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ISSN 1827-8817 81219

Il futuro? Lo conoscerete

e di h c a n o cr

quando sarà arrivato. Prima di allora, dimenticatelo

9 771827 881004

Eschilo

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

Nonostante le dichiarazioni ufficiali, aumentano gli affari tra Roma e Teheran

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Il ministro Maroni annuncia: «Il Comune di Pescara è da commissariare»

Sull’Iran Il giorno più lungo del Pd l’Italia Oggi la Direzione dei democratici: quasi un dramma collettivo fa il doppio gioco di Antonio Funiciello

di Emanuele Ottolenghi a visita a Gerusalemme del presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha certamente elevato ulteriormente l’intensità e l’intimità dei rapporti bilaterali tra Italia e Israele. Ne siamo lieti. Ma al di là della retorica, delle dichiarazioni, dei gesti e dei simboli che sono tutti indubbiamente molto positivi, c’è un elemento che traspare dalla visita che ci lascia francamente perplessi. Ci auguriamo sinceramente che il governo italiano lo possa chiarire. Rispondendo ai giornalisti dopo un colloquio con la sua controparte, il presidente israeliano Shimon Peres, Napolitano ha sottolineato l’importante ruolo che l’Italia gioca in tema di sanzioni. Dati alla mano, ha affermato che la scrupolosa applicazione delle misure Onu contro l’Iran sono costate care al made in Italy: 22 per cento di esportazioni in meno. Ce ne rallegriamo.

L

ROMA. Non è esagerato sostenere che con i loro concittadini, che rivolgono doil Partito democratico giunge alla riumande a cui è pericoloso replicare con rinione della Direzione di oggi nel pegsposte vaghe e propagandistiche. In perigiore dei clima preventivabili. L’escalaferia il sogno del partito “nuovo”si infrantion di arresti nel centro sud ha imposto ge coi dubbi di migliaia di partecipanti alall’ordine del giorno di quello che era le primarie del 14 ottobre 2007, che temostato annunciato come il “Lingotto 2”, no di trovarsi di fronte ad un’altra Tangenuna verifica della sfida per la trasparentopoli. D’altra parte, la tesi ricorrente seza tanto cara a Veltroni, ma che oggi condo la quale la nuova dirigenza del Pd viene riproposta con una drammaticità è sostanzialmente estranea ai vecchi cenWalter Veltroni oggi riunisce inedita. È in gioco la credibilità stessa tri di potere (locale) dei Ds e della Marla Direzione del Partito democratico del progetto democratico come forza di gherita benché sia sostenibile, non spiega per discutere di questione morale cambiamento dell’Italia. Veltroni l’ha il vero problema politico: l’impossibilità (o capito bene e nella sua relazione cercherà di pronunciare pa- l’incapacità) di Veltroni di guidare il partito. Non è questione di role definitive, che non permettano fraintendimenti sul tema e linea politica, ma di potere reale di interdizione.Veltroni non è orientino un elettorato spaesato, se non già disaffezionato. Ma riuscito a far dimettere né Bassolino né Rosa Russo Iervolino: il segretario democratico si rivolgerà anche a quei quadri diri- sull’onda di questa debolezza arriverà alla Direzione. genti del suo partito sgomenti per quanto avviene e in difficoltà se g ue a pa gi na 2 • s er v iz i a p ag in a 2 , 3, 4 ,5

MENTRE IN IRAQ FALLISCE UN COLPO DI STATO

Questi tre uomini rischiano

s eg u e a pa gi n a 7

Il governo presenta la riforma della scuola di Rossella Fabiani a pagina 6

In ballo l’uso dei fondi europei

Tremonti, scontro con le Regioni sul piano anti-crisi

Vincenzo Lops

Bruno Stano Georg Di Pauli

di Francesco Pacifico

ROMA. «Visto che negli ultimi anni più della metà dei fondi è stata restituita, visto che non sono stati spesi, con la crisi che c’è questi soldi dobbiamo utilizzarli noi. E quindi siamo costretti a scalarveli». Accanto alla lezione di macroeconomia e di buongoverno, Giulio Tremonti ha indirettamente confermato ai governatori che intende attingere dai fondi europei per pagare gli ammortizzatori sociali e le infrastrutture. E si parla di 7 miliardi sul monte che dovrebbe essere gestito direttamente dalle Regioni. Alle quali non resta che rivolgersi alla Corte Costituzionale e aprire l’ennesimo conflitto di competenza. Forse il ministro aveva la mente già impegnata alla cena, che si sarebbe tenuta di lì a poco, con i partner dell’Ecofin.

una condanna ingiusta Vincenzo Lops e Bruno Stano, generali dell’Esercito. Georg Di Pauli, colonnello dei Carabinieri. Domani possono essere dichiarati colpevoli di “omissione di difesa” delle truppe italiane il giorno dell’attacco terroristico di Nassirya. Nessuno parla di loro: eppure sono innocenti... alle pagine 14, 15, 16 e 17

se gu e a p ag in a 8 seg2008 u e a pa a 9 1,00 (10,00 VENERDÌ 19 DICEMBRE • gEinURO

CON I QUADERNI)

• ANNO XIII •

NUMERO

244 •

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• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Reportage. Da Napoli a Pescara, da Firenze a Potenza: che cosa chiede la base alla leadership “debole” di Veltroni?

Viaggio nel Partito Dilaniato Oggi la Direzione dei democratici: doveva essere l’occasione del rilancio politico, rischia di trasformarsi in un dramma collettivo di Antonio Funiciello del nord est produttivo di San Stino di Livenza, in provincia di Venezia, ha le idee chiare, sul congresso e sul resto. «Il partito non ha fatto altro che dividersi su personalismi vuoti di contenuto politico. È indispensabile tornare a costruire le ricette alternative a quelle del centrodestra e costruire uno scambio costante tra il vertice nazionale e il partito nei territori. Altrimenti si perdono di vista le esigenze reali del paese. Ma è possibile impegnarsi così tanto in difesa di Sky e della sua Iva? È stato un autogol incredibile. Abbiamo bisogno di defini-

segue dalla prima Ma qual è l’umore della pancia del partito? Luigi Brossa, che ha 51 anni e nel Pd che governa Torino si occupa di servizi pubblici locali, non ci sta ad accettare semplificazioni di questo genere. «Intanto bisogna distinguere nettamente l’attuale situazione con Tangentopoli. Assistiamo a fatti specifici che coinvolgono singole individualità politiche e l’intraprendenza di qualche imprenditore, non a un sistema organico di corruzione della cosa pubblica». Detto questo, la debolezza della politica è preoccupante: «È impensabile che sia la magistratura a risolvere i problemi politici. Se Bassolino non è riuscito a realizzare il suo progetto, il problema che il Pd deve affrontare è questo, ed è specificamente un problema politico». Insomma, l’idea che la questione morale si sovrapponga alle specifiche questioni politiche non convince. Segnala, anzi, il pericolo che concentrarsi troppo sulla questione morale finisca per essere un modo per distrarre l’attenzione dagli irrisolti nodi politici.

Luciano Fasano, 44 anni, presidente del Consiglio comunale di Cinisello Balsamo e docente di

Fra militanti e amministratori regnano paura e rabbia: «I problemi di oggi sono legati al passato e alla mancata fusione tra l’anima diessina e quella della Margherita» Scienze politiche nell’ateneo meneghino, avverte in tal senso la necessità di non tradire la promessa fatta alla nascita del Pd. La risposta da dare nell’attuale momento di grande difficoltà è tutta politica: «Tocca recuperare la valenza di un’autentica forza riformista di governo capace di declinare con coerenza un progetto di rilancio del Paese. I tempi perché all’interno del Pd si celebri un congresso sono ormai maturi. Non nella forma di un plebiscito ad appannaggio di questo o quel candidato segretario, ma in quella (prevista dallo stesso Statuto nazionale) di un confronto trasparente all’interno del gruppo dirigente che, a partire da piattaforme politicoprogrammatiche chiaramente alternative fra loro, sappia poi legittimarsi attraverso il consenso del nostro elettorato».

Stefano Pellizon, 25 anni, assessore Pd all’Urbanistica nel piccolo comune

re una linea precisa che esprima un’idea di futuro e questa può venire solo da un congresso vero, dal ritorno alla battaglia delle idee». Cristian Amatori, 38 anni, segreteria provinciale del Pd di Rimini mette l’accento sulla debolezza del partito in periferia, debolezza che in un contesto come quello romagnolo, se non è di consenso, è di certo tutta politica. «Abbiamo fatto diventare le primarie, dalla più evidente manifestazione della democrazia partecipata che erano, una vera e propria farsa. Sono diventate il nuovo mezzo attraverso il quale gruppi di potere organizzati si auto conservano, chiudendo ad ogni autentica interazione col territorio. Un partito che nasce così, difficilmente riesce a venir fuori da congiunture sfavorevoli come quella presente». «È il peccato originale del Pd» sembra chiosare Gioacchino Guastamacchia, 53 anni, consigliere circoscrizionale Pd di Pesaro. «Il Pd paga il

Provvedimento contro D’Alfonso. Nessun intervento su Napoli

Maroni contro il Comune di Pescara: «A gennaio lo sciolgo» di Marco Palombi

fatto d’esser nato dalla semplice sommatoria e ricollocazione dei ceti dirigenti di Ds e Margherita, coi pochi pezzi di società civile sudditi di chi li ha cooptati. I problemi di oggi solo legati alla spavalderia del personale politico che fu della Margherita e dalla capacità di controllo che il vecchio gruppo dirigente dei Ds esercita dove amministra. Nelle Marche accade che, a fronte di consensi molto alti, questa capacità di controllo e penetrazione nell’elettorato sia totale».

Gli fa eco Sergio Landi, 58 anni, del Pd di Livorno: «Il Pd è nato male ed oggi ci troviamo dinanzi all’ennesimo rinvio dell’avvenuto decesso». Leonardo Impegno ha 34 anni ed è il presidente del Consiglio comunale di Napoli. Si batte ormai da anni per segnare una discontinuità rispetto alla decadente era bassoliniana. Nei giorni precedenti agli arresti napoletani, aveva attaccato duramente sulla stampa Bassolino e il suo assessore Velardi. Oggi risponde così alle analisi dei suoi compagni di partito. «Assistiamo a una crisi generale delle classi dirigenti locali, una sorta di implosione dei ”luoghi del potere”. Negli ultimi 15 anni di governo del centro sinistra in Campania, ci sono stati limiti ed errori gravi, non solo l’eclatante questione dei rifiuti. Due sono le sfide da raccogliere: quella del federalismo fiscale, l’occasione per introdurre efficienza e trasparenza nella finanza locale, e la nascita della città metropolitana, che per Napoli significa riuscire ad avere un governo all’altezza della complessità dei suoi problemi. Ma non si può affrontare la sfida di nuove istituzioni e di nuovi sistemi fiscali con le vecchie alleanze e con i vecchi uomini».

ROMA. Dopo il panico diffuso di mercoledì, quando l’intero palazzo romano si sentiva sotto l’attacco di una nuova Tangentopoli, ieri tutto è tornato alla normalità. Da un rapido, anonimo sondaggio, risulta che il motivo è semplice: i giornali non hanno dato notizia di nuove inchieste, non hanno tirato dentro nomi nuovi in quelle vecchie, non è arrivato l’avviso di garanzia a Francesco Rutelli di cui si favoleggiava da inizio settimana. E poi ieri era il giorno del dialogo: basti notare che i primi due atti politici della giornata sono stati in Senato l’astensione del Partito democratico sul ddl Brunetta, quello contro i fannulloni, e alla Camera il voto bipartisan contro la richiesta di arresto del deputato lucano del Pd Salvatore Margiotta (con l’ovvia eccezio-

ne degli uomini di Di Pietro, che ha subito parlato di “fatto gravissimo”). A sancire la rinnovata aria di pace istituzionale – a palazzo Chigi si dice favorita da Umberto Bossi su assist del presidente Napolitano – ci ha pensato nientemeno che Silvio Berlusconi durante il Consiglio dei ministri, premurandosi poi di farlo sapere alla stampa. Durante la riunione il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha informato i colleghi sui vari scandali giudiziari che riguardano la politica e annunciato che a gennaio scioglierà il consiglio comunale di Pescara (il sindaco D’Alfonso, arrestato, si è dimesso), ma non quello di Napoli perché «le misure restrittive a carico di due assessori non sono sufficienti per decretare lo scioglimento del Comune», visto che l’accusa «non è associazione a delinquere di stampo mafioso, che con-


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Tutti gli affari di Alfredo Romeo al vaglio degli inquirenti

Roma, Firenze, Bari: le prossime inchieste di Errico Novi

ROMA. Adesso non lo conosce più nes- capoluogo lombardo l’instancabile Rosuno. Anche se fino a due giorni fa il suo marchio,“Romeo service”, era ovunque, non solo negli annunci immobiliari. A Firenze per esempio l’assessore al Patrimonio Tea Albini si è affrettata a spiegare che l’amministrazione comunale «ha chiuso dal 2005 ogni rapporto» con Alfredo Romeo: «C’è stata una gara per un appalto, una gara regolare e bandita in modo legittimo dalla precedente giunta: noi l’abbiamo ritenuto troppo oneroso. Perciò lo abbiamo bloccato, ricontrattato e poi definitivamente revocato nel 2005». Eppure sul sito dell’imprenditore napoletano la voce relativa alla gestione del patrimonio immobiliare del capoluogo toscano esiste ancora, come ammette lo stesso assessore. Una medaglia cucita sul petto, una delle tante nel curriculum di questo campione degli appalti pubblici. Che ieri è stato ascoltato dal gip di Napoli Paola Russo, in carcere, per la prima volta.

meo vanta il controllo di un terzo del patrimonio immobiliare). La giunta Alemanno continua a rivendicare la scelta di chiudere con il monopolista napoletano, compiuta nel mese scorso. Il sindaco assicura che mai più nella Capitale verranno assegnati «mega appalti», almeno fin quando sarà lui alla guida dell’amministrazione. Restano i dubbi su quanto è avvenuto negli anni precedenti. Francesco Rutelli ha provveduto ad allontanare le ombre che alcuni passaggi delle intercettazioni avevano sollevato su di lui e persino su sua moglie, chiamata in causa da Romeo durante una conversazione con Renzo Lusetti. L’attuale presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti ha fatto dichiarazioni spontanee mercoledì in tarda serata davanti al procuratore aggiunto di Napoli Franco Roberti, e ha querelato gli organi di stampa che lo avevano inserito nella lista dei sospettati. Riguardo al successore di Rutelli sembra pesare in modo decisivo un’ammissione fatta al telefono dallo stesso Romeo: «A Veltroni non ho mai stretto la mano». A Roma mi snobbano, si lamentava l’imprenditore. Eppure qualche componente dell’amministrazione capitolina, nel 2006, deve aver pensato di smentire il teorema: il contratto stipulato nel 2006 con l’onnipresente “service” partenopeo era di 285 milioni, dei quali 45 effettivamente versati.

L’imprenditore napoletano respinge le accuse davanti al gip. La Iervolino resiste: «No all’azzeramento». E Bassolino la incoraggia

Il segretario del Partito democratico Walter Veltroni e, nella foto piccola, a sinistra, Massimo D’Alema. In basso, il ministro Roberto Maroni. A destra, l’imprenditore Alfredo Romeo, al centro delle indagini

sente lo scioglimento, ma solo l’associazione per delinquere». A quel punto ha preso la parola il Cavaliere: «Noi siamo da sempre garantisti, sia per quanto riguarda noi che gli altri», ha detto spingendosi fino ad augurarsi «che i fatti vengano ridimensionati» (la cosa, però, non ha impedito ai suoi di chiedere le immediate dimissioni del duo Iervolino-Bassolino e nuove elezioni). A parte le inchieste, però, a Berlusconi interessava sottolineare con i suoi ministri che la riforma della giustizia è “urgente”anche per il capo dello Stato e quindi va fatta subito.

Davanti il premier ha un’autostrada, tanto più che mercoledì ha raggiunto un’intesa con Bossi su una sorta di road map parlamentare che porti all’approvazione in tempi certi sia del federalismo che del nuovo si-

stema giudiziario. Antonio Di Pietro, dal canto suo, ha avanzato una proposta contro la corruzione: «Basterebbe approvare una legge per vietare la candidatura ai soggetti condannati, vietare gli incarichi di governo, centrale o nazionale, a chi è sotto processo, e vietare la partecipazione alle gare delle imprese i cui legali rappresentanti sono già stati condannati per reati concernenti la pubblica amministrazione». Il ministro Gianfranco Rotondi, invece, preferisce soluzioni più sfumate. Si dice certo che «Bocchino e Lusetti usciranno presto» dall’inchiesta napoletana e per il futuro prescrive il metodo Gerardo Bianco: «Da ragazzi ci diceva: “Mai rapporti personali con uomini d’affari”. Mi sono sempre attenuto a questo eccesso di prudenza e mi rendo conto che è consigliabile».

Ha negato di fatto gli addebiti più gravi, che ruotano attorno alla turbativa di un’asta, l’ormai famigerata gara che avrebbe dovuto aggiudicare il “global service”, la manutenzione di tutte le più importanti strade di Napoli. Associazione per delinquere, concussione, corruzione, abuso d’ufficio, truffa. Secondo Romeo e il suo avvocato non c’era nessuna “consorteria del malaffare”, come hanno scritto i pm partenopei nel richiedere la custodia cautelare dei tredici indagati già arrestati e dei due parlamentari coinvolti, Italo Bocchino del Pdl e Renzo Lusetti del Pd. Non è mai esistito un accordo “per il quale la prospettiva ultima è quella del saccheggio sistematico di risorse pubbliche”, sostiene il principale imputato dell’inchiesta. Lui resiste. Non cede neanche Rosa Russo Iervolino, il sindaco dell’amministrazione più colpita da questa nuova Tangentopoli. «Non ci sarà alcun azzeramento», dice. Le dà man forte Antonio Bassolino, anche lui invitato a preparare i bagagli dai vertici del Pd: «Sei un pazza ma sono con te», le ha detto con tono complice e polemico verso il partito. A Roma l’atmosfera è altrettanto tesa, e il quadro è diverso anche da quello di città come Firenze o Milano (persino nel

Persino a Bari spuntano tracce del passaggio della Romeo spa: il capogruppo in Consiglio regionale del Pdl, Robero Ruocco, ha presentato una interrogazione a Nichi Vendola per chiedere se «è vero che alla società in questi giorni al disonore delle cronache sta per essere affidato un appalto a trattativa privata a prezzi triplicati». Si tratta dei servizi di pulizia negli uffici della Regione: 2 milioni e 200mila euro annui. L’ipotesi di un effetto a catena simile a quello della Tangentopoli milanese del ’92-’93 dunque resta in piedi. Ieri intanto è stato interrogato anche l’ex sindaco di Perscara Luciano D’Alfonso, mentre il deputato pd della Basilicata ha incassato il primo no di Montecitorio alla richiesta di arresto. Come 15 anni fa, i filoni si moltiplicano più velocemente delle strategie difensive.


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Tangentopoli 2. I giudizi di Andreotti, De Michelis, Martelli, Pomicino, Di Donato e Formica

Esercizi di Dipietrologia Parlano i protagonisti della Prima Repubblica: «Oggi è tutto diverso, ma la regìa è la stessa di allora» di Riccardo Paradisi olto rumore per nulla, o per poco, come dice Giulio Andreotti a proposito delle vicende giudiziarie che vedono implicati politici di Campania, Toscana e Basilicata. «Ci sono molti più problemi cui dovremmo dedicare maggiore tempo e attenzione, e non concentrarci solo su questi che producono troppo chiasso, senza migliorare il tono generale della vita pubblica», ammonisce il senatore a vita. Ma altri esponenti della Prima repubblica non la pensano come Giulio Andreotti che di quella stagione è stato forse il protagonista assoluto.

M

C’è chi ritiene infatti che rispetto alla Tangentopoli degli

tori imprenditoriali amici. La federazione del Psi di Napoli, per esempio, era un appartamento che il vecchio Grimaldi aveva messo a disposizione del partito per la sua amicizia con Nenni».

