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Quanti delitti commessi semplicemente perché i loro autori non potevano sopportare di avere torto

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Albert Camus

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La vera posta in gioco in Medioriente

Obama comincia la guerra tattica con Teheran di John R. Bolton on la scomoda tregua in atto nella striscia di Gaza, e con le prossime elezioni israeliane del 10 febbraio, il programma nucleare dell’Iran torna alla ribalta. E questo soprattutto perché il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha dichiarato strenuamente nella sua campagna elettorale di poter fare un lavoro migliore, rispetto alle trattative con l’Iran, di quanto abbia fatto George W. Bush o avrebbe fatto John McCain. Considerando l’enorme, continuo e inidscusso - ormai da anni - sostegno finanziario garantito ad Hamas, assieme ai rifornimenti di armi e altri aiuti, la reazione dell’Iran alle tre settimane di guerra volute da Israele sarà notevole. Sia per Gaza che per la questione più grande delle aspirazioni egemoniche dell’Iran in Medio Oriente.

NEL SILENZIO DI POLITICA E MEDIA Stanislav Markelov, avvocato della Politkovskaia. Anastasia Baburova, sua collega alla Novaya Gazeta. Anche loro assassinati nei giorni scorsi. Dal 2000 sono addirittura 102 i giornalisti uccisi nella Russia di Putin. Nessuno ha niente da dire?

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Maggioranza divisa sulle intercettazioni di Marco Palombi a pagina 8

Anastasia Baburova e Stanislav Markelov

La strage di Mosca

Bresso contro il cardinal Poletto

Troppi comizi sul destino di Eluana di Gabriella Mecucci

alle pagine 2 e 3

Il Pd si astiene al Senato sul decreto delega e il Senatùr ringrazia Walter

Il federalismo di Bossi e Veltroni Solo l’Udc vota contro: «È un manifesto vuoto e costoso» di Riccardo Paradisi

iesplode il caso Englaro. Dopo qualche giorno di riflessione e di silenzio, ci ha pensato Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte, un passato da radicale, a riproporre la questione in tutta la sua drammaticità. La leader democratica piemontese aveva annunciato la disponibilità di alcune strutture sanitarie della sua Regione a staccare il sondino che idrata e nutre Eluana e provocarne così la morte. L’arcivescono di Torino Severino Poletto aveva invitato i medici cattolici a fare obiezione di coscienza rispetto ad una simile decisione e a rispettare le leggi di Dio. A questo punto la polemica è esplosa con particolare virulenza: Mercedes Bresso si è rivolta direttamente al cardinale.

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l Pd si astiene al Senato sul decreto governativo sul federalismo: un gesto che nelle intenzioni di Walter Veltroni vorrebbe essere un segnale di apertura condizionata nei confronti della maggioranza. L’atteggiamento del Pd durante l’iter parlamentare potrebbe infatti cambiare – avvisa il leader del Pd – di fronte a segnali negativi da parte del governo sulla copertura finanziaria e l’attuazione del pacchetto Violante di riforme istituzionali. Sta di fatto che tra i primi a ringraziare il Pd per l’astensione è Umberto Bossi in persona: «Dopo tutte le loro proposte che abbiamo accettato – dice del resto il senatùr – non potevano proprio votare contro». Il provvedimento votato al Senato non piace per niente inve-

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seg2009 ue a pa•gE inURO a 9 1,00 (10,00 VENERDÌ 23 GENNAIO

CON I QUADERNI)

Walter Veltroni ha fatto molte pressioni sui senatori del Pd perché si astenessero sul federalismo deciso da Bossi e Tremonti

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NUMERO

16 •

WWW.LIBERAL.IT

ce all’Udc a cui l’astensione non è sembrata sufficiente: «Il federalismo fiscale – dice il leader del’Udc Pier Ferdinando Casini – è solo uno slogan, un manifesto della Lega che rischia di avere effetti devastanti sui conti pubblici. E se avevamo dei dubbi Tremonti ce li ha tolti quando ha detto di non poter dare i numeri sui costi del federalismo». Al compromesso di ieri il Pd però non è arrivato senza frizioni e sofferenze interne. Certo, alla fine sono stati solo in nove a votare contro l’astensione nell’assemblea di gruppo del Pd al Senato – tra questi l’irriducibile Marco Follini: troppo generosa per lui l’astensione – ma il sentimento ostile a questo federalismo è stato per settimane diffuso e corposo. seg ue a pag in a 4 • se rv iz i a 4 e 5

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 23 gennaio 2009

Russia. I giornalisti che sfidano il potere vengono uccisi in mezzo alla strada. Nell’indifferenza internazionale

La strage di Mosca

Oggi i funerali di Stanislav Markelov, avvocato della Politkovskaya, e Anastasia Baburova, le ultime 2 vittime. Freddate in pieno giorno di Francesca Mereu

MOSCA. Tra sdegno e paura si celebra oggi a Mosca la messa funebre in onore di Stanislav Markelov, noto avvocato difensore dei diritti umani, e Anastasia Baburova, giovane giornalista che collaborava con Novaya Gazeta, il giornale per il quale lavorava Anna Politkovskaya (uccisa nel 2006). Entrambi freddati questa settimana dalle mani di uno spietato killer in pieno giorno e in una delle strade più affollate del centro di Mosca. In tanti, rappresentanti delle associazioni umanitarie, avvocati, studenti, semplici cittadini, si sono recati in questi ultimi giorni sulla scena del delitto (protetta da uno stretto cordone di polizia) per dire una preghiera, posare un fiore o una candela vicino alle foto delle vittime. «Non hanno paura gli assassini, perché sanno che non saranno puniti. Neanche le loro vittime hanno paura, perché quando difendi gli altri smetti d’aver paura. Stanislav e Anastasia erano semplicemente delle brave persone che non accettavano quello che la maggior parte della gente ha ormai accettato. È per questo che i padroni della Russia - quelli cui è permesso d’uccidere - li hanno condannati», scrive mercoledì Novaya Gazeta. «Questo non è più terrore. Questa è una guerra», continua il giornale.

Erano quasi le tre a Mosca lunedì. Markelov usciva dalla sede del Centro stampa indipendente di via Prechistenka. È qui che i rappresentanti dell’opposizione e gli attivisti dei diritti umani tengono le loro conferenze stampa. E quel giorno Markelov aveva convocato i giornalisti per annunciare il ricorso contro la scarcerazione anticipata (la scorsa settimana) dell’ex colonnello dell’esercito Yuri Budanov, condannato a dieci anni di prigione, nel luglio del 2005, per aver violentato e poi strangolato, cinque anni prima, Elza Kungayeva, una ragazza cecena di appena diciotto anni. Markelov difendeva la famiglia della vittima. Budanov e i suoi uomini si recarono il 26 marzo notte nella casa del padre di Elza, nel villaggio di Tangi-Chu, a sud di Grozny, e rapirono la ragazza. Il corpo martoriato della giovane sarà ritrova-

Un appello alla politica e ai media per rompere il muro del silenzio

A Berlusconi e Frattini non importa niente? di Renzo Foa uello di Anastasia Baburova è l’ultimo nome di un lungo elenco di giornalisti uccisi nell’era di Vladimir Putin. Scriveva sulla Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja. Quello dell’avvocato Stanislav Markelov è, a sua volta, l’ultimo nome di un altro lungo elenco, quello delle personalità eliminate perché impegnate nella difesa dei diritti dell’uomo, in vicende legate in gran parte alla tragedia cecena e alla resa dei conti in cui è impegnato l’ultimo «uomo forte» di Grozny, Ramzan Kadyrov. Si tratta di due nomi – quelli della Barburova e di Markelov – che ci ripropongono in termini drammatici la «questione russa», che ci pongono inquietanti domande su come convivere con una mancata democrazia e su cosa fare per riuscire a bloccare questa deriva in un grande paese che, se non è ancora completamente all’interno dei confini dell’Europa, condiziona per le sue risorse, la sua collocazione e la sua potenza il presente e il futuro del continente.

C’è bisogno di alzare un po’ la voce. Finora, dal 1991, dalla fine dell’Unione Sovietica e dall’inizio della lunga transizione gestita prima da Boris Eltsin e ora da Vladimir Putin, verso la Russia non è mai stata alzata la voce, soprattutto qui in Europa dove è forte una tradizione geo-politica improntata ai buoni rapporti ed alla ricerca sempre e comunque dell’intesa, anche al prezzo del rispetto dei diritti individuali e collettivi. Tutto ciò è stato particolarmentre visibile durante l’infinita stagione della distruzione della Cecenia, quando il vecchio continente ha preventivamente rinunciato a svolgere un ruolo attivo per arginare i massacri e le devastazioni. Ma tutto ciò continua ad essere particolarmente visibile anche ora, una volta conclusosi il conflitto nel Caucaso con la terra bruciata, ora che bersaglio dei nemici della democrazia sono i giornalisti e i difensori dei diritti dell’uomo.

Se la domanda è il che fare, c’è intanto una prima risposta. La stabilità e il miglioramento dei rapporti con Mosca sono, come si sa, una delle preoccupazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al punto da essere stata indicata, da Palazzo Chigi, come una priorità al neo presidente americano Barak Obama. Ecco, allora perché non vincolare questa stabilità e questo miglioramento dei rapporti – che è effettivamente necessario – alla richiesta di un’azione più incisiva, direi ad una volontà politica, per cancellare l’impunità praticamente concessa a chi uccide giornalisti che criticano il potere e difensori dei diritti dell’uomo? In certi casi, nei rapporti internazionali, bastano davvero poche parole per ottenere importanti risultati. E se il presidente del Consiglio considera davvero «l’uomo forte di Mosca» un grande amico, non dovrebbe avere grandi difficoltà ad essere ascoltato. Almeno un po’. Almeno quanto basterebbe per resistituire un po’ d’immagine ad un paese che si sta presentando al mondo non come una «grande potenza» in grado di svolgere un ruolo positivo, bensì come la terra, la metropoli devastata, dove si perpetuano

Dunque, chiediamo – lo chiediamo, come giornale, come liberal – al presidente del Consiglio Berlusconi e al ministro degli Esteri Franco Frattini di alzare un po’ la voce. Lo chiediamo agli organismi istituzionali che in Parlamento hanno il compito di monitorare il rispetto dei diritti dell’uomo nel mondo, a cominciare dalle terre più vicine, e fra queste la Russia. Ma rivolgiamo la stessa richiesta a tutti coloro che, come noi, nelle nostre redazioni, confezionando i nostri giornali, ci preoccupiamo di coloro che rischiano la vita per comporre un titolo o scrivere un articolo di critica ai poteri costituiti. Ecco: alzare un po’ la voce in difesa della libertà di informazione, sapendo che si tratta di un’impresa difficile, da costruire fra tanta disattenzione. Sapendo che andremo incontro ancora a tante sconfitte, ma impegnandoci – come facciamo in queste pagine – a ricordare tutti i nomi, cominciando da quello di Anna Politkovskaja, di coloro che hanno pagato con la vita la passione per la libertà di scrivere, di vigilare, di criticare i poteri. E senza stancarci di chiedere sempre e comunque di alzare la voce affinché non esista – in questo caso parliamo della Russia di Putin – il diritto di uccidere giornalisti critici e difensori dei diritti dell’uomo.

Q

nel XXI secolo i fantasmi dei demoni e del nichilismo.

to due giorni dopo, buttato in un bosco. Centinaia di persone sono scese in strada a Grozny, la scorsa settimana, per protestare contro la scarcerazione di Budanov, che i nazionalisti vedono come un eroe di guerra e la vittima di un complotto occidentale per screditare la grandezza dell’esercito russo, ma che per i ceceni personifica il male e la violenza dei federali contro i loro civili.

Markelov (34 anni) accompagnato dalla Baburova (25 anni) si dirigeva verso la vicina fermata della metropolitana. Dall’altra parte della strada, un uomo vestito di nero, cuffia verde calata, e viso coperto, li ha seguiti per alcuni minuti. Poi all’improvviso attraversa la Prechistenka e con una pistola munita di silenziatore mira alla nuca di Markelov uccidendolo sul colpo. La Baburova, sotto shock, fa un disperato tentativo di raggiungere il killer, ma questo si gira e le spara freddamente in testa. La giovane morirà qualche ora dopo in ospedale. L’assassino, invece, raggiunge tranquillamente la metropolitana, si mischia alla folla e fa perdere le sue tracce. La polizia ha un’immagine dell’uomo catturata da una vicina telecamera: ha l’apparenza di un giovane alto un metro e ottanta circa, ma ha il viso coperto e quindi è impossibile ricavare un identikit, ha detto il capo della polizia di Mosca Vladimir Pronin. Markelov era sempre in prima linea per la difesa dei diritti umani. Era lui quello che aveva tutelato varie volte la Politkovskaya prima che fosse uccisa il 7 ottobre del 2006. Il giovane avvocato si occupava anche del caso di Mikhail Beketov, il direttore di Khimskaya Pravda (un piccolo giornale pubblicato a Khimki, nei sobborghi di Mosca), che aveva denunciato varie volte gli speculatori edilizi della zona. Beketov è stato barbaramente picchiato e lasciato in fin di vita nel cortile di casa lo scorso novembre. Il giornalista - al quale è stata amputata una gamba e le dita di una mano è rimasto due giorni al freddo prima d’esser soccorso da una vicina di casa.


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23 gennaio 2009 • pagina 3

Anna Politkovskaja, del quotidiano Novaya Gazeta, uccisa nel 2004. Sotto, a sinistra: Antonio Russo, giornalista di Radio Radicale ucciso in Georgia nel 2000 mentre indagava sul massacro di civili in Cecenia. A destra, in alto: Vyacheslav Akatv, reporter di Business Mosca e, in basso, Igor Domnikov, anche lui giornalista della Novaya Gazeta ucciso a Mosca

Gli investigatori russi stanno seguendo la pista nazionalista. Markelov rappresentava spesso gli interessi di gruppi antifascisti e partecipava inoltre a numerose conferenze e manifestazioni di protesta. Nel 2004 era stato picchiato da cinque skinhead che gli avevano urlato slogan in difesa di Budanov. Ma Vladimir Karchevsky, collega di Markelov, sostiene che il giovane poteva conoscere il nome del mandante dell’omicidio della Politkovskaya e questo avrebbe segnato la sua condanna a morte. Markelov e Politkovskaya avevano lavorato assieme al caso di Zelimkhan Murdalov, un residente di Grozny che fu torturato a morte da un ufficiale degli Omon, le forze speciali di polizia. L’avvocato era stato inoltre varie volte in Cecenia e forse era venuto a conoscenza di qualcosa che non doveva sapere. Intanto a Mosca continua il processo-farsa per l’omicidio della Politkovskaya. La polizia ha arrestato tre uomini, ma Rustam Makhmudov, l’uomo che avrebbe premuto il grilletto, è latitante, mentre il mandante dell’omicidio rimane ancora sconosciuto. Baburova era invece una giornalista alle prime armi. Frequentava i corsi serali della facoltà di giornalismo e per Novaya Gazeta scriveva reportage sui gruppi neonazisti. Lei è il quarto giornalista di questo giornale critico del Cremlino ad esser stato ucciso. Secondo il Comitato Usa per la Difesa dei Giornalisti, la Russia è il terzo paese più pericoloso al mondo - dopo Iraq e Algeria - per i reporter. Da quando da quando Vladimir Putin (ex presidente e ora primo ministro) è salito al potere nel 2000 molti giornalisti sono stati uccisi. Solo l’assassino (ma non il mandante) di uno di loro è stato arrestato, gli altri delitti rimangono ancora impuniti.

La tragica lista delle vittime della repressione dei media guidata dal Cremlino

Lo Spoon River della Russia del nuovo Zar Dal 2000 hanno ormai raggiunto l’impressionante cifra di 102. Tutti uccisi senza pietà. Qui sotto raccontiamo i profili di molti di loro: georgiani, ceceni, inguscezi, daghestani, ma anche corrispondenti 1. Antonio Russo, giornalista di Radio Radicale, ucciso in Georgia attraverso lo schiacciamento del torace, un metodo tipico dei servizi segreti sovietici. Russo era in procinto di rientrare in Italia per portare nuove testimonianze e documenti sull’atrocità della guerra in Cecenia. 2. Ilyas Shurpayev , giornalista Dagestano responsabile per la copertura delle notizie del Caucaso Settentrionale su Channel One. 3. Gaji Abashilov, responsabile della Tv di Stato del Daghestan, VGTRK. 4. Magomed Yevloyev, proprietario di Ingushetiya.ru, ucciso a colpi di pistola in un’auto della polizia a Mosca. 5. Khabarovsk Konstantin Brovko, giornalista della compagnia televisiva “Gubernia”. 6. Ivan Safronov, militare opinionista del quotidiano “Kommersant”. Morto a Mosca. 7. Vadim Kuznetsov, redattore capo della rivista “World and home. Saint Petersburg”, San Pietroburgo. 8. Vaghif Kochetkov, del quotidiano Trud (Labor), Tula; 9. Ilya Zimin, ha lavorato per il canale televisivo NTV Russia, Mosca. 10. Vyacheslav Akatov, reporter speciale dello show televisivo “Business Mosca”, Mosca. 11. Anton Kretenchuk, cameraman del canale TV 38 °, ucciso a Rostov-on-Don. 12. Yevgeny Gerasimenko, del giornale “Saratovsky Rasklad”, ucciso a Saratov. 13. Vlad Kidanov, giornalista freelance, del Cheboksary. 14. Alexander Petrov, redattore capo, della rivista “Right for Choice”, ucciso vicino a Omsk, nella Repubblica di Altai. 15. Vyacheslav Plotnikov, reporter del canale “41a TV Channel”, Voronezh. 16. Anna Politkovskaja, del quotidiano Novaya Gazeta, Mosca. 17. Anatoly Voronin, capo del settore commercio di ITARTASS, Mosca. 18. Pavel Makeyev, reporter per la SocietàTNT-Pulse, Rostov-sul-Don. 19. Magomedzaghid Varisov, Makhachkala. 20. Alexander Pitersky, reporter di Radio Baltika, San Pietroburgo. 21. Vladimir Pashutin, del giornale Smolensky Literator, Smolensk. 22. Tamirlan Kazikhanov, capo del servizio stampa Antiterrorismo del Centro Russian Ministry of Internal Affairs’s, Nalchik. 23. Kira Lezhneva, cronista del quotidiano “Kamensky Worker“, Sverdlovsk 24. Yefim Sukhanov, ATK-Media, Archangelsk. 25. Farit Urazbayev, cameraman, Vladivostok TV / Radio Company, Vladivostok. 26. Adlan Khassanov, Reuters reporter, Grozny. 27. Shangysh Mondush, corrispondente per il quotidiano Khemchiktin Syldyzy, Tuya. 28. Paul Klebnikov, redattore della versione russa di Forbes

di testate straniere in lingua russa. La lunga mano dell’ex leader del Kgb, come accusano Memorial e molte altre associazioni per i diritti umani, colpisce la libertà di stampa. Una strage da fermare

