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Il vocabolario. L’unico posto in cui il “successo” viene prima del “sudore”

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Vidal Sassoon

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

Il coraggio di Barack e della Merkel e il rigorismo eccessivo dell’Italia

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Trenta morti dopo un raid israeliano, mentre i razzi di Hamas raggiungono Tel Aviv

Tremonti, ora imiti Berlino e Washington: Obama rompe il silenzio: «Preoccupatissimo per le vittime civili» tagli le tasse!

Gaza, strage alla scuola Onu di Vincenzo Faccioli Pintozzi

di Carlo Lottieri ur tra varie contraddizioni, le economie occidentali stanno orientandosi verso una politica di tagli alle tasse. A Berlino il cancelliere Angela Merkel ha accolto le richieste del partito cattolico bavarese, che è riuscito a ottenere un impegno in tal senso. Ma anche a Washington Barack Obama sta lavorando a un pacchetto anti-crisi che comprenderà sgravi fiscali di 300 miliardi di dollari. In Italia, invece, non pare vi sia l’intenzione di agire in questo senso: ed è un vero peccato. Tale riserbo su tali temi da parte del governo Berlusconi si può spiegare con le difficoltà del debito pubblico. Il ministro Tremonti non è orientato ad accettare tagli alle imposte nel momento in cui sta provando a tenere in piedi i conti di un’Italia che sconta la faciloneria di troppi anni vissuti pericolosamente.

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La Chiesa con Galileo contro l’inquinamento

a scuola delle Nazioni Unite didunque una strage immotivata». Ging strutta ieri a Gaza da un attacco ha poi chiesto l’apertura di un’indagine israeliano «era segnalata e ricoper stabilire la responsabilità della stranoscibile. Ora si deve aprire ge: «Le persone nella scuola avevano laun’indagine indipendente per indivisciato le loro case perché non si sentivaduare e punire i responsabili della strano sicure. Noi controlliamo chiunque enge». Lo ha detto ieri in serata John tri nelle nostre strutture, siamo sempre Ging, direttore dell’agenzia delle Namolto attenti». Nel frattempo, il portavozioni Unite che si occupa dei rifugiati ce del Dipartimento di Stato, Sean Mcnella Striscia di Gaza. In una videoconCormak, ha ribadito sempre ieri che gli Anche ieri a Gaza City ci sono stati ferenza con il Palazzo di Vetro, Ging ha Stati Uniti sono favorevoli a un cessate il scontri a fuoco drammatici, casa spiegato che i responsabili Onu «avevafuoco «immediato e duraturo, sostenibile per casa, tra l’esercito israeliano no fornito le coordinate satellitari Gps e senza limiti temporali». E per la prima e i miliziani di Hamas alle autorità israeliane, che perciò sapevolta il presidente eletto Barack Obama vano che l’edificio ospitava una scuola, chiaramente segna- rompe il silenzio: «Sono preoccupato per le vittime civili». lata e con la bandiera dell’Onu che sventolava fuori». I 30 s eg ue a pa gi na 16 • se rv iz i a pa gi na 14 ,1 5, 16, 17 morti e i 45 feriti all’interno della struttura «rappresentano

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DA MALPENSA A NAPOLI Bossi e Moratti per lo scalo del Nord. Alemanno per Fiumicino. Il Pdl cerca di mediare tra due “localismi”, ma non ha un chiaro progetto. Così il Pd a Napoli: dove le fazioni si dividono senza nessun disegno per il futuro della città. Berlusconi e Veltroni governano ancora partiti “nazionali”? Ber

di Guglielmo Malagodi a pagina 7

Kiev chiude i rubinetti verso Ovest

Il grande ricatto del gas gela l’Europa di Pierre Chiartano arrivato il generale inverno, ma a guidarlo non è direttamente Putin, come tutti temevano. L’Ucraina, per ritorsione contro la Russia, ha chiuso i rubinetti del gas che, passando per il suo territorio, portano in Europa l’oro di Mosca. Sono tanti i Paesi che ieri sono rimasti a secco: praticamente si va dal mare del Nord fino ai Balcani, senza dimenticare la Turchia e la Grecia. Anche l’Italia corre i suoi rischi, benché il ministro Scajola si sia affrettato a dire che le riserve sono più che sufficienti. Di fatto, l’Eni ha spiegato che il flusso di gas russo in Italia è diminuito del 90%. Da domani, la situazione si potrebbe sbloccare con la ripresa delle trattative fra Mosca e Kiev.

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L’Italia fatta a pezzi

s egue a pagi na 8 segu2009 e a pag•inEaURO 9 1,00 (10,00 MERCOLEDÌ 7 GENNAIO

alle pagine 2, 3, 4 e 5 alle pagine 2, 3, 4 e 5 CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Battaglie. Il Pdl del Nord e la Lega in rivolta contro Berlusconi; mentre Napoli e Pescara si ribellano a Veltroni

La fiera delle contrade

Da Malpensa al Maschio Angioino, i grandi partiti sono sempre più spesso preda di interessi e potentati locali: è il tramonto del “governo nazionale”? di Franco Insardà o hanno deciso a Roma». Era questo il sigillo che, fino a qualche anno fa, poneva fine a qualsiasi discussione che interessava i responsabili regionali o provinciali dei partiti. Oggi non è più così. La periferia non risponde più agli inviti e neanche agli ordini che arrivano dalle segreterie nazionali. I partiti hanno ormai perso ogni controllo. I signorotti locali non accettano imposizioni e vogliono decidere in piena autonomia. Sono quasi infastiditi da queste “intromissioni” romane di personaggi che dicono: «Non conoscono il territorio, né gli umori delle persone». E tra le accuse e le giustificazioni chiosano la vicenda con un tranquillo «vorrebbero venire, darci degli ordini e poi andare via. Ma siamo noi quelli che poi devono amministrare i Comuni e se non troviamo le giuste alleanze è impossibile».

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In Prima Repubblica

ne doveva essere accettata. Non si usavano i cellulari o le mail. La politica aveva i suoi tempi e, qualche volta, le soluzioni arrivavano anche solo facendo decantare le cose.

Mal comune, mezzo gaudio si potrebbe dire. Infatti l’ingovernabilità degli esponenti locali da parte delle segreterie nazionali accomuna quasi tutti i partiti: da Milano a Napoli, da Pescara a Firenze. Il Pd in questo inizio d’anno ha fatto segnare i casi più clamorosi. Napoli su tutti. Ma anche Pescara non è certamente un episodio da sottovalutare, così come quelli di Torino e Firenze. La resa dell’ex bassoliniano Luigi Nicolais, oggi veltroniano, alla ribellione del sindaco Rosa Russo Iervolino, orchestrata insieme con

Il sindaco di Milano, il presidente Formigoni e il pd Penati, si trovano sulle stesse posizioni del Carroccio

i partiti era delle strutture nazionali che riuscivano a sintetizzare le esigenze locali e risolvevano situazioni ingarbugliate o mediando o, magari, scontentando qualcuno. Comunque si decideva a Roma e nessuno discuteva. Spesso l’appoggio alle maggioranze nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni era dato in funzione delle alleanze per i governi nazionali. Il Partito socialista era diventato un vero e proprio ago della bilancia e presentava spesso il conto del suo peso negli enti locali per ottenere ministeri, sottosegretariati e nomine varie. Da Aosta a Canicattì nessuno discuteva le decisoni prese a piazza del Gesù, a via delle Botteghe Oscure, a via del Corso e nelle altre sedi dei partiti. Quando si partiva dai piccoli centri per andare a sottoporre al responsabile degli enti locali nazionale delle questioni politiche era quasi un viaggio della speranza. Lo si preparava per giorni, ci si confrontava con altri esponenti del partito, si ponderavano e misuravano con attenzione le parole da dire e si sperava di ritornare con un risultato positivo. Anche perché una volta che la questione era stata portata a Roma la decisio-

il governatore, rischia di essere la pietra tombale di un partito che dalla sconfitta delle politiche non è riuscito più a riprendersi. Proprio dalla Campania da tempo arrivano i maggiori grattacapi per Walter Veltroni. L’emergenza e le inchieste sui rifiuti hanno fatto perdere credibilità al centrosinistra, ma Antonio Bassolino, nonostante i ripetuti inviti romani, non ha mai pensato a dimettersi ed è ancora lì. Chissà se risponderà picche anche all’appello che gli è giunto dal suo amico Massimo D’Alema, o come dice qualcuno a lui vicino: «Finirà Veltroni, ma Bassolino sarà ancora governatore della Campania». Dopo le tarantelle napoletane anche il saltarello abruzzese dell’ex sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso che prima ha ritirato le dimissioni, dopo che gli erano stati revocati gli arresti domiciliari, e poi ha consegnato un certificato medico con il quale rimane, formalmente,

al suo posto fino alle elezioni del 6 giugno, evitando il commissariamento. Una decisione da diversa

quella che avrebbero voluto i vertici del Pd nazionale e presa all’insaputa di Veltroni e dei suoi. Anche se sia Beppe Fioroni che Franco Marini hanno giudicato: «Correttissima la scelta dell’ex sindaco». Senza dimenticare che sul Pd abruzzese pesa come un macigno la vicenda dell’ex governatore Ottaviano del Turco. Sul fronte dell’opposizione le cose non vanno meglio ad Antonio Di Pietro. Il leader dell’Italia dei Valori da tempo invita i suoi a uscire dalle maggioranze che sostengono in Campania, ma tranne il caso del comune di Napoli, nelle altre realtà ha dovuto registrare dei rifiuti. Oltre alle dimissioni dal partito di Amerigo Porfidia, che sarebbe coinvolto in un’inchiesta sulla criminalità organizzata, e le minacce di lasciare la formazione da parte di Franco Barbato, Di Pietro ha incassato le mancate dimissioni da assessore alla provincia di Napoli di Aniello Lauri, espulso per questo motivo dal partito.

Ma se il centrosinistra piange, il Pdl non ride. La vicenda di Malpensa ha fatto emergere un malessere e un distacco tra il centro e la periferia del partito di Berlusconi. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, hanno espresso il lodissenso ro sulla gestione dell’affare Alitalia e sull’individuazione del partner straniero che se fosse Air France, come sembra probabile, penalizzerebbe lo scalo lombardo a vantaggio di quello romano di Fiumicino. Ne è nata una vera e propria guerra tra contrade. Roma contro Napoli e addirittura Linate contro Malpensa che sta interessando tutti gli esponenti politici e istituzionali delle due regioni. Accomunati non dalle indicazioni dei partiti, ma a difesa degli interesse territoriali. Così mentre gli esponenti del Partito democratico nazionale,

come Emma Bonino, criticano la linea del governo e ricordano che «con il piano Prodi Air France avrebbe dovuto pagare molto di più, ma allora si disse che era in svendita la nostra italianità» a Milano il presidente della provincia, il pd Filippo Penati, chiede alla Lega di fare una battaglia insieme per Malpensa. Anche dal Piemonte giungono voci preoccupate, l’assessore regionale ai Trasporti, Daniele Borioli, vicino al presidente Mercedes Bresso ha dichiarato: «L’eventuale accordo con Air France, almeno nei contenuti sino ad oggi emersi, che individuerebbero in Fiumicino l’unico hub, sembra andare nella direzione opposta a quella di salvaguardia e sviluppo del sistema degli aeroporti del Nord». E c’è chi ipotizza un futuro partito del Nord con Chiamparino, Cacciari e lo stesso Carroccio per difendersi dalla “romanocentricità”.

Ma non va meglio all’ombra del Cupolone dove Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi non riescono a tenere a bada il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, a sua volta alleato con il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, sceso in campo per soste-

nere lo scalo di Fiumicino. L’incontro di oggi tra il leader della Lega, Umberto Bossi e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi potrebbe fare chiarezza sulla vicenda e su queste alleanze trasversali che sono sfuggite ai controlli dei partiti. Altra vicenda che sta agitando le acque nel Pdl è quella relativa alle nomine a ministri dei due sottosegretari Michela


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La deriva anti-nazionale dei partiti secondo Renato Mannheimer

«Trionfa il localismo stile Bossi-Di Pietro» colloquio con Renato Mannheimer di Francesco Capozza

ROMA «Quelli che voi, in modo appropriato peraltro, chiamate “localismi”, non sono certo la novità del giorno. Né, tantomeno, l’uovo di Colombo per capire la complessa situazione all’interno dei principali partiti politici, così come si è andata configurando nelle ultime settimane». Chi parla non è politico di professione né un notista, ma uno dei più noti ricercatori e sondaggisti italiani, Renato Mannheimer, che forse più di ogni altro può darci la misura scientifica, oltre che sociologica e politica, di ciò che sta accadendo in entrambi gli schieramenti. Professor Mannheimer, secondo lei, se capisco bene, stiamo vedendo un film già visto? Nulla di nuovo, dunque? No, nulla di nuovo. Sono diverse decine di anni che i partiti politici hanno nel radicamento territoriale un motivo di forza e di espansione ma al contempo di difficile raccordo con la centralità politica delle segreterie nazionali. Accadeva con la Democrazia cristiana e con il Pci... Esattamente. E, ancor di più, accadeva e accade con la Lega, che però è un fenomeno con una sua peculiarità che ben la distingue dagli altri partiti. Intende dire perché è radicata solo al Nord? Anche, ma non solo, ovviamente. La Lega, al contrario di quanto avviene negli altri partiti, ha da sempre una visione verticistica della leadership. Il suo “localismo”, per riprendere il termine che voi amici di liberal state utilizzando in questa analisi, ha sempre coabitato perfettamente con una visione unitaria forte del partito, che ha costantemente ruotato attorno al suo leader. Oggi, in questo clima di disfacimento generale, ne trae dei risultati più che positivi. Questo mi induce a pensare che la Lega stia crescendo ancora. I suoi rilevamenti le indicano questa tendenza? Esattamente. la Lega è in continua crescita. Ieri, in un’intervista rilasciata a Il Giornale, l’ex Guardasigilli Clemente Mastella consigliava al Pd di tornare sui suoi passi e di sciogliersi, di tornare, cioè, alla Margherita e ai Ds. Lei crede che una soluzione del genere sanerebbe l’attuale situazione tutt’interna al partito unico? Ne dubito. Allora tanto vale tornare direttamente alla Democrazia cristiana e al Pci, che avevano sicuramente una leadership più solida.

La leadership di Veltroni non è solida? Il Pd è un partito nuovo, nato dall’unione di due realtà complesse e radicate diversamente sul territorio. Non credo che il problema sia la leadeship di Walter Veltroni o meno, il problema è del sistema Partito democratico che è una macchina molto difficile da gestire. Nel Pdl le cose non stanno certo meglio. Liti continue e tensioni con la Lega sono all’ordine del giorno. È vero, non si può certo negare questo dato. Tutto sommato, però, credo che Berlusconi sappia muoversi bene tra le mille sfaccettature del suo partito. Alla fine saprà ricucire, come sempre, anche i più piccoli strappi. Professore, mi interessa una sua considerazione su un fatto. Walter Veltroni, nel momento di più grande difficoltà per il suo partito con il caso-Pescara, le inchieste napoletane e campane in genere, con quelle di Potenza e Catanzaro, si è lasciato andare ad uno sfogo molto forte, arrivando a dire «questo non è il mio partito». Adesso che quel castello giudiziario e mediatico si sta in gran parte sgretolando e che la situazione sembrerebbe rientrare alla normalità, lei ritiene che Veltroni, se potesse, si rimangerebbe volentieri quelle parole? Guardi, abbiamo assistito a un classico tutto italiano: i media e forse anche la magistratura, hanno “gonfiato” un po’ troppo una situazione. Direi che sia questi che Veltroni hanno forse corso un po’ troppo. Questo 2009 che è appena iniziato, come ha detto anche il presidente del Consiglio, sarà ricco di appuntamenti importanti. Con lei mi pare naturale parlare di quelli elettorali. C’è la Sardegna tra poco più di un mese, ci saranno amministrative ed Europee a giugno. Com’è il quadro della situazione? Ovviamente stiamo lavorando sistematicamente, ma non le anticipo nulla. Solo una cosa posso dirle... Quale professor Mannheimer? Che in tutta questa situazione traggono profitto, crescendo in modo sistematico e costante, quelle formazioni politiche che da un lato cavalcano l’onda mediatica del giustizialismo, e dall’altra la volontà di una certa parte dell’elettorato di rimanere estranea a tutto quello che sta succedendo. Un ottimo giro di parole per arrivare a due nomi: l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e la Lega di Umberto Bossi? Mi pare evidente.

Non vedo leadership in pericolo, ma certo alle prossime elezioni amministrative avremo parecchie sorprese

Fini e Berlusconi non riescono a tenere a bada Alemanno, alleato con Marrazzo, sceso in campo per sostenere lo scalo di Fiumicino Brambilla e Ferruccio Fazio. In questo caso i mal di pancia non vengono dalle periferie geografiche, ma da quelle politiche. Alleanza nazionale in primis e poi la Lega. Ma se il Carroccio vuole tenere alta la tensione sulla vicenda Alitalia e sul federalismo fiscale, per il partito di Gianfranco Fini si ha l’impressione che il tentativo sia soltanto quello di affermare la propria esistenza in vita, nonostante il suo leader ne abbia già dichiarato da tempo la fine.

In tutto questo bailamme c’è da registrare la nota congiunta dei presidenti del Pdl di Camera e Senato. Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri hanno dichiarato che il Pdl: «È disposto a un confronto a tutto campo, dall’economia alle riforme, dalla politica estera alla giustizia. Ma bisogna prima rispettare fondamentali regole democratiche. La politica degli insulti e le incredibili vicende di Pescara e Napoli mal si conciliano con quel confronto che giustamente, viene da più parti sollecitato. Ci attendiamo ri-

sposte chiare dal Pd su questioni che pesano come macigni». Un tentativo, forse tardivo, di rimettere ordine in un quadro politico di inizio anno davvero molto confuso.

Una ricetta almeno per Veltroni l’ha proposta Clemente Mastella che ha suggerito: «Se Il Pd non è in grado di comportarsi come “un grande partito”e quindi meglio che si torni al passato, a quando c’erano Ds e Margherita. Postcomunisti e postdemocristiani si separino, tornando a essere alleati ma autonomi, come propone lo stesso presidente della provincia di Trento». Parola di Clemente Mastella, uno che di campanili se ne intende. Walter Veltroni è sempre più assediato dai dirigenti napoletani del Pd. In alto, Silvio Berlusconi. Nella pagina a fianco, il sindaco di Milano Letizia Moratti in rotta di collisione con il premier sulla gestione dell’aeroporto di Malpensa


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Pdl. Per la prima volta, Berlusconi contestato dal Nord

L’aereo del Cavaliere in panne tra Roma e Milano Malpensa taglia in due la maggioranza E Alemanno, per Fiumicino, sta con la sinistra di Francesco Pacifico

ROMA. Dopo essersi accollato i debiti della vecchia Alitalia, il governo rischia di dover garantire un futuro anche a Malpensa. Oggi Umberto Bossi incontrerà a Roma Silvio Berlusconi per chiedere garanzie sull’aeroporto, dopo aver lanciato dal fortino di via Bellerio due richieste allo stesso modo irrealizzabili: spingere la compagnia di bandiera nella braccia di Lufthansa rompendo ogni legame con Air France e liberalizzare gli slot nello scalo del nord. Due richieste che per motivi diversi Silvio Berlusconi sarà costretto a declinare, ma che finirinno per acuire le distanze tra il Carroccio e il resto della coalizione. Per far apparire questo esecutivo, che pure ha il premier nato a Milano e il ministro più potente a Sondrio, poco filonordista. E la cosa non potrà che avere conseguenze sulle trattative sul federalismo fiscale o sulla giustizia, sulle promozioni nella squadra di governo o sugli assetti negli enti locali.