Una ricostruzione romantica ma le differenze tra ieri e oggi effettivamente ci sono: «Quando Veltroni dice che questo non è il suo Pd dice al tempo stesso una cosa vera e una bugia. Una cosa vera – ragiona Di Donato – perché da Roma i partiti non controllano più nulla e a livello locale si agisce in proprio. Una bugia perché è comunque di Veltroni e più in generale del Pd la responsabilità politica di non intervenire. Dopo la vergo-

Claudio Martelli Mi sembra evidente che esista una rete di fatto che al di là di ingenue tesi cospirative agisce in sincronia. C’è chi si muove sul piano giudiziario e chi, come Di Pietro, su quello politico anni Novanta questa nuova ondata di scandali, di corruzione e di cattiva politica, questo nuovo attivismo delle procure prepari in realtà qualcosa di molto peggiore e più grave rispetto a Mani pulite. Ne è convinto, per esempio, l’ex vicesegretario del Psi e oggi esponente del Pdl Giulio Di Donato «Quello che avviene oggi è molto più selvaggio rispetto agli anni Novanta. I partiti hanno perso il controllo del territorio, siamo di fronte a gruppi e bande locali che agiscono in proprio e sui quali i partiti hanno semmai la responsabilità politica di non sapere più come gestirli». Ai tempi di Tangentopoli invece la regia era ancora in mano dei partiti e della loro catena di comando. Ma per Di Donato anche le tangenti di allora erano diverse da quelle di oggi: «I finanziamenti che arrivavano alla politica erano in gran parte volontari, provenivano da set-

gnosa pagina amministrativa di Napoli Veltroni non è riuscito a ottenere nemmeno le dimissioni di Bassolino e della Iervolino. Nella Prima Repubblica casi come questo sarebbero stati risolti subito. La realtà è che siamo alla fase terminale di un ciclo politico».

E la teoria che s’è affacciata sia nel centrodestra che nel centrosinistra di un ordito politico dietro le nuove iniziative giudiziarie? “Dietrologie”, per Di Donato: «Io non la vedo la manina che muove i fili contro il Pd a favore di Di Pietro. Semmai sono stupito del fatto che la bella addormentata, la giustizia, si sia svegliata tardi. A Napoli il malaffare va avanti da anni, c’è un processo contro Bassolino che ormai procede verso la prescrizione. In Abruzzo si è atteso il risultato delle elezioni per spiccare il mandato di arresto verso il sindaco di

Pescara Luciano D’Alfonso». La realtà, secondo l’ex vicesegretario del Psi è che «Il clientelismo rosso ha fatto impallidire le peggiori pratiche democristiane degli anni che furono. La sinistra di potere ha riempito di società miste i comuni, ha trasformato in sultanati le realtà locali. La sinistra non ha avuto il coraggio di guardare dentro questo suo inferno. Ed è un problema per tutti, perché una democrazia senza un’area progressista è monca». A vederla invece la mani-

na del burattinaio e a tentare di definirne contorni, scopi e filosofia è un altro personaggio della Prima Repubblica incline all’analisi dietro le quinte dei fenomeni politici: quel Paolo Cirino Pomicino che è stato l’esponente di spicco della corrente andreottiana Dc e due volte ministro alla Funzione Pubblica (1988-1989), e al Bilancio (1989-1992). «La differenza tra ieri e oggi è che ai tempi di quella che voi giornalisti chiamate Tangentopoli c’era un disegno politico teso a far fuori la Dc il Psi e l’area laica. Disegno che fu realizzato colpendo il finanziamento non dichiarato alla politica».

Insomma anche per Cirino Pomicino guai a parlare di tangenti visto che «Gli imprenditori che denunciavano i politici lo facevano solo per uscire dalla spirale degli interrogatori e dal torchio della magistratura. De Benedetti finanziava il Pci e la sinistra Dc. Berlusconi l’area forlaniana e socialista. Tutti sapevano tutto. E nessuno ha preso soldi per sè, i soldi servivano ai partiti. Oggi che il finanziamento pubblico è di oltre 5 volte quello dell’epoca so-

no i singoli eletti a praticare comportamenti illeciti». Dunque una questione morale esiste: e allora perché parlare di un nuovo disegno politico della magistratura? «Una questione morale è sempre esistita ma le procure non frequentano il monte Sinai. Non hanno la verità rivelata. È morto un mese fa un grande cristiano democratico come Franco Nobili, messo in galera nei primi Novanta per due mesi e poi prosciolto. Sa quanti casi identici ci sono stati? Decine e decine, compreso il mio». Bene, e il complotto? «Quello che colpisce è la contemporaneità delle azioni giudiziarie, il sincrono, la coincidenza significativa». Si può dunque presumere che un disegno ci sia, ma qual è il suo scopo? Cirino Pomicino azzarda un’ipotesi: «Forse impedire qualunque accordo sulla riforma della giustizia».

Ma se l’ex capo della corrente andreottiana a Napoli è allu-

Gianni De Michelis Esiste una regia scientifica dietro queste nuove iniziative giudiziarie. E il fatto che il clima creato stia avvantaggiando l’Idv e il suo leader lo dimostra


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Rino Formica Chi fa dietrologia commette un errore: chi oggi immagina di rimettere a posto la magistratura con l’alleanza tra i puniti di ieri e di oggi rischia di creare grumi guerriglieri

Paolo Cirino Pomicino Una questione morale è sempre esistita ma le procure non hanno la verità rivelata. Il loro attivismo forse serve a impedire una riforma della giustizia sivo e ipotetico Gianni De Michelis, esponente di spicco del Psi craxiano e ex vicepresidente del Consiglio alla fine degli anni Ottanta, è invece diretto. Molto diretto. «Quello che sta avvenendo in questi giorni dimostra che esiste una regia scientifica: lo dimostra la sincronicità delle iniziative giudiziarie e il fatto che il clima creato stia avvantaggiando Antonio Di Pietro e il suo partito». E la tesi che questo sia il tassello mancante del puzzle di Tangentopoli da cui il Pci era uscito illeso? «Si in parte è così – dice De Michelis – siamo anche di fronte a una nemesi storica. Però basterebbe leggere quello che sta scritto sui giornali per non arrestarsi a questo aspetto del fenomeno, per capire che siamo di fronte a un’offensiva che ha obiettivi trasversali, un’offensiva nei confronti della politica». Eppure De Michelis ammette che oggi la corruzione politica sia addirittura maggiore ri-

spetto a Tangentopoli: «La devianza nella gestione della cosa pubblica è sempre esistita, oggi si è moltiplicata, è passata dalla fisiologia alla patologia. Ma questo non toglie – precisa l’esponente socialista – che la magistratura sta facendo un gioco autonomo. Per tornare a intimidire il potere legislativo e allontanare il più possibile ogni ipotesi di riforma della giustizia. E il gioco è insistere sulla vicenda del Pd per schiacciare Veltroni su e sotto Di Pietro, che a sua volta sfrutta l’esito di queste inchieste tenendo sotto schiaffo Veltroni». Già,Veltroni. De Michelis ne ha anche per il segretario del Pd: «Fa presto lui a dire che questo non è il suo Pd. E si fa presto a parlare dei sindaci implicati nelle nuove vicende giudiziarie come di cacicchi. Ma io vorrei ricordare che il centro maggiore delle attività dell’imprenditore Alfredo Romeo è stata Roma. Ed è stato il sindaco Alemanno a re-

vocare gli appalti a questo signore, non Veltroni».

Quando esplode Tangentopoli Claudio Martelli è ministro di Grazia e Giustizia; anche lui sarà travolto dallo tsunami politico giudiziario che porterà giù la Prima Repubblica e disintegra i partiti moderati su cui quel sistema si reggeva. Martelli riparte da lì per valutare quello che sta accadendo oggi: «Quella di Tangentopoli è stata la più intensa operazione di polizia giudiziaria nella storia repubblicana superiore anche rispetto a mafia e terrorismo. Tanto che il vero fenomeno non è stato Tangentopoli ma Mani pulite. Questo non vuol dire che Tangentopoli dovesse essere assolta, ci mancherebbe – chiarisce Martelli – ma è la dismisura e la unilateralità della repressione a colpire ancora oggi, oggi che quella macchina sembra volersi rimettere in moto». Ma in quale rapporto stanno Mani pulite e la nuova Tangentopoli?

A spiegare quanto è accaduto negli anni Novanta secondo Martelli non è la congiura raccontata da Cirino Pomicino, piuttosto la convergenza di fattori molteplici su uno stesso punto: «Finisce l’esclusione pregiudiziale degli ex comunisti, c’è l’irrompere della Lega nella scena politica, comincia a entrare in gioco anche il Msi: gli attori antisistema sentono arrivato il momento di rovesciare il tavolo. Poi ci sono gli annunci di Maastricht, l’inquietudine degli imprenditori e la rivolta contro i taglieggiamenti della politica. E i ritardi di quest’ultima, l’incapacità di mettere mano alle riforme, a interloquire in maniera autorevole con la magistratura. Un contesto adatto per far esplodere il sistema con un offensiva impressionante della magistratura. Tutto questo c’è nella vicenda attuale? Mi sembra piuttosto che qui siamo di fronte a un potere economico che manovra i politici come dei burattini. Si rovesciano le parti ed emerge un’impotenza profonda della politica». Fin qui le differenze. Le analogie sono nel ripresentarsi di un nuovo ictus repressivo della magistratura, stavolta motivato però da qualcosa di più specifico: non ci sono muri crollati, non ci sono partiti antisistema che vogliono entrare in gioco. Però uno stesso attore è rimasto sulla scena: Antonio Di Pietro». Ecco il nesso di continuità secondo Martelli dunque: «Mi sembra evidente che esista una rete di fatto che al di là di ingenue tesi cospirative agisce in sincronia, per empatia. C’è chi si muove sul piano giudiziario chi, come Di Pietro, su quello politico». E Veltroni, secondo l’analisi di Martelli, avrebbe sottovalutato il fenomeno Di Pietro, metten-

Giulio Di Donato Quello che avviene oggi è molto più selvaggio rispetto agli anni Novanta. I partiti hanno perso il controllo del territorio, siamo di fronte a gruppi e bande locali che agiscono in proprio

dolo in condizione di giocare una partita di grandi proporzioni tesa a rinnovare una nuova stagione di repressione su vasta scala. Che non ha nessuna intenzione di risparmiare il Pd, il partito oggi più esposto a un’offensiva sul territorio visto che amministra il 75 per cento delle provincie e dei comuni italiani».

Una nuova offensiva della magistratura dunque, la seconda. E stavolta lanciata su una politica più debole di ieri, più esposta e screditata. L’analisi più pessimista è quella di Rino Formica più volte ministro socialista delle Finanze nella Prima Repubblica: la politica è al suo stadio terminale, ora il rischio è la tentazione di altri poteri autonomi di farsi poteri sovrani. «Si disse che le cause della corruzione erano tre: i partiti politici, il sistema elettorale, l’intervento pubblico. Oggi che questi fattori sono stati modificati ci risiamo. E anzi la situazione è più grave di ieri perché fuori controllo. Ci sono 15 anni persi per la riforma del sistema politico italiano e gli effetti saranno sempre più devastanti». Per l’ex esponente socialista noi siamo oggi alla corrosione dei gangli vitali delle istituzioni democratiche: «Quando il Pd, che doveva essere il partito del rinnovamento, consente l’identificazione tra cariche elettive e cariche politiche, quando i sindaci diventano segretari regionali del partito (Abruzzo) o i segretari regionali fanno i sottosegretari (Calabria) significa che siamo al capolinea. Nemmeno il fascismo, che teneva distinte le cariche pubbliche da a quelle politiche arrivò a tanto». “La politica è sangue e merda”, come disse lo stesso Formica anni fa, ma non ammette vuoti. Nel senso che il vuoto lasciato dalla politica viene riempito. «Chi fa dietrologia commette un errore: chi oggi immagina di rimettere a posto la magistratura con l’alleanza tra i puniti di ieri rischia di produrre danni irreparabili, di creare grumi guerriglieri. La sola via d’uscita per la politica è autoriformarsi e tornare a tutelare col dialogo la propria autonomia garantendo e pretendendo quella della magistratura». Non sarà facile.


politica

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Riforme. Il ministro Mariastella Gelmini presenta una nuova proposta generale per la scuola

Il liceo diventa ballerino di Rossella Fabiani

ROMA. Il Consiglio dei Ministri ha approvato i decreti per la riorganizzazione delle scuole per l’infanzia, elementari, medie e superiori. Per la prima volta in Italia, dopo la riforma Gentile del 1923, si mette mano alla scuola con una riforma organica di tutti i cicli (elementari, medie, superiori). E, da quanto annunciato dal ministero dell’Istruzione, le elementari e medie cambieranno dal 1° settembre 2009, le superiori dal 1 settembre 2010. Niente più giungla di indirizzi alle superiori, maestro unico alle elementari, inglese potenziato per tutti e cinque gli anni del secondo ciclo, anticipi alla materne. Queste, alcune delle innovazioni introdotte dal piano programmatico voluto dal ministro Mariastella Gelmini che - se saranno approvate dal Parlamento, segneranno il nuovo corso della scuola italiana, con novità in tutti i cicli di istruzione. Vediamo che cosa cambia nei vari organiamenti. Scuole superiori. La frammentazione dei percorsi aveva portato a più di 700 indirizzi. Ora passeranno da 204 a 11 negli istituti tecnici con due settori di riferimento, economico e tecnologico e da 510 a 9 nei licei. Al liceo scientifico si continuerà a studiare il latino. Compaiono due nuovi licei: quello di scienze umane (ex magistrali) e quello musicale-coreutico (danza e musica). Previsto l’ampliamento del liceo artistico che avrà nuovi indirizzi: figurativo, design e new media. Alle superiori saranno previsti stage in azienda al quinto anno e sarà potenziato l’inglese che diventerà obbligatorio per tutti i cinque anni. Le ore di lezione

in breve Election day il 6 giugno Il 6 giugno (pomeriggio) e il 7 giugno (per tutta la giornata) del 2009 ci saranno le elezioni amministrative e quelle europee. A confermalo è stato il ministro dell’Interno Roberto Maroni annunciando la decisione del Cdm di dar vita all’election day.

Marcegaglia, malore alla Farnesina Emma Marcegaglia ha avuto un malore ieri dopo aver bevuto acqua da una caraffa alla Farnesina, dove partecipava ad una tavola rotonda. Al ministero degli Esteri sono arrivati i carabinieri del Nas, per verificare se ci fosse una relazione tra il malore che ha colpito Marcegaglia e il liquido ingerito.

saranno da 60 minuti e non più da 50. Nei tecnici, al quinto anno delle superiori una materia sarà insegnata in inglese. In tutti i nuovi licei (musicale coreutico, artistico e scienze umane) ci saranno due lingue obbligatorie. Gli istituti tecnici vengono organizzati secondo lo

scelto. Nei tecnici inoltre, al quinto anno delle superiori una materia non linguistica verrà insegnata in inglese. Resta la centralità delle ore in laboratorio: saranno dei veri e propri centri di innovazione attraverso la costituzione di dipartimenti di ricerca.

Ci saranno 11 istituti tecnici e 9 licei. Fanno il loro esordio anche molti nuovi indirizzi: da quello musicale-coreutico e quelli dedicati alla creazione figurativa, al design e ai new media schema del 2+2+1. Il primo biennio avrà un contenuto formativo di base: italiano, matematica. Il contenuto del secondo biennio, specialistico, varierà a seconda degli indirizzi. L’ultimo anno sarà di perfezionamento mirato all’indirizzo

Rafforzata anche la lingua straniera in tutte le scuole di ogni ordine e grado: la lingua diventa infatti obbligatoria in tutti i cinque anni delle superiori, visto che ad esempio, al liceo classico era presente solo al ginnasio. Anche alle scuole me-

Violenti scontri tra studenti e polizia. Manifestazione anche a Salonicco

Atene, Natale con i lacrimogeni Il centro di Atene, addobbato per le feste natalizie, è stato scosso ancora una volta da violenze e scontri tra agenti in assetto antisommossa e studenti (circa settemila), scesi in piazza per manifestare contro la morte del liceale ucciso da un poliziotto il 6 dicembre scorso. I tafferugli hanno scatenato il panico tra i passanti e quanti si trovavano nelle vicinanze, impegnati nello shopping natalizio. La polizia ha utilizzato i gas lacrimogeni rendendo in poco tempo l’aria irrespirabile. Un primo gruppo di dimostranti si è raccolto in piazza Omonia, nel centro città, convocato dal Partito comunista greco, per poi sfilare verso il Parlamento, teatro di manifestazioni quotidiane degli studenti dalla morte di Alexis Grigoropoulos, 15 anni, a Atene. Un secondo gruppo di manifestanti si è riunito sotto le bandiere dei sindacati dei professori, dell’u-

nione dei liceali e degli studenti e di organizzazioni di sinistra, davanti all’Università di Atene. Circa 300 persone hanno manifestato anche a Salonicco, nel nord del Paese. Intanto, mercoledì sera, un liceale era rimasto leggermente ferito da colpi d’arma da fuoco davanti alla sua scuola a Peristeri, periferia ovest di Atene. Il ragazzo è stato ferito al polso da un proiettile mentre stava parlando con altri giovani in una via pedonale del quartiere. Il giovane, figlio di un sindacalista, ha 16 anni e sarebbe stato ferito da un colpo sparato da un fucile ad aria compressa. La polizia ha affermato che al momento dell’incidente nessun poliziotto si trovava in quella zona.

die l’inglese sarà potenziato: se le famiglie lo desiderano, la materia passerà da 3 a 5 ore. In tutti i nuovi licei (musicale e coreutico, artistico e scienze umane) inoltre verranno introdotte due lingue obbligatorie. Nei licei - scientifico e classico - verranno invece potenziate le materie scientifiche. Il numero totale delle ore realmente svolte in classe, quindi, aumenta.

I docenti migliori avranno più soldi: dal 2011 gli “eccellenti”potranno ricevere un premio produttività che potrà arrivare fino a 7.000 euro l’anno. Anche se non è chiaro chi ne stabilirà, appunto, l’eccellenza. Per quanto riguarda invece il maestro unico, verrà abolito alle elementari il modulo a più maestri degli anni ‘90 e verrà quindi introdotto l’unico maestro di riferimento. Infine, si introduce nella scuola dell’infanzia la possibilità di anticipare l’iscrizione a 2 anni e mezzo. Secondo il governo, quelli varati ieri sono provvedimenti di «ammodernamento della scuola che vanno nella direzione di dare una risposta alla crisi internazionale: nella società della conoscenza si risponde alle difficoltà economiche con provvedimenti forti nella scuola, nell’università e nella ricerca», come ha voluto sottolineare il ministro Gelmini. Il progetto, sempre secondo l’autrice, «dà il segno della volontà del governo di innovare fortemente la scuola, di renderla più moderna, a passo con il mondo economico e il settore produttivo».

Caso Eluana, lite tra Sacconi e la clinica di Udine «Dal ministro Sacconi abbiamo ricevuto vere e proprie intimidazioni»: lo afferma il portavoce della clinica di Udine diposta ad accogliere Eluana Englaro, dopo il diktat del ministro del Welfare che aveva minacciato di togliere la convenzione pubblica a qualunque struttura si dica disposta a interrompere l’alimentazione di Eluana.

De Gennaro a processo per il G8 di Genova Quattro parti civili su cinque che avevano fatto richiesta sono state ammesse dal Tribunale di Genova ell’udienza preliminare a carico dell’ex capo della polizia Giovanni De Gennaro, dell’ex questore di Genova Francesco Colucci e dell’ex dirigente della Digos genovese Spartaco Mortola. Secondo l’accusa, De Gennaro, Colucci e Mortola devono rispondere, a vario titolo, di falsa testimonianza e istigazione alla falsa testimonianza. Il procedimento è stato sospeso in attesa della decisione della Corte di Cassazione sull’istanza di remissione presentata dal legale di Colucci per ottenere un cambio di sede del processo. L’istanza, ritenuta ammissibile, è stata assegnata per la valutazione alla sesta sezione della Corte.


politica

19 dicembre 2008 • pagina 7

in breve Il Vaticano accusa: «statolatria in Spagna»

Contraddizioni. Nonostante le rassicurazioni di Napolitano, aumenta il giro d’affari fra Roma e Teheran

Doppio gioco sull’Iran Meglio gli affari che i diritti di Emanuele Ottolenghi segue dalla prima Però, come diceva il presidente americano Ronald Reagan, «Trust, but verify»: abbi fede, ma fai le verifiche. Quindi ci siamo permessi di controllarli, questi benedetti dati. E qui ci siamo trovati un po’ sorpresi, perchè essi ci dicono l’opposto di quello che raccontava il presidente Napolitano a Gerusalemme. Citiamo le fonti a scanso di equivoci. Secondo il rapporto congiunto Farnesina-Istituto Commercio Estero, nel primo semestre 2008 nei rapporti commerciali bilaterali c’è da segnalare che «nei primi 5 mesi del 2008 si è registrato un sensibile incremento delle esportazioni italiane verso l’Iran rispetto allo stesso periodo 2007 (+35.8%), che conferma una tendenza gia’ evidenziatasi negli ultimi mesi del 2007. Nello stesso periodo si è altresì evidenziata una flessione delle importazioni dall’Iran pari a -17%».

