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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

L’economista francese contesta la tesi del ritorno allo statalismo

di e h c a n cro

Per favore, lasciate riposare in pace Lord Keynes

di Ferdinando Adornato

di Jacques Garello a crisi di questi giorni ci riporta agli anni Trenta. Innanzitutto a causa delle similitudini cui è possibile riportare il crollo delle Borse e di certe istituzioni finanziarie, in secondo luogo perché alcuni assi portanti del dramma attuale, come Fannie Mae o il Fdic (Federal Deposit Insurance Corporation) hanno visto la luce con l’amministrazione Roosevelt. Infine perché il governo americano ha deciso di intervenire pesantemente per risanare la situazione. Ecco perché oggi si crede di essere di fronte a un nuovo New Deal.

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LA CRISI ARRIVA DA NOI Colpite Unicredit e Banca Intesa. Caos tra i risparmiatori. Tremonti denuncia «speculazioni sui Fondi» ma Berlusconi rassicura: «difenderemo le nostre banche»

Faccia a faccia su Israele, la guerra e la pace L’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo e, a sinistra, quello di Banca Intesa, Corrado Passera

di Fiamma Nirenstein e Renzo Foa

Tempesta italiana alle pagine 2 e 3

Ieri notte il dibattito tra i due vice

Inflazione: la City in decadenza

Obama e McCain, deficit di leadership

Goodbye swinging London

di Michael Novak

di Susana Cristalli

di Riccardo Paradisi

Nel primo dibattito entrambi i senatori hanno evitato affermazioni chiare sulla crisi finanziaria. Forse perché non volevano peggiorare le cose in un Congresso già così diviso.

La crisi colpisce Londra, capitale del cool. Inflazione, disoccupazione e crisi generazionale scalfiscono le vestigia di una metropoli sempre meno sulla cresta dell’onda. Ma in grado di riprendersi.

Dopo gli applausi del festival di Toronto erano anche piovute critiche in America su Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee. Nulla a confronto della crociata ideologica che s’è levata poi in Italia.

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GIOVEDÌ 2 OTTOBRE 2008 • EURO 1,00 (10,00

Esce il film “Miracolo a Sant’Anna”. Ed è polemica

Ci voleva Spike Lee per raccontare la Resistenza?

• ANNO XIII •

NUMERO

188 •

WWW.LIBERAL.IT

Primi ministri di Israele (e la sua stessa storia) sono preda di una grande aspirazione democratica e morale: la pace. Ma questa tensione è spesso andata di pari passo a molti fallimenti, tanto da far ipotizzare una sorta di “maledizione” che da oltre 15 anni sembra colpire i capi di governo israeliani, da Rabin a Sharon a Barak, e che in questi ultimi mesi è stata caratterizzata dalla sconfitta di Olmert in Libano e dalle sue dimissioni. Dov’è l’errore? E se c’è, come prevenirlo per contrastare l’ascesa del fondamentalismo islamico - sempre più prepotente di Hezbollah e Hamas - e la minaccia nucleare iraniana che si avvia a superare la soglia tecnologica necessaria per costruire un ordigno in un paio d’anni e non di più?

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s e gu e a p ag in a 8

pagina 4 CON I QUADERNI)

Da Rabin a Olmert, la maledizione del premier

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 2 ottobre 2008

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Unicredit e Banca Intesa in grave difficoltà. Ma Tremonti dice: è solo speculazione

Banche, il grande assalto Berlusconi: le difenderemo «Comprare Unicredit e Banca Intesa? Credo che visti rendimenti non mi sento certo di sconsigliarlo». L’outing di Silvio Berlusconi è servito a tranquillizzare una situazione che, piuttosto immotivatamente, si andava facendo sempre più calda. «Le nostre banche sono commerciali e non d’affari, non corriamo alcun rischio», ha ripetuto il premier più e più volte per smorzare focolai di paura che andavano facendosi sempre più vasti. D’altronde, storicamente gli “assalti agli sportelli”, ovvero la corsa dei risparmiatori a ritirare i propri risparmi da banche ritenute in crisi, sono sempre frutto della mancanza di fiducia, che si diffonde in periodi dove le informazioni, per gli attori economici, sono scarse e contraddittorie. Che poi puntualmente innescano il circolo vizioso che porta alle chiusure. Non è questa la situazione delle banche italiane, che in ogni caso conservano livelli di liquidità che consentono la messa in sicurezza, al di là di qualunque emergenza. In ogni caso, in Europa si comincia a pensare a un piano Paulson anche per il Vecchio Continente. Sperando che il panico passi il prima possibile.

di Alessandro D’Amato

ROMA. Prima l’ennesima sospensione per Unicredit, che arriva a pochi minuti dall’apertura delle quotazioni. Poi, prima di mezzogiorno, ed è una sorpresa, lo stesso provvedimento stavolta per l’altra “grande”fra le banche italiane: Intesa San Paolo. Intanto, qualche rumor accredita le voci di dimissioni di Alessandro Profumo, ma da Piazza Cordusio arriva una secca smentita. Poco prima dell’ora di pranzo arrivano le parole di Sil-

che e non accetterò che i cittadini italiani perdano neanche un euro dei loro depositi». Poi è la Consob a battere un colpo (dando attuazione a quanto deciso durante il Comitato per la stabilità dell’altroieri): «Nuova stretta sulle vendite allo scoperto, dopo le restrizioni già adottate il 22 settembre. La Commissione ha deliberato, si legge in una nota, un provvedimento che prevede come nel caso di azioni di banche e imprese di assicurazioni

momento dell’ordine e fino alla data di regolazione dell’operazione». E infine chiude il cerchio il ministro Tremonti, che cita chiaramente gli «attacchi di natura speculativa» che, approfittando della crisi globale, si stanno concentrando sul risparmio italiano. Su tutto aleggiano le stranissime parole del Financial Times del giorno precedente: «I mercati sono volubili come la moda. Ma il signor Profumo, che ha voluto giocare con i grandi ragazzi, ora viene punito da loro. Nel clima odierno essere una grande banca non sembra una grande idea. Per ambizione, ovvero avventatezza».

Secondo il Financial TImes «i mercati sono volubili come la moda. Ma il signor Profumo, che ha voluto giocare con i grandi ragazzi, ora viene punito da loro. Oggi, essere un grande istituto non sembra una grande idea» quotate nei mercati regolamenti italiani, la vendita deve essere assistita, oltre che dalla disponibilità, anche dalla proprietà dei titoli da parte dell’ordinante al

Insomma, uno degli epicentri dello tsunami finanziario globale sembra essere diventato da un giorno all’altro proprio l’Italia. E sui mercati si vocifera che non

L’opinione dell’economista Stefano Micossi

ROMA. In un momento co-

vio Berlusconi, che alla conferenza stampa per la presentazione del libro di Bruno Vespa dichiara: «Non consentirò attacchi speculativi alle nostre banQui accanto, Stefano Micossi. Sopra, Silvio Berlusconi. Nella pagina a fianco: in alto Corrado Passera; in basso, Alessandro Profumo

«Ma adesso i politici non facciano i populisti» colloquio con Stefano Micossi di Vincenzo Faccioli Pintozzi

me questo, la politica deve guardarsi dal rischio di scadere nel populismo. Le minacce di Cameron alle banche – che presto dovranno «pagare per quello che hanno fatto» - non devono mischiare tutta l’economia nello stesso calderone, anche se il recente crac finanziario internazionale «rivela avidità ed errori». Ne è convinto l’economista Stefano Micossi, Direttore generale Assonime e professore incaricato del corso “Mercato Interno dell’Unione europea: istituzioni e politiche economiche” al Collegio d’Europa, che in una conversazione con liberal commenta la recente crisi

sarebbe una casualità: alcune banche italiane vengono sì colpite da una raffica di vendita a causa di una momentanea debolezza strutturale (che, nel caso di Unicredit, viene sia dalle difficoltà della tedesca HVB che dai brutti segnali, oltre che dalle polizze index linked targate Lehman), ma secondo molti responsabili in buona parte dei rovesci sarebbero anche gli speculatori, che stanno utilizzando la vendita allo scoperto al ribasso per lucrarci su. Sulle banche di Profumo e Bazoli, quindi, si starebbe sviluppando un’ondata speculativa ribassista guidata da alcuni fondi internazionali, gli stessi che hanno messo in difficoltà pochi giorni fa la belga Fortis. I quali stanno approfittando delle difficoltà oggettive per guadagnarci (legittimamente), ma facendo così affondare sempre di più il titolo.

A Piazza Cordusio e a Ca’ de’ Sass le bocche sono comunque cucita. Gli uomini di Profumo intanto hanno deciso di rimandare di qualche tempo la costituzione della SIV (il veicolo d’investimento strutturato) – che dovrebbe essere invece un conduit – dove troveranno alloggio alcuni strumenti finanziari“sani”, sia per motivi fiscali che per facilitare le operazioni senza incorrere in sanzioni in caso di superamento dei livelli “di guardia”nell’esposizione su titoli. Nel frattempo, durante la giornata il titolo ha ripreso a salire in Borsa, toccando il +13%, a quota 2,95 finanziaria che ha colpito l’economia internazionale. Professore, siamo in presenza di un attacco alle banche italiane? Parlare di attacco al nostro sistema bancario non ha senso. Quello che si deve invece sottolineare è che siamo in presenza di un fenomeno generale, che colpisce tutti i protagonisti del mercato. Alla luce di quanto sta avvenendo, esistono delle debolezze oggettive del sistema bancario italiano? A mio parere, il sistema bancario italiano appare solido. In un momento di crisi di fiducia, questa scossa elettrica si diffonde da un mercato al-


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Bastano le norme giuridiche per controllare la crisi

Salvare Wall Street? Non è economico di Carlo Lottieri l sistema finanziario, mai come in questi giorni, è sotto attacco. E certo vi sono buone ragioni per rilevare che il disastro economico che sta colpendo l’America, e di conseguenza il mondo intero, deriva da problemi interni al credito. Bisogna però distinguere aspetti diversi.

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euro, e quindi recuperando interamente la maxiflessione di ieri. «Probabile che stiano scattando ricoperture dopo l’ulteriore stretta sulle vendite alla scoperto decisa della Consob», ha commentato un operatore. E forse un ruolo potrebbero averlo avuto anche le voci sulla spagnola Santander, che potrebbe approfittare della bassa capita-

lizzazione del gruppo di Piazza Cordusio per fare un ingresso in forze nel capitale. Un rumor che a Madrid non hanno voluto commentare, nemmeno per smentirlo. E che potrebbe avere un fondamento di verità. Dal vertice europeo di Parigi convocato da Sarkozy, sabato prossimo, potrebbero arrivare le prime risposte.

l’altro. Il leader dei conservatori inglesi, David Cameron, ha dichiarato che «saranno le banche a pagare per quello che è avvenuto. Forse non ora, ma pagheranno». Si tratta di dichiarazioni populiste o c’è stato un atteggiamento realmente doloso da parte degli istituti di credito? In casi come questo, la politica deve guardarsi dal rischio di populismo. Quello che è successo rivela avidità e forse errori oggettivi macroscopici. Ora, però, è necessario capire cosa non ha funzionato e aggiustarlo, correggere gli errori del sistema di rego-

lamentazione. La prima sanzione di chi ha compiuto azioni dolose, se queste si sono verificate, è l’azzeramento dei valori e la perdita della reputazione e del posto. Eppure, i dirigenti delle grandi realtà americane fallite nei giorni scorsi, come Lehman Brothers, sono stati riassunti persino con un bonus… Questo non vuol dire nulla. Si tratta di esperti straordinari, che da un giorno all’altro si sono trovati senza lavoro. Le altre banche non solo li hanno ripresi, ma hanno fatto a gara per averli.

Esiste, in primo luogo, un questione giuridica. Come non si stanca di sottolineare Francesco Forte, la crisi dei subprime è figlia della disinvoltura di quanti hanno predisposto mutui ipotecari che in verità non erano davvero tali, poiché il valore del bene ipotecato non copriva l’esposizione del prestito. Un imprenditore può, a suo rischio e pericolo, essere imprevidente se compra e vende beni, ma vi sono particolari attività (quella bancaria è tra queste, come pure quella assicurativa) in cui un agire disinvolto ha serie ricadute sui contratti in essere, e quindi finisce per configurare un comportamento legalmente sanzionabile. La tesi di Forte è che se le regole del diritto fossero state rispettate, proteggendo i clienti delle banche da una gestione spregiudicata del credito, non saremmo arrivati a questo punto. Riconoscere tali errori non deve però condurre a svalutare il ruolo delle nuove tecniche finanziarie, perché pure queste ultime hanno avuto un ruolo cruciale, amplificando gli effetti di alcune scelte e irrigidendo il comportamento delle banche. Da tutto questo, però, non deve discendere una condanna in toto della finanza, né è ragionevole disgiungere produzione e finanza, così come non avrebbe senso contrapporre produzione e trasporti all’indomani di un incidente ferroviario. L’imprenditoria che si occupa di prestiti, depositi, obbligazioni, ecc. serve a fornire denaro alle idee, e ha pure il compito di conferire idee (e quindi produttività) ai capitali. Il credito è insomma importante, ma deve essere gestito seguendo regole precise. In questo senso c’è bisogno non solo di più prudenza e moralità, ma anche di un diritto che sappia sottrarsi al diluvio di norme e agenzie che tanto hanno contribuito a produrre l’odierno disastro. Per giunta, una finanza degna di questo nome avrebbe bisogno di affrancare le banche commerciali e d’affari da ogni rapporto con la politica. Quando sono ben noti i legami tra Hank Paulson e la Goldman Sachs, è difficile accettare a cuor leggero il piano di 700 miliardi di dollari con cui il governo americano vuole salvare

Wall Street (in larga misura a danno di “Main Street”, l’economia ordinaria). Ma soprattutto è da ricordare che una moneta di Stato è una moneta fatalmente destinata ad essere inflazionata, e quindi a produrre quelle bolle che – periodicamente – sono all’origine di disastri finanziari. Il capitalismo deve allora ritrovare se stesso e valorizzare le imprese produttive, affrancando la moneta e il credito dal controllo discrezione operato dal governo e, insieme ad esso, da una realtà come la Banca centrale. Sono del tutto evidenti le colpe di banchieri spregiudicati, più avventurieri che imprenditori, e pure convinti di poter fare profitti senza colpo ferire: lasciando ogni problema a chi sarebbe venuto dopo. Ma il modo per restituire più responsabilità all’intero ambiente passa attraverso un accrescimento della concorrenza e un rafforzamento del diritto (contro gli arbitrii della politica, e in specie di quella monetaria). Proporre anche in ambito creditizio più libertà d’iniziativa, e quindi meno regole e più concorrenza, oggi può apparire folle, ma questo perché pochi hanno compreso il ruolo che la Fed ha giocato nello sfascio del sistema finanziario, e un numero ancora inferiore riesce forse ad avvertire come il moltiplicarsi di norme e authority distrugga il diritto, invece che rafforzarlo. Eppure sul «Sole 24 Ore» del ieri Antonio Foglia ha scritto un’analisi molto acuta su tutto ciò. Alcune questioni in gioco, ovviamente, sono assai intricate. Nel momento in cui si riconosce l’utilità del credito, ad esempio, è impossibile non rilevare che esso ha come proprio effetto un’espansione monetaria. Se io verso mille euro in banca ed essa li presta ad un cliente, io ho mille euro sul mio conto, ma altri mille sono sul conto di chi ha ricevuto il prestito. Ed ogni volta che la massa monetaria cresce abbiamo un effetto inflazionistico, che ovviamente opera in maniera redistributiva (a danno dei vecchi titolari di valuta).

Una finanza degna di questo nome avrebbe bisogno di affrancare le banche commerciali e d’affari da ogni rapporto con la politica

Tale osservazione segnala l’esigenza di riuscire a definire un giusto equilibrio tra il diritto di banche, depositanti e debitori a sottoscrivere contratti, e il diritto dei titolari di moneta a non veder in tal modo evaporare la ricchezza da loro detenuta. Sono questioni difficili da sciogliere, ma per questo di poco rilievo. Al contrario, sono questi i temi da mettere in cima all’agenda in questa fase storica che vede il vecchio mondo inabissarsi e in cui uno nuovo stenta a prendere forma.


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polemiche

Esce domani “Miracolo a Sant’Anna”, il film contro cui si è scatenata una crociata ideologica. Ma gli storici frenano i ”gendarmi della memoria”

Ci voleva Spike Lee? Lo scandalo non è il film del regista americano ma la nostra arretratezza culturale di Riccardo Paradisi opo gli applausi del festival di Toronto erano anche piovute critiche in America su Miracolo a Sant’Anna, il film di Spike Lee ambientato nel paese toscano che subì uno dei più feroci eccidi perpetrati dai nazisti contro la popolazione civile italiana. Nulla a confronto della crociata ideologica che s’è levata in Italia contro il film di Lee sin dalle anticipazioni. “Crociata ideologica”, perché a mettere all’indice Miracolo a Sant’Anna non è stato il pubblico che lunedì al cinema Odeon di Firenze ha accolto con un lungo applauso la prima nazionale del film, ma quella gendarmeria della memoria che non ha esitato a individuare anche in Spike Lee, come scriveva ieri il quotidiano di Rifondazione comunista Liberazione, un nuovo agente del revisionismo storico, un ”ignorante” propalatore di ”retorica da zio Tom”, addirittura ”un razzista” sociale reso insensibile dalla ricchezza.

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nella realtà. Ma indicibii e imperdonabili se raccontate in un Paese dove è proibito mettere in discussione verità ufficiali e mitologie sedimentate. E poco importa che la proiezione di Miracolo a Sant’Anna inizi con un messaggio che avverte che i fatti narrati sono frutto della creatività degli autori, che lo stesso Spike Lee abbia chiarito reiteratamente che il film si richiama a un romanzo di James McBride. Queste semmai sono delle aggravanti: « Spike Lee – protesta infatti l’Anpi – ha realizzato un film senza tenere presente l’esatta verità di ciò che è avvenuto a Sant’Anna di Stazzema». Ma persino Nicola Tranfaglia, storico che certo non è sospettabile di tentazioni revisioniste e che anzi ha più volte denunciato l’oblio della memoria della resistenza, di fronte alle polemiche sul film di Lee ricorda che «Quan-

do siamo di fronte a dei romanzi non si può pretendere un’esatta verità storica. Certo, l’eccidio di Sant’Anna è una ferita ancora aperta e occorre molta delicatezza nel trattarne, ma insomma è un film». Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro. Toscana 1944 è un libro di Michele Battini pubblicato da Marsilio dieci anni fa. Uno studio dove i fatti di Sant’Anna sono ricostruiti con dovizia documentaria e dove è chiaramente dimostrato che le stragi di civili italiani – compreso il massacro di Sant’Anna – erano pianificate dai comandi tedeschi a tavolino, non nascevano da rappresaglie per la azioni partigiane. Nessuna assoluzione dunque, nessun revisionismo.