Magazine, Mosca. 29. Payl Peloyan, redattore della rivista Armyansky Pereulok, Mosca. 30. Zoya Ivanova, dell’ emittente televisiva BGTRK, Repubblica di Buryatia. 31. Vladimir Pritchin, redattore capo del canale Nord Baikal TV / Radio Company, Repubblica di Buryatia. 32. Ian Travinsky, San Pietroburgo, Irkutsk. 33. Aleksei Sidorov, Tolyatinskoye Obozreniye. È il secondo redattore capo del giornale locale, “Tolyatinskoye Obozreniye” ad essere ucciso. 34. Yuri Shchekochikhin, Novaya Gazeta, Mosca. Vice redattore della Novaya Gazeta, morì pochi giorni prima del suo viaggio in programma negli Stati Uniti d’America per discutere i risultati della sua inchiesta giornalistica con i funzionari dell’FBI. Ha investigato su alcuni scandali di corruzione delle che ha coinvolto alti funzionari FSB. 35. Dmitry Shvets, della TV-21 Northwestern Broadcasting, morto a Murmansk. Shvets aveva detto ai colleghi di aver ricevuto molteplici minacce per la sua relazione sugli influenti politici locali. 36. Natalia Skryl, del giornale Nashe Vremya, Taganrog. 37. Konstantin Pogodin, Novoye, del quotidiano Delo, Niznij Novgorod. 38. Valeri Batuev, giornale di Moscow News, Mosca. 39. Sergei Kalinovski, Moskovskiy Komsomolets, Smolensk. 40. Vitali Sakhn-Val’da, fotoreporter, Kursk. 41. Leonid Shevchenko, del giornale Pervoye Chteniye , Volgograd. 42. Valeri Ivanov, redattore capo del Tol’yattinskoye Obozrenie, nella regione Samara. 43. Sergei Zhabin, al servizio stampa del governatore della regione di Mosca. 44. Nikolai Vasiliev, di Cheboksary , Chuvashia. 45. Leonid Kuznetsov, del giornale Mescherskaya Nov’ , della regione di Ryazan. 46. Paavo Voutilainen, della rivista Kareliya, Kareliya. 47. Roddy Scott, della Frontline-TV inglese. 48. Alexandr Plotnikov, del giornale Gostiny Dvor, Tyumen. 49. Oleg Sedinko, fondatore della Novaja Volna TV e Radio Company, Vladivostok. 50. Nikolai Razmolodin, direttore generale della Europroject TV e Radio Company, Ulyanovsk. 51. Igor Salikov, capo del Dipartimento di informazioni di sicurezza dei Moskovskiy Komsomolets, Penza. 52. Leonid Plotnikov, della casa editrice “Periodici di MariEl”, Yoshkar-Ola. 53. Eduard Markevich, curatore ed editore del giornale locale Novy Reft, a Sverdlovsk. 54. Vladimir Yatsina, corrispondente di ITAR-TASS, rapito e

poi ucciso da un gruppo di Wahhabis in Cecenia. 55. Aleksandr Yefremov, Cecenia. Fotoreporter della Siberia occidentale del giornale Nashe Vremya, ucciso in Cecenia dai ribelli. 56. Igor Domnikov, dalla Novaya Gazeta, Mosca. Uno sconosciuto assassino lo colpisce ripetutamente alla testa con un martello, all’ingresso del suo palazzo a Mosca. L’assassino non è mai stato trovato. 57. Sergey Novikov, Radio Vesna, Smolensk. È colpito e ucciso nel vano scala del suo appartamento. 58. Iskandar Khatloni, Radio Free Europe, Mosca. È ucciso di notte con un ascia nel suo appartamento di Mosca da uno sconosciuto. Khatloni lavorava sugli abusi dei diritti umani in Cecenia. 59. Sergey Ivanov, Lada-TV. È colpito cinque volte alla testa e al torace davanti al suo palazzo. 60. Adam Tepsurgayev, Reuters. Cameraman ceceno, ha prodotto la maggior parte delle riprese Reuters’ dalla Cecenia nel 2000, tra cui gli scatti del ribelle ceceno Shamil Basayev. 61. Cynthia Elbaum. fotografo per Time magazine, è stata uccisa nel corso di bombardamenti russi nel 1994. 62. Vladimir Zhitarenko, veterano militare corrispondente per le forze armate russe per il quotidiano Krasnaya Zvezda (Stella Rossa), è colpito da due proiettili di un cecchino al di fuori della città di Tolstoy-Yurt, nei pressi della capitale cecena di Grozny. 63. Nina Yefimova, reporter per il giornale locale Revival è stata rapita dal suo appartamento e uccisa insieme a sua madre. 64. Jochen Piest. È ucciso in un attacco suicida da un ribelle ceceno nel villaggio di Chervlyonna, a nord-est della capitale cecena. 65. Farkhad Kerimov. Autore delle riprese di Associated Press dei “ribelli” della Cecenia. 66. Natalya Alyakina. Free-lance corrispondente per la Germania, è uccisa da un soldato vicino alla città meridionale russa di Budyonnovsk. 67. Shamkhan Kagirov. Reporter per il quotidiano di Mosca Rossiyskaya Gazeta e il giornale locale Vozrozheniye, è colpito e ucciso in un agguato in Cecenia. 68. Viktor Pimenov. Colpito alla schiena da un cecchino posizionato sul tetto di un edificio a Grozny. 69. Nadezhda Chaikova. Il suo corpo è stato trovato sepolto nel villaggio ceceno di Geikhi bendato e recante segni di percosse e di un colpo d’arma da fuoco. 70. Supian Ependiyev. Muore in un affollato mercato all’aperto nel centro di Grozny, in un raid che causò l’uccisione o il ferimento di centinaia di persone. Secondo altre fonti, morì due giorni dopo. 71. Ramzan Mezhidov. Ucciso in un attacco aereo a un convoglio di rifugiati lungo la Rostov-Baku, strada da Grozny a Nazran nella vicina Inguscezia. 72. Roddy Scott. Ucciso nella repubblica russa di Inguscezia. Soldati russi hanno trovato il suo corpo nella regione di Galashki, vicino al confine con la Cecenia, a seguito di una sanguinosa battaglia tra le forze russe e un gruppo di combattenti ceceni.


politica

pagina 4 • 23 gennaio 2009

Concessioni. Il partito di Veltroni si astiene al Senato e apre alla Lega ma non sono chiari né i tempi né i contenuti della riforma

Bossi ringrazia il Pd Passa il federalismo al buio senza copertura finanziaria Solo l’Udc vota contro: «Da Tremonti nessuna risposta» di Riccardo Paradisi segue dalla prima Insomma l’eccezione folliniana è la risultante, appunto irriducibile, di un lungo confronto interno al Pd che dura da mesi e che ha visto ampi settori del partito, con il baricentro politico piantato al centro e nel sud del Paese, schierati su posizioni ostili a ogni dialogo con il centrodestra sul federalismo.

La corrente dalemiana e quella rutelliana che hanno nel gruppo Pd al Senato presidenza e vicepresidenza, erano per esempio contrari alla presentazione di un Ddl alternativo a quello della maggioranza. Un Ddl che invece il Pd ha scritto e usato in sede di negoziazione con il governo. Estrapolandovi quegli emendamenti e quelle rettifiche che in parte sono state accolte nel decreto votato ieri. Come per esempio quello di Giovanni Procacci, che specifica che i fondi europei non possono essere sostitutivi dei contributi speciali dello Stato. Lo stesso Francesco Rutelli più volte aveva però dato battaglia in queste settimane in assemblea di gruppo contro questa ipotesi e anche Anna Finocchiaro era schierata su posizioni di dissenso verso il dialogo. «Ci sono questioni strategiche, per noi molto rilevanti ai fini della determinazione nel nostro orientamento di voto, che non sono state risolte» diceva ancora nel primo pomeriggio di ieri il presidente dei senatori Pd.

Da «Grande riforma» a manifesto di cattive intenzioni

Una legge contro il Sud di Angelo Sanza remonti non scioglie i nodi della ingarbugliata matassa sui costi del federalismo fiscale, confermando così tutte le perplessità dell’Udc che da tempo si era espresso per un voto negativo a tutela degli interessi del Mezzogiorno e non solo di esso. Non siamo più di fronte ad una «Grande Riforma», come annunciato dal governo e dalla Lega, ma a un manifesto di buone volontà da attuare, forse, negli anni, per soddisfare oggi gli impegni verso gli elettori della Padania. Nel passaggio al Senato del disegno di legge sono emersi tutti i rischi che l’Udc aveva denunciato e sono apparse evidenti le incertezze che si celano dietro la freddezza del ministro Tremonti e l’euforia della Lega.

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Incertezze che devono preoccupare la classe dirigente meridionale. La decisione della Poli Bortone di non aderire al Pdl è un chiaro sintomo di questa preoccupazione. La stessa scelta di De Mita di lasciare il Pd dimostra la difficoltà insita nei due grandi partiti di interpretare e rappresentare le problematiche in cui vive

oggi il Mezzogiorno contro la travolgente politica “per il Nord” dell’attuale governo.

I problemi sono enormi e mettono a rischio l’equilibrio economico-sociale dello stesso Paese. Al Senato il governo non è stato in grado di spiegare la ridda di ipotesi sui numeri che si levavano dal dibattito dell’Aula. Un segnale di debolezza è apparso l’indisponibilità a tornare in Commissione per spiegare, in una sede più ristretta, il percorso della cosiddetta “data room”, come previsto dallo stesso ministro Tremonti. I cittadini di buon senso si chiedono: è proprio così urgente avviare, in un Paese con il secondo debito pubblico mondiale, una riforma così complessa e profonda? Quali garanzie offre lo Stato unitario a investitori interni e internazionali nel pagamento degli interessi sul debito che man mano vengono a scadenza, se buona parte delle entrate resta a disposizione delle singole Regioni? Tremonti questo lo sa benissimo e non può scherzare in quanto ne va dell’affidabilità dell’Italia nel contesto internazionale.

Un’analisi che si ammorbidisce solo dopo il voto dell’assemblea di gruppo a favore dell’astensione, su cui il segretario Veltroni ha fatto enormi pressioni per tutto il giorno: «Nel voto ha giocato molto il lavoro da noi compiuto che ha ribaltato l’impostazione del testo da un modello egoistico a un federalismo equo. Siamo soddisfatti per un testo che ha accolto molte nostre proposte anche se restano fortissime preoccupazioni soprattutto sul fatto che sui decreti legislativi il Parlamento sarà disarmato».

Ma se il Pd con l’astensione intende dimostrare d’avere senso di responsabilità e saper incidere e condizionare il merito dell’agenda politica del governo da sinistra c’è chi accusa il partito di Veltroni di alto tradimento nei confronti del proprio mandato di opposizione e soprattutto del Mezzogiorno: «Con questo voto – accusano i Comunisti italiani – il decide di sacrificare gli interessi del

Il capogruppo dell’Udc D’Alia: «L’unica cosa certa è che si moltiplicano i centri di spesa»

«È una delega in bianco al governo» colloquio con Giampiero D’Alia di Franco Insardà

ROMA. «L’Udc avrà un atteggiamento diverso alla Camera solo se le cose cambieranno». Pier Ferdinando Casini, insieme al segretario Lorenzo Cesa, ha ribadito ieri la posizione del suo partito. «La Lega - ha detto Casini - non ha il monopolio del federalismo, porteremo le ragioni del nostro no in tutte le regioni. Sono convinto che c’è una parte d’Italia, superiore al nostro bacino di voti, che ha le stesse nostre perplessità». Ieri al Senato il capogruppo dell’Udc, Gianpiero D’Alia, nella dichiarazione di voto ha criticato duramente il provvedimento.

Senatore D’Alia la fiscalità è forse il punto più controverso di questa riforma. È d’accordo? L’aumento della autonomia fiscale delle regioni e degli enti locali crea un rischio molto forte di uno squilibrio insopportabile nella attuazione del fondamentale principio costituzionale di progressività del prelievo fiscale. Ci spieghi meglio. La maggiore autonomia attribuita nella disciplina delle addizionali e delle deduzioni e detrazioni alle regioni e agli enti locali può determinare, ad esempio per l’Irpef, una differenza di pagamento della imposta a parità di reddito solo ed esclusivamente in ragione del territorio in cui si risiede.

Il Sud avrà molti problemi ? C’è una delega in bianco al governo per individuare la classificazione dei livelli essenziali e per determinare, nel ”paniere” delle imposte previste a copertura, quali manovrare. Questo comporterà l’inevitabile conseguenza che un uso maggiore o minore dell’Irpef anziché dell’Iva può determinare squilibri e disuguaglianze territoriali. I fondi per la coesione sociale avranno un utilizzo arbitrario? Il Sud sarà penalizzato fortemente dalla norma transitoria sulla perequazione infrastrutturale. È prevista l’istituzione di una cabina di regia, che definirei insolita, formata dai ministri dell’Economia, delle Riforme, della Semplificazio-


politica

23 gennaio 2009 • pagina 5

Crisi. Il governo presenta alle parti sociali un nuovo piano

Tremonti e le Regioni verso l’intesa di Francesco Pacifico

ROMA. L’intesa è ancora lontana, ma Giulio Tremonti ha dovuto riporre i propositi più bellicosi verso le Regioni. Così come le sue mire sugli 8 miliardi dei fondi europei Fse, dotazione indispensabile per il nuovo piano sugli ammortizzatori sociali. Se ventiquattr’ore prima il ministro aveva fatto slittare il vertice decisivo con le Regioni, ieri – incontrando le parti sociali a Palazzo Chigi – ha garantito loro un ruolo nello stanziamento delle risorse per i lavoratori in crisi.

Mezzogiorno sull’altare di non si sa bene quale inciucio con Pdl e Lega». Ad apprezzare la disponibilità del Pd invece è il centrodestra che però la mette al suo attivo politico. Bossi non solo ringrazia per la disponibilità il Pd, ma da questa partita sul federalismo trae degli insegnamenti tattici che generosamente elargisce al premier Berlusconi: «Sulla giustizia valuti l’idea di trattare su tutto, perda un po’ di tempo, ma non troppo. Faccia come me: ho mandato avanti Calderoli ma io ero dietro».

Gaetano Quagliariello , vicepresidente dei senatori del partito dice infatti che «Un voto non contrario dall’opposizione, è un segnale, non solamente della bontà della riforma, oltre che del metodo di come si lavora in un paese civile, moderno e maturo». Resta la perplessità sulla polpa del provvedimento, che comincerà a esse-

re più visibile quando oltre ai principi regolativi si vedrà la copertura economica con il Codice delle autonomie che il ministro alla semplificazione Roberto Calderoli dovrebbe presentare lunedì e quando Giulio Tremonti farà vedere i conti. Per questo il capogruppo alla Camera Antonello Soro continuava a nutrire forti perplessità ancora nel pomeriggio di ieri prima del voto al Senato su un’apertura di credito a questo decreto. Soprattutto per il buio che ancora avvolge i costi della riforma: «La valutazione dell’impatto del federalismo fiscale sulla finanza pubblica può oscillare tra pochi euro e 100 miliardi. Se il ministro dell’Economia e il presidente del Consiglio non danno una risposta sulla copertura finanziaria il rischio è che si voti una legge manifestino, un volantino elettorale». Un rischio che il Pd ha deciso evidentemente di correre.

ne, dei Rapporti con le regioni e da altri ministri competenti non ben definiti che dovrà attenersi all’adeguamento dei costi e al fabbisogno standard. E quindi? Siccome il fabbisogno standard viene stabilito con riferimento a una sola regione del Nord è chiaro che questo criterio illegittimo penalizzerà i territori che hanno maggiori difficoltà ad adeguarsi rapidamente alle regole del Nord sui costi e sul fabbisogno standard. Parliamo di competenze e funzioni tra Stato, regioni, province, comuni e città metropolitane? La riforma costituzionale del 2001 ha già prodotto un ampliamento delle pubbliche amministrazioni locali, con il conseguente aumento dei costi della pubblica amministrazione. Proprio sui costi della riforma e sulla divisione dei fondi sono arrivate le maggiori critiche. Bisogna partire dall’articolo 117 della Costituzione. Non si può procedere al riparto delle risorse se non si identifica-

no i livelli essenziali delle prestazioni a carico della fiscalità generale proprio perché rientranti nelle competenze esclusive dello Stato. Non si può procedere al riparto delle risorse se non si individuano le funzioni fondamentali di comuni, province e città metropolitane. Ma le province non dovevano essere soppresse? C’era unanimità sulla questione, ma la Lega ha fatto le barricate. La circostanza è ancora più grave se si considera la creazione delle città metropolitane che rischiano di diventare una sovrapposizione delle province. Con l’inevitabile aumento dei costi e la moltiplicazione di imposte e tasse locali. Ma nella fase attuativa non c’è una vera e propria espropriazione del Parlamento? La commissione bicamerale ha un ruolo marginale, mentre la conferenza permanente si sostituisce al Parlamento per la definizione degli obiettivi di finanza pubblica e per la gestione dei fondi perequativi. Quindi...

A Confindustria e ai sindacati il ministro dell’Economia e quello del Lavoro, Maurizio Sacconi, hanno infatti presentato un nuovo piano per affrontare la congiuntura. Un pacchetto che al centro ha proprio l’aumento delle risorse del fondo destinato agli ammortizzatori sociali e la sua estensione ai parasubordinati. La piattaforma si compone di sette proposte, nelle quali – a riprova di come è cambiato il clima nelle ultime ore – viene riconosciuto un ruolo di primo piano alle Regioni. Proprio gli enti, forti di un accordo quadro con il governo, avranno la funzione di valutare e negoziare le richieste di cassa integrazione o degli altri ammortizzatori sociali per i lavoratori ritenuti in esubero. Le Regioni collaboreranno anche con il ministero per trovare le soluzioni in grado di assicurare la più ampia base occupazionale: in nome del “lavorare meno lavorare tutto” riportato in voga da Sacconi, si potrà ricorrere ai contratti di solidarietà, a una rimodulazione dei turni e dell’orario se non alla vecchia cassa integrazione. Il piano prevede anche di incentivare gli strumenti di accompagnamento al lavoro e di formazione, di estendere le integrazioni al reddito a tutti i lavoratori subordinati, di garantire indennità alla platea dei lavoratori precari. Per evitare quanto verificato in Paesi come la Germania o quelli scandinavi, il governo ha poi deciso una progressione calante dei trattamenti economici per evitare comportamenti parassitari. Al riguardo non mancheranno sanzioni per quei disoccupati che rifiutano una proposta di lavoro o la possibilità di un aggiornamento. A queste misure si aggiunge poi il pieno appoggio del governo a Confindu-

stria e a Cisl e Uil per chiudere entro oggi un accordo sulla riforma del contratto nazionale e sul rafforzamento delle intese di secondo livello, anche senza l’avallo della Cgil. Ieri il governo non ha chiarito la dotazione di questo piano né la sua copertura, rimandando questo capitolo a una discussione che dovrebbe concludersi alla fine della prossima settimana in Conferenza Stato-Regioni. Quel che è certo, come si legge nel piano presentato sia ai governatori sia alle parti sociali, che «ognuno dovrà farsi carico» del pacchetto per garantire integrazione al reddito e formazione professionale ai lavoratori in mobilità. Senza citare gli 8 miliardi del Fondi sociale europeo che restano la leva principale, l’esecutivo ha messo nero su bianco di guardare «a tutti gli stanziamenti comunitari, ai bilanci delle Regioni e delle Province autonome, ai fondi interprofessionali per la formazione continua e dal relativo prelievo dello 0,30 per cento sul monte salari delle imprese, agli enti bilaterali promossi dalle parti sociali e alle ulteriori liberalità del settore privato o privato-sociale».

Agli enti vanno più poteri in cambio dei fondi per finanziare gli ammortizzatori sociali

Di conseguenza sarà decisivo il vertice di giovedì prossimo in Stato-Regioni, già convocato ieri dal sottosegretario Gianni Letta. Il governatore Vasco Errani ha ribadito che prima di sedersi al tavolo si devono «sapere con certezza quali potranno essere le risorse da mettere in campo». Fatto sta che la devoluzione di poteri oggi in mano al ministero del Lavoro sull’assegnazione delle misure per integrare il reddito, potrebbe essere un’importante garanzia per quello che sta più a cuore alle Regioni: mantenere la piena gestione sulle attività di formazione, che in media valgono un decimo dei loro bilanci. Dal canto suo il governo si è reso conto che uno scontro prolungato con le Regioni non avrebbe portato a nulla, se non a una nuova serie di ricorsi davanti alla Corte Costituzionale. Il perdurare della crisi e la necessità di lanciare in breve tempo un piano sull’auto hanno spinto Berlusconi e Tremonti a un atteggiamento diverso sui fondi regionali. Anche perché, come ha spiegato il ministro, la cura per la crisi economica, che deriva da un eccesso di debito, non è fare ancora più debito».


politica

pagina 6 • 23 gennaio 2009

Alleanze. Ma l’accordo non apre nuovi fronti di concorrenza in Asia

Il mondo fa l’esame all’asse Fiat-Chrysler di Andrea Giuricin

ROMA. L’accordo tra il Fiat Automobili e Chrysler è certamente molto importante nel panorama del mercato auto motive; tuttavia non è certamente risolutivo né per il gruppo italiano né per quello americano. Le due case automobilistiche, insieme, superano di poco i 4 milioni di vetture vendute nel mondo nello scorso anno: ben al di sotto della soglia che lo stesso amministratore delegato Sergio Marchionne del gruppo italiano ha detto essere necessaria per sopravvivere in un mercato altamente competitivo come quello dell’auto. Se per Fiat il 2008 è stato un anno difficile, ma non tragico, con delle vendite in leggera caduta in Europa, per Chrysler lo scorso anno rimarrà nella storia come uno dei peggiori anni di sempre. I dati di dicembre sono infatti a dir poco tragici per il terzo carmaker americano, che ha venduto oltre il 53 per cento in meno di veicoli nel suo principale mercato, gli Stati Uniti d’America; nello stesso mercato, lo scorso anno, Chrysler ha visto scendere la quota di mercato vicino alla soglia psicologica del 10 per cento avendo venduto quasi 800 mila vetture in meno di quante ne abbia vendute sullo stesso mercato la giapponese Toyota. In Europa, la casa automobilistica di Detroit ha fatto ancora peggio, con una caduta di quasi il 60 per cento nelle vendite nel mese di Dicembre, con una quota di mercato sotto lo 0,5 per cento. La debolezza del produttore americano è maggiore nel comparto auto, dove Chrysler è il sesto operatore negli Stati Uniti superato anche da Honda e Nissan, oltre a Toyota e le altre due delle “Big Three”, General Motors e Ford; tra i tre grandi produttori ,GM e Chrysler sono quelli che più rischiano di andare in “Chapter 11”, la procedura fallimentare americana e sono quelli che hanno già ricevuto fondi Statali. La possibile entrata di Fiat, che deve ancora superare il vaglio dell’antitrust e una due diligence severa, potrebbe servire a Chrysler a ricevere più facilmente gli aiuti statali promossi dall’amministrazione Bush e promessi dall’amministrazione di Barack Obama.

