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Oggi il supplemento

MOBYDICK

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

Le polemiche sul ruolo di papa Pacelli nel secondo conflitto mondiale

SEDICI PAGINE DI ARTI di he E CULTURA cronac

La verità su Pio XII: fu il Sessantotto a diffamarlo

di Ferdinando Adornato

A RISCHIO CONSUMI E OCCUPAZIONE Napolitano: evitare inutili allarmismi. Berlusconi: sospendiamo i mercati. Nell’ennesima giornata di crolli avanza la paura: che effetti avrà l’annunciata Grande Recessione?

di Rocco Buttiglione egli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Pio XII godeva di buona, anzi ottima, fama non solo in Italia ma in tutto il mondo e anche nella comunità ebraica. Era il papa che aveva guidato la resistenza morale degli italiani contro la guerra, la resistenza di quelli che non volevano uccidere e non volevano morire. La Chiesa era stata negli anni terribili il punto di riferimento di tutti i perseguitati, l’unico luogo in cui si potesse cercare ancora un ultimo resto di umanità. Pio XII era il papa che con i suoi radiomessaggi di Natale aveva riconciliato la Chiesa cattolica con la democrazia, e fatto una grande catechesi della democrazia senza la quale non ci sarebbe stata forse la grande affermazione delle forze di Democrazia Cristiana né in Italia né in Germania né in altri paesi europei.

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s e gu e a pa gi n a 1 9

I nuovi dati sull’espansione del radicalismo musulmano

Nel mondo ci sono 150 milioni di fondamentalisti islamici

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Il fantasma della povertà

di Daniel Pipes

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alle pagine 2, 3, 4 e 5

Il Presidente sulla riforma dell’editoria

Staff (e futuri ministri) dei candidati

Napolitano: non toccate il pluralismo

Obama e McCain Chi c’è dietro le quinte?

di Errico Novi

di Luisa Arezzo

di Enrico Singer

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, alla “Giornata dell’informazione”al Quirinale ha invitato a «non comprimere il pluralismo» riferendosi alla riforma dell’editoria.

Quali governi preparano McCain e Obama? Abbiamo cercato la risposta nei ritratti delle donne e degli uomini che hanno preparato la campagna elettorale dei due candidati.

L’assegnazione del Nobel per la Pace (al mediatore per il Kosovo, Martti Ahtisaari) ha avuto un corollario paradossale: Ingrid Betancourt aveva già preparato tutto per festeggiare la sua vittoria.

pagina 6

pagina 12

SABATO 11 OTTOBRE 2008 • EURO 1,00 (10,00

Il premio va a Ahtisaari, ma la Betancourt dice: ho vinto io!

Pace, il Nobel vero e quello immaginato

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pagina 14 CON I QUADERNI)

• ANNO XIII •

NUMERO

195 •

WWW.LIBERAL.IT

a distribuzione negli Usa di circa 28 milioni di copie del film documentario Obsession ha suscitato un acceso dibattito in merito ai suoi contenuti. Fra le altre cose, si ricorda quanto da me asserito: «Il 10-15% di tutti i musulmani appoggia l’islam militante». Il Muslim Public Affairs Council ha dichiarato che questa considerazione è «del tutto infondata». Masoud Kheirabadi, della Portland State University e autore di testi sull’islam per l’infanzia, ha detto al quotidiano Oregonian che la mia stima è priva di fondamento. Daniel Ruth, del Tampa Tribune, si chiede come sono arrivato ad avere simili percentuali. «Ha fatto un sondaggio? Cosa significa “appoggia” l’islam radicale? Pipes non offre delle risposte».

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 11 ottobre 2008

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TRE IPOTESI SUL RISCHIO POVERTÀ Mercati a picco, poca fiducia nelle banche, previsioni drammatiche sul crollo dei consumi: gli effetti di quel che sta succedendo in queste settimane, li sentiremo tra pochi mesi. Vediamo come può cambiare la nostra vita

Verrà la recessione e avrà i nostri beni? Il pimo a preoccuparsi per il futuro delle famiglie italiane, nel pieno della bufera di ieri, è stato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Si devono stabilire delle regole di comportamento, anche di comportamento etico, all’interno delle istituzioni di governo dell’economia. Pensiamo alle banche, al sistema creditizio», così ha detto il Presidente in una intervista rilasciata a L’Osservatore Romano, a Radio Vaticana e al Centro televisivo vaticano. Tutti devono avvertire la responsabilità di «non alimentare l’allarmismo», ha aggiunto. A proprio modo, gli ha fatto eco il presidente del Consiglio per il quale «è il momento di comprare Eni e Enel, perché le azioni con quei rendimenti dovranno ritornare al loro vero valore. Dobbiamo essere più forti del panico e della follia: se si hanno delle azioni non bisogna assolutamente venderle, se invece abbiamo dei soldi liquidi io consiglio di comprare quelle azioni che valevano 10 un anno fa e che adesso valgono 2-3-4. E poi ha aggiunto: «Sarò accusato di fare il venditore, ma io credo di fare il mio dovere di presidente del Consiglio per evitare il panico e per dare serenità agli italiani». A contraddire questa indicazione, comunque, lo stesso Berlusconi poco dopo ha ipotizzato una «sospensione dei mercati almeno per il tempo necessario a riscriverne le regole». Idea che, poi, Berlusconi ha ammorbidito: «Era solo un’ipotesi».

Già aumentate del 15,1 a settembre le ore di cassa integrazione

Auto,informatica,turismo: la crisi comincerà così di Enrico Cisnetto o psicologo non basta più. Adesso serve un buon medico. Per settimane, infatti, ci siamo baloccati con la teoria delle “self fulfilling prophecies”, le profezie che si auto-avverano, e che effettivamente sono alla base del panico di Borsa di questi giorni. Ma adesso arrivano anche le conseguenze sui consumi e sulla produzione: e questa volta non saranno i difetti strutturali dell’economia italiana, come la scarsa internazionalizzazione delle nostre banche, a salvarci.

L

Per primo si è messo in moto il “credit crunch”, il nastro trasmettitore che blocca il credito e trasferisce la crisi al settore produttivo. Imprenditori e banchieri sanno benissimo che in questi giorni ottenere credito è diventato impossibile. Le banche sono nel pieno di una “trappola della liquidità”, e anche due giorni fa,

sulle sue tratte europee negli ultimi tempi, mentre negli Usa le principali compagnie registrano vendite dei biglietti in calo quasi del 10%. Un altro settore ad essere pesantemente colpito dalla crisi è quello dell’auto, con conseguenze pesanti non solo su gruppi decotti come General Motors, ma anche su campioni internazionali come Toyota o sulla rediviva Fiat. Le conseguenze reali della crisi, dunque, sono già sotto gli occhi di tutti. E a livello macroeconomico, sono state certificate dal Fondo monetario internazionale, che ha tagliato le stime sulla “locomotiva” Usa (crescita del pil 2009 limata allo 0,1%) per non parlare dell’Italia, ormai in recessione tecnica (pil atteso in calo dello 0,2% nello stesso periodo).

Da noi, le conseguenze possono essere peggiori che altrove: il nostro dissesto è decennale

quando la Bce ha tagliato i tassi di mezzo punto, le conseguenze sull’Euribor sono state pari a zero, e il tasso a cui gli istituti si prestano denaro tra loro è rimasto ai massimi storici. Il secondo tassello arriverà invece tramite un calo generale dei consumi e quindi della domanda globale. Se guardiamo ai crolli di Borsa di titoli come Ibm, Intel, Boeing o Airbus, vediamo che non ci sono timori sui loro fondamentali, solidissimi: ma informatica e turismo saranno due dei primi settori ad essere colpiti dalla crisi dei consumi. Il colosso dei pc Dell ha già fatto sapere che si aspetta un forte calo della domanda da parte dei consumatori nei prossimi mesi. Dal canto loro Boeing ed Airbus, i due leader del settore aeronautico, sono subissati di ordini di cancellazione o (quando va bene) richieste di allungare i tempi di consegna per nuovi aerei. Air France-Klm ha registrato un calo del 2% delle prenotazioni

Nel caso italiano, poi, non regge più la teoria del “tanto peggio, tanto meglio”, e cioè che la

scarsa internazionalizzazione delle nostre banche ci ha in parte aiutato a stare fuori dall’occhio del ciclone. Le conseguenze reali rischiano di essere, al contrario, più pesanti che altrove. Perché si inseriscono in un contesto di declino almeno decennale, con un tessuto di mini e micro imprese patologicamente legate al sistema creditizio. E a confermare la situazione non ci sono solo le previsioni del Fmi. Ci sono, anche e soprattutto, i dati sulla cassa integrazione, le cui ore sono aumentate a settembre del 15,1% rispetto allo scorso anno. E colpiscono tutti i settori, e prevalentemente le regioni più avanzate (Marche +106%, Veneto +46%). Se a tutto ciò si sommano i dati nazionali sulla produzione, scesa del 2,4% da inizio anno, ci rendiamo conto che, nel momento in cui la crisi da finanziaria diventa reale, per l’Italia cade anche l’ultimo alibi. (www.enricocisnetto.it)


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11 ottobre 2008 • pagina 3

Ma, come in ogni depressione, si aprono anche nuove opportunità Il cancelliere tedesco Angela Merkel con il presidente francese Nicolas Sarkozy. A destra, il leader degli industriali italiani, Emma Marcegaglia. Nella pagina a fianco, l’ad della Fiat, Sergio Marchionne

Il nostro tallone d’Achille è la forte dipendenza dalle esportazioni

Ma soffriranno di più Francia e Germania di Gianfranco Polillo arà un rigido inverno. E non solo dal punto di vista meteorologico. Con ogni probabilità – la prudenza è d’obbligo – si manifesterà in quei mesi un primo punto di caduta della crisi. E con essa il passaggio dalla dimensione puramente finanziaria a quella dell’economia reale. Sempre che, nel frattempo, il mercato non avrà risolto i suoi problemi, costringendo le principali banche, coinvolte nell’uragano, a contabilizzare le perdite accumulate. Con la fine dell’anno, le principali istituzioni finanziarie dovranno, al pari di ogni azienda, redigere il proprio bilancio. Saranno, quindi, costrette a certificare, in un prospetto contabile sintetico, sia l’ammontare del proprio patrimonio netto che dei prestiti concessi. Grandezze tra loro correlate dai cosiddetti “ratio”: rapporti predeterminati da regole di carattere internazionali (Basilea due) o comunque soggette alla valutazione sia degli Organi di vigilanza che del mercato.

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complessivi. Determina minusvalenze per i titoli da queste ultime posseduti. Con il crollo delle piazze finanziarie, questa seconda voce diventa la più importante. Se si fossero seguite le regole dei principi contabili internazionali – il cosiddetto market to market – il loro deprezzamento sarebbe oggi insostenibile. Con una caduta che andrebbe dal 30 per cento in poi. Per contenerne gli effetti, si stanno studiando nuove regole contabili. Quei titoli non sarebbero più valutati ai prezzi reali di mercato, ma in base al principio del fundamental value: prezzi di medio periodo che incorporano la “speranza” di un relativo miglioramento. Ma anche con questa accortezza, il valore patrimoniale delle singole aziende è destinato a scendere, riflettendosi negativamente sulla loro capacità di credito.

Quanto durerà? Non ci sono risposte globali: dipenderà dalle caratteristiche dei singoli Paesi

Per rispettare questi parametri le banche si vedranno pertanto costrette a chiedere ai clienti più esposti di rientrare nei limiti di fido concesso e rifiutare gli sconfinamenti, finora tollerati, con conseguente chiusura dei rubinetti del credito. La stretta che ne deriverà sarà tanto maggiore, quanto maggiore saranno le perdite che risulteranno a bilancio: destinati ad incidere, negativamente, sull’entità del patrimonio. Queste ultime sono principalmente originate dall’andamento negativo della borsa, che opera lungo due diverse direttrici. Riduce le provvigioni a favore della banca, che in passato avevano garantito fino ad un terzo dei ricavi

Di quanto sarà la stretta? Difficile dirlo. Dipenderà dal decorso della crisi e dalle caratteristiche dei diversi sistemi finanziari. Sarà più forte in Germania, dove il rapporto tra il patrimonio netto ed il totale dell’attivo è pari al 2 per cento (condizioni di normalità = 8 per cento) ed in Francia: 2,4 per cento. Meno in Gran Bretagna (4,4 per cento) ed ancor meno in Italia: 7,9 per cento. Quando si dice che il sistema finanziario italiano è più solido di quello dei nostri partner europei, si allude appunto, a questa caratteristiche. Che purtroppo non salverà la nostra economia. La sua fragilità ha natura strutturale. Forte è la sua dipendenza dalle esportazioni. E se queste subiranno un freno, com’è probabile, il contagio recessivo diverrà inevitabile.

La spada di Damocle su chi amministra capitali di Carlo Lottieri om’è ovvio, la crisi delle borse avrà notevoli ripercussioni sulla società, a riprova di quanto abbiano torto quanti oppongono finanza e produzione, economia “di carta” ed economia “reale”. Fin da quando l’umanità è uscita dalle logiche dell’autoconsumo, entrando in un’economia di scambio, il credito è un settore di grande importanza. Ed è per questo che le sue difficoltà saranno dolorose per molti.

C

I primi a pagare, ovviamente, sono quanti operano nel mondo bancario, tanto più che in Italia ci si avvia verso un rimescolamento delle proprietà e questo accentuerà la tendenza, già forte, verso la concentrazione. L’intera intermediazione bancaria sta per essere messa in discussione (per saggiare la cosa basta visitare il sito www.zopa.it), ma saranno in particolare quanti amministrano capitali che conosceranno momenti bui. La febbre giungerà poi ad interessare le manifatture. Il rarefarsi del credito interbancario produrrà i suoi effetti e se da un lato è vero – come molti sostengono – che l’economia italiana (basata su piccole imprese) è meno dipendente di altre dai prestiti, sarebbe però ingenuo illudersi di non pagare dazio. La Confindustria manifesta preoccupazioni più che comprensibili e la stessa scelta (sbagliata) di abbassare i tassi d’interesse nasce dal desiderio di contrastare questo pericolo. Ma il quadro dei disastri a venire non si esaurisce qui. Presto, infatti, le difficoltà colpiranno i consumi, a partire da quelli delle imprese. Già in queste ore l’Iveco (gruppo Fiat), che produce mezzi per l’industria, ha ridotto gli organici del suo stabilimento mantovano. Questa però è solo una delle molte situazioni di crisi e altre se ne aggiungeranno. La lista delle “disgrazie” che vanno materializzandosi non è finita, poiché forse l’effetto maggiore della crisi riguarda l’assetto complessivo dell’e-

conomia, nel rapporto tra Stato e mercato. Ora le ipotesi di riduzione delle tasse rischiano di essere accantonate, dato che cresce la richiesta di maggiori interventi pubblici, oltre che di una gestione meno rigorosa della moneta (l’euro) e delle regole di Maastricht. Per questo famiglie e imprese potrebbero essere costrette a fare i conti con tasse crescenti e alta inflazione.

Ovviamente, non tutto è negativo. Anche se frenato dagli interventi pubblici, il mercato sta facendo il proprio lavoro e in particolare sta orientando capitali e risorse umane verso gli impieghi più solidi: e questo avrà presto conseguenze. Gli impiegati della Lehman Brothers fotografati con il loro scatolone lastavano sciando un’impresa malgestita e, con ogni probabilità, il loro prossimo lavoro sarà in un’azienda migliore. Per giunta, la crisi potrebbe anche indurre i responsabili politici ad evitare tutta una serie di “lussi” forse perdonabili in epoca di vacche grasse, ma ora non più. Il vecchio «bambole, non c’è una lira» tornerà d’attualità e spingerà a gestioni più rigorose. C’è infine un dato da considerare. L’esplosione della bolla ha fatto crollare le banche, i cui asset si sono rivelati di modeste dimensioni, ma sta anche deprimendo molti prezzi: dal petrolio ai prodotti agricoli, alle case. In sostanza, nelle pieghe di ogni crisi, anche delle più gravi, si aprono spazi nuovi e diversi per trovare opportunità di lavoro o di impresa: si aprono nuovi mercati che prima non esistevano, tutto sta a cogliere le opportunità giuste. Gli elementi più creativi e dinamici della nostra economia lo sanno bene e ne stanno tirando tutte le conseguenze: è da loro che potranno venire le migliori risposte per uscire anche da questa confusione.

La nostra economia, fatta soprattutto di piccole imprese, è meno legata di altre ai prestiti, ma sarebbe ingenuo illudersi di non pagare dazio


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pagina 4 • 11 ottobre 2008

Il taglio dei tassi da parte della Fed e della Banca europea non è servito a dare respiro alle contrattazioni. I governi continuano a ”coprire” le banche

Il mercato che non c’è Ancora una giornata nera da Tokyo a Milano. Ma Berlusconi fa il trader: «Comprate Eni e Enel» di Alessandro D’Amato

ROMA. Se il taglio dei tassi da parte della Fed e della Bce doveva rappresentare la risposta alla crisi dei mercati, si vede che avevano capito la domanda. Ieri, ennesima giornata di profondo rosso nelle Borse mondiali, apertasi con i crolli delle piazze asiatiche (Manila -8,3%, Bombay -7,9% e Bangkok -7,3%), mentre Giappone e India iniettano liquidità nel sistema per più di 50 miliardi di euro. Ciononostante, Tokio chiude in perdita di quasi il 10%, mentre in Indonesia la Borsa nemmeno apre. In Europa all’apertura tiene solo Londra (che subito dopo crollerà), mentre sono in fortissimo ribasso Milano, Francoforte e Parigi. Arrivano subito le sospensioni per eccesso di ribasso. La Duma approva aiuti per 86 miliardi di dollari, mentre arriva una buona notizia: sono in calo, sia pure contenuto, i tassi interbancari in euro. L’Euribor a tre mesi scende infatti al 5,38% dal precedente 5,39%, mentre l’ Euribor ad una settimana si è attestato sul 4,63% contro 4,79% scorso. Il Libor, l’equivalente americano scende di 0,02 punti. A metà mattinata Barclays annuncia un possibile aumento di capitale, mentre

“oscurato”, in mattinata, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il quale, in un’insterivsta all’Osservatore romano ha detto: «Si devono stabilire delle regole di comportamento, anche di comportamento etico, all’interno delle istituzioni di governo dell’economia. Pensiamo alle banche, al sistema creditizio». Parole dure, evidentemente. Cui è seguito un invito ai giornalisti a rappresentare con senso di misura una situazione «pesante che presenta rischi per tutti, anche per l’Italia». Poi è stato il momento di Berlusconi: «È il momento di comprare Eni e Enel, perché le azioni con quei rendimenti dovranno ritornare al loro vero valore. Dobbiamo essere più forti del panico e della follia: se si hanno delle azioni non bisogna assolutamente venderle, se invece abbiamo dei soldi liquidi io consiglio di comprare quelle azioni che valevano 10 un anno fa e che adesso valgono 23-4». E poi ha aggiunto: «Sarò accusato di fare il venditore, ma io credo di fare il mio dovere di presidente del Consiglio per evitare il panico e per dare serenità agli italiani». Insomma, parafrasando le parole del presidente

Ormai tutti si limitano a vendere: per gli acquisti si aspettano le aste delle ”assicurazioni” sui titoli che intervengono in caso di insolvenza Milano perde il 7%, e la Bce annuncia l’ennesima asta – 100 miliardi di euro – per immettere liquidità.

