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ISSN 1827-8817 81202

Lascia dormire il futuro

di e h c a n cro

come merita: se lo svegli prima del tempo, otterrai un presente assonnato

9 771827 881004

Franz Kafka

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Chiamparino convoca un coordinamento fra segretari e sindaci settentrionali

Pd del Nord, a che serve scimmiottare Bossi? di Giuseppe Baiocchi uando, alla fine degli anni Ottanta, fu il primo a riproporre il tema della “questione settentrionale”con due interventi su L’Osservatore Romano, Giorgio Rumi aggiungeva a voce: «C’è una società del Nord pronta a un cambiamento profondo: e sembra proprio che l’unico autobus che passi con questo traguardo sia quello della Lega: è naturale che la gente ci salga sopra, visto che da altrove non arriva niente, né dalla sinistra, né dalla Dc, né dai laici, e , purtroppo, nemmeno dalla Chiesa»… Sono passati vent’anni e la Lega è diventato il partito più “vecchio” nel Parlamento della Repubblica: il tentativo di proporre un “altro autobus”per il Nord ha insieme i caratteri di una rincorsa patetica e di una annosa sottovalutazione della complessa realtà sociale e culturale completamente sfuggita all’azione della sinistra.

Q

BUGIE, POTERE E PAY TV Berlusconi sostiene di aver eliminato un privilegio (l’Iva ridotta) che la sinistra aveva concesso alla tv di Murdoch. Non è così. Ecco come stanno davvero le cose

Sky, tutta la verità

alle pagine 2 e 3

s eg u e a pa gi n a 5 S E R V IZ I A PA G IN A 5

Mumbai, gli errori dell’Intelligence di Luisa Arezzo a pagina 17

La crisi e l’illusione statalista

Dio ci salvi dal ritorno del New Deal di Jacques Garello a crisi di questi mesi ci riporta gli anni Trenta. Innanzitutto per via della somiglianza tra le cause del crollo delle borse e di alcuni istituti finanziari, inoltre perché certi interpreti principali del dramma hanno visto la luce con l’amministrazione Roosevelt, come Fannie Mae o il Fdic (Federal Deposit Insurance Corporation), infine perché il governo americano ha deciso d’intervenire potentemente per sanare la situazione, come se fosse un nuovo New Deal. Dal momento che sappiamo quanto il New Deal abbia significato per gli Stati Uniti, possiamo nutrire qualche preoccupazione per l’avvenire. Lungi dal riassorbire la disoccupazione infatti, il New Deal l’ha prolungata fino al 1942.

L

se gu e a p ag in a 8

Barack Obama ha nominato l’ex first lady segretario di Stato: ecco le sue idee

La mia ricetta per il mondo Iraq, Cina e Russia: così l’America si muoverà sui “fronti caldi” di Hillary Rodham Clinton ortare a termine la guerra in zione irachena, e non verso il suo goIraq è il primo passo verso la reverno. Le risorse finanziarie andranno staurazione della leadership soltanto dove potranno essere usate in globale degli Sati Uniti. Il conmaniera degna, invece di inviarle verso flitto indebolisce la nostra forza militaministri intenzionati a rubarli. L’ammire, assorbe i nostri asset strategici, dinistrazione Bush ha iniziato a coinvolstoglie attenzione e risorse dall’Afghagere con troppo ritardo l’Iran e la Siria nistan, aliena i nostri alleati e divide il in un tavolo di colloqui sul futuro dell’Inostro popolo. La guerra ha inoltre raq. Questo è un primo passo nella direspinto i nostri militari sino al limite. zione giusta, ma molto altro deve esseDobbiamo ritirarci dall’Iraq in modo re ancora fatto. Lavorando insieme al da riportare a casa le nostre truppe in Rappresentante speciale dell’Onu per Hillary Clinton è stata nominata totale sicurezza, iniziare a ridare stabil’Iraq, un gruppo di alleati chiave (che Segretario di Stato da Barack Obama lità alla regione e rimpiazzare la forza comprendono tutti gli Stati confinanti e militare con un’iniziativa diplomatica altre potenze globali) sarà incaricato di che coinvolga le nazioni di tutto il mondo in uno sforzo co- sviluppare e mettere in pratica una strategia che porti alla mune per dare sicurezza al futuro dell’Iraq. Oltre a lavorare stabilizzazione della regione. per stabilizzare il Paese dopo il ritiro delle nostre forze, mi s e gu e a p ag in a 1 2 impegnerò per dirigere gli aiuti statunitensi verso la popolaS E R V IZ I A PA GI NA 1 4 E 1 5

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seg2008 ue a p•agEinURO a 9 1,00 (10,00 MARTEDÌ 2 DICEMBRE

CON I QUADERNI)

• ANNO XIII •

NUMERO

231 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 2 dicembre 2008

Parabole. Il mondo politico e quello delle tv a soqquadro per la norma che raddoppia le imposte al concorrente di Mediaset

L’omissis di Berlusconi

«Abbiamo tolto un privilegio a Sky», ha detto il premier. In realtà, l’Iva al 10% era stata concessa a Telepiù quand’era del Cavaliere di Francesco Capozza

ROMA. Raddoppio dell’Iva, ergo: aumento dell’abbonamento a Sky per quei 4 milioni e 700 mila famiglie che alla Tv generalista, commerciale o di Stato preferiscono quella a pagamento e su satellite. E se gli abbonati non fossero d’accordo? Trovata geniale di Sky Italia che ha diffuso dai suoi canali un invito che suona come uno sberleffo al Cavaliere e al governo: «Se credete che questo provvedimento sia ingiusto, mandate una mail a: segreteria.presidente@governo.it» che già da ieri ha cominciato ad andare in onda su tutti i canali della piattaforma di proprietà di Rudolph Murdoch. Geniale! Chissà quelle poverette delle segretarie di Berlusconi, subissate dalle mail di utenti scontenti e delusi. La campagna televisiva è il punto di partenza della protesta di Sky contro le misure anti-crisi decise dal governo che vanno a ricadere sul canone degli abbonamenti alla pay tv. E la polemica si è trasferita sul terreno della politica.

L’opposizione attacca, la maggioranza parla di «correzione a una stortura», ma apre a possibili modifiche. La decisione del governo di eliminare le agevolazioni per le pay-tv, innalzando così l’Iva dal 10% al 20%, è il nuovo fronte di scontro tra maggioranza e opposizione. Sul fronte democratico Veltroni attacca: «Questa misura è un modo per colpire un’impresa, Sky, che produce e dà lavoro, e per colpire i cittadini, deprimendo ulteriormente il Paese». «È una decisione - evidenzia il segretario Pd - che agisce per il 92% sul principale concorrente di Berlusconi. E poi siamo sempre da capo a dodici: il governo prende una misura che è un aumento delle tasse perché non stiamo parlando di famiglie ricche ma dei tifosi di calcio che si sono abbonati a Sky: ora si trovano il prezzo raddoppiato». La maggioranza difende la decisione, ma apre alla possibilità di discutere in Parlamento sull’opportunità della decisione. Il vice presidente dei senatori Pdl, Gaetano Quagliariello, intervistato proprio da Sky Tg 24, spiega: «Credo che ci sia la possibilità di discuterne. Siamo in una situazione di crisi, è necessario rivedere il quadro del-

La guerra (soltanto fiscale?) a un possibile ”terzo polo”

Una metafora del falso bipartitismo di Renzo Foa l caso che ha al suo centro Sky sembra una metafora della politica italiana: anche nel centro del sistema televisivo c’è una terza forza che svolge una funzione positiva e che finisce con il subire un pesante attacco diretto. Ma forse non è solo una metafora, se è vero che la storia della Seconda Repubblica, cioè dell’Italia bipolare, ha preso le sue mosse dallo scontro diretto fra due imperi editoriali e finanziari - Finivest e il gruppo Debenedetti - e che è stato cadenzato da eterni, duri scontri sugli assetti del sistema mediatico-comunicativo. Oggi la conflittualità, che nel sistema televisivo si è snodata lungo l’asse “partito della Rai”-potere berlusconiano, sta investendo anche il terzo grande protagonista, quello cresciuto attraverso la trasmissione criptata e gli abbonamenti. Le ragioni di questo allargamento sono diverse e le principali vanno cercate probabilmente nell’ampiezza del mercato raggiunto da Sky e nella difficoltà degli altri due soggetti - naturalmente in primo luogo Mediaset che è partita in ritardo di essere in qualche modo davvero concorrenziale.

I

C’è, in altre parole, un terzo potere che si è allargato e che in qualche modo, ad un certo punto della sua espansione, è stato penalizzato con una piccola, ma efficace manovra fiscale decisa dal governo, al punto da autorizzare gli avversari di Berlusconi a gridare di nuovo al “conflitto di interessi”. E al punto di vedere crescere una grande verve polemica e da vedere un grande movimento

di alleanze, con il centrosinistra e il “partito della Rai” (indeboliti entrambi negli ultimi mesi) schierati dalla parte di Sky e con il centrodestra e Mediaset schierati contro. Nulla di nuovo rispetto al passato? Direi di no. La novità è che - mentre fino a ieri c’era stata una certa equivalenza nei rapporti di forza - questa volta esiste una grande sproporzione tra il potere che ha colpito e che coincide con una maggioranza politica e con un governo e il potere che sta subendo un attacco alla propria concorrenzialità. E le ragioni di Sky stanno principalmente in questa anomalia.

Gli esperti in dietrologia ci raccontano in questi giorni non solo la vita, la morte e quindi anche i miracoli dei “padroni delle comunicazioni”, ma anche quegli aspetti più direttamente politici dei loro rapporti, con accordi, scambio di reciproci favori e piani comuni alternati a rotture. Ma tutto ciò non cambia la natura del caso esploso in questi giorni. Anzi semmai ne conferma sempre più le somiglianze con la politica italiana, con i rapporti fra gli schieramenti e con le battaglie in corso, con le quali chi ha più potere cerca ora di accordarsi con altri, come fece Berlusconi con Veltroni all’inizio della legislatura, e ora di schiacciare possibili concorrenti - come fece sempre Berlusconi con Casini alla vigilia delle elezioni e come continua a tentare di fare ancora. Tutto questo è ciò che, appunto, disegna i tratti della nuova grande guerra della telecomunicazioni, esplosa con il caso Sky.

la fiscalità, ma sarebbe più proficuo parlare all’interno di questa situazione e valutare tutto con questo parametro piuttosto che con un unico parametro di strumentalità politica che è poi una formula magica: conflitto di interessi».

Il ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, afferma che con l’innalzamento dell’Iva sulla pay tv «si è rimediato a una stortura che la poneva al 10 per cento, ma ovviamente il Parlamento sarà chiamato a discutere e a confrontarsi». Il ministro insiste sul fatto che «con questo provvedimento nessuno vuole discriminare nessuno e tantomeno vuole colpire l’occupazione; comunque tutto l’impianto della manovra non è un dogma e lo si discuterà». Sul fronte opposto anche l’Idv critica la misura del governo. «Serve una legge sul conflitto d’interessi in Italia per risolvere un’anomalia unica tra le democrazie europee» afferma il capogruppo alla Camera, Massimo Donadi, secondo cui «in nessuna democrazia si verifica una violazione così palese delle regole di trasparenza e concorrenza». «Mentre si raddoppia l’Iva a Sky - aggiunge l’esponente dipietrista - i giornali della famiglia Berlusconi pubblicizzano le offerte di Mediaset Premium. Una simile concentrazione di potere ed una commistione tra affari e politica altera pesantemente le regole della democrazia». In precedenza, Berlusconi aveva affermato che la decisione, contenuta nel pacchetto anti-crisi del governo, elimina un «privilegio» che era stato concesso a Sky «dalla sinistra». «E poi la misura colpisce anche Mediaset» aveva aggiunto il premier. Il raddoppio dell’Iva dal 10 al 20% sui canoni d’abbonamento radiotelevisivi frutterà 214 milioni di gettito aggiuntivo nel 2009 e 270 milioni all’anno a partire dal 2010. Le cifre sono contenute nella relazione tecnica che accompagna il dl anticrisi. Dalla riformulazione della “pornotax” (addizionale del 25% sugli utili derivanti dalla diffusione di materiale pornografico) sono attesi 254 milioni nel 2009 (di cui 133,8 milioni di saldo 2008) e 146,8 milioni nel 2010 che salgono a 153,8 milioni nel 2011 e 161,7 nel 2012, sempre in termini di


prima pagina

2 dicembre 2008 • pagina 3

Parla il vicepresidente di Sky-Italia, Andrea Scrosati

«Perché attaccare un’azienda in crescita?» colloquio con Andrea Scrosati di Riccardo Paradisi

Silvio Berlusconi. A destra, il vicepresidente di Sky-Italia, Andrea Scosati. Nella pagina a fianco, Rupert Murdoch cassa. Belle cifre, non c’è che dire, ma corrispondono esattamente a quello che il governo in campagna elettorale aveva promesso di non fare: aggiungere tasse sulle spalle degli italiani. Sicuramente i nuovi tassati saranno una minoranza, fors’anche una minoranza privilegiata, sta di fatto che il quarto esecutivo guidato da Silvio Berlusconi ha comunque disatteso le promesse fatte per mesi. L’accusa che gli viene irrimediabilmente rivolta è la solita spada di Damocle del conflitto di interessi.

Ma facciamo un passo indietro, così da capire meglio le tappe che hanno segnato la storia della pay tv e delle imposte che su di essa gravano in Italia. Berlusconi ieri ha detto «La sinistra aveva dato un privilegio alle televisioni con gli abbonamenti, la sinistra aveva buoni rapporti con Sky. Noi abbiamo tolto un privilegio e portato il livello dell’Iva uguale per tutti». In realtà la norma che ha dimezzato l’Iva al 10% per le paytv nasce nel 1995 con il governo Dini, che si limita ad attuare una direttiva europea a favore dei nuovi business. L’unica paytv è Telepiù, di cui il Biscione ha il 10%. Il Consiglio dei Ministri aveva fissato al 4%, invece che al 19%, l’Iva sugli abbonamenti in modo di tutelare, secondo il sottosegretario alla presidenza del consiglio Lamberto Cardia, la sopravvivenza stessa di questo genere di imprese. Il decreto viene modificato dalla Camera, portando l’aliquota al 10% con

grande soddisfazione di Rifondazione che afferma di non avercela con le pay-tv e che bolla il decreto come «manovra di elusione fiscale a favore delle pay-tv di Berlusconi».

Nonostante la volontà dei progressisti fosse quella di riportare l’Iva al 19%, il partito di Fausto Bertinotti vota insieme al Polo per l’Iva al 10%. Generale lo stupore del centrosinistra, convinto che Rifondazione stia facendo le prove generali per far cadere il governo Dini. Ancor più stupito il deputato Vincenzo Visco che accusa: «Il rapporto tra Rifondazione Comunista e il Polo è molto meno episodico e ben più strutturale di quanto si vorrebbe far credere». Dello stesso tenore le parole di Romano Prodi che dichiara: «Rifondazione Comunista ormai sta con il Polo e quindi non possiamo più dialogare. È rottura completa». Al Senato, Progressisti e Rifondazione torneranno compatti per riportare l’Iva al 19%, ma verranno sconfitti dal fronte del 10%. Quindi, dati storici alla mano, la norma arriva ben prima della nascita di Sky (2003) e non era affatto sostenuta dal centrosinistra. Nel 2003, se non ricordiamo male, il ministro delle telecomunicazioni era Maurizio Gasparri e il governo quello Berlusconi, il secondo. Questi i fatti. E ora non rimane che attendere le decisioni del governo, magari le rimostranze della segreteria di Berlusconi faranno fare dietro-front al Cav.

ROMA. «Se il provvedimento del governo che prevede l’aumento dal 10 al 20 per cento dell’Iva per la pay tv sarà confermato dal Parlamento, a partire dal primo gennaio, ogni cliente di Sky – 4.7 milioni di famiglie che hanno liberamente scelto di abbonarsi ai nostri prodotti – avrà un aumento delle imposte sul suo abbonamento pari al 10 per cento». È dura la reazione di Sky alla decisione del governo di rinegoziare nel pacchetto anticrisi l’Iva sull’abbonamento dei clienti delle pay tv. Più dura ancora quella dell’opposizione che vede di nuovo profilarsi il conflitto d’interessi. «Nei cinque anni del precedente Governo Berlusconi – replica però la maggioranza – nessuno ha ritoccato l’Iva su Sky. In questo momento il Tesoro si è trovato a dover cercare fondi ovunque possibile, quindi anche nel comparto televisivo.Tutto qui». Ma per Andrea Scrosati, vicepresidente di Sky Tv Italia, non è tutto qui. Scrosati avete già una proiezione delle conseguenze che il provvedimento annunciato dal governo potrebbe generare sull’azienda? Proiezioni non ne abbiamo, se lei con proiezioni intende previsioni di calo di fatturati o numero di abbonati. Certo è che i nostri abbonati si vedranno aumentare le tariffe del 10 per cento. In un momento di difficoltà economica come questo è evidente che il timore di perdere degli abbonati da parte dell’azienda c’è. A proposito di crisi economica: il ministro Renato Brunetta in un’intervista a Radio Rai Parlamento ha detto che la pay tv non è un bene primario. Insomma un aumento dell’Iva sulle tariffe d’abbonamento non è come una tassa sul pane. Io non mi permetto di rispondere al ministro Brunetta, non è questa la mia funzione né il mio ruolo. Però voglio osservare un paio di cose: la prima è che se si considerano ricchi e quindi fruitori di un bene di lusso i nostri 4 milioni e 700mila abbonati – sono 4 milioni e 700mila famiglie, quindi 14 milioni di persone – allora non si capisce come si possa dire che il Paese è in piena crisi economica. In secondo luogo non sono certamente un bene di lusso i posti di lavoro che Sky ha creato in questi anni. Vi siete fatti un’idea dei motivi che

stanno dietro il provvedimento del governo? L’idea che ci siamo fatti è che risulta francamente difficile come in una manovra del governo tesa giustamente a salvaguardare il lavoro e a sostenere le aziende si vada a colpire un’azienda che crea lavoro e fatturato in espansione, che ha dimostrato negli ultimi cinque anni particolare vitalità: Sky nell’ultimo anno ha assunto oltre 500 persone, molti dei quali giornalisti. E più Sky cresce, più crea ricchezza per tutto l’indotto. La pay tv è anche l’industria che maggiormente finanzia oltre al calcio tutti gli altri sport, e poi il cinema, l’intrattenimento. Che senso ha colpire una realtà come questa? Ce lo dica lei. Non ha senso: Stream e Tele più, prima della fusione che ha generato Sky, erano in fallimento: migliaia di posti di lavoro in fumo. Con Sky si è creato un aumento di posti di lavoro da 3mila a 9mila. Non solo: si è passati da una quota Iva dovuta dagli abbonamenti della pay tv di 170 milioni di euro del 2003 a 380 milioni nel 2008. In un settore industriale a rischio crisi, la presenza di un operatore come Sky ha generato lavoro. Ha protetto la proprietà intellettuale degli autori debellando la pirateria nel nostro settore. Ecco, noi speriamo che queste considerazioni possano essere valutate sia dal governo sia dal Parlamento e che si capisca che questo provvedimento va nella direzione opposta agli obiettivi di questo decreto. C’è chi ha sostenuto però che l’agevolazione per le piattaforme con decoder fu introdotta nel 1995 con lo scopo di facilitare il lancio delle tv a pagamento. Il periodo di agevolazione venne concordato tra le parti dal 1995 al 2003. Dal 2003 Sky è subentrata a Stream e Tele+ ottenendo una proroga sull’agevolazione. Ecco questa sarebbe la fine della proroga. Guardi, su questa cosa va fatta chiarezza: il primo dato è che nel ‘95 Sky non c’era quindi quello che è accaduto allora non riguarda l’azienda. In secondo luogo l’Iva agevolata viene applicata perchè l’Ue indica con una regolamentazione i settori merceologici dove gli Stati membri possono applicare le agevolazioni sull’iva. La tv satellitare rientra in questi settori perché è tra quelli indicati che producono informazione e cultura. L’Iva agevolata ha il suo motivo in questo dato. Non in altri.