Eppure il professor Battini, in questi giorni negli Stati Uniti per una serie di lezioni universitarie, si mostra sorpreso dalle polemiche italiane: «Ho visto il film tre giorni fa qui a New York – dice a liberal Battini – e l’ho trovato geniale. Si tratta di un capolavoro di decostruzione narrativa dove il rapporto tra la

L’Anpi toscana attacca anche Associazione Martiri di Sant’Anna: «Con il loro assordante silenzio hanno avallato l’offesa recata alla resistenza partigiana dal film di Spike Lee»

Ma perché tanto furore? Perché l’indignazione dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia? Perché la promessa – la minaccia – di presidiare e picchettare i cinema italiani dove verrà proiettato il film? Forse solo perché Spike Lee ha fatto un film mettendo in scena l’orrore della guerra senza fare sconto alle sfumature della realtà. Dove capita anche che chi si trova dalla parte giusta non è necessariamente anche buono e dove chi si trova nella parte sbagliata non è per questo necessariamente malvagio. C’è un partigiano che tradisce nel film di Lee, un fascista più illuso che malvagio e un ufficiale tedesco estremamente sensibile che legge Pascoli. Cose che capitano

interceptor

di Gianluca Ansanelli

le telefonate che nessuno vi racconterà mai

Spike Lee - La Russa

«Camerata regista,film e moschetto!» LA RUSSA: Pronto Spike? Sono Ignazio… SPIKE LEE: Eh? LA RUSSA: Ignazio! SPIKE LEE: Ignazio chi? LA RUSSA: La Russa! SPIKE LEE: Aspetta che controllo sulla mia agendina…. vediamo: Lambert Christopher... L. Jackson Samuel… Leno Jay... Ah ecco! “La russa”... ma… cos’è sto vocione? Sei raffreddata? LA RUSSA: Ma quale russa hai capito! Sono La Russa… quello col pizzo… SPIKE LEE: Oh adoro la biancheria sexy… LA RUSSA: Sono il ministro della Difesa Italiana, ti chiamo per congratularmi per il tuo film! SPIKE: Hai visto Miracle at S. Anna?

LA RUSSA: Non l’ho ancora visto ma posso già dirti che per me è un grande successo, tu non ti rendi conto di quello che sei riuscito a fare! Diciamolo! SPIKE: Perché cosa ho fatto? LA RUSSA: In due ore di film sei riuscito a farti odiare da tutta la sinistra italiana! Io c’ho impiegato quattro legislature! SPIKE: Ma io non volevo farmi odiare, ho solo raccontato la mia storia… LA RUSSA: Una storia che finalmente dice la verità sui partigiani: erano dei vigliacchi e la gente li odiava! Altro che Resistenza, noi di destra… diciamolo… noi sì che abbiamo fatto la resistenza! SPIKE: Tu ti riferisci alla Repubblica di Salò? LA RUSSA: No io mi riferisco alla discoteca Hollywood! Pensa, sabato scorso sono usci-

differenza nera e la democrazia americana è rappresentato con straordinaria efficacia. Certo ci sono anche delle ingenuità estetiche nel film, degli anacronismi, ma sono licenze, scelte narrative». Licenze che a Lee in Italia non si perdonano: «Ma con questo criterio di giudizio – replica Battini – anche la tragedia greca dovrebbe essere censurata come un tradimento delle guerre del Peloponneso. Non si possono confondere il piano dello stile narrativo e della verità storica. Io so benissimo cosa è stato l’orrore di Sant’Anna, ma Spike Lee non voleva mettere al centro del suo film quella strage, piuttosto la fragilità di ogni idealismo, l’ambiguità della realtà: il tradimento di un partigiano, ma anche i cedimenti dei soldati neri americani o le contraddizioni di un ufficiale tedesco. Per questo la polemica che si è scatenata in Italia a me sembra davvero fuorviante». E del resto di tanto furore il primo a rimanere sorpreso è stato proprio Spike

to con una cubista, ci sono stato fino alle sei di mattina! Se non è “resistenza” questa! Improvvisamente rumori di interferenza... GIORGIO BOCCA: Caro Spike, ecco perché io, partigiano, sparavo e fuggivo... Altri rumori di interferenza, poi nulla più... LA RUSSA: Ma che vuole ancora questo qua! SPIKE LEE: Ma chi era? LA RUSSA: Nessuno, nessuno, un residuato d’altri tempi! Senti Spike, io ho già parlato con altri colleghi, noi vorremmo candidarti alle prossime elezioni come leader della Destra Italiana! SPIKE LEE: Ma non so… LA RUSSA: Saresti perfetto, camerata Spike! Hai visto Obama come è salito nei sondaggi? Ormai il leader nero è di moda! SPIKE LEE: Ma scusa voi avete Gianfranco Fini! LA RUSSA: Chi? Quel comunista? SPIKE LEE: Come comunista!?


polemiche

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Arriva nelle sale un successo annunciato

Un film libero (però riuscito male) di Anselma Dell’Olio i sono tante ragioni per criticare Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee, ma non perché “infanga” la memoria dei partigiani. Un regista portato in palma di mano dai guardiani della correttezza politica, oggi è oggetto di una furiosa polemica per aver fatto un film basato su una storia vera: l’eccidio nazista di 560 civili a Sant’Anna di Stazzema in Toscana nel 1944. L’Associazione nazionale partigiani italiani si è offesa perché nella storia molto romanzata di quel massacro, che racconta le avventure di un gruppo di soldati neri capitati nelle vicinanze di Sant’Anna e i loro rapporti con gli abitanti del luogo, figura una spia dei nazisti, un partigiano traditore. Eppure non si può negare che intorno agli eroi italiani che hanno combattuto con immenso valore e terribili perdite contro l’occupazione tedesca, fluttuava una zona grigia di opportunisti, doppiogiochisti, codardi e confusi. Non a caso si dice «la nebbia della guerra»: in un conflitto, tanto più se comprende una guerra civile, come in Italia, riuscire a distinguere con esattezza fedeli e infedeli, colpe e meriti, cause ed effetti, per non parlare del preciso svolgere degli eventi, è impresa assai difficile se non impossibile.

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Lee, ingenuo rispetto ai riflessi condizionati, i totem e i tabù che scattano e si riattivano in Italia ogni volta che certi argomenti vengono affrontati da chi non è ufficialmente autorizzato. «Non ho alcuna intenzione di chiedere scusa a nessuno – ha rincarato la dose Lee – anche i partigiani non erano amati da tutti, c’erano anche quelli che dopo aver fatto qualche azione scappavano sulle montagne, lasciando la popolazione civile a subirne le conseguenze».Affermazioni che secondo Francesco Perfetti, ordinario di Storia contemporanea alla Luiss di Roma, non dovrebbero suscitare la reazione indignata che è seguita, compresa quella di Giorgio Bocca ieri su Repubblica: «Spike Lee ripesca i luoghi comuni dell’attesismo e del revisionismo antipartigiano».

Replica Perfetti:«Che gran parte dei partigiani non fossero amati da una fetta considerevole della popolazione civile italiana

LA RUSSA: Ha rinnegato il Fascismo e la Repubblica di Salò, vuole dare il voto agli immigrati, gli manca la erre moscia e la giacca di cachemire e poi sembra Bertinotti! Tu invece sei perfetto! All’improvviso, di nuovo l’interferenza... GIORGIO BOCCA: Caro Spike, ecco perché io, partigiano, sparavo e fuggivo... Altri rumori di interferenza, poi nulla più... LA RUSSA: Di nuovo... SPIKE LEE: Ma chi era? LA RUSSA: Ancora il residuato rosso. Dicevo: tu saresti perfetto! SPIKE LEE: Ma io non saprei dirigere un partito politico… Io sono abituato ai capricci delle star! LA RUSSA: Appunto! Vedessi i capricci della Santanchè! SPIKE LEE: E poi non lo so, adesso devo occuparmi della promozione del film. LA RUSSA: Certo! Ma per quello ti aiutiamo noi! La gente deve conoscere la verità! SPIKE LEE: Sì ma non sarà facile! Le associazioni di partigiani mi stanno boicot-

perché spesso colpivano e fuggivano è vero. E questo perché la stragrande maggioranza degli italiani apparteneva a quella zona grigia che semplicemente sperava che la guerra finisse il prima possibile. La realtà – dice Perfetti – è che molte polemiche sono strumentali e nascono dal tentativo di ravvivare un clima che gli italiani hanno superato».Eppure è ancora il tema della resistenza tradita a essere portato in punta di lancia dall’Anpi. Che in una nota diffusa ieri definisce «Sconcertante l’indifferenza con cui il problema costituito dal film di Lee è stato affrontato da soggetti, che hanno dato prova di un antifascismo di maniera, ipocrita e superficiale». “Disarmante”e per questo censurata dall’Anpi persino la condotta dell’Associazione Martiri di Sant’Anna e del Comitato per le Onoranze: «Con il loro “assordante silenzio” hanno avallato l’offesa recata alla Resistenza»Sic.

tando! Stanno facendo volantinaggi davanti ai cinema! LA RUSSA: Ci penso io a cacciarli via! SPIKE LEE: Non sarà facile… LA RUSSA: 3.000 militari ti bastano? O vuoi anche la contraerea? SPIKE LEE: Tu lo puoi fare? LA RUSSA: Ma scherzi? Io i militari li mando ovunque, a sorvegliare le discariche, a coadiuvare le forze dell’ordine, la settimana scorsa ho mandato un battaglione a ridipingermi la casa al mare! SPIKE LEE: Ok, mi hai convinto! Sarò uno dei vostri! LA RUSSA: Vedrai… li faremo neri! All’improvviso, l’ultima eco di un’interferenza... GIORGIO BOCCA: Caro Spike, ecco perché io, partigiano, sparavo e fuggivo... Altri rumori di interferenza. Poi... nulla più.

Spike Lee, il regista di Fa’la cosa giusta, Malcom X e molti altri film, con poche eccezioni si è occupato di esperienze e travagli degli afroamericani. Il romanzo di James McBride gli è sembrato l’occasione per raccontare una storia sconosciuta ai più: sacrifici, sofferenze e discriminazioni patiti dalle truppe afroamericane, ancora segregate all’epoca della seconda guerra mondiale. Il film è co-prodotto da Rai Cinema, Roberto Ciccuto e Luigi Musini in associazione con la Mediateca regionale della Toscana Film Commission, ed è impensabile che la sceneggiatura non sia stata esaminata e approvata dai medesimi, nessuno dei quali è sospettato di anti-antifascismo. McBride e Lee volevano raccontare una storia sepolta da cinquant’anni, che serviva anche a onorare i tanti afroamericani morti in battaglia per un paese che all’epoca li trattava come cittadini di seconda classe. Emblematica delle intenzioni del regista è la scena in cui quattro reclute di un battaglione di Buffalo soldiers (soprannome dei combattenti neri) entrano in un bar della Louisiana prima di essere imbarcati per i teatri di guerra. Fa molto cal-

do e i ragazzi chiedono delle grattachecche. Il padrone li caccia via perché indegni di essere accolti insieme con i bianchi, mentre si vedono prigionieri di guerra tedeschi trattati come graditi clienti. Per il resto, gli autori hanno pensato che la storia di Sant’Anna meritasse gli onori della rimembranza non meno di quella dei Buffalo soldiers.

McBride si è scusato con i partigiani offesi, perché «so quel che si soffre quando la propria storia è raccontata da altri. Ma si dà il caso che la loro storia sia intrecciata con la nostra, che ci appartiene nella stessa misura». Spike Lee, con furia contenuta, si è rifiutato di scusarsi. «Sappiamo che i combattenti della Resistenza non erano universalmente amati dai civili. Arrivavano e facevano il loro dovere contro i nazisti; poi tornavano in montagna. Kesselring ha ordinato la decimazione: per ogni soldato tedesco ucciso, dovevano morire dieci italiani. Questo prezzo toccava ai civili che gli capitavano a tiro. Questi sono i fatti. Nessuno sa come sono andate esattamente le cose a Sant’Anna. Ma forse gli italiani ancora non hanno fatto i conti con la loro storia». Il film ha troppi filoni che non si riuniscono in un insieme armonioso e compiuto. Gli attori e le scene di guerre, specie la prima battaglia sul fiume, sono ottimi. Ma il thriller dell’inizio è ripreso solo dopo due ore e mezzo, in un finale che sembra appartenere a un altro, più brutto film. Il rapporto del bambino italiano e il grande, infantile soldato nero è ben raccontato, ma sembra un film a sé e i risvolti metafisici e spirituali si sfilacciano invece di risolversi. Poi c’è l’inspiegabile scena con John Leguizamo e la sua insaziabile amante. Non li vediamo mai più, e sono nel film solo perché la donna possa buttare dalla finestra il giornale aperto che ha in mano il suo mandrillo: finisce chiuso e piegato sull’espresso in mano a Luigi Lo Cascio. Almeno un litro di liquido nero esce dalla tazzina: un caffé lunghissimo. Una ragazza italiana (Valentina Cervi) è per bene quando va col nero buono e zoccola quando si trastulla con uno malandrino. C’è pure il nazista bruto e quello tenero, il partigiano eroico e quello fetente. È lo schematismo e il tono discontinuo e variabile che azzoppano un film altrimenti meritevole. Punto.

La pellicola ha troppi filoni che però spesso non si riuniscono in un insieme armonioso e compiuto


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economia

La Cgil rompe sui nuovi contratti e la Marcegaglia annuncia: la firma anche senza di loro

La Confindustria scarica Epifani di Vincenzo Bacarani

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Veltroni contro Di Pietro l leader del Partito democratico Walter Veltroni attacca l’ex alleato dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Era solo qualche mese fa, ma il tempo in cui i due si erano presentati uniti alle elezioni, presentando una lista unica, appare davvero lontano adesso. L’ex sindaco di Roma scende in campo per difendere il capo dello Stato dalle invettive dell’ex magistrato a proposito del presunto silenzio del Quirinale sullo stallo in Parlamento per la nomina del presidente della Commissione di Vigilanza. «Considero le critiche rivolte da Di Pietro al Presidente Giorgio Napolitano inaccettabili», ha detto Veltroni, che poi ha proseguito, il Colle sta «garantendo il rispetto della Costituzione e delle regole, mai animato da spirito di parte e con una scrupolosa coscienza».

Manovra, governo battuto in Aula

ROMA. Lo “strappo” si è consumato, più per opportunità (od opportunismo) politico che per cognizione di causa. La Cgil abbandona le sorellastre Cisl e Uil, peraltro mai viste di buon occhio, attacca a testa bassa la Confindustria e dice no alla trattativa sulla riforma contrattuale. Il segretario generale Guglielmo Epifani ha definito le proposte degli imprenditori come proposte che «fanno a pugni con il buon senso». Ma, confermando il suo soprannome (il signor nì), ha detto che «fino all’ultimo non ci alzeremo dal tavolo, ma per noi la trattativa è finita». Una contraddizione in termini. Lo stesso comportamento, il leader della più grande organizzazione sindacale italiana lo aveva tenuto alla fine dell’estenuante trattativa con il governo Prodi sulla riforma del Welfare firmata il 23 luglio dell’anno scorso: «Firmo, ma non sono d’accordo». Il comportamento di Epifani, sotto certi punti di vista, è comprensibile. Dopo la retromarcia nel corso della vertenza Alitalia, ora il leader della Cgil deve recuperare la “piazza” e – soprattutto – la sinistra interna guidata da Gianni Rinaldini e da Giorgio Cremaschi, punto di riferimento dei rifondazionisti del sindacato. Non a caso, dopo aver risolto la grana della compagnia di bandiera, il segretario generale ha dato il via sabato scorso alla mobilitazione del suo sindacato prendendo spunto dalla riforma economica del governo con una serie di cortei di protesta in 150 città. Ha anche annunciato una grande mobilitazione sulla riforma dell’istruzione minaccian-

do uno sciopero generale “anche da soli”. Insomma, un disegno politico (non certo sindacale) che mira a recuperare il consenso della sinistra Cgil e che tende a uniformarsi all’attuale strategia aggressiva del leader del Pd, Walter Veltroni, in attesa di una candidatura alle prossime elezioni al Parlamento europeo.

Si va dunque verso un accordo separato, come accadde nel 2002 con il famoso patto per l’Italia (allora segretario della Cgil era Sergio Cofferati). Irritati i leader delle altre due organizzazioni confederali. Dice Raffaele Bonanni, segre-

Il rinnovo contrattuale non convince il leader sindacale, già nel ciclone per la gestione del caso Alitalia. La Cisl apre alla trattativa tario generale Cisl: «E’tutto un gioco, per taluni la trattativa dovrebbe farsi in ambito politico anziché in quello strettamente autonomo delle parti sociali». Luigi Angeletti: «Sui temi fondamentali, noi della Uil siamo d’accordo». Trattativa dunque destinata a proseguire anche senza la Cgil? La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ritiene che sia possibile: «Valuteremo l’ipotesi di una firma senza la Cgil. Questa vuole il ritorno alla scala mobile che in Europa non esiste. È inaccettabile. E poi dice che noi vogliamo pagare di

meno i lavoratori e questo non è vero». Più duro il suo vicepresidente, Alberto Bombassei: «Qualcuno ha interesse a mantenere il far-west: se è così ci adegueremo». Immediata la replica di Epifani: «Non vogliamo alcun ritorno». Polemiche a parte, proprio l’accordo sull’Alitalia, firmato anche da Epifani, avrebbe potuto trasformarsi in un accordo “apripista” riguardo alla vertenza in corso con Confindustria. Si tratta, infatti, di un contratto unico che raggruppa tre categorie che prima erano divise: piloti, assistenti di volo e personale di terra. In più nell’accordo raggiunto, i dipendenti avranno il 7% degli utili.