Se sul futuro di Alitalia il governo ha tenuto senza tante sbavature, lo stesso potrebbe non accadere sulla scelta del hub della futura compagnia. Come negli anni scorsi la difesa di Malpensa o di Fiumicino esaspera il localismo nel centrodestra, spinge a Roma Gianni Alemanno a tracciare una linea difensiva con Piero Marrazzo e a Milano gli uomini di Bossi a ritrovarsi sulle stesse posizioni del presidente della Provincia, l’ex ds Filippo Penati. Tanto che in questi giorni c’è chi teme la nascita di rapporti privilegiati, che potrebbero risultare decisivi nella vita amministrativa come nella tenuta del governo. La minaccia di una balcanizzazione del Popolo delle libertà, lo spettro delle stesse spaccature che stanno mettendo in crisi il Partito democratico sarà il convitato di pietra nel vertice tra Bossi e Berlusconi. In verità il Senatùr non ha calcato la mano come un avrebbe fatto tempo. Ha iniziato a sparare a palle incatenate quando l’ingresso di Air France in Alitalia era stato già concordato. Infatti dovrebbe essere ufficializzato dai consigli d’amministrazione delle due società venerdi prossimo. Però quel vertice pro Lufthansa a via Bellerio con la presenza di Letizia Moratti è bastato al Carroccio per ostentare la sua potenza di fuoco (elettorale), già descritta nei minimi particolari dai sondaggi che settimane sono

sulla scrivania del premier. Dicono che a Palazzo Chigi abbiano gradito la decisione di Gianfranco Fini di non partecipare come in passato alla diatriba tra Malpensa e Fiumicino, di aver imposto ai suoi – con l’eccezione di Gianni Alemanno – di prendere parte alla gazzarra. Perché spingere la Lega a fare un passo indietro è quasi impossibile senza una contropartita. Non a caso il viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli ieri ha dichiarato: «Berlusconi deve garantire l’immediata liberalizzazione degli accordi bilaterali su Malpensa. È un punto non trattabile. Sento l’umore dei militanti della Lega e posso dire che se non sara’ cosi’ ci saranno conseguenze politiche gravi». Ha aggiunto Roberto Cota, il capogruppo alla Camera del Carroccio: «È risoluta volonta di difesa e di sostegno dell’aeroporto di Malpensa. La Lega Nord ritiene che il partner ideale per Cai debba essere Lufthansa, unica

Il premier proverà a prendere tempo sul futuro dell’aeroporto. Altro boccone amaro per il Senatùr: venerdì Air France entra nel capitale di Alitalia compagnia in grado di garantire occupazione, servizi di livello internazionale ed i 2 hub di Milano Malpensa e Roma Fiumicino». In caso contrario, se sarà Air France il socio di minoranza, «il governo non potrà che liberalizzare i diritti di traffico aereo con effetto immediato, garantendo così l’effettiva concorrenza su tutte le tratte ivi compresa quella Milano-Roma».

Spingere la nuova Alitalia ad abbandonare gli slot non utilizzati è operazione lunga e complessa. Forse poco fruttuosa, se si pensa che nessuna compagnia al mondo è in grado di garantire al territorio i collegamenti internazionali necessari o di remunerare lautamente la Sea (e di riflesso il suo azionista comune di Milano) in termini di tariffe come faceva la Magliana. Allo stesso modo un’alleanza con Lufthansa costringerebbe il duo Colaninno-

Sabelli a modificare radicalmente il loro piano di sviluppo. Dice un esponente della Lega, che preferisce mantenere l’anonimato: «La verità è che purtroppo i potentati economici possono più della politica». Un assunto forse banale, ma che al Carroccio ripetono in coro dopo che i vertici di Cai hanno chiarito di non avere margini per garantire più voli internazionali a Malpensa. «Hanno spiegato che le tratte gestite da Alitalia erano per il 60 per cento in perdita».

Così oggi Umberto Bossi e Silvio Berlusconi dovranno mettere una pezza a una falla sulla quale stanno già lavorando i vertici del Pd del Nord. Il premier garantirà intanto di fare pressioni sul management della neonata compagnia di bandiera per aumentare il numero dei voli internazionali. Come farà Gianni Letta che sempre nella giornata odierna vedrà Roberto Colaninno e Rocco Sabelli. I dirigenti del Tesoro e delle Infrastrutture poi stanno studiando forme di aiuti, un po’ come si fa nel trasporto marittimo, per le tratte in perdita. Non mancheranno promesse sulla liberalizzazione degli slot da poter spendere a livello pubblico, ma il presidente del Consiglio dovrebbe spiegare che su questo versante come sulle facilitazioni per gli accordi di trasporto internazionali si lavorerà all’interno del nuovo piano nazionale per il volo, che stanno scrivendo all’Enac. Una piattaforma nella quale dovrebbe essere limitata anche l’operatività di Linate, condizione sine qua non di Cai per rivedere la presenza nel hub varesino. In questa partita potrebbe entrare a gamba tesa anche la regione Lombardia. Si vocifera che presidente Roberto Formigoni non avrebbe gradito l’attivismo dell’asse Bossi-Moratti così come la scarsa attenzione dimostrata dagli uomini di Cai. Senza contare che su Malpensa la sua giunta porta avanti da tempo una dura battaglia. Racconta l’assessore lombardo alle Infrastrutture, Raffaele Cattaneo: «La legge regionale prevede un parere obbligatorio sull’assegnamento degli slot mentre il Titolo V ci dà poteri sull’organizzazione del sistema aeroportuale locale. Armi per rompere, per esempio, il monopolio di Alitalia sulla Milano-Roma o per ridimensionare il peso di Linate e liberalizzare il settore».

A sinistra, dall’alto in basso: il governatore lombardo Roberto Formigoni, il presidente della Provincia milanese Filippo Penati; il sindaco di Roma Gianni Alemanno e Umberto Bossi. A destra, dall’alto in basso, il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, il governatore campano Antonio Bassolino, il nuovo commissario del Pd di Napoli Enrico Morando e il sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso. In alto, due scorci degli aeroporti di Malpensa e di Fiumicino


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Pd. Sempre più frantumato tra gruppi di potere locale

«Stiamo diventando un partito balcanizzato» Napoli, Cagliari, Pescara, le città del Nord: Veltroni vede crescere l’autonomismo interno di Riccardo Paradisi

ROMA. Napoli, Pescara, Cagliari, il partito dei sindaci e la questione settentrionale: è un lungo rosario di situazioni critiche, di tensioni, di insubordinazioni tacite o clamorose quello che si ritrova per le mani il segretario del Pd Walter Veltroni. Che fonti a lui vicine dicono livido in questi giorni post-festivi, amareggiato per la balcanizzazione di un partito che sembra avere in ogni campanile un cervello, un centro di interessi cui rispondere. Una periferia quella del Pd sempre più insofferente rispetto alla direzione romana e che sembra accarezzare la tentazione dell’autogestione politica e amministrativa. Per questo saranno i casi Napoli e Pescara le priorità all’ordine del giorno nella riunione del coordinamento del Pd, che si terrà stamattina nella sede del partito. Dove Veltroni ribadirà da un lato la sua scelta di inviare come commissario in Campania il coordinatore del governo ombra Enrico Morando, con un mandato forte nel segno dell’innovazione – e dall’altro affronterà il “caso Pescara”. Divenuto a dir poco imbarazzante dopo il ritiro delle dimissioni del sindaco Luciano D’Alfonso, che con un certificato medico si è autosospeso per motivi di salute, evitando così il commissariamento del Comune. A Napoli del resto lo stato dell’arte è drammatico: anche perché Luigi Nicolais, che aveva il tacito mandato di mettere ordine e persuadere l’intendenza del Pd partenopea a un ricambio reale e profondo della classe dirigente, era stato regolarmente eletto dagli organi locali del Pd. Un fallimento politico perché Nicolais è un uomo del territorio che aveva entrature, rapporti reali nel Pd napoletano e che aveva sconfitto con un regolare congresso il bassoliniano Andrea Cozzolino. Un’occasione d’oro per Veltroni che sperava così di poter evitare la prova di forza del commissariamento anche in virtù del fatto che la vittoria del “suo” candidato era stata consentita da un’area “ibrida” che contiene i consiglieri regionali Antonio Amato (ex fedelissimo di Bassolino) e gli ex margheritini Pasquale Sommese e Bruno Cesario. Poi la doccia fredda delle dimissioni di Nicolais, che s’è sentito preso in giro dal rimpastino di giunta della Iervolino e non abbastanza coperto da Roma. Una doccia fredda

e una sconfitta politica soprattutto per lo stesso Veltroni. Che ora, per veder rispettare la sua autorevolezza, è costretto a mandare nella capolouogo partenopeo un commissario vero. L’atto di forza che si voleva evitare è diventato dunque indispensabile: l’unico possibile per ricordare che il Pd partenopeo non è una provincia autonoma rispetto alla direzione nazionale del partito. Ma se a Napoli si piange nel Pd abruzzese certo non si ride.

Dopo il gioco di prestigio del sindaco di Pescara Veltroni è rimasto sconcertato, dicono sempre fonti vicine alla segreteria. E se potesse il leader del Pd commissarierebbe anche D’Alfonso. Il fatto è che non può farlo. Perché il sindaco di Pescara è politicamente protetto dai popolari Beppe Fioroni e Franco Marini. Soprattutto l’ex presidente del Senato media molto per mantenere intorno a

Il Pd al Nord soffre di consenso e credibilità – dicono al Nazareno – per colpa di quello che accade a Napoli e a Pescara. Ma il partito settentrionale è un’invenzione di Cacciari D’Alfonso un cordone di tutela politica. Il silenzio finora tenuto da Veltroni su questa vicenda, assicurano nel Pd, è dunque tutto politico, anche perché il segretario non può permettersi di aprire un fronte con la Margherita. Ma pur tatticamente comprensibile è un attendismo che attira su Veltroni la critica di chi ritiene che la fusione tra Pd e Margherita sia a tutt’oggi una sinergia senza sintesi. Un dato che Clemente Mastella non manca di rilevare e esasperare: «Il Pd - osserva - non è diventato partito, non riesce a esserlo, e tanto varrebbe un ritorno all’indietro, che postcomunisti e postdemocristiani si separino, tornando a essere alleati ma autonomi». Un caso quello di Pescara che presta facilmente il fianco ai fendenti del centrodestra: «A Pescara - sostengono in una nota congiunta Fabrizio Cicchitto e Maurizio Ga-

sparri - un sindaco del Pd usa un certificato medico che suscita mille dubbi per ostacolare una operazione verità sulla gestione del Comune, al centro di indagini. Con queste premesse Veltroni vuole il dialogo?». Napoli, Pescara, ma anche Cagliari. Già, Cagliari. Il capoluogo sardo infatti non è meno generoso di grattacapi per Veltroni rispetto ad altre realtà. Il commissario del Pd sardo, Achille Passoni prosegue nell’intento di rimettere a posto i pezzi di un centrosinistra sempre più lacerato dalle battaglie interne. E che, adesso, si prepara al vero braccio di ferro sulla scelta delle candidature per le regionali di febbraio, con il problema del tetto dei due mandati e del cosiddetto rinnovamento Una missione difficile quella del commissario di Veltroni in terra sarda anche perchè fassiniani e dalemiani continuano ad accusare Soru di autocrazia e la corrente del Pd Sinistra democratica contesta al governatore Soru la volontà di decidere da solo su programma e candidati.

Infine c’è la questione settentrionale, il partito del nord. Il sindaco di Venezia massimo Cacciari e quello di Torino Sergio Chiamparino non sono i candidati ideali all’oscar della simpatia per la dirigenza romana del Pd. Questa storia del partito del nord e della rivendicazione delle mani libere per stipulare alleanze anche con la Lega, agitata una volta al mese sopra la linea gotica, continua a infastidire i vertici del Pd e Veltroni in particolare, che accusa il partito dei sindaci di utilizzarlo come escamotage mediatico privo di sostanza politica visto che nello statuto del Pd esiste già la possibilità per i partiti regionali di contrarre alleanze locali. Ma se c’è una pretestuosità politica in questo agitare nel Pd la questione settentrionale è pur vero il Pd un problema con il nord ce l’ha. A detta stessa di esponenti romani del Pd vicini alla segreteria infatti solo un cieco non vede che il Pd al nord soffre anche per colpa di Bassolino e D’Alfonso. Come dice il prodiano Arturo Parisi, «Di fronte all’esplosione di casi locali, dall’Abruzzo alla Sardegna, ed ora a Napoli viene da pensare che non si puo costruire un partito forte attorno ad una somma di debolezze, di linea, di organizzazione di leadership».


politica

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Zittita. L’intervento di Verdini sul “Corsera” gela via della Scrofa: «Equilibri tra partiti? Inaccettabile»

An ha il mal d’Arcore di Marco Palombi

ROMA. L’appuntamento col congresso fondativo del Pdl si avvicina a grandi passi e nel centrodestra le tensioni finora tenute a freno dallo strapotere berlusconiano cominciano a farsi evidenti. A parte la questione Malpensa che agita lo stato maggiore della Lega, An da qualche settimana ha cominciato a disseminare qui e lì le tracce del proprio timore di essere ingoiata e digerita da Forza Italia nello spazio di qualche mese: gli uomini di Fini, a questo proposito, vogliono innanzitutto garantirsi un’adeguata messe di posizioni istituzionali a partire dalle Europee e dalle Amministrative di giugno. La paura di An, soprattutto nel Nord, è che il combinato disposto tra il voto di preferenza, il forte insediamento lombardo delle truppe di Formigoni e l’onda d’urto del Carroccio, gli impedisca di eleggere anche un solo uomo a Strasburgo nella circoscrizione più importante e popolosa. Non sarebbe certo questo il miglior modo per abbandonare la casa del padre, come amano dire gli uomini della destra. Sta in questo timore di sparizione o di ridimensionamento il motivo del primo, vero conflitto politico tra An e Forza Italia di questa legislatura, quello riguardante la promozione a ministri - fortemente voluta dal premier - dei sottosegretari alla Sanità Ferruccio Fazio e al Turismo Michela Brambilla. A dare pubblicamente l’alt all’ascesa dei due azzurri è stato, peraltro, il più berlusconiano tra i dirigenti di An, Maurizio Gasparri: «Ampliare il numero dei ministri ci costringerebbe a riaprire il manuale Cencelli e a ridiscutere tutto. Sarebbe una lotteria», quindi «meglio evitare». Giorgia Meloni, poi, ha addirittura sostenuto che «non si può scindere la nomina di due nuovi ministri dalle priorità del governo. Se si allarga la squadra, allora bisogna ridiscutere il programma». I rumors vogliono che An e Lega abbiano proposto almeno la promozione a viceministri di Adolfo Urso (Commercio Estero) e Roberto Castelli (Infrastrutture), subito bocciata però da un nome di peso come Marcello Dell’Utri: «An non può pensare di avere una contropartita. Ora c’è solo il Pdl. Punto e basta. E poi una contropartita dove? Al Commercio con l’Estero… su dai, non esiste». Tutto questo dibattito - manuale Cencelli, rivedere il programma, spartizione di posti di go-

in breve Aumentati nel 2008 gli incidenti casalinghi Anche nel 2008 si è continuato ad assistere ad incidenti domestici per il mancato rispetto delle norme di sicurezza nelle abitazioni: secondo una stima di Federcasalinghe si registra un aumento delle morti legate a questo tipo di incidenti stimato intorno al 20%, in cui nel 70% dei casi sono coinvolti donne e bambini: solo in questi primi giorni dell’anno si è verificato un aumento dei decessi e dei feriti gravi dovuti al malfunzionamento dei sistemi di riscaldamento o degli impianti elettrici delle abitazioni che si rivelano non idonee, come dimostrano, sostiene sempre Federcasalinghe, «la recente fuga di gas a Siena, dove ha perso la vita una ragazza».

Inflazione giù in tutta Europa

verno - a Silvio Berlusconi ha fatto l’effetto di una doccia gelata e la reazione è stata durissima: un titolone a piena pagina sul Corsera in cui il coordinatore di Forza Italia, Denis Verdini, definiva la discussione sugli equilibri tra partiti «una cosa veramente triste e inaccettabile», accusava i riottosi di essere «accecati da un riflesso di imitazione della sinistra»

Sopra, il coordinatore di Forza Italia, Denis Verdini. A fianco, il presidente dei senatori di Alleanza nazionale, Maurizio Gasparri

Alleanza nazionale teme di essere ingoiata e digerita da Forza italia al momento di confluire nel Pdl. E i rapporti con l’alleato azzurro saranno al centro dell’esecutivo aennino fissato per oggi e «nostalgici di vecchi schemi del passato». Ma soprattutto una cosa ci teneva a dire Verdini: «Sbaglia di grosso chi pensa di offuscare una leadership, quella di Berlusconi, che è legata a un elettorato che non si riconosce più nei vecchi partiti». Zitti e mosca, insomma, o come ha spiegato più icasticamente Gianfranco Rotondi: bisogna «obbedire» perché «le elezioni le ha vinte Berlusconi». Tutte parole difficili da ingoiare per

Alleanza nazionale, che comunque si gode il risultato di aver chiarito pubblicamente che non intende sparire per far da piedistallo al leader unico. Ieri la consegna era di non dare visibilità alla cosa: i dirigenti di An hanno finto indifferenza e, complice la giornata di festa, non hanno rilasciato dichiarazioni alle agenzie per rispondere a Verdini. Il segnale è arrivato e non si vuole che la polemica divampi inutilmente,

anche perché An adesso non è in grado di reggere uno scontro con Silvio Berlusconi.

La questione dei rapporti con l’ingombrante alleato sarà però al centro dell’esecutivo di oggi: l’ordine del giorno praticamente lo impone. Oltre ad approvare le candidature per le imminenti elezioni in Sardegna, l’esecutivo infatti avvierà l’esame anche di quelle «per le Provinciali del 2009». La cosa è strana: è vero che a primavera si rinnovano decine di consigli provinciali, ma la cosa avverrà a Partito delle Libertà già formato. A che pro discutere di candidature tutti soli mentre ci si sta per sciogliere?

Il dato europeo conferma quello italiano: l’inflazione torna ai minimi storici in Eurolandia da quando la moneta unica è entrata in circolazione. Nel mese di dicembre - secondo la stima flash di Eurostat - è crollata all’1,6% su base annua dal 2,1% di novembre. Sui livelli cioè di oltre due anni fa, dell’ottobre 2006, quando i Paesi della zona euro erano dodici. Il ribasso è dovuto soprattutto ai forti cali del settore energetico. Il prezzo del petrolio è infatti crollato in media del 75% rispetto al picco toccato l’11 luglio scorso. Il greggio però sta recuperando terreno proprio negli ultimi giorni. Si riaffaccia infatti sopra i 50 dollari al barile il greggio di riferimento europeo sui circuiti e poi si attesta a 50,62 dollari al barile sui future di febbraio per il Brent.

Toyota in crisi chiude 11 giorni La Toyota ha annunciato di voler sospendere la produzione degli stabilimenti giapponesi per undici giorni a febbraio e marzo a causa del crollo delle vendite. La decisione dimostra il calo del gigante giapponese dell’auto, che negli ultimi anni si era assicurato ingenti profitti, che aveva poi investito per aumentare la produzione all’estero. È la prima volta che la Toyota è in una crisi così grave.


società

7 gennaio 2009 • pagina 7

in breve

CITTÀ DEL VATICANO. «Avvelenamenti» e «inquinamenti» possono «distruggere il presente e il futuro, ma non c’è ombra, per quanto tenebrosa, che possa oscurare la luce di Cristo». È questa la sostanza del discorso tenuto da papa Benedetto XVI durante l’omelia per la messa dell’Epifania. Un discorso a cavallo tra emergenza ambientale, emergenza spirituale e – non ultimo – emergenza diplomatica in Medio Oriente. Papa Benedetto XVI ha parlato della speranza dei credenti in Cristo che «non viene mai meno, anche dinanzi alla grande crisi sociale ed economica che travaglia l’umanità, davanti all’odio e alla violenza distruttrice che non cessano di insanguinare molte regioni della terra, dinanzi all’egoismo e alla pretesa dell’uomo di ergersi come dio di se stesso, che conduce talora a pericolosi stravolgimenti del disegno divino circa la vita e la dignità dell’essere umano, circa la famiglia e l’armonia del creato».