Il modello resta la strategia comune di Renault e Nissan: i giapponesi alcuni anni fa erano in crisi e dall’alleanza con i francesi hanno saputo ritrovare slancio anche sul mercato asiatico

Intanto il gruppo torinese chiude l’anno senza dividendi

Berlusconi: presto aiuti alle auto ROMA. Silvio Berlusconi ha annunciato ieri che il governo sta pensando all’opportunità di concedere degli aiuti economici alla’industria automobilistica, in linea con quanto stanno decidendo altri paesi europei. Probabilmente - ha aggiunto il premier - già martedì prossimo si aprirà un tavolo di discussione sul tema. L’annuncio è arrivato mentre il Cda della Fiat era riunito a Torino per discutere i dati del 2008. Il gruppo ha chiuso l’anno con ricavi pari a 59,38 miliardi di euro, in crescita dell’1,5% rispetto ai 58,529 mld conseguiti nel 2007. La significativa performance dei primi nove mesi (+8,4%) è stata compensata dai cali registrati dalla maggior parte dei settori nel quarto trimestre (-17,2% rispetto al 2007). Malgrado il

E comunque l’alleanza con Fiat permette al carmaker americano di rafforzarsi nel settore delle automobili, nel quale ha quote di mercato mondiale irrisorie e al contempo al gruppo torinese di internazionalizzarsi e di entrare sul mercato americano.

Insieme, le due case automobilistiche, rimangono deboli al confronto dei colossi Toyota e Volkswagen e le sinergie promesse potrebbero non essere cosi facili da raggiunge-

saldo sia in utile, non ci saranno dividendi per i soci: la notizia (unita a quella di un possibile aumento di capitale che però poi è stata smentita dall’azienda) ha fatto subito il giro del mondo finanziario, portando a un ribasso del titolo Fiat che subito è stato sospeso e poi riammesso a Piazza Affari. Quanto al 2009, le previsioni discusse nel Cda sono piuttosto comlesse: si parla di risultati con andamento disomogeneo trimestre su trimestre, a cominicare dal primo che sarà particolarmente negativo. «Miglioramenti - dice una nota - dovrebbero essere visibili nei restanti tre trimestri» per effetto delle azioni di ristrutturazione. Per realizzare i vari obiettivi, Fiat continuerà la sua strategia di alleanze mirate.

re; i tre miliardi di minori costi, grazie all’utilizzo di una piattaforma comune sono una bellissima previsione.. È di pochi anni fa l’entrata di Daimler nel gruppo Chrysler e tale investimento si rivelò totalmente fallimentare, con i tedeschi che detengono ancora quasi il 20 per cento del gruppo americano e che vogliono uscire completamente; anche in quel caso erano promesse sinergie, ma in realtà i due gruppi non riuscirono mai ad integrarsi ed i costi si moltiplicarono invece di ridursi. L’accordo in sé, dunque, era comunque necessario per i due gruppi per sopravvivere, ma non è detto che sia una condizione sufficiente per poter competere con i grandi player; siamo infatti all’inizio di un ac-

cordo ed i passi da fare sono ancora molti e difficili; forse non è un caso che il titolo Fiat non abbia avuto un andamento differente dall’indice di Piazza Affari nel giorno dell’annuncio. Le case automobilistiche in difficoltà, come l’americana General Motors, al fine di avere delle entrate straordinarie stanno cercando di vendere i marchi che non ritengono essere essenziali. L’utilizzo di una rete di vendita e di impianti produttivi comuni sono comunque il futuro delle case automobilistiche; al di fuori del consolidamento del settore, la tendenza generale vede l’introduzione di una piattaforma che sia in grado di produrre una serie di veicoli di diverse marche. È il caso della 500 di Fiat che viene pro-

dotta in Polonia nello stesso stabilimento e con la stessa piattaforma della Ka di Ford; ma succede lo stesso per le piccole di Toyota, Peugeot e Citroen, che hanno in comune la produzione della Aygo, C1 e la 107. Non è quindi necessario un accordo con una partecipazione azionaria per concludere questi accordi, come hanno dimostrato i casi recenti.

Un accordo di successo è quello intercorso tra Renault e il gruppo giapponese Nissan, che alcuni anni fa era in crisi; dall’alleanza con la casa automobilistica francese ha saputo ritrovare slancio. Artefice di tale successo è l’attuale amministratore delegato di Renault, Carlos Ghosn. Sarà in grado Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, di ripetere la felice esperienza del manager del gruppo francese? Chrysler ha già chiesto 4 miliardi di euro di aiuti al Governo Americano e nei prossimi mesi riceverà altri soldi dei contribuenti a patto di dimostrare che il management stia facendo le azioni necessarie per uscire dalla crisi. L’utilizzo delle piattaforme Fiat permetteranno al produttore americano di rafforzarsi nel mercato auto? E se l’accordo preliminare con Fiat fosse una mossa degli azionisti di Chrysler per poter attingere ai soldi pubblici? A questa domanda risponderanno i fatti dei prossimi mesi e se l’accordo si concretizzerà allora spariranno anche questi dubbi. Una cosa è certa; anche se Fiat entrasse nel capitale di Chrysler e ci fossero delle reali sinergie, per l’eventuale nuovo gruppo rimarrebbe la debolezza di non essere presenti sul mercato più promettente e quello che nei prossimi anni potrebbe decidere la grande partita tra i player dell’automotive: il mercato asiatico.


società

23 gennaio 2009 • pagina 7

Bioetica. La governatrice del Piemonte attacca il cardinal Poletto: «Non siamo un Paese di ayatollah»

Ancora comizi su Eluana di Gabriella Mecucci segue dalla prima

All’alto prelato, la Bresso ha chiesto: «Quale differenza c’è fra l’Italia di oggi e gli stati clericali, come quello degli ayatollah, dove viene ingiunto a tutti quelli che credono di assumere un determinato comportamento?».

Singolare obiezione, questa, secondo cui un vescovo non può dare indicazioni ai cattolici della sua diocesi. Poletto non fa alcuna ingiunzione, ma spiega ai medici cattolici quali sono gli orientamenti della Chiesa di cui fanno parte e chiede loro di rispettarli. Chiede, indirizza, prega, cerca di convincere, non impone – non ne ha peraltro gli strumenti – alcunché a nessuno. Ma la Bresso non demorde: «I credenti non possono essere richiamati con diktat. Penso che sia un errore per la Chiesa entrare in questo modo, a piedi uniti, su una materia così delicata, su cui milioni di cattolici in tutto il mondo prendono decisioni simili a quella della famiglia Englaro». E poi la sparata finale: «Stiamo rischiando di perdere il carattere laico del nostro Stato con polemiche di questo genere». Il cardinal Poletto, insomma, deve tacere altrimenti attenta alla laicità dello Stato. Ed è proprio questo che Luca Volontè, Udc, rimprovera alla presidente piemontese: «Non è la prima volta e non sarà l’ultima che Bresso non rispetta le opinioni della Chiesa cattoliIn alto, il governatore del Piemonte ca. Questo sarebbe il Mercedes Bresso e il sottosegretario al Welfare Pd del nuovo Eugenia Roccella. Sopra, Eluana Englaro Nord?». Dello stesso tono anche l’intervento di Laura Bianconi, vice- suo dovere di pastore della chiepresidente dei senatori del Pdl: sa. La Bresso come persona è li«Se il cardinal Poletto richiama i bera di fare quello che ritiene più medici cattolici al valore fonda- opportuno, ma come rappresenmentale della vita, bene inviola- tante delle istituzioni farebbe bebile dal suo concepimento alla ne a ricordare che deve rispettamorte naturale,non fa altro che il re le leggi italiane, le quali defini-

in breve Villari annuncia: «Farò ricorso» Riccardo Villari non ci sta ed annuncia ricorso al Tar o alla Corte Costituzionale, o ad entrambi gli organismi, contro la revoca da presidente della Commissione di Vigilanza sulla Rai decisa dai presidenti dei due rami del Parlamento. Durante la registrazione di una puntata del «Maurizio Costanzo show», Villari ha detto che «la mia volontà è ricorrere contro le decisioni dei presidenti di Senato e Camera nei miei confronti. Stiamo valutando con i miei legali le sedi dove presentarli, potrebbero essere il Tar o la Corte Costituzionale, o entrambi. C’è comunque la volontà di ricorrere contro queste decisioni, aspetto solo il via libera dei miei legali».

Nuovo raid antisemita a Roma

Una clinica di Udine, intanto, si dice disposta a ospitare la ragazza per toglierle il sondino dell’alimentazione: «Siamo una struttura privata, il ministro Sacconi non può far nulla per fermarci» scono gli atti eutanasici un reato». Ma l’intervento della Bresso non si è fermato a questi temi. Alla domanda sul perché si è fatta avanti e ha dichiarato la propria disponibilità ad applicare la sentenza Englaro nelle strutture sanitarie della sua Regione ha risposto: «Io penso che ci sia un dovere delle strutture pubbliche di dare attuazione alla decisione della Cassazione che si esprime a favore del distacco del sondino. Quanto ai medici – prosegue la Bresso – nessuno di coloro che dirà di non voler fare questa operazione verrà obbligato a farla». E ancora: «Io non impongo niente a nessuno. Se ci saranno dei contatti, saranno fra la famiglia Englaro e le nostre strutture sanitarie. Chi invece ha imposto qualcosa è il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni che ha vietato l’intervento su Eluana nelle strutture sanitarie della sua regione».

Sempre ieri, comunque, nel giorno in cui il Tar ha reso note le ragioni sulla base delle quali ha annullato il provvedimento della Regione Lombardia che vietava di staccare il sondino, una clinica di Udine sembra aver risposto all’appello della

famiglia Englaro. La clinica «La Quiete» ha dichiarato la sua disponibilità ad accogliere Eluana e a farla morire: questa clinica, infatti, non è convenzionata con il sistema sanitario nazionale e potrebbe – ecco la tesi della presidente della casa di riposo, Ines Domenicali – non rispondere alla direttiva del ministro Sacconi che impone alle strutture pubbliche di non eseguire una simile operazione.

Sempre ieri, sull’argomento è tornata autorevolmente anche la sottosegretaria al Welfare con delega alla bioetica, Eugenia Roccella. «Temo – ha risposto alla Bresso – che ci saranno delle forti difficoltà ad applicare la sentenza della Cassazione su Eluana Englaro. Non esiste in nessuna struttura della sanità pubblica, infatti, la possibilità di inserire un protocollo che preveda di far morire una malata che può vivere ancora a lungo. Siamo di fronte ad una disabile – ha concluso Roccella – e non ad una persona in stato vegetativo permanente». Tutto lascia pensare, però, che questa ennesima iperbole polemica sul caso Englaro non sarà l’ultima. Un cupo tormentone foriero di morte.

Alcuni negozi di proprietà di commercianti ebrei sono stati danneggiati, a Roma, nel quartiere africano: le serrature delle saracinesche sono state bloccate con la colla. L’azione è stata rivendicata con uno striscione, dove si legge la scritta «Boicotta Israele. Militia» e sul quale campeggia un fascio littorio. L’azione antisemita segue di un paio di settimane le iniziative razziste volte a boicottare i negozi di commercianti ebrei come presunta ritorsione agli attacchi israeliani a Gaza.

Pdl: preferenze e soglia al 5% per le Europee Nuova proposta del Pdl sulla riforma della legge elettorale europea: l’ipotesi conterrebbe solo la soglia di sbarramento (che il Pdl da tempo vorrebbe al 5%), mentre lascerebbe inalterato il voto di preferenza e le attuali cinque maxicircoscrizioni. È atteso ora un segnale di disponibilità da parte delle opposizioni, anche se manca ancora l’ok definitivo del premier Silvio Berlusconi. Nei giorni scorsi Donato Bruno, e il ministro Elio Vito, hanno accennato a Dario Franceschini la possibilità di un nuovo tentativo di riforma della legge europea. Il numero due del Pd ha iniziato una consultazione con gli altri due partiti di opposizione, Idv e Udc.


politica

pagina 8 • 23 gennaio 2009

Giustizia. Ancora molte divisioni nella maggioranza: le norme escludono reati come la pedopornografia o l’estorsione

Piange il telefono Intercettazioni, molti i nodi da sciogliere per arrivare a una riforma condivisa di Marco Palombi

ROMA. «Poco prima di Natale c’è stata una nuova offensiva dei tagliagole che chiamavano i loro amici nelle redazioni per tentare di diffondere le fantomatiche intercettazioni in cui Berlusconi parla in libertà con Confalonieri». Un uomo vicino al presidente del Consiglio - i tagliagole, nel vocabolario del nostro, sono i magistrati - racconta così la nuova fibrillazione sulla riforma delle intercettazioni a cui si assiste da dicembre e che ha innescato l’ennesimo scontro all’interno della maggioranza: sarebbe collegata, cioè, alla presunta e ricorrente minaccia di pubblicare le telefonate fantasma del premier. Basta guardare le sue dichiarazioni pubbliche, spiega ancora la fonte.

Eccole. Nella conferenza stampa di fine anno, il 20 dicembre, Berlusconi scandisce: «Da subito mi sono detto insoddisfatto per il testo sulle intercettazioni prodotto dal governo che non cambierebbe per nulla una situazione inaccettabile: bisogna restringere le intercettazioni anche sulle indagini sui reati contro la Pubblica Amministrazione». Parlando coi giornalisti fuori da casa sua, esattamente una settimana dopo: «Se viene fuori una mia telefonata di un certo tipo me ne vado in

un altro Paese». Sono i giorni dell’attacco a testa bassa per avvertire “i tagliagole”che il governo non si sarebbe fatto massacrare rimanendo inerte. Adesso, però, la situazione pare tornata sotto controllo e nello stesso centrodestra sono tornati a manifestarsi mille dubbi: il premier ha dovuto dire addio al suo progetto di autorizzare le intercettazioni solo per i reati gravissimi, ma non ha mollato la presa. Infatti, ieri ha fatto presentare dal capogruppo del Pdl in commissione Giustizia, Enrico Costa, un emendamento piccolo piccolo (non si sa quanto condiviso dalla Lega), ma capace di limitare in maniera imponente la possibilità per i Pm di ricorrere alle intercettazioni: in sostanza potrebbero essere autorizzate soltanto in presenza di «indizi di colpevolezza» anziché - come oggi prescrive il codice - di «gravi indizi di reato».

Torniamo intanto al ddl Alfano licenziato dal governo in estate e da allora bloccato in commissione Giustizia alla Camera: il testo del governo prevede che si possano registrare, per soli tre mesi, le telefonate di chi è sospettato di aver compiuto reati punibili con pene superiori ai 10 anni (attualmente il limite è cinque), fatta eccezione per i reati contro la pubblica

amministrazione. E già qui si presenta un primo problema denunciato dalle opposizioni: sotto la pena di dieci anni ci sono reati di rilevante impatto sociale come, tanto per non citare che il più odioso, quello di pedopornografia (crimine, per altro, per cui intercettazioni e utilizzo dei tabulati telefonici sono spesso l’unico reale mezzo investigativo). Inoltre, anche accettando il criterio del limite alla pena di 10 anni non si capisce con quale criterio sia stato deciso di includere alcuni reati ed escluderne altri. Eccone una lista fornita dal ministro ombra del Pd Lanfranco Tenaglia: sequestro di persona, violenza sessuale, rapina, estorsione, truffa ai danni dello Stato, circonvenzione di incapaci, usura, ricettazione, traffico illecito di rifiuti o bancarotta fraudolenta. C’è inoltre chi sostiene che l’effetto di questa legge, al pari di quella sulle rogatorie che infiammò la precedente legislatura, sarà nulla negli effetti: ai magistrati basterà contestare l’associazione a delinquere per aumentare le pene edittali oltre i dieci anni e intercettare chi vogliono.

Al contrario dell’Italia dei valori, comunque, Udc e Pd non sono contrarie a una riforma delle intercettazioni e criticano

Tra le proposte dell’Udc, c’è anche quella di far indagare ad un’altra procura sulle eventuali violazioni del segreto istruttorio, come accade quando i magistrati sono indagati o parte lesa gli abusi verificatisi negli ultimi anni e le ripetute violazioni della privacy. «La cosa peggiore è continuare a non far nulla», aveva spiegato il vice capogruppo centrista Michele Vietti, che ieri ha presentato una trentina di emendamenti per aumentare i reati per cui siano possibili le intercettazioni,

creare un budget di spesa ad hoc per ogni Procura, prevedere che l’autorizzazione sia “vistata” dal capo dell’ufficio (che sarà anche responsabile del limite di spesa). Tra le proposte dell’Udc, rilevante è anche quella di far indagare ad un’altra procura sulle eventuali violazioni del segreto istruttorio,

Troppe volte si usano solo per incriminare e non per scagionare: parla Calogero Mannino

«Indispensabili, ma non possono essere prove» colloquio con Calogero Mannino di Francesco Capozza

ROMA. «Le intercettazioni sono uno strumento di indagine eccezionale che interviene a sacrificare la privacy dei cittadini in un modo che è giusto solo se eccezionale». Queste le parole del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a commento del disegno di legge che il governo starebbe definendo sullo spinoso tema delle intercattazioni. Onorevole Calogero Mannino, lei, prima ancora essere un autorevole esponente dell’Udc, è stato ed è ancora un avvocato. Cosa ne pensa del problema delle intercettazioni? Guardi, le intercettazioni sono uno strumento investigativo indispensabile. Tuttavia, l’uso e ancor più l’abuso,

devono essere disciplinati dalla legge. Per fare ciò bisogna porsi tre domande: quando possono essere disposte? Chi le può disporre? E, infine, che valore dare alle intercettazioni raccolte? Che risposte darebbe a questi quesiti? Le intercettazioni devono essere disposte tutte le volte che si venga a conoscenza di una notitia criminis ma non devono assolutamente sostituire delle prove, semmai integrarle. A disporle, mi pare evidente, può essere esclusivamente il Pm, ma è necessario stare molto attenti a non sfociare nell’abuso, così come è avvenuto negli ultimi anni. Infine, le intercettazioni devono avere un valore indiziario e va tenuto presente che

esse non sempre riflettono la realtà di una dinamica criminale. Onorevole, troppo spesso si considerano solo le intercettazioni, per così dire, negative: una su cento, a volte. Un difetto di forma e di merito. Come si può ovviare a questo vulnus? Lei ha centrato un punto importante.Troppo spesso vengono disposte delle intercettazioni che riguardano non solo l’indagato, ma anche chi lo circonda. È una pratica che va assolutamente evitata. Così come, a fronte di una intercettazione vagamente indiziale, devono essere ascoltate anche tutte quelle assolutive. E tenute nella stessa considerazione. Lo ripeto, in ragione dell’ascolto di alcu-


politica

23 gennaio 2009 • pagina 9

Sergio Rizzo del Corriere: «Diritto di cronaca calpestato»

«A gamba tesa sulla Costituzione» di Errico Novi

come accade già ora quando i magistrati sono indagati o parte lesa in un procedimento.

