Issuu on Google+

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

Malattie e società: le idee del premio Nobel per la medicina

Non solo Aids: nuovi virus minacciano il XXI secolo

81007

di e h c a n cro

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

di Luc Montagnier bbiamo l’opportunità, in questo inizio di Ventunesimo secolo, di beneficiare di una quantità di conoscenze senza precedenti. Sappiamo di essere stati originati da un processo cominciato su questo pianeta più di tre miliardi e mezzo di anni fa, a partire da polvere e acqua, e che ci troviamo al vertice di organismi viventi sempre più complessi, tutti memorizzati e riproducibili. Sappiamo anche che la terra è un punto, un’oasi in un immenso universo minerale in cui questo genere di oasi è raro. Questa conoscenza non ci dà solo un potere su tutti gli altri esseri viventi, ma anche una nuova coscienza. s eg ue a pa gi na 4

A

CROLLANO TUTTE LE PIAZZE D’AFFARI I mercati non hanno creduto al piano del G4. Ora si apre un bivio: o siamo davvero capaci di decisioni comuni oppure la crisi rischia di demolire le basi stesse dell’Ue

Finalmente riabilitato l’onore di Sir Arthur Travers Harris

Quel 13 febbraio a Dresda sotto le bombe nacque la pace

O la Borsa o l’Europa alle pagine 2 e 3 La scomparsa del grande costituzionalista

Il pogrom nato per motivi politici

Leopoldo Elia, un maestro della Repubblica

I maoisti d’Orissa scagionano i martiri cristiani

di Francesco Capozza

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

di Mario Arpino

«Uomo di straordinaria probità e mitezza», così Giorgio Napolitano ha ricordato Leopoldo Elia, grande costituzionalista, presidente emerito della Consulta, morto ieri a 83 anni.

Il castello di carte montato contro i cristiani dell’India è caduto. Uno dei leader della guerriglia maoista in Orissa ha rivendicato ieri la morte del leader indù il cui assassinio ha scatenato il pogrom.

La dottrina del “surge”, così efficace nel combattere al Qaeda in Iraq, non è esportabile in Afghanistan perché una simile strategia riporterebbe indietro il Paese a prima della guerra.

pagina 7

pagina 11

MARTEDÌ 7 OTTOBRE 2008 • EURO 1,00 (10,00

Funzionerà la nuova strategia contro al Qaeda?

Il futuro dell’Afghanistan nelle mani di Petraeus

• ANNO XIII •

NUMERO

191 •

WWW.LIBERAL.IT

i sono voluti più di sessant’anni per restituire al maresciallo Arthur Travers Harris quell’onore che la bolla speculativa sul numero dei morti del bombardamento di Dresda gli aveva in qualche modo sottratto. Difatti è stata ora una commissione di studiosi tedeschi – la Commissione di storici per l’accertamento del numero delle vittime dei raid aerei sulla città di Dresda – a fissare in non più di diciottomila il bilancio delle vittime. Una cifra certamente pesante e tragica, ma in linea con la dimensione distruttiva di quello scorcio finale dell’occupazione della Germania e abissalmente lontana da quei 250mila che la propaganda negazionista ha cercato di far passare alla storia.

C

se gu e a p ag in a 14

pagina 12 CON I QUADERNI)

di Renzo Foa

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 7 ottobre 2008

prima pagina

I mercati non hanno creduto al piano del G4: crollano tutte le Borse del mondo

Gli Incredibili Quattro di Enrico Cisnetto mercati non ci hanno creduto. Le Borse europee hanno reagito malamente al vertice a quattro organizzato nel weekend a Parigi da Sarkozy. E come dare loro torto? L’unico tentativo di affrontare la crisi finanziaria in maniera semi-comunitaria è miseramente fallito. Dal vertice è uscito un nulla di fatto: il progetto per creare un maxi fondo di salvataggio per le banche, dopo 24 ore di negoziati febbrili, è finito nel cassetto. L’idea piaceva solamente all’Olanda, mentre è arrivato prontamente il veto di Gran Bretagna e Germania (i due Paesi insieme contano per il 55% del sistema finanziario europeo, e avrebbero dovuto contribuire in proporzione). Così, da Parigi è arrivato il solito, deprimente, manifesto di buone intenzioni: i 4 faranno «qualunque cosa» (ma cosa?) per salvare le banche europee. E hanno promesso di spingere presso la Commissione per ammorbidire le norme sulla concorrenza e gli aiuti di Stato e i parametri del Patto di Stabilità. L’ennesima prova, insomma, che l’Unione ha un clamoro-

I

so gap di governance, non colmabile da leadership nazionali pragmatiche – seppure apprezzabili – come quella di Sarkozy. Né ci sono soggetti “tecnocratici” legittimati ad agire per tutti. Non lo è la Bce, che può fare ben poco, oltre al suo ruolo di prestatore di ultima istanza. Ha iniettato, ormai, trilioni di euro nel sistema bancario da quando è iniziata la crisi immobiliarfinanziaria. Ma adesso anche

questo stratagemma non funziona più.

Il denaro, infatti, rimane “incollato”alle banche, col risultato che gli effetti della crisi, dalla finanza si stanno velocemente trasferendo verso l’economia reale. Situazione confermata dai tassi interbancari che segnalano nuovi record (l’Euribor ieri ha toccato il nuovo massimo a 5,35 punti) mentre un altro fonda-

mentale indicatore, lo spread Libor-Ois che misura la scarsità di liquidità per gli istituti di credito, ha toccato il massimo storico (113 punti base). Né sarebbe risolutiva, ancorché comunque utile, la creazione di una “maxi Consob” europea, come ha suggerito in passato Tommaso Padoa-Schioppa (proposta immediatamente bocciata, anche qui, dagli “azionisti di controllo”, Gran Bretagna e Germania), perché, nonostante la gravità della situazione, non è dal lato delle “manette” che

Da Parigi sono arrivate solo le solite buone intenzioni: i leader faranno «qualunque cosa» (ma cosa?) per salvare le banche. Invece è il momento di rilanciare gli Stati Uniti d’Europa

bisogna guardare. Infatti, non sono stati scoperti nuovi casi Kerviel o Parmalat, ma si tratta di una crisi sistemica, che impone un cambio di paradigma a monte, e non certo dal lato “giudiziario”. Perché allora – proposta – non utilizzare questa crisi per imporre un’accelerazione al processo di integrazione europea? È dalle grandi débâcle, del resto, che si creano le fondamenta dei nuovi paradigmi. Come dalla Grande Depressione è nato il New Deal rooseveltiano, e – per restare in ambito europeo – è dalla crisi valutaria dello Sme del 1992 che è nata, sette anni dopo, la Moneta unica, così potremmo sfruttare questa grande crisi del 2008 per rimettere in marcia il processo di Maastricht.

Sono passati 16 anni da allora, e nel frattempo abbiamo fatto l’euro (che in questi giorni ci sta aiutando non poco), ci siamo dotati di una Banca Centrale Europea, e siamo arrivati senza alcuna regola né vantaggio ad avere 27 paesi membri del club. Ma tutto questo non solo non ha innescato quel processo di integrazione politico-istituzionale che i fautori della moneta unica aveva pronosticato si mettesse virtuosamente in moto. Non ha prodotto nemmeno alcunché di buono in materia di coordinamento delle politiche economi-

ROMA. Un’Europa «muta»,

L’economista Daniel Gros si scaglia «contro una classe politica muta, miope»

guidata da «politicanti miopi», al limite dell’incoscienza. Daniel Gros, direttore del Centre for European Policy Studies (Ceps), non va certo annoverato tra gli euroscettici. E forte di questo, può sparare a zero contro i Venticinque e la Commissione che per logiche di botteghe – «la crisi è del vicino, non mia» – non sono in grado «di lanciare una soluzione comune». L’Europa è però unita nell’allentare i vincoli del Patto di stabilità? Non si riuscirà a fare neanche questo: qui non si tratta di alleggerire le regole di spesa, ma di garantire meglio depositi e crediti delle banche. Quindi, non ci sarà alcun vero impatto del stabilità. Ma la Francia o l’Italia puntano a dilazioni per

«Anche alla Ue serve un piano Paulson» colloquio con Daniel Gros di Francesco Pacifico far rientrare nel tetto del 3 per cento le spese per le infrastrutture? La cosa è completamente marginale a quanto sta accadendo. I governi non si accorgono che intervenire per arginare la crisi bancaria è questione di settimane, in alcuni casi di giorni. Per implementare un piano di investimenti servono dieci anni. Si confondono i problemi, si finge di non sapere che un aspetto non ha nulla a che vedere con l’altro. All’Ecofin di oggi si annunciano regole comuni? Non ci saranno perché nessuno ha volontà di stabilirle.

Inutile chiederle un giudizio sull’azione della Ue. Semplicemente è assente. Non c’è stata alcuna iniziativa europea: la Commissione è muta, ha lanciato una proposta che sul lungo termine può avere qualche impatto, ma che non affronta la crisi delle banche. Che può deflagrare da un momento all’altro. La Bce però ha bocciato un intervento comune? Le responsabilità sono soltanto dei ministri delle Finanze europei. Sono tutti convinti di avere soldi. Tutti hanno deciso che i problemi sono altrove, magari dei loro vicini, perché il proprio

sistema bancario è sano e su quello degli altri chi può dire. Conclusione? Finché non ci sarà una crisi di proporzioni maggiori in Germania o in Francia non si farà di nulla di serio. Nulla di serio? Cioè mettere in circolazione moneta sonante, come hanno fatto gli americani. Un piano Paulson? Con le correzioni del caso, sì, perché non serve altro. Basterebbe una proposta coraggiosa della Commissione. Ma arriverà quando la crisi andrà avanti. E costringerà l’Ecofin a fare marcia indietro.

Il fondo per le banche lanciato da Berlusconi potrebbe essere un punto di partenza? Ma per vedere la luce dovrebbe vacillare la Deutsche Bank. Quando succederà, forse i tedeschi la finiranno di credere che hanno le forze per arginare o risolvere la crisi da soli. Intanto è passato il piano del governo per Hypo. Piano? Non c’è nessun piano tedesco. Che tutti i depositi fossero garantiti, già lo si sapeva. Magari da triplice la garanzia sarà quadruplicata, ma per il resto non c’è nulla. La crisi mette l’accento sull’assenza di una vera vigilanza europea. Non so neanche se sia il caso di discuterne con quello che sta succedendo. Anche perché scontiamo su questo versante un ritardo di cinque anni.


prima pagina che, come è particolarmente evidente in questi giorni. Questo significa una cosa sola: che occorre compiere una scelta più radicale. Quella degli Stati Uniti d’Europa. Se vogliamo che l’Ue fronteggi ancora con qualche chance di successo le grandi crisi internazionali (che non si fermano alle dogane), bisogna che la risposta europea sia comune. E l’unico strumento per costruire un soggetto di grandi dimensioni, capace di scelte unitarie, è un’Europa federale (ricordiamoci, noi italiani che il federalismo si fa verso l’alto per unificare ciò che è diviso, e non verso il basso per dividere ciò che è già unito), con un parlamento e un governo eletti direttamente dai cittadini, cui i vecchi stati nazionali delegano una parte significativa delle loro funzioni e responsabilità. Solo così potrà nascere un vero mercato unico che dia logica all’esistenza dell’euro. Oppure, naturalmente, possiamo scegliere di fermare definitivamente il processo di integrazione, tornando del tutto ai nazionalismi o, peggio, ai localismi esasperati del federalismo “dei poveri”, quello che integra verso il basso. In questo modo ci condanneremo alla marginalità, in un mondo globale in cui sempre più “size matters”, la dimensione dei centri decisionali conta sempre di più. Sta a noi, in definitiva, decidere se la grande crisi finanziaria del 2007-2008 sarà la fine di tutto, o l’inizio di qualcosa di nuovo. (www.enricocisnetto.it) Qui accanto, Daniel Gros. In alto, Cesare Geronzi e Alessandro Profumo. Nella pagina a fianco, i quattro leader al vertice di Parigi

Salteranno anche i propositi della Bce di ridurre i tassi? Ormai che si taglino serve a poco. Lo vogliamo capire che per arginare la crisi serve soltanto un intervento vero dei ministri delle Finanze? Per non parlare dei rischi di credit crunch. È inevitabile che si vada verso una stretta del credito. Per concludere, il finale è soltanto rinviato? A oggi stiamo discutendo del nulla. I nostri uomini politici ripetono che a casa loro non c’è alcun problema. Ma se è lodevole dirlo in pubblico, in privato dovrebbero agire. Quindi? Tempo un mese, quando la crisi esploderà, avremo uno scenario diverso e forse un intervento vero.

7 ottobre 2008 • pagina 3

Il futuro di Profumo e della sua Unicredit dipende da Mediobanca

L’outsider della finanza ora è nelle mani di Geronzi di Alessandro D’Amato

ROMA. Dopo le 5 ore e mezza di assemblea, chi lo conosce dice di averlo visto scuro in volto e con poca voglia di parlare. E ieri mattina, durante la presentazione dell’aumento di capitale agli investitori, gli deve essere costato caro il dover ammettere di aver «sottovalutato le condizioni del mercato». Ma più di tutto, ad Alessandro Profumo, devono aver bruciato le parole di un esponente delle fondazioni azioniste di Unicredit alla fine della riunione: «Ma ora vogliamo contare di più», e «ci vuole più sensibilità politica».

Perché se c’è una cosa dalla quale l’ad di Unicredit ha sempre voluto restare lontano, questa è la politica. Ma nella situazione odierna non può più permetterselo: «Per una settimana ha ripetuto che non avevano bisogno dell’aumento di capitale e poi, zac! Eccolo servito. Ha perso la faccia», affermava un operatore. E infatti ieri mattina, non appena ammesso alle quotazioni, il titolo di Piazza Cordusio ha perso il 13,4%, per poi cominciare una lenta risalita. «Basta vedere i volumi: stanno vendendo i “piccoli”, quelli che hanno comprato a 7 euro: sarà un bagno di sangue», diceva ancora chi in Borsa ci vive. Inutile negare che qualcosa è cambiato, e molto: oggi le Fondazioni azioniste della banca, con in prima fila la Crt di Fabrizio Palenzona e quelle che sono arrivate nel board dopo la fusione con Capitalia, vicine al presidente di Mediobanca Cesare Geronzi, tornano ad essere protagoniste nell’istituto di credito che Profumo aveva costruito a sua immagine e somiglianza. Se tutto andrà liscio, alla fine dell’operazione-aumento alcune di esse andranno anche al di là della soglia di possesso del 5% del capitale, e anche questo, in memoria di quanto accaduto negli anni precedenti, potrebbe costituire oggetto di contestazione. C’è chi parla di una Unicredit ormai in mano alle Fondazioni, e sarebbe difficile negare che il peso delle «foreste pietrificate» (la definizione è di Giuliano Amato) è ufficialmente cresciuto, e non potrà che aumentare in futuro. «La posizione della Fondazione Crt è di leale sostegno all’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo» fanno sapere da Torino, forse anche per fugare i dubbi che le vendite “allo scoperto” dei giorni scorsi venissero da qualcuno degli azionisti, visto che la mole di titoli era tale da rendere difficili da percorrere le altre strade. L’inchiesta della Consob potrebbe anche approdare a un nulla di fatto. Di sicuro c’è che gli esperti fi-

nanziari sono molto critici: «A questo punto è difficile dare qualsiasi giudizio, visto che non è chiaro quale sia l’effettiva esposizione della banca ai prodotti strutturati. Il management ha perso di credibilità. Il taglio delle stime è molto importante, siamo rimasti colpiti dalle perdite accusate da Unicredit nell’investment banking. Perdite che si rifletteranno pesantemente sui conti del terzo trimestre». Sul banco degli imputati ci sono le svalutazioni lorde per 700 milioni imputabili a strumenti Abs e al portafoglio in bond bancari. Non era mai emersa nei giorni precedenti. Ma è anche il ruolo di Mediobanca a preoccupare: Piazzetta Cuccia è pronta a garantire tra i 200 e i 300 milioni del bond convertibile Core Tier 1 del valore massimo di 3 miliardi programmato da Unicredit nel suo piano di rafforzamento patrimoniale, ed è anche – assieme a Merryll – istituto di garanzia per l’intero aumento di capitale. L’ammontare del Cashes dipenderà dalla quota non sottoscritta della ricapitalizzazione, che rischia di essere alta visto quanto accaduto. La portata dell’intervento richiede solo l’approvazione da parte del Comitato rischi di Piazzetta Cuccia e non degli organi sociali, ma è probabile che la questione venga esaminata anche nel consiglio di gestione in calendario oggi. In più, il piano prevede anche la dismissione dell’intera partecipazione in Generali, sicuramente in mani amiche e a un prezzo congruo. E anche qui, Mediobanca può offrire consulenza ed expertize, con la casuale fortuna di ritrovarsi anche fuori dal board l’unico che si era dimostrato freddo nei confronti della vicepresidenza del Leone di Trieste per Geronzi.

La grande ricapitalizzazione decisa domenica non mette al riparo l’Istituto milanese dalle fragilità mostrate in queste settimane

Soprattutto, oggi il banchiere di Marino si trova con un ruolo fondamentale nel gestire la crisi dell’istituto di credito del genovese. E necessariamente bisognerà rendergliene merito, mentre oggi si apre una fase nella quale Piazza Cordusio dovrà sopportare rumors – l’ultimo vuole Alberto Nagel al posto dell’attuale ad – e pressioni da una proprietà che adesso avrà molta più voce in capitolo. Il Financial Times ha scritto qualche giorno fa che i nemici dovevano cercarsi in chi aveva invidia per la posizione della banca. Ieri Profumo ha deciso di comprare 111mila azioni della sua banca, 2,76 euro per azione, per un controvalore complessivo di 308.000 euro. Il segnale è chiaro: lui si fida di Unicredit. C’è da sperare che sia vero anche il contrario.


pagina 4 • 7 ottobre 2008

scienza

L’accademia svedese ha assegnato il prestigioso riconoscimento ai francesi Luc Montagnier e Françoise Barré-Sinoussi e al tedesco Harald zur Hausen

I virus del Terzo millennio La globalizzazione e le nuove malattie Le idee del Premio Nobel per la medicina di Luc Montagnier segue dalla prima Questa coscienza ci fa percepire la nostra grande fragilità, legata alla globalizzazione dell’economia, all’assenza di regolazione della crescita demografica, allo squilibrio tra lo sviluppo delle regioni del Nord e il sottosviluppo di quelle del Sud, alle enormi differenze culturali, e infine - ed è il tema che vorrei affrontare - ai pericoli sanitari emergenti, connessi alle attività delle nostre civiltà e che possono, se non sono governati, avere un impatto fortemente negativo sulle nostre economie e sul nostro modo di vivere. Questi pericoli sono sostanzialmente di due tipi: le nuove epidemie e le malattie croniche legate all’allungamento della durata della vita.