E sia lo sfoltimento della giungla contrattuale (attualmente i rinnovi in Italia sono circa 400), sia il meccanismo per calcolare i premi di produzione sono tra i punti fondamentali della trattativa tra sindacati e imprenditori. Ma quali sono i nodi che hanno fatto decidere a Epifani lo stop? Lo scorporo dall’indicatore previsionale di inflazione dei rincari legati all’energia, la differenziazione dei modelli contrattuali nella contrattazione di secondo livello e soprattutto le sanzioni previste per chi non rispetta tempi precisi nelle trattative per i rinnovi.Obiezioni che Cisl e Uil non condividono. «Riteniamo – spiega a liberal Giorgio Santini, numero due della Cisl – che con il dialogo e la trattativa si possano raggiungere gli obbiettivi che ci siamo prefissi». Prossimo appuntamento per imprenditori e sindacati, il 10 ottobre. Probabilmente senza la Cgil.

Governo e maggioranza battuti in Aula, alla Camera, durante le votazioni sul disegno di legge collegato alla manovra. Con il parere contrario di esecutivo e commissioni, è stato approvato un emendamento dell’opposizione in materia di processo civile. L’amendamento - presentato dal Pd - è stato approvato con 239 sì e 235 no. Il governo aveva espresso parere contrario. Non ci sono stati voti trasversali, i gruppi si sono espressi secondo le indicazioni, e a far andare sotto la maggioranza sono state le assenze nel Pdl: nelle sue fila erano presenti 180 dei 270 eletti, (44 erano in missione, 46 assenti).

Contrada presto a casa Contenta ma preoccupata per le condizioni di salute del marito. La notizia che il giudice di sorveglianza di Napoli ha concesso al marito di scontare gli arresti domiciliari nella sua casa di Palermo Anna Contrada, la moglie dell’ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada l’ha saputa dalla televisione. «È un suo diritto, gli spetta. Sono confusa, però, perchè mio marito è gravemente ammalato. Ha avuto tre ischemie ma ha dovuto sospendere un antiaggregante per fare l’intervento all’intestino. Penso che dovrà essere l’ospedale a dire se può partire per Palermo o no».

Base-Vicenza, referendum bocciato Il consiglio di Stato ha bocciato il referendum consultivo sull’allargamento della base Usa previsto per domenica, che fu deliberato dal consiglio comunale di Vicenza. Ferrero, segretario Prc, parla di «pagina nera» per la democrazia. Reazioni negative dai verdi e dal comitato «No Dal Molin». Esulta invece il governatore della Regione, Galan. «Il Veneto del No è un Veneto minoritario, perdente e sfortunato. A questo Veneto piccolo piccolo appartiene la debolissima Giunta del sindaco Variati, che oggi si e’ beccato un bel rifiuto da parte del Consiglio di Stato».

D’Alema: Berlusconi è imbarazzante L’Italia non è a tinte rosa come la dipinge il presidente del Consiglio. Massimo D’Alema attacca così le affermazioni del premier Silvio Berlusconi, e le recenti rivelazioni del premier sul gradimento del governo da parte dei cittadini: «Berlusconi è imbarazzante come leader di un paese occidentale - dice l’ex vicepremier intervistato su RadioTre - Io sono estremamente preoccupato perché la raffigurazione in rosa che lui dà dell’Italia è falsa. Cresce la disoccupazione e le classi medie si impoveriscono e credo che l’azione del governo sia totalmente inadeguata. Noi conviviamo con un fenomeno anomalo non perché Berlusconi sia buono o cattivo ma perché concentra in sè potere politico finanziario e mediatico mentre la democrazia è equilibrio tra questi poteri».


politica

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Pressing degli azzurri campani su Berlusconi per evitare il siluramento del sottosegretario

Pdl, tensione sul caso Cosentino di Marco Palombi

ROMA. Silvio Berlusconi è tornato ieri a Napoli per l’ennesima volta e con la consueta mission, fare il punto sulla situazione rifiuti, proprio mentre riprendono le proteste a Chiaiano e in Irpinia. Pochi chilometri più a nord, a Caserta, il ministro della Difesa Ignazio La Russa teneva a battesimo l’arrivo dei parà anticamorra e celebrava il blitz contro i Casalesi di lunedì. Eppure è a Roma che la situazione campana scatena più tensioni: si tratta di uno scontro sottotraccia, tutto interno al centrodestra e, in buona parte, a Forza Italia, che si trascina oramai da settimane, relativo al ruolo del sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino e del suo vice (come coordinatore campano di Forza Italia) Luigi Cesaro: il primo è stato recentemente coinvolto nelle inchieste sulla gestione camorrista del ciclo dei rifiuti originate dalle confessioni dell’imprenditore Gaetano Vassallo. Una situazione incompatibile, avrebbero fatto notare dal Viminale e dentro lo stesso Pdl, con la guerra totale alla camorra dichiarata dal ministro dell’Interno Roberto Maroni all’indomani della strage di Castelvolturno. Nella sua conferenza stampa napoletana di ieri Berlusconi ha però risposto così a una domanda sul suo sottosegretario: «Bisogna sempre attendere la fine dei processi».

Conviene andare con ordine: l’inizio di questa vicenda si può datare, per comodità, al momento della pubblicazione delle liste elettorali per le Politiche di aprile. Alla lettura dei nomi fu chiaro a tutti che il potere nel partito di Berlusconi

in Campania era passato definitivamente di mano: scalzati Antonio Martusciello e gli altri forzisti di lungo corso, la fortuna arrideva ai deputati “casertani” Cosentino e Cesaro. E non era stata una piccola vittoria: i due, evidentemente con l’avallo del vertice nazionale, hanno fatto tabula rasa della precedente dirigenza azzurra locale e sono entrati in rotta di collisione con un altro uomo forte del centrodestra nell’area, Italo Bocchino, proveniente da An e oggi vicecapogruppo del Pdl alla Camera. D’altronde la Campania non è una regione trascurabile: tanto per

Verdini aveva chiesto la sospensione dalle cariche nel partito dopo le indiscrezioni sui rapporti con i Casalesi fare un esempio fu lì che nel 2006 il centrodestra perse le elezioni ed è lì, con l’immondizia nelle strade di Napoli, che in buona parte le ha vinte due anni dopo. Il duo Cosentino-Cesaro, grazie ad una capillare influenza sulle amministrazioni locali, ha fatto la sua parte nel garanti-

re al Cavaliere quello che finora è il suo fiore all’occhiello: la ripulitura della regione.

Sarebbe una magnifica storia di trionfo del merito se finisse qua, ma non è così. Sugli azzurri della Campania, infatti, si concentrano preoccupate attenzioni, nel centrodestra, dopo che il collaboratore di giustizia Michele Orsi (ucciso a inizio giugno) ha descritto alla magistratura l’intreccio tra il clan dei Casalesi e la politica nella gestione dei rifiuti in provincia di Caserta. Il nome di Cosentino compare nelle dichiarazioni rese da Vassallo ai pm e contenute nei ver-

Se TeleMassimo ruba Obama a TeleWalter di Susanna Turco

ROMA. TeleMassimo ruba a TeleWalter persino Barack Obama. O almeno ci prova. Mica sul serio, eh. Solo così, per sfizio. Una botta e via. Nella guerra civile del Partito democratico, dove nulla è lasciato al caso, toccava vedere pure questa. Il battesimo di Red tv, la televisione legata a doppio filo a Massimo D’Alema e in procinto di nascere sulle ceneri di Nessuno tv, consisterà, guarda un po’, nel trasmettere il 4 novembre un evento clou del veltronismo militante: la maratona per l’elezione del presidente degli Stati Uniti. Chissà l’effettone, se dovesse vincere Obama. Appropriarsi del santino del leader del Pd? «Yes, we can» avrà sorriso D’Alema, pare di vederlo. La pastiglietta - velenosa solo per i palati fini è del resto soltanto l’ultimo dettaglio di una simpatica tenzone che i due leader del Pd hanno silenziosamente combattuto nel corso dell’estate, dando corpo al bizzarro progetto che prevede due emittenti per uno stesso partito. Da una parte Red tv, versione riveduta (in grande) e ancor più dalemizzata (i contenuti arriveranno direttamente da Italianieuropei) della già filodalemiana Nessuno tv (canale 890 di Sky)

che rinasce dalle sue ceneri con un palinsesto che si annuncia arricchito da grandi firme e nuovi programmi. Dall’altra parte Youdem, pensata da Paolo Gentiloni e Francesco Verducci per conto di Veltroni sul modello di Youtube ma anche di Current tv: un canale aperto ai contributi degli utenti incardinato soprattutto sul web (si parte il 14 ottobre, previsti anche una radio e un giornale online) ma con una finestra, per il momento solo 4 ore, di programmazione visibile anche su Sky. «Sarà un canale ottocento qualcosa», «una forma di concorrenza fuori luogo» «una cosa sbagliata, perché un partito non può fare l’editorre di una tv», ha scritto sul suo blog il direttore di Nessuno tv Claudio Caprara, quando è saltata la difficile trattativa per integrare programmi e palinsesti. Già, perché a fondere in qualche modo le due televisioni parallele, Massimo e Walter ci avevano anche provato, per qualche giorno. Invano, naturalmente. E così, tra qualche settimana, la guerra del Pd sbarcherà anche sull’etere, reduplicandosi in piccole questioncine come la contesa degli ospiti e il conteggio degil spettatori. Una pacchia, per gli appassionati del genere.

bali poi pubblicati tre settimane fa da L’espresso. Si temeva l’arrivo di una notizia su un’iscrizione al registro degli indagati, per Cosentino, da parte della magistratura campana. Per tagliare la testa al toro ed evitare una situazione imbarazzante nel momento in cui si cercava di cambiare faccia alla regione, il coordinatore nazionale di Forza Italia, il toscano Denis Verdini, ha stabilito che tutti i membri del governo dovessero dimettersi dagli incarichi di partito. Così è stato ad esempio per Guido Crosetto e Francesco Giro, coordinatori in Piemonte e Lazio, ma non per Nicola Cosentino. Il sottosegretario all’Economia, spalleggiato da Cesaro, si è duramente opposto: quest’ultimo, in un colloquio avvenuto all’inizio di agosto nella sala del governo di Montecitorio, si è lamentato della manovra di Verdini con lo stesso Berlusconi sostenendo che, con le dimissioni di Cosentino, il partito in regione sarebbe andato in fibrillazione proprio quando si trattava di risolvere definitivamente l’emergenza rifiuti. Il Cavaliere, si sa, odia le beghe interne: si è limitato ad ascoltare, ma non ha spalleggiato Verdini come più d’uno si aspettava e Cosentino e Cesaro sono rimasti al loro posto.

A settembre però la situazione è mutata di segno. Prima L’espresso ha pubblicato i verbali con le accuse ai due politici – «fuoco amico» lo ha eloquentemente definito, intervistato da Radio Radicale, il giornalista e deputato Pdl Giancarlo Lehner – poi la strage di Castelvolturno ha attirato l’attenzione del Paese sulla provincia di Caserta e la sua camorra violenta e vincente. È qui che entra in scena una sorta di variabile impazzita nell’eterno gioco del potere italiano: un ministro dell’Interno leghista. Il Carroccio non ha eletti in Campania, non ha sindaci o assessori, non ha voti da chiedere: Roberto Maroni può combattere la «guerra civile» senza rimanere impastoiato in una politica di compromessi. Colpi militari certo, come gli arresti di lunedì, ma anche battaglia di legalità: della necessità di spezzare il corto circuito politica-camorra Maroni ha parlato, con toni istituzionali, nell’aula del Senato, ma in sedi più riservate il titolare dell’Interno avrebbe espresso chiaramente l’imbarazzo che causa al governo avere tra le sue fila un sottosegretario messo in relazione con un clan nei verbali di un’inchiesta. È uno scontro sottotraccia, nessuno – men che meno Maroni – si esporrà pubblicamente, però sono in molti nell’area del governo a prevedere (o forse a sperare) che Nicola Cosentino a breve non sia più un membro dell’esecutivo.


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focus

Rabin, Peres, Netanyahu, Barak, Sharon, Olmert. Negli ultimi 15 anni il destino dei primi ministri d’Israele è sempre stato tragico. Perché?

La maledizione del premier conversazione tra Fiamma Niernstein e Renzo Foa a cura di Luisa Arezzo segue dalla prima In questa conversazione serrata, Renzo Foa ha voluto girare a Fiamma Niernstein, che oggi è vicepresidente Pdl della Commissione Esteri della Camera, alcune domande a cui non aveva saputo rispondere in maniera compiuta. E che riguardano, nel sessantesimo anniversario della nascita di Israele, il suo destino e la sua lotta per difendere i valori di un Occidente che stenta a riconoscere le sue priorità. Perché la pace delle volte va misurata su tempi più lunghi e con un impegno che passa per strade diverse. «E gli ebrei non si faranno ammazzare un’altra volta». Renzo Foa. Dopo che Ehud Olmert si è dimesso, viene da chiedersi se non ci sia una maledizione che ormai da un quindicennio colpisce chi in Israele ricopre la carica di primo ministro: Itzaak Rabin, che da ministro della Difesa aveva invitato a «spezzare le braccia» ai palestinesi della prima intifada e che fu il protagonista degli accordi di Oslo, venne ucciso da un estremista di destra. Il suo successore, Shimon Peres, non resse alla prima prova elettorale e fu sconfitto per una manciata di voti da Benjamin Netanyahu che rassicurò l’opinione pubblica sull’argomento della sicurezza. Ma lo stesso Netanyahu fu travolto abbastanza rapidamente e le elezioni anticipate portarono al vertice il laburista Ehud Barak, che si ritirò dal Libano meridionale ma che venne travolto da Ariel Sharon. Nessuno può dire quale sarebbe stata la storia politica di Sharon se non fosse stato tolto dalla scena politica da un ictus devastante. Sappiamo però che il suo successore, appunto Olmert, su cui erano state caricate tante attese, è riuscito a non vincere la guerra in Libano nell’estate del 2006 ed è stato allontanato dalla politica da una vicenda di piccola corruzione. Ce n’è a sufficienza per chiedersi cosa non funzioni, in Israele, nel rapporto tra l’opinione pubblica e i vertici politici. È una domanda a cui non riesco a dare una risposta convincente. Forse ce ne sono molte possibili, a cominciare da una sindrome che colpisce sempre di più i successori di Ben Gurion: quella di passare alla storia

come «l’uomo della pace». Ma viene anche in mente la possibilità di vedere una debolezza delle forze politiche israeliane, di tutte le forze politiche, di fronte a processi diplomatici e a tensioni internazionali complicate, come non era mai successo in passato quando il fondamentalismo non era un soggetto dominante. Così come viene in mente di trovare una parte di responsabilità in una pubblica opinione che vive con incertezza il proprio futuro, anche se ha superato con una sorprendente forza gli anni difficili del terrorismo kamikaze... Fiamma Niernstein. La debolezza è la chiave di lettura: ma non nel senso che tu proponi. Nell’antica storia ebraica, da quando nel 70 d.C. venne distrutto il grande tempio e gli ebrei allontanati da Gerusalemme e cacciati ai quattro

sulla difficoltà a capire che quello che ha di fronte non è nemico accidentale ma, quello sì, ontologico. Certo, è stato un disastro l’assassinio di Rabin da parte dell’estrema destra, così come il recente attentato a Sternhell, tuttavia questi sono episodi di violenza estrema fisiologici all’interno di una società democratica. Ma se guardiamo ad altri esempi, come Sharon, Barak e Olmert, riusciamo a fare chiarezza. Sharon decide che per fare la pace deve concedere una porzione di territorio e indica Gaza. Scelta peggiore non la poteva fare: lascia un immenso territorio nelle mani di Hamas - oltretutto collegato dal mare - e la Siria, che ci può portare armi iraniane, lo trasforma in un’enclave di Teheran piena zeppa di missili. E questo perché Gaza non desidera affatto creare uno Stato palestinese, ma solo uccidere gli ebrei. E’ il suo scopo vitale. Sharon non lo aveva minimamente compreso, perché nonostante fosse l’uomo che predicava – sempre - il pericolo, avvertiva un sovrastante desiderio di pace. Stessa dinamica nel Duemila, con il ritiro dal Libano voluto da Barak Grazie a quella scelta Hezbollah diventa una costola sia della Siria che dell’Iran, trasformandosi in un’organizzazione potentissima che oggi può contare su 40mila missili che noi dell’Unifil gli abbiamo lasciato portare in casa. Anche in questo caso abbiamo ceduto un pezzo di territorio (come Occidente, intendo) non per creare uno Stato più libero e forte, ma per distruggere Israele. E poi arriva Olmert e cosa fa? perde la guerra con Hezbollah perché non osa sparare, perché quelli colpiscono - in questa nuova guerra asimmetrica da sotto le moschee, da dentro le scuole, dalle case di paesini nella fascia meridionale del Libano, mentre Olmert distrugge qualche abitazione e un aeroporto secondario restando disperatamente ad aspettare che l’Onu dichiari il cessate il fuoco per battere la ritirata e non fare più la guerra. Non solo: avvia anche delle trattative con una Siria che non ha nessuna intenzione di trattare. Bashar alAssad fino a oggi non ha conces-

Niernstein: il nuovo primo ministro sarà Benjamin Netanyahu, perché Tzipi Livni è figlia di un partito fallito: il Kadima

angoli del mondo, essi hanno vissuto in uno stato di debolezza continua cessato non nel ’48, ma nel ’67, quando Israele è passato da 10 a 30 chilometri di larghezza. Un momento di svolta per il Paese. Ciononostante, la debolezza, elemento portante nella vita degli ebrei, è stata sempre esaltata come un valore, perché altro non si poteva fare, era ciò che avevamo. E questa debolezza/valore è diventata parte di quel“sentire” che la sinistra sfrutta regolarmente per definire gli ebrei ontologicamente di sinistra. Ma non è vero: se la sinistra vuole dichiararsi ontologicamente ebraica, faccia pure, ma a noi ci stanno molto strette le loro etichette. La verità è che questa debolezza, in termini contemporanei traducibile in un’assoluta necessità di fare la pace, è l’elemento di instabilità e incertezza di una leadership che, quale che sia, scivola sempre

13 settembre 1999. A Washington, sotto gli auspici del presidente Bill Clinton, ha luogo la storica stretta di mano tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin Allora la pace sembrava fatta so nulla, ma solo chiesto che gli venga dato il Golan, una richiesta impossibile visto che con ogni probabilità lo trasformerebbe in una terrazza da consegnare ai suoi vicini e amici di Hezbollah per usare le loro armi distruttrici contro Israele. Loro, e noi europei con loro, abbiamo sempre ritenuto che la pace basta desiderarla, cercarla, e invece con tutte queste concessioni abbiamo creato una situazione in cui le guerre non solo sono all’ordine del giorno, ma non cessano più. I Primi ministri (e la storia di Israele) sono preda di questa grande aspirazione democratica e morale: la pace. Ma la pace delle volte va misurata su tempi più lunghi e con un impegno che passa per strade diverse. Foa. Chi sarà il nuovo Primo ministro israeliano? Che governo guiderà? Niernstein. Benjamin Netanyahu, perché Tzipi Livni è figlia di un partito, il Kadima, fallito. Per disgrazia, certo, visto che Sharon giace in un letto e non è più in