Sky non è un bene di lusso, come dice il ministro Renato Brunetta: sono oltre 4 milioni e mezzo le famiglie abbonate


politica

pagina 4 • 2 dicembre 2008

Dopo la tragedia. Dai casi di Tangentopoli a quello dell’ex assessore napoletano: «Anche in questi momenti, per decidere bisogna conservare equilibrio e distacco»

Il fattore Nugnes Che cosa succede a un magistrato quando l’indagato si suicida? Cordova e Baldassarre: «Mai farsi influenzare dall’emotività» di Errico Novi

ROMA. Sarebbe bastato essere a Napoli ieri mattina. E ascoltare l’imprecazione che ha salutato il feretro di Giorgio Nugnes, l’ex assessore alla Protezione civile del Comune di Napoli suicidatosi sabato scorso. «Lo avete lasciato solo», ha gridato un contestatore all’indirizzo degli amministratori, presenti ai funerali celebrati a Pianura, nella chiesa di San Giorgio Martire. Rosa Russo Iervolino è apparsa scossa, come il giorno prima alla camera ardente. Ha reagito con rabbia: «Qualche mestatore c’è sempre». Ma il carico di tensioni che circonda questa vicenda è pesantissimo. I cittadini del quartiere partenopeo teatro della rivolta anti-discarica vedono Nugnes come la vittima che ha pagato per tutti. Persino nell’omelia funebre del parroco sono risuonate accuse amare, rivolte in questo caso contro i media: «Spegnete la televisione, quello che raccontano di Giorgio non corrisponde alla verità, si tratta di un uomo che ha sempre fatto del bene a questo quartiere».

Se queste sono le parole che accompagnano l’addio all’ex assessore, è lecito chiedersi che effetto stiano provo-

cando su Antonio Ardituro, il pm che ha condotto l’inchiesta, che ha attribuito a Nugnes un ruolo cruciale nelle proteste con cui, a gennaio, Pianura si è opposta alla riapertura della discarica. Più in generale torna un interrogativo che ha attraversato gli anni di Tangentopoli: come fa un magistrato a sostenere il peso di una simile tragedia? Anche

Ai funerali del politico di Pianura che si è tolto la vita sabato, accuse contro media e amministratori: «Lo avete lasciato solo» quando non ha alcun errore da farsi perdonare, come reagisce di fronte al suicidio di un indagato? È la domanda suscitata dalle vicende di Raul Gardini, del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, del deputato socialista Sergio Moroni, di Renato Amorese, il segretario del Psi di Lodi che fu il primo degli accusati di Mani pulite a togliersi la vita: si sparò alla tempia il 17 giugno 1992, qualche giorno dopo essere stato

ascoltato dall’allora pm Antonio Di Pietro su una tangente da 400 milioni di lire.

A Napoli Agostino Cordova è stato capo della Procura, fino al trasferimento per «incompatibilità ambientale e funzionale» sancito dal Csm nel 2003. Una parte dei suoi sostituti, soprattutto gli aderenti a Magistratura democratica, visse in modo così sofferto l’instancabile attività di Cordova contro la corruzione politica da proclamargli persino uno sciopero contro. Ma il magistrato che aprì le prime inchieste sui rifiuti non fa della tragedia di sabato un’occasione di vendetta, e si limita a spiegare cosa può passare per la testa di un inquirente in momenti del genere: «Ci si può dispiacere, ma se il fatto non dipende da errori commessi durante le indagini… Un magistrato può chiedere di astenersi dal proseguire l’inchiesta e l’eventuale dibattimento, quando non se la sente per motivi psicologici. In un caso come questo però il procedimento si interrompe comunque. Il pm che indagava sull’ex assessore non potrà cercare ulteriori elementi». L’attuale Procuratore di Napoli,

Qui accanto, immondizia a Napoli. Sotto, l’ex assessore Giorgio Nugnes. In basso, Veltroni. Nella pagina a fianco, Umberto Bossi e Sergio Chiamparino

Giandomenico Lepore, domenica ha escluso un nesso «tra il suicidio di Nugnes e l’attività giudiziaria». Gli avvocati sostengono il contrario.

Lepore fa una precisazione di significato formale. Ma la successione dei fatti mostra come un legame deve esserci. «Se questa è stata la causa, si trat-

Chiamparino va avanti e tutti si chiedono: sta con Veltroni o con D’Alema?

Arriva il coordinamento del Nord di Antonio Funiciello

ROMA. Sergio Chiamparino fa sul serio. E con lui fanno sul serio Massimo Cacciari, Filippo Penati e un bel numero di amministratori locali e dirigenti politici del Nord. Dopo mille annunci, difatti, di qui a qualche giorno (la data è ancora da stabilire) si vedranno per definire un documento che annunci e motivi la nascita di un coordinamento delle unioni regionali del Pd del Nord. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la bocciatura, da parte della Commissione nazionale dei Garanti, della dicitura nello statuto regionale lombardo di “Partito Democrati-

co della Lombardia”, corretto in “Partito Democratico - Unione regionale della Lombardia”. Non è una questione di lana caprina. Quando si redige lo statuto di un partito costituendo come il Pd, la forma è più che mai sostanza. Il niet romano sulla dicitura più federalista in capo al loro statuto regionale è stata presa malissimo dai settentrionali.

L’idea di Chiamparino è semplice. C’è un articolo dello statuto nazionale del Pd (il numero 17) che, sancendo l’autonomia politica, organizzativa e finanziaria delle Unioni regionali,

consente loro la possibilità di stipulare accordi macroregionali. Non solo. Ma fissando anche lo statuto nazionale l’autonomia programmatica in vista delle elezioni, permette addirittura di allearsi con partiti non coalizzati con il Pd in ambito nazionale, previa semplice informazione al segretario nazionale. È un comma dello stesso articolo pensato ad hoc, un anno fa, dalla commissione statuto per gestire le alleanze con soggetti partitici territoriali. Leggasi Lega Nord. E tutto torna. Chiamparino non s’è inventato nulla, insomma. E ha pianificato le sortite televisive e

ta comunque di una causa involontaria», aggiunge Cordova, «certo, uno ci resta male, anche se non ha commesso errori». Ma non si può andare oltre, nota il presidente emerito della Corte costituzionale Antonio Baldassarre: «Non sono un magistrato penale, ovviamente non mi sono mai trovato di fronte a una situazione simile, ma dall’esterno posso dire che un inquirente, un pubblico ministero non deve pensare a queste cose, altrimenti perde l’equilibrio. E l’e-

le interviste giornalistiche degli ultimi giorni non tanto per chiedere il permesso di muoversi verso un coordinamento nato da un accordo dei Pd regionali del Nord, quanto per informarne seguendo il dettato statutario Veltroni e tutto il gruppo dirigente nazionale. Una strategia politico-mediatica che rivela l’ottima forma e la tonicità del sindaco di Torino, in netta controtendenza rispetto al quel senso d’inerzia che trasmette il dibattito politico romano. Non a caso Chiamparino ha tenuto a precisare la sua posizione su alcuni nodi irrisolti dell’attualità politica nazionale, dichiarando a esempio sullo sciopero di Epifani: «Non ho mai partecipato a nessuna manifestazione, figuriamoci a uno sciopero della Cgil». Mentre Bersani annuncia di voler partecipare e Fassino aderisce pur non potendo andare in piazza, Chiampari-


politica

2 dicembre 2008 • pagina 5

Federalismi. Addio «vocazione nazionale» per i democratici

Prossima mossa: il partito dell’Etruria di Giuseppe Baiocchi segue dalla prima Una complessità sfuggita alla sua cultura, ai suoi intellettuali, ai suoi megafoni mediatici nel corso di cinque lustri. E, se pure un amministratore con i piedi per terra come il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, pone il problema in toni drammatici e tenta di “strappare” con la nobile arte dei “Fatti compiuti”, tuttavia non si sottrae alla tabe culturale di voler imporre una visione preordinata anche ad eventualissimi alleati: «Siamo pronti, strutturandoci come partito federale e nel coordinamento del Nord a incontrarci con la Lega purchè questa rinunci al populismo».

Ci vorrà un po’, perché di quilibrio è indiscutibilmente la stella polare più importante per un magistrato». Se pure può esserci ed è giusto che ci sia «la passione per i valori costituzionali, per la libertà e la giustizia», spiega Baldassarre, «bisogna conservare in ogni momento il distacco: la vita umana, purtroppo, non può influenzare le decisioni di un giudice, che altrimenti reagirebbe come la folla, sulla base della spinta emotiva. In queste condizioni non si può prendere alcuna decisione». Resta lo

no sceglie un posizionamento forte, in sintonia con l’opinione pubblica settentrionale e coi ceti industriali e produttivi del Nord laborioso.

Intanto la Direzione nazionale del Pd convocata per il 19 dicembre sembra lontana un’eternità. Gli ideatori del Pd del Nord s’incontreranno senz’altro prima, cercando di arrivare con una posizione unitaria alla discussione prenatalizia. Ma con chi staranno i democratici del Nord? Con D’Alema o con Veltroni? Pare proprio che le loro simpatie siano maggiormente indirizzate verso quest’ultimo. È stato in fondo un uomo di Veltroni, Salvatore Vassallo, presidente della commissione che lo redasse, a volere uno statuto nazionale di così chiara impostazione federalista. E se Veltroni dovesse

sconvolgimento che provoca un gesto come quello di Nugnes, capace di ricordare ancora una volta la difficoltà nel sostenere il peso di certe accuse per chi non è avvezzo alla delinquenza, e conosce la politica, l’incontro con la gente, ma non pratica, o non ha mai praticato prima il malaffare. Un giudice non può che fare il suo mestiere, ma il sistema dell’informazione deve forse rispettare con più attenzione il principio dell’innocenza fino a prova contraria.

decidere di continuare a lasciare ampi margini d’azione a Chiamparino e soci, potrebbe arrivare a rafforzare sensibilmente la sua leadership nazionale. Dall’altro lato c’è un D’Alema che non ha fatto mai mistero - vedi, in ultimo, il seminario asolano - di non essere un appassionato federalista. Di recente, il suo uomo più attivo, l’ex ministro Bersani, ha cercato di rallentare la presentazione da parte del gruppo senatoriale del Pd di un ddl sul federalismo fiscale alternativo a quello presentato dal Pdl. Col disfacimento del mito del buon amministratore del Sud, mito sommerso da una marea di rifiuti, di vincente al Pd e a Veltroni restano soltanto Chiamparino e soci. Il sostegno della loro iniziativa più che una scelta consigliabile, appare oggi una scelta obbligata.

sa e più forte (si pensi alla Sicilia) del sogno indipendentista verde padano.

Eppure, proprio nel Nord, sa solo il Cielo quanto è profondo e sentito il bisogno di un’alternativa credibile al sistema di potere strutturato dal berlusconian-leghismo: ne sono consapevoli i ceti medi emergenti, i giovani professionisti che si affacciano alle prime responsabilità nell’economia della produzione e che soffrono le incrostazioni e il peso di una generazione di potere bancaria e finanziaria che ha traversato in piena tranquillità e in sostanziale gattopardismo gli sconvolgimenti politici degli ultimi decenni; ne sono consapevoli i “penultimi” della società (ceti medi di pensionati e di precari impoveriti dalle storture della modernità e oppressi dalle sorde burocrazie stataliste); ne sono altresì amaramente consapevoli le famiglie alle prese con un costo della vita in forte aumento e regolarmente “dimenticate”dai provvedimenti anti-crisi.

È vero, il Nord ha bisogno di una nuova politica: ma sempre di più il segretario del Pd appare come come un “simil-Berlusconi”

solito l’impatto con la realtà ha sempre culturalmente tempi abbastanza lunghi: eppure non è difficile prevedere che ci penserà Luca Ricolfi a spiegare che la “sinistra antipatica” non perde il vizio del “complesso di superiorità”. E che l’ipotesi del “Pd del Nord” è uno snaturare la sostanza (finora molto evanescente) del Partito Democratico e insieme un “attacco mortale” alla scommessa di una formazione progressista costruita sull’incontro di aree culturali differenti e spesso in passato duramente conflittuali. Se, infatti, la scelta del futuro prossimo si indirizza verso la categoria del “Territorio”, diventa, per sua stessa natura, una mina sul punto di esplodere. Restando in questa logica, è evidente che un Pd a “vocazione maggioritaria” si configura, nella realtà dei fatti, come “partito dell’Etruria” ( o di “Centronia”, per tornare alla sprezzante definizione del luciferino Gianfranco Miglio): inventarsi una “Padania rossa” significa poi, per logico contagio, dover pensare anche a una “rossa Terronia”, dove allora gli impulsi secessionisti e islamo-mediterranei sarebbero una realtà ben più corpo-

E tuttavia, quando nell’immagine collettiva, le azioni politiche dell’opposizione del Pd appaiono concentrate prima sulla farsa della presidenza della Commissione di Vigilanza Rai e poi sull’Iva rialzata per le Pay-Tv, è facile prevedere un “sentire comune” che coglie nella linea del partito di Veltroni nient’altro che un simil-berlusconismo all’insegna degli stessi contro-interessi. E, come si sa, se si presenta una è fotocopia, naturale per l’opinione pubblica scegleiere l’originale. Intanto gli “orfani” della politica, al Nord in particolare, restano sempre senza rappresentanza: se poi passa sempre e solo lo stesso invecchiato autobus, è inutile illudersi…


politica

pagina 6 • 2 dicembre 2008

Sfide. Il presidente dell’Udc, dopo il seminario, sfida i cattolici: «Insieme o saremo irrilevanti»

Laboratorio Loreto colloquio con Rocco Buttiglione di Francesco Rositano

ROMA. Dopo la due giorni di seminario politico a Loreto (Marche), convocata dall’Udc per ascoltare le istanze della grande galassia dei movimenti cattolici, Rocco Buttiglione è ancora più sicuro. «L’Italia ha bisogno di una nuova politica e di una nuova classe dirigente attingendo al mondo cattolico che si è formato negli ultimi decenni. E sono sicuro che dal dialogo con questo mondo verrà qualcosa di positivo per tutto il Paese». Insomma: non si tratta di rifare la Dc. Ma solo di mettere insieme tutte quelle forze animate da «un comune linguaggio». Se non si uniscono le forze, come ha affermato anche Pier Ferdinando Casini, «i cattolici rischiano di essere irrilevanti e subalterni». Presidente, può fare un bilancio di questo seminario? Credo che sia la prima volta che i laici e i cattolici che hanno ruoli importanti all’interno dei Movimenti e fondazioni si incontrino per dialogare con la politica. Non immaginavo ci fosse una risposta così corale e questo significa che abbiamo colto un bisogno effettivo del Paese. Insomma ora si tratta solo di raccogliere i frutti rigogliosi della presidenza della Cei da parte del cardinal Camillo Ruini. In questa fase, infatti, è sbocciato un gran numero di Movimenti carismatici che hanno rinnovato potentemente non solo la vita della Chiesa ma la vita della società italiana. E se nessuno ha mai cercato di capire chi siano e da dove vengano è solo per un settarismo dei mezzi di comunicazione. Penso a Comunione e Liberazione, ai Neocatecumenali, al Rinnovamento nello Spirito, a Sant’Egidio, ai Focolari, ai Gruppi di preghiera di Padre Pio, e tanti altri. C’è un potente rinnovamento che ha cambiato la vita di milioni di persone, mobilitandoli a fare il bene. Ciò ha creato una nuova cultura, che è profondamente religiosa ma anche per certi elementi, inaspettatamente liberali. Cosa intende? Mi riferisco al fatto che in Italia non esiste solo una cultura: cioè quella cultura che, davanti a qualsiasi problema, non fa altro che organizzare manifestazioni per fare in modo che lo Stato se ne occupi. Insomma c’è anche chi si rimbocca le maniche e affronta personalmente i problemi. E lo fa investendo il suo tempo, i suoi soldi, la sua faccia. Dall’aiuto ai disabili al servizio di chi pilota le autoambu-

lanze fino ad arrivare al sostegno a chi vuole uscire dalla droga, si vive un vuoto sociale che non è gestito dallo Stato. Naturalmente, poi, non dimentichiamo l’educazione. Quindi lo scopo del vostro seminario a Loreto è quello di mobilitare queste forze vive nella società? Esattamente. Esperienze come quelle di Loreto ci hanno dato la conferma che ci troviamo davanti a un movimento molto grande, forte e silenzioso che ha capito che una fede viva non può non investire anche la politica. Altrimenti quest’ultima si ferma. E noi vogliamo dialogare con loro, ascoltarli, e solo allora decidere cosa fare. La dittatura non c’è mai appartenuta. Il vostro obiettivo è quello di ripetere modelli del passato? Certo che no. Il nostro scopo è quello di co-

Non si tratta di rifare la Dc. Ma per rappresentare un popolo bisogna fare gioco di squadra. L’unità dei cristiani non è un dogma ma neppure un peccato

minciare a costruire un linguaggio comune che possa permettere di parlare di politica senza mettere fuori gioco la fede. Noi dobbiamo costruire questo linguaggio. Ma non abbiamo intenzione di dare vita ad un’altra Democrazia cristiana. Come sta procendendo il progetto della Costituente di Centro? Incontrando questa ricchissima galassia di movimenti a Loreto, abbiamo ribadito l’idea che ci ha spinto a lanciare la Costituente di Centro: cioè il fatto che siamo pronti a disfare l’Udc, a disfare il partito e a rifarlo insieme a queste realtà. È, infatti, evidente che per dar vita a un partito nuovo noi dobbiamo capire innanzitutto se ci sia qualcuno interessato a questo linguaggio nuovo. Chiaramente noi non abbiamo la pretesa che tutti vengano con noi. Alcuni saranno decisamente contrari, altri saranno favorevoli, altri ancora magari staranno a guardare e poi ci giudicheranno. Ma, ripeto: se si vuol rappresentare un popolo non totalitariamente, bisogna consultarlo e provare a costruire un linguaggio comune. D’altra parte nel mondo cattolico questo è un periodo di grande fermento… Un periodo di grande fermento perché in molti si trovano di fronte alla marginalizzazione che avvertiamo noi. Infatti, se in politica accogli la restrizione di un linguaggio tutto politico in cui non si può parlare di fede, il rischio è che ci si tolga automaticamente la possibilità di rappresentare il popolo cristiano. Con la conseguenza che quest’ultimo in politica non conta nulla. Come giudica l’iniziativa di Magdi Allam di dar vita al partito Protagonisti per un’Europa cristiana? La giudico positivamente. Magdi Allam ha delle antenne sensibili e ha colto che c’è un popolo cristiano che non è rappresentato e dunque si candida a rappresentarlo. Io da parte mia gli dico, anzi gli ho già detto: «Vieni con noi, non disperdiamo le energie». Questo popolo cristiano che è grande non seguirà tanti riferimenti diversi. Io mi ricordo che quando c’era il Cdu e il Ccd eravamo tutti e due troppo piccoli per essere visibili. E in tanti ci dicevano: «Avete ragione, ma non veniamo con voi perché siete troppo deboli per difendere i valori che affermate». Così ci siamo messi insieme, tanto che l’Udc è diventata una forza significativa del panorama italiano, con cui hanno dovuto cominciare a fare i conti. Quindi: c’è da lavorare tanto e da lavorare insieme. D’altra parte l’unità dei cattolici non è un dogma ma neppure un peccato.

in breve Alitalia: da oggi paga la Cai «Da oggi la Cai si assume i costi» di Alitalia. Lo afferma il commissario straordinario della compagnia, Augusto Fantozzi. Il commissario ha annunciato che inoltre «per impossibilità tecniche», il closing è stato rinviato al 12 dicembre, confermando che il prezzo di acquisto di Alitalia è di 1,052 miliardi e i termini di pagamento sono chiari. «I piloti stanno per ricevere le lettere di assunzione» da Cai, ha detto ancora Fantozzi.

