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ISSN 1827-8817 81121

L’educazione è la nemica

he di c a n o r c

della saggezza: rende necessarie tante cose, di cui, per esser saggi, si dovrebbe fare a meno

9 771827 881004

Luigi Pirandello

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Berlusconi: «Mercoledì il decreto» Epifani: «Ci aspetta una valanga»

Sbagliano i politici che “inseguono” la crisi di Carlo Lottieri a crisi finanziaria - che in Italia sarà affrontata concretamente dalla prossima settimana con un decreto ad hoc che il governo annuncia rivolto genericamente ad aziende e famiglie - sta ridisegnando nel suo insieme l’assetto geopolitico, e a prima vista in una direzione che potrebbe essere molto inquietante. L’ultima riunione del G20 che si è tenuta nello scorso finesettimana a Washington (pur “dimezzata” a causa dell’assenza del presidente eletto Barack Obama) ha dettato le linee dei nuovi equilibri internazionali, che vedranno un fatale ridimensionamento dei paesi di tradizione europea a vantaggio delle nuove realtà emergenti. Ma soprattutto è apparsa evidente la volontà di rafforzare il controllo pubblico su economia e società a ogni livello: sia all’interno dei vari Paesi che delle relazioni globali.

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segue a pagina 9 8 /9

S E R V IZ I A P A G I N A

Tokyo, un serial killer contro la politica

LA VIGILANZA NEL CAOS Villari fa il furbo e non si dimette. Il Pd lo espelle. Berlusconi, Fini e Schifani gli chiedono di lasciare. Veltroni colpito dal fuoco amico e nemico. Ora le istituzioni si stanno coprendo di ridicolo...

Il presidente della Vigilanza, Riccardo Villari, si “para” dalle intemperie

Che farsa! alle pagine 2 e 3

di Massimo Fazzi a pagina 16

Oggi Forza Italia confluisce nel Pdl

Raccolta di firme del Movimento per la vita, veglia dell’Azione cattolica

Il Consiglio superiore di Sanità contro la Cassazione: «È eutanasia»

Ma può nascere un partito che Berlusconi non vuole?

di Francesco Rositano

di Renzo Foa

ROMA. «So che le proveranno ancora tutte per re fine a quella che lui giudica una lunga e ostacolarmi, è un gioco senza fine, ma io adesinsopportabile agonia. Lo scenario che si so andrò avanti in silenzio per la mia strada». apre adesso comunque è tutto da definire. La Così, annunciando un doloroso “silenzio stamdecisione di Strasburgo, infatti, interpretata pa”, Beppino Englaro, papà di Eluana, ha acdalla parte di chi spera ancora che a Eluana, colto la notizia dell’apertura di un fascicolo da alla fine, non venga staccato quel sondino parte della Corte europea per i diritti dell’uoche la tiene in vita, può essere letta in due dimo di Strasburgo. La decisione segue il ricorso rezioni. Da un lato, essa rappresenta un impresentato a Strasburgo da 34 associazioni di portante passo in avanti, perché Strasburgo malati contro la recente sentenza della Cassaavrebbe potuto respingere in partenza la rizione che ha autorizzato l’interruzione dell’alichiesta delle trentaquattro associazioni. Ma, Strasburgo ha accolto mentazione artificiale che tiene in vita la radall’altro lato, c’è chi tra i grandi avversari il ricorso contro gazza di Lecco, in stato vegetativo da 17 anni. degli Ermellini (che hanno autorizzato la sola sentenza che lascia Il silenzio stampa di papà Beppino, però - come spensione dell’alimentazione artificiale) morire Eluana ha precisato lui stesso - non ha nulla a che veavrebbe voluto qualcosa in più. In particoladere con la rassegnazione. Parlando ai giornalisti per l’ulti- re, che la Corte avesse aperto la procedura d’urgenza per ma volta, ha motivato così la sua scelta: «Ho bisogno di con- stringere i tempi in vista di un eventuale intervento. servare le energie per fare quello che voglio fare». Cioè pors egue a pag ina 6

e ci sarà, quale sarà la differenza tra Fi e Pdl, il partito che giusto un anno fa fu annunciato da Berlusconi dal predellino della sua automobile a Piazza San Babila? Forse una sola. Questa: se non altro in partenza, il Pdl sarà più consistente, vasto e articolato grazie alla fusione del «partito di plastica» con An. Ma per tutto il resto continuerà ad essere come ha ricordato ieri Baget-Bozzo e come pensano tutti gli osservatori con un po’ di senno – essenzialmente il partito del premier. Infatti proprio lui, Berlusconi, ne ha sempre determinato i tempi, ne ha sempre condizionato il percorso e ha sempre fissato - o meglio ristretto - gli ambiti della discussione. segue a pagina 5 S E R V IZ I A P A G I N A 4 / 5

Eluana, l’Europa accoglie il ricorso

seg2008 ue a pa•giEnURO a 9 1,00 (10,00 VENERDÌ 21 NOVEMBRE

CON I QUADERNI)

• ANNO XIII •

NUMERO

224 •

WWW.LIBERAL.IT

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• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 21 novembre 2008

Voltafaccia. Espulso dal Pd, Riccardo Villari va avanti come se niente fosse «per rispetto alle Istituzioni»

Le comiche finali

«Zavoli? Mai sentito»: resiste il presidente della Vigilanza. Berlusconi, Schifani e Fini: «Ora devi lasciare». Veltroni se la prende con il Pdl: «Pensateci voi» di Francesco Capozza

ROMA. È finita con l’espulsione dal Pd, la giornata di Riccardo Villari. Ma è stata una giornata ai limiti del ridicolo e piena di colpi di scena. Vediamo come è andata: Riccardo Villari da Posillipo, eletto a sorpresa la scorsa settimana alla presidenza dell’organo bicamerale con i soli voti della maggioranza, ha spiazzato tutti coloro che si attendevano le dimissioni nella prima seduta regolare della commisione convocata eleggere per l’ufficio di presidenza. Ma alle 14.10, quando la commissione si è riunita per espletare la sua prima funzione, Villari ha taciuto, indicendo formalmente la votazione per l’elezione di due vicepresidenti e due segretari. Al termine dello scrutinio, che ha visto eletti alla vicepresidenza Giorgio Lainati (Pdl) e Giorgio Merlo (Pd) e come segretari Luciano Sardelli (Mpa) e Enzo Carra (Pd), Riccardo Villari ha convocato immediatamente l’ufficio di presidenza

neoletto «per urgenti comunicazioni».

Adesso comunicherà che si dimette, è stato subito il pissipissi tra i commissari presenti nell’aula di palazzo San Macuto (tutti tranne Sergio Zavoli e i due dell’Idv dimissionari) e tra i giornalisti in attesa. E invece no. Come nella migliore sceneggiata napoletana, Villari ha deciso di non dimettersi, annunciando di «non sapere nulla di accordi sul nome di Sergio Zavoli e perciò vado avanti nell’interesse delle istituzioni, che vengono prima di quelli del Pd». «Ho deciso di mantenere il ruolo di presidente della Commissione di Vigilanza che mi è stato affidato con la maggioranza dei voti di parlamentari che hanno svolto legittimamente la loro funzione» ha aggiunto il granitico presidente della Vigilanza. Ma non aveva detto apertamente che sarebbe rimasto al suo posto fino a quando non fosse stata trovata una soluzio-

Il giudizio di Birgit Schoenau, corrispondente dall’Italia di “Die Zeit”

«Il Pd? Sono due partiti in uno. È ancora una scommessa aperta» di Marco Palombi

ne condivisa da tutti su un nuovo candidato? Ebbene, forse - e a quanto pare è così - il senatore Riccardo Villari da Posillipo è l’unico italiano a non sapere che maggioranza e opposizioni hanno trovato un’intesa politica (grazie soprattutto a Gianni Letta) sull’ex presidente della Rai ed ora senatore democratico Sergio Zavoli. Forse che a Posillipo arrivano solo le sfogliatelle calde di Scaturchio e non il segnale radiotelevisivo?

I rappresentanti del Pd abbandoneranno la Commissione. Ma che cosa c’è dietro? C’è chi parla di una fronda contro Gianni Letta O, come qualcuno si è lasciato uscire fuori dai denti ieri sera, la pervicacia di Villari è solo il frutto di un’operazione ben riuscita di una fronda anti-Letta? Tra i mandanti di questa operazione spiccherebbe il nome di Italo Bocchino, che si conquista ancora una volta l’interesse mediatico. Ma intanto, mentre il Pdl si interrogava su questa ipotesi e il Pd, per bocca prima

di Giovanna Melandi poi di Giorgio Merlo, dichiarava che non prenderà più parte ai lavori della Vigilanza finché Villari non rassegnerà le dimissioni, il nostro bontempone partenopeo, in barba a tutti, conversava beatamente con i cronisti assiepati davanti a San Macuto. «Sono rimasto dignitosamente e in silenzio al mio posto. Il profondo rispetto che nutro nei confronti delle istituzioni ha permesso lo sblocco della situazione e sono state poste le basi per il dialogo tra maggioranza e opposizione» ha tuonato Villari con un pathos da salvatore della Patria. «Questo ha poi sottolineato - non ha evitato, purtroppo, che fosse pesantemente messa in discussione la dignità dell’istituzione che sono stato chiamato a rappresentare. Gli insulti, pur indirizzati a me, hanno colpito frontalmente il Parlamento, ovvero la casa istituzionale degli italiani».

Evidentemente, visto il tono usato, si aspettava pure lo scroscio di applausi e che il senatore fosse portato in spalla al grido di “Vota Riccardo, vota Riccardo!”. Roba da non credere. Eppure Villari dovrà credere ad un fatto politico tutto interno al

ROMA. «La situazione italiana è anomala perché tutti i grandi partiti storici si sono sciolti in qualcosa di diverso. Non è accaduto in nessun altro paese europeo». Quando parla dell’Italia, Birgit Schoenau, che pure vive qui da più d’una quindicina d’anni, non riesce a trattenere un certo stupore per l’andazzo della nostra vita politica. Corrispondente di due prestigiose testate tedesce, il settimanale Die Zeit e il quotidiano Süddeutsche Zeitung, oltre che di politica, si occupa di sport e tifa per la Roma. Integrazione culturale pressoché perfetta, insomma, ma resta lo stupore. «L’Italia non ha ancora una destra o, meglio, un centrodestra europeo. Se facciamo un paragone con altri paesi, con la Cdu tedesca o con l’Ump di Sarkozy, vediamo che c’è una situazione anomala: il Pdl non ha ancora, dopo 15 anni di Berlusconi in politica, una normale struttura politica o l’ambizione di averla. Manca del tutto l’organizzazione democratica attraverso cui si esprimono gli altri partiti conservatori europei: ha un leader da cui è completamente dipendente e questo è un caso unico. E poi c’è la questione delle estreme: il centrodestra alle elezioni non aveva rifiutato di far entrare nelle sue liste le formazioni alla sua destra. E anche questo è abbastanza unico». E il centrosinistra? Lo stesso discorso si può fare per il Pd, ma in modo

suo partito: la messa in stato d’accusa formale e l’espulsione dal gruppo parlamentare del Senato. E adesso? Intanto, i presidenti del Senato e della Camera, Schifani e Fini, hanno chiesto ufficialmente a Villari di farsi da parte. Lo stesso ha fatto Silvio Berlusconi, con una nota affettuosa ma molto dura: «Ha servito le Istituzioni, ma ora basta, lasci quel posto» Il premier ha così risposto a Walter Veltroni che aveva detto: «È un problema che deve risolvere Berlusconi, noi abbiamo raggiunto un accordo con palazzo Chigi sul nome di un personaggio di alto profilo come Zavoli, se Villari sta mettendo in scena questa sceneggiata è a causa di affari tutti interni alla destra». Pier Ferdinando Casini, dopo aver invitato Villari a dimettersi ha spiegato che l’Udc è pronta a valutare se sia il caso o no di partecipare alla riunioni della Commissione. Alla fine è arrivata l’espulsione: ora aspettiamo solo l’ennesima puntata di questo poco edificante reality.

differente: hanno cercato di fare un partito da due ex partiti ma non è chiaro se l’operazione sia riuscita. A me sembra che il Pd alle elezioni non sia stato premiato perché la gente ha intuito che il processo non è concluso. In che senso? In realtà questo partito sono ancora due partiti e quindi non è in grado di dare risposte ai problemi del Paese e alla frustrazione da sconfitta del suo elettorato. Hanno sempre questa preoccupazione dell’elettorato cattolico che non gli consente di sviluppare una vera identità da centrosinistra europeo. Va detto, però, che il progetto del Pd viene guardato con grande interesse in Europa, ma certo ci si aspetta che produca qualcosa di forte e davvero nuovo. Quindi come lo racconta al pubblico tedesco? Racconterei il Pd come un progetto, una cosa che non si è ancora stratificata. E dico lo racconterei perché ora non lo racconto: non si vedono e non si sentono… Che cos’altro la stupisce della politica italiana? Sicuramente la non comunicazione tra gli schieramenti e, in particolare, la nessuna considerazione che Berlusconi riserva alle opposizioni. In Germania per un cancelliere dire “con questi non ci parlo” è assolutamente inconcepibile.


prima pagina

21 novembre 2008 • pagina 3

Il Pd sembra l’Ulivo dei tempi peggiori. La rivolta di Margherita, dalemiani e prodiani

La tempesta perfetta sulla leadership di Veltroni di Riccardo Paradisi ul breve orizzonte che divide il Pd dall’assemblea nazionale convocata per il prossimo 2 dicembre, si allinea una teoria di catastrofi tale da far temere all’interno del partito qualcosa che assomiglia molto alla tempesta perfetta sulla leadership veltroniana. Non è un’esagerazione giornalistica. Il rischio che viene percepito in casa Pd in queste ore infatti è addirittura l’implosione ideologica e organizzativa di un partito che forse – come dice Arturo Parisi – non è mai nato ma che certo oggi rischia di assomigliare più a una confederazione rissosa di correnti, fondazioni, associazioni che a un partito.

S

Però il centrodestra ha i numeri per governare da solo. Certo, in realtà ora Berlusconi può governare anche senza vincolo di coalizione. L’Udc è uscita, An si è praticamente sciolta e l’unico rapporto che deve tenere è quello con la Lega. Il destino di An mi pare significhi che in quell’area non c’era posto per due partiti. Il Pd non ha base, il Pdl è padronale. Due facce della stessa medaglia? Assolutamente no, ci sono differenze enormi. In un caso parliamo di sfumature, nell’altro di sistema. Per il Pd si può dire che manchi una vera democrazia di base, che è poi secondo me il motivo per cui gli italiani si allontanano dalla politica, ma nel partito di Berlusconi non si fanno neanche i congressi. Parliamo dei leader. Berlusconi in Europa l’hanno digerito? Secondo me continua a creare un certo imbarazzo tra i conservatori europei. Ad esempio, quali valori politici hanno in comune Angela Merkel e il premier italiano? Nessuno. Pensate al tema ambientale: la Merkel, da ministro e da cancelliere, ha fatto molto per Kyoto. In Italia invece… E Veltroni? Aveva provato a cambiare linguaggio in campagna elettorale, ma non è stato premiato. E in genere i leader si dimettono dopo aver perso le elezioni e, di certo, non si presentano una seconda volta.

A scoperchiare il vaso di Pandora del Pd del resto è bastato il caso Villari e la relativa partita a risiko sulla presidenza della vigilanza Rai, una vicenda che da un lato ha rivelato la friabilità delle fila democratiche dall’altro il groviglio intestino al partito di poteri confliggenti e indifferenti o ostili al timone della leadership veltroniana. Tanto che Veltroni per ristabilire un minimo di autorevolezza della sua segreteria è stato costretto a chiedere le dimissioni del colonnello dalemiano Nicola La Torre – accusato di intelligenza col nemico per essere uno dei registi della vicenda Villari – dalla commissione di vigilanza Rai. Vicenda che sembrava potere avere una soluzione nella carta Zavoli – calata da Veltroni col patrocinio della presidenza del Consiglio e la benedizione del Quirinale – ma che rischia di cronicizzarsi per l’ostinazione del senatore Villari a rimanere alla presidenza della vigilanza: non gli risulta. sostiene, ci sia un accordo bipartisan sul nome di Sergio Zavoli. Un pasticcio per la Rai ma soprattutto per Veltroni. Che credeva di aver vinto una partita interna coi dalemiani che invece è ancora in stallo. E che però sul clima interno al Pd ha già prodotto i suoi risultati: l’ex ministro Paolo De Castro, presidente di Red, teme che all’interno del Pd si usi il pretesto La Torre per sprigionare il proprio livore politico represso. Francesco Boccia, esponente Pd lettiano è ancora più esplicito: «Con gli attacchi a Latorre – si domanda – siamo passati dal mito di Obama a quello di Stalin?». Ma Villari è solo la classica punta di un iceberg che sta venendo tutto in emersione. L’altro siluro diretto su Veltroni arriva dall’ex leader della Margherita Francescco Rutelli. In un’intervista a Panorama, in edicola oggi, Rutelli invita Veltroni al «coraggio di portare il Pd su un percorso nuovo, iniziando dalla sua collocazione internazionale, che certo non può essere legata nè all’Internazionale socialista nè al Partito socialista europeo». Tanto più che in Italia le elezioni si perdono e si vincono a seconda del pendolarismo degli elettori moderati. «Il Pd è nato per attirare anche quei voti. E adesso vogliamo risospingerli a destra dando al Pd una connotazione europea di sinistra? Quando abbiamo sciolto la Margherita se c’era una cosa certa, era che non la stavamo sciogliendo per ritrovarci nel Pse...» Morale: era meglio non sciogliere la Margherita se ora il rischio è quello di trovarsi nel Pse? Chissà. Sta di fatto che il quotidiano della Margherita Europa sembra voler cominciare a fare i conti sul serio col Pd. «Ai sostenitori di Veltroni e

D’Alema – si legge nel quotidiano diretto da Stefano Menichini – ricordiamo che i mobili di casa non li hanno portati solo loro. Dunque sfasciarli non è loro diritto, come forse poteva essere ai tempi della Quercia». È abbastanza evidente insomma che in area Margherita si stiano scaldando i muscoli per una battaglia interna al Pd. Come interpretare d’altra parte il rimprovero di Europa a quegli esponenti del Pd che «Da mesi ci ripetono che il congresso non serve»? In questo clima le paternali di Beppe Fioroni che invita «a smetterla con questa idea ossessiva secondo cui da un lato c’è un gruppo dirigente inadeguato e dall’altro l’attesa messianica del cambiamento» suonano deboli. Come gli appelli al buon senso del ministro ombra dell’Economia Pierluigi Bersani «Non capisco perchè dobbiamo autodescriverci come un’arena fatta di complotti, tradimenti e fortini assediati». Più che un fortino o un’arena c’è chi come il senatore Tonini, indispettito dall’anarchia interna dl partito, paragona infatti il Pd a una casa di appuntamenti. Un casino insomma. Un occasione d’oro per un’altra componente del Pd, quella ulivista, di intervenire a gamba tesa sulla leadership berlusconiana. Arturo Parisi, parlamentare ulivista del Pd e coordinatore di Democratici per la Democrazia accusa il senatore Tonini di dimenticare «che di questo stato di cose è innanzitutto responsabile chi della casa di appuntamenti è attualmente il tenutario. Se tutti hanno il diritto di scandalizzarsi di questo stato di cose, l’ultimo a potersi meravigliare è quindi Veltroni».

Parole forti quelle di Parisi, che aggiunge, «Come potrebbe essere democratico un partito guidato da un leader che avendo cercato direttamente tra i cittadini la propria legittimazione, ha, come Mc Cain, vinto le primarie ma purtroppo perso le secondarie? Come potrebbe essere democratica una guida che, dopo l’esautoramento dell’Assemblea Costituente, l’unico organo eletto democraticamente, è ora circondata solo da organi nominati, come la stessa Commissione di Garanzia ha riconosciuto a proposito della Direzione del partito?» Comunque vada a finire il caso Villari, è l’amara conclusione di Parisi il Pd ne esce sconfitto. Ma non basta. A soffiare sul fuoco delle tensioni interne al Pd ci si mette anche l’Italia dei Valori, che coglie al balzo l’opportunità di tirare per la giacca Veltroni: «C’è una parte del Pd che è contro di noi» dice Massimo Donadi «che lavora per il Re di Prussia». Il riferimento è ai dalemiani e l’invito rivolto a Veltroni è di decidere da che parte stare lui. Ma se c’è chi accusa i dalemiani di stare spostare a destra l’asse del Pd c’è chi come Franco Giordano di Rifondazione invita Massimo D’Alema – memore delle sue aperture di qualche mese fa verso l’Arcobaleno – a rompere con il Pd e ”la fallimentare linea neocentrista” veltroniana. Pressioni che moltiplicano lo stato confusionale del Pd e contribuiscono a rendere ancora più pazzotica la bussola di navigazione veltroniana. Sinistrati è il titolo dell’ultimo libro di Edmondo Berselli sulla crisi della sinistra italiana: «Veltroni è sfortunato – dice a liberal Berselli – questo non è il suo giro. siamo in un periodo dove prevalgono gli interessi sugli ideali

Il conflitto interno è al punto più acuto e l’assemblea nazionale del 2 dicembre si annuncia come un pre-congresso


politica

pagina 4 • 21 novembre 2008

Esperimenti. Oggi Forza Italia confluisce nel Pdl, una formazione fantasma valida per il notaio e per il marketing politico

No Berlusconi? No party Nascita di un “contenitore” a tempo determinato: regge solo fino a che lo guida il suo monarca di Errico Novi

ROMA. A prima vista è una vera innovazione. Lo statuto del Pdl introduce in apparenza una nuova forma partito, basata sulle opinioni degli elettori piuttosto che sul potere dei quadri dirigenti. Il segreto è tutto nel passaggio che prevede l’istituzione dei forum territoriali, la formula pensata dal duo Denis Verdini-Ignazio La Russa per superare «le rigide organizzazioni», come le ha definite il reggente di An in un’intervista al Secolo d’Italia, che ancora opprimono le forze politiche. Si tratta di assemblee aperte anche a chi non vuole fare vita da militante. Ai cittadini che non vogliono prendere la tessera ma aspirano ad alimentare il dibattito e indirizzare le scelte, dal Parlamento ai Consigli comunali. Chi garantisce però che le indicazioni del territorio saranno correttamente seguite dagli eletti? Semplice: il leader.