In Italia, poi, è stata anche una giornata di inseguimenti istituzionali. O, meglio, a inseguire è stato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,

L’economista Giacomo Vaciago: «Ridare certezze ai cittadini»

«Contro la recessione non serve la politica degli annunci» colloquio con Giacomo Vaciago di Franco Insardà

della Rupubblica sulla stampa, ha dato la notizia e poi l’ha commentata da sé.

Ma sono anche altre, le voci sulla crisi che si susseguono. Voci più tecniche, per la verità. Un operatore assicura che «l’assenza totale di compratori sul mercato potrebbe essere legato all’attesa dell’asta per i Cds (i Credit Default Swaps, le “assicurazioni”

ROMA. «Tutto come previsto. Siamo in duzione che sulla contrazione dei con- vanno giù. recessione». Giacomo Vaciago, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano, non ha dubbi sulla crisi che dagli Stati Uniti è arrivata in Europa. Professore, secondo lei, quindi, era prevedibile quello che sta succedendo? Certo. Lo sanno tutti da mesi, soltanto i governi l’hanno ignorata. Ma i politici non leggono i giornali e non guardano la televisione? Nel 2006 è scoppiato il bubbone dei subprime negli Stati Uniti, che ha determinato una restrizione monetaria e creditizia, al quale è seguito nel 2007 la crisi finanziaria che poi è arrivata in Europa. Nel 2008? Sì. Ma si è cominciato a pensare a possibili rimedi solo in questi giorni. Siamo a ottobre. Nel frattempo è successo di tutto: il prezzo del petrolio è salito alle stelle, i tassi d’interesse sono aumentati e le conseguenze sia sulla pro-

sumi sono sotto gli occhi di tutti. Siamo più poveri sia economicamente che patrimonialmente. E adesso? Il rischio è che la crisi dopo aver travolto gli Stati Uniti e l’Europa ora possa arrivare anche sui mercati asiatici. In questo caso la situazione sarebbe davvero drammatica? Si tratterebbe di una crisi globale con effetti contagiosi e devastanti. L’economia globale è più stabile se i risultati sono sfalsati sui vari mercati, perché in questo modo le perdite degli uni vengono compensati dai rialzi degli altri. Ma se perdono tutti la recessione sarà mondiale. Pensa che questa situazione potrebbe verificarsi? Se non si mettono in campo rimedi efficaci e in tempi brevi la crisi nel giro di sei mesi potrebbe colpire tutti. Più si aspetta e peggio è. Il problema non è per quanti mesi, ma quanto i mercati

In tutto questo chi ci guadagna? Nessuno. È soltanto una corsa a perdere il meno possibile. I più furbi sono quelli che hanno venduto per primi. Da più parti, però, arrivano rassicurazioni. Il presidente Berlusconi ha invitato gli azionisti a non vendere... Tutte chiacchere. La paura di perdere tutto ormai è diventata panico. È normale che ci sia la corsa a vendere per non rimanere ultimi. Gli individui anche se singolarmente razionali quando sono assieme possono produrre grossi guai. Nel panico non si ragiona più. Scatta il meccanismo del ”si salvi chi può”. È come se fosse scoppiato un incendio in una sala piena di persone. Tutti tentano di scappare, ma soltanto chi riesce a uscire per primo ce la fa. Mesi fa il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, lanciò l’allarme paragonando la situazione alla famosa crisi del ’29. Ci aveva vi-


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11 ottobre 2008 • pagina 5

A metà seduta, in Italia, si fanno drammatici i casi di Telecom e soprattutto Unicredit, che non riesce a “fare prezzo” per eccesso di ribasso. La Consob annuncia il divieto di vendite allo scoperto su tutti i titoli italiani, non solo per banche e assicurazioni. «Una misura per sostenere Telecom e Fiat», dice un operatore. Alle 14 le piazze europee virano tutte in negativo: Milano -6,19; Londra -7,19; Parigi 8,18; Francoforte -8,86; Zurigo -6,69; Amsterdam -6,49; Madrid -7,21, mentre Wall Street apre in ribasso e il Dow Jones con un brutto tonfo (-8%).

Il Tesoro, nel frattempo comunica che «date le attuali circostanze di mercato e al fine di accogliere la domanda aggiuntiva dei risparmiatori italiani per i titoli di Stato emersa nelle ultime giornate, il quantitativo offerto venerdì in asta del Bot 3 mesi (scadenza 15/01/2009) viene innalzato da 4.000 a 6.000 milioni di euro. I Bot a 3 e 12 mesi assegnati dal Tesoro registrano intanto rendimenti in drastico calo e domanda sostenuta; quelli trimestrali sono stati collocati con un rendimento lordo semplice del 2,354% (-1,874 punti rispetto all’asta precedente), ai minimi dall’ottobre del 2005».

definiti “problematici” è quasi triplicato. Arrivano pessime notizie anche per il settore sinora più tranquillo, quello dei fondi che lavorano su prestiti a piccole e medie imprese: il maggior finanziatore del settore, GE Antares, ha appena dichiarato che non accetterà nuove richieste.

Poi, l’ennesimo colpo di scena del premier italiano. Silvio Berlusconi annuncia. «La crisi è globale e serve una risposta globale. Si parla di una nuova Bretton Woods per scrivere nuove regole e di sospendere i mercati per il tempo necessario per scrivere queste nuove regole». Una soluzione del genere, secondo indiscrezioni, era stata prospettata dal ministro Tremonti, e poi accantonata. Dopo qualche minuto in ogni caso il premier spiega che la sua era solo “un’ipotesi”. Verso le 16 comincia una lenta risalita: Wall Street riduce le perdite, mentre le Borse europee le dimezzano; ma un’ora dopo si ricomincia, con l’America che guida i ribassi (-3%), mentre cadono Parigi (-7,5%) e Francoforte (-7,2%). Male anche Madrid che cede il 6,8%, e Milano va sotto del 5%. Il petrolio intanto scende sotto la soglia psicologica degli 80 dollari al barile, mentre l’euro chiude sotto 1,35 dollari.

«Adesso sospendiamo le contrattazioni» dice il premier. Poi si corregge: «Era solo un’ipotesi»

Qui sopra, la disperazione di un operatore di borsa a Piazza Affari, a Milano. A destra, l’economista Giacomo Vaciago. Nella pagina a fianco, il premier Silvio Berlusconi

sui titoli, che intervengono in caso di insolvenza) su Lehman Brothers, prevista per ieri». Nessuno, quindi, sarebbe intenzionato a comprare finché non si chiarisce l’entità dei costi che dovranno sopportare coloro che hanno “assicurato” i titoli di Lehman. Fermo restando che ancora nessuno può dire con certezza chi abbia in mano quei titoli.

sto giusto? I ministri non devono lanciare allarmi, ma annunciare quali sono i rimedi per prevenire o superare un’eventuale crisi. I cittadini vogliono certezze, scelgono i loro rappresentanti perché risolvano i problemi: attendono dalla politica fatti e decisioni. Gli auspici non competono ai governanti. Vuole dire che la politica degli annunci in questo caso non paga? Proprio così. La gente ha visto succedere una serie di cose gravi, ha bisogno di certezze. Le rate dei mutui sono aumentate, il potere di acquisto è diminuito, se si annunciano interventi bisogna indicare come e quando. Senza bisogno di aprire dibattiti, chiedere la convergenza delle opposizioni. Il governo ha delle responsabilità e non si può permettere di perdere tempo. La riduzione dei tassi d’interesse deciso dalle Banche centrali è una decisione importante. Gli effetti non sono immediati e non

Ancora nubi sugli Stati Uniti. Il subprime è stato soltanto uno dei mercati in cui si è manifestato l’eccesso di credito facile innescata dalle banche centrali negli ultimi anni. Ma preoccupa anche quello dei prestiti erogati per finanziare operazioni di leveraged buyout (cioè le acquisizioni a leva). Questo mercato è ora quasi chiuso e il deterioramento della qualità dei prestiti sta accelerando, almeno negli Usa:il numero di prestiti

siamo neanche sicuri che incideranno sulle rate dei mutui. Al momento il vantaggio è delle banche, poi fra qualche mese i cittadini potrebbero veder diminuire la rata. Il taglio dei tassi d’interesse, che era indispensabile, non basterà se i governi non metteranno in campo strategie di politica economica condivise. In pratica che cosa bisognerà fare per uscire dalla recessione? Ridurre le tasse per far aumentare i consumi. Ma la riduzione delle tasse deve riguardare coloro che le hanno già pagate, non chi le evade. Se il cittadino si vede rimborsare o decurtare una percentuale sulle tasse pagate l’anno precedente riacquista fiducia e spende quelle somme. Secondo lei, l’Italia come è messa in questa fase recessiva?

Berlusconi torna a parlare, prospettando aumenti di capitale per le banche italiane e consigliando comunque di “comprare Eni ed Enel, visti i prezzi così bassi”. Intanto, a metà giornata il Dow Jones cede il 3,86%, lo S&P il 4,19% e il Nasdaq il 3,08%, mentre Piazza Affari il Mibtel chiude a -6,54% e l’S&P Mib a -7%. I crolli non sono più solo bancari: Unicredit perde il 12,73%, Ubi Banca il 10,18%, ma la maglia nera va a Tenaris con un -14%. I listini, in media, hanno perso il 40% del loro valore da inizio anno: la fase Orso è ormai una drammatica realtà. Per alcuni aspetti la nostra economia si trova in una situazione migliore rispetto ad altri Paesi, come la Spagna e l’Irlanda. Ma non dimentichiamo che il nostro sistema industriale si regge principalmente sull’esportazione. Nel momento in cui la recessione è globale chi comprerà più i nostri prodotti? Non ci consola sapere che i nostri clienti stanno peggio di noi. Siamo dei gioiellieri di lusso in un mercato senza risorse. I nostri prodotti sono bellissimi e apprezzati, ma nessuno ha i soldi per acquistarli. E allora? Non possiamo certamente fare come suggeriva Woody Allen: fermate il mondo voglio scendere. La recessione è mondiale.


pagina 6 • 11 ottobre 2008

politica

Dal Capo dello Stato un forte richiamo al governo sulla riforma dell’editoria e sulla democrazia parlamentare

Napolitano: «Non toccate il pluralismo» di Errico Novi

d i a r i o

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g i o r n o

Federalismo, Fini: l’unità nazionale sia la vera guida «Unità nazionale e principio autonomistico devono essere concepiti come valori guida che concorrono a formare il tasso di crescita democratica del nostro Paese». Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervenendo ieri a Palazzo Ducale a Venezia al convegno “Il ruolo delle assemblee legislative nel federalismo fiscale”. «Solo un approccio superficiale - ha sottolineato Fini - può porre in contrapposizione federalismo e unità nazionale. E’ vero piuttosto che il primo è destinato a rinnovare il modo in cui concepiamo la seconda. Il modello di nazione “sangue e terra”, che ha dominato nei due secoli passati anche con le sue nefaste degenerazioni, è definitivamente alle nostre spalle».

Scuola, in migliaia ieri in piazza contro il ministro Gelmini

ROMA. È la giornata dell’informazione. E il presidente della Repubblica la celebra nel migliore dei modi: con la chiarezza delle parole. Interviene dal Quirinale, dal Salone dei Corazzieri, davanti ai rappresentanti dell’editoria. Ricorda che la «necessaria razionalizzazione della spesa» non può arrivare a «comprimere il pluralismo». Il suo pensiero è raccolto anche dall’Osservatore Romano, che anticipa alle agenzie il contenuto di un’intervista, la prima rilasciata dal Capo dello Stato all’organo della Santa Sede: «Va ribadita la scelta della democrazia parlamentare compiuta dalla Costituente: credo che allontanarsene possa condurre davvero fuori strada e in vicoli ciechi». Si tratta di due pilastri sui quali dovrebbe fondarsi la vita del Paese. E che questo giornale, più modestamente, considera essenziali nella battaglia per difendere i contributi all’editoria. Nel suo intervento di ieri mattina al Colle, il Capo dello Stato ha fatto esplicito riferimento alla «vexata quaestio». Ha ricordato che «nessun settore può sfuggire all’impegno per il contenimento della spesa», e che, nel caso dell’editoria, ci si deve affidare alla «razionalizzazione delle voci che in molti casi non brillano per trasparenza e validità di motivazione». Ma ha anche ricordato che non si può «comprimere il pluralismo», innanzitutto «per quelle voci che ora non sono rappresentate in Parlamento».

È un passaggio cruciale, nel dibattito che in queste ultime ore

sembra arrivare alla fase decisiva. È assai significativo che il presidente della Repubblica abbia ritenuto di intervenire proprio mentre il quotidiano della Sante Sede diffondeva il suo monito sul ruolo del Parlamento, che deve continuare ad essere forte sia «sul piano legislativo che in materia di indirizzo e di controllo». È legittimo ritenere che le due questioni siano correlate. Che in questo momento la sopravvivenza dei partiti politici si intrecci con il rischio che l’esecutivo ne svuoti completamente il significato e la funzione. Non è un caso che quasi contemporaneamente stia emergendo in mo-

Il monito arriva durante la celebrazione al Quirinale della Giornata dell’informazione e con un’intervista all’Osservatore Romano do più chiaro il pericolo che si corre con una modifica della legge per le Europee sul modello immaginato dalla maggioranza. È sempre il pluralismo delle idee ad essere in gioco. E sembra esserci una preoccupante determinazione nel volerlo mortificare. Ecco perché le parole del presidente della Repubblica arrivano nel momento più utile.

Non sarà facile trovare spazi per la discussione. Nonostante le aperture del sottosegretario all’e-

ditoria Paolo Bonaiuti, che ieri ha preceduto l’intervento di Napolitano al Quirinale: «Puntiamo a una riforma di settore ampiamente condivisa, auspichiamo che il Parlamento la vari in tempi rapidi», ha detto Bonaiuti. A proposito del sostegno ai giornali ha dichiarato concluso «il tempo dei contributi a pioggia» anche se il governo comprende «quanto siano utili al pluralismo dell’informazione alcune testate». Sono almeno un centinaio, tra le quali vanno ricordate quelle che rappresentano aree politiche individuate: dal Secolo d’Italia alla Padania, da liberal all’Unità, a Liberazione, al manifesto. Silvio Berlusconi deve aver colto la serietà del problema, ma per ora sembra arroccarsi su una posizione difensiva. Nella conferenza stampa tenuta ieri a Napoili si è mostrato pessimista: «Si discute degli aiuti da dare alla stampa, anche a quella dei partiti politici. Abbiamo recriminazioni e proteste da ciascuno, però quando i soldi non ci sono si è obbligati a questo, non conosco altro sistema che tagliare le spese». C’è più di una dissonanza rispetto alle raccomandazioni del Quirinale. Ci vorrà un lavoro paziente per scalfire il muro, che appare ostinatamente duro anche in un’altra parte della relazione di Bonaiuti: «Abbiamo mantenuto integri i contributi diretti per l’anno in corso, abbiamo attinto con uno sforzo alle voci di bilancio della Presidenza del Consiglio, il problema si porrà nel 2009». Ma il pluralismo dell’informazione non può permettersi di vivere alla giornata.

Migliaia di studenti in piazza ieri mattina in un centinaio di città italiane per protestare contro il progetto della scuola del ministro Mariastella Gelmini. Nei cortei, la manifestazione -indetta dall’Unione degli studenti - contro il maestro unico, i tagli al settore, la reintroduzione del voto di condotta registra cori e striscioni contro la politica del governo. E il 30 ottobre prossimo l’Uds sarà di nuovo in piazza con i lavoratori della scuola in occasione dello sciopero generale indetto dai sindacati del settore.

Europee, Diliberto: faremo una lista insieme al Prc Una lista insieme a Rifondazione comunista alle prossime elezioni Europee per superare lo scoglio dello sbarramento. Il segretario dei Comunisti italiani Diliberto ha spiegato ai cronisti a Montecitorio che il «testo base» per la riforma della legge elettorale per le europee è «un abominio» e che «questa legge è uno scandalo europeo». Il testo prevede l’abolizione delle preferenze e una soglia di sbarramento al 5% e proprio su questa misura Diliberto ha precisato: «Non credo sia un deterrente per noi. Sono convinto che faremo una lista con Rifondazione comunista». «L’area di Rifondazione per la Sinistra esclude qualsiasi possibilità di unità dei comunisti per le prossime elezioni Europee», è stata la replica del pierreccì Gennaro Mgliore.

Contratti, Confindustria, Cisl e Uil condividono le linee guida Confindustria, Cisl e Uil condividono le linee guida per una riforma degli assetti della contrattazione collettiva. E’ quanto si è appreso in una nota congiunta diffusa ieri al termine dell’incontro tra sindacati e industriali sulla riforma del modello contrattuuale. «Sulla base delle proposte contenute in un documento di indirizzo - spiega la nota - si concorda di allargare il confronto a tutte le altre organizzazioni di rappresentanza dei datori di lavoro, privati e pubblici, con l’obiettivo di arrivare ad una condivisione in tempi brevi».