Napolitano sulla crisi: no ai tagli generalizzati La crisi finanziaria non deve portare a tagli generalizzati della spesa pubblica: bisogna piuttosto riorganizzarla, per rendere l’Italia un Paese più competitivo. Lo ha affermato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, visitando il Centro di ricerca Elasis del gruppo Fiat: «Scegliere di tagliare in modo più o meno uguale tutte le voci di spesa, produce la conseguenza di cristallizzare le peggiori tendenze che si sono sedimentate nella spesa pubblica e nel bilancio dello Stato. Lascia invariata la nostra posizione rispetto a Paesi nostri concorrenti». Napolitano ha ribadito che «definire la fase di crisi che stiamo attraversando “un momento”, sarebbe sottovalutarla», ma ha invitato «chi progetta e chi costruisce, a portare avanti l’impegno dell’Italia nell’industria, superando anche questa fase di crisi senza perdere di vista le priorità e il nostro comune futuro». Per uscire dalla crisi, però, è essenziale il ruolo giocato dalla ricerca, ha sottolineato il Capo dello Stato. «La ricerca - ha detto - è un tema che mi sta molto a cuore. Io devo cercare di interpretare le esigenze generali del Paese, le istanze fondamentali di ulteriore sviluppo e quindi non posso non avere fra i miei temi prioritari quello della ricerca. Credo che ci sia un problema serio. Io mi occupo più di frequente degli investimenti pubblici che di quelli privati».


società

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Omosessualità. Lo scontro sulla depenalizzazione proposta dalla Francia CITTÀ DEL VATICANO. La Santa Sede si oppone alla proposta di depenalizzazione universale dell’omosessualità, presentata all’Onu dalla Francia.

L’osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, monsignor Celestino Migliore - in un’intervista all’agenzia francofona di informazione religiosa I Media - ha spiegato che l’Onu non deve depenalizzare l’omosessualità perché ciò porterebbe a nuove discriminazioni, in quanto gli Stati che non riconoscono le unioni gay verranno ”mesi alla gogna”. Questa presa di posizione, ha aggiunto il presule, naturalmente non equivale ad un abbassamento di guardia sulle tematiche riguardanti i diritti umani. «Il catechismo della Chiesa cattolica - ha spiegato monsignor Migliore -, e non da oggi, afferma che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione. Ma qui, la questione è un’altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi si chiede agli Stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come ”matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni». Durissima la reazione di Franco Grillini,

Vaticano-Onu: polemica sui gay

me all’Europa procedano con la massima determinazione, ignorando le assurdità vaticane».

Il diplomatico: «Siamo contrari a questa iniziativa, perché chiedendo di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, si rischia di creare nuove e implacabili discriminazioni» presidente di Gaynet, associazione omosessuale d’informazione. «Ancora una volta - ha sostenuto Grillini- il Vaticano siede in prima fila nella criminalizzazione dell’omosessualità . Le argomentazioni addotte sono totalmente prive di fondamento. Si dice infatti che se si cancellasse la pena di morte per gli omosessuali, automaticamente l’Onu dovrebbe condannare quei paesi

che non riconoscono il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La situazione grottesca è quindi quella di uno stato teocratico e autoritario che in qualità di osservatore alle Nazioni unite, lavora costantemente per negare quei diritti umani riconosciuti in tutto l’Occidente. La Francia, paese che ha proposto la mozione sulla depenalizzazione dell’omosessualità nel mondo, insie-

Monsignor Migliore si dice anche ”indignato e rattristato” dal progetto di introdurre l’aborto tra i diritti umani promosso da alcune associazioni sempre all’Assemblea Generale dell’Onu. «Questa iniziativa - ha denunciato - lavora in favore dello smantellamento del sistema dei diritti umani, in quanto ci porta a riorganizzarne l’enunciazione e la protezione attorno non più a diritti, ma a scelte personali. Rappresenta l’introduzione del principio homo homini lupus, l’uomo diventa un lupo per i suoi simili.Questa è la barbarie moderna che, dal di dentro, ci porta a smantellare le nostre società». Sulla stessa linea del diplomatico vaticano anche Gabriella Carlucci, parlamentare del Pdl e vicepresidente della Commissione bicamerale per l’Infanzia. «Il nostro governo deve impedire in tutti i modi un simile scempio, una simile barbarie. In molti paesi come ad esempio la Cina, l’India, la Corea l’aborto viene utilizzato come strumento di selezione eugenetica e di prevenzione delle nascite. Una decisione in tal senso dell’Onu avrebbe effetti devastanti su scala planetaria. Siamo decisamente contrari ed anzi rilanciamo l’idea di una moratoria contro l’aborto in sede Onu», ha concluso la Carlucci.

Il Pontefice, ricevendo una delegazione dell’ateneo di Parma: «La ricerca non si lasci asservire da interessi privati»

Il Papa sull’università: «Non c’è riforma senza libertà» CITTÀ

DEL VATICANO. Il Papa professore torna in cattedra. E lo ha fatto ricevendo in Vaticando un gruppo di studenti e docenti dell’università di Parma. Un’udienza in cui il Papa si è soffermato sui suoi anni da docente universitario, e ricordando l’insegnamento di san Piero Damiani, che ha definito «grande riformatore della Chiesa», ha auspicato una riforma dell’università.

«Le nuove generazioni - ha affermato Benedetto XVI - sono oggi fortemente esposte a un duplice rischio, dovuto prevalentemente alla diffusione delle tecnologie informatiche: da una parte il pericolo di vedere sempre più ridursi la capacità di concentrazione e di applicazione mentale sul piano personale; dall’altra, quello di isolarsi individualmente in una realtà sempre più virtuale». Così, ha aggiunto «la dimensione sociale si disperde in mille frammen-

ti, mentre quella personale si ripiega su se stessa e tende a chiudersi a costruttive relazioni con l’altro e il diverso da sé». In un contesto del genere, qual è il ruolo dell’università? Il Pontefice, quindi, ha tracciato la rotta ideale: «Gli studi accademici dovrebbero senz’altro contribuire a qualificare il livello formativo della società, non solo sul piano della ricerca scientifica strettamente intesa, ma anche, più in generale, nell’offerta ai giovani della possibilità di maturare intellettualmente, moralmente e civilmente, confrontandosi con i grandi interrogativi che interpellano la coscienza dell’uomo contemporaneo».

Poi, il Papa è entrato nel vivo di quella che a suo avviso sarebbe una vera riforma. «Le modifiche strutturali e tecniche sono effettivamente efficaci - ha affermato - se accompagnate da un serio

esame di coscienza da parte dei responsabili a tutti i livelli, ma più in generale di ciascun docente, di ogni studente, di ogni impiegato tecnico e amministrativo. Ma in ogni caso la validità di una riforma dell’università non può che avere come riscontro la sua libertà: libertà di insegnamento, libertà di ricerca, libertà dell’istituzione accademica nei confronti dei poteri economici e politici». Parole forti, che Benedetto XVI ha voluto ulteriormente rimarcare: «Questo non significa ha osservato - isolamento dell’università dalla società, né autoreferenzialità, né tanto meno perseguimento di interessi privati approfittando di risorse pubbliche. Non è certo questa la libertà cristiana». E ha concluso: «La vocazione dell’università è la formazione scientifica e culturale delle persone per lo sviluppo dell’intera comunità sociale e civile».

in breve Manifesto Pse, Piero Fassino tra i firmatari C’è anche Piero Fassino tra gli aderenti al manifesto del Pse. In cima alla lista lo spagnolo Zapatero, poi il tedesco Muentefering, la francese Aubry e il portoghese Socrates. Primo degli italiani Riccardo Nencini (Ps), al ventunesimo posto, Piero Fassino (Ds) è al 24mo posto, Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte e degli amministratori regionali socialisti in Europa, ha firmato per 27ma. In un primo momento Fassino non compariva nell’elenco, che però è stato corretto rapidamente.

Fidanzati uccisi, resta in carcere Stefano Lucidi Resta in carcere Stefano Lucidi, il 34enne condannato il 26 novembre scorso a dieci anni per omicidio volontario per aver travolto e ucciso alla guida di una Mercedes, il 22 maggio, i due studenti universitari, Alessio Giuliani e Flaminia Giordani, all’incrocio tra via Nomentana e viale Regina Margherita a Roma. La decisione è del giudice Marina Finiti a cui il difensore di Lucidi, l’avvocato Basilio Fiore, aveva presentato in udienza un’istanza per la concessione degli arresti domiciliari. Il pm aveva dato parere negativo.

Sicurezza sul lavoro, oggi un seminario della fondazione Craxi Il Comitato economico sociale della Fondazione Craxi ha promosso oggi, 2 dicembre, a Roma alle ore 17 e 30 presso l’hotel Nazionale, un seminario di approfondimento sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro, alla presenza del ministro del Welfare Maurizio Sacconi e del sottosegretario Stefania Craxi, delle associazioni di categoria (Confindustria, Confartigianato, Cna), del sindacato (Cisl, Uil), dei presidenti Inail e Ispesl e dei manager di alcune delle principali aziende italiane. Nell’incontro, saranno discusse linee di riforma dei sistemi di sicurezza e saranno presentati alcuni modelli. Il seminario sarà aperto da una clip di tre minuti del film “Stasera torno prima”, prodotto dal gruppo Minerva di Gianluca Curti e realizzato, in collaborazione con Anmil, con il patrocinio della Presidenza della Repubblica.


economia

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Globalizzazione. Da oggi in edicola «I quaderni di liberal»: anticipiamo un saggio dell’economista francese sulla crisi

Dio ci salvi dal New Deal Il ritorno dello statalismo porterebbe inflazione, disoccupazione e tensioni di Jacques Garello La crisi americana ha riaperto la discussione sui limiti del libero mercato e sul ruolo dell’intervento statale. Ma questa crisi di che cosa è sintomo: davvero della “fine del capitalismo”come sostiene un approccio ideologico? Davvero ripropone il ritorno pervasivo di un intervento pubblico, oppure pone questioni che solo il libero mercato può regolare riproponendo il tema dell’economia reale rispetto agli eccessi della finanziarizzazione? A questi quesiti rispondono, sul nuovo numero dei “Quaderni di liberal” che esce oggi, dal titolo Il futuro del capitalismo, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Giancarlo Galli, Jacques Garello, Ettore Gotti Tedeschi, Carlo Pelanda, Michele Salvati e Carlo Sacchi. Tratto dalla rvista, pubblichiamo l’articolo di Jacques Garello. segue dalla prima Nel 1938 c’erano ancora 10 milioni di disoccupati (il 17% della popolazione attiva) mentre si contavano 12 milioni di cittadini nella Depressione più profonda. Pezzi interi dell’economia americana crollarono e la crescita è ripresa con l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Infine, il New Deal ha portato il paese nel dirigismo, la regolamentazione, lo Stato assistenziale e al trionfo del keynesismo, perturbando l’economia mondiale per quarant’anni.

La «morte di Keynes» Keynes sta per resuscitare? Nel 1978 Milton Friedman aveva osato parlare di «morte di Keynes» (la sua morte fisica era avvenuta inaspettatamente nel 1946). È vero che pochi economisti continuavano negli anni Ottanta a fare appello al pensiero keynesiano.Tutt’al più dei neo-keynesiani tentavano di salvare qualche frammento della Teoria generale. L’insuccesso di Keynes si misurava attraverso diversi segnali: 1) Il più evidente, la famosa «curva di Phillips». Keynes e i suoi discepoli non si erano stancati di consigliare politiche di rilancio alla base delle spese pubbliche, a costo di finanziarle attraverso deficit di bilancio.

Il pieno impiego è cresciuto all’interno della loro analisi. Tra i due mali - inflazione e disoccupazione - bisognava scegliere il minore: la moneta muore per salvare l’occupazione. Dunque, la «curva di Phillips», all’inizio semplice constatazione statistica, rivela al mondo stupefatto che progressivamente tassi di inflazione sempre più elevati non diminuiscono la disoccupazione, anzi l’aumentano! Allora questa congiuntura sembrava inattesa e impensabile nella logica keynesiana: la stagflazione, che si unisce all’inflazione (accettata in anticipo) e la stagnazione (là dove si sperava nella crescita). 2) Il secondo segnale è stato la reazione delle economie occidentali al primo shock petrolifero. Dal 1974 ci si è accorti che i paesi che traevano vantaggio da quel pessimo stato di cose, non erano quelli in cui lo Stato era intervenuto meno, e dove c’era molta flessibilità nell’apparato produttivo, capace di adattarsi alla nuova congiuntura. Friedrich Hayek spiegava

che la politica inflazionista aveva perturbato tutta la rete dei prezzi relativi, che il soldo «facile» (easy money) si andava a investire là dove non occorreva, e che certe imprese e certi settori potevano sopravvivere durevolmente grazie alle sovvenzioni e alle regolamentazioni messe in atto dallo Stato. Si è infine arrivati alla realtà: per spiegare lo stato di salute di un’economia non basta misurare il volume della domanda, pubblica o privata, ma bisogna anche guardare la qualità dell’offerta, la gestione delle imprese e i carichi di fiscalità che esse supportano di fatto. «L’Economia dell’offerta», che ci riporta a Jean Baptiste Say, rimandava ai trabocchetti l’economia della domanda. L’attenzione rivolta agli adattamenti micro-economici e agli imprenditori deviava le menti dal gioco macro-economico dei dirigenti e degli esperti. 3) Infine e non meno importante, si annunciava il fallimento degli Stati comunisti e della pianificazione non solo in Eu-

Le difficoltà di oggi non dipendono dai mercati, ma dalle politiche monetarie e dalla collusione tra i finanzieri e quei politici con tornano a evocare Keynes e le sue teorie stataliste

ropa ma anche nel Terzo mondo, così che negli anni Ottanta si è cominciato a guardare più favorevolmente al mercato e al capitalismo. Erano sinonimi e vettori della libertà alla quale aspiravano i popoli asserviti dalla nomenclatura. La «Reaganomics» suonava la campana del keynesismo. Con la caduta del Muro di Berlino, Francis Fukuyama poteva annunciare «la fine della storia»; scomparso Keynes, il futuro era tutto tracciato: verso la libertà economica.

La rivincita del Leviatano Nello stesso momento, in occasione di un congresso tenutosi a Monaco, James Buchanan si mostrò più prudente: «Il comunismo è morto, ma il Leviatano è ancora vivo». Io ero tra quelli che non ci credevano, persuaso come tanti altri che lo Stato assistenziale non sarebbe sopravvissuto all’apertura del mondo intero al libero scambio e alla libera impresa. La globalizzazione si è presentata all’appuntamento, nuove economie sono nate, la stessa Cina comunista

ha accettato il gioco capitalista: tutte queste evoluzioni avrebbero dovuto ridurre gli Stati alla loro più semplice espressione. Con gli scambi mondiali, gli Stati si ritrovavano in situazioni di concorrenza: i più pesanti, i più oppressivi, i più fiscali, i più regolamentari, penalizzavano i loro imprenditori e i loro consumatori, al punto che le delocalizzazioni si moltiplicavano. Gli Stati si dovevano rimettere in discussione. Hanno preparato questo attacco, e stanno forse per tornare in forza. Per quali ragioni? La ragione principale riguarda la clientela dello Stato. Se si esclude la Russia, il rinnovo dello statalismo non si è osservato nei paesi liberati dall’oppressione politica. I paesi dell’Europa centrale, così come molti paesi asiatici, sono diventati degli adepti del mercato e rifiutano gli interventi dei loro governi sui mercati del lavoro o del capitale. È nei paesi della «vecchia Europa» e anche negli Stati Uniti che lo statalismo è ritornato in superficie, per la semplice ragione che sessant’anni di dirigismo hanno creato dei privilegi e delle rigidità che i politici non hanno voluto affrontare. I leader sindacali, i funzionari, i salariati del settore pubblico, i contadini, i sovvenzionati di ogni sorte non vogliono che siano rimessi in discussione i loro «diritti d’acquisto». Bisogna anche fare i conti con tutti quelli che per interesse o per facilità rifiutano la concorrenza. L’apertura dei paesi emergenti ha rivelato le debolezze dei paesi ricchi, l’inettitudine o la lentezza di gran parte della popolazione ad adattarsi alle nuove condizioni, alla ridistribuzione mondiale dei compiti. Il discorso sulla sovranità e sul protezionismo si ripete. Si vuol bene all’Europa per proteggersi dagli americani, la si rifiuta quando essa permette ai paesi più dinamici di attirare uomini e capitali. Lo straniero è presto accusato di


economia

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Ecofin. Il ministro punta a un uso più flessibile dei fondi

Tremonti cerca a Bruxelles i soldi del piano-crisi di Francesco Pacifico

Sopra, le sedi di Lehman Brothers e di Citibank, i due colossi bancari crollati sotto il peso dell a crisi internazionale. Sotto, New York durante la crisi del ’29. In basso, da sinistra a destra, Roosevelt, Keynes e Friedman

L’apertura dei paesi emergenti ha rivelato la debolezza di quelli ricchi, sempre più incapaci di adattarsi a nuove condizioni e alla ridistribuzione mondiale dei compiti e delle risorse dumping social (un’invenzione di Jacques Delors) o di dumping fiscal (un’espressione di Nicolas Sarkozy). Al contrario si è pronti a chiudere gli occhi di fronte alle dittature vecchie e nuove in nome degli interessi nazionali. Un’economia chiusa, il rifiuto delle leggi imperanti del mercato mondiale: ecco alcuni tratti distintivi del keynesismo trionfante. Si è visto ciò che ha provocato nel periodo 1930-1939: la crescita dei nazionalismi è arrivata sino alla xenofobia, il volume del commercio mondiale si è ridotto dell’80% e i popoli si sono infine rivoltati gli uni contro gli altri, smarriti dietro a dirigenti che attribuivano la causa di tutti i mali allo straniero, come og-

gi la si vede nella globalizzazione.

Le nuove missioni dello Stato salvatore Ma il ritorno dello Stato non avrebbe potuto avere questa popolarità se la peste verde non si fosse abbattuta sull’Occidente. In occasione della Conferenza di Rio, gli inventori del concetto di «sviluppo durevole», i nemici del capitalismo, gli altromondisti hanno conquistato gli spiriti in nome della difesa del pianeta, dell’economia delle risorse naturali e della lotta contro l’inquinamento e il riscaldamento globale. Ecco nuove missioni che non possono essere garantite se non dall’insieme degli Stati,

da un governo mondiale che imponga una regolamentazione universale, poiché i gas all’ossido di carbonio e le nubi inquinanti non hanno né frontiere terrestri né marine. Gli accordi di Kyoto hanno dato la colpa al mercato e alla crescita e designato gli Stati Uniti, un tempo simbolo di successo del capitalismo, come la potenza che minaccia la pace mondiale e le generazioni future. Non c’è nulla di sorprendente che ci raccomandi un ritorno al New Deal, una nuova Bretton Woods, e non c’è ragione per cui le idee di Keynes esercitino la loro seduzione. Lo Stato assistenzialista è la provvidenza degli uomini di Stato: essi faranno tutto, ci salveranno dalla crisi, ci prepareranno un futuro radioso. Non hanno più soldi per intervenire? Che importa: se ne fabbricheranno, si creeranno più entrate dalle tasse, ci si indebiterà. Anche senza soldi lo Stato può rimanere il padrone del gioco attraverso la sua regolamentazione, tanto più efficace se sarà europea e un giorno mondiale. Bisogna, si dirà, regolamentare il mercato, moralizzare il capitalismo. Questa feroce determinazione e questi bei discorsi fanno dimenticare che la crisi attuale non è dovuta ai mercati, ma alle politiche monetarie e alla collusione tra finanzieri e politici. I pompieri sono diventati piromani. Fanno anche dimenticare ciò a cui ci si espone nel lungo periodo se si segue la via di Keynes. Il ritorno allo statalismo ci porterà inflazione, disoccupazione, nuovi poveri, tensioni internazionali. Ma la cosa essenziale non è prepararsi alle cose più urgenti e fare cambiamenti in tempo per essere rieletti o eletti. E poi? «Nel lungo periodo saremo tutti morti», diceva Keynes. Questa è in effetti la vera filosofia del keynesismo.