Altro fronte assai controverso è quello che riguarda i giornalisti, che paiono essere nel mirino di palazzo Chigi tanto quanto i magistrati. Il ddl Alfano prevede infatti il divieto assoluto di pubblicare intercettazioni fino alla conclusione delle indagini o all’udienza preliminare, ovvero ben al di là del normale segreto istruttorio (il paradosso è che atti non segreti non possono essere pub-

blicati). Lunari le sanzioni, su cui però Berlusconi ha promesso un’inversione di rotta: ad oggi, comunque, per chi pubblica intercettazioni vietate il governo prevede da uno a tre anni di carcere e un’ammenda fino a 1.032 euro. Se a questo si aggiungono le multe assai salate in arrivo per gli editori, si vede come l’obiettivo della legge sia duplice: limitare le intercettazioni in modo sensibile e, laddove questo non sia possibile, almeno evitare che arrivino alle orecchie dell’opinione pubblica.

ne conversazioni si possono dedurre solo degli indizi che devono essere sottoposti a riscontro e a verifica. Ieri il presidente del Copasir Francesco Rutelli ha ricevuto un lungo elenco dei migliaia di italiani intercettati. Dicono che sia rimasto esterrefatto dall’ampiezza della casistica e dalla palese violazione della privacy in moltissimi casi. Come le dicevo, per tutte le testimonianze occorre vagliare le intercettazioni telefoniche sulla base di un criterio ben preciso: quello che è rivolto a stabilire la concreta attuazione del fatto. Ed è chiaro, ovviamente, che l’intercettazione non può e non deve essere disposta per qualsiasi ipotesi di reato. Altrimenti si rischia l’abuso. Il governo ha stabilito, e questo è un punto fermo della riforma, che le intercettazioni resteranno in tutti i casi in cui la pena edittale supera i 10 anni. Non le sembra aggirabile come paletto? Il disegno di legge del governo sembra muoversi in quel senso, ovvero nel campo

Il premier Silvio Berlusconi continua a spingere sulla sua maggioranza per far approvare una legge che riformi l’uso delle intercettazioni. A sinistra, Calogero Mannino

dei reati la cui pena edittale è superiore a 10 anni, come lei giustamente ricordava. Benissimo, se non fosse che buona parte dei Pm, fin’ora ha aggirato questo paletto, come lo chiama lei, contestando il reato facendolo ricadere tra le ipotesi coperte dall’articolo 416 del codice penale. Fatta le legge, trovato l’inganno quindi. Invece bisognerebbe regolamentare le intercettazioni in maniera molto più rigida e più difficilmente aggirabile. Un’ultima domanda, Onorevole. Qual è la posizione dell’Udc su una materia così delicata? Noi, come ha sempre ricordato il presidente Casini, abbiamo deciso di porre in essere un’opposizione costruttiva. Su questa materia, come su tutte quelle che il governo propone all’attenzione del parlamento. Per questo, il nostro gruppo ha proposto in commissione degli emendamenti correttivi volti ad evidenziare tre principi sulle intercettazioni: la gravità, la precisione e la concordanza delle stesse.

ROMA. Devono essere gli effetti della sbornia, le conseguenze delle troppe intercettazioni pubblicate negli ultimi anni. A furia di leggere – o ascoltare in file audio – delle gesta più o meno mirabili compiute da politici, attrici, o da tutte e due le categorie in frequente connubio, gli stessi paladini del diritto di cronaca sembrano aver assimilato il punto di vista dei parlamentari: il divieto di pubblicare le conversazioni telefoniche viene recepito come un provvedimento giusto, un doveroso sollievo. E invece si tratta dell’evidente negazione di un principio costituzionale: quello della libertà di stampa, appunto. Nel disegno di legge che il ministro Angelino Alfano tiene ancora fermo ai box in attesa che tra Pdl e Lega si mettano davvero d’accordo, sono previste sanzioni molto elevate per gli editori di giornali che pubblicano le trascrizioni. «Non ci sarà il carcere per i giornalisti», è la rassicurazione del premier. Cambia poco: con il deterrente stabilito per gli editori sarà comunque impossibile che il materiale intercettato finisca in pagina fino all’udienza preliminare. Si tratta pur sempre di atti pubblici, dal momento in cui i difensori degli indagati possono avere accesso alle carte dell’inchiesta. Pubblici, ma non pubblicabili, secondo il ddl messo a punto dal Guardasigilli, che riprende d’altra parte le proposte già contenute nel testo preparato da Mastella prima delle scorse Politiche. Secondo Sergio Rizzo, che con Gian Antonio Stella conduce da oltre due anni un lavoro di esplorazione tra i privilegi che la politica si autoconferisce, sia sul Corriere della Sera che dalle pagine dei libri, l’obiettivo di fondo è sempre lo stesso: «Tappare la bocca ai giornalisti, indebolire nella sostanza il diritto di cronaca. Sono tra quelli che considerano inopportuna la diffusione di intercettazioni su cose non attinenti al reato. Su questo possiamo discutere. Ma con il divieto si entra a gamba tesa sulla Costituzione». Al limite il Parlamento potrebbe intervenire sui limiti del segreto istruttorio, ma è un’ipotesi evidentemente impraticabile: sarebbero messe in gioco le garanzie della difesa. «E allora se certi atti, in una certa fase del procedimento, continuano ad essere pubblici, com’è giusto

che sia, è inaccettabile pretendere che i giornalisti si limitino da soli», dice Rizzo, «se una informazione è tecnicamente considerata pubblica, il cronista non solo ha il diritto ma anche il dovere di diffonderla».

Elementare, eppure non scontato, almeno ad osservare l’andamento del dibattito, tutto concentrato sui distinguo tra Berlusconi e Bossi. «Questo è lo stato generale dell’attenzione sul diritto di cronaca in questo Paese», si lamenta il portavoce di Articolo 21, nonché deputato dell’Idv, Beppe Giulietti. «Lo avevo già fatto notare durante la discussione sul ddl Mastella: è assurdo pretendere che le intercettazioni siano proibite fino al dibattimento. Se un cronista di qualsiasi credo viene in possesso di informazioni di pubblico interesse deve poterle diffondere. Con i divieti si arriverà al commercio clandestino delle intercettazioni, destinate magari a finire su qualche sito straniero. E con le multe agli editori si mette nelle loro mani, anziché in quelle dei giornalisti, tutto il potere dell’informazione». D’altronde ci sono casi in cui le intercettazioni non soddisfano solo curiosità più o meno pruriginose, ma possono addirittura salvare la vita. «Pensate alla vicenda della clinica di Milano», dice il se-

Giulietti: «I divieti porteranno al mercato nero delle trascrizioni». Siddi, segretario del sindacato dei giornalisti: «L’informazione non si può negare» gretario del sindacato nazionale dei giornalisti, Franco Siddi, «oppure alla storia del papà di Gravina in Puglia. In situazioni del genere un lavoro fatto dagli organi di stampa è risolutivo, indispensabile. L’attività giudiziaria, comprese le intercettazioni, è uno di quegli aspetti della vita sociale sui quali i cittadini hanno pieno diritto di essere informati, a meno che le parti non decidano che un certo materiale non è attinente all’oggetto del procedimento e non debba essere reso pubblico. D’altronde la Corte dell’Aja ha stabilito che il diritto ad essere informati può essere prevalente su altri, persino sul segreto istruttorio. Perciò il governo deve stare tranquillo, la nostra contrarietà al disegno di legge non ha nulla di fazioso, ci siamo già pronunciati quando le stesse proposte sono state avanzate da Mastella».


panorama

pagina 10 • 23 gennaio 2009

Proteste. È giusto lo stop ai cortei nei luoghi di culto imposto da Maroni. Ma non basta

Piazza Duomo e Piazza Moschea di Isabella Bertolini occupazione delle piazze di alcune città italiane da parte di musulmani che hanno inscenato una preghiera tutta politica a sostegno dei terroristi di Hamas, pur evidenziata nella sua gravità da alcuni commentatori, non ha purtroppo sollevato una più condivisa preoccupazione.

L’

La sottostima del problema nasce probabilmente da un’endemica riluttanza ad affrontare seriamente questa materia. Quanto concerne l’islamismo viene trattato con le pinze: una sorta di autocensura che ci impedisce di valutare nella giusta dimensione le diversità culturali che ci separano. Sbaglia infatti chi minimizza il significato delle ripetute provocazioni islamiche, come appunto l’occupazione di piazze, strade, sagrati di chiese, spesso con l’irresponsabile beneplacito di istituzioni pubbliche e religiose. Positivo quindi lo stop ai cortei da-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

vanti ai luoghi di culto, imposto dal Ministro dell’Interno Maroni. Utilizzare la preghiera come strumento di provocazione politica può essere né legittimato né giustificato. Non si può credere infatti che l’accondiscendenza e le concessioni culturali possano tutelarci dal rischio di conflitti interrazziali o interreligiosi. L’islamismo più intransigente non vuole integrarsi, ma persegue il disegno di dettare le proprie regole. Un obiettivo che gli viene facilitato dal permissivismo e dal relativismo che infiacchiscono la nostra società. Da una parte, l’islam più ortodosso reperisce strumental-

lo più gestite da associazioni collegate a movimenti fondamentalisti, gli stessi nel mirino di molti governi arabi che li temono per la loro violenza sovvertitrice.

Che fare, dunque? Intanto smetterla con la stupidaggine di far passare per razzista e xenofoba ogni proposta di moratoria o di regolamentazione dell’insediamento di centri islamici. In secondo luogo, trasformare le strutture già esistenti in ‘case di vetro’, come ha suggerito qualcuno. Le moschee non devono poter svolgere attività diverse da quelle strettamente religiose. Non possono gestire una giustizia parallela, in conflitto con quella del paese ospitante, né possono irradiare insegnamenti contrari alle nostre leggi. Se la lingua dei sermoni deve essere l’italiano dobbiamo però anche sapere chi sono gli imam che vi predicano. Servono una mappatura dei centri islamici esistenti ed un censimento dei soggetti che li gestiscono. Le Istituzioni, a tutti i livelli, devono fare molto di più e di meglio per governare questo fenomeno altrimenti pericoloso. Ma servono anche, con urgenza, leggi e regole certe e, soprattutto, la massima fermezza nel farle rispettare.

Bisogna smetterla di far passare per razzisti tutti quanti chiedono una regolamentazione delle attività svolte dai luoghi di incontro islamici mente alleati nella sinistra antioccidentale e nelle frange più estremiste ed eversive, senza disdegnare il sostegno di quel cattolicesimo sociale che continua a perseguire la strada di un improbabile dialogo, per altro sempre unilaterale. Dall’altro lato, l’islam radicale impegna cospicue risorse nella diffusione di centri di auto irradiazione, con il beneplacito di improvvidi amministratori pubblici che consentono l’insediamento nei territori di un numero incontrollato di centri culturali islamici e di moschee. Moschee che, guarda caso, sono per

La mania, molto in voga, di tormentare i resti dei morti per analizzarne il Dna

Chi salverà Galileo dagli scienziati? a scritta cimiteriale «riposano in pace» andrà prima o poi rimossa dai camposanti e dalle tombe. Perché è diventata ormai falsa. Non c’è pace neanche più per i morti. Se poi il morto è illustre, allora, prima o poi a qualcuno verrà in mente di riesumare la salma benché ormai priva di alma. Gli ultimi due casi sono quelli di Galileo Galilei e Gioacchino Murat. Sul primo indagano gli scienziati - e mi sembra giusto visto che il grande pisano è il padre di tutti gli scienziati - sulle tracce del secondo, invece, c’è il Ris di Messina, i carabinieri - e anche qui mi sembra che non poteva esserci scelta migliore visto che Gioacchino fu generale napoleonico e re di Napoli.

L

Gli scienziati, dopo oltre trecentocinquanta anni, vogliono capire, attraverso il test del Dna, di quale malattia agli occhi soffrì Galileo, che morì quasi cieco, e come fece a vedere ciò che vide attraverso il suo famosissimo cannocchiale se è vero che la malattia gli alterava in pratica la vista. I carabinieri, invece, vogliono capire a quasi duecento anni dalla morte, anche loro con il test del Dna, se i resti che sono seppelliti nella chiesa di San Giorgio a Pizzo, in Calabria, sono davvero i resti del cognato di Napoleone. Il test del Dna fa

capire praticamente tutto. Resta da capire, una volta che abbiamo capito, a che ci serve quel che abbiamo capito. Ugo Foscolo in pochi ed esemplari versi de I sepolcri “liquidò” così il copernicanesimo di Galileo: «… e di chi vide/ sotto l’etereo padiglion rotarsi/ più mondi e il Sole irradiarli immoto/ onde all’Anglo, che tanta ala vi stese/ sgombrò primo le vie del firmamento». Ossia, volendo profanare e riportare in prosa: «e la tomba di Galileo Galilei, che sotto la volta celeste vide nuovi pianeti ruotare e il Sole, fisso nello spazio, illuminarli tutti, per cui egli sgombrò per primo gli studi astronomici di tanti vecchi errori e permise al Newton di dominare il cielo». A me basta la poesia del Foscolo, ma al direttore del Museo di storia della scienza di Firenze, Paolo Galluzzi, evidentemente no e quindi con genetisti, oftalmologi, astronomi si procederà a scoperchiare

la tomba in Santa Croce per prelevarne dei resti e analizzarli e capire se ciò che vedeva lo vedeva o credeva di vederlo, se la malattia influenzò le sue scoperte lunari. La vita di Galileo fu drammatica, ma le sue sofferenze non sembra siano finite con la morte. Ciò che Galileo vide con i suoi occhi, con il suo cannocchiale e con gli “occhi” della nuova scienza forse non riusciamo a vederlo noi oggi se andiamo alla ricerca dei misteri di Galileo e ipotizziamo che le sue scoperte e le sue conferme alla “rivoluzione copernicana” siano anche il frutto della sua incipiente cecità. Già nel 1597, dunque ben prima della costruzione del cannocchiale, in una lettera a Keplero scriveva di aver aderito «già da molti anni alla dottrina di Copernico» e «muovendo da talune posizioni ho scoperto le cause di molti effetti naturali che sono, senza dubbio alcuno, inesplicabili in base alla ipotesi

corrente. Ho già scritto molte argomentazioni e molte confutazioni degli argomenti avversi, ma finora non ho osato pubblicarle, spaventato dal destino dello stesso Copernico, nostro maestro». I “misteri” di Galileo Galilei sono sotto i nostri occhi e se non riusciamo a vederli forse è il caso che una visita oculistica ce la facciamo noi.

Un po’ diverso il caso della riesumazione della salma di Gioacchino Murat. Qui, infatti, non c’è proprio la salma o, meglio, c’è ma non si sa bene quale sia perché quando il re di Napoli fu fucilato il 13 ottobre del 1815 nel cortile del castello di Pizzo Calabro dalle baionette borboniche, il cadavere venne gettato in una fossa comune. Il recupero, dunque, è problematico a dir poco. Ci sono degli indizi perché in una cronaca del tempo si dice che il corpo del re di Napoli fu messo in una cassa di abete, ma nel deporla la cassa si aprì e il cadavere venne gettato nella fossa comune con tutta la cassa che era foderata di taffettà nero. Fondamentale, dunque, è il recupero della stoffa nera, poi delle ossa sulle quali poter fare le analisi del Dna da confrontarsi con il Dna dei suoi discendenti. Chissà se a quel punto le ossa del napoleonico re di Napoli troveranno pace. Amen.


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23 gennaio 2009 • pagina 11

Riforme. La sentenza dell’Alta Corte offre una grande opportunità per rivoluzionare il mondo dell’occupazione

Sulle pensioni ascoltiamo l’Europa di Giuliano Cazzola le indicazioni europee, ricorrendo ad un mix di vincoli e di flessibilità. Nessuna forza politica con cultura di governo può defilarsi da questa imprescindibile esigenza. Chi scrive ha proposto più volte l’introduzione, a regime, di un pensionamento flessibile, unico per tipologia e genere, in un range compreso tra 62 e 67 anni di età, dando modo, quindi, alle persone in carne ed ossa di trovare risposte anche alle loro specifiche esigenze di vita. Ma i 62 anni, in quell’impostazione, sono una soglia di carattere obbligatorio, nel senso che nessuno potrà andare

nche in materia di pensioni tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Molte parole sono state spese nelle ultime settimane a proposito di ulteriori interventi di riforma previdenziale (senza che si ravvisi la necessità, peraltro di mutare radicalmente il sistema); ma a volte è sufficiente qualche parola in meno o in più per fornire la solita prova del fatto che di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’Inferno.

A

Prendiamo il caso dell’intervista di Walter Veltroni al Sole 24 Ore. Il leader del Pd ha sicuramente ragione quando sostiene che occorre ripristinare un modello flessibile di pensionamento corredato da coefficienti di trasformazione (in funzione di incentivo e disincentivo) in modo che il lavoratore possa scegliere se andare in pensione con un assegno più alto o più basso. Veltroni, tuttavia, non può ignorare che, anche in questo caso, una soglia minima deve essere prevista in forma obbligatoria, allo scopo di garantire sia tratta-

Nessuna forza politica con cultura di governo può defilarsi dall’esigenza di elevare l’età nella quale uomini e donne escono dal lavoro menti adeguati sia la sostenibilità del sistema rispetto agli andamenti demografici e al prolungamento dell’attesa di vita. È questo il punto discriminante del dibattito: deve essere elevata l’età media di pensionamento effettivo, secondo

in pensione prima di aver varcato quel limite, a meno che non possa vantare almeno quarant’anni di versamenti contributivi (quando – come è noto – è possibile andare in quiescenza a prescindere dall’età anagrafica). Più chiari,

anche se più generici, sono stati Pier Ferdinando Casini e Silvio Berlusconi. Il presidente dell’Udc, intervenendo alla Camera nel dibattito sul decreto anticrisi, ha proposto un piano di rinascita del Paese di 15 miliardi, finanziato anche dalla riforma delle pensioni in nome di un patto tra le generazioni, che sviluppi un’effettiva solidarietà tra padri e figli. Il presidente del Consiglio, invece, si è soffermato su di un dato concreto ed operativo: l’applicazione della sentenza dell’Alta Corta di Giustizia della Ue che ha condannato il nostro Paese per discriminazione di genere perché le lavoratrici del pubblico impiego possono andare in quiescenza cinque anni prima dei loro colleghi maschi.

Si tratta di un obiettivo concreto a cui sta lavorando il ministro Renato Brunetta. La sentenza dell’Alta Corte di Giustizia presenta molti aspetti discutibili, ma è sicuramente un’opportunità per il nostro Paese che, per attuare le riforme, ha sempre bisogno del

Inquilini. C’è una piccola guerra immobiliare sull’eredità economica dei Ds

Il Pd, un partito ancora in affitto di Antonio Funiciello

ROMA. A prima vista, dalle liti perpetue tra gli ex tesorieri di Ds e Margherita, Lusi e Sposetti, e il nuovo tesoriere Agostini, il Pd reale, quello che va costituendosi in iscritti, coordinamenti e coordinatori di circoli in tutta Italia, parrebbe parecchio distante. Salvo i casi in cui il coordinatore di un circolo di base del Pd, ospitato in una vecchia struttura di proprietà Pci-Pds-Ds, non si veda arrivare a casa la richiesta di pagamento di un affitto. Ed essendo tanti gli appartamenti, i locali e gli edifici di proprietà delle fondazioni ds inventate dall’immarcescibile Ugo Sposetti, collocati nel centro delle città italiane, gli affitti sono spesso anche molto, molto cari.

essere il capro espiatorio contro cui amici e compagni di partito prendono a inveire. È una scena che si è già ripetuta e che si ripeterà molte volte. L’accordo tra Pd e fondazioni ds dovrebbe in realtà prevedere che il circolo di base sostenga le spese vive (riscaldamento, spazzatura, etc.) e corrisponda ai “proprietari” un affitto del tutto simbolico. Ma regnando di

che i debiti di Ds e Margherita gravino sul neonato partito. Il più accorato in tal senso fu proprio Sposetti e tutti se la bevvero. Perché se è vero che i debiti c’erano, è anche vero che i Ds potevano e possono contare su un patrimonio immobiliare più svariate opere d’arte di primissimo ordine (Calabria, Cascella, Dorazio, Guttuso, Levi, Mazacurati, Munari, Turcato, etc.), pari a un valore di mezzo miliardo di euro. Al cospetto del quale, i pochi milioni di debito spariscono.