«Il nostro sforzo di liberare la vita umana e il mondo dagli avvelenamenti e dagli inquinamenti che potrebbero distruggere il presente e il futuro - ha proseguito il pontefice - conserva il suo valore e il suo senso anche se apparentemente non abbiamo successo o sembriamo impotenti di fronte al sopravvento di forze ostili, perché è la grande speranza poggiante sulle promesse di Dio che, nei momenti buoni come in quelli cattivi, ci dà coraggio e orienta il nostro agi-

Lodo Alfano: un milione di firme per Di Pietro

Omelie. Benedetto XVI cita Galileo e Dante su scienza e inquinamento

Il Papa in difesa del mondo avvelenato di Gugliemo Malagodi zio privilegiato della vita dello spirito. Nell’omelia, Benedetto XVI ha anche citato Dante. «è l’amore divino, incarnato in Cristo, la legge fondamentale e universale del creato. Ciò va inteso in senso non poetico, ma reale. Così lo intendeva del resto lo stesso Dante, quando - ha spiegato Ratzinger - nel verso sublime che conclude il Paradiso e l’intera Divina Commedia, defi-

Dalla nuova cosmologia della fede, fino alle celebrazioni per i quattrocento anni del primo telescopio. Poi il Pontefice ha lanciato un accorato appello a Dio perché illumini la pace a Gaza re». Quanto alle questioni “ambientali”, che per la Chiesa sono quelle riguardano la tutela del Creato, «c’è nel cristianesimo ha detto il Papa durante l’omelia - una peculiare concezione cosmologica, che ha trovato nella filosofia e nella teologia medievali delle altissime espressioni. Essa, anche nella nostra epoca, dà segni interessanti di una nuova fioritura, grazie alla passione e alla fede di non pochi scienziati, i quali - sulle orme di Galileo non rinunciano né alla ragione né alla fede, anzi, le valorizzano entrambe fino in fondo, nella loro reciproca fecondità». Insomma, il Pontefice ha usato l’apparente contraddizione di Galileo fra scienza e fede proprio per far meglio intendere al mondo come oggi in realtà la Chiesa sia in prima linea non soltanto alla ricerca di una dimensione spirituale della scienza, ma anche sulla strada di una tutela assoluta dell’ambiente – il Creato – inteso come specchio reale di Dio e spa-

nisce Dio “l’amor che move il sole e l’altre stelle”». Anche oggi, ha quindi aggiunto Benedetto XVI, molti scienziati sulle orme di Galileo vivono tenendo unite scienza e fede e valorizzandole reciprocamente: «Il pensiero cristiano paragona il cosmo ad un libro – ha aggiunto il Papa citando Galileo - considerandolo come l’opera di un

Autore che si esprime mediante la sinfonia del creato. All’interno di questa sinfonia si trova - ha spiegato Ratzinger - a un certo punto, quello che si direbbe in linguaggio musicale un assolo, un tema affidato ad un singolo strumento o ad una voce; ed è così importante che da esso dipende il significato dell’intera opera. Questo assolo è Gesù, a cui corrisponde, appunto, un segno regale: l’apparire di una nuova stella nel firmamento. Gesù è paragonato dagli antichi scrittori cristiani ad un nuovo sole. Secondo le attuali conoscenze astrofisiche - ha proseguito il Pontefice - noi lo dovremmo paragonare ad una stella ancora più centrale, non solo per il sistema solare, ma per l’intero universo conosciuto». Insomma, il Papa ha affermato che «mentre la teologia pagana divinizzava gli elementi e le forze del cosmo, la fede cristiana, portando a compimento la rivelazione biblica, contempla un unico Dio, Creatore e Signore dell’intero universo». In questo

modo ha raissunto la nuova cosmogonia proposta dal cristianesimo proprio in relazione a «questo anno 2009, che, nel 4° centenario delle prime osservazioni di Galileo Galilei al telescopio, è stato dedicato in modo speciale all’astronomia».

Infine, riferendosi alla crisi di Gaza, il Papa ha spiegato che, per fermare la guerra, serve l’avvio di un tavolo negoziale al quale siedano entrambe le parti. E ha aggiunto che continua a seguire «con viva apprensione i violenti scontri armati in atto nella Striscia di Gaza. Mentre ribadisco che l’odio e il rifiuto del dialogo non portano che alla guerra, vorrei oggi incoraggiare le iniziative e gli sforzi di quanti, avendo a cuore la pace, stanno cercando di aiutare israeliani e palestinesi ad accettare di sedersi attorno ad un tavolo e di parlare». E ha conclucon so significativamente un’implorazione a Dio perché «sostenga l’impegno di questi coraggiosi costruttori di pace».

Le temperature rigide favoriscono il ritorno del pack ai livelli del 1979

Sorpresa: aumentano i ghiacci artici NEW YORK. Nonostante i timori di questi ultimi anni, il livello dei ghiacci della terra è risalito negli ultimi mesi del 2008, chiudendo l’anno appena trascorso agli stessi valori del 1979. Nei primi mesi del 2008 la superficie ghiacciata aveva subito una forte riduzione, tanto che qualcuno aveva predetto lo scioglimento totale dei ghiacci artici entro pochi anni. Secondo i dati del Centro di Ricerca

sul Clima Artico dell’Università dell’Illinois, invece, i territori ghiacciati sono aumentati velocemente nei mesi invernali riportando i livelli a quelli di 30 anni fa. Gli scienziati americani monitorano periodicamente la solidità del ghiaccio terrestre attraverso i satelliti. Ogni anno milioni di chilometri quadrati di ghiaccio si sciolgono e si risolidificano con l’arrivo dell’inverno ma gli scienziati non si aspettavano un andamento così improvviso negli ultimi mesi. Secondo i ricercatori del centro universitario, il surgelamento potrebbe essere dovuto alle temperature molto rigide degli ultimi mesi nelle zone artiche.

«La raccolta delle firme per il referendum contro il Lodo Alfano, iniziata l’11 ottobre scorso, ha superato il muro del milione, doppiando di fatto la quota minima richiesta di 500 mila. Abbiamo trascorso le vacanze di Natale a verificarle una per una, e domani alle 10, a Roma, davanti al Palazzo di Giustizia, consegneremo le firme presso la Corte Suprema di Cassazione»: lo ha scritto ieri Antonio Di Pietro sul suo blog.

2008, anno terribile per le Borse È un bilancio terribile quello dei mercati azionari del 2008. La crisi finanziaria che ha investito il pianeta ha generato una perdita senza precedenti per tutte le borse. Sulla base dei dati del Wfe (la federazione internazionale delle borse), nell’anno da poco alle spalle sono stati bruciati quasi 30 mila miliardi di dollari. Ai corsi attuali è tre volte il valore di Wall Street. La pessima performance del 2008 ha vanificato i guadagni dei 5 anni precedenti. Sempre secondo le statistiche del Wfe, nel 2003 la capitalizzazione delle principali borse mondiali ammontava a oltre 31 mila miliardi di dollari ed è progressivamente salita fino a sfiorare i 61 mila miliardi nel 2007.

Bertone: appello per le suore rapite L’auspicio che vengano presto liberate le due suore rapite il 10 novembre scorso in Kenya e tenute prigioniere in Somalia, è stato espresso ieri dal segretario di stato al Vaticano Cardinale Tarcisio Bertone. «Ci sono stati dei contatti, anche telefonici. Speriamo che la liberazione sia vicina» ha affermato Bertone, in visita ad Arenzano. Suor Caterina Giraudo e suor Maria Teresa Olivero, 67 e 61 anni, missionarie dell’ordine di Charles de Foucauld, sono state prelevate da un gruppo di uomini armati a ElWak, nel nord-est del Kenya e trasferite subito dopo oltre confine, in territorio somalo, a Bar Dheera. Finora, sono andate a vuoto tutte le trattative per liberarle.


mondo

pagina 8 • 7 gennaio 2009

Generale inverno. Per ritorsione contro Putin, l’Ucraina gela mezzo continente, dal Mare del Nord fino ai Balcani

Il grande ricatto del gas Kiev e Mosca chiudono i rubinetti europei Anche l’Italia è tra i Paesi a rischio di Pierre Chiartano segue dalla prima Insomma, è scoppiata la «seconda guerra del gas», a tre anni esatti dal primo scontro frontale tra la Russia e l’Ucraina. Era l’inverno 2005-2006, quando l’Italia si trovò a dover affrontare una situazione non prevista, a causa di un inverno particolarmente rigido e del basso livello delle scorte in quel periodo. Si fermarono alcune centrali elettriche e si diede fondo non solo alle riserve «di modulazione», abitualmente utilizzate per bilanciare i maggiori consumi invernali, ma persino agli stoccaggi strategici, ovvero le riserve cui si attinge solo in casi d’emergenza. È la Naftogaz Ukraini, la compagnia energetica di Kiev, ad aver ammesso la notizia del blocco totale del transito di metano russo verso l’Europa.

di Gazprom. Il padrone del metano russo ha affermato di aver immesso ieri 65,3 milioni di metri cubi di gas in meno nei gasdotti ucraini.

Una compensazione, secondo Mosca, per costringere Kiev a restituire, attraverso il gas già stoccato, il metano sottratto in questi giorni (per necessità tecniche, secondo gli ucraini) alle forniture dirette agli altri Paesi europei. Una specie di ultimatum scaduto alle 10 ora di Mosca, le otto in Italia del giorno della Befana. «Gazprom chiede con urgenza all’Ucraina di compensare una quantità di gas equivalente, immettendola verso il confine

gere gli ucraini a vedersela con gli europei, lasciati al freddo per colpa loro, secondo la versione russa. Sempre secondo il numero due di Gazprom, Alexander Medvedev, Kiev avrebbe chiuso le sarracinesche di tre gasdotti: l’UrengoiPomari-Uzhgorod, il Progress e il Soyuz. Per gli ucraini, invece, sarebbero stati i russi a ridurre i volumi di pompaggio.

Con l’Italia ci sarebbero anche Austria, Ungheria, Slovenia, Romania, Turchia, Grecia, Slovacchia, Macedonia e Bulgaria ad aver subito dei tagli nelle forniture, con modalità e tempi differenti. La tensione sulla vicenda era salita già a fi-

che». Le riserve sono state completamente riempite già all’inizio dello scorso novembre e gli ultimi dati pubblicati dalla Stogit (gruppo Eni) parlano di un livello di stoccaggi di modulazione di poco meno di 6,8 miliardi di metri cubi, cui bisogna aggiungere i circa 5 miliardi di metri cubi di riserve strategiche.

L’annuncio è stato dato, ieri, da Oleg Dubina, numero uno della compagnia. Insomma rubenitti chiusi per gli europei, proprio quando i primi morsi del freddo, quello vero, si stavano facendo sentire anche nella Penisola. «Senza nessun preavviso e in chiara contraddizione con le assicurazioni date dalle più alte autorità russe e ucraine all’Unione europea, le forniture di gas ad alcuni Stati membri sono state sostanzialmente tagliate», ha affermato la presidenza ceca della Commissione europea. Ma quanto stretto è stato gira-

L’ultimatum di Putin a Yushchenko: «Gazprom chiede all’Ucraina di compensare la quantità di gas sottratta, immettendola verso il confine occidentale entro le ore 10 di oggi» to il rubinetto russo? Le forniture giornaliere di gas sono passate da 221 milioni d metri cubi a soli 92 milioni e anche l’Italia è stata colpita dal blocco. Nella notte tra lunedì e martedì il flusso di metano si è interrotto, per riprendere il giorno dopo, con un taglio netto dell’80 per cento. Il nostro Paese consuma circa 330 milioni di metri cubi al giorno, nei mesi invernali, di questi 60 sono costituiti dalle forniture

occidentale entro le ore 10 del 6 gennaio 2009. Un telegramma in tal senso è stato inviato a Naftogaz Ukraini», recitava il testo del comunicato di Gazprom, secondo le modalità concordate da Aleksei Miller, boss del colosso russo dell’energia, con il premier Valdimir Putin. In pratica l’Europa sarebbe vittima della lunga diatriba fra Mosca e Kiev, dove la scaltrezza politica di zar Putin sarebbe consistita nel costrin-

ne anno, quando Mosca aveva proposto un aggiornamento del costo del metano. Si trattava di portare il prezzo, per mille metri cubi di gas, a 250 dollari, contro i 179 dollari pagati nel 2008. Il presidente ucraino Viktor Yushchenko aveva definito «inaccettabile» l’offerta russa, a meno di un aumento dei prezzi di transito. L’aumento richesto prevedeva di passare da 1,6 a 1,7 dollari, su ogni tratta da 100 chilometri, per mille metri cubi di oro blu. Qui si cominciava a delineare il ruolo di vaso di coccio dell’Europa, che comunque avrebbe scontato un prezzo, o alla Russia oppure all’Ucraina. Ieri il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio

Scajola, ha però affermato che l’Italia «non presenta particolari preoccupazioni, grazie agli altissimi livelli di stoccaggio - si calcola oltre il 90 per cento della capacità massima - che possono assicurare riserve per alcune settimane, ed ai consumi relativamente bassi, dovuti tra l’altro ad un inverno inizialmente mite».

Le cifre dell’ottimismo italiano sono legate alle riserve di gas, che sono già in corso di potenziamento e possono vantare una capacità complessiva di 13,5 miliardi di metri cubi di cui circa 7,5 miliardi sono «di modulazione» e circa 5 vengono classificate come «strategi-

Dei 330 milioni di metri cubi di gas al giorno, di cui accennavamo, 65 sono necessari al funzionamento delle centrali elettriche e circa 25 vanno all’industria. La produzione nazionale copre ormai poco più del 10 per cento dei consumi, mentre le importazioni sono circa 210 milioni di metri cubi. In condizioni invernali standard, vengono prelevati dalle riserve circa 100 milioni di metri cubi. Per ragioni tecniche il massimo contributo erogabile dallo stoccaggio è di 150 milioni di metri cubi di gas al giorno. Il principale fornitore di gas per l’Italia, però, non è la Russia, ma l’Algeria da cui proviene il 33,2 per cento del gas importato (dati dell’Autorità per l’Energia) attraverso il gasdotto che collega Mazara del Vallo e il rigassificatore di Panigaglia. La Russia è al secondo posto con il 30,7 per cento che arriva attraverso i punti di entrata della rete nazionale di Tarvisio e Gorizia. La Libia, con il 12,5


mondo

7 gennaio 2009 • pagina 9

Il presidente russo cerca di fare pressione sui leader europei

La strategia energetica dell’orso sovietico di Amir Masala a pazienza l’hanno persa insieme. Lunedì sera il responsabile di Gazprom, Alexej Miller, e il primo ministro russo Vladimir Putin hanno accusato l’Ucraina di aver già rubato 64 milioni di metri cubi di gas. Miller avrebbe ora l’intenzione di ridurre della stessa quantità il volume di gas russo destinato ai rifornimenti verso Kiev. In questo caso nei prossimi giorni anche i Paesi dell’Europa occidentale dovrebbero risentire le conseguenze della lite tra Russia e Ucraina, che ritorna puntuale alla scadenza dei contratti, di solito annuali, tra il colosso russo Gazprom e la sua controparte Neftogaz Ucraina. Se cosi sarà, nei prossimi giorni i Paesi dell’Europa occidentale vedranno ridotte le proprie forniture di oro azzurro della stessa quantità. Lo scontro energetico tra Mosca e Kiev ha cosi raggiunto una nuova fase diventando ancora più ingarbugliato visto il labile confine tra commercio e politica che distingue i rapporti tra i due Paesi. Nonostante le smentite ucraine, Gazprom insiste nel dichiarare che il suo corrispettivo energetico di Kiev continua a sottrarre il gas destinato ai consumatori occidentali. Per il monopolista energetico russo, l’unico rimedio a questa situazione per Mosca starebbe nel trovare altre vie di rifornimento dei clienti europeo-occidentali e dell’export del proprio gas. Secondo quanto dichiarato da Gazprom, Neftogaz impedirebbe di accedere alle riserve di gas e ai depositi sotterranei che si trovano in Ucraina e sarebbero di proprietà dell’intermediatore energetico RosUkrEnergo. Miller ha dichiarato che i danni saranno tutti a carico dell’Ucraina. Nel caso in cui quest’ultima dovesse continuare nel suo atteggiamento potrebbero raggiungere anche il miliardo di dollari. A cui si dovrebbero aggiungere gli attuali 614 milioni di dollari per il ritardato pagamento del debito precedente. Mentre Gazprom e le autorità doganali russe decidevano il da farsi, ieri il volume complessivo di gas russo esportato è diminuito appunto di 63,5 milioni di metri cubi e l’Ucraina ha dovuto far fronte ai tagli con le proprie riserve. Fatto che nei prossimi giorni potrebbe trasformarsi in una maggiore riduzione del gas in circolazione.

L

A sinistra, il presidente ucraino Viktor Yushchenko. A destra, il leader russo Vladimir Putin. Nelle altre due immagini, una piattaforma petrolifera nel Mare del Nord e una stazione di pompaggio del metano

per cento, è diventato il terzo fornitore italiano, superando per la prima volta, nel 2007, le quote di Paesi Bassi (10,9%) e Norvegia (7,5%). Tra Mosca e Kiev è comunque ancora in corso un rimpallo di responsabilità.

Il portavoce del monopolista dell’oro blu, Sergey Kuprianov, ha cercato di rassicurare l’Europa, sostenendo che Mosca tenterà di minimizzare i danni per i Paesi del Vecchio Continente, aumentando il flusso di metano attraverso la via alternativa bielorussa, con il gasdotto Blue Stream e mettendo mano alle proprie riserve in Europa. Del resto, già domani è pre-

visto un vertice Russia-Ucraina per riprendere le trattative. Gazprom ha assicurato a Roma solo 7 milioni di metri cubi al giorno sui 45 della fornitura abituale. Non si spiega dunque l’ottimismo del governo, nonostante l’effettiva consistenza delle riserve. Comunque è una situzione che alla lunga non conviene neanche al gigante Gazprom visto che due terzi del suo fatturato viene dalle forniture all’Europa. E la Comunità europea dovrebbe imparare dalla Polonia ad aver meno paura del ricatto energetico di Mosca, visto che dipende al 93 per cento dai rubinetti di Putin, ma è ben lontana da esserne succube.

to che le possibilità di Gazprom non sono illimitate. La diminuzione del volume di gas in transito potrebbe significare ulteriore perdita di credibilità per il Cremlino. Dall’ultima grande lite di tre anni fa con l’Ucraina, Gazprom e la dirigenza russa hanno fatto di tutto per restaurare l’immagine della federazione come partner affidabile per le questioni energetiche.