Foa: Ecco l’altra questione del momento. Come impedire a Teheran di minacciare realmente la distruzione di Israele

giocherà un ruolo definitivo per Israele. Formerà probabilmente un nuovo governo, ma le elezioni sono troppo vicine e richiedono un leader che abbia alle spalle un partito robusto quanto le sue idee: sotto questo profilo il Likud è più forte di Kadima. Dei laburisti è difficile parlarne, se non come un’opposizione che sarà forte quando Barak potrà essere contrapposto a Netanyahu, cioè un leader forte di sinistra contro un leader forte di destra. Quel giorno ci confronteremo con un bipartitismo perfetto e potremo scegliere fra due uomini forti con un passato importante da primo ministro.Tzipi Livni dovrà aspettare il turno successivo. Foa. Ha l’aria di un ritorno al passato… Niernstein. No, purtroppo il futuro è molto incombente su Israele. L’Iran ha creato una situazione tragicamente prevedibile perché prepara un’atomica che cambierà tutte le dinamiche della politica internazionale. Gli Stati Uniti sembrano saperlo, l’Europa ancora non se ne è resa conto. Nessuno li fermerà, almeno che non decida di farlo Israele. Foa. Come impedire a Teheran di diventare una potenza nucleare e di minacciare realmente la distruzione di Israele è l’altra grande questione del momento. È una partita a fasi alterne, in cui l’Occidente a volte sembra incerto e a volte deciso e in cui spesso sembra invece interamente nelle possibilità

grado di guidarlo. Ma ciò non toglie che la Livni, per quanto donna, affascinante, intelligente e brava, sia un’epigona che non


focus

israeliane di colpire militarmente gli impianti nucleari iraniani. La domanda a cui non riesco a dare risposta è questa: Israele è oggi in grado di rinunciare a rapporti di forza militari che, in Medio Oriente, continuano ad essere a proprio vantaggio? Che prezzo pagherebbe ad un intervento unilaterale contro il programma nucleare di Ahmadinejad? C’è un primo paradosso: molte piccole e medie potenze della regione trarrebbero certamente un sospiro di sollievo, ma ci sarebbe lo stesso un’ondata anti-israeliana senza precedenti. Un secondo paradosso consiste in una reazione prevedibile dell’Occidente, che tornerebbe a spaccarsi tra le due sponde dell’Atlantico, con un’Europa più prudente nonostante la svolta impressa da Sarakozy e dalla Merkel... Niernstein. Non ho ancora sentito un leader israeliano, di qualsiasi parte politica, immaginare la possibilità che l’Iran si doti del nucleare. Non potrebbe essere altrimenti: il popolo ebraico non vuole un altro olocausto. Questo lo promette Ahmadinejad, consapevole che Israele è una scheggia di valori occidentali nell’ambito di un mondo – il suo - che è contro le donne, che perseguita le minoranze, che impicca gli omosessuali, che non ha un sistema giudiziario indipendente e che non conosce la democrazia. Israele è tutto ciò che non è l’Iran. e il popolo ebraico non lascerà che le porte dell’oscurità si spalanchino. A questo punto, la domanda è: se le armi delle sanzioni, indebolite ancor più dall’attuale crisi con la Russia (che peraltro ha impedito un giro di vite nell’ultimo incontro dei 5+1), non dovessero basta-

re, se gli americani continuassero ad essere in difficoltà nel sostenere il pathos di un legame inscindibile fra democrazia e lotta al terrorismo, che succederebbe? Israele interverrebbe. E il suo intervento sarebbe letale e definitivo, per Israele e per il mondo. Perché il suo stato d’animo e la sua forza morale non sarebbero diversi da quelli che nel 1948 portarono un pugno di uomini malamente armati a respingere 5 eserciti arabi. Una gran quantità di studi, inoltre, ritengono questa opzione “possibile”. Intanto perché avverrebbe prima che Teheran diventi nuclearmente attiva, e questo impedirebbe un conflitto di portata atomica. Secondo perché le stazioni americane antimissile sono in grado di intercettare i lanci di lungo raggio e impedirebbero una devastante pioggia su Israele. Il vero scoglio sono i missili a cortissimo raggio sparati da Hamas ed Hezbollah, e su questo la Difesa deve ancora lavorare. Si tratterebbe di una guerra non convenzionale, ma non di una guerra nucleare. Il punto è: il mondo è pronto a difendere Israele? Secondo me non tanto. Solo gli Stati Uniti lo fanno, noi europei non solo non lo difendiamo, ma desideriamo vederlo il più piccolo possibile. D’altronde l’idea di concedere porzioni di territorio per ottenere la pace è l’unica proposta che l’Europa abbia saputo mettere in campo. A mio giudizio, l’Europa ha sempre lavorato contro, non per Israele. Foa. Un’altra domanda a cui non riesco a dare una risposta compiuta e che ti giro. È possibile trattare con Hamas e con Hezbollah, che sono ora i due nemici più «vi-

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cini»? In fondo i negoziati che nella sua storia Israele ha condotto con altri vicini non sembravano in partenza meno ardui e difficili. L’Egitto non riconosceva certo il diritto all’esistenza di Israele, prima della normalizzazione dei rapporti, ormai trent’anni or sono. E, in fondo, quando c’è stato il negoziato con un nemico ambiguo come Arafat, le condizioni di partenza non erano molto diverse da quelle che ci sono adesso nel rapporto con le due organizzazioni politico-terroristiche. È vero che il leader dell’Olp era più nazionalista che fondamentalista e che un linguaggio comune, proprio per questa circostanza, era possibile. Ma, aldilà di questo, non vedo una grande differenza tra l’Olp prima di Oslo e Hamas ed Hezbollah oggi. Se c’è una differenza questa sta nel contesto internazionale e nell’alleanza tra terrorismi, fondamentalismi e Stati canaglia. Ma davvero il regime siriano di Assad può dare maggiori garanzie di quante non ne diano gli estremisti libanesi o palestinesi? Davvero Israele non si sente in grado di esercitare una deterrenza nei confronti dei suoi nemici più vicini, che hanno delle retrovie geograficamente individuabili e degli sponsor punibili, tanto a Teheran come a Damasco. Niernstein. Studiando la storia di Hezbollah e Hamas si capisce una cosa: non c’è deterrenza che tenga nei confronti di un’organizzazione islamista, perché il suo scopo è quello di imporre la umma islamica sulla terra che ai loro occhi appartiene all’Islam. Entrambi, poi, non solo convergono sulla cacciata degli infedeli dalla Terra Santa, ma derivano il loro odio nei confronti di Israele da quello – primario – contro l’Occidente. Solo due cose il governo ebraico potrebbe fare per “tenerli buoni”: morire, autodistruggersi oppure trasformare il popolo d’Israele in una minoranza religiosa a loro assoggettata. Prendi Hezbollah: ha avuto tutto.Barak gli ha lasciato perfino credere di aver vinto. L’Onu è andato a misurare centimetro per centimetro la terra, lasciando in sospeso solo una minuscola striscia, le cosiddette Fattorie di Sheeba, perché la loro destinazione avrebbe dovuto essere trattata anche con Libano e Siria. Io ci sono andata, parliamo di meno di un fazzoletto di terra. Ma Hezbollah le ha trasformate in motivo di resistenza armata, di attentati e rapimenti. Grazie a quel minuscolo appezzamento continua a giurare morte ad Israele. Dovremmo essere tutti profondamente indignati di questo, non ragionarci sopra. E prendo spunto per ribadire, in questo nostro colloquio, quanto sciagurata sia stata la passeggiata di D’Alema, agli Esteri sotto Prodi, a braccetto con Hezbollah. Un gesto caratterizzante la sua visione della po-

litica estera, quella che vede nel toccarsi, nel parlarsi, la possibilità di andare da qualche parte. Non è così. Prendiamo l’Iran: sono 6 anni che parliamo con loro e dopo tutto questo tempo (andato a loro vantaggio), siamo ancora qui a chiederci se la soluzione non siano colloqui diretti fra Teheran e Washington. Ahmadinejad non si fermerà. Per farlo recedere dai suoi propositi bisogna applicare sanzioni economiche e commerciali bilaterali, che costringano le nostre banche e le nostre industrie a non fare affari con il suo regime. Non dimentico che al vertice Fao di Roma nessun membro del governo ricevette Ahmadinejad, ma non scordo nemmeno la festa privata al suo albergo che vide tutto il gotha dell’imprenditoria e della finanza italiana prono a baciargli il lembo delle vesti per far perdonare Berlusconi e Frattini. La Germania, che lo scorso anno aveva ridotto il suo volume d’affari, è già ritornata ai livelli precedenti. C’è una grandissima difficoltà a far recedere il mondo degli affari dal business che l’Iran rappresenta. Ma è lì che dobbiamo colpire, è questa la nostra arma prima delle armi vere. Foa. Io e te siamo quasi coetanei e nella nostra vita abbiamo solo potuto immaginare Israele in pace con i suoi vicini. Abbiamo assistito – e abbiamo scritto – a tante guerre, a tanti negoziati, a tanti accordi. Abbiamo sperato spesso di trovarci davanti alla volta buona. Eppure questa pace diventa impossibile ogni volta che sembra a portata di mano. Con questo non voglio dire che tutto sia immutabile. Israele è un paese in costante mutamento e lo è anche il mondo arabo. Con tante sorprese e con tante fasi alterne. Se devo pensare agli ultimi anni, mi viene in mente il periodo della seconda intifada, quando –

molti erano di questa opinione – ci fu davvero il rischio di un crollo, quando non solo uno Stato, ma anche una società avvertì il pericolo di una difficoltà di resistere alla minaccia distruttiva, al terrorismo dei kamikaze. Con il passar del tempo, mi convinco sempre di più che questa condizione – che potremmo definire di «pace guerreggiata» - sia una condizione destinata a durare a lungo nel tempo. A meno che non intervengano modifiche strutturali come, ad esempio, la fine del «potere del petrolio» o una sconfitta sonante del fondamentalismo, non solo da parte degli occidentali, ma anche nel mondo arabo e musulmano. O a meno che non si impongano leadership politiche capaci di far rispettare accordi di pace realistici e praticabili. Ma questo mi sembra un sogno.

In alto, Itzaak Rabin, assassinato da un estremista di destra. Subito dopo, Simon Peres, che non resse alla prima prova elettorale, sconfitto da Benjamin Netanyahu (il terzo della serie). Le ultime due foto riguardano Ariel Sharon (ora in coma) ed Ehud Olmert, costretto a dimettersi per via di alcuni scandali giudiziari

Niernstein. Tocqueville dice che i sistemi democratici sono lenti a muovere guerra, ma che nel momento che decidono di farlo sono i più bravi di tutti perché portatori di una determinazione morale in grado di pareggiare quella degli assassini che hanno di fronte, come in questo caso. Non dimentichiamo che il cuore del messaggio islamista è morale: costringere all’islam tutto il resto del mondo per portargli la salvezza. Per sua natura, esprimendo un contraddittorio, la democrazia avversa il fanatismo. Ma se arriva un momento in cui si sente realmente minacciata, si risveglia. Ecco, sono certa che tale risveglio nelle nostre democrazie sia possibile, così come sono certa della preparazione militare delle Forze armate italiane. E poi c’è la Nato, il nostro bastione di difesa di fronte all’Iran e ogni estremismo. Quanto a Israele, ha un esercito meraviglioso, ottime armi e grazie al cielo anche un arsenale atomico che impedisce ai nemici facili scherzetti. Perché una cosa la gente deve avere chiara: gli ebrei non si faranno ammazzare un’altra volta. Punto. E accapo.


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L’isola chiede un maggior riconoscimento della sua produttività, che frutta allo Stato il 10% del Pil

Corfù all’attacco di “Atene ladrona” di Maurizio Stefanini

d i a r i o tene ladrona! Poiché certe mode sono contagiose, adesso anche la Grecia si ritrova con la sua rivolta padana in casa: anche se in realtà i “padani ellenici” che chiedono devolution e, soprattutto, federalismo fiscale, stanno nel cuore del Mediterraneo, a Corfù. Ideologo del movimento è Harry Tsoukalas: uno dei tanti greci emigrati in Australia, che però ha fatto fortuna, permettendosi così nel 2000 di tornare nell’isola natia, dopo 17 anni di assenza. Qui però si è preso una feroce arrabbiatura, per lo stato di abbandono in cui ha trovato la sua terra. Poiché è persona di capacità e tenacia, non si è accontentato di smuovere addirittura l’Unesco. Si è messo in prima persona a investire un sacco di soldi, come imprenditore turistico. Il successo è venuto, ma invece del sollievo ne è seguita una nuova arrabbiatura, nel vedere quante tasse doveva pagare e quanto poco ne veniva reinvestito nell’isola. «Almeno il 25% delle entrate pubbliche in Grecia dipendono dal turismo di Corfù!», tuona. La stessa gente che gli sta attorno dice che nell’ira esagera, e che la cifra è forse più vicina al 10%. Si tratta comunque di tanto. Sui 131.990 Km quadrati di superficie e 10.964.020 abitanti della Grecia, Corfù non rappresenta che 592,877 Km quadrati e 107.879 abitanti. Salgono a 641,057 Km quadrati e 113.658 abitanti se si considerano anche quelle altre isolette vicine con le quali costituisce la Prefettura di Corfù. Si arriva a 2307 Km quadrati e 220.097 abitanti se si contano assieme anche le altre tre prefetture di Cefalonia e Itaca, Santa Maura e Zacinto, nella “periferia” (che vuol dire regione) delle isole Ionie. La contribuzione finanziaria alle casse statali sarebbe cinque volte rispetto al peso demografico e di 20 volte rispetto a quello territoriale.

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I nomi stessi delle isole ci propongono suggestioni storiche che vanno da Ulisse alle tragedie della Seconda Guerra Mondiale, e dalla Repubblica di Venezia a Ugo Foscolo. A lungo contesa nel Medio Evo tra bizantini, normanni, angioini e genovesi, alla fine prevalsero i veneziani che tennero Corfù dal 1204, Zacinto dal 1482, Cefalonia e Itaca dal 1483 e Santa Maura nel 1502. La stessa classe dirigente indigena era arrivata a parlare italiano e veneziano e a convertirsi al cattolicesimo. Insomma, alla fine un po’ di padanità c’entra comunque. Ma nel 1797 la Repubblica di San Marco fu abbattuta da Napoleone, che tra-

d e l

g i o r n o

Baviera, lascia anche Beckstein Dopo quelle del leader della Csu, Erwin Huber, ieri sono arrivate le dimissioni di Günther Beckstein, primo ministro del Land cattolico della Germania. Come per Huber, anche per Beckstein le pressioni di Berlino sommate quelle interne al partito bavarese si sono «rivelate insostenibili». «Dopo questa dolorosa sconfitta» ha ammesso il capo del governo di Monaco «il primo ministro non ha più la forza per far fronte ai difficili compiti che attendono il nuovo esecutivo». Il futuro leader del partito, Horst Seehofer, si è detto pronto ad assumere anche pronto ad assumersi l’impegno di «formare una vasta maggioranza di sostegno al prossimo esecutivo». Ma non tutti nella Csu sembrano contenti di vedere la nascita di un nuovo leader dotato di tali poteri. Georg Winter, deputato del Land, ha dichiarato che il partito non deve fare scelte affrettate. «Non ci sarà vuoto di potere. Abbiamo quadri capaci e competenti».

Tpi, rinviato processo a militare jugoslavo Il processo lungamente atteso contro Momcilo Perisic, capo di stato maggiore dell’esercito jugoslavo durante la guerra nei Balcani, è stato rinviato a causa del mancato reperimento dei giudici. Come comunicato da ambienti vicini all’organo di giustizia Onu, ieri, giorno previsto per l’inizio del procedimento, mancavano due giudici su tre. Per la ripresa del procedimento, bisognerà ora attendere una nuova nomina dei magistrati. Il pubblico ministero accusa l’ex alto ufficiale di Belgrado, oggi sessantaquattrenne, di omicidi e crimini contro l’umanità commessi soldati e milizie paramilitari che si trovavano ai suoi ordini. sformò l’arcipelago nei tre dipartimenti di Mar Egeo, Itaca e Corfù.

Già nel 1798 un ammiraglio russo cacciò i francesi e costituì una “Repubblica Settinsulare” sotto il nominale protettorato russo-turco, ma nei fatti indipendente. Nuova annessione all’Impero Francese nel 1807, e successiva conquista inglese che andò avanti isola per isola tra 1809 e 1814. Fu proprio Corfù l’ultima a cadere. Vi fu ancora il

Il “nuovo Bossi” è Harry Tsoukalas, che chiede al governo la devolution e critica il Paese «a due marce». Proprio come l’originale Congresso di Vienna, che proclamò gli Stati Uniti delle Isole sotto un Alto Commissario inglese, che insegnò ai locali il tè delle cinque e il cricket. Infine, nel 1864, il passaggio alla nuova Grecia indipendente. Ci fu però un’ulteriore parentesi nel 1923, dopo che elementi filogreci trucidarono in Albania la missione del generale italiano Tellini mentre lavorava alla delimitazione dei confini. Mussolini per rappresaglia mandò addirittura una squadra navale a occupare l’isola dal 29 agosto al 27 settembre,

prima si essere obbligato a sgomberare dalla Società delle Nazioni. Di nuovo Corfù fu sotto occupazione italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Pare che sia stata proprio la visione di affreschi veneziani del XVII secolo che si disintegravano senza che nessuno intervenisse a decidere Tsoukalas di iniziare la sua battaglia autonomista. Ma non c’è solo l’arte. Gli isolani lamentano anche la mancanza di un ospedale moderno e di un adeguato sistema di rifornimento idrico.

Più in generale, la mancanza di investimenti impedisce all’industria turistica locale di sostenere la crescente concorrenza turca e croata, tant’è che nell’ultimo anno il flusso dei turisti si è ridotto del 40%. «Vogliamo rimanere parte della Grecia, ma vogliamo che i soldi dell’isola restino nell’isola», dice Tsoulakas. «Siamo come una gallina dalle uova d’oro lasciata a fare la fame». Alle loro richieste di richiamare in vita i termini del trattato di annessione ottocentesco e di indire un referendum per il momento sia Nuova Democrazia che i socialisti fanno orecchio da mercante: “ridicolo”, è il commento unanime. Non manca il timore che un eventuale precedente possa ridestare gli appetiti di altre “periferie” come Creta o la Tracia: quest’ultima con la sua forte minoranza islamica.