Lo si capisce da un altro principio stabilito nella carta fondamentale del futuro partito unico: quello in cui si assegna al presidente (dunque a Berlusconi) l’ultima parola sulla scelta dei presidenti provinciali, figura cardine della struttura. A selezionare la terna dei “finalisti” saranno gli eletti, ma l’ultima parola sul vincitore spetterà al capo. Non è un meccanismo così diverso da quello che regola le gerarchie di Forza Italia. E dunque conferma la regola di fondo stabilita dal Cavaliere: prevarrà sempre, e su tutto, il rapporto irriproducibile tra leader e piazza, tra il principe e la pubblica opinione che lo ha incoronato. Il resto sono trastulli per parassiti oziosi. È con simili presupposti che si celebra oggi a Roma il Consiglio nazionale degli azzurri. Organismo che non ha quasi mai avuto un’esistenza visibile ma al quale è assegnata la decisione più importante dopo l’atto di fondazione del gennaio 1994: la confluenza del movimento fondato da Berlusconi nel nascente Popolo della libertà. A presiedere la storica riunione è un nobile rappresentante dell’anima liberale del partito, quell’Alfredo Biondi

che si è congedato dal Parlamento nella precedente legislatura. Sarà circondato dai 500 componenti del Consiglio e dallo sguardo severo del premier. Ci sarà anche una delegazione di An, rassicurata dagli accordi raggiunti nelle ultime settimane da Verdini e La Russa. «Bisogna ammettere che fino a un paio di mesi fa tra di noi e Forza Italia ci si annusava guardinghi, con reciproca preoccupazione», spiega il deputato aennino Carmelo Briguglio, «con loro che erano molto impensieriti dalla nostra forza

organizzativa, dalle sezioni, dai circoli, da una classe dirigente che in tanti casi vanta un’esperienza trentennale. Ma anche noi avevamo i nostri timori: Forza Italia ha una capacità di comunicazione superiore, e poi tende a essere sottovalutata, come struttura, persino dai suoi stessi dirigenti».

E allora che cosa ha convinto An? Cosa ha tranquillizzato persino quella destra sociale, alemanniana di cui lo stesso Briguglio può essere considerato un alfiere? I rapporti di

forza previsti per candidature e organismi dirigenti: al partito di Fini – che siglerà l’adesione al Pdl con un congresso previ-

Bossi vuole approfittare delle contraddizioni del Pdl. Non solo al Nord

E la Lega comincia a pensare all’eredità di Valentina Sisti

MILANO. La Lega valica l’Appennino e punta al centro Italia. Non una marcia su Roma, che era e resta ladrona, ma dopo il boom in EmiliaRomagna come trascurare, in prospettiva delle Europee, i sondaggi che l’accreditano di buone percentuali in regioni in cui non c’è neanche una sezione? E così, mentre i partiti s’azzuffano sulla Vigilanza Rai, la Lega continua a dedicarsi al mestiere che gli riesce meglio: arare il territorio ostentando distanza dalle beghe di palazzo. «Meglio occuparsi di chi non ce la fa ad arrivare a fine mese», sintetizza il novarese Roberto Cota, leader della Lega in Piemonte. È finita l’era del Carroccio ripiegato in difesa della cassaforte lombardo-veneta. Ora la strategia è: primi al Nord, presenti ovunque. Unico baluardo, il tacito impegno a non farsi del male con il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, cui Umberto Bossi ha lasciato campo libero al Sud, fino al Lazio e l’Abruzzo, salvo ad accorgersi che in molti, alle recenti Politiche, anche in quelle regioni avrebbero messo volentieri la loro ”x” sul simbolo di Alberto da Giussano. Perché la Lega non è più solo federalismo, è anche un partito, anzi l’unico per una fetta crescente di italiani, che sta dalla parte di chi paga le tasse, si alza presto la mattina e non ha santi in paradiso, né a Roma né a Milano. Il Trentino ha suonato una campanello d’allarme per il Pdl. Sul territorio, se non c’è la faccia di Silvio Berlusconi, la nuova formazione non tira, e anche il Pd esulta solo mi-

metizzato dietro al volto di Lorenzo Dellai. La Lega, oggi, secondo la Swg di Trieste, è all’11 per cento, tre punti oltre il già ragguardevole risultato delle politiche. «In Veneto ormai è il primo partito e se la gioca anche in Lombardia», dice il presidente dell’Swg Roberto Weber. A suo avviso il Carroccio beneficia di presenza consolidata e di una conduzione autorevole, che premia i migliori e penalizza i peggiori senza che questi, una volta accantonati, siano in grado di cercare rivalse fuori dal partito.

Crescono quindi i punti di riferimento, e la Lega cresce con loro. In Veneto, ad esempio, il ministro trevigiano Luca Zaia, zitto zitto, con i giornali tutti concentrati sul caso Villari, porta a casa da Bruxelles una «vittoria storica»: l’aumento della quota di produzione latte per l’Italia – unico Paese dell’Unione europea - del 5 per cento, pari a circa 620 mila tonnellate, e un valore di circa 240 milioni di euro. E il Veneto resta in cima ai ”desiderata”di Bossi, non a caso il Parlamento Padano riapre i battenti a Mozzacane, nel Veronese, con presidente Flavio Tosi, sindaco di Verona, già indicato da Bossi come candidato al vertice del Veneto al posto di Galan. Ma si apre ora un fronte anche al Centro Italia, dove la Lega alle Europee è stata sempre presente col suo simbolo. Ma ora, dopo che, stando ai sondaggi, raddoppia i consensi in Toscana, Umbria e Marche rispetto a sette mesi fa, e raggiunge quota 3-4 per cento, dovremo prepararci a veder sbarcare a Strasburgo anche ruspanti esponenti del ”Haroccio”, secondo la tipica pronuncia toscana. Sono o non sono i custodi della lingua locale?

sto entro il 15 febbraio – spetta il 30 per cento. Una soglia interessante, considerato che nel restante 70 per cento non ci saranno solo i forzisti in senso stretto: un minimo di rappresentanza sarà riservata anche ai partiti minori, da quello della Mussolini ai gruppi di Carlo Giovanardi e Mario Baccini, e ai circoli, soprattutto a quelli di Marcello Dell’Utri, che al meeting di Montecatini dello scorso fine settimana hanno esibito uno stato di salute discreto. Lo spazio per le gerarchie forziste non è così ampio e debordante rispetto a quello di An, dunque. Berlusconi ha preferito preservare il più alto grado d’influenza possibile per la propria personale leadership e ha sacrificato un po’ delle ambizioni dei suoi uomini.

Non c’è da stupirsi. È dalla sconfitta alle Politiche del 2006 che il Cavaliere ha maturato una considerazione sempre più bassa dei dirigenti forzisti. In una conversazione di qualche settimana fa con una figura di primissimo piano del partito Berlusconi ha detto: «I giovani di Forza Italia non esistono. L’unico giovane qui sono io». È un giudizio che in genere il premier tende a non esprimere in pubblico, ma che tra il Transatlantico e via dell’Umiltà conoscono quasi tutti. Sono rari i casi in cui l’argomento emerge, anche perché ad affrontarlo si rischia di dare ragione a Paolo Guzzanti, che ieri si è lasciato andare a uno sfogo che ha pochi precedenti nella storia dei berlusconiani: Silvio, ha detto il deputato del Pdl davanti alle telecamere di “Red tv”, «non è un principe, ma un autocrate». E a proposito del governo e dei vertici di Forza Italia: «Ci sono anche casi di mignotte per sesso,


politica

21 novembre 2008 • pagina 5

Perché il Cavaliere ha sprecato un’occasione storica

Non è credibile un partito che il fondatore non vuole di Renzo Foa segue dalla prima Con il risultato, al momento, di averne ridotto la funzione a quella di due gruppi parlamentari unificati, allo scopo di assecondare al meglio l’attività legislativa del governo. Ovviamente - se non è stato fatto in tutti questi anni con Forza Italia, non si vede perché dovrebbe essere fatto ora - nessuna intenzione di costruire davvero un soggetto politico, capace di essere uno strumento di mediazione con la società o una sede di discussione e di iniziativa. E quindi nessun disegno di definire uno strumento destinato a durare nel tempo, capace di raccogliere e riproporre se e quando verrà il momento l’eredità del «padre fondatore», di fissare un’egemonia duratura - sì, un’egemonia anche se è una brutta parola - sulla società italiana. Forse, contrariamente alla lunga discussione che c’è stata un po’ prima e un po’dopo le elezioni di aprile, non c’è più neanche l’ambizione di impiantare una sigla per superare il bipolarismo e giungere alla semplificazione del bipartitismo. No, al massimo quel che sarà formalizzato da Forza Italia, da Alleanza nazionale e dai «cespugli» che aderiranno è concepito come un mezzo destinato a corrispondere a scopi più limitati, come la tenuta parlamentare, come l’isolamento di avversari o amici - o ex alleati, pensando all’Udc che potrebbero fare qualche gioco in proprio.

Il Pdl che viene annunciato oggi è dunque, per stare ad una vecchia formula, «un partito che non c’è» e che corre il rischio di non nascere, anche se se ne discute da tempo, da prima che prendesse forma lo stesso Partito democratico. Ricordo l’annuncio dato da Berlusconi in Parlamento all’indomani della sconfitta del centrodestra nelle elezioni regionali del 2005. Ricordo le riunioni convocate da liberal e dal «gruppo di Todi» nel 2005, ricordo le sedute dell’Assemblea costituente in un periodo in cui sembrava che lo sbocco della crisi della Casa della libertà fosse appunto l’inizio del percorso verso il Partito della libertà. Ricordo un’effervescenza che non c’era mai stata in quella parte del bipolarismo italiano. Ma ricordo anche gli stop che all’improvviso vennero dati proprio dal leader. Stop pubblicamente motivati da sondaggi non positivi per il voto del 2006, ma probabilmente già dovuti a ragioni diverse. Cioè alla preoccupazione del leader di trovarsi imbrigliato in un partito, con tutte le sue regole e con tutti i suoi giochi, perdipiù con l’ambizione di fissare una classe dirigente attraverso regole democratiche e non nomine dall’alto.

Non c’è nessuna intenzione di costruire davvero un soggetto politico, capace di essere un credibile strumento di mediazione con la società o una sede di discussione democratica

ma io volevo denunciare quegli uomini che ottengono potere compiacendo il potente: in questo senso le più grandi mignotte sono uomini. Da Berlusconi aspettavo una rivoluzione liberale, ora sono una mignotta delusa: Silvio ha riprodotto il modello del potere aziendale, esautorando il Parlamento. Resta solo il governo con un modello piramidale, con un monarca e tutti gli altri ridotti a meri esecutori».

Risuona una preoccupazione confessata da Gaetano Quagliariello nella prima fase del lavoro che ha prodotto lo statuto (ormai prossimo alla conclusione) del Pdl: «In un partito

Nello statuto le ambizioni dei colonnelli azzurri sono sacrificate per placare An e garantire al leader il dominio assoluto. Ma dopo il Cavaliere resteranno solo feudatari in guerra tra loro del leader il pericolo può presentarsi nel momento in cui il leader decide di uscire di scena: a quel punto si rischia di diventare un’organizzazione di stampo craxiano, cioè balcanizzata, con vari satrapi nessuno dei quali è in grado di raccogliere lo scettro, ma tutti ben attenti a tenersi stretta la propria quota di potere». È improbabile che i dirigenti nazionali e locali di An si pongano la questione prima del tempo, rasserenati, come sono, dalle proporzioni favorevoli garantite per statuto. E questo non incoraggia a prevedere un futuro semplice per un nuovo partito che si annuncia più leaderistico della stessa Forza Italia.

Passati tre anni, escluse dai vertici strettamente politici dopo le elezioni di aprile alcune delle personalità più forti del centrodestra, il Pdl si presenta come «un partito che non c’è» per le stesse ragioni per cui il Partito della libertà non nacque tra il 2005 e il Al momento in Italia nell’a2006. Perché potrebbe essere rea del centrodestra resta al soprattutto un motivo di comleader, appunto a Berlusconi, plicazione agli occhi del leail compito che storicamente, der che per stile e cultura prein ogni sistema parlamentare, ferisce le semplificazioni. Così diventa una semplificazioè affidato ai partiti: cioè racne limitarsi a cambiare il nocogliere consensi, selezionare me a Forza Italia, così come è la classe dirigente, creare un una semplificazione assorbire rapporto virtuoso tra la soAlleanza Nazionale e dare alcietà e la politica. Si sta ancola sua classe dirigente l’ultira perpetuando quel che nel ma legittimazione, così come 1994 era stato affidato ad una è una semplificazione anche fase di transizione, contraddievitare ogni discussione sustinta dal riconoscimento di perflua, come sarebbe una diun ruolo decisivo e centrale scussione congressuale. Baad una singola personalità. Sopra, uno dei tanti gazebo elettorali stano i problemi definibili tecDel resto, in questi lunghi anche da dicembre raccoglieranno nici, come la preoccupazione ni, non ci sono state alternatii voti per i delegati alla Costituente del Pdl che può esserci in certe zone ve né battaglie decisive. E il forziste per l’integrazione con leader - va detto - si è guadagnato sul campo il diritto di definire forma e sostanza del- una forza meglio strutturata e organizzata o come lo scarlo schieramento che ha creato. Se lo è guadagnato non so- so appeal che già nelle ultime elezioni il Pdl ha dimostralo con le tre vittorie elettorali e con i consensi che conti- to di avere nei territori dove è fortemente insediata la Lenua a ricevere, ma anche grazie alle carenze degli altri ga o come, infine, la difficoltà di definire il profilo politico protagonisti presenti sulla scena. Naturalmente con quel del partito che si crea. Per quanti problemi, grandi o picpericolo, visibile da tempo e di cui si è già tanto discusso, coli, possano esserci, c’è ancora la convinzione che c’è coche consiste nella fragilità del singolo che si carica di una munque la soluzione e che la soluzione è stata, è e sarà Silvio Berlusconi. Ma basterà davvero? simile impresa. Fragilità, caducità e provvisorietà.


società

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Battaglie. Raccolte di firme del Movimento per la vita, veglia dell’Azione cattolica segue dalla prima Il motivo è semplice, dal loro punto di vista: si sta uccidendo una persona lasciandola morire di fame e di sete. E questo, come ha sostenuto anche il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Cuccurullo, «è inaccettabile». La ragione, a suo avviso, è chiara: «Eluana - ha dichiarato al quotidiano della Cei Avvenire - non muore della patologia da cui è affetta, ma di fame e di sete: anzi, viene fatta morire, quindi si tratta di eutanasia. Ho grande rammarico e perplessità di fronte a questa sentenza, penso che si apra una deriva pericolosa per le persone incapaci».

Ecco spiegato perché da parte del mondo cattolico questa decisione della Corte di Strasburgo viene accolta con grande speranza. Ad esempio, secondo il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, il dato più importante ed indicativo di questa vicenda è che «il ricorso non sia stato respinto». In più, a suo avviso, l’altro elemento positivo «è che la Corte abbia considerato che le associazioni dei malati sono direttamente coinvolte e dunque legittimate a presentare ricorso». In questa ottica è importante segnalare che ieri moltissimi politici italiani di diversi schieramenti (Alfredo Mantovano, Carlo Giovanardi, Pier Ferdinando Casini, Pier Luigi Castagnetti, Lorenzo Cesa, Andrea Sarubbi, Luisa Santolini) si sono messi in fila a Roma per firmare la petizione europea Per la vita e la dignità dell’uomo presentata all’Onu il 10 dicembre prossimo, anniversario della Dichiarazione universale, e poi a Strasburgo a luglio in occasione dell’avvio della nuova legislatura del Parlamento europeo.

Eluana, l’Europa accoglie il ricorso di Francesco Rositano

Berlusconi dà l’ok alle classi ponte Scuola, Berlusconi benedice le “classi ponte”: «Non credo che ci sia nessuna discriminazione, ma che sia una cosa logica e doverosa a vantaggio dei bambini e delle maestre. Sono fatte per dedicare più tempo all’insegnamento dell’italiano». Silvio Berlusconi, intervenuto durante le manifestazioni per la giornata dell’infanzia, ha concesso il proprio benestare alle cosiddette “classi ponte”, cioè la proposta della Lega Nord di classi differenziate per i bambini non italiani che hanno difficoltà nell’apprendimento della lingua. «Il nostro scopo - ha concluso il premier - non è di fare classi separate ma tese all’insegnamento dell’italiano».

Prima del trapianto vive senza il cuore

co, proprio nella città della famiglia Englaro. Nelle intenzioni dell’associazione questo gesto ha lo scopo di riaffermare l’essenziale, cioè il valore indisponibile della vita umana, e spingere l’opinione pubblica e la società civile a riflettere su un caso drammatico, che non può non interpellare la coscienza collettiva.

Duro il giudizio del vicepresidente della Cei, monsignor Luciano Monari, che commen-

La decisione della Corte dei diritti dell’uomo ha riacceso la speranza in coloro che non vorrebbero che la ragazza venga lasciata morire di fame e di sete. Il papà, intanto, annuncia il silenzio stampa tando la sentenza della Cassazione, ha affermato: «Con questa decisione è stata sconfitta l’umanità dell’uomo, perché abbiamo rinunciato a essere quello che dobbiamo diventare. Infatti, se Eluana perde quel filo di vita che posse-

deva, noi perdiamo qualcosa della nostra umanità. Eluana sarà nelle mani del Signore che, lo so, sono ricche di misericordia. Ma noi ci troviamo consegnati a mani d’uomo che si sono mostrate deboli e fredde. Che non venga l’inverno».

Un’iniziativa che si affianca ad altre messe in atto dal mondo dell’associazionismo cattolico. Significativa, ad esempio, quella del Movimento per la vita, che ha lanciato una grande mobilitazione a tutto tondo (giornata di digiuno, firme, appelli al Parlamento, al governo ed al Presidente Napolitano), e sta mobilitando l’opinione pubblica, invitandola a riflettere su un tema decisivo. Di rilievo è poi anche la discesa in campo dell’Azione cattolica che per iniziativa del suo presidente, Franco Miano, ha chiesto a tutte le associazioni parrocchiali e tutti i laici di «promuovere momenti di preghiera straordinaria per la vita, per Eluana Englaro e per la sua famiglia nelle comunità». La prima ad aderire è stata l’Ac ambrosiana che ha organizzato due veglie: la prima, oggi, a Milano; la seconda domani a Lec-

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Il presidente dell’Azione cattolica, Franco Miano, invita i soci a pregare per la Englaro

«Siamo con Bagnasco: subito una legge» ROMA. Franco Miano, professore di Filosofia Morale all’Università di Roma Tor Vergata e presidente dell’Azione Cattolica, quando ha saputo della sentenza della Cassazione su Eluana, ha fatto una cosa a suo avviso semplice, ma essenziale. Ha invitato tutti gli iscritti a raccogliersi in preghiera nel nome di Eluana. Oggi l’Ac ambrosiana farà questo gesto a Milano, domani a Lecco, nella città della famiglia Englaro. «Abbiamo fatto questa proposta - sottolinea a liberal Miano - perché ci sembrava utile in questo momento prima di tutto andare all’essenziale. E penso che per i credenti la preghiera sia un valore prioritario, in una situazione di questo tipo. Proprio a partire dal rispetto del valore della vita, e della vita di Eluana in questo caso, dalla comprensione del dramma comunque della sua famiglia,

e per tutte quelle persone che versano in condizioni analoghe». Poi, il presidente dell’Ac, aggiunge che a questo punto sia necessario che il Parlamento regolamenti le cosiddette questioni di fine vita, approvando una legge. «Una materia così delicata - continua Miano non può non essere affidata al Parlamento». Infine, Miano sottolinea la necessità «di rafforzare quello che può essere un profilo di attenzione culturale ma anche formativo su questioni quali quelle della vita». E conclude: «Nella sostanza, al di là dei singoli casi, non possiamo che prendere atto che ci sia un livello d’attenzione basso a questo tipo di problemi. E ciò va superato perché queste tematiche sono importanti per tutta la società civile. Ecco dunque perché abbiamo voluto fare un’iniziativa che partisse proprio dal basso».