Per mettere la parte ucraina sotto pressione, Mosca ha però bisogno della minaccia della chiusura dei rubinetti energetici. Contemporaneamente il Cremlino spera che questa nuova querelle per l’oro azzurro dia un impulso decisivo alla realizzazione dei vari gasdotti europei che dovrebbero bypassare molti dei turbolenti vicini della Russia. Solo con la rinnovata convinzione europea il gasdotto del Mare del Nord, Nord Stream, e

Per il Cremlino, bloccare le forniture serve anche per sbloccare la costruzione di nuovi gasdotti che non passino per i Paesi vicini

Il rappresentante Gazprom responsabile per le esportazioni, Alexander Medvedev, ha dichiarato alla televisione russa che il monopolista energetico di Mosca farà di tutto affinché i consumatori occidentali non debbano patire conseguenze dello scontro in atto con Kiev. Medvedev ha però anche avverti-

quello dei Balcani, South Stream, potranno uscire dall’impasse in cui si trovano. Così ieri Germania, Turchia, Bulgaria e Grecia si preparavano a possibili cadute nei rifornimenti dei propri clienti. Chi sembra essere meglio predisposto ad affrontare possibili cadute dei rifornimenti di gas è Berlino. Le capacità strategiche di Eon-Ruhrgas dovrebbero bastare per i prossimi quaranta giorni. Ciononostante il responsabile dell’azienda energetica tedesca ha messo in guardia la popolazione: «Anche le nostre possibilità sono limitate. Se le limitazioni dovessero proseguire e le temperature continuassero a scendere potrebbero sorgere problemi». Scenari più duri invece per il resto dei Paesi sudorientali europei. Turchia, Romania, Grecia e Stati balcanici come la Croazia hanno già dichiarato di prepararsi allo stop completo delle forniture provenienti da Kiev.


panorama

pagina 10 • 7 gennaio 2009

Ricerca. Il governo chiede la fiducia per la riforma-Gelmini: un’altra aspirina per un malato grave

All’università non basta una leggina di Marianna Madia lla Camera si annuncia un’ennesima fiducia. Stavolta per il decreto Gelmini sull’università. Il sistema universitario è stato al centro del dibattito pubblico nel nostro paese negli ultimi mesi. I mali dell’università italiana sono stati ampiamente diagnosticati dai commentatori. Tra i più evidenti: il nepotismo nei concorsi; la proliferazione di corsi di laurea inutili; la grande distanza tra formazione e mercato del lavoro; le difficoltà economiche di molti atenei con i bilanci in rosso; la diffusione anche nelle università del precariato nell’insegnamento e nella ricerca; un generale de-

A

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

clino nelle classifiche mondiali; lo scarso interesse per studenti e ricercatori stranieri; la fuga dei cervelli; la iniqua distribuzione delle risorse a cominciare dagli stipendi (troppo poco i ricercatori più giovani).

A questi problemi di lungo periodo si è aggiunta la pro-

te alle proteste del mondo universitario: attenua il blocco del turn over nelle assunzioni prevedendo che la maggior parte dei nuovi assunti siano ricercatori, riforma il meccanismo dei concorsi, introduce alcuni elementi di valutazione dell’attività dei professori e degli atenei, aumenta le risorse per il diritto allo

Il provvedimento che va al voto migliora quello contestato da studenti e professori, ma servono una nuova cultura e maggiori investimenti testa degli studenti universitari che, con l’appoggio della quasi totalità dei docenti, ha duramente contestato i tagli imposti dal Governo Berlusconi. Per finanziare l’abolizione dell’Ici e la fallita detassazione degli straordinari il governo ha ridotto di quasi 1 miliardo e mezzo di euro le risorse per le università statali, imponendo un blocco quasi totale delle assunzioni di ricercatori e professori. Il decreto Gelmini è una parziale risposta correttiva di fron-

studio. Migliora sicuramente quanto imposto dalla legge 133 del 2008, ma è ancora troppo poco rispetto al taglio quinquennale di 1 miliardo e mezzo nei confronti delle università. La crisi dell’università italiana non può essere affrontata solo con l’ennesima leggina che cambia i meccanismi concorsuali. Governi di diverso orientamento hanno varato diverse leggi e ciascun sistema non è riuscito a risolvere strutturalmente i problemi esistenti. Forse, oc-

corre una logica diversa e condivisa. Lo Stato deve garantire dei livelli minimi e permettere a tutti, indipendentemente dalle capacità economiche, di poter frequentare le università migliori. Credo che la piramide vada rovesciata. La strada verso la qualità va presa attraverso maggiori risorse per gli studenti, per i dottorandi e per i giovani ricercatori. Certamente, unendo tali maggiori risorse a una più forte responsabilità degli atenei nel produrre didattica e ricerca di alto livello. La conoscenza e l’innovazione sono le chiavi per uscire dalla crisi economica e rilanciare il paese. Né i tagli né le leggine possono riuscirvi.

L’università deve essere oggetto di una nuova “grande legge di sistema” che coinvolga tutte le forze politiche e le parti sociali. Altri paesi come la Francia stanno promuovendo investimenti pubblici massicci e mirati in questo settore. Noi non possiamo rimanere indietro.

La storia di un paese campano dove la «rivoluzione morale» non è mai arrivata

Presidente, venga a Sant’Agata dei Goti i voglio raccontare una storia piccola piccola ma con un significato grande grande in questa Italia piccola piccola che crede di essere grande grande. La scena si svolge un po’ a Napoli, dove ogni tanto per i noti disastri arrivano il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica - praticamente lo Stato in persona, si potrebbe dire -, e un po’ a Sant’Agata dei Goti, dove non arriva mai nessuno e meno che meno lo Stato che, invece, non farebbe male se si facesse vedere e sentire ogni tanto anche da queste parti che, per chi non lo sapesse, non sono poi molto lontane da Napoli.

V

Perché - vedete, e so che siete d’accordo con il soprascritto - il guaio grosso assai del Mezzogiorno d’Italia è rappresentato dalla classe amministrativa e politica che concepisce le istituzioni né più né meno come la zizza della mucca da mungere. Si dirà: «Ma questo è un difetto nazionale, non solo meridionale. Tutta l’Italia è paese». Sì, forse è vero, ma ciò che fa la differenza è questo: che altrove si mungerà la mucca istituzionale, ma la società riesce anche moltiplicare pani e pesci e così si va avanti, mentre al Sud tutto o quasi dipende dalla mucca e siccome il latte non basta per tutti, chi non ha pani e pesci o fa vi-

ta grama o si rivolge alla premiata ditta di Gomorra o prende la via dell’emigrazione. Ma vi avevo promesso la storia. In origine, al comune di Sant’Agata dei Goti c’era il centrosinistra. Poi tutto andò a rotoli, ma il sindaco pur non avendo più la sua maggioranza e la sua giunta, non mollò la poltrona e l’opposizione di centrodestra, invece di farlo cadere definitivamente e andare al voto decise, con un’idea degna di un drago, di sostenerlo. Così il capogruppo dell’opposizione di Forza Italia divenne vicesindaco, mentre il consigliere regionale di Alleanza Mario nazionale, Ascierto Della Ratta, che era anche consigliere comunale, subì uno strano caso di sdoppiamento della personalità politica: alla Regione era mister Ascierto all’opposizione di Bassolino e al suo Comune era dottor Della Ratta con il sindaco diessino Alfonso Ciervo. Tutto sottosopra. Tanto che ci fu anche un inter-

vento di Gianfranco Fini che disse: «O fai l’opposizione come devi e fai cadere il sindaco diessino o sei fuori dal partito». Il sindaco è ancora lì, mentre il consigliere è “tra color che son sospesi” dal partito. Intanto, però, di acqua sotto i ponti di Sant’Agata dei Goti - il paese è costruito su una rocca di tufo ed è un gioiello di paesaggio, arte e storia di papi, santi e letterati e briganti: la solita Italia - ne è passata tanta, il sindaco ha sistemato le sue cose, ha recuperato qualche suo vecchio compagno e i due draghi del centrodestra non sono più né in giunta né in maggioranza. Ora si oppongono e uno di loro, l’ex vicesindaco, grida “al lupo, al lupo” ma, come accade nella nota favoletta, grida nel deserto. Proprio quando il lupo c’è, eccome. Infatti, qui viene il bello. Ascoltate.

A Napoli le cose vanno come vanno e l’ultima volta che è arrivato in città

Giorgio Napolitano ha detto: «Serve un nuovo costume dei partiti e delle forze politiche che risponda davvero all’interesse pubblico». È vero presidente, serve eccome. E non solo a Napoli. Proprio qui, a Sant’Agata dei Goti, il sindaco ha pensato bene di bandire un po’ di concorsi pubblici per assistenti sociali, funzionari, istruttori. I risultati hanno dato questi esiti: ha vinto il figlio del fratello del sindaco, hanno vinto i collaboratori del sindaco, mentre il figlio della sorella del sindaco è arrivato secondo e spera nello slittamento della graduatoria che verrà. Naturalmente - ma non ci sarebbe neanche bisogno di aggiungerlo, però lo aggiungo - il sindaco, da ex comunista, è un ammiratore del presidente Napolitano, ha registrato tutti i suoi discorsi di San Silvestro - anche perché vive in una campagna che si chiama proprio così: San Silvestro - e ogni tanto ne cita qualche passo. Cita anche l’ultima frase: «Come dice Napolitano serve un nuovo costume politico che risponda davvero all’interesse pubblico». Ecco, la storiella piccola piccola finisce qui. L’ho voluta raccontare proprio perché è piccola e dà la giusta idea di cosa sia il mio “paese”. Se poi ne volete sapere qualcosa di più, leggetevi quel saggio di Francesco De Sanctis che s’intitola “L’uomo del Guicciardini” il cui motto è: pensa come vuoi, fa come ti torna.


panorama

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Calcio e business. Alla scadenza del 31 dicembre, Unicredit non ha chiesto il rientro dai debiti della famiglia Sensi

Nessuno vuole la Roma (neanche Profumo) di Alessandro D’Amato

ROMA. Quando le scadenze non si rispettano non è per forza un cattivo segno. O forse sì. Il 31 dicembre è passato e la prima rata di rientro del debito di Italpetroli verso Unicredit non è ancora stata pagata (130 milioni su un totale di 274). Italpetroli è l’azienda di proprietà della famiglia Sensi, sulla quale Piazza Cordusio ha il 49% di prorpietà e la facoltà di esercitare un’opzione per un altro 2% arrivando così ad avere la maggioranza assoluta delle azioni. Eppure la Roma resta saldamente nelle mani della famiglia Sensi, con il beneplacito del suo creditore. Un po’ per motivi storici: Alessandro Profumo ha ereditato la quota da Capitalia, che attraverso il suo presidente Cesare Geronzi per qualche tempo era diventata l’istituto di credito “di riferimento” delle società calcistiche. La qual cosa non è stata precisamente un affarone, e la vicenda della Lazio ha lasciato sul campo molti «morti e feriti». Se Unicredit esercita i propri diritti, diventa di fatto con-

Gestire direttamente una squadra di calcio, per una banca, è rischioso; non solo per ragioni di immagine. Ecco perché la società si è salvata trollante – e proprietaria – di una squadra di calcio. Di più: di una di quelle squadre con una piazza importante e influente, della quale è difficile disinteressarsi. I vari boicot-

taggi lanciati verso Sky e altre aziende per motivi calcistici dai tanti supporters dei giallorossi (così come dei biancoazzurri) sono solo la punta di un iceberg che, se certo non ri-

schierebbe di affondare la nave, probabilmente contribuirebbe a danneggiarne l’immagine. Per di più in un momento in cui Unicredit non è che goda dei favori della stampa. Un po’ per motivi pratici. L’azienda Roma è stata finora ben gestita da Rosella Sensi: non ha fatto il passo più lungo della gamba dopo i fasti del padre Franco, ha conseguito ottimi risultati calcistici (spesso al di sopra delle reali aspettative), e le entrate conseguenti hanno consentito l’autofinanziamento e la chiusura dei bilanci in attivo. Il pericolo è che il venir meno del piazzamento ai primi posti in campionato metta in difficoltà della politica di autofinanziamento, ma il problema bisognerà porselo soltanto nel momento in cui questo avverrà. Insomma, è bene non fasciarsi la testa prima di essersela rotta.

Ma di problema ce n’è anche un altro, e, a ben guardare, di molto più difficile soluzione. Preso atto che in ogni caso sia i Sensi che Unicredit vogliono trovare un acquirente, ma il

Proposte. Verso le consultazioni di primavera il premier dovrebbe cambiare strategia di alleanze

Pdl: annessione che passione! di Alessandro Forlani pprossimandosi la lunga stagione delle prossime elezioni amministrative ed europee, si ripropone inevitabilmente per i centristi il tema delle alleanze. Mi sembra che l’ultimo significativo test elettorale, quello delle Regionali d’Abruzzo, abbia mostrato in modo evidente come, in realtà, la rottura tra Casini e Berlusconi non giovi né all’uno né all’altro.

A

L’esito di quella consultazione, infatti, non ha confermato le aspettative di vittoria plebiscitaria che si percepivano, soprattutto nelle ultime settimane prima del voto, nelle file del Pdl. Chiodi non ha raggiunto neanche il 50% e in Consiglio regionale la sua coalizione, al netto dei seggi legati al premio, consegue un margine di maggioranza di un solo seggio! Hanno vinto, è vero, ma in misura deludente rispetto a premesse ampiamente favorevoli (senza contare che l’amministrazione regionale era stata sciolta sull’onda di un presunto caso di corruzione decisamente clamoroso). Troppo poco. comunque, per giustificare quella «sindrome di autosufficienza» che ha spinto anche questa volta il Pdl a porre ai centristi la con-

dizione inaccettabile dell’annessione! Insieme, Pdl e Udc avrebbero certo conseguito un risultato complessivamente migliore. Nelle amministrative del 6 giugno prossimo, la persistente distanza tra i due partiti potrebbe condannare l’Udc all’irrilevanza e il Pdl alla sconfitta in diverse provincie e comuni dell’Italia centro-meridionale. L’Udc, peraltro, appartiene alla stessa famiglia sovranazionale cui il Pdl in-

ciproca convenienza. Non credo però che la strada migliore per arrivare a questo obiettivo possa ravvisarsi nella secca intimazione all’Udc di accettare senza riserve di essere annessa al Pdl. Con i diktat e gli aut aut non si celebra un matrimonio. L’atteggiamento adottato dagli ex alleati verso i centristi alla vigilia delle elezioni politiche e poi in occasione delle Regionali d’Abruzzo alimenta solo un innaturale contrasto che non avrebbe ragion d’essere. Nell’immediato è necessario puntare, se possibile, alla ricomposizione dell’alleanza, senza pretese di annessione. Il partito unico del centrodestra potrà venire poi, se ne ricorreranno le condizioni in termini di contenuti e in virtù di un processo costituente ampiamente rappresentativo e democratico, fondato su una larga legittimazione popolare.

La comune appartenenza europea ai Popolari dovrebbe spingere la destra e i centristi a cercare una sinergia nuova anche in Italia tende aderire, il Partito Popolare Europeo, di cui Forza Italia è già membro a pieno titolo da quasi dieci anni. A giugno avremo anche le elezioni europee, in seguito alle quali gli eletti di Pdl e Udc saranno membri del medesimo gruppo parlamentare.

Ci sono, dunque, tutte le condizioni per tornare a collaborare, tanto in termini di affinità ideali – non è un caso la comune appartenenza europea, come peraltro un rapporto di alleanza protrattosi dal 1994 al 2006 – quanto di re-

piatto piange. Andato come è andato l’affare Tacopina-Soros, né i Toti né la famiglia Angelini sembrano disposti a spendere la cifra richiesta dall’attuale proprietà per acquisire il controllo della società. Soprattutto oggi, che ottenere credito è molto più difficile di un anno fa. I fantomatici fondi arabi e americani che ogni tanto appaiono in scena sulla stampa sportiva e su quella specializzata, contribuendo alle repetine salite dei titoli in Borsa, poi ritornano subito dopo nel dimenticatoio. Un’anonima signora vicina alla vedova Maria e alle tre sorelle Sensi aveva detto a L’Espresso qualche tempo fa : «Caltagirone dimostri di avere un’anima e salvi la squadra. Questa città gli ha dato tanto. Ora sarebbe arrivato il suo turno». Ma Francesco Gaetano non sembra avere la minima intenzione di dare retta a questo tipo di consigli, specialmente in un momento come questo, con lo sboom del settore immobiliare. La Roma, come direbbero nella Capitale, è come la Sora Camilla.


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a vigna è uno dei luoghi privilegiati delle Scritture. Ce lo ha ricordato Benedetto XVI con la frase inaugurale del suo pontificato: «Sono un umile operaio nella vigna del Signore». Molte parabole sono ambientate in questo luogo, dove il lavoro dell’uomo sulla natura si concentra in una delle attività più complesse e gratificanti e dove tutto concorre a preparare il miracolo fondante del cristianesimo, l’Eucarestia, il compimento del dono del pane e del vino, frutto appunto della vigna.

L

L’essenza originale del mistero si nasconde nel profondo, ci ripariamo a stento dal suo bagliore quando Gesù afferma, in Giovanni 15-1, «Io sono la vite vera e il Padre mio l’agricoltore», per aggiungere poco dopo: «Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neppure voi se non rimanete in me». La conclusione del concetto è esaustiva ed esaltante: «Io sono la vite, voi i tralci». Si tratta di uno dei passi più intensi delle scritture, nel quale non è l’uomo a confessare Dio, ma si realizza l’inverso e si raggiunge uno dei massimi momenti di confidenza del Cristo, che dichiara la propria contiguità con l’umanità intera, fin quasi a sfiorare l’identità. Tanto che la pericope si chiude con l’assicurazione: «Qualunque cosa volete, chiedete e avverrà per voi» (Gv 15-7). Non è quindi uno spazio qualunque quello nel quale si sviluppa l’azione della parabola destinata a raccontare l’opposizione della giustizia di Dio rispetto a quella degli uomini. Si tratta di un passaggio prezioso e all’apparenza molto duro, che troviamo solo in Matteo, poco oltre la metà del suo testo. Chi avesse la pretesa di cercare correlazioni nascoste nei vangeli sinottici potrebbe spingersi a notare un parallelismo preciso, in termini di predicazione attraverso le parabole. Anche Luca ha l’esclusiva, se così è lecito dire, di un racconto sulla giustizia degli uomini contrapposta all’amore di Dio: quello del figliol prodigo. È quasi come se a ciascuno dei due evangelisti fosse stata riservata una modalità narrativa per affrontare il tema della smodatezza di Dio nell’amare gli uomini. Con a fianco il complesso problema della difficoltà che vive l’uomo, nel suo desiderio di gerarchizzare i sentimenti, a comprendere la pienezza di questa passione. E continuare quindi a pretendere una risposta per il quesito infantile per eccellenza: «Vuoi più bene al papà o alla mamma?». Da bambini abbiamo capito che si tratta di una domanda sen-

za senso, eppure da adulti subiamo la tentazione a riproporla. Eppure è lì che sta il problema del fratello maggiore del figliol prodigo, che protesta con il padre per la generosa accoglienza riservata al minore ritornato. Il padre lo invita a riflettere sulla necessità di festeggiare il fratello che «era morto e adesso è rinato». Proprio alla questione dell’amore di Dio per l’uomo è dedicata la parabola dei vignaioli. In apertura di narrazione il Cristo ne indica la finalità nella spiegazione di un passo enigmatico del Vangelo, che i tre sinottici riportano quasi negli stessi termini. Esso ammonisce che «Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi». Mentre in Marco e Luca la frase è conclusiva, in Matteo è seguita dall’esposizione della parabola degli operai mandati nella vigna, che si apre con la formula classica «Infatti il regno dei cieli è simile...». Il padrone di una vigna ha bisogno di braccianti perché la lavorino e si reca nella piazza del paese per assoldarli a giornata. Non è detto con precisione a quale lavoro il padrone convochi gli operai, possiamo immaginare che si tratti della vendemmia, tanto è larga la chiamata. Un piccola notazione ci avvertirà inoltre che la giornata è stata calda. Anche se l’estate volge al termine il tramonto arriva tardi e il tempo del lavoro sembra non finire mai. La prima chiamata per i braccianti a giornata, il livello più basso dei lavoratori agricoli, avviene di buon mattino. Possiamo immaginare che la contrattazione sul compenso per la prestazione, la cui durata è prevista fin quando rimane luce, avvenga nel chiarore livido dell’alba, quando fa ancora freddo e i contraenti sono avvolti nei mantelli di lana grezza. Ci si accorda per un denaro, cifra tonda. Il concetto di pienezza racchiuso

È uno dei luoghi privilegiati delle Scritture. E in molte parabole si sulla natura si concentra in una delle attività in cui tutto conco

In vigna V di Sergio Valzania nell’unità è destinato a emergere in seguito.