Immigrazione, Calderoli sì al “permesso a punti” La proposta del permesso a punti per gli extracomunitari «prevede dei parametri di premio o di sanzione. Come per la patente a punti potranno essere tolti dei punti in caso di infrazione, che poi saranno» tradotti in «sanzioni amministrative o addirittura l’espulsione», o meccanismi di premi che consentiranno di «prolungare la durata del permesso di soggiorno». Lo ha precisato il ministro della Semplificazione Normativa, Roberto Calderoli, intervenendo ieri a “Mattino cinque” su canale 5. «Mi sembra - ha aggiunto il ministro - una proposta di buon senso, anche nella direzione della trasparenza, per chi deve verificare» chi si comporta bene e chi no.


politica ROMA. La stagione delle convention delle correnti del Pd vive un passaggio importante con la tre giorni di Assisi (10-12 ottobre) degli ex popolari di Marini, Fioroni e Franceschini, animatori dell’associazione Quarta fase. Dietro il titolo del convegno (“Democrazia sociale, democrazia politica”) l’esigenza di fare il punto della situazione un anno dopo la nascita del Pd e lo scioglimento della Margherita. Gli ex popolari sono oggi i più convinti sostenitori della leadership veltroniana. Per dieci anni, dall’elezione del ’97 di Franco Marini alla guida del Ppi alle primarie democratiche dello scorso anno, il sodalizio tra Marini e D’Alema ha rappresentato il baricentro politico del centrosinistra italiano. Da un anno a questa parte un nuovo patto, ma tra i diversi protagonisti Fioroni e Veltroni, si pone quale principale punto di equilibrio per il Pd. Gli ex popolari rappresentano oggi una sorta di diga contro le ancora miti agitazioni delle correnti interne, a difesa di una leadership veltroniana attesa, nei prossimi mesi, da mille insidie politiche ed elettorali.

Eppure, nonostante il ruolo conquistato, più di un malumore si agita tra gli ex popolari, alimentato anche dalla percezione che la leadership di Veltroni possa essere messa in discussione dalle prossime elezioni amministrative ed europee. Il tutto mentre, da più fronti “amici”, Fioroni e Franceschini si ritrovano a parare i colpi più disparati. Pochi giorni fa Francesco Rutelli e i teodem hanno fondato l’associazione PeR (Persone e Reti) con l’intento dichiarato di assumere, per conto del Pd, il ruolo di interlocutore ufficiale delle gerarchie ecclesiastiche e del mondo cattolico. Già all’epoca del referendum sulla fecondazione assistita (2005), a Pd ancora da farsi, Rutelli ebbe il destro di scavalcare Marini, Fio-

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Tre giorni di assemblea per “Quarta fase”, la componente di Marini, Fioroni e Franceschini

Gli ex popolari (irrequieti) si ritrovano ad Assisi di Antonio Funiciello

Sopra, Francesco Rutelli. A sinistra, Enrico Letta, possibile successore dalemiano alla leadership Pd di Walter Veltroni

zione con Enrico Letta. Già un anno e mezzo fa Letta bussò alla porta di Marini e Fioroni, convinto di poter stringere intorno alla sua candidatura a segretario democratico tutta l’ex componente democristiana di sinistra. Fu una partita tutta interna agli ex popolari, la prima giocata sotto la nuova guida di Fioroni. Questi preferì siglare un accordo con Veltroni, con la

Non è all’ordine del giorno una revoca della fiducia nei confronti di Veltroni. Non ancora, almeno. Ma nel Pd continuano gli scontri e i sommovimenti intestini tra le diverse correnti roni e Franceschini, nel sostegno alla Cei del cardinal Ruini. Circostanza che suscitò non pochi mugugni nelle file popolari, che si sentirono private di un rapporto privilegiato che pretendevano avere a nome del vecchio centrosinistra. Fu una sconfitta amara per Marini e ne segnò il lento tramonto del controllo della corrente in favore di Beppe Fioroni. Un altro fronte amico aperto e assai insidioso è quello della difficile interlocu-

scelta di Franceschini a candidato vicesegretario, che di fatto promuoveva Fioroni a ex popolare più potente del Pd. Ma sacrificò ogni ambizione di segreteria popolare del nuovo soggetto, che ancor più che dalla Bindi, veniva incarnata da Enrico Letta. Oggi che molte voci di corridoio lo danno in pole position dalemiana per la successione a Veltroni, in caso di disfatta elettorale alle europee o, nel 2010, alle regionali, lo

scontro tra gli ex dc sembra rianimarsi. Fioroni vede, infatti, messa a rischio la sua posizione di maggiorente popolare del Pd, ratificata dalla sua designazione a responsabile dell’organizzazione del partito. È evidente che una successione lettiana a Veltroni nel breve periodo, farebbe revocare l’incarico a Fioroni per assegnarlo, quale essenziale contrappeso a salvaguardia degli equilibri interni, ad un ex diessino.

È questo lo scenario entro cui ad Assisi la componente cattolico-democratica del Pd discute su come rilanciare la propria iniziativa politica. Non è all’ordine del giorno una revoca della fiducia nei confronti di Veltroni. Non ancora, almeno. Per un partito come il Pd che tuttora sconta d’essere la semplice sommatoria di Ds e Margherita, Veltroni resta l’ex diessino che meglio garantisce la convivenza dei due partiti fondatori. Se a ciò si aggiunge poi che non solo Fioroni, ma anche Franceschini vedrebbe venir meno il proprio ruolo nel caso Letta subentrasse a Veltroni, si distingue meglio la convergenza delle differenti forze centripete che sostengono l’at-

tuale posizionamento degli ex popolari. Certo, se l’opzione dalemiana per la successione dovesse tornare su Bersani, il dibattito cambierebbe. E sarebbe un dibattito a cui Fioroni potrebbe accettare di partecipare. Ma intanto deve placare i malumori interni. A Firenze le primarie del Pd per la scelta del candidato sindaco si fanno sempre più burrascose. Una tempesta causata non tanto dallo scontro tra le diverse correnti, ma da sommovimenti intestini alle correnti stesse. Nella logica combinatoria Ds-Margherita che domina il Pd, dopo il diessino Dominici la candidatura spetterebbe a un ex popolare. Fatto sta che i popolari in lizza siano due, entrambi autorevoli: Lapo Pistelli, sostenuto dal vertice, e il presidente della provincia Matteo Renzi. Una competizione che attenta a quel patto di non aggressione interno alla componente e rischia di indebolirla nel rapporto con le altre anime del Pd. Un rischio che, dato l’attuale, delicato assetto politico dei democratici, gli ex popolari non possono proprio permettersi.


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inchiesta

Milano. Manca una figura autorevole che giorno e notte pensi a come rianimare la scena cittadina

La cultura abbandonata Per un buon teatro o un bel museo spesso si è costretti a fare le valigie di Marina D’Adda

MILANO. Venerdì come tanti altri. Venerdì 3 ottobre. Viene voglia, appunto, di uscire la sera per andare a vedere uno spettacolo. E allora? Si aprono i quotidiani: si sfogliano le pagine milanesi del Corriere della Sera per ricevere un caloroso invito a partecipare al festival “M’illumino di scienza” di Bergamo. Si fa un tentativo con Repubblica, per scoprire grazie a una doppia pagina che l’ombelico del weekend culturale è Chiasso dove c’è di tutto, dalla Biennale dell’immagine nell’ex sede di polizia alle iniziative dello spazio officina o del Max museo. C’è

scandalo del teatro lirico: è chiuso da anni ed è quello in cui - dagli anni Sessanta agli anni Novanta - i milanesi si ritrovavano per godersi spettacoli teatrali, concerti di Giorgio Gaber o balletti. Da anni si parla di rivederlo aperto, ma a oggi l’unica certezza sono quelle insegne chiuse che si vedono passando in via Larga 14.

Eppure, il lirico è in pieno centro: è dietro la Madonnina, è a due passi dall’arengario, è a un tiro di schioppo da Palazzo Marino. E in questa chiusura è possibile leggere la chiusura di Milano, il suo non voler riapri-

Le istituzioni dovrebbero garantire la possibilità di una fruizione aperta e accessibile a tutti. Oltre, magari, a lavorare per valorizzare e stimolare le eccellenze ancora nascoste sempre, poi, la possibilità di fare una scampagnata al teatro sociale di Como dove è in programma l’avvio del circuito lirico lombardo con la Turandot di Puccini. Così va il cartellone milanese. Si è costretti a fare le valigie per andare nelle città satellite del capoluogo lombardo. E così, in una sera di ottobre, viene da fare i conti in tasca alla cultura milanese. C’è poco, troppo poco. E il problema - si badi bene, perché non vogliamo essere fraintesi - non è solo nel fatto che, da settimane, la città di Milano non ha più un assessore alla cultura. Vittorio Sgarbi, membro dell’esecutivo, è stato mandato in esilio dal sindaco Letizia Moratti, ma ciò che guasta è l’assenza di una figura autorevole che giorno e notte pensi a come rianimare la cultura milanese.

Milano è Giorgio Strehler, fondatore nel 1947 del Piccolo Teatro. Milano è certamente la Scala così come il teatro Manzoni. Milano è, oggi, anche lo

re gli occhi e sognare di essere provocata da tanti nuovi Martinetti,Verri o Beccarla. Non è tempo, qui, di lanciare dardi. Né tanto meno di andare a leggere i cartelloni perché, ovviamente, le proposte interessanti non mancano e accusare un’istituzione significherebbe far male a qualcuno, in primis a qualche artista. È tempo, però, di tornare a parlare del valore della cultura. Perché la cultura, appunto, rappresenta un’esigenza fondamentale dell’uomo. Di più, essa è una declinazione della libertà dell’uomo, un’espressione in cui la persona ha la possibilità di scoprire ed esaltare la propria natura, la propria tradizione e, quindi, la propria umanità: a questo concetto di cultura i milanesi sono profondamente legati. È un concetto di cultura viva e vitale, aperta al reale e capace

Parla l’ex sindaco Pillitteri

«Ci serve la scossa che può dare Expo 2015» colloquio con Paolo Pillitteri

MILANO. «Le grandi scosse culturale arrivano dai grandi eventi internazionali». Ne è convinto Paolo Pillitteri, giornalista e critico cinematografico, oltre che ex sindaco socialista di Milano a partire dal 1986. Il Pillitteri che, fin da giovane, è andato a caccia di cultura: «Il mio primo incarico fu quello di presidente della Triennale dal 1969 al 1970. Poi, fui nominato assessore alla cultura di Milano, ricoprendo questo incarico fino al 1975». In quegli anni difficili, appunto, Pillitteri cercò di dare una scossa alla cultura milanese, rilanciando la città in ambito internazionale: tra le grandi rassegne realizzate resta memorabile quella dedicata al Nouveau Réalisme, culminata con le grandi installazioni di Christo Javacheff in Piazza Duomo. Pillitteri, quale grande evento potrà rilanciare il capoluogo lombardo? L’Expo 2015, ma perché ciò accada occorre correre. Dopo la grande conquista dell’aggiudicazione dell’esposizione internazionale, Milano si è fermata. In questi mesi si sono inseguite le voci su chi dovrà guidare l’Expo: da che

mondo è mondo, questo compito spetterà a tutte le istituzioni coinvolte, a partire dal Governo, per arrivare alla Regione, alla Provincia e al Comune. Si è perso tanto tempo in chiacchiere: l’Expo è dietro l’angolo e bisogna iniziare a lavorare. Questo evento potrà segnare una ripartenza, offrendo la prospettiva di un decollo autentico. A distanza di tanti mesi dalla cacciata di Vittorio Sgarbi, il sindaco Letizia Moratti non ha ancora nominato il nuovo assessore alla cultura. La preoccupa questa vacatio? Il rischio è che, esaurite le iniziative progettate da Sgarbi, la città si trovi davanti a un buco nero, a un gap da riempire con difficoltà. C’è chi dice che ci sarà un rimpasto, altri che non ce n’è bisogno. Siamo di fronte a una situazione in cui la figura del sindaco è onnipotente e in cui è venuto meno il ruolo da moderatori svolto dai partiti. Il presidente della giunta ha il pallino e, in caso in cui un membro entri in rotta di collisione con lui, a rimetterci è l’assessore. Un tempo, quando un sindaco entrava in rotta di collisione con il partito, era il sindaco a rischiare il posto. Come giudica il lavoro svolto da Sgarbi?


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di rinnovarsi dentro una storia. In tutto questo non si vuole tirare le orecchie alle istituzioni, chiedendo a loro di scrivere i programmi. La titolarità della creazione e della produzione culturale spetta alla società civile. E alle istituzioni, appunto, cosa spetta? Quello di porsi come garante di una fruizione aperta e accessibile a tutti delle proposte culturali. Quello, inoltre, di valorizzare le eccellenze magari ancora nascoste. Quello, in poche parole, di stimolo. Ci piacerebbe, appunto, vedere le istituzioni milanese unite nel promuovere percorsi di qualità. Nessuno sogna di rivedere Vittorio Sgarbi all’opera. È stato, per certi aspetti, un assessore troppo invadente al punto che le iniziative da lui sostenute quasi scomparivano dietro alla sua personalità. Di Vittorio Sgarbi, semmai, ci sarebbe bisogno alla guida dei teatri milanesi, per inventare nuove rassegne, creare nuovi corti circuiti, valorizzare la nostra identità, andare a caccia di percorsi inesplorati.

Ho visto belle mostre. Bellissima è quella Da Canaletto a Tiepolo a palazzo reale. Il programma di Sgarbi aveva una sua logica e c’è da augurarsi venga ripreso da chi sarà il prossimo assessore alla cultura. Qual è la marcia in più di ogni politica culturale? Il limite di una politica cultura è di non lasciare qualcosa di concreto. Perché ciò accada occorre avere un programma chiaro. Perché a Milano non si riesce a fare una grande Brera? È da quando sono in politica che se ne parla. E perché, ancora, non si fa un grande museo d’arte moderna? Al di là delle mostre, una politica culturale autentica deve riuscire a dare una propria impronta alla città. Il pensiero va al teatro lirico, chiuso da un decennio. Non è uno scandalo? Risponde chi ha criticato più volte la chiusura del lirico. Suggerivo che la Scala, durante il periodo di restauro, andasse in questo teatro. Diversamente, è stato fatto il teatro degli Arcimboldi con il risultato che oggi è utilizzato per i musical e i balletti, dal momento che non si sa come arrivarci. È stato un delitto non aver utilizzato il lirico. E poi, quale altro teatro con un nome così musicale avrebbe potuto ospitare la Scala?

Purtroppo non è andata così. L’augurio è che questo splendido teatro venga restituito alla città. Pochi giorni fa Stefania Craxi ha inaugurato lo spazio cultura della fondazione dedicata a suo padre Bettino. Pensa che questo luogo di incontro possa portare nuova linfa? Me lo auguro. A Milano sono scomparsi molti centri di iniziativa politico-culturale. Pensiamo alla casa della cultura, al circolo di via De Amicis, al centro d’iniziativa riformista. Questi spazi erano punti di raccolta delle diverse anime della città». E perché sono venuti meno questi luoghi? Perché sono scomparsi i contenitori politici, le grandi organizzazioni. È un peccato: l’epoca attuale è complessa, appiattita. Personalmente sento la mancanza di questi spazi culturali. Una volta, tanto per fa-

re un esempio, radio popolare era importante: adesso non lo è più e dilagano i talk show. Non credo che Craxi, Berlinguer o Moro sarebbero mai andati a fare il risotto a “Porta a Porta” o in qualche altra trasmissione. Il nostro paese è diventato senza qualità e con un’identità molto fragile. Guardando al presente culturale di Milano, chi si augura che ne prenda le redini? È uno di quei posti in cui ci vuole una via di mezzo tra un grande uomo di cultura e un grande manager. Ad altri la scelta dei nomi. (m.d’a.)

Ma, soprattutto, serve qualcuno - a Milano - che lavori secondo il metodo della sussidiarietà. Che non vuol dire poco o nulla. Vuol dire libertà e pluralismo. Vuol dire cercare di aiutare tutti gli attori in campo a fare sistema, ponendo le istituzioni pubbliche come catalizzatrici di circuiti e processi virtuosi. È nell’immagine della rete che bene si esprime l’idea positiva che sta alla base di ogni buona politica culturale: fare rete, appunto, per collegare le esperienze di eccellenza e potenziare la qualità complessiva del sistema territoriale. Milano ha bisogno di questo, di network. Perché la cultura è da sempre un ponte verso il mondo. E chi fa cultura deve avere come obiettivo quello di portare Milano nel mondo e il mondo a Milano. La cultura - al pari della moda - è un brand originale, un marchio di fabbrica. Della serie: noi siamo milanesi e sappiamo creare questo e quello. Sappiamo di arte, musica e pittura, moda e design: lo vedete, amici del resto del mondo? Venite a Milano per vedere ciò che i milanesi sanno creare. Venite pure alla Borsa, venite pure a fare shopping in via Montenapoleone, ma se volete approfondire il “made in Milan” dove passare dai suoi teatri, dai suoi musei, dalle sue sale pubbliche.


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mondo

Per vendicare il figlio arrestato a Ginevra, Gheddafi ha sospeso le forniture di petrolio e ritirato 7 miliardi di dollari dalle banche elvetiche

Un regolamento di conti. Svizzeri di Silvia Marchetti

d i a r i o cchio per occhio, dente per dente. La legge libica del taglione vale anche nei rapporti bilaterali tra Paesi. Se al colonnello Muammar Gheddafi gli si toccano l’onore e la famiglia (anche quando la famiglia ha torto), risponde subito con la vendetta e la ritorsione. Lo ha già fatto più volte in passato, per esempio con l’Italia sulle questioni relative al periodo coloniale. Perché per lui la famiglia – ossia sé stesso – è l’emanazione diretta dello Stato libico.