Un’equipe guidata dall’italiano Marco Ricci ha portato a termine con successo un trapianto cardiaco su una ragazza di 14 anni che è rimasta per 118 giorni senza cuore, sopravvivendo solo grazie ad una macchina che per quasi tre mesi le ha pompato sangue nell’organismo. È avvenuto a Miami e i medici hanno precisato di essere a conoscenza di un solo caso analogo, avvenuto in Germania, ma che riguarda un paziente adulto.

Rifiuti: «La Calabria è come Napoli» La Calabria, in pochi mesi, potrebbe ritrovarsi con la stessa emergenza rifiuti che ha colpito la Campania. Lo denuncia Angela Napoli, parlamentare del Pdl, che lamenta l’insufficienza delle discariche in funzione, non più di una decina per l’intera Regione; la presenza di un solo termovalorizzatore e il fallimento di molte società titolate alla raccolta dei rifiuti. In una nuova interpellanza, dopo quella presentata lo scorso luglio, la deputata del Popolo della Libertà è tornata a lamentare che «non è dato conoscere come e per il raggiungimento di quali obiettivi siano stati spesi i milioni di euro inviati in Calabria per sopperire alla gravità della situazione ambientale».


economia

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Sfide. Per Ugo Arrigo, professore alla Bicocca, la scommessa di Colaninno peserà tutta sui viaggiatori

«Ecco perché Alitalia è un’impresa impossibile» colloquio con Ugo Arrigo di Alessandro D’Amato

ROMA. «Guardi, mettiamola così: se gli riesce tutto quello che hanno promesso, allora Spinetta e Mayrhuber dovranno cedere le rispettive poltrone in Air France e Lufthansa a Colaninno e Sabelli, visto che riuscirebbero a fare meglio di qualunque vettore internazionale». Non nasconde l’ironia Ugo Arrigo, professore di Economia Pubblica all’università Milano Bicocca e membro dell’Istituto Bruno Leoni, think tank liberale, dopo aver analizzato i numeri del piano industriale presentato dalla Compagnia Aerea Italiana per il rilancio di Alitalia dopo l’approvazione da parte del governo dell’offerta d’acquisto. «Il piano Fenice si regge su un’unica idea, purtroppo sbagliata: la possibilità di aumentare in maniera consistente la produttività degli aerei della nuova Alitalia operanti sul breve e medio raggio, che, associata ad un incremento quasi equivalente della produttività dei dipendenti, permetterebbe un notevole miglioramento del rapporto ricavi /costi e il riequilibrio economico dell’azienda nell’arco di un triennio». E perché è sbagliata, professore? Perché è vero che non si aumentano in maniera consistente le tariffe per Alitalia, e questa è una buona notizia per i consumatori (o meglio: una notizia meno peggiore di quello che si immaginava). Ma l’idea generale che lo muove – quella di far volare di più gli aerei e gli equipaggi – è irrealizzabile. In quanto consisterebbe l’incremento? E perché è impossibile? Nel 2007 gli aerei Alitalia hanno volato in media per 2.500 ore. Il piano Fenice, stando ai dati forniti dalla Cai, prevede che questo valore aumenti dapprima a 3.000 ore anno e successivamente a 3.300, una crescita complessiva del 32%. Un risultato da raggiungere spremendo al massimo le macchine impiegate sul breve e medio raggio a discapito di quelle sul lungo. Ma la flotta, come tutti sanno, è destinata ad essere ridimensionata da 238 devono arrivare a poco più di 150. In questo modo crescerebbe la produttività degli aerei e i ricavi da passeggeri. Già. I passeggeri sono destinati a salire da 132mila a 186mila per aereo, con una crescita del

40%, e la stessa percentuale di incremento è prevista per i ricavi annui da passeggeri, che dovrebbero andare da 18 a 25 milioni di euro. Ma un aumento di queste dimensioni, per una semplicemente compagnia, non è realizzabile. Come mai? Mi segua: senza aumentare i collegamenti, si può volare di più solo se si fanno più voli, visto che la distanza tra un punto e l’altro della rete coperta è costante. E ovviamente, non si può incrementare il ricavo complessivo mettendo voli in piena notte. Grosso modo, possiamo dire che la maggior parte dei voli deve stare tra le 7 del mattino e le 23. E quanti voli si possono effettuare in quella fascia oraria? Lo standard per il breve raggio è di tre coppie di voli, ciò di sei voli quotidiani. Se si vuole volare di più si deve passare a quattro coppie di voli, cioè a ot-

Eu: accordo per le quote latte Dopo una trattativa durata oltre 18 ore, l’Unione europea ha trovato un accordo per l’aumento delle quote latte, che concede all’Italia un aumento del 6%, pari a 600mila tonnellate a partire dalla prossima campagna; «grande soddisfazione» del ministro Luca Zaia. Infatti le più ottimistiche previsioni parlavano di un aumento del 5%. L’intesa prevede una revisione progressiva delle quote latte, fino al 2015, anno nel quale dovrebbero essere definitivamente abrogate, e un abbassamento dei sussidi produttivi, secondo quanto riferiscono fonti diplomatiche.

Diminuiscono gli incidenti stradali

Per raggiungere i risultati promessi, le ore di volo dovrebbero aumentare, così come i passeggeri, addirittura del 40%: tutto questo sarebbe ipotizzabile solo volando a pieno carico di notte…

to quotidiani. E in questo caso l’incremento è proprio del 33%. E non è possibile realizzarlo? Certo che sì, ma solo a condizione che la durata di ogni volo sommata al tempo a terra per sbarco, verifiche della macchina, rifornimento e imbarco non ecceda in alcun modo le due ore. Questo vuol dire che sui collegamenti dall’Italia verso il resto d’Europa è sostanzialmente impossibile e che su col-

in breve

legamenti interni è forse possibile ma solo su tratte brevissime che utilizzano aeroporti non congestionati. Quindi, secondo lei, Alitalia non riuscirà ad arrivare ai livelli delle altre compagnie? No, peggio: nemmeno le low cost riescono a fare quello che vorrebbero Colaninno, Sabelli e Passera. Applicando l’incremento di produttività tecnica previsto dal piano Fenice, i voli

medi giornalieri per velivolo passerebbero dai 5,8 di Alitalia ai 7,5 della Cai. Purtroppo per Cai, persino Ryanair riesce a fare in media solo 6 voli al giorno. In più, con l’accordo raggiunto con le organizzazioni sindacali non di categoria i piloti hanno strappato un maggior numero di riposi e maggiori retribuzioni. E quindi la Cai risparmierà meno di quanto programmato sul costo del lavoro, rendendo imperativa la necessità di rivedere il piano industriale. A meno che non si consideri un puro esercizio il piano Cai di luglio e si percorra un’altra strada. O, peggio che dietro i numeri dati in pasto alla stampa si nascondano strategie di altro tipo. Cioè? Quali? Questa vicenda mi fa venire in mente un parallelismo con quanto accaduto alle Poste Italiane durante l’era di Corrado Passera, oggi amministratore delegato di Banca Intesa, o a quello che sta facendo Moretti alle Ferrovie. Ovvero far pagare di più lo stesso servizio, non dando nel contempo possibilità all’offerta di incrementare il numero degli operatori e al consumatore di scegliere. L’incremento delle tariffe, una volta colpita con la mannaia la concorrenza, è in fondo la via più breve per riequilibrare i conti di un’azienda pubblica dissestata…

Meno incidenti stradali in Italia, e meno morti e feriti. Anche se prosegue senza sosta la strage sulle strade - 633 incidenti stradali al giorno in media, con 14 morti e 893 feriti anche quest’anno infatti si registra un lieve calo, con 230.871 incidenti, il 3 per cento in meno dell’anno precedente. È quanto rileva il rapporto Aci-Istat, che segnala in calo anche nel numero delle vittime: 5.131 persone, -9,5% rispetto all’anno precedente, e quello dei feriti: 325.850, -2,1%. Oltre a diminuire come numero assoluto, gli incidenti sembrano diventare via via meno gravi: se l’indice di mortalita’ era pari al 2,8% nel 2000 (cioè 2,8 morti ogni 100 incidenti) oggi questa percentuale è scesa al 2,2.

Petrolio: verso i cinquanta dollari Continua la discesa del prezzo del petrolio in un mercato che sconta le preoccupazioni per le prospettive di una profonda recessione globale. Sul circuito del Nymex la consegna dicembre del greggio di tipo Wti è scivolata sotto quota 53 dollari (52,99), nuovo minimo dal gennaio 2007, per poi recuperare a 53,13 (-1,83%). A Londra l’analogo contratto sul Brent è piombato fino a 50,48 dollari, per limitare poi le perdite a 50,77 (-1,84%). Insomma, il limite dei cinquanta dollari al barile ormai è a un passo.


economia

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Aiuti. La prossima settimana sarà presentato un decreto da 5 miliardi di euro fatto soprattutto di sgravi fiscali

Il regalo di Natale Poco per le famiglie, molto per le aziende: il governo prepara il piano anti-crisi di Francesco Pacifico

ROMA. Silvio Berlusconi ha confermato ieri che il pacchetto a favore di famiglie e imprese arriverà in Consiglio dei ministri mercoledì prossimo. In contemporanea al lancio da parte della Ue di una piattaforma di aiuti da 130 miliardi di euro. Ma il governo fatica a trovare la quadra tra il rigore imposto da Tremonti e le richieste delle varie categorie. E questo mentre il ricorso alla cassa integrazione cresce del 12 per cento,

gli studi di settore. Oggi il Cipe sbloccherà oltre 16,6 miliardi di euro di risorse per le infrastrutture, nucleo centrale del piano complessivo anti crisi da 80 miliardi del governo. Rifinanziato con 600 milioni il Fondo centrale di garanzia per le imprese.

spendere”l’approvazione dei bilanci di previsione per il 2009 «in attesa che siamo rivisti i contenuti della manovra». L’obiettivo dei primi cittadini è ottenere che il governo faciliti gli investimenti escludendo le spese dal Patto di stabilità interno.

POLI DIVISI. Anche ieri Silvio Berlusconi ha fatto professione di ottimismo: «Oggi siamo tranquilli sul sistema europeo complessivo e abbiamo avuto la

BORSE. C’è ancora il segno negativo ad accompagnare le Borse di tutto il mondo. In testa quelle europee appensantite dalla falsa partenza del Dow Jones (-1,07 per cento), dalle pessime previsioni della Fed sul manifatturiero Usa e dal crollo dei listini asiatici (-6,89 a Tokio). Al netto di una piccola correzione finale il Mibtel ha perso il 2,29, a Parigi il Cac40 il 3,48, a Londra il Ftse100 il 3,26, a Francoforte il Dax il 3,08. A frenare soprattutto i titoli bancari, quelli del lusso e i ciclici.

Nei piani di Tremonti restano la ”social card” e un’una tantum a fine anno per i più poveri. Sparisce l’inasprimento di prelievi per le aziende, con un salvataggio speciale per quelle telefoniche l’industria rallenta anche a settembre e la Borsa non arresta la sua corsa al ribasso. PIANO ANTI-CRISI. In attesa dell’ultima bozza del Tesoro, il decreto del governo potrebbe contenere misure tra i 4 e 5 miliardi di euro, equamente diviso tra imprese e famiglie. Una cifra maggiore rispetto alle previsioni. Sul versante delle famiglie, confermati per ora gli sgravi da 800 milioni su luce e gas per le fasce deboli. Per i redditi più bassi si studia un bonus una tantum, che a lavoratori dipendenti e a pensionati arriverà a dicembre. Sempre nello stesso mese sarà inviata la social card per gli acquisti da 40 euro al mese. A dispetto dei primi calcoli di via XX Settembre, sarà concessa a 900mila soggetti, invece del milione e più annunciato nei mesi scorsi. Non mancheranno nuovi aiuti per pagare i mutui. Per quanto riguarda le aziende sembra scomparsa l’ipotesi di un’addizionale Ires – stile Robin tax – sui gestori di telefonia mobile, mentre sarà introdotta una deducibilità fino al 10 per cento dell’Irap ai fini Irpef e Ires. Taglio dello 0,3 per l’acconto sulle stesse tasse che si versa entro novembre. Novità anche per l’Iva, che in futuro sarà versata non all’emissione della fattura ma dopo aver incassato. Agli autonomi, il presidente della commissione Bilancio, Giancarlo Giorgetti, promette un’interpretazione più flessibile de-

soddisfazione di vedere che anche il nostro sistema è solido». Walter Veltroni, che si è detto pronto a votare il pacchetto per famiglie e imprese, gli ha replicato a stretto giro: «In una crisi come questa il premier dovrebbe sentire il capo dell’opposizione». Eppoi, «servono misure e interventi ad horas, invece le risposte del governo per ora non ci sono». Sul piede di guerra anche i sindaci: l’Anci ha scritto ai suoi associati chiedendo di “so-

INDUSTRIA. La Cgil ha denunciato che la cassa integrazione nei settori produttivi è aumentata del 12 per cento rispetto allo scorso anno. L’Istat ha diffuso ieri le rilevazioni di settembre su fatturato (+5,4 per cento annuo, +1,7 mese) e su ordinativi (+1,2 tendenziale, 1,5 congiunturale) dell’indu-

stria. Ma a ben guardare, come ha spiegato il centro studi Ref, c’è poco da gioire. Al netto delle destagionalizzazione, come la tendenza a spostare le fatture dal bilancio di agosto a quello di settembre, «la variazione tendenziale del fatturato risulta negativa per -1,78 per cento, mentre quella degli ordinativi per -5,68 per cento». Intanto la Cia ha fatto sapere che nel settore agricolo sono a rischio chiusura “oltre 200 mila impre-

se, un quarto del made in Italy di qualità dell’agroalimentare”. BANCHE. Arriva dal mondo del factoring (la cessione dei crediti da parte delle aziende) un altro campanello d’allarme per il credit crounch per le piccole e medie imprese. Il settore, nei primi nove mesi del 2008, ha registrato una crescita del 21,58 per cento, con gli anticipi pari a 26 miliardi di euroo. Se Berlusconi ha chiesto al credito maggiore

Messo all’angolo da un saldo rapporto fra governo, Cisl e Uil, il leader sindacale rilancia a tutto campo

Epifani prevede: «Una valanga in arrivo» esso all’angolo dai suoi no e dal rapporto privilegiato tra governo e Cisl e Uil, Guglielmo Epifani rilancia e prova a tornare l’ago della bilancia nella gestione dei rapporti sociali. Smentisce una sua candidatura alle Europee per il Pd. Mette in guardia da una crisi più nera delle previsioni (quasi a sottolineare indirettamente la leggerezza con la quale Bonanni e Angeletti accettano la piattaforma dell’esecutivo). E arriva perfino a mostrarsi conciliante con Palazzo Chigi, promettendo di discutere su tutto e di rivedere la decisione sullo sciopero generale. È un fiume in piena il Guglielmo Epifani che ha partecipato ieri alla trasmissione Panorama del giorno. Per prima cosa si iscrive al filone lanciato da Domenique Strauss-Kahn e da Mario

M

Monti per spiegare: «La ricognizione che stiamo facendo, proprio in queste ore della crisi, mi fa dire che sta arrivando una valanga, servono interventi di grandi proporzioni». Quindi detta la sua agenda al governo: «L’accesso al credito, che le banche, che pur hanno liquidità, tendono a non usare, e i consumi delle famiglie, che calano».

Come soluzioni, il segretario della Cgil ripete quanto già detto in passato: «Sgravi fiscali e una politica di ammortizzatori sociali diversa, perché corriamo il rischio che centinaia di migliaia di persone restino senza tutele». Proposte contenute nella piattaforma annunciata nelle scorse settimane e che, se accettata, farà «riflettere sul nostro sciopero. Ma se il governo va nella direzione sbagliata, lo sciopero si farà». Da Palazzo Chigi nes-


economia

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Globalizzazione. Il crack ha imposto nuove strategie a Usa e Russia

Sbagliano i politici che “inseguono” la crisi di Carlo Lottieri segue dalla prima Nei prossimi mesi verranno definite nuove regole per la finanza, nuovi criteri per le agenzie di rating, nuovi organi di controllo a cui affidare poteri inediti. Avendo letto il disastro finanziaria in atto quale effetto di un eccesso di deregulation, è normale che ora ci si appresti a rafforzare la tradizionale vocazione dirigista dei ceti dirigenti. Per giunta, la crisi sembra stia delineando un crescente leaderismo politico: un po’ ovunque. Appare davvero ormai alle nostre spalle quel mondo in cui per molti era difficile riconoscere – osservando la tradizionale fotografia di fine meeting – il volto del premier italiano o di quello francese. Come sempre avviene nei momenti di crisi, si assiste ad una forte enfasi sul ruolo dei “capi” e sull’identificazione tra questi e i loro Paesi. E così oggi la Francia è Sarkozy, l’Italia è Berlusconi, la Germania è la Merkel, e via dicendo. L’onda quasi fanatica che un po’ ovunque nel mondo ha accolto il neoeletto presidente Usa come nuovo Salvatore dell’Umanità è in tal senso assai significativa.

Qui sopra, Guglielmo Epifani e Giulio Tremonti. A destra, il ministro statunitense Robert Paulson con il premier cinese Wen Jiabao. Sotto, Daniele Capezzone disponibilità verso le aziende, dall’Abi Corrado Faissola ha replicato: «C’è l’impegno e l’interesse di tutti i banchieri a sostenere le Pmi». Ma da Palazzo Altieri è arrivato un monito a governo e Parlamento a non introdurre tetti agli stipendi dei manager. E la cosa rende il clima ancora più pesante mentre alla

Camera si discute il decreto legge Salva banche. Ieri la commissione Finanze ha introdotto paletti all’operativa del Tesoro in caso di ingresso nel capitale degli istituti. Ma il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha annunciato che «le banche saranno soggette a un controllo rigoroso, anche parlamentare».

suna risposta al leader di corso d’Italia. Ma si fa notare che nella stessa intervista televisiva il leader della Cgil avrà pure lanciato una timida apertura al governo, ma la cosa non gli ha impedito di lanciare strali contro tutto e tutti. Il contratto del pubblico impiego «che precarizza i lavoratori», il governo che «gioca sulle divisioni», mentre su Bonanni e Angeletti dice che il loro «negare che l’incontro (con Berlusconi, ndr) ci sia stato, ha minato i rapporti di fiducia».

Parla invece Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia: «Le indicazioni di Guglielmo Epifani sono prive di credibilità rispetto al ‘che fare’ sulla crisi economica». Non crede all’Epifani conciliante neppure Raffaele Bonanni. Se il segretario della Cgil dice che non tocca a lui «fare il primo passo» per rinsaldare l’unità sindacale, il collega della Cisl gli risponde che «la Cisl, un primo passo, l’ha fatto sempre in vita sua e lo farà anche stavolta. Ma al primo passo della Cisl deve corrispondere almeno mezzo passo da parte degli altri. Ognuno di noi deve parlare di merito senza accampare scuse. Ed è il il merito che resta al centro della discussione tra noi. Il pettegolezzo non serve a nessuno e non è degno di un sindacalismo maturo». Quindi, per non mostrarsi meno duro del collega di corso d’Italia, ha intimato al governo «un intervento vigoroso sui redditi e politiche mirate a sostegno dei lavoratori e delle fasce deboli della popolazione. È una richiesta che facciamo da diverso tempo e questo governo, come gli (f. p.) altri, ha disatteso questa esigenza».

In un settore cruciale dello scacchiere internazionale, la Russia, questa situazione ha permesso a Putin di accelerare il processo di marginalizzazione di Dmitrij Medvev. Dissoltasi la crosta ideologica del comunismo, l’universo russo è tornato ad essere dominato dalle sue consuete ambizioni nazionaliste, imperiali, egemoniche. La fase turbolenta aperta dalla perestroika di Mikhail Gorbaciov e poi dominata dalle intemperanze di Boris Eltsin è del tutto conclusa. La Russia non più la vecchia Urss e non ha più un partito unico comunista, ma il suo partito unico oggi ha un nome e un cognome: Vladimir Putin. In questo quadro che velocemente va mutando, è normale che il ruolo dell’Italia sia comunque destinato a declinare ulteriormente, insieme a quello del G7. Da tempo il Pil della Cina ha superato quello dell’Italia e di recente pure quello della Giappone. In questa situazione tutti gli europei sembrano insomma consapevoli che se vogliono giocare un ruolo significativo possono farlo come realtà unitaria, anche se è molto difficile che ciò si possa realizzare. D’altra parte, al dunque – e cioè nel momento in cui è stato necessario assumere decisioni – sono stati i vari capi di Stato delle singole nazioni (si pensi alla Gran Bretagna) a farsi carico della necessità di optare in un senso o nell’altro (nazionalizzando le banche, ad esempio), e non già l’Europa nel suo insieme.

probabile che le aree che meglio sapranno resistere alla tentazione keynesiana ed eviteranno di riabilitare assistenzialismo e vecchi boiardi saranno meglio in condizione di affrontare il futuro. In questo mondo che vede un ritorno in forze della Politica e un declino delle logiche mercantili e globalizzanti, è possibile che si aprano opportunità nuove per realtà marginali, in grado di investire tutto sulla capacità attrattiva del contesto regolatorio e fiscale. È questo il caso dei paradisi fiscale, che certo sono da sempre sotto pressione, ma che pure sono assai abili a trovare appoggi e a riuscire a galleggiare senza subire troppi contraccolpi. Ma è possibile che anche altri paesi, tra cui alcuni europei, possano immaginare di costruire una propria “nicchia” al riparo dal diluvio di norme e controlli burocratici che sta per essere precipitato sull’economia finanziaria e alla cui costruzione stanno mettendo mano in molti (in un gioco che coinvolge interessi colossali e che da questi ultimi sarà largamente determinato). Come già dopo l’11 settembre, nelle fasi di emergenza la forza torna a dettare le proprie leggi, e sono i leader delle diverse nazioni che conquistano il centro della scena. Ma noi viviamo sempre nella “lunga durata”di processi (culturali, economici, tecnologici) che tendono a premiare le società

Mentre emergono i nuovi colossi - Brasile, India e Cina - l’Europa inizia a capire che può contare nel mondo solo con una voce unica e condivisa

Da un lato appare evidente che nel nuovo contesto, che vede emergere velocemente i colossi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina), solo l’Europa può pesare come soggetto internazionale, ma è egualmente del tutto chiaro che non esiste e non esisterà a lungo una capacità d’azione comune.Troppo differenti sono gli interessi, le culture, le strategie. Non è neppure detto che la tendenza in atto (dirigista in economia e tendenzialmente personalistica, quando non autoritaria, in politica) produca effetti positivi. È anzi

che meglio riescono ad imbrigliare le ambizioni degli uomini di potere e a valorizzare la creatività dei singoli.