ROMA. Le pressioni su Bruxelles vanno avanti da mesi. E con la massima circospezione, perché al centro del contendere c’è un bottino da almeno 50 miliardi di euro in fondi strutturali e sociali europei. Gli unici che possono dare forma al piano di Giulio Tremonti per mobilitare 80 miliardi di euro, per rimettere in moto l’economia italiana e, nello specifico, per riformare gli ammortizzatori sociali e avviare la stagione delle grandi opere. Non a caso il ministro dell’Economia, presentando la sua piattaforma, ha parlato di «un piano aperto, in divenire». Anche perché il grosso della copertura andrà trovato tra gli aiuti europei, non certo nelle pingui dotazioni in cassa o premendo sulla generosità di banche ed utility per pagare la social card o il bonus per le famiglie numerose. A via XX settembre, infatti, le richieste non mancano. Il titolare dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, chiede almeno 12,7 miliardi per il fondo destinato alle infrastrutture strategiche nazionali. Ed è soltanto la dotazione iniziale. Almeno la metà di questa cifra la pretende il responsabile del Lavoro, Maurizio Sacconi, per riformare il sistema degli ammortizzatori sociali ed estenderlo ai precari. Così non resta che guardare (e rimodulare) ai 112 miliardi del quadro strategico nazionale per il periodo 2007-2013, diretto per l’85 per cento al Sud. Ma i soldi targati Ue hanno destinazioni ben precise come l’aiuto alle aree sottosviluppate e la formazione, che al momento è complesso riprogrammare. Per non parlare della possibilità delle Regioni di allocare queste risorse a loro piacimento e senza chiedere il placet del governo centrale.

All’incontro di oggi si discuterà del piano Ue da 200 miliardi di euro e di come rendere meno stringenti i vincoli di Maastricht. L’Italia spera nella rimodulazione dei 112 miliardi di aiuti per riformare il sistema degli ammortizzatori sociali e far partire le grandi infrastrutture

All’Eurogruppo di ieri come all’Ecofin che si terrà oggi, Tremonti non si è schierato con il fronte che chiede un’applicazione più flessibile dei parametri europei. «Non intendiamo derogare». Né ha preso parte alla battaglia contro la Germania, che ha congelato ancora una volta le possibilità di un unico piano europeo. Il ministro italiano invece spera e lavora perché vada in porto la proposta francese di considerare gli esborsi in favore delle reti Ten non più come spese generanti indebitamento, bensì come investimenti destinati allo sviluppo infrastrutturale europeo. Escamotage per attutire le ripercussioni che subiranno quelli che sforeranno i parametri di Maastricht. In questo clima è probabile che l’Unione permetta agli Stati membri di cambiare parte della destinazione dei fondi strutturali. Alla stregua di un’una tantum quindi, giustificata dalla crisi imperante e rivolta a capitoli come le opere pubbliche e il capitale umano. Ma dei 112 miliardi che nel prossimo quinquennio pioveranno sull’Italia, Bruxelles potrebbe autorizzare un discostamento soltanto per un decimo del monte finanziamenti. Troppo poco per i progetti di Tremonti. Il quale non a caso sta provando a convincere le Regioni a concordare assieme gli interventi con fondi Fas. Quelli che gli enti possono programmare autonomamente. Per settimane si è registrato un braccio di ferro neanche troppo nascosto tra il Tesoro e la Conferenza Stato-Regioni sui fondi Fas, con Tremonti che aveva ventilato un colpo di mano nel piano anticrisi ma che alla fine non c’è stato. Un accordo tra i due livelli non è stato ancora trovato, ma per migliorare il clima il governo ha congelato i tagli alla sanità per il 2009.


panorama

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Provocazioni. Per uscire dalla crisi, l’unica strada è modificare radicalmente i centri di spesa

E adesso, aboliamo tutte le Province di Giorgio Stracquadanio

«O

sivo – a fare sempre più massiccio ricorso al debito pubblico». È sempre Tremonti a scriverlo nello stesso libro, dimostrando che la rottura del circuito tra la spesa, la tassa e il voto è alla radice della creazione del terzo debito pubblico del mondo da parte di una nazione che

ccorre sopprimere le Province. Non hanno funzioni rilevanti, non servono a niente (se non a mantenere una burocrazia parassitaria e una classe politica irresponsabile) e non ci sono funzioni oggi attribuite alle Province, che non possano essere più efficientemente attribuite ad altri enti locali, senza alcuna perdita in termini di democraticità e rappresentanza».

non ha contribuito all’approvazione di una mozione parlamentare di politica economica della maggioranza di cui sono il primo firmatario.

Aboliamo le province: ridurremo la spesa pubblica di 16 miliardi di euro, l’1% del Pil. Ma non basta. È dimostrato empiricamente (vedi gli studi di Guido Tabellini su cinquanta parlademocrazie mentari nel periodo 1960-1998) che un governo di coalizione, per soddisfare i programmi di tutti i partiti che la compongono, incrementa la spesa pubblica di circa il 5% del Pil (80 miliardi di euro!) rispetto ad un governo sostenuto da un solo partito. La spesa pubblica cresce ulteriormente se i parlamentari sono eletti con le preferenze: essi, infatti, rispondono – a spese dello Stato – alle richieste dei gruppi locali che li “preferiscono”. Coerenza impone allora che si aboliscano insieme province, coalizioni e preferenze. Altrimenti è solo cattiva propaganda.

Il rapporto sbagliato fra uscite, tasse e voti è alla base del nostro debito: il terzo più alto nel mondo, con un’economia che non può più permetterselo

Lo ha scritto nel 1994, quindici anni fa, in uno dei migliori libri sulla crisi italiana (Il federalismo fiscale, Laterza, 1994), Giulio Tremonti. Ed è la miglior sintesi a favore di una battaglia, che – come ha scritto Pier Ferdinando Casini su Libero domenica scorsa – rappresenta «un tassello di un mosaico più articolato di riforme necessarie per fronteggiare la drammatica crisi economica che stiamo vivendo». Una crisi certo figlia della tempesta internazionale, ma so-

non ha la terza economia del mondo. L’abolizione delle province, dunque, è molto più che «un modo per colmare, in parte, la distanza che separa la classe politica dai cittadini», come ha scritto il leader dell’Udc. È il punto di partenza della prima rivoluzione di cui il Paese ha

pratutto di gravi errori del passato: «La riforma fiscale del 197173 ha azzerato l’autonomia fiscale degli enti locali, trasformandoli in centri di spesa elettorale irresponsabile, trasferendo tutto il potere fiscale allo Stato, infine spingendo lo Stato – caricato di un onere politico ed economico ecces-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

bisogno: un autentico federalismo fiscale. L’Italia, per crescere e uscire dalla trappola del declino, deve lasciarsi alle spalle la lunga stagione del deficit e del debito quali strumenti di raccolta del consenso politico e di falsa coesione sociale, a danno delle generazioni successive. È quanto governo e maggioranza hanno avviato con la manovra triennale sui conti pubblici che – purtroppo – anche l’Udc ha contrastato sistematicamente, fino a dieci giorni fa, quando alla Camera

I diritti (e i doveri) dei migliori amici dell’uomo, da Aristotele a Francesca Martini

Non meniamo il can per... l’anima entre scrivo ho intorno a me due cani: Birilla e Camilla. Sono due bastardini scampati al freddo e alla fame grazie alla generosità di mio fratello e di mia nonna. Sono curati e accuditi molto meglio di me e fanno una vita da gran signori, non certo da cani. Non gli manca nulla: mangiano, bevono, dormono, fanno quattro passi e hanno tanto tempo per pensare. A cosa non si sa, ma pensano sicuramente. Perché a volte li vedo assorti a fissare il cielo, ma sbaglio, perché stanno solo puntando un piccone che si è appollaiato sul balcone. Loro non lo sanno, ma Francesca Martini, sottosegretario alla Salute, pensa tanto alla loro salute, alla possibilità di farli viaggiare in un vagone speciale e anche a una decorosa sepoltura.

M

L’elegante signora della Lega è convinta che i cani abbiano un’anima. Questione, questa, delicata assai, perché se i cani hanno un’anima, sarà un’anima mortale o immortale? Razionale o irrazionale? Naturalmente, sarà un’anima animale e non umana, ma in che rapporto si troverà con la neoplatonica “anima del mondo”? Birilla e Camilla sanno di avere un’anima? E se non lo sanno, devo essere io a informarli? E come? Francesca Martini, che non ha dubbi sull’esistenza dell’anima dei rottweiler, cosa

suggerisce? L’anima degli animali non è una novità. Aristotele, che distingueva tre tipi di anima - vegetativa, sensitiva, razionale - riconosceva agli animali l’anima sensitiva con le sue tre funzioni specifiche: sensazioni, appetiti, movimento. Gli animali sono senz’altro esseri sensibili: hanno sensazioni e se hanno sensazioni avvertono piacere e dolore, il piacevole e il doloroso. Non bisogna essere né filosofi né sottosegretari per rendersi conto che i cani hanno un’anima: basta guardare negli occhi uno di quei tanti cani abbandonati dal padrone bastardo di turno per scorgere la paura e la sofferenza. Una carezza, un fischio, un osso gli ridarà fiducia e non si sentirà solo. Ma di certo non crederà che gli siano così riconosciuti i suoi inalienabili diritti. Quelli che chiamiamo diritti dei cani sono i doveri verso noi stessi: il divieto di fare il male. Se avesse diritti, il cane dovrebbe avere anche doveri e dovreb-

be saper rispettare i diritti altrui, ad esempio quelli degli altri cani, e poi dei gatti e dei vicini di casa e degli stessi padroni. Birilla e Camilla fanno due pasti al giorno, tre uscite quotidiane e sonnecchiano tutto il santo giorno: quali sono i loro doveri? Non sporcare, non abbaiare, non disturbare i vicini: ma se vengono meno a questi “doveri” non pagano loro, ma io. Ossia il padrone. Anche il sottosegretario animalista che crede all’esistenza dell’anima dei cani, riconosce sì i diritti ai cani, ma quando si tratta di farli rispettare tira in ballo il padrone: è lui, l’uomo, che deve garantire. La vita da cani sarebbe più “umana”se solo gli uomini facessero il loro dovere, a cominciare dai canili comunali. Invece, sono pochissimi i comuni italiani che possono vantarsi di avere e gestire al meglio dei canili. Nella maggioranza dei casi i canili non ci sono e quando ci sono non sono delle case di accoglienza

per i cani ma dei luoghi di sofferenza e costrizione e malattie. L’idea che i cani abbiano un’anima salta fuori quando gli uomini dimenticano di averne una.

Aristotele, tanto per citare ancora uno a caso, parlava per gli uomini di “anima razionale” e la funzione che gli riconosceva era quella dell’atto intellettivo. Per non tirarla per le lunghe e, soprattutto, per non menare il can per l’aia, diciamo che è proprio del dantesco “ben dell’intelletto” saper conoscere le cose e le cause. Funzione sconosciuta agli animali che si aggirano con le loro mute sensazioni solo nel cerchio del piacere e del dolore. Ai nostri amici a quattro zampe vanno risparmiate sofferenze gratuite, come si risparmiano dolori e mali ai nostri simili. Ma non per questo, però, si dovrà riconoscere ai cani un’anima (razionale) e dei diritti che non hanno per il semplice fatto che la loro vita animale non conosce quelle categorie umane del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male, del bello e del brutto. L’unica legge che gli animali “conoscono” è quella per la sopravvivenza e per il soddisfacimento dei bisogni e quando parliamo dei diritti degli animali lo facciamo per metafora e perché innalziamo la vita sensitiva delle bestie alla vita morale degli uomini.


panorama

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Delfini. Continua la telenovela della successione al Cavaliere: adesso tutti parlano del radioso futuro del superministro

È partita la rincorsa del viceré Tremonti? di Marco Palombi

ROMA. Siamo una monarchia, oramai si sa. Qualcuno dice: una monarchia costituzionale. Abbiamo un Parlamento, infatti, anche se niente di importante che avvenga in quel luogo ha a che fare col parlare: col pigiare tasti, piuttosto, o col sussurrare, ma col parlare vero e proprio no; men che mai col discutere. Gli umori, le informazioni, le suggestioni di quel che resta della politica italiana sono un venticello, come la calunnia di Don Basilio, ma senza la capacità di farsi temporale. Da una settimana, ad esempio, è improvvisamente tornato di gran moda il tema della successione a sua maestà Silvio Berlusconi IV. Niente che abbia a che fare con la realtà, ma se ne parla: a innescare l’ennesima puntata del concorsone ci ha pensato la bufala sul presunto malore aereo del premier, motivo inelegante, per carità, ma assai più plausibile di qualunque futura messa in mora politica del Cavaliere. Non solo infatti Berlusconi non è la Thatcher, ma pure il Pdl è ben lontano

I rapporti con Berlusconi sono particolarmente tesi, ultimamente: il premier avrebbe disertato il supervertice sulla crisi per lanciare un segno dal somigliare ai tories britannici.

Dopo il dibattito medico, comunque, ci ha pensato Gianfranco Fini, eterno delfino, oggi esiliato alla presidenza della Camera, a innescare con la bat-

tuta sul cesarismo quel minimo di confronto politico che può aprirsi nella casa stessa del Re. La vera ciliegina sulla torta, però, è stata l’assenza del presidente del Consiglio dal vertice interministeriale sui provvedimenti anti-crisi di giovedì scor-

so, assenza che - oltre a rinfocolare boutades sanitarie ed erotiche in egual misura - ha deliziato i beninformati, che ci hanno letto una prova certa del presunto dissidio tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, lasciato solo a fronteggiare gli appetiti dei ministri. Il tributarista di Sondrio, come si sa, si ritiene il più attrezzato candidato alla successione e da tempo dissoda il terreno in vista dell’ascesa di Berlusconi se non al cielo almeno al Colle. Il premier, però, non è tipo da eredi e – dicono i cortigiani – non vede di buon occhio l’attivismo di Tremonti e quindi ogni tanto si premura di fargli capire chi comanda. Il ministro, d’altronde, non ci pensa nemmeno a un duello vero, perché sa bene che oggi non esiste spazio politico al di fuori di Berlusconi: quel che c’è, eccome, sono però potere e rapporti, vista la tradizionale incapacità del Cavaliere a tenere sotto controllo la macchina dell’esecutivo.

Il titolare del Tesoro, insomma, si limita ad accumulare

Conti. L’Abi chiede di allargare i benefici previsti per i grandi istituti anche per gli altri

Le piccole banche battono cassa di Alessandro D’Amato

ROMA. Sono contente, ma non si accontentano. I provvedimenti varati dal governo in favore degli istituti di credito hanno trovato il plauso dell’Associazione bancaria italiana, la rappresentante di settore. E non è difficile comprenderne il perché: il Tesoro sottoscriverà, su richiesta delle emittenti, obbligazioni convertibili delle banche, che Bankitalia riconoscerà come rafforzamento del patrimonio. I bond bancari, che non hanno diritto di voto, potranno essere, su richiesta della banca, convertiti in azioni ordinarie. E - previo l’ok di Bankitalia che vigila sulla stabilità del sistema creditizio, la banca emittente potrà decidere di rimborsarli o riscattarli. In cambio, gli istituti di credito dovranno impegnarsi ad assicurare un certo livello di credito a imprese e famiglie, non distribuire dividendi monstre fino alla fine dello stato di difficoltà e adottare un codice etico sugli stipendi dei manager.

nance. Una palese contraddizione rispetto ai battaglieri annunci dell’inizio di novembre, quando Giulio Tremonti aveva tuonato contro i banchieri, da mandare “in galera o a casa” in caso di fallimento. In totale, il piano potrebbe costare tra i 12 e i 16 miliardi di euro: la cifra esatta si saprà soltanto dopo il 31 dicembre, data ultima per l’adesione; e manca ancora in ogni caso il regolamento attuativo dove si scoprirà anche

tegoria di banche, le più grandi, quelle quotate in Borsa. Ma il sottobosco del credito italiano comprende anche una miriade di piccole o medie realtà molto legate al territorio, escluse dall’aiutino di Stato e quindi tecnicamente adesso meno affidabili rispetto ai “grandi” a causa di un evento esterno come il decreto. Ecco perché l’Abi ha intenzione di presentarsi a via XX Settembre – dove troveranno probabilmente Guido Rivolta, ex direttore di Borsa & Finanza e condirettore di Finanza & Mercati in predicato di trasferirsi al ministero come consigliere sui mercati finanziari – per chiedere di allargare anche alle “piccole”la platea di destinatari dei bond. In questo caso, si eviterebbe qualsiasi distorsione della concorrenza e sperequazione, fanno sapere i rappresentanti del credito cooperativo e delle altre realtà territoriali del credito italiano. Il documento con la proposta è pronto, e ora la palla passa a Tremonti. Che difficilmente potrà dire di no a cuor leggero. Anche se questo comporterebbe ulteriori costi aggiuntivi. A carico della collettività.

I “bond” pubblici per ora tutelano solo il credito quotato in borsa: ma a questo punto Corrado Faissola chiede al governo qualcosa di più

Tutte opzioni ragionevoli, con un pregio intrinseco: nessuna di queste può influire direttamente sul management e sugli azionisti delle banche, che quindi potranno sostanzialmente rimanere così come sono, senza intaccare la gover-

l’esatto ammontare del tasso di remunerazione del bond, e in cui si dovrebbe anche trovare una soluzione per le quote di Bankitalia in mano agli istituti di credito, delle quali una legge di Tremonti del 2006 prevedeva l’alienazione, ma che adesso potrebbero anche essere semplicemente rivalutate.

Ma per Corrado Faissola c’è lo spazio per fare qualcosa in più. Da piazza del Gesù si fa notare che i provvedimenti, ad oggi, tutelano soltanto una certa ca-

punti: si è tenuto fuori dal disastro Alitalia, coltiva lo speciale legame con la Lega, si fa approvare la finanziaria in 9 minuti irridendo i colleghi («siete tutti ministri senza portafoglio»), gioca con la sua recente allure anti-mercatista ed ora, grazie alla centralità della Cassa depositi e prestiti nelle politiche anti-crisi sancita venerdì, è divenuto l’ancora del sistema Paese nel ciclone Tremonti, internazionale. chiosa un osservatore, «è oramai un governo nel governo». Ma c’è di più: il nostro, da qualche tempo, cura con particolare attenzione i rapporti col Vaticano e, in particolare, col Pontefice. A partire da questa estate, si dice, Tremonti e Ratzinger hanno avuto diversi colloqui privati e tra i due ci sarebbe parecchia sintonia. La cosa spiace assai a Roberto Formigoni, che punta su una corrente “tradizionalista” per scalare in futuro il Pdl, ma non ha fatto felice nemmeno Berlusconi: dal prepararsi al dopo, pensa il premier, a lavorare per accelerarlo, il passo è breve. Troppo.