O

Questa volta il mix esplosivo di paternalismo e orgoglio (tratto saliente della personalità del colonnello) ha colpito la Svizzera. Nel pieno della tempesta finanziaria che ha investito l’Europa prosciugandone i depositi, Gheddafi ha deciso di ritirare i fondi investiti nelle banche elvetiche, ben sette miliardi di dollari Usa che tornerebbe a casa. Una vendetta mirata che si aggiunge alla decisione di sospendere le forniture di petrolio libico a Berna, l’ultima di una serie di ritorsioni partite lo scorso luglio con l’arresto a Ginevra del figlio Hannibal e della moglie incinta per il presunto maltrattamento di due dipendenti di un albergo. La coppia fu rilasciata su cauzione dopo due giorni, le accuse caddero e il caso venne archiviato ma questo non bastò a Gheddafi, che pretese le scuse ufficiali del governo svizzero. Quando era ovvio che le scuse non sarebbero mai arrivate, il colonnello minacciò di chiudere i rubinetti energetici e decretò la chiusura delle società elvetiche presenti sul suolo libico sospendendo al tempo stesso l’emissione di visti per i cittadini col passaporto rossocrociato e arrestando due imprenditori elvetici colpevoli di aver violato le leggi sull’immigrazione. Iniziò così una vera e propria crisi diplomatica tra Tripoli e Berna, culminata ieri con la decisione di ritirare tutti i soldi dalle banche svizzere e interrompere qualsiasi tipo di relazione economica tra i due Paesi. Il che non è poco, se si pensa che la Libia è il secondo partner commerciale della Svizzera nell’intera Africa. Tripoli esporta petrolio (e investe fondi), Berna macchinari, prodotti farmaceutici e agricoli. Insomma, per il colonnello Gheddafi una faccenda di famiglia diventa un affare di Stato che può arrivare a mettere a repentaglio le relazioni bilaterali. Chi attacca i suoi figli (e relative consorti) attacca lui e la Libia. È una questione di orgoglio nazionale: il governo libico parte dal presupposto che i parenti di Gheddafi godono di un’immunità di principio, vengono considerate quali rappresen-

d e l

g i o r n o

Nato, spaccatura verso Mosca Il segretario generale dell’Alleanza atlantica De Hoop Scheffer ritiene che sia ancora troppo presto per la normalizzazione dei rapporti tra la Nato e la Russia. L’alto quadro dell’organizzazione militare euro-atlantica si schiera cosi contro il ministro della difesa tedesco Jung che aveva invece preteso la ripresa del dialogo con Mosca. Per De Hoop nonostante il pieno ritiro delle truppe russe dai territori interni della Georgia, è necessaria una «discussione sulla situazione» che si è venuta a creare nel Caucaso dopo la guerra lampo di agosto. Al contrario per Jung una volta che il Cremlino tiene fede agli accordi di cessate il fuoco raggiunti grazie alla mediazione Ue, «e per ora le cose sembrano andare in questa direzione», la Nato deve riallacciare i rapporti con Mosca. Per Berlino quasto vuole dire, «riattivare anche il consiglio Nato-Russia», congelato da Bruxelles dopo l’ingresso russo in Ossezia del Sud e Georgia.

Afghanistan, nuovo mandato per l’Isaf Ieri a Budapest i ministri della difesa dei paesi Nato si sono detti d’accordo per impiegare le truppe dell’Alleanza atlantica presenti nel Paese centroasiatico nella lotta antidroga. I soldati dovranno distruggere i laboratori dove si produce l’oppio e i campi di papaveri, pianta da cui si ricava l’eroina. L’obiettivo di questo nuovo compito della Nato è abbattere la maggior fonte di finanziamento della guerriglia talebana. Finora la lotta ai baroni della droga è stata possibile solo dietro comando afgano. Al prossimo vertice Nato che si terrà a Cracovia a febbraio si tireranno i primi conti di questa strategia. In questo caso il mandato dei 50mila soldati Isaf verrà modificato.

La mossa del leader libico, nel pieno dell’attuale tempesta finanziaria, suona come un vero schiaffo tanti di un’intera nazione. Arrestare il figlio del “leader supremo”, anche se solo per un paio di giorni, viene interpretato come un attacco alla legittimità della famiglia al potere e, di conseguenza, come un insulto all’onore di tutto il popolo libico.

Ma la vera vittima è la Svizzera. La doppia vendetta di Gheddafi rischia di mettere in ginocchio il Paese, già in difficoltà per il credit crunch che ha schiacciato il colosso bancario UBS. Ritirare in questo momento sette miliardi di dollari di investimenti è un ulteriore colpo al mercato finanziario svizzero, al quale si aggiunge la sospensione dei rifornimenti energetici. E poco importa se il direttore dell’unione petrolifera svizzera, Rolf Hartl, si sia affrettato a tranquillizzare la cittadinanza affermando che l’approvvigionamento di petrolio non sarà comunque minacciato e i prezzi della benzina non aumenteranno. Berna soffre di una forte dipendenza energetica: Tripoli è il principale fornitore di greggio, quasi la metà (48,8%) delle importazioni di oro nero proviene dalla Libia per un totale di 2,5 milioni di tonnellate di petrolio all’anno. La società petrolifera libica Tamoil

ha colonizzato le valli alpine con un raffineria che produce il 20 per cento del fabbisogno nazionale e circa 330 stazioni di rifornimento. Il petrolio libico ha sempre tenuto Berna sotto giogo: la bilancia commerciale elvetica con la Libia è ampiamente deficitaria, nel 2006 presentava un saldo negativo di oltre 1,4 miliardi di franchi dovuto soprattutto alle importazioni di greggio.

In questi mesi, dal giorno dell’arresto del figlio, Gheddafi si è lentamente vendicato ma non è mai arrivato a minacciare il ritiro dei sette miliardi di dollari dai depositi elvetici. Cosa lo ha portato a una simile decisione? Stando a quanto riportano fonti governative libiche anche gli svizzeri non si sarebbero comportati bene: la polizia di Ginevra avrebbe maltrattato diplomatici e uomini d’affari di Tripoli. E finché il colonnello non avrà avuto le risposte che cerca le ritorsioni economiche resteranno in vigore. I rapporti commerciali sono dunque sospesi a tempo indeterminato. Gli esperti economici sostengono che presto tornerà il sereno nei tra Berna e Tripoli, ci sono troppi interessi in gioco. Ma oggi il popolo libico e il suo leader si sentono offesi e una cosa è certa: ciò che invece molto probabilmente non tornerà sono i sette milioni di dollari americani. Lo tsunami finanziario è lungi dall’essere passato e forse Gheddafi ha paura che divori anche i risparmi della Libia.

NY, Bloomberg chiede il terzo mandato Il sindaco della Grande Mela, Michael Bloomberg, intende candidarsi per un terzo mandato. Nonostante per legge non sarebbe possibile, in tempi di crisi come questi, l’abilità dell’uomo d’affari amricano lo rendono adatto a proseguire il governo della grande città Usa. La gestione dell’attuale sindaco è stata molto lodata in quanto dopo l’attentato dell’11/9 è stata in grado di guidare la città verso al ripresa economica. Nella popolazione di New York, il senza partito Bloomberg è molto amato proprio per la sua capacità di uomo d’affari che riesce ad applicare la sua risolutezza al governo metropolitano. Se potesse effettivamente ripresentarsi per la riconquista del terzo mandato nel novembre 2009, avrebbe molte chance di venire eletto ancora una volta.

Serbia, ritiro degli ambasciatori Poche ore dopo il riconoscimento del Kosovo da parte di Macedonia e Montenegro, è arrivata la reazione di Belgrado. La Serbia ha richiamato in patria gli ambasciatori delle due importanti repubbliche balcaniche. Oltre a Skopje e Podgorica, il Kosovo è stato già riconosciuto da Usa, Giappone, Svizzera e dalla grande maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea. In settimana la Serbia aveva però fatto ritornare nelle loro sedi ordinarie, i rappresentanti diplomatici degli Stati che avevano riconosciuto Pristina subito dopo la dichiarazione di indipendenza unilaterale dell’ex provincia a maggioranza albanese della ex Jugoslavia.

Usa, l’inchiesta su Sarah Palin prosegue Il procedimento parlamentare sulla candidata repubblicana alla vicepresidenza Usa proseguirà. Sarah Palin potrebbe essere inquisita per abuso d’ufficio. Dopo il rifiuto della Corte suprema dell’Alaska di bloccare la richiesta di procedimento, i risultati dell’inchiesta sulla governatrice dello Stato, potrebbero essere pubblicati a breve. In questo caso la campagna elettorale dei repubblicani potrebbe trovarsi di nuovo di fronte ad un ostacolo e John McCain di fronte ad altre questioni imbarazzanti a cui rispondere.


mondo

segue dalla prima Di fatto, Pipes non offre delle risposte. Egli ha raccolto e pubblicato parecchie percentuali nella colonna del suo blog How Many Islamists? - Quanti sono gli islamisti? - lanciato nel maggio 2005. Innanzitutto, ecco una spiegazione di ciò che intendevo dire con musulmani che «appoggiano l’islam militante»: si tratta di islamisti, di individui che chiedono un’applicazione totalitaristica su scala mondiale della legge islamica, la shari‘a. In particolare, essi chiedono di costruire uno Stato islamico in Turchia, di rimpiazzare Israele con uno Stato islamico. Di mettere al posto della Costituzione americana il Corano. Ma, come per qualunque valutazione comportamentale, diversi fattori impediscono di avvicinarsi con buona approssimazione alla percentuale degli islamisti.

Quanto fervore. La Gallup ha intervistato oltre 50mila musulmani in 10 Paesi e ha rilevato che, se si definiscono radicali coloro che hanno ritenuto «del tutto giustificati» gli attacchi dell’11 settembre, la loro conta arriva a circa il 7% della popolazione totale. Ma, se si annoverano i musulmani che hanno giudicato gli attacchi «ampiamente giustificati», le loro file balzano al 13,5%. Se poi si aggiungono coloro che hanno reputato gli attacchi «alquanto giustificati», il numero dei radicali aumenta fino a raggiungere il 36,6%.

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Dati preoccupanti sull’aumento degli estremisti islamici

Centocinquanta milioni di fondamentalisti di Daniel Pipes Quali cifre si dovrebbero prendere per buone?

Valutare le intenzioni. Il voto elettorale valuta approssimativamente i sentimenti islamisti, poiché i Partiti islamisti in modo imprevedibile - ottengono l’appoggio di coloro che non sono islamisti. Così, in Turchia, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) nelle consultazioni elettorali del 2007 ottenne il 47% dei voti e il 34% nel 2002. Il suo precursore, il Partito della Virtù, guadagnò appena il 15% nel 1999. Nelle elezioni del 2003, la fazione settentrionale del Movimento islamico ottenne il 75% delle preferenze nella città arabo-israeliana di Umm el-Fahm, mentre Hamas, l’organizzazione terroristica palestinese, guadagnò il 44% dei voti nelle elezioni del 2006 in seno all’Autorità palestinese. Quali cifre scegliere? Quale metro di misura. Parecchi sondaggi valutano i comportamenti, oltre all’applicazione della legge islamica.

La Gallup esamina i consensi manifestati in merito agli attacchi dell’11 settembre. Il Pew Global Attitudes Project prende in considerazione il sostegno espresso per l’attentato suicida. Nawaf Obaid, uno specialista saudita di sicurezza, focalizza l’attenzione sulle posizioni a favore di Osama bin Laden. La Verfassungsschutz, l’agenzia di sicurezza interna tedesca, monitora le adesioni nelle organizzazioni islamiste. Margaret Nydell, della Georgetown University, calcola gli «islamisti che ricorrono alla violenza».

Esiti stranamente mutevoli. Un sondaggio condotto dalla University of Jordan ha rilevato che ampie maggioranze di giordani, palestinesi ed egiziani desiderano che la shari‘a costituisca l’unica fonte della legge islamica. Ma lo desidera solamente un terzo dei siriani. Nel 2003, un’indagine demoscopica e gli esiti elettorali indonesiani indussero R. William Liddle e Saful Muiani alla con-

clusione che le cifre degli islamisti «non superano il 15% della popolazione totale musulmana dell’Indonesia». Al contrario, un sondaggio del 2008 condotto su 8mila musulmani indonesiani dalla Roy Morgan Research ha rilevato che il 40% degli indonesiani è favorevole alle hadd, le prescrizioni penali

in sondaggi d’opinione, rileva che «i fondamentalisti islamisti che odiano l’America (…) sono in media circa il 10% di tutti i musulmani». Dall’altro lato, nel passare in rassegna una decina di sondaggi d’opinione condotti su musulmani britannici, sono giunto alle conclusioni che oltre la metà dei musulmani britannici è a favore della legge islamica e il 5% approva l’uso della violenza per raggiungere questo fine».

Queste ambigue e contraddittorie percentuali inducono a un’opinabile e imprecisa conta degli islamisti. Al di là di questo balletto di cifre, a soli tre giorni dall’11 settembre, io notai che circa il 10-15% dei musulmani è rappresentato dagli islamisti fermamente decisi. Successive prove hanno in genere confer-

I fanatici dell’islam sono più di tutti i fascisti e comunisti mai vissuti. Ma la maggior parte dei musulmani può essere influenzata costruttivamente contro il totalitarismo presenti nel Corano (come tagliare le mani ai ladri) e il 52% approva alcune forme del codice giuridico islamico.

Viste queste complicazioni, non sorprende affatto che queste valutazioni possano variare considerevolmente. Da un lato, Hisham Kabbani dell’Islamic Council of America sostiene che il 5-10% dei musulmani americani siano estremisti e Daniel Yankelovich, un esperto

mato quella stima e hanno mostrato, se mai, che le cifre attuali potrebbero essere più alte. In senso negativo, il 10-15% denota che su oltre un miliardo di musulmani, gli islamisti sono circa 150 milioni. Più di tutti i fascisti e comunisti che siano mai vissuti. In senso positivo, quella percentuale implica che la maggior parte dei musulmani può essere influenzata costruttivamente contro il totalitarismo islamista.


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il paginone repubblicani Se vince John McCain. Da William Kristol e Robert Kagan a Henry Kissinger e Richard Armitage in politica estera. Da Douglas Holtz-Eakin a John B. Taylor in economia. Ecco la squadra che sta lavorando alla campagna elettorale repubblicana e che si candida a governare l’America di Luisa Arezzo

aper fare squadra è il segreto di ogni team di successo e per gli americani un mantra da insegnare fin dalla scuola materna. Ma lo staff che corre alle spalle (e le copre) di un candidato alla casa Bianca è qualcosa di più di un formidabile think tank. È la rete di uomini (occhi, bocca e orecchie dei candidati durante la campagna elettorale) destinati a ricoprire un ruolo nell’Amministrazione e a divenire il braccio operativo dell’Esecutivo (e delle sue diramazioni) che si insedierà a Washington dal 20 gennaio 2009. John McCain, che prima del crac ha puntato buona parte della campagna sulla sua esperienza in politica estera, confidando che fosse la guerra al terrorismo al centro del dibattito, si è ri-scelto come coordinatore Randy Scheunemann (la prima nella corsa del 2000), già a capo dell’ufficio legi-

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tato per la liberazione dell’Iraq), un gruppo non governativo che si riproponeva di raccogliere consensi e sostegno per il rovesciamento di Saddam Hussein. Amico personale di Petraeus, ha appoggiato il piano di aumento delle truppe in Iraq (il “surge plan”), ritenendolo essenziale per il raggiungimento degli obiettivi statunitensi in Medio Oriente. Naturale, dunque, che buona parte della squadra abbia una spiccata competenza in politica estera, anche quando deve fare lo spin doctor agli Interni.

Per la sicurezza nazionale McCain si avvale della consulenza di diverse generazioni di strateghi repubblicani ed ex alti esponenti degli Esteri quali Henry Kissinger e Richard Armitage, i cosiddetti realisti, così come di William Kristol e Robert Kagan, voci di spicco Neocon (e codirettori con Scheunmann del Project for the New American Century) e del veterano dello State Department, Richard Williamson e l’ex Direttore della Cia James Woolsey, consulente a tutto tondo anche per le questioni energetiche. Kori Schake, l’esperta della Difesa, è la consigliera per la sicurezza nazionale di Bush e del chief of staff della Casa Bianca. Ciliegina sulla torta: insegna sicurezza internazionale all’Accademia Militare di West Point ed è l’autrice di un piano militare contro Ahmadinejad. Altro “guru“ della campagna di McCain è Richard S. Williamson, un veterano della diplomazia multilaterale che ha ricoperto importanti incarichi agli esteri durante le Amministrazioni Reagan, Bush pa-

Il team economico è capitanato da Douglas Holtz-Eakin. Suo il rapporto di ferro con Warren Buffet, papabile ministro, e con John B.Taylor (Stanford) famoso per aver salvato in passato l’Argentina dal crac slativo di Capitol Hill con due ex presidenti del Senato,Trent Lott e Bob Dole. Fondatore della Orion Strategies nel 2001, una società di consulenza internazionale, Scheunemann è stato per lungo tempo membro dello staff di George W. Bush occupandosi di varie questioni di politica estera, compreso l’allargamento della Nato, la riforma dell’Onu e la difesa con missili balistici. Nel 2002 ha creato il Committee for the Liberation of Iraq (Comi-

dre e Bush figlio. Lo scorso gennaio 2008 è stato nominato inviato speciale in Sudan con l’incarico di occuparsi della crisi del Darfur, ma non è riuscito a far approvare dall’Onu la risoluzione che riconoscesse il genocidio, «il mio più grande fallimento». A sostenerlo - entrando a piè pari nell’agone delle critiche mediatiche - sono stati due pezzi da Novanta dello staff del candidato Gop: Max Boot, senior fellow al Cfr (Consiglio per le Relazioni Internazionali) in sicu-

soprattutto il sostegno all’azione militare contro l’Iraq, aspetto che ha comportato il suo allontanamento dai dem. e lo ha fatto correre al Senato come indipendente. Altro tema “caldo”, particolarmente caro alla vice di McCain, Sarah Palin, è la politica energetica. Su questo la governatrice dell’Alaska è stata più che felice di trovare R. James Woolsey: già direttore della Cia dal 1993 al 1995 e oggi vice presidente della società di consulenza Booz Allen Hamilton.

Chi gover

Gli staff di McCain e Obama: cioè l rezza interna e Richard R. Burt, esperto nel controllo degli armamenti e amministratore delegato della Kissinger McLarty Associates. Veterano dei negoziati con l’ex Urss (e attuale responsabile dei rapporti con la Russia) per il controllo degli armamenti nucleari, dal 1989 agli inizi del 1991, Burt è stato responsabile dei negoziati del Trattato Start. Da questo elenco a volo d’uccello non può mancare il senatore (dal 1988) Joseph Lieberman già democratico ma membro - come McCain - dell’Armed Services Committee. I due hanno sostenuto insieme varie campagne, ma si sono trovati a condividere

Ma il team che in questo momento è più di ogni altro sotto pressione è quello economico, capitanato da Douglas Holtz-Eakin: ex responsabile del Bilancio del Congresso (Congressional Budget Office), vi ha introdotto “l’analisi dinamica”, una tecnica che studia come le variazioni fiscali influenzino la crescita economica generale. Suo il rapporto di ferro con il papabile ministro al Tesoro di McCain, Warren Buffet, laureato ieri come uomo più ricco del mondo e soprattutto come il primo a scalzare dal trono Bill Gates. Seguono l’economista John B.Taylor cattedra a Stanford e famoso sia per aver coniato la Regola di Taylor, utile a fissare i tassi Il politologo d’interesse a breve Robert Kagan termine, sia per e il direttore aver “disegnato” il del “Weekly piano di salvatagStandard” gio dell’economia William argentina nel 2005; Kristol. Kori Kenneth Rogoff, Shake, economista ad papabile Harvard e già diretministro tore all’Fmi dal e il senatore 2001 al 2003 e Ike Liberman, Brannon, senior oggi adviser per le polisostenitore tiche fiscali del Tedel surge plan soro Usa.