Austria, torna la grosse Koalition Con il cambio al vertice dei popolari austriaci crescono le probabilità che il nuovo esecutivo di Vienna sia identico a quello uscito sconfitto domenica scorsa. Almeno questo è quanto intende il leader socialdemocratico. Werner Fayman, che in quanto leader del primo partito austriaco intende svolgere consultazioni solo con i democristiani. Faymann ha escluso una possibile alleanza con le due forze di destra, liberali e alleanza per il futuro, vincitrici delle elezioni politiche anticipate austriache. Faymann ha dichiarato di non voler prendere in considerazione la coalizione Giamaica, rosso, nero, verde. La possibilità di un governo di minoranza socialista sostenuto dai liberali, sponsorizzata dal commissario Ue Franz Fischler, è stata liquidata come «politica creativa».

Francia, vertice finanziario contro la crisi Nicolas Sarkozy, vuole portare al tavolo delle trattative Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna che, insieme al capo della Bce, Claude Trichet e al presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, dovrebbero far parte di un vertice sulla crisi finanziaria da tenersi a Parigi. Secondo il portavoce del governo francese, Luc Chatel, la crisi attuale è indice dei limiti del sistema. Perciò i Paesi europei dovrebbero discutere insieme un progetto di riforma della finanza.


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ul teleschermo appare il volto di una donna senegalese rigato dalle lacrime. «Mio figlio è partito da otto mesi e io non ne so più nulla». Poi l’immagine cambia. Il corpo senza vita di un ragazzo negro è disteso su una scogliera. E la voce di Youssuf N’dour, uno dei cantanti più famosi del Senegal, risuona come un terribile avvertimento: «La fine della storia la sapete già. Migliaia di famiglie distrutte. Non rischiate la vita per niente. Voi giovani siete il futuro dell’Africa». Da qualche giorno questo spot va in onda sulla televisione senegalese. La campagna è costata un milione e mezzo di euro ed è pagata dal governo spagnolo.

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L’obiettivo è evidente: evitare la mattanza che, come nel nostro mare a sud della Sicilia, si ripete sempre più spesso al largo della Spagna. Ma non solo: evitare che altri immigrati entrino nel Paese dove gli stranieri sono più di quattro milioni e dove il lavoro comincia a mancare. Prima di tutto nel settore dell’edilizia: quello che, tra il 2000 e il 2005, era letteralmente esploso attirando centinaia di migliaia di extracomunitari e che adesso è in preda a una crisi profonda. La fine della “bolla edilizia” in Spagna sta innescando una bomba a orologeria sociale di dimensioni allarmanti, tanto che lo stesso premier socialista, José Luis Zapatero, è stato costretto a una virata di 180 gradi passando dalla politica delle regolarizzazioni di massa degli immigrati clandestini – un milione

Spagna. Il governo cerca di fermare il flusso dall’Africa

Crolla il sogno Zapatero stop agli immigrati di Enrico Singer la popolazione di origine straniera è quintuplicata raggiungendo la cifra di 4,5 milioni di persone, la massa degli extracomunitari senza più un lavoro è diventata critica. Ecco, allora, le campagne televisive nei Paesi

soltanto tra il 2000 e il 2005 – alla chiusura delle frontiere, ai rimpatri incentivati e al blocco dei permessi per i temporeros: gli stagionali che, fino all’anno scorso, arrivavano a migliaia per la raccolta della frutta e delle verdure che ora è affidata all’esercito sempre più numeroso degli immigrati che hanno un regolare permesso di soggiorno, ma che sono disoccupati. La cifre parlano chiaro. Il tasso di disoccupazione tra gli stranieri ha superato il 13 per cento, mentre quello tra gli spagnoli è del 7,7 per cento. Se si calcola che negli ultimi sei anni

co di Hospitalet de Llobregat (vicino Barcellona), il comune con la più alta densità di stranieri di tutta la Spagna. Il piano prevede il pagamento dell’indennità di disoccupazione agli stranieri nel loro Paese d’origine, dove ha un valore molto maggiore, e in più il versamento in una sola rata del 40 per cento del totale sotto forma di buona uscita. In cambio, chi ac-

Nel Paese, il tasso di disoccupazione tra gli stranieri ha superato il 13%. Quello tra gli spagnoli è del 7,7% d’origine degli immigrati e le altre contromisure. Come il piano per il rimpatrio volontario di centomila “regolari” disoccupati che è partito da settembre. Il progetto è stato preparato dal vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega – eminenza grigia del governo Zapatero - e dal ministro del Lavoro e dell’Immigrazione, Celestino Corbacho, già sinda-

cetta, pur avendo un regolare permesso di soggiorno in tasca, s’impegna a non tornare in Spagna prima di cinque anni. Un modo anche questo per diluire la miscela esplosiva tra immigrazione e disoccupazione. La paura del governo Zapatero è che vada definitivamente in pezzi il “modello spagnolo” che fin qui aveva retto grazie all’impetuosa crescita econo-

mica del Paese. Sia pure con eccezioni anche vistose – buona parte del mercato della droga è in mano a immigrati sudamericani – l’integrazione degli stranieri ha funzionato sulla base della semplice equazione tra lavoro, stipendio e inserimento sociale.

Ma se l’elemento primario dell’equazione viene a mancare, il rischio di marginalizzazione e di comportamenti devianti si fa concreto. E nel caso di chi lavora nell’edilizia, la disoccupazione è ormai molto forte. Il settore delle costruzioni in Spagna ha toccato il suo record positivo nel 2005: 781.587 le case costruite in quell’anno con un fatturato di 165.160 milioni di euro, 2.178.000 occupati e un contributo del 17 per cento alla forSopra: la protesta di un gruppo di immigrati spagnoli. A lato: José Luis Zapatero

mazione dell’intero Pil nazionale. A distanza di tre anni, la crisi è impressionante. I cantieri sono quasi fermi, non si vendono le case e gli addetti – praticamente tutti immigrati – sono più che dimezzati.

L’edilizia è stato il settore trainante dell’immigrazione dal Nordafrica e anche dal Sudamerica (favorito dalla comune lingua spagnola) e adesso è la punta del problema. Tanto che Zapatero ha proposto a Mariano Rajoy, leader dell’opposizione popolare, un incontro per trovare una strategia condivisa. Un segnale che dimostra quanto sia preoccupato il premier socialista che teme di subire da solo il contraccolpo politico della crisi-immigrazione. Quanto è successo l’altra domenica in Austria insegna. Certo, la realtà della Spagna e quella austriaca sono diverse. Tuttavia il successo dei partiti della destra di Jörg Haider e di Heinz-Christian Strache è stato determinato in buona parte dalla paura dell’immigrazione fuori controllo e Zapatero vuole mettere le mani avanti perché anche tra gli spagnoli monta l’insofferenza per una situazione sempre più difficile. E il momento più duro deve ancora arrivare: è atteso per la metà del 2009 quando gli immigrati che hanno perso il lavoro non riceveranno più l’assegno di disoccupazione e torneranno a premere su un mercato che non avrà la possibilità di riaccoglierli.


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Perché nell’attuale crisi è richiamato in causa a sproposito di Jacques Garello segue dalla prima Se si pensa a quanto il New Deal del 1929 sia costato agli Stati Uniti, si possono nutrire delle inquietudini su ciò che avverrà in futuro. Lungi dal riassorbire la disoccupazione, il New Deal l’ha prolungata fino al 1942. Nel 1938 vi erano ancora 10 milioni di senza lavoro (17% della popolazione attiva). Erano 12 milioni nei momenti più bui della depressione e interi settori dell’economia americana sono affondati. La ripresa della crescita sarebbe intervenuta solo dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Infine il New Deal spingerà il Paese nel dirigismo, la regolamentazione e lo Stato provvidenza. Insomma il trionfo del keynesianesimo significherà quarant’anni di turbolenze dell’economia mondiale.

E allora la domanda è d’obbligo: stiamo assistendo alla resurrezione di Keynes? Nel 1978 Milton Friedman aveva osato parlare della «morte di Keynes». Fisicamente, l’economista era morto nel 1946, ma negli anni Ottanta ancora pochi economisti continuavano a richiamarsi al pensiero keynesiano: al massimo qualche neo-keynesiano cercava di salvare qualche spezzone della Teoria Generale. La sconfitta di Keynes è misurabile a diversi livelli. a) Il più evidente di questi è stato la famosa «curva di Phillips». Keynes e i suoi discepoli non avevano mai smesso di raccomandare politiche di rilancio economico basate sulla spesa pubblica e finanziate attraverso deficit di bilancio. Nella loro analisi, il cammino verso il pieno impiego poteva avvenire solo costeggiando i mali dell’inflazione e la disoccupazione e scegliendo tra il minore dei

due: muoia la moneta ma si salvi l’impiego. La curva di Phillips, inizialmente semplice constatazione statistica, rivelerà al mondo stupefatto che all’aumento progressivo dei tassi d’inflazione non corrisponde la diminuzione della disoccupazione ma al contrario il suo aumento. Si assisterà allora alla stagflazione. Una congiuntura inattesa e impensabile nella logica keynesiana: unione dell’inflazione (ma questo era un fatto previsto dalla teoria) con la stagnazione (la dove invece si attendeva la crescita).

b) Il secondo segno è stata la reazione delle economie occidentali al primo choc petrolifero. A partire del 1974 ci si è accorti che i Paesi che se la cavavano meglio dai due mali suddetti, erano quelli in cui l’intervento dello Stato era minimo, dove l’apparato produttivo, rimasto molto flessibile, era dunque in grado di meglio adattarsi alla nuova congiuntura. Friedrich Hayek spiegava che la politica inflazionistica aveva disturbato tutta la catena dei prezzi relativi, che la moneta facile (easy money) andava a finire in investimenti inutili, e che imprese e interi settori economici erano in grado di sopravvivere in maniera durevole grazie a sovvenzioni e regolamentazioni messe in atto dallo Stato. Alla fine, ci si è dovuti arrendere alla realtà: per spiegare la salute dell’economia, non basta misurare il volume della domanda, pubblica o privata, ma bisogna avere anche presente la qualità dell’offerta, la gestione delle imprese e i carichi fiscali che esse sono costrette a sopportare. «L’economia dell’offerta», che ci riporta a Jean Baptiste Say, metteva in secondo piano l’economia della domanda. L’attenzione portata agli adattamenti micro-economici e alle imprese allontanava dal gioco ma-

Lasciate riposare

Alla fine ci si è dovuti arrendere alla realtà: per spiegare la salute dell’economia, non basta misurare il volume della domanda, pubblica o privata, ma bisogna avere anche presente la qualità dell’offerta, la gestione delle imprese e i carichi fiscali che esse sono costrette a sopportare

cro-economico dei dirigenti e degli esperti.

c) Infine, ma non di minore importanza, si annunciava il fallimento degli Stati comunisti e della pianifica-

zione, non soltanto in Europa ma anche nel Terzo Mondo, in modo che a partire dagli anni Ottanta il mercato e il capitalismo saranno visti sotto una luce più favorevole. Erano ormai diventati sinoni-


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golamentati, penalizzavano i propri imprenditori e consumatori, al punto che le delocalizzazioni si moltiplicavano. Gli Stati erano costretti a rimettersi in causa. Sono riusciti a schivare questi attacchi ed ora stanno preparando un ritorno in forze. Per quali ragioni?

La ragione essenziale dipende dalla clientela dello Stato. Se si esclude la Russia, il rinnovamento dello statalismo non si è riscontrato nei paesi liberati dall’oppressione politica. I paesi dell’Europa Centrale, cosi come molti paesi asiatici, sono diventati degli adepti del mercato e rifiutano gli interventi dei loro governi sui mercati del lavo-

o per facilità, rifiutano la concorrenza. L’apertura dei paesi emergenti ha rivelato le debolezze dei paesi ricchi, l’inattitudine o la lentezza di gran parte della popolazione ad adattarsi alle nuove condizioni, alla redistribuzione mondiale dei compiti. Il discorso della sovranità e del protezionismo si diffonde. Si vuole bene all’Europa per proteggersi dagli Americani, la si rifiuta quando essa permette a dei paesi più dinamici d’attirare uomini e capitali. Lo straniero è presto accusato di “esportazione sociale” (un’invenzione di Jacques Delors) o di “esportazione fiscale” (un’espressione di Nicolas Sarkozy). Al contrario, si è pronti a chiudere gli oc-

sorse naturali e della lotta contro l’inquinamento e il riscaldamento globale. Ecco alcuni dei nuovi compiti, che non possono non essere adempiuti che da un concerto di Stati, da un governo mondiale in modo da imporre una regolamentazione universale, visto che i gas all’ossido di carbonio e le nubi inquinanti non hanno né una frontiera terrestre, né una frontiera marina. Gli accordi di Kyoto hanno messo sotto accusa il mercato e la crescita ed etichettato gli Stati Uniti, un tempo simbolo del successo e del capitalismo, come la potenza che minaccia la pace mondiale e le generazioni future. Non c’è nulla di sorprendente

È nella “vecchia Europa” e negli Stati Uniti che lo statalismo è ritornato a galla, perché sessant’anni di dirigismo hanno creato dei privilegi e delle rigidità che i politici non hanno voluto affrontare. E i sovvenzionati di tutti i tipi non vogliono che i loro “diritti acquisiti” siano rimessi in discussione ro o del capitale. È nei paesi della “vecchia Europa” e anche negli Stati Uniti che lo statalismo è ritornato a galla, per la semplice ragione che sessanta anni di dirigismo hanno creato dei privilegi e

e in pace mi e vettori di libertà cui andavano le aspirazioni di tutti i popoli asserviti dalla nomenklatura. Le «Reaganomics» segnavano la campana a morte del keynesianesimo. Con la caduta del muro di Berlino, Francis Fukuyama poteva annunciare la «fine della storia». Scomparso Keynes, la strada dell’avvenire era tracciata: libertà economica.

Contemporaneamente durante un congresso tenutosi a Monaco, James Buchanan si mostrava più prudente: «Il comunismo è morto, ma il Leviatano è ancora vivo». Io ero tra quelli che non credevano a queste parole, convinto come ero, insieme a molti altri, che lo Stato-provvidenza non sarebbe sopravvissuto all’apertura del mondo globale, al libero scambio e alla libera impresa. La globalizzazione si è rivelata un punto d’incontro di tendenze diverse. Economie nuove so-

chi di fronte alle dittature anziane e nuove, in nome degli interessi nazionali. Un’economia chiusa che rifiuta le leggi imperiose del mercato mondiale: ecco qualche caratteristica principale del kei-

Keynes Uno dei rari ritratti di John Maynard Keynes. In alto, Charlie Chaplin in “Tempi moderni”, il film dedicato alle alienazioni sul lavoro in fabbrica. Nella pagina a fianco, un’immagine di panico a New York nei giorni della grande crisi del 1929

no apparse: persino la Cina comunista ha accettato il gioco capitalista. Queste novità avrebbero dovuto ridurre lo Stato a una semplice espressione verbale. Con gli scambi mondiali, gli Stati si ritrovavano in situazioni concorrenziali: quelli più pesanti, più oppressivi, più fiscali, più re-

delle rigidità che i politici non hanno voluto affrontare. I leader sindacali, i funzionari, i salariati del settore pubblico, i contadini, i sovvenzionati di tutti i tipi, non vogliono che i loro “diritti acquisiti” siano rimessi in discussione. Bisogna anche considerare tutti coloro che per interesse

nesismo alla ribalta. Abbiamo visto ciò che essa (l’economia chiusa) aveva provocato nel periodo 1930 – 1939: l’aumento dei nazionalismi è degenerato in xenofobia, il volume del commercio mondiale si è ridotto dell’ 80%, e i popoli alla fine si sono allineati gli uni contro gli altri, sconvolti da dirigenti che riconoscevano nell’apertura verso l’estero la causa di tutti i mali, come oggi la si riconosce nella globalizzazione.

E, a llora, quali sono i nuovi compiti dello Stato salvatore? Il ritorno dello Stato non avrebbe potuto avere questa popolarità se la “peste verde” non si fosse abbattuta sull’Occidente. Inventori al momento della Conferenza di Rio del concetto di “sviluppo durevole”, i nemici del capitalismo, i fautori di una globalizzazione, diversa hanno conquistato gli spiriti in nome della difesa del pianeta, dell’economia delle ri-

in ciò che si raccomanda al nuovo New deal, un nuovo Bretton Woods, e che le idee di Keynes esercitino la loro seduzione. Lo Stato Assistenziale, è l’assistenza degli uomini di Stato: faranno tutto, ci salveranno dalla crisi, ci prepareranno giorni radiosi. Non hanno più soldi per intervenire? Che importa: si fabbricheranno, si svilupperanno più ricette in materia fiscale, si aspetterà. Anche senza soldi lo Stato può rimanere il maestro di un gioco alla regolamentazione continua; tanto più efficace, visto che sarà europea, poi un giorno mondiale. Bisogna, si dirà, regolare i mercati, moralizzare il capitalismo. Questa determinazione feroce e i suoi bei discorsi fanno dimenticare che la crisi attuale non è dovuta ai mercati, ma alle politiche monetarie e alla collusione tra i finanzieri e i politici.

I pom pier i s ono diventati piromani. Fanno anche dimenticare ciò a cui ci si espone nel lungo periodo, se si è seguita la via dei Keynes. Il ritorno allo statalismo ci varrà l’inflazione, poi scioperi, nuovi poveri e tensioni internazionali. Ma l’importante non è cambiare sul lungo periodo, ma risolvere ciò che risulta essere più urgente per essere rieletti o eletti. Poi? «Nel lungo periodo saremo tutti morti» diceva Keynes. Questa in effetti è la vera filosofia del keynesismo.