Nessuno, naturalmente, mette in dubbio la buona fede del presidente, ma i dati forniti dall’Ice e dalla Farnesina parlano chiaro. E se poi questo non bastasse, i recenti dati Istat sul commercio estero, che riguardano i primi sette mesi del 2008, confermano ulteriormente il quadro offerto dall’Ice. Non solo l’Italia ha aumentato il volume delle sue esportazioni (sia in valori monetari che in tonnellate), ma l’aumento più significativo riguarda proprio le categorie più problematiche del nostro rapporto commerciale con l’Iran. Non si tratta soltanto di maggiori beni di consumo, complice anche il fatto che il regime tariffario iraniano è più aperto ai beni stranieri. Certo, esportiamo più maglieria, scarpe e pelletteria, beni di lusso, persino pelliccie (4.700 euro!). Ma l’aumento più vertiginoso é avvenuto nel

settore macchine industriali: 766 milioni di euro nei primi sette mesi del 2008, contro i 566 milioni dell’anno precedente nel caso di macchine e apparecchi e congegni meccanici; e 105 milioni contro gli 84 dell’anno scorso nel caso di macchine e apparecchi e materiale elettrico. Le due categorie insieme sono due terzi dell’intera voce esportazioni italiane in Iran. Nè tale aumento vertiginoso si giustifica a causa dei prezzi del petrolio che in coincidenza dei primi sette mesi dell’anno aumentavano vertiginosamente da 90 dollari al barile a gennaio a 147 in lu-

Secondo il rapporto congiunto Farnesina-Istituto Commercio Estero, nei primi 5 mesi dello scorso anno l’interscambio commerciale è aumentato del 35,8 per cento glio. Le quantità assolute di merce venduta all’Iran chiariscono che non si tratta solo di un aumento di prezzi a causare l’aumento del valore assoluto delle esportazioni: da quasi 55mila tonnellate a 77mila tonnellate di macchinari meccanici e da 10mila e cinque-

cento tonnellate a quasi 15mila tonnellate di macchinari e apparecchi elettrici.

L’Italia aspira a un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza. Aspira a essere parte del meccanismo del 5+1 incaricato di negoziare con l’Iran. Aspira a essere aggiunta alla troika europea che negozia con Teheran. Sono aspirazioni comprensibili e persino condivisibili. Ma deve veramente affermare il proprio diritto a un ruolo di spicco nel dossier iraniano aumentando la sua interdipendenza economica con un Paese che rappresenta una minaccia ai suoi interessi strategici nella regione? Il comportamento italiano commerciale non è certo l’eccezione: come nota il rapporto Ice, la questione si ripropone in Germania e Francia, Paesi il cui volume d’affari con l’Iran è similmente aumentato nel 2008. Ma mal comune mezzo gaudio. Se vogliamo evitare una guerra nel Golfo, o un Iran nucleare che minaccia l’Europa e i suoi vitali interessi nella regione, l’unica strada è quella delle sanzioni. Tocca al governo dunque mettere in riga i nostri industriali e legiferare in maniera chiara per garantire che l’Italia non faccia ancora una volta la figura di chi predica bene e razzola male.

In Spagna sta avanzando l’indottrinamento laico, la «statolatria», ovvero l’ingerenza dello Stato nella vita personale di ognuno. A denunciarlo è mons. Angelo Amato, attuale prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, già ex segretario della Dottrina della Fede e amico personale di Papa Ratzinger. «Ovviamente qui a Roma noi sappiamo bene di questo grave problema», ha osservato il presule. «Fortunatamente possiamo contare su una Chiesa spagnola che ha approfondito seriamente il problema e ha dato una risposta pubblica e chiara, in base al principio cattolico della difesa della libertà religiosa e dei principi della dignità della vita e di ogni persona». «La questione ha aggiunto - è che in tutta Europa si sta introducendo la categoria della cosiddetta biopolitica. Lo Stato cioè entra sempre più nella vita personale di ognuno: obbliga le famiglie a scegliere determinate scuole con determinate materie, non d’istruzione ma d’indottrinamento».

Ruanda, 4 condanne per il genocidio A distanza di 14 anni, arrivano le prime importanti condanne per il genocidio del Ruanda. Il tribunale penale internazionale ha inflitto l’ergastolo al colonnello Theoneste Bagosora e ad altri due alti ufficiali, Aloys Ntabakuze e Anatole Nsengiyumva.Tutti riconosciuti colpevoli di «genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra» per il massacro di hutu e tutsi del 1994. Il generale Gratien Kabiligi è stato invece assolto e rilasciato. Un’altra corte dello stesso tribunale ha condannato a 20 anni Protais Zigiranyirazo, cognato dell’ex presidente Habyarimana. Il generale Kabiligi era responsabile delle operazioni militari dello Stato maggiore dell’esercito; il colonnello Nsengiyumva comandava le operazioni nel settore militare di Gisenyi, nel nordovest del Ruanda; il maggiore Ntabakuze era a capo di un battaglione paramilitare nella zona dell’aeroporto di Kigali; il colonnello Bagosora era capo di gabinetto al ministero della Difesa all’epoca del genocidio.


economia

pagina 8 • 19 dicembre 2008

Equilibri. Il Superministro non fa sconti ai governatori e chiede mano libera sull’uso dei fondi europei per il Sud

Attacco alle Regioni Tremonti punta a gestire i 123 miliardi di euro che la Ue stanzierà fino al 2013 di Francesco Pacifico segue dalla prima Forse le stime sulla disoccupazione lanciate ieri mattina dall’Istat – al 6,1 per cento nel terzo trimestre – hanno reso più immediato un allarme che sembrava gestibile fino al 2009. Fatto sta che il Giulio Tremonti che dialoga con tutti (Papa Benedetto XVI, Bersani, sindacati o le banche) ieri mattina non si è visto all’incontro a Palazzo Chigi con i governatori. I presidenti di Regione si aspettavano una proposta di armistizio sull’utilizzo di quella massa di denaro – 123 miliardi tra fondi per le aree sottoutilizzate e quelli sociali, l’85 per cento al Sud, il resto al Centronord – che dovrebbe piovere sull’Italia tra il 2007 e il 2013. Soldi che per consuetudine le Regioni hanno sempre indirizzato a loro totale piacimento. Sui fondi Fas il governo, come accade con le risorse per la sanità, stima il quantum in base alle richieste e alle modulazioni del monte direttamente a disposizione delle Regioni. Quelli per la coesione finiscono agli enti, che hanno piena competenza sulla formazione, come prevede il Titolo V della Costituzione. Ma a Tremonti questo schema non piace.

Ieri – incontrando l’emiliano Vasco Errani, la piemontese Mercedes Bresso e l’umbra Maria Rita Lorenzetti – prima si è appellato a problemi di finanza pubblica, quindi ha ricordato che, competenza o meno sui fondi, è dello Stato centrale la gestione del patto di stabilità, dell’equilibrio su spese ed entrate. Nel quale rientrano anche quelle degli enti locali. In più, sul versante delle risorse per la coesione, la Ue avrebbe fatto già sapere di poter accettare una riprogrammazione. E tanto basta al ministro per sentirsi più forte in questa trattativa.Talmente forte da non sentire il bisogno di chiudere la partita con le Regioni. La cosa non piace ai presidenti delle giunte. Che ieri avrebbero strappato al governo, come ha spiegato Errani, soltanto «un impegno a non toccare nessuna quota dei Fas regionali fino a un accordo chiaro e trasparente, che ci consentirà di

spendere le risorse». Un accordo che dovrà essere stretto all’inizio di gennaio. Al riguardo ha chiarito il governatore del Piemonte, Mercedes Bresso: «È stato tutto rinviato a una proposta che ora il governo non è stato ora in grado di presentarci. Se si vogliono utilizzare quote di fondi Ue per gli ammortizzatori sociali, questo accordo va per chiuso il prima possibile. La crisi economica incombe e quindi abbiamo fatto presente al governo che la trattativa è urgentissima. Ma per il momento non ci sono state date cifre né percentuali sulle quote dei fondi da usare».

A scatenere le ire delle Regioni è stata prima la decisione di usare le risorse Fas di competenza regionale per una serie di partite come l’assestamento dei bilanci dei comuni di Roma e Catania o il taglio dell’Ici. Quindi la decisione del ministro di spostare 7,3 miliardi dai fondi fas di competenza statale e riprogrammarli verso una serie di infrastrutture strategiche. Le stesse

che ieri sono state autorizzate dal Cipe, ma non concordate con le Regioni. Infatti il Cipe ha deliberato l’assegnazione dei fondi Fas per le infrastrutture. Come ha spiegato il ministero delle Infrastrutture, Altero Matteoli, si mettono a disposizione del suo dicastero «fondi aggiuntivi per 7,3 miliardi di euro, cui si sommeranno altri 9,3 miliardi di fondi statali e privati». Così «nel prossimo anno potranno essere avviate opere che interessano l’intero territorio nazionale e che prevedono complessivamente, con le risorse già disponibili, investimenti per 27,77 miliardi di euro». Ha spiegato infatti Errani: «Abbiamo chiesto di concordare con le Regioni interventi strategici e immediati, territorio per territorio, che vanno assicurati rispetto alle quote già definite dal quadro strategico nazionale. Ma il governo in queste settimane non è stato in grado di darci risposte sui Fas e questo non è un fatto positivo. Vedremo se finalmente arriveremo a questa sintesi». La prima mossa delle

Sulle risorse per il Fas e per la coesione sociale si attende dalla Ue l’ok a una diversa destinazione. Senza un accordo, gli enti locali pronti a chiedere l’intervento della Corte Costituzionale Regioni è stata chiedere il reintegro delle risorse che sono state già prelevate dai Fas di loro competenza. Ma i governatori sarebbero già in contatto da loro per valutare la possibilità di presentare ricorso alla Corte Costituzionale per rivendicare le loro prerogative sui fondi comunitari, così come si ipotizzava per la riforma scolastica.

Si profila un nuovo scontro, simili a quelli che hanno visto governo e periferia litigare in

passato sullo status delle fondazioni bancarie e sulla qualità dei tagli ai budget degli enti locali. Per non parlare delle ripercussioni sulle trattative sul federalismo fiscale. Ma la partita Cipe porta con sé altri strascichi: se Tremonti è riuscito a sbloccare i fondi per le infrastrutture, non ha potuto fare nulla sul Programma operativo nazionale ricerca e competitività, che da solo vale 6,2 miliardi di euro. Questo perché sono ancora grandi le divisioni

Consensi. Ai minimi l’indice Ifo sulle prospettive delle aziende. Strauss Kahn chiede più coraggio

Imprese e Fmi non si fidano della Merkel di Raffaele Cazzola Hofmann

ROMA. Le ripercussioni della crisi economica mondiale sono sempre più pesanti. Gli Usa, l’Unione europea, la Cina, il Giappone e la Russia hanno messo in cantiere i rispettivi piani anticrisi. Eppure la confidenza nel futuro degli operatori economici sta colando a picco. La conferma è giunta ieri dalla Germania: la nuova rilevazione dell’indice Ifo, che misura la fiducia degli imprenditori locali, è scesa a 82,6 punti, la peggiore performance dal 1982. In novembre si era attestato a quota 85,8. Ma quella di ieri è stata una doccia gelata perché le stime della vigilia attestavano l’indice Ifo a 84 punti. Per il presidente dell’Istituto tedesco per le ricerche economiche, Hans-Werner Sinn, «il rallentamento sta colpendo soprattutto le imprese che produ-

cono per l’export e i produttori di beni capitali». La crisi strutturale deprime l’occupazione e ogni aspetto della vita economica tedesca.

La rilevazione Ifo coincide perfettamente con le fosche previsioni macroeconomiche per i prossimi due anni, frutto dei dati combinati dell’Ufficio statistico federale e di Eurostat. Nel 2009 i consumi privati saliranno di un misero 0,6 per cento, mentre nel 2010 la crescita sarà uguale a zero. Nell’anno che sta per cominciare, invece, il prodotto interno lordo perderà 1,3 punti percentuali. E nel 2010 crescerà di appena lo 0,3 per cento. La Germania è – come il grosso dell’Europa –ormai preda di una forte recessione. I motivi prettamente economici, tuttavia, non spiegano

da soli il crollo della fiducia degli imprenditori del Paese motore dell’economia europea. Infatti le elezioni politiche sono ormai vicine. Nel prossimo maggio i tedeschi decideranno a chi dare la guida del governo. Nel 2005 i risultati delle urne non diedero una maggioranza netta. La soluzione di compromesso fu la grosse Koalition con la leader della Cdu, Angela Merkel, nel ruolo di cancelliere e i pezzi da novanta della Spd (usciti spaesati dalla fine della lunga parentesi di governo di Gerhard Schröder) a presidiare i ministeri più strategici. Col passare del tempo la grosse Koalition si è politicamente sfaldata. La resa


economia

19 dicembre 2008 • pagina 9

Nel 2008 è arrivato al nove per cento il tasso dei senza lavoro

La crisi entra in fabbrica Sala la disoccupazione di Vincenzo Bacarani

ROMA. Sarà probabilmente il più grande problema dei prossimi anni e già da oggi cominciano a intravedersi i primi, preoccupanti segnali. L’occupazione è in calo, anche se si tratta per il momento di un calo relativamente contenuto.

tra lui e i suoi colleghi competenti (Scajola o la Gelmini) sull’uso di questi soldi.

Con nuovi fronti aperti Tremonti è partito alla volta di Bruxelles per il vertice di Ecofin. Ufficialmente, alla cena inaugurale di ieri sera, si è iniziato a discutere della fattibilità del piano Ue da 200 miliardi, delle misure per il funzionamento del mercato interbancario, dell’afflusso del credito a imprese e famiglie e del regime di supervisione anticrisi. Ma forti della presenza del direttore del Fmi, Domenique StraussKahn, i ministri economici di Eurolandia hanno fatto nuove pressioni sul loro collega tedesco Steinbrück per aumentare

dei conti tra cristiano democratici e socialdemocratici è stata inevitabile. E alle prossime elezioni i due maggiori partiti dello scenario tedesco torneranno a correre per conto proprio. Le vicende della politica tedesca hanno una fortissima incidenza sulle questioni economiche. Prima che si scatenasse la crisi economica globale, era stata proprio l’export tedesco a trainare l’Europa, si erano creati posti di lavoro a livello globale. Ora tutto torna in discussione. Si profilano elezioni politiche ancora una volta molto equilibrate e nessuno è in grado di escludere un secondo tempo della grande coalizione (ma non per forza con la stessa compagine del governo Merkel). E questo non fa altro che aumentare l’incertezza degli imprenditori tedeschi.

Commentando le rilevazioni dell’indice Ifo, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique StrassKahn, ha chiesto a Berlino «un passo in più» sulle politiche an-

Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Sotto il cancelliere tedesco Angela Merkel. A destra, i cancelli della Fiat di Mirafiori chiuderanno per quattro settimane la dotazione direttamente in quota tedesca.Tremonti, oltre a ribadire le sue critiche sui centri offshore e le sue proposte sull’emissione di bond per le infrastrutture, avrebbe messo sul tavolo il problema della riprogrammazione dei fondi europei. Ma da Bruxelles non è giunta ancora una risposta definitiva, anche perché la partita potrebbe intrecciarsi con una non meno delicata: quella degli aiuti all’auto.

ti crisi, paventando, in caso di inerzia, «ricadute molto dure per i cittadini». Ma ha aggiunto di comprendere «la riluttanza» del governo a varare nuove misure. Proprio questo è il punto centrale della vicenda tedesca. Perché “la riluttanza”del governo si spiega certo con la dovuta cautela dopo l’annuncio di un secondo megapiano di sostegno biennale del valore di 31 miliardi di euro. Ma si spiega anche, e in modo consistente, con la materiale impossibilità politica per un governo in scadenza di assumersi altre responsabilità. E così, presi nella morsa della crisi economica e dell’incertezza sul futuro politico della Germania, gli imprenditori tedeschi non possono far altro che veder crollare la loro fiducia nel futuro. Non a caso, a dimostrare quanto gli imprenditori della Germania vedano al futuro con grande incertezza, ci pensa anche uno dei sottoindici Ifo. È quello che misura le prospettive di stabilità, scivolato dai 94,8 punti di novembre agli 88,8 di ieri.

I dati Istat, comunicati ieri, parlano di un aumento significativo delle persone in cerca di lavoro: 127 mila unità, pari al più 9 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 6,1 per cento (più 0,5 sul 2007) e per la prima volta dal 1997 risulta in calo l’occupazione maschile, mentre salgono quella femminile e quella straniera. Che la tendenza negativa, evidenziata dall’indagine Istat, sia destinata a salire lo confermano i continui annunci di tagli e cassa integrazione che riguardano le grandi aziende con i relativi indotti (Telecom e Fiat, ad esempio). Non solo, al Lingotto di Torino si attende a ore l’annuncio di cassa integrazione per gli impiegati (e sarebbe la seconda volta dal 2005) mentre gli operai resteranno in “vacanza natalizia” fino al 17 gennaio: quattro settimane di ”sosta forzata” in inverno sono una assoluta novità, in casa Fiat. Dai dati emerge che nel terzo trimestre 2008 il numero di occupati è risultato pari a 23 milioni e 518 mila unità, manifestando un aumento su base annua dello 0,4% (più 101 mila unità), in deciso rallentamento rispetto al recente passato. Il risultato riflette ancora una volta l’incremento della popolazione straniera registrata in anagrafe. A livello territoriale, alla crescita di occupazione del Nord (più 1,3%, pari a 151 mila unità) si è associato il moderato incremento del Centro (più 0,3%, pari a 14 mila unità) e la diminuzione del Mezzogiorno (meno 1,0%, pari a -64 mila unità), a sintesi del calo della componente maschile e dell’aumento di quella femminile. L’aumento della disoccupazione ha continuato a interessare soprattutto gli uomini ex-occupati nelle regioni settentrionali e centrali (più 32 mila unità) e le donne ex-inattive nel Mezzogiorno (più 29 mila unità). Ad eccezione del Nord-est, l’aumento del tasso di disoccupazione è diffuso in tutte le ripartizioni territoriali. Nel Centro la crescita ha interessato in misura più accentuata le donne, mentre nel Mezzogiorno l’innalzamento dell’indicatore ha riguardato prevalentemente la componente maschile. Il tasso di disoccupazione del Mezzogiorno (11,1%) è rimasto molto più elevato in confronto a quello del Nord (3,4%) e del Centro (5,7%). Anche il tasso di disoccupazione degli stranieri è cresciuto nuovamente, passando dal 6,5% del terzo trimestre 2007 al 6,9%. A preoccupare di più, tuttavia, sono i dati relativi

al Mezzogiorno. Lo rileva l’Isae (Istituto di studi e analisi economica) che sottolinea – nel contempo - come in quadro congiunturale in peggioramento, «gli indicatori aggregati del mercato del lavoro evidenziano una sostanziale tenuta». I segnali negativi, secondo l’Isae, provengono dal Sud, dove «l’occupazione si è sensibilmente contratta ed è contemporaneamente aumentato il numero di persone in cerca di occupazione». Analizzando in particolare la situazione, si nota come nel Mezzogiorno l’occupazione si sia sensibilmente contratta (0,6% pari a 38 mila occupati in meno nei dati al netto di influenze stagionali), a fronte di an-

La situazione si è molto appesantita al Sud: 11,1% contro il 3,4% del Nord e il 5,7% del Centro. Anche per gli stranieri le cose vanno male: il 6,9% di loro non ha occupazione damenti che permangono positivi nel Nord (+0,2%) e al Centro (+0,6%). Nelle regioni meridionali il tasso di disoccupazione è aumentato (+0,2% fino a quota 12%), a seguito del forte aumento delle persone in cerca di occupazione (+1,2% su base congiunturale). Nel Nord e nel Centro il tasso di disoccupazione è diminuito (rispettivamente, uno e due decimi di punto rispetto al trimestre precedente).