Grazie alla strategia di Ugo Sposetti, i circoli dei democratici non sono proprietari delle sedi: e non è soltanto un problema economico

Appreso dell’affitto, l’incredulo coordinatore democratico di base anzitutto chiama al telefono la sua Federazione provinciale; dalla quale però, in proposito, riceve solo oscure e contraddittorie interpretazioni di un accordo in via di definizione tra Pd e Ds. Insoddisfatto e timoroso di doversi fare carico dell’intera somma, convoca allora un’assemblea degli iscritti del circolo. Tra questi, magari, c’è pure uno dei consiglieri di amministrazione della fondazione ds proprietaria della sua sezione pd, che finisce per

questi tempi sovrano nel Pd il caos primordiale della lunga fase costituente, l’accordo siglato è interpretato nei modi più disparati e quella cifra simbolica per l’affitto conosce lievitazioni che la fanno crescere a livelli di simbologia poco simbolici. La tribolazione del nostro coordinatore di circolo è la manifestazione più evidente del disagio e dei problemi prodotti dalla scelta di tenere rigidamente separati le finanze di Pd e Ds. Un errore politico giustificato in origine dal debito con le banche dei diessini, risanato dall’azione competente di Sposetti e passato dai 540 milioni di euro del 2001 ai 14 del 2007. Si disse allora: non permettiamo

A capo delle fondazioni ds che gestiscono queste ricchezze e reclamano l’affitto agli squattrinati coordinatori di circolo del Pd, ci sono consiglieri di amministrazione nominati a vita, tutti provenienti dal vecchio ceto politico Pci-Pds-Ds. Alle dipendenze delle fondazioni ds numerosi quadri di partito, collaboratori e segretarie. Che si tratti di una struttura parallela al Pd, robusta e indipendente, è un dato di fatto. Non solo dal punto di vista economico. Che rappresenti l’exit strategy per i Diessini in caso di naufragio del progetto del nuovo partito è, al momento, solo un’interpretazione tendenziosa.

“vincolo esterno”. Soprattutto la sentenza fa giustizia – anche sul piano culturale – di un luogo comune molto diffuso in Italia: quello per cui la donna deve essere risarcita della sua condizione di oggettiva discriminazione attraverso uno “sconto” sull’età pensionabile, quando questo stesso “sconto” altro non è se non “l’ultima raffica” della discriminazione di genere. Ora, agire nel pubblico impiego può essere solo un primo passo, per immaginare, a breve, una prospettiva di riordino, in un’ottica di flessibilità, dell’età pensionabile che rimane l’indicatore più importante di ogni sistema di pensionamento obbligatorio a ripartizione. Ecco perché sarebbe necessario un incremento graduale – fino a 62 anni del limite anagrafico delle donne - nel sistema retributivo - in vista del ripristino di un pensionamento flessibile e unificato, nel modello contributivo, in un range compreso tra 62 e 67 anni, correlato agli effetti di incentivo/disincentivo prodotti da appropriati coefficienti di trasformazione.


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OBAMA 2009 segue dalla prima Infatti, nel corso di questi intensi combattimenti, molti si sono chiesti perché l’Iran sembrava confinare la sua risposta al puramente retorico, chiamando i musulmani a sostenere Hamas, ad assassinare diversi ufficiali israeliani e, come al solito, ad eliminare interamente Israele. Una volta cessato di combattere, il ministro degli esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha proclamato “la vittoria della resistenza islamica e dell’eroica popolazione di Gaza” contro Israele. Questa può giungere come una novità ai terroristi di Hamas che erano rimasti a Gaza ed erano sopravvissuti (contrariamente a molti dei loro leader fuggiti nel corso dell’attacco israeliano), poiché Israele senza dubbio ha arrecato un danno maggiore alle forze, ai rifornimenti di armi e alle infrastrutture di Hamas.

Secondo i calcoli peculiari dell’Iran, tuttavia, Israele non ha attaccato il suo programma

di armi nucleari, poiché l’attenzione era necessariamente concentrata sulle operazioni a Gaza, e quella minaccia (che non si è mai materializzata) di un attacco coordinato da parte degli Hezbollah contro la zona al confine settentrionale di Israele. Inoltre, con l’amministrazione Bush ora di sicuro fuori servizio, è svanita anche interamente qualsiasi remota possibilità di un attacco americano contro il programma nucleare dell’Iran. In breve, l’Iran ha poco da guadagnare rispondendo energicamente agli attacchi di Israele su Hamas, e ha molto da perdere.

Ora, benché Hamas sia stata indebolita, l’Iran si trova in una posizione strategica per rispondere alle iniziali aperture dell’amministrazione Obama, ampiamente predette, per guidare il dialogo Stati Uniti-Iran, forse nel contesto delle trattative in corso dell’Unione Europea, o forse bilateralmente. Ini-

di Stato Condoleezza Rice intendeva chiaramente fare nei giorni di declino dell’amministrazione Bush. Inoltre, dato quello che molti analisti hanno considerato fino ad ora come la sorprendente continuità dell’amministrazione Obama con aspetti della politica dell’amministrazione Bush (come l’Iraq) il presidente Obama ha forti ragioni per mostrare il “cambiamento”che ha promesso nel corso della campagna.

L’Iran potrebbe essere il beneficiario di quell’imperativo della politica interna degli Stati Uniti, uno sviluppo che accoglierebbe volentieri. Nel corso della transizione presidenziale, si è spesso vociferato che il Venezuela avrebbe rappresentato il primo contrasto per la diplomazia di Obama; tuttavia ora è piuttosto improbabile, dopo le recenti dichiarazioni del presidente venezuelano Hugo Chàvez secondo cui

La strategia diplomatica della Casa Bianca ricalca i fallimenti dell’Unione Europea. Ora bisogna affrontare la realtà: non esistono incentivi in grado di allontanare l’Iran dal nucleare zialmente i contatti si potrebbero avviare ad un livello diplomatico inferiore, ma il segretario di stato Hillary Clinton, una politica compiuta, non può essere cieca di fronte all’importanza di quella prima foto in cui lei stringe la mano con il ministro degli esteri Mottaki. Un altro possibile approccio è l’immediata creazione di una sezione di interessi americana a Teheran, qualcosa che l’ex Segretario

Obama ha “lo stesso fetore” di Bush. L’Iran comprende perfettamente i vantaggi politici internazionali di essere considerato un legittimo interlocutore con l’America, poiché le trattative giocano a suo vantaggio molto di più che a quello degli Stati Uniti. Inoltre, un’iniziativa diplomatica statunitense da parte di una nuova squadra consumerebbe indubbiamente tempo, e anche questo va a vantaggio dell’Iran. Il tempo quasi invariabilmente beneficia quelli che saranno i proliferatori, e l’Iran non fa eccezione, avendo usato gli ultimi cinque e più anni di trattative con gli europei per superare molti complessi ostacoli scientifici e tecnologici sul cammino verso la creazione di armi nucleari.

Diplomazia. Nell’ansia di sganciarsi dalla d potrebbe sottovalutare un grande nemico. O d

Parlare con

di John R

Infatti la strategia diplomatica verso l’Iran dell’amministrazione Obama si combina con la minaccia di maggiori sanzioni e il potenziale di forze militari non è diverso dalla strategia fallita che l’Europa e l’amministrazione Bush hanno seguito per più di cinque anni. Guidare i negoziati Iran-Stati Uniti non cambierà la fondamentale equazione della politica, o la realtà che non esistono incentivi che potranno dissuadere l’Iran dal cercare di acquistare armi nucleari. Non di meno, tenere gli Stati Uniti al tavolo permetterà all’amministrazione Obama di dimostrare

che la sua diplomazia è migliore di quella di Bush, prolungando quindi le trattative e dando all’Iran tutto il tempo di cui ha bisogno per perfezionare le sue armi e le capacità di consegna. Inoltre, il presidente Obama e il Segretario Clinton hanno già chiarito che intendono distinguersi dai loro predecessori sulla disputa tra arabi e israeliani, subito dopo la giornata di inaugurazione. Materialmente, i negoziati sul Libano, sulla Siria e sulla condizione dei palestinesi potrebbero far saltare i negoziati con l’Iran sia in quanto oggetto di attenzione mediatica che come consumatore di energia presi-

In alto, un reattore nucleare. Sopra, l’ex presidente Bush. A sinistra, Obama e la Clinton


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Il nuovo team presidenziale affronta l’incognita Gerusalemme

Cosa farà Obama dello Stato di Israele di Daniel Pipes on i democratici che attualmente controllano entrambi i rami dell’esecutivo e del legislativo, quali cambiamenti ci si potrebbe aspettare nella politica americana verso il conflitto arabo-israeliano?Le nomine del personale finora rientrano nei canoni del centro-sinistra. Come osserva l’analista Steven Rosen, il lato positivo di ciò è che nessun membro della squadra ha «un preciso programma di sinistra di pericolose delusioni. Anzi, molti di loro sono persone ragionevoli e intelligenti, refrattarie, se non immuni, alle assurdità che rendono ciechi la maggioranza degli accademici». Ciò è confortante, specie quando si richiamano alla mente le precedenti frequentazioni di Barack Obama (Ali Abunimah, Rashid Khalidi, Edward Said) e i potenziali dream team alternativi. Il lato negativo, rileva Rosen, sta nel fatto che gli eventuali membri dello staff «sono moderati e centristi all’eccesso, nessuno di essi è disposto a suonare l’allarme circa gli straordinari pericoli da fronteggiare né a proporre una risposta inconsueta». Esaminando un quadro più ampio, al di là del personale, si riscontra un’analoga situazione contrastante. Prendiamo la risoluzione a favore di Israele approvata dal Congresso all’inizio del mese che riconosce il diritto di Israele “a difendere se stesso dagli attacchi di Gaza, ribadisce il forte appoggio degli Usa per Israele e sostiene il processo di pace israelo-palestinese”. È stata approvata all’unanimità dal Senato ed è passata alla Camera dei Rappresentanti con 390 voti a favore e 5 contrari.

C

diplomazia Bush, la nuova amministrazione dargli il tempo di cui ha bisogno per l’atomica

n Teheran?

R. Bolton

La crisi di Gaza, le mediazioni con Libano e Siria e la crisi economica potrebbero distogliere Washington dall’affrontare la questione iraniana. Un errore strategico che potremmo pagare caro denziale nell’arena della politica estera.

All’interno di un’amministrazione che desidera concentrarsi sulle questioni di economia interna, c’è molto tanto tempo per arenarsi. Ancora una volta, l’Iran trarrà vantaggio se i suoi negoziati con gli Stati Uniti saranno una seconda priorità, sempre che prosegua-

no a un qualche livello. La guerra di Gaza il programma nucleare dell’Iran sono quindi strettamente collegatati. Questi legami giocano a favore dell’Iran in modi che torneranno a tormentare la nuova amministrazione Obama, complicando considerevolmente i loro ottimistici progetti diplomatici e forse allora se ne renderanno presto conto.

luglio 2006 “Siete più dalla parte degli israeliani o dei Paesi arabi?”Risposta: l’81 per cento dei repubblicani e il 43 per cento dei democratici vedono maggiormente di buon occhio Israele. Oppure il Rasmussen Reports dello scorso dicembre, secondo cui il 75 per cento dei repubblicani e il 55 per cento dei democratici dicono che Israele è un alleato degli Stati Uniti.

L’appoggio repubblicano a Israele è costantemente più forte, oscillando dal 20 al 38 per cento in più rispetto ai democratici e ammontando in media al 26 per cento. Non è sempre stato così. Per meglio dire, nel corso di sessant’anni e tre ere, democratici e repubblicani si sono radicalmente scambiati di posto nelle posizioni assunte verso Israele. Nella prima era, quella che va dal 1948 al 1970, democratici come Harry Truman e John Kennedy hanno mostrato solidarietà nei confronti dello Stato ebraico, mentre repubblicani come Dwight Eisenhower hanno manifestato indifferenza. Nella seconda era, 1970-91, repubblicani come Richard Nixon e Ronald Reagan sono arrivati ad apprezzare Israele come un forte alleato; come da me detto già nel 1985, ciò implicava che «progressisti e conservatori appoggiavano Israele contro gli arabi nelle stesse proporzioni». Ma con la fine della Guerra Fredda del 1991, ha avuto inizio una terza era in cui i democratici hanno focalizzato l’attenzione sulla causa palestinese e si sono raffreddati nei confronti di Israele, mentre i repubblicani si sono ulteriormente infervorati per lo Stato ebraico. Matt Brooks, direttore esecutivo della Republican Jewish Coalition osserva a ragione che «i democratici stanno sempre più voltando le spalle a Israele». Questa tendenza anticipa una probabile tensione per i prossimi quattro anni, che si adotti o meno un approccio più “europeo”verso lo Stato ebraico. Le tensioni sono già esistenti. Da un lato, il team di Obama non è stato critico nei confronti della guerra di Israele contro Hamas, pur dichiarando che non intende trattare con Hamas, che Israele è l’alleato chiave in Medio Oriente e che la politica statunitense terrà conto degli interessi di sicurezza israeliani. Dall’altro lato, ha dimostrato una disponibilità a legarsi a Hamas, e in più manifesta delle tendenze a un approccio più“imparziale”, a spingere per dei negoziati più complessi e a dividere Gerusalemme. In poche parole, è in gioco la politica verso lo Stato ebraico.

I sondaggi svolti negli ultimi dieci anni in Usa dimostrano una tendenza netta verso il governo di Israele. Ma il sostegno dei democratici cala, e il nuovo presidente rimane un’incognita

Questo voto induce a due commenti. Innanzitutto, la forte posizione bipartisan filo-israeliana degli americani resiste alle intemperie del conflitto di Gaza. Inoltre, le persone fredde o ostili nei confronti di Israele nella stragrande maggioranza trovano posto nel partito Democratico. I sondaggi della passata decade comprovano ripetutamente il forte appoggio statunitense a Israele, ma il sostegno dei democratici è stato minore rispetto a quello offerto dai repubblicani. Negli ultimi anni, un sondaggio dopo l’altro ha confermato questa tendenza, perfino durante le guerre di Hezbollah e Hamas. Per citarne alcuni, ricordo il Gallup del marzo 2006 “Siete più dalla parte degli israeliani o dei palestinesi?”Risposta: il 72 per cento dei repubblicani e il 47 per cento dei democratici simpatizzano maggiormente per gli israeliani. O quello condotto da Nbc nel


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OBAMA 2009 Terrorismo. Chiudere il carcere non significa aver abolito le leggi speciali che lo avevano fatto aprire

Ipocrisia Guantanamo Per una galera dismessa ce ne sono molte altre che gli Usa utilizzeranno per interrogatori e processi di Stranamore hiudere Guantanamo. Sicuro, anzi no, quasi subito, diciamo tra un annetto. E intanto cerchiamo di capire come risolvere il problema degli attuali detenuti e di quelli che dovranno essere “trattati” in futuro. Barack Obama si dimostra una volta di più molto abile nella comunicazione. Aveva promesso di chiudere il carcere speciale a Cuba? E lo fa. Emanando un ordine esecutivo che impone di chiudere l’istituto di detenzione... entro un anno. Magari prima. Certus an, incertum quando. E intanto diversi dei procedimenti giudiziali militari in corso sono stati congelati, ma

C

dei detenuti, ma che si preoccupano del danno politico e di immagine causato dall’esistenza di questo carcere, e la comunità intelligence ed i falchi che vogliono avere ancora tempo per ottenere le informazioni di cui hanno bisogno, mentre si escogita una soluzione alternativa. Già, perché il punto reale è che gli Usa non possono rinunciare ad una prassi basata sul body snatch-extraordinary rendition, sugli “interrogatori rinforzati”, sulla collaborazione con governi, regimi e servizi intelligence che se ne infischiano di diritti umani e di rispetto dei principi giuridici. Semplicemente perché

I 270 detenuti oggi imprigionati nella base cubana, se trasferiti sotto la giurisdizione americana, rischiano di finire sulla sedia elettrica. Perché la legislazione ordinaria è più severa di quella militare non cancellati. In questo modo saranno tutti contenti: i libertari che vogliono porre fine agli orrori di un carcere superspeciale, i cinici ai quali non importa nulla

c’è una guerra in corso, mentre la lotta al terrorismo non può essere “addolcita” più di tanto, se vuole essere efficace, se si prefigge di ottenere informazioni es-

senziali, possibilmente in fretta. Punire i colpevoli di terrorismo è importante, ma passa in secondo piano.

Questo sia che si tratti di actionable intelligence, informazioni che consentono immediatamente di procedere ad azioni preventive e repressive, sia di intelligence “strategica”, cruciale per combattere avversari spietati che considerano la “fissazione” occidentale per il rispetto di norme e diritti come una dimostrazione di debolezza e decadenza da sfruttare a proprio vantaggio. La bozza di decisione che la nuova Amministrazione Usa sta facendo circolare è un capolavoro di vaghezza: in essa si sostiene che il carcere cubano sarà chiuso, ma che quando ciò avverrà, i rimasti tra gli attuali 270 detenuti in attesa di giudizio o già sotto processo, ma non condannati, dovranno essere liberati (ma davvero?), consegnati ai governi dei rispettivi Paesi d’origine (ammesso che li rivogliano, vedi box in basso) oppure trasferiti in un altro carcere statunitense. Si cerca anche qualche Paese amico

che sia disposto a “ospitare” e processare i prigionieri in modo umano, ma non all’Italiana maniera. Il che consentirebbe da uscire da una situazione di stallo che la precedente amministrazione avrebbe voluto superare, senza riuscirci, garantendo, però, la sicurezza nazionale. Perché non cambierebbe poi molto se i dete-

nuti fossero trasferiti in un carcere militare o in una prigione federale negli Stati Uniti metropolitani, fermo restando che le speciali “commissioni militari” formate per giudicarli con tutta probabilità saranno confermate. E i tribunali militari potranno accettare anche le confessioni e le informazioni ottenute con gli interrogatori rinforzati, che in

Uno dei principali problemi che la nuova Amministrazione dovrà affrontare riguarda il trasferimento dei prigionieri. Molti Paesi non li rivogliono indietro. Dove mandarli?

Un caso per tutti: i sei algerini della discordia di Andrea Rossini Guantanamo ci sono 248 prigionieri. I primi vi sono arrivati esattamente sette anni fa, nel gennaio 2002. E al netto della chiusura entro la fine dell’anno, il loro trasferimento potrebbe rivelarsi lungo e complicato: «È più difficile di quanto non si creda» – ha dichiarato Obama al canale televisivo Abc l’11 gennaio scorso. Il caso dei cosiddetti “6 algerini”, catturati dalle forze americane in Bosnia Erzegovina nel 2002 e deportati sull’isola cubana, è un esempio di queste difficoltà. La storia inizia a Sarajevo, Zenica e Biha\u0107 nell’ottobre del 2001. Su segnalazione dell’Ambasciata americana gli uomini - di origine algerina ma immigrati in Bosnia e con passaporto bosniaco - vengono arrestati dalle autorità locali, accusati di preparare un attentato contro le sedi diplomatiche statunitense e

A

britannica. Per tre mesi sono trattenuti dalla giustizia bosniaca, mentre vengono svolte le indagini su di loro. La Corte Suprema della Bosnia Erzegovina li giudica infine innocenti, ordinandone il rilascio. Subito dopo la loro liberazione, tuttavia, vengono prelevati dalle forze americane, presenti nel Paese dalla firma degli accordi di Dayton, e trasferiti a Guantanamo. In quel momento, pochi mesi dopo l’attacco alle Torri Gemelle, né l’Alto Rappresentante della comunità internazionale, né l’allora capo del governo bosniaco, Zlatko Lagumdzija, poterono opporsi alla deportazione dei sei, nonostante la pronuncia della Corte Suprema Bosniaca. Sei anni più tardi, nel giugno del 2008, una decisione della Corte Suprema statunitense permette ai detenuti di presentare istanza di fronte ad un giudice civile contro l’incarceramento. I “6

algerini” fanno ricorso. Il 20 novembre, nella prima decisione di questo tipo sulla legittimità della detenzione dei cosiddetti “combattenti nemici”, il giudice federale Richard Leon, a Washington, ordina la liberazione di 5 dei 6. Secondo il giudice, tranne che in un caso – contestato dagli avvocati della difesa - le prove presentate non erano sufficienti. Circa un mese fa, il 16 dicembre, tre dei cinque algerini prosciolti hanno potuto fare ritorno a Sarajevo. Gli altri tre restano a Guantanamo. Oltre a quello per cui il giudice ha ritenuto valide le prove a carico, rimangono nel campo di prigionia anche i due considerati innocenti. Perché nessuno li rivuole. E dunque rappresentano proprio una delle tipologie di problema che si trova a dover affrontare l’amministrazione Obama. I sei erano entrati in Bosnia durante la guerra, fer-

mandosi poi a vivere nel Paese dopo essersi sposati con donne bosniache. Ora però, dopo 7 anni di Guantanamo, non tutti, in Bosnia, li attendono a braccia aperte. Già un mese fa i servizi di sicurezza bosniaci (Osa) si erano opposti alla decisione del governo di accettare il ritorno dei primi tre, sostenendo che potrebbero rappresentare un pericolo. Gli altri due nel frattempo hanno perso la cittadinanza bosniaca, e la loro situazione è quindi ancora più complicata. Nel Paese di origine (Algeria) non possono rientrare perché la loro sicurezza non sarebbe garantita. Se dunque la Bosnia non li rivuole, considerandoli pericolosi, non si sa dove trasferirli. Ecco perché alcuni Paesi, come la Germania e il Portogallo, si sono resi disponibili ad accogliere alcuni detenuti. In galera ovviamente. Non a piede libero.