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I due candidati alla Casa Bianca non convincono nel primo dibattito. Ma il repubblicano dimostra la sua forza quando si parla di politica estera

Deficit di leadership Obama e McCain troppo timidi nella reazione alla crisi finanziaria che ha colpito gli Stati Uniti di Michael Novak l senatore Obama ha guadagnato punti al dibattito televisivo di qualche giorno fa andando meglio del previsto, ed anche McCain è andato molto bene, ma questo non ha sorpreso nessuno. Quindi, in termini di aspettative, Obama ha vinto il confronto con un lieve margine, il che è molto positivo per la sua campagna. Questa, almeno, è la mia valutazione su quella che sarebbe stata la percezione generale e sul risultato politico di breve termine, ma la mia personale opinione sull’andamento del dibattito era diversa. Penso che McCain sia partito in sordina, come un pilota di caccia non ancora del tutto intenzionato ad ingaggiare lo scontro, e credo che Obama abbia vinto la prima mezz’ora di dibattito con un piccolo margine, mentre, secondo altri, McCain ha guadagnato punti proprio nella prima parte, con i suoi duri colpi sferrati contro il piano di Obama di aumentare le tasse e di aggiungere altri 900 milioni di dollari alla spesa pubblica - soldi che il governo degli Stati Uniti non ha - solo per ampliare lo stato sociale e le prerogative governative.

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stato a destra su argomenti come l’Iraq, l’Iran, il Pakistan e persino l’Afghanistan, sostenendo la necessità di concentrarsi sull’ uccisione o la cattura di Obama bin Laden anche se le forze americane dovessero andare in Pakistan per questo. Sull’Iraq, Obama ha ammesso, poco a poco, che, nonostante la sua iniziale opposizione alla guerra e le sue errate previsioni a riguardo, il surge guidato dal Generale Petraeus ha avuto successo oltre ogni aspettativa. Non è ancora disposto ad ammettere che si sbagliava (McCain ha commentato che

e di psicologia di guerra. Ho molto apprezzato anche la proposta di McCain di costituzione di una Lega delle Democrazie, una specie di seconde Nazioni Unite, ma aperta solo a Paesi egualmente votati alla libertà economica, politica e culturale.

Le azioni di una Lega simile non sarebbero così facilmente bloccate dai veti delle grandi potenze come la Russia o la Cina, che non favoriscono certo gli ideali o le istituzioni democratiche. Le nazioni libere, secondo McCain, hanno un grande potere economico, e insieme potrebbero imporre una stretta al fragile governo iraniano, con l’obiettivo di interrompere lo sviluppo di armi nucleari e di missili a lunga gittata. È interessante notare che entrambi i senatori abbiano evitato affermazioni chiare riguardo la loro posizione sulla crisi del mercato finanziario. Probabilmente è stato perché la questione era ancora in discussione a Washington, e loro non volevano peggiorare le cose in un Congresso già così diviso. Obama ha detto di essere favorevole al piano-Paulson, ma solo se questo osserverà quattro nuove condizioni, le quali sembrano molto simili a quelle liberiste proposte dai repubblicani della Camera dei Rappresentanti (il ramo del Congresso più vicino alla gente perché sottoposto ad elezioni ogni due anni). McCain è stato più reticente, ha detto solo che vuole che la voce dei conservatori sia ascoltata alla Camera, ed ha ricordato che era riuscito ad includerli nei negoziati alla Casa Bianca. Qui si pone il problema politico dei democratici. Sono a favore di un ampio intervento governativo e per questo sono stati disposti a firmare il piano di Paulson, hanno voti più che sufficienti per fare quello che vogliono senza l’aiuto dei repubblicani, ma hanno molta paura sia che tale intervento possa diventare una prassi - così come la volontà delle società private di privatizzare i profitti e socializzare le perdite passando il problema ai contribuenti sia che l’intero sforzo possa essere un insuccesso. Alla maggior parte degli americani il piano Paulson non piace, perché la gente non vuole passare un

Sull’Iraq, Obama è stato praticamente costretto ad ammettere, malgrado la sua opposizione iniziale al piano, che il generale Petraeus ha vinto

Durante la successiva ora, quando si è parlato di guerra e di pace, di ordine internazionale e di luoghi particolarmente pericolosi come l’Afghanistan, il Pakistan e l’Iraq, Obama si è nuovamente mostrato un brillante oratore, pacato e naturale, col suo stile utopico e professorale. È un uomo che impara in fretta, ha capito cosa dire, ma McCain a quel punto ha ridotto le distanze dimostrando la sua lunga esperienza, i molti viaggi nelle zone più turbolente del mondo, la padronanza degli argomenti e l’attenzione militare alle realtà politiche e geografiche. In poco tempo Obama è sembrato scivolare nel ruolo del brillante studente che ha imparato qualche dura lezione, compresa quella stare al proprio posto, ed è stato molto sulla difensiva, un po’ imbarazzato ma molto rispettoso, ed ha più volte riconosciuto i meriti di McCain; ha mantenuto la sua compostezza, e ancora una volta è apparso un oratore più raffinato ma meno realista. Più evidenti per me sono stati i molti modi in cui il senatore Obama si è spo-

in questo è proprio come George Bush), ma ha fatto marcia indietro sulla richiesta di ritiro immediato, anche se intende ancora mantenere una scadenza a diciotto mesi (più o meno marzo 2010). McCain ha continuato a colpirlo duramente su quanto poco Obama si intenda di morale, di questioni pratiche militari,

lla fine il momento della verità, tanto atteso dall’opinione pubblica americana, è arrivato. Ieri notte (alle 3 del mattino, ora italiana), Sarah Palin e Joe Biden hanno dato vita allo scontro televisivo tra i candidati alla vicepresidenza. Sede del dibattito, la Washington University di St. Louis, in Missouri, il bellwether state per eccellenza delle elezioni presidenziali statunitensi, visto che ha votato per quello che sarebbe diventato l’inquilino della Casa Bianca ininterrottamente dal 1904 al 2004, con la sola eccezione di Adlai Stevenson nel 1956 (sconfitto da Dwight Eisenhower a livello nazionale ma vincente nello Show-Me State per appena 4mila voti). La vigilia del dibattito è stata molto tesa su entrambi i fronti. Da una parte, i repubblicani erano consci che la performance di Sarah Palin poteva essere una grande opportunità per invertire la dinamica della campagna elettorale (da un paio di settimane favorevole a Barack Hussein Obama), ma molti non riuscivano a nascondere il loro nervosismo per l’inesperienza della giovane governatrice dell’Alaska, che non ha mai avuto modo di

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nuovo debito di 700 miliardi di dollari ai propri figli. Certo, i democratici hanno abbastanza voti sia al Senato che alla Camera per approvare queste leggi senza alcun aiuto da parte dei repubblicani, ma non hanno voluto farlo. Se le cose peggiorassero ulteriormente, i repubblicani avrebbero una potente arma da usare contro i democratici per una generazione e oltre, per questo i democratici desideravano ardentemente che un numero significativo di repubblicani votasse con loro; volevano una “copertura” politica, e che la responsabilità di ogni possibile sciagura fosse equamente divisa. Questo timore dei democratici ha dato ai membri repubblicani della Camera un grande potere sul risultato finale; da quando McCain ha giocato un ruolo chiave nel consentire loro di esporre le proprie obiezioni alla Casa Bianca, e di mettere le loro nuove proposte sul tavolo per essere seriamente considerate, il momento poteva essere propizio per un ragionevole compromesso da ambo le parti, anche se non totalmente soddisfacente per nessuno.

Ieri notte l’America incollata al video per lo scontro televisivo tra Sarah Palin e Joe Biden

Anche per i vice arriva l’ora della verità di Andrea Mancia confrontarsi ad un livello così alto della politica nazionale. Ad aggiungere sale sulle ferite, è arrivata l’accusa di parzialità nei confronti della moderatrice del dibattito, Gwen Ifill (anchor-woman della tv pubblica Pbs), lanciata dalle colonnedella National Review da Michelle Malkin, regina dei blogger social conservative. La Malkin ha svelato che la Ifill ha scritto un libro (dal titolo, per la verità, non esattamente neutrale: “Politica e razza nell’era di Obama”), che verrà presentato il prossimo 20 gennaio, giorno che coincide con l’inaugurazione della prossima presidenza degli Stati Uniti. «Riuscite ad immaginare - ha scritto la Malkin - un giornalista con tendenze conservatrici che scrive un libro sulla “splendida campagna di McCain” e sui suoi “coraggiosi tentativi di riforma” che viene presentato proprio durante l’Inauguration Day? Riuscite ad immaginare questo giornalista che modera l’unico dibattito nazionale tra i candidati alla vicepresidenza?».

La denuncia della National Review oltre ad avere più di un fondamento mette in luce il nervosismo repubblicano alla vigilia del dibattito. Sarah Palin, nei giorni immediatamente precedenti alla convention del Gop, è riuscita a rivitalizzare una campagna che sembrava soffrire di un deficit di entusiasmo. Ma la sua candidatura resta un’incognita potenzialmente in grado di affondare il ticket (o di dargli nuovo slancio). Anche in campo democratico, comunque, la vigilia del dibattito era segnata da più di una preoccupazione. Joe Biden, politico scaltro e di lungo corso, si è sempre segnalato come un ottimo debater, con però la pericolosa inclinazione a non curarsi troppo delle parole che escono dalla sua bocca. A parte la quantità industriale di gaffe che il senatore del Delaware riesce ad infilare in una sola giornata di campagna elettorale (e che neppure i media filo-democratici riescono accuratamente ad

occultare), Biden è noto per dire esattamente quello che pensa. Virtù rara, in un uomo politico, ma anche estremamente pericolosa quando il confronto viene trasmesso in diretta televisiva. Durante il celebre “dibattito You Tube”per le primarie democratiche, organizzato dalla Cnn, Biden arrivò ai limiti dell’insulto nei confronti di un cittadino che - via Internet - gli aveva chiesto rassicurazioni sulla protezione del Secondo Emendamento (quello che consente ai cittadini di possedere armi da fuoco). La sua “sparata” anti-gun, quel giorno, gli garanti applausi a scena aperta da parte della platea democratica. Ma una risposta del genere, di fronte ad un “pubblico misto” rischierebbe di compromettere gravemente il vantaggio democratico in alcuni swingstate (per prima la Pennsylvania) dove il dibattito è molto sentito. E Obama non può permettersi di giocare con il fuoco.

Gli Stati Uniti sono un Paese di centrodestra, e questa vicenda aiuta a capire molto. I suoi cittadini tengono molto più degli europei alla loro personale indipendenza che all’assistenzialismo, preferiscono la libertà alla sicurezza, e sono orgogliosi della limitata influenza statale. Questa è la ragione che ha spinto Obama a spostarsi verso destra (è il membro più di sinistra del Senato americano, stando alla lista delle misure da lui votate), e questo è il motivo per cui il piano-Paulson è così profondamente impopolare, anche se praticamente tutti desiderano che la crisi dei mutui venga risolta presto. Solo la Camera repubblicana può dare ai democratici la nuova legge che. Nessun altro, a parte McCain, è stato disposto a far ascoltare alla Casa Bianca, a Paulson e ai democratici troppo sicuri di sé le sensate proposte repubblicane volte a modificare – seriamente – il piano. Se grazie all’audacia di McCain verrà raggiunto un compromesso che difenda meglio gli interessi del pubblico americano, e renda le persone dei proprietari di azioni fallite (che potrebbero presto acquistare valore, quando il mercato si rialzerà) piuttosto che semplici debitori, McCain avrà nuovamente dimostrato di saper portare alla cooperazione e al compromesso bipartisan. Essendo saggio non ha cercato di vantarsi di questo, o di comandare; la sua strategia è stata ascoltare e semplicemente tentare di trovare strade per mettere tutti insieme. Questo è lo stile che porta la sua firma. Certo, tutto lo sforzo potrebbe essere inutile. I democratici hanno fatto in precedenza un errore fatale mancando di includere gli oppositori al piano-Paulson – i repubblicani alla Camera, più una manciata di importanti leader del Senato – nelle loro trattative, e questo è ciò che McCain ha cercato di cambiare. Il risultato non è ancora in sospeso, dopo il primo voto negativo da parte del Congresso, ma questo risultato potrebbe rivelarsi più importante del primo dibattito.


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società

Viaggio nell’ex mondo dorato dei giovani britannici, sempre più vicini ai loro colleghi del Bel Paese

Bye bye, London La vecchia, swinging City sembra essere finita sepolta sotto un mare di fish & chips di Susana Cristalli a mia storia è uguale a milioni di altre. Dopo la laurea ho fatto decine di colloqui, sono andata nelle agenzie interinali, ho girato in lungo e in largo... Chissà, forse sono io ad essere sfortunata ma rimane il fatto che ho incontrato solo teste di cavolo. Lavoro, zero». La ragazza che parla non ha detto esattamente teste di cavolo. No, diciamo che per definire la testa dei suoi intervistatori ha scelto un paragone decisamente più colorito, perché - nonostante il discorso tipico da neolaureata nostrana Jessie è una tipica ventenne o poco più dell’East End londinese, spigliata e uscita da poco meno di un anno dalla facoltà di Scienze della Comunicazione. Da allora è disoccupata, se non contiamo un lavoro temporaneo che, all’atto pratico, può essere riassunto con un paio di

«L

versità a pieni voti lavorano ancora al pub o nel call center. Ugualmente familiare, benché scritto in una lingua diversa dalla nostra, risulta il blog di Richard Wilson, o meglio Unemployed Graduate, neozelandese che racconta le sue disavventure alle prese con colloqui e invii di curriculum nella capitale della Regina. Forse spera di avere la fortuna della nostra Saradisperata e degli altri come lei che hanno finito per rimediare, se non altro, un impiego come scrittori ed eventuali opinionisti.

Sicuramente esiste una serie di motivi, non solo socioeconomici, per cui Richard non trova il posto di lavoro che desidera, ma l’atmosfera che si respira tra i giovani alunni di un master a Londra - isolani o continentali - non è molto diversa dal misto di diffidenza e

ritrovarsi ad ascoltare lamentele ormai così tipiche del Bel Paese da fare a gara con la pizza e il mandolino.

Soprattutto se vogliamo considerare che Londra è ancora la capitale mondiale del cool. A dire il vero, è la capitale mondiale del cool subito dopo New York. Anzi, subito dopo New York e Berlino. Ok, subito dopo New York, Berlino e forse Barcellona. Comunque, centinaia di giovani italiani continuano a intraprendere il viaggio della speranza verso l’Inghilterra, stringendo al petto la versione moderna della valigia di cartone: un unico bagaglio a mano stipato fino fenomeno all’inverosimile, sempre più comune da quando le suddette compagnie low cost hanno deciso che il sovrapprezzo per il check in deve costare almeno quanto il biglietto. Altrimenti non ci si diverte. Viaggio a parte, però, la gioventù neoprecaria londinese somiglia sem-

me, ad esempio, Whitechapel e la Magliana. Questo anche grazie a un elemento troppo spesso sottovalutato come vero strumento di unione tra i popoli: il cattivo gusto della gente. Il coatto è a modo suo un cittadino del mondo. Ogni giovane britannico di estrazione working class ha gli stessi so-

tannico puzza più che mai di fish and chips del giorno precedente.

In Rocknrolla , il nuovo film del regista Guy Ritchie, un personaggio pronuncia la sfortunata battuta «A Londra I prezzi delle case continueranno a salire

Il vero fattore comune a tutti i popoli è il cattivo gusto. Con la sottile decadenza della capitale UK, Whitechapel assomiglia sempre di più alla Magliana

mesi in una casa editrice, dove ha fondamentalmente risposto al telefono e fatto un sacco di fotocopie.

La sua situazione è uguale a quella della maggior parte dei suoi ex-colleghi di corso, che dopo aver concluso l’uni-

ottimismo che si può trovare in un istituto di Roma o Milano. Naturalmente, per chi viene da fuori, va considerato anche il fattore viaggio. C’è qualcosa di bizzarro e leggermente masochista nel farsi sballottare sul sedile di una compagnia low cost fino a oltre la Manica per

pre di più a quella italiana. Non si tratta della tanto pubblicizzata ricrudescenza della piccola criminalità: a conti fatti le baby gang armate di coltello hanno fatto meno di 20 vittime in un anno. Le similitudini vanno ricercate in altri, diversi fattori, tra cui la crescente – e benvenuta - multietnicità del nostro Paese, che hanno portato a un curioso avvicinamento culturale tra realtà finora lontane co-

gni del suo equivalente italiano, cioè quello di entrare nella casa del Grande Fratello, o Big Brother che sia, o di avere più X-Factor dei suoi coetanei.

In assenza della figura storica e sociale della velina a cui fare riferimento, la tipica adolescente inglese mira a far parte di una girl band per poter più tardi sposare un calciatore. Se parli loro dell’istruzione di Eton ti ridono in faccia. Il sogno bri-

per tutta l’eternità». Un timing perfetto per mister Madonna, che la rivista Time Out si affretta a deridere chiamandolo “genio incompreso”, visto che l’opera esce proprio mentre esplode la crisi im-


società

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L’economia a picco costringe a una virata l’intera società

Può rialzare la testa ma a queste condizioni di Silvia Marchetti l modello Londra è in crisi. La vibrante City, sede del potere finanziario-economico della Gran Bretagna, è stata colpita dallo tsunami del credito che ha investito l’Europa. Ma qui, al di là della Manica, gli sconvolgimenti degli ultimi tempi assumono contorni diversi e diventano emblematici. Il credit crunch è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. L’economia inglese, infatti, era già in recessione quando è scoppiato il vortice finanziario e le cose potrebbero perfino peggiorare. Stando ai pronostici di alcuni economisti, il Paese si appresterebbe a vivere il periodo più difficile dalla fine della guerra, con all’orizzonte lo spettro della contrazione economica. Galloppa l’inflazione, diminuiscono il potere d’acquisto e l’occupazione, si contraggono i consumi. La gente si sente insicura. Oggi in Gran Bretagna si respira un clima di sfiducia nel futuro. Una situazione che sta spingendo le diverse forze politiche sulla via del dialogo bipartisan per trovare soluzioni ai mali del Paese. Il governo laburista di Gordon Brown tenta la via dell’interventismo per salvare il mercato finanziario (tramite nazionalizzazioni e fusioni) e punta su una riforma del welfare state incentrato sui dirittidoveri del cittadino. Dall’opposizione i conservatori di David Cameron promettono ai risparmiatori che giustizia, un giorno, sarà fatta. In questo momento il Regno Unito sta pagando l’eccesiva dipendenza dal giro di affari della City. I servizi finanziari hanno sempre fatto la parte del leone nell’economia inglese finché il sistema bancario non si è inceppato, prima con il collasso della Northern Rock (salvata dal governo) poi con la nazionalizzazione di Bradford&Bingley. Martedì l’ufficio nazionale per le statistiche ha pubblicato cifre allarmanti sulle ricadute che la stretta finanziaria sta avendo sui cittadini inglesi. Quest’anno i risparmi sono crollati al punto più basso degli ultimi cinquant’anni, mentre per la prima volta in 13 anni si è verificata una contrazione nei consumi, che da sempre costituiscono i due-terzi dell’economia britannica. Il motivo principale sono i bassi salari, gli aumenti sono fermi al 2,5 percento mentre l’inflazione viaggia al quattro percento. E così, la gente compra sempre meno, fa shopping di rado e le grandi catene commerciali sono in crisi. Insomma, il modello Londra è a un bivio: il glamour e il benessere degli anni passati rischia di restare soltanto un ricordo. Da sempre membro “elitario” dell’Unione europea, il Regno Unito si ritrova dunque a dovere affrontare le stesse difficoltà degli altri Paesi di “serie B”.