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democratici Se vince Barack Obama. Da Susan E. Rice e Richard Danzig a Madeleine Albright e Sam Nunn in politica estera. Da Daniel K.Tarullo e William M. Daley a Jason Furman e Austan Golsbee in economia. Tutti gli uomini dietro alla sfida democratica per la conquista della Casa Bianca di Virginia Santilli

l contributo più importante che Hillary e Bill Clinton hanno dato a Barack Obama non sono i grandi elettori (con annesso portafoglio), ma gli uomini del suo staff, da Susan E. Rice della Brookings Institution, all’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale Anthony Lake, a Richard Danzig, un passato da ministro della Marina, un presente da conulente per le armi biologiche al Pentagono e un futuro - in caso di vittoria - da ministro della Difesa. A contendergli il posto è un

I

Spostandoci alla Sicurezza nazionale, troviamo il grande coordinatore della campagna di Barack Obama: è Denis McDonough, senior fellow presso il Center for American Progress ed ex consigliere per la politica estera dell’ex Capo dei democratici al Senato Tom Daschle.

Al suo fianco, Mark Lippert già consuelente di Obama al Senato. Lippert, ex Navy Seal rientrato dal servizio in Iraq la scorsa prima-

Il grande coordinatore della campagna di Barck è Denis McDonough, senior fellow presso il Center for American Progress ed ex consigliere per la politica estera di Tom Daschle, già leader democratico al Congresso

Kennedy. Ma la pesca nell’ex staff presidenziale non si esaurisce qui. Anzi. Dietro Obama c’è Madeleine K. Albright ex Segretario di Stato, diplomatica di ferro e prima ancora ambasciatrice degli Stati Uniti all’Onu. È stata lei, si dice, a portare nel gruppo Jonathan Scott

rnerà il mondo

le persone che fra 24 giorni saranno alla Casa Bianca altro clintoniano di ferro, lo spin doctor di Obama, William J. Perry, senior fellow presso la Hoover Institution, professore alla Stanford University e, dal 1994 al 1997, ministro della Difesa dell’Amministrazione Clinton. Sotto la sua guida, gli Usa hanno inviato i soldati ad Haiti nel 1994 per convincere la giunta militare a reinsediare al potere il deposto presidente Jean Bertrand Aristide. E sempre lui ha sovrainteso alle operazioni delle forze armate Usa in Bosnia nel 1994. restando nell’ambito difesa, c’è anche Sarah Sewall, docente di public policy presso la John F. Kennedy School of Government dell’Università di Harvard e direttore del Carr Center for Human Rights Policy del- Susan E. Rice, nessuna l’Università sudparentela detta. La Sewall è con Condi, stata vice ministro Denis della Difesa con McDonough, delega alla pace l’ex (fantastico!) per segretario tutta la durata deldi Stato l’Amministrazione Madaleine Clinton e ha collaAlbright borato con il genee Jason rale David PeFruman, traeus nella stesucapo ra dei piani di coneconomico troinsurrezione.

vera, è considerato uno degli uomini più vicini a Obama e, secondo l’editorialista del Chicago Sun Lynn Sweet, «ha contribuito a redigere tutti i discorsi chiave del candidato democratico». In caso di vittoria, sono in molti a vederlo come possibile portavoce della Casa Bianca.Gregory B. Craig, altro nome di peso, è stato direttore per la pianificazione politica dell’ex Segretario di Stato Madeleine Albright.Avvocato di grido, Craig è partner dello studio legale, con sede a Washington, Williams & Connolly. Due curiosità: ha difeso Bill Clinton durante la procedura di impeachment e dal 1984 al 1988 è stato consigliere a tutto tondo del senatore Edward

Gration, generale dell’Aeronautica a due stelle in pensione e oggi direttore generale e amministratore delegato di Millennium Villages, un progetto volto a fare uscire i villaggi africani dalla povertà. Gration parla Swahili ed ha trascorso la gran parte dell’infanzia in Congo. Sul fronte nucleare la voce di spicco è quella di Sam Nunn, ex senatore della Georgia e co-Presidente e Ceo della Nuclear Threat Initiative, un’organizzazione che si dedica alla riduzione della minaccia costituita dalle armi nucleari, biologiche e chimiche. Nel 1991, insieme al senatore rep. Richard G. Lugar, Nunn ha presentato la legge istitutiva del Nunn-Lugar Cooperative Threat Reduc-

tion Program, volto a coadiuvare le attività di smantellamento del proprio programma nucleare da parte dell’ex Unione Sovietica.

E passiamo al team economico, punto nevralgico della campagna di Obama. I principali consulenti delle sue strategie sono: Jason Furman, senior fellow per l’economia della Brookings Institution e oggi direttore per le politiche economiche della campagna elettorale. Anche qui non si scappa: Furman è stato assistente speciale di Clinton per le politiche economiche e staff economist del Council of Economic Advisers. Ha inoltre ricoperto l’incarico di senior economic adviser alla Banca Mondiale e ha diretto la campagna presidenziale del 2004 di John Kerry. Grande amico di Rubin, Fruman è indicato da molti come possibile ministro del Tesoro. A contendergli l’eventuale poltrona, William M. Daley già direttore della Task Force del Nafta sotto Clinton, nonché, dopo l’entrata in vigore del Trattato, suo ministro del Commercio. C’è poi Austan Goolsbee, professore di economia presso l’Università di Chicago. Nella squadra anche Daniel K. Tarullo, professore al Law Center della Georgetown University, dove insegna economia e diritto internazionale bancario. Vice segretario di Stato con delega all’economia e al commercio sempre con Clinton, è uno degli uomini più fedeli all’ex presidente.


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mondo

Il premio vero. Il Comitato di Stoccolma laurea l’ex presidente finlandese Martti Ahtisaari che ha passato trent’anni della sua vita a mediare crisi e conflitti

Guerra sul Nobel della Pace La Serbia e la Russia contestano la scelta dell’uomo che negoziò l’indipendenza del Kosovo di Enrico Singer

gni premio Nobel scatena polemiche. È sempre stato così e, probabilmente, così sarà sempre. È successo anche pochi giorni fa, quando il Comitato dei saggi di Stoccolma si è occupato di fisica e ha dimenticato l’italiano Nicola Cabibbo, scopritore del principio che i tre scienziati giapponesi premiati hanno poi elaborato. Ma se c’è un Nobel che scatena delle vere e proprie guerre è quello per la Pace. E la laurea al caparbio negoziatore finlandese Martti Ahtisaari non sfugge alla regola. Intervenire nella politica internazionale e riconoscere a una personalità un ruolo speciale nella soluzione di crisi e conflitti è compito arduo, in verità. Si scontra con il muro delle opportunità e lascia comunque degli scontenti. Al punto che, per non fare torto a nessuno, qualche volta il Nobel per la Pace è stato assegnato agli ex nemici diventati amici:

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come fu nel caso di Henry Kissinger e di Le Duc Tho - che lo rifiutò - per il Vietnam, di Menachem Begin e Anwar el Sadat per l’accordo tra Israele ed Egitto, di Willem de Klerk e Nelson Mandela per il Sudafrica o di Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin per l’accordo tra palestinesi e israeliani che, ancora oggi, non ha portato a una vera pace.

Questa volta il Comitato del Nobel ha deciso di assegnare una specie di Nobel per la Pace alla carriera. Perché, come è scritto nella motivazione del premio, Martti Ahtisaari «in diversi Continenti e per oltre tre decenni ha contribuito a un mondo più pacifico e alla fraternità tra le nazioni». Non c’è dubbio che il curriculum di mediatore dell’ex presidente socialdemocratico finlandese tra l’altro sotto il suo mandato, dal 1994 al 2000, la Finlandia è entrata nella Ue - è molto lungo. Dalla Namibia al Corno d’Africa, dall’Irlanda del Nord all’Indonesia, dall’Iraq alla crisi dei Balcani. Ieri, quando gli hanno comunicato l’assegnazione del Nobel, Ahtisaari ha detto che il risultato più importante della sua carriera è stato la pace in Namibia «perché ha richiesto tanto tempo». In effetti quella mediazione durò dieci anni: dall’80 al ’90. Ma il suo nome è legato a doppio nodo al Kosovo. E questo basta per capi-

re perché anche il suo Nobel per la Pace sta scatenando una guerra. Con la Serbia che lo accusa apertamente di «avere aiutato una secessione illegittima che ha aumentato la tensione nei Balcani». E con la Russia che non fa dichiarazioni ufficiali, ma che - attraverso le opinioni dei suoi commentatori più vicini al Cremlino - sospetta che gli accademici svedesi abbiano voluto in qualche modo schierarsi al fianco degli

dente serbo, Slobodan Milosevic, a porre fine alla guerra in Kosovo. Era il 1999: l’anno seguente Ahtisaari divenne presidente della Finlandia e, fino al 2000, si occupò del suo Paese. Ma allo scadere del mandato non brigò per la rielezione e tornò ad occuparsi di missioni di pace per conto dell’Onu. Nel novembre del 2005, Kofi Annan, che era segretario generale delle Nazioni Unite, lo nominò inviato speciale per il Ko-

In corsa c’erano anche dei candidati ancora più scomodi per Pechino e Mosca: il dissidente cinese Hu Jia e l’avvocatessa russa Lidya Yusupova che ha sempre difeso i diritti del popolo ceceno Usa e della Nato nella crisi ancora aperta della Georgia. Il fatto è che Martti Ahtisaari 71 anni e un figlio, Marko, che fa il musicista - si è occupato di Balcani in due fasi-chiave. Nel momento esplosivo del conflitto riuscì, insieme all’ex premier russo Viktor Chernomyrdin, a convincere l’allora presi-

sovo e Martti Ahtisaari negoziò due anni elaborando, alla fine, un piano che fu presentato alle parti nel febbraio del 2007, ma che fu rifiutato. Il piano prevedeva l’indipendenza del Kosovo sotto supervisione internazionale: esattamente quello che è poi avvenuto nei primi mesi del 2008.

L’indipendenza del Kosovo non è stata mai riconosciuta da Belgrado e da Mosca. Adesso l’Assemblea generale dell’Onu ha ammesso il ricorso della Serbia alla Corte internazionale di giustizia e le polemiche si sono riaperte. Anche perché Mosca ha giustificato il suo intervento in Georgia e il riconoscimento dell’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia proprio in nome della stessa dottrina del rispetto delle minoranze applicato al Kosovo. Così, se il Comitato del Nobel aveva pensato di preferire un professionista della

Il Comitato non si è pronunciato durante le Guerre mondiali, il Vietnam e il conflitto Usa-Urss

Da anni Stoccolma non era così chiara di Vincenzo Faccioli Pintozzi l premio Nobel per la Pace non è mai stato assegnato in tempo di guerra. Il suo indiscutibile prestigio non ha contribuito a sedare la Guerra fredda, il conflitto del Vietnam o gli anni fra le due Guerre mondiali, segnati dalla crisi dell’Europa e dall’affermazione dei grandi totalitarismi. L’Accademia di Stoccolma non ha assegnato il Nobel per la Pace in ben 19 occasioni e, nelle 88 edizioni in cui l’Accademia si è pronunciata, non ha mai brillato per incisività. Soltanto in nove casi il Nobel ha sottolineato un’urgenza reale in corso. Non deve quindi fare impressione che ieri il premio non sia stato conferito alle vittime del regime cinese o agli oppositori dell’orso russo. Corre l’anno 1964: gli Stati Uniti sono in uno stato di guerra civile non dichiarata. Le lotte contro la segregazione della popolazione di co-

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lore hanno assunto i toni della guerriglia, e sempre più spesso il governo invia le forze armate nelle zone a rischio del sud del Paese per fermare manifestazioni e proteste violente. Da Stoccolma, arriva la notizia che il Nobel per la Pace è stato conferito a Martin Luther King jr, promotore della non violenza e leader della comunità nera.Verrà assassinato, ma il suo sogno è destinato a divenire, con fatica, una realtà. Nove anni dopo, vengono chiamati in Svezia Henry Kissinger e il premier nordvietnamita Le Duc Tho. Il premio vuole essere uno stimolo per i due grandi negoziatori della fine della guerra del Vietnam. Le rifiuta l’onore per non sedersi allo stesso tavolo del politico Usa, ma l’anno dopo la guerra finisce. Nel 1983 è la volta di Lech Walesa, l’elettricista di Solidarnosc. Il sindacalista non può ricevere


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Il premio immaginato. La Betancourt chiama la stampa pensando di vincere

Ingrid, la gaffe più grande del mondo di Massimo Fazzi

La cerimonia della premiazione dei Nobel. Martti Ahtisaari cercò invano di far approvare il suo piano per il Kosovo anche dai serbi

PARIGI. Un Nobel sperato, immaginabile e sicuramente immaginato. Ingrid Betancourt, per sei anni ostaggio in una giungla, ha forse dimenticato come funziona il mondo della comunicazione, e come può essere spietato. Per questo, la conferenza stampa da lei fissata per ieri alle 13 presso l’Hotel Meurice, dove avrebbe risposto alle domande sulla vittoria del premio per la Pace, è divenuta in giornata la barzelletta della stampa francese. E di quella di tutto il mondo. L’assegnazione del Nobel al finlandese Martti Ahtisaari, stimato mediatore internazionale, l’ha colta talmente di sorpresa che non è riuscita neanche a fermare una nota - sotto embargo fino all’annuncio della vittoria - in cui ringrazia il Comitato di Stoccolma per l’onore concesso.

mediazione per evitare candidati ancora più scomodi, ha mancato il suo obiettivo. Nella guerra, per fortuna solo verbale, delle polemiche del dopo-premio, infatti, c’è anche la voce di chi giura che Martti Ahtisaari sarebbe stato scelto per non urtare troppo la Cina e la Russia. Tra gli altri candidati forti al Nobel per la Pace c’erano il dissidente cinese Hu Jia, da anni in carcere, e l’avvocatessa russa Lidya Yusupova che si è battuta

Un onore che, si legge nel testo, ha la valenza di «inviare un forte messaggio ai sequestratori delle Farc, che giocano impunemente con la libertà delle altre persone». Rapita dai ribelli colombiani il 23 febbraio del 2002, la Betancourt è stata liberata con un blitz delle forze colombiane il 2 luglio scorso. D’altra parte, la sua vittoria era data per certa nei soliti ambienti “ben informati” della comunità internazionale. Il tour della

in difesa della popolazione della Cecenia. Ma se davvero così è stato, il risultato ha finito per scontentare Belgrado e per deludere lo stesso Mosca. Il Comitato del Nobel, come vuole la tradizione, non reagisce alle polemiche. E ha ragione. Se questo premio deve essere un messaggio politico in nome della pace, non sorprende che finisca nel mirino delle critiche di chi avrebbe voluto un corso diverso per la storia.

il premio per il pericolo di non poter poi rientrare in patria, ma il conferimento sposta l’attenzione mondiale sulla lotta degli anti-comunisti polacchi. Questi dovranno aspettare la fine del muro di Berlino per poter avere libere elezioni, ma il loro leader riuscirà a trattare con il governo sin dall’anno successivo al premio.

Il 4 giugno del 1989 i carri armati dell’esercito di liberazione popolare vengono inviati nella piazza centrale di Pechino, la Tiananmen, dove da mesi studenti e operai sono riuniti per chiedere al governo democrazia e libertà. La fine della loro protesta è tristemente nota in tutto il mondo ma, nel dicembre dello stesso anno, il Nobel per la pace viene conferito al 14° Dalai Lama. Per il governo cinese si tratta di uno schiaffo in faccia di portata enorme, ma il conferimento del premio al leader buddista dice alla Cina che non saranno tollerati altri massacri. Un anno dopo, la caduta del Muro di Berlino ha cambiato i confini – non soltanto geografici – del mondo intero. L’Unione sovietica, tuttavia, è ancora chiusa nel suo isolamento diplomatico e guarda con sospetto all’Occidente. Il suo lea-

der, Michail Gorbaciov, cerca di traghettare l’ex impero sovietico nella modernità e i suoi sforzi vengono premiati da Stoccolma. L’anno dopo, il putsch è completo e Mosca inizia il suo viaggio verso un nuovo ordine interno. Nel 1991, l’attenzione torna sull’Asia. In Birmania, la giunta militare che comanda con pugno di ferro da oltre 30 anni viene sconfitta alle elezioni dalla Lega per la democrazia di Aung San Suu Kyi, che vince il Nobel per aver condotto la ribellione anti-militare senza usare la violenza. La giunta la arresta subito dopo: lei è libera di uscire dal Paese, ma in quel caso non ci potrà mai più tornare. È ancora agli arresti domiciliari, a dimostrazione che la sua battaglia è più importante della sua vita. Cosa che non tutti i vincitori possono dire con sincerità. Nel 1994 è la volta di Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin. Il loro Nobel, nel pieno del programma di pace mediorientale, indica la strada desiderata dall’Occidente per Israele e Palestina. Una strada fatta di dialogo, confronto e mediazione, per portare a una situazione condivisa. Una pace che, purtroppo, ancora non si è verificata. Nonostante Stoccolma.

Betancourt nelle grandi istituzioni internazionali a pochi giorni dall’assegnazione aveva l’aria di un pellegrinaggio dello spirito, e le parole rivolte dall’ex ostaggio ai grandi della Terra - riuniti all’Onu, nel Parlamento europeo e nelle sacre stanze del Vaticano - sembravano quelle di un profeta moderno. Evidentemente, però. mal consigliato e peggio informato.

È infatti impensabile che tutto questo circo mediatico sia stato messo in piedi per un puro atteggiamento narcisista dell’ex candidata alla presidenza di Bogotà. Con molta probabilità, la sua nomination era stata annunciata e sussurrata all’orecchio del suo staff, che ha deciso di non farsi cogliere impreparato davanti al grande evento. Eppure - anche se è pleonastico ricordarlo - il premio Nobel per la Pace va il più delle volte a chi dedica la sua vita alla pace. Per quanto sia drammatica e ammirabile la vita della Betancourt, di cui tutto il mondo ha più volte chiesto la liberazione, non è certo una vita spesa (almeno fino ad ora) per ottenere la pace. Certo, è noto il suo desiderio di voler creare un’Associazione che aiuti gli ostaggi ancora in mano alle Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Ma questo, per ora, è soltanto un desiderio. E non si possono neanche azzardare paragoni con gli altri vincitori eccellenti del Premio: il Dalai Lama, ad esempio, ha vinto non perchè è un grande pensatore o perchè non ha risposto con la violenza a Pechino, ma perchè con il suo operato pratico - da presidente del Tibet indipendente - ha impedito diversi massacri. A voler essere polemici, o forse un pizzico smaliziati, si potrebbe anche pensare a un limite posto sul carroarmato targato Eliseo. Sarkozy può già vantare due vincitori di Nobel in questa edizione, e fornirgliene un terzo avrebbe reso la proverbiale grandeur francese intollerabile per molto tempo a venire. Non è una buona ragione per segare le gambe a un grande personaggio del presente, a

un reale attore di pace. Ma può bastare per fermare un’aspirante di peso.