Anche stavolta, è bene che l’Occidente non si faccia ossessionare dal sogno malato di un mondo interamente amministrato da pochi. Il suo successo è tutt’uno con il rispetto dei valori di libertà che sono consustanziali ad un capitalismo veramente liberale e competitivo. Oggi che molti preannunciano un universo post-europeo e perfino post-occidentale, in cui saranno la cultura cinese o quella araba a definire il senso della scena pubblica internazionale, è bene tenere presente che il futuro è sempre aperto e che una consapevole fedeltà ai principi portanti della concezione ebraico-cristiana dell’uomo e della società può fare emergere un avvenire oggi non immaginabile.


panorama

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Tabù. La differenza tra l’“abbronzato” e il “servo negro” rivolto al presidente Usa

Tra al-Zawahiri e Berlusconi di Riccardo Paradisi ervo negro”: l’insulto a sfondo razzista carico di violenza linguistica rivolto al neo-presidente degli Stati Uniti Barack Obama da parte del leader di al Qaeda alZawahiri è un esempio istruttivo per i guardiani del politically correct occidentale di come il razzismo non sia un’esclusiva della “cultura” bianca occidentale.

“S

Certo, la voce di al Qaeda non è rappresentativa del mondo arabo e più in generale del mondo musulmano. Ma fa un certo effetto registrare il dato che nei media arabi l’insulto a sfondo raz-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

ziale rivolto a Obama non abbia prodotto una qualche significativa reazione. Niente di paragonabile all’indignazione a ciò che in Italia e in Europa ha prodotto in termini di censura e di innalzamento della vigilanza linguistica la battuta inopportuna del presidente del Consiglio Silvio Ber-

gare a questa parte di mondo. Di proiettarlo persino nei confronti di un terrorismo antioccidentale che costituirebbe addirittura la nemesi delle colpe occidentali. Pascal Bruckner nella Tirannia della penitenza ha trattato in modo molto efficace e coraggiosamente il tema della vergo-

La stampa araba ha ignorato la notizia dell’insulto di al Qaeda, mentre i media europei hanno reagito subito e duramente alla battuta del premier lusconi sull’abbronzatura del presidente americano. C’è chi ha parlato di un eccesso reattivo a proposito di questo episodio ma se anche un eccesso c’è stato è un piuttosto dovuto al fatto che l’Occidente ha elaborato una cultura critica verso gli errori e gli orrori della sua storia. E questo è un dato di differenza non da poco. Un dato che si porta dietro anche degli eccessi come quello appunto di proiettare nell’altro, nel non occidentale, tutte le virtù che il politicamente corretto è portato a ne-

gna di sé, che è diventato un tratto della civiltà occidentale contemporanea: un masochismo che non sta soltanto in un eccesso di pentimento – dannoso come tutti gli eccessi – ma anche nella tendenza a negare le nostre tradizioni liberali e repubblicane. Le élite occidentali – dice Bruckner – non hanno più il coraggio di rivendicare la propria eredità politica e morale, in particolar modo di fronte alla pressione che viene dal mondo musulmano, le cui autorità richiamano regolarmente gli Occidentali all’autocritica,

ma restano mute davanti alle violenze perpetrate in nome dell’Islam.

Può esistere allora un rispetto reciproco tra due mondi diversi senza una reciproca capacità d’autocritica? È una domanda che i corifei dell’eterna necessità espiatoria dell’Occidente – colpevole di una secolare storia di colonialismi e sfruttamenti perpetrati verso i popoli del sud del mondo – stanno finalmente cominciando a porsi di fronte al fenomeno di quelle enclavi musulmane europee dove l’islamismo mostra da anni il suo volto identitario e machista. Un volto ostentatamente irriducibile alla laicità occidentale, alla sua tavola di valori fondata sulle libertà e i diritti individuali, sulla separazione tra politica e religione, sull’eguaglianza – certo spesso solo teorica ma almeno professata – tra persone di ogni sesso, razza e religione. Di fronte a questo principio di realtà il mito irenista del bon savage, si rivela appunto un mito. Se l’altro non è peggiore di noi non è nemmeno per forza migliore.

L’italiano Paolo Macchiarini ha trapiantato la trachea a una donna colombiana. A Barcellona

Meriti e confessioni di un cervello in fuga aolo Macchiarini è nato cinquant’anni fa a Pisa, ha due figli che studiano a Viareggio, è il direttore del dipartimento di chirurgia toracica dell’Hospital Clinic di Barcellona. Il chirurgo pisano è oggi noto perché ha realizzato nel suo dipartimento di Barcellona il primo trapianto di trachea anti-rigetto al mondo: ad una donna colombiana è stata trapiantata una trachea trattata con le sue stesse cellule staminali e il trattamento ha evitato il rigetto dell’organo donato. Al chirurgo è stato chiesto se tornerebbe in Italia a lavorare. La sua risposta è stata questa: «Tornare in Italia? Nella situazione attuale? Con i problemi che ci sono a livello accademico e di istruzione? No, è impossibile. Da quando me ne sono andato il degrado socio-culturale è addirittura peggiorato».

P

Paolo Macchiarini è quello che si dice un “cervello in fuga”. Una categoria che, tra i Paesi avanzati, sembra conosciuta solo in Italia. Il caso del professor Macchiarini - il suo lavoro, la chirurgia, la ricerca, la “fuga” - è esemplare. Soprattutto in questi giorni di protesta e manifestazioni per - si dice - difendere l’università, la ricerca, la scienza dai famigerati tagli della famigerata legge 133. Pur lavorando a Barcellona, Macchiarini è ben informato sui fatti

italiani: «In Italia ci sarebbe sì, la possibilità di fare scienza. Ma prima c’è da cambiare mentalità». Dunque, non è una questione di soldi, risorse e investimenti, ma di mentalità. Cosa significa questa parola: mentalità? Probabilmente significa “comportamenti”, “abitudini”, “costume”.

L’operazione di Barcellona, fatta a giugno e ora consacrata sulla rivista scientifica The Lancet, è stata possibile grazie anche alla collaborazione con il Politecnico di Milano, l’università di Padova e quella di Bristol in Inghilterra. Ma l’operazione in sé non si sarebbe potuta fare in Italia: «Siamo ancora molto lontani dai livelli raggiunti qui in Spagna». Qual è l’ostacolo? La mentalità. Che tradotta significa “cattive abitudini” che trasformano da sempre l’università non in centri di ricerca e alta formazione - in tutti i campi: sia negli studi umanistici, sia in quegli scienti-

fici e tecnologici - bensì in ampi parcheggi studenteschi e in un gigantesco ufficio di collocamento per figli, nipoti, cugini, amici, conoscenti. Il problema del sistema accademico italiano non è rappresentato né dalle risorse né dai tagli. Il professore Macchiarini lo dice con chiarezza nella istruttiva intervista al Corriere della Sera: «Le risorse ci sono, ma sono schiacciate dal potere dei politici e dei Le baroni. strutture universitarie e ospedaliere andrebbero potenziate, i giovani laureati andrebbero aiutati a inserirsi, e non soltanto quelli che sono figli di papà». Insomma, il sistema universitario italiano non funziona sulla base della selezione del merito, bensì sulla selezione del nipote.

Il sistema scientifico è pensato e fatto in funzione del sistema nepotista. Qui c’è la risposta alla domanda “perché le università italiane sono in fondo alle

classifiche internazionali?”. Perché la parentela è un valore sociale più importante dello studio e della preparazione scientifica. Chi ha un cervello e lo vuole far funzionare per la ricerca, i risultati, le conquiste decide, prima o poi, di andare in fuga. Il caso di Paolo Macchiarini non è causale.

La fuga significa proprio scappare dal malato sistema scientifico delle università italiane. Ermanno Bencivenga è italiano ma insegna Filosofia all’università di California. Nel suo ultimo libro edito dalla Bruno Mondadori intitolato Il pensiero come stile scrive dopo aver raccontato di essere andato via per non affogare nell’erudizione e soggiacere ai modelli culturali stranieri: «Senza rinnegare l’affetto che provo per questa terra e per tante persone che ci vivono, non ho mai cambiato idea sui motivi che mi hanno spinto a lasciarla, pur con una carriera già felicemente avviata: ero convinto allora e lo sono adesso di non volere nulla a che fare con il suo modo di gestire l’università». Poi, naturalmente, ci sono le eccezioni, gli ottimi cervelli che sono rimasti in patria e che portano avanti il buon nome della ricerca e degli studi italiani. Ma sono le classiche eccezioni che confermano la regola: un sistema accademico che seleziona il demerito.


panorama

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Convegno. Da oggi a Venezia i “Colloqui di liberal”: un’occasione per discutere di scenari mondiali dopo l’elezione di Obama

Siamo tutti americani, mr. Barack di Francesco Capozza

ROMA. Sono giunti all’ottava edizione i Colloqui di Venezia organizzati dalla Fondazione liberal, che quest’anno si svolgeranno a Palazzo Cavalli Franchetti oggi, a partire dalle ore 15 e domani dalle 10 alle 13.30. Il tema di questa edizione non poteva che essere legato alla “nuova America” e a “come cambierà il mondo dopo l’era Bush”. Anche quest’anno, inoltre, liberal non sarà da sola a fare gli onori di casa, ma assieme alle maggiori fondazioni e associazioni liberali europee e americane. Tra queste, solo per citarne alcune, l’American Enterprise Institute, l’Heritage Foundation, e il Center for International Private Enterprise approderanno in Laguna dagli Stati Uniti, il Konrad-Adenauer-Stiftung e l’Hanns-Seidel-Stiftung dalla Germania, i Cercles Libéraux dalla Francia, il Centre for Policy Studies dalla Gran Bretagna e la Fundaciòn para el Anàlisis y Estudios Sociales dalla Spagna.

Sono previste due sessioni, la prima oggi dedicata a “Le Guerre e il terrorismo”, la seconda,

Novak, dell’American Enterprise Institute, del senatore Luigi Ramponi, del generale Mario Arpino e di Stefano Silvestri, dell’Istituto affari Internazionali.

“Le Guerre e il terrorismo” e “Le democrazie e la globalizzazione” sono i temi di due giornate di lavoro con Novak, Glucksmann, Bolton e Spogli domani, a “Le democrazie e la globalizzazione”. I lavori saranno aperti questa mattina da Rocco Bottiglione, presidente dell’Udc e vicepresidente della Camera e, subito dopo, sarà presentato il «Rapporto del Comitato Difesa 2000». Sul tema

“Cosa significa vincere in Afghanistan” prenderanno la parola Michele Nones, direttore area Sicurezza e Difesa Iai e Vincenzo Camporini, capo di stato Maggiore della Difesa. Sono previsti numerosi interventi tra cui quelli di Micheal

Per parlare, invece, di ciò che attende noi e gli Stati Uniti nel XXI secolo e dopo gli otto anni della presidenza Bush, domani mattina interverranno il filosofo André Glucksmann e l’ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia Ronald P. Spogli, intervento, quest’ultimo, particolarmente atteso dato il suo legame con l’amministrazione uscente ma anche con ambienti clintoniani. Tutti si chiedono, infatti, se la prossima amministrazione americana guidata da Barack Obama confermerà o meno l’ambasciatore Spogli alla sede di Villa Taverna. Subito dopo quello dell’ambasciatore in Italia, è previsto un altro intervento di un diplomatico statunitense, quello dell’ex capo della diplomazia americana presso l’Onu John R. Bolton. Dopo aver ascoltato dalle parole dei due diplomatici ameri-

Sentenze. L’ex patron di Parlamalat si scusa: davvero non ha «mai architettato una truffa»?

Tanzi, l’antenato dei furbetti di Alessandro D’Amato

ROMA. Calisto Tanzi, poverino, bisogna capirlo. Cristianamente, comprenderlo e scusarlo. Uno come lui non è punibile. «Non ho mai ideato, non ho mai avuto la consapevolezza di aver architettato la grande truffa ai danni dei risparmiatori», ha detto con grande serenità in aula a Milano l’ex patron di Parmalat, durante le dichiarazioni spontanee che il Tribunale gli ha concesso di effettuare prima della sentenza per la quale l’accusa ha chiesto 13 anni per agiotaggio, concorso in falso e altre trascurabili sciocchezzuole. Aggiungendo poi: «Attendo con doveroso rispetto e sottomissione la vostra sentenza», dimostrando una scelta del lessico - “sottomissione“, termine cristiano per eccellenza - quantomeno originale. Ma perfettamente comprensibile.

nitrice in questione era la Tetrapak, quella che produce confezioni per il latte e i succhi di frutta. Parmalat era tra i migliori clienti del mondo e quindi le venivano applicate tariffe di favore. La differenza tra il prezzo originario e quello scontato, secondo Tonna, sarebbe stata stornata, per anni, sui conti personali della famiglia Tanzi e di qualche altro manager. Non poco denaro: dal ‘96 al ‘99 sarebbero stati sottratti alle casse tra i 5 e i 6 milioni di euro ogni anno, e poi altri 15 milio-

lo scopo di non lasciare tracce. O come quando si scannerizza maldestramente il logo della Bank of America per piazzarlo su un estratto conto dove millantare di avere 3,98 miliardi di liquidità. Un falso accompagnato da una meravigliosa “lettera di garanzia” (anch’essa falsa), che chi ha letto ha definito scritta in un’inglese emilian-maccheronico.

C’è bisogno di ingrassare il portafogli di Bonlat, che pare un pochino in sofferenza? E che problema c’è? Basta collegarsi a Internet, cercare una pagina con i prezzi delle obbligazioni, sceglierne alcune, e iscriverle tra le attività dello stato patrimoniale dell’azienda. Bisogna mettere qualche credito in bilancio? C’è questo di 43 milioni di dollari con la Hans Newman, una società che non esiste e con un nome del tutto inventato! Tanto, son scartoffie, chi volete che controlli? Insomma, diciamolo, visto che siamo quasi a sentenza: Tanzi va scusato, compreso, perdonato. Perché non è un criminale: è soltanto un tenace, irriducibile, incorreggibile italiano.

Le carte processuali parlano chiaro: dai documenti falsificati alle vendite a prezzi eccessivi. Il ritratto di un perfetto italiano di successo

Perché il caso Parmalat è una perfetta caricatura, e insieme una meravigliosa fotografia, del capitalismo all’italiana. Non perché non abbiamo visto crack finanziari simili negli Usa o sempre da noi, ma per la “creatività” con la quale l’ex amico di Ciriaco De Mita con entrature nell’Opus Dei ha portato avanti i suoi colpi. Non si parla di quando rubavano sui cartoni del latte: «L’azienda for-

ni nel 2000 e 30 milioni nel 2001». O come la surreale operazione di la vendita di 300 mila tonnellate di latte in polvere a Cuba.Trecentomila diconsi trecentomila tonnellate per un controvalore di 359 milioni di dollari. Quella è roba fin troppo raffinata. No, no, basta buttare un occhio alle fantastiche attività “casarecce” con cui la banda Parmalat agiva. Ad esempio, quando c’è l’urgenza di distruggere i file gestionali di Bonlat, si decide di prendere a martellate il computer portatile da dove li si è appena cancellati. Al-

cani le loro impressioni sui futuri scenari con la nuova amministrazione Usa, sono attesi, per gli interventi conclusivi, quattro esponenti politici italiani caratterizzati da una passione comune: il filoamericanismo. A prendere la parola saranno, infatti, Ferdinando Adornato, presidente della Fondazione liberal, Piero Fassino – che tra l’altro ricopre la carica di inviato speciale Ue in Birmania e Myanmar- Giuseppe Pisanu, ex ministro dell’Interno e attuale presidente della commissione bicamerale Antimafia e, infine, Pier Ferdinando Casini, già presidente della Camera dei deputati e presidente in carica dell’Internazionale democristiana. Tutti e quattro gli esponenti politici italiani si sono a più riprese dichiarati convinti che con l’amministrazione Obama in America e nel mondo ci sarà un’ondata di aria nuova, sarà quindi molto interessante il confronto tra la diplomazia americana e la politica italiana su un tema che sta a cuore a tutti: l’America di Obama riuscirà a tornare ad essere la guida del mondo?


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Pubblichiamo integralmente la traduzione di un discorso tenuto da Leonard Bernstein nell’autunno del 1986 all’Università di Harvard e ripreso dall’ultimo numero della rivista The American Scholar. Di Bernstein, che è morto nel 1990, sono in programma in questi mesi le celebrazioni per il 90° anniversario della nascita e quelle per il 50° anniversario della sua nomina a diretttore della New York Philharmonic Orchestra. Pubblicato per la prima volta dopo oltre vent’anni, il discorso di Bernstein è ancora straordinariamente attuale perché ci ricorda che la nostra non è l’unica epoca minacciata dal terrorismo e dilaniata dalla paura. orgendo già da ora le mie scuse per le sconclusionate riflessioni che seguiranno, permettetemi di dimostrare di aver appena fatto ritorno da un periodo di tre settimane di conduzione all’estero, il quale ha toccato otto città di sette paesi, ha visto protagoniste due diverse orchestre e durante il quale ci si è dovuti destreggiare tra cinque lingue differenti. Sono qui stasera per fornire un resoconto di tale viaggio, non certo poiché qualcuno mi abbia pregato di farlo (riuscireste ad immaginare qualcosa di più tedioso di una sequela di statistiche da grande maestro?), ma piuttosto perché durante questo mia tournée ho appreso qualcosa che desidererei condividere con voi.

P

La qual cosa non costituirebbe di per sé ragione sufficiente a giustificare la mia presenza qui per parlare di me stesso. Il fatto è che desidero condividere ciò che ho imparato con voi, uomini e donne di Harvard, questo luogo nel quale ho imparato ad amare il sapere. Ecco perché sono qui stasera. Va bene, procediamo con qualche dato. Le prime due settimane delle tre totali sono state dedicate alla tournée con la Israel Philharmonic Orchestra, viaggio iniziato a New York il 13 settembre (praticamente cinque minuti fa!) e proseguito il giorno seguente con tappa a Londra, quindi Monaco di Baviera, quindi addirittura Pompei, Pa-

rigi, Zurigo, Tel Aviv ed infine Gerusalemme. L’intera tournée era stata pensata per celebrare il 50º anniversario della nascita della Filarmonica di Israele - la qual cosa costituisce, a suo modo, una ricorrenza ancor più miracolosa del 350º anniversario di questa università, date le travagliate circostanze della creazione dell’orchestra nel 1936. (Allora si chiamava, piuttosto umilmente, Palestine Symphony Orchestra, nome con il quale io stesso la conobbi molti anni orsono).

Per festeggiare tale lieta ricorrenza volli comporre per quell’orchestra che avevo conosciuto ed amato così tanto uno speciale pezzo di compleanno dal titolo Jubilee Games, pensato per celebrare, con numerosi e possenti squilli di tromba, il suo gioioso anno giubilare. Quanti tra di voi conoscono il Levitico comprenderanno immediatamente a cosa mi stia riferendo; ma persino coloro che, in mancanza di ciò, ben conoscano la nostra Costituzione, o semplicemente l’iscrizione sulla Liberty Bell, capiranno allo stesso modo l’emozione e la liberazione racchiuse nel termine “Giubileo”. E non pensiate che durante la tournée appena conclusasi il pensiero di Harvard e del suo Giubileo non trovassero costante spazio nella mia mente. esattamente cinVedete, quant’anni fa, come vollero gli dèi, cinquanta meravigliosi autunni or sono, nacque l’Orchestra d’Israele, ed io entrai ad Harvard prendendo alloggio a Wigglesworth Hall (In realtà, Bernstein si immatricolò ad Harvard nel 1935, non nel 1936). Quello era l’anno del tricentenario; inoltre, ero appena

In un discorso tenuto all’Università di Harvard nel 1986, il com usciti dalle cronache contemporanee. Anche quella, c

Liberiamo l’uomo d

le campane, per due ininterrotti anni. Da allora odo lo scampanio, e ciò si è ripetuto, durante la tournée di festeggiamento per il Giubileo il mese scorso,

Eravamo sottoposti ad un rigido servizio di sorveglianza; ovunque eravamo accompagnati dai Servizi Segreti di Sua Maestà, dai Carabinieri, dalla “Sureté Nationale”, dall’esercito svizzero uscito da un altro tricentenario, e cioè quello della Boston Latin School, alla quale mi ero laureato nel 1935. Dunque, tutt’intorno a me rintoccarono a festa

da Saint Paul a Londra a Notre Dame a Gerusalemme. Tutto era campane e bellezza, l’Hatikvah risuonava nei nostri cuori, ad ogni tappa il pubblico

rimaneva estasiato. Eccetto per un particolare: la sicurezza. Dopo tutto, noi eravamo la Israel Philharmonic, passavamo di aeroporto in aeroporto, dall’auditorium all’albergo, da un luogo pubblico all’altro; eravamo i messaggeri della musica (cioè della bellezza, e quindi della verità), ma in ogni dove aleggiava l’ombra di un qualcosa chiamato terrorismo.