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Sfide da affrontare, alleanze da recuperare, un nuovo mondo da costruire. Con queste intenzioni, Hillary Rodham Clinton – neo Segretario di Stato americano – aveva spiegato la sua politica estera durante le primarie del partito Democratico. Riportiamo di seguito ampi stralci del testo, pubblicato su Foreign Affairs.

segue dalla prima

l’america di obama

Ritiro dall’Iraq, una nuova intelligence, tornare al dialogo con tutti, costruire un ponte con la Cina e tenere a bada Putin. Cinque idee per il pianeta

La mia ricetta pe di Hillary Rodham Clinton

Questa deve comprendere degli incentivi che tengano fuori dalla guerra civile l’Iran, l’Arabia Saudita, la Siria e la Turchia. Infine, abbiamo bisogno di coinvolgere il mondo intero in uno sforzo umanitario comune, che possa affrontare i costi umani di questa guerra.

Dobbiamo rispondere alle richieste di quei due milioni di iracheni che sono stati costretti a lasciare il Paese, e a quelle degli altri due milioni di sfollati interni. Per questo ci sarà bisogno di un progetto multi-miliardario, che sarà affidato alla direzione dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti – insieme ai governi di Europa e Medio Oriente – deve accettare i profughi iracheni e aiutarli a tornare a casa quando sarà sicuro per loro farlo. Mentre risistemiamo le truppe irachene, non dobbiamo abbassare la guardia contro il terrorismo. Darò ordine a delle unità specializzate di impegnarsi in ope-

razioni mirate contro al Qaeda in Iraq e contro altre organizzazioni terroristiche nella regione. Queste forniranno inoltre sicurezza alle truppe Usa e al personale straniero che opera in Iraq e addestreranno le truppe locali. Ma soltanto fino al punto che abbiamo già deciso per loro. Ho inoltre intenzio-

per far rispettare il confine turco. Il ritiro dall’Iraq ci permetterà di giocare un ruolo costruttivo nel processo di pace del Medio Oriente, che dovrebbe significare sicurezza e normalizzazione dei rapporti fra Israele e i palestinesi. Gli elementi fondamentali di un accordo finale sono stati chiariti

L’amministrazione Bush ha rifiutato ogni dialogo con i nostri nemici, ma così facendo ha dato l’impressione che gli Stati Uniti non siano in grado di difendersi dagli attacchi ne di considerare la possibilità di lasciare alcune truppe nell’area curda dell’Iraq settentrionale, per proteggere quella fragile ma reale democrazia.

I nostri uomini serviranno per tenere a freno organizzazioni terroristiche come il Pkk (il Partito curdo dei lavoratori) e

sin dal 2000: uno Stato palestinese a Gaza e Cisgiordania in cambio di una dichiarazione che attesti la fine del conflitto, riconoscimento del diritto a esistere di Israele, garanzie della sicurezza e riconoscimento diplomatico di quello Stato. Che, in questo modo, normalizzerà i suoi rapporti con gli Stati arabi.

La diplomazia americana ha un ruolo critico in questo conflitto. Oltre a facilitare i negoziati, dobbiamo impegnarci per dare sostegno a una leadership palestinese che sia impegnata nella pace e voglia un vero dialogo con Israele. Che gli Stati Uniti possano o meno aiutare il raggiungimento di un accordo finale, un nostro impegno reale può abbassare la violenza e aiutarci a ricostruire la nostra credibilità nell’area […] I nostri coraggiosi soldati che sono stati feriti in Afghanistan e Iraq devono ricevere le cure mediche, i benefici e il sostegno che meritano [...] Dobbiamo continuare senza tregua la guerra contro al Qaeda e il crescente numero di organizzazioni estremiste che la pensano allo stesso modo. Questi terroristi sono determinati oggi come sempre nel voler colpire gli Stati Uniti. Se pensano di poter avere un altro 11 settembre, continueranno a provarci.

Per fermarli, dobbiamo usare ogni mezzo a nostra disposizione. In diverse città di Asia ed Europa, cellule terroristiche si stanno preparando per attacchi futuri. Dobbiamo capire non soltanto i loro metodi, ma anche le loro motivazioni: rigettano la modernità, i diritti delle donne e la democrazia. Ed hanno una pericolosa nostalgia per un passato mitologico. Dobbiamo sviluppare una strategia che comprenda educazione, intelligence e giurisprudenza, per fermare non soltanto i terroristi ma anche le forze allargate che sostengono il loro estremismo. La frontiera dimenticata nella al terrore è guerra l’Afghanistan, dove i nostri sforzi militari devono essere rinforzati. Non deve essere permesso ai talebani di riprendere il potere nel Paese; se dovessero ritornare, al Qaeda tornerebbe con loro. Le attuali strategie Usa a Kabul hanno indebolito il governo del presidente Ha-


l’america di obama mid Karzai e permesso ai talebani di riprendersi molte aree, specialmente al sud. Un indisturbato traffico di eroina finanzia i talebani e i guerriglieri qaedisti che attaccano le nostre truppe. Per iniziare dei veri sforzi contro questo traffico di narcotici, dobbiamo lanciare dei programmi su larga scala che modifichino l’economia interna e preparino gli afgani a governare con efficacia e onestà. Permettendo alle donne di giocare un ruolo più importante nella società. Dobbiamo aiutare i governi locali e nazionali a risolvere i problemi del loro confine.

I terroristi trovano sempre più spesso dei paradisi sicuri nelle aree tribali del Pakistan. Raddoppiare i nostri sforzi in Pakistan non aiuterà soltanto il Paese a eliminare i terroristi che si annidano lì, ma manderà un segnale ai nostri partner della Nato: quella dell’Afghanistan è una guerra contro l’estremismo di tutta l’Asia meridionale, che possiamo e dobbiamo vincere […] Per combattere il terrorismo nel mondo avremo bisogno di una intelligence migliore e di un servizio segreto che sia fuori per le strade, non seduto dietro una scrivania. Lavorerò per riportare la morale nella nostra comunità di agenti, aumentare il loro numero e trovare analisti che conoscano l’arabo e altre lingue chiave, per migliorare il profilo e lo stato dei nostri servizi di

ri, come se pensasse che gli Usa non sono forti abbastanza per difendere i propri interessi tramite i negoziati. Questa è una strategia sbagliata e controproducente. Una vera capacità di governo richiede un confronto con i nostri avversari: non per il piacere del dialogo, ma perché una robusta diplomazia è il pre-requisito per raggiungere i nostri scopi. Il caso in questione è l’Iran, che pone una minaccia strategica a lungo temine nei confronti degli Stati Uniti, dei nostri alleati della Nato e di Israele. È la nazione che pratica di più un terrorismo sponsorizzato dallo Stato, e lo usa come surrogato per trovare esplosivi che uccidano i nostri soldati in Iraq.

L’amministrazione Bush si rifiuta di parlare con Teheran del suo programma nucleare, preferendo ignorare un cattivo vicino piuttosto che affrontarlo. Allo stesso tempo, l’Iran migliora le sue capacità di arricchimento del nucleare, arma le milizie sciite dell’Iraq, spaccia armi a Hezbollah e finanzia Hamas, mentre il governo continua a colpire i suoi stessi cittadini con una pessima gestione dell’economia e con un incremento della repressione politica e sociale. Come risultato, abbiamo perso molto tempo prezioso. L’Iran si deve conformare ai suoi obblighi di non proliferazione e non gli si deve permettere l’acquisto o la costruzione di armi nucleari.

Hillary Rodham Clinton, nuovo Segretario di Stato americano, e Barack Obama, presidente eletto degli Stati Uniti. I due si sono combattuti in maniera feroce nel corso delle primarie del partito Democratico. La nomina della ex rivale alla Segreteria di Stato ha colto di sorpresa molti elettori opzione diplomatica. Come l’Iran, anche la Corea del Nord ha risposto agli sforzi di isolamento dell’amministrazione Bush accelerando il suo programma nucleare, conducendo test nucleari e costruendo nuove armi. Soltanto quando il Di-

er il mondo prevenzione. La maggior parte dei terroristi accusati di aver organizzato attacchi contro gli Stati Uniti, prima e dopo l’11 settembre, sono stati arrestati in altri Paesi: è il risultato di una cooperazione fra l’intelligence e le agenzie di sicurezza. Per massimizzare la nostra operatività, dobbiamo ricostruire le nostre alleanze. Il problema che affrontiamo è globale; quindi dobbiamo essere attenti in maniera globale, ai bisogni e alle preoccupazioni dei nostri alleati e partner.

Questo significa costruire una migliore capacità controterroristica in tutto il mondo. Dobbiamo aiutare e sostenere i miglioramenti di polizia, sistema giudiziario e giuridico del mondo; migliorare la collaborazione fra le intelligence nazionali e rendere più stringenti i controlli di frontiera, specialmente nelle nazioni in via di sviluppo [...] L’amministrazione Bush si è opposta all’idea di dialogare con i nostri avversa-

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Se Teheran non si adegua ai compiti che gli sono stati assegnati e non si piega alla volontà della comunità internazionale, rimangono sul tavolo

partimento di Stato è tornato alla diplomazia siamo riusciti, troppo tardi, a fare progressi. Né la Corea del Nord né l’Iran cambieranno in seguito a quel-

Quello con l’Asia sarà il rapporto più importante del nostro secolo. Pechino e Washington hanno poche cose in comune, ma è necessario che si accordino sui temi più importanti tutte le opzioni. D’altra parte, se l’Iran dimostra di voler interrompere il suo programma nucleare, rinuncia a sostenere il terrorismo, sostiene la pace in Medio Oriente e gioca un ruolo costruttivo nello stabilizzare l’Iraq, gli Usa devono essere pronti a offrire un pacchetto di incentivi attentamente calibrato. Questo servirà a dimostrare agli iraniani che non abbiamo alcun problema con loro, ma soltanto con il loro governo. E dimostrerà al mondo che Washington è pronta a cercare e perseguire ogni

lo che facciamo con le nostre armi nucleari, ma intraprendere dei passi per ridurre il nostro arsenale potrebbe costruire sostegno per la coalizione di cui abbiamo bisogno per fermare la proliferazione di queste armi. Proprio per riportare in auge questa leadership di non proliferazione, cercherò di negoziare un accordo che riduca in maniera sostanziale e verificabile gli arsenali americani e russi. Un gesto del genere manderebbe un messaggio forte a tutto il mondo. Una vera capacità di governo è necessa-

rio anche per confrontarsi con nazioni che non ci sono avversarie, ma che sfidano gli Stati Uniti su molti fronti.

Il presidente russo Vladimir Putin ha ostacolato un piano accuratamente costruito dalle Nazioni Unite che avrebbe messo il Kosovo in grado di raggiungere la sua indipendenza, cercando di usare l’energia come un’arma politica contro i vicini della Russia. Inoltre, Putin ha soppresso molte delle libertà tornate nel Paese dopo il comunismo, ha creato una nuova classe di oligarchi ed ha interferito profondamente negli affari interni delle ex Repubbliche sovietiche. Ma sarebbe sbagliato vedere la Russia soltanto come una minaccia. Putin ha usato l’energia del Paese per espandere l’economia interna: come risultato, molti cittadini ordinari hanno raggiunto un tenore di vita migliore. Dobbiamo quindi scegliere di sfidare Mosca su questioni molto importanti, come fermare le ambizioni nucleari iraniane e la questione del Kosovo. Allo stesso tempo, deve essere chiaro che la nostra abilità di vedere nella Russia un partner dipende da come questa decide di muoversi: se verso la democrazia o con un ritorno all’autoritarismo. Il nostro rapporto con la Cina sarà il più importante di questo secolo. Gli Stati Uniti e la Cina hanno differenze molto ampie di valori e sistema politico, e ancora più profonde su questioni come i diritti umani, la libertà religiosa, il diritto al lavoro e il Tibet. Eppure, ci sono molte cose che gli Usa e Pe-

chino possono e devono fare insieme. Il sostegno cinese è importante per trovare un accordo sulla questione nucleare nordcoreana. Un accordo necessario per stabilire un regime sicuro nell’Asia nord-orientale. Ma la crescita cinese sta anche creando delle nuove sfide. La popolazione cinese sta finalmente iniziando a capire che la loro rapida crescita economica avrà un enorme contrappeso nel campo dell’inquinamento. Gli Stati Uniti dovrebbero iniziare un programma congiunto con Pechino e Tokyo per sviluppare nuove forme di energia pulita, promuovere una maggior efficienza energetica e combattere i cambiamenti climatici.

Questo programma farebbe parte di una politica energetica globale, che richiede una drastica riduzione nella dipendenza statunitense dal petrolio straniero. Dobbiamo persuadere la Cina a unirsi alle istituzioni globali e sostenere il diritto costruendo internazionale, aree dove i nostri interessi possano convergere e lavorando per diminuire le nostre differenze. Dobbiamo lavorare per una migliore cooperazione. È importante affrontare i nostri avversari, ma è ancora più importante riunirci ai nostri alleati. Dobbiamo ristabilire la nostra tradizionale relazione di fiducia con l’Europa. Certo, i disaccordi sono inevitabili anche fra gli amici più stretti, ma non possiamo scordare che sulle più importanti questioni mondiali non abbiamo alleati migliori di quelli che si trovano nel Vecchio Continente. (Traduzione a cura di liberal)


l’america di obama

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Usa. Oltre alla Clinton, fa notizia la conferma del ministro della Difesa dell’amministrazione Bush

Tutti gli uomini di Barack La squadra di governo del nuovo presidente, da Hillary a Robert Gates di Andrea Mancia ue veterani della Guerra Fredda e un ex rivale politico, accomunati da un unico fattore: hanno una visione della politica estera molto più hawkish di quella del loro presidente. Sono queste le tre “ultime scelte” di Barack Obama per completare la squadra con cui affontare i primi mesi alla Casa Bianca dopo l’inauguration day del 20 gennaio. Hillary Rodham Clinton sarà il segretario di stato, il generale James L. Jones (ex comandante in capo della Nato) sarà il più influente dei consiglieri per la sicurezza nazionale e infine Robert Gates, ministro uscente della Difesa, sarà confermato al suo posto.

D

Nessuna sorpresa, dunque, ma solo una conferma delle voci che gli organi di informazione avevano iniziato a diffondere negli ultimi giorni. E che avevano provocato la durissima reazione da parte della fazione più progressive del partito democratico. Bilanciamento “ideologico” a parte, però, sul quale sarà possibile

azzardare un giudizio complessivo soltanto dopo che saranno state occupate anche le posizioni “inferiori” della piramide governativa, la squadra di Obama ha ormai assunto una fisionomia ben precisa: una base cospicua di clintoniani, ricoperta da molto pragmatismo e una spruzzatina di Chicago Machine, tanto per alleviare il retrogusto un po’ amaro (almeno per gli aderenti al culto obamista) di un “change” che assomiglia maledettamente a quel “more of the same” tanto avversato durante la campagna elettorale. Ma andiamo con ordine. Alla Difesa, come anticipato, rimarrà Robert Gates, 65 anni, ex direttore della Cia, nominato da George W. Bush nel 2006 al posto di Donald H. Rumsfeld. Considerato il “braccio politico” della surge in Iraq (a cui Obama si era opposto), condivide però con il president-elect la necessità di concentrarsi maggiormente sul fronte afghano. La sua presenza nell’esecutivo permetterà a Obama di “esporre” almeno un repubblicano nella sua squa-

Il team ha ormai assunto una fisionomia ben precisa: una base cospicua di clintoniani, ricoperta da pragmatismo e una spruzzatina di Chicago Machine (per far dimenticare i repubblicani) Qui sotto (da sinistra): David Axelrod; Hillary Clinton; Greg Craig; Tom Daschle. Nella pagina a fianco, sopra: Robert Gates; Timothy Geithner; Eric Holder; James Jones. Sotto: Janet Napolitano; John Podesta; Emanuel Rahm; Lawrence Summers

dra di governo. Un repubblicano moderato, ma pur sempre un repubblicano. Il generale James Jones, ex comandante dei marines e capo delle forze Nato in Europa sarà il national security advisor del presidente. Jones, 64 anni, è stato molto critico con la strategia seguita in Afghanistan dall’amministrazione Bush, per

conto della quale ha seguito molto da vicino il processo di pace in Medio Oriente.

Hi ll a r y

C l in t o n

sarà il segretario di stato dell’amministrazione Obama. First Lady dal 1993 al 2000 e attualmente senatrice dello stato di New York, la Clinton ha conteso proprio a Obama la nomination democratica alla presidenza durante uno degli scontri più lunghi e appassionanti mai visti nel corso di elezioni primarie. Dotata di riconoscibilità (sicuramente) e statura (forse) internazionale, Hillary si dovrà soprattutto guardare dalle probabili ingerenze del vice-presidente Joe Biden, che della politica estera ha sempre fatto il proprio punto di forza. L’accordo trovato con Obama, che ha di fatto azzerato gli ingenti debiti accumulati dalla Clinton durante le primarie, contribuirà non poco ad alleviare ogni sua potenziale preoccupazione. Timothy Geithner, 47 anni, sarà il nuovo segretario del Tesoro. Già capo della Federal Reserve a New York, Geithner ha lavorato fianco a fianco con Henry Paulson nella definizione del contestatissimo bailout voluto dall’amministrazione Bush per contrastare la crisi finanziaria in corso. Geithner, in particolare, ha avuto un ruolo centrale nei negoziati precedenti alla bancarotta di Lehman Brothers e in quelli che hanno coinvolto Aig e JP Morgan. Prima di arriva-

Timothy Geithner sarà il nuovo segretario del Tesoro. Capo della Federal Reserve a New York, Geithner ha lavorato fianco a fianco con Paulson nella definizione del contestatissimo “bailout” re alla Federal Reserve, Geithner aveva lavorato per il Fondo Monetario Internazionale ed era stato sottosegretario al Tesoro dal 1999 al 2000.

Come capo del National Economic Council, Obama ha scelto Lawrence Summers, che aveva già ricoperto diversi ruoli (incluso quello di segretario del Tesoro) durante l’amministrazione Clinton. Il suo ruolo sarà centrale soprattutto per l’elaborazione del “pacchetto di stimolo” con cui Obama vuole rilanciare l’economia americana nei primi due anni del suo mandato. Ardente sostenitore della globalizzazione negli anni Novanta, ultimamente Summers ha invocato l’intervento pubblico nell’economia, sostenendo che una politica monetaria tradizionare sarebbe ineffi-

cace nel combattere la crisi finanziaria. Nel 2006, Summers fu costretto a dimettersi dalla presidenza dell’Università di Harvard dopo aver dichiarato che le donne avevano una minore «attitudine intrinseca» nei confronti delle scienze. Segretario della Sanità sarà Tom Daschle, già leader della maggioranza democratica al Senato dal 2001 al 2003. Daschle, senatore del South Dakota dal 1987 al 2004 (prima di essere clamorosamente sconfitto dal republicano Jon Thune), avrà il compito di occuparsi di quella che dovrebbe essere la prima priorità di politica interna dell’amministrazione Obama: la riforma sanitaria. Al Dipartimento di Giustizia è in arriva un’altra vecchia conoscenza dell’amministrazione Clinton, Eric Holder (già vice di Ja-


l’america di obama

net Reno). Holder, 57 anni, che è stato il senior legal advisor di Obama durante la campagna elettorale, sarà il primo afroamericano ad essere nominato attorney general. Alla testa del Dipartimento della homeland security ci sarà l’attuale governatore dell’Arizona, Janet Napolitano. La Napolitano, che è stata già attorney general nel suo stato d’origine, dovrà utilizzare tutta l’esperienza nel controllare l’immigrazione accumulata come governatore di uno stato confinante con il Messico nel dipartimento creato dopo l’11 settembre 2001.

