soraya Esfandiary Bakhtiari sposa lo Scià d’Iran Reza Pahlavi nel Palazzo Golestan di Teheran 1973 L’Ohio è il primo stato a usare le misure in unità SI sui cartelli stradali 1976 Francesco Cossiga è il più giovane ministro dell’Interno della Repubblica italiana a soli 48 anni 1982 Osservata la supernova SN 1982B nella galassia NGC 2268 1994 A Lillehammer (Norvegia) si apre la XVII Olimpiade invernale 1999 Il presidente statunitense Bill Clinton viene prosciolto dal Senato nel suo processo per l’impeachment 2001 La sonda Near Shoemaker atterra sull’asteroide 433 Eros 2002 Il segretario all’Energia decide che il MonteYucca è adatto ad essere il deposito di scorie nucleari degli Stati Uniti

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

I COMUNI CITTADINI E LA PUBBLICA ÉLITE La sovranità appartiene al popolo; la giustizia è amministrata in nome del popolo. I moderati hanno vinto anche le più recenti elezioni e espresso una maggioranza e un governo di centrodestra. Tuttavia, le azioni e le norme giuridiche della maggioranza possono essere ostacolate e/o cassate dal presidente della Repubblica e dalla Corte costituzionale – nella quale almeno due terzi dei 15 membri risulterebbe simpatizzante per il centrosinistra. I 15 giudici costituzionali sono nominati per un terzo dal capo dello Stato, per un terzo dal Parlamento e per un terzo dalle supreme magistrature. Gli ultimi presidenti della Repubblica (Scalfaro, Ciampi e Napolitano) hanno simpatizzato e simpatizzano per il centrosinistra. Pure le supreme magistrature rischiano tale orientamento, per il mito dell’onnipotenza statalista. Potrebbe esservi qualche diversità fra il popolo (prevalentemente povero, indifeso e “moderato”) e l’élite politica e giudiziaria (spesso ricca e “progressista”). Il vertice non rappresenterebbe perfettamente la base. La “garanzia” vera non è sempre quella interpretata dai potenti. Per le rapidissime mutazioni ed evoluzioni dei tempi nostri, la Costituzione vigente dall’1/1/1948 appare parzialmente attempata (quasi obsoleta). Ad es., il processo di formazione delle leggi è d’una lentezza inaccettabile. Nel nostro sistema parlamentare, una Camera risulta il doppione dell’altra. Non dovrebbe scandalizzare l’ipotesi unicamerale.

Gianfranco Nìbale

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Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

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MONTI DI BALLE E VALLI DI LACRIME Ci sono persone che godono di un prestigio ingiustificato. L’Italia ne è piena e molte volte le esagerate aspettative contrastano con il risultato alla prova dei fatti. Allora si accomodano in posizioni di prestigio, sfruttando la possibilità di essere delle “carte” che al momento giusto, possono tornare utili. Gli eterni mancati presidenti del Consiglio. Disponibili a destra quanto a sinistra, naturalmente. Uno di questi è Mario Monti. Sono arrivato a 50 anni sentendo il suo nome come possibile deus ex machina in particolari momenti della storia politica del nostro Paese, vedendolo poi ogni volta ritirarsi e accomodarsi in comode poltrone anche dell’alta burocrazia europeista. Ma questo non è il problema. Il danno è che si presta a tutte le acrobazie del pensiero pur di ribaltare l’evidenza dei fatti facendo magari appello a conformistici buoni sentimenti. Recentemente sulle colonne del Corriere, Monti ha affermato che il punto di forza della Ue, durante l’ultimo periodo di espansione economica, è stata «l’economia sociale di mercato». Il punto di debolezza è che soprattutto in Europa la sfiducia verso il libero mercato comporti eccessi di statalismo interventista, con politiche nazionali egoistiche, che sfuggono cioè al controllo di sorveglianza della Comunità europea. Questo potrebbe significare l’inizio della disintegrazione europea e valli di lacrime per tutti. L’economia sociale di mercato ha permesso l’integrazione europea, e su questo si basa il valore del potere della Commissione europea, l’egoismo delle nazioni europee può avviare la disgregazione. Ma cosa serve l’elefantesca burocrazia europea se non è in grado di vincere gli egoismi nazionali in momenti difficili? Perché non ammettere che proprio aver legato il processo di integrazione europea all’economia sociale di mercato, è stato un errore? Per economia sociale, si intende evidentemente l’economia che dà priorità agli aspetti sociali senza per questo perdere le caratteristiche del libero mercato: insomma tutti contenti finché c’è trippa per gatti. E se proprio questa politica europea e cioè l’aver basato sul welfare strutturale il processo di integrazione fosse stato l’errore di fondo? Ora che la festa è finita si pretende che i Paesi che sono stati più virtuosi e hanno dato risorse al sociale limitatamente alla ricchezza prodotta senza indebitarsi, devono salvare le cicale! Leri Pegolo CIRCOLO LIBERAL PORDENONE