Che non deve deprimersi. C’è ancora tanto tempo davanti, e la possibilità di vincere un Nobel si ripresenta ogni anno. Ora Ingrid pensi a lavorare per la pace nella sua Colombia, dia il massimo per gli ostaggi ancora in mano alle Farc e lasci perdere comunicati e conferenze stampa. Almeno fino a che il prossimo Comitato di Stoccolma non abbia pronunciato - e non sussurrato - il suo nome.


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società

Biopolitica. Almeno una coppia su sei in Italia richiede indagini specifiche o trattamenti ad hoc per poter generare figli

Sel’infertilità è maschile Nel mondo ci sono ottanta milioni di persone che soffrono di sterilità. La metà sono uomini di Ernesto Capocci lmeno una coppia italiana su sei richiede delle indagini specifiche o dei trattamenti ad hoc per poter generare. Per circa un terzo delle coppie, le cause sono da ricercarsi nel partner maschile; per un altro 20 per cento sono distribuite in entrambi i partner, facendo salire la percentuale di responsabilità maschile a circa il 50 per cento dei casi totali. L’infertilità maschile - fino a poco tempo fa nascosta o denegata come una vergogna, anche perché erroneamente associata all’impotenza e quindi non indagata - è oggi riconosciuta come entità clinica definita e nelle coppie sterili viene esaminata la situazione del partner in prima istanza, mentre per il passato veniva accertata dopo ripetute, costose e invasive indagini sulla donna. Secondo i dati dell’OMS, nel mondo ci sono tra i cinquanta e gli ottanta milioni di persone che soffrono di sterilità e la metà di questi sono maschi. La riduzione della capacità fecondante dell’individuo di sesso maschile, definita con il termine di infertilità e/o ipofertilità maschile, è una condizione patologica. Con il termine di

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do di concepimento divenga statisticamente significativo e bisogna considerare anche lo stato della partner, concetto quest’ultimo che sottolinea come la fertilità o l’ipofertilità non sono quasi mai dell’individuo, ma sono uno stato che riguarda la coppia. Un concetto fondamentale per l’interpretazione dei dati dell’analisi del liquido seminale è la valutazione in funzione dell’età dell’individuo. Nel giovane, esiste un netto sganciamento fra lo spermarca (comparsa dei primi spermatozoi nelle urine della mattina derivanti da polluzioni notturne incoscienti), le prime eiaculazioni coscienti e volontarie ed il raggiungimento della ”maturità” seminale, tale da potere essere considerata lo status quo seminale dell’individuo.

Pertanto, prima di parlare di oligospermia, è necessario attendere lo stabilizzarsi di tali fenomeni maturativi, tanto che a seconda delle Scuole si ritiene che dati riproducibili si possano ottenere dopo i 16, 18 o addirittura 20 anni; ed in ogni caso tutti concordano sulla necessità di rapportare la situazione seminale allo stato di maturità generale dell’individuo

Tra le persone del “sesso forte” non è ancora diffusa l’abitudine di sottoporsi a controlli medici specialistici regolari sulle possibili disfunzioni degli organi genitali sterilità invece si identifica l’impossibilità assoluta al concepimento.

L’infertilità maschile può essere definita, secondo quanto indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, come l’impossibilità di concepire dopo almeno dodici mesi di rapporti liberi con una partner in perfette condizioni di fertilità. Quindi, è richiesto un tempo piuttosto lungo perché il ritar-

(età ossea, età ormonale, ecc.). Un discorso sovrapponibile vale con l’avanzare dell’età. Pur essendo valido il principio che la fertilità maschile non ha un limite superiore di età, è altrettanto vero che tutti i parametri seminali subiscono un deterioramento progressivo a partire dai quarant’anni. Per questa ragione, lo stato di ”normalità” seminale e la “normalizzazione”mediante terapie può essere diversa a seconda

dell’età del paziente. In base all’origine, si possono distinguere: patologie che agiscono sulla produzione intratesticolare degli spermatozoi; patologie legate al trasporto degli spermatozoi nel tratto genitale maschile; patologie attive sulla funzione dello spermatozoo eiaculato. Esistono una serie di fattori di rischio per la fertilità maschile che devono essere accuratamente ricercati ed eventualmente trattati, allo scopo di prevenire problemi nella salute riproduttiva maschile. Si tratta di fattori che, per tutto l’arco della vita, possono influenzare negativamente la capacità riproduttiva in modo transitorio o permanente. Ad esempio, patologie come il criptorchidismo (il cosiddetto “testicolo ritenuto”), infezioni delle vie genito-urinarie e patologie prostatiche, varicocele (ne è portatore circa il 15-20 per cento della popolazione maschile, seppure rimane tuttora incerto il suo ruolo negativo nell’infertilità maschile), orchite post-parotitica, torsioni del funicolo spermatico, traumi e pregressi interventi chirurgici invasivi della regione inguinoscrotale, disordini endocrini, assunzione di farmaci (ad esempio esposizione a chemioterapici per patologie neoplastiche), patologie genetiche cromosomiche e geniche, patologie derivanti da abuso di alcol e stupefacenti, patologie professionali (ad esempio l’esposizione a radiazioni ionizzanti o ad inquinanti chimici di provata tossicità per la spermatogenesi).

A queste, vanno aggiunte patologie sistemiche o d’organo fortemente debilitanti l’organismo e tutti i disordini che hanno implicazioni sulla funzione erettile ed eiaculatoria. Rimane, tuttavia, una percentuale non irrilevante di situazioni (circa il 30 per cento) nelle quali non si riesce ad individuare

Nel 30 per cento dei casi non si riesce a individuare un fattore patogenetico del problema. Colpa delle scarse conoscenze a disposizione del sistema riproduttivo un fattore patogenetico - le cosiddette infertilità maschili “idiopatiche” - legate probabilmente alla scarsa conoscenza che ancora si ha della fisiopatologia del sistema riproduttivo maschile. Fondamentale, sembra il ruolo giocato dai fattori ambientali (in particolare le condizioni lavorative) e dagli errati stili di vita tra le principali sostanze lesive della spermatogenesi, si possono annoverare: tossici ambientali o antropici, lesivi dell’apparato riproduttivo maschile: possono agire sia sul sistema ormonale ipotalamo-ipofisi-testicolo, sia indirettamente con effetti tossici sulle cellule germinali; pesticidi, Pcb e dios-

sine, metalli pesanti (piombo, cadmio, mercurio, estrogeni presenti in carne, frutta, latte e derivati, acqua,ecc., oltre che nell’aria e nell’ambiente); farmaci; droghe; sostanze d’abuso; ormoni (estrogeni).

Molte delle cause elencate, oltre a provocare l’infertilità di coppia, possono portare a fallimentari e acritici procedimenti di fecondazione assistita (Art) o, peggio, a malformazioni fetali. Un’accorta prevenzione delle cause dell’infertilità maschile, consentirebbe infatti di ridurre il ricorso indiscriminato ai procedimenti di fecondazione assistita, ma la prevenzione è un


società

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L’opinione dell’andrologo. Parla il professor Andrea Lenzi

Un problema tipico del ricco Occidente colloquio con Andrea Lenzi ndrea Lenzi, presidente del Consiglio Universitario Italiano, è docente Ordinario di Endocrinologia e direttore del Dipartimento di Fisiopatologia Medica all’Università “La Sapienza”di Roma. In che termini professore, l’infertilità maschile può essere definita un problema sociale? È un problema sociale perchè coinvolge emotivamente sia l’individuo sia la coppia, tanto da essere una delle cause più frequenti di crisi matrimoniali. Inoltre, il calo della fertilità maschile è una della cause della ridotta capacità di riproduzione della società occidentale. Queste considerazioni, associate al fatto che il momento della procreazione è sempre più tardivo, non possono che aggravare gli eventuali problemi di fertilità del maschio. La conseguenza è che, nel giro di qualche generazione, si può arrivare all’estinzione o al riassorbimento di intere etnie. Molti ritengono che la prevenzione sia centrale rispetto al tema dell’infertilità, soprattutto maschile. Lei pensa che l’educazione alla prevenzione sia favorita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dai Governi? L’Oms ha svolto una funzione insostituibile in molti campi, ma la sua attività è decisamente sbilanciata verso le problematiche della contraccezione nei paesi asiatici e nella prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse. Infatti, non esiste da parte dell’Oms un vero piano di prevenzione dell’infertilità. Le task force esistenti si limitano a predisporre manuali di management diagnostico-terapeutico della infertilità maschile e di coppia indirizzate agli specialisti. I governi non hanno mai pianificato azioni o campagne di prevenzione basate, ad esempio, su una rete di visite mediche agli studenti in modo da poter fare delle diagnosi precoci o su di una campagna informativa che, dall’età scolare, crei la cultura del controllo andrologico equivalente a quella del controllo endocrinologico. È più efficace la procreazione medicalmente assistita o la prevenzione, in caso di infertilità? La riproduzione assistita nelle fasce di coppie più giovani ha una percentuale di successo che si attesta intorno al 30%, mentre la prevenzione, mirata ad evitare l’insorgere dell’infertilità, potrebbe abbattere anche del

A

aspetto ancora troppo poco curato. Se si opera un confronto tra il numero di controlli clinici (ginecologici), strumentali e laboratoristici (ecografie, paptest, mammografie, ecc.) a cui una donna si sottopone nell’arco della vita, dalla pubertà alla menopausa e oltre, ci si rende conto dell’abissale differenza numerica e culturale fra donna e uomo. Salvo poche eccezioni, ogni donna si sottopone a controlli della propria sfera genitale, indipendentemente dalla presenza di eventuali problemi.

Per il maschio, invece, il concetto di salute riproduttiva è un dato pressocchè inesistente: sono ancora pochi gli individui che si sottopongono a controlli andrologici di routine, in assenza di specifici problemi (solo circa il 5 per cento dei pazienti afferenti allo specialista per problematiche andrologiche). È certo che con un appro-

Il professor Andrea Lenzi, presidente del Cun e endocrinologo

priato e tempestivo approccio di tipo andrologico (medico e/o chirurgico) è possibile individuare una soluzione in circa i due terzi dei casi di difficoltà riproduttiva maschile, dato che spesso si tratta di situazioni di ipofertilità.

50-60% l’attuale ricorso alla fecondazione assistita per cause maschili. Perché vengono così poco sottolineati i rischi della fecondazione assistita? Nella realtà la fecondazione assistita di per sè non presenta grandi rischi. Le complicanze per iperstimolazioni o manovre chirurgiche errate sono poche, ma il vero problema è che l’applicazione indiscriminata tende a scotomizzare tutte le altre problematiche, fra cui quelle preventive. Altre possibilità terapeutiche sono possibili e risolvono una buona percentuale di casi permettendo una fertilità naturale. Non pensa che una parte della classe medica debba trattare con più rispetto chi crede che l’embrione sia vita e non un “grumo di cellule”? Assolutamente sì. Non entro nella discussione bioetica che ci porterebbe lontano e su cui è molto difficile avere delle certezze. Come andrologo le posso dire che proprio il testicolo, per la presenza all’interno di cellule totipotenti potrebbe diventare la sorgente di cellule staminali simili a quelle embrionali. Queste cellule, per la loro capacità di differenziarsi in tutti i tessuti ma “di proprietà” del corpo da cui sono prelevate, sono prive di implicazioni etiche. Di questo è stato data dimostrazione recente da parte di una equipe che opera negli Usa, ma che è composta in parte da ricercatori italiani. Il lavoro è stato da poco pubblicato su Nature ed ha avuto ampio risalto anche nei giornali italiani, dimostrando che l’avanzamento della ricerca è il modo migliore per superare le questioni etiche che di volta in volta si propongono. Come vive, nella sua esperienza di ricercatore e di clinico, il rapporto tra scienza ed etica? Molto serenamente, dato che tutto il lavoro mio e del gruppo di andrologi che coordino e che fa capo al Dipartimento di Fisiopatologia Medica che dirigo nell’Università di Roma La Sapienza svolge la sua attività scientifica ed assistenziale con il preciso scopo di migliorare la fertilità naturale dell’individuo. Quasi tutte le nostre ricerche sono “traslazionali”, cioè vengono svolte allo scopo preciso di trarne un risultato applicabile direttamente in clinica. Quindi, una missione di tipo speculativo, diagnostico e terapeutico che non può che essere considerata di grande profilo etico. Non ho mai creduto che scienza ed etica siano in conflitto sulle grandi questioni dell’uomo. Ad esempio nella nostra pratica clinica non credo che ci sia nessuno che preferisca che il paziente non sia seguito da medici competenti, che diventi sterile, depresso e che debba ricorrere a tecniche artificiali entrando spesso in crisi con la propria partner quando l’alternativa è un corretto approccio medico al problema che, ove possibile, lo affronti e lo risolva correttamente e naturalmente.


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cultura

proposito della questione già affrontata nei giorni scorsi da liberal circa l’ambiguità di Pratolini, occorre, a mio avviso, approfondirne alcuni aspetti che l’articolo si limitava necessariamente a sfiorare. Alludo ai rapporti di Pratolini con l’Ovra. Una questione importante poiché quello di Pratolini fu il percorso di molti altri giovani intellettuali cresciuti sotto il fascismo e che, per dirla con il titolo di un fortunato libro di Mirella Serri, «vissero due volte», prima come brillanti promesse dell’intellettualità fascista, vezzeggiati e blanditi dal regime, poi come intellettuali costruttori dei miti del partito comunista ed esaltatori del regime sovietico.

scrivere, nella citata lettera a Parronchi, cose contraddittorie: la sua affermazione di avere «la coscienza tranquilla» si accompagna infatti all’altra con cui, contraddicendosi, ammette «una lunga angoscia, forse anni di vita». Il clima politico dell’immediato dopoguerra non lo aiutò molto, poiché le voci della sua probabile collaborazione con l’Ovra indussero alcuni dei suoi migliori amici, ad esempio Alfonso Gatto e Elio Vittorini, a una brusca interruzione dei rapporti.

A

Lo fecero senza soluzione di continuità e soprattutto tacendo - complice Togliatti, grande traghettatore dal fascismo al comunismo di buona parte della cultura italiana - sul proprio imbarazzante passato. Come ho avuto modo di precisare nel mio lavoro Le spie del regime, Pratolini risulta nel libro-paga della zona VIII dell’Ovra, cioè la regione Toscana, a partire dal dicembre 1939. I suoi rapporti con la polizia politica fascista durarono pochi mesi, interrompendosi nel febbraio 1940, poiché egli, come registrò l’Ovra sui suoi documenti, si trasferiva «a Roma per ragioni di lavoro». Nella capitale, grazie all’aiuto di Alessandro Pavolini, allora alla testa del Minculpop, e di Giulio Carlo Argan, trovò presto un impiego, seppur precario, al ministero dell’Educazione Nazionale, di cui Argan era un autorevole dirigente. Pratolini aveva allora ventisei anni. A Firenze egli aveva collaborato al Bargello, l’organo della federazione fiorentina dei fasci di combattimento, alla rivista Letteratura, diretta da Alessandro Bonsanti, e, infine, aveva diretto con Alfonso Gatto, a partire dall’agosto del 1938, il quindicinale Campo di Marte, che cessò le pubblicazioni un anno dopo, nell’agosto del 1939. Alcuni mesi dopo v’era stato il contatto con l’Ovra. Uno dei suoi amici più intimi, il poeta Alessandro Parronchi, in un’intervista concessa nel settembre 2003 al Corriere della Sera, nel cercare di venire in soccorso della memoria dell’amico scrittore scomparso, dopo aver ammesso che Pratolini aveva fatto parte dell’Ovra, e aver aggiunto che a

Precisazioni sui suoi rapporti con la Polizia politica fascista

Ma quale miseria,Pratolini scelse di collaborare con l’Ovra di Mauro Canali favorire il contatto con la polizia politica fascista era stato Bruno Bècchi, un pittore che aveva collaborato al Bargello e a varie riviste fasciste, allora grande amico di Pratolini, si dichiarava convinto che dai rapporti di Pratolini con l’Ovra

aveva preso a circolare con insistenza la voce d’una sua compromissione con l’Ovra. Che Pratolini non avesse danneggiato alcuno nel periodo della sua dipendenza dall’Ovra è una affermazione a cui si deve credere sulla parola, anche se sappiamo che l’Ovra non usava remunera-

dello stesso scrittore nella già citata lettera a Parronchi, in cui il futuro autore di Cronache di poveri amanti non negava che i rapporti vi fossero stati, ma si affrettava a dichiarare di essersi amaramente pentito di «avere allora ceduto

Non furono le condizioni di vita a spingere lo scrittore toscano a rivolgersi al regime ma, come scrisse il poeta stesso all’amico Alessandro Parronchi, «uno spirito di avventura» non fossero derivati danni ad alcuno. Per Parronchi, Pratolini era stato indotto alla collaborazione con la polizia segreta fascista dalla miseria che in quel periodo lo affliggeva. Ma il poeta stava semplicemente riferendo la versione fornitagli dallo stesso Pratolini in una lettera giustificatoria inviatagli da Napoli il 28 febbraio 1946, quando

re fiduciari reticenti, pigri o inattivi. Per quanto riguarda invece i motivi che avrebbero spinto Pratolini nelle spire della polizia segreta fascista, possiamo riportare un’affermazione Sopra, Vasco Pratolini e due ritratti di Serena Maffia degli amici del poeta, Alfonso Gatto (a sinistra) e Elio Vittorini (a destra)

a uno spirito di avventura, credendo, con leggerezza estrema, di “fare bene”senza tenere conto delle conseguenze». Non vi è dunque nella lettera alcun accenno a quella miseria che sarebbe stata la causa del suo compromesso con l’Ovra, ma vi si parla di «spirito d’avventura». La consapevolezza della gravità del suo gesto gli fa