Da notare che un aumento del tasso di disoccupazione del 12 per cento – raggiunto o sfiorato in alcune zone del Sud - può portare, secondo numerosi osservatori, a fenomeni di forte disagio sociale. Sempre nel Mezzogiorno, su base tendenziale, si osserva, tra le persone in cerca di occupazione, una sensibile crescita della componente di individui senza precedenti esperienze lavorative. In confronto al secondo trimestre 2008, l’occupazione nell’insieme del territorio nazionale ha registrato un marginale incremento, pari allo 0,1%. Il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni è diminuito di un decimo di punto rispetto al terzo trimestre 2007, portandosi al 59%.


panorama

pagina 10 • 19 dicembre 2008

Vigilanza. Il commissario, che punta a dimettersi dopo le Europee, oppone a Schifani «la Costituzione»

La guerra di Villari a colpi di “cavilli” di Marco Palombi

ROMA. «Fatemi arrivare alle Europee e poi mi dimetto». E’ questo il messaggio che Riccardo Villari, attraverso i fidati amici personali che ancora conta nel Pd, avrebbe fatto arrivare a Walter Veltroni la scorsa settimana.

Il presidente della commissione di Vigilanza Rai in questi sei mesi - si vota a giugno - vuole accreditare la sua immagine istituzionale gestendo l’elezione del nuovo consiglio d’amministrazione della Rai e scrivendo le regole della prossima campagna elettorale. A via del Nazareno, però, non ci pensano nemmeno a lasciare tranquillo Villari per un semeanche stre, perché il terremoto che probabilmente agiterà il Partito democratico dopo l’annunciata débacle al voto europeo metterà in secondo piano qualunque altra questione. Il se-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

gretario del Pd, sempre la scorsa settimana, ha parlato per l’ennesima volta della vicenda con Gianni Letta, vero artefice dell’accordo sul nome di Sergio Zavoli e anche lui preoccupato per la piega che hanno preso le cose: se Veltroni, infatti, s’è accorto dai pizzini di Latorre e da qualche altra decina di indizi

cuto e pure una parte della maggioranza ha cominciato a disertare le riunioni tanto che martedì, per la seconda parte dell’audizione dei vertici della Rai, in aula c’erano solo una quindicina di commissari. La questione però resta di difficile soluzione visto che Villari si sta dimostrando parecchio resi-

Secondo i suoi legali, l’appiglio sarebbe offerto dal fatto che un parlamentare può esercitare il proprio ruolo senza vincolo di mandato del contropaccotto che gli aveva organizzato una parte dei suoi, anche il Gran Visir del Cavaliere vede assai diminuito il suo prestigio a corte per via dell’ammutinamento dei deputati del Pdl, i quali continuano a non fare nulla per convincere Villari all’addio.

Letta e Veltroni, dunque, si sono accordati per non concedere tregua al presidente della Vigilanza e arrivare a una soluzione tra gennaio e febbraio: le opposizioni continuano a non presentarsi a palazzo San Ma-

stente: gli esperti hanno spiegato sia a Letta che a Veltroni che non esiste modo di “sfiduciare” il presidente della Vigilanza perché il Regolamento della commissione non lo prevede in modo esplicito. Le ipotesi per uscire da questa impasse sono due: o si cambia il regolamento – processo lungo e di difficile direzione – o si fa leva sulla “rappresentanza proporzionale”dei gruppi parlamentari che i presidenti delle Camere devono garantire nominando i commissari. Si è scelta questa seconda via e lunedì Renato

Schifani l’ha annunciata al mondo: Villari deve lasciare la guida della Vigilanza «anche perché il suo passaggio d’ufficio al gruppo Misto altera gli equilibri della rappresentanza politica in commissione».

Lunedì prossimo la Giunta per il regolamento del Senato inizierà la sua istruttoria, ma anche questa via sembra difficilmente percorribile: Villari avrebbe già allertato i suoi avvocati che sarebbero pronti a opporre al regolamento nientemeno che la Costituzione, in special modo laddove recita che il parlamentare esercita il suo ruolo «senza vincolo di mandato». In realtà, come ha chiarito Maurizio Gasparri, la via “disciplinare” non porterà a nulla e non resta che la “moral suasion”. Per questo Letta sta tentando di convincere il Pdl a disertare in massa i lavori della commissione, come già fanno Pd, Udc e Idv, e a quel punto Veltroni dovrebbe offrire a Villari il rientro nel partito in cambio delle dimissioni. Resta da vedere se il nostro non stia meglio da solo.

A Napoli Peppe Barra ripropone l’antico racconto natalizio. Aggiornato e corretto

Va in scena «La cantata degli assessori» rimo giorno di novena. I “pastori” sono venuti ieri a casa e davanti al presepe hanno cantato e suonato. Annunciano la cosa più naturale e sacra di questo mondo: la nascita di un bambino. Se noi siamo al mondo è perché siamo nati. Lo so, è una banalità. Ma le grandi verità sono parenti stretti delle grandi banalità. Nella nascita del 25 dicembre - la natalità - c’è la nostra storia di uomini che vengono al mondo per creare il mondo e la sua storia. Hannah Arendt lo dice in modo semplice e meraviglioso in un suo celebre libro, Vita activa.

P

Una citazione un po’ lunga ma bella. Posso proporvela? Eccola: «Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della nascita, in cui è ontologicamente radicata la facoltà di agire. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che l’antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa e efficace espressione nelle po-

che parole con cui il vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: un bambino è nato tra noi». Il Sole splende sulle umane sciagure, ma le nascite degli uomini - la nascita dell’uomo, il fatto che l’uomo nasca - è la nostra capacità di «iniziare qualcosa di nuovo». Il Natale. Che presepe è il presepe di quest’anno? Gli uomini nuovi sono finiti nella nuova tangentopoli. La Tangentopoli 2 che, a guardarla bene, è più brutta della prima: l’affare, l’imbroglio, il furto non hanno più bisogno della politica. Chi accusava è accusato, chi chiedeva gli arresti è arrestato, chi moraleggiava è immorale. La “lieta novella” era una bugia. Lo scrittore Roberto Saviano ha detto ciò che era chiaro da qualche anno: «Al di là delle attuali vicende in corso a Napoli e di come andranno a finire, una cosa va detta, che il centrosinistra avesse relazioni con la crimi-

nalità organizzata lo si sapeva da dieci anni. Non a caso la Campania e la Calabria, feudi del centrosinistra, hanno il record per crimini di questo tipo». Il presepe napoletano è brutto assai. Le due facoltà umane, fede e speranza, sembrano spente per sempre. La cantata dei pastori, la famosa cantata pastorale che Peppe Barra porta in scena anche quest’anno a Napoli, al Teatro Delle Palme, sembra raccontare una storia attuale scritta trecentocinquanta anni fa: ci sono Sarchiapone e Razzullo, il Diavolo e l’Arcangelo, il Pescatore e il Cacciatore e, naturalmente, Giuseppe e Maria che ha in grembo il Salvatore. La Cantata fu scritta nel 1698 da Casimiro Ruggiero Ogone, che era lo pseudonimo del siciliano Andrea Perrucci, ed era nota non solo come «La cantata dei pastori» ma anche come «Il vero lume tra le tenebre» oppure «La nascita del verbo».

Dove può nascere il Bambino? Questa la storia. Dove può nascere senza il pericolo di Belfagor? La Cantata, come la tradizione voleva e richiedeva, si arricchiva di volta in volta di personaggi e fatti del momento. Non è difficile pensare a un trama con assessori, imprenditori, appalti pubblici, saltimbanchi di ieri e di oggi.

Dove fareste nascere Gesù? Dov’è oggi la grotta di Betlemme nella nostra Italia? La Cantata dei pastori potrebbe essere riscritta come «La cantata degli assessori». Abbiamo bisogno di uomini nuovi che sappiano incarnare il senso della lieta novella: la capacità di iniziare una nuova storia che sia poi a sua volta degna di essere raccontata. Si può essere delusi e disincantati quanto si vuole, ma alla fine - se ci si pensa bene - non c’è altra strada se non quella che porta al Natale. Il nuovo inizio, la nuova storia, la lieta novella: un bambino è nato tra noi. Il Sole continuerà a splendere sulle sciagure e miserie degli uomini: perché in ogni cantata dei pastori c’è anche una cantata di assessori. Ma è il senso stesso della nascita: così si compie il miracolo che preserva il mondo della nostre umanissime faccende e la nostra possibilità di salvarci o di dannarci l’anima.


panorama

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Ricatti. La Russia, colpita dalla crisi economica globale, vuole rifarsi come Paese produttore di petrolio e di gas

Fa freddo. L’Italia paga la bolletta a Putin di Enrico Singer er il momento la minaccia è diretta contro l’Ucraina: se non pagherà la sua bolletta arretrata da 2,4 miliardi di dollari, i rubinetti del gas russo si chiuderanno. Ma non illudiamoci. Nell’eventualità, assai concreta, di una nuova crisi tra Mosca e Kiev, a sentire freddo, molto freddo, sarà anche il resto dell’Europa: Italia e Germania in testa. Perché è attraverso la stessa pipeline che passa la maggior parte dei rifornimenti che dai giacimenti siberiani arrivano in Occidente e le riduzioni di pressione nelle stazioni di pompaggio colpiscono tutti, come le brutte esperienze degli ultimi due inverni hanno insegnato. Poco importa che il prezzo del petrolio - e di conseguenza quello del gas che è comunque legato alle quotazioni del greggio - sia ormai crollato a 40 dollari al barile.

ni di barli al giorno presa dall’Opec nell’ultima riunione tenuta due giorni fa a Orano, in Algeria, non ha inciso - ancora sul mercato che è saturo di scorte (321 milioni di barili soltanto quelle degli Usa). Ma al di là dei prevedibli tagli decisi dall’Organizzazione dei Paesi produttori, la vera novità emersa a Orano è l’alleanza sempre più stretta tra l’Opec e la Russia che, per la prima volta, ha partecipato al vertice con il suo vicepremier, Igor Sechin, e con il suo ministro dell’Energia, Serghei Shmatko.

P

I conti si fanno a consuntivo e proprio ieri il presidente dell’Unione petrolifera, Pasquale De Vita, ha avvertito che per l’Italia la bolletta energetica, nel 2008, raggiungerà il record storico di

Ultimatum all’Ucraina: o paga il suo debito di 2,4 miliardi di dollari, o i rubinetti del gasdotto che serve anche Germania e Italia saranno chiusi 56,7 miliardi di euro: 10 miliardi in più del 2007, nonostante il calo dei consumi e il cambio favorevole euro-dollaro. Certo, se nel 2009 i prezzi di petrolio e gas si manterranno ai livelli bassi che hanno raggiunto oggi, la bolletta per il prossimo anno sarà meno disastrosa. Sarebbe

tuttavia ingenuo affidarsi a previsioni ottimistiche perché sul tavolo della grande partita energetica i Paesi consumatori non giocano da soli e i Paesi produttori stanno preparando le loro contromosse. È vero che la decisione di ridurre, da gennaio, la produzione di 2,2 milio-

La crisi economica globale ha colpito la Russia al punto che lo stesso Putin ha ammesso che la crescita scenderà sotto la soglia del 7 per cento con un tasso d’inflazione che ha ormai raggiunto il 13 per cento e con le grandi aziende strategiche in difficoltà tanto che è stato già varato un piano di salvataggio che costerà al Cremlino cinquemila miliardi di rubli (circa 150 miliardi di euro). Con queste performances è inevitabile che Mosca punti adesso sulla sua forza di Paese produt-

Regali. Come al solito, Natale generoso per il premier: sorprese per tutti, deputati e senatori

Perle e poltrone, i doni di Re Silvio di Francesco Capozza

ROMA Silvio Berlusconi avrà certamente tanti difetti, potrà pure essere accusato di qualche turpitudine, ma certamente di lui non si può dire che sia avaro. Anzi. Ogni anno la nutrita ciurma dei peones parlamentari aspetta il Santo Natale più per il prezioso dono elargito munificamente da Re Silvio che per la nascita del bambinello Gesù. Quest’anno, per giunta, a batter cassa al novello Babbo Natale saranno anche i deputati e i senatori di Alleanza Nazionale che, in quanto confluiti nel soggetto unitario, pretendono lo stesso trattamento dei loro pari forzisti.

popolare, infatti, secondo cui regalare delle perle porti male. Niente paura però, per le signore Babbo Silvio ha pensato proprio a tutto: un bel collo impreziosito da un filo di perle può, infatti, essere aggredito dal freddo delle serate invernali. Ecco allora un secondo dono, una preziosa pachmina. Ma siccome a Natale siamo tutti più buoni, il premier, che non si accontenta mai di essere equiparato a un semplice umano, ha deciso di esserlo ancora di più e per

al rango di ministri. I due fortunati in questione sono Ferruccio Fazio, che da sottosegretario al Welfare diventerà titolare del rinato ministero della Salute e la rossa Maria Vittoria Brambilla (che tra l’altro quest’anno passerà davvero un bel Natale: oltre al gallone da ministro, infatti, riceverà, il 23 dicembre, la rimessa in onda dei programmi della Tv delle Libertà), che vedrà il suo sottosegretariato al Turismo diventare un vero e proprio dicastero.

Il consiglio dei ministri di oggi dovrebbe sancire due nuovi incarichi: Sanità per Fazio e un bel ministero per il Turismo per la Brambilla

Negli anni passati i parlamentari azzurri hanno ricevuto telefonini, palmari, navigatori satellitari (i signori), foulard di seta finissima, spille, orecchini (le signore). Quest’anno, forse per festeggiare il ritorno al governo e per giunta con un consenso così ampio il Beato Silvio da Arcore ha voluto strafare, non badando a spese: i signori, deputati e senatori, troveranno sotto l’albero un bel notebook, per poter lavorare ovunque (sì, certo...), le signore, invece, potranno sedere alla tavola natalizia sfoggiando una bellissima collana di perle. Dono di Silvio, of course. Qualcuna sembra addirittura che abbia storto il naso: c’è una tradizione

due componenti del suo snellissimo esecutivo ha previsto un super regalo: una bella promozione. Da tempo si parla di ”spacchettare” alcuni dicasteri resi dei veri e propri superministeri dalla riforma voluta da Prodi. Fino a oggi il presidente del Consiglio era riuscito a tenere a bada gli animi dei numerosi scontenti ma, forse, adesso ha ritenuto che fosse giunto il momento per un piccolo ”rimpasto”governativo. Oggi si riunirà l’ultimo Consiglio dei ministri prima della pausa natalizia e, con molta probabilità, comunicherà che due attuali sottosegretari saranno subito dopo elevati

Il Capo dello Stato dovrebbe firmare i decreti di istituzione dei due nuovi ministeri già nelle prossime ore. Tutti contenti, tutti felici; sembrerebbe. E invece no, nonostante cotanta munificenza qualcuno è rimasto a bocca asciutta. Trattasi di altri due sottosegretari, Roberto Castelli (Infrastrutture) e Paolo Romani (Comunicazioni): entrambi speravano che Babbo Silvio accontentasse anche i loro sogni di gloria. Sarà per il prossimo giro, tanto lo sappiamo, il Berluska proprio non ce la fa ad essere cattivo.

tore di materie prime (energetiche e non solo) piuttosto che di potenza industriale. Ecco il perché dell’avvicinamento all’Opec dalla quale era sempre voluta rimanere fuori per avere mano libera su prezzi e livelli di produzione e che diventa ora un interessante cartello da rafforzare anche in funzione anti-Usa (Stati Uniti e Messico sono i principali produttori che non fanno parte dell’Opec). Ed ecco il perché delle rinnovate minacce all’Ucraina. Nel novembre scorso tra la russa Gazprom e l’ucraina Naftogaz, era stato raggiunto un accordo che prevedeva il rimborso entro il primo dicembre del debito per il gas consegnato a settembre e una parte del debito relativo alle consegne di ottobre 2008. Accordo non ancora onorato da Kiev. «Andate in Germania e chiedete di avere gratis una Mercedes: vedrete che cosa vi diranno», ha detto Putin in tv per spiegare la posizione di Mosca. Peccato che la crisi abbia spinto anche la Mercedes a usare la formula “compri adesso, paghi tra un anno”. Ma questo Putin preferisce ignorarlo.


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CHICAGO. Se si potesse mettere in atto il progetto di Christian Nold, trentaduenne artista londinese che ha creato il sistema di Biomapping per le strade di Parigi, San Francisco, Greenwich e Stockport, forse la città di Chicago in questi giorni rivelerebbe una trasformazione che non aveva mai vissuto prima.

Il sistema di Nold, che ha tolto i nomi delle strade e inserito le emozioni di chi le attraversa, consiste infatti nel far girare gli abitanti delle rispettive città con uno strano sensore applicato a due dita della mano che permette di vivere emozionalmente gli spazi percorsi. La novità di questo esperimento, tentato con 1500 persone, rivela che non sono tanto gli edifici o la struttura urbanistica a muovere le emozioni dei singoli, ma piuttosto le situazioni che ogni individuo si trova ad affrontare in un particolare luogo della città, oppure le memorie e gli eventi che gli spazi e gli edifici evocano o hanno evocato in passato. E certo di questi tempi le strade di Chicago, attraversate dal brivido Obama che coinvolge tutti i cittadini della Windy City, hanno da offrire un panorama vasto di sensazioni nuove e potrebbero rivelare emozioni nascoste che sconvolgono il suo assetto notoria-

mente tranquillo e rassicurante di metropoli del Midwest, tradizionalmente considerata il vero cuore dell’American way of life con tutti i suoi lati positivi e negativi.

Muoversi a Chicago è relativamente facile, non solo per la rete di trasporti pubblici (compresa la EL, metropolitana cittadina sopraelevata, resa famosa in tempi relativamente recenti dal telefilm E.R.) che collega in modo efficiente il centro della città con i suburbs, ma anche per il suo sistema stradale a griglia (grid) che ne fa un territorio semplice da comprendere e da percorrere anche in macchina. Inoltre, il monumentale lago Michigan con la sua imponente massa d’acqua grande quasi quanto il mare Adriatico che delimita il quadrante est della città, essendo il principale punto di riferimento facilita la determinazione degli gli altri punti cardinali e la localizzazione dei vari quartieri di una città che conta più di due milioni e mezzo di abitanti nella cintura urbana e più di nove milioni e mezzo nell’area metropolitana. I quartieri della città hanno caratteristiche specifiche che rendono la connotazione etnico-razziale molto particolare e con aree miste. Il south side di Chicago è tradizionalmente nero con sacche bianche, inclusa la prestigiosa università di Chi-

Viaggio a Chicago, la città dove Obama, in attesa dell’insedia proprio al confine tra la prestigiosa zona univer

Una Casa Bianca

di Anna Cam

sud ovest hanno ritrovato l’orgoglio di vivere nei loro quartieri. Lo spirito delle zone di colore più povere ovunque in città è mutato. I neri hanno ritrovato una sorta di fierezza dell’appartenenza e ci sono state file di tre o quattro ore per votare come mai era successo prima. Con l’elezione di Obama finalmente i cittadini neri si sono sentiti americani con radici africane invece che in generale semplicemente cittadini di serie B. Un sentimento che per la prima volta ha fatto davvero sentire i neri fieri di essere americani. E la città è stata la protagonista di questa rivoluzione copernicana che ha visto le sue strade e i suoi quartieri mutare spirito e aprirsi alla grande novità del primo presidente nero degli Stati Uniti.

Oltre alla grande festa per l’elezione di Obama in Grant Park

Quella che prima era una città divisa rigidamente in zone dalle appartenenze distinte e incomunicabili, è divenuta una mistura dove è più difficile fare distinzioni di razza e di classe cago che è al confine con il ghetto nero; il west side della città è a tratti nero e molto povero; il nord prevalentemente bianco e in parte asiatico e si estende a suburbs come Evanston che ha sacche nere; e infine il North Shore, area residenziale assolutamente bianca e molto esclusiva. I sobborghi dell’ovest sono bianchi e popolati dalla classe media e in alcune aeree da alta borghesia, mentre quelli dell’estremo sud sono composti da bianchi una volta classe operaia e adesso registrano una crescita vertiginosa di ispanici.