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PAGINAVENTIQUATTRO Ritrovamenti. Scoperto al largo del Portogallo un relitto di due secoli fa che nasconde un immenso tesoro

di Benedetta Buttiglione Salazar n galeone spagnolo carico di monete di oro e d’argento affondato da fregate inglesi nelle acque dell’oceano Atlantico. Non stiamo raccontando un romanzo d’avventura, ma una storia vera accaduta nel 1804 e riportata alla luce solo recentemente. In quel tempo la guerra era tra Francia ed Inghilterra e la Spagna aveva dichiarato più volte la propria neutralità. Ma quando la fregata spagnola Nuestra Señora de las Mercedes viene intercettata dalla flotta britannica, al largo delle coste portoghesi il suo destino è segnato. Dopo pochi minuti di combattimento il galeone salta per aria, portandosi in fondo al mare i corpi di 249 marinai e la fortuna accumulata dai soldati e mercanti che commerciavano con le Indie. In conseguenza di questo fattaccio, che viene considerato l’anticamera della più famosa battaglia di Trafalgar, la Spagna dichiara guerra al Regno Unito. Due secoli dopo, nel maggio del 2007, un’impresa di esplorazione marina statunitense, la Odyssey Marine Exploration, (detta anche impresa “cercatesori”) si imbatte nel relitto della nave e, soprattutto, nel suo immenso tesoro. Ci sono 17 tonnellate di monete d’oro e d’argento per un totale equivalente a 500 milioni di dollari, poco più di 350 milioni di euro. Non sono certo noccioline ed un tale somma fa gola a molti, oltre all’importanza archeologica che tale scoperta rappresenta.

U

Ma a chi appartiene questo tesoro? Se la domanda sorge spontanea, la risposta è invece difficile da trovare. La posizione della Odyssey si può riassumere brevemente con un «l’ho trovato io, perciò me lo prendo io», mentre la Spagna ovviamente sostiene «la nave è mia e quindi anche il suo contenuto è mio». Intanto mentre i due hanno giocato a tira e molla per almeno un anno e mezzo, sulla scena è arrivato un altro contendente: il Perù. Eh sì, perché si dà il caso che le monete d’oro e d’argento siano state forgiate con metalli provenienti da miniere peruviane saccheggiate dalla Spagna, a quel tempo potenza colonizzatrice. E proprio in questi giorni il ministro peruviano della Giustizia, Rosario Férnanadez, ha dichiarato alla stampa che il tesoro è di legittima proprietà del Perù ed ha incaricato l’ambasciatore peruviano a Washington di trovare un buon avvocato per sostenere la sua causa di fronte al tribunale della Florida, dove nel frattempo si è aperto il processo. Di fronte a queste rivendicazioni la Spagna ha elegantemente risposto che il Perù

Ventimila dobloni (d’oro) sotto

do quanto riportato dagli archivi depositati nell’Archivio delle Indie, a Siviglia. Il resto apparteneva, pare, alla Corona spagnola.

Risolvere il rebus della paternità di questa enorme somma di denaro non è un’impresa facile ed il povero giudice Mark Pizzo, in Florida, passerà sicuramente non poche notti insonni prima di trovare una soluzione al rompicapo. Nel caso in cui terminasse per dare ragione alla Spagna, i discendenti dei proprietari dovranno reclamare la loro parte presso i tribunali spagnoli, ma in realtà, almeno finora, non esiste nessuna legge che preveda la possibilità che degli eredi facciano valere i propri diritti sopra qualcosa disperso 200 anni prima in fondo al mare. Il caso è stato portato persino a Bruxelles; qui il Mi-

IL MARE 1804, la fregata spagnola Nuestra Señora viene affondata dagli inglesi al largo delle coste portoghesi. 249 morti e una fortuna in denaro. Nel 2007, è recuperata da una flotta Usa, che la reclama. La Spagna non ci sta, e nemmeno il Perù. Il caso alla Ue neanche esisteva all’epoca del naufragio, facendo presente che la sua indipendenza è solo del 1821. Come se tutto ciò non bastasse, si sono lanciati nella mischia anche i discendenti dei 130 commercianti spagnoli proprietari all’epoca di gran parte del prezioso carico, almeno secon-

nistro della Cultura spagnolo ha chiesto all’ Unione di considerarlo come un problema europeo, adottando misure politiche e giuridiche affinché i Paesi non siano più vittime di furti del proprio patrimonio culturale da parte di compagnie come la Odyssey. Intanto il 2 gennaio di quest’anno è finalmente entrata in vigore la Convenzione dell’Unesco sulla Protezione del Patrimonio Subacquatico.

Lo spirito di questa convenzione è quello di proteggere il patrimonio che si trova nei fondali marini, impedendone uno sfruttamento commerciale. L’accordo apre la porta alla partecipazione di imprese specializzate nell’esplorazione e negli scavi archeologici, sempre che queste si impegnino a rispettare le norme scientifiche consentite e che intervengano con il consenso delle autorità nazionali competenti. In ogni caso il protocollo internazionale mette ben in chiaro che qualsiasi scoperta sottomarina si conserva meglio se lasciata “in situ”. Insomma, non c’è davvero bisogno di portarla in superficie e meno che mai di farne oggetto di commercio.In realtà la Convenzione è stata ratificata solo da 20 Paesi e tra questi la sola potenza navale è la Spagna. Paesi come l’Italia, gli Stati Uniti, la Francia, la Cina, il Giappone, Israele e l’Australia hanno preferito non firmarla e forse non è un caso, visto che sono proprio loro quelli che possiedono le migliori imprese“cercatesori”.


2009_02_12