I

mobiliare. Gli inglesi se la caveranno, probabilmente: hanno tutto lo stoicismo e il sarcasmo che gli serve per salvarsi. Quanto a noi, nulla ci vieta di continuare ad amare Londra. In un modo diverso, senza invidie o ansie da prestazioni, senza più desiderarla come un’amante irragiungibile ma magari come una parente, più vicina che mai. In fondo siamo una grande famiglia. Anche con la perfida Albione.

Una veduta di Londra, con la ruota panoramica che all’epoca della sua costruzione (nel 2000) suscitò polemiche da parte del mondo culturale inglese A lato: il leone di Trafalgar Square Nella pagina a sinistra: i simboli della Swinging London

Il flagello maggiore è la disoccupazione, soprattutto nel cuore della City. Nuovi fallimenti, fusioni e accorpamenti bancari faranno sì che nei prossimi tre mesi altri 10mila posti di lavoro andranno in fumo. Martedì Lehman Brothers ha mandato a casa 750 impiegati e altri lavoratori presto si ritroveranno per strada dopo la nazionalizzazione del colosso Bradford&Bingley. La prova della recessione – la prima in dieci anni - è proprio il ritorno dei senzalavoro. Oggi ci sono circa 1,72 milioni di disoccupati: si tratta della cifra più elevata dal 1999. Secondo il professor David Blanchflower della Banca d’Inghilterra, entro Natale il totale dei disoccupati potrebbe arrivare alla soglia dei 2 milioni.

In questo scenario la priorità del governo è tutelare la stabilità economico-sociale del Paese tramite misure concrete che diano una risposta alle preoccupazioni quotidiane della gente, andando in soccorso soprattutto delle fasce più deboli. Dal prossimo anno il premier Gordon Brown cancellerà il ticket sui farmaci per i malati di cancro con un piano di investimento di 250 milioni di sterline e già da quest’anno stanzierà un miliardo di sterline per i servizi di assistenza ai bambini e per la realizzazione di nuovi asili nido con accesso gratuito per i genitori. Il Labour punta a un restyling del welfare state incentrato sul concetto di “giustizia”: soltanto chi dà allo Stato potrà ricevere in cambio assistenza. Per quanto riguarda la crisi finanziaria, il Parlamento presto approverà la riforma del sistema bancario all’insegna di una maggiore trasparenza e vigilanza. La linea del partito resterà marketfriendly ma le regole vanno cambiate per proteggere al meglio i risparmiatori. Il concetto di “giustizia” è ancora più forte tra i conservatori. Il giovane leader David Cameron, che i sondaggi vedono già futuro primo ministro, promette tagli alle tasse per sostenere le imprese e i consumatori ma al tempo stesso mano dura contro chi non rispetta la legge e la società. I “fannulloni”, ossia coloro che vivono come parassiti a spese dello Stato, vanno forzati nella ricerca di un’occupazione e i “predatori” finanziari puniti. Chiudendo ieri la conferenza dei Tory a Birmingham, Cameron ha lanciato il guanto di sfida a Gordon Brown sostenendo che «soltanto i conservatori possono portare quel cambiamento di cui il Paese ha bisogno: abbiamo il dono della leadership, il carattere giusto e la capacità di riconoscere i nostri errori e affrontare le difficoltà».

Il Labour punta sul restyling del welfare, mentre i Tory promettono tagli alle tasse per sostenere le imprese e mano dura contro chi non rispetta la legge


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letture

iorgio Amendola è il grande scomparso nella storia del Pci. Lo è stato dopo la morte nell’anno 1980, lo è stato nel travaglio seguito alla caduta del muro di Berlino, nel corso della trasformazione del partito in Pds, poi in Ds, lo è tanto più nella nuova avventura del Partito democratico. Si tratta di un paradosso politico, visto che Amendola ha rappresentato, nel vecchio partito, l’esponente più aperto ai tempi nuovi, più vicino al “riformismo” oggi sbandierato nel Partito democratico. Amendola fu anche il più lontano dalle inclinazioni estreme, e anzi “rivoluzionarie” che animarono il ’68, con tutte le conseguenze che ne seguirono nei decenni successivi.

novò con l’avvio della esperienza di centrosinistra, nei primi anni Sessanta. La reazione del Pci fu negativa, e lo fu in modo pressoché istintivo nel gruppo dirigente e ancor più nella base. L’impegno di un partito di sinistra al governo suscitò diffidenze, prese a circolare un’aria da “socialtradimento” alla quale reagì Amendola, che giudicò questa posizione come nefasta per la sinistra, perché destinata ad allontanare una prospettiva di unità, e perché non consentiva al Pci di capire quanto di nuovo si muoveva nella società italiana. I rapporti interni al Pci non cambiarono con il passaggio della segreteria a Longo, dopo la morte improvvisa a Yalta di Togliatti nell’estate del 1964. Si fecero, semmai, più difficili per la inclinazione del nuovo leader a introdurre un qualche tono militaresco nella sua direzione. Amendola intuì più di altri gli effetti del sessantottismo, ma anche i legami della ribellione giovanile con l’atteggiamento favorevole di un’area del partito. La sua polemica sul “diciannovismo” e sui suoi pericoli ne fecero l’obiettivo del movimento e della sinistra del partito.

G

La lontananza del gruppo dirigente post-comunista da Amendola ha ragioni più banali, gli Occhetto, i Veltroni, i D’Alema che si sono contesi le spoglie del post-comunismo sono i figli politici di Enrico Berlinguer. E Tangentopoli, con la scomparsa del Psi di Craxi e degli altri partiti del centrosinistra è stata una sorta di conferma del “partito dei migliori”che animò gli ultimi anni di Berlinguer. Del silenzio attorno alla figura e alla eredità politica di Amendola si occupa l’ultimo libro di Ugo Finetti, Togliatti & Amendola - La lotta politica nel Pci, il quale rievoca anzitutto i tentativi di riportare il leader napoletano all’onore della storia da parte del fratello Pietro, di Luciano Cafagna, di Gianni Cervetti che tentò con poco successo una lettura adeguata nel centenario della nascita, nel 2007. I dirigenti post-comunisti, semmai, hanno diviso la loro attenzione, nelle loro scelte, fra Enrico Berlinguer e Pietro Ingrao, che per decenni radunò il sinistrismo presente nelle file del Pci. L’opera di Finetti, poderosa per la mole e per la vastità delle fonti, ricostruisce la vita politica di Giorgio Amendola nelle sue diverse fasi, dalla partecipazione alla Resistenza, alla costruzione della democrazia italiana avendo scelto come collocazione il Pci. Il contributo di Amendola nel complesso mondo comunista e all’interno della sinistra, percorsa da tensioni massimalistiche, è stata sempre ispirata a un realismo opposto in modo naturale alle astrattezze della sinistra comunista, alle parole d’ordine ingraiane su un indefinito e indefinibile “nuovo modello di sviluppo” al di fuori delle società occidentali al quale dar vita. Finetti nota come il realismo politico di Amendola, che pure arrivò a proporre un muta-

La storia delle lotte politiche interne al Pci nel libro di Ugo Finetti

Amendola, il comunista che sfidò il suo partito di Arturo Gismondi mento del nome del Pci come condizione per una unità del movimento operaio, appare contraddetto da un filo-sovietismo al quale il leader napoletano sarebbe sempre rimasto fedele. In realtà, la posizione di Amendola

Amendola, in modo assai diverso. Togliatti, che a Mosca conobbe il documento, prova a negare non solo dinanzi ai giornalisti, ma dinanzi allo stesso partito lo “strappo” kruscioviano. Il segretario del Pci è decisamente avverso al processo di destalinizza-

avere effetti positivi per l’Urss, per il movimento comunista mondiale e per lo stesso Pci. Togliatti ebbe la sua rivincita poco più di un anno dopo quando il Pcus “sollevò” dai suoi incarichi Kruscev, avviando l’Unione verso la gelata brezneviana. Non fu

L’opera, poderosa per la mole e per la vastità delle fonti, ricostruisce la vita del politico nelle sue diverse fasi, dalla partecipazione alla Resistenza alla costruzione della democrazia italiana verso l’Urss era parte del suo realismo, teneva conto dei sentimenti non solo del gruppo dirigente, ma della gran parte del popolo comunista . La crisi esplosa con la relazione di Kruscev nel ventesimo congresso del Pcus, anno 1956, sugli errori, e orrori del regime staliniano fu indicativa, da Togliatti e da

zione avviato da Kruscev, anche perché delle “deviazioni” denunciate fu parte almeno durante il suo soggiorno nell’Urss. Diversa fu la linea tenuta da Amendola che vide nella situazione nuova la possibilità di uscita del sistema sovietico dalle rigidezze staliniane, ma vide anche nella situazione nuova una spinta al cambiamento suscettibile di

distinzione da poco, nel Pci di quegli anni...

L’opposizione anche personale alla posizione di Togliatti in un partito come il Pci, fedele al metodo del “centralismo demoratico”, non poteva avere altro risultato nel tempo che la sconfitta, se non l’isolamento politico di Amendola. Il contrasto si rin-

La vera e propria rottura avvenne però con Berlinguer, subentrato alla segreteria di Longo al congresso di Milano del marzo 1972, e la rottura avviene in un quadro politico interno al Pci per la prima volta fortemente scosso a seguito della rottura della “solidarietà nazionale” dopo l’arretramento elettorale del giugno 1979. Una parte del Pci, e questa volta Amendola non sarà solo, critica l’isolamento del partito, aggravato con un peggioramento dei rapporti col Psi. Il risultato fu che il centrosinistra si ricostituì senza che il Pci provasse a far valere l’appoggio assicurato, nei due anni passati ai governi di Andreotti. Nella sede di un Comitato Centrale, alle critiche di Amendola si aggiunsero quelle di Gianni Cervetti, di Bufalini, di Macaluso, di Trivelli, le riserve di Giancarlo Pajetta. Berlinguer rispose con un appello all’unità rivolto alla parte più conformista del gruppo dirigente, e subito dopo con un movimento di quadri dirigenti. Furono esclusi dalla direzione Galluzzi, già responsabile degli esteri, Quercioli, Bufalini e altri. Amendola arriva a questo punto a prospettare l’abbandono del partito, ma la malattia che da qualche anno lo perseguita pone fine alla sua lotta. La morte lo raggiunge in una clinica romana il 5 giugno 1980. Da allora di lui si parlò poco e, libro di Finetti a parte, se ne continua a parlare poco.


musica

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Un leggero altalenare tra ambienti di provincia e suggestioni esotiche nel nuovo album del cantautore italiano

La Psiche del Conte dimezzato di Federico Zamboni asci in un posto. Cresci in un posto. Non appartieni a quel posto. Non del tutto, almeno. Inizi a sdoppiarti: parli la lingua che parlano tutti, impari il nome dei luoghi e delle strade (vale a dire la meta e il modo di arrivarci), fai le cose – moltissime delle cose – che fanno anche gli altri. Ma nello stesso tempo accarezzi altre lingue, ascoltate in un film, in un disco, anche solo in un incontro casuale; nello stesso tempo sogni altri luoghi, più o meno lontani ma pur sempre, per ora, irraggiungibili; continui a fare le cose che fanno gli altri, solo che cominci a farle a modo tuo, a viverle a modo tuo: hai capito, stai cominciando a capire, che c’è la vita esteriore che vedono tutti e quella interiore che vedi solo tu. In attesa di metterla in mostra, si capisce. In attesa di metterla in scena.

N

Il signor Paolo Conte è un avvocato. Paolo Conte è un artista. L’avvocato ha seguito un percorso normale nei tempi e nei modi, nella preparazione e negli sviluppi, com’era lecito aspettarsi dal figlio di un notaio della provincia piemontese. L’artista no. L’artista si è formato a poco a poco, passando via via, e lentamente, dalla passione istintiva alla pratica amatoriale, dall’attività di compositore delle sole musiche, su cui qualcun altro stendeva un testo che poi qualcun altro ancora cantava, alla dimensione definitiva che l’ha fatto conoscere e apprezzare sia in Italia che all’estero. Autore di tutto. Interprete di tutto. E addirittura, nel caso di Razmataz, l’album-musical pubblicato nel 2000 e successivamente diventato un dvd “multimediale” che associa i brani di Paolo Conte ai disegni e ai dipinti dello stesso Paolo Conte, l’ideatore e l’artefice di un progetto più complesso e ambizioso di qualsiasi, semplice raccolta di canzoni. Ma Raz-

mataz è arrivato tardi, quando lui, che è nato ad Asti il 6 gennaio del 1937, aveva ormai 63 anni. E ha segnato una sorta di zenit, all’interno di una carriera solista che era cominciata tardi anch’essa, con l’esordio che arriva solo nel 1974 e la consacrazione che deve aspettare gli anni Ottanta per chiudere il cerchio e realizzare l’ideale del pop: la stima della critica che si fonde all’amore del pubblico. E poi, in fondo, se si escludono le antologie e i live Razmataz veniva dopo cinque anni di silenzio discografico, segno di un diradarsi della voglia (della

necessità) di esprimersi attraverso le canzoni.

«Ho molta musica – spiegava lui stesso nel giugno 2002, rispondendo a Stefano Miliani che lo intervistava per l’Unità e gli chiedeva conto della mancata pubblicazione degli inediti – perché mi è facile scriverla. Ma non vuol dire avere canzoni complete, la completezza viene quando le parole fissano l’identità del brano». Le parole hanno ripreso a emergere. Nel 2004 è uscito Elegia. Ora fa la sua comparsa Psiche. Quindici brani che non mostrano una singola crepa nelle loro architetture meditate a lungo, ricercate ed essenziali a un tempo, solide come una conferma e seducenti come una sorpresa. Paolo Conte, che maturando senza fretta ha consentito al proprio talento di mettere radici profonde e di amalgamarsi appieno con ogni altro aspetto della sua personalità, mostra una padronanza assoluta di tutto ciò che concorre al risultato finale. Le musiche sono immediate senza avere nulla di banale. I testi possiedono ancora una volta (ma ogni volta è più difficile) quella loro strana e quasi ipnotica mistura di concretezza e di fantasticheria. La voce, che agli inizi aveva tutte le esitazioni di chi non ha ancora imparato a trasformare i limiti in attrattive, e teme perciò di essere rifiutato anzitempo, risuona credibile in ogni parola, diventando la voce di ciascun personaggio senza smettere di essere, anche, la voce dell’autore che osserva ed empatizza e racconta. «Non faccio mai autobiografia. Quando canto di un protagonista maschile mi servo sempre di un prototipo che è l’uomo del dopoguerra italiano, il quale uscendo dai disastri

I quindici brani offrono musiche immediate e mai banali. I testi possiedono ancora una volta una quasi ipnotica mistura di concretezza e fantasticheria

della guerra aveva un ruolo di eroe solitario e perdente. Quell’uomo aveva bisogno di reimparare a sorridere, a parlare, aveva bisogno di avventurarsi di nuovo nella vita, era destinato a viaggiare in qualunque modo, direttamente o con la testa».Viaggiare in qualunque modo, direttamente o con la testa. È per questo che non bisogna lasciarsi ingannare dall’altalenare, nelle sue canzoni, tra ambienti di provincia e suggestioni esotiche. Dietro c’è la stessa radice: ma non è la curiosità e il bisogno di avventura di quegli uomini “del dopoguerra italiano”; è la nostalgia dello stesso Paolo Conte per una densità dell’esistenza che è andata perduta. Cantare le storie che canta, evocare le vicende e le figure che evoca, significa invertire il flusso della realtà e risalire il corso del tempo, come se dal delta imputridito di un fiume inquinato si risalisse la corrente per ritrovare un’acqua che – limpida o fangosa, quieta o ribollente – mantiene però la sua natura originaria.

Guardare al passato. Ma non come rimpianto delle cose che non ci sono più. E men che meno come regno di una stabilità perduta, di un ordine che è stato spazzato via dai vortici del mondo ipertecnologico e globalizzato. Guardare al passato come all’habitat di uomini e donne che, con tutti i loro possibili difetti ed errori, erano più solidi e autentici della stragrande maggioranza di noi. C’è in Psiche, tra le altre, una canzone che si intitola Leggenda e popolo. Una canzone d’amore dedicata a una donna. Una canzone che dice «Tu sei gloria e incanto per me. Cuore bravo e forza per me. Sei certezza e scudo per me. Le bandiere raccontano che… C’è leggenda e popolo in te». Paolo Conte canta per il pubblico. Ma anche, o soprattutto, per se stesso.


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il personaggio

Scompariva il 5 ottobre di dieci anni fa il grande critico e specialista dell’arte italiana. Un «libero professionista di vecchia famiglia romana, nato a pochi passi dai Dioscuri»

La pittura dalla A alla Zeri di Marco Dolcetta ono nato a Roma in via XXIV Maggio il 12 agosto 1921, a pochi passi dal Quirinale e dalle statue dei Dioscuri, da vecchia famiglia romana, sono un libero professionista che si dedica alla storia dell’arte, non sono né legato all’università, né a partiti, né a sacrestie, sono perfettamente libero, dico quello che voglio e faccio quello che voglio». Pochi mesi prima di morire, così, Federico Zeri si presentò agli studenti di un liceo romano.