La mappa elettorale fino ad oggi rispecchiava le caratteristiche etnico-razziali degli spazi della città che volevano i neri, gli ispanici e i bianchi del south side democratici e i bianchi specie dei suburbs dell’area nordest e ovest tradizionalmente repubblicani. Nelle recenti elezioni una delle contee a ovest di Chicago, come Du Page, in passato roccaforte dei repubblicani, ha dato il 54% ad Obama con 224.000 voti che sono più o meno gli stessi voti con cui vinse nel 1984 Ronald Reagan nella medesima contea. Con l’elezione di Obama questo panorama si è trasformato: i sobborghi del nord-ovest hanno invertito la tendenza e quelli del

nel centro città dove ancora a mezzanotte e mezzo, ormai del 5 novembre, c’erano quasi 240.000 persone di tutti i colori e dove, tra gli altri, si poteva vedere Jessie Jackson piangere commosso in silenzio e umilmente tra la folla, altre migliaia di persone si trovavano nel Loop (il groviglio di strade del cuore di Chicago) e invadevano, danzando e abbracciandosi, State street, il cuore del centro città da cui si dipartono tutte le numerazioni delle strade cittadine in direzione dei quattro punti cardinali. Obama proprio a Grant Park ha te-

Qui sopra, neri di Chicago in festa per l’elezione di Barack Obama (nella foto a sinistra) a nuovo presidente degli Stati Uniti. Sotto, il profilo della città dal lago Michingan


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amento del 20 gennaio, ha sistemato il suo centro operativo, ersitaria e il quartiere dei “diseredati” di colore

a nel ghetto nero

maiti Hostert

nuto il suo primo discorso da neo presidente con le famose parole che inneggiano al superamento di una società atomistica che separa i gruppi razziali rimandando a un’interazione che va al di là di divisioni geografiche e etniche e di cui la città di Chicago sembra oggi essere l’incarnazione. «Se c’è

ancora qualcuno - ha detto Obama - che dubita che l’America è un luogo dove tutto è possibile, che ancora si domanda se il sogno dei nostri fondatori è vivo ai nostri tempi, che ancora mette in dubbio il potere della nostra democrazia stanotte troverà la sua risposta. È la risposta data dalle lunghe file lungo le scuole e le chiese in numeri che questa nazione non aveva mai conosciuto formate da gente che ha atteso anche tre o quattro ore, molti per la prima volta nella loro vita perché hanno creduto che questa volta era diverso, che le loro voci potevano fare

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È interessante notare come questa manifestazione di portata storica si sia tenuta proprio nel cuore della metropoli del Midwest e si sia poi estesa nei giorni successivi al resto della città e dei suoi sobborghi nei quali le celebrazioni sono continuate, quasi a marcare, come in un corpo umano che ha riattivato un processo di circolazione sanguigna finalmente fluidificato che scorre cioè di nuovo dalla testa ai piedi, una sorta di irradiazione emozionale dal cuore agli altri organi. Ma

Malgrado le imponenti misure di sicurezza, la gente non sembra lamentarsi, anzi appare contenta che ci sia un grande sistema di protezione intorno al neo presidente e al suo quartier generale la differenza. È la risposta data dai giovani e dai vecchi, dai ricchi e dai poveri, dai democratici e dai repubblicani dai neri, dai bianchi, dagli ispanici, dagli asiatici, dai nativi americani, dai gay e dagli eterosessuali, dagli handicappati e dai non handicappati. Americani che hanno mandato un messaggio al mondo che noi non siamo mai stati una semplice raccolta di individui o una raccolta di stati rossi e blu. Noi siamo e saremo sempre gli Stati Uniti d’America».

non dobbiamo dimenticare che l’energia del cuore prima di decentrarsi è stata propagata proprio dalla periferia, come hanno dimostrato le tante feste che si sono tenute prima dell’evento di Grant Park, in particolare quelle che si sono tenute in alcune zone del south side a prevalenza nera che registravano un’eccitazione senza precedenti.Vale la pena di ricordarne una: quella che si è tenuta nell’Hyde Park Hair Salon, il salone di parrucchiere dove Obama solitamente va a farsi i

capelli. Dentro il negozio un grande tappeto rosso, stile hollywoodiano, foto di Obama ovunque, tartine, drinks, un grande schermo televisivo e soprattutto i lavoranti e i clienti tutti vestiti a festa per festeggiare in anticipo, prima di andare a Grant Park, l’elezione del presidente che è un cliente del negozio. I commenti di tutti erano di grande soddisfazione e felicità. C’era una commozione palpabile: bianchi misti a neri esprimevano una fiducia illimitata e senza precedenti nei confronti del nuovo presidente. Così accanto alla speranza di nuovi posti di lavoro dichiaravano di aspettarsi miglioramenti nell’andamento dell’ economia e soprattutto grandi cambiamenti, pur sapendo bene che «i sacrifici da pagare saranno alti, ma se sarà Obama a chiederli saremo disposti ad affrontarli con più serenità».

Quella che prima era una città divisa rigidamente in zone e quartieri dalle appartenenze distinte e in alcuni casi incomunicabili è divenuta adesso una mistura in cui è più difficile fare distinzioni di razza e di classe. Dal giorno dell’elezione di Obama tuttavia si sono registrati grandi cambiamenti non solo di spirito, ma anche di organizzazione e di struttura della città: il quartier generale del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti, prima dell’insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 2009, è adesso nel centro di Chicago all’undicesimo piano della centralissima Michigan Avenue presidiata giorno e notte dai servizi segreti, che spesso rendono il traffico cittadino specie nelle ore di punta difficile e a volte imprevedibile. La sua casa in Kenwood nel quartiere di Hyde Park vicino all’università di Chicago nel south side è un’altra fortezza inespugnabile, anche lì con problemi di traffico, di chiusura di strade e di incroci. La gente però non sembra lamentarsi, anzi appare contenta che ci sia un grande sistema di protezione intorno al neo presidente. C’è l’orgoglio dei cittadini dell’Illinois e in particolare di Chicago di appartenere alla città del loro presidente. Già fantasticano sui possibili vantaggi che la città trarrà da questa elezione come la possibilità di ospitare i giochi olimpici nel 2016. Il sindaco della città, Mayor Richard Daley, un veterano della politica (figlio del famoso Sindaco democratico Daley che nel 1968 fu ritenuto responsabile delle brutalità della polizia in relazione ai disordini concomitanti con la Convention democratica in città) ripete che il background urbano di Obama «lo rende sensibile ai problemi dei trasporti e delle infrastrutture, ai problemi ambientali e a quelli dell’istruzione che sono il nerbo delle politiche sociali della città e dei suoi sobborghi». Che Obama ha imparato a conoscere proprio nelle strade e nei quartieri del south side della sua Chicago.


mondo

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Tribunale militare. I generali Stano e Lops, insieme al colonnello Di Pauli, rischiano condanne fino a dodici mesi

Un esercito alla sbarra Prevista per domani la sentenza sui tre ufficiali di Nassirya accusati di «distruzione colposa» Sotto accusa l’intero complesso delle nostre Forze armate

Questo processo (assurdo) è lo specchio del Paese di Renzo Foa onostante l’intensa attività internazionale sui più impegnativi teatri di crisi, a cominciare dall’Afghanistan, l’Italia non sembra un Paese davvero attrezzato ad affrontare la complessità delle sfide globali. La vicenda giudiziaria che ha al suo centro i generali dell’Esercito Bruno Strano e Vincenzo Lops e il colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli ne è l’ennesima conferma. I tre alti ufficiali – ricordiamolo – sono infatti sotto giudizio, sotto l’accusa di aver omesso provvedimenti per la difesa militare. Questa omissione sarebbe avvenuta a Nassirya il 12 novembre del 2003, quando la missione italiana venne colpita dalla sanguinosa azione dei terroristi fondamentalisti. Si tratta di una vicenda che ha dell’assurdo, in primo luogo perché sul banco degli imputati – la sentenza è attesa per domani – siedono degli uomini che sono stati e restano tra i più impegnati rappresentanti della nostra azione sul piano internazionale. Uso proprio questa formula: azione sul piano internazionale. La spiegazione è semplice. Sono ormai decenni che la politica estera di un Paese che vuole svolgere un ruolo attivo nelle crisi globali deve scommettere su una combinazione tra diplomazia e presenza militare, laddove è necessaria sia in funzione di interposizione (come è avvenuto ad esempio negli anni Novanta nella ex Jugoslavia e come sta avvenendo con la contestata Unifil 2 in Libano) sia in una funzione diversa, come è successo in Iraq e come sta avvenendo ora in Afghanistan, una funzione in cui il sostegno alla ricostruzione si mescola con una responsabilità sul fronte del combattimento. E questo accade non perché ci siamo impegnati in guerra di conquista,

N

ma perché c’è una sfida militare del fondamentalismo islamista che ci minaccia direttamente. La nostra presenza a Nassirya aveva questo duplice significato e l’attentato stragista del 2003 contro la base Maestrale fu una terribile risposta alla scelta italiana di dialogare con le autorità locali e le popolazioni civili e di usare contemporanemente gli strumenti della presenza armata, per legittima difesa e per altrettanto legittima deterrenza.

L’assurdità del processo contro i generali Strano e Lops e il colonnello Di Pauli sta proprio in questo: la magistratura (militare) che li ha rinviati a giudizio appare lo specchio di un Paese che tende a sfuggire alle proprie responsabilità. Che non riconosce il valore di quel che sta facendo. Che disconosce la complessità delle situazioni sul campo che le nostre missioni si trovano ad affrontare. Il messaggio che viene trasmesso agli ufficiali ed ai soldati impegnati all’estero è quello che, in ogni modo, essi sbagliano, sia che assumano delle iniziative sia che ci rinuncino. Il messaggio più generale che viene proiettato è quello dello squillo della ritirata, dell’abdicazione, della rinuncia. Il problema di questo processo non è – come può apparire alle anime belle – quello della trasparenza delle decisioni che vengono prese e delle azioni che vengono affrontate. La trasparenza ci vuole, eccome. Il problema è semmai l’insostenibilità di un processo che sembra aver come bersaglio non un errore (l’“omissione colposa” è un errore) commesso da qualcuno, ma le Forze armate nel loro complesso e l’insieme della scelta italiana di assumersi importanti responsabilità sui teatri della crisi planetaria.

di Pierre Chiartano

ROMA. La guerra del Duemila andrebbe spiegata anche ai giudici. Domani (20 dicembre) ci sarà la sentenza sulla strage di Nassirya del 12 novembre 2003. Un tribunale militare (udienza del Gup) giudicherà i tre ufficiali responsabili di quella operazione per «distruzione colposa». Traducendo e sintetizzando, una “leggerezza” che avrebbe provocato dei morti. Militari che giudicano soldati, si penserà, è garanzia di una certa equità, per cui saremo tutti pronti ad accettare una condanna che potrebbe, in parte, ripagare la perdita di quelle 19 vite umane. Almeno nella coscienza degli italiani, visto che fra le vittime ci sono stati anche dei civili. Ma siamo proprio sicuri che sarà giustizia? Spesso - in ambito militare vengono avviate indagini su contesti poco conosciuti, se non totalmente sconosciuti, come possono essere i teatri operativi. È difficile per chi sta a Ro-

dimenti per la difesa militare» recita la norma, che dovrebbe punire «il comandante che, per colpa, omette di provvedere ai mezzi necessari alla difesa del forte, della piazza, dell’opera, del posto, della nave, ecc. di cui ha il comando». Ma poi si è deciso per l’applicazione del codice militare di pace e che prevede la «distruzione colposa di opere militari». Sull’applicazione del codice militare di pace o di guerra, c’è stata anche una

Qui sotto il colonello Georg Di Pauli. Nella pagina a fianco, i generali Vincenzo Lops (in alto) e Bruno Stano (in basso). A destra, il generale Mario Arpino

to di ambiti “non militari»”che ritroviamo in tutte le operazioni di cooperazione civile-militare. Dove il low profile militare aumenta esponenzialmente l’efficacia operativa - alle volte anche quella della sicurezza. Il

La loro “leggerezza”, in realtà, deriva dall’aver cercato di non mettere troppa distanza tra soldati e civili. Un approccio utilizzato ovunque il Tricolore sia stato chiamato a intervenire ma, ad esempio, comprendere bene la genesi di un evento accaduto a migliaia di chilometri. Tempo fa, dall’interno delle Forze armate era stata lanciata la proposta di aggregare ad ogni contingente che operava all’estero, un pubblico ministero della Procura militare. In questa maniera ogni indagine sarebbe partita basandosi su considerazioni diverse - che non vuol dire necessariamente riduttive - per qualsiasi violazione del codice militare.

La richiesta di rinvio a giudizio ha la data 24 maggio 2007, sulla base del codice di guerra. I capi d’imputazione dei tre ufficiali, i generali dell’Esercito, Bruno Stano e Vincenzo Lops (che hanno chiesto il rito abbreviato) e il colonnello dei Carabinieri, Georg Di Pauli (per il quale è stato chiesto il rinvio a giudizio dal Gup), partono dalla violazione dell’articolo 98 del Codice penale militare di guerra. «Omissione di provve-

battaglia legale con i difensori degli ufficiali.

Ma il compito delle nostre Forze armate è sempre stato quello di stare in contatto con le comunità locali. I nostri soldati operano bene, perché non mettono troppa distanza fra loro e i civili. Un compito che si può svolgere, partecipando alla vita quotidiana, e non stando chiusi nei fortini o nei compound. Un ruolo che è stato sempre riconosciuto ai nostri soldati, da tutti, alleati e popolazione. Ovunque il Tricolore sia stato chiamato ad intervenire. È lo stesso concetto “militare” che ha ispirato la nascita della base Maestrale. Per l’Arma dei Carabinieri questo approccio operativo è ancora più determinante. È qui che nasce la vulnerabilità delle missioni. Una vulnerabilità che permette di massimizzare il risultato politico. Si basa su di una cultura operativa molto flessibile e che tiene con-

generale David Petraus - padre del surge iracheno - ci insegna, che il modello “politico” di un intervento armato è la base della vittoria in un conflitto, oltre alla determinazione bellica. Ma guardiamo anche ad alcuni aspetti tecnici dell’inchiesta. Il procuratore militare, Antonino Intelisano, avrebbe basato l’indagine partendo da due rapporti interni alle Forze armate: uno del generale Antonio Quintana e l’altro dei Carabinieri, a firma del generale di corpo d’Armata,Virgilio Chirieleison.

Anche in questo caso, secondo le linee tracciate dallo Stato Maggiore per le missioni all’estero, si sarebbe commesso un «errore ideologico». I rapporti


mondo

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Per l’ex capo di Stato maggiore della Difesa, il procedimento è una stortura

«I militari combattono E vanno tutelati» colloquio con Mario Arpino

dei due ufficiali - ci spiegano fonti dello Smd - «sono di natura tecnica, non sono indirizzate a trovare dei colpevoli, solo a produrre una buona pratica operativa». È vero che Abu Omar al Kurdi, il terrorista legato ad al Qaeda, catturato dagli americani e reo confesso della strage di Nassirya, ha dichiarato - a investigatori italiani - che fu scelto il comando Msu (Multinational security unit) per la facilità di colpirlo con un autobomba. Ma la “fragilità”era legata all’ubicazione della base nel centro cittadino, a ridosso di una strada a grande traffico. Aumentare gli “escobastion” (contenitori pieni di pietre e terra) o i blastwall avrebbe paralizzato l’intera città. Il clima che si respira allo Smd è di massima fiducia nei confronti dei tre ufficiali, molto amati dai loro uomini in Iraq. Citiamo un brano tratto da un articolo di Repubblica dell’epoca: «Il generale Bruno Stano è eccezionale: ho lavorato con tanti capi, ma lui si è rivelato una persona diversa. Ha coordinato tutto, deciso, fatto, ordinato, ascoltato, parlato. Senza mai cedere. Anche oggi era lì sul posto». Domani rischia una condanna a 12 mesi. Il generale Vincenzo Lops è un militare dalla lunga esperienza. Era già passato da “Antica babilonia”, la prima missione irachena. Oggi è al comando della divisione Aqui, in Afghanistan, inquadrato nella missione Isaf. Rischia una condanna a dieci mesi. Il colonnello dell’Arma, l’altoatesino Georg Di Pauli, è un grande esperto di missioni Msu e aveva il suo comando proprio nella base Maestrale, subirà il processo con rito or-

È difficile per chi sta a Roma comprendere la genesi di un evento accaduto a migliaia di chilometri, come l’attentato che ha ucciso i nostri uomini in Iraq

dinario. Tutti e tre uomini d’esperienza che hanno interpretato il compito, loro assegnato, seguendo il concetto di «militari vicini alla gente». Questo ha provocato la “fragilità” della missione, ma anche i suoi successi. E proprio per questo rischiano la condanna.

ROMA. È necessario reintrodurre il codice di guerra per le operazioni che le forze armate italiane compiono nel mondo. Soltanto così potremo evitare le storture di questi giorni, a danno di uomini che operano per la nostra sicurezza. Ne è convinto l’ex capo di stato maggiore della Difesa, generale Mario Arpino, che a liberal spiega cosa significa per comandanti e militari operare all’estero, in quali condizioni si è costretti ad agire e come possono crearsi vicende come quelle che hanno portato i tre ufficiali a finire sotto processo. Cosa serve spiegare di queste operazioni che a migliaia di chilometri di distanza è impossibile anche solo immaginare? Faccio una premessa. Queste missioni all’estero si svolgono in un quadro non certamente isolato, ma dentro delle risoluzioni Onu, o di decisioni in ambito Nato o dall’Unione europea. Abbiamo una peculiarità tutta italiana in queste missioni. Mettiamo in luce tutti i limiti e le contraddizioni che caratterizzano i nostri interventi all’estero. Cerchiamo di presentarle all’opinione pubblica italiana sempre con formule politicamente corrette, che non svelano la vera natura di queste operazioni. Sono concettualmente di pace, di stabilizzazione o di sostegno, come quella in Afghanistan. Però quando si svolgono in territori dove le forze locali non hanno un controllo adeguato del territorio è molto facile che si trasformino. Diventa necessario sparare, conquistare una superiorità locale. Rimane il nome «missione di pace», ma con altre implicazioni. Ci muoviamo sempre a cavallo di questa ambiguità. Dopo l’11 settembre, soprattutto in Italia, si è creata una vera ossessione, che a sua volta ha creato un paradosso linguistico. Il concetto di guerra viene espresso in tutte le maniere eccetto che con il suo. Il generale David Petraeus ha spiegato come ogni operazione sia una miscela tra componente militare, politica ed economica, con una formula che cambia ogni volta. È richiesta una complessità che prima non era necessaria? Esatto. Nonostante in tutte queste operazioni si partecipi con le forze armate, anche con la croce rossa, le task force per la giustizia, le scuole e la condizione delle donne. Ma alla fine se non c’è controllo del territorio si rimane soggetti ad attacchi. La mania del politicamente corretto porta a dei guai. Ad esempio il voler applicare alle missioni il codice militare di pace, provoca dei problemi anche sulle responsabilità. Perché rispetto alle azioni in teatro operativo, qui in Italia si applica immediatamente il codice civile. A Khost abbiamo applicato il codice militare di guerra, ma è stata l’unica volta, dove c’erano condizioni di vero combattimento per la caccia ai talebani. Salvaguarda i comandanti e i singoli soldati che applicano le cedure di guerra. La guerra purtroppo porta a distruzione di ricchezza e vite umane. Se giudicate in termini civili al di fuori dello stato di guerra - sono dei crimini orrendi. Non è giusto che dei militari vengano mandati in missione senza essere coperti dalle leggi idonee. Per poi essere giudicati in Patria con un’ottica diversa. Qualche anno fa il generale Camporini propose di aggregare ai contingenti inviati all’estero dei pubblici ministeri, in modo

che potessero operare a contatto con il teatro operativo. Cosa ne pensa? Un’idea che tutelerebbe i nostri militari da storture, come quelle che stiamo vedendo in questi giorni. Se si ammazza qualcuno perché ha superato il muro di cinta di casa mia rischio una condanna per eccesso di difesa. Nel caso dei militari sotto processo per Nassirya... Abbiamo mandato i militari dopo la guerra. Quindi in missione di pace, solo che era una missione di pace, con la «battaglia dei ponti» e tanti episodi bellici. Inizialmente i comandanti hanno dovuto rispondere nei confronti del Paese, facendo vedere che non si predisponeva alla guerra. Quindi niente armamenti pesanti o elicotteri armati, fino a quando non sono successi i guai. È un’ipocrisia che crea ambiguità e difficoltà nel prendere decisioni dal soldato sempli-

La guerra provoca dei crimini che in termini civili sono orrendi. I militari vengono mandati in missione senza essere coperti da leggi idonee. E in patria vengono giudicati con ottica diversa

ce fino al comandante. Lo stesso vale per le difese passive di una base, che potrebbero tradire il carattere bellico di una missione. Come mai questa volta si è mossa la procura militare? Reati militari commessi da militari, questa è la sua competenza. Per violazioni di entrambi i codici militari, di guerra e di pace. Solo che nel caso di codice militare di pace, parallelamente parte l’azione di un tribunale ordinario. La perdita di un mezzo diventa «distruzione di beni dello Stato». Andrebbe reimmesso l’utilizzo del codice di guerra? Tutt’ora i nostri uomini combattono senza questa copertura. Si dovrà reintrodurlo altrimenti s’inficia l’azione di comando, la protezione e la (p.c.) sicurezza dei nostri soldati.


mondo

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Colpo di Stato. Corruzione e tentata ricostituzione del Baath: queste le gravissime accuse mosse contro il gruppo

Mezzo golpe a Baghdad Governo nel caos: oltre 50 arresti tra i vertici di Interni e Difesa di Antonio Picasso a storia dell’Iraq è scandita da colpi di Stato, almeno 6 fra tentati e andati a segno. La serie di arresti in questi ultimi giorni – circa 50 fra gli alti dirigenti del ministero dell’Interno e quello della Difesa – ha sollevato nuovamente il problema.Tra gli inquisiti vi sarebbero alti ufficiali, tra cui ben quattro generali. Il nome più illustre sarebbe quello del generale Abdul Karim Khalaf, attuale portavoce del Ministero dell’Interno ed ex comandante delle forze di polizia nella provincia di Maysan. Ma la notizia del suo fermo non è stata confermata. Il fatto che a dirigere le operazioni sia stata l’unità antiterrorismo, che fa capo direttamente al premier al Maliki, lascia pensare che le indagini e la decisione di agire siano state gestite nella riservatezza più assoluta ed esclusivamente ai massimi vertici del potere.Tentato golpe, ricostituzione del Baath – il partito ai tempi guidato da Saddam e messo fuorilegge dagli Usa nel 2003 – e corruzione. Questi i capi d’accusa. Il fatto è grave e per una

L

miriade di ragioni. La prima osservazione da fare è che, a dispetto delle visioni più ottimistiche, il quadro interno iracheno è ancora lontano dal poter essere classificato come in via di normalizzazione.