Malgrado i progressi nell’igiene e nelle nostre conoscenze degli agenti infettivi, due grandi epidemie mondiali hanno infierito nel Ventesimo secolo, e vediamo spuntare il rischio di una terza. L’epidemia di influenza detta «spagnola» ha ucciso, tra il 1918 e il 1919, più persone della prima guerra mondiale. Individui anziani, ma anche giovani, morivano in pochi giorni. Studi molecolari successivi hanno dimostrato che si trattava di un nuovo ceppo di virus influenzale, contro il quale le persone più giovani non avevano alcuna immunità naturale. Ma la coincidenza temporale con l’utilizzazione di gas tossici alla fine

della guerra, tra cui l’iprite, è impressionante: il gas «mostarda», oltre gli effetti immediati sul sistema polmonare, è venefico per l’immunità delle cellule. Questo gas si è diffuso ben oltre i campi di battaglia e ha potuto circolare nel mondo intero in una concentrazione bassa ma sufficiente per deprimere la capacità immunitaria delle mucose polmonari di persone a migliaia di chilometri di distanza, in aggiunta ai gas sprigionati dagli esplosivi. La tubercolosi, a sua volta una malattia respiratoria, provocava devastazioni in tutto il mondo, ma la scoperta di antibiotici efficaci l’ha pressoché

mente tra gli omosessuali, così come l’uso di siringhe non sterili, che hanno permesso l’emergenza epidemica di un virus preesistente, proveniente probabilmente dai primati. La trasmissione eterosessuale del virus è più forte nei Paesi delle zone tripicali ed equatoriali, tanto che l’epidemia non è affatto sotto controllo, mentre lo è parzialmente nei Paesi del Nord del mondo, grazie alla debole trasmissione tra eterosessuali, all’impatto delle campagne di prevenzione e all’uso della triterapia. Tuttavia, in assenza di trattamenti che sradichino l’infezione, i pazienti trattati sono ancora portatori e trasmettitori del virus, e l’apparizione di ceppi virali multiresistenti ai farmaci antiretrovirali rappresenta un pericolo certo per il futuro, sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, dove l’impatto economico dell’Aids si fa già sentire. Infine, più di recente sono riapparse epidemie di virus dell’apparato respiratorio, a partire dal Sud Est asiatico: l’influenza di Hong Kong, soffocata molto rapidamente grazie al coordinamento messo in campo dall’Oms e alle reazioni immediate delle autorità locali; la pneumopatia atipica o Sindrome respiratoria acuta grave (Sars), ugualmente originaria della Cina e dovuta, a quanto pare, a un nuovo ceppo di coronavirus, per il quale, a tutt’oggi, solamente misure di protezione e isola-

Il benessere, le pratiche igieniche, le vaccinazioni, gli antibiotici hanno ridotto i rischi di epidemie; ma esiste un nuovo fattore che le favorisce: la globalizzazione fatta scomparire nei Paesi sviluppati, mentre è rimasta endemica, rimandendo un’importante causa di mortalità, nei Paesi in via di sviluppo. Ma negli anni Settanta una nuova epidemia fece la sua comparsa in alcune regioni dell’Africa sub-sahariana, così come nelle grandi metropoli dell’America del Nord: l’Aids. In questo caso, è stata la moltiplicazione dei partner, special-

La promessa dei premiati

«La ricerca corre: fra quattro anni il vaccino per l’Aids» di Francesca Pierantozzi

mento possono riuscire a controllare la diffusione epidemica.

Quali conclusioni e quali prospettive possiamo trarre da questi avvenimenti? Se, da una parte, il benessere, una migliore alimentazione, le pratiche igieniche, le vaccinazioni, gli antibiotici hanno ridotto i rischi di epidemia, dall’altra esistono fattori che li favoriscono: la globalzzazione, i trasporti aerei, le grandi concentrazioni urbane favoriscono la diffusione assai rapida

PARIGI. È una sorpresa, ma attesa da felicissimo. Per lui è il coronamento di tanto tempo. Alla Fondazione mondiale per la ricerca e la prevenzione dell’Aids, la telefonata che ha annunciato il Nobel a Luc Montagnier ha provocato ieri mattina un subbuglio di confusione ed emozione. E poi il professore non c’è. E non risponde al telefono. È ad Abidjan, in una sala del palazzo della presidenza della Costa d’Avorio. In prima linea, come al solito: parla di lotta e prevenzione dell’Aids ad una conferenza delle Nazioni Unite.

È da un messaggio sulla sua segreteria telefonica che ha appreso la notizia. «Penso a tutti i malati di Aids, a tutti quelli che sono acnora in vita e che si battono contro la malattia» è la sua prima reazione ufficiale. «È stato

un lavoro di tanti anni, di una vita» spiega a Parigi il suo collaboratore di sempre, Pier Luigi Vagliani, segretario generale della Fondazione. Per Luc Montagnier, il Nobel non rappresenta certo un traguardo, ma una nuova partenza. Da Abidjan, il professore ha già annunciato «i risultati sulla ricerca su vaccino preventivo entro tre o quattro anni». È al lavoro, e lontano dalla Francia, anche l’altro Nobel francese per la medicina, Françoise Barré-Sinoussi, che era all’istituto Pasteur accanto a Montagnier in quella primavera del 1983 quando per la prima volta isolarono il virus HIV. «Non me lo sarei mai aspettato» dice alla radio dalla Cambogia, dove partecipa agli studi dell’Agenzia


scienza

7 ottobre 2008 • pagina 5

luppata, e deve inglobare nuovi centri di ricerca e di sorveglianza, da creare nei Paesi in via di sviluppo.

La durata media della vita e la speranza di vita hanno conosciuto un grande aumento nel corso del Ventesimo secolo nei Paesi sviluppati, e in misura inferiore - se non si considera il ruolo assai negativo giocato dall’Aids - nei Paesi in via di sviluppo. Essa è dovuta principalmente alla diminuzione della mortalità infantile, legata a misure d’igiene e alle vaccinazioni. I progressi della medicina e le campagne di prevenzione permettono anche di evitare o di ritardare le malattie che sopravvengono negli adulti che invecchiano, il che contribuisce a sua volta a un aumento regolare della durata della vita. Tuttavia, questa progressione inciampa sulla permanenza e anche sulla crescita delle malattie croniche: cancro, malattie cardiovascolari e soprattutto malattie autoimmuni (diabete), malattie neurodegenerative (morbo di Alzheimer, morbo di Parkinson). Le cause sono molteplici: esistono programmazioni genetiche destinate a indebolire il nostro sistema immunitario, a diminuire la produzione di ormoni steroidei così come un’usura dei mitocondri, fonte delle molecole di energia. Così come esiste un determinismo genetico dell’involuzione del timo, organo-chiave della programmazione dei linfociti per l’immunità cellulare. Questa deficienza immunitaria che ricorda, in forma più lenta, quella dell’Aids, porta all’espansione di micoorganismi - batteri, virus - che erano in precedenza mantenuti a un livello basso dal sistema immunitario. Queste infezioni non si manifestano necessariamente a livello clinico, ma possono a loro volta dare luogo a uno stress ossidante che finisce per deprimere ancora di più il sistema immunitario. Ne risulta un effetto a cascata - una spirale che porta alle malattie croniche mortali. Questo stress ossidante è uno squilibrio tra le molecole assai reattive derivate dall’ossigeno che attaccano tutti i nostri costituenti (Dna, proteine, lipidi), e i nostri antiossidanti naturali, fabbricati o ingeriti. Esso è implicato, insieme con altri fattori, nell’origine di tutte le malattie che ho menzionato: diabete, asma, infezioni respiratorie, cancro, arterio-

sclerosi, Parkinson, Alzheimer, macchie degenerative della retina, sclerosi laterale amiotrofica, poliartrite reumatoide. Fattori ambientali quali l’inquinamento atmosferico, deficit di micronutrienti nell’alimentazione, stress nervosi legati alla vita in elevate concentrazioni umane (megalopoli) costribuiscono allo stesso modo, aggiungendosi gli uni agli altri, a questo stress ossidante.

Nonostante esistano su questo tema numerosi lavori scientifici riconosciuti, questi dati sono spesso trascurati da medici, agricoltori, ecologisti. D’altra parte, nuovi test ultrasensibili permettono di determinare con precisione i deficit legati allo stress ossidante, che possono variare da una persona all’altra, e

Contro le malattie respiratorie l’Oms ha creato una rete efficace che deve essere sviluppata per inglobare nuovi centri di ricerca da creare nei Paesi in via di sviluppo

dei germi preesistenti, specialmente a partire dalle regioni povere e popolate, che sono in contatto sia con animali domestici concentrati in allevamenti industrali che con la fauna selvaggia. Il rischio del passaggio di un virus d’origine animale all’uomo diventa così assai elevato; i fattori ambientali, in particolar modo l’inquinamento chimico atmosferico, e un minor apporto di sostanze antiossidanti attraverso l’alimentazione possono a loro volta giocare un ruolo nella depressione del siste-

nazionale per la ricerca sull’Aids. Un filo di emozione tradisce quando racconta: «Nella mia vita c’è un prima e un dopo 1983. Da quando abbiamo isolato il virus, ho interamente dedicato la mia ricerca alle interazioni tra il virus e il corpo umano e alle implicazioni nei paesi in via di sviluppo».

Felicità e sorpresa anche per il terzo Nobel, il tedesco Harald zur Hausen, lo scopritore del papilloma virus (VPH), responsabile del cancro al collo dell’utero. «Questo premio – ha detto zur Hausen, 72 anni, – è il riconoscimento di un settore passato sempre più in primo piano nella ricerca sul cancro, quello della ricerca del ruolo degli agenti infettivi nello sviluppo del cancro».

di correggerli grazie all’ingestione di antiossidanti molto potenti. Tra questi, vorrei citare il glutathion, antiossidante naturale il cui tasso plasmatico diminuisce - per via della superusura da parte degli ossidanti - in linea di massima a partire dall’età di 45-50 anni. Oggi è possibile, dunque, costruire una politica di prevenzione con l’obiettivo di ridurre l’impatto delle malattie croniche sulla durata della vita - si potrebbero guadagnare vent’anni di vita, sopprimendole - e di aumentare la durata della vita attiva. Il prolungamento della vita ha senso solo se non continua ad aumentare all’infinito il numero di «vegema immunitario; anche per quanto ritali» nelle case di riposo. Nel Ventunesiguarda i germi, il catalogo dei virus è mo secolo il problema è destinato a ingilungi dall’essere chiuso, e molte specie gantirsi nei Paesi sviluppati, e va intevirali sono in grado di saltare la barrieressando via via sempre più persone nei ra di specie e di essere trasmesse alPaesi in via di sviluppo. Esso ha implical’uomo. Nel mondo dei batteri, l’utilizzioni sociali enormi: senza una trasforzazione massiccia di antibiotici ha damazione della stessa medicina, sia della to origine a ceppi multi-resistenti che medicina di crisi che di quella preventipossono diffondere il loro fattori geneva, senza uno sforzo continuo di educatici di resistenza a ceppi censibili. È zione del pubblico e un’adeguamento ugualmente possibile che ci sia una sedell’età della pensione alla durata della lezione di nuove forme, che sfuggono vita attiva, si assisterà a un’esplosione ai criteri classici, vicine ai virus e in o a un’implosione - dei regimi di sicugrado di installarsi in forma crorezza sociale e delle pensioni. Pronica in un organismo, malgrado pongo dunque ai responsabili pole sue reazioni immunitarie. Infilitici di considerare la creazione ne, l’esistenza di Paesi in cui la di una rete mondiale di Il Nobel a Luc Montagnier segna in situazione sanitaria è precaria, a centri di vigilanza, ricerqualche modo la sconfitta di Robert causa delle condizioni economica e prevenzione, in moCharles Gallo, lo scienziato americano, che e dell’assenza di strutture do da: prevenire o arrenato nel 1937 nel Connecticut, che, inmediche adeguate, rende difficile stare sul nascere l’insorsieme a Montagnier è stato lo scopritore l’accesso di milioni di pazienti a genza di malattie infettidel virus dell’Hiv nel 1984. Il lavoro di trattamenti efficaci: l’esempio ve e di nuove epidemie; Gallo comincia a Bethesda presso il dell’Aids è lì per ricordarcelo, e prevenire le malattie prestigioso National Insitutes of Health questi Paesi, già colpiti da veccroniche legate all’in(NIH), dove sarà capo del laboratorio di chie epidemie, sono spesso focovecchiamento. Il desideTumor Cell Biology. Alla fine degli anni lai d’origine di nuove epidemie. È rio di buona salute, il de‘70 scopre il primo retrovirus umano, quindi chiaro che s’impone un’esiderio di benessere, sol’HTLV-I, causa di leucemia nell’adulto. strema vigilanza su scala monno valori universali conDopo i primi anni di collaborazione (di diale, associata a una completa divisi da tutti gli umani, fatto gli studi di Montagnier si basano trasparenza d’informazione. quali che siano le loro sulle scoperte di Gallo e le ampliano) tra Contro le malattie respiratorie differenze culturali. i due si consuma una parziale difformità di vedute, tancome l’influenza (e ora anche la Soddisfarli sarà, assai più dell’arto che seguono strade diverse nello studio di un vaccino Sars), l’Oms ha creato una rete di caismo delle guerre, il modo miche difenda l’umanità dall’Aids. una certa efficacia. Questa rete gliore di fare ingresso nel Terzo deve essere resa perpetua e svimillennio.

lo sconfitto


pagina 6 • 7 ottobre 2008

politica

Accecato dal giustizialismo, il leader dell’Idv rischia di trasformare la sua campagna per le Regionali in una rincorsa all’isolamento

Un boomerang abruzzese per Di Pietro di Errico Novi

d i a r i o

d e l

g i o r n o

Scuola, il governo pone la fiducia Il governo ha posto la fiducia sul dl Gelmini che riforma la scuola. Il maxiemendamento ricalca nelle sue linee generali il testo licenziato dalla commissione Cultura. «Non possiamo esprimere soddisfazione per la scelta del governo che interrompe il dialogo con il Parlamento - ha detto la presidente della Commissione cultura Valentina Aprea al termine della riunione del comitato dei nove - ma siamo contenti che il maxiemendamento corrisponda esattamente al testo licenziato dalla commissione, quindi con tutte modifiche apportate nel corso del dibattito dalla stessa commissione cultura e da altre commissioni, in particolare da quella Bilancio».

Cicchitto esprime solidarietà alla Polizia

ROMA. La voce è sempre più grossa. Antonio Di Pietro sfodera la parte più greve del suo repertorio e complica una campagna elettorale al limite del surreale: «Il ministro degli Interni contrasta le attività di strada, dobbiamo farlo anche noi in politica». Ce l’ha con l’Udc, colpevole, secondo l’ex pm, di negoziare sulle Regionali abruzzesi. Vuole scatenare un’onda anomala di rabbia giustizialista, il leader dell’Idv, e spara anche contro il Centro, assimilato a «una signora dai facili costumi» e intimato a «decidere da che parte stare». Lorenzo Cesa liquida la questione in poche battute: «Da Di Pietro non accettiamo prediche». Sarà questo il tono fino al 30 novembre. L’uragano giudiziario che ha travolto Ottaviano Del Turco e la sua giunta ha trasformato la regione in un ring. Di Pietro ha in corso un serratissimo tour elettorale, nonostante le altre forze in campo non abbiano individuato neanche i candidati alla presidenza. Continua a pretendere dal Pd il rispetto di regole ferree: «Si sappia che per le candidature servono tre certificati: elettorale, penale e carichi pendenti. Senza di questi non c’è dialogo». Si dà il caso che nel partito di Walter Veltroni persino il segretario regionale ha conti in sospeso per inchieste sulla pubblica amministrazione: si tratta di Luciano D’Alfonso, sindaco di Pescara e fedelissimo di Franco Marini. Proprio per non essere costretti a prosciugare i loro migliori serbatoi di consenso, i democratici hanno lasciate aperte le primarie per la scelta del candidato governatore a tutti i loro quadri locali. Provocando così la reazione indignata dell’ex Guardasigilli e del suo capogruppo alla Camera Massimo Donadi.

centrosinistra in una tornata elettorale importante. I rapporti di forza con il Pd cambierebbero. Se invece il quadro delle alleanze per il voto abruzzese del 30 novembre restasse frammentato com’è oggi – con la sola ex Sinistra arcobaleno a sostegno di Costantini, il Pd da solo e l’Udc con il Pdl – la sfida giustizialista si ridurrebbe a una battaglia di retroguardia. Almeno una parte dell’opinione pubblica di centrosinistra potrebbe essere tentata di attribuire a Di Pietro – piuttosto che alle disavventure penali dell’amministrazione Del Turco – la responsabilità di una pesante sconfitta.

Non si vedono all’orizzonte sviluppi alternativi. Innanzitutto perché Veltroni e il suo ambasciatore abruzzese Giovanni Lolli non potrebbero portare a termine il repulisti invocato dall’Idv senza spaccare il partito. E anche perché, nei confronti di Costantini, i dirigenti di fede marinana nutrono un’ostilità di carattere personale. Sia D’Alfonso che il candidato dipietrista provengono dalla Margherita e in particolare dalla scuderia dell’ex presidente del Senato. Le lotte interne degli anni scorsi hanno visto prevalere l’attuale segretario locale dei democratici e hanno spinto Costantini a transitare con Di Pietro. Vecchie ruggini che contribuiscono a rendere assai improbabile una ricomposizione dell’ultimo minuto. Diverso sarebbe il quadro della situazione se si arrivasse a un centrosinistra allargato all’Udc: in una circostanza del genere l’ex ministro della Giustizia potrebbe raggiungere un compromesso con il Pd sulla composizione senza dare l’impressione di rimangiarsi l’intransigenza iniziale; ogni pretesa giustizialista potrebbe essere più o meno stemperata in nome di un fronte di liberazione regionale contro l’insidia berlusconiana. A questo punto invece l’Italia dei valori non può tornare indietro. È probabilmente per questo che il suo leader si è scatenato ieri con tanta aggressività contro l’Udc. Non c’è dubbio che anche il centrodestra sia attraversato da tensioni, limitate però a Forza Italia e al nome del candidato governatore. In pole position resta il moderato Gianni Chiodi, ex sindaco di Teramo, seguito a distanza da Giuseppe Tagliente, che ha il vantaggio di un’amicizia personale con Gianfraco Fini. Sembra allontanarsi l’ipotesi Maurizio Scelli. Ma certo con l’accordo allargato all’Udc non sarà il nome dell’aspirante presidente a cambiare gli equilibri.

Contro l’Udc l’ultimo show, Cesa: «Non accettiamo prediche». Su Costantini, candidato dell’ex pm, l’ostilità personale dei mariniani

L’alfiere dell’Italia dei Valori è il deputato Carlo Costantini. Sfiderà il centrodestra in una partita dall’esito scontato. Soprattutto se gli incontri di queste ore tra il commissario del Pdl Gaetano Quagliariello e gli esponenti abruzzesi dell’Udc andranno a buon fine. Il risultato potrebbe essere in discussione solo se con un’alleanza tra il centro di Casini e l’ex maggioranza targata Unione. Ma il tono feroce dell’uomo di Mani pulite sembra compromettere questa possibilità. Non è detto che la rottura paghi davvero, per l’Idv. Se a Costantini fosse concessa qualche chance, e soprattutto se il Pd fosse messo in condizione di sostenere la sua candidatura, Di Pietro guadagnerebbe un enorme peso in termini strategici. Non è mai successo a un suo uomo di rappresentare tutto il

«Condividiamo pienamente ciò che ha detto in modo documentato il ministro dell’Interno Maroni sugli episodi di razzismo nel nostro Paese. Esprimiamo anche la nostra solidarietà alla Polizia di Stato, costretta a sporgere querela: è evidente che è in atto una campagna volta ad impedire che le forze di polizia possano svolgere una azione preventiva e repressiva contro gli spacciatori di droga». Lo afferma in una nota Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl.