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L’ex inviato dei fondamentalisti in Pakistan: Barack, una speranza anche per noi

La “svolta” talebana: governare non ci interessa di Vincenzo Faccioli Pintozzi talebani combattono non per tornare al potere, ma per cacciare dal territorio afgano le truppe straniere. E Barack Obama deve stare attento, prima di inviare nuove truppe a Kabul: il rischio è che il Paese divenga ancora più instabile di quello che è già oggi. Tuttavia, la sua elezione rappresenta un momento di speranza per tutto il mondo islamico. Lo ha detto ieri il mullah Abdul Salam Zaeef, ex ambasciatore del governo talebano in Pakistan, nel corso di una lunga conferenza stampa che si è svolta a Islamabad. Il nuovo presidente degli Stati Uniti dovrebbe annunciare nei prossimi giorni un aumento degli effettivi di stanza in Afghanistan: questi arriverebbero a 65mila fra soldati americani e truppe Nato. La loro missione rimane combattere le iniziative degli estremisti islamici, che sempre più spesso prendono di mira civili e donne che – a loro dire – non rispettano i dettami coranici. Le punizioni comminate dagli “studiosi del Corano”sono terribili: oltre agli interminabili attacchi suicidi, che colpiscono indiscriminatamente la popolazione, si sono registrati negli ultimi mesi lanci di acido in faccia alle donne che cercano di studiare; rapimenti e omicidi contro gli esponenti laici del mondo politico e sociale; saccheggi nelle zone che non accettano il dominio tribale dei talebani. Inoltre, si deve registrare l’aumento di pressione politica nei confronti del governo Karzai che, pur essendo stato legittimamente eletto, paga lo scotto della corruzione dei suoi membri con un disamoramento della popolazione. Che oggi, almeno nelle zone tribali, preferisce affidarsi agli integralisti persino per le questioni quotidiane.

I

Detenuti rinchiusi dentro il carcere di Guantanamo Bay. La prigione è stata creata espressamente per contenere i sospettati di terrorismo internazionale arrestati durante la “war on terror” ed è oggetto di dure polemiche per la gestione dei detenuti. A sinistra, Barack Obama. A destra, il leader talebano Abdul Salam Zaeef

realtà sono acqua fresca rispetto al trattamento al quale vengono sottoposti i prigionieri affidati ai servizi egiziani, giordani o pachistani. Sia chiaro però, se i detenuti finiranno in un carcere “civile”americano e saranno sottoposti ad un processo per terrorismo secondo le regole ordinarie, rischiano la condanna a morte. Possiamo esserne certi: se Obama Bin Laden sarà mai catturato, avrà il suo processospettacolo“regolare”, ma tutti gli altri saranno “gestiti” in modo che possano fornire quelle informazioni dalle quali può dipendere la vita di tanti cittadini americani e occidentali. Obama ha meno di un anno per trovare una soluzione.

ritorio». Secondo il diplomatico, infatti, «gli attuali leader del nostro movimento non vedono, a ragione, alcun beneficio nel discutere della situazione. Perché le decisioni le prendono gli stranieri, che sono più forti e mantengono un regime di occupazione militare dell’Afghanistan».

Per i vertici Nato, la guerra serve a costringere i talebani in un angolo cieco, da cui possano uscire soltanto attraverso il tavolo del dialogo; ma gli analisti locali sostengono che questa è un’inutile speranza, e che i fondamentalisti non si siederanno mai a discutere con il governo finché avranno l’impressione di poter vincere questo conflitto. E la diplomazia? In questo caso, ha le armi spuntate. Primo, perché soltanto tre Paesi presero la decisione di riconoscere il governo talebano (e quindi non esistono canali convenzionali di diplomazia da utilizzare). E poi perché nessun governo ha intenzione di riconoscere ai “barbuti” la dignità di entità politica con cui trattare. Per Zaeef, l’unica soluzione passa attraverso Riyadh: «L’Arabia Saudita è pronta a entrare nella questione e dialogare con il governo, con gli americani e con i talebani. Non posso dire esattamente quando, ma il Regno ha già ottenuto qualche risultato, di cui però non conosco i particolari». Parlando della violenza che regna in Afghanistan, ha poi aggiunto: «Io credo che il governo di Kabul, così come quello di Washington, conoscano la strada da perseguire se si vuole permanente la pace. Sedersi con rispetto e onestà a parlare con noi: è l’unico modo per migliorare veramente la situazione della popolazione e fermare questa guerra». L’ex ambasciatore, conosciuto e amato in Pakistan per le sue conferenze stampa giornaliere durante l’attacco americano del 2001, è stato arrestato dai militari statunitensi e ha trascorso tre anni rinchiuso nel carcere di Guantanamo. Conosciuto come “il re della baia” (il carcere speciale si affaccia infatti su un’insenatura di Cuba), è sospettato di aver orchestrato appena uscito una serie di attentati suicidi nei dintorni di Kabul. Sulla volontà di chiudere il carcere espressa da Barack Hussein Obama, Zaeef dice: «Questa è veramente una delle questioni su cui sono più ottimista. Mi aspetto un vero cambiamento nella questione dei diritti umani nel corso della nuova amministrazione americana, che credo sia veramente importante per chi occupa oggi la Casa Bianca. D’altra parte non può certo fare peggio di Bush, che ha ignorato ogni legge internazionale e ha stracciato il diritto dell’Afghanistan».

L’Arabia Saudita può essere il vero partner per un accordo duraturo fra Usa e integralisti. Ma la Nato deve ritirare le truppe dall’Afghanistan

Eppure, secondo Zaeef, «non ci sono più giustificazioni per la presenza di stranieri sul nostro territorio: inviare nuovi contingenti non farebbe altro che destabilizzare ancora di più il Paese, aggravare la situazione dei nostri confinanti e allargare il raggio della guerra». Questo perché, sostiene l’ambasciatore, la presenza del contingente internazionale «crea paura e rabbia nella regione. Ci sono Paesi, in quest’area, che hanno armi nucleari e molti soldati: un conflitto fra questi e gli Stati Uniti sarebbe disastroso, non soltanto per noi ma per tutto il mondo». Zaeef, attualmente uno dei vertici della resistenza talebana, ha partecipato all’incontro con gli esponenti governativi afgani nel corso del vertice organizzato in Arabia Saudita dal re Abdullah lo scorso ottobre. L’incontro è stato definito “il primo vero passo verso un possibile colloquio di pace con i talebani”. Che, però, hanno rifiutato qualunque negoziato diretto finché rimane in vigore «l’occupazione internazionale del ter-


mondo

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Bolivia. Il voto è un confronto fra campesinos e latifondisti. La tensione è alle stelle e il presidente cerca di mediare

La Carta della Coca Il 25 il Paese alle urne per il referendum sulla nuova Costituzione. Prova per Morales di Gino Russo

LA PAZ. Sono molti i murales nelle periferie delle città boliviane che con colori sgargianti annunciano: la Bolivia è in cammino, avanza, cambia. Già, ma dove va la Bolivia? Per capirlo occorre aspettare qualche giorno. Il 25 gennaio 2009 si terranno elezioni referendarie, nelle quali i cittadini saranno chiamati ad esprimesi con un si o con un no sulla nuova legge costituzionale, che sostituisce quella del 1967.

Queste elezioni sono un tappa cruciale del nuovo percorso politico e sociale intrapreso dalla nazione, dopo la sorprendente elezione come Presidente della Re-

denti Sanchez de Lozada e Carlos Diego Mesa avevano causato forti proteste di piazza che esplodono con la guerra contro la privatizzazione dell’acqua di Cochamamba nel 2000 e poi a La Paz, nel 2005, con la marcia per la sopravvivenza nel 2003, con la guerra della coca a Sachaba nel gennaio 2003, con la mobilizzazione nazionale per il gas nel giugno 2005. Il partito del presidente, il Mas (Movimento al Socialismo), abilmente organizzato, faceva leva sui sentimenti anticoloniali, denunciando fortemente le condizioni di oppressione e discriminazione per le comunità indios, la loro estrema

rimanere come fondamentale verità da trasmettere alle generazioni future, è previsto anche nel nuovo testo costituzionale, che dedica lungo preambolo proprio alla identità culturale.

In caso di sconfitta elettorale il presidente verrebbe delegittimato, ma se passano le sue modifiche il Paese rischia di spaccarsi, aprendo la strada all’instabilità sociale e politica pubblica nel dicembre 2005, di Evo Morales Ayma, indio aymara, ex sindacalista e rappresentante dirigente dei cocalero, i produttori della pianta di coca. Il colore della pelle e i tratti somatici hanno avuto la loro importanza sul risultato elettorale, come è accaduto negli Stati Uniti, ma il cammino per un cambio profondo nella politica boliviana ha una storia di rivolte popolari che iniziano dall’anno 2000. Le politiche neoliberiste dei presi-

povertà, il saccheggio delle risorse del paese da parte delle grandi multinazionali straniere, le ineguaglianze abissali nella distribuzione della terra.

Vincendo le elezioni del 2005 con un maggioranza del 53,7 per cento, lasciando il secondo partito, Podemos, al 28,6 per cento. Nell’agosto 2008 dopo i conflitti politici con gli oligarchi dell’economia, e dopo il fallimento delle elezioni autonomiste di maggio a Santa Cruz, considerate illegali, Evo Morales, indice un referendum confermativo sulla sua presidenza che gli procura il 67,3 per cento dei consensi. Forte di questi risultati accelera il processo di elaborazione per la riforma costituzionale. Ma nei mesi di setA fianco, il presidente Evo Morales. In alto, immagini della campagna elettorale (foto di Gino Russo). Foto grande: i cocaleros

tembre e ottobre 2008 scoppiano gli scontri, con la reazione dell’ opposizione latifondista e imprenditoriale. Da una parte la borghesia meticcia, i criollo, i bianchi di discendenza coloniale, i cosiddetti cambas, dall’altra i movimenti sociali e politici rappresentanti delle comunità indios e campesinos, chiamati collas. Dagli schieramenti vengono organizzate proteste e denuncie reciproche che degenerano, soprattutto nei dipartimenti di Pando e Santa Cruz, facendo temere il peggio.

Nei mesi di novembre e dicembre, si raggiunge un tacito accordo che sembra rinviare lo scontro finale alle urne dove i boliviani esprimeranno il voto a favore o contro il progetto di costituzione. Il 25 gennaio prossimo, sarà quindi, una data storica per il Paese andino, che sceglie il futuro assetto

in ogni ambito della vita sociale, economica e istituzionale, in linea con i cambiamenti già avvenuti in Venezuela e Brasile. Le innovazioni costituzionali boliviane sono infatti senza precedenti, rispetto ad una politica che aveva sempre privilegiato gli interessi del latifondo, delle grandi imprese nazionali ed estere. Prima di tutto la nuova costituzione rappresenta una riconquista dell’identità nazionale dopo 500 anni di colonialismo. Come dice Maura Bilca, senatrice e dirigente del Mas, mentre mastica una foglia di coca, «è una questione di dignità. Con la nuova costituzione il popolo boliviano autoctono riacquista la dignità dopo secoli di oppressione e discriminazione». Sentimenti ancora radicati nelle comunità che sentono ancora forte la storia di massacri, di distruzione e di saccheggio da parte dei conquistadores e proseguiti, anche dopo l’indipendenza dalla Spagna, sotto forma di esclusione sociale e politica dal governo del Paese. Che la memoria di questi fatti debba

Non sono pochi in Bolivia quelli che giudicano la svolta ”indigenista” e socialista della Bolivia come un ancestrale e romantico - se non addirittura razzista - tentativo di riportare indietro l’orologio della storia. Il dettato costituzionale sancisce che la Bolivia si costituisce come Stato plurinazionale e interculturale nel quale vengono riconosciute come titolari di diritti 36 comunità etniche originarie, ciascuna con propria cultura e lingua parificata allo spagnolo castigliano. Viene introdotto il principio della giustizia comunitaria, che ispira e ordina la funzione giudiziaria locale secondo le tradizioni e i principi della cultura indigena pre-coloniale. Alcuni fatti hanno però scosso l’opinione pubblica. Si è trattato di episodi di giustizia sommaria, come flagellazioni e addirittura dei tentativi di esecuzioni sul rogo. Un imbarbarimento dei costumi che ha provocato 17 vittime. Lo scandalo certamente è scoppiato e il dibattito sul tema della giustizia ”comunitaria” rimane aperto. L’interpretazione sommaria e sbrigativa dei principi costituzionali da parte di comunità più remote, trasforma il concetto di giustizia comunitaria, codificato nel progetto costituzionale, come inapplicabile. La nazionalizzazione delle risorse del sottosuolo, in particolare gas e petrolio è gia stata


mondo

I grandi gruppi come Repsol e Petrobras, titolari degli impianti e dei contratti di estrazione, sono stati affiancati dalla nuova impresa nazionale statale Yacimientos Petroliferos Fiscales Bolivianos disposta con il decreto supremo numero 28701: «il Paese recupera la proprietà, il possesso e il controllo totale e assoluto delle proprie risorse», dichiarava il presidente pochi mesi dopo le elezioni.

«Toccherà poi alle miniere, alle foreste e alla fine alle terre», aggiungeva Morales. I grandi gruppi energetici come Repsol, (spagnola) e Petrobras, (brasiliana) titolari degli impianti e dei contratti di estrazione sono stati affiancati dalla

nuova impresa nazionale statale Yacimientos Petroliferos Fiscales Bolivianos (Ypfb) che ora coordina le operazioni di estrazione e distribuzione del carburante nei 56 giacimenti del Paese. Sotto scorta della polizia per far fronte ai sabotaggi e al contrabbando. Prima rimaneva nelle casse soltanto il 18 per cento degli utili dello sfruttamento degli idrocarburi, a vantaggio delle multinazionali del petrolio. Ora la situazione è capovolta: lo Stato boliviano percepirà l’82 per cento

degli utili e le aziende straniere dovranno accontentarsi del restante 18 per cento. Nuove prospezioni sono state affidate al colosso russo, Gazprom, orientando il Paese verso la ricerca di collaborazioni diverse da quelle storiche, come quella con gli Stati Uniti, il cui ambasciatore a La Paz, Philip Goldberg era gia stato espluso il 10 settembre 2008. La distribuzione della terra è un problema legato alla grande povertà e alle ingiuste riforme agrarie del passato. Nella schede elettorale gli elettori troveranno un altro quesito a cui dovranno rispondere: se il massimo della terra consentito in proprietà debba essere 5 o 10 ettari. Nel corso della storia le terre produttive sono state acquisite - anche come scambio politico e gratuito - dall’elite coloniale. «Nel 1953 in Bolivia è stata approvata la riforma agraria - afferma David Choquehanca, dirigente del partito del Mas - dopo 40 anni abbiamo scoperto che erano stati ripartiti 36 milioni di ettari di terra. Di questi 32 milioni ai grandi imprenditori e 4 ai contadini. La riforma agraria è servita solo agli speculatori, anche perché ben 24 milioni di ettari sono stati attribuiti illegalmente.

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La re-distribuzione della terra è fondamentale per combattere la povertà. In Bolivia esistono aziende con 80 mila, 90 mila ettari di terra. Ecco perché serve la nuova Costituzione». Sul tema dell’autonomia uno dei principali cambiamenti è la ripartizione del potere su tre livelli autonomi politicamente (dipartimentali, comunali e indigeni) e il quarto, regionale, con capacità deliberative, politiche e amministrative. La lotta politica tra le diverse regioni del Paese rimane comunque aspra. La Paz viene accusata di autoritarismo,centralismo e totalitarismo. Oggi lo scontro avviene anche sul piano economico, tra la La Paz e Santa Cruz, che sta divenendo il nuovo motore produttivo boliviano. Forse dietro la volontà politica dei dipartimenti regionali che chiedono più autonomia, c’è la volontà di indipendenza, il desiderio di spaccare il paese e far si che gli indios restino sull’altipiano e i discendenti delle colonie rimangano nelle pianure e nelle praterie. D’altronde le proteste del mese di ottobre e settembre sono state organizzate nelle regioni più ricche. «Golpisti» per il governo. Il gruppo fascista «Unión Juvenil Cruceñista», i cui esponenti so-

I 411 articoli al vaglio degli elettori lasciano ai legislatori pochissimo spazio di manovra

Da Pachamama al neoliberismo, ecco il testo al voto ispetto al “Socialismo del XXI secolo” di Chávez, la Costituzione che va al voto referendario domenica in Bolivia ha un profilo tutto sommato moderato. Non si parla ad esempio di socialismo, pur condannando esplicitamente“il modello neoliberale”. La proprietà privata è riconosciuta, con il limite di un“uso sociale”più o meno in linea al disposto della Costituzione italiana. E parlando di relazioni internazionali l’articolo 255 rifiuta “ogni forma di dittatura”, anche se la stretta alleanza che Evo Morales ha stretto con Cuba lascia intuire come la definizione relativa stia sul vago. I ben 411 articoli, più 10 disposizioni transitorie, lasciano però intuire un testo che lascia a governanti e legislatori una scarsis-

R

di Maurizio Stefanini sima capacità di manovra, se si pensa che perfino il sistema elettorale è costituzionalizzato. C’è poi un fiume di retorica indigenista: dalle 36 lingue amerindie proclamate ufficiali assieme allo spagnolo; alla protezione della “coca originale e ancestrale come patrimonio culturale”; alla proclamazione della Costituzione stessa nel nome di Dio e della incaica Pachamama; fino al diritto di “nazioni e popoli indigeni originari contadini” all’”esercizio dei propri sistemi politici, giuridici e economici”. E se vari articoli chiariscono che l’esercizio della “giurisdizione indigena originaria contadina” dovrà essere in linea con gli standard internazionali sui di-

ritti umani, la democrazia rappresentativa è però messa solo al secondo posto dietro alla ”democrazia diretta e partecipativa”, mentre nella ”rappresentanza politica” i partiti vengano dopo nazioni indigene e raggruppamenti cittadini.

In compenso, non solo le autonomie territoriali dei dipartimenti sono ridotte al minimo, ma il “separatismo” è equiparato a “altro tradimento”, punibile con le pene più dure. Motivo per cui anche se i sondaggi danno comunque un 66 per cento di sì, nei cinque dipartimenti ribelli qualcuno agita un ipotetico diritto di veto. Cioè, dice che se anche un solo dipartimento dovesse bocciare la Costituzione a maggioranza, questa dovrebbe ritenersi respinta.

no sottoposti a indagine giudiziaria sono operativi in vista di nuove azioni di lotta, aspettando il risultato elettorale.