La convocazione dei braccianti però non è unica. Al contrario, nel corso della giornata si ripete di frequente, mentre l’urgenza si sposta sempre più dalla vigna ai lavoratori, che il padrone non vuole lasciare inoperosi. Egli torna più volte in piazza e ad ogni occasione incontra qualche altro operaio che non ha trovato lavoro per la giornata.Tutte le volte decide di assoldarli, preoccupato del fatto che stiano sprecando il loro tempo che nella sua vigna sarebbe invece impiegato nel modo migliore. Manda nella vigna nuove braccia all’ora terza, alla sesta, alla nona, persino all’undicesima, quando ormai le ombre si sono allungate e manca una sola ora all’arrivo del buio che impedirà la prosecuzione del lavoro. Nelle ultime occasioni di incontro fra padrone e operai, che sempre avvengono nella piazza do-

ve questi si trovano inoperosi, si rende manifesta con assoluta chiarezza la preoccupazione del primo a non lasciarli senza lavoro, a non fare loro perdere la giornata. «Perché state qui tutto il giorno inoperosi?», chiede, e così facendo chiude gli occhi sul fatto che lui è già stato in piazza, dove li ha cercati senza incontrarli. Non sappiamo perché gli operai abbiano mancato le precedenti occasioni per essere convocati al lavoro. Gli ultimi, quelli dell’undicesima ora,

immaginare la scena. Nell’oscurità che infittisce si muovono gli uomini che hanno faticato nella vigna. Quelli che hanno cominciato per primi sono spossati, altri sono stanchi, gli ultimi si riconoscono per il fatto di aver appena messo mano agli attrezzi, certo non grondano di sudore. Tutti però desiderano allo stesso modo essere pagati e poter tornare presto a casa per cenare e andare a riposare. È in questo momento che avviene un fatto inatteso e ap-

Il misterioso e potente compimento del dono del pane e del vino si rintraccia nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù dice: «Io sono la vite vera e il Padre mio l’agricoltore» ne hanno perse addirittura quattro prima di affermare, con notevole faccia tosta, di trovarsi lì a far niente perché «Nessuno ci ha preso a giornata». Il padrone non discute e non fa altre domande, adesso essi sono disponibili a lavorare e per lui questa è la sola cosa che conti. «Venuta la sera» la giornata di lavoro è finita. Non è difficile

parentemente inspiegabile. Il padrone ordina al suo amministratore di iniziare la distribuzione dal salario da quelli che sono arrivati al lavoro per ultimi e gli dice anche di versare a ciascuno di loro quanto era stato pattuito con i primi. Un denaro, la pienezza della ricompensa per un’intera giornata passata al lavoro nella vigna.


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La parabola dei vignaioli è dedicata alla questione dell’amore di Dio per l’uomo. In apertura di narrazione il Cristo ne indica la finalità nella spiegazione di un passo enigmatico del Vangelo, che i tre sinottici riportano quasi negli stessi termini. Esso ammonisce che «Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi»

imboleggia il luogo dove il lavoro dell’uomo orre a preparare un miracolo: l’Eucarestia

Veritas Così avviene. E possiamo ben credere che ci sia molta soddisfazione in quanti si vedono retribuiti con tanta larghezza. A loro era stato detto solamente “ Vi darò quello che è giusto”. Non avevano sperato in una giustizia così generosa, pronta a dare più di quello che sembrava ragionevole aspettarsi. La notizia di questa generosità si sparge fra tutti i presenti e innesca notevoli speranze in quanti si sono prodigati per l’intera giornata. Per loro è chiaro che la giustizia esige una gerarchia di ricompense. Chi ha lavorato più a lungo ha diritto a una ricompensa maggiore. Non è possibile dar loro torto, la nostra sensibilità umana ci conferma la correttezza del loro punto di vista. Non abbiamo problemi a farlo nostro, a condividere la loro aspettativa quando è il loro turno di trovarsi davanti all’amministratore per ricevere la ricompensa di una giornata di faticoso lavoro sotto il sole. Condividiamo persino la loro delusione quando il pagamento viene effettuato e la cifra non è cambiata. Le speranze, quelle che non esiteremmo a definire legittime aspettative, che erano state ac-

lo che voglio con le mie cose? Oppure il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?». E infine la chiusa, con la ripresa di quella frase che sembra sconvolgere la nostra idea di giustizia: «Gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi». Questa volta manca la limitazione che nella prima versione veniva offerta dalla parola “molti”. Adesso il monito assume valore assoluto e universale. In apparenza ci troviamo di fronte a fatti e parole sconvolgenti, quasi a una crudeltà di Dio, che impone all’uomo la propria iniqua e inspiegabile bizzarria comportamentale e

Non è uno spazio qualunque quello in cui si sviluppa l’azione della parabola, ma rappresenta un passaggio prezioso che conduce al vero significato della frase «molti degli ultimi saranno primi» cese dalla generosità dimostrata con gli ultimi rimangono quindi deluse. A tutti, anche ai lavoratori della prima ora, viene versato un denaro, ossia quanto era sto pattuito all’inizio. Questa decisione appare come un’ingiustizia, il rispetto dei patti non soddisfa le aspettative di chi pensa di meritare più di altri, di chi immagina di aver diritto a una pienezza ulteriore. A un privilegio. Il padrone non è d’accordo. Alle lamentele di chi protesta per la presunta ingiustizia subita, oppone una reprimenda nella quale riassume l’intera vicenda della giornata, dal momento dell’accordo stipulato all’alba alla sua corretta conclusione dopo il tramonto, nel rispetto dei termini stabiliti all’inizio. Il congedo è duro e secco: «Prendi il tuo e vattene». La spiegazione è ancora più severa: «Non mi è lecito fare quel-

sembra compiacersi nell’esibire il disprezzo per la giustizia, sostenuto dalla sproporzione delle forze in campo. Di fronte a tutto ciò il primo istinto è quello riparatore. Vorremmo protestare, far valere le ragioni di chi ci sembra vessa-

to, ottenere che venga posto rimedio a quella che con ogni evidenza umana si presenta come una

grave ingiustizia. I primi lavoratori che sono stati mandati nella vigna hanno faticato per dodici ore, dall’alba al tramonto, gli ultimi una ora solamente, assoldati quasi per caso in piazza, dopo che avevano trascorso una giornata inoperosa. Sappiamo, o possiamo immaginare che ciò sia avvenuto anche per loro colpa, dato che il padrone del vigneto era già passato per quattro volte dal punto di raccolta di quanti erano disponibili a lavorare senza trovarli.

Eppure al momento di ricevere il compenso per il lavoro svolto sono stati fatti passare davanti a tutti. E il loro premio ingiusto è stato esibito. Il padrone ha ordinato all’amministratore di iniziare il pagamento dagli ultimi, non ha voluto nascondere le proprie

intenzioni. Lo scandalo dell’ingiustizia di Dio è dichiarato. Con arroganza, ci viene da dire sotto l’emozione della prima impressione. Ma forse conviene riflettere, affidarsi, ascoltare la parola. Ego agatos eimi, dice il padrone della vigna a chi contesta il suo operato, «Io sono buono», e solo dopo aggiunge: «Così gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi». La spiegazione ci viene fornita insieme all’atto di apparente ingiustizia. Chi siamo noi infatti, se non gli operai dell’undicesima ora? Quale uomo può affermare in buona fede di aver lavorato tutta la giornata nella vigna del Signore dopo aver risposto alla sua prima chiamata? Inteso in questo senso il messaggio si ribalta e diventa chiaro. Dio non intende fondare il rapporto con l’uomo sulla base del parametro della giustizia retributiva. Sarebbe troppo penalizzante per l’umanità, la salvezza diventerebbe un miraggio lontano. Quali meriti diventerebbero necessari per raggiungerla? Il Regno dei Cieli si apre invece sulla base di un criterio di bontà. Per godere appieno dell’amore di Dio è sufficiente rispondere alla Sua chiamata, in qualsiasi momento lo si faccia, anche se si è sfuggiti in malafede a tutte le precedenti. Dio non bada a dettagli come questi. Però ci mette in guardia da noi stessi, dal nostro “occhio malvagio”, dal sentimento che la Bibbia di Gerusalemme traduce come invidia, che danneggia noi prima degli altri e che ci impedisce di godere la nostra parte dei doni di Dio. «Amico, non ti faccio torto», avverte il padrone della vigna e con quelle parole chiama tutti a riflettere su ciò che la vita offre a ciascuno e sulla necessità di accogliere in comunità i suoi doni, di diventare capaci di godere insieme della felicità che ci è concessa, di non pretendere di possedere più degli altri e soprattutto di non fare proprio di questo più, di questa ingiustizia, il fondamento del nostro star bene. La gioia non può radicarsi sull’ingiustizia. In apparenza alcuni ricevono di più. Altri di meno, in una distribuzione misteriosa di occasioni e possibilità che sarebbe inutile tentare di comprendere nei termini della giustizia umana. L’unico affidamento possibile, l’unica via d’uscita dal labirinto dei giudizi degli uomini è in quel «perché io sono buono» che ci ricorda il padrone della vigna. Riconoscendo nell’amore il carattere fondamentale di Dio diventa facile abbandonarsi alla sua volontà, che trascende i criteri di giustizia degli uomini. Chi non vorrebbe essere giudicato da un giudice che lo ama?


mondo

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Alternative. Aver incontrato “l’impresentabile” leader siriano dimostra l’ostinazione di Parigi per un nuovo ruolo mondiale

Il valzer di Sarkozy Il Cairo, Beirut e Damasco: le tappe del nuovo corso “pacifista” dell’Eliseo di Antonio Picasso n tour de force sotto ogni punto di vista. Il viaggio che il presidente francese Sarkozy ha compiuto ieri in Egitto, Libano e Siria – insieme al Commissario Solana – appare essere il solo effettivo impegno dell’Unione Europea affinché si giunga a un cessate il fuoco a Gaza. Al di là delle dichiarazioni da parte della nuova Presidenza di turno Ue, nelle mani della Repubblica Ceca, se l’offensiva israeliana sia di tipo difensivo o aggressivo, Bruxelles ha mostrato per l’ennesima volta la sua incapacità nel definire una linea politica comune e soprattutto nell’intervenire concretamente. In questo

U

pio incontro, visto che Sarkozy e Solana hanno cominciato dall’Egitto il loro tour – era volto a confermare la fiducia che l’Occidente nutre nei confronti del Cairo.

A dispetto dei giudizi più negativi, in merito a un Egitto in crisi in ambito diplomatico perché pressato dal crescente peso dell’Arabia Saudita, questo incontro al vertice ha sancito l’ineluttabile e irrinunciabile presenza dell’Egitto nel processo di pace. La sua posizione geografica – sul Mediterraneo, all’imbocco del Canale di Suez e al confine sia con Israele sia con Gaza – ma anche il suo peso specifico politico fanno dell’Egitto una potenza

Il flirt con Assad dell’inquilino dell’Eliseo nasce da una visione pragmatica della situazione mediorientale. E dalla voglia di tornare a fare una politica estera indipendente da tutto e tutti senso l’iniziativa francese risulta essere una voce fuori dal coro, tutt’altro che stonata. In realtà, la visita era in agenda da almeno un mese. Un impegno fissato per suggellare la Presidenza di turno Ue dell’Eliseo, dopo un semestre ricco di avvenimenti in cui Sarkozy ha cercato di apparire sì come protagonista – dando ulteriore spazio alle critiche di sovraesposizione mediatica – ma portando avanti anche idee e progetti che, finora, nessun altro ha mai avanzato.

Con la crisi di Gaza, tuttavia, questo giro di consultazioni è diventato di massima urgenza. E mentre prima si poteva pensare a un viaggio di cortesia, impostato sui risultati ottenuti e sui buoni propositi per il 2009, adesso Sarkozy ha portato presso i governi mediorientali una richiesta ben precisa: il cessate il fuoco immediato di entrambe le forze, per il bene di entrambe le popolazioni. Ed è interessante soffermarsi sulla specificità di ciascuno dei tre summit. Quello con Mubarak – peraltro si è trattato di un dop-

Nella foto grande, l’incontro fra Nicolas Sarkozy e il presidente siriano Bashar el Assad. Nella pagina a fianco, l’ingresso principale della grande moschea di Damasco

regionale capace di decidere la rotta delle politiche mediorientali. Certo, la monarchia saudita – forte della sua incidenza sul mercato petrolifero mondiale – ha anch’essa un potere contrattuale non indifferente. Tuttavia, tra Il Cairo e Riyadh ci sono ancora molte lunghezze, prima che quest’ultima faccia dimenticare la tradizione e la stabilità – interna e internazionale da parte di un Paese islamico – garantite da Nasser, Sadat e oggi Mubarak. Altra cosa è Beirut. Qui un qualsiasi francese si è sempre sentito a casa propria. E Sarkozy non è da meno. Il ruolo svolto dalla Francia, a metà del 2008, per risolvere dalla crisi libanese è stato riconosciuto da tutti. Il Libano, infatti, può vantare un Presidente della Repubblica, un governo di unità nazionale e, come confermato proprio due giorni fa, un appuntamento elettorale per il rinnovo del Parlamento, grazie all’impegno che il Presidente francese e l’Emiro del Qatar hanno dimostrato affinché il Paese non crollasse in una nuova guerra civile. Ora, a prescindere dalle opportunità di vittoria che il processo di normalizzazione politica in corso offre a Hezbollah, gli accordi di Doha costituiscono il solo risultato positivo nel processo di pace in Medio Oriente, da Annapolis in poi. Lo-

gico, a questo punto, che Sarkozy avesse desiderio di effettuare un sopralluogo a Beirut, per controllare che tutto stesse procedendo per il meglio. Ed è altrettanto evidente che, durante gli incontri nella capitale libanese, si sia parlato del problema palestinese, del quale il Libano è tutt’altro che disinteressato, vista la presenza dei campi profughi – abitati da circa 400mila sfollati – che costituiscono una costante di tensione interna.Veniamo infine a Damasco.

L’incontro di Sarkozy con il leader siriano Assad ha suscitato le più accese polemiche presso una parte degli osservatori occidentali. C’era da aspettarselo. La Siria, agli occhi di Israele e degli Usa, fa parte dell’Asse del male. La sua alleanza con l’Iran, con Hezbollah e soprattutto – vista la contingenza degli eventi – con Hamas la etichetta come impresentabile nel club della diplomazia internazionale. Tuttavia, proprio questo suo status deve aver fatto intuire a Sarkozy che – nell’ottica dell’opportunità di trattare con gli avversari potenzialmente disponibili al confronto – Damasco può essere l’interlocutore più adatto affinché si giunga a un negoziato diretto con Hamas.Anzi, in una visione di maggior respiro, la Siria può rappresentare l’anello debole di quella catena di avversari mediorientali che l’Occidente spera di rompere. Da qui la partecipazione di Assad alla conferenza “Euromed” di metà luglio, non a caso promossa da Sarkozy. Evento che ha aperto il complesso processo di sdoganamento di Damasco in ambito internazionale. Una mossa in controtendenza, quella francese, che certo può essere vista come eccessivamente individualista da parte di un Sarkozy, che non è più rappresentante dell’Ue. Tuttavia, dal momento che quest’ultima non sa ancora come agire, l’Eliseo approfitta di questo spazio – oltre che dell’interregno in cui sta vivendo Washington, grande assente dal quadrante mediorientale – e torna a fare la sua politica estera in autonomia, ribadendo le sue ambizioni di potenza internazionale dotata. *Analista Ce.S.I.

Dietrofront. Riapre l’ambasciata siriana a Beirut

E Assad tornò alla diplomazia di Rossella Fabiani rmai si tratta di risolvere soltanto alcuni piccoli problemi burocratici. E poi Siria e Libano avranno un corridoio ufficiale per comunicare in modo formale, evitando scomodi “malintesi”. È imminente l’apertura dell’ambasciata siriana a Beirut: può sembrare strano, ma sarà la prima nella storia delle relazioni tra i due Paesi. Sono stati individuati anche il palazzo e il quartiere: l’edificio sembra essere quello che ora ospita la Syrian Commercial Bank nella centralissima Hamra Street. Nella parte musulmana della capitale libanese, in un quartiere famoso negli anni ’70, punto (allora) d’incrocio fra le diverse culture del Paese dei cedri. Ancora sconosciuto il nome dell’ambasciatore siriano. Come non è confermata la notizia comparsa su alcuni quotidiani siriani secondo la quale Damasco avrebbe affittato anche una sede temporanea nel distretto di Ramlet al-Baida, sul lungomare di Beirut. Naturalmente anche il Libano ha nominato un

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suo ambasciatore in Siria, dando seguito all’accordo concluso lo scorso agosto sulla istituzione delle relazioni diplomatiche.

A darne notizia, alcuni giorni fa, è stato il ministro dell’informazione Tarek Mitri al termine di una riunione di gabinetto. In quella occasione Tarek Mitri ha anche precisato che il nome dell’ambasciatore sarà reso noto ufficialmente soltanto dopo l’accordo da parte di Damasco. Tuttavia è molto probabile che il delicato incarico potrebbe essere affidato a Michel Khoury, attuale ambasciatore del Libano a Cipro. Per quanto riguarda la sede dell’ambasciata libanese a Damasco, la scelta potrebbe cadere sul Liaison Building (l’edificio appartiene al governo libanese) nel distretto Abu Rummanah, vicino all’ex ambasciata americana. Il Libano e la Siria hanno deciso di allacciare le relazioni diplomatiche dopo decenni di tensioni. Per Damasco, in pratica, si tratta di riconoscere ufficialmente il Libano come un Paese con pari di-


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gnità e non più come una specie di protettorato sempre rivendicato in nome della “Grande Siria”: una mossa che dovrebbe consentire al regime di Bashar el Assad di emergere dal suo isolamento internazionale. Siria e Libano non hanno avuto normali rapporti diplomatici - che comportano il pieno riconoscimento reciproco - da quando hanno ottenuto la loro indipendenza dalla Francia più di 60 anni fa. Damasco è stata di gran lunga domi-

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nante in Libano dal 1976, quando le sue “forze di pace” sono intervenute durante la guerra civile libanese mantenendo il controllo del Paese per quasi trent’anni. L’assassinio del primo ministro libanese Rafiq al-Hariri nel 2005 - che è stato ampiamente attribuito ad agenti segreti siriani, ma sempre negato da Damasco - ha moltiplicato le pressioni internazionali e le proteste da parte dei cittadini libanesi costringendo le forze siriane a ritirarsi dal Paese.

Ancora incerti i nomi degli ambasciatori designati dai due governi. Lo scambio diplomatico risolve un’impasse che dura dall’indipendenza ottenuta dalla Francia nel 1943 La notizia dell’imminente scambio di ambasciatori è stata accolta con favore dai politici libanesi della maggioranza che hanno, tuttavia, invitato la Siria a muoversi rapidamente per porre fine al blocco del confine tra i due Paesi. «Questo è il primo passo di un lungo percorso che porta verso un sano rapporto fraterno tra noi», ha detto Walid Jumblatt, il leader del partito socialista progressista, che è stato aspramente ostile a Damasco in passato. Ma, anche se la decisione della Siria è stata accolta con favore nelle dichiarazioni pubbliche, «continuiamo ad essere trattati in privato con scetticismo», ha detto Nadim Shehadi, un esperto del Medio oriente a Chatham House. Assad è sotto pressione da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente per i suoi stretti rapporti con l’Iran e per il sostegno a Hezbollah in Libano e a Hamas nei territori palestinesi.