Parmalat, il pm chiede 13 anni per Tanzi Tredici anni di reclusione sono stati chiesti dalla procura di Milano per Calisto Tanzi, ex patron di Parmalat per il crack dell’azienda emiliana, nel processo in corso a Milano. L’accusa ha chiesto di negare qualsiasi attenuante generica. «Si tratta di un aggiotaggio irripetibile, di enorme gravità e non si può concedere nessuna attenuante», ha detto nella requisitoria il pm Eugenio Fusco. «Banche corresponsabili del fallimento». Il procuratore aggiunto Francesco Greco è stato ancor più duro. Riprendendo le parole pronunciate anni fa da un analista della Bank of America, il pm ha paragonato il processo Parmalat ad «una brutta vicenda di mafia».

Ferrero: il governo abbassi i mutui Il governo «abbassi i mutui per la prima casa». È quanto ha chiesto in una nota il segretario del Prc, Paolo Ferrero. «Nonostante tutti i tentativi di rassicurare nascondendo la sporcizia sotto il tappeto - ha dichiarato - la durezza della crisi finanziaria non si ferma certo con quattro dichiarazioni. Quello che è fallito è il neoliberismo e adesso coloro che hanno portato l’economia mondiale alla catastrofe cercano di far pagare agli stati, cioè ai lavoratori e ai pensionati, i costi della crisi medesima». «Adesso - ha sostenuto Ferrero - il governo intervenga per rafforzare l’economia reale tagliando le tasse su stipendi e pensioni e riduca i mutui sulle prime case. Ci sono milioni di famiglie in condizioni disperate e le misure sin qui assunte dal governo sui mutui sono aria fritta. Il governo intervenga direttamente con le Banche e riduca questi mutui».

Gasparri: è finito il mito prodiano della globalizzazione «Veltroni non perde occasioni per dire sciocchezze. La verità è una sola: stiamo assistendo alla crisi del mito della globalizzazione alla quale Veltroni, Prodi ed altri hanno elevato inni perenni». Lo dice il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, che aggiunge: «La costruzione ’prodiana’ dell’Europa non regge e si sono dovuti incontrare sabato i leader dei quattro stati principali per dare un orientamento alle riunioni che poi coinvolgeranno tutti e ventisette gli stati europei. Il realismo della destra può invece rappresentare soluzioni alla crisi dell’economia di carta cui la sinistra ha elevato troppi inni».


politica

7 ottobre 2008 • pagina 7

La scomparsa del grande costituzionalista, per nove anni presidente della Corte ROMA. «È deceduto ieri sera in Roma il Presidente emerito della Corte costituzionale professor Leopoldo Elia». Questo il semplice e telegrafico comunicato con cui ieri mattina la Consulta ha annunciato la morte di Leopoldo Elia, insigne costituzionalista ed ex presidente della Suprema Corte, avvenuta domenica sera all’età di 83 anni. Elia, secondo fonti vicine alla Corte costituzionale, era ricoverato da qualche giorno presso l’ospedale Forlanini di Roma. «La scomparsa di Leopoldo Elia suscita profonda commozione in me come in tutti coloro che lo hanno conosciuto da vicino. Uomo di straordinaria probità e mitezza, Elia è stato un maestro del costituzionalismo italiano, per cultura, esperienza vissuta nelle istituzioni, capacità di dialogo e fermezza di convinzioni». Così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricordato Elia in un messaggio di cordoglio inviato al presidente della Consulta, Franco Bile. Nell’esprimere i suoi sentimenti di affettuosa vicinanza al dolore della famiglia, Napolitano ha concluso la sua nota affermando: «Gli sono stato legato dalla più grande stima e amicizia, e rivolgo alla sua figura un pensiero riconoscente per il prezioso contributo che ha dato allo sviluppo democratico del paese e innanzitutto all’affermazione dei principi e dei valori della Costituzione repubblicana». Undicesimo Presidente della Corte Costituzionale, Leopoldo Elia era nato a Fano, in provincia di Pesaro, il 4 novembre 1925. Laureato in Giurisprudenza, nel 1959 era divenuto libero docente di diritto costituzionale, insegnando nelle università di Urbino, Ferrara, Torino e Roma. Fu eletto giudice della Consulta dal Parlamento nell’aprile 1976. Ne divenne il presidente nel settembre 1981 e ricoprì questa carica per tre anni, allo scadere dei quali fu riconfermato presidente fino al termine del suo mandato novennale, nel maggio 1985. Elia è stato relatore di importanti sentenze tra cui, in particolare, alcune in tema di libertà personale, di libertà religiosa, di diritto di famiglia, di diritto sindacale, di diritto elettorale. Accanto ai numerosi incarichi in veste di giurista (è stato anche protagonista nella stesura della legge che ha riorganizzato la presidenza del Consiglio), Elia ha avuto anche un ruolo importante nella politica italiana e all’interno della Democrazia cristiana dove fu stretto collaboratore di Aldo Moro, e fu proprio l’ex Presidente del

Addio a Leopoldo Elia, maestro della Repubblica di Francesco Capozza

consiglio assassinato dalle Brigate rosse nel maggio 1978 a volerlo fortemente alla Consulta. Nel 1986, terminato il mandato alla Corte, entrò nella direzione nazionale della Dc e nel 1987 fu eletto al Senato. Il suo impegno politico è poi proseguito nel Ppi e nella Margherita restando in Parlamento fino al 2006. Nel 1993 fu chiamato da Carlo Azeglio Ciampi, incaricato di formare un esecutivo di “risanamento” economico ed istituzionale, a ricoprire il delicato ruolo di ministro delle Riforme istituzionali. In seguito ha presieduto la commissione Affari costituzionali di palazzo Madama e ha fatto parte della Bicamerale per le Riforme. Leopoldo Elia è stato anche autore di numerose pubblicazioni giuridiche, tra cui saggi sulle forme di governo negli stati democratici e sull’efficacia dei vari sistemi elettorali. Ieri mattina, appena saputa la notizia della scomparsa del Presidente emerito della Consulta, il mondo politico si è unito al cordoglio della famiglia. Rappresentanti di tutto l’arco parlamentare e del governo hanno reso omaggio, con comunicati e messaggi, alla sua figura politica e al suo lavoro, definendolo unanimemente «un grande costituzionalista».Tra i primi mes-

saggi giunti alla famiglia quello del Presidente del Senato Renato Schifani che si è detto «rattristato per il lutto che vi colpisce, desidero esprimere a nome mio personale e dei colleghi senatori sentimenti di profondo cordoglio per la scomparsa di Leopoldo Elia» e del Presidente della Camera Gianfranco Fini: «Apprendo con grande tristezza la notizia della scomparsa di Leopoldo Elia, insigne giurista e fi-

morale e politico. Elia nella sua lunga vita pubblica si è diviso tra gli studi giuridici e costituzionali e l’impegno civile, dagli anni della collaborazione con Aldo Moro a quelli della Corte Costituzionale, di cui è stato presidente per un quinquennio fondamentale». Sullo stesso tono il messaggio di Gaetano Quagliariello, vice capogruppo vicario del Pdl al Senato, che ricorda Elia «come un avversario

Un grande difensore delle Istituzioni, voluto da Aldo Moro al vertice della Consulta, dove entrò nel 1976. «Uomo di straordinaria probità e mitezza», secondo la testimonianza di Giorgio Napolitano gura stimata ed autorevole della vita politica italiana». Fini ha poi aggiunto che «nel ricordare, altresì, il suo contributo al servizio delle più alte istituzioni e all’affermazione dei valori della nostra Costituzione, desidero esprimere alla famiglia, a nome mio personale e di tutta la Camera dei deputati, i sentimenti del cordoglio più profondo».

Per il segretario del Partito Democratico Walter Veltroni «con Leopoldo Elia la democrazia italiana perde un uomo di grandissimo livello intellettuale,

che aveva una concezione diversa dello sviluppo del percorso costituzionale, ma che l’ha sempre illustrata in maniera limpida». Commosso anche il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini il quale, in una nota, ha ricordato che «Leopoldo Elia non è stato solo un grande giurista, un profondo conoscitore e convinto difensore della Costituzione. È stato anche un maestro, un modello per tutti coloro che si riconoscono in un’Italia moderata, onesta, competente, appassionata. Lo ricordo con commozione per la sua signori-

lità, la straordinaria competenza, la versatilità della sua passione civile e politica, sempre al servizio dell’Italia». A parlare in nome del Governo è stato il democristiano ministro per l’Attuazione del Programma, Gianfranco Rotondi: «Ricordo con emozione Leopoldo Elia, collega nel primo e unico gruppo parlamentare popolare, maestro con cui era possibile dissentire ricevendone egualmente una lezione». Anche il vicesegretario del Pd, Dario Franceschini, ne ricorda la militanza nella Dc «Noi, allora giovani della Dc - scrive in una nota ammirammo il suo impegno politico, diretto e appassionato, dopo l’esperienza alla Corte. Da giurista lontano e quasi mitico che avevamo studiato, lo ritrovammo infatti - quasi con stupore - vicino nelle battaglie politiche, con spirito ed energia giovanili». In una legislatura che tutti auspicano essere “costituente”, la mancanza di Leopoldo Elia come spunto di riflessione e consiglio sarà di certo sentita dal Pd, erede naturale dei partiti che lo hanno visto militare convintamente, ma senz’altro anche dal governo, cui un interlocutore di così grande esperienza avrebbe senz’altro giovato.


il personaggio

pagina 8 • 7 ottobre 2008

Gli “outlet” del Parlamento. L’ex vicepresidente della Camera su giustizia, partiti, ruolo del Parlamento e Forza Italia

Biondi senza filtro «Meglio il vecchio teatrino della politica che questa povera leadercrazia» colloquio con Alfredo Biondi di Susanna Turco arlamentarista puro, gran sostenitore del teatrino della politica e gran battutista (al limite dell’autolesionismo, come quando di Forza Italia disse: «Un partito di massa? Piuttosto di Carrara: marmorizzato»). Per i tempi che corrono, coi parlamentari in fila per due, Alfredo Biondi, autore del decreto salva-ladri («sono Biondi, imbecilli: quello del decreetooo, del salvaladriii!», urlò lui da sotto il palco, una volta che non gli volevano dare la parola), ex segretario del Pli ed ex ministro della Giustizia del primo governo Berlusconi sarebbe, al limite, un eversivo. E infatti nel “selvaggio”mucchio parlamentare non ci sta. Non per sua scelta, ovviamente. Adesso, ottant’anni suonati («anziano, non decrepito», precisa) fa l’avvocato a tempo pieno e guarda la politica dall’esterno, per la prima volta in vita sua. «Sto studiando per il processo sul G8, scuola Diaz. Mio cliente è il vicequestore imputato di aver portato le molotov che poi sono state fatte figurare come armi in possesso di chi era dentro. Una bella causa, ma il rumore dei media fa sì che sia tutta una strada in salita, invece che un normale processo: vorrei trasportarlo sui binari della giustizia ordinaria, quella politica non è giustizia. Ah no? «Quando la politica entra nella giustizia», diceva Saragat, «la giustizia esce dalla finestra». Una massima di grande attualità. Saragat forse beveva troppo Barbera, ma ha detto cose illuminanti. Comunque mi sto preparando per l’udienza, la mia discussione è fissata per il 17. Come numero non è il massimo. Spero in un rinvio. Che effetto le fa fare l’avvocato dopo quarant’anni di politica? Ho sempre fatto l’avvocato, salvo quando ero ministro: conosco sottosegretari che hanno continuato a esercitare la professione anche mentre erano al

P

governo, ma per me la separazione dei poteri è sacra. Se vuole nomi sappia che non ne farò: sono un po’ omertoso. Un avvocato che fa politica non rischia il conflitto d’interessi? La tentazione di fare leggi a proprio favore... No, sostengo di no. Credo che un professionista che fa politica sia meglio di un professionista della politica. E con quarant’anni di Parlamento, ministeri, vicepresidenze, segreterie lei non si ritiene un professionista della politica? Mai considerato tale. Anche se, certo, ho sempre fatto politica. Mi sono iscritto ai Liberali alla fine dell’Università. Sono stato eletto per la prima volta in Parlamento nel 1968 e ci sono rimasto fino a pochi mesi fa: no-

una correttezza autogestita. Nel senso che si sa dare una regolata? Da giovane, quando uscivo, dicevo a mia moglie: ho diecimila lire in tasca, quando le finisco me ne vado. Poi certo, nell’altra tasca ne avevo altre diecimila, a lei non lo dicevo, ma anche questo mi sembra perfettamente normale. Vittorie? Poche. Una volta, a Saint Vincent, giocando a Chemin de fer con le solite diecimila arrivai a 160. Nel 1964 erano davvero tanti soldi. Arrivò Pianelli, allora presidente del Torino, e con l’accento sabaudo disse: «Banco». Io ebbi paura e mi ritirai. La coscienza ci fa vili. Torniamo alla sua professione. Ho uno studio ben avviato a Genova con mio figlio Carlo, sto seguendo dei processi che sono iniziati tanto tempo fa. Questo del G8 l’ho preso nel 2001: siamo al primo grado e sono passati già sette anni. Questa è la prova di quel che è la giustizia in Italia. Il processo differito è ingiusto, perché punisce una persona che non è più quella che ha compiuto il reato: la pena è diventata il processo stesso. Negli ultimi tempi è l’ar-

Saragat forse beveva troppo Barbera, ma alcune sue massime sono illuminanti, come «Quando la politica entra nella giustizia, la giustizia esce dalla finestra» ve legislature in tutto, ho saltato soltanto la sesta e la settima, che per mia comodità chiamo Ogino e Knaus. Peraltro, sei e sette sono numeri che fanno parte della serie cinque-otto. E per me che sono un giocatore di roulette... Roulette? Vado al casinò due volte l’anno, a capodanno e per il mio compleanno. Ma ho sempre perso, che è la fortuna di chi gioca. I veri viziati sono quelli che vincono. Per me, invece, è solo un’alea divertente nei limiti di

gomento del giorno. Ma guardi che il problema c’è sempre stato. Si riguardi i discorsi dei procuratori generali della Cassazione dal ’46 a oggi: scoprirà che è una questione eterna. La verità è che oggi in Italia è tutto un gioco di corporazioni. I magistrati, gli avvocati. Eppoi la visione di una giustizia differita è abbastanza gradita dalla gente, perché in fondo più tardi si paga meglio è. Una giustizia razionale e, se si vuole, rapidissima urta con la visione dilatoria che gli italiani

hanno della vita. Non c’è speranza, allora. No, credo che si possa cambiare: gli strumenti tecnici, una visione più pragmatica... Sa, oggi vanno a fare l’avvocato anche i baristi, non c’è più il latinorum... Già, lei si è vantato di essere uno dei pochi in grado di pronunciare un discorso in Aula. Adesso là persino leggere un foglietto appare un’impresa ardita. Adesso però lei in Parlamento non siede più. Come altri liberali. Ha disturbato parecchio il fatto che fossi liberale in senso personale, oltreché politico. Se devo votare una legge la voto solo se mi va bene, altrimenti no. Ho sempre applicato il principio per cui gli eletti esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato. Un atteggiamento da marziano, per i tempi che corrono. Intendiamoci, sono sempre stato leale, ma non sono prono ai superiori comandi. Credo al dubbio: dubito, ergo sum. Esempi? Ho votato contro la legge sulla fecondazione assistita: è un diritto della donna avere i figli nel modo che le pare, e anche la fecondazione eterologa, beh, come dissi in Aula è una grande prova d’amore dell’uomo verso la donna. Questo a molti non è piaciuto: il conformismo è un male italiano.

Del centrodestra in particolare? Il conformismo è bilaterale: anche l’antiberlusconismo lo è. Quelli che dicono che il governo non sa fare niente sbagliano: l’esecutivo ha fatto più di quanto avrebbero fatto altri, dato il momento. Dire che sbaglia perché è obbligato a sbagliare no, non ci sto. Ipotizziamo che lei fosse ancora in Parlamento. Caso Englaro: quale sarebbe stata la sua posizione sul testamento biologico? Il tema fine della vita è un problema misterioso, che con tutto il rispetto voglio mettere tra le questioni di fede. Ma che un cittadino possa dire che il modo col quale vive o sopravvive non lo vuole, perché non vuole non essere pur essendo, credo che questo sia giusto. Con Del Pennino avevamo presentato su questo una legge piuttosto prudente. I Di.do.re., proposta di legge sulle coppie di fatto preannunciata da Rotondi e Brunetta? Sono lieto di aver letto che abbiano ripreso la mia proposta di legge sui Cus, contratti di unione solidale, che Salvi già aveva utilizzato nella scorsa legislatura per rispondere ai Dico. Io parto dal concetto che due persone, se vogliono convivere, possano decidere di farlo e che da questo nascano dei diritti comuni. È una scelta non matrimoniale, ma civile. Che giudizio dà del Lodo


il personaggio

7 ottobre 2008 • pagina 9

ne dalle liste? Non sono manicheo: se mi avessero messo in lista sarei stato contento, ma capisco perché non l’abbiano fatto. Sarebbe stato gentile se me l’avessero detto prima. E invece?