Ma se si esamina con attenzione il fascicolo a lui intestato nei fondi delle sovvenzioni elargite dal Minculpop, si può osservare che la compromissione di Pratolini con il regime fascista fu profonda e significativa, e il processo del suo distacco dal fascismo, con l’accostamento al partito comunista, più complesso di quanto egli stesso si sia sforzato di far credere. Certamente meno lineare di quanto venga descritto nella biografia intellettuale dedicatagli da Asor Rosa; una biografia per molti versi meritoria ma che oggi necessiterebbe di sostanziosi correttivi sui tempi che scandirono la marcia pratoliniana verso il movimento comunista. Più in generale, andrebbe forse rivista tutta quella storiografia della letteratura che, raccogliendo le ambigue suggestioni sottese all’opera di Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, fissa agli anni 1936-37, cioè alla guerra civile spagnola, il momento del distacco dal regime mussoliniano della “covata” dei giovani intellettuali formatisi sotto il regime, e dell’inizio della loro“lunga marcia”verso il Pci. Non è stato così per molti, non lo fu per Pratolini, se ancora nel giugno 1940 questi implorava Pavolini d’intervenire per consentire il suo arruolamento «per qualsiasi incarico in zona di guerra, su qualsiasi fronte», e se, negli anni dal 1940 al 1943, continuò a chiedere insistentemente sovvenzioni al Minculpop e a percepirle con regolarità fino al 5 ottobre 1943, cioè dopo la costituzione della Rsi, come sta a dimostrare la cedola presente nel suo fascicolo al Minculpop. Forse il grande scrittore toscano attende ancora una biografia che, alla luce del suo tormentato percorso esistenziale, consenta una più convincente decifrazione della sua opera complessiva.


religione

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Cadde vittima dell’operazione culturale che trasformò il nazismo in unico avversario occultando le responsabilità del comunismo

Pio XII, il Papa diffamato dal ’68 di Rocco Buttiglione segue dalla prima Era ottima l’immagine di Pio XII nella comunità ebraica: era stato l’ispiratore della più grande campagna di ospitalità clandestina offerta a dei perseguitati di cui si abbia memoria nella storia. Molte migliaia di ebrei gli dovevano la vita e non perdevano occasione per ringraziarlo. L’immagine cambia con il dramma di Friedrich Dürrenmatt Il Vicario. Un’opera che è parte di una grande operazione culturale che dà un potente contributo alla nascita della mentalità del ’68 in Germania. Adenauer aveva pensato che il nazismo fosse (come del resto il comunismo) il risultato di un tradimento del cristianesimo da parte dello spirito germanico. La vera risposta alla catastrofe della guerra era dunque il ritorno al cristianesimo. Il dramma di Dürrenmatt si inserisce nello sforzo di generare una differente autocoscienza dello spirito tedesco: il nazismo deve essere visto come un movimento in cui confluisce tutta la tradizione dello spirito tedesco che si oppone al comunismo. Il libro di György Lukács La distruzione della ragione delinea esattamente questa tesi.

simo. Pio XII cade vittima di questa operazione culturale. Ci si può domandare: come mai quella spregiudicata operazione culturale ha potuto avere tanto successo? Pio XII, come

tutti i suoi contemporanei, vedeva il mondo in un modo diverso da co-

Sorge). Per questo ritenne di non poter condannare di nuovo in modo solenne il nazismo. Doveva condannarli ambedue o nessuno. La cultura europea degli anni ’30 era convinta che l’epoca delle democrazie fosse finita e che il futuro appartenesse ai regimi totalitari. Nessuno immaginava né l’ingresso degli Stati Uniti nella guerra né la loro enorme potenza. Nessuno poteva immaginare l’invenzione della bomba atomica. Nessuno poteva immaginare che alla fine il vero vincitore della guerra sarebbe stata l’America e non la Russia. Era così irragionevole questa visione? Certamente no.

Se non avessero avuto la bomba atomica gli americani avrebbero affrontato le spese e i rischi necessari per difendere l’Europa dal comunismo? Probabilmente no. Pio XII tutto questo non lo immaginava e non poteva immaginarlo. Pensava, piuttosto, che la sconfitta della Germania avrebbe consegnato l’Europa al comunismo. Sperava, allora, che fosse possibile separare Germania da nazismo. Era a conoscenza della cospirazione che portò poi all’attentato del 20 luglio e la incoraggiò. La diplomazia pontificia favorì i contatti fra i cospiratori e le potenze alleate. La speranza era che la Germania si sbarazzasse del nazismo senza disfarsi e senza cessare di essere un baluardo contro il comunismo.Oggi, con il senno di poi, noi vediamo la Seconda Guerra Mondiale come una guerra delle democrazie contro il totalitarismo. Anche questa visione è però difettosa. Fu la guerra delle democrazie alleate con un totalitarismo contro l’altro totalitarismo. Il destino che Pio XII temeva per l’Europa, effettivamente lo hanno subito la Polonia e tanti altri paesi dell’Europa Centrale ed Orientale. Solo chi manca completamente di senso storico può condannare un grande Papa che ha fatto il meglio che un uomo poteva fare nelle condizioni difficilissime in cui la storia lo ha posto.

Solo chi non ha senso storico può condannare un grande Pontefice che ha fatto il meglio che un uomo poteva fare nelle condizioni difficilissime in cui la storia lo ha posto

Per darle forza è necessario inventare una continuità fra cristianesimo e nazismo e in modo particolare fra l’antiebraismo cristiano e l’antisemitismo nazista. Si cerca così di far dimenticare le radici del razzismo nazista nello scientismo tedesco del secolo XIX e poi nel darwinismo ed in particolare nel darwinismo sociale. Quali che siano le colpe dell’antiebraismo cattolico, non è possibile stabilire nessuna continuità fra esse e l’Olocausto. Il nazismo è sì una specie di anticomunismo assoluto, ma è un anticomunismo pensato all’interno di un inglobante scientista e ateo, non cristiano. E’ il risultato di una scissione all’interno del medesimo movimento di allontanamento dal cristianesimo che è segnato per un verso da Marx e per un altro da Nietzsche. La cultura del ’68 trasforma invece il nazismo in unico avversario, occulta le responsabilità del comunismo e cerca di legare fra loro nazismo e cristiane-

me lo vediamo noi.Vedeva la guerra come guerra fra due totalitarismi ugualmente anticristiani e già condannati entrambi dal suo predecessore Pio XI con due importanti encicliche (Divini Redemptoris e Mit Brennender


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cultura

Abbastanza orientale per dirsi la più cosmopolita delle capitali dell’Asia, abbastanza occidentale per far invidia a città più che mai esuberanti come Parigi, Barcellona, Madrid

La movida di Istanbul Sarà la Turchia il Paese ospite della Fiera internazionale del libro di Francoforte di Bibi David a mezzaluna rossa sul Bosforo, abiti arancioni, gialli, rosa smoking nei negozi cult; pochi veli islamici firmati dallo stilista più elegante, notti di pizza e cous cous, drink alcolici e acqua di rose, kebab e prelibatezze francesi, caffè arabi anni Sessanta e internet-café. Questa, fra i mahare, i locali tradizionali turchi, e gli shopping centre modello Usa, è la Istanbul di oggi. Abbastanza orientale per dirsi la più cosmopolita delle capitali dell’Asia, abbastanza occidentale per far invidia a

L

una città schizofrenica, dall’anima divisa», ripete uno scrittore come Orhan Pamuk, Premio Nobel turco nel 2006. Come non dargli ragione. «Una città double-face, piccante come certi antipasti arabi e dolce come la pasticceria viennese», ha detto invece Feridun Zaimoglu, giovane

cambiamenti repentini e imprevedibili della sua Turchia. Una Turchia che da anni non è più chiusa in se stessa, che ha smesso di specchiarsi nei vecchi miti di odalische e turbanti per raccontarsi al mondo in tutte le sue sfaccettature,variopinta e senza pudore. Una Turchia che, anche

Per Feridun Zaimoglu, giovane promessa della letteratura turca, la metropoli oggi si presenta come «una città double-face: piccante come certi antipasti arabi e dolce come la pasticceria viennese» culturalmente, gioca a rincorrere l’Europa, a farsi riconoscere, e che, da un po’, in modo sempre meno nascosto, in Europa c’è. Ecco, la Turchia ospite d’onore alla Buchmesse che si apre martedì prossimo a Francoforte è la Turchia di talenti come Zaimoglu,appinto, di scrittrici come Elif Shafak, l’autrice di La bastarda di Istanbul.

città più che mai esuberanti come Parigi, Barcellona, Madrid.

Fermento culturale, movida turca, trionfo di un modernismo palpitante e colorato dal gusto mediorientale non meno che dal sapore europeo. Oriente e occidente in un connubio quasi magico di cupole dorate e luci psichedeliche, discoteche underground e hammam. Una città europea. Non solo. Qualcosa di più. Un’Europa con un passato musulmano, un labirinto di vicoli dal colore di zafferano e caffè; ballerini di flamenco, di musica tecno, danza del ventre e lapdance. Poster di divi americani e manifesti con gli orari per il digiuno del Ramadan. «Istanbul è

europee. La sposa turca,il lungometraggio del regista Fatih Akin, nel 2004, ha conquistato l’orso d’oro di Berlino. E pochi non conoscono un altro vip del cinema turco come Ferzan Ozpetek, regista di casa i Italia, da Bagno turco al recentissima Una giornata perfetta. Ciascuno dipinge con il proprio sguardo la propria Istanbul, la sua Turchia. Dove convivono bagni turchi bollenti, per nulla trascurati, anzi, di moda più che mai, come il famoso “Cagaloglu-hamam”della capitale, e locali alternativi di quartieri all’avanguardia come Beyoglu, dove si riunisce la Istanbul dalla faccia più europea. È lì, a Beyoglu, vicino allo storico Grand Hotel di Londra, che si consumano le notti più lunghe e creative dei giovani della nuova Turchia. Ragazzine con il piercing e l’hiyab legato in vita, con jeans attillati e capelli con l’henné, si ritrovano la sera dopo le undici in locali trend come il“Babylon”, regno della world music, sperimentale più che mai, o al “5 kat”, il night gestito dall’attrice cinematografica turca dai capelli rossi più gettonata fra i teen-agers di Istanbul,Yasemin Alkaia.

promessa della letteratura turca, autore del romanzo Leyla, che dalla Germania, dove vive, non smette di stupirsi di fronte ai

La Shafak è una bionda avvenente cresciuta in Spagna, che ha conquistato con il suo stile di scrittura prima Istanbul e poi i saloni europei. «La migliore scrittrice turca dell’ultimo decennio», ha detto di lei, senza esitazioni, lo stesso Pamuk. Una Turchia proiettata verso l’esterno ma sempre più consapevole di sé. La Turchia letteraria che ormai assale i media occidentali e quella del cinema che riempie i botteghini delle città

Qualcuno, meno disinibito, preferisce il più intellettuale “centro culturale Ataturk”, dove tuttavia non mancano spettacoli di danza, pieces teatrali e incontri con le star. Ancora le rive del Bosforo, nei tramonti rosati dei cieli mediorientali, tra i disegni notturni delle stelle che lì appaiono blu, sono il luogo preferito per gli amori romantici. Le coppie turche non rinunciano, almeno ogni tanto, ad incontrarsi tra il mare e i bastioni. I tre city-magazine per giovani del paese, Time out, Istanbul life e Beyoglu, non mancano di riportare sulle prime pagine le feste più colorate e vivaci organizzate in quella zona tra locali e club. Non è solo politica, dunque,la nuova Turchia. Motivata

ancora dalla riforma rivoluzionaria di Ataturk, ma pure preoccupata dalle spinte islamiste, dalla questione curda o armena, da troppo tempo in attesa di varcare il portone dell’Unione europea, la Turchia del 2008 si nutre di musica e tv. È ancora del regista di La sposa turca Fatih Akin, il più bel documentario musicale turco, Crossing the bridge.The sound of Istanbul, già presentato fuori concorso al 58°festival di Cannes. Qui Akin descrive con minuzia di particolari la Istanbul che canta e che


cultura

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Le mille e una contraddizioni della Turchia

Alleato d’Occidente o cavallo di Troia? di Aise Onal on è Parigi né Londra. La città più grande d’Europa è Istanbul, che in Europa sta solo per metà. E sempre turche sono 5 delle 10 città del continente con la più alta e rapida crescita demografica e con la più alta percentuale di popolazione al di sotto dei 14 anni. La statistica e i numeri spesso rimarcano le contraddizioni più forti. La più embelmatica è quella che vedeva, nel 2001, il Paese sull’orlo del collasso, mentre oggi cresce al ritmo del 7% all’anno e tiene “botta”anche al Crac della finanza. A Bruxelles ritengono Erdogan l’autore di questo “miracolo”, così come lo reputano un europeista convinto, capace di sospendere la pena di morte e di modificare alcune leggi anacronistiche e vessatorie, come quelle che limitavano la libertà di critica, mentre la Casa Bianca continua a considerarlo un alleato affidabile; anzi indispensabile in un Medio Oriente dove Washington ha bisogno di riferimenti sicuri dopo il dissesto iracheno. Tutto vero. Ma c’è anche un altro Erdogan, che firma accordi strategici con l’Iran di Ahmadinejad, che ristabilisce il velo nelle università e, soprattutto, che incoraggia l’islamizzazione strisciante della Turchia. Erdogan e il suo partito sono al governo dal 2002, ma le radici politiche del Primo Ministro sono più antiche e profonde. Nel 1980 Erdogan era un ambizioso islamista. che guardava alla politica come ad uno strumento in prospettiva della costruzione dello Stato Islamico, e le sue frequentazioni lo confermano. Nel 1986 ospitò infatti Guilbudding Hekmatyar, un leader dei mujaheddin islamici che aveva combattuto durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Nel 1990 subì una disfatta politica, venendo eletto deputato al primo turno ed essendo poi ricusato dopo il trionfo del suo rivale al secondo turno, ma nel 1994 diventò sindaco di Istanbul e si configurò leader politico affermando: «Io credo nella Sharia, ma non vestirò abiti religiosi al fine di portare la nostra lotta fino al governo». Già durante la campagna elettorale, Erdogan aveva puntato su un programma rigido dal punto di vista morale, promettendo di chiudere tutti i bordelli di Istanbul, ma, non avendo il potere di farlo, volle almeno bandire le bevande alcoliche da tutti i ristoranti della sua giurisdizione, sostenendo che non avrebbe permesso ad un peccato di intaccare la sua fede. Il suo

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suona,che adora le nenie arabe non meno dell’hip-hop. Non mancano episodi di censura, invece, a cantanti considerati sconvenienti o troppo osé, come la celebre star transessuale Bulent Ersoy, da tempo sotto processo dalle autorità della Turchia. Ma è più forte il vento di libertà contro tutte le convenzioni e in Turchia, a differenza di molti paesi arabi e mediorientali,la capacità di esprimrsi senza paure e di esporsi ai rischi che comporta l’irrefrenabile volontà di espansione,non viaggia solo sul web. Dalla movida

La mezzaluna rossa sul Bosforo, abiti arancioni, gialli, rosa smoking nei negozi cult; pochi veli islamici firmati dallo stilista più elegante, notti di pizza e cous cous, drink alcolici e acqua di rose, kebab e prelibatezze francesi, caffè arabi anni Sessanta e internet-café. Questa, fra i mahare, i locali tradizionali turchi, e gli shopping centre modello Usa, è la Istanbul di oggi

turca è nata la sceneggiatura di soap-opera, come Nour e Yehia e Lamis, che hanno conquistato quest’anno il mondo arabo,dall’Egitto al regno degli Al-Saud. In arabo si chiamano musalsalat e non hanno nulla da invidiare a Beautiful e alle soap americane e europee. Nour significa luce, Yehia e Lamis è tradotta da molti come Anni perduti. I media, giornali come tv, hanno parlato insistentemente della «Febbre da Nour». E più di duecento donne saudite sono andate all’anagrafe per cambiare nome e chiamarsi Lamis. Un vero terremoto, nella regione, tra ragazze in visibilio e minacce degli imam.

La rivoluzione culturale turca tinge dei suoi colori sgargianti tutto ciò che sfiora. In pochi anni sono arrivate a trecento le gallerie d’arte, prima fra tutte il gettonatissimo «Museo Istanbul modern», frequentato sempre di più. Ed è un cammino che non si ferma: a cento anni dal crollo dell’impero ottomano, la Turchia ha cambiato abito ma non smette di proporsi al mondo come l’esempio vivente di un paese che riesce sempre ad elevarsi un po’ piu’ su.

esempio ebbe un effetto domino e i divieti si diffusero in altre città. Nel 1998 la sua carriera politica fu interrotta dall’arresto per aver letto una poesia di cui una parte recita, testualmente: «le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmi, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati…». Nei quattro mesi passati in carcere, Erdogan pose le basi per il partito che avrebbe costituito in seguito; era famoso tra i giornalisti per aver affermato che, dopo il suo rilascio, il suo sogno più grande sarebbe stato quello di unificare tutti gli elementi islamici e nazionalisti del Paese, ed effettivamente - ritrovata la libertà - con un piccolo gruppo proveniente dal Partito della Virtù formò l’AKP. Il partito vinse le elezioni del 2002, ma ad Erdogan erano interdette le cariche politiche per i suoi precedenti penali; ci volle un rapido cambio della legge per permettergli prima di essere eletto deputato, e - qualche giorno dopo - di essere nominato Primo Ministro. Durante questo lasso di tempo, la carica fu ricoperta dall’attuale Presidente della Turchia, Abdullah Gul. I primi tempi del governo Erdogan sono stati segnati dai contrasti con i media. Giornali e riviste abbondavano di caricature del Primo Ministro, e lui decise di zittirli citandoli per danni ed ottenendo lauti risarcimenti. Da allora i media tacciono spesso. Ma perché Erdogan è così potente nonostante un’opposizione che in passato ha già rovesciato altri governi? Perché il suo potere deriva dalla speranza delle democrazie occidentali di rendere l’Islam compatibile con la democrazia attraverso la Turchia, e perché la minaccia di colpi di Stato spaventa i democratici che in passato sono stati terrorizzati dai militari. Erdogan gode inoltre dell’appoggio di molti gruppi islamici e dei tariqats (culti islamici), e gli attacchi dei militari e dei laici lo fanno apparire come un martire, rafforzando così la sua immagine. Guida un Paese dove il 73% delle persone non ha fiducia negli stranieri; l’88% non vuole avere omosessuali intorno, il 63% gli atei, il 65% le coppie non sposate, e ben il 75% crede che le mogli dovrebbero essere completamente sottomesse al proprio marito.