La surge di Petraeus ha fatto sì tantissimo. La presenza di al Qaeda è sensibilmente ridimensionata, le violenze si sono notevolmente ridotte e infine Baghdad e Washington hanno trovato un accordo per il passaggio di consegne in materia di sicurezza: entro il 2011, via l’ultimo “Gi” dal Paese.Tutti successi raggiunti, questi. Ma non basta. La sequenza di bombe e attentati che scandiscono tristemente le giornate della capitale irachena, ma anche di Kirkuk e Mosul, ci dicono che la violenza fa ancora parte della quotidianità. Naturale che la popolazione – la prima a pagare le spese degli attentati – si dichiari aliena da qualsiasi interpretazione eccessivamente positiva sull’Iraq. Proseguono, poi, le persecuzioni nei confronti delle minoranze religiose. Cristiani per primi, ma da qualche settimana a questa parte sono stati coinvolti anche gli yazidi, il cui sincretismo religioso viene difficilmente tollerato dalle correnti più radicali sia della Shia sia della Sunna. E ora si aggiunge anche l’eventualità che il governo al Maliki, posto alla guida del Paese dopo un lavoro

così certosino, possa crollare sotto i colpi di una congiura di palazzo. In realtà, nel rispetto delle tradizioni politiche di Baghdad, alcuni lati oscuri in questa vicenda ci sono già. La stampa locale, infatti, ha criticato immediatamente l’esecutivo sostenendo che si tratta di un’operazione di pulizia interna preventiva alle elezioni provinciale in agenda a fine gennaio.

La maggioranza sciita, così facendo, si starebbe liberando della frangia sunnita ancora presente in seno alle istituzioni, facendo ricorso a strumenti politici – quindi inattaccabili sul piano della morale e di fronte alla comunità internazionale – dopo gli anni di scontri armati che hanno scritto le pagine più insanguinate della storia irachena. Accusare gli arrestati di aver cospirato, creando un’organizzazione filo-baathista, l’al Awda - Il ritorno, mentre Baath significa Resurrezione - significa marchiarli di un’accusa di cui nessuno, soprattutto a Washington, potrebbe dubitare. Un evidente caso di abuso di potere, insomma. D’altra parte, le rivalità fra sciiti e sunniti – i

cui scontri armati non sono finiti – proseguono in tutti i modi e in ogni settore della politica nazionale. Clamoroso è il caso del mancato pagamento dei salari per i “Figli dell’Iraq”da parte del governo centrale. L’organizzazione, costituita da ex miliziani filo-qaedisti, era stata creata dagli Usa. L’intenzione, secondo il progetto della surge, era di portare dalla propria parte le tribù sunnite più disposte al dialogo e meno compromesse con al Qaeda.

L’operazione era andata a buon fine.Tuttavia, nel momento in cui il Comando Usa ha effettuato il passaggio di consegne dei “Figli dell’Iraq”al governo iracheno, quest’ultimo ha cominciato a tardare nei pagamenti dei salari e a dimostrare un evidente disagio nel cooperare con gli ex-nemici. I fatti di oggi, quindi, ben si collegano a questo clima. È difficile, infatti, pensare che di baathisti non ce ne siano più. Anzi, l’opera di “bonifica”, ini-

Un rapporto denuncia: i costi bellici potrebbero arrivare a 2.500 miliardi Usa

L’Iraq? È costato più del Vietnam di Silvia Marchetti ltro che Vietnam. Le guerre in Iraq e in Afghanistan lanciate dall’amministrazione Bush come perni della crociata americana contro il terrore sono costate – in termini di budget - il doppio rispetto all’estenuante conflitto che per un intero decennio ha insanguinato il Sud est asiatico sprofondato gli Stati Uniti in un’era di crisi. Il pantano di Baghdad e gli ostacoli al processo di normalizzazione a Kabul hanno raggiunto dimensioni superiori (finanziarie e umane) a qualsiasi altro conflitto armato degli Stati Uniti. Stando al rapporto presentato dal Centre for strate-

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Saddam Hussein, dittatore iracheno. Nella foto al centro, la polizia del Paese in tenuta anti-terrorismo: proprio questo settore ha svolto le indagini che hanno fermato il golpe. A destra, militanti del Baath inneggiano a un discorso del raìs che annuncia la guerra contro l’Iran. Nella pagina a fianco, il premier Nouri al Maliki

In bilico il già traballante esecutivo guidato da Nouri al Maliki. Le indagini sono state condotte dall’unità anti-terrorismo, che sembra non aver ancora finito il lavoro di “bonifica” politica

gic and budgetary assessments (Csba) – un think tank indipendente dal governo federale specializzato in strategia bellica, budget militare e armamenti – per l’offensiva irachena l’amministrazione neoconservatrice di Washington ha speso ben 687 miliardi di dollari, mentre per le operazioni in Afghanistan altri 184 miliardi. Totale: oltre 904 miliardi di dollari bruciati dal 2001, anno d’inizio della guerra anti-terrorismo partita proprio con l’offensiva lanciata a Kabul. Una cifra (comprensiva anche delle attività anti-terroristiche domestiche) destinata a lievitare a 1.700 miliardi di dollari entro

il 2018, anche qualora venissero ridotte le truppe stanziate sul campo.

Si tratta di spese stellari che non hanno eguali nella storia bellica degli Stati Uniti: basti pensare che il solo intervento in Iraq ha superato il costo di tutte le altre guerre targate Usa, fatto salvo la partecipazione americana alla seconda guerra mondiale. E le proiezioni future sono ancora più fosche, i cittadini si preparano a pagare un prezzo salato per le azioni militari dei loro soldati. Il Csba calcola che i costi totali potrebbero arrivare fino a 2.500 miliardi di dollari e di questi, dai 416 agli 817 miliardi potrebbero ricadere nel pros-


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L’instabilità del Paese nasce anche dalla sua storia

La crisi irachena ha radici antiche di Andrea Margelletti Iraq è ancora un Paese molto fragile, e la prospettiva di ritiro delle forze occidentali può accentuarne i contrasti. Accelera infatti la corsa a prendere posizione per il dopo-forze internazionali, e il tutto avviene in un contesto ancora precario e molto frammentario. Lo dice la cronaca ma lo diceva già la storia. L’Iraq è un Paese che nasce dall’unione artificiale di tre velayat (province) ottomane: quella sciita di Bassora al sud, quella sunnita di Baghdad al centro, quella prevalentemente curda (ma non solo) di Mosul e Kirkuk al nord. Esistono poi consistenti minoranze di vario tipo che hanno avuto alterne fortune: turkmeni, cristiani, yazidi. Inoltre esistono altri tipi di contrapposizioni strutturali: i laici e i religiosi, le aree rurali e quelle urbane, le istituzioni e le realtà tribali. Questa situazione originaria non è stata superata dai decenni trascorsi. Semmai è stata accentuata dai tentativi violenti di omogeneizzare o colonizzare certe zone. Inoltre si sono create milizie armate che hanno difeso le singole identità. E la caduta di Saddam Hussein ha scatenato anche rivalità interne ai vari gruppi (si pensi ai contrasti fra le fazioni sciite) e gli appetiti dei Paesi confinanti. Con petrolio e acqua come risorse sempre contese. Un Iraq lasciato a se stesso quindi potrà trovare un suo equilibrio, ma non lo farà certo a costo zero. Anche a causa di errori commessi nel recente passato. Si pensi alla comunità sunnita e alle sue vicende: troppo rapidamente si è voluto sbarazzarsene, smobilitando in toto l’esercito e l’amministrazione ereditati dai tempi di Saddam. Questo ha voluto dire spingere l’intera comunità sunnita alla

L’

ziata dopo la caduta di Saddam dagli Usa, era finalizzata proprio a recuperare i quadri meno compromessi del regime, onde evitare un vuoto di potere che comunque c’è stato. D’altro canto, pensare che quattro generali – non si sa se con derive baathiste, o corrotti da questi e tanto meno è chiaro se sunniti o sciiti – siano riusciti a conservare il comando, senza farsi scoprire, fa pensare che gli apparati di controllo e di sicurezza interna siano ancora lontani dall’efficienza per cui la “Mukhabarat” di Saddam era celebre. E resta infine il dubbio su quanto sia tempisticamente prudente accendere un nuovo focolaio di tensioni in un Iraq tutt’altro che pacificato.

simo decennio sulle spalle dei contribuenti statunitensi. Nonostante i piani di ritiro dall’Iraq decisi dal governo federale, ci sono spinte opposte (tra i falchi del Pentagono) per aumentare invece gli uomini schierati sul campo afgano. Attualmente gli Usa hanno 143mila truppe in Iraq e 31mila in Afghanistan. Washington ha firmato un accordo con il nuovo governo di Baghdad e intende riportare a casa le sue truppe definitivamente entro il 2011, spostandone così una parte in Afghanistan, dove si prevede un rafforzamento di circa 20mila soldati nei prossimi12-18 mesi. Di conseguenza, se da una parte si tolgono risorse e uomini, dall’altra se ne aggiungono e i costi per le casse federali saranno comunque destinati a schizzare.

La guerra al terrore ha avuto – e sta avendo – un carissimo prezzo, sia in termini di vite umane che di finanze pubbli-

che. Stando a quanto riporta uno studio pubblicato lunedì dall’ufficio contabilità della Casa Bianca, il Congresso americano ha trasferito al Pentagono 808 miliardi di dollari dal 2001 al 2008. Oltre ai finanziamenti militari per Iraq e Afghanistan, ci sono stati anche quelli per le operazioni antiterroristiche nelle Filippine e nel Corno d’Africa. Se le spese militari lievitano, e in maniera incontrollata, la colpa non è soltanto delle guerre in sé. Il Csba punta il dito contro l’abitudine del presidente Bush a richiedere continue iniezioni di credito da parte di Capitol Hill, sede del Congresso. In questi ultimi anni alle pressanti domande di aumenti negli stanziamenti militari da parte della Casa Bianca i deputati (soprattutto democratici ma anche alcuni repubblicani) hanno storto il naso incrinando il dialogo e la collaborazione tra governo federale e parlamento nell’of-

fensiva al terrorismo. Ma il vero errore strategico responsabile dell’aumento delle spese militari è stato quello di tagliare le tasse e incrementare gli stanziamenti pubblici a favore degli interventi armati. Dal 2001 il presidente Bush (d’accordo qui con il Congresso allora a maggioranza repubblicana) ha avviato una serie di tagli alle tasse aumentando al tempo stesso la spesa pubblica: interventi contrastanti che hanno mandato in tilt il sistema economico. L’approccio corretto, sottolinea nel dossier il Centre for strategic and budgetary assessments, sarebbe stato quello opposto: ossia finanziare le guerre tramite un mix di maggiore pressione fiscale e minor indebitamento pubblico. I costi bellici tendono a salire, infatti, se si calcolano nel lungo periodo anche gli interessi maturati sul debito federale contratto per sostenere gli interventi armati.

disperazione e all’opposizione (anche armata), senza oltretutto tener presente che era lei a detenere le chiavi del Paese, sotto forma di expertise e gestione delle risorse. Poi i sunniti sono stati reintegrati, ma in modo ancora precario e in qualche modo frettoloso: da nemici pubblici sono diventati i migliori alleati degli Stati Uniti contro al Qaeda e soprattutto contro il troppo spazio che era stato lasciato alla penetrazione iraniana. Sono stati quindi armati, addestrati, riempiti di soldi. E reimmessi nei centri di potere, in rapporto con le istituzioni che gli sciiti si erano ormai abituati a controllare. Un processo giusto, ma che ha bisogno di tempo. Che non c’è. Inevitabile che da una parte

Lo Stato nasce dall’unione artificiale di tre province ottomane: quella sciita di Bassora al sud, quella sunnita di Baghdad al centro, quella prevalentemente curda (ma non solo) di Mosul e Kirkuk al nord e dall’altra (e da tutte le altri parti in causa) si pensi a regolare conti e a guadagnare posizioni ora che è evidente che il mantello internazionale verrà rapidamente sollevato. E di questione insolute ce ne sono ancora molte di grandissimo peso: prima fra tutte la gestione e la divisione del petrolio. Poi, ma collegata, la questione di Kirkuk (e di Mosul), città ricca e contesa tra curdi, turkmeni e arabi, che aveva goduto di una certa tranquillità, ma solo fino ad ora. Presidente Ce.S.I.


cultura

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Anniversari. Fece la sua prima uscita il 20 dicembre del 1908. Si annunciava nella sottotestata: «Esce ogni domenica in Firenze»

Una “Voce” poco fa Nasceva cento anni fa la rivista di Giuseppe Prezzolini destinata a “sprovincializzare” la cultura italiana di Massimo Tosti iovanni Amendola gli suggerì lo slogan: «L’Italia com’è oggi non ci piace». Chissà a quanti editori e a quanti giornalisti farebbe gola ai giorni nostri come programma per una nuova testata. L’Italia di cent’anni fa non piaceva a Giuseppe Prezzolini, un giovanotto non ancora ventisettenne, neppure alle prime armi come editore e direttore. Cinque anni prima – con un altro ragazzo promettente, Giovanni Papini, suo coetaneo – aveva fondato una rivista culturale, Il Leonardo, che – pur risentendo dell’inevitabile immaturità dei due – aveva comunque raccolto importanti consensi nel pubblico e nella critica. Chiuso Il Leonardo (dopo quattro anni di pubblicazioni), Prezzolini, maturato dall’esperienza, si mise al lavoro per realizzare la sua nuova creatura – La Voce – che fece la sua prima uscita il 20 dicembre del 1908. Cent’anni fa, appunto. «Esce ogni domenica in Firenze», si annunciava nella sottotestata: «Abbonamento per l’Italia,Trento,Trieste, Canton Ticino, lire 5. Un numero centesimi 10».

G

Il peso politico e culturale della Voce fu di gran lunga superiore alle cifre della tiratura e delle vendite (duemila copie stampate per il primo numero, cinquemila copie vendute nel momento di maggior diffusione). La prima ragione dell’influenza che il settimanale riuscì ad esercitare è nei nomi dei collaboratori. Per citare soltanto i più famosi, scrissero per La Voce Giovanni Amendola, Alessandro Casati, Benedetto Croce, Arturo Graf, Giovanni Gentile, Luigi Einaudi, Mario Missiroli, Alfredo Oriani, Giovanni Papini, Emilio Cecchi, Gaetano Salvemini, Ardengo Soffici, Camillo Sbarbaro, Giuseppe Ungaretti, Ippolito Pizzetti, Romolo Murri, Aldo Palazzeschi, Clemente Rebora, Umberto Saba. Scrittori, poeti, saggisti, politici. La seconda ragione è nell’impegno civile dell’impresa. Nel 1911 la rivista pubblicò un giudizio di Francesco De Sanctis, assumendolo come programma: «L’ipocrisia religiosa, la preva-

lenza delle necessità politiche, le abitudini accademiche, i lunghi ozii, le reminiscenze di una servitù e abiezione di parecchi secoli, gli impulsi estranei soprapposti al suo libero sviluppo, hanno creato una coscien-

C’era, in nuce, lo stesso spirito di rottura del Manifesto futurista: il rifiuto delle tradizioni polverose, lo sguardo verso un domani più dinamico za artificiale e vacillante». Sessant’anni dopo lo stesso Prezzolini definì La Voce un «vivaio di idee, piuttosto che una raccolta di esercizi di bella letteratura». Collaboratori e articoli venivano scelti soltanto in base

ai concetti, all’ingegno, alla competenza, all’originalità, al gusto, al coraggio, alla forza espressiva dello scritto. Indipendentemente dall’appartenenza politica. E questo fu il segreto principale del successo. Che si è protratto nel tempo, considerando – per copiare lo slogan di una pubblicazione enigmistica – i mille tentativi di imitazione, che non riuscirono mai a uguagliare l’originale.

Nel primo numero de La Voce, Prezzolini siglò l’articolo di apertura occupandosi della politica francese, interpretata (ovviamente) in chiave culturale. Una partenza morbida, senza proclami, progetti o promesse. La settimana successiva, Prezzolini espose il suo programma in un lungo saggio, del quale vale la pena di riportare integralmente alcuni brani. «Non promettiamo», scrisse, «di essere dei geni, di

Tra i collaboratori più illustri della testata di Prezzolini “La Voce” (alcuni nelle foto qui a fianco): Giovanni Amendola, Alessandro Casati, Benedetto Croce, Arturo Graf, Giovanni Gentile, Luigi Einaudi, Mario Missiroli, Alfredo Oriani, Giovanni Papini, Emilio Cecchi, Gaetano Salvemini, Ardengo Soffici, Camillo Sbarbaro, Giuseppe Ungaretti, Ippolito Pizzetti, Romolo Murri, Aldo Palazzeschi, Clemente Rebora, Umberto Saba. Sotto, Giuseppe Prezzolini nel 1905 (a sinistra) e Giuseppe Ungaretti soldato (a destra)

sviscerare il mistero del mondo e di determinare il preciso e quotidiano menu delle azioni che occorrono per diventare grandi uomini. Ma promettiamo di essere onesti e sinceri. Non promettiamo di non sbagliare mai, perché, in un certo senso, ciò è impossibile; ma promettiamo di cor¬reggerci appena ci accorgeremo dell’errore, e ciò, credete a me, è quasi più raro del non sbagliar mai ed è, in ogni modo, più prezioso. Crediamo che l’Italia abbia più bisogno di carattere, di sincerità, di apertezza, di serietà, che di intelligenza e di spirito. Non è il cervello che manca, ma si pecca perché lo si adopra

per fini frivoli, volgari e bassi: per l’amore della notorietà e non della gloria, per il tormento del guadagno o del lusso e non dell’esistenza, per la frode voluttuosa e non per nutrire la mente».

«Lo scopo di molti che leggono e scrivono e studiano non è che quello di darsi un’aria di superiorità che permetta e giustifichi il sorriso. Moltissimi che si infischiano santa¬mente degli uomini, credon necessario d’occuparsi di quello che essi fanno; tanti che se la ridono della filosofia si credono obbligati a leggersene dei volumi. Risparmino la fati-


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se, lo sguardo proiettato verso un domani più dinamico. Questo aiuta a spiegare come mai – quattro anni più tardi – da una costola della Voce nacque Lacerba, con Giovanni Papini e Ardengo Soffici al timone, una rivista che affiancò deliberatamente il movimento marinettiano, ponendosi in aperta polemica con La Voce, e promettendo ai propri lettori: «Qui non si canta al modo delle rane». Il percorso che si era dettato Prezzolini era diverso: una grande apertura verso l’Europa (e, in particolare, verso la Francia) con l’acquisizione di collaboratori molto autorevoli fuori dei confini nazionali, e una battaglia costante per promuovere il ruolo dell’intellettuale da testimone e spettatore dei fenomeni politici e sociali a protagonista della politica e della società. Era la prima volta – in Italia – che un giornale (espressione, appunto, di una chiesa intellettuale) puntava ad assumere un ruolo di guida. Al modello vociano si sarebbero ispirati, negli anni seguenti Piero Gobetti (con Rivoluzione Liberale), Antonio Gramsci (con L’Ordine nuovo) e Benito Mussolini (con Il Popolo d’Italia): una controprova, anche questa dello spirito (per usare un termine oggi in voga) bipartizan che animava i solisti della Voce e il loro direttore d’orchestra.

ca! Tanto quell’attitudine non permetterà mai a loro di capire la serietà della vita e la grandezza del pensiero. Per fare una smorfia sopra le carte dei grandi e sulla storia affannosa dello spirito umano non c’è bisogno né di lauree né di bibliografie; qualunque bertuccia può permettersene il lusso».