Dopo il massacro di Porvenir l’11 settembre scorso il prefetto separatista Leopoldo Fernandez è stato arrestato con l’accusa di terrorismo ed è tuttt’ora sorvegliato da contadini indigeni che vigilano giorno e notte fuori dal carcere di San Pedro a La Paz. Visto che l’impunità e la corruzione dei magistrati sono la normalità in Bolivia. La commissione Unasur incaricata delle indagini ha stabilito che sono stati commessi crimini contro l’umanità, calpestando i diritti umani. Il croato latifondista e impresario della soia Branko Marinkovic, presidente del comitato pro Santa Cruz, (lobby economica politica oligarchica) sostiene che il governo di Morales è antidemocratico e che l’autonomia è il fondamento della democrazia. Mostrando scetticismo per la cultura agraria degli indios sostiene che le terre da distribuire dovranno comunque essere produttive e tassate in proporzione visto che ora sono esenti da ogni imposta, comprese le sue. Lui propone la creazione di un fisco locale autonomo che dovrà negoziare con La Paz quanto versare nelle casse statali. Peccato che il presidente del Comitè pro Santa Cruz sia considerato ispiratore se non mandante dell’attentato al gasdotto di Yaquiba e che in questi giorni si è dato latitante perché è in odore di arresto. Dove va la Bolivia quindi? Le elezioni del gennaio 2009 forse ci diranno quale strada i cittadini della Bolivia hanno deciso di intraprendere. Rimane da vedere cosa accadrà una volta che il testo sarà votato dalla popolazione. Un suo rifiuto creerebbe un grosso problema di delegittimazione per il Presidente Morales, mentre la sua approvazione rischia di spaccare il Paese e creare forti tensioni sociali che potrebbero anche diventare violente e aprire un periodo di forte instabilità.


cultura

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Scrittori rimossi. L’autrice di Stella mattutina, Le solitarie, Tempeste Fatalità, Maternità, Dal profondo ed Esilio

Una “Calliope pasionaria” Viaggio nell’«infuocata e ardente» lirica della poetessa italiana Ada Negri di Filippo Maria Battaglia o consegnato il manoscritto delle mie novelle Le solitarie. Vi è contenuta tanta parte di me, e posso dire che non una di quelle figure di donna che vi sono scolpite o sfumate mi è indifferente. Vissi con tutte, soffersi, amai, piansi con tutte». È il 1917 quando Ada Negri pubblica la prima raccolta di novelle. L’editore, che li stampa, è di quelli che contano: Treves, lo stesso di Giovanni Verga, Edmondo De Amicis e Gabriele D’Annunzio. La Negri non è una esordiente.

«H

Nata a Lodi nel febbraio di quarantesette anni prima, da quasi venti pubblica con una certa regolarità. Tempo dopo, nel romanzo autobiografico Stella mattutina, di recente ripubblicato per i tipi dell’editore Otto/Novecento, racconterà così la sua iniziazione alla poesia: «Bruschi risvegli mi folgoravano in pieno sonno: vedevo già scritti nel mio cervello (e le lettere mi sembravano di fuoco) versi del cui ardore il cuore soffriva per un’occulta esperienza di tormento. E bisognava che la mano li fissasse subito sulla carta: sennò fuggivano, non li avrei ritrovati più». «Dio mio – proseguiva la poetessa con toni sempre più lirici – che fatica trattenere il flusso del sangue che urtava le tempie e i polsi». Un esordio che di fatto coincide con la maggiore età. I primi versi sono infatti pubblicati nel 1898 su La Fanfulla di Lodi. I giudizi della critica sono positivi, e la spingono a inviare, qualche mese dopo, altre due poesie, stavolta all’Illustrazione popolare, distribuita con il Corriere della Sera e diretta da Raffaello Barbiera. Anche in questo caso, il commento è molto benevolo, e per di più piuttosto bizzarro: «Non siamo facili a lodare i poeti e le poesie, non incoraggiamo facilmente i

giovani a scrivere versi perché l’Italia ha bisogno di forti prosatori. Ma vogliamo fare un’eccezione per chi la merita: per una signorina Ada Negri che manifesta un vero talento poetico e infonde nel verso una passione e tali sentimenti elevati che rapisce».

Il successo sembra quasi sorprenderla. E la visita di Sofia Bisi Albini, al tempo scrittrice

piuttosto in voga, che tra l’altro le dedica un elzeviro sul Corriere della Sera, giunge persino ancora più inaspettata. Con questi presupposti, la pubblicazione della prima raccolta lirica sembra ormai imminente. E infatti Fatalità esce per i tipi di Treves nel 1892, seguito tre anni dopo dalla seconda antologia, Tempeste. Ricorda il critico Angela Gorini Santoli: «Se in Tempeste sono ricalcati i motivi che già hanno reso celebre la poetessa ventenne, appare però dell’altro, che aiuta a chiarire il magma composito che fu Ada Negri,

io accetto: e ci sposiamo un mese dopo».

Il marito è un ricco industriale della Valle Mosso, ma l’esperienza non sarà affatto felice. Il matrimonio, dal quale nasceranno due figlie, durerà pochissimo. Quando, per motivi di lavoro, i due si trasferiranno a Milano, la frattura diverrà insanabile. La Negri accompagnerà una delle figlie (l’altra morirà un mese dopo la nascita) in un collegio a Zurigo per studiare lingue straniere e non ritornerà più nella casa del marito. La maternità le offrirà comunque lo spunto per altre liriche, divenendo – ha scritto la Santoli - «il motivo corale di una più complessa ispira-

Raccontava la scrittrice: «Bruschi risvegli mi folgoravano in pieno sonno: vedevo già scritti nel mio cervello (e le lettere mi sembravano di fuoco) versi del cui ardore il cuore soffriva»

l’autrice Ada Negri nacque a Lodi il 3 febbraio del 1870. Le sue origini erano umili: suo padre Giuseppe era manovale e sua madre, Vittoria Cornalba, tessitrice; passò l’infanzia nella portineria del palazzo dove la nonna, Peppina Panni, lavorava come custode e governante del famoso soprano milanese Giuditta Grisi, moglie del conte Barni. Ada passava quindi il tempo osservando il passaggio delle persone, come descritto nel romanzo autobiografico “Stella Mattutina” (1921). Nella prima produzione letteraria, a partire dal libro d’esordio “Fatalità” (1892) i temi principali sono quelli delle tematiche sociali, fino a giungere quasi alla poesia di denuncia. Raggiunse ben presto la notorietà e venne definita «la poetessa del Quarto Stato». In una seconda fase della sua produzione poetica, la scrittrice lodigiana si avvicinò invece a posizioni simili a quelle di Pascoli e soprattutto D’Annunzio, trattando i temi della contemplazione della natura e della condizione umana, rese attraverso un lirismo maggiore. Morì a Milano l’11 gennaio del 1945.

la quale rivolge ogni suo sforzo a scavare nella propria esperienza e fare di essa il terreno necessario alla sua poesia perché “il verso fu la sua meravigliosa condanna e l’involucro della sua lunga favola”». Con Tempeste arriva anche un avvenimento destinato a restare un enigma per i biografi della scrittrice. A raccontarlo è la stessa Negri: «Nel 1895 pubblico Tempeste, nel 1896 Giovanni Garlanda, fra le montagne rudi e possenti del suo biellese, legge i miei libri, si innamora di me senza avermi veduta, senza nulla sapere della mia vita e me lo scrive, chiedendomi in isposa, e

zione nella quale convergono sentimenti e temi antichi e nuovi che verranno ripresi nelle opere seguenti». Nasceranno così tre raccolte - Maternità (1904), Dal profondo (1910) ed Esilio (1914) - dove ai temi dell’amore filiale si assocerà l’inquietudine della guerra imminente. Di ritorno da Zurigo, la scrittrice porterà con sé anche un manoscritto, alla quale non sembra dare molto importanza. Si tratta di brevi racconti e profili di donne perlopiù scritti quando si trovava in Svizzera. «Un lavoro arido e faticoso e lungo», che la impegnerà tre anni. «Libro, triste libro - scriverà una volta concluso - libro di scavo psicologico e di esperienza amara e di coraggio spietato e talvolta feroce». L’antologia, dal significativo titolo di Le solitarie, sarà pubblicato nel 1917. E contribuirà a consacrarla con un successo (tremila copie in poco meno di un mese), che la lancerà definitivamente nel panorama letterario italiano. La vetta più alta dell’opera della scrittrice sarà comunque toccata quattro anni dopo. Il suo unico romanzo, Stella mattutina, racconta

«la storia interiore della mia vita dai sette ai diciassette anni, in terza persona» scrive l’autrice annunciando il libro nel dicembre del 1920. Scrive Anna Folli nella postfazione alla riedizione del libro ristampato da Otto/Novecento che «quando uscì, nel 1921, Stella mattutina ebbe un successo così vasto e concorde di pubblico e di critica come probabilmente la sua autrice non aveva ottenuto mai.

Piacque la fedeltà al genere autobiografico che la indivi-


cultura

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cazione avvenuta, gli encomi sono trasversali. Francesco Flora scrive di «una prosa che canta ed in ogni ritorno scopre la realtà». Dalle colonne del Popolo d’Italia Benito Mussolini annota: «Le cose sono in lei e lei è nelle cose che la circondano: da questa singolare posizione spirituale sgorga la poesia». Un’ammirazione, quella del futuro capo del fascismo, che negli anni avvenire le porterà incarichi e riconoscimenti (nel 1940 sarà nominata Accademica d’Italia) ma che post mortem e a guerra ormai conclusa finirà inevitabilmente col penalizzarla.

A fianco, una statua raffigurante Calliope, la musa della lirica e della Poesia. Nella pagina a fianco, una foto della poetessa e scrittrice italiana Ada Negri. I suoi versi vennero particolarmente osannati dal “Popolo d’Italia” di Benito Mussolini (a destra). In basso, la recente riedizione, per i tipi di Otto/Novecento, del romanzo autobiografico di Ada Negri “Stella Mattutina”

duava tipicamente, e piacque lo sforzo formale di dare il respiro lungo del romanzo a un’ispirazione sempre molto frammentata tra poesie e novelle. Steso di getto in poco più di sei mesi, rifatto sulle bozze come d’abitudine, il libro sembrò realizzare il sogno d’arte di Ada Negri: scrivere furiosamente, a rotta di collo, soltanto per sé, per liberazione, quasi senza saperlo; ma nello stesso tempo, come per incanto, trovare il gesto e l’accento, il tono e l’espressione, la verità».

Una narrazione che anche in questo caso non risparmia il registro lirico, e che si svolge integralmente in terza persona: «Io vedo – nel tempo – una bambina. Scarna, dritta, agile. Ma non posso dire come sia veramente il suo volto: perché nell’abitazione della bambina non vi è che un piccolo specchio di chi sa quant’anni, sparso di chiazze nere e verdognole; e la bambina, non pensa mai a mettervi gli occhi; e non potrà più tardi aver memoria del proprio viso di allora».

Ada Negri morirà a Milano nella notte tra il 10 e l’11 gennaio 1945. Nel dopoguerra e a parte qualche eccezione, la critica letteraria non si occuperà più di lei. Resteranno i giudizi entusiastici di diversi studiosi, tra cui le numerose annotazioni del grecista Ettore Romagnoli. In una nota su L’Ambrosiano, il letterato romano dapprima polemizzerà con certi tic e smanie moderniste (a tutt’oggi inveterate) dell’intellighenzia nostrana: «La critica ha già proceduto alle analisi qualitative e quantitative di questo poema: tante once di D’Annunzio, tante di Pascoli, tante di futurismo. E sta bene. Ma davvero avremo conosciuto l’essenza del succo dell’uva, ci saremmo spiegati il perché delle sue facoltà inebrianti, quando avremo specificato che esso contiene tanti atomi d’acqua, tanti di glucosio, tanti di materia acidula? La poesia di Ada Negri, poetessa di temperamento, poetessa veramente e profondamente geniale, sfugge a simile analisi. Siano pure ricordati D’Annunzio e Pascoli e il futurismo e, se vi piace, le libere lasse di Walt Whitman; ma siano ricordati, innanzi tutto, i versi del patriarca Pindaro… Cercate pure sinché volete i precedenti, le fonti, i presupposti dell’arte di Ada Negri, ma il fondamentale ed essenzialmente unico presupposto rimane sempre il suo mirabile istinto». Poi, si lancerà in una lunga e appassionata perorazione della poetessa lodigiana: «Aboliti i moduli comuni Ada Negri compagina le parole secondo il ritmo del cuore, sincrono a quello che fa volare il vento, ascendere le linfe, palpitare le stelle. Che è liberissimo, capriccioso, e infinitamente preciso… L’azzurra magia musicale pervade tutti i suoi libri: essa ne costituisce al di sopra dei molteplici atteggiamenti, la sostanziale unità». Un giudizio forse troppo generoso ed entusiasta, ma che risulta ancora oggi valido per tentare di rivalutare, a più di sessant’anni dalla morte, le liriche della poetessa lodigiana.

Così la Negri descrisse “Le solitarie”: «Un lavoro arido e faticoso e lungo. Di scavo psicologico e di esperienza amara e coraggio spietato e talvolta feroce» autobiografico. In uno dei suoi racconti, Il denaro, la protagonista Veronetta restava orfana della madre sin dalle prime pagine e in modo piuttosto spregiudicato «costruiva se stessa da sola, senza alcun compromesso». Nella Stella mattutina Dinin ha invece a fianco la madre.

Il romanzo riprende i temi già trattati in alcune novelle. Qui, però, lo spunto è marcatamente

Una madre, «scolpita» sul calco della propria, e descritta sempre con toni e sfumature liriche e sentimentali. A pubbli-


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opo Gomorra, è toccato a Sette anime. Per il cinema (e il prestigio) d’Italia, questo, sembra davvero un periodo nero. Non c’è infatti nemmeno una pellicola italiana tra i “nominati” della categoria “miglior film straniero” per la corsa agli Oscar. Si è infranta dunque così, nel pomeriggio di ieri, la speranza di Gabriele Muccino, che con il film Sette anime (unica opera italiana dopo l’esclusione del film di Garrone dalle pre-selezioni che aspirava all’Oscar) ha siglato il suo secondo lavoro con Will Smith dopo il fortunatissimo La ricerca della felicità. In realtà, non ci sono stati troppi colpi di scena, almeno per la cinquina di nomination per il “miglior film”, non foss’altro perché già da tempo circolavano le voci che davano tra i superfavoriti The Curious Case of Benjamin Button (Il curioso caso di Benjamin Button) di David Fincher, che ha ricevuto ben tredici candidature piazzandosi in questo modo in pole position. Così come non ha sorpreso il secondo posto di The Millionaire griffato Danny Boyle, che lanciatissimo dal recente successo ai Golden Globe ha acciuffato dieci candidature. Gli altri tre nominati sono Il duello di Ron Howard, Milk di Gus Van Sant e The Reader di Stephen Daldry.

spettacoli grande schermo in corsa per il titolo di “miglior attrice protagonista”, gareggeranno invece Meryl Streep (Il dubbio), che conquista così la sua quindicesima nomination detenendo il record di tutti i tempi, Kate Winslet (The Reader), Anne Hathaway (Rachel sta per sposarsi), Angelina Jolie (Changeling) e Melissa Leo (Frozen River). Ma anche la rosa di candidate al titolo di “miglior attrice non protagonista” è interessante: Amy Adams corre con Il dubbio, Penelope Cruz con Vicky Barcelona, Cristina Viola Davis sempre con Il dubbio, Taraji P. Henson con Il curioso caso di Benjamin Button e la newyorkese Marisa Tomei con The Wrestler.

D

Occhi puntati poi sulla cinquina per il “miglior regista”, per la quale si sfideranno i “director”delle pellicole sopracitate: Danny Boyle, David Fincher, Ron Howard, Stephen Daldry e Gus Van Sant. I riflettori, naturalmente, si sono accesi anche sui cinque maschietti che si contenderanno la categoria di “migliore protagonista”: Brad Pitt (Il curioso caso di Benjamin Button), Sean Penn (Milk), Mickey Rourke (The Wrestler, Leone d’oro a Venezia), Frank Lagella (Il duello) e Richard Jenkins (L’ospite inatteso). Tra le “quote rosa” del

Delusioni. Scelte ieri le cinquine in corsa. Italia grande e solita esclusa

Gli Oscar dei record (tra tonfi e trionfi) di Antonella Giuli

Sopra, Brad Pitt e Angelina Jolie e, a fianco, Sean Penn. A sinistra, un fotogramma del film “The millionaire”, del regista Danny Boyle. Sotto, Mickey Rourke (in corsa come miglior attore protagonista per “The wrestler”) e Anne Hathaway (candidata all’Oscar come migliore attrice per “Rachel sta per sposarsi”)

Ecco le nomination più importanti • Miglior film: The Curious Case of Benjamin Button, Frost/Nixon, Milk, The Reader, Slumdog Millionaire. • Miglior regista: Danny Boyle (The Millionaire), Stephen Daldry (The Reader), David Fincher (The Curious Case of Benjamin Button), Ron Howard (Frost/Nixon), Gus Van Sant (Milk). • Miglior attrice protagonista: Meryl Streep (Il dubbio), Kate Winslet (The Reader), Anne Hathaway (Rachel sta per spoAngelina Jolie sarsi), (Changeling) e Melissa Leo (Frozen River). • Miglior attrice non protagonista: Penelope Cruz

(Vicky Cristina Barcelona), Viola Davis (Doubt), Marisa Tomei (The Wrestler), Taraji P. Henson (Il curioso caso di Benjamin Button) e Amy Adams (Il dubbio). • Miglior attore protagonista: Sean Penn (Milk), Frank Langella (Il duello), Mickey Rourke (The Wrestler) e Brad Pitt (Il curioso caso di Benjamin Button). • Miglior attore non protagonista: Heath Ledger (Il Cavaliere Oscuro), Josh Brolin (Milk), Philip Seymour Hoffman (Il dubbio), Robert Downey junior (Tropic Tunder) e Micheal Shannon (Revolutionary Road). • Miglior film straniero: La banda BaaderMeinhof (Germania), La Classe (Francia), Departures (Giappone), Revanche (Austria), Valzer con Bashir (Israele).

A dare i titoli ai quotidiani nazionali, oltre alla totale assenza di pellicole italiane in gara, c’è senz’altro l’assegnazione di una nomination postuma per la categoria di “miglior attore non protagonista” data dalla giuria a Heath Ledger (scomparso circa un anno fa a ventotto anni) per il sequel di Batman Il cavaliere oscuro. Ledger si contenderà comunque il titolo con Josh Brolin per Milk, Philip Seymour Hoffman per Il dubbio, Robert Downey junior per Tropic Tunder e Micheal Shannon per Revolutionary Road. E se per la categoria “miglior film straniero” a noi italiani è toccato piangere, possono invece sorridere la Francia (in corsa con La classe), Israele (che gareggia con il successo Valzer con Bashir), il Giappone (in gara con Departures), l’Austria (Revanche) e la Germania (con la chiacchieratissima Banda Baader-Meinhof). Tra i delusi, fanno compagnia Clint Eastwood (il suo Gran Torino è stato ignorato dalla Academy) e l’attrice Sally Hawkins, la protagonista di Happy-Go-Lucky.


spettacoli

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Musica. Scala le hits “Re:Version” di Agostino Carollo, compilation «ragionata» delle canzoni di Presley in versione remix

Un dj sulle orme di Elvis di Alfredo Marziano

rentun anni dopo la morte del Re del rock’n’roll è toccato a un dj italiano resuscitare Elvis Presley. Non è il primo, Agostino Carollo da Rovereto in arte Spankox: già altri illustri maghi della console come JXL e Paul Oakenfold avevano usato il mixer come un defibrillatore, traghettando sui dancefloor di tutto il mondo (e con il beneplacito della famiglia Presley) brani poco noti del repertorio del King come A Little Less Conversation e Rubberneckin. Spankox però ha fatto di meglio (o di peggio, a seconda dei punti di vista): il primo album di remix presleyani della storia, Elvis Re:Versions, confezionato anch’esso con l’approvazione e il sigillo ufficiale della Elvis Presley Estate che cura l’immenso patrimonio artistico e finanziario lasciato in eredità dallo scomparso cantante.

che remix ma a veri e propri riarrangiamenti delle canzoni, sono tuttavia destinati a dividere e innescare dibattiti, come sempre accade quando qualcuno rimette mano ai classici: Nat King Cole in duetto virtuale con la figlia Natalie, Frank Sinatra campionato e remixato dai nightclubber di tendenza, My Baby Just Cares For Me di Nina Simone rimaneggiata in salsa nu jazz come sottofondo per cocktail party.