Recep Erdogan: dal carcere al governo, dai contrasti con i media a un potere insidiato solo dai militari


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LA DOMANDA DEL GIORNO

Cofferati non si ricandida. Motivi familiari o c’è altro? IL SOSPETTO È CHE IN REALTÀ LA SCELTA SIA LEGATA A SONDAGGI PIUTTOSTO ALLARMANTI Come scritto in molti retroscena politici, sembrerebbe proprio di no. Il sospetto, proprio come riportato sempre dai giornali, apparirebbe essere legato al fatto che i sondaggi pre-elettorali per il rinnovo della carica di sindaco, a Bologna, diano Cofferati in svantaggio, rispetto al redivivo Guazzaloca. Io, comunque, vorrei credere fino in fondo all’onestà e alla trasparenza della sua decisione, resa pubblicamente. In un mondo come quello di oggi, dove tutto appare, dove tutto, appunto, è apparenza e non sostanza, dove non c’è quasi più niente di stabile e duraturo - vedi la crisi dell’istituto familiare, del matrimonio e addirittura l’affermarsi di quella che è già stata definita come liquidità degli affetti all’interno di una società liquida - credo che il rinunciare al “potere” per dedicare tutto sé stesso alla famiglia e ai figli, sia qualcosa di “eroico”. Una scelta coraggiosa, controcorrente rispetto all’evolversi della società moderna, fondata sull’affermazione sociale, sulla carriera, sui soldi ecc. E’ proprio come ha affermato pochi giorni fa il nostro Pontefice, Benedetto XVI: «Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla car-

LA DOMANDA DI DOMANI

Scuola, studenti in piazza e scioperi annunciati. Servirà a qualcosa? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

riera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia». Grazie per l’ospitalità e buon lavoro.

Roberto Marraccini - Arese (Mi)

MACCHÉ PROBLEMI PERSONALI, COFFERATI È SGRADITO AL PD COME ALL’ESTREMA SINISTRA Non entro nelle ragioni private che stanno alla base della sua decisione. Ma secondo me, il repentino ripensamento è stato dettato più da motivi politici che familiari. La verità è che Cofferati è certamente sgradito all’estrema sinistra e non gradito da una parte non irrilevante del Pd. Insomma, credo solo che oggi l’ex leader della Cgil abbia semplicemente tirato le somme.

Pierpaolo Severini - Roma

LA DECISIONE DELL’EX LEADER DELLA CGIL MERITA RISPETTO E HA TUTTA LA MIA STIMA Sono perfettamente d’accordo con Vasco Errani: la scelta annunciata due giorni fa dal sindaco di Bologna Cofferati, motivata da ragioni di carattere personale e familiare, merita l’attenzione e il rispetto di tutti. Cofferati ha tutta la mia stima, e il mio apprezzamento pieno va al lavoro che ha svolto in questi anni. Un lavoro di qualità che consente a Bologna di guardare con fiducia al futuro della città da tanti punti di vista. Penso che progetti, realizzazioni, programmi avviati nel corso di questo mandato dovranno andare avanti speditamente perché utili per la città, ispirati allo sviluppo e al benessere di questa comunità. Con il “Cinese”(così nella Cgil era chiamato confidenzialmente Cofferati) il ruolo di Bologna nel sistema regionale «ha fatto un passo avanti importante», grazie «alla visione strategica del sindaco, ed anche questo è un patrimonio sul quale investire insieme con determinazione».

PER UNA NUOVA CULTURA DELLA POLITICA In un momento particolarmente delicato per il futuro del nostro Paese, nasce a Grottaglie il circolo Liberal con l’obiettivo di porre le basi per una nuova cultura della politica. Di fronte ai tanti fatti di cronaca che dimostrano ancora una volta il preoccupante decadimento dei valori, è sempre più urgente riappropriarsi di quel patrimonio valoriale che dovrebbe orientare le scelte e le decisioni di chi è chiamato a governare la collettività, sia essa nazionale che locale. Patrimonio valoriale che affonda le sue radici nei principi e nei valori cristiani. Con questo spirito nasce il circolo Liberal di Grottaglie, consapevole del fatto che sarebbe fin troppo facile addossare colpe e responsabilità soltanto ai governanti. D’altronde gli amministratori sono l’espressione del corpo elettorale. Il problema, quindi, si sposta sul consenso, su come è creato. E purtroppo, il nostro, è il più delle volte un con-

CITTÀ FANTASMA Kolmanskop è una città fantasma della Namibia meridionale. Un tempo piccolo villaggio di minatori, oggi è una meta turistica gestita dalla Namibia-De Beers, completamente invasa dalla sabbia. È stata abbandonata definitivamente nel 1956

VIVA LA PRUDENZA (FINANZIARIA)

PICCOLE PROPRIETÀ CONTADINE

Viviamo un’epoca di crisi finanziarie e di minacce d’annientamento dei risparmi in cui, tuttavia, un fatto positivo sta accadendo: forse è la fine di un’era. Quella degli affari, in particolare di quelli delle banche d’investimento, basati quasi esclusivamente sulla leva finanziaria.Tutto l’opposto di ciò che serve per fare impresa in modo sano. Sentiamo già nell’aria il ritorno a uno stile più sobrio, attento e rigoroso. Con grande scorno degli spocchiosi, moderni e spericolati broker fan dell’indebitamento. Ora l’oculato banchiere, l’accorto commerciante, il contadino che non fa mai il passo più lungo della gamba, l’avveduta serva dai conti quadrati e l’inesauribile e virtuosa casalinga diVoghera vogliono ciò che loro spetta doverosamente.

Nel 1985 una tardiva gelata di fine inverno distrusse anche gli olivi più resistenti. I vecchi olivicoltori seguirono umilmente i consigli di esperti agronomi lavorando duramente per ridurre la chiome a un terzo. Sostituirono le piante morte con nuove varietà levando chini come in preghiera le erbacce. Dopo alcuni anni ricominciarono a raccogliere le olive a mano alzando le braccia al cielo come Mosè. Oggi olio extravergine d’oliva e vini genuini sostituiscono l’oro che una volta garantiva la moneta e fanno dell’Italia delle piccole proprietà contadine un esempio e una scuola per tutti i popoli che respingono ogni violenza bellica, terroristica e criminale aspirando a pace, rispetto e accoglienza fraterna.

dai circoli liberal Beatrice Castelli - Bologna

senso fondato sul clientelismo. Occorre, quindi, che la mediazione tra gli elettori, cioè la base, e i governanti non sia effettuata dal clientelismo. Ma che siano ripristinati i valori. È necessario pertanto “educare” la base. E ciò può avvenire soltanto attraverso la cultura, che non significa sapere molte cose o, peggio, ostentare le proprie conoscenze. Quella è soltanto la cultura dell’apparire, una vetrina che diventa la cassa di risonanza di governanti che improntano la loro attività amministrativa ad ottenere in occasione di pseudo eventi culturali un momento di celebrità, che per essi si traduce in un’intervista oppure – quando non si hanno i soldi per sponsorizzare le manifestazioni attraverso qualche emittente televisiva (sic!) – nelle autocelebrazioni affidate a “veline” dal tipico stile “minculpop”. Cultura, invece, significa vivere secondo i valori: la democrazia, la libertà, la giustizia. È necessario, dunque, ripartire da questi valori. E su questo sol-

Pierpaolo Vezzani

Angelo e Matteo Martinoli

co sarà tracciata l’attività del circolo Liberal di Grottaglie. Risalire la china si può. Si deve. Salvatore Savoia CIRCOLO LIBERAL GROTTAGLIE - TARANTO

EVENTI CIRCOLI LIBERAL PUGLIA - MARTEDÌ 14 OTTOBRE, ALLE ORE 18 PRESSO LA SEDE CIRCOLO DELLA VELA DI BARI Conferenza stampa con Magdi Cristiano Allam sul suo ultimo libro “Grazie Gesù”

APPUNTAMENTI VENERDÌ 17 OTTOBRE, PRESSO LA SEDE DELLA FONDAZIONE (VIA DELLA PANETTERIA - 10), ALLE ORE 11 Riunione del coordinamento nazionale con i coordinatori regionali dei Circoli Liberal ALLE ORE 17 MANIFESTAZIONE DI PROTESTA CONTRO LA RIFORMA ELETTORALE PER LE EUROPEE SOTTO MONTECITORIO

Vincenzo Inverso SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog EREDITÀ SCOMODE

Mio Bebè, voglio vederti allegra Mio Bebè angioletto, non ho molto tempo per scriverti, né avrei in verità, mio piccolo amore cattivo, molte cose da dirti che non possa dirti assai meglio domani, a voce. Non voglio che tu ti preoccupi; voglio vederti allegra, come è tua natura essere. Promettimi di non preoccuparti, o di fare il possibile per non lasciarti preoccupare. Senti, piccolo Bebè… Nei tuoi voti chiedi una cosa, che prima mi sembrava impossibile, per via della mia poca fortuna, ma che ora mi pare più possibile. Chiedi che il signor Crosse azzecchi un grosso concorso – un premio di mille sterline – a cui hai partecipato. Non puoi immaginare quanto sarebbe importante per noi se ciò si verificasse. Sono tornato da poco dall’Estrêla, dove ero andato a vedere quel 3° piano da 70.000 reis. È una casa più che buona, magnifica! È più che sufficiente per mia madre, fratelli, infermieri e zia e per me. Molti baci di tutte le misure dal tuo, sempre tuo. Fernando Pessoa a Ophélia Queiroz

CGIL, CISL, UIL, UGL: TUTTI IN MALAFEDE Non amo e non stimo il sindacato italiano, tutte le sigle comprese, a partire dalla Cgil per finire all’Ugl, passando attraverso il variegato firmamento delle minori. Il perché è la loro malafede! La spiegazione è presto detta: come sia possibile fare un can can per Alitalia ed i cosiddetti esuberi (4-5 mila tagli) quando alla Fiat ne hanno in questi giorni spediti in cassa integrazione 4.700 e nessuno ha fiatato. Si dice che sia colpa della crisi dell’auto! Certamente, la Fiat vola solo quando fa utili, quando rischia scatta la rottamazione o la cassa integrazione. E per Alitalia che precipita... nessuna pietà. Ora siamo alla stessa musica per la scuola, ma i sindacalisti... che lavoro fanno? Quello di essere attivi sulle piazze e sui tavoli della concertazione (parola che a me poi proprio non piace) e guai ad un periodo di tranquillità: non saprebbero giustificare il loro stipendio e l’aspettativa in altro lavoro. Grazie per l’attenzione e buon lavoro a tutti.

Paolino Di Licheppo Roseto degli Abruzzi (Te)

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

11 ottobre 1975 Debutta negli Stati Uniti il “Saturday night live”, spettacolo televisivo umoristico trasmesso dalla Nbc 1983 A Maddaloni, in provincia di Caserta, la camorra uccide Francesco Imposimato, fratello del giudice Fernando 1984 L’astronauta della navetta spaziale Challenger, Kathy Sullivan, è la prima donna a camminare nello spazio 1986 A Reykjavik si tiene il vertice Usa-Urss tra Ronald Regan e Michail Gorbaciov 1990 Per la prima volta, il Premio Nobel per la Letteratura viene assegnato a uno scrittore messicano: Octavio Paz 1994 Un’importante spinta per la pace in Medioriente viene dal comitato di assegnazione del Premio Nobel, che assegna quello della pace congiuntamente al leader palestinese Arafat e a quello israeliano Rabin

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Giancristiano Desiderio,

Dagli Archivi di Mosca e’emersa, nettamente, la natura inquietante e controversa di Palmiro Togliatti. Certe e assai gravi sono risultate, in particolare, le sue responsabilita’ nella tragedia dei comunisti italiani uccisi nei gulag come “trotzkisti”. Lascia perplessi, pertanto, apprendere da un’intervista al Corrierone, che Luciano Violante si dichiara oggi orgogliosamente togliattiano. Appare il segno tangibile che le radici politiche dell’ambizioso ex magistrato sono ancora tristemente presenti.Cordialita’.

Enrico Pagano - Milano

SOCIAL FORUM IN SVEZIA Tutto il mondo è paese. A Malmo, in Svezia, i soliti no global si sono scatenati in occasione del Social forum. Vetrine rotte, sassaiole, risse, gomitate, isterie, urla, fischi e suoni da rompere i timpani, saccheggi nei negozi, ingorghi e ritardi. Lo slogan dei manifestanti era ”Un altro mondo è possibile”. La vita, si sa, è questione di prospettiva. La nostra è: sì, un altro mondo è possibile, senza di loro. Grato dell’attenzione. Distinti saluti.

Lettera firmata

PUNTURE Berlusconi al Bagaglino: «Io non dico di essere il migliore, ma se mi guardo intorno non vedo nessuno migliore di me». Er più.

Giancristiano Desiderio

Morire non è nulla, ma vivere sconfitto e senza gloria, è un morire ogni giorno NAPOLEONE BONAPARTE

Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Rossella Fabiani,Vincenzo Faccioli Pintozzi, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Roselina Salemi, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di BANCHE, SALVARLE E SALVARSENE La saggezza popolare invita a non buttare via il bimbo con l’acqua sporca, noi, però, in fatto di banche, rischiamo di frullare via il pargolo e tracannare il lordo liquame. Oggi sembra che la buona salute delle banche sia quel che più conta. Le autorità italiane, come altre europee e statunitensi, intendono proteggerle. Ma sulle italiane c’era da ridire anche prima dei crolli borsistici, affette da gravi mali: slealtà nei confronti del cliente e terrificante conflitto d’interessi. Si discute animatamente, in giro per il mondo occidentale, circa l’opportunità che i denari del contribuente siano utilizzati per evitare loro il tracollo, ma noi siamo dei precursori, perché le abbiamo già salvate con i quattrini dei risparmiatori. Nessuna autorità di controllo le fermò quando s’infilarono a capo fitto negli intrallazzi di Cirio e Parmalat, e nessuno impedì loro di prendere dei titoli spazzatura e, poco prima del diluvio, ficcarli nel portafoglio dei loro clienti. Titoli che, per giunta, non erano negoziabili, non potevano venderli, salvo il fatto che se ne sono fregate e ci hanno fregati. Siamo degli esperti, quindi, potrebbero mandare quelli di Wall Street a far qui un viaggio di studi. Aprendo e chiudendo il rubinetto, inoltre, le banche italiane tengono in vita e fanno prosperare quelle stesse società delle quali possiedono parte della proprietà, nel frattempo amministrando fondi che sollecitano i risparmiatori a mettere la pecunia su quelle stesse azioni. E non è difficile capire perché ci sono banche che

partecipano a cordate di salvataggio per società che devono loro montagne di soldi, soccorrendo, in questo modo, se stesse e contribuendo a scaricare le macerie sul bilancio pubblico. Tutta questa roba avremmo dovuto sradicarla noi stessi, per rispetto del mercato, della legge e dell’etica pubblica. Invece ci accingiamo a salvarla, senza con ciò far crescere operatori che curano gli interessi del cliente, nell’amministrazione dei risparmi, ed affiancano l’imprenditore, scommettendo sui suoi progetti. Rischiando, perché l’impresa, anche creditizia, senza rischio è una truffa. Le crisi violente servono anche a ripartire, ma se non ne approfittiamo per liberarci dal circolo chiuso di quelli che si proteggono a vicenda, a spese di tutti, conserveremo solo il peggio.

25 OTTOBRE E JELLA (...) Magari ci fosse un clima di comune impegno per risolvere i problemi strutturali del Paese, ma non si può pensare di fare assieme le riforme istituzionali e contemporaneamente sostenere che monta il dispotismo putiniano, né si può essere condolenti per l’economia e poi opporsi ai tagli della spesa pubblica. In quindici anni la pressione fiscale è cresciuta di sei punti ed il debito è sceso di quattro, se dobbiamo fare la solidarietà nazionale per andare avanti così, meglio la rissa. Se, invece, s’intende cambiare andazzo allora non si solidarizzi con ogni corporazione e si chieda al governo di fare di più, non di meno.

Davide Giacalone www.tocqueville.it

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PAGINAVENTIQUATTRO Tecnologie. In Israele arriva un gadget con garanzia di conformità del rabbinato

È arrivato il telefonino

lare il kosher Internet: un provider supervisionato dalla Commissione Rabbinica sulle Comunicazioni e Telecomunicazioni che fornisce il servizio su una linea Adsl separata, in modo da evitare siti porno o comunque non ortodossi. O, meglio detto, in modo da permettere il collegamento solo a una lista di siti haredim espressamente curati, oltre che a un sistema di e-mail anch’esso dotato di precisi firewalls a carattere morale. Adesso è il momento del cellulare. Dall’apertura di questo anno scolastico, vari istituti Haredim hanno dato ai genitori moduli di iscrizione in cui non solo si chiede di non far vedere ai figli la tv e di non far accedere loro alla rete da casa, ma anche di fornire un «numero di cellulare kosher»: cosa che ha gettato in molti nell’imbarazzo, perché fino a poco tempo fa i telefonini erano semplicemente considerati impuri, e la novità si sta diffondendo solo ora. Il cellulare kosher, come ogni altro cellulare, può fare telefonate, le può ricevere, e può avere una calcolatrice e un orologio con sveglia. Ma l’etichetta “kosher” del rabbinato garantisce che non può mandare o ricevere sms, con i quali si potrebbero ricevere messaggi pubblicitari che invitano ad occasioni profane o peccaminose: senza contare la possibilità di stabilire canali di comunicazione ìilleciti tra minorenni di diverso sesso. Neanche il cellulare kosher può collegarsi a Internet: eventualità che potrebbe consentire la navigazione su siti “non appropriati”. E meno che mai può scattare foto: quelle a donne sono infatti proibite. Insomma, sono così interdette tutte attività che potrebbero condurre a comportamenti “immodesti”.

KOSHER di Maurizio Stefanini

ellulari kosher: l’ultimo grido degli Haredim, gli ebrei ultra-ortodossi di Israele, è il telefonino con garanzia di conformità del rabbinato. Dall’ebraico casher, che significa letteralmente «adatto», ma che è ormai conosciuto in tutto il mondo con la pronuncia inglese: letteralmente gli alimenti puri che i fedeli vogliono mangiare. Ma da un po’ di tempo a questa parte, le comunità ultra-ortodosse di Israele, che fanno quasi

C

Gli ortodossi finalmente possono usare il cellulare: ma senza andare in internet, senza fare foto e chiamando solo altri apparecchi “puri” mezzo milione di persone, si sono messe ad applicare l’etichetta di kosher anche a cose diverse dal cibo: in particolare, nel campo delle nuove tecnologie. Già era stato lanciato in partico-


2008_10_11