Anche questo costituiva una verità; forse non così assoluta quanto la Verità Estetica di Platone, ma nondimeno una formidabile realtà. Parigi era appena stata il teatro di una tremenda ondata di azioni ter-

roriste, e noi eravamo en route là-bas. Non vi è bisogno di parlare degli aeroporti Heathrow, il Leonardo da Vinci, Atene,Vienna - cose che tutti conosciamo. Eravamo dunque sottoposti ad un rigido servizio di sorveglianza; ovunque andassimo eravamo accompagnati dai Servizi Segreti di Sua Maestà, dai Carabinieri, dalla Sureté Nationale, dalla Sicherheitspolizei, dall’incantevole esercito svizzero. Non potevo muovermi senza la presenza di una guardia del corpo professionista, nemmeno per una passeggiata per Piccadilly o lungo gli Champs Elysées. Visitai le rovine moz-

Da sinistra: Bruno Kreisky (cancelliere austriaco dal 1970 al 1983); Willy Brandt (cancelliere tedesco dal 1969 al 1973); Lord Harold Wilson (primo ministro britannico dal 1964 al 1970 e dal 1974 al 1976)


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mpositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein affronta temi che sembrano come la nostra, era un’epoca difficile, dilaniata dall’incubo del terrorismo

dal terrore per il Nemico di Leonard Bernstein

Una registrazione (Cbs) dell’Hashkiveinu di Leonard Bernstein zafiato di Pompei, dopo quindici vent’anni; quale gioia, ma ancora una volta sorvegliato da un elicottero nel cielo sopra di me, da soldati con al guinzaglio cani feroci e da amichevoli agenti in borghese le cui camicie italiane di seta nascondevano stomaci di puro, funesto metallo. Pistole. Io odio le pistole. Bel modo di visitare Pompei. Il giorno seguente feci un bagno nella baia di Sorrento, sotto l’occhio vigile di due poliziotti in barca. Che divertimento.

Tutto ciò era destinato a ripetersi giorno dopo giorno, di trionfo in trionfo, da un gruppo di vecchi amici ad un altro, di gioia in gioia e di bel tempo in bel tempo. Un personaggio invisibile gradualmente prendeva forma, lentamente ma costantemente si plasmava in un’identità speciale chiamata Il Nemico. Mai prima d’allora ero stato tanto consapevole di tale essere metaforico, Il Nemico; e più rigida è la protezione, più grande dev’essere la minaccia. Ad un certo punto compresi improvvisamente che questo è il modo in cui il mondo vive, in cui sa vive-

Compresi improvvisamente che questo è il modo in cui il mondo vive: esistere in funzione di un nemico. Gesù (come Buddha e Gandhi) tenta di rendere inutile questa creatura invisibile re: esistere in funzione di un nemico. Ciò è precisamente il fine verso cui Gesù tese per tutta la propria vita, ed anche Buddha, e Freud; e Gandhi e Martin Luther King: tentare di rendere inutile questa creatura invisibile. Ama il prossimo tuo come te stesso. Porgi l’altra guancia. Riflettete: esiste veramente un nemico, un serpente, il diavolo, esistono veramente i terroristi

dell’Olp, i killer libici, gli agenti comunisti, i dinamitardi bolscevichi, i Belfast Blackie… (perché a Belfast il sangue scorre per le strade in nome del Principe della Pace). Senz’altro esiste un nemico; lo testimonia la realtà. Ma, come dicono i grandi maestri, riflettete: esiste realmente? O siamo noi a crearlo? Pensieri come questi mi accompagnarono ininterrottamente

fino alle fine della nostra tournée per il Giubileo d’Israele, il quale si concluse in gloria nella città più bella al mondo, Gerusalemme, dove per tre giorni riflettei sulla natura del “Nemico”. Il giorno successivo mi trovavo a Vienna, per provare, eseguire, registrare e girare un nuovo, difficile programma con un’orchestra interamente nuova, la Vienna Philharmonic Orchestra. Un programma di lavoro duro, difficoltoso; ma era un mio problema. Da un lato potevo tirare un sospiro di sollievo: i servizi di sicurezza se n’erano andati; potevo farmi una passeggiata senza agenti di polizia, cani feroci e file di Carabinieri.

Dall’altro mi trovavo, dopo tutto, a Vienna, la capitale di quel paese che solo pochi anni addietro aveva eletto un certo Kurt Waldheim alla presidenza. Ero stato tempestato di lettere di protesta contrarie al mio ritorno, la qual cosa implicava che una brusca e diffusamente pubblicizzata cancellazione della visita avrebbe prodotto conseguenze politiche di vasta portata. Assurdità. Chi sono io per generare conseguenze politiche? Lavoro qui e basta, non mi provocate! Sono un semplice, industrioso direttore d’orchestra. Oddio, forse qualche lieve effetto politico potrebbe pure esserci, ma non di certo a causa della cancellazione di una visita; che passività, quale inazione. Molto meglio andare ed affrontare a viso aperto la situazione, che non è sicuramente negativa, considerata l’incredibile orchestra che suona come un centinaio di dita angeliche che spuntano dalla mia mano, e che non molto tempo addietro mi ha proclamato membro onorario (sono l’unico direttore in vita a potersi fregiare di tale onore). Pertanto sono orgoglioso di loro, sono loro vicino e spiritualmente piuttosto simile, indipendentemente da che si esegua Mozart o la mia sinfonia Kaddish (tra l’altro, la miglior esecuzione di Kaddish che abbia mai compiuto); pertanto, come ora sto dicendo, non è poi così dura questa situazione “viennese”, sapete cosa intendo, non così dura, okay?

Da sinistra: Muhammad Anwar al-Sadat (presidente egiziano dal 1970 al 1981); Salvator Allende (presidente cileno dal 1970 al 1973); Olaf Palme (primo ministro svedese dal 1969 al 1976 e nel 1982)


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Da sinistra: Leon Klinghoffer (il passeggero americano uciso dai terroristi palestinesi durante il sequestro dell’Achille Lauro, nel 1985); un murales propagandistico dell’Ira; Ronald Reagan (presidente degli Stati Uniti dal 1981 al 1988)

Ritornando alla lingua inglese (perdonatemi, non so cosa si fosse impossessato di me) ora ci troviamo a Vienna, liberi di passeggiare, ma non liberi da quell’ossessionante concetto: Il Nemico. Specialmente qui a Vienna, dopo le raccapriccianti elezioni dello scorso maggio, regna l’inimicizia universale: essa è una città divisa contro sé stessa, o, come ritiene qualcuno, è una città ormai ai ferri corti con il resto dell’Austria. Qualunque sia l’interpretazione corretta, vero è che tutti sono nemici di qualcuno, sebbene non se ne possa avere assoluta percezione.

Le strade sono piene di gente giovane e felice, il sole splende, i musei prosperano, e c’è musica, musica dappertutto. Tuttavia, l’attuale Cancelliere austriaco, un individuo energico, di aspetto gradevole e giovanile di nome Franz Vranitzky ha indetto nuove elezioni per novembre. La qual cosa suona molto audace per un cancelliere che gode del sostegno popolare ed è l’attuale leader del governo socialista, ma deve farlo poiché c’è un nemico nell’aria, al quale bisogna opporsi: se questo è reale, e forte, sarà identificato e combattuto con l’arma del confronto democratico; se tale non dovesse essere, allora verrà scacciato per il fantasma che è, qualsiasi sia il suo nome. Mi sono spinto avanti velocemente, perché tutto ciò è forse un po’ di più di quanto abbiate cura di voler sentire ad ore così tarde della sera. Arrivai a Vienna il lunedì, e trovai un invito a cena con il Cancelliere Vranitzky per il venerdì. Proprio quel venerdì sarebbero iniziate le celebrazioni del Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico. Il Rosh Hashanah non solo inaugura un nuovo anno pieno di speranze, ma segna altresì l’inizio di uno speciale periodo della durata di dieci giorni dedicato alla penitenza, alla rivalutazione di sé stessi e degli altri, alla preghiera e alla meditazione sul proprio rapporto con Dio, e molto perdono. Il tutto trova il proprio culmine dieci giorni più tardi nella più santa

delle ricorrenze, lo Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione. E dunque, al mio arrivo, il mio computer morale cominciò a ronzare, e fu lì che concepì quella che ritengo come l’idea migliore che io abbia avuto, e cioè di invitare Vranitzky nella mia suite per una vera festa ebraica di Capodanno (naturalmente con servizio in camera) e di invitare anche il grande exCancelliere Bruno Kreisky, oramai anziano e lontano dal potere, ma mio caro amico il quale ho sempre considerato statista di livello mondiale, in contrapposizione ad un politico semplicemente molto abile. Vranitzky non è ebreo, ma Kreisky lo è, sebbene egli sia stato dagli stessi ebrei incredibilmente frainteso e per mano loro abbia patito numerose bastonate. In breve, entrambi risposero positivamente al mio invito, ed arrivarono puntuali alle 20.30 della vigilia di Capodanno. Ciò di cui essi non erano al corrente era la parte più scherzosa del mio piano, e cioè l’aver invitato per il caffè ed il liquore delle 22.30 due nemici politici, nemici acerrimi, ancora più acerrimi per essere stati un tempo alleati, ma che non si rivolgevano la parola da tre anni ed erano miei amici viennesi. Ed invitai anche le loro mogli.

Il ruolo di padrona di casa non è esattamente il mio pezzo forte, e nel contesto stavo tentando di dirigere, se vogliamo, una sinfonia sociale, una sinfo-

facciata; andammo dritti alle questioni più spinose, ma senza usare toni bruschi o uscite melodrammatiche. Ovviamente il tema della conversazione si spostò rapidamente sulla sindrome di Waldheim, e del suo possibile legame con Kreisky (era stato infatti Kreisky a proporlo nel 1970 come Segretario Generale dell’Onu), la qual cosa ci condusse inevitabilmente al tema della banalità del male (poiché Waldheim stesso è una figura così servile da essere indegno di discussione) e così di seguito all’adagio, al lento della nostra sinfonia di Capodanno: l’ideologia socialista, che sotto Kreisky aveva per tredici anni reso l’Austria un modello di democrazia neutrale in uno dei luoghi più difficili di questa terra, l’avamposto più ad est del mondo occidentale.

Discutemmo della moralità del socialismo, la quale si coniugava così bene con il capitalismo sia interno sia estero, dell’ideologia dell’uguaglianza, termine questo che si ode molto ma che non è spesso compreso. Il tutto ci condusse naturalmente a Mosè, Platone e Cristo, per non parlare di Kant, Hegel, Marx e Freud, ognuno dei quali fu istituzionalmente corrotto dall’avidità e dal potere. Ma, in particolare, discutemmo della figura di Gesù (l’Austria è un paese fortemente romano cattolico); e lo facemmo spontaneamente, poiché ricorreva il Rosh Hasha-

Kreisky e il suo modello di socialismo avevano reso l’Austria un modello di democrazia neutrale in uno dei luoghi più difficili di questa terra: l’avamposto più ad est del mondo occidentale nia di affascinante complessità, specialmente al momento del giocoso scherzo delle 22.30; ma ero posseduto ed ispirato dalla prospettiva di esporre questo concetto, questo Begriff (idea) che chiamiamo “Nemico” e di restituirlo per sempre, con un’azione costruttiva. Vi risparmierò i dettagli; basti dire che funzionò. Non vi fu cortesia di

nah, il periodo dell’analisi, del pentimento, del perdono. Ama il prossimo tuo. Porgi l’altra guancia. Il regno di Dio, Principe della Pace. Amore, Dio, Pace: parole così abusate che ormai suonano come musicaccia, orecchiabile all’ascolto, bella carta da parati. Dunque eccoci lì, in una stanza zeppa di nemici putativi, impe-

«Avevo invitato per il caffè ed il liquore delle 22.30 due nemici politici, nemici acerrimi, ancora più acerrimi per essere stati un tempo alleati, ma che non si rivolgevano la parola da tre anni ed erano miei amici viennesi. Vi risparmierò i dettagli; basti dire che funzionò» gnati in un accalorato dibattito, in una profonda riconciliazione, ma anche nel racconto di episodi divertenti, di argute repliche. In breve, fu un successone. Kreisky, il più anziano, se ne andò per primo, circondato dagli uomini del suo servizio di sicurezza; mentre lo accompagnavo all’ascensore, egli disse: “Lenny, questa è stata la mia più bella serata da due anni a questa parte”. Il mio cuore scoppiava di gioia; Speranza! Felice anno nuovo! Forse un fronte riunito per gli ideali socialisti! Dopo tutto, questo è l’unico modo per combattere la malattia neonazista che generò l’Alzeheimer - Intendo, avete capito; e la disunione di quel fronte un tempo unito è sicuramente ciò che lo ha elevato, o che gli ha fornito lo sgradevole impulso di correre, in primo luogo, come candidato alla presidenza austriaca.

Basta con questa storia di Rosh Hashanah; ritengo di aver fatto la mia parte, senza conferenze stampa o una singola intervista.

Ciò accadeva esattamente la sera di una settimana fa, e quando tutti ormai si erano congedati circa alle 2 del mattino, mi sedetti ed iniziai a riflettere sulle parole, e sul declino della lingua. Amore, Pace, Guerra. Termini così abusati da conoscerne appena il significato; come Amore: è Amore un concetto derivante dai Vangeli, da Platone, o è invece quella parola ripetuta costantemente nelle canzoni pop? «All you need is love, love, love…». Insensata.

Religione: intendiamo la preghiera, la carità, la fede o il fondamentalismo militante? Nemico: quella vecchia parola della quale non possiamo fare a meno. Concepiamo tutto in termini di nemico personale: un amante geloso, un acerrimo rivale, e così via; ma questa parola ad ampio spettro – “il Nemico” – non viene inventata e costantemente reinventata per fornirci qualcosa contro cui combattere? Potremmo mai avere un’economia prospera, o anche solo una società opulen-


il paginone

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Da sinistra: il Muro di Berlino; una rappresentazione pittorica di Mosè; una veduta esterna dell’Università di Harvard, a Cambridge in Massachusetts

ta, senza la perenne preoccupazione di aumentare i nostri arsenali? Saremmo andati nello spazio se non vi fosse stato un nemico da sconfiggere? Un altro termine, Verità. Verità? Beh, si getta quasi la spugna. Da quando sono tornato a casa ho visto un nobile individuo di nome Bernie Kalb lasciare il proprio incarico di portavoce ufficiale del Dipartimento di Stato, per il semplice fatto di non riuscire più a mentire, a mentire ufficialmente. E qual è stata la replica difensiva giunta da Foggy Bottom?

von Hofmannsthal, Karl Kraus. Essi la percepirono nel decadimento del linguaggio, nell’ipocrisia dei discorsi ufficiali. Stiamo facendo lo stesso? Questo è un quesito centrale sul quale dobbiamo interrogarci in un periodo di riflessione su sé stessi e di perdono quale questo è. Prendete, ad esempio, la parola Marx, Karl Marx, un tempo considerato da tutti gli uomini del pensiero come un filosofo di massima importanza, depositario e prosecutore della saggezza di Socrate e Hegel

La seguente citazione da Churchill, ben più che fumosa: «In tempo di guerra, la verità è così preziosa che dovrebbe sempre essere circondata da un muro di bugie». Essa suonò come una frase gloriosa quando Churchill la pronunciò, ma inserita nell’attuale contesto di disinformazione pianificata risulta semplicemente oscena. Notare la non insignificante locuzione «In tempo di guerra». È questo un tempo di guerra? È questo un periodo di Alien and Sedition Acts, di misure controrivoluzionarie atte a salvare il mondo in nome della democrazia, una terza volta? Difficilmente. Solo quando reca vantaggio al potere costituito, per così dire. Quante volte, e con quale piacere quegli stessi poteri pronunciano tali parole in tempo di pace, in realtà quando reca loro vantaggio. «Ammirate il nostro arsenale nucleare,» declamano orgogliosamente. «Non ha esso garantito pace al mondo per 40 anni?» Quando serve ai loro scopi. Buon Dio, abbiamo persino un missile il chiamato Peacekeeper. Quanto siamo furbi, astuti ed anche stupidi, mentre continuiamo ad imbastardire la lingua, tributando onori all’ambiguità in prosa invece che a quella in versi, farneticando, sproloquiando stupidamente. Amore. Guerra. Odio. Pace. Dio. Patriottismo. Rambo. Volgendo la sguardo a prima della Grande Guerra, e più specificamente alla caduta dell’Impero Asburgico e Compagnia, alcuni visionari intravidero l’approssimarsi della sconfitta: Kakfa,

Non c’è nemico, ma solo il principio americano della libertà d’opinione; il lottare contro un nemico inventato è insensato; il lottare per noi stessi e l’un per l’altro è costruttivo, è condivisione

e… Marx? Oggi è solo una parola di quattro lettere. Oggi, anche il discutere della sua filosofia di lotta di classe, eccetto che come il tratto del nemico (Il Nemico!) significa esporsi all’epiteto «indulgente nei confronti del Comunismo». Quanto indulgenti bisogna essere per venire in tal modo accusati? Piano? Pianissimo? Mezzo-Piano? Perché non mezzo-forte, il quale può concedere una sensata, imparziale valutazione del socialismo democratico, o socialdemocrazia, o persino - il cielo non voglia - semplice socialismo.

Come potremo altrimenti comprendere quella grande catena di mani che un tempo cingeva il nostro mondo occidentale: Bruno Kreisky, Willy Brandt, Harold Wilson, Sadat, Allende, Olof Palme? Tutti ammalati, messi da parte o semplicemente assassinati. Ciò non merita forse la nostra più energica riflessione, il nostro dibattito più jeffersoniano? Si, ma no se desideriamo mantenere in vita il nemico, e permanere per sempre nella logica dualistica e manichea di bene e male, di cattivi ragazzi e bravi ragazzi, di noi e loro, di serpenti ed angeli, dèi e demoni. Lunga vita al nemico, e diventeremo tutti ricchi! Vi avvertì, ore fa, sul

fatto che simili rimproveri sarebbero sorti. L’effetto del fuso orario è spietato; le statistiche sono peggio. Ma in qualche modo sono ritornato al mio punto principale: che sono qui stasera per condividere con voi qualcosa che ho appreso durante questo fantastico viaggio di tre settimane: in primo luogo, che non ho mai amato così profondamente ed intensamente il mio paese come ora; in secondo luogo, che proprio in virtù di tale mio amore sento più che mai il dovere e la re-

sponsabilità di procedere a riesaminare il nostro principio automatico del nemico; infine, che questi dieci giorni di preghiera e riflessione siano il periodo ideale per farlo.

C’è una leggenda affascinante su questo periodo penitenziale: si narra che nel giorno di Rosh Hashanah, primo giorno dell’anno, nel dorato “Libro della Vita” nell’alto dei cieli siano iscritti i nomi di ogni singolo individuo, assieme con il suo destino per l’anno che si accinge ad iniziare: chi vivrà e chi perirà, chi per fuoco e chi per mare, chi prospererà e chi no. Ma vi sono dieci giorni durante i quali, con la preghiera e la pratica di buone azioni, si può migliorare l’iscrizione. Carità e fede possono sovvertire la sfortunata sentenza (non è altro che una nuova versione dei Corinzi, capitolo 13). In altre parole, è ora o mai, perché al decimo giorno, lo Yom Kippur, il grande libro viene chiuso e sigillato per l’anno che si appresta ad iniziare. Scusate gente, così è. Dunque eccoci giunti all’ottava notte, e desidero fare pubblicamente la mia confessione di fede, speranza e carità. Vedete, un paio di anni fa ebbi un litigio con il mio stimato e beneamato amico Derek Bok. Non vi annoierò con i partico-

lari della storia; vi dirò solo che il putiferio era stato originato da un libro scritto e pubblicato ad Harvard e salutato con una prolissa prefazione del Presidente Bok. Lessi ed odiai il libro e maturai una certa avversione verso la prefazione, la quale non incensava esattamente il volume, ma la presenza di un pensatore così illustre conferiva al libro un prestigio che non ritengo meritasse. Vi è bisogno di menzionare il titolo? “Living with Nuclear Weapons”. Il titolo era di per sé già sufficientemente scoraggiante. Dunque andai su tutte le furie e, in un impeto di stizza moraleggiante, decisi di interrompere ulteriori elargizioni al fondo harvardiano per le borse di studio che avevo istituito anni addietro. Commisi un errore; ed anche se io e Derek non abbiamo mai dibattuto tale questione né pubblicamente né priva-

tamente - e nemmeno pranzammo insieme, cosa che ci eravamo ripromessi di fare nondimeno ho peccato, e dunque riesamino, rivaluto, e conseguentemente rendo le elargizioni trattenute.