Ecco la modernità. Questi giudizi (esattamente come la premessa sull’«Italia che non ci piace») valgono oggi proprio come un secolo fa. Il ritratto dello snobismo intellettuale, la critica alla ragion venale, la distinzione fra cultura

ed erudizione scimmiesca, potrebbero essere utilizzate oggi per definire gran parte dell’intellighentsia, superficiale e supponente, autoreferente e miserabile. Prezzolini prendeva a randellate gli accademici mandarini, con il loro linguaggio astruso da professionisti del vago. Convinse (costrinse) intellettuali seri e seriosi come Croce ed Einaudi a scrivere in maniera più semplice, avventurandosi persino nel territorio dell’ironia. Senza abbandonare il rigore delle idee, ovviamente. «Noi sentiamo fortemente l’eticità della vita intellettuale», scrisse in quell’articolo del 27 dicembre, «e ci

muove il vomito a vedere la miseria e l’angustia e il rivoltante traffico che si fa delle cose dello spirito». Rigore e leggerezza, dunque. Una contaminazione favorita dalla giovane età del direttore e di molti collaboratori, alla quale si adeguarono i più anziani. La pedanteria era bandita dalla Voce, così come la scrittura aulica, inadeguata per un giornale anticonformista e, a tratti, persino corsaro. C’era – in nuce – lo stesso spirito di rottura che nel febbraio del 1909 portò Filippo Tommaso Marinetti a pubblicare il Manifesto del Futurismo: il rifiuto delle tradizioni polvero-

Prezzolini diresse La Voce fino al 1912, quando la direzione fu assunta da Papini; la riprese nel 1914, per abbandonarla di nuovo un anno dopo. Partecipò alla Prima guerra mondiale con il grado di capitano, e avviò una collaborazione con Il Popolo d’Italia. La Voce – diretta da Giuseppe De Robertis – cessò le proprie pubblicazioni nel 1916. Erano accadute molte cose, in quegli anni, e Prezzolini – che era uno spirito libero e indipendente – fu il primo a prenderne atto. Dimenticata per quasi cinquant’anni (complice anche la decisione di Prezzolini – negli anni Venti – di trasferirsi negli Stati Uniti, e di guardare l’Italia «con il cannocchiale»), La Voce tornò di moda negli anni Cinquanta, quando molti intellettuali si resero conto del ruolo svolto da quel giornale nei primi anni del Novecento. Ad anticipare questi giudizi era stato – negli anni della Seconda guerra mondiale – Curzio Malaparte: «Nel cenacolo della Voce», scrisse, vi furono «i fermenti necessari a un tal così detto rinnovamento delle lettere, e della cultura in genere, alla loro liberazione interiore. V’erano, anzi, in essa, una forza, una persuasione, una fede, un coraggio, una verità, di

cui mancava in Italia la testimonianza da lunghissimo tempo, forse da più oltre l’Alfieri, il Parini, il Foscolo. Cosa nuova e sorprendente, da noi, quel moto di idee, di principii, di sentimenti e di propositi, non meno serio e importante di quel moto politico che alcune decine d’anni innanzi s’era chiamato Risorgimento». Eugenio Garin (alla fine degli anni Cinquanta) scrisse che La Voce «fu la presa di coscienza di un’inquietudine, e la ricerca di vie nuove, fu la dichiarazione di un’insoddisfazione e l’apertura a possibilità molteplici». Geno Pampaloni, un paio di anni dopo, giudicò La Voce «specchio di una generazione attiva, sensibile, attenta alla realtà e incredibilmente fervida; fu una sorta di aperta autobiografia di una intera generazione nel momento in cui essa credeva di poter stringere nel calore della autobiografia il valore e il significato del mondo intero».

Nel 1974 l’editore Rusconi pubblicò un ponderoso volume di Cronaca e Antologia de La Voce, curato dallo stesso Prezzolini (che nel frattempo si era trasferito a vivere a Lugano) e dallo storico Emilio Gentile. Nel 1994 – esule da Il Giornale, da lui fondato venti anni prima – Indro Montanelli (che di Prezzolini era stato grande amico) fondò un quotidiano al quale – di proposito dette la stessa testata del foglio prezzoliniano. Durò poco, un anno appena. Nell’editoriale di commiato Montanelli spiegò: «Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale, di una destra che si sente oltraggiata dall’abuso che ne fanno gli attuali contraffattori». Prezzolini era morto, giovanissimo, nel 1982, all’età di cento anni e mezzo.


cultura

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In libreria. L’attitudine (tutta italiana) al sospetto e alla dietrologia nei nuovi noir di Patrick Fogli e Carlo Lucarelli

Strano... ma “nero” di Livia Belardelli

A sinistra, la locandina del Festival del Noir di Courmayeur, appena conclusosi. Alla rassegna, tra gli altri, sono stati presentati i nuovi libri di Patrick Fogli e Carlo Lucarelli (nella foto in basso), rispettivamente “Il tempo infranto” e “Navi a Perdere”

a ricominciato a nevicare a Courmayeur. Il Noir in Festival ha chiuso i battenti. Il paese all’ombra del Monte Bianco torna a essere meta di sciatori mentre la centrale via Roma non è più affollata da giornalisti, registi e scrittori. Torna la routine, complotti e thriller sono già lontani e con loro il buffo omino del Noir dalle gambe corte, simbolo della manifestazione. Ma restano i libri. Il tempo infranto di Patrick Fogli e Navi a Perdere di Carlo Lucarelli ad esempio. Per non dimenticare il sapore del complotto e quella brutta parola di cui si accusano spesso i romanzieri. Dietrologia. dietrologia (die-tro-lo-gì-a) s.f.Tendenza ad analizzare fenomeni ed episodi, specialmente politici, ricercando complotti, trame oscure e, in genere, modalità e intenzioni diverse da quelle dichiarate. Ecco, ce lo ribadisce anche Lucarelli nel suo nuovo libro-inchiesta dove l’uso di copiare stralci di dizionario è il leit motiv della sua inchiesta. Perché le parole, seppur polisemiche, hanno significati precisi. E spesso è necessario ricordarlo. Ad esempio, la dietrologia non è paranoia.

H

Soprattutto se si parla della strage di Bologna o, nel caso di Lucarelli, di un uomo che muore inspiegabilmente e di una nave che fa naufragio. «Di fronte a queste storie si finisce per essere dietrologi per forza. Spesso si diventa dietrologi perché la risposta uffi-

ciale è talmente idiota che non si può non diventarlo» esordisce Patrick Fogli.

La capacità di incidere del complotto è direttamente proporzionale alla qualità del potere. La letteratura avverte della patologia della società e la comparsa di una mitologia complottista, e la sua relativa fortuna, segnalano che

meccanismi cercando di rivestirli di emozioni facendo in modo che qualcuno possa ragionarci sopra all’interno di un contesto» afferma Lucarelli che nel thriller vede lo strumento indagatore e complottista per eccellenza, un modo per «mettere in fila i pezzi di un mosaico e creare ipotesi possibili sul terreno della Storia». Anche per Fogli la scintil-

Presentati al Courmayeur Noir Festival, i volumi ci raccontano attraverso la storia d’Italia degli ultimi vent’anni il “vizietto” di elaborar sempre una “teoria del complotto” qualcosa non va. E quando un uomo indaga su un presunto traffico di rifiuti tossici e muore dopo aver bevuto un limoncello o tanta gente perde la vita per una bomba in una stazione, forse qualcosa non va per davvero. Sono i misteri, pardon i segreti, dell’Italia del secondo dopoguerra. «Il mistero presuppone che ci siano cose irrecuperabili e insondabili che non si possono scoprire, il segreto è qualcosa che qualcuno sa e non ti dice» sottolinea Fogli che ha voluto utilizzare il romanzo per indagare sull’“Italia dei segreti”. Quell’Italia che, oggi più che mai, insegue la verità innescando studi e ricostruzioni, indagini e film ma soprattutto un vero filone specifico dedicato al complotto e alla riscrittura della nostra Storia. «Noi mettiamo in scena dei

la è l’oscurità della Storia. «Sono partito dai miei interrogativi e dall’idea di scrivere un romanzo sull’eversione italiana di destra, ho fatto ciò che gli storici non fanno. Ho aperto i faldoni e ho cercato il materiale». Da quest’esigenza nasce Il tempo infranto, un thriller che attraverso un congegno

narrativo di indagine ricostruisce gli ultimi venti anni di storia italiana. A lui e ad altri della sua generazione va il merito di avere avuto il coraggio di frugare nell’armadio degli scheletri della Repubblica italiana e impedire ad una parte della società di dimenticare. «Ho deciso di scrivere perché spesso delle stragi in Italia non si sa niente. C’è un velo di polvere molto sottile che si appoggia su un cassetto che nessuno ha voglia di aprire. E la polvere non è nemmeno tanta. Bisognerebbe solo avere la voglia e il coraggio di sfogliare tanto materiale giudiziario». E diventare quel che Lucarelli chiama “uomini che cercano”. Come il comandante Natale De Grazia, del pool investigativo della Procura di Reggio Calabria che fa parte di quella schiera di uomini che «quando ci arrivano, a trovare quello che cercano, cambiano le cose e cambiano il mondo» ci dice Lucarelli in Navi a perdere. Quando ci arrivano. Perché il comandante De Grazia muore improvvisamente mentre conduce una difficile indagine sull’ipotesi di traffici clandestini e illeciti che ha per oggetto i viaggi e gli affondamenti di alcune navi. «Cosa succede a questi uomini che cercano? Che non glielo fanno fare». Natale De Grazia è l’unico a bere un limoncello subito prima di morire. Inevitabile fare dietrologia.

«Leggendo la storia di questo limoncello ho pensato ad un paio di caffè. A Michele Sindona e a Pisciotta. Ogni tanto in Italia queste cose succedono e tutto sommato siamo meno creativi degli americani che si sono inventati la pallottola impazzita della Commissione Warren» ribadisce Fogli. Dietrologi e poco originali dunque. «Eppure» continua «bisogna pensare da eroi per comportarsi da persone per bene. Questa è un po’ la filosofia che c’è dietro l’uomo che cerca. Nel nostro piccolo dovremmo essere tutti uomini che cercano». La verità. O se non altro continuare a farci le domande di quegli uomini per poterli rendere immortali.


cultura

19 dicembre 2008 • pagina 21

in breve Louvre, disegni di Leonardo dietro una tela

e ci si soffermasse soltanto sui numeri, si scoprirebbe che dal 2003 (anno di approvazione della legge) l’occupazione a tempo pieno è cresciuta di oltre un milione di unità. Se si desse parola a chi deve convivere con l’instabilità, allora il grido dell’associazione Sos Musicisti per salvaguardare il famigerato “lavoro a chiamata” avrebbe più autorevolezza delle analisi di tanti economisti. Sono passati più di sei anni dall’omicidio del professor Marco Biagi e la mistica sulla precarietà è una categoria ancora presente nelle liturgie della politica e della cultura italiane.

S

Il sociologo Luciano Gallino ha ultimamente dichiarato che la Biagi è stato uno degli ultimi esempi di leggi «che vanno in direzione di una mercificazione del lavoro». Uno dei sindacalisti più a sinistra che ci siano, Giorgio Cremaschi della Fiom, non perde occasione per chiederne l’abrogazione. Si dirà che è propaganda di un’area che considera il lavoro soltanto quello subordinato, ma riflettendoci su – forse perché l’estrema sinistra è fuori dalle Camere – la figura del giuslavorista bolognese e la sua eredità si sono dimostrate un peso insostenibile soprattutto per i riformisti italiani. A ben guardare le sue battaglie – alleggerire i vincoli del mercato del lavoro o portare tutele verso chi non le ha mai avute – erano estremamente trasversali. Il personaggio addirittura appare post politico, almeno stando al suo cursus: cresciuto nella Cisl, socialista vicino allo Sdi, elettore della Margherita, amico e collaboratore di Tiziano Treu, quindi nel 2001, con lo sbarco al governo del centrodestra, civil servant e consulente principe per le politiche del lavoro del ministro leghista Roberto Maroni. Il tutto senza mai dover fare abiure. Eppure la destra e la sinistra non hanno saputo delineare un percorso comune per portare a compimento, senza acuire le tensioni sociali, la

Marco Biagi (nella foto a sinistra), l’economista ucciso a Bologna dalle “Nuove Brigate Rosse” il 19 marzo del 2002

Libri. Giuliano Cazzola racconta la vita di «un interlocutore scomodo»

L’eredità bipartisan di Marco Biagi di Francesco Pacifico traccia disegnato dal professore ucciso dalle Br. E che, gioco forza, avrebbe diretto l’Italia verso l’introduzione di una reale flex security. Per usare le parole di Giuliano Cazzola, un uomo così, perfetta sintesi della necessità di superare le ideologie, è stato «un interlocutore scomodo in morte come lo fu in vita». Proprio Cazzola, già segretario confederale della Cgil in quota Psi e oggi parlamentare del Pdl, ma nel 2001 sodale di Biagi nella scrittura di quello che fu il “Libro bianco” – nello scorrevole e piacevole saggio Il riformista tradito (Boroli editore – 142 pagine, 14 euro), si sofferma sull’ennesima occasione mancata dalla politica per modernizzare il Paese. E lo fa da una tribuna privilegiata, quella di parlamentare del Pdl e vicepresidente della commissione Lavoro della Camera.

Cazzola infatti sperava, da un lato, nei ruoli di governo assegnati agli amici di Biagi, Sacconi e Brunetta; dall’altro nella presenza nel campo avverso di riformisti come il “gemello” di Biagi, Tiziano Treu, Cesare Damiano (che da ministro aveva sostanzialmente blindato la legge 30) o Enrico Letta. Uomini in grado di creare un dibattito non ideologico sulle tematiche del lavoro. «In sostanza», scrive, «tutto lasciava sperare che nella XVI legi-

slatura sarebbe emerso con chiarezza un dato di fatto al quale abbiamo creduto anche quando erano più forti e veementi le polemiche: nel campo del lavoro esistono reali opportunità di iniziativa comune». Non la ricerca di inciuci né di «voti bipartisan», ma la consapevolezza che

I moderati di destra e sinistra, pur sposando le sue idee, non hanno avuto il coraggio di portare a termine le innovazioni previste dal Libro Bianco «soltanto le soluzioni ai problemi sarebbero state cercate all’interno dei medesimi filoni culturali». Quello dei riformisti. Ma siccome le sedute del Parlamento non sono mai come i convegni accademici, ben presto, quando si è dovuto parlare di pubblico impiego o dell’estensione degli ammortizzatori sociali, si è passati al muro contro muro.

Il “Riformista tradito” non è soltanto l’analisi disincantata di chi per sbaglio, o per troppa passione, si è ritrovato comunque per caso in Parlamento. È anche il bozzetto di un amico che ci restituisce un Marco Biagi padre e marito

geloso degli spazi domenicali (la messa, i tortellini in brodo, la partita del Bologna); l’accademico Marco Biagi che resiste con dignità a un ambiente di colleghi che lo osteggia, perché preferisce comparare le diverse esperienze europee prima di lanciare teoremi; il docente Marco Biagi che dà un compito a ogni suo studente per coinvolgerlo in un’opera che altro non se non formare la futura classe dirigente del Paese.

Proprio queste vicende fanno comprendere perché nel 2001 Biagi, con Roberto Maroni ministro del Welfare, poté riprendere il lavoro iniziato cinque anni prima con Tiziano Treu: la regolamentazione del lavoro precario. Forse quest’esperienza - unita alla consapevolezza che innovazione è affrontare senza dogmi i problemi concreti Cazzola vorrebbe inculcarla ai suoi colleghi di destra e di sinistra. A quel punto sarebbe più facile realizzare quell’agenda identificata nel “Libro bianco” da giuristi trasversali come Biagi e ancora incompiuta. Guarda caso tra le parti non applicate ci sono la necessità di ridefinire le regole del licenziamento per creare una vera flessibilità in entrata o l’imperativo di dare più spazio alle aziende e al territorio nella contrattazione. Temi al centro del dibattito tra le parti e il governo.

Scoperta inaspettata al museo del Louvre di Parigi: alcuni disegni sono stati ritrovati dietro un dipinto di Leonardo Da VinSecondo ci. quanto riferito da France 2, gli schizzi sarebbero stati trovati dietro “La vergine con il bambino e Sant’Anna” e potrebbero essere del grande artista italiano. Si tratta di tre disegni realizzati con la pietra nera: la testa di un cavallo, un pezzo di cranio e un bambino. Niente per ora permette di stabilire che le 3 figure siano dell’artista ma la testa di cavallo sembra ispirata alla Battaglia di Anghiari, il cranio e’ una figura che ricorre nell’opera di Leonardo ed il bambino somiglia molto a quello raffigurato nel quadro.

Giovanni Allevi star del Concerto di Natale al Senato Sarà il giovane artista italiano Giovanni Allevi il protagonista del “Concerto di Natale del Senato”, tradizionale appuntamento di fine anno nell’Aula di Palazzo Madama. Il compositore pianista marchigiano eseguirà insieme con l’Orchestra Sinfonica “I Virtuosi Italiani” alcune composizioni tratte dal suo ultimo album Evolution e musiche di Giacomo Puccini, di cui ricorre quest’anno il 150mo anniversario della nascita. Il ricavato, hanno fatto sapere, sarà devoluto all’ospedale pediatrico del Bambin Gesù di Roma.

Un premio alla carriera per il tenore Bergonzi Uno dei più grandi interpreti verdiani, il tenore Carlo Bergonzi, riceverà un premio speciale alla carriera il prossimo 20 gennaio a Cannes. Il premio sarà consegnato in occasione della 43esima edizione del Midem, il Mercato internazionale del disco e dell’edizione musicale. Lo hanno annunciato ieri gli organizzatori della manifestazione. Il trofeo verrà consegnato a Bergonzi, che ha ottantaquattro anni, dal tenore tedesco Jonas Kahfman nell’ambito dei Midem Classical Awards.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

da ”le Figaro” del 18/12/2008

”Oui”, l’Iran ha l’atomica n Francia sono preoccupati. È l’atomica iraniana che toglie il sonno dei politici transalpini. La missione parlamentare informativa sull’Iran avrebbe acquisito la certezza che il programma nucleare di Teheran abbia finalità militari. Il governo di Gerusalemme lo affermava da molto tempo, ora non è più sola nel lanciare l’allarme. Le grida di «al lupo» erano state spesso smorzate dall’agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che era giunta a una posizione di stallo, dando quasi a intendere che ci fosse il beneficio del dubbio sulle vere intenzioni iraniane. Per il deputato socialista Jean-Louis Bianco è invece una «certezza». La commissione ha lavorato per un intero anno, ascoltando esperti in Iran e all’estero, prima di giungere alle sue conclusioni.

I

«Gli iraniani sono riusciti ad arricchire 1.600 chilogrammi d’uranio. E non sono in grado di rispondere su come verrà utilizzato o quale sia lo stato d’avanzamento del progetto ad uso civile – continua Bianco che ha presieduto la commissione - Teheran ha piani di emergenza per la bomba nucleare, probabilmente ottenuta grazie alla filiera pakistana. Gli iraniani hanno anche messo a punto un programma di miniaturizzazione della bomba». Infine, il nuovo vettore missilistico Sahab 3 (raggio d’azione di 1.300 chilometri con un carico utile di 750 chilogrammi, ndr) , armato con le nuove testate nucleari, metterebbe in pericolo Israele e l’Europa. Più volte minacciato di distruzione da parte del Presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, lo Stato ebraico è il primo ad essere interessato allo sviluppo di Teheran nel programma nucleare. Ma anche gli arabi sunniti non nascondo i timori per la crescente

influenza dell’Iran sciita nella regione. Oltre a queste preoccupazioni, l’attivismo di Teheran nell’atomo ha, di fatto, posto fine al Trattato di non-proliferazione (Tnp).