Nostalgia no, però dire che la politica non renda assuefatti a un certo tipo di “appariscenza”, di visibilità, sarebbe una bugia. Un ex democristiano che conosco ha quantificato l’astinenza: «Guarda, Alfredo, - mi ha detto a un pranzo - adesso te ne fot-

Forza Italia il regno dei liberali? Quando Berlusconi disse che era un partito liberale di massa, io risposi: «Piuttosto di Carrara», alludendo all’immobilità del marmo

Il Lodo Alfano di per sé non è sbagliato. Poi, però, resta da vedere se una misura così delicata vada fatta nella fase iniziale della legislatura o piuttosto più tardi

Alfano? Di per sé non è sbagliato. Dopodiché tempus regit actum. Resta da vedere se una misura così delicata vada fatta nella fase iniziale della legislatura o piuttosto più tardi. Una scelta già fatta, no? Anche se non trova un accordo con l’opposizione, una maggioranza le leggi le deve fare. Poi la Corte costituzionale valuterà. Il Parlamento vota, il governo applica, il giudice giudica. Dovrebbe andare così. Al momento però la tendenza appare un’altra: il governo decide, il Parlamento approva. È d’accordo con il ricorso così massiccio ai decreti legge? Non credo che un peccato mortale, se ci sono le condizioni di necessità e urgenza. Nei primi cento giorni, il

Parlamento ha licenziato dodici leggi: undici erano decreti. Tutti urgenti? Guardi che, nei primi mesi d’insediamento, il governo ha fatto così anche in passato. Certo, se poi diventa ordinaria amministrazione può essere sbagliato. Berlusconi dice che questo procedimento serve a sveltire le lungaggini parlamentari. Lo so, c’è una tendenza alla leadercrazia. Io però sono un liberale, sono un parlamentarista puro quindi paradossalmente sono per il teatrino della politica. Faccia un esempio di teatrino. Ai tempi del partito liberale, una formazione di minoranza ma anche di grande qualità, ai congressi bisognava sempre stare attenti ad ascoltare, a non perdersi nemmeno una relazione. Qui invece ormai le assemblee, le direzioni nazionali si fanno ad pompam, ad solemnitatem: non per decidere. Un esempio? Il consiglio nazionale di Forza Italia, che presiedo, si è riunito sinora una sola volta, perché può essere convocato soltanto dal presidente del partito. Ma Forza Italia non dove-

va essere il regno dei liberali? Quando Berlusconi disse che era un partito liberale di massa, io dissi piuttosto di Carrara, alludendo all’immobilità del marmo: amavo queste battute, anche da vicepresidente vicario della Camera. Le liste bloccate? Non esistono solo in Italia. È l’esigenza di un tipo di democrazia più diretta, che evita le pastoie di una formazione legislativa asfissiante e, per alcuni, paralizzante. Una visione pragmatica. Lei la condivide? No, per niente. Io sono per le preferenze. Del resto, la visione pragmatica l’ha buttata fuori dal Parlamento. Fa prevalere l’idea per cui i rompicoglioni non si mettono in lista. Un tempo questa scelta la faceva la gente, e io prendevo 17 mila preferenze. D’altra parte va detto che la preferenza è una cosa rischiosa: favorisce i ricchi, che hanno più mez-

Me l’hanno detto dopo, nonostante sia amico personale di Berlusconi - e dico amico, non suddito. Però io capisco che nel segno del rinnovamento... Fuori lei, e non solo. Biondi, Sterpa e Jannuzzi hanno messo le firme perché Giuliano Ferrara potesse presentare la sua lista e questo, invece di essere considerato un atto voltairiano, non fu gradito. Forse avrei dovuto chiedere il permesso, mah. Dice che non l’hanno ricandidata per colpa di Ferrara? Guardi, voglio credere nella più benevola delle ipotesi: quella che l’obiettivo fosse sfoltire i recordman delle legislature. Spiace solo che non l’abbiano detto per tempo. Secondo lei il Pdl si annuncia come un partito liberale? Ci sono dei rischi: se ci si limita a una fusione a freddo, si tratta soltanto di una alleanza elettorale che si cronicizza e allora figuriamoci. Se invece si avvia un vero cambiamento, al suo interno la dialettica rinasce per forza. Io sono fiducioso, ora più di prima: dalla convivenza rinascono le motivazioni per affermare le differenze che tra An e Forza Italia indubbiamente esistono. Nel Pdl ci sono ancora dei

Con i Di.do.re., Rotondi e Brunetta hanno ripreso la mia proposta di legge sui Cus, contratti di unione solidale, che Salvi già aveva utilizzato nella scorsa legislatura zi per fare campagna elettorale, oppure coloro che accettano di farsi arricchire da chi se li compra. Mani pulite è nata anche da questo. Le è dispiaciuta l’esclusio-

liberali? Mah, sa. A volte uno è liberale senza saperlo. Capisco, si affida alla Provvidenza. Ha nostalgia del Parlamento?

ti, ma ci vorranno sei mesi perché ti passi l’animus revertendi, il desiderio di tornare». Io sono al quinto, vedremo. Parla come uno che si debba disintossicare. La poltrona è una droga? Uno non se ne andrebbe mai. Quando la legislatura finisce con anticipo, il politico ne soffre perché deve ricorrere all’incerto destino dell’urna. Beh, ora è certo: lo decide la segreteria di partito. I primi tre posti in lista, e sei dentro sicuro. Questo in Parlamento crea qualche disaffezione, la gente manca perché non c’è più l’animus pugnandi, e si finisce a fare come l’Inter che perde con la Pro-patria. C’è maggior sudditanza, è vero, ma anche un senso di gratitudine: e se Dio vuol alla fine gli uomini non sono caporali. Continuiamo ad affidarci alla Provvidenza. Nei corridoi dei Palazzi si dice che, al confronto con lodo Alfano e blocca-processi, il decreto Biondi era acqua fresca. Quel decreto lo stanno applicando tutti i giorni. All’epoca c’era una cupio dannatio, una visione plebea del tipo dàgli all’untore. Ma io penso di aver fatto quel che ritenevo giusto: come ministro, ma anche come avvocato e cittadino. E sono orgoglioso che oggi mi dicano che si stava meglio quando si stava peggio. Non lo dico certo per quel bravo ragazzo di Alfano. Sempre cauto, eh. Non ho il complesso dell’ex e cerco di non farmelo venire. Sono un ex giocatore di calcio e so che quando si cambia maglia viene voglia di essere più cattivi del giusto. Io non posso essere obiettivo, però spero di non essere manicheo.


pagina 10 • 7 ottobre 2008

mondo

Due anni fa la Politkovskaya veniva uccisa a Mosca. La rabbia e il ricordo del direttore di Novaja Gazeta

Tutti vogliono dimenticare Anja colloquio con Dmitrij Muratov di Francesca Mereu

d i a r i o MOSCA. La sua faccia sorridente e piena di vita sembra voglia uscire fuori dalla prima pagina di Novaya Gazeta per iniziare un’altra indagine e denunciare gli abusi compiuti dalle truppe federali nella sua amata Cecenia, o per dare nei suoi articoli la parola alle centinaia di vittime del terrorismo che il Cremlino vuole fare tacere. Ma la pagina sul retro con la tomba di marmo bianco, una foglia autunnale casualmente posatasi sulla lapide e la foto di lei seria, ricorda che la penna di Anna Politkovskaya è stata spezzata due anni fa. Freddata dai colpi d’arma da fuoco di un killer. «Il processo agli assassini deve svolgersi a porte aperte», dice Dmitrij Muratov, direttore di Novaja Gazeta e chiede ai moscoviti di partecipare in tanti ad un meeting per ricordare la giornalista famosa in tutto il mondo per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia, ma che il potere del potente primo ministro Vladimir Putin e del presidente Dmitry Medvedev fa di tutto per dimenticare. «Noi siamo un giornale d’opposizione. Critichiamo il potere e non contiamo sul suo appoggio, contiamo sul sostegno della società russa, di quelli che comprano il nostro giornale. Speriamo nella loro presenza», continua Muratov. E Muratov ha tutte le sue ragioni. Due anni fa nei canali controllati dal Cremlino alla notizia della morte di Anya (come la chiamano i suoi colleghi) fu dedicato meno di un minuto, alla fine delle notizie. Lo spazio serviva per mostrare ai russi il presidente Putin che festeggiava il suo cinquantaquattresimo compleanno. Nessuna autorità del Paese si fece avanti per una parola di condoglianze alla famiglia o ai colleghi di Anya, (o per smentire le accuse che l’omicidio della Politkovskaya fosse stato un regalo macabro per compleanno di Putin), mentre Novaya Gazeta veniva sommersa da telegrammi che arrivavano da ogni angolo del mondo. Solo dopo tre giorni, messo alle strette da un giornalista tedesco a Dresda, Putin disse che l’influenza della giornalista uccisa «era insignificante per lo sviluppo politico del Paese». «La figura di Anya è stata

praticamente dimenticata in Russia. Questa è la triste e terribile verità», dice Oleg Panfilov, direttore del Centro di giornalismo in situazioni estreme e l’organizzatore delle manifestazioni in memoria della giornalista che si terranno oggi nella capitale georgiana Tbilisi e il 10 ottobre a Kiev, in Ucraina. «Nessuno qui apprezza il lavoro fatto da Anya. La maggior parte dei russi vede qualsiasi protesta contro il Cremlino negativa commenta Panfilov.

Nessuna via o piazza in Russia è stata dedicata alla memoria della giornalista uccisa. Le autorità dicono che per legge bisogna aspettare

nomi dei giornalisti uccisi in Russia, cosa che sarebbe impossibile fare a Mosca», aggiunge Panfilov.

21 giornalisti sono stati uccisi da quando Putin è salito al potere nel marzo del 2000 e nessun omicidio è stato ancora risolto. Secondo il Comitato per proteggere i giornalisti, la Russia, dopo l’Iraq e l’Algeria, è il terzo Paese più pericoloso al mondo per la stampa. «Qui la gente perde la vita e nessuno viene arrestato», dice Panfilov. E i colleghi della Politkovskaya stanno ancora aspettando giustizia. «Sono passati due anni, l’assassinio di Anna è ancora libero e il man-

d e l

g i o r n o

Anche in Germania l’esercito nelle strade In caso di pericoli terroristici estremi, l’esercito tedesco potrà usare la forza anche dentro i confini nazionali. Dopo anni di dibattiti su questo soggetto, la grosse Koalition si è accordata per le necessarie modifiche costituzionali. La Bundeswehr passerebbe all’azione solo nel caso in cui i mezzi della polizia non sarebbero sufficienti a fronteggiare l’emergenza. Secondo Wolfgang Schäuble, ministro degli Interni, in questo modo le forze armate tedesche avrebbero solo una base legale “emergenziale” per agire contro eventuali pericoli interni. Le modifiche costituzionali si sono rese necessarie dopo un giudizio della Corte suprema che nel 2006 aveva ammesso l’uso dell’aviazione militare nel caso in cui un aereo dirottato sorvolasse il suolo del Paese costituendo un pericolo per la popolazione civile. L’opposizione teme che in questo modo si possa militarizzare la politica interna.

Pakistan, 17 morti in un attentato Nella città di Bhakkar un attentato suicida davanti alla casa di un deputato ha fatto almeno 17 vittime e 53 feriti. Il deputato, Rashid Akbar Nowani, se l’è invece cavata con pochi danni e si trova ricoverato nell’ospedale locale.

Francia, Carlos in corte d’Assise La corte d’appello di Parigi ha confermato il rinvio di Ilitch Ramirez Sanchez - detto Carlos, terrorista venezuelano - davanti alla corte speciale d’Assise per una serie di attentati commessi in Francia tra il 1982 e il 1983. L’avvocato difensore, annunciando il ricorso del suo cliente in Cassazione, ha dichiarato che la giustizia francese si è piegata ai «servizi segreti». Carlos è stato rinviato per gli attentati contro il treno Tolosa-Parigi, le bombe al giornale Al Watan al Arabi e Rue Marbeuf, gli attentati alla stazione ferroviaria di Marsiglia e contro un treno Tgv. Tutti avvenuti tra il 1982 e 1983. Nel 1997 il terrorista era già stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di due agenti della Dst. Il secondo processo al simbolo del terrorismo mediorientale dovrebbe concludersi nel 2009.

Belgio, sciopero dei trasporti pubblici

21 giornalisti sono stati uccisi da quando Putin è salito al potere nel 2000 e nessun omicidio è stato risolto 10 anni dalla morte di una persona prima di avere una strada con il suo nome, ma quando serve si chiude sempre un occhio. Domenica scorsa il presidente Ceceno Ramzan Kadyrov ha chiamato Viale Putin la strada più importante di Grozny e Mosca ha via Kadyrov, in memoria di Akhmad Kadyrov, il presidente ceceno ucciso 4 anni fa. Il centro di Panfilov, un sostegno per molti giornalisti perseguitati dalle autorità, ha preparato cinquemila poster e altrettanti adesivi con il volto della Politkovskaya, ma solo in pochi sono andati a prenderli («Non interessano a nessuno»). «A Tbilisi mostreremo dei cartelloni con tutti i

dante sconosciuto. Le indagini non sono terminate, siamo ancora agli inizi. Queste sono le novità a due anni dalla sua morte», dice Muratov. «È da due anni che lavoriamo a fianco degli investigatori e nonostante le pressioni stiamo cercando di arrivare a qualcosa. Quelli che dicono che le indagini sono finite mentono», continua Muratov riferendosi alla dichiarazione della Procura generale che sostiene le indagini già concluse e giovedì scorso ha mandato il caso in tribunale per iniziare il processo. Finora tre uomini sono accusati d’aver organizzato l’omicidio. Due di loro sono i fratelli ceceni Dzhabrail e Ibragim Makhmudov e l’altro è Sergei Khadzhikurbanov, un agente dell’unità contro il crimine organizzato della polizia di Mosca. Gli investigatori sospettano anche Mustam Makhmudov, un altro ceceno, d’esser stato l’esecutore dell’omicidio.

Ieri uno sciopero generale dei trasporti pubblici ha isolato il Paese. I tre sindacati più importanti del Begio si sono decisi a questo passo per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sul diminuito potere d’acquisto. Secondo i media locali i trasporti si sono fermati bloccando il Paese.

Israele, Olmert in Russia Il primo ministro israeliano Ehud Olmert è arrivato ieri a Mosca per una visita nella capitale russa. Il capo del governo israeliano intende fare pressioni sul Cremlino affinché non venda a Siria e Iran i sofisticati sistemi di armamenti prodotti dall’industria bellica russa. Il governo di Mosca vuole invece utilizzare la presenza di Olmert per guadagnare spazio nelle trattative mediorientali sulle quali Mosca attualmente non esercita nessuna influenza. Oggi Olmert incontrando il presidente russo Medvedev, dovrebbe sollevare il “problema iraniano”e il sostegno dato dal Cremlino al movimento sciita Hezbollah. Israele ammette il “ruolo speciale” che la Russa ha nei confronti di Teheran.


mondo

7 ottobre 2008 • pagina 11

Alcune suore indiane partecipano a un sit-in di protesta contro le violenze anti-cristiane che hanno colpito lo Stato orientale dell’Orissa sin dall’agosto scorso. La manifestazione si è tenuta a New Delhi, sede del governo centrale dell’India, con lo scopo di chiedere un intervento più deciso da parte delle autorità contro omicidi e razzie. La minoranza cristiana dell’India non arriva al 2,3 percento della popolazione, che ha raggiunto gli 1,2 miliardi di abitanti l castello di carte montato contro i cristiani dell’India è caduto. Uno dei leader della guerriglia maoista in Orissa, Sabyasachi Panda, ha rivendicato ieri la morte di Swami Laxmanananda Saraswati, il leader indù il cui assassinio ha scatenato il pogrom contro i cristiani. Secondo Panda, inoltre, i fondamentalisti indù hanno usato la morte del loro ideologo per dare consapevolmente il via all’eccidio dei cristiani: «Siamo stati noi a ordinare la pena di morte per quell’uomo, che voleva trasformare l’India in una teocrazia di stampo induista. Questo è contrario agli ideali di ogni uomo libero e ancora di più è contrario a chi crede nelle teorie di Marx e sa che la religione è l’oppio dei popoli». Sul luogo del delitto, avvenuto il 23 agosto scorso nell’ashram del santone, i killer maoisti hanno lasciato due lettere di rivendicazione, ma queste sono state gettate via. Il governo, continua Panda, «ha taciuto per incolpare i cristiani e lasciare che venissero uccisi per scopi elettorali». I maoisti hanno poi cercato di rivendicare ancora l’omicidio tramite la stampa locale, ma sono stati ignorati.

I

Dal suo rifugio segreto sui monti dell’India settentrionale, Panda ha sottolineato: «Dopo le violenze del dicembre 2007, sempre rivolte contro i cristiani, abbiamo minacciato di uccidere Swami se avesse continuato insieme ai suoi sostenitori a dare fastidio ai cristiani per far loro cambiare religione. Ci ha ignorato, e ha pagato con la vita». La

Orissa, il governo ha permesso il pogrom per motivi elettorali

I maoisti scagionano i martiri cristiani di Vincenzo Faccioli Pintozzi campagna di odio interreligioso lanciata da Swami Laxamananda Saraswati - e sostenuta con la violenza dal Vhp, movimento paramilitare di fondamentalisti indù – accusa le chiese cristiane di convertire tribali e dalit [i fuori casta del sistema sociale indiano ndr] con la forza, l’inganno e dietro promesse di vantaggi economici.

La loro campagna anti-cristiana è appoggiata da proprietari terrieri e commercianti, timorosi dell’emancipazione di

villaggi, soprattutto nel distretto di Kandhamal, sono ancora presi di mira. I radicali indù minacciano di morte chiunque non si riconverte all’induismo. Secondo il leader maoista, il Chief minister dell’Orissa Naveen Patnaik dovrebbe dimettersi immediatamente per non aver difeso i cristiani e le loro proprietà. Anche le organizzazioni cristiane in India denunciano l’inazione del governo dell’Orissa e di quello centrale. Ma essi chiedono soprattutto la messa al bando delle organiz-

Sabyasachi Panda ha rivendicato ieri la morte di Swami Laxmanananda Saraswati, il leader indù il cui assassinio ha scatenato la persecuzione della minoranza nei mesi scorsi dalit e tribali, nella quale identificano la morte della “vera India”. Le accuse contro i cristiani hanno scatenato una serie di violenze che hanno causato finora la morte di 61 persone, l’incendio di oltre quattromila case di cristiani, la distruzione di 181 chiese e cappelle e di 13 fra scuole e centri sociali. Molti

zazioni indù radicali, accusate di essere vere e proprie “organizzazioni terroriste”. Il Vhp, l’Rss (Rashtriya Swayamsevak Sangh), il Bd (Bajrang Dal) hanno come progetto l’eliminazione delle minoranze e di tutte le religioni diverse dall’induismo. Esse trovano espressione politica e protezione nel Bjp

(Bharatiya Janata Party), attualmente all’opposizione nella Confederazione indiana, ma al potere in Orissa.

Nel frattempo, continuano a giungere testimonianze di ferocia anti-cristiana senza precedenti. Nella notte fra il 2 e il 3 ottobre, riporta l’agenzia di stampa AsiaNews, gli estremisti indù hanno ucciso a colpi di ascia due tribali cristiani, padre e suo figlio, nel villaggio di Sindhupanka, distretto di Kandhamal. I due - Dushashan Majhi e il figlio 15enne Shyam Sunder Majhi - stavano dormendo fra i resti della loro casa, distrutta giorni prima sempre dai fondamentalisti. Dushashan era il capo di una comunità cristiana, e la popolazione locale lo ricorda come «molto stimato e influente». L’eliminazione dei capi delle comunità è divenuto il primo obiettivo dei gruppi fondamentalisti per fermare l’opera dei cristiani e quelle che essi chiamano “conversioni forzate”. Una fonte locale di AsiaNews dichiara: «Dushashan era un leader importante della comu-

nità. L’anno scorso si era anche presentato alle elezioni locali per diventare capo villaggio. Di recente aveva denunciato alcuni estremisti che avevano bruciato e distrutto la chiesa del villaggio durante le violenze seguite all’assassinio di Swami Laxamananda Saraswati».

Questi fondamentalisti, continua la fonte, «mirano a eliminare in modo sistematico i capi cristiani più influenti. Dushashan e suo figlio erano addormentati e inermi, ma nella notte i radicali li hanno presi, portati fuori e uccisi con un’ascia». La polizia dell’Orissa ha confermato il feroce omicidio, ma non ha ancora aperto un’indagine per «motivi interni». Molti cristiani locali, sconvolti dall’apatia dimostrata nel corso del pogrom da parte degli agenti, parlano oramai in maniera aperta di connivenza fra autorità e leader indù. Questa deve essere ancora confermata, ma è in corso un’indagine da parte delle autorità dell’Unione e sostenuta, almeno sulla carta, dai leader politici del Congress, il Partito di Sonia Gandhi che ha più volte sottolineato la propria vicinanza alla comunità cristiana. Che, però, inizia a dare segnali di insofferenza: alcune comunità protestanti hanno lanciato un circuito di vigilantes armati, che montano la guardia alle chiese e ai quartieri cristiani delle aree rurali dell’Orissa. La Chiesa cattolica, da parte sua, ha deciso di affidarsi alle autorità statali ma, come dice un cristiano locale, «con una preghiera sempre nel cuore e una mazza vicino al letto».


pagina 12 • 7 ottobre 2008

il paginone

La dottrina del ”surge”, così efficace nel combattare al Qaeda in Iraq, è esportabile in Afghanistan? O rischia di indebolire, a meno di un anno dalle elezioni, il presidente Karzai e precipitare Kabul (e la Nato) nel caos? La risposta dell’ex capo di Stato maggiore della Difesa a notizia che Hamid Karzai, con i buoni uffici dell’Arabia Saudita, starebbe tentando una trattativa con i Talebani “moderati” per cercare di rompere la situazione di stallo in Afghanistan, ha suscitato reazioni di varia natura specie in chi, entrato nel Paese con tanti buoni propositi, non sa più che fare per mantenere un po’ di credibilità. Vincenzo Nigro, su La Repubblica, riferisce che a Washington c’è già uno slogan, “Petraeus anche in Afghanistan”, con riferimento al generale che, prima che gli venisse assegnato il comando di Centcom (da cui dipendono i teatri afghano, iracheno e medio orientale), accordandosi con le milizie sunnite ex saddamiste del “triangolo della morte”, aveva sensibilmente migliorato la situazione sul terreno. Ma è davvero così, o è semplicemente un effetto temporaneo, di reciproca quanto caduca convenienza? È una dottrina esportabile? Proviamo ad analizzare.