Non c’è nemico, ma solo il principio americano della libertà d’opinione; il lottare contro un nemico inventato è insensato; il lottare per noi stessi e l’un per l’altro è costruttivo, è condivisione, altresì nota come amore. Permettetemi di congedarmi con il pensiero sul quale noi tutti fino a lunedì dobbiamo meditare, rimediare, rivalutare, al fine di vedere cambiata l’iscrizione celeste. Provateci, ne vale la pena. E, come diciamo, shana tovah, buon anno, e hatimah tovah, buona iscrizione. Dio vi benedica. © The American Scholar


mondo

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Ammissioni. Al decimo congresso del partito, il primo ministro accusa la «sconsideratezza» degli Usa

Scorta per l’ex premier

di Francesca Mereu

Giappone, il serial killer della politica

Putin: «Anche noi in crisi» MOSCA. Tutti attendevano il colpo di scena. Invece al decimo congresso del suo partito Russia Unita, il potente primo ministro Vladimir Putin parla della crisi dei mercati e riassicura i russi che la loro economia sarà ancora più forte. E promette, inoltre, che non si ripeteranno quei collassi finanziari che avevano scosso il paese dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Discorso inaspettato: nei corridori del Cremlino e della Casa Bianca (sede del governo) da giorni circolavano voci secondo cui Putin si sarebbe dimesso da premier e sarebbe diventato membro di Russia Unita (ora è leader, ma non membro del partito), per evitare che la crisi economica facesse crollare la sua pur sempre fortissima popolarità. Le voci si sono scatenate dopo che, il 5 novembre, il presidente russo Dmitry Medvedev aveva proposto una revisione della Costituzione per allungare il mandato presidenziale da quattro a sei anni. Un cambiamento visto da molti come parte di un piano per riportare Putin al potere. Anche lo speaker della Duma e leader di Russia Unita, Boris Gryzlov, aveva promesso mercoledì «sorprese» al congresso del partito, che controlla 315 dei 450 seggi della Duma. Ma Putin, serio e severo come sempre, usa il bianco podio del congresso per dimostrare ai russi che anche in questi tempi difficili è lui – e non Medvedev -- il vero leader. Il discorso di 45 minuti di Putin, preceduto dall’inno nazionale e spesso interrotto da ovazioni e applausi, ha fatto scomparire del tutto la breve apertura di Medvedev.

mo accumulato significative riserve finanziarie - sottolinea - che ci danno un importante margine di manovra per mantenere fermi gli indici macroeconomici ed evitare pesanti sbalzi del rublo».

Mercoledì la Banca centrale ha detto che - dei 97,6 miliardi di dollari bruciati dalla crisi - 57,5 sono andati a difesa del rublo. Putin ha ammesso, inoltre, che la crisi potrebbe lasciare migliaia di russi senza lavoro, ma aggiunge che il sussidio di disoccupazione sarà aumentato di 1,500 rubli fino ad un massimo di 4,900 rubli (140 euro circa). Sul fronte internazionale, invece, il premier annuncia con orgoglio che la Russia darà al Fondo monetario internazionale un miliardo di dollari da aggiungere alle riserve destinate ad aiutare i paesi colpiti

dalla crisi. La Russia darà un prestito di due miliardi di dollari alla Bielorussia e dei prestiti alla Cina e all’India per incoraggiarle a comprare prodotti russi. «Putin dice Yuri Korgunyuk, analista del think tank Indem - ha parlato come se fosse lui il capo dello stato e come se tutto il peso della crisi economica giacesse sulle sue spalle e che senza di lui niente si muove nel nostro Paese. Ha parlato finalmente delle crisi economica, ormai non la può più negare. La gente non riceve gli stipendi, le banche crollano, ma ora sappiamo che tutto è sotto il controllo del nostro leader nazionale. Sotto il suo controllo e non quello del presidente», aggiunge Korgunyuk con ironia. Putin, 56 anni, è rimasto al centro del potere anche dopo aver lasciato a maggio la poltrona del Cremlino al suo delfino Med-

Per la prima volta, il governo ammette il crack. Ma promette incentivi e fondi statali per imprese e privati in difficoltà economiche

Il miscuglio di affermazioni radicali e piani dettagliati volevano assicurare quelle migliaia di russi che a causa della crisi hanno perso l’impiego che lui stava lavorando per superarne le conseguenze. La Russia, anzi, «uscirà più forte e più competitiva» che mai dalla crisi, afferma Putin. È la prima volta che il premier ammette che anche il suo Paese è stato colpito dalla crisi dei mercati internazionali, da quella crisi che lui aveva definito qualche settimana fa causata dalla «sconsideratezza» degli Usa: «Il basso costo del denaro e i problemi delle ipoteche negli Stati Uniti hanno causato una reazione a catena, che ha paralizzato il sistema finanziario globale e causato sfiducia nei mercati». Putin assicura inoltre i cittadini -- che ancora ricordano i collassi finanziari del 1991 e del 1998 e l’improvvisa svalutazione del rublo che aveva trasformato in spiccioli i loro risparmi -- che si farà «di tutto per evitare cha la cosa si possa ripetere. Difenderemo difeso a tutti i costi i risparmi dei cittadini». «Abbia-

A lato, giovani festeggiano il Giorno della Russia. La manifestazione è appoggiata dal premier Putin (sopra) vedev, 43 anni. Molti qui credono che i potenti gruppi di potere del Cremlino potrebbero persuadere Medvedev a dimettersi per lasciare il posto a Putin.

Che, con l’estensione del mandato presidenziale a sei anni, regnerebbe per ben 12 anni. «Non ho dubbi che Putin sarà il nostro futuro presidente. La campagna di propaganda elettorale è già iniziata, anche la crisi economica viene usata per tale scopo, come abbiamo sentito oggi», sostiene Vladimir Pribylovsky, il direttore del think tank Panorama.

di Massimo Fazzi a crisi finanziaria colpisce anche il Giappone, e a farne le spese sono più di tutti i membri della classe politica nazionale. Soltanto che questa volta le teste non cadono in senso figurato, ma letterale. C’è infatti ormai la certezza che, dietro alle tre aggressioni ravvicinate di uomini politici avvenute a Tokyo nei giorni scorsi, ci sia la mano di un serial killer. Seriamente intenzionato a punire i responsabili del crac del sistema pensionistico del 1988, uno degli scandali più eclatanti nella storia del Paese del Sol Levante, che oggi reclama nuove vittime proprio a causa della crisi finanziaria internazionale. Tutte le vittime delle aggressioni, due decedute e una in fin di vita, sono infatti collegate direttamente al ministero della Sanità e del Welfare, uno dei dicasteri più attaccato dall’opinione pubblica giapponese perché ritenuto incapace di uscire dal dissesto economico che ogni anno si traduce in una riduzione delle pensioni. Il vice ministro della Sanità Takehiko Yamaguchi, 66 anni, è stato ucciso a coltellate insieme alla moglie Michico, 61 anni. Yasuko Yoshihara, 72enne moglie dell’ex vice ministro della Sanità, è ricoverata in prognosi riservata. E la polizia teme di sapere il nome del prossimo bersaglio: Junichiro Koizumi, ex primo ministro e capo del Welfare negli anni incriminati. La polizia, va detto, non ha collegato subito le aggressioni alla politica: il primo agguato, avvenuto martedì scorso, aveva fatto pensare a una rapina finita male. Ma l’evidente filo rosso che unisce le vittime e i nuovi particolari del modus operandi del serial killer hanno reso evidente la verità: si tratta di qualcuno che cerca di farsi giustizia. Con ogni mezzo, armi comprese.

L


mondo talebani? Non hanno sbagliato tutto, anzi. Il loro modo di combattere il crimine nell’Afghanistan degli anni ’90 – squassato da guerriglie e povertà – è visto ancora oggi con rimpianto dal Paese, che ora chiede al suo governo di tornare a uccidere in piazza chi infrange la legge. La società civile afgana, incoraggiata dalla condanna a morte comminata dal presidente Hamid Karzai a sette criminali rei confessi, chiede infatti in questi giorni un ritorno alle esecuzioni pubbliche “marchio di fabbrica” del regime degli “studiosi del Corano”. Alla base, la convinzione che un’esecuzione pubblica è più incisiva e ha un reale effetto deterrente su chi si dedica alla criminalità. Secondo diversi gruppi – laici e religiosi – di cittadini, infatti, il corrotto sistema giudiziario di stampo occidentale non dà alcuna garanzia sull’effettiva punizione di chi commette reati. Sempre più spesso, infatti, i signori della droga e i killer della criminalità organizzata riescono a evitare il carcere grazie a bustarelle e intimidazioni ai danni dei giudici. E gli afgani, stanchi di questo stato di cose, hanno accolto con entusiasmo il ritorno al patibolo.

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I

Un editoriale apparso ieri su uno dei maggiori quotidiani nazionali titola “Grazie, signor presidente” e si appella al governo affinché «riprendano al più presto le esecuzioni capitali, unica strada per fermare veramente il cancro che divora il nostro Paese». Un Consiglio femminile di Kabul – una delle strutture che organizza la vita e le attività delle donne della capitale – è andata oltre: in una lettera aperta al governo chiede il ritorno alle impiccagioni (al posto delle fucilazioni), che «devono essere eseguite davanti al maggior numero di persone possibili». Da parte sua, Karzai ha risposto di non poter prendere in tempi brevi una simile decisione ma – parlando a

Islam. L’impiccagione pubblica era stata introdotta dai talebani: serviva a terrorizzare la popolazione

A Kabul ritorna l’esecuzione in piazza di Vincenzo Faccioli Pintozzi un gruppo di giornalisti – ha ammesso di «pensare a un’esecuzione esemplare per quei criminali che hanno sfregiato con l’acido alcune studentesse di Kandahar due settimane fa».

Una presa di posizione netta, ha aggiunto, «verrà soltanto dopo un consulto con la Corte Suprema e con le autorità religiose. Accetterò il ritorno alle esecuzioni pubbliche soltanto dopo loro un parere positivo: da parte mia, penso che punire

in maniera esemplare chi commette atti così barbari possa avere un suo valore». La presa di posizione si è guadagnata il plauso della jirga – il Consiglio religioso – dell’Afghanistan occidentale, che in un documento ufficiale chiede al governo di tornare a «educare i criminali». Farooq Hussaini, portavoce della jirga, spiega: «Soltanto in questo modo si potrà tornare a mettere paura nel cuore dei criminali e di coloro che pensano a infrangere la legge. Automaticamente, i crimini diminui-

to sbagliato». Mohammed Naiem, che vive nella capitale da tutta la vita, segue con favore il dibattito. La morte in strada, dice, «ci dà la certezza che la condanna e la punizione sono state eseguite. Se si continua a fare tutto di nascosto, è possibile e probabile che qualcuno sfugga alla sua sorte. Oppure, alternativa preoccupante, che vengano commessi omicidi in carcere mai ordinati dalla magistratura. Insomma, qualcuno che si fa giustizia da solo». Per Ahmad Zia, impiegato

sto non toglie che l’idea è buona, e può essere portata avanti. La comunità internazionale sa che il tasso di crimini che affligge il nostro Paese è in costante aumento. In special modo rapimenti, omicidi e atti di terrorismo aumentano di giorno in giorno».

Al momento, sono circa 120 le sentenze capitali in attesa di essere vidimate da Karzai. Eppure, l’Unione europea, le Nazioni Unite e la Norvegia hanno criticato le ultime. Navi Pillay,

Il Corano insegna che la pena capitale deve essere eseguita davanti a un consesso di persone, in modo che i presenti possano imparare dalla punizione e siano stimolati a non seguire l’esempio di chi sta morendo ranno». Per Aiaz Niazai, imam di una delle maggiori moschee di Kabul, l’Afghanistan ha bisogno di una misura del genere «oggi più che mai. Il Corano insegna che la pena capitale deve essere eseguita in un consesso di persone, in modo che i presenti possano imparare dalla punizione e siano stimolati a non seguire l’esempio di chi gli sta morendo davanti».

In alto, una manifestazione contro la pena di morte in Iran e Afghanistan organizzata da Amnesty International. Al momento, sono sconosciuti i dati esatti delle esecuzioni che avvengono nei due Paesi. Sopra, il presidente afgano Hamid Karzai

Il fatto che questo tipo di esecuzione sia stata introdotta dal regime talebano, aggiunge, «non vuol dire nulla, o tanto meno lo rende negativo. Noi non pensiamo che tutto quello che è stato fatto da loro sia sta-

governativo, il problema deriva da 30 anni di guerra e sofferenza: «Hanno prodotto nel nostro Paese l’impressione che soltanto la forza sia un deterrente per tutti i problemi».

E questo è un pensiero condiviso «soprattutto negli strati più bassi di una popolazione al 90 percento senza educazione scolastica. È come un confronto fra animali, in cui lo Stato deve indossare la maschera della bestia più forte». Il vice ministro alla Giustizia, Mohammad Qasim Hashimzai, ritiene che la questione «non deve essere ridotta a una prova di forza dell’esecutivo. Ma que-

responsabile Onu per i diritti umani, punta il dito contro l’altissimo rischio di uccidere degli innocente dopo un processo sommario. Questa, dice, «è una pratica sempre più comune in tutto l’Afghanistan, non soltanto nelle aree remote». Non manca poi chi ritiene questo dibattito “populista”, incoraggiato da un esecutivo in calo di popolarità. Per Sam Zarifi, direttore della sezione Asia di Amnesty International, «Karzai cerca di aumentare la sua popolarità con un’idea barbara. La verità è che si cerca in tutti i modi di nascondere il più grave fallimento del governo: quello nella lotta alla criminalità».


cultura

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Un quadro una storia. L’autore movimentista di Ritmi veneziani, Bacio a Venezia e Ritratto psicologico dell’aviatore

Rifondazione futurista Il pennello elettrico e l’aeropittura di Fortunato Depero, marinettiano doc di seconda generazione di Mario Bernardi Guardi l 20 febbraio 1909, sulla prima pagina del Figaro, esplode il “Manifesto futurista”. Il Dinamitardo si chiama Filippo Tommaso Marinetti, è italianissimo, ma tutti lo conoscono come l’“Aegyptien”. E’ nato infatti trentatre anni prima ad Alessandria d’Egitto, figlio di un famoso avvocato, che in quattro lustri di permanenza nella terra dei Faraoni ha moltiplicato le sue sostanze. Il nostro giovin signore - aspetto gagliardo, occhio incendiario,“baffo elettrico” - ha la fama di sciupafemmine, ma possiede anche i titoli per ben figurare tra gli intellettuali, dato che scrive sia in italiano sia in francese con una prosa vivace e geniale, e inoltre, qualche tempo prima, a Milano, ha fondato una rivista, Poesia, tutta fremiti creativi e suggestioni innovative. C’è voglia di futuro, c’è voglia di “futurismo”. Ed ecco che il “Manifesto” - figlio di questa passione - viene a scaldare la gelida notte parigina. E’ un battesimo ed una deflagrazione.

I

rose e fumanti, dei ponti che solcano i fiumi. «Last but not least», dichiarano il loro disprezzo per le donne, ma sarebbe meglio dire che non vogliono né fidanzate né mogli né amanti troppo appiccicose tra i piedi. Né vogliono sdilinquimenti sentimentali al chiaro di luna, anzi il chiaro di luna lo vogliono far fuori e programmaticamente. Infatti, il secondo manifesto marinettiano (aprile 1909) incita a chiare lettere «Uccidiamo il Chiaro di Luna». E se bisogna uccidere il Chiaro di Luna, bisogna scagliarsi contro tutto ciò che è «fradicio di romanticismo», dunque contro «Venezia passatista». E’ quel che si legge nel

vecchi palazzi crollanti e lebbrosi (…). Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata». Ma davvero i futuristi sono tutti assassini della Venezia romantica, languida, sognante? Beh,

Fortunato Depero, marinettiano doc di seconda generazione, non fa certo parte di questa banda di killer iconoclasti. Provare per credere. Andando a Venezia, sì proprio nella Venezia «estenuata e sfatta da voluttà secolari», a visitare la Mostra che espone al Museo Correr (fino al 1 marzo 2009, Catalogo Electa, a cura di Maurizio Scudiero, pp.126, euro 28) le opere della Collezione Fedrizzi. Ben 95 “pezzi”deperiani: una gran festa di matite, “Manifesto” lanciato il 27 aprile inchiostri, chine, olii, tempere, acMa cosa vogliono Marinetti e la 1910: «Noi ripudiamo l’antica Vene- querelli, carte, cartoncini, collage, sua compagnia di bombaroli (Boc- zia estenuata e sfatta da voluttà se- manifesti, intarsi e tarsie, tutti insiecioni, Carrà, Severini, Palazzeschi, colari (…). Ripudiamo la Venezia me appassionatamente a celebrare Folgore, Balla, Buzzi ecc. ecc.)? Ro- dei forestieri, mercato di antiquari la“modernità”nella variegata“lettuvesciare il mondo, come ogni buon falsificatori, calamita dello snobi- ra” dell’artista trentino. Ma senza rivoluzionario che si rispetti. Intan- smo e dell’imbecillità universali, far scempio del passato. Dunque, la to partono all’assalto della terra e letto sfondato da carovane di Città di San Marco “c’è”ed è un’icodel cielo, proclamando e provocan- amanti, semicupio ingemmato per na che accarezza e seduce l’immado. Inneggiano al pericolo, all’ener- cortigiane cosmopolite, cloaca ginario con un copione “d’antan”. gia, alla temerarietà, al coraggio, al- massima del passatismo (…). Af- Anche se scritto con un linguaggio l’audacia, alla ribellione; celebrano frettiamoci a colmare i piccoli ca- nuovo. La prima opera Ritmi veneil movimento, l’insonnia, il passo di nali puzzolenti con le macerie dei ziani è del 1924 ed è una tarsia di corsa, il salto mortale, lo stoffe colorate. Omaggio, schiaffo e il pugno; esaltadunque, alla tradizione della no la velocità; incitano il Serenissima e ai suoi viaggi poeta a farsi portatore di di mare in mare per slanci primordiali; esaltascambiare quei tessuti Fortunato Depero nasce nel 1892 a Fondo, nella Val di no, in una vigorosa sintesi preziosi che sfolgoraNon, ma ancora giovanissimo si trasferisce a Roveredi Nietzsche e Sorel, la belvano nelle vesti dei to, dove frequenta la Scuola Reale Elisabettina. Nel lezza della lotta; glorificano Dogi e delle Dame. 1914 rimane colpito dalla mostra di Umberto Bocciola guerra e il paRitmi veneziani è un ni a Roma, dove conosce molti dei suoi “idoli”, triottismo, ma anarazzetto di medie tra cui Giacomo Balla e Filippo Tommaso che il gesto didimensioni, ma le Marinetti. Nel 1915 assieme a Giacomo Balla struttore dei liberimmagini, pur circoscrive un manifesto divenuto poi fondamentatari, insomma tutti scritte, hanno un’interle: “Ricostruzione futurista dell’universo”. Nel gli ideali per cui si na dinamica, giocano 1951 lancia il suo manifesto sull’arte nucleare è pronti a creare, a col movimento e col coloe, nel 1955, entra in polemica con la Biennale distruggere, a more. Sovrana la gondola, sfacdi Venezia, accusata di censurare lui ed il furire; chiudono in soffitta le ciatamente gialla e rossa coturismo dopo il 1916 (anno della morte di Boccioni). impolverate bellezze classime una caramella di zucReplica con la pubblicazione di un libello (“Antibienche, in nome del progresso, chero filato, trionfante sul nale”) dove contesta ed anticipa quelle che saranno le della macchina, dell’elettribanchetto di una fiera di tendenze della critica sul futurismo di lì a molti anni. cità, del fervore notturno paese. Non ci sono presenze Nel 1959 inaugura a Rovereto il Suo Museo. Muore degli arsenali, dei piroscafi, umane, ma è possibile inpoi a Rovereto nel 1960. delle locomotive, degli aetuirle, cullate dalla laguna, roplani, delle officine fragosullo sfondo notturno, nella

Insieme con Balla e Prampolini, nel 1915 firma il noto “Manifesto movimentista” per annunciare la «ricostruzione futurista dell’universo»

l’autore

cornice policroma, mentre le lanterne, intrecciate con gli attracchi dei canali (che da pallidi ed evanescenti diventano anch’essi colorati dolciumi da festa patronale), modellano una sagoma mobile e sfrangiata di raggi argentei e azzurri. Nella seconda opera, Bacio a Venezia, Depero ci dona un “paesaggio con figure”. Lui, capigliatura scolpita con tirabaci pendulo, occhio extra-vagante-estatico, braccio prensile, canottiera e sospensorio, abbraccia lei, capelli riccioli, analogo occhio extravagante-estatico, elegante fermaglio, abito fasciante e sobria scollatura. Marionette? Sì, ma anche archetipi di Venezia eterna. Riveduti, ma non troppo corretti, da una mano futurista che li incornicia sotto un sospirante ponte. Dove approdano gli amanti, grazie a una complice scalinatella, sigillando con un bacio l’atteso incontro. Lo accarezzano onde verdi-azzurre e complici lanterne lo illuminano.


cultura

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Tra le diverse e significative opere di Fortunato Depero: a sinistra “Festa della sedia” e, sotto, “Case alpestri in blu”. A destra, “Ritmi veneziani” e, sotto, “Danza di diavoli”. In basso a destra, “Uva e vino attraverso i tempi”

felice. Non tanto perché gli yankee associno futurismo e fascismo, quanto perché del buxus vengono richieste quantità industriali, mentre nella sua Casa d’Arte Futurista, a Rovereto, Depero può contare su un solo operaio che a malapena riesce a realizzare una decina di pannelli al mese.