Lo stesso presidente Bush ha ripetutamente ammonito la Siria a rispettare la sovranità del Libano e ha esortato a stabilire rapporti diplomatici pieni con Beirut. Anche il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha lavorato molto in questa direzione invitando Assad al vertice dei Paesi mediterranei organizzato nel luglio scorso a Parigi e poi recandosi due mesi dopo in visita a Damasco dove è tornato anche ieri per parlare del conflitto nella Striscia di Gaza. Anche il nuovo presidente libanese, Michel Suleiman, si è recato a Da-

masco per una prima visita di Stato mettendo a punto l’accordo per stabilire rapporti diplomatici. Secondo Shehadi «i siriani stanno facendo delle concessioni per conformarsi alle richieste della comunità internazionale», mentre per il quotidiano libanese as Safir, si tratta di «una svolta nella storia delle relazioni tra Siria e Libano». Il rais siriano, aggiunge il giornale, ha concesso anche la revisione degli accordi bilaterali firmati negli anni ‘90, quando la Siria aveva il compito di controllare il Libano.

Il ruolo svolto dalla Francia e dal suo presidente Sarkozy assume anche una dimensione simbolica. La Francia è infatti la potenza mandataria che annunciò nel 1920 la creazione del “Grande Libano”. È da essa che il Libano acquistò l’indipendenza nel 1943. Ed è la Francia che, dopo l’indipendenza, mantenne un rapporto molto speciale con il Paese mediorientale dove si pubblicano quattro quotidiani e un settimanale cinematografico in lingua francese e dove si trova la più importante università francese all’estero, se si eccettua il Canada e il Quebec. La Siria non riconobbe la creazione del Libano così come non riconobbe la sua indipendenza. Damasco riteneva che le fossero stati sottratti quattro distretti, così come la provincia di Alessandretta che fu annessa alla Turchia. Questo non era soltanto il punto di vista del partito Baath che salì al potere nel 1963, ma della gran parte dei siriani. Dopo l’indipendenza dei due Paesi nacque una sorta di antagonismo non dichiarato, ma profondo, fra le due capitali. È stata certamente una coincidenza storica importante che il presidente siriano abbia annunciato da Parigi la sua intenzione di instaurare rapporti diplomatici con Beirut e di scambiare ambasciatori con il Libano, sebbene la questione della definizione dei confini resti sospesa e indefinita. I due Paesi hanno ancora molta strada da percorrere prima di arrivare a dei rapporti normali. L’instaurazione di rapporti diplomatici di per sé non è che un passo simbolico. Ma è, almeno, un pagina nuova nella storia del Medio Oriente.


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Guerra. L’Onu attacca: avevamo segnalato la nostra struttura, Israele è colpevole di un eccidio che si poteva evitare

Il giorno delle stragi Primo intervento dell’Arabia Saudita: «Il massacro dei civili è voluto» di Vincenzo Faccioli Pintozzi segue dalla prima Ma l’appello di Washington, così come quello degli altri Paesi occidentali, sembra non sortire alcun effetto sul governo di Gerusalemme e sugli uomini di Hamas, che continuano a combattere strada per strada a Gaza City. Tsahal, l’esercito israeliano, è riuscito a colpire l’abitazione a Jabaliya di uno dei più importanti responsabili militare di Hamas, Iman Siam,

fronte dei combattimenti, è partito l’assedio a Khan Yunis, una delle roccaforti di Hamas. Duri scontri fra miliziani palestinesi e reparti dell’esercito israeliano sono iniziati all’alba nel sud della Striscia e a Deir el-Balah e Bureij, nella zona centrale. A Deir el-Balah l’artiglieria navale ha provocato almeno dieci morti. Un’emittente palestinese ha diffuso la notizia che alcuni miliziani sono riusciti ad abbattere un aereo senza pilota

Olmert (e Peres) duri con l’Unione europea: «Non si tratta più della nostra immagine. Dobbiamo distruggere Hamas, sostenuta da Teheran». Intanto Tsahal apre la prima inchiesta interna sulle vittime israeliane che al momento dell’attacco risultava essere in casa e che potrebbe quindi essere rimasto ucciso. Secondo un portavoce militare israeliano, la sua abitazione è stata colpita in un’operazione congiunta fra forze israeliane di terra e lo Shin Bet, il servizio di sicurezza.

Israele vede in Siam il responsabile dei progetti di Hamas relativi ai lanci di razzi e lo definisce «comandante dell’artiglieria» palestinese nell’intera Striscia di Gaza. Intanto, sul

israeliano. Secondo un sito internet, Hamas avrebbe passato per le armi alcuni palestinesi che da Gaza avrebbero aiutato l’incursione israeliana.

Forte la risposta di Hamas, che riesce con il lancio di missili a raggiungere Gedera, città a 30 chilometri da Tel Aviv. Un razzo Grad lanciato dalla Striscia ha ferito leggermente una neonata israeliana di tre mesi. Altri 5 razzi sono caduti nella regione di Eshkol, uno ha colpito l’area di Netivot senza cau-

sare danni. E proprio questi lanci vengono usati dal governo israeliano per fare orecchie da mercante alle richieste di un cessate il fuoco. Nonostante il dispiegamento di un’imponente macchina diplomatica, il premier israeliano Ehud Olmert ha respinto la richiesta avanzata dell’Unione Europea per una tregua umanitaria di 48 ore, assicurando però che Israele manterrà l’impegno di far arrivare nella Striscia beni di prima necessità per la popolazio-

ne: «Guardate dove stanno sparando. Hanno raggiunto Gedera. Prima della tregua, sparavano fino a 20 chilometri, adesso arrivano a 40. Se ci fosse una tregua, sparerebbero fino a 60 chilometri e anche di più».

Nessun risultato neanche per il Commissario Ue alle Relazioni esterne, Benita FerreroWaldner, membro della delegazione europea in Medio Oriente, che ieri ha incontrato il presidente israeliano Shimon Pe-

res. A Gerusalemme, il diplomatico di Bruxelles ha detto che «Israele sta facendo a pezzi la sua immagine internazionale. Rischiate seri problemi di sostegno internazionale». Secca la replica del capo di Stato: «Non è il momento delle pubbliche relazioni o di curare la nostra immagine, ma di sconfiggere gli estremisti sostenuti dall’Iran». Ed è lo stesso Iran a sottolineare ieri che «Israele non raggiungerà i suoi obiettivi con

Egitto. Mubarak perde peso all’interno e all’esterno del Paese, ritrovandosi isolato in una delle peggiori crisi nazionali

Il crollo del Faraone trascina il mondo arabo di Massimo Fazzi egna incontrastato sull’Egitto da oltre 30 anni. Ma Hosni Mubarak, che ha compiuto lo scorso 4 maggio 80 anni, vede allentarsi lentamente la sua presa sul Paese del Nilo. Il calo di popolarità che ha colpito lui e la sua famiglia, le proteste del mondo arabo contro la sua politica “morbida” nei confronti di Israele e la corruzione che attanaglia ogni strato dell’amministrazione pubblica hanno dato gli ultimi colpi a uno dei regimi più longevi nella storia del Cairo. L’appuntamento decisivo è per le prossime elezioni politiche, previste per il 2011, quando con ogni probabilità il faraone non si ripresenterà: ufficialmente, l’età

R

e la salute non gli permettono di continuare a reggere il timone. Oltre al rarissimo cambio della guardia al Cairo avvenuto soltanto due volte in più di 60 anni di storia, con il passaggio di testimone da Nasser a Sadat e da quest’ultimo a Mubarak -, gli egiziani sono fortemente preoccupati per come la nuova dirigenza potrà gestire i problemi strutturali del Paese.

Mubarak, nonostante le promesse di democratizzazione e le recenti aperture al mercato internazionale non è stato in grado di traghettare l’Egitto verso un sistema realmente liberale e democratico, stretto nella morsa di un


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Scene di guerra dalla Striscia, e in particolare da Gaza City. I morti, dicono stime ancora in aggiornamento, sarebbero arrivati a circa 700 unità, mentre incalcolabili sono i feriti. Sopra, i bombardamenti aerei che continuano a squassare il territorio controllato da Hamas l’offensiva nella Striscia di Gaza, come accaduto nell’estate del 2006 nella guerra in Libano con i miliziani sciiti dell’Hezbollah». Il ministro degli Esteri di Teheran Manuchehr Mottaki ricorda poi che, con la Siria, «vanno sostenuti i movimenti anti-israeliani». Un intervento di peso se si considera che la Repubblica islamica, il cui presidente Mahmoud Ahmadinejad ha auspicato più volte negli anni scorsi la cancellazione dalle carte geografiche dello Stato ebraico, sta moderando in questi giorni le sue reazioni ufficiali.

A prevalere sono piuttosto le denunce delle uccisioni di civili palestinesi e gli inviti alle diplomazie dei Paesi arabi perchè facciano fronte comune nel tentativo di fermare l’operazione israeliana. E per la prima

volta si esprime anche l’Arabia Saudita, che esprime aspre critiche alla posizione della comunità internazionale di fronte al “barbaro attacco di Israele”sulla Striscia di Gaza, condotto «in violazione di tutti i principi umani e delle regole di guerra».

«La posizione internazionale che ritiene il barbaro attacco di Gaza auto-difensivo è debole, senza precedenti e cieca - ha dichiarato il governo presieduto dal re, Abdullah bin Abdulaziz, in un comunicato riportato dal quotidiano Saudi Gazette - di fronte ad una storia di occupazione e di terrore israeliano sui palestinesi, di squilibrio di forze e del disprezzo dello stato ebraico per l’iniziativa di pace araba». «La spietata guerra di punizione collettiva di uomini, donne e bambini, la distruzione di moschee, case e ogni pilastro

potere militare fin troppo influente e ingerente nella vita pubblica, e una società ostaggio della propaganda islamista dei Fratelli Musulmani. La corruzione che caratterizza la sfera politica e amministrativa non è stata estirpata, rendendo i processi di riforme quasi del tutto impossibili e portando a diverse crisi. Ultima in ordine cronologico, quella dell’aumento spropositato del costo del pane, dovuta alla congiuntura internazionale, con un aumento generalizzato del costo dei beni alimentari e del carovita, e alla gestione interna dell’emergenza poco soddisfacente. Ma è anche a livello internazionale che il Cairo perde colpi a spron battuto. Dopo il fallimento nella mediazione del conflitto di Gaza, la statura di Mubarak come leader in grado di dirimere le problematiche legate allo scontro dei Paesi arabi con Israele è diminuita di colpo. Lo dimostrano le numerose manifestazioni di piazza contro l’Egitto e il suo . «Che

dell’economia di Gaza - prosegue il comunicato - viola tutti i diritti umani, le regole di guerra ed i più basilari principi delle convenzioni internazionali». Il governo saudita non manca tuttavia di richiamare le fazioni palestinesi alle loro responsabilità, perché «non vi è alcuno spazio di manovra per un’effettiva azione araba-islamica unita se non vi è unità tra i palestinesi».

Riyadh ha poi inviato circa 23 milioni di dollari nella Striscia e ha lanciato una campagna per la donazione di sangue a favore dei «fratelli di Palestina».Infine, anche Tsahal è costretto a fare la sua prima conta delle vittime. È partita ieri una minuziosa inchiesta sulle circostanze in cui quattro militari, in due incidenti separati, hanno perso la vita nello spa-

c’è scritto sulla mia scarpa? - chiede un manifestante nel suo poster, a Beirut - Hosni Mubarak è deplorevole». Da giorni il presidente egiziano si sente dare del traditore nelle piazze del mondo arabo. Le proteste continuano al Cairo, Beirut, Amman, Tripoli.

Le accuse: è il «secondino» di Israele, perché tiene chiuso il confine con Gaza (difeso da 10mila guardie armate), contribuendo a schiacciare economicamente Hamas e affamare i palestinesi; e soprattutto avrebbe dato luce verde ai raid, dato che Tzipi Livni era al Cairo 48 ore prima il lancio dell’operazione Piombo Fuso. Il governo egiziano ha replicato risentito alle accuse, prendendo di petto uno dei principali accusatori: il leader di Hezbollah, il libanese Hassan Nasrallah, che ha invitato gli egiziani a ribellarsi contro Mubarak perché apra il valico di Rafah, infrangendolo se necessario «con i propri petti». Il ministro degli Esteri egiziano

zio di poche ore a Gaza, apparentemente a causa di proiettili sparati da fuoco amico. Si è trattato delle più gravi perdite subite finora da Israele dall’inizio sabato sera dell’offensiva di terra contro Hamas a Gaza, anche se il movimento islamico dichiara di aver ucciso decine di israeliani.

Il primo incidente si è verificato lunedì notte alla periferia del campo profughi di Jabaliya, nelle immediate vicinanze di Gaza City. Stando a quanto riferiscono i media locali, soldati della brigata di fanteria Golani e di paracadutisti, impegnati in una sparatoria con miliziani, erano al riparo di un edificio e sotto un fuoco di mortai e di armi leggere da parte palestinese. A distanza il comandante di un carro armato ha intravisto persone in movimento nello

Ahmed Abul Gheit, in visita in Turchia, ha definito le parole di Nasrallah una dichiarazione di guerra: «Vuole il caos in Egitto come quello che ha provocato nel suo Paese». E ha aggiunto: «Quest’uomo ha nominato le nostre forze armate. Le onorate forze armate egiziane sono capaci di difendere la patria da gente come lui». Se Nasrallah fa perno sulla solidarietà araba con i palestinesi (e sulla propria popolarità di eroe della guerra del 2006 in Libano contro Israele), il governo egiziano si fida del patriottismo dei cittadini. «Qui c’è grande commozione per i palestinesi ma allo stesso tempo un forte nazionalismo dice Gamal Abdel Gawed Soltan del Centro studi politici e strategici Al Ahram - A gennaio ci fu forte pressione perché l’Egitto aprisse il confine. Gli egiziani appoggiavano i palestinesi, finché non accadde». Quando centinaia di migliaia di palestinesi si riversarono nel Paese, «gli egiziani passarono dall’altra parte e chiesero al governo di far

stabile e, ritenendo che fossero miliziani palestinesi, ha sparato una cannonata colpendo invece i soldati. Tre sono stati uccisi e altri 24 feriti. Molto simile anche il secondo incidente. Alle prime ore di ieri, vicino a Beit Hanun, nel nord della Striscia, un ufficiale, il capitano Jonathan Netanel, 27 anni, è stato ucciso nell’improvviso crollo di un muro di una casa dietro il quale aveva trovato riparo. A causare il crollo, anche in questo caso, si sospetta che sia stata l’esplosione di un proiettile di carro armato. Dei sei militari finora uccisi nei combattimenti a Gaza soltanto due lo sono stati da fuoco palestinese: il sergente Dvir Emanueloff, la notte di sabato scorso all’inizio dell’offensiva di terra, e un altro colpito mentre era impegnato in un’operazione a Gaza City.

rispettare la legge », spiega Soltan. Solidarietà o patriottismo? Non a caso, la Fratellanza musulmana, in testa a molte proteste anti-Mubarak, cerca di sfruttarli entrambi: «Non ci servono i consigli dell’Hezbollah - dice un membro di spicco dell’organizzazione, Essam El Erian - sin dall’inizio abbiamo criticato il modo in cui il governo egiziano ha gestito la crisi di Gaza. Non lavoriamo con Hezbollah né con Hamas, appoggiamo i palestinesi perché è nell’interesse nazionale egiziano».

Il mini-confronto tra Hezbollah ed Egitto «per i cuori e le menti» degli egiziani si inserisce, secondo gli esperti, nel più ampio scontro di potere tra Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Autorità nazionale palestinese da una parte e Hamas, Hezbollah, Iran e Siria (che finanziano e appoggiano i primi due) dall’altra. L’unica cosa certa è che a dirimere la questione non sarà più Mubarak.


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cultura

L’intervista. Il noto collezionista raccoglie capolavori da oltre mezzo secolo. Astratti, minimali, concettuali. Comunque americani. Tranne pochissime eccezioni

Fratello Pop, sorella Art «Sono capace di ammirare un unico quadro, solo, per ore e ore» La lunga storia d’amore con l’arte di Giuseppe Panza di Biumo colloquio con con Giuseppe Panza di Biumo di Stefano Bianchi o sguardo si accende focalizzando i ricordi. La voce calda, quieta, riflessiva, ragiona sull’arte mentre la luce del sole entra dalle grandi finestre sfiorando e poi accarezzando le tele monocrome dello statunitense David Simpson. Il giallo di quei quadri, si trasforma in oro. Il grigio, diventa argento. Magie. Colpi d’occhio. E conversare con Giuseppe Panza nel suo appartamento nel centro storico di Milano, è altrettanto magico. Eleganza e sobrietà, abitano qui. Classe 1923, milanese, il conte Panza di Biumo colleziona capolavori d’arte da mezzo secolo. Astratti, pop, minimali, ambientali, concettuali. Americani. Tranne pochissime eccezioni. «Sono capace di chiudermi in una stanza con un quadro solo», ha dichiarato, «e restare là, per ore e ore, ad ammirarlo». La lunga storia di un amore, ben raccontata nell’autobiografia Ricordi di un collezionista (Jaca Book, 38 euro), è la “mise en scène” dell’arte moderna e contemporanea: scoperta al di là dell’oceano, vissuta “a pelle” con galleristi e artisti, svelata all’Europa. Quel che si dice, una raccolta da sogno. Parte della quale non solo è incorniciata nell’antico splendore di Villa Menafoglio Litta, nel borgo di Biumo, vicino a Varese, ma nei più importanti musei del mondo. A disposizione di tutti. Perché Giuseppe Panza sta piano piano raggiungendo il suo scopo: fare sì che gli altri possano condividere la sua inesauribile passione per l’arte. Gli dà emozione più d’ogni altra cosa sapere che ogni giorno, in giro per il mondo, c’è qualcuno che si emoziona ammirando un suo quadro. Se le dico che la sua è arte del collezionismo, costruita sulla passione

L

e non sull’investimento? Sono d’accordo. Se nella mia vita avessi collezionato per investire, non avrei acquistato certi quadri. Sarebbe stata una follia, all’epoca, pagare un’opera di Mark Rothko quando i direttori dei musei mi dicevano che quella non era arte. Oppure 11 Robert Rauschenberg, quando chi li vedeva scoppiava a ridere. Il suo amore per l’arte risale all’infanzia…

Quand’ero piccolo mi piaceva guardarli, i quadri. Come fossero bei giocattoli. Poi, dodicenne, mi sono messo a studiare storia dell’arte sulla Treccani. Avevo la scarlattina, ed essendo costretto alla quarantena mi portai in camera i 26 ponderosi volumi dell’enciclopedia. Cominciando, così, a nutrirmi di storia romana, greca, medievale, astronomia e biologia. Ma soprattutto d’arte, in piena libertà. Nel giro di un mese avevo imparato molte cose, dopo aver coperto con un foglio le didascalie ed essermi ogni volta divertito a in-

Dal 1956 al 1962 ho comprato ben 80 opere: 7 Rothko, 12 Kline, 14 Tàpies, 8 Otage di Jean Fautrier dipinti dal 1943 al 1947 e così via. Poi la Pop Art: 4 Roy Lichtenstein, 8 James Rosenquist, 16 Claes Oldenburg