L

Se ci si sofferma sui dati numerici, il miglioramento sembrerebbe un dato di fatto sostanzioso. Da quando il surging (aumento delle truppe) e la strategia del generale Paetreus hanno ridotto drasticamente il numero degli attentati e, conseguentemente, anche quello delle vittime, le vicende irachene non godono più di grandi titoli: prevale l’Afghanistan. Chi, però, ha continuato comunque a seguirle, si sarà accorto che da un po’ di tempo la piccola cronaca e le agenzie si stanno ripopolando di attentati e faide in varie zone del Paese, di norma originate da conflitti intertribali e interetnici per affermazioni di potere nel controllo del Conterritorio. temporaneamente, sebbene in misura minore, è ricominciato anche lo stillicidio di morti e feriti americani. A parte il conflitto intershiita nel sud, ora dormiente, è proprio nelle province sunnite di al-Anbar e di Ninive, che sembravano “pacificate”, che la vita quotidiana si sta nuovamente complicando. Ciò nonostante, dai primi di settembre al-Anbar, che era considerata la più pericolosa del Paese in quanto roccaforte della resistenza contro la presenza statunitense, è stata transitata sotto il diretto con-

trollo degli iracheni. Altre dieci province, su un totale di diciotto, erano già state restituite, ma di queste tre erano a prevalenza curda e sette popolate da una maggioranza shiita. AlAmbar è in effetti la prima provincia sunnita ad essere affrancata, ed a breve termine potrebbe seguire la dodicesima, quella di Ninive. Nel frattempo, come Bush aveva promesso, l’ultima delle cinque brigate del surge di Paetreus, la 2^ della 3^ divisione di fanteria, dopo tredici mesi di impiego in teatro, sta completando il rientro sul territorio metropolitano. Con questo ritiro di forze, il generale Odierno, che subentra a Paetraeus in Irak, si trova con 15 brigate anziché 20, ovvero con le stesse forze disponibili prima dell’applicazione della dottrina del suo predecessore. Sem-

Le chiavi di di Mario Arpino

Riarmare le tribù, come fatto con le milizie sunnite ex saddamiste a Bagdad, può avere l’effetto indesiderato di riattizzare il fuoco delle divisioni interne afgane, sottraendo il controllo al governo centrale

brerebbe una contraddizione, nel momento in cui la situazione, seppur significativamente migliorata, sta nuovamente peggiorando. Cosa sta accadendo? Non è facile dare una risposta univoca, ma è già possibile qualche considerazione parziale. Nel suo ultimo rapporto al Congresso, il generale aveva spiegato che la sua strategia

stava avendo buon successo, oltre che per il maggiore sforzo statunitense, per il migliore addestramento del nuovo esercito iracheno, per la riqualificazione di alcuni elementi esperti ex Baath, per il tentativo da parte degli stessi shiiti di isolare i guerriglieri di Moqtada al-Sadr e, soprattutto, per la presa di coscienza dei capi tribù sunniti di alcune province contro gli stranieri di al-Qaeda, i così detti “arabi”, ormai da tempo invisi alle popolazioni. L’applicazione della dottrina consisteva sopra tutto nel “fidelizzare” i capi tribù con non indifferenti quantità di dollari, riarmare le loro bande con armamenti più moderni ed efficaci e compensare i singoli componenti, pare, con uno “stipendio” di 300 dollari mensili. Con il ritiro degli americani sembra che queste concessioni stiano venendo meno, anche per assecondare la volontà del premir sciita Nuri al-Maliki, che ovviamente non In alto, nella foto grande, il presidente afghano Amid Karzai; a sinistra il comandante di Centcom David Petraeus; a destra, il mullah Omar

vede di buon occhio la presenza di 100 mila armati sunniti.

Petraeus, pur applicando con forza il suo piano, non si era mai fatto soverchie illusioni su un pacificazione definitiva, ma riteneva che la sconfitta di al-Qaeda fosse già da considerarsi un grande successo. Anche a metà settembre, al momento del passaggio di consegne con il generale Odierno, pur sottolineando i “miglioramenti”, Petraeus non nascondeva che la situazione in Irak rimaneva critica, estremamente complessa e, spesso, anche frustrante. Le bande, infatti, battuto il nemico comune, stanno già cominciando a dividersi e combattersi, in vista delle posizioni di potere che potrebbero derivare dalle elezioni provinciali di autunno e dalle politiche del 2009. Da Tampa, nel Comando che nella prima guerra del Golfo fu di Schwarzkopf, continuerà ad avere la supervisione strategica ed il comando non solo del teatro iracheno, ma anche di quello afghano. Oggi, vi è chi reclama l’applicazione della stessa dottrina anche in Afgha-


il paginone

7 ottobre 2008 • pagina 13

Oppio, corruzione, cibo ed elezioni minano la stabilità

Ma re Abdullah tenta la via del dialogo di ieri la conferma dei colloqui avvenuti fra i rappresentanti del governo di Kabul e dei militanti talebani alla Mecca: quattro giorni serrati alla fine di settembre, in cui il sovrano saudita, re Abdullah, avrebbe rotto il digiuno di Ramadan nella festività musulmana di Eid al Fitr assieme ai 17 membri delle delegazioni afghane, con un atto volto a significare il suo impegno personale per riportare la pace in Afghanistan. I colloqui si sono svolti fra il 24 e il 27 settembre e hanno coinvolto 11 delegati talebani, due funzionari del governo di Kabul, un rappresentante dell’ex comandante mujahidin anti americano Gulbuddin Hekmatyar, e altri tre. Si tratta del primo incontro volto a raggiungere una soluzione negoziata in quello che viene descritto come il primo passo di un lungo processo. Secondo la fonte citata dalla Cnn, ci sono voluti due anni di incontri dietro le quinte per organizzare i colloqui. Grande assente il Mullah Omar, ma la fonte della Cnn ha riferito che il leader talebano ha chiarito di non essere più alleato di al Qaeda, una posizione che finora non è mai stata dichiarata pubblicamente ma che sarebbe emersa nei colloqui della Mecca. Durante i colloqui le parti avrebbero convenuto che l’unica soluzione al conflitto afghano passa attraverso il dialogo. La fonte ha parlato di un incontro per rompere il ghiaccio le cui aspettative sono state mantenute basse. Sono ora previsti altri incontri in Arabia Saudita, con lo stesso gruppo ma anche con altre persone. L’incontro, definito ”storico”, segna la decisione della leadership di Riad di assumere un ruolo di primo piano in Afghanistan. L’Arabia Saudita, Paese vicino agli Stati Uniti e all’Occidente, era uno dei tre soli stati ad aver riconosciuto il governo dei talebani a Kabul, ma poi ruppe i rapporti in seguito al rifiuto del Mullah Omar a consegnare il leader di al Qaeda Osama bin Laden all’indomani degli attentati dell’11 settembre. Da allora l’Arabia Saudita si era interessata all’Afghanistan tramite il Pakistan. Il nuovo attivismo di Riad riflette l’attuale debolezza politica d’Islamabad, e l’interesse saudita a contrastare al Qaeda e i tentativi iraniani di ampliare la propria influenza in Afghanistan.

È

Petraeus nistan, dove però le bande sono più numerose, le forze ridotte e l’orografia di gran lunga più difficile. Ma Karzai, secondo ciò che dice, si sta già predisponendo a questa evenienza. Anzi, la persegue. Ogni opzione è possibile, se si vuole. Tuttavia, secondo alcuni analisti, l’azione di Petraeus sembrerebbe essere una “tattica” temporaneamente e localmente efficace, piut-

tosto che una “strategia” di lungo termine valida per tutto il territorio, e rispondente alle finalità dichiarate per giustificare la presenza occidentale. In altre parole, riarmare le tribù, se è stato efficace per combattere alQaeda, e potrebbe esserlo anche in Afghanistan, può avere l’effetto indesiderato di riattizzare il fuoco delle divisioni e dei settarismi interni, sottraendo di fatto al governo centrale un effettivo controllo del territorio.

A l lo ste s so mo do, anche trattare con i talebani “moderati”, sempre che ci siano e vengano ritenuti affidabili, potrebbe senz’altro alleviare lo sforzo occidentale, ma con sicuro detrimento di quei principi di democrazia, diritti umani, giustizia e libertà che, asseritamente, all’inizio di quest’avventura avevamo scritto sul nostro biglietto da visita. Afghanizzare il conflitto significa ritornare allo stato iniziale. È questo che vogliamo?

John Craddock, ritiene necessario “estendere l’autorità” della Nato per combattere il narcotraffico in Afghanistan, che produce circa il 93% dell’oppio a livello mondiale con un giro d’affari di 2,7 miliardi di dollari. Per Craddock sradicare questo traffico è un elemento cruciale per vincere la guerra contro gli insorti, che traggono profitti dai commerci illegali. «Non sto parlando di sradicare i campi di papavero» ha precisato il Comandante, ho solo chiesto di espandere l’autorità della Nato per permettere all’Isaf di colpire i laboratori e tutto ciò che facilita i traffici». I traffici di Karzai junior Ahmad Wali Karzai, fratello del presidente afghano Hamid Karzai e capo del consiglio provinciale di Kandahar, è un trafficante di eroina, coperto in qualche modo dal prestigioso congiunto. È la notizia bomba del New York Times, che denota come stia sempre più cambiando il clima per quello che era il pupillo degli Usa. Il mandato di Hamid Karzai scade l’anno prossimo e lui ha tutte le intenzioni di ricandidarsi.

I colloqui hanno coinvolto 11 delegati talebani, due funzionari del governo e un portavoce dell’ex comandante mujahidin Gulbuddin Hekmatyar

La battaglia dell’Oppio Il comandante supremo della Nato,

Elezioni imminenti Sono iniziate ieri le operazioni di registrazione dei votanti in vista delle elezioni del prossimo anno, che verificheranno il sostegno popolare al presidente Karzai, oltre che la tenuta dell’intera regione, minacciata in questi mesi dalle offensive talebane che hanno fatto migliaia di vittime. L’attendibilità delle elezioni è appesa a un filo: i talebani potrebbero infatti lanciare un’offensiva su larga scala contro il voto. La Commissione elettorale indipendente, per bocca di un suo dirigente, Zekria Barakzai, ha reso noto di aver ricevuto informazioni sul fatto che «in molte zone antigovernative i ribelli hanno cercato di impedire alle persone di registrarsi come elettori». Emergenza cibo Più di 200mila persone potrebbero essere costrette a lasciare il nord dell’Afghanistan, il prossimo inverno, a causa di siccità, insicurezza e aumento dei prezzi delle derrate alimentari. È l’avvertimento lanciato ieri dalla Croce Rossa, che si sta adoperando per cercare di evitare un grande dramma umanitario.


pagina 14 • 7 ottobre 2008

memorie

A sessant’anni dal bombardamento, la Commissione di storici per l’accertamento del numero dei morti dei raid aerei sulla città riabilita, di fatto, l’onore di Sir Arthur Travers Harris

Quel 13 febbraio a Dresda Fissato in non più di diciottomila il bilancio delle vittime Cambia la lettura della storia del dopoguerra di Renzo Foa segue dalla prima Una cifra che aveva oscurato per dimensione l’uso delle due atomiche contro il Giappone e, in qualche modo, bilanciato i «crimini di guerra», caricandone almeno uno sugli alleati anglo-americani, in particolare sulla strategia di Harris, che rase al suolo la Germania con una determinazione tale da portarlo perfino alla rottura con Churchill. Ma cosa fu, cosa significò la distruzione del centro di Dresda, il gioiello della Sassonia?

Sentiamo un testimone. La sera del 13 febbraio del 1945, Sergio Rusich era in una baracca del campo di concentramento di Flossenburg. Prima che venissero spente le luci, era stato l’ultimo ad alimentare la stufa e poi aveva raggiunto la sua branda. Cominciò a sentire un rumore di aeroplani, era lontano, lentamente si avvicinò, diventò continuo. E intenso come non aveva mai sentito. Nessuno dormiva. Lui immaginò che fosse in corso un grande attacco sul fronte orientale o un lancio di paracadutisti alleati nelle retrovie tedesche. Sperava comunque in qualcosa di nuovo. Annotò molti anni dopo nelle sue memorie: «Poi comincia il terremoto. Sobbalziamo sulle nostre cuccette, la terra trema, trema tutto, un sussulto continuo, ininterrotto, ora più forte poi più attenuato, ma riprende subito dopo con maggiore violenza. Che musica, che sinfonia, come si avvicina il nostro momento di libertà». Il bombardamento proseguì per tutta la notte, il cielo diventò rosato, la luce cominciò a filtrare nella baracca. Riuscì a immaginarlo: Dresda era in fiamme. «Il terremoto non ha interruzione. Sobbalziamo continuamente sulle assi di legno dei letti e gli aerei passano senza sosta sopra di noi in una interminabile sequenza per ore e ore, tempo che non si vorrebbe finisse più. È così bello, così terribile, così mostruoso. Incomin-

cia la nostra speranza». Alle 7 del mattino i raid cessarono. Aspettò che, come tutti i giorni, venisse dato l’ordine di andare a lavorare. Ma non venne e rimase chiuso nella baracca, insieme ai suoi compagni di prigionia. All’improvviso avvertì nuovamente il rombo dei motori di stormi in formazione. «Passano sulle nostre teste a media quota ma sopra le nubi compatte del cielo grigio; gli stormi sono in linea di continuità, il cupo rumore è ininterrotto e poi di schianto la baracca comincia a tremare. Il bombardamento è più intenso di quello notturno. Sono ora gli americani che bombardano con i loro quadrimotori B 22. Li conosco, li ho visti operare da vicino, ho assistito alla semidistruzione della mia città. Allora avevo paura; qui gioisco».

Nel pomeriggio lo fecero andare al lavoro. C’era un forte vento e volavano per l’aria nugoli di fogli e cartacce, ne raccolse uno, era un documento bruciacchiato del municipio di Dresda, arrivato fino a lì, da quindici chilometri di distanza. Nessuno urlava, nessuno comandava, nessuno dava ordini. Le Ss sorridevano ai prigionieri. Rusich era un ventenne di Pola. L’8 settembre del ’43 lo aveva sorpreso in Puglia, durante il corso per allievi ufficiali. Con i suoi compagni aveva rifiutato di consegnare le armi ai paracadutisti della Divisione Goring, era poi riuscito a raggiungere l’Istria, partecipando alla Resistenza. Preso prigioniero, era arrivato a Flossenburg il 21 dicembre del ‘44. Ritrovò speran-

A 60 anni dal bombardamento di Dresda (sopra e a fianco, alcune drammatiche immagini dell’epoca), la Commissione di storici per l’accertamento del numero delle vittime dei raid aerei sulla città riabilita l’onore di Sir Arthur Travers Harris (a sinistra)

za e gioì la notte della distruzione di Dresda.

Speranza e gioia che doveva a uno dei comandanti militari più controversi della seconda guerra mondiale: sir Arthur Travers Harris. Quell’Harris che dal tetto del ministero dell’Aviazione, qualche anno prima, domenica 29 dicembre 1940, aveva assistito al più importante attacco tedesco sulla City di Londra, alle sette di una sera senza luna. Per tre ore erano state lanciate soprattutto bombe incendiarie. Non era stata ancora organizzata la rete di vigilanza contro gli incendi, le acque del Tamigi erano al loro livello più basso e i vigili faticarono ad attaccare le pompe. Quella notte – ricordò lo storico Frederick Taylor – «Londra perdette sei chiese progettate da Christopher Wren e la sua splendida Guildhall del Quattrocento. Il fuoco divampò anche nelle stradine e nei vicoli dell’antico centro della stampa e del mercato del libro, Paternoster

Row, subito dietro la cattedrale di St. Paul. Lì erano state stampate per la prima volta le opere di Shakespeare e di altri autori inglesi famosi.Tutti gli edifici antichi della zona vennero distrutti, insieme a migliaia e migliaia di libri preziosi». E Harris, che aveva 48 anni e che avrebbe poi assunto la guida del Bomber command della Raf, puntando a far cedere il «fronte interno» tede-

perer e per gli altri ebrei rimasti in città, che nell’apocalisse di quella notte colsero l’occasione di strappare dai loro vestiti la stella gialla ed evitarono la deportazione fissata per il 16 febbraio, rappresentò una «miracolosa liberazione». Però per decenni è stata esibita come un simbolo dell’opposto.Vi si è esercitato anche David Irving, dando il suo contributo alla costruzione

La sera del bombardamento nei ricordi di un testimone: «Comincia il terremoto. Sobbalziamo sulle nostre cuccette, la terra trema, un sussulto continuo. Che musica, che sinfonia. Si avvicina la nostra libertà» sco e riuscendovi, aveva commentato osservando il rogo: «Stanno seminando vento».

La decisione di Harris di distruggere il centro di Dresda suonò come «una sinfonia» alle orecchie di Rusich e dei detenuti di Flossenburg. Ma non solo per loro. Per il professorVictor Klem-

della mitologia dell’orrore, creato nel corso di una guerra combattuta nel nome della libertà, contro il nazismo. Sulla distruzione dell’antica capitale della Sassonia, «la Firenze sull’Elba», si consumò anche una rottura personale tra lo stesso Harris e Winston Churchill. Ma le reazioni di Rusich e di Klemperer non


memorie

sono un piccolo e irrilevante dettaglio. Ricordano l’importanza della diversità delle percezioni. Quel rogo segnò per entrambi non solo l’inizio della libertà, ma anche la vita. La salvezza resa possibile dalla distruzione. Il capo del Bomber command è stato più volte definito, da una storiografia neutrale o ostile, «il ma-

dei singoli passaggi che hanno scandito il conflitto europeo che ha cambiato la storia del Novecento – tra questi c’è anche Dresda – è emersa una chiave interpretativa dell’ultimo anno della seconda

Oggi è emersa una chiave interpretativa dell’ultimo anno della seconda guerra mondiale: da quel concentrato di distruzione è forse nata la pace più lunga che l’Europa ha conosciuto nella sua storia cellaio» e «il bombardiere». La sua strategia ebbe come scopo anche l’annientamento delle aree urbane del nemico, considerate come retrovie direttamente funzionali allo sforzo compiuto al fronte dalle armate del Reich. Scommise sul «crollo morale». Di questa visione, così come dei limiti delle tecniche belliche distruttive si discuterà all’infinito. La ricerca ha proposto sempre nuovi spunti e il passar del tempo ha aiutato a comprendere sempre più le ragioni di scelte compiute nel contesto di guerre altamente distruttive. Ma al di là

guerra mondiale: da quel concentrato di distruzione è probabilmente nata la pace più lunga che l’Europa ha conosciuto nella sua storia.