L’olio fu dipinto tra il 1944 e il 1946, e cioè in anni difficili. Per l’Italia tutta, è vero, ma in modo particolare per quella dei “vinti”. E Depero non solo stava “dalla parte sbagliata”, ma aveva messo la sua scelta nero su bianco nel fascistissimo libello A passo romano uscito nel ’43. Le conseguenze? Solitudine ed emarginazione, umiliazioni e ristrettezze. I quadri che si fanno, ma non si vendono: primo perché Depero è “fascista”, secondo perché le sue opere non piacciono o non piacciono più. Ragion per cui il (non troppo) Fortunato ritenta quella “carta americana” che dieci anni prima gli era stata favorevole. Grazie al “buxus”, un materiale a base di cellulosa con cui, ricorda Scudiero, «aveva prodotto una serie di oggetti, mobili e pannelli decorativi finemente intarsiati con motivi ornamentali (pesci, aragoste, zebre, pinguini) che erano stati presentati (e premiati) alle principali mostre di artigianato sul finire del decennio». Ma la seconda avventura americana non ha un esito

Dunque, “ritorno alla patria”. E ritorno amaro. Per la critica, faziosa e astiosa, il Futurismo nasce nel 1909, col “Manifesto”, e muore nel 1916, con la scomparsa di Umberto Boccioni. Il resto è degenerazione e propaganda. Robaccia fascista, insomma. E poco importava se «questo secondo Futurismo fosse stato quello che, di fatto, aveva portato l’Arte nella vita, uscendo da pittura e scultura per occuparsi di pubblicità, teatro, arredamento, architettura, nuova tipografia ecc.». Abbasso i fascisti,“ergo” abbasso i futuristi: e chi se ne frega se i capolavori del Futurismo vanno all’estero, se Depero deve vendere gran parte delle sue opere ai collezionisti perché i musei pubblici non le vogliono, se gli impediscono di partecipare alla Biennale del 1952 perché non può inviare opere anteriori al 1916, «anno ritenuto come chiusura “inderogabile”del movimento futurista». Mentre invece è proprio a partire da quell’anno che il Futurismo esce da gallerie e musei - che peraltro aborriva - per entrare nella vita quotidiana. Come più volte ribadisce Scudiero, facendo riferimento ai lavori di Enrico Crispolti che, documenti alla mano, sul finire degli anni Cinquanta, pone in luce come i futuristi che vennero dopo la fatidica data della morte di Boccioni «furono, forse, più futuristi dei primi». Non è forse vero, infatti, che Marinetti voleva portare l’Arte nella Vita? E che il primo Futurismo, “serate futuriste” a parte e al di là degli intenti programmatici onnipervasivi e delle indubbie provocazioni messe a segno contro i ben pensanti, giocò soprattutto le carte della pittura, della scultura e della letteratura? E che invece furono le

nuove generazioni futuriste - sì, proprio quelle che erano scese a tumultuare nelle piazze interventiste, e che poi erano andate sugli insanguinati campi di battaglia, e che di nuovo erano tornate nelle roventi piazze del dopoguerra per impegnarsi in una rivoluzione politica e culturale - a far esplodere la loro creatività in ogni possibile aspetto e oggetto della vita, dalla pubblicità all’arredo, dalla moda all’architettura, andando in giro per le strade, per i ristoranti, per le stazioni, per gli aeroporti, entrando nelle redazioni dei giornali, nei teatri, nei cinema, insomma assaltando la Città per riplasmarla, per trasformarla? Ebbene, Depero è uno di questi “guastatori”. Con tanto di “imprimatur” bocconiano nell’anno 1914. Con tanto di “Manifesto movimentista”, firmato insieme a Balla e a Prampolini nel marzo 1915, per annunciare la «ricostruzione futurista dell’universo». Ragion per cui Fortunato, «fedele alla linea», che è poi quella di una modernità “leonardesca”turbinosamente innamorata del fare, del plasmare, del costruire ecc., fa di tutto e di più. Occupandosi dei costumi e delle scene per Il canto dell’usignolo musicato da Stravinskij; curando, insieme al poeta svizzero Gilbert Clavel la coreografia dello spettacolo Balli plastici messo in scena nell’aprile del 1918 al romano “Teatro dei Piccoli”; inaugurando l’anno dopo a Rovereto una Casa d’Arte Futurista dove produce arazzi, cuscini, manifesti, copertine, bozzetti pubblicitari, mobili, soprammobili, lampade; esponendo a Viareggio insieme a de Chirico e a De Pisis; facendo proget-

tazione grafica per le maggiori industrie dell’epoca a partire dalla Campari (l’omino, tutto geometrie triangolari, ma con una tradizionale tuba sul capo, che beve il Campari Soda è del 1926). Poi, dal 1928 al 1930, c’è la prima esperienza newyorchese: un vero e proprio vortice inventivo nei settori della pubblicità, del teatro, della moda. Con centinaia e centinaia di bozzetti per riviste come Vogue, Vanity Fair, Movie Makers. Lo sperimentalismo futurista è continua, febbrile tensione; e nell’ottobre-novembre del 1931, Depero firma, insieme a Marinetti, Balla, Benedetta (la moglie di Tom), Dottori, Fillia,Trampolini, Semenzi e Tato, il “Manifesto dell’Aeropittura”. Punto primo: «Noi futuristi dichiariamo che le prospettive mutevoli del volo costituiscono una realtà assolutamente nuova e che nulla ha di comune con la realtà costituita dalle prospettive terrestri». Punto sette: «Ogni aeropittura contiene simultaneamente il doppio movimento dell’aeroplano e della mano del pittore che muove matita, pennello o diffusore». Depero è «un montanaro con i piedi piantati per terra», ma nove anni prima, memore del dannunziano “volo su Vienna” con lancio di manifestini tricolori, ha volato su Torino, con l’amico Azari alla guida del velivolo, per pubblicizzare la sua mostra al Winter Club. Una pioggia di volantini sulla città e uno dei primi esempi di pubblicità aerea. Dopodiché ha raffigurato Azari in un olio su tela intitolato Ritratto psicologico dell’aviatore. Su uno sfondo in cui il fumo delle ciminiere si trasforma prima in grigio-azzurro, poi in verde, infine in un’esplosione di giallo solare, trapassato da un aereo, Depero raffigura un aviatore che indossa una divisa grigio-argentea simile a un’armatura e tiene tra le dita inguantate di nero e simili ad artigli, una grossa sigaretta bianca. Accanto, separato da un muretto-parallelepipedo su cui l’uomo dell’aria poggia l’altro braccio, un alter ego- uomo di terra vestito con un elegante smoking, impegnato a corteggiare una bella fanciulla - spacco sulla gonna, calze nere, scarpe col tacco, cuore rosso dipinto sul petto.

Dal 1928 al 1930, c’è la prima esperienza newyorchese: un vero e proprio vortice inventivo nei settori della pubblicità, del teatro e della moda

Viene da pensare che sia un ritratto dell’uomo futurista: uno, duplice e plurale. Come, in fondo, lo era lo stesso Depero che si immerge nella Babele metropolitana e nei grattacieli di New York, e poi torna a boschi e montagne del Trentino. Perché nella vita c’è “tutto”. Ventura e sventura del guerriero comprese. E compreso il tempo perduto e poi ritrovato di un artista/ protagonista del Novecento.


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l trionfo di Barack Obama alle elezioni presidenziali americane avrà pure lasciato indifferenti le Borse mondiali, ma tra i vip della pop music americana ha innescato un’esplosione di euforia senza precedenti.Tanto genuino, sfrenato entusiasmo non s’era mai visto: neppure ai tempi di Bill Clinton, il baby boomer che suona il sassofono, va matto per i Fleetwood Mac e ha chiamato la figlia Chelsea prendendo ispirazione da una canzone di Joni Mitchell. Anche Obama, giovane, colto e raffinato, è vicino a quel mondo e vanta ottimi gusti musicali, con una spiccata predilezione per il jazz di John Coltrane e Miles Davis, il pop soul di Stevie Wonder e le canzoni di Bob Dylan. Ma soprattutto incarna la speranza (l’utopia?) di un radicale voltar pagina, l’idea improvvisamente sostenibile di un’America incline al dialogo più che alla guerra, alla costruzione di un futuro più che alla difesa impaurita del presente.

va Grande Depressione. The Promised Land, da rileggere oggi come denuncia di chi, «per brama di potere e di denaro» (parole sue), ha frantumato il sogno americano. The Rising, per testimoniare la volontà di riscatto di una nazione e il desiderio di rinascita dalle ceneri dell’11 settembre 2001: canzone manifesto, quest’ultima, prontamente adottata anche dall’entourage obamiano, che l’ha diffusa a tutto volume dagli altoplarlanti del Grant Park di Chicago subito dopo il primo discorso da presidente di Barack.

I

Dopo il voto, il più lesto a reagire è stato come sempre William James Adams in arte Will.i.am, leader del gruppo multietnico dei Black Eyed Peas e cantore ufficiale del neopresidente dai tempi di Yes We Can, il tormentone rap imbastito intorno al più celebre slogan del senatore afroamericano che è anche diventato un video cliccatissimo suYouTube ( in rete sarebbe stato visto più di 18 milioni di volte). Con quella esplicita scelta di campo, tra l’altro, Will.i.am s’è anche inventato un modo nuovo di comunicare: una canzone da condividere e non da vendere, nata per Internet e non per le radio, per mobilitare l’opinione pubblica e non i consumatori, per volontà autonoma dell’artista e senza il coinvolgimento della sua casa discografica. Erano appena iniziati i conteggi delle votazioni presidenziali e lui, annusando l’aria che tirava, era già al lavoro in studio su un nuovo pezzo significativamente intitolato It’s A New Day, è un nuovo giorno. Riportando la musica, nell’era elettronica, a quel che era ai tempi dei cantastorie, uno strumento per raccontare e commentare i fatti in tempo reale come fanno i quotidiani e i notiziari televisivi. Mentre nell’establishment musicale i repubblicani raccolgono briciole di consenso (giusto qualche cantante country paladino dei valori tradizionali, o il trucido hard rocker Ted Nugent accomunato a Sarah Palin dalla passione per i fucili e per la caccia), Obama incassa un mare di consensi. Persino l’introverso Thom Yorke, icona antidivistica dei Radiohead, non ha

Musica. Tutti gli artisti che hanno “cantato” il nuovo presidente Usa

Note prêt-à-porter per Barack Obama di Alfredo Marziano resistito all’impulso di confezionare un omaggio istantaneo al prossimo inquilino della Casa Bianca e a quella che ha definito «una nuova era della politica statunitense», remixando a tempo di record Harrowdown Hill, un brano già incluso nel suo album solista The Eraser. Bruce Springsteen, che con i

R.E.M e i Pearl Jam s’era già prodigato inutilmente, quattro anni fa, per sostenere la candidatura di John Kerry, ha fatto molto di più, esibendosi in raduni politico-musicali presso le università dell’Ohio e del Michigan, a Filadelfia e a Cleveland, dove due giorni prima delle elezioni ha raggiunto sul

C’è chi lo celebrava già in campagna elettorale, chi invece immediatamente dopo l’elezione. Da Madonna ai Black Eyed Peas, passando per il “boss” Bruce Springsteen palco il candidato democratico, la moglie Michelle e le due figlie. Ne ha approfittato per presentare una nuova canzone il cui titolo è tutto un programma, Workin’ On A Dream, e che qualcuno indica già come sicura candidata al nuovo album del “Boss”: atteso nei negozi, si dice, intorno al 20 gennaio prossimo e proprio in coincidenza del cambio della guardia in quel di Washington.

In alto, Bruce Springsteen insieme con Barack Obama. Sopra, Will.i.am dei Black Eyed Peas. A destra, dall’alto: Bob Dylan, Madonna, Steve Wonder e i cinque dei Maroon 5

Accompagnato solo dalla sua chitarra e dalla sua armonica, alla maniera dei vecchi folk singer militanti, Bruce ha rispolverato per l’occasione This Land Is Your Land, inno popolare americano a firma di Woody Guthrie, affiancandola ai pezzi più simbolici del suo repertorio. La steinbeckiana The Ghost Of Tom Joad, che getta un ponte tra antica e nuo-

Non tutti i colleghi di Springsteen si sono spesi con la stessa generosità, ma la mobilitazione è stata oltremodo massiccia. Per Obama si sono provvisoriamente riuniti i membri sopravvvissuti dei Grateful Dead, monumenti della controcultura e dell’America hippie degli anni Sessanta, mentre Michael Stipe, impegnato in un tour mondiale con i R.E.M., non ha mai mancato di far conoscere dal palco la sua opinione. Stevie Wonder, Kanye West, i Maroon 5 e gli scozzesi Franz Ferdinand hanno organizzato concerti per raccogliere fondi mentre su Internet Wilco, John Mellencamp, Drive-By Truckers e Fleet Foxes regalavano canzoni invitando i fan a mobilitarsi e ad andare a votare. Persino lo sfuggente Bob Dylan ha pronunciato parole di stima per il giovane candidato, mentre Madonna faceva sapere che la signora Palin non sarebbe stata ospite gradita ai suoi concerti. La grintosa Pink, da parte sua, ha già annunciato che con l’imminente uscita di scena di George W. Bush non avrà più senso cantare sul palco una canzone polemica come Dear Mr. President. Un plebiscito, insomma, un coro unanime di approvazione senza voci in controcanto che lascia in sospeso un unico interrogativo. La musica rock ha storicamente dato il meglio di sé in periodi di turbolenza e come voce dell’antiestablishment: in quel brodo di coltura sono cresciuti Dylan e i Rolling Stones, i Clash e anche i Green Day di American Idiot. Per il bene della musica, c’è da augurarsi che l’idillio con Obama non duri in eterno?


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21 novembre 2008 • pagina 21

Cinema. Inizia oggi con “W.” di Oliver Stone la rassegna piemontese. Ma l’attesa è tutta per la retrospettiva su Roman Polanski

L’inquilino del Festival di Torino di Alessandro Boschi naugurazione eccellente per la 26esima edizione del Torino film festival diretto da Nanni Moretti che avrà luogo da oggi al 29 novembre nel capoluogo piemontese. Sarà infatti Oliver Stone, che presenterà l’attesissimo W., la cui proiezione avverrà oggi alle ore 20 al Teatro Regio, ad aprire le danze. C’è molta curiosità per un film che, al momento, non ha ancora una distribuzione, nonostante gli sforzi dell’ottimo Nanni che, scherzando ma non troppo, ne aveva proposto l’acquisto al Presidente della Warner Bros italiana Paolo Ferrari durante la conferenza stampa di presentazione del festival stesso. Ma molta attesa c’è per la retrospettiva dedicata a Roman Polanski, anch’egli premio Oscar. Questo regista, attore e sceneggiatore polacco naturalizzato francese ha fatto del mondo intero la sua patria, nel senso che a causa di una condanna per stupro, da lui stesso confessata nel 1978, non ha potuto più rimettere piede negli Stati Uniti. Per la cronaca il fattaccio avvenne nella villa di Jack Nicholson. Da allora vive tra la Francia e la Polonia, ma questo vagabondare non gli impedisce di esercitare la professione di regista con profitto non solo commerciale.

I

Polanski è l’esempio di una persona devastata da circostanze che gli hanno sconvolto la vita ma non il talento. L’uccisione, nel 1969, della moglie Sharon Tate (incinta di otto mesi) da parte del folle Charles Manson gli creò non pochi sensi di colpa (forse a causa della realizzazione di Rosemary’s Baby dell’anno prima?), ma non gli impedì di sfornare ottimi film, come il formidabile Chinatown, che ebbe una

nomination all’Oscar, doppiata anni dopo da quella per Tess. Attualmente è sposato con Emmanuelle Seigner, che volle come protagonista del suo Frantic, un thriller con chiari debiti hitchcockiani interpretato da Harrison Ford, al quale fu commissionato il ritiro del già citato Oscar per Il pianista. Ricordiamo che allora, durante i giorni che precedevano la cerimonia dell’Academy Awards, non potendo appunto Polanski recarsi negli Stati Uniti, si riteneva che il premio sarebbe stato assegnato ad altri. Ma così non fu, e il regista bissò il successo già riconosciutogli dal Festival di Cannes. Va detto che Il pianista, come la maggiore parte dei film di Polanski, è un prodotto magari un filo convenzionale ma di ottimo livello. Convenzionalità

“Ciak retrospettivi”, da Che? a Luna di fiele Tra le pellicole più significative di Roman Polanski che verranno proiettate al Torino Film Festival nella retrospettiva dedicata al regista e attore polacco: Les plus belles du monde (Le più belle truffe del mondo), Repulsion, Cul de Sac, The fearless vampire killers (Per favore, non mordermi sul collo), Rosemary’s baby, Macbeth, What? (Che?), Chinatowon, Le Locataire (L’inquilino del terzo piano), Tess, Pirates (Pirati), Frantic, Bitter moon (Luna di fiele), Death and the maiden (La morte e la fanciulla), The ninth gate (La nona porta), The pianist (Il pianista), Oliver Twist. Inoltre, verrà presentato il documentario (in anteprima italiana) RP Wanted and Desired di Marina Zenovich, che ricostruisce la vicenda giudiziaria che nel 1977 vide Polanski accusato di avere avuto una relazione sessuale con una minorenne, conosciuta in occasione di un servizio fotografico per Playboy. Il caso non è ancora concluso a seguito della fuga in Europa di Polanski dopo quaranta giorni di carcere.

Il regista polacco di “Rosemary’s Baby” e “Il pianista” sarà ospite alla kermesse in un incontro-duetto con Nanni Moretti

che a Polanski non è mai peraltro appartenuta. Basti pensare a film come L’inquilino del terzo piano, Il coltello nell’acqua, oppure opere ancora più estreme come Repulsion con una Catherine Deneuve mai così bella e inquietante. A ben guardare la carriera artistica del regista di Cul De Sac ha avuto un andamento parallelo alla sua vicenda esistenziale, nel senso che le inquietudini vissute sono sempre state trasferite sul grande schermo.

È difficile assistere a un suo film e non rimanerne turbati. Come rimanemmo turbati noi incrociandolo durante una edizione di qualche anno fa del Festival di Taormina. Era accanto alla sua compagna Seigner e il contrasto tra la bellezza dirompente dell’attrice francese e quel piccolo essere rinsecchito era abbastanza stridente. Ma poi, osservando meglio la coppia, si capiva immediatamente il perché di quella relazione, del perché due esseri così differenti potessero stare insieme. Polanski sembrava completare alla perfezione la splendida Seigner, conferendole una sicurezza che traspariva dai suoi gesti, sempre misurati, rilassati e in sintonia con quelli del marito. Era come se l’inquietudine

di Polanski diventasse il suo strumento di controllo, quasi di domino sulla moglie. D’altra parte in Polanski niente è convenzionale. Pensavamo infatti che anche quando il suo cinema ha provato a cimentarsi con prodotti appena un po’ convenzionali, la brutalità delle circostanze ha sempre finito con lo sconvolgere i suoi piani. Una commedia deliziosa e intelligente come Per favore non mordermi sul collo, ad esempio. La protagonista era la moglie Sharon Tate, che avrebbe poco dopo fatto la terribile fine che sappiamo. Polanski, per completezza di informazione, ha anche diretto una coproduzione italo spagnola intitolata Che? Tra i protagonisti la splendida Sydne Rome e Marcello Mastroianni, ma anche Nerina Montagnani (la partner di Nino Manfredi nei celeberrimi spot di una marca di caffè) e Alvaro Vitali.

È buffo, parlando di questo grande artista, perché che sia un grande artista è fuori d’ogni dubbio, ci accorgiamo che le notizie, le informazioni, si accumulano nella nostra mente. Come il fatto che Polanski sia grande anche come attore: dimostrazione ne sia la sua performance in Una pura formalità, probabilmente il migliore film di Giuseppe Tornatore. Era sua la parte del commissario, ed era invece di Leo Gullotta la sua voce nell’edizione italiana. Alcuni hanno visto nella storia un parallelismo con il Purgatorio dantesco. Forse anche questo è un segno del continuo e inestinIn alto, la locandina della 26esima edizione guibile dipanarsi del Torino Film Festival. A sinistra, il regista Polacco dell’affaire Polanski e Roman Polanski e, sopra, il regista italiano della sua, Elliot Gould ci Nanni Moretti, direttore artistico della rassegna perdoni, impossibilità di per il secondo anno consecutivo essere normale.