T

“Baby Let’s Play House”, il primo singolo uscito in Inghilterra la scorsa estate, ha subito scosso le classifiche e messo le cose in chiaro: la voce di Elvis è immediatamente riconoscibile, così come la scarna base strumentale e lo strascicato andamento rockabilly dell’originale datato 1955; ma i ritmi, i suoni acustici ed elettronici che Carollo ha cucito intorno alla canzone, sono inequivocabilmente da Ventunesimo secolo, “pompano” il giusto con una frenesia e una aggressività figlie dei tempi moderni. Identica ricetta nelle altre dieci portate del menù, hits leggendarie e trascurati lati b tutti pescati dal periodo iniziale e più genuino di Elvis, gli anni Cinquanta trascorsi a scrivere la storia del rock’n’roll presso la leggendaria Sun Records di Sam Phillips a Memphis: That’s All Right Mama, Don’t Be Cruel, Heartbreak Hotel, Teddy Bear, il nuovo singolo Blue Moon Of Jailhouse Kentucky, Rock. Mike Stoller, celebre coautore del “rock della galera” nell’anno di grazia 1957, è stato prodigo di complimenti per il produttore e disc jockey italiano. «Ma come hai fatto?», gli chiede divertito mentre ascolta il pezzo insieme a lui, seduto sul sedile posteriore di un’automobile a spasso per

Memphis (il video circola su YouTube). E l’altro, visiorgoglioso: bilmente «Ore e ore di duro lavoro». «Produrre l’album è stato come essere in studio con Elvis» ha raccontato il dj trentino che vive sul Lago di Garda: uno che sa il fatto suo e che dagli anni Novanta bazzica le classifiche e i dance club di tutto il mondo con pseudonimi come XTreme (chi ricorda That’s The Way e Love Song?), Eyes Cream e, appunto, Spankox. L’imprimatur di Stoller e della famiglia Presley lo mette in una botte di ferro, e a Memphis c’è mancato poco che gli consegnassero le chiavi della città invitandolo a conferenze, celebrazioni, dj set sulla Graceland Plaza in diretta sul canale tematico presleyano dell’emittente satellitare Sirius. La Elvis Presley Enterprises ha fatto i suoi calcoli, sa bene che questo è un modo furbo e svelto per rivitalizzare il catalogo e rinfrescare l’immagine della star presso il pubblico “giovane” e imberbe che solo ora

Riccardo Bertoncelli, il decano dei critici rock italiani, ha dato voce sul sito Delrock a questo malcontento, bollando Re:Versions come un «mostricino», una «blasfema immaginetta» che sovverte la realtà storica di una musica il cui fascino «veniva anche dalla strepitosa magrezza sonora in cui si muoveva», mentre qui risulta «greve, torpida, impacciata». «Qualcuno resterà offeso e penserà che questo disco equivale a uno sfregio, a un baffo dipinto sulla Gioconda. Ok. Ma è un baffo commissionato dal Louvre», ribatte Giampiero Di Carlo dalle colonne di un altro sito Web musicale, Rockol, suggerendo un modo per risolvere la querelle: spostare l’opera nella sala del museo riservata all’arte contemporanea. E’ un tratto della contemporaneità, l’ansia da restauro, che non risparmia neppure gli autori di opere originali. Ricordate il Paul McCartney di Let It Be Naked, qualche anno fa, finalmente libero di cancellare le odiate orchestrazioni di Phil Spector da The Long And Winding Road? E che dire dei Lou Reed e dei Van Morrison di oggi, loro pure colpiti da una voglia di revival che li spinge a reinterpretare sul palco album storici come Berlin e Astral Weeks? Meglio mettersi il cuore in pace: riciclo, manipolazione e autocelebrazione sono i segni distintivi della popular music del Ventunesimo secolo.

Viene da Rovereto, si fa chiamare Spankox e ha confezionato l’album con l’approvazione e il sigillo ufficiale della famosa “Elvis Presley Estate”

Spopola nelle hits italiane e internazionali “Re:Version”, il primo albumcompilation in versione remix delle canzoni di Elvis Presley. Il curatore dell’lp è Agostino Carollo, giovane deejay che viene da Rovereto

si affaccia al mercato discografico e al consumo musicale. Sull’altro lato della barricata stanno i tanti fan e cultori dell’Elvis classico, cui questo maquillage postumo non va proprio giù e appare semplicemente blasfemo.

Carollo ha messo le mani avanti, giurando fedeltà imperitura al King e la sua ferma intenzione di non stravolgere gli originali, ben sapendo che «quella musica per i fan è sacra come lo è per me». I suoi interventi di chirurgia plastica, che non si limitano a qual-


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

da “Le Figaro” del 22/012009

JFK (junior) molla il Senato a figlia di Jfk, il presidente assassinato a Dallas nel 1963, ha ritirato la sua candidatura allo scranno di senatore dello Stato di New York. La causa ufficiale sarebbe legata a «motivi personali». Tramonta così la possibilità che possa rinascere un piccolo pezzo di mito della politica e della storia americana, così radicato nella percezione della gente, in America come all’estero. La magia del nome sembra non sia stata sufficiente a spianare la strada verso la carriera politica alla sorella dello sfortunato John John. Dopo aver fatto il suo ingresso in politica, nel gennaio 2008, con il sostegno per la campagna elettorale di Barack Obama, Caroline Kennedy era scesa in pista per il Senato, visto che si era liberato il posto di Hillary Clinton, designata per l’incarico di segretario di Stato. Mercoledì, con sorpresa di tutti, la dichiarazione del ritiro: «Non intende più candidarsi». La notizia era comparsa sul sito web del New York Times, citando «una persona bene informata sulla decisione presa da Caroline Kennedy». Nuovamente confermata da un sobrio comunicato stampa, poco dopo la mezzanotte, in cui si faceva riferimento ai «motivi personali».

L

Perché questo improvviso cambiamento nei programmi, quasi un voltafaccia? Una fonte anonima, ripresa da numerosi quotidiani Usa di mercoledì, affermava che il candidato senatore poteva essere stata influenzata anche dal malessere di suo zio, Ted Kennedy – affetto da tempo da un tumore al cervello - l’ultimo rappresentante della famiglia ad essere membro del Senato. Il vecchio Ted era stato infatti ricoverato in ospedale, dopo un malore che aveva avuto durante il pranzo dell’Inauguration

Day del presidente Obama a Washington. Ma la figlia del “mito Kennedy” avrebbe comunque avuto la stoffa per fare il senatore? Dopo l’assassinio di JFK nel novembre del 1963, Caroline ritornò con la madre, Jacqueline e il fratello John John, a New York al 1040 Fifth Avenue, sulla Upper East Side di Manhattan. Diventando una cittadina della Grande Mela a tutti gli effetti. Ma forse sarebbe proprio il rapporto con i suoi concittadini ad averla fatta decidere per l’abbandono.

La delusione che la giovane Kennedy non era riuscita a nascondere, nel corso delle ultime settimane, potrebbe essere legata a qualcosa di preciso. Infatti, la figlia di John Fitzgerald Kennedy nata il 27 novembre del 1957 - stava incontrando delle difficoltà nel convincere i newyorchesi. Cioè fargli capire che avrebbe potuto farcela a ricoprire con competenza l’incarico al Senato americano. Secondo un sondaggio, condotto dalla Quinnipiac University, pubblicato la settimana scorsa, era riuscita a conquistare il sostegno solo del 24 per cento degli elettori dello Stato, contro il 31 per cento che aveva espresso la preferenza verso Andrew Cuomo, l’attuale responsabile del dicastero della Giustizia dello Stato. Altro papabile per la camera alta statunitense. Inoltre l’ultimo fine settimana, nel mese di dicembre, era stato particolarmente difficile per i candidati, impegnati nel circo delle dichiarazioni a stampa e televisione. Le interviste rilasciate da Caroline non avevano affatto convinto i media, che avevano rilevato, nei suoi discorsi e nelle dichiarazioni pubbliche, un elevato numero di tic linguistici. Punteggiati dal continuo intercalare

di parole come «uh», «si vede» e «cosa» che non eprimevano sicurezza nella forma e neanche nei contenuti. Molti editorialisti avevano espresso perplessità per la mancanza d’esperienza che dimostrava, anche solo nell’eloquio. Comunque l’unica persona abilitata a nominare il nuovo senatore è il governatore David Paterson. Ed era molto chiara la sua intenzione di conferire l’incarico a Caroline Kennedy.

Nomina che sarebbe dovuta avvenire già oggi o al più tardi domani. Forte del suo rapporto privilegiato con lo zio, il senatore, e con dei sostenitori del calibro del sindaco di New York, Michael Bloomberg, aveva tutte le possibilità per essere eletta. Così sembra giunto al termine l’avventura politica di Caroline, almeno per il momento. Un mito tramontato ancor prima di nascere.

L’IMMAGINE

Via Villari dalla Vigilanza Rai e ora una nuova poltrona per Villari Riccardo Villari è rimasto senza poltrona. La commedia parlamentare è finita ma ora pare che ne ricominci subito un’altra: quale poltrona dare a Villari. È vero, infatti, che Villari è stato cacciato quasi con la forza, visto che con le sue gambe non voleva andarsene, ma ora sicuramente dovrà avere una ricompensa e quindi si sarà alla ricerca di una poltroncina da dargli. Non mi stupirei se ciò accadesse, ora o tra qualche tempo. La politica italiana è fatta così e il fatto stesso che il senatore del Pd sia stato eletto in modo rocambolesco alla guida della Vigilanza e sia rimasto lì, non solo contro il volere di tutti e del suo stesso partito, ma perfino contro la stessa ragionevolezza delle cose, bloccando di fatto il lavoro della Commissione, fa capire quale significato abbiano le Istituzioni nella vita dei partiti. Tutti in pratica sono alla ricerca di qualcosa da portare a casa: un piccolo o grande posto di potere, che sarà utilizzato per fare una vita comoda. È triste ma è proprio così.

Giancarlo Balza

REALTÀ DIVERSA DAL SOGNO Il coro emotivo, conformista e sedicente progressista rischia di perdere la trebisonda: Bush “il fiasco”; Obama “il bene”. L’andamento non favorevole delle quotazioni della borsa valori palesa una realtà diversa dal sogno.

Gianfranco Nìbale

NAPOLI È L’ANTISTATO Napoli, teatrino dove giustizia e politica si beffano a vicenda. Dopo il marasma nella giunta, l’amministrazione si è rifatta il lifting e gli accusati, quasi tutti, sono usciti da galera. Adesso la prima seduta per la vicenda Calciopoli è stata rinviata, secondo un rituale tipico dei processi locali. Viviamo la dittatura dell’ignoto, dove la giustizia

è un coraggioso tentativo per ottenere i propri diritti, e non una certezza.

Lettera firmata

I DIVARI D’OPEROSITÀ SOTTACIUTI FRA LE PERSONE Il coro egualitarista denuncia le differenze patrimoniali e reddituali fra ricchi e poveri. Mai viene rimarcato un altro rilevante divario. Non tutti gli individui adempiono pienamente al dovere. Alcuni lavorano, risparmiano, rischiano, intraprendono, creano e producono ricchezza. Altri propendono per: ozio, pavidità, pigrizia, parassitismo, irresponsabilità, goduria, gioco, scommesse e mani bucate. Fra questi, i sani in età lavorativa possono risultare colpevoli: consumano risorse,

Le belle statuine Testa di Drago, Scarpa di Fata, Candele Marine… non sono gli ingredienti di una pozione magica, ma i nomi di queste rocce ispirati dalle loro strane forme. Una galleria di “statue” naturali scolpite dal mare e dal vento che si trovano sulla costa di Taiwan, a Yehliu. Ce n’è davvero per tutti i gusti: dai sovrani agli accessori, agli animali

mentre producono poco o nulla. Taluni demagoghi omettono d’evidenziare l’importanza del lavoro, che è necessario per soddisfare i bisogni umani, data la scarsità delle risorse. Va bene dire no alla fame; ma bisogna aggiungere no agli oziosi. Il generico no alla guerra va integrato dal no al terrorismo: terrorismo talvolta definito “guerra dei poveri”. Spesso le ostilità vengono iniziate e

innescate da tale terrorismo. Di fronte ad attentati stragisti sanguinari, le nazioni libere si difendono: non sono disposte a patire tutto e a “porgere l’altra guancia”.

Lettera firmata

INDUSTRIA E MERCATO La situazione industriale preme con la cassa integrazione imperante, che sta avvolgendo varie aziende del nord, soprattutto ap-

partenenti al mercato dell’auto; da sinistra si permettono di difendere questo istituto dichiarandolo un modo di ridurre l’orario di lavoro. Non è vero, la cassa integrazione appartiene agli sbagli del passato, accompagnati da scivoli e prepensionamenti, quando si trattava di risolvere le concertazioni e sanare il bilancio, quando la crisi era tutta italiana.

Bruno Russo


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Solo le anime volgari sono senza rimorsi Io vedo più lontano di lei, e la visione dell’abisso che segue mi rende forte contro la lusinga di una dolcezza immediata. Ma se la mia preveggenza è riuscita ad aprirle gli occhi sulla realtà delle cose, io non mi lamento di essere creduto freddo e torpido, se anche il mio cuore sia pieno di tenerezza e di ardore. Ella mi dice che il rimorso pel male che temeva di aver fatto a me era forse più grande di ogni altro. Non è per vanità che le dico che forse era nel vero. Forse di tutti noi ero io quello che soffrivo di più e quello per cui la rovina sarebbe stata più invincibile. La ringrazio per me e per la mia arte, che mi è forse più cara che me stesso! La vita è una cosa sacra non solo in riguardo alle persone che ci sono care, ma per noi stessi: non la si può giuocare sul desiderio di un giorno. La ringrazio di aver compreso che la nostra vita diveniva impossibile, che una passione che annienta chi la nutre e chi la riceve è un male. Nessuna dolcezza immediata può compensare anni ed anni di rimorsi irrevocabili, e soltanto le anime volgari sono senza rimorsi. Per quanto la sua indole sia appassionata e cieca, lei ha troppa nobiltà e troppa elevatezza per sfuggire ad un giudizio della coscienza. Per me è giunto più presto, per lei più tardi, ma in tempo per tutti e due. Enrico Thovez a una sconosciuta

ACCADDE OGGI

DIBATTITO SUI GIOVANI E LA POLITICA Mi permetto, caro direttore, di condividere con lei e con i lettori qualche riflessione facendo riferimento al suo ricco editoriale di martedì scorso «Contro la politica dei “nominati” una nuova sfida costituente». Lei si chiede, anzitutto, cosa debba fare, oggi, una persona desiderosa di «entrare in politica».Scendo ancora più nel particolare rispetto alla sua provocazione: cosa deve fare un ragazzo che vuole impegnarsi in politica? Certamente, come lei notava, le sezioni dei partiti non esistono più. «Mancando i partiti», è venuta meno quella «vera e propria scuola di formazione professionale» per persone che volevano «contribuire al bene della comunità nazionale»; è venuto, insomma, a mancare quel filtro essenziale che selezionava gran parte della classe politica e anche della classe dirigente del Paese. Chi svolge questo compito oggi? L’associazionismo, quello cattolico in particolare, ha cercato di soccombere al vuoto lasciato dai partiti della prima repubblica anche staccandosi da quella rete associativa che si sarebbe detta collaterale ai partiti fino a circa venti anni fa. Consigliare allora ai giovani che vogliono entrare in politica di fare vita associativa? Senza dubbio, ma non basta. L’associazionismo assume spesso il ruolo di minoranza creativa nella società realizzando spazi di confronto e incontro, altrimenti impossibili da avviare. Oggi tutti denunciamo un leaderismo stretto.Bene, anzi male. Male perché se una caratteristica del leader deve essere il sano decisionismo, ben

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa

23 gennaio 1932 Viene pubblicato il primo numero de La Settimana Enigmistica 1933 Nasce l’Iri, a capo del quale Benito Mussolini chiama Alberto Beneduce 1937 Mosca: processo a 17 esponenti comunisti per aver partecipato ad un piano di Leon Trotsky per rovesciare il regime di Stalin 1941 Charles Lindbergh testimonia davanti al Congresso degli Stati Uniti e raccomanda che gli Usa negozino un patto di neutralità con la Germania nazista 1943 Duke Ellington suona per la prima volta alla Carnegie Hall di New York 1950 La Knesset approva una risoluzione che dichiara Gerusalemme capitale di Israele 1978 La Svezia è la prima nazione a vietare gli spray che si ritiene danneggino lo strato di ozono 1986 I primi musicisti introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame sono: Chuck Berry, James Brown, Ray Charles, Fats Domino, Everly Brothers, Buddy Holly, Jerry Lee Lewis e Elvis Presley

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Enrico Singer

vengano leader forti e competenti. Ma se leader è colui che nomina (non sceglie) i deputati, i senatori, gli assessori regionali e in alcuni casi anche i consiglieri comunali, occorre mettere un argine a questa pratica e, in quest’ultimo caso, al ragazzo che vuole impegnarsi in politica consiglio di dedicarsi ad altro. Diversi mesi fa, Sergio Romano sul Corriere della Sera scrisse che i giovani che fanno vita di partito oggi, sono come gli utenti di un ufficio: staccano il biglietto e attendono il loro turno. Un’immagine triste, ma reale. E vengo, quindi, ad un altro punto: i coraggiosi che oggi, cercano di partecipare alla vita di un qualsivoglia partito, lo fanno, troppo spesso, non con una buona dose di spirito critico, ma adeguandosi alle circostanze, attendendo, appunto, il turno. Cosa fare allora? Anzitutto, è necessario declinare la propria passione (assieme al senso di responsabilità e alla lungimiranza) nella ricerca del tanto decantato bene comune. Occorre poi stimolare l’insieme delle intelligenze creative che ruotano anche all’interno delle realtà dei partiti (e qui hanno un ruolo primario e insostituibile i Centri Studio e le Fondazioni che, negli ultimi anni, si sono raddoppiati anche per contribuire a selezionare una nuova classe politica) in modo da attingere idee, programmi, ma anche semplici spunti, per organizzare proposte alternative, convincenti e credibili. Infine, partecipare alla vita dei partiti mantenendo un giusto equilibrio fra passione e realistica determinazione.

Antonio Campati

Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta,

Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani,

Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

UN NUOVO APPELLO AI LIBERI E FORTI Il 18 gennaio 1919 don Luigi Sturzo levò il suo appello ai liberi e forti, per la costruzione di uno Stato libero, democratico, fondato sull’affermazione della centralità della persona, che nascesse come sincera espressione del volere popolare. Uno Stato che risultasse vicino ai cittadini grazie al ruolo preminente delle autonomie locali, ma sempre all’interno di un quadro nazionale unitario. Questo messaggio mantiene, a novanta anni di distanza, una grande attualità, in un’epoca in cui la politica e le istituzioni sono percepite come sempre più autoreferenziali e distanti dai cittadini. Ciò a causa del progressivo svuotamento dei poteri delle assemblee elettive dovuto al rafforzamento del ruolo del primo ministro, dei governatori regionali, dei sindaci, e con la tendenza a sottrarre ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, mediante l’istituzione di sistemi elettorali fondati sulle cosiddette “liste bloccate”, in cui non è più il cittadino a scegliere i propri rappresentanti ma le ristrette oligarchie di partito. E con i partiti che smettono di rivestire la funzione sociale di luogo di incontro e confronto tra le istanze delle diverse categorie sociali, ma si trasformano in meri cartelli elettorali raccolti intorno ad un leader. Il cittadino non è più parte attiva dei processi decisionali, e viene troppo spesso privato dei necessari strumenti di controllo sull’operato dei suoi rappresentanti nelle istituzioni, come si converrebbe ad ogni democrazia. Questo percorso è maturato all’insegna di un acclamato decisionismo, certamente auspicabile in una società che in epoca di globalizzazione è soggetta a cambiamenti repentini, ma che si è progressivamente trasformato in eccesso di personalismo, di leaderismo, di accentramento dei poteri, nell’azzeramento dei corpi e delle rappresentanze intermedie. In questo modo si è rapidamente passati da una democrazia dei cittadini ad una democrazia delle oligarchie in cui pochi soggetti decidono per tutti, in cui la crescita delle pressioni lobbistiche è direttamente proporzionale al ridimensionamento della centralità dei cittadini, in cui troppe sono le rendite di posizione non più sostenibili. Per invertire questa tendenza necessitano al Paese riforme profonde, all’insegna del bene comune. Si potrebbe ripartire da un nuovo appello ai liberi e forti. Mario Angiolillo P R E S I D E N T E N A Z I O N A L E LI B E R A L G I O V A N I

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