Insieme a questi nomi (che non sono ancora ufficiali, ma che rappresenteranno con ogni probabilità l’ossatura della squadra di governo), avranno un ruolo centrale nell’amministrazione Obama anche i personaggi che oggi occupano i posti-chiave del cosiddetto “team di transizione”. Parliamo del futuro capo dello staff, Rahm Emanuel (combattivo, a dir poco, politico di Chicago che è stato consigliere di Bill Clinton dal 1992 al 1998 e capo del Democratic Congressional Campaign Committee alle elezioni di mid-term del 2006); del capo degli strateghi di Obama durante la campagna elettorale, David Axelrod; di altri senior advisor come Valerie Jarret (sempre da Chicago), John Podesta (capo dello staff di Clinton dal 1998 al 2000), Pete Rouse (ex capo dello staff di Obama al Senato), Robert Gibbs (ex press secretary di John Kerry nel 2004), Greg Craig (difensore di Clinton durante il procedimento d’impeachment), Ron Klain (già capo dello staff di Al Gore). I nomi della squadra, ormai, ci sono quasi tutti. Tra meno di due mesi inizieremo a vedere come Obama riuscirà a farli giocare insieme.

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La crisi finanziaria mette Stati Uniti ed Europa di fronte a problemi diversi con una radice comune

Una sfida per l’economia sociale di mercato di Francesco D’Onofrio endenzialmente più liberista il modello statunitense; tendenzialmente più sociale il contesto europeo occidentale: tra questi due modelli astratti di sistema economico vi è stato un lungo e complesso rapporto che è oscillato tra avvicinamenti significativi e allontanamenti anche radicali tra le due parti dell’Occidente complessivamente unito rispetto all’alternativa radicale del cosiddetto socialismo reale dell’Unione Sovietica. Con la conclusione anche istituzionale della lunga stagione del socialismo reale sovietico sembra che la vittoria complessiva di un’impostazione culturale liberista dia sostanzialmente ragione agli Stati Uniti che hanno fatto proprio del liberismo la propria proposta non solo economica di fondo. L’Europa non ha avuto fino ad ora una posizione unitaria: né quella originaria voluta dai coraggiosissimi Padri Costituenti dell’Unità Europea; né quella dei successivi allargamenti comunque contenuti entro il campo occidentale; né quella di oggi che stenta ancora a trovare una propria identità post-sovietica.

T

Stati dell’Unione europea, la domanda di fondo riguarda innanzitutto la disponibilità o meno ad elaborare un complessivo intervento europeo rispetto al quale i singoli Stati sono sostanzialmente idonei ad apportare modifiche nazionali soltanto marginali rispetto al disegno complessivo. Si tratta in sostanza di decidere la dimensione prevalentemente europea o nazionale della risposta economica da dare alla crisi in atto.

I singoli Stati europei si trovano infatti a provenire tutti - anche se in misura molto diversa l’uno dall’altro - da

direttamente ex sovietici. Per gli Stati Uniti si può pertanto parlare di una sorta di “liberismo temperato” che non consente di considerare l’esperimento roosveltiano del New Deal quale risposta strategica e definitiva alla crisi in atto. Per i singoli Stati europei che provengono da una situazione che si potrebbe definire di interventismo sociale, si tratta di decidere se concorrere a rispondere alla crisi in atto in termini omogenei che, pur affermando una diversa cultura sociale del modello europeo rispetto a quello statunitense, non intende in alcun modo riproporre anche indirettamente forme di governo statale dell’economia al di là della definizione delle regole di disciplina del mercato, agricolo, industriale o finanziario che esso sia. L’Italia si trova pertanto di fronte ad una duplice sfida: considerare i vincoli di Maastricht ormai decisivi anche in riferimento a questa crisi o accentuare le ragioni nazionali - soprattutto ambientalistiche - delle specificità italiane nel contesto dell’integrazione europea e della globalizzazione dei mercati.

Gli stati della Ue devono scegliere se, per fare fronte alla congiuntura economica, vogliono privilegiare una dimensione prevalentemente europea o dare diverse risposte nazionali

La crisi economica in atto pone pertanto distinti problemi agli Stati Uniti da un lato e ai diversi stati dell’Unione Europea dall’altro. La presidenza Obama si trova per tanto di fronte ad una sfida che concerne l’essenza stessa del liberismo statunitense: prevedere che lo Stato si limiti ad introdurre regole anche nuove per un più equilibrato funzionamento del mercato finanziario o prevedere che esso può anche procedere ad assumere compiti anche rilevanti in riferimento a nuove attività federali concernenti - come Obama disse in campagna elettorale - l’istruzione, la sanità e l’ambiente. Per quel che concerne i diversi

un’impostazione che ha fatto dell’attenzione alle dimensioni sociali della vita economica la specificità di ciascuno Stato europeo rispetto agli Stati Uniti. Ma le differenze degli stati fra di loro sul rapporto tra Stato e Mercato sono differenze anche rilevanti sol che si consideri il diverso intervento statale diretto in materia di istruzione, sanità, lavoro. I singoli Stati - anche se considerati individualmente - mostrano proprio un diverso rapporto tra stato e mercato che va da quello che si può definire una sorta di “compromesso socialdemocratico svedese”; all’ipotesi britannica e italiana del “servizio sanitario nazionale”; alla prevalenza quasi assoluta dell’industria manifatturiera rispetto alla finanza, come in Germania e in Italia; alla diversa sensibilità rispetto all’energia nucleare, come dimostra soprattutto il caso francese. Per non parlare dell’estrema difficoltà che si verifica negli Stati direttamente o in-

L’Italia deve pertanto dimostrare in concreto che l’economia sociale di mercato rappresenta una risposta capace di essere idonea ad affrontare anche questa crisi finanziaria in termini diversi dal liberismo temperato degli Stati Uniti e dell’interventismo sociale che ha a lungo caratterizzato la politica economica italiana negli anni della Prima Repubblica fino al crollo dell’Unione Sovietica. Si tratta pertanto di una sfida radicale che investe fino in fondo la politica italiana, estera o interna che sia: si tratta, infatti, di decidere quale idea di Italia, di Europa, di Occidente e del Mondo si abbia oggi.


mondo

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otrebbe passare alla storia come la crisi degli aeroporti, poiché l’occupazione delle due principali aerostazioni thailandesi, da parte dei manifestanti antigovernativi, è solo il seguito del trasferimento della sede del governo nei locali del terminal di Suvarnabhumi, poiché il palazzo del governo era stato occupato dagli stessi oppositori, il 26 agosto. Sono 100mila – secondo le stime del governo di Bangkok, i cittadini stranieri intrappolati nella “terra dei sorrisi”, per la maggior parte turisti, a causa del blocco degli aeroporti. Dei circa 1200 italiani, ancora più di 1100 sono in attesa del rimpatrio. In una conferenza stampa, ieri mattina, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha disposto le misure necessarie per il rientro dei connazionali, sebbene – secondo fonti stampa tailandesi – l’unico aeroporto attualmente utilizzabile sarebbe quello di U Tapao, circa 190 chilometri dalla capitale. Il ministro ha anche proposto di aggiungere una piccola tassa su ogni biglietto aereo internazionale, per permettere la copertura di emergenze come questa.

P

Il primo gruppo dovrebbe lasciare la Thailandia con un charter Alitalia previsto per oggi, mentre un volo concordato tra la compagnia Thai e la l’am-

Thailandia. Oltre 1100 i connazionali bloccati mentre continua l’assedio

Bangkok, tutti a casa con un ponte aereo di Franz Gustincich basciata italiana a Bangkok, dovrebbe raggiungere Roma domani in serata. Il ministro del Turismo Weerasak Kowsurat, ha reso noto che ai turisti costretti a fermarsi oltre la data prevista per il rientro, saranno rimborsate le spese alberghiere fino a 2000 Baht al giorno (circa 45 euro).

Sono ormai sei mesi che l’opposizione guidata dal Pad (Alleanza Popolare per la Democrazia) tiene la piazza nel tentativo di dare una spallata al premier Somchai Wongsawat, ritenuto solo un fantoccio del cognato, l’ex uomo d’affari ed ex premier Thaksin Shinawatra, accusato di grave corruzione e deposto in un breve colpo di stato incruento nel settembre 2006. Persino i militari chiedono le dimissioni del governo, invocando nuove elezioni, mentre hanno già più volte ordinato ai manifestanti di lascia-

Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, propone di aggiungere una piccola tassa su ogni biglietto internazionale per garantire la copertura economica di emergenze come questa

re l’aeroporto, ma al momento la situazione è di completo stallo, poiché nessuno è disposto ad arretrare dalle proprie posizioni. Ieri sono state lanciate tre granate tra i manifestanti antigovernativi, che hanno ferito 51 persone. Un precedente assalto ai dimostranti aveva provocato 49 feriti, mentre il mese scorso si sono registrate due vittime.

Il premier è stato costretto a trasferire ulteriormente i propri uffici, questa volta nella città di Chiang Mai, 700 chilometri a Nord di Bangkok, dove ha perso la vita un dimostrante durante uno scontro con i sostenitori del governo, chiamati “maglie rosse” per il colore dell’abbigliamento che utilizzano per differenziarsi dai sostenitori del Pad, che sono vestiti di giallo. Fino ad ora, tuttavia, gli scontri tra antigovernativi e polizia o maglie rosse, non sono degenerati nella temuta guerra civile, nonostante la tensione, ed il premier Somchai ha licenziato il capo della polizia per non essere riuscito a sedare la rivolta. Si teme la nomina di un nuovo capo della polizia con meno scrupoli, che potrebbe far precipitare la situazione. Tra le fila dei dimostranti, i gruppi più facinorosi, infatti, si preparano ad un bagno di sangue. Dalla fine della monarchia assoluta, nel 1932, la Thailandia ha subito ben 18 colpi di Stato.


mondo

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in breve I Mujaheddin del Deccan sono tornati a farsi vivi e, dopo aver rivendicato gli attacchi di Mumbai, minacciano di colpire usando risciò-bomba contro obiettivi turistici. Sotto, il presidente pakistano Alì Zardari

Turchia, attentato davanti sede Akp È di dieci feriti, di cui quattro gravi, il bilancio dell’esplosione avvenuta a Istanbul di fronte alla sede del partito di governo Giustizia e Sviluppo (Akp). Lo ha riferito il governatore della città, Muammer Guler, citato dal quotidiano Hurriyet Daily. Le autorità sospettano che si sia trattato di un attentato. L’esplosione è avvenuta nel distretto Sutluce, nella zona europea della città alle 15 ora locale (le 14 in Italia).

Cdu, Merkel riconfermata La cancelliera tedesca Angela Merkel è stata riconfermata alla carica di presidente della Cdu nel corso del congresso del Partito a Stoccarda. La Merkel ha ottenuto 844 voti, pari al 92,6% del totale. Nel 2006, a Dresda, la cancelliera aveva ottenuto il 93,1% dei voti.

Mumbai. Ignorato l’allerta dell’intelligence. Zardari: Delhi non ci punisca

Minacce via mail colpiremo col risciò

Chávez, rieleggetemi fino al 2021

di Luisa Arezzo onta la pressione sulle autorità indiane dopo i sanguinosi attentati a Mumbai. Dopo le dimissioni del ministro dell’Interno indiano per “la responsabilità morale”dell’accaduto e quella del vice premier dello Stato del Mahararashtra, nelle ultime ore hanno offerto le dimissioni anche il potente consigliere per la sicurezza e il premier del Maharashtra. Mentre le indagini proseguono e il ministro degli Esteri indiano, Raghavan, presenta una protesta ufficiale all’ambasciatore pachistano Shahid Malik, emerge con chiarezza che le agenzie di intelligence avevano allertato sul rischio di attentati e che il governo aveva ignorato le segnalazioni. L’ultima “soffiata” era arrivata appena ventiquattro ore prima del san-

M

piano dell’hotel Taj Mahal Palace e del Trident Oberoi, dando tutti i dettagli - prima di essere arrestato - ad uno dei leader del Let, Mohammed Muzzamil (conosciuto anche come Yusuf e come Abu Gurera). Il nome di Muzzamil è stato anche fatto anche da Ajmal Amir Kasav, l’unico terrorista arrestato dalle truppe speciali fra coloro che hanno assaltato gli alberghi di Mumbai. Di più: per Kasav, Muzzamil era l’addestratore del gruppo.

Intanto i Mujaheddin del Deccan sono tornati a farsi vivi e, dopo aver rivendicato gli attacchi di Mumbai, minacciano di colpire usando risciò-bomba contro obiettivi turistici. Una e-mail firmata dal gruppo terroristico avverte che i prossimi

L’ultima “soffiata” era arrivata ventiquattro ore prima del sanguinoso attentato. Ma già a marzo gli 007 indiani avevano avvertito del rischio che gli alberghi fossero potenziali obiettivi guinoso attentato. Ma già a marzo gli 007 avevano avvertito del rischio che gli alberghi fossero potenziali obiettivi; e ad agosto l’intelligence aveva fatto sapere che Lashkar-e-Taiba (Let), il gruppo terrorista con base in Pakistan responsabile degli attentati di Mumbai, stava addestrando 500600 terroristi e che il tentativo era di infiltrarli fingendoli pescatori. Secondo l’Hindustan Times l’intelligence sarebbe stata informata degli attentati da Fahim Ahmad Ansari (un terrorista appartenente per l’appunto al Let), arrestato lo scorso febbraio nello stato settentrionale dell’Uttar Pradesh, dove vive la più grande comunità islamica dell’India. Nell’interrogatorio, Fahim avrebbe rivelato di aver condotto ispezioni al terminal portuale di Mumbai, all’aeroporto, al palazzo della borsa e al comando della polizia, nel dicembre del 2007. E che aveva anche ispezionato ogni

obbiettivi saranno l’aeroporto internazionale intitolato a Indira Gandhi e le tre stazioni ferroviarie più importanti. Il 13 settembre un veicolo a tre ruote alimentato a gas fu fatto esplodere nel mercato Ghaffar, un attentato che allora sembrò inspiegabile, ma che oggi appare come un test dei terroristi per verificare l’efficienza di questo “innovazione”del terrore. Con le loro bombole di gas, i risciò-bomba rappresentano un’arma molto più letale di una vettura alimentata a benzina o diesel e per questo le autorità hanno iniziato una serie di controlli mirati nei luoghi pubblici e in particolare sulle strade che portano a stazioni e aeroporti.

Il presidente pachistano Asif Ali Zardari, in un’intervista rilasciata al Financial Times ha esortato l’India a non punire il suo Paese per il sanguinoso assalto in cui sono

morte quasi 200 persone. Secondo il vedovo di Benazir Bhutto, i miliziani hanno il potere di far precipitare l’intera regione nella guerra. Il nuovo ministro dell’Interno indiano, nominato subito dopo gli attentati, ha assicurato che il governo reagirà con fermezza alle minacce che il Paese si trova dinanzi. Nel frattempo, a conferma dell’appoggio di George W. Bush all’India, la Casa Bianca ha annunciato la visita mercoledì a Mumbai del segretario di Stato Condoleezza Rice, che sempre ieri ha esortato il Pakistan a mostrare collaborazione «assoluta e totale trasparenza» con l’India nelle indagini sui responsabili degli attentati di Mumbai.

Non si placa inoltre la tensione in Israele, dopo che il terrorista arrestato ha rivelato che il principale obiettivo del commando era proprio colpire la comunità ebraica. Ieri, a causa di un falso allarme, gli uomini della sicurezza del ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni hanno interrotto un collegamento radiofonico in diretta che il ministro stava facendo con la radio dell’esercito. Il tutto mentre la sinagoga di Mumbai piangeva i morti dell’attentato al centro religioso di Nariman House. Scene di grande dolore si sono avute quando Moshe Holtzberg, il bambino di due anni figlio del rabbino e della sua consorte uccisi dal commando, chiedeva, tra le lacrime, di Ima e Dada - mamma e papà in ebraico - mentre era accompagnato dai suoi nonni e dalle autorità, tra le quali l’ambasciatore israeliano in India, Mark Sofer. Il piccolo Moshe è sfuggito alla carneficina grazie alla sua governante indiana Sandra Samuel, 44 anni, che è scappata prendendolo in braccio prima che i terroristi bloccassero, per due giorni, le uscite dell’edificio. Sandra Samuel, che ha ricevuto un passaporto israeliano, e il bambino, hanno raggiunto ieri Tel Aviv.

Chávez ci riprova e chiede al partito di cambiare la Costituzione per permettergli di rimanere presidente «fino al 2021». E dunque, mentre il risultato delle elezioni resta di difficile interpretazione, decide di provare la seconda via per la rielezione (dopo che un referendum gli aveva bloccato la riforma costituzionale da lui stesso promossa): una riforma costituzionale attraverso l’Assemblea Nazionale (terza possibilità, attraverso una proposta di legge di iniziativa popolare).

Clima, vertice Poznan di poche speranze Si è aperto ieri a Poznan in Polonia il vertice per i cambiamenti climatici in vista del rinnovo del protocollo di Kyoto (che scade nel 2012). Ma sono in pochi ad aspettarsi significativi passi in avanti da questi 12 giorni di lavori. «Non mi aspetto grandi progressi», ha ammesso senza mezzi termini Yvo de Boer, segretario Onu per i cambiamenti climatici, l’uomo chiave dei negoziati. «Si tratta solo di una tappa intermedia verso l’appuntamento di Copenhagen, nel 2009» anche perché la fase di transizione tra l’amministrazione Bush e quella di Obama impedisce alla conferenza di decollare.


cultura

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Battaglie. Anticipiamo un saggio di Antonio Martelli dedicato allo scontro navale del 1588 fra Filippo II e la Regina d’Inghilterra

Il cavallo di Elisabetta La sconfitta dell’Invincibile Armada e la nascita del grande mito britannico di Antonio Martelli ella sua monumentale d’Inghilterra, Storia scritta nel Settecento, David Hume concede alla parata di Tilbury, svoltasi il 18 agosto, quasi lo stesso spazio della battaglia. Egli riferisce come, per stimolare ancora di più lo spirito marziale della nazione, la regina apparisse a cavallo al campo trincerato di Tilbury, l’avamporto di Londra e l’unica località dell’Inghilterra nella quale i preparativi di difesa in vista di una possibile invasione spagnola avessero raggiunto una certa consistenza. Cavalcando attraverso le file dei soldati, ella li trovò di buon umore e animati da spirito combattivo, per cui poté facilmente esortarli a ricordare il loro dovere verso il loro paese e la loro religione. Manifestò addirittura l’intenzione di guidarli lei stessa, benché donna, sul campo di battaglia contro il nemico e di voler piuttosto morire combattendo che sopravvivere alla rovina e alla schiavitù del suo popolo. Con questo comportamento vigoroso essa ravvivò l’affetto e l’ammirazione dei soldati, fra i quali la devozione alla sovrana si trasformò in entusiasmo: «Essi si chiedevano l’un l’altro se era mai possibile che gli inglesi potessero abbandonare questa causa gloriosa e potessero mostrare meno fortezza d’animo di quella che appariva in una donna o se, al contrario, vi fosse al mondo un solo rischio per evitare il quale essi si sarebbero indotti ad abbandonare la difesa di questa eroica sovrana».