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dal ”the Guardian” del 20/11/2008

Borsellini vuoti per i sudditi inglesi a crisi morde anche nel Regno Unito in una maniera inaspettata. Woolworths la grande catena di distribuzione - giunta alla cronaca qualche tempo fa per il «Lolyta bed», un letto per adolescenti presto ritirato dal mercato - sta disperatamente cercando di mettersi sul mercato per un acquirente che la salvi dal fallimento. Un altro marchio della distribuzione come Marks&Spencer ha ridotto drasticamente i prezzi di tutte le sue merci del 20 per cento, nel tentativo di ridurre le giacenze dell’invenduto che sembrano aumentare di giorno in giorno.

L

Woolworths è in vendita alla modica cifra di una sola sterline, per chi abbia voglia di farsi carico del debito accumulato dalla catena di 800 negozi, sparsi in tutto il Paese. Il clima generala è da ultima spiaggia, tenendo conto che questo genere di commercio concentra il 90 per cento degli introiti nelle 6 settimane prece-

di Julia Finch denti il periodo natalizio. È qui che rastrella il contante necessario per gestire il commercio nel resto dell’anno. M&S ha sempre criticato le politiche di guerrilla sales, un tipo di vendite aggressive che rendevano la concorrenza un confronto su più fronti. Oggi i suoi negozio aprono alle otto del mattino e spesso non chiudono prima di mezzanotte. Anche DSG è caduta nel buco della recessione perdendo in un solo giorno il 31 per cento del su valore in Borsa. Oggi costa quanto, in precedenza, fatturava in dieci giorni di vendita. Il consumatore britannico ha smesso di spendere e comprare, man mano che i venti di crisi cominciavano a spirare. I tre elementi che hanno spinto di più questa tendenza sono stati l’andamento del mercato immobiliare, la disoccupazione e la crescita dei prezzi dei beni d’importazione, in corrispondenza con la caduta di valore della sterlina. Allo stesso tempo le assicurazioni all’import hanno smesso di garantire i contratti, in caso di mancato pagamento della filiera della vendita al dettaglio. Insomma lo smercio di prodotti di qualità, la high street inglese, soffre, soffre talmente che le previsioni sono che «questo Natale sarà il peggiore di molti anni a venire». I fallimenti all’orizzonte sono molti, secondo gli esperti del settore. Soprattutto il campo dell’abbigliamento, nelle ultime due settimane è sprofondato in una crisi letale. M&S non è il primo a ridurre i prezzi in un periodo in cui tradizionalmente si dovrebbe vendere a costo pieno. L’impressione di molti esperti è che si stiano seguendo politiche commerciali ormai fuori bilancio, che servono esclusivamente a limitare le

perdite. Sport Direct, altro protagonista delle vendite al dettaglio del leasure, ha visto precipitare le sue quotazione del 90 per cento in soli due anni. Il prezzo pagato per rilevare le attività di Woolworth sarà solo nominale, ma porterà in dote i 300 milioni di sterline di debiti del gruppo.

È la Hilco ad essersi fatta avanti ed è conosciuta per muoversi solo nei casi disperati, dove i margini di guadagno sono commisurati la rischio. Anche le vendite su internet possono essere state una concausa della crisi, come la concorrenza sull’abbigliamento fatta da alcuni supermarket e dai negozi superspecializzati. Un frazionamento del mercato che in periodi di crisi lascia spiaggiare i giganti del retail. Guardando la blacklist delle assicurazioni sull’import, si possono leggere, oltre il nome della Woolworths, anche quello di Debenhams - magazzini fondati nel 1778, dove trovi dall’abito nuziale al pallone da basket - Currys, Focus, Poundstretcher, Ideal World e TJ Hughes. In breve questo significa che per avere la merce devono pagare in anticipo, una procedura già difficile in tempi di vacche grasse. Figuriamoci ora. È questo uno dei motivi che ha portato Woolworths a cercare aiuto in un partner che potesse rilevare il blocco tutta la catena di negozi. In questo scenario assai grigio ci si aspetta un’ulteriore taglio al costo del denaro. La Banca d’Inghilterra ha lasciato intendere che ci sarà una riduzione più consistente rispetto a quella annunciata un paio di settimane fa. La City è in attesa che il tasso raggiunga la quota del 2,5 per cento, poco lontano dalla soglia del 2 per cento, che sarebbe il livello più basso mai raggiunto del costo del pound di Sua Maestà la regina.

L’IMMAGINE

Olindo e Rosa non sono folli La giustizia non cerchi attenuanti Sul massacro di Erba non vorremmo più dire nulla, né sapere nulla. Lo vorremmo solo dimenticare, ma le cronache giudiziarie sono lì a mostrarci gli occhi e i volti dei due normalissimi mostri. Il processo, naturalmente si deve fare, ma per una volta si potrebbe rinunciare alle attenuanti della follia? Perché in Italia non guardiamo in faccia il male senza doverci nascondere dietro la scienza psichiatrica? Come non accorgersi che si snatura la giustizia e la si priva di significato e di efficacia con il forzato ricorso alla psichiatria. Impariamo a riconoscere il male che alberga nel cuore dell’uomo per quello che è. Gli assassini di Erba non hanno attenuanti. Sono capaci di capire e di volere. Hanno ucciso per questo motivo. Il sistema giudiziario ha il dovere di riconoscere l’uguaglianza dei cittadini e non di considerare gli uomini che sbagliano e che violano la legge come dei cittadini minori o dei folli che devono essere recuperati alla società e all’umanità.

Valeria Nocella - Bari

PERCHÉ IL GOVERNO NON FISSA I PREZZI MEDI DEI CARBURANTI?

PRENOTIAMOCI AL NOBEL PER EVITARE BRUTTE SORPRESE

Tutti gli italiani sono fortemente infastiditi dal fatto che il prezzo dei carburanti schizza subito in alto all’aumentare del petrolio ma, alla sua diminuzione, il prezzo rimane lo stesso o cala con esasperante lentezza di tempi. Sarebbe ora che il governo prendesse l’iniziativa di stabilire dei prezzi medi di base dei carburanti pubblicizzati a tutti gli utenti, che le compagnie poi gestirebbero in concorrenza tra di loro, lasciando la scelta della maggior convenienza ai loro clienti. Così, deriverebbe un costo chiaro, preciso e pubblico sul quale nessuno avrebbe più nulla da obiettare, stabilizzando una volta e per tutte un mercato di importanza assolutamente vitale per il Paese.

Ricercatori italiani hanno scoperto una molecola che sarebbe la chiave di volta nella lotta contro l’Aids. Dovranno passare ancora anni prima di avere la conferma che la cura faccia effetto. Consiglierei però ai ricercatori di iniziare a prenotare il posto in prima fila presso l’Accademia svedese che assegna i premi Nobel. Abbiamo già avuto abbastanza sorprese spiacevoli. Meglio evitare che, anche in futuro, salti fuori qualcuno che si appropri della scoperta e della relativa gloria.

Fabio

Vanna Mazzati Piccoli

POSTE IN ATTIVO MA AUMENTANO I COSTI Mi unisco al coro di coloro che protestano per l’aumento dei co-

Nemici amici come Tom e Jerry Se un antico egizio guardasse questa foto oggi, forse penserebbe che i gatti nei secoli si sono “rammolliti”. Questo gattone ritratto in un giardino a Wuhan, in Cina, infatti, invece di essere aggressivo appare tranquillo e anzi incuriosito dal topo. Per gli egizi il gatto era sacro perché liberava le case e i granai dai piccoli roditori

sti dei conti correnti postali e aggiungo una cosa: le Poste hanno comunicato di aver chiuso il bilancio in attivo. E allora? Per quello che mi risulta quando si chiudono i bilanci in attivo si dovrebbero finalmente diminuire le tasse.

Alberto - Roma

FANNULLONI E CRITICONI La sinistra si offende alle parole di Brunetta. Il ruolo dell’opposizione è solo mera protesta fine a se stessa, che genera immobilità, lassismo e dissesti. Avete sicuramente presente certi uffici della pubblica amministrazione, dove tra caffé e lamenti si fa mezzogiorno, e chi

capita in questi frangenti a chiedere un servizio, rappresenta un disturbo e, spesso, come tale viene trattato. Ho sentito che anche Montanelli disse qualcosa di critico al riguardo, ma lui non faceva parte della destra e per questo non è mai stato criticato.

Bruno Russo - Napoli


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LETTERA DALLA STORIA

Il fiore della vita si scolora così presto! Preparami un migliaio di baci, ch’io verrò stasera a succhiarli dalla tua bocca celeste. O momenti di paradiso! io vi aspetto con tanta ansietà; durate così poco! e poi mi abbandonate di nuovo a questo vuoto terribile, a questa cupa tristezza, a questa dimenticanza di tutto il mondo. O mia filosofessa! tu mi hai tanto commosso ier l’altro con la tua lettera scritta fra i dolori: e veramente hai ragione: il fiore della vita si scolora così presto! E a noi due, mia Antonietta, restano ancora pochi anni; sentiamo troppo; e l’anima ci divora il corpo, mentre ai più dei mortali il corpo seppellisce l’anima. D’altra parte la tua infelice salute, che pur mi ti fa più cara, non ti promette molte ore felici... e a me le disavventure, e la triste esperienza, e la perfidia degli uomini, e la malinconia che mi domina tutte le facoltà, mi avvertono che il tempo del piacere è quasi finito per me. Non importa: noi ci amiamo, e lealmente, ardentemente; non basta? Devo io dirti il mio unico voto?... quando i tuoi sospiri si trasfondono nella mia bocca, e mi sento stretto dalle tue braccia... e le tue lacrime si confondono alle mie... e... sì; io invoco la morte! il timore di perderti mi fa desiderare che la vita in quel sacro momento si spenga in noi insensibilmente, e che un sepolcro ci serbi congiunti per sempre... Ugo Foscolo ad Antonietta Fagnani Arese

ACCADDE OGGI

NON UCCIDERE/1 Togliere la persona dalla vita e “dal teatro del mondo attuale” è l’obiettivo più disumano al quale alcuni tragici fatti sia in Patria sia globali stanno convergendo. Le condanne a morte per fame e sete di Terry Schiavo e di Eluana Englaro. L’eutanasia infantile in Olanda e l’inserimento tra i diritti umani da parte di Ammesty International del diritto all’aborto. La sperimentazione inglese e coreana su clonazione umana ed embrioni chimera in parte umani. Il termine greco-latino di persona, derivato dalla maschera teatrale che identifica e distingue ogni personaggio, assume, grazie al diritto romano, il significato di identità personale di ogni essere umano: irripetibile e indisponibile a violazioni/variazioni altrui. Ma separando l’essere umano dalla sua personalità si regredisce la persona ri(con)ducendola alle sue maschere: coscienza vigile, comunicatività, intelligenza e carattere. È chiaro che una depressione maggiore, una malattia terminale o una deficienza neonatale diagnosticata privano un essere umano di tutte quelle maschere. Riconoscere in ogni essere umano una persona inviolabile e infinitamente preziosa perché irripetibile è l’unico argine per riproporre oggi e in futuro il primo monito del“Non uccidere”senza lasciarlo declinare in “Non uccidere nessuna persona adulta, sana, non moribonda senza il suo consenso, nemmeno se rea confessa e definitivamente provata colpevole del peggiore delitto e nemmeno per eccesso di illegittima difesa”.

Matteo Maria Martinoli - Milano

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

21 novembre 1877 Thomas Edison annuncia l’invenzione del fonografo, un apparecchio che può registrare suoni 1905 Albert Einstein pubblica sugli Annalen der Physik la Teoria della relatività ristretta 1922 Rebecca Latimer Felton presta giuramento e diventa il primo senatore di sesso femminile nella storia degli Stati Uniti 1927 Massacro della miniera di Columbine: 500 minatori in sciopero, alcuni con le loro famiglie, vengono attaccati con le mitragliatrici da un distaccamento della polizia di stato 1934 Ella Fitzgerald fa il suo debutto, all’età di 17 anni, all’Apollo Theater ad Harlem, New York 1953 Le autorità del British Natural History Museum annunciano che il cranio dell’Uomo di Piltdown, considerato come uno dei più famosi crani fossili del mondo, è un falso 1975 Esce il più famoso album dei Queen, A Night at the Opera, dove ci sono canzoni del calibro di Bohemian Rhapsody e Love of My Life

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Francesco Rositano, Enrico Singer, Susanna Turco Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio,

NON UCCIDERE/2 Come si può decidere di togliere la vita ad Eluana Englaro? Come si può pensare di fare propria la volontà di una ragazza che da 16 anni è in coma e che non può esprimersi? Come fa il padre a dire che si batte per la precisa volontà di Eluana? Dice che sua figlia da adolescente le confessò che se le fosse capitata una cosa del genere, avrebbero dovuto staccare la spina. Tutti noi da adolescenti abbiamo detto e fatto cose sulle quali poi con la ragione nel corso degli anni abbiamo cambiato opinione. Non era più giusto lasciarla alle suore che si sono offerte di assisterla, invece di farla morire soffrendo di fame e di sete?

Gianni Chiandroni

ALCUNI GIUDICI DOVREBBERO CAMBIARE LAVORO Ai giudici responsabili della condanna a «ben tre anni» inflitta a chi, ubriaco, ha ammazzato quattro giovani dico che sarebbe meglio che cambiassero lavoro. Una domanda: hanno il coraggio di parlare con i genitori dei quattro morti? Non credo.

dai circoli liberal

L’UNIVERSITÀ VIRTUOSA La settimana scorsa, a Roma, si è svolta una manifestazione organizzata dagli studenti universitari per protestare contro i tagli annunciati dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Al centro della protesta, quindi, la riforma che prevede meno risorse finanziarie, tagli di personale e una drastica riduzione di corsi. Credo che si possa affermare, senza timore di essere smentiti, che qualcosa nelle nostre università non funziona e, a dimostrazione di ciò, ci sono i diversi scandali chiamati “parentopoli” registrati in facoltà diverse e in città diverse oltre a fenomeni legati alla mancanza di “produzione scientifica”e alla presenza di baroni. Aggiungo che è necessario fare le dovute distinzioni, poiché esistono in ambito universitario, centri di eccellenza ed è possibile andare sui siti internet dedicati e valutare le pubblicazioni scientifiche dei nostri docenti. Uno degli addebiti rivolti al mondo universitario è la mancanza di formazione e di ricerca da parte dei nostri docenti. Appare, talvolta, che questi compiti importanti a cui la classe dei “professori” dovrebbe dedicarsi, non siano tenuti in debita considerazione, non vengano percepiti come valori delicati e fondamentali per la nostra società e risultano pertanto soltanto un dovere da assecondare. Al centro dell’attenzione della opinione pubblica c’è, poi, la questione dei concorsi. Come è noto, all’interno della Università vengono indetti “concorsi riservati” che permettono ai cosiddetti assegnisti, assistenti e incaricati di diventare ricercatori o associati. Alcune Università hanno adottato di recente il codice etico, mentre altre già l’ho avevano fatto. Il codice è un elenco di obblighi e doveri che spettano a tutti coloro che compongono il mondo universitario. Nel codice etico (e non deontologico) vi sono regole che, per esempio, non ammettono i favoritismi, che studenti, professori e amministrativi devono rispettarsi fra loro, che non si possono rilevare all’esterno gli atti riservati mentre vanno pubblicizzati quelli che sono pubblici, che non bisogna vendere o comprare esami.Le cronache degli ultimi tempi hanno mostrato, invece, che hanno prevalso interessi personali, favoritismi, abusi di ogni tipo. È necessario, oggi, per una reale inversione di tendenza, prevedere meccanismi di valutazione della produttività scientifica e dell’impegno didattico dei singoli docenti, premiando quelli virtuosi e dando incentivi proporzionati all’impegno e ai risultati di ciascuno. Solo su modelli fondati sul merito la nostra Università potrà rialzare la testa e riavere quella dignità che oggi appare perduta. Francesco Facchini PRESIDENTE PROVINCIALE CIRCOLI LIBERAL BARI

APPUNTAMENTI

Adriana Lampronti – Milano

LA BUONA SANITÀ CATANESE Un mio recente ricovero presso la casa di cura Ernesto Falcidia di Catania mi ha consentito di scoprire un’eccellente professionalità nel settore, dove alla perfezione sanitaria si abbina la delicatezza operativa del personale paramedico. Mi sembra giusto segnalarlo.

Venera Amato – Catania

Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

OGGI VENERDÌ 21 E DOMANI SABATO 22 OTTAVA EDIZIONE COLLOQUI DI VENEZIA PALAZZO CAVALLI FRANCHETTI La nuova America. Come cambierà il mondo dopo l’era Bush. Gli amici dei Circoli liberal sono invitati a partecipare Vincenzo Inverso

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PAGINAVENTIQUATTRO Cinema. Un libro e un documentario celebrano lo storico “Universale” di Firenze

I pomeriggi d’essai dei ragazzi di

SANFREDIANO di Marco Ferrari

era una volta il cinema Universale, Via Pisana, quartiere Pignone, Oltrarno fiorentino, frontiera romantica e bizzarra dove è nata la scuola cinematografica toscana con i vari Roberto Benigni, Leonardo Pieraccioni, Alessandro Benvenuti, Francesco Nuti, Ugo Chiti. Un Nuovo Cinema Paradiso in versione cinica e barbara, palestra di una generazione, quella degli anni Settanta-Ottanta, che dissacrava ogni cosa, dalla pellicola d’autore al film a luci rosse. Se c’era Vacanze romane ecco un ragazzo entrare in sala con una Vespa vera, fare un giretto sino alla prima fila e tornarsene in strada; se proiettavano Gli Uccelli di Hitchcock ecco uno stuolo di piccioni volare davanti allo schermo; se toccava a Scandalo al sole c’era chi mollava rospi e ranocchi tra le poltrone; proiettando qualche film western si sentivano in sala spari di botti e bombe puzzolenti; se c’erano nelle risse nel film, ne scoppiavano inevitabilmente altre tra le file con immancabile arrivo delle volanti.

C’

Prima un libro di Matteo Poggi, Breve storia del Cinema Universale (Edizioni Polistampa), poi un film-documentario di Federico Micali, Cinema Universale d’Essai, presentato in anteprima al Festival dei Popoli con duemila spettatori presenti, ci restituiscono gli umori, i personaggi, gli odori e gli aromi più orientali che toscani di quella composita platea dove volavano battute, scarpe, pugni, cicche di canne e “fragole e sangue” dei ragazzi di Sanfrediano. In quel casino di immagini si incontravano e scontravano intellettuali, studenti, punk, ultras viola, gente del popolo dell’Oltrarno capace di mimare e doppiare in diretta film mitici di Pasolini, Bertolucci, Bergman, Fellini, Allen, come ci raccontano le voci raccolte ora nel film di Micali. Una sala a gettone poiché, con il ciclo “Richieste degli spettatori”, erano gli stessi a frequentatori scegliere la programmazione e magari a studiarsi a casa esilaranti doppiaggi alla fiorentina. Il film più richiesto, anche se mancano statistiche, è stato L’impossibilità di essere normale di Richard Rush con Elliott Gould e Canduce Bergen in linea con lo stato d’anima della platea. La battuta più feroce? Di fronte la famosa scena erotica di Ultimo tango a Parigi qualcuno gridò: «Col burro ci vorrebbero le acciughe!». E il fatto più incredibile avvenne venerdì 17 novem-

bre 1989 durante la proiezione del film La Retata di Mankiewicz quando entrò davvero la polizia e, accendendo le luci, compì una vera e propria retata. Nato nel dopoguerra grazie alla ditta Berni, diventata sala di quartiere nei potenti anni del boom industriale, l’Universale fu un cinema nel cinema, sino alla caduta del Muro di Berlino che coincise con la chiusura e la successiva trasformazione (oggi è un locale notturno alla moda). Un cinema senza bisogno di sale giochi perché il gioco era entrare là dentro e stare al gioco, come sanno gli attori toscani usciti da quel moderno inferno dantesco in celluloide, vedi Giorgio Panariello, Massimo Ceccherini, Alessandro Paci, Carlo Monni e Michele Andrei. Un mondo a sé raccontato oggi dalla cassiera Grazia, oggetto del record mondiale di insulti, il buttafuori Romanone, con cui si è scontrata un’intera generazione di estremisti di sinistra, i proiezionisti e il responsabile dei programmi che avevano l’improbo compito di rispedire indietro la pellicola salva e intat-

Matteo Poggi e Federico Micali restituiscono gli umori, i personaggi, gli odori e gli aromi di quella composita platea dove volavano battute, scarpe, pugni, cicche di canne, “fragole e sangue” ta. Per i figli ingrati dell’Accademia della Crusca, l’Universale ampliò il vocabolario fiorentino includendo termini alla frontiera della legalità lessicale, frutto di un forbito miscuglio tra cinephiles incalliti, sessantottini incazzati, giovanotti arrapati, professori oziosi, ladri di professione e ragazze con un vacuo destino di fronte, a parte le profezie dello schermo.

La “zona franca” dell’Universale, così discosta e lontana dalla Firenze turistica di oggi, non fu mai toccata da un giapponese né da un sonnacchioso benpensante essendo nota, in epoche di contestazioni, come la cattedra della beffa e dell’allegria, trecento persone a sera, tremila battute e una paio di scarpe e lattine lanciate contro lo schermo. Quando passò all’Universale La Rosa Purpurea del Cairo di Woody Allen, narrano le leggende, fu l’unica volta che i protagonisti del film rinunciarono a scendere in sala. Nessuno si stupì e il film andò avanti lo stesso sino alla fine.


2008_11_21