In queste pagine, diverse significative opere del noto collezionista Giuseppe Panza di Biumo (in alto e a destra). Sopra, alcuni capolavori collezionati negli anni dal conte ed esposti al Museo d’arte di Rovereto

dovinare titoli e autori delle riproduzioni. Quali studi ha frequentato? Giurisprudenza. Mi sono laureato, ma non l’ho mai praticata. Studiavo durante il giorno, quand’era necessario, e la sera sprofondavo nella visione delle opere d’arte. Suo padre Ernesto era d’accordo? Non troppo. Avrebbe preferito che mi occupassi di cose più serie, che garantivano un reddito. In buona sostanza, che lavorassi per l’azienda di fa-

miglia che trattava vini all’ingrosso. Sua madre Maria e sua zia, invece, assecondavano la passione… Entrambe pittrici (mamma in gioventù, sua sorella fino a tarda età), mi hanno acceso l’interesse per l’arte col contributo di mio zio Angelo. Sono state loro a farmi visitare l’Accademia di Brera e le mostre fuori Milano. Primo quadro acquistato: un Attanasio Soldati. Nel gennaio del 1956. Puntavo all’astrattismo, che apriva nuove ipotesi espressive interpretando il tempo che stavo vivendo. A quell’opera, sono seguiti lavori di altri artisti che ho rivenduto dopo essermi accorto che non avevano l’assoluta qualità che andavo ricercando. Poi, invitato a Parigi dal critico d’arte Pierre Restany, visitai alla Galerie Stadler una mostra di Antoni Tàpies. Fu una folgorazione. Comprai un suo quadro e poi un Franz Kline e alcuni Emilio Vedova. Che alla fine rimpicciolivano, di fronte a quel Kline. È vero che si era prefissato di acquisire 100 quadri, tutti astratti e di eccellente fattura?


cultura

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Ma all’epoca, avevo un’idea romantica dell’arte. Il bravo pittore, per arrivare ad essere tale, doveva aver sofferto nella vita e superato conflitti e contraddizioni. Come Vincent Van Gogh, il mito di quand’ero adolescente e mi misi a leggere le sue lettere. Col tempo, amando moltissimo Diego Velázquez (pittore d’una serenità olimpica, che riuscì a vedere la bellezza e ad estrapolarla dalla quotidianità), ho capito che l’arte non può riflettere solo i turbamenti interiori. In un’intervista, ha dichiarato: «Possedere un’opera d’arte, non è la felicità. La felicità, è farla godere anche agli altri». Quando ho iniziato a collezionare, l’ho fatto anzitutto per me. Col tempo, quando i musei hanno cominciato a chiedermi opere in prestito, mi sono reso conto che il mio piacere, da esclusivo, poteva tradursi in condivisibile. Una minima parte della collezione è esposta nella settecentesca Villa Menafoglio Litta Panza, dal ’96 patrimonio del Fai (Fondo per l’Ambiente Italiano) dopo la donazio-

C’erano le pareti di casa da riempire, e ho pensato che un centinaio di opere avrebbero arricchito a dovere gli spazi. Dal ‘56 al ’62 ne ho comprati 80: 7 Rothko, 12 Kline, 14 Tàpies, 8 Otage di Jean Fautrier dipinti dal ’43 al ’47 e così via. E poi la Pop Art: 4 Roy Lichtenstein, 8 James Rosenquist, 16 Claes Oldenburg. A quei tempi, un Lichtenstein e un Rosenquist costavano 600 dollari. Perché si è concentrato esclusivamente sulla Pop Art americana? A differenza di quella inglese (cui va comunque riconosciuta la primogenitura) aveva più concretezza, più sostanza ideale. Mi interessava il nonrealismo degli artisti Pop, che oltrepassavano l’immagine attraverso una metafisica relazione con l’arte. Come Rosenquist, che prima di diventare pittore faceva il cartellonista pubblicitario per le vetrine dei negozi e le insegne in Times Square. La prima opera Pop acquistata? Nel ’61, alla galleria di Leo Castelli a New York. Un quadro di Lichtenstein, che raffigurava un utensile domestico: una di quelle cucine coi fornelli o una lavatrice, non ricordo bene. L’anno dopo, alla Biennale di Venezia, Leo e Ileana Sonnabend mi mostrarono in anteprima foto delle opere di Jim Dine, Rosenquist e Oldenburg. Rendendomi partecipe della loro scoperta. Una scomessa, l’arte Pop, in cui credevano e

si impegnavano a sostenere. Manca Andy Warhol, all’appello. Nel ’62, andai a trovarlo nella Factory newyorkese. C’erano parecchi suoi quadri, accatastati alle pareti, ma mi sembrava somigliassero troppo alle opere fumettistiche di Lichtenstein. Così non comprai nulla. Per poi pentirmene. Di volta in volta, ha avuto modo di conoscere e frequentare artisti… A New York, principalmente. Nelle gallerie d’arte d’appartenenza: Sidney Janis, Leo Castelli… Ci andavo, vedevo 4 o 5 quadri ma ne volevo acquistare molti di più. E allora, raggiungevo gli studi degli artisti per poter scegliere. A Milano, invece, avevo conosciuto Guido Le Noci della galleria Apollinaire: l’amico di Pierre Restany, con cui aveva condiviso la nascita del Nouveau Réalisme. Mi piaceva discutere d’arte con lui. Uscivo dall’ufficio alle 6 di sera e fino alle 8 mi intrattenevo in piacevoli e costruttive conversazioni. Restany la incoraggiò a comprare opere dei Nouveau Réalistes? No, perché non mi interessavano. Né ho mai acquistato arte povera, nonostante conoscessi Germano Celant che l’ha scoperta. Questioni di gusto personale. Decidevo con la mia testa, privilegiando la qualità. E credo d’aver commesso pochi errori. Fra gli espressionisti astratti, chi ha avuto la fortuna di approcciare?

Rothko. L’ho conosciuto molto bene. E Tàpies. Kline, invece, non l’ho incontrato: entrai nel suo studio, ma purtroppo lui non c’era. Al di là dell’informale, ripenso poi all’incontro con Marcel Duchamp nel suo appartamento di New York. Fu Robert Rauschenberg ad organizzarlo. Durante la conversazione col maestro francese del “ready-made”, gli chiesi (rendendomi conto che stavo commettendo un’imperdonabile “gaffe”) perché non dipingeva quadri. Mi rispose: «Perché non voglio usare il pennello». Nell’autobiografia Ricordi di un collezionista, racconta di aver venduto nel ’57 un’opera di Alberto Burri per acquistare un Rothko. Rimpianti? Era l’unico modo, non avendo sufficiente denaro in cassa, per potermi permettere un Rothko che costava più degli altri. Non era un Burri classico, bensì una combustione. Un bel quadro, ma non tanto grande. Perché non ha mai acquisito opere di Lucio Fontana? Lo ammetto, fu un errore dovuto al fatto che lo conoscevo personalmente ed era un uomo simpaticissimo e generoso.

ne sua e di sua moglie Rosa Giovanna. La villa, acquistata da mio padre nel ’32 e in passato proprietà del marchese Paolo Munafoglio e poi del duca Pompeo Litta, propone una scheggia del mio percorso che va dalla fine degli anni Sessanta con opere di Dan Flavin, all’inizio dei Settanta con lavori di Robert Irwin, James Turrell e Martin Puryear, fino all’arte di questi ultimi vent’anni. Dietro a ogni scelta, c’è stata e c’è mia moglie. Abbiamo sempre comprato arte insieme, trovandoci ogni volta in perfetta sintonia. Ma se lei è intuitiva e dice subito sì o no, io preferisco riflettere sullo stile di questo o di quell’artista; indagare sulla sua visione della realtà e del mondo. Pensando alle lampade fluorescenti e minimaliste di Flavin, possiamo di-

re che a un certo punto della sua vita si è innamorato della luce? L’ho sempre amata, in realtà. Ammirando certi dipinti di Piero della Francesca e di Jan van Eyck. Il Guggenheim di New York, il Museo Cantonale di Lugano, il Moca di Los Angeles e altri 5 musei, hanno acquisito 1200 delle sue opere. E l’Italia? Avrei voluto fare donazioni a Milano e a Torino, ma gli artisti me lo hanno sempre impedito. La Regione Piemonte, mi invitò ad occuparmi dei restauri del Castello di Rivoli e pensai di destinarvi la prima parte della collezione per dar vita a un museo che fosse il più possibile completo. Ma il boicottaggio degli artisti torinesi, purtroppo, si era già innescato. E la mia proposta di cedere 80 capolavori (da Jean Fautrier a Tàpies) per 7 milioni di dollari, cadde inevitabilmente nel nulla. Quelle opere, dall’84, sono in mostra al Museum of Contemporary Art di Los Angeles. E oggi, per quella stessa cifra, si compra un quarto di ogni singolo quadro. Quest’Italia che rifiuta donazioni come le sue, non le lascia un po’ di amarezza? Cosa accadrà, del suo patrimonio artistico? Dal momento che opero nell’ambito dell’interesse pubblico, mi sono sempre impegnato e mi impegnerò a trovare musei e piccole istituzioni che possano acquisire le mie opere per tenerle assieme in modo definitivo. Ne sarei felice. E nel mio cuore, l’Italia avrà sempre la priorità. Chi c’è, adesso, fra i suoi artisti favoriti? Sto comprando lavori di Sonia Costantini. All’Università Bocconi di Milano, nell’atrio della sede di via Sarfatti, c’è una sua installazione da me data in prestito. Dal 2005, a rotazione, affido all’ateneo opere d’arte contemporanea. Che opinione si è fatto delle star del contemporaneo come Jeff Koons, Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Vanessa Beecroft? Faccio una netta distinzione fra arte moderna e arte postmoderna. Tutto quello che è moderno, è la mia vita; il postmoderno è agli antipodi della mia visione del mondo, alieno al mio modo di pensare. Detto ciò, apprezzo e compro le opere che mi suscitano emozioni: di Christiane Lohr, David Simpson, Alfonso Frattegiani… La passione, il cuore, nell’arte del collezionare pagano sempre.


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spettacoli hi non conosce il biondo chitarrista della Florida, dall’aspetto pittoresco, da attore western, un po’ hippie, un po’ country, che nella sua lunga e brillante carriera artistica è riuscito a ritagliarsi un posto in prima fila nel pianeta country-rock americano e internazionale? Tom Petty non è solo conosciuto per i suoi album da solista, che hanno segnato un’epoca musicale e tutt’ora sorprendono per classe e originalità. Ma è anche stato il fondatore di due storiche band negli anni ‘70, gli Heartbreakers (tutt’ora attivi nel panorama musicale) e, prima, i Mudscrutch, scioltisi nel 1975, dopo soli tre anni dalla loro formazione.

7 gennaio 2009 • pagina 21

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A distanza di più di 30 anni il carismatico rocker americano decide di riunire i membri del gruppo scioltasi all’epoca, troppo presto per lasciare il segno, e realizza il sogno della band: un nuovo album di successo. Extended play live, la raccolta live in uscita dall’11 novembre 2008, dimostra come il tempo non abbia minimamente scalfito l’amore per la musica e la simbiosi che per anni ha unito musicisti del calibro di Tom Petty, Mike Campbell,Tom Leadon, Tench Benmont e Randall Marsh, originaria formazione dei rockettari Mudcrutch. Il disco ripropone il vecchio formato del 45 giri, tipico negli anni ‘70. Solo mezzora di musica, quattro brani live, per un concentrato spettacolare, d’effetto, di cosa la band sa fare. La sola Crystal river, con i suoi 15 minuti, vale il prezzo del disco. Una jam tra rock e psichedelica con continue invenzioni chitarristiche ed assoli di piano. Un suono incredibile, stop e riprese, invenzioni e ripartenze. Come conferma anche Bootleg Flyer un brano rock dal tiro deciso e rude e la cover rock & roll di Jerry Lee Lewis High School confidential. O ancora l’apertura decisa di The wrong things to do con chitarra, basso, batteria e organo sugli scudi, per un brano molto pettyano. Un fiero disco live, rock al cento per cento. Una band formidabile, come lo sono gli Heartbreakers, ma con un tocco più vintage anni ‘70 che la band di Petty non ha. Extended play è un dvd live registrato durante il tour dei Mudcrutch in California, che segue l’uscita del loro disco di debutto, Mudcrutch (aprile 2008) uno dei dischi più belli dell’anno. Un album che riecheggia i miti degli anni ’60-’70, i suoni dei Byrds, i ritmi rock dei Rolling Stones, la profondità dei testi di Bob Dylan, svisate di chitarre alla Led

Musica. Dopo 30 anni Tom Petty riunisce la band e realizza una raccolta

Sorpresa: tornano i Mudcrutch di Valentina Gerace Zeppelin, mantenendo proprio quei suoni vintage, quella vena rock anni ’70, come se il disco fosse inciso proprio in quell’epoca musicale. Come accadeva nella formazione originale, in Mudscrutch Tom Petty non suona la sua rickenbacker ma il basso, le due chitarre sono Leadon e Campbell mentre Tench è alle tastiere e Marsh al-

days on the road). Brani country, acustici e coinvolgenti come Shady grove che apre il disco. La rollingstoniana Scary easy, tra le più belle scritte da Petty. Splendida la ballata Orphans of the storm una preghiera fatta da un angelo sopravvissuto all’uragano Kathrina, un esplicito richiamo a Gram Parsons e Clarence Whi-

sicisti che vogliono suonare insieme per ricordare i vecchi tempi. È un incontro di validissime stelle del rock che si riuniscono per creare una collezione di perle del contry e del rock & roll. Petty e la band sembrano non essersi mai separati. Quella vena rock anni Settanta che li aveva caratterizzati 30 anni prima, è

“Extended play live”, il disco in uscita già dallo scorso 11 novembre 2008, ripropone il vecchio formato del 45 giri, tipico negli anni Settanta. Soltanto mezzora di puro rock, concentrato in quattro brani interpretati dal vivo la batteria. Una sorta di preAmericana con una decisa predilezione per la musica delle radici. Nella loro diversità i brani racchiudono il passato il presente e il futuro della musica americana, attraversando

sentieri blues, country, rock & roll, pop. Già percorsi in lungo e in largo da Petty nei suoi album. Composizioni scritte dalla band alternate a classici catturati dal repertorio di gruppi o solisti dell’epoca, dai Byrds (Lover of the bayou) a Dave Dudley (Shady groove) ai Flying Burrito Brothers (Six

te. L’eco beatlesiano è palese nella lenta Oh Maria.

La voce di Tom Petty è al meglio di sé, calda, country e tradizionale. Sembra quasi di vederlo percorrere quelle infinite strade americane del Sud, nel mezzo del nulla. E raccontare con la sua voce un po’ distorta e vulnerabile, scene di vita americana. Crystal river è il singolo del disco, una melodia favolosa e un’altra inimitabile interpretazione vocale di Tom Petty. Non è una solita rimpatriata di muIn alto, un’immagine dei Mudcrutch, la storica band degli anni Settanta di Tom Petty. Sopra, la copertina del loro omonimo album e, a destra, uno scatto della band del 1978

tutt’oggi inconfondibile. La si percepisce in ogni brano, nel puro country dei riff chitarristici di Leadon e Campbell, e in quel groove energico e contagioso che forse nemmeno i dischi di Petty hanno. I Mudcrutch originari della Florida erano nati attorno alla chitarra di Tom Leadon, fratello di

Bernie Leadon (Eagles, Flying Burrito Brothers) ed al basso di Tom Petty. La band fatica ad uscire dal guscio, anche dopo essersi trasferita a Los Angeles e aver inciso alcuni ottimi singoli, tra cui Up in Mississipi e Depot street. Dopo l’allontanamento di Tom Leadon, la band si scioglie. Ma Tom Petty già rocker di grande avvenire, non si ferma, e decide di formare gli Heartbreakers insieme a Stan Lynch e Ron Blair. Restano con lui Benmont Tench e Mike Campbell. In breve tempo diventano una delle grandi band del rock americano. I Mudcrutch erano ormai un granello dimenticato nel rock californiano anni Settanta. Ma con l’album del 2008 il sogno diventa realtà soprattutto grazie al carisma di Tom Petty.

Dopo aver fatto parte degli Epics e dopo lo scioglimento dei mitici Mudscrutch, Petty irrompe nel panorama del rock col primo album di debutto degli Heartbreakers (1976), uno dei primi album del 1977. Seguono altri album di spessore ed eco internazionale (You’re gonna get it, Southern accents, 1985). Nel 1987 Petty e la band partecipano al tour di Bob Dylan attraverso Australia, Giappone e Europa e scrivono insieme Let me up (I’ve had enough). Ma sono i dischi da solista che rendono Tom Petty unico e lo collocano al top della musica di tutti i tempi. Fool moon fever del 1989 (coprodotto con Mike Campbell degli heartbreakers) è uno dei dischi più belli mai esisititi. Resta nelle top ten delle classifiche Billboard per più di 30 settimane raggiungendo il triplo disco di platino. Un’atmsosfera che pochi altri dischi sono riusciti a creare. Wildflowers (1994) e Highway companion (2006) il primo inciso per la American Recordings, etichetta del produttore stesso, che fa parte della Warner con la quale Tom Petty incide da più di dieci anni. Un disco che racconta la vita da nomade, di colui che vive per strada senza punti di riferimento. Uno sguardo più maturo alla vita. Una meditazione sulla desolazione e il vuoto che osserva intorno a sé. Un’ode alla profondità d’animo di un artista che è riuscito a immortalare in degli album nuovi e originali, le più grandi stelle della storia musicale americana. Coniugando tradizione country, rock, folk. Lente ballate alla John Hiatt e Bruce Springsteen.


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da ”le Figaro” del 06/01/2009

Dai papi del pop a De Chirico di Valérie Duponchelle e Eric Bietry-Rivierre arigi in grande spolvero per un 2009 all’insegna delle mostre d’arte. La Ville lumière ha preparato un cahier di eventi artistici e culturali di notevole rilevanza e attrazione, ricco con grande varietà, retrospettivo e con qualche novità. Non mancheranno delle piacevoli scoperte.

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Per chi decidesse di farsi un week end Oltralpe ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta. Il divino Mantegna al Louvre e Picasso al Grand Palais in compagnia con Andy Wharol – al secolo Andrew Warhola con i suoi ritratti dei «papi del pop», compreso quello di Marylin Monroe del 1962. Per chi volesse avere maggiori informazioni: «Le grand monde d’Andy Warhol», dal 18 marzo al 13 luglio, (www.rmn.fr) e anche un’altra mostra interessante «Warhol TV», si terrà dal 18 febbraio al 3 maggio, presso La Maison rouge di Parigi (www.lamaisonrouge.org). Non mancherà un tuffo nel mondo metafisico di Giorgio de Chirico al Museo d’Arte moderna, sempre nella capitale francese, dal 13 febbraio al 24 maggio. Fra i capolavori esposti, anche i temi esoterici del Grand Tour del 1913 e la Meditazione mattutina del 1911 per immergere Parigi nell’atmosfera della pittura metafisica e del suo inventore, che affascinò Apollinaire, Paul Guillaume e André Breton. E soprattutto le reminiscenze greche della permanenza in Tessaglia a seguito del padre e degli studi ateniesi di disegno. Non solo arte classica, ma anche la fotografia da strada di Robert Frank, con una mostra completa della sua «road-movie photographique» realizzata durante un itinerario attraverso l’America, durato ben due anni. Immagini fissate su 700 rullini di un mondo complesso e fantastico. Les Americanins verrà pubblicato

proprio a Parigi nel 1958, corredato da 83 foto. L’anno dopo Grove Press farà lo stesso, decretandone il successo negli Stati Uniti. Frank di origine svizzera e cultura ebraica, sarà il primo fotografo a vincere la borsa di studio finanziata dalla fondazione Guggenheim. Nato come fotografo di moda per Harper’s Bazar, dopo un viaggio in Perù e Bolivia nel 1948 come freelance, cambia genere. Diventerà un grande amico di Jack Kerouac, Tom Waits e dei Rolling Stones: «Robert Frank, Un regard étranger Paris/Les Américains», dal 20 gennaio al 22 marzo al Jeu de Paume-Concorde (www.jeudepaume.org).