N

i lavori veri e propri erano cominciati appena un paio di settimane prima in una notevole confusione. Ma il conte di Leicester, che era stato nominato Capitano Generale, aveva per una volta fatto miracoli (pur senza aver ancora ricevuto il relativo decreto): le trincee erano state scavate e le palizzate erette e tutto appariva pronto per affrontare il nemico, se mai questo fosse riuscito a mettere piede sul suolo della patria. Preceduta dal conte di Ormonde che portava la Spada di Stato, Elisabetta era scortata solo da altri tre uomini, il Capitano Generale

avevano perduto quindici galeoni e lo stesso Drake era stato ferito e ucciso, o catturato, nel tentativo di abbordare la San Martìn, l’ammiraglia spagnola. La preoccupazione era dipinta sul volto della regina, che cavalcava con la schiena alquanto piegata. Aveva 56 anni e si vedeva; quando sorrideva i suoi denti apparivano anneriti. Ma il suo spirito era indomito. Dopo aver passato la notte in una villa vicina, il mattino seguente tornò al campo, assistette alla sfilata delle truppe e ad alcune esercitazioni della cavalleria e prese parte al banchetto nella tenda del Progenerale. nunciò poi un discorso la cui versione più accreditata è la seguente (qui riportata solo in parte): «Mio amato popolo, alcuni che si preoccupano della nostra sicurezza ci hanno chiesto di evitare di affidarci a una moltitudine armata per tema di tradimenti: ma io vi garantisco che non desidero di vivere mancando di fiducia nel mio popolo fedele e devoto. Siano i tiranni a temere! Io mi sono sempre comportata in modo tale da porre, con l’aiuto di Dio, la mia forza e la mia protezione principale nei cuori leali e nella benevolenza dei miei sudditi e, quindi, come vedete, vengo fra voi in questo momento, non per distrarmi o svagarmi, ma decisa, nel bel mezzo della lotta, a vivere, o morire, fra tutti voi, per deporre fosse anche nella polvere il mio onore e il mio sangue per il mio Dio, il mio regno e il mio popolo. So di avere il corpo solo di una fragile e debole donna, ma ho il cuore e l’animo di un re e di un re d’Inghilterra per di più: e penso con disprezzo al fatto che il duca di Parma, o la Spagna o un qualsiasi sovrano d’Europa possa osare di varcare i confini del mio regno: nel qual caso, piuttosto che lasciarmi sopraffare dal di-

La sovrana si presentò a Tilbury, con aspetto marziale, vestita come un soldato: così consolidò il suo mito di donna invincibile

La regina aveva lasciato Londra il giorno precedente, imbarcandosi su una lancia da parata: era discesa lungo il fiume ed era giunta a Tilbury il mattino seguente. Il campo non era ancora stato completato del tutto, anzi

stesso, il maestro della cavalleria e, più indietro, a piedi, John Norris.Vi erano poi due paggi in velluto bianco, di cui uno portava su un cuscino il casco d’argento della regina e l’altro reggeva la briglia del suo cavallo. La sovrana avanzò in mezzo alle sue truppe su un cavallo bianco, vestita di velluto pure bianco, con una corazza d’argento ornata di figure mitologiche e munita di un bastone d’argento incastonato in oro. Era venuta per vedere il suo esercito, ma anche per essere vista: non aveva bisogno di un corteo che l’avrebbe occultata agli occhi di quelli che si erano radunati per difenderla. Le notizie giunte dal mare erano ancora incerte e contraddittorie: secondo alcune, gli inglesi

sonore, prenderò io stessa le armi sarò io stessa il vostro generale, il vostro giudice e colei che compenserà tutte le virtù che avrete mostrato sul campo».

Intanto erano cominciate ad affluire notizie più attendibili sugli avvenimenti di Gravelines. Si seppe quindi che nes-

suna nave inglese era andata perduta o era stata gravemente danneggiata, ma che l’Armada non era stata distrutta. Tanto Howard quanto Drake erano anzi dell’opinione che gli spagnoli sarebbero tornati all’attacco: Henry White scrisse a Walsingham, il quale si trovava pure a Tilbury, che la


cultura Una ”parata” inventò il mito Esce in questi giorni per Il Mulino La disfatta dell’Invincibile Armada (402 pagine, 28 euro), un saggio di Antonio Martelli dedicato a uno degli eventi chiave della storia moderna: la sconfitta della potentissima armata di Filippo II ad opera della meno accreditata flotta inglese di Elisabetta I. Il libro ricostruisce la battaglia partendo dai lunghi preparativi che affondano le radici nello scontro più personale che politico fra Elisabetta e Filippo. A proposito della dinamica di questa che fu una delle più importanti battaglie navali della modernità si è sempre parlato di un misto di sfortuna (gli spagnoli incorsero in una serie di avversità meteo) e di ardimento (inglese). In realtà, spiega Martelli, la tecnica marinara degli inglese fu nettamente superiore, come più adeguata furono i loro armamenti. Anticipiamo qui un brano del libro dove si racconta la celebre “parata di Tilbury”, in cui la sovrana inglese - cemenare il suo mito - si presentò al suo esercito, a cavallo, vestita da“uomo invincibile”, subito prima del rovescio finale dell’Armada.

Sopra, un dipinto di PhilippeJacques de Loutherbourg che rappresenta la disfatta dell’Armada spagnola, ai primi d’agosto del 1588, e che segnò la fine del predominio militare di FIlippo II (a sinistra) sull’Europa. Da quale momento, un nuovo mito militare e politico cominciò a imporsi: quello di Elisabetta I (a destra)

bury, che la assurda parsimonia sulla dotazione di munizioni della flotta aveva fatto perdere un’occasione straordinaria. Di conseguenza, il paese venne tenuto in stato di allerta, Tilbury fu tenuto in efficienza e anzi venne creato un nuovo campo trincerato ancor più vicino a Londra. Con la minaccia della flotta spagnola ancora ben presente, non era certo ancora il caso di pensare che la guerra fosse finita e vinta e che quindi si potesse smobilitare. Intanto la flotta inglese aveva continuato a seguire l’Armada anche se a rispettosa distanza: né Howard né gli altri capi potevano sapere quanto disperata fosse la sua situazione, ma nemmeno la loro era certo brillante. Alcuni tentativi di avvicinarsi furono interrotti quando si constatò che la retroguardia

spagnola era ancora in condizione di sparare.

Per i successivi quattro giorni, vale a dire fino al 12 agosto, l’inseguimento, se così si può chiamarlo, continuò senza che le due flotte venissero a contatto. A quel punto, trovandosi a circa 56 gradi di latitudine nord, Howard decise di entrare nel Firth of Forth, la profondissima insenatura che si trova appena sopra Edimburgo: egli voleva approvvigionarsi di quanto fosse possibile trovare e al tempo stesso mettere Giacomo VI al corrente della situazione, in modo che quegli potesse apprestarsi alla difesa qualora gli spagnoli avessero mostrato intenzioni aggressive verso la Scozia.

Le condizioni a bordo delle navi inglesi, tuttavia, erano talmente precarie da indurre l’ammiraglio a disporre per il ritorno alle sue basi. Gli uomini erano affamati e vestiti di stracci, le munizioni scarseggiavano e le navi avevano urgente bisogno di riparazioni, mentre in

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Scozia non si trovava quasi nulla di ciò di cui la flotta aveva bisogno. D’altra parte, dopo l’8 agosto l’Armada non aveva mostrato alcuna intenzione offensiva: dalle due navi, una pinaccia e una caravella ancora in buone condizioni, che Howard aveva distaccato a seguire l’Armada, non era pervenuto alcun messaggio che indicasse un mutamento di atteggiamenti. La flotta ripartì quindi verso sud e il 18 agosto giunse alla foce del Tamigi, essendo divisa dal cattivo tempo in diversi tronconi che trovarono riparo nei due porti di Harwich e di Margate, situati alle due estremità di quella, nonché in alcuni altri minori. Lo stesso 18 agosto, mentre aveva luogo la parata di Tilbury, l’ammiraglio scrisse a Burghley quasi implorandolo di far pervenire al più presto le paghe arretrate degli uomini e 1.000 sterline di vestiario.

Il fatto che in ciascuno dei porti giungesse solo una parte delle navi inglesi fece supporre a quel che restava dei simpatizzanti cattolici dell’Armada nonché della rete di spie di Mendoza che quelle che vedevano fossero quanto restava dell’intera flotta inglese dopo gli scontri con gli spagnoli. Ciò dette luogo a una prima ondata di voci sul continente europeo che riferivano di una grande vittoria della flotta di Filippo II. Queste voci, ingigantite, riferivano addirittura della cattura di Drake. La verità era naturalmente l’opposto, ma sarebbero occorse diverse settimane prima che essa fosse ristabilita. Intanto l’Armada aveva continuato a navigare verso nord e aveva superato la punta più settentrionale della Scozia. Praticamente nessuno degli uomini a bordo, inclusi i marinai più sperimentati, aveva mai navigato in quelle acque: era anzi la prima volta che vi compariva una flotta tanto numerosa. Il viaggio era reso pericoloso dall’inclemenza del tempo e dalla mancanza di carte nautiche: quelle di Wagenhaer erano incomplete, anzi per la costa settentrionale e

occidentale dell’Irlanda non ne esistevano affatto: solo alcune navi avevano a bordo delle carte terrestri dell’Irlanda. Tuttavia, la cattura di tre pescherecci scozzesi il 15 agosto e l’utilizzo dei loro capitani come piloti fu per alcuni giorni di aiuto a mantenere la rotta.

Medina Sidonia, di concerto con i suoi consiglieri, decise che era meglio navigare a buona distanza dalle coste irlandesi, che si sapeva essere molto pericolose in quanto costituite so prattutto da ampie e alte scogliere. Le istruzioni impartite alle navi già durante la risalita del mare del Nord erano quindi di mantenersi al nord delle Shetland, aggiungendo – ma questa indicazione era errata – che così avrebbero evitato il famigerato capo Wrath. Tuttavia, nel complesso e tenuto conto dell’impossibilità di misurare esattamente la longitudine, la rotta scelta era buona. Solo che essa doveva essere seguita da navi malridotte, manovrate da uomini esausti, malnutriti e come i loro, vien voglia di dire, confratelli inglesi quasi privi di vestiario. Le razioni imposte già all’inizio del viaggio di ritorno erano meno che da fame: una libbra e mezzo (circa 700 grammi) di biscotto più una pinta d’acqua e mezza di vino al giorno. In più, gli uomini dovevano sottoporsi a turni di lavoro bestiali per pompare l’acqua che continuava a penetrare nelle navi dalle falle provocate dai cannoni inglesi o dalle intemperie. Il freddo e l’umidità facevano il resto. Gli uomini cominciarono a morire: prima gli africani, poi gli andalusi e i siciliani e infine gli altri. I cavalli e i muli che dovevano servire alle truppe d’invasione vennero gettati in mare, a quanto si disse per risparmiare acqua: il perché non e\\u0300 invece del tutto chiaro, dato che sarebbero potuti servire per integrare le misere razioni. Navi mercantili o da pesca che passavano nei paraggi riferirono di aver visto un gran numero di questi animali in mare che cercavano disperatamente di tenersi a galla ma che, uno a uno, venivano inesorabilmente inghiottiti dalle onde. In queste condizioni non è affatto sorprendente che a bordo delle navi spagnole il morale fosse a terra. Alle sofferenze causate dalla situazione in cui si trovavano e alle deprimenti prospettive offerte dal resto della navigazione verso casa, si aggiungeva lo sconforto per la sconfitta subita e la conseguente umiliazione, inclusa la prospettiva, dato e non concesso che riuscissero a tornare indietro, di affrontare lo sdegno e il disprezzo dei connazionali. Molti quindi si lasciarono andare, proseguendo il viaggio con apatia e in molti casi quasi preferendo morire piuttosto che proseguire nelle loro sofferenze.


cultura

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i torna sui libri. Riapre il 5 dicembre a Roma la Fiera della piccola e media editoria. Più libri più liberi, la fiera in equilibro: tanti i giochi di parole per descrivere le potenzialità di un appuntamento che è arrivato alla sua settima edizione e si afferma come evento irrinunciabile, secondo solo a Torino, per l’Italia dell’editoria. E in effetti questi piccoli e medi editori tanto piccoli non sono se, insieme, rappresentano il 35% del fatturato totale del settore librario.

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Anche quest’anno l’agenda del lungo weekend dell’Immacolata, dal 5 all’8 dicembre, sarà fitta di appuntamenti e ospiti. Duecento presentazioni, incontri e dibattiti, più di quattrocento espositori e un numero di visitatori che con ogni probabilità supererà i 50mila dell’anno passato. In quest’occasione una novità in più: Più libri più liberi, giochi di parole a parte, parlerà latino-americano. Per la prima volta infatti la manifestazione allunga lo sguardo oltreoceano arricchendosi di una “tierra de libros” feconda ma ancora poco conosciuta, l’America latina, che varcherà le soglie della kermesse come ospite d’eccezione. Dal realismo magico al mondo globale, questo il cammino da percorrere tra gli espositori del Palazzo dei Congressi, accompagnati dai protagonisti della cultura sudamericana presenti in gran numero per raccontarci la loro letteratura. Un itinerario che va dal Messico al Venezuela, dal Perù alla Bolivia, da Haiti alla Repubblica Dominicana. E anche uno scambio culturale importante tra due paesi. Infatti, mentre si apre la fiera romana, si chiude in Messico un’altra importante manifestazione, la ventiduesima Fiera Internazionale del libro di Guadalajara che ha presentato come “special guest” proprio Italia e italianidad. Dunque una joint venture culturale ed economica che vede da un lato la reciproca conoscenza di mondi artistici vitali e complementari, e dall’altro una possibilità di penetrare direttamente nel mercato dei due paesi grazie ai legami che si andranno creando tra case editrici italiane e società editoriali latino-americane. Testimonial degli eventi nostrani, organizzati in collaborazione con l’Istituto Italo-Latino Americano, proprio uno scrittore messicano, Jorge Volpi, vincitore nel 2002 del Premio Grinza-

Libri. A Roma la VII Fiera della piccola e media editoria dedicata al Sudamerica

Dalle Alpi alle Ande sfogliando la cultura di Livia Belardelli ne Cavour, a cui sarà dedicato l’incontro di chiusura dell’8 dicembre. Tra gli scrittori presenti Hector Abad Faciolince, approdato da poco in Italia con Scarti, tradotto da Bollati Boringhieri, Santiago Roncagliolo, scrittore e popolare drammaturgo, e Pedro Shimose, pubblicato da Nemapress, piccola casa editrice sarda attenta al dialogo tra le due culture,

un reading di poesia all’istituto Cervantes. Tra gli artisti spicca il colombiano Dario Jaramillo, considerato uno dei maggiori poeti d’amore del secondo Novecento, venuto a presentare il suo primo libro tradotto in lingua italiana, Dell’amore dell’oblio, edito dalle Edizioni Ponte Sisto. «La poesia dell’America latina sta attraversando un gran momento» dice entusia-

guardo alla sua opera e alla poesia d’amore ci svela anche un suo segreto.

«Per scrivere poemi d’amore bisogna essere innamorati. Quando lo si è si vive in uno stato pre-verbale, puramente istintivo che porta all’ispirazione. Per questo è così difficile scrivere poesia d’amore. Per me scrivere è una necessità, è

Duecento presentazioni, incontri e dibattiti, più di quattrocento espositori e un numero di visitatori che con ogni probabilità supererà i 50mila dell’anno passato. Con ospiti internazionali dal Venezuela alla Repubblica Dominicana che sarà infatti a Guadalajara per proporre, tra le altre cose, anche un saggio critico su Elio Vittorini.

Un interesse particolare va alla poesia a cui viene dedicato un incontro all’interno del sabato della fiera che proseguirà per curiosi e appassionati con

A sinistra, Dario Jaramillo. A destra, Santiago Roncagliolo, Pedro Shimose, Jorge Volpi e Hector Abad

sta. «Sono felice di portarla in Italia e di far conoscere in questo paese eccellenti poeti come Álvaro Mutis, Gonzalo Rojas e Rafael Cadenas.Tanto più sono contento di presentare il mio libro a questa fiera visto che, anche nel mio paese, ho pubblicato la mia opera con una piccola casa editrice, la Pre Textos». Ri-

una funzione metabolica del corpo e della mia anima». A proporre i suoi scritti, raccolti per la prima volta in italiano in Il tempo in fuga (Edizioni Ponte Sisto), anche Alejandro Oliveros che, interrogato sull’incontro organizzato alla fiera, sottolinea l’importanza del “traffico” delle idee.

«Il futuro della globalizzazione deve cominciare con la globalizzazione degli argomenti dello spirito, sennò, per come stanno le cose adesso, è condannata al fallimento». Anche tante donne per l’incontro al femminile della domenica della fiera. Rosalba Campra, residente a Roma e autrice di diversi testi tradotti nel nostro paese come Tra due specchi 18 racconti fantastici di scrittrici latinoamericane (Fahrenheit), e la brasiliana Marcia Theophilo, anche lei in Italia dal ’71, molto impegnata nell’opera di scambio tra i due paesi con le sue traduzioni in portoghese di poeti italiani e in italiano di poeti portoghesi.

Oltre alla suggestione del sud America gli stimoli della fiera sono tanti. Diversi percorsi tematici e aree dedicate come lo Spazio Ragazzi rivolto ai più giovani e lo Spazio Blog dove, oltre ad investigare il legame tra web e letteratura, si prosegue il discorso sugli ebook già cominciato alla Buchmesse di Francoforte. Due incontri da segnalare sono sicuramente quelli sul Giallo, un genere che ogni giorno conquista una platea sempre più ampia. Il tutto condito da tanti ospiti: Avati, Camilleri, Carlotto, Lucarelli, Pedullà, Servillo, Maraini e tanti altri per rendere ancor più viva e pulsante questa grande biblio-libreria temporanea.


sport

2 dicembre 2008 • pagina 21

Gli antieroi della domenica. Grinta, divertimento, gioco di squadra. Il favoloso mondo (di provincia) di Luigi Del Neri

Il legionario della panchina di Francesco Napoli

Domenica scorsa la sua Atalanta ha battuto per 2 a 0 la Lazio di Delio Rossi. E in pochi lo credevano possibile. Eppure, ancora una volta, la grinta e la tenacia di Luigi Del Neri (nelle foto) hanno portato la squadra al successo, come ai bei tempi del Chievo Verona

n una figurina della celebre Panini lo si vede con un bel baffo folto e ancora nero, uno sguardo forte, appena un po’ cupo, di quelli a metà tra l’occhio vigile del legionario romano delle lande più remote e lontane dalla Capitale e quello più torvo del barbaro ormai alle porte. Una suggestione, certo: erano gli anni ’70 e lui, Luigi Del Neri da Aquileia, poche migliaia di anime latinobarbariche, friulano di ferro classe 1950, giocava nei rossoneri, ma quelli minori, a Foggia.

I

Centrocampista sempre attento ma mai sulla cresta dell’onda, ha condotto quella che si direbbe con metafora alla Ligabue una lunga vita da mediano, onesta e di fatica, trottando nelle tante province pallonare d’Italia da Ferrara, nella mitica Spal, a Novara, da Udine al Lanerossi Vicenza dove siglò anche 4 reti. Ma gli anni foggiani ho l’impressione che devono essere stati quelli decisivi nella maturazione di allenatore. Nel centrocampo di sostanza, come si diceva una volta, di quella squadra Del Neri ha fatto coppia con Nevio Scala, classe 1947 provinciale di Padova, anche lui nato in un borgo di poco più di tremila abitanti. L’attitudine alla fatica e la forma mentis li tiene in squadra uno a fianco all’altro, e in comune hanno l’inizio delle loro carriere di allenatori, certo più ricche di soddisfazioni di quelle pedatorie pure e sempli-

ci, nella seconda metà degli anni Ottanta, e un’idea di calcio che sia anche divertimento.