L’ultimo anno, anzi più precisamente gli ultimi dieci mesi, dal momento in cui il 20 luglio del 1944 fallì l’attentato di Von Stauffenberg a Hitler. È stato Joachim Fest a ricordare che fino ad allora, dal 1° settembre del 1939, le perdite tedesche erano state – tra Wehrmacht e civili – di 1.588 al giorno, mentre dopo «la media fu oltre dieci volte superiore, e

7 ottobre 2008 • pagina 15

Cosa accadde Il bombardamento di Dresda da parte della Royal Air Force britannica e della United States Army Air Force statunitense, avvenuto fra il 13 e il 15 febbraio 1945, fu una delle azioni militari più controverse della Seconda guerra mondiale. La potenza di fuoco sviluppata dai bombardieri alleati si dice superò quella delle bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima, e rase completamente al suolo il centro storico della città, causando una strage di civili, con obiettivi militari solo indiretti. Secondo i piani, il 13 febbraio avrebbe dovuto vedere un attacco congiunto di Raf e Usaaf, ma a causa del maltempo solo gli inglesi riuscirono a portare a termine il primo raid. Dresda fu colpita durante la notte con 1478 tonnellate di bombe

esplosive e 1182 tonnellate di bombe incendiarie. Il giorno successivo, la città fu attaccata dai B-17 americani, che in quattro raid la colpirono con 3900 tonnellate di bombe, fra esplosive e incendiarie. Migliaia di civili bruciarono nei rifugi, altri colpiti da bombe al fosforo si spegnevano in acqua per poi riaccendersi all’aperto, tanto da costringere le Ss a finirli con un colpo di pistola. Gli unici a salvarsi furono i primi che fuggirono dalla città. Oggi, la Commissione di storici per l’accertamento del numero delle vittime dei raid aerei sulla città di Dresda ha fissato in non più di diciottomila il bilancio delle vittime. Una cifra lontana da quei 250mila che la propaganda negazionista ha cercato di far passare alla storia.

cioè di 16.641». È stato W.G. Sebald, nelle sue lezioni sulla storia naturale della distruzione, a rammentarci cosa è stata, a lungo, per gli abitanti della Germania sconfitta la mancanza della città e della normalità quotidiana. Non ci fu solo l’azione del Bomber command della Raf. Ci fu anche la natura dell’occupazione russa, finalmente oggetto pubblico di un’intensa storiografia e memorialistica. Forse non fu cercato, forse non fu voluto, forse per Harris fu solo la tempesta provocata da chi aveva «seminato vento», forse per Stalin fu essenzialmente vendetta e affermazione di un potere, ma l’effetto è stato quello dell’esercizio di una deterrenza. La distruzione totale delle città e quindi della storia e dell’identità di una società europea urbanizzata ha avuto la conseguenza collettiva di far pagare il massimo prezzo possibile per la colpa della guerra. Ha affermato che la guerra non era dovuta solo a una leadership politica, ma che coinvolgeva la responsabilità di gran parte di una nazione. Ecco appunto la deterrenza, che ha assicurato all’Europa la più lunga stagione di pace della sua storia. Sir Harris non poteva sapere che l’annientamento delle città nemiche avrebbe avuto una conseguenza ben più duratura degli effetti previsti sul crollo del «fronte interno», che oltretutto non ci fu, o sullo sforzo bellico immediato: avrebbe cioè creato per generazioni di tedeschi il terrore della guerra.


pagina 16 • 7 ottobre 2008

miti

Compie sessant’anni la Due Cavalli, creatura immaginata da Pierre Jules Boulanger. L’intramontabile mito della Citroën divenne il simbolo dell’intera generazione sessantottina

L’uomo che sussurrava ai 2cv Una mostra a Parigi la festeggia con una promessa: tornare in pista, anzi in strada, già nel 2010 di Marco Ferrari rano da poco passate le ore 10 del 7 ottobre 1948 quando Pierre Jules Boulanger sollevò con rapidità un leggero telo svelando al Presidente della Repubblica francese Auriol l’auto del secolo, la Due Cavalli Citroën. Per mantenerne il segreto sino all’ultimo, quattro esemplari della neonata vettura furono scaricati all’una di notte del giorno dell’inaugurazione del 35° Salone dell’Automobile di Parigi, al Grand Palais. Le reazioni della stampa specializzata furono ironiche: c’era chi la paragonava a una scatola di conserve, chi a una vasca da bagno. Un anno dopo venne commercializzata all’imbattibile prezzo di 185.000 franchi con una lista lunghissima di richieste d’acquisto.

E

Le leggende narrano che quel prototipo fosse nato da uno schizzo di Le Courbusier, in realtà i primi elaborati risalivano al 1935 quando Eduard Michelin incaricò l’amico Pierre Jules Boulanger di riorganizzare la Citroën sul Quai de Javel. In quegli stessi giorni André Citroën, patron della casa, si spegneva. Come ultimo desiderio chiese alla figlia Jacqueline di passare da lui, nella clinica Georges-Bizet, prima delle nozze con il conte Paul André de Rafélis SaintSauveur, figlio di un membro del consiglio di amministrazione del colosso dell’auto. La sua bara fu esposta nella fabbrica, davanti alla catena di montaggio, salutata da operai, tecnici e collaboratori. In un cartello era impressa una sua celebre frase: «Le prime tre parole che un neonato deve imparare sono mamma, papà, auto». Boulanger entrò nell’ufficio del direttore del centro studi, Brogly, e disse: «Bisogna che mi studi una vettura che può trasportare due contadini in zoccoli, cinquanta chili di patate o una damigiana di vino, che vada ad una velocità mas-

sima di 60 chilometri all’ora per un consumo di tre litri per cento chilometri».

Boulanger sguinzagliò l’ingegnere Jacques Duclos in giro per le calme e composte campagne francesi alla ricerca di un’identità per la nuova vettura. Dopo cinque mesi, dopo aver intervistato duemila persone, bevuto migliaia di bicchieri di vino, visitato fattorie e stamberghe, l’ingegnere Duclos tornò in fabbrica con i risultati di quel primordiale «sondaggio». Tutto passò nelle mani di André Lefebvre, l’uomo della trazione anteriore, che si mise a disegnare la macchina. La carrozzeria fu affidata a Flaminio Bertoni e Jacques Muratet, il cambio di velocità a Alphonse Forceau. Nel 1938 nelle piste della fabbrica erano in giro i primi prototipi e il 2 settembre del ’39 uscì la

primi acquirenti nella regione di Parigi furono il signor Babeur, coltivatore, il signor Daucet, rappresentante e la signorina Domuie, assistente sociale. Il primo viaggio in Italia a bordo di una Due Cavalli lo compì l’attore Daniel Ivernel facendo sorridere mezza Penisola. Tra gli italiani della prima ora ci fu lo sculture Carlo Sergio Signori che, si narra, compì il viaggio ParigiCarrara in prima, non riuscendo a manovrare quel terribile cambio.

Dal 7 ottobre del 1948 al 29 febbraio 1988, la Citroën ne sfornerà 6.956.944 esemplari. In realtà l’ultima vettura ad uscire dalla catena di montaggio fu quella completata il 27 luglio 1990 alle ore 16 nello stabilimento portoghese di Mangualde, dove ancora resi-

stazione e della libertà che allargò gli spazi delle geografia e dell’anima. On the road di Jack Keruak, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1967, divenne la Bibbia di una generazione che cominciava a praticare il viaggio e lo spostamento. I ragazzi degli anni Sessanta-Settanta trovarono in questo libro, scritto negli anni Quaranta, il manifesto che mancava. Keruak fu eletto padre di quel movimento che agognava nuovi squarci di vita, la Due Cavalli lo strumento dell’emancipazione.

Le leggende narrano che il prototipo fosse nato da uno schizzo di Le Courbusier, in realtà i primi elaborati risalivano al 1935, quando Eduard Michelin incaricò l’amico Boulanger di riorganizzare la Citroën sul ”Quai de Javel” prima Tpv (Toute Petite Voiture) dalla catena di montaggio di Levallois. Più o meno a quell’ora Francia e Germania si dichiararono guerra. I tedeschi, durante l’occupazione, cercarono di mettere il muso negli affari Citroën, ma Boulanger, che proprio un calloborazionista non era, al punto di finire nelle liste nere delle SS, riuscì a celare il progetto agli invasori decidendo di distruggere tutti i 250 prototipi elaborati nella fabbrica di Levallois, tutti tranne uno, su cui si posarono l’attenzione degli esperti di Hitler, i quali arrivarono ad un passo dal fregare l’auto alla casa madre.

La Tpv diventò 3CV nel dopoguerra e quindi nel ’48 assunse il nome finale di 2CV. I

stette l’ultimo sperduto e dimenticato baluardo produttivo. «La perfezione era a portata di mano e la Citroën l’ha mandata in museo» scriverà Le Monde al passo d’addio dell’auto dei sessantottini parigini. Oggi, dunque, la Due Cavalli compie sessant’anni e li festeggia con una mostra alla Cité des sciences et de l’industrie a Parigi e con una promessa: tornare in pista, anzi in strada, nel 2010. Più della 600 o della 1100 Fiat, adatte a trasportare la classe media e la classe lavoratrice ammassata nelle metropoli del Nord Italia al di là degli Appennini, la Due Cavalli, apripista delle vetture piccole e poco costose, è considerata il mezzo del viaggio puro, libero, indipendente, l’auto della conte-

Pratica

e

maneggevole,

adatta a tutti gli usi, in lega duralinox, tetto di tela apribile, quattro porte, una sola racchetta di tergicristallo, l’aiuto introdusse la novità del sedile posteriore smontabile che la trasformava in una comoda alcova d’amore, nonostante la mancanza di schienali reclinabili nei sedili ad amaca e l’eccesso di spigoli metallici. Era l’auto dei randonneur, dei rally, dei viaggi folli e improponibili che sembrarono avvicinare il mondo. Ad aprire la strada furono Michel Bernier e Jacques Huguier nel 1952 che in 37 giorni fecero il giro del

Mediterraneo superando 100 dogane e percorrendo 13.588 chilometri. L’anno dopo, Jacques Cornet e Henri Lochon raggiunsero la Terra del Fuoco, toccarono quota 5.420 metri d’altezza in Bolivia, passarono 240 notti all’addiaccio percorrendo 52 mila chilometri su quella pazza scatola metallica. Mai un’auto si era spinta così vicino a Dio.

Ma il mito vero arrivò col ’68 francese quando ogni corteo di Saint Germain vedeva in testa una 2CV a tetto spalancato da cui usciva un megafono. Se i padri preferivano le utilitarie adatte al traffico ormai caotico delle città, i giovani europei sposarono la macchina francese per le sue forme sinuose, per l’economicità, per la disinvoltura che richiedeva e per la manovrabilità che concedeva. Ci pensarono poi François Truffaut e i registi della Nouvelle Vague a dare un’impronta eterna alla 2CV in anni in cui il costume transitava ancora attraverso il cinema e non attraverso la televisione, in anni in cui a dettare legge era ancora Parigi e non Hollywood. Poi la Due Cavalli divenne protagonista dei film di James Bond, di American Graffiti, della Vendetta della Pantera Rosa e di un indimenticabile album di Claudio Baglioni. Così la piccola creatura Citroën conquistò il cuore dei


miti

7 ottobre 2008 • pagina 17

Lisbona, 25 aprile 1974. Alla Rivoluzione dei Garofani

Un Sacco a pelo,i Ray-Ban e la sciarpa di Truffaut he fine ha fatto la mitica auto gialla protagonista del romanzo e del film Alla rivoluzione sulla Due Cavalli? Siamo in pochi oggi a non possedere una macchina, pochi amici fidati, ognuno col suo tormento interiore. C’è chi soffre l’auto, chi ha avuto un incidente stradale e chi ha perso la compagna della vita. La mia, una Due Cavalli gialla con targa francese, la ho abbandonata a Lisbona, dalle parti dell’Alcantara. L’ultima volta che la ho vista non aveva più le ruote, al loro posto dei mattoni; il motore era quasi completamente asportato; la cappotta piena di tagli, i finestrini rotti, i fari penzoloni, la carrozzeria arrugginita. Giaceva in disuso tra due cassonetti sgangherati, una volta destinati al riciclaggio della plastica, ed era accostata a un cartello di lavori in corso che celava una buca piena di carte e lattine. Appena sopra un enorme pannello della pubblicità invitava ad acquistare l’ultimo lussuoso modello della Citroën.

C

mi alle norme sulla benzina verde che dividermi da mia moglie. Ne ho approfittato per farle una revisione generale, ne aveva bisogno. Ora è come nuova, sembra un orologio svizzero con le sospensioni a interazione longitudinale anterioreposteriore. Le tue sospensioni, invece, mi sembrano un po’ andate». «La mia è un modello AK350 del 1964 seconda serie, una rarità, caro mio. Con questa macchina sono arrivato qui da Parigi la notte del 25 aprile 1974 quando scoppiò la Rivoluzione dei Garofani. Dovrebbero dichiararla monumento nazionale, se ci tenessero ancora a quella rivoluzione e invece…».

Mi ero ripromesso di rimetterla in moto, farla volare nell’Europa senza frontiere, riaccendere il suo rombo magnetico e magari farci una scopata sopra, come ai bei tempi, senza ribaltabili, con i piedi fuori dal finestrino. Invece ogni forma di movimento mi sembra ormai difficile da attuare. Si vive dunque di ricordi, di passioni sopite, di respiri anteriori. Era il 1974, una tiepida notte di aprile e d’improvviso si sbriciolò la lontananza, la distanza, oltre la barriera franchista, oltre l’orizzonte di El Greco, dei tzigani e dei templari, oltre gli speroni di arenaria della dormiente Spagna. Dopo la dolorosa pagina del golpe in Cile, finalmente si alzava un canto libero nella più vetusta dittatura europea, 48 anni di isolamento, fascismo e brutalità. Il respiro si faceva largo sostituendo i sospiri amari della caduta di Allende, della guerra del Vietnam, dell’idea del compromesso storico, tra le bombe fasciste e gli anni di piombo. Così, su due piedi, partimmo con la voglia di rivoluzione, la Due Cavalli, un sacco a pelo, i Ray-Ban, la sciarpa di Truffaut, i pantaloni a campana, il tascapane, le canzoni di Rino Gaetano e Gilbert O’Sallivan in testa. Arrivammo ultimi, a rivoluzione finita, in panne sui Pirenei, fermati dalla Guardia Civile spagnola, dirottati in piena campagna da un moretta niente male e bloccati da una mandria di tori. Ultimi e felici con la Due Cavalli a spasso tra i carri armati portoghesi già colmi di garofani e di (m.f.) pugni alzati

Arrivammo ultimi, a rivoluzione finita, in panne sui Pirenei, fermati dalla Guardia Civile spagnola. Ultimi e felici a spasso tra i carri armati

C i s o no s a li t o

giovani e… i portafogli dei padri. L’Europa fu la prima palestra del viaggio dei randonneur, ma la 2CV andò oltre, raggiunse deserti e montagne, l’Asia e l’Africa, il termine della notte e l’inizio del cielo, salvo poi scoprire, come fecero Artaud e Nizan, Gide e Malraux, che il viaggio dell’impossibile è quello che porta al Museo de l’Homme al Trocadéro.

Nasceva 60 anni fa la mitica Due Cavalli della Citroën (in alto e a destra, due modelli che spopolarono negli anni Sessanta e Settanta). Nata da un’idea di Pierre Jules Boulanger, divenne il simbolo della generazione sessantottina

con un amico, abbiamo scostato rifiuti, bottiglie vuote e siringhe e ci siamo messi a viaggiare, ben sapendo che la 2CV non si sarebbe mai mossa da là: «Pensa per un attimo al passato di questa auto, a cosa hanno sopportato le sospensioni, a quanti chilometri ha macinato il motore, a quanti paesaggi hanno visto il paesaggio attraverso questi vetri, a quanti autostoppisti ci sono saliti dentro» ho ricordato al mio compagno di viaggi immaginari. E lui mi ha risposto rammentando com’è la sua Due Cavalli ancora viva: «Un modello 2CV6 del ’69, uno dei più potenti. Mi è costato più adeguar-


pagina 18 • 7 ottobre 2008

l crollo delle banche «dimostra che i soldi scompaiono, sono niente. Deve ricordarlo chi costruisce la propria vita solo su carriera e successo. La parola di Dio è la sola realtà solida». Lo ha detto ieri papa Benedetto XVI in occasione dell’apertura dei lavori del Sinodo dei vescovi, dal tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. Subito dopo il pontefice, è intervenuto il relatore generale, cardinale Marc Oullet, che ha detto: «Tenuto conto della tragica storia delle relazioni tra Chiesa e Israele, dobbiamo riparare l’ingiustizia commessa nei confronti degli ebrei». E dello stesso avviso è monsignor Mauro Piacenza, arcivescovo di Vittoriana e Segretario della Congregazione per il clero, che in una conversazione con liberal sottolinea l’importanza dei lavori sinodali in questo periodo della vita della Chiesa e rilancia l’ecumenismo come tema portante dell’impegno cattolico. Un impegno che «deve dare un nuovo slancio anche alla società civile, troppo spesso arenata in questioni magari necessarie, ma dal respiro corto». Eccellenza, a suo avviso qual è la sfida di questo Sinodo? Il Sinodo dei vescovi ha, innanzitutto, la funzione di favorire una stretta unione tra il Papa e i vescovi stessi. Questi si riuniscono periodicamente convocati dal Santo Padre, che intende consultarli su questioni di rilievo. Il Sinodo si riunisce in Assemblea Generale; è, cioè, la forma ordinaria di consultazione e di rafforzamento della comunione nella Chiesa cattolica. Per conseguenza, la prima cosa che la Chiesa si aspetta da un tale evento, è proprio il rafforzamento dell’unità, dono preziosissimo che il Signore ha fatto al nuovo popolo di Dio e fonte prima di cristiana testimonianza. Il tema del Sinodo poi è di capitale importanza, poiché la “Parola di Dio” è Gesù Cristo stesso! Le Sacre Scritture, insieme alla tradizione ed al magistero, contengono e significano questa rivelazione e questo annuncio; approfondirne la vera conoscenza e favorirne l’ascolto, nella vivente liturgia della Chiesa, è una via maestra della missione di ogni tempo. All’evento, oltre ai vescovi, saranno presenti anche diversi esponenti dei movimenti ecclesiali. In che modo questo evento riuscirà a creare comunione all’interno del mondo cattolico? La comunione, per noi, non è un dato sociologico o psicologi-

società

I

All’apertura dei lavori del Sinodo, il Papa accusa il carrierismo

«Noi e gli ebrei, la stessa Parola» colloquio con Mauro Piacenza di Francesco Rositano co, ma teologico. Dio stesso, non a caso, è Comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Dunque, la comunione è un dono che il Signore ha già fatto, e continuamente rinnova, alla sua Chiesa. La comunione, l’unità, non dobbiamo costruirla noi: c’è già, è già data, poiché Cristo ha voluto la Chiesa

è, in tal senso, vera fonte di comunione. I cristiani sono, in tal senso, chiamati a non ridursi a passivi e supini “recipienti dello spirito del mondo”, ma ad essere ciò che Cristo li chiama ad essere: “sale della terra”, “luce del mondo”. I movimenti, in tal senso, sono un dono dello Spirito alla Chiesa; figli della Chiesa

Il legame tra cristianesimo ed ebraismo è profondissimo. Si tratta non soltanto di un legame storico, ma anche, e direi soprattutto, di un legame teologico. Israele è il popolo sacerdotale di Dio, coloro a cui Dio ha parlato, quale primogenito, il popolo dei “fratelli maggiori” nella fede di Abramo. La pre-

Il Papa indica nella Parola l’unica realtà solida, mentre secondo monsignor Piacenza, «la Chiesa deve dare slancio alla società civile, troppo spesso arenata in questioni magari necessarie, ma dal respiro corto» “una”. La nostra fedeltà e libertà possono, al più, oscurare questa unità, al punto da non riconoscerla né farla riconoscere. Ma la Chiesa è una e indivisa. La Comunione è, soprattutto ed innanzitutto, “comunione con Dio” e, solo per conseguenza, “comunione tra gli uomini”. La Parola di Dio

che è il luogo in cui dimora lo Spirito. Tra i partecipanti ci sarà anche il rabbino capo di Haifa. Un gesto importante di ulteriore avvicinamento nei confronti del mondo ebraico. Cosa ne pensa?