«Ahmadinejad, mi auguro, non sia pazzo abbastanza da colpire Israele. Penso che la bomba nucleare sia più un arma politica per l’Iran. Ma non credo neanche alla tesi che l’atomo renda saggi», avverte il politico francese. Per il deputato socialista servirebbe aprire subito dei negoziati e senza pre-condizioni per non infilarsi in un vicolo cieco. Parlare con l’Iran senza che, necessariamente, ci sia sul piatto la questione nucleare. Al contrario del suo presidente, la società iraniana non è anti-semita ed è esclusivamente preoccupata alla propria sicurezza. Affrontare i temi dello sviluppo economico e della stabilità della regione potrebbe facilitare l’apertura di una porta con una via d’uscita. L’unico problema rimane il fattore tempo, a disposizione è veramente pochissimo. Il 2009 sarà un anno cruciale, con le elezioni politiche, sia in Israele e che in Iran. La tentazione per Gerusalemme di attaccare gli impianti nucleari persiani sarà sempre più alta e lo spazio di movimento delle cancellerie occidentali, europee in maniera particolare, sempre più stretto. Quando sitratta di difendere la propria integrità nel panorama mediorientale il piccolo Stato d’Israele, non c’è dubbio, agirà con tempismo ed efficacia. Un contesto nel quale il neopresidente Barack Obama ha già annunciato la sua intenzione di interloquire con il potere che governa a Teheran. Ma non è ancora entrato alla Casa Bianca e per lui il

fattore tempo pesa di più. Il suo lavoro non sarà certo facilitato dall’ambiguità di Mosca e Pechino che, in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazione unite, ha sempre svolto un ruolo non cristallino riguardo al programma nucleare iraniano. Atteggiamenti politici che forse nascondono interessi non in linea con quelli occidentali e che potrebbero manifestarsi ancora in differenti fasi della crisi.

In Israele, molti temono che Teheran stia utilizzando i nuovi negoziati solo per guadagnare tempo, fino a quando non sarà troppo tardi per impedire che il suo progetto giunga al termine. Una “melina” diplomatica che Ahmadinejad ha già utilizzata in precedenza. Un rischio di cui tutti gli attori politici sono ben consapevoli, ma dalla Francia arriva un laconico quanto inesorabile «non c’è alternativa».

L’IMMAGINE

Gli insegnanti devono recuperare il rispetto e l’autorità di un tempo Scuola in crisi? Studenti in piazza? L’Onda monta,“autogestisce”e “occupa” gli istituti? Gli studenti sbeffeggiano i professori? Perché non tentare la carta del recupero dell’autorita’ dell’insegnante? E qui le istituzioni possono fare poco. E’ l’insegnante stesso che deve provvedere e ancor prima la famiglia. E’ certamente lo spirito di collaborazione tra famiglia e classe insegnante che potrà consentire alla scuola il salto di qualità. Se non insegnamo già in famiglia che la scuola è importante, che le promozioni vanno guadagnate sul campo, che l’insegnante va rispettato non si va da nessuna parte. Quando leggiamo che un genitore picchia l’insegnante che ha osato bocciare il suo ragazzo, lo sconforto è davvero grande. Ecco perché azzardo una proposta: sig. Direttore, molto, ma molto mi creda, può fare la stampa. Cominciate voi giornalisti a dire chiaramente come stanno le cose, quali sono le origini di questa (orrida parola, lo so) “malascuola”.

Vittorio Boni - Roma

LA FAMIGLIA AL CENTRO A Natale l’attrice principale di un dovuto raccoglimento spirituale che si raggiunge non solo sotto l’albero o il presepe, ma in tutte le grotte umane dove il buio e la sofferenza induce le persone a stringersi l’una con l’altra, per non avere freddo, è la famiglia. Ce ne sono tante, assenti, piccole, allargate e anche quelle che arrivano dall’estero. Ad una sola non può andare l’augurio, è quella delinquenziale, che come le altre copre le spalle, infonde calore e spinge in avanti, ma alla fine violando la legge rovina noi stessi e la società che ci circonda. Molta gente dice che certi criminali bisogna metterli in galera e buttare la chiave; ma se l’ultima cosa non la si fa è perché il sentimento cristiano ci induce al recupero. Spero che il

futuro umano e politico, riponga la giustizia e la famiglia al centro del mondo, perché se la seconda langue è perché non funziona la prima; così come sono legate la certezza del diritto e la certezza della pena.

Bruno Russo - Napoli

IERVOLINO E IL “RINNOVAMENTO” Dopo il terremoto a Palazzo S. Giacomo, la Iervolino ha detto di volere restare al suo posto per lavorare per il rinnovamento: quale? Se il suo lessico fosse coerente dovrebbe almeno festeggiare per quanto sta accadendo, perché per la prima volta la giustizia è andata a colpire quegli assessori comunali, che nelle campagne elettorali promettono, scambiano favori e poi si mettono al lavoro, per appalti speciali ovviamente. Ricordia-

Faccia da… maiale! Attivisti di Greenpeace, che per protestare contro l’inquinamento dell’aria hanno “ritoccato” a dovere un cartellone pubblicitario di Berlino, in Germania, trasformando il muso elegante di un’automobile in un faccione da maiale moci solo che lo stesso sindaco, prima delle elezioni, disse che il problema “monnezza” era alle spalle dei napoletani. Credo che per certe persone il rinnovamento sia come il gioco delle tre carte.

Lettera firmata

LA DEPRESSIONE DI WALTER «Mi hanno sempre offerto parti comiche, quelle serie e drammati-

che le ha sempre avute Massimo D’Alema, anche se io, fin da piccolo, mi sono interessato al dramma», ha lamentato Veltroni. L’apocalittica crisi del Partito democratico ora sta occupando le pagine di tutti i media con titoli spettacolari. Avvisi di garanzia, inchieste giudiziarie, veleni, guerre civili, tutti contro tutti, l’un contro l’altro armati e c’eravamo tanto ama-

ti. Eppoi via con autorepressioni, invidie, impazienze, nostalgie del passato, persistenti pensieri indesiderati, angosce, paure, sottomissioni, possessività, allarmismi, ripetizioni degli stessi errori, dubbi e depressioni. Dite che il Nostro Walter preferito sia felice? Grato dell’attenzione. Distinti saluti.

Pierpaolo Vezzani Correggio (Re)


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LETTERA DALLA STORIA

Nati sotto cieli diversi, ma con cuori che si somigliano Nati sotto cieli diversi, non abbiamo né gli stessi pensieri né lo stesso linguaggio, forse, cuori che si somigliano? Il clima mite e nuvoloso dal quale provengo mi ha lasciato impressioni gentili e malinconiche; quali passioni ha infuso in voi il sole generoso che ha abbronzato la vostra fronte? Io so come amare e soffrire, e voi, cosa conoscete dell’amore? L’ardore dei vostri sguardi, la violenta stretta delle vostre braccia, il fervore del vostro desiderio, mi tentano e mi spaventano. Non so se combattere la vostra passione o se condividerla. Non si ama così nel mio paese; accanto a voi io non sono niente altro che una pallida statua che vi guarda con desiderio, preoccupazione e stupore. Non so se mi amate sinceramente, non lo saprò mai. Riuscite appena a dire qualche parola nella mia lingua e io non conosco abbastanza la vostra per penetrare simili misteriose questioni. Forse, anche se conoscessi perfettamente la lingua che parlate, non riuscirei a farmi capire. Il luogo dove abbiamo vissuto, la gente che ci ha istruito, sono indubbiamente le ragioni per le quali abbiamo idee, sentimenti e bisogni reciprocamente inspiegabili. La mia natura debole e il vostro temperamento ardente devono produrre pensieri molto diversi. George Sand a Pietro Pagello

ACCADDE OGGI

PUBBLICITÀ E PROGRESSO? La nuova pubblicità del Glen Grant lascia nel palato un sapore di cattivo malto scozzese, pieno di maschilismo e pregiudizi, che declina nell’oscenità e la volgarità. Mi domando come sia possibile promuovere dei prodotti con dei linguaggi squallidi: donne in atteggiamenti di facili costumi poco consoni alla decenza pubblica, così come uomini maschilisti che velatamente danno dello scemo a quei consumatori che non si identificano in loro. Non capisco come un attore intelligente come Alessandro Gassman, si presti ad essere testimonial di questa pubblicità. Un prodotto raffinato, così buono e di lunga tradizione, merita un linguaggio più consono.

Pablo Lapi – Milano

AFFETTI E PROBLEMI FRA DONNA E UOMO Che fare, per ridurre la violenza subita da molte donne, specie in casa? Occorre approvare norme di punizione più severe a carico dei violenti; che vanno condannati con pena adeguata e certa – da scontare anche in carcere, senza interpretazioni giudiziali di tipo buonista, pietista e perdonista. La detenzione di più armi nello stesso appartamento andrebbe evitata o concessa solo in casi eccezionali. L’apertura legale di “eros center”, cooperative di squillo, ecc. può contribuire a: ridurre stupri e altre violenze; far pagare le imposte alle lucciole; contrastare meglio la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili e l’eventuale criminalità collegata alla prostituzione incontrollata e clandestina. Gli “eros center”sono edifici,

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

19 dicembre 1945 - L’Austria diventa una repubblica per la seconda volta, la prima era stata interrotta dall’Anschluss nazista a metà degli anni ’30 1946 - Ho Chi Minh attacca i francesi ad Hanoi 1963 - Zanzibar ottiene l’indipendenza dal Regno Unito e diventa una monarchia costituzionale guidata da un sultano 1972 - L’Apollo 17, ultima missione dell’uomo sulla Luna, rientra sulla Terra 1974 - L’Altair 8800, il primo personal computer, viene messo in vendita 1980 - Anguilla diventa una dipendenza del Regno Unito, separata da St. Kitt’s. 1981 - La Spagna adotta la sua bandiera attuale 1996 - Gli accordi di Schengen sono estesi a Norvegia e Islanda 2001 - Inizio della rivolta popolare denominata Cacerolazo in Argentina. Determinerà la caduta del presidente Fernando de la Rúa 2001 - Torna operativo il radar di terra all’aeroporto milanese di Linate, la cui inoperatività aveva avuto un ruolo determinante nel disastro aereo avvenuto l’8 ottobre precedente

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Francesco Rositano, Enrico Singer, Susanna Turco Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio,

appositamente organizzati, diffusi soprattutto nei paesi del Nord Europa, in cui diverse donne offrono legalmente amore mercenario. Anticamente dominate, ora le donne sono difese dal politicamente corretto – che imperversa – e da molteplici gruppi, non solo femministi. Non tutti gli uomini sono violenti: va evitata la guerra fra i sessi e attuata la parità di diritti e doveri. Il sesso maschile ha speranza di vita inferiore alla donna; ha costituito la gran maggioranza delle vittime in guerra – perché combattente – e nei posti di lavoro. Le attività più rischiose e pericolose sono normalmente riservate a uomini. Alcune donne possono esercitare “violenza” psicologica. Nelle separazioni e divorzi è più frequente l’assegnazione dei figli – nonché eventuali “mensili”– alle donne. Eccessi femministi possono essere controproducenti e accentuare il rischio “solitudine”. Talune donne possono mirare ardentemente al matrimonio – atto a garantire affetto, status sociale, protezione e sicurezza economica.

Gianfranco Nìbale

CONTRO LA RU486 A dispetto della prima pagina del giornale fondato da Gramsci, la donna rimarrà ancora più sola. Questa pillola è dieci volte più pericolosa dell’aborto chirurgico ed oltre al figlio, in passato, ha ucciso anche la madre. E’ fortemente voluta dai medici, che ben sapendo di cosa si tratta, non vogliono più praticare aborti. Siamo sicuri che dobbiamo ringraziare qualcuno per questa novità?

Enrico Pagano - Milano

Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

dai circoli liberal

LA PUGLIA A PIEDI IL 2008 sta per andar via e porta via con sé un notevole numero di voli cancellati che interessano gli aeroporti di Bari e Brindisi. Ad oggi, infatti, si registra il 50% dei voli cancellati in Puglia. A questa situazione bisogna aggiungere il fatto che anche la società locale Aeroporti di Puglia deve constatare la soppressione degli slot, cioè delle fasce orarie di decollo e atterraggio. Gli slot rimarranno soppressi per ben 3 anni e non potranno essere assegnati ad altri vettori. L’Alitalia ha comunque la possibilità di vendere gli slot ad altre Compagnie aeree incassando il ricavato e dividendolo in parti uguali fra la nuova “Cai” e la vecchia “bad” company. In tale contesto il danno è notevole, se consideriamo la Puglia una regione con notevoli potenzialità turistiche e commerciali, e se è plausibile ipotizzare ( a queste condizioni ) la chiusura di questi aeroporti minori o marginali. E pensare che solo pochi anni fa si consumavano battaglie portate avanti dai nostri politici per far “decollare” la nostra Regione verso il progresso e verso mercati lontani e prosperosi. Su tutte le prime pagine dei giornali, pochi giorni fa, è apparsa la notizia che l’Alta Velocità permette di collegare Milano e Bologna in 1 ora e 5 minuti. È un grande risultato che si inserisce in un quadro, relativo ai trasporti ferroviari, che avvicina le città, accorcia l’Italia e migliora la vita del Paese. Anche Roma e Milano saranno collegare in 3 ore e 30 minuti. La Puglia non è inserita in questo progetto di modernizzazione , infatti, l’Alta Velocità esclude molti territori, lasciando inalterate le distanze far molte città italiane, soprattutto quelle adriatiche e del Sud. In sostanza questo progetto modifica la geografia del Paese, offrendo scelte di vita in alcuni luoghi che non saranno possibili in altri. Appare una realtà con due velocità dove i territori periferici sembrano relegati alla loro condizione di marginalità. Ciò che scandalizza è la mancanza di reazione dei nostri rappresentanti parlamentari i quali sembrano non cogliere l’importanza di scelte che invece sono strategiche. Il disinteresse che si percepisce per le questioni meridionali è reale ed una reazione per far sentire la nostra voce è auspicabile. Francesco Facchini P R E S I D E N T E CI R C O L O LI B E R A L LE V A N T E BA R I

APPUNTAMENTI VENERDÌ 16 GENNAIO 2009 ROMA - PALAZZO FERRAJOLI - ORE 11 RIUNIONE NAZIONALE DEI CIRCOLI LIBERAL

ATTIVAZIONI IL COORDINAMENTO REGIONALE DELLA CAMPANIA VERSO LA COSTITUENTE DI CENTRO HA ATTIVATO IL NUMERO VERDE PER LE ADESIONI: 800910529

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PAGINAVENTIQUATTRO Inchieste. Sale a tre il numero dei “primi cittadini” accoltellati nel Paese

Va in scena in Russia la strage dei di Francesca Mereu

MOSCA. Tre sindaci freddati nel giro di un mese. La nuova escalation di violenza ha deluso quelli che credevano che la Russia avesse intrapreso la via della stabilità e si fosse lasciata alle spalle il Far West di inizio anni ‘90, quando le dispute sia politiche che commerciali si regolavano a suon di pallottole. Nina Varlamova, sindaco della città portuale di Kandalaksha cittadina di 50 mila abitanti nella regione di Murmansk (nel nord della Russia) - è stata accoltellata a morte mentre usciva di casa da un cittadino che si lamentava di ricevere una pensione troppo bassa. L’uomo si sarebbe nascosto vicino al palazzo della Varlamova avrebbe atteso che la donna uscisse, e armato di coltello l’avrebbe aggredita, colpendola varie volte. La donna, 54 anni, è stata trovata martedì notte da dei vicini riversa a terra in una pozza di sangue. Prima dell’arrivo dell’ambulanza la Varlamova, ancora cosciente, avrebbe indicato il nome del suo aggressore ai soccorritori. La prima cittadina è morta in sala rianimazione. Una ferita profonda al collo le avrebbe fatto perdere molto sangue. La polizia ha arrestato Dmitry Kireyev, un disoccupato di 51 anni. Secondo la procura di Murmansk l’arrestato, un ex militare che aveva combattuto in Afghanistan, aveva lavorato con la Varlamova nell’amministrazione cittadina negli anni Novanta. Kiriyev aveva poi diretto un giornale locale. Secondo alcuni testimoni, l’uomo - sul quale verrà disposta una perizia psichiatrica - aveva in passato varie volte minacciato di morte la Varlamova, ma la donna non l’aveva mai preso sul serio. Kiriyev pretendeva, infatti, dal sindaco un aumento di pen-

SINDACI

sione. Secondo il capo del dipartimento investigativo di Kandalaksha, Andrei Zhuravlyov, proprio questo sarebbe stato il movente che l’avrebbe spinto ad uccidere.

Gli investigatori non escludono, comunque, l’omicidio su commissione. Negli ultimi anni Kireyev era disoccupato, s’era venduto l’appartamento e secondo i vicini si comportava sempre in modo strano. Nina Varlamova è stata uccisa un anno esatto dopo esser stata eletta. La donna era subentrata ad un sindaco condannato a due anni e sei mesi per corruzione. La Varlamova è il terzo amministratore ucciso in Russia nel giro di un mese. Il 17 novembre a Nazran, in Inguscezia, dei killer hanno ferito a morte il sindaco Magomed Barakhoyev. Il 26 novembre, invece, è toccato a Vitali Karayev, il sin-

zikov, il cugino di Zyazikov e ad ottobre un attentato ha ferito il vice ministro dell’economia Arsamak Zyazikov, un altro parente del presidente. Zyazikov s’è dimesso il 30 ottobre. Secondo gli esperti poco è cambiato nel Paese da quegli anni che hanno caratterizzato la nascita del capitalismo russo. Anzi. Anche se ora non si vedono più in strada i banditi con le tipiche giacche color lampone e le grosse catene d’oro al collo, gli attentati contro politici, uomini d’affari, funzionari influenti e giornalisti non sono soltanto aumentati, rispetto a dieci anni fa, ma rimangono ancora il modo preferito per farsi giustizia o per eliminare politici e rivali commerciali. Gli omicidi su commissione sono sintomo di un apparato statale instabile e continuano tutt’oggi a sostituire un sistema giudiziario inefficiente, sostengono gli esperti. Per risolvere dispute commerciali o politiche si preferisce ricorrere al killer piuttosto che fare causa e aspettare per anni la decisione di un tribunale, spesso corrotto, che decide a favore del potere o di quello che ha offerto di più, dice Andrei Konstantinov, il direttore dell’Agenzia di Investigazione giornalistica di San Pietroburgo che ha aiutato più volte la polizia a catturare criminali.

Secondo il ministero degli Interni, nel 2006 sono stati registrati circa 800 omicidi su commissione. Ma la cifra vera potrebbe essere due o tre volte superiore: la polizia, infatti, non ha banche dati per archiviare i crimini daco di Vladikavkaz, nell’Ossezia del Nord. In entrambi i casi gli assassini non sono stati ancora trovati. Martedì, invece, è stato ucciso Alexei Sukhikh, 29 anni, dirigente di una piccola impresa ma anche figlio del vicesindaco di Vladivostok. Per ora gli investigatori non hanno formulato alcuna ipotesi. Gli omicidi di alti ufficiali di Stato avvengono ormai quasi ogni giorno in Inguscezia. La violenza è aumentata dopo che la polizia ha “accidentalmente” ucciso il 31 agosto Magomed Yevloyev, un giornalista critico del potere regionale. L’opposizione aveva accusato l’allora presidente Murat Zyazikov d’aver commissionato l’omicidio del giornalista. A settembre è stato assassinato Bekhan Zya-

Leonid Kondratyuk, un esperto criminologo dell’Istituto di ricerca scientifica presso il ministero degli Interni, dice che nel 2006 sono stati registrati circa 800 omicidi su commissione, ma la cifra vera potrebbe essere due o tre volte superiore: la polizia non possiede infatti una banca dati comune e alcuni omicidi sono difficili da classificare. Nel 1992 gli omicidi professionali erano invece 100 e nel 1994 la cifra arrivò a sfiorare i 600. Gli omicidi sostituiscono spesso la mazzetta da pagare al burocrate corrotto per risolvere una disputa in affari o una controversia politica, sistema preferito anche perché nella maggior parte dei casi il mandante non viene mai scoperto. Durante il passaggio al capitalismo, infatti, i quadri migliori della procura e della milizia hanno lasciato il lavoro pubblico per compensi più remunerativi nel settore privato, lasciando le attività investigative in mano a persone poco competenti o inesperte. Inoltre per arrotondare il magro stipendio la milizia è spesso disposta a chiudere un occhio in cambio di qualche migliaio di dollari. La Varlamova, nota per la sua campagna contro la corruzione, ha lasciato marito e un figlio di 23 anni.


2008_12_19