Nella stagione 1984-85 Gigi dal baffo sempre più canuto, intraprende una carriera da commesso viaggiatore delle panchine. Sempre province, gli si addicono evidentemente le periferie e i luoghi di poche anime. È nel suo dna. A Nocera, sperduta cittadina salernitana, ottiene una promozione in C1; a Terni poi, doppio salto carpiato e via: dalla C2 alla B. Quando poi andrà lontano dai campetti remoti alla volta dei grandi palcosce-

racolo Chievo” e lui è uno dei santi artefici principali di questo fenomeno. E quest’anno, a ottobre, quando gli è toccato affrontare alla guida dei più forti atalantini la sua ex in cattive acque, la commozione la si è letta nel suo sguardo. Alla vigilia della sfida contro il Chievo che ha reso grande, Gigi Del Neri ha detto: «La squadra di sei anni fa non ci sarà mai più quasi sospira alle penne dei giornalisti alla ricerca di un amarcord almeno nelle dichiarazioni -. Era un fenomeno a sé stante: un borgo che diventa grande, finisce in A e

Dal Foggia degli anni Cinquanta all’Atalanta di oggi, passando per gli anni d’oro del Chievo Verona. Parabola (mediamente) ascendente del “baffo canuto” del calcio italiano nici, insorge uno strano fenomeno di crisi di rigetto ma è solo colpa di quel suo codice genetico da provincia. Nel suo peregrinare approda al Chievo Verona, stagione 2000. Lo vuole il più giovane presidente di calcio professionistico di allora, Luca Campedelli. È una scommessa da portare avanti con la prima squadra di quartiere a giocare nella massima divisione italica. Niente millennium bug per Luigi del Neri, tutt’altro. Alla guida dei gialloblu meno noti del capoluogo scaligero 5° posto e Coppa Uefa, 7° e poi 9°. Ma non sono solo i risultati a contare, c’è il gioco a spumeggiare. Si parla di “mi-

ci rimane grazie al bel gioco». Poi chissà quale diavolo l’ha consigliato una volta lasciata anzitempo Palermo, dove con l’altro friulano, classe 1941, Maurizio Zamparini (anche lui nato in un paesino di poco più di tremila abitanti), son state scintille ed esonero anticipato. Gigi allora ha voluto forzare la mano e la sua natura, ma la genetica, il Dna, non è un opinione. Le capitali del calcio non gli si addicono. È accaduto nel 2004 in Portogallo. Panchina prestigiosa, i campioni d’Europa del Porto appena lasciati niente popò di meno che da “Special One”, allora più modestamente José Mourinho - i casi della vita - e ancor prima di de-

buttare viene buttato via dal presidente. Figurarsi: si sono giustificati prima dicendo che lui (!) arrivava tardi agli allenamenti. Impossibile per Del Neri da Aquileia. Raccontata poi più giustamente è trapelato il dissidio tra i cosiddetti “senatori” dello spogliatoio e Luigi dal baffo incanutito. Metodi troppo duri e poche deroghe, questa la verità, e allora chi scegliere: via l’allenatore, certo non i campioni d’Europa. Meglio per Del Neri, direi, e per il suo dna. La crisi di rigetto si ripresenta subito dopo. Finalmente da legionario di provincia approda alle luci della Capitale, all’Olimpico, sponda giallorossa. Anche lì resiste poco. Non termina il suo campionato, va via dopo 24 partite e risultati troppo deludenti. Ripeto: la genetica non è un opinione e così, assecondando nuovamente il suo codice calcistico Luigi Del Neri torna indietro: prova a salvare, senza farcela, un Chievo in cattive acque, ma è amore puro, e poi firma con l’Atalanta (che domenica ha dato spettacolo con l’altra squadra della capitale, sponda biancoceleste, battendola 2 a 0), guarda caso ancora con il nuovo presidente più giovane d’Italia, Alessandro Ruggeri.

Appare un po’ padre e un po’ padrone Gigi, con questa sua predilezione per i presidenti imberbi, e chissà come si sente in questi tempi, passato dal rossonero di provincia, Foggia, al nerazzurro, sempre di provincia, di Atalanta, geograficamente parlando Bergamo.


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da ”le Monde” del 30/11/2008

I codici segreti dei Maya di Stéphane Foucart arigi, Madrid e Dresda sono le uniche città al mondo a custodire gli ultimi segreti del popolo Maya. Tre codici, gli unici sfuggiti al grande rogo del 1562, sono finiti, dopo varie peripezie, nelle tre città europee. Diego de Landa, vescovo di Yucatan, aveva deciso che non fosse il caso di portare al rogo degli esseri umani, la sua ira funesta si sfogò quindi sui libri. «Tutti i libri d’America», almeno di quella del tempo, come spiegato da Charlotte Arnaud, del laboratorio archeologico delle Americhe dell’Università di Parigi. Quel rogo ha portato la scrittura Maya – utilizzata fin dal V secolo a.c. - ad inabissarsi nell’oblio per quasi quattro secoli.

P

La scienza ha fatto passi da gigante nell’arte della decrittazione e attraverso la lettura di alcuni testi si stanno svelando parti della storia di questo popolo ancora sconosciute. Se ne parlerà in un convegno internazionale, che si terrà a Parigi dal primo al 6 dicembre prossimo, al Musée du quai Branly. Oltre al simposio scientifico ci sarà un workshop sull’epigrafia (la scienza che decifra i testi, come quelli sulla stele di Rosetta). Le iscrizioni Maya sono certamente meno note e popolari dei geroglifici egizi o della scrittura cuneiforme della Mesopotamia, ma la nuova ricerca garantisce appassionanti scoperte sulla civiltà scomparsa centroamericana. Solo dalla fine degli anni Novanta lo studio di questa lingua morta ha prodotto dei risultati confortanti – spiega la Arnaud - e probabilmente questo porterà in futuro a una sua maggiore pubblicità e conoscenza. I risultati non sono stati prodotti dal colpo di genio di un ricercatore, ma dal lavoro di una equipe multidisciplinare di esperti. I codici Maya

non hanno avuto il loro Champollion (archeologo francese che decifrò la stele di Rosetta, ndr). A meno di considerare proprio il vescovo de Landa, che non è stato solo l’inceneritore di libri, ma anche un esploratore, spinto da una sana e irrefrenabile curiosità. Ci ha infatti lasciato una testimonianza della sua esperienza latinoamericana. Relation des choises du Yucatan fu scritto al suo ritorno in patria nel 1566 ed è un meticoloso lavoro etnografico. Andato quasi subito perduto, fino a quando un monaco francese, Charles-Etienne Brasseur di Falmouth, nel 1862, lo ritrovò fra gli scaffali dell’Accademia reale delle arti di Madrid. In quella ricerca il vescovo spagnolo aveva stabilito un certa corrispondenza fra l’alfabeto latino e quello dei Maya. Certo che in questa maniera sarebbe stato troppo semplice – spiega lo studioso Philippe Nondédéo Diego de Landa aveva erroneamente creduto che la scrittura Maya fosse alfabetica. Un presupposto che si è rivelato falso. Nonostante ciò il suo lavoro è stato importante ed ha aiutato la decrittazione della lingua. Nel Diciannovesimo secolo mentre i geroglifici e la scrittura cuneiforme veniva disvelata, abbiamo cominciato a studiare le scritture di questa civiltà centroamericana, attraverso le cronache e le note dei missionari spagnoli.

All’inizio è stato il sistema di numerazione e il conteggio del tempo, che ha inizio nella mitica data del 3.114 a.c. – spiega la Arnaud. Comunque all’epoca nulla si sapeva ancora per la comprensione

dei testi. Solo con l’arrivo degli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo si è cominciato a scoprire i segreti semantici di questo popolo misterioso. Prima è stato uno scienziato russo,Yuri Knorosov, che riuscì a capire la duplice natura di oltre 800 segni grafici. Poi è stata la volta di un ricercatore dilettante tedesco, Heinrich Berlin, che riuscì ad associare alcuni segni-simbolo a delle città.

E finalmente un’archeologa americana di origine russa, Tatiana Proskouriakoff, che nel 1960 riuscì a dimostrare come i testi avessero un carattere storiografico. Quando vi era una corrente di pensiero che leggeva in queste scritture solo un’elencazione di dati di carattere astronomico. La Arnaud è convinta che quest’ultima valutazione sia falsa. I testi sarebbero scritture su argomenti divinatori, profezie, regole di buon governo, cicli lunari che potrebbero richiamare i nostri vecchi almanacchi. Così si è ottenuta una migliore comprensione della vita di quel popolo delle pianure durante il periodo definito classico (dal 300 al 900 d.c.) e sulla perenne lotta fra due città rivali: Tikal e Calakmul.

L’IMMAGINE

New York 2001 - Mumbai 2008: difendiamo la nostra civiltà dal terrorismo Sì, forse, non è davvero chiaro a tutti che tra New York 2001 e Mumbai 2008, passando per Londra e Madrid, è la stessa guerra terroristica. Ma allora questo George Bush non aveva poi tutti i torti. La strage negli alberghi è una strage di occidentali e di indiani che lavorano con gli occidentali. È la nostra cultura che è nel mirino di questi fanatici. Non dobbiamo avere timore di dirlo, non dobbiamo vergognarci di difendere, non solo con le armi e le strategie del caso, ma soprattutto con la parola, il pensiero, la letteratura, la testimonianza, la nostra cultura di libertà, rispetto, convivenza. Quante volte abbiamo sentito dire che non si può affermare la superiorità di una cultura su un’altra: ma la cultura delle stragi è inferiore. Persino il ritiro dall’Iraq, previsto per il 2011, forse andrebbe riconsiderato e comunque non possiamo non considerare come necessaria una “nostra” presenza nel mondo arabo.

Eduardo Greco

PORTIAMO ANCHE L’AFRICA NELLA COMUNITÀ EUROPEA Le Province ce l’hanno fatta anche stavolta. Altro che abolirle, la politica difende se stessa, non vuole mai eliminare poltrone, anzi, ne inventa sempre di nuove. Aumentano i Garanti anche se la gente non ha ancora capito a che cosa effettivamente servano. In Italia 4000 persone fanno politica retribuita (oltre i loro aiutanti), e intanto i giornali più seri vagheggiano un modo diverso di operare. I partiti si stanno preparando alle prossime elezioni europee di giugno, nella completa indifferenza della gente. Ma c’è anche chi spinge per lo sciopero del voto e chissà che non abbia torto. L’Europa, così com’è, non funziona affatto bene e più si allarga, più diventa un disastro tanto in-

governabile, quanto costoso. Che senso ha annettere la Turchia dal momento che territorialmente è quasi tutta asiatica? Forse per fare un regalo alla Germania che vuole regolarizzare la grande manodopera turca? In Italia abbiamo tanti africani che lavorano in fabbrica. Perché, di conseguenza, non portiamo anche l’Africa nella Comunità europea?

La danza indù degli uomini scimmia Siamo in Indonesia e questi studenti si apprestano a ballare una danza in onore delle scimmie, considerate sacre perché - secondo la leggenda - aiutarono una delle divinità a sconfiggere un demone. Al suono delle percussioni i ragazzi agitano le braccia e imitano il verso di alcuni primati. Una volta il rito si svolgeva in segreto: una forma di esorcismo praticato soprattutto durante le epidemie di peste

Ilaria Zerbi

SEPARARE LE CARRIERE DEI GIUDICI E DEI PM Il sistema giudiziario italiano è arcaico e obsoleto. Cause civili e penali marciscono e imputridiscono dalla notte dei tempi. Non si lasci impressionare l’onorevole Silvio Berlusconi dall’opposizione ipocrita, faziosa e violenta, secondo la quale ben altri sono i

problemi prioritari. Prioritario è avere una giustizia che funzioni, dove esistano tempi certi per i processi e certezza della pena e dove le funzioni della difesa e dell’accusa siano poste su un piano di assoluta parità, fine perseguibile solo con la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri.

Lettera firmata

SI PUÒ FARE DI PIÙ La social card per le famiglie secondo me è un’ottima invenzione, a patto che non sia giustificata dalla mancata detassazione delle tredicesime. Se il progresso del Paese è legato alla detassazione, alle riforme e ad una attenzione speciale alle famiglie, speriamo che i provvedimenti siano duraturi e non dei semplici con-

tentini, perché grandi sono i problemi economici che tutti dobbiamo affrontare quotidianamente.

Bruno Russo - Napoli

NON CI SONO SOLDI La social card, e la presentazione fatta, é una caduta imbarazzante del governo. Era più semplice dire che non ci sono soldi e basta.

Paolo Ricoli


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LETTERA DALLA STORIA

Lasciami libero di vagare nel mio delirio Il mio cuore trabocca di emozione e di gioia! Non so quale celestiale languore, quale infinito piacere lo avvolge e mi fa bruciare. È come se non avessi mai amato. Dimmi qual è l’origine di questi strani disturbi. Questi inesprimibili previsioni di delizie, questi divini tremiti d’amore. Oh! Tutto questo può solo avere origine in te, sorella, angelo, donna, Marie! Tutto questo può solo essere, è sicuramente nient’altro che un gentile raggio che proviene dalla tua anima fiera, opure qualche segreta, pungente lacrima che tu hai da tempo lasciato nel mio petto. Mio Dio, non allontanarci mai, abbi pietà di noi! Ma che cosa dico? Perdona la mia debolezza, come potresti Tu dividerci? Tu non avresti se non pietà di noi... No, no! Non è invano che la nostra carne e le nostre anime diventano immortali attraverso la Tua parola, che grida forte dentro di noi... Padre, Padre... non è invano che Tu ci chiami, che Tu allunghi la Tua mano verso di noi, che i nostri cuori spezzati cercano rifugio in Te... Oh! Noi ringraziamo, benediciamo , e lodiamo Te, o Signore, per tutto quello che ci hai dato, e tutto quello che hai preparato per noi. Questo sarà, sarà! Marie! Lasciatemi ripetere questo nome un centinaio di volte: per tre giorni ormai è vissuto dentro di me, mi ha oppresso, mi ha messo a fuoco. Franz Liszt a Marie Flavigny d’Agoult

ACCADDE OGGI

IL DIALOGO TRA CATTOLICI ED EBREI E IL VIAGGIO DEL PAPA IN ISRAELE In questi ultimi mesi il rapporto tra cattolicesimo e ebraismo è stato caratterizzato da diversi episodi, quasi tutti nel segno del dialogo, nonostante piccoli incidenti diplomatici. E, per ora, si è concluso con l’epilogo migliore che si potesse avere, dati i presupposti: l’annuncio di un viaggio di Benedetto XVI a Gerusalemme. Un viaggio importante che però non bisogna sopravvalutare. Anche perché, soprattutto da parte dei media, spesso si finisce per attribuire ai viaggi del Pontefice un’importanza di gran lunga superiore a quella effettiva. Pensiamo ad esempio al tanto invocato viaggio di Benedetto XVI a Mosca e al suo incontro con Alessio II. Quasi bastasse una stretta di mano per cancellare anni di divisioni, anche pesanti. Lo stesso accadrà in Israele. Il viaggio porrà, certamente, altri mattoncini sulla grande casa del dialogo religioso. Ma solo mattoncini. Piano con gli entusiasmi, dunque. Ecco perché da sempre ho sempre apprezzato la prudenza delle gerarchie vaticane, il loro procedere con i piedi di piombo. Confido comunque nella grandezza di questo Pontefice, nel suo equilibrio e nella sua intelligenza. Sono cosciente del fatto che Israele non sia l’America. Ma, anche in occasione del viaggio negli Usa, gli osservatori temevano il flop. In particolare nessuno sapeva in che modo il Papa avrebbe affrontato la spinosa questione dei preti pedofili. Ma è stato un successo. E, mi auguro, che il successo si ripeterà.

Riccardo Velazio - Torino

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

2 dicembre 1970 Viene creata la Environmental protection agency (Epa), l’agenzia statunitense per il controllo e la prevenzione ambientale 1971 Si costituiscono gli Emirati Arabi Uniti 1978 Giovanni Paolo II chiede a ogni Stato il rispetto della libertà religiosa dei propri cittadini. È il primo pronunciamento ufficiale in tal senso durante il suo pontificato 1982 All’Università dello Utah, il 61enne Barney Clark diventa la prima persona a ricevere l’impianto di un cuore artificiale permanente (vivrà per 112 giorni con questo apparato) 1984 Viene assassinato Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia. Aveva denunciato Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e Vito Ciancimino 1988 Benazir Bhutto giura come primo ministro del Pakistan, diventando la prima donna a capo di un governo in una nazione a maggioranza islamica

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Francesco Rositano, Enrico Singer, Susanna Turco Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio,

LETTERA APERTA A BEPPE GRILLO KEYNESIANI PER NECESSITÀ Berlusconi è proprio come il parafulmine, si tira addosso tutte le saette dei peggiori improperi. Ora lo accusano di superficialità perché incita la gente a spendere e a consumare al fine di sostenere l’economia. Anche questa occasione viene usata come pretesto d’attacco dall’ampia platea dei suoi nemici, come ha dimostrato il suo blog. Quando Berlusconi parla di libero mercato e di liberismo, lo accusano di essere un bieco capitalista. Quando, per le attuali necessità contingenti dell’economia, diventa necessariamente keynesiano, viene di nuovo sommerso da invettive da parte di chi, non intendendo consumare, inneggia alla parsimonia. Dal suo blog, caro Grillo, ci viene ricordato che l’Italia è sempre stata un Paese di risparmiatori e che c’è persino un giorno ad hoc, con tanto di regalo del salvadanaio ai bambini, il giorno del risparmio. Ma fu proprio Keynes ad affermare: «Ogni volta che risparmi 5 scellini, togli a un uomo un giorno di lavoro». Grillo, genovese, conosce bene il proverbio: “sciuscià e sciurbì nu se peu”. Non si può attuare una temporanea teoria keynesiana e simultaneamente condannare la spesa. Non se la prenda, caro Beppe, lo stesso Keynes espressamente affermò d’essere convinto che, non vi sia niente di male nello sbagliarsi di tanto in tanto, specialmente se ti scoprono subito.

dai circoli liberal

UGUAGLIANZA E MERITO Siccome la democrazia non è un fatto numerico, ma un modo d’essere dell’uomo, è difficile pensare che il nostro Paese sia democratico. La prova più evidente è il basso livello di uguaglianza. Il principio di uguaglianza non è l’essere tutti uguali. È invece la legittimazione morale della diversità, purché essa sia finalizzata al bene di tutti. Il principio di uguaglianza deve concretizzarsi in pari opportunità per tutti. L’uguaglianza include il merito. L’idea di fondo antica è quella che il colore del sangue non deve essere strumento di prevaricazione sociale e ostacolo alla realizzazione dei propri sogni. Se vali e sei figlio di un contadino, la società deve essere in grado di metterti nelle condizioni di dare dimostrazione del tuo valore. Lo scopo ultimo dell’opportunità di conservare per merito la propria condizione sociale alta o di potersi affrancare da una più bassa, è quello che ognuno deve rendere compatibile la realizzazione delle proprie ambizioni con una ricaduta positiva per tutti. Economicamente la ricompensa sociale deve avere però dei limiti. Le leggi, la consuetudine, le tasse devono fare in modo che il guadagno non sia immorale ed offensivo. Sotto il profilo sociale poi la ricompensa in termini di potere deve essere limitata da contrappesi impliciti nella struttura della democrazia ed il primo principio deve essere che ogni cittadino ha diritto a partecipare alla vita politica e fare le proprie battaglie senza subire per questo angherie o violenze. Si può parlare di democrazia e di uguaglianza in un Paese in cui la carriera dei dipendenti statali non è basata sul merito? Dove i professori non sono preparati, non rischiano il posto e se ne fregano della qualità del loro insegnamento, impedendo agli alunni di avere gli strumenti per far valere i propri meriti? Si potrebbe continuare all’infinito. Ed è per questo che Berlusconi gode di un potere mediatico e politico prevaricante e portatore di diseguaglianza, col suo creare e sciogliere partiti e impedendo la nascita di altri. La società è pervasa da un concetto stupido di uguaglianza e di merito: da una parte l’idea che se un tavolino ha una gamba più corta, le altre tre vanno tagliate in modo che siano tutte uguali; dall’altra che meritocrazia significa fare quello che si vuole, se si è in grado o si ha il potere di farlo, a prescindere dal bene comune. Leri Pegolo CIRCOLO LIBERAL PORDENONE

APPUNTAMENTI OGGI ALLE ORE 14 ROMA - PRESSO LA SEDE DELLA FONDAZIONE Riunione nazionale dei Coordinatori Regionali dei Circoli liberal ORE 16 - ISTITUTO LUIGI STURZO ROMA - VIA DELLE COPPELLE, 35 “L’era del capitalismo democratico”: lezione di Michael Novak e interventi di Ferdinando Adornato e Rocco Buttiglione

Pietro Rossi - Genova

Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

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