Monsignor Piacenza incontra Benedetto XVI. Sopra: cardinali e vescovi all’apertura del Sinodo. Nel tondo: il rabbino capo di Haifa, Shear Cohen

senza del rabbino capo di Haifa affonda la proprie radici in questa storia millenaria che ci unisce. Tutti gli appartenenti al popolo di Dio sono chiamati a collaborare perché Dio sia conosciuto, amato e

servito e perché il patrimonio dei Dieci Comandamenti, comune a tutta l’umanità, sia costantemente riscoperto, accolto e trasmesso. Si pensi soltanto ai delicatissimi temi della vita, del rispetto della verità, della famiglia, dell’onestà. Tutti ambiti nei quali c’è grande sintonia, proprio partendo dalla Parola di Dio. In concomitanza con il Sinodo è iniziata la grande maratona biblica nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Cosa pensa di questa iniziativa? Non c’è il rischio che una pura lettura, senza interpretazione, possa essere fuorviante? Ogni evento che concorra, direttamente o indirettamente, ad una più ampia e diffusa conoscenza del testo Sacro, è da incoraggiare e promuovere. Certamente, come accennato, è sempre necessario tenere presenta la chiara distinzione tra Sacra Scrittura e Parola di Dio. Quest’ultima è più della prima perché è Cristo stesso. I cattolici da sempre hanno evitato il cosiddetto“biblicismo”, leggendo tutta la Sacra Scrittura secondo la più sana teologia biblica e ricordando che: la Bibbia non “si legge (solo) con la Bibbia”, come taluni sosterrebbero, ma con la tradizione ed il magistero! In tal senso penso che l’introduzione al libro Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, costituisca un ottimo percorso per un autentico approccio alla Bibbia. Secondo lei, qual è il messaggio che un evento come il Sinodo può lanciare alla società civile? Anche la società civile è luogo di missione per la Chiesa, nel rispetto dei differenti ambiti e competenze, il Vangelo è per tutti e, come duemila anni di storia mostrano, concorre a rendere più umane la società e la convivenza tra gli uomini.Talora, purtroppo, pare che la società civile sia come “arenata”in questioni, magari necessarie, ma dal “respiro corto”, che non permettono di guardare lontano, con spirito magnanimo e profetico, oltre che, anche politicamente, lungimirante. La Chiesa, anche attraverso il Sinodo sulla parola di Dio, dice alla società che abbiamo questa grande ricchezza; che non è solo nostra, ma ci è stata donata per tutti, che rappresenta, qualunque sia la fede di ciascuno, un patrimonio irrinunciabile, sia dal punto di vista storico-culturale, sia sotto l’aspetto morale. Potremmo dire che più Parola di Dio fa bene anche alla società civile.


musica

7 ottobre 2008 • pagina 19

L’ultimo album di Amos Lee, “Last Days at the Lodge”, è uno dei più belli del 2008

Il figlio di Bob Dylan e Norah Jones di Valentina Gerace a sua voce è adorabile e delicata, la sua musica, i suoi dischi. Persino il suo aspetto fisico. Il suo nome è Amos Lee. Cantautore americano, chitarrista sensazionale. Viene considerato la versione maschile di Norah Jones o Tracy Chapman. In soli tre anni è arrivato alle vette delle classifiche pop negli Stati Uniti e in Europa. È stato in tour con artisti del calibro di Bob Dylan, Paul Simon e Merle Haggard. Estremamente melodico, con una voce che modula in maniera assolutamente straordinaria, stravolge completamente le sue canzoni durante le esibizioni live, come pochi altri artisti riescono a fare. Con l’uscita del suo terzo album, “Last days at the lodge” (2008), uno tra gli album più belli del 2008, si è confermato una tra le stelle emergenti della musica pop-folk americana. La Blue Note Records conferma il suo ormai indiscusso talento, e produce queste 11 canzoni dirette, intime che restano subito impresse nella mente. Amos sperimenta nuovi suoni aggiungendoli al suo già ricco repertorio. Mantenendo

L

Nato in Pennsylvania, negli Stati Uniti, e vissuto in New Jersey, Amos Lee ha scoperto di amare la musica e di volersi dedicare esclusivamente alla composizione di canzoni solo dopo aver terminato l’Università del South Carolina, dove si è laureato in Inglese. Dopo alcuni anni trascorsi a insegnare alle scuole elementari a Philadelphia si rende conto della sua forte vocazione alla musica e, non senza difficoltà, abbandona l’insegnamento e si dedica a comporre. È costretto a fare vari lavori per potersi mantenere. Ma non gli pesa. La sua vita è la musica ed è pronto a fare qualsiasi cosa pur di dedicarsi alla sua unica passione.

Partendo dai suoi modelli, Stevie Wonder, Van Morrison, John Prine, Bill Withers, James Taylor, Neil Young, realizza una musica del tutto originale e personale, tipicamente acustica, melodica, intima che spazia dal folk al soul, dal blues al pop. Miscela poesia e musica per creare delle emozioni pari a quelle regalate dai più grandi artisti pop. Non

Europa come “Bottom of the Barrel” che ricorda i Csn&Y. “Keep it Loose, Keep it Tight”, “Arms of a Woman”, una ballata classica tipicamente soul che parla d’amore. Il brano gospel “Black River”, “Love in the Lies” che racconta come trovare se stessi in un mondo come questo. Una melodia senza tempo in “Bottom of the Barrell” che riecheggia John Prine. Mentre “Give It Up” è la più ritmica anche se mancano le percussioni. E ancora un tributo all’amicizia in “All My Friends”. L’album fa parlare di lui e lo scopre in tutto il suo talento. Che viene confermato dal suo successivo album, “Supply and Demand”, realizzato nel 2006 con il batterista Fred Berman e il bassista Jaron Olevsky. Anche questo album, registrato a Philadelphia e a Los Angeles, è prodotto dalla Blue Note Records. Il disco è colorato di country e soul, brani acustici come “Sweet Pea” e blues strascicati alla “Night Train”che ricordano un po’ la musica di Ben Harper o Tracy Chapman. Politicamente e socialmente impegnate sono “Sympathize” e “Freedom” mentre il blues vecchio

Undici canzoni dirette e intime, a metà strada tra il pop-folk e il rythm&blues più sofisticato: l’ultimo lavoro del cantautore di Philadelphia conferma tutto il suo indiscusso talento musicale. E quella voce... tuttavia l’autenticità dei suoi esordi. Il disco è il frutto della collaborazione tra Amos e il chitarrista Doyle Bramhall, Jr (che ha suonato con Eric Clapton), il tastierista Spooner Oldham (che ha suonato con Neil Young) il bassista Pino Palladino (The Who) e il batterista James Gadson.

“Last Days In The Lodge” sembra una collezione di brani di Bob Dylan. E conferma come la musica di Amos sia eclettica. Vi sono brani rock alla Lenny Kravitz come l’energica “Listen”, canzoni romantiche e delicate alla Paul Mc Cartney come “Baby I Want You”, canzoni tristi e melodiche come “It Started To Rain” e “What’s Been Going On”. Un misto di jazz e soul caratterizza “Better Days”, una canzone ottimistica che invita a ritrovare la felicità mentre “Truth” è un misto di country e folk. Ritmi R&B e funky invece sono riconoscibili in brani come “Won’t Let Me Go”, una tra le più belle del disco, e “Street Corner Preacher”. Ma Amos non abbandona lo stile dei suoi precedenti album. “Baby, I Want You” riecheggia “Arms of a Woman” del suo primo album. E “What’s Been Going On” riecheggia i suoni di “Supply and demand”.

importa se quello che fa viene chiamato blues, o folk o soul. Il suo unico desiderio è che la sua musica significhi qualcosa per la gente. E possa regalare delle sensazioni forti. Come la musica dei suoi idoli anni Settanta ha creato in lui. A soli 27 anni debutta con il suo primo album, “Amos Lee” (2005) prodotto da Lee Alexander. Undici brani tutti composti da lui registrati da Danny Kopelson durante un concerto al “The Magic Shop” di New York. Una voce seducente, a volte rauca alla Stevie Wonder. Un rock vicino a quello di Lucinda Williams o Bruce Springsteen, con un pizzico di jazz che ricorda Tuck & Patti. Pochi ingredienti per creare un pop raffinato, di classe. E il buon gusto c’è in ogni singola sua canzone. Nel suo album di esordio i temi sono introspettivi, intimi, profondi. Gli arrangiamenti sono semplici, una chitarra delicata e qualche mandolino o organo che spunta con delicatezza e racconta storie di amori non corrisposti. Con lui il chitarrista Adam Levy, che ha lavorato con Norah Jones, il bassista Lee Alexander, e il tastierista Devin Greenwood. La stessa Norah Jones appare in due canzone al pianoforte e alla voce. Il disco contiene singoli divenuti un successo in America e in

stile è in “Sweet Pea”. L’uscita del disco è seguita da un tour di enorme successo negli States.

Amos Lee deve la sua fama anche a Norah Jones che lo invita ad introdurre il suo tour europeo iniziato nel 2004. Solo con la chitarra in spalla e la sua voce Amos affronta 5000 spettatori. Il Los Angeles Times lo definisce subito dopo, «un artista e cantautore capace di affascinare una folla impaziente di ascoltare Norah Jones». Grazie al tour con Norah Jones ottiene notorietà in pochissimo tempo. La sua musica spesso richiama la dolcezza, l’intimità e il calore della musica della cantante. Anche se i suoi toni sono meno jazz e più soul, seguendo le orme di Bill Withers, Al Green, San Cooke. Col suo idealismo sociale, il suo approccio romantico al R&B e la sua voce, strumento fluido, dorato, che percorre il blues, soul, gospel e regala le emozioni che ciascuno di questi generi racchiude in sé, Amos Lee è oggi uno tra gli artisti di maggiore successo negli Stati Uniti, dove continua il suo tour ed è seguito da migliaia di appassionati della buona musica.Tre dischi da avere se si è intenditori e amanti della buona musica.

Col suo approccio romantico al Rythm&Blues e la sua voce, Amos Lee è oggi uno tra gli artisti di maggiore successo negli Stati Uniti


pagina 20 • 7 ottobre 2008

arte

Un quadro una storia. L’«Arlecchino seduto» segna il passaggio dall’avanguardia sofferta alla dimensione spettacolare della pittura

Picasso e il Diavolo di Nicola Fano

rlecchino è il diavolo, ma vanguardia si mescolava quotidia- siamo immaginare, gli arlecchini Picasso non poteva saper- namente al maledettismo plebeo di questo periodo sono molto dilo. Almeno non quand’era degli attori: nel senso che gli uni versi: non c’è gioia, non c’è leggegiovane. Perché la rico- erano poveri per motivi estetici, i rezza, non ci sono salti né boccacstruzione rigorosa della discen- secondi lo erano per motivi con- ce. Ci sono uomini dimessi, presudenza diabolica di Arlecchino e creti. Comunque, fra poveri si ca- mibilmente poveri e malmessi. Di Pulcinella si deve a Paolo Tosi, pivano. E si frequentavano spesso sicuro non felici. l’antropologo italiano che a caval- e volentieri. Sicché Picasso colo tra gli anni Cinquanta e Sessan- minciò presto a dipingere arlec- Com’era lo stato d’animo del pitta ha studiato (e raccontato) le ori- chini: sono del 1901, per esempio, tore all’inizio del Novecento, quelgini pagane e popolari delle ma- I due saltimbanchi e Arlecchino lo prima della rivoluzione cubista: schere italiane. A lui si deve, per pensoso che, in qualche modo, in- un giovane uomo (Picasso era naesempio la ricostruzione di quel troduco il «periodo blu». Nel suc- to nel 1881) inquieto, certo del bozzo che Arlecchino ha sulla ma- cessivo «periodo rosa», poi, Arlec- proprio talento ma ancora insicuschera: la memoria storica di un chino diventa per lui una sorta di ro a proposito degli sbocchi che corno diabolico. Come pure Pulci- ossessione che popola una gran avrebbe dovuto prendere. Una nella: con quelle sopracciglia e quantità di tele. Rispetto alla tra- bomba che sta per esplodere o, riquelle rughe eccessivamente pro- dizione teatrale che noi oggi pos- ferendosi ancora agli arlecchini, un attore in camerino, già nunciate sulla maschera: alvestito e truccato, che sta per tri avanzi dell’origine diaboentrare in scena ma non sa lica, appunto. Perché in prinda quale quinta dovrà entracipio c’erano faccende di fere, se da quella di destra o da ste e riti propiziatori, nei quella di sinistra. A ventotto quali i contadini bastonavano gli arlecchini e i pulcinelanni, nel 1907, decise di enla per garantirsi buoni ractrare da tutte e due le quinte colti. È sempre stato il desticontemporaneamente, non no di quei due disgraziati: perché conquistò il dono delincarnare i bisogni del popolo e l’ubiquità ma perché inventò il cusacrificarsi per essi. Servi sciocchi bismo che di fatto, rendeva ubiquo o furbi, sensali o guardoni, gli zanalmeno lo sguardo. Questo furono, ni della Commedia dell’Arte rapin fondo, Les Damoiselles d’Avipresentano il loro pubblico al dritgnon: la frammentazione dello to e al rovescio: roba da affogare sguardo è il fulcro della rivoluzionelle tristezza, se si ha l’obbligo ne cubista. E anche lì, nel pieno di professionale di rappresentarli in questa esplosione creativa, Picasscena. Perché poi, a teatro, fare so infilò i suoi arlecchino: primo Arlecchino o Pulcinella è anche fra tutti quello, celebre, del 1915. assai difficile: non è solo una queAlla strepitosa stagione del cubistione di salti e contorsioni (spesmo non poteva non seguire un ricialità degli arlecchini moderni, piegamento: così doveva essere Ferruccio Soleri docet), ma proper un genio abituato a sparigliaprio un fatto di sdoppiamenti di re e a stupire. Ne venne fuori la personalità. Ora furbi, ora stagione neoclassica che, in scemi, ora sapienti ora fin dei conti, sta alla base ignoranti: Arlecchino, a didell’intera parabola pittorimostrazione della sua ca di Picasso: a dimostrare multiformità, ha anche un una volta per tutte che Torna a Roma il genio di Pablo Picasso a 55 anni dalcostume multicolore, a diavanguardia non significala storica mostra dedicatagli dalla Galleria Nazionamostrazione che è – deve va (e non dovrebbe signifile d’Arte Moderna, che fu curata dall’artista in persoessere – tutto e il contrario care neanche oggi né mai) na. Dall’11 ottobre oltre 180 opere, tra oli, lavori su di tutto. Insomma: per porrinuncia sprezzante degli carta, sculture, provenienti dai maggiori musei intertarlo in scena ci vuole un strumenti della tradizione nazionali, saranno esposte al Vittoriano per racconattore straordinariamente come della capacità comtare il periodo tra le due guerre, considerato il più versatile. positiva classica della pittucreativo, eterogeneo e cruciale per l’arte di Picasso. ra. È qui, in questa strepitoIdeata da Yve-Lain Bois, storico dell’arte all’univerPablo Picasso conobbe sa parentesi che si collocasità di Princeton, la mostra si intitola «Picasso 1917Arlecchino da giovanissino altri arlecchini, soprat1937. L’Arlecchino dell’arte», a sottolineare le finalità mo. Il padre pittore (come tutto perché in questi anni di una rassegna che di certo colma una lacuna nel patutti gli artisti dell’epoca) (subito prima del 1920) Pinorama espositivo della capitale. Tra i più prolifici aveva spesso a che fare casso scopre tutta la forza della storia dell’arte, il pittore spagnolo è per questo con il teatro. Ma la fredel teatro. Perché si mette a motivo tra i più difficili da rappresentare. Il curatore quentazione con la malavorare stabilmente per la ha quindi individuato un arco temporale capace di schera si infittì nei primi scena con la complicità di costituire una sintesi di ricerca e di stili: il periodo tra anni parigini (inizio Novealtri grandi personaggi coil 1917 e il 1937. cento), quando il maledetme Diaghilev, Cocteau, tismo colto dei pittori d’aStravinskij, Satie. È qui che

A

Il pittore è sempre stato un grande appassionato di teatro: da sabato prossimo, a Roma, una mostra rende omaggio ai suoi numerosi arlecchini

la mostra


arte

7 ottobre 2008 • pagina 21

A destra, i «Tre musicanti» del 1921. A sinistra, «Arlecchino seduto (il pittore Jacinto Salvado)» del 1923. Sotto, l’«Arlecchino pensoso» del 1901 Nella pagina a fianco, in basso, «Ritratto di Olga in poltrona», del 1917, l’altro dipinto non completato da Picasso al quale l’«Arlecchino seduto» si collega. Nel tondo, il pittore negli anni Sessanta

il suo occhio sul mestiere di arlecchino si affina alla perfezione, fino a comporre un vero e proprio capolavoro, nel genere, il quadro che probabilmente resta è il più bello e inquietante omaggio al teatro: l’Arlecchino seduto (il pittore Jacinto Salvado) del 1923 che significativamente sarà lasciato incompiuto. Se andate a Parigi, non mancate di visitare il Musée National d’Art Moderne al Centre Pompidou per andarlo ad ammirare dal vivo: una sosta che da sola vale il viaggio.

Non è l’unico quadro non finito di Picasso e per entrare meglio nel cuore di questo dipinto vale la pena richiamare alla memoria un altro celebre incompiuto: il Ritratto di Olga in poltrona, del 1917. Pi-

casso tradusse in pittura una foto della prima moglie, la ballerina russa Olga Koklova: lo sguardo è straordinariamente intenso, la posizione del corpo è viva e statuaria allo stesso tempo. Il pittore, poi, non completò l’opera evitando di ritrarre l’ambiente intorno a Olga. La ragione è semplice: nell’inseguire il rigore realistico della fotografia, Picasso si rese conto che dipingendo anche la tappezzeria e i mobili della stanza avrebbe distratto l’attenzione dalla figura femminile. Come dire: la fotografia – almeno all’epoca – non aveva un centro visivo e trattava allo stesso modo tutti i soggetti ritratti. Viceversa Picasso voleva indirizzare la percezione di chi guardava il quadro su un solo elemento emotivo: la perfezione della sua donna. Nel caso dell’Arlecchino seduto la questione è identica. Il dipinto si limita a illustrare il viso e una parte del costume di Arlecchino, per il resto è solo tratteggiato. Ma l’espressione di questo Arlecchino è di una tristezza immensa, totale. Anche questo – come tutti gli arlecchini di Picasso tranne forse i Tre musicanti cubisti del 1921 – non ha la maschera. Né la vediamo lì nei pressi: ha il cappello, questo sì, ed è un copricapo a metà strada fra quello originale di Arlecchino (bianco con le falde rialzate) e un cappello da torero povero. D’altra parte è normale che uno spagnolo annetta il mondo delle corride all’immaginario spettacolare. Comunque, un dato è certo: Picasso dipinge l’attore, non il personaggio. E questo è il

motivo della tristezza assoluta dell’Arlecchino seduto: è un uomo costretto a interpretare quell’eroe disgraziato, ricettacolo di bastonate e cattivi destini comuni. È l’attore chiamato a incarnare, poi, una volta indossata la maschera sul viso, tutt’un’altra vita: allegra, scema, movimentata, avventurosa, fosse pure fisicamente dolorosa. Ed è questo conflitto quello che Picasso dipinge alla perfezione in questo quadro: un uomo prima delle apparenze, un’anima messa a nudo, senza maschera; un individuo consapevole di quanto debba trasformarsi prima di esistere nella società. Era il dilemma di Picasso stesso, questo: il dilemma di un artista in cerca di definizione sfociato poi, dopo la stagione surrealista, in un comportamento estroso, spettacolare “alla Picasso”, tutto genio e sregolatezza. È come se dopo l’Arlecchino seduto (il suo ultimo arlecchino, ricordiamolo) Picasso avesse scelto la strada della maschera.

sia quello teatrale è dovuto anche al fatto che in quegli anni, grazie al rapporto con l’avanguardia russa, Picasso aveva vagheggiato anche il sogno pazzo di Mejerchol’d dell’attore marionetta, dell’attore meccanico, disumanizzato, materiale inanime nelle mani del regista-scenografo. Resta fissa nella memoria la riproduzione fotografica (gli originali furono distrutti) delle marionette meccaniche di Picasso per il balletto Parade (1917) di Diaghilev. Per il pittore il teatro è il luogo del conflitto fra l’anima e la sua apparenza. È per ciò che, in fondo, il quadro di Arlecchino seduto è incompleto: perché lo sguardo dello spettatore deve essere concentrato solo sul suo volto e sulla cornice appena tratteggiata – come fosse un’indicazione scenografica – del costume e del cappello. Quello che conta è il volto, conta l’immensità del vuoto che si scova in quegli occhi: è lì il senso di questo Arlecchino, un uomo disperato di fronte al proprio ruolo. Un ruolo ingrato, come s’è detto: perché sul palcoscenico della vita gli toccherà mettersi la maschera e fare il diavolo. Questo, da giovane, Picasso non lo sapeva. Eppure lentamente, da grande, decise di mettersi la maschera, di giocare al ruolo di diavolo: la sua arte e il suo sguardo (quello dell’Arlecchino seduto) lo imponevano.