Alexader Calder è invece uno scultore americano, conosciuto per aver inventato l’arte cinetica. Sorta d’istallazione mobile immaginifica. Ma è stato anche pittore e inventore di giocattoli. In Italia è famosa la sua scultura Teodelapio, in acciaio brunito, che ritrae un re longobardo a cavallo. Almeno dovrebbe ricordarlo. Realizzata a Spoleto, nel 1962, in occasione del Festival dei Due Mondi: dal 18 marzo al 20 luglio, al Beaubourg, «Les Années parisiennes» (Galerie 2) e «Calder, quel cirque!» (Galerie des enfants), (www.cnac-gp.fr). Membro fondatore del movimento situazionista internazionale, Asger Jorn, è un artista danese che emigrò a Parigi negli anni Trenta del secolo scorso. Nella resistenza al nazismo del suo Paese, è il classico esempio di artista militante, comunista e anticapitalista. Però, con i colori ci sapeva fare alla grande: dall’11 febbraio all’11 maggio al

Centre Pompidou, Cabinet d’art graphique (www.cnac-gp.fr). L’omaggio della capitale sulle rive della Senna all’inventore dell’astrattismo sarà sempre al Centre Pompidou. Parliamo di Vasilij Vasil’evic Kandinskij, naturalmente, l’artista russo trasferitosi a Monaco, nel 1896, che con il gruppo Phalanx tentò di introdurre in Germania le avanguardie francesi: l’esposizione si terrà dal 8 aprile al 10 agosto, presso la Galerie 1 del Centre (www.cnac-gp.fr).

E non dobbiamo dimenticare neanche Henri Matisse. Il museo della sua città natale, un piccolo centro nel nord del Paese, festeggerà, il 31 dicembre 2009, i 140 anni dalla nascita del pittore. Lo farà con un omaggio a una serie formidabile di artisti, riconducibili a Matisse, fra loro anche Jackson Pollock, Mark Rothko, Barnett Newman, Ellsworth Kelly, Simon Hantaï, Raymond Hains, Morris Louis, Frank Stella, Daniel Buren, François Rouan: dal 15 marzo al 14 giugno al museo civico di Cateau-Cambrésis (www.cg59.fr).

L’IMMAGINE

La pratica dell’amore spensierato e la leggera pulsione verso l’aborto Avevo una fidanzata di Verona, ragazza splendida figlia di una borghesia poco produttiva e molto edonistica, molte amicizie danarose, pochi libri letti, in fondo un temperamento generoso. Quel che si dice una donna del suo tempo. In due anni di fidanzamento, ho conosciuto parecchie amiche della mia ragazza, ciascuna di esse con uno o due aborti sulla coscienza. Non credo che Verona sia il mattatoio dei feti italiani, ma per esperienza posso dirle che la pratica dell’amore spensierato (legittima) si combina maledettamente con la leggera, certo traumatica ma in fondo condivisa pulsione a rifiutare il prodotto di quegli amori attraverso gli aborti. Mi sono chiesto più volte, allora, quale medico potesse certificare il diritto di abortire a ragazze sane e ricche, soltanto atterrite all’idea di dover partorire all’età di venti o venticinque anni. Poi un giorno è arrivato il mio turno, direttore. Non credo sia importante sapere se quell’aborto è stato la causa della nostra rottura, né se lei abbia abortito clandestinamente, presso qualche agiato e complice ginecologo. E’ andata così, direttore, giudichi lei.

Alfonso Di Nardo - Viterbo

CHE VALOROSI QUELLI DEL PD, E CHE VISIONI! Avete mai guardato bene i rappresentanti del Pd? Provateci. Ne vale la pena. Con un po’ di pazienza, potreste avere le visioni. La prima visione che vivrete è quella di una schiera di gente così bella e giovane e giusta come non avete mai visto. Nessun rivoluzionario, black block o ripetente. Che bei colori. E ancora, vi appariranno illustri professori, magnifici scienziati e i migliori studiosi. Nessun mentore o raccomandato tra loro, ovviamente. E, per finire, vi si riveleranno deliziosamente i più integri tra i lavoratori, gli imprenditori e gli amministratori, i più pii, valorosi e solidali tra i politici e i più saggi tra gli anziani. Che non han mai visto, in vita loro, l’oro di Mosca, un ap-

palto truccato, un bilancio falso, una tangente o una mazzetta proprio per niente. Costoro saranno seguiti dai giornalisti lucidi e disinteressati, dai cantanti bravi e indipendenti, dalle più innocenti tra le soubrette e le femministe e dalle più fascinose tra le abortiste. Sentirete che musica e che suoni. E se ci pensate bene, potevate aspettarvelo: non è forse questo il partito di tutti i belli, bravi e buoni? Grato dell’attenzione. Distinti saluti.

Pierpaolo Vezzani Correggio (Re)

VIVA IL PRESIDENTE NAPOLITANO Con molto vigore, il presidente della Repubblica ha invitato tutti a non perdere tempo e a lavorare per superare la crisi esistente, Credo che il presidente Napolitano sia

Paesaggi naturali... ma privati Meglio non avvicinarsi troppo a questo geyser del Deserto delle Rocce Nere in Nevada (Stati Uniti). Intanto perché potreste scottarvi - l’acqua qui sgorga a più di 200 gradi - e poi perché fareste arrabbiare i suoi “proprietari”. Sì perché questa “fontana” naturale si trova all’interno di un ranch privato, e per visitarla bisogna chiedere il permesso ai gelosissimi padroni di casa uno di quei pochi esponenti della sinistra che guarda all’Italia come un’unica nazione, che pensa che le analisi introspettive si possano lasciare alla storia e che, in momenti critici, la bramosia di potere è inutile e non porta alla ricerca di soluzioni adatte. Non a caso i primi complimenti li ha ricevuti dal premier.

Lettera firmata

DI NUOVO IN MOTO E’ strano come si possa parlare di dialogo tra governo e opposizione, dopo un black-out che dura dall’inizio della legislatura. Conciliare gli intenti è una cosa giusta e doverosa, ma è chiaro che se adesso ci si inizia ad annusare timidamente è perché le tante inchieste hanno smorzato i toni irredentisti di Di Pietro e dello stesso Veltroni. Ma

non occorreva mostrare le proprie nudità per fare una cosa utile per il Paese, perché il dovere e la responsabilità dovrebbe prescindere dagli esempi portati dal proprio seguito. Adesso però è il momento di un buon governo che rilancia l’iniziativa degli ingranaggi di due ruote dentate per il moto necessario alla ripresa.

Bruno Russo - Napoli


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LETTERA DALLA STORIA

Ora Tremonti imiti Obama e la Merkel: tagli le tasse

Nella notte della tua capigliatura... Lasciami respirare a lungo, a lungo, l’odore dei tuoi capelli. Affondarvi tutta la faccia, come un assetato nell’acqua di una sorgente, e agitarli con la mano come un fazzoletto odoroso, per scuotere dei ricordi nell’aria. Se tu sapessi tutto quello che vedo! Tutto quello che intendo nei tuoi capelli! La mia anima viaggia sul profumo come l’anima degli altri viaggia sulla musica. I tuoi capelli contengono tutto un sogno, pieno di vele e di alberature: contengono grandi mari, i cui monsoni mi portano verso climi incantevoli, dove lo spazio è più bello e più profondo, dove l’atmosfera è profumata dai frutti. Nell’oceano della tua capigliatura, intravedo un porto brulicante di canti malinconici, di uomini vigorosi di ogni nazione e di navi di ogni forma, che intagliano le loro architetture fini e complicate su un cielo immenso, dove si abbandona il calore eterno. Nelle carezze della tua capigliatura, io ritrovo i languori delle lunghe ore passate su un divano, nella camera di una bella nave, cullate dal rullio impercettibile del porto, tra i vasi da fiori e gli orcioli che rinfrescano. Nell’ardente focolare della tua capigliatura, respiro l’odore del tabacco, confuso a quello dell’oppio e dello zucchero: nella notte della tua capigliatura, vedo risplendere l’infinito dell’azzurro tropicale. Quando mordicchio i tuoi capelli elastici e ribelli, mi sembra di mangiare dei ricordi. Charles Baudelaire a Jeanne Duval

ACCADDE OGGI

A PADOVA LA QUALITÀ DELLA VITA È BASSA La giunta comunale padovana favorisce – o non ostacola – la cementificazione. In un’area già sovrappopolata e iperinquinata, promuove ulteriori edificazioni e torri. Con esterofilia strumentale e debordante, gli stranieri vengono indirettamente richiamati e usati come massa utile a rimpinguare il bacino elettorale della sinistra. La pletora di spacciatori costituisce una tragedia, acuita a Padova. La droga è veleno; fiacca le energie morali e fisiche; conduce la nostra progredita civiltà occidentale al declino. La giunta promuove la moschea; ma, «soprattutto nel Nord Italia, vi sono moschee e centri culturali, dove si fa proselitismo e si raccolgono anche fondi per il terrorismo» (dichiarazione del Ministro dell’Interno, Il Padova 3.12.2008). La giunta si impegna accanitamente per l’auditorium, che non è prioritario. Svolge un’azione insufficiente nella viabilità. Eccessivo è il numero di pedoni, ciclisti, motociclisti e automobilisti che muoiono, si feriscono o diventano invalidi, nelle strade padovane: è strage continua (cfr. Elena Valdini, Strage continua. Una tragedia inaccettabile per un paese civile. Proviamo a fermarla, Chiarelettere 2008).Taluni cadono per buche, dislivelli, rotaie; o comunque indotti dall’insicurezza e dal pericolo incombente. Soprattutto a Padova, chi circola è stressato, non sereno. Prevalgono: ammassamento, traffico caotico, code, rumore, polveri, ossido di carbonio e altri inquinanti. L’affollamento è debordante e le strade sono insufficienti: una distrazione, anche piccola, può causare incidenti, lesioni, scontri e carambole, coin-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

7 gennaio 1922 Il Dáli Éireann ratifica il Trattato Anglo-Irlandese per 64 voti a 57 1924 George Gershwin completa la Rapsodia in blu 1927 Prima telefonata transatlantica tra New York e Londra 1935 Benito Mussolini e il ministro degli esteri francese Pierre Laval firmano gli accordi Italo-Francesi 1942 Seconda guerra mondiale: inizia l’assedio della Penisola di Bataan 1959 Gli Stati Uniti riconoscono il nuovo governo cubano di Fidel Castro 1975 L’Opec accetta di alzare il prezzo del petrolio del 10% 1989 Akihito diventa Imperatore del Giappone 1990 Per motivi di sicurezza viene chiusa al pubblico la Torre di Pisa 1999 Inizia il processo per l’impeachment del presidente statunitense Bill Clinton 2007 Un pool di scienziati, comprendenti l’italiano Paolo De Coppi, annuncia di aver scoperto cellule staminali nel liquido amniotico

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Francesco Rositano, Enrico Singer, Susanna Turco Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio,

di Carlo Lottieri

volgendo più persone e veicoli. Quasi tutti i conducenti superano illegalmente i limiti di velocità: vanno contrastati. Numerosi padovani hanno subito e subiscono danni dal crimine e dall’illegalità. Si aggiungano i sistematici fatti di resistenza, ribellione, pestaggio, ferimento, tamponamento e investimento, a danno delle Forze dell’ordine. Il tutore dell’ordine difende la nostra vita e serenità: è – o dovrebbe essere – intoccabile. Quella del nuovo tram è la vicenda delle grandi illusioni, seguite da maggiori disillusioni: probabilmente, i costi superano i benefici. Enormi risultano le spese d’impianto e d’esercizio. Anche per i “portoghesi”- che non pagano il biglietto - i ricavi coprono solo una minima parte degli oneri. I percorsi del tram e quelli ciclabili hanno sottratto spazio alla restante circolazione. Specialmente nella mobilità padovana, vi è carenza di: manutenzione stradale - ordinaria e straordinaria - riqualificazione, messa in sicurezza, potenziamento e ammodernamento. Gravemente insufficienti anche le nuove realizzazioni. Come ciclista, rischio d’essere investito: nelle frazioni cittadine, le piste ciclabili sono poco più di nulla. L’assessore e i dipendenti comunali che abitano a Ponte di Brenta,Torre e zone analoghe non si recano al lavoro in centro in bicicletta; anche perché rischierebbero d’essere travolti da veicoli - nella sostanziale inesistenza di ciclabili sicure -. Una rete continua di ciclabili venga urgentemente costruita nelle aree periferiche, finora abbandonate o trascurate. I mezzi vanno trovati dall’eliminazione di sprechi, feste, carnevalate, lussi e regali alle clientele.

Gianfranco Nìbale

Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

SEGUE DALLA PRIMA

Anche comprendendo tali preoccupazioni, è però chiaro che di fronte alla crisi non si far finta di nulla. Se tagliare le imposte era opportuno già un anno fa, ora è diventato del tutto necessario. Tra l’altro, sul tema della riduzione del prelievo fiscale è doveroso registrare un ampio consenso. Bisognerebbe allora non farsi sfuggire questa occasione storica, dato che i conti dello Stato sono importanti, ma la salute complessiva dell’economia reale lo è anche di più. L’agenda per operare una riduzione del prelievo è già dettata dai fatti. In primo luogo, bisogna cogliere l’opportunità della riforma federalista, che il governo deve realizzare per tenere fede agli accordi con la Lega. Si tratta quindi di sostituire alcune voci della tassazione centrale con prelievi locali e manovrabili, totalmente affidati a comuni e regioni. Se studiato bene, questo meccanismo può portare a una riduzione dei tributi grazie alle logiche concorrenziali che sono proprie di ogni sistema federale, in cui le giurisdizioni competono e tendono quindi ad attirare capitali e imprese limitando le aliquote. In secondo luogo, anche per“compensare”quel ceto politico meridionale che considera tale riforma una sorta di prezzo da pagare, il federalismo andrebbe accompagnato dalla sostituzione di ogni intervento straordinario con una vera “No Tax Region”. L’idea, riproposta di recente dall’economista Piercamillo Falasca, consiste nell’eliminare per almeno dieci anni ogni prelievo sulle aziende attive al Sud: e questo al fi-

ne di attirare investimenti e favorire la crescita. In terzo luogo, l’eccezionalità della crisi che stiamo vivendo dovrebbe spingere ad adottare misure straordinarie. Il Paese sta oggi correndo rischi molto gravi e quindi il governo deve saper cogliere il momento per mettere in campo progetti innovativi. L’esperienza dello sfascio di Alitalia deve insomma indurre ad evitare il ripetersi di situazioni analoghe e per questo motivo è opportuno delineare un piano massiccio di privatizzazioni: dalle Poste alla Cassa Depositi e Prestiti, per intenderci. In tal modo si reperirebbero risorse e, al tempo stesso, si chiuderebbero quelle che sono state (in tutti questi anni) autentiche falle nel bilancio nazionale. Le dismissioni consentirebbero scelte coraggiose in ambito fiscale e permetterebbero allo stesso Tremonti di riproporre la sua proposta delle due aliquote. Un progetto che porrebbe l’Italia all’avanguardia dei paesi dell’Europa occidentale e darebbe una spinta straordinaria all’economia reale. Federalismo competitivo, esenzione totale al Sud e riforma fiscale rappresenterebbero, nel loro complesso, un pacchetto di misure di notevole impatto. Oggi il governo sembra guardare altrove e pare rincorrere logiche interventiste, replicando scelte fallimentari già compiute in passato. Ma si deve continuare a sperare che anche da noi – come a Washington e a Berlino – qualcuno comprenda quanto è necessario ridurre il peso dello Stato sull’economia produttiva e sul sistema delle imprese.

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PAGINAVENTIQUATTRO Obituaries. Un necrologio per la morte del felino dei Bush a Washington

Non solo soffitte. Alla Casa Bianca c’era una volta una di Roselina Salemi omenica 4 gennaio è «passata a miglior vita», recita un necrologio pubblicato sul sito web della Casa Bianca, la gatta diciottenne di Laura e George Bush. «India è stata un membro adorato della famiglia per quasi due decenni e ci mancherà moltissimo». Come in ogni cerimonia degli addii, non manca una breve e spiritosa biografia di India. «Sport preferito: nascondersi ai padroni. Cibo preferito: bocconcini al tonno. Libro preferito: se sapesse leggere…». E soprattutto, «posto preferito per la pennichella: sotto il letto presidenziale». I Bush sono addolorati. Nel febbraio del 2004 li aveva lasciati Spotty, un delizioso springer spaniel. Restano i due welsh terrier: Barney (finito in prima pagina per aver morso un cronista della Reuters) e la “consorte” miss Beazley che non si uniscono alle condoglianze (cani e gatti, si sa…).

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GATTA no guai. Gautier si fidava più dell’intuito felino che del suo. Etologi e antropologi si sono parecchio esercitati sulle componenti psicosociali e sulla trasversalità di questo amore umano-animale. Certo, la gattara Anna Magnani, popolarissima, oltre che al cinema, tra le colonie romane di randagi, non ha molto in comune con la popstar Whitney Houston che non si

tatori saltuari che rimangono indifferenti o scappano appena lo vedono, per poi ritornare al successivo spuntino.

Cresciuto il processo di reciproca umanizzazione e gattizzazione, niente di strano che esistano cimiteri reali o virtuali, necrologi appassionati e il sogno di un aldilà felice, descritto nei dettagli sul sito di “Gattolandia”: «C’è un posto in Paradiso, chiamato “Ponte dell’Arcobaleno”. Quando muore una bestiola che è stata particolarmente cara a qualcuno, va al Ponte dell’Arcobaleno. Ci sono prati e colline per tutti i nostri amici, così che possano correre e giocare insieme. C’è tanto cibo, acqua e sole». Ma tra i molti, curiosi, atti d’amore, il più estremo non poteva che essere un testamento hollywoodiano. Nel caso dovesse morire prima del suo gatto, Drew Barrymore chiede fermamente di essere cremata e mescolata alla pappa del micio. Così continuerà vivere in lui.

La letteratura è piena di amici a quattro zampe: da Hemingway a Colette a Théophile Gautier. Senza dimenticare Slippers, fedelissimo di Theodore Roosevelt, che aveva accesso anche ai pranzi ufficiali, nonostante la severità del protocollo

Potrebbe sembrare una bizzarria, ma non sarebbe la prima alla Casa Bianca. Il mitico Theodore Roosevelt, presidente dal 1901 al 1909, aveva un gatto di nome Slippers che poteva partecipare ai pranzi ufficiali, nonostante la severità del protocollo. Quanto a follie feline, è in buona compagnia. La scrittrice francese Colette, amava così tanto i gatti che riusciva sempre a infilarne qualcuno nei racconti. Al suo “blu di Russia” dedicò (nel 1933) un intero romanzo. Poi c’è la chiacchierata con il randagio, riportata in tutte le biografie. Era in America e tornava da una festa, quando incontrò un micio per strada. Lo avvicinò, e i due si miagolarono a vicenda per una mezz’ora. Commento: «Finalmente ho trovato qualcuno che parla francese!». Un posto d’onore spetta a Bosie, il gattone nero di Hemingway a Cuba, (tra i personaggi di Isole nella corrente), mentre nella casa di Key West (Florida), trasformata in museo, vivono ancora i discendenti degli altri amici, quasi tutti polidattili (cioè con più dita del normale) e ovviamente intoccabili. Misterioso, questo rapporto tra umani e felini. Théophile Gautier, artista stravagante, ne aveva in casa una colonia, immortalata nel libro Ménagerie Intime del 1860. Nelle sue pagine vive ancora la bianca e rossa Madame Théophile, aristocratica gatta che considerava una compagna: prendeva il cibo dalla sua forchetta, aveva un posto fisso a tavola e accoglieva gli ospiti. Se non le piacevano, era-

separa mai dalla sua variegata, miagolante famiglia. Ci vuole giusto Giorgio Celli a spiegare nei racconti La vita segreta dei gatti, che la loro grazia innocente merita tutto il nostro amore. Lui, per esempio, è uno di quelli che arrivano in ritardo a un convegno per salvare un micio ferito. E ha scelto di vivere in una casetta con giardino per dare asilo ai randagi, offrendo anche un servizio di selfservice a orari regolari. Nel portico, in cucina o in salotto, oltre ai gatti di casa, si possono incontrare visi-

2009_01_07  

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