L’attore è come un monumento alla tristezza: la sua vita difficile contrasta con la spensieratezza che deve mostrare in scena

Che questo dilemma sia affrontato proprio ora è motivato dall’evoluzione della sua poetica, ma che lo strumento di espressione


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog IMMAGINI DAL MONDO

LA DOMANDA DEL GIORNO

Contraccezione, il Papa dice no. Siete d’accordo? SIAMO TUTTI PECCATORI Due premesse ignorate a troppi commentatori dell’Humanae Vitae e della posizione cattolica ortodossa sulla procreazione naturale all’interno del sacramento matrimoniale. La prima è che soltanto Gesù uomo perfetto (oltre che vero Dio) conobbe la massima felicità che si può ottenere sulla terra seguendo tutti i comandamenti. La seconda è che ovviamente la Chiesa non intende vietare la contraccezione ai non sposati perchè ad essi chiede di vivere in castità il celibato/nubilato. Con o senza preservativo chi copula fuori dal matrimonio è già all’esterno e indifferentte agli insegnamenti morali cattolici in materia. Gli sposi cattolici che usano gli anticoncezionali, invece, sono semplicemente peccatori come me, il Papa e tutti i cristiani.

Mattei Maria Martinoli - Milano

terrotto, altresì detto ”salto della quaglia”, ma solo l’astinenza sessuale o al massimo il sesso durante i periodi non fecondi della donna.Ecco allora la questione: il peccato non sta tanto nell’atto in sé, ma nell’intenzione di colui che lo compie; quindi se io faccio sesso e lo faccio con l’intenzione di non procreare, il peccato dovrebbe essere sia che io usi metodi artificiali (profilattico) che naturali. C’è poi un’ipocrisia di fondo, a mio parere forse più grave: è quella per cui la Chiesa cattolica usa termini scientifici e finta logica per imbonire le persone. Cosa vuole dire ”naturale”, per esempio? È logico e naturale che evitando il contatto spermatozoo-uovo, non si ha fecondazione? Ed è altrettanto naturale che questo si possa ottenere utilizzando dei medicinali, come la ”pillola”. Questa dicotomia naturale/innaturale, in realtà ha impedito per secoli progressi e medici, tecnologici.

Milena Dimilano - Varese

È SOLO UN’IPOCRISIA Il Papa ha detto che gli unici modi leciti per controllare le nascite da parte di una coppia cattolica sono i cosiddetti ”metodi contraccettivi naturali”, perché tutti gli altri metodi che rendono il rapporto sessuale non potenzialmente procreativo sono praticamente peccaminosi. È bene sottolineare che per contraccezione naturale lecita la Chiesa non intende certo il coito in-

LA DOMANDA DI DOMANI

Per un generale inglese in Afghanistan non si vincerà mai. Che ne pensate? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

ARTI RUBATI Cosa ci fa un’enorme sedia ”mutilata” nel centro di Ginevra di fronte alla sede dell’Onu? Serve per non dimenticare le numerose vittime delle mine antiuomo. L’intento dell’artista Daniel Berset è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle mine terrestri

E TUTTO IL RESTO È NOIA... Secondo il Papa l’unica strada percorribile se si vuole fare sesso e non procreare figli, è ”la conoscenza dei ritmi naturali della donna, ovvero i metodi di osservazione che permettono alla coppia di determinare i periodi di fertilità”. Solo in questo modo non si turba l’integro significato della donazione sessuale. Tutto il resto è peccato. E che succede, mi chiedo, se il calcolo dei giorni fertili non funziona e se la donna resta incinta senza volerlo o senza esserne pronta? Succede che se ascoltassimo l’ottuso messaggio della Chiesa, bigotta e irreali sta come sempre, procreeremmo figli in continuazione, senza volerli.Tutte le coppie avrebbero dei bambini. Anche quelle che forse non si amano veramente. O che non hanno nemmeno i soldi per mangiare. La chiesa non è a favore della vita. Ma di una teoria oscurantista e priva di senso. Chi è veramente per la vita e chi ama i bambini, non può permettere che essi vengano al mondo ad ogni rapporto sessuale. Non può permettere che la nascita di una vita sia il risultato di un semplice atto d’amore tra due persone. La vita è una cosa preziosa.Tanto quanto seria e tragica. E il papa dovrebbe stare attento prima di diffondere questi pericolosi messaggi.

AMORE E VIOLENZA In quest’ultimo periodo, in Italia, si registrano con maggiore frequenza episodi di intolleranza, di aggressione non soltanto verbale nei confronti di extra comunitari, ma anche a nostri connazionali. Assistiamo ad atti di violenza sempre più numerosi, mentre un tempo erano sporadici; come ad esempio l’aggressione subita da un Senegalese rincorso e picchiato con una mazza di baseball, la violenza ai danni di un cinese aggredito da sette adolescenti e, ancora, una squadra di vigili a Parma, che ha pestato uno studente ghanese.Anche gli Italiani sono vittime di tali episodi come quello verificatosi in pieno centro a Brindisi ai danni di una abitante del capoluogo pugliese per opera di un cittadino della Guinea che l’ha prima tramortita, denudata e poi stuprata. Altri episodi di violenza, di odio, si sono verificati attraverso scritte contro Anna Frank, la giovanissima martire dei tempi del nazismo e della seconda guerra mondiale. Anna Frank con la sua storia è sempre stata una figura rappresentativa, un baluardo contro la violenza e gli orrori del nazismo. E queste frasi ingiuriose sono state trovate

PARTIGIANI, UNA POLEMICA INFINITA Con la vicenda Pansa, il giornalista che ha tra l’altro, ha fatto dichiarazioni critiche su alcune associazioni partigiane, si mantiene accesa la polemica sulle “due Italie” uscite dalle fiamme della storia, segnata dalla seconda guerra mondiale. Nonostante la richiamata necessità della pacificazione e del dialogo fatta dal governo, nonché le dichiarazioni di molti esponenti della destra sull’antifascismo, sembra che il razzismo e la discriminazione sia diventato una moda o l’argomento del giorno. Non fa bene alla buona politica che l’efficiente esecutivo di destra fa per dimostrare la sua buona fede e la sua indissolubile mancanza di prevenzione verso qualsiasi entità, a patto che si

dai circoli liberal Domiziano Natita

su alcuni muri di via Torre Annunziata, una delle tante strade del quartiere Prenestino di Roma. Il Sindaco della Capitale, Gianni Alemanno, ha prontamente denunciato una dura condanna contro gli ignoti autori e ha provveduto a rimuoverle. Poi, parlando anche a nome di tutta la amministrazione capitolina ha detto che si trattava di atti scellerati che offendono la memoria di chi ha vissuto e pagato con la vita una delle più aberranti forme di discriminazione razziale. Questi atti che abbiamo preso ad esempio fra i tanti che si registrano nel nostro Bel paese spesso avvengono per caso, in modo quasi del tutto,casuale, accidentale, come nel caso del Cinese reo soltanto di attendere un autobus mentre “passeggiavano” proprio in quel momento alcuni ragazzi italiani. Ci sono, inoltre, messaggi di violenza e di razzismo che vengono pronunciati anche da coloro che rivestono cariche istituzionali e dovrebbero dare esempi che dovrebbero procedere in tutt’altra direzione. Mi riferisco al raduno annuale del partito della Lega Nord che ha registrato alcuni interventi nei confronti degli extra comunitari intrisi di contenuti brutali con espliciti inviti a ricor-

comporti secondo le regole della legge e della sana convivenza..

Bruno Russo - Napoli

LA SOLITA PROPAGANDA Leggo sull’Unità: «Vicentini in fila al referendum autogestito per l’ampliamento della base Usa». Il lettore dovrebbe capire che quasi quasi c’è stata ressa per esprimere la propria bocciatura. Vorrei solo dire: la parola autogestita dice poco, bisognerebbe vedere dove solo stati allestiti gazebi gestiti dai promotori del “no”. Se fossero state scelte le zone dove si presumono voti favorevoli, non c’è dubbio che il risultato, al quale si vuole dare ampio risalto, è scontato. Eppure, senza garanzie e senza controlli imparziali, una minoranza di cittadini vorrebbe influenzare le decisioni della maggioranza e del governo.

L. C. Guerrieri - Teramo

rere alle maniere forti. Tutti questi episodi sono chiari segnali di un degrado dei costumi della nostra società e della diversa sensibilità che ogni cittadino ha nei confronti dei problemi che il nostro Paese sta attraversando. La Lega, con il suo “parlar schietto”, cerca di interpretare i malumori della gente, le sue paure e asseconda i suoi stati d’animo. In questo modo essa fortifica il suo consenso. Trovare soluzione ai quesiti della gente è impresa ardua; bisognerebbe provare a dialogare con chi è diverso e ciò significa mettersi in discussione, fare un passo indietro per capire gli altri; in definitiva avere un atteggiamento di segno opposto rispetto agli atti descritti in precedenza. Un gesto, un atto passato quasi inosservato, è accaduto nella vicenda di Brindisi dove la donna che ha subito violenza è stata capace (dopo la denuncia) di perdonare, mostrando forza e coraggio. Atteggiamenti in questa direzione, atti d’amore, possono significare che, invece, il dialogo è possibile e che la violenza non è l’unica risposta ai problemi quotidiani della nostra gente. Francesco Facchini CIRCOLO LIBERAL LEVANTE BARI


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog Credere in Dio senza una religione Caro Theo, essere sensibili, anche profondamente, alle bellezze della natura non significa essere religiosi, sebbene io ritenga che le due cose siano strettamente connesse l’una all’altra. Quasi tutti sentono la natura – chi più, chi meno – ma pochi sentono che Dio è spirito e che chiunque Lo adori deve adorarLo in spirito e verità. I nostri genitori appartengono a quei pochi. E anche zio Vincent, credo. È scritto: «Questo mondo passa con tutti i suoi splendori». Ma si parla anche di «quella buona parte, che non ci verrà portata via» e di «una sorgente d’acqua che porta alla vita eterna». Preghiamo quindi di poter diventare ricchi in Dio. Chiediamo che il nostro compito nella vita sia quello di diventare i poveri nel regno di Dio, i servi di Dio. Ne siamo ancora lontani; preghiamo affinché il nostro sguardo diventi chiaro, e allora il nostro intero corpo irradierà luce. Vincent Van Gogh al fratello Theo

RAZZISMO? SIAMO ALLE SOLITE È terrorismo psicologico. Sono trascorsi oltre 63 anni dall’uccisione del dittatore e dalla fine della guerra. Eppure i sedicenti progressisti continuano a puntare insistentemente sull’allarmismo “fascismo”. Imperversa il “politically correct”, che propugna attenzione e discriminazione positiva (“azione affermativa”), a favore dei “deboli”. Oltre allo spettro del “fascismo”, si agita quello del “razzismo e xenofobia”, perfino da alte cariche pubbliche. C’è un abisso fra il Palazzo politico privilegiato e il comune cittadino. Si cade nel vittimismo e nel doppiopesismo: a differenza dei delitti di stranieri contro italiani – che restano delitti tout court -, i reati di nativi verso forestieri vengono considerati “razzisti”. Deboli economicamente, immigrati e invasori clandestini sono appetibili e forti per la loro alta fecondità, che genera il potere del numero: costituiscono un potenziale, crescente bacino elettorale, corteggiato specialmente dalle sinistre. La statistica smentisce l’allarmismo: al 30 giu-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

7 ottobre 1571 Battaglia di Lepanto 1886 La Spagna abolisce la schiavitù a Cuba 1908Creta si rivolta contro l’Impero Ottomano e si schiera con la Grecia 1913Henry Ford introduce la catena di montaggio 1919Nei Paesi Bassi viene fondata la KLM 1943 Il Giappone giustizia 100 prigionieri americani sull’Isola Wake 1944 Scoppia una rivolta nel campo di concentramento di Auschwitz 1948 Al Salone dell’auto di Parigi viene presentata ufficialmente la Citroen 2cv che resterà in produzione fino al 27 luglio 1990 1950 Forze statunitensi invadono la Corea attraversando il 38° parallelo 1959 La sonda russa ”Luna-3” fotografa per la prima volta la faccia nascosta della Luna 1920 Pietro Consagra, scultore e scrittore italiano († 2005) 1947 Klaus Dibiasi, tuffatore italiano

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Giancristiano Desiderio,

gno 2008, i detenuti stranieri nelle carceri italiane sono il 37,45% (con il 6-8% di allogeni presenti nel Belpaese). Quindi, la criminalità straniera è (mediamente) assai più alta di quella d’italiani, i quali, oltre al danno, subiscono l’insinuazione di serpeggiante “razzismo”. Degli isolati episodi d’intolleranza verso stranieri, appaiono corresponsabili i fautori delle frontiere aperte, che hanno favorito l’invasione indisciplinata e clandestina, nonché il conseguente declino della qualità della vita, per incremento di reati, droga, prostituzione e degrado. Se eccessiva, la solidarietà redistributiva può frenare l’iniziativa e incentivare l’ozio. La povertà (vera o presunta) non può giustificare reati; molti poveri vivono con dignità e francescanamente, senza delinquere; essi possono riscattarsi dall’indigenza, con lavoro e risparmio. Ma demagoghi e potenti si infischiano di queste «prediche inutili» (Luigi Einaudi).

Gianfranco Nìbale - Padova

PUNTURE Giancarlo Caselli rivela che dubitava del bacio di Andreotti a Riina. Ma in quel momento si sentiva baciato dalla fortuna.

Giancristiano Desiderio

Una società di atei inventerebbe subito una religione HONORÉ DE BALZAC

Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Rossella Fabiani,Vincenzo Faccioli Pintozzi, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Roselina Salemi, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di UN SONDAGGIO DA PAURA L’Osservatorio Digis-SkyTG24 ha fotografato lo stato di“paura” degli italiani a seguito delle crisi economica. Emerge subito il dato che l’80 per cento del campione teme per il proprio futuro economico e per il 58 per cento è peggiorato il proprio tenore di vita. Ma andiamo con ordine: Il 9 per centodel campione ritiene positivo l’intervento del governo americano con il piano da 700 miliardi di dollari, mentre il 41 per cento lo ritiene giusto ma a patto che sostenga i risparmiatori, il 35 per cento lo giudica negativamente e il 15 per cento non sa pronunciarsi. Gli italiani comunque non temono gli speculatori che in settimana hanno messo sotto pressione le banche italiane: il 51 per cento del campione ha dichiarato di non aver paura, mentre il 41 per cento teme azioni speculative, l’8 per cento non risponde. Sul fronte del tenore di vita percepito per il 58 per cento degli italiani ritiene che sia peggiorato rispetto ad un anno fa; per il 38 per cento è rimasto invariato e per il 4 per cento è invece migliorato. L’80 per cento degli italiani ha comunque paura.

Camillo

DESTRA E SINISTRA? CATEGORIE SUPERATE Li chiamano xenofobi, e quelli prendono i voti dei turchi e degli slavi. Li chiamano nostalgici e reazionari, e quelli prendono i voti dei giovani, razziando fra i sedicenni per la prima volta chiamati alle urne. Può darsi che a molti non freghi niente di quel che è successo in Austria, ma è solo una variante di un più generale problema democratico, che coinvolge anche noi. Per raccontare il contorcimento di budella, in questa parte, occidentale e

ricca, del mondo, si usano categorie del secolo scorso, come “destra estrema” o “sinistra radicale”. Per capire il disagio economico ci attacchiamo al concetto di “potere d’acquisto”, descrivendo consumatori sempre più poveri. Invece il mondo, negli ultimi dieci anni, è diventato più ricco e si è sviluppato globalmente, come mai nel passato. Certo, come capita agli adolescenti, ora si ritrova con brufoloni sulla faccia, una peluria oscena alle mandibole, od un seno troppo grosso su un corpo di bambina. Ma è cresciuto. Dovremo affrontare mille guai, perché da noi il mercato s’è sviluppato quale annesso della libertà, in Cina, per esempio, sarà la ricchezza diffusa a dover far saltare la dittatura. Il guaio grosso, però, rischiamo d’averlo in casa, con elettori che votano le estreme non per protesta, ma per paura. I turchi si sono fatti un mazzo tanto, in Austria od in Germania, per ottenere diritto di cittadinanza. Ora non tollerano i clandestini e gli irregolari, cui imputano la minaccia al loro sogno conquistato. La classe media, che è classe generale, è cresciuta nel benessere, anche al di sopra delle proprie possibilità. Ora imputa alla globalizzazione od all’Europa il rischio di dovere rifare i conti. Il voto guidato dalla paura non deve intimorire, anzi, aiuta. La finanza che è saltata per aria aveva un orizzonte speculativo, a breve, senza progetto. Molta politica le somiglia. La democrazia è un metodo, come il capitalismo, ha poi bisogno di protagonisti. Se mancano idee e uomini guida, prevale l’egoismo del farsi i fatti propri, e nasce la paura che non sia più possibile. La politica serve, è indispensabile, ma se ha la P maiuscola.

Davide Giacalone

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1

Amministratore Unico Ferdinando Adornato

Diffusione e abbonamenti Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia (responsabile) Massimo Doccioli 06.69920542 • fax 06.69922118

Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Lagrotta Amministratore delegato: Gennaro Moccia Consiglio di aministrazione: Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Angelo Maria Sanza

Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro

Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: Gaia Marcorelli Tipografia: edizioni teletrasmesse Editrice Telestampa Sud s.r.l. Vitulano (Benevento) Editorial s.r.l. Medicina (Bologna) E.TI.S. 2000 VIII strada Zona industriale • Catania Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.”

Abbonamenti

Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Udc

e di cronach

via della Panetteria 10 • 00187 Roma Tel. 0 6 . 6 9 9 2 4 0 8 8 - 0 6 . 6 9 9 0 0 8 3 Fax. 0 6 . 6 9 92 1 9 3 8 email: redazione@liberal.it - Web: www.liberal.it

Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30



2008_10_07