«S

«Più si conosce la storia, parlo di tutta la storia: religiosa, sociale, economica, letteraria, e più facile è capire i quadri» – mi spiegò davanti alla telecamera. Bisogna avere una base conoscitiva molto ampia per capire i quadri. Anche perché, a dispetto di quelli che parlano di pura visibilità, il soggetto è molto importante per capire un quadro. Non si può capire El Greco se non si conosce la religione spagnola dei suoi tempi, non si può capire l’icona bizantina se non si

conosce quella che è la struttura della chiesa ortodossa. In genere poi nei quadri c’è sempre un significante, che è l’artista, e un significato. L’unica produzione artistica che significhi soltanto se stessa, qual è? E’ quella dell’arte astratta. L’arte astratta è soltanto arte astratta. Non può alludere né alla Vergine Maria né all’Apollo e Dafne, allude soltanto a se stessa. E l’arte astratta è la risposta, a mio avviso, di quella che è stata la televisione. C’erano già degli esempi di arte astratta prima, ma, con l’arrivo della tivù commerciale, che porta la riproduzione della realtà in tutte le case, la pittura si è ritirata, in gran parte, ed è diventata arte astratta. Naturalmente altri

ne della precoce vocazione per l’arte e l’antichità classica. Fine anni Quaranta, l’incontro decisivo quando, all’Università di Roma, frequenta i corsi di Pietro Toesca con cui si laurea nel 1945 con la tesi su Jacopino del Conte, un pittore allora trascurato del manierismo romano, indicativo del suo approccio alla disciplina poco convenzionale. Infatti, Zeri, sceglierà spesso punti di osservazione defilati per interrogarsi in modo innovativo sui grandi temi della storia dell’arte. In Pittura e Controriforma (Torino, Einaudi, 1957) darà prova di questo approccio, pietra miliare nell’interpretazione di quell’epoca.

E’ lo stesso Toesca a presentarlo a Bernard Berenson, personaggio che affascina molto il giovane Zeri che gli dedicherà, più tardi, il suo vo-

A destra, uno scatto di Federico Zeri negli ultimi anni della sua vita. Sopra, il complesso di Santa Cristina, sede della Fondazione Zeri a Bologna. Sotto, il miliardario Paul Getty. Nella pagina a fianco, una foto artistica che ritrae il ”mentore” di Federico Zeri, Bernard Berenson

rapporti contrastati e talvolta competitivi. Entrato nell’amministrazione pubblica delle Belle Arti, nel 1948 è nominato direttore della Galleria Spada di Roma, incarico che abbandona all’ini-

Pochi mesi prima di morire si presentò così agli studenti di un liceo romano: «Non sono legato all’università, né a partiti, né a sacrestie. Dico quello che voglio e faccio quello che voglio» diranno che questa è una spiegazione errata. E’ sempre meglio che le opinioni siano tante. Non c’è un’unica verità».

Federico Zeri, nella sua autobiografia, ricostruisce i propri confini culturali in funzio-

lume sul Maestro delle tavole Barberini (Torino, Einaudi, 1961). Sono alla fine della guerra le conoscenze di Giuliano Briganti, Mario Praz e soprattutto di Roberto Longhi, maestro dal carattere forte e carismatico con cui Zeri avrà

zio degli anni ’50 dopo aver licenziato un fondamentale catalogo della collezione (1952). Da qui in avanti la carriera di Zeri è di studioso autonomo. Attento alla riscoperta di aree marginali della produzione artistica, al recupero filologico e

storico di artisti dimenticati, di complessi pittorici dispersi. Dal 1948 si dedica a numerosi contributi, notevoli anche per la qualità della scrittura. I primi viaggi a Parigi e a Londra fra il 1947-1948 lo mettono in contatto con Philip Pouncey, Denis Mahon, John PopoHennessy e Fraderick Antal. Partendo dalla pittura del Rinascimento, Zeri finisce per occuparsi anche di falsificazioni artistiche quali momenti rivelatori di un certo gusto collezionistico e di un diverso modo di leggere le opere d’arte del passato. Fondamentale resta il metodo del conoscitore, appreso da Toesca, Berenson e Longhi. Primo strumento di lavoro sarà quindi la fo-


il personaggio

2 ottobre 2008 • pagina 21

toteca che egli inizia a formare dagli anni ’40, che nel tempo diventerà «il più grande archivio privato al mondo sulla pittura italiana», essenziale luogo di ricerca di coerenti serie storiche per ogni opera fuori contesto. Era stato Berenson a sostenere che, nella storia dell’arte, “vince” che ha più fotografie, chi può meglio documentare ogni individuale variante artistica nelle diverse epoche.

Questo talento di conoscitore si unisce a un’intensa vita di relazioni che lo mette in contatto con le maggiori personalità di collezionisti e antiquari dell’epoca, quali Vittorio Cini, J. Paul Getty, Alessandro Contini Bonacossi, Daniel Wildenstein. Nel 1998 il rettore Fabio Roversi Monaco gli conferisce la laurea ad honorem dell’Università di Bologna, la laudatio è tenuta da Anna Ottani Cavina; Umberto Eco e Pierre Rosenberg partecipano al vivacissimo dibattito a conclusione del rito tra Federico Zeri e gli studenti.

La botanica,Modigliani,il Nobel ederico Zeri nasce a Roma il 12 agosto del 1921. Abbandonati gli studi scientifici di chimica e botanica, nel 1943 s’innamora dei corsi di storia dell’arte del professor Pietro Toesca. Nel 1946 viene nominato ispettore dei Beni culturali dalla Belle Arti; due anni dopo dirige i restauri della galleria Spada a Roma. Nel 1952 diviene il consigliere del conte Vittorio Cini (con l’incarico di riorganizzare le collezioni d’arte del Castello di Monselice), e nel 1963 cura per conto del miliardario Paul Getty la creazione dell’omonimo museo a Malibu. Stimato conoscitore d’arte e specialista della pittura italiana dal XII al XV secolo, negli anni ’60 viene incaricato dal Metropolitan Museum di New York e dal Walters Art Museum di Baltimora di comporre i cataloghi delle collezioni italiane. Critico d’arte della Stampa, nel 1984 dimostra che le sculture di Modigliani ritrovate a Livorno e considerate autentiche da numerosi esperti, altro non erano che dei falsi fabbricati da degli studenti. Nel 1992 è scelto per il «premio Nobel per l’arte» e nel 1995 è eletto dall’Accademia delle Belle Arti di Parigi come associato estero, al posto di Richard Nixon. Ricopre l’incarico di vicepresidente del Consiglio Nazionale per i Beni Culturali dal 1994 al 1998. Dove muore il 5 ottobre dello stesso anno.

F

Zeri continua a lavorare fino alla fine, «ogni giorno porta il suo carico di fotografie e di quadri», è il 5 ottobre 1998, a Mentana. Dall’ottobre 1997 fino all’ottobre 1998, come abbiamo visto, Federico Zeri accettò il mio invito a registrare una lunga serie di conversazioni televisive inedite, in parte utilizzate radiofonicamente, ognuna dedicata a un capolavoro o a un ciclo della pittura antica e moderna. Questo materiale, quasi una sorta di testamento estremo dello Zeri conversatore e didatta, è stato solo parzialmente divulgato in un volume postumo dal titolo Un velo di silenzi (Rizzoli 1999) e in parte mandato in onda su Radio 2 dal 17 febbraio al 14 marzo 2003, in venti puntate, nell’ambito della trasmissione Alle otto di sera. Molte di queste lezioni radiofoniche sono però rimaste del tutto inedite. Su Repubblica - ricorda il giornalista Paolo Vagheggi ha scritto: «Non è un libro di Federico Zeri ma da Federico Zeri: 48 registrazioni radiofoniche su altrettanti artisti – da Giotto a Watteau – che lo storico realizzò con il regista Marco Dolcetta, andate regolarmente in onda, sono state subordinate, trascritte, riviste e quindi pubblicate». Non sappiamo se questo fosse il volere di Zeri, non sappiamo se questa fosse la forma da lui prescelta. L’unica rassicurazione arriva dal curatore, il giornalista Marco Carminati: «Ho potuto ascoltare, frequentare e leggere il professore abba-

stanza a lungo per essere ragionevolmente certo di non averlo tradito». Sicuramente è vero per molti aspetti, anche se la presentazione delle ope-

Tra il serio e il faceto, amava ripetere che «l’Italia ha bisogno di un ventennio di dittatura stalinista, allora le cose torneranno a posto» re e degli artisti a volte appare di una semplicità disarmante. E manca qualsiasi iperbole linguistica che fu una delle sue grandi caratteristiche.

«L’Italia ha bisogno di un ventennio di dittatura stalinista, allora le cose torneranno a posto», ripeteva spesso tra il serio e il faceto, lui che era un grande amante della libertà, ma spiazzando completamente i suoi interlocutori. E’ lo spiazzamento che manca a questo Abecedario pittorico, un viaggio spesso scontato tra 44 capolavori d’arte ma senza voglia di combattere. Un Federico Zeri senza sciabola. In effetti lo Zeri dell’ Abecedario pittorico è uno Zeri di pura fantasia, riduttivo con lo spirito ragionieristico del post mortem di Zeri, agli antipodi di chi, come lui, ha dedicato una vita a combattere tutto ciò. Quel che riguarda Zeri, dopo Zeri, cioè a dieci anni dopo la sua morte, ha assunto delle tinte tristi e surreali nel senso più fosco del termine. Diatribe sulla eredità, che non hanno mai avuto il tono di scherzosa polemica tipica di Federico Zeri e, anche, la parziale attribuzione delle fonti di questo libro alle mie interviste radiofoniche che, in effetti, sono solo una parziale citazione, essendo un estratto di un lavoro ben più ampio, interviste filmate precedenti alla trasmissione. All’interno di que-

ste eredità non poteva mancare il Bignami dei Bignami, questo Abecedario pittorico che è non tanto la sintesi delle semplici trasmissioni radiofoniche da me curate, e solo parzialmente tratte dalle cento interviste filmate che diedero, a suo tempo, vita alla collana, preso l’editore Rizzoli dei fascicoli Cento Dipinti. Quello era il primo dei Bignami, questo Abecedario è la sintesi della sintesi da cui in maniera più organica venne tratto a suo tempo il libro Un velo di silenzio, pubblicato da Rizzoli. Quindi, forse, Luigi Brioschi, l’editore, non lo sa, ma chi se ne sarebbe dovuto ricordare è l’erede Eugenio Malgeri, il nipote, a cui negli anni (vengo a sapere nella prefazione dell’ultimo libro) è cresciuto il cognome con l’aggiunta di Zeri. E’ stato scritto quindi un libro che è una summa di tante divulgazioni precedenti senza citarne adeguatamente la fonte. E’ difficilmente riconoscibile il senso umoristico, ma anche la profondità dell’analisi di Zeri. D’altronde questo non può che essere il risultato di rimasticazioni da parte di quelli che Zeri chiamava, tra una barzelletta e un’altra, «gli illustri sconosciuti», ovvero coloro che presentavano l’accredito della visita nella villa di Mentana ma che in realtà a detta dello stesso Zeri non avevano avuto l’invito ad andare. Personalmente mi è capitato di veder cacciare sotto i miei occhi allibiti personaggi conosciuti che si erano un po’ «imposti al suo cospetto».

Oggi, dall’alto dei cieli, lo vedo ancora sorridere a denti stretti, forse ricordando di me - come fece con Giovanni Agnelli a Parigi, il giorno in cui gli diedero il titolo di accademico di Francia: «Lei conosce Marco Dolcetta? Lei sa che viene ogni settimana a trovarmi per filmare tutte le mie opinioni sull’arte e tutte le mie battute sulle persone che ho conosciuto, e che dicono di avermi conosciuto, con lui sono d’accordo su tutto salvo che su due cose…».


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LA DOMANDA DEL GIORNO

Spike Lee: i partigiani fuggivano. Che pensate? SIAMO ALLE SOLITE, SEMPRE A PENSARE DI CATALOGARE I BUONI E I CATTIVI Eccoci di nuovo alla solita solfa: partigiani criminali, repubblichini assassini. Questa volta, grazie al film di Spike Lee, sembra tocchi al partigiano. Che è fuggito davanti al tedesco, che a sua volta ha fatto marcia indietro davanti all’americano, bloccato dal sovietico finito irretito dal cinese. Come al solito la vera sconfitta è la ragione. Possibile che si mitizzi talmente la resistenza da credere fossero tutti cavalieri coraggiosi senza macchia e senza paura, incapaci di miserie e meschinità? Chi pensa così ricorda quelli che credono che ”non si muove foglia che Washington non voglia”. Per cui gli Usa organizzano tutto anche le proprie sconfitte. Pensiero complesso e/o sbrigativo? O forse più semplicemente, «Francia o Spagna purché se magna»? Troppo semplice?

Paola Condora - Assisi

QUANDO LA VERITÀ VIENE DAGLI AMERICANI È proprio vero che la storia la fanno i vincitori. In questo caso il pensiero che vuole far passare la Liberazione dal nazi-fascismo come un nuovo risorgimento, un mito da non scalfire e, soprattutto, da non intaccare comincia ad essere frantumato anche

LA DOMANDA DI DOMANI

L’Arma dei Carabinieri revoca la partecipazione della Granbassi ad Anno Zero. Siete d’accordo? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

dall’esterno. Il nostrano revisionismo aveva iniziato a far venir meno questo alone di purezza nella cacciata dello ”straniero”. Prima ci ha pensato De Felice, col rivedere il fascismo in una prospettiva storica diversa, poi i suoi allievi nel portare avanti queste tesi, e non per ultimo scrittori e giornalisti, i quali hanno cominciato a rivedere la Liberazione come un periodo con luci e ombre. Si pensi agli ultimi libri del giornalista e scrittore di sinistra (quella intelligente), Gianpaolo Pansa, che è ha cominciato a scrivere, senza veli e senza ipocrisia, che in quel periodo c’era qualcosa che non andava. All’ombra del ritorno alla democrazia e con il sostegno di alcuni apparati istituzionali e politici, in primis il Pci, sono stati commessi eccidi e violenze di ogni genere. Ora arriva il regista afro-americano, Spike Lee a dirci che i nostri ”valorosi” partigiani spesse volte fuggivano davanti ai tedeschi. Un’altra verità che questa volta ci viene detta non da un reduce di Salò, ma da un uomo di sinistra e per giunta americano. Si può credere a Lee? Io penso proprio di sì. Da anni reduci provenienti della parte ”sbagliata” che quelli dalla parte ”giusta” sostengono che il mito della resistenza al nazi-fascismo, fatta da eroi ed eroismi, impavidi e senza paura, è una favoletta. Gli uomini, di per sé, di fronte ai pericoli, hanno paura, quindi anche i partigiani, sia rossi che bianchi, pochi e male armati, avevano paura davanti alle divisioni della Wehrmacht. A volte ci vuole il sano pragmatismo degli americani a far cadere le ipocrisie di un’Italia che non vuole crescere.

Gabriele Cravaggi - Roma

È SOLO UNA STATEGIA PER SCREDITARE LA RESISTENZA Basta con questa storia del revisionismo. E basta con questa idea di far passare i cattivi per buoni. Possiamo far passare l’idea che i partigiani qualche volta fuggivano davanti ai nazisti, ma questa storia non è altro che una strategia per delegittimare e screditare tutti coloro che si opposero al fascismo. Una guerra mediatica, aggressiva che sta cominciando ad avere i suoi primi frutti velenosi.

IL SESTO SENSO Si può vivere senza Tv, radio, computer, iPhone, cellulare…? Certamente. Sono infatti tutte cose di cui l’uomo dispone già per sua natura. Molte delle tecnologie quotidiane non sono altro che l’estensione dei cinque sensi: l’olfatto, la vista, il gusto, l’udito e il tatto. Basti pensare al telefono: in fin dei conti non è altro che il prolungamento dell’udito, così come ogni immagine multimediale è il prolungamento della vista. Il grande successo dell’iPhone sta probabilmente nel fatto che concentra in un unico apparecchio di altissima tecnologia più estensioni di sensi. Il grande filosofo scozzese Hume metteva però in guardia dal pericolo che invece di governare i sensi, l’uomo possa esserne governato, perdendo, senza rendersi conto, la libertà e la capacità di distinguere il bene dal male. Le cose si complicano ulteriormente se i sensi non sono solo cinque. Se fosse così, saremmo privati della nostra coscienza ancora più facilmente dato che non ci si renderebbe

PUNTI DI VISTA Roba da farsi venire il mal di mare. Nel villaggio polacco di Szymbark, l’uomo d’affari Daniel Czapiewski ha finanziato la “upside-down house” (casa sottosopra) pare per mettere in evidenza la precarietà e la confusione dell’era moderna.

STORIA DI ORDINARIA CENSURA C’era una volta il sito www.associazionecontrotuttelemafie.org, portale telematico di informazione e d’inchiesta dell’associazione contro tutte le mafie. Esso conteneva notizie riguardanti tutti i territori nazionali. Sulla pagina di Brindisi vi erano le notizie riguardanti il caso Forleo e il presunto complotto dei Pubblici ministeri della Procura di Brindisi. Su imput presso il Foro amico di un avvocato di Taranto, ma stranamente risultante iscritto a Brindisi, già attenzionato dall’Associazione, la Procura di Brindisi ha sequestrato tutto il sito, con centinaia di pagine di notizie, non attinenti a quella contestata. Il reato: violazione della privacy. L’Associazione Contro Tutte Le Mafie, in data 27 settembre 2008, ha invitato tutte le televisioni e i giornali pugliesi alla

dai circoli liberal Cesare Iapichino - Napoli

nemmeno conto del canale attraverso il quale questo avviene. Purtroppo molto probabilmente è proprio così. I sensi sono più di cinque, ma abbiamo difficoltà a individuarli:il sesto senso, l’intuito, forse anche la fede: non è anch’essa un modo per percepire un’entità? L’alternativa alla sconfortante constatazione dell’impossibilità di percepire la realtà vera e dell’asservimento ai sensi e quindi ai condizionamenti esterni è quella di governare i sensi stessi per non esserne governato. Ma la questione implica anche una convinzione di fondo che è diventata una caratteristica della civiltà occidentale: l’impossibilità di addivenire a verità assolute e definitiva compresa l’esistenza di Dio. Lo Scetticismo. Attenzione però. Gran parte dei filosofi di questi ultimi due secoli sono stati pervasi dal Scetticismo fino all’atteggiamento più radicale e degenerante di negazione dell’esistenza di qualsiasi verità ovvero il nichilismo. In realtà però il nichilismo, anche se viene accomunato allo scetticismo, né è la negazione.

conferenza stampa di presentazione del“libro bianco delle illegalità sottaciute”. Centinaia di inviti. Presenti: nessuno. Per cose meno importanti, il libro “Gomorra” ha avuto immenso successo. All’associazione Contro tutte le mafie, per inibirne l’attività, nessuno dà un centesimo e al suo presidente gli si impedisce di lavorare. Per questo alla Puglia dico grazie. Nonostante ciò il sito non è stato dissequestrato. Ad oggi, a quasi un anno dal sequestro, il sito è ancora oscurato da un atti di imperio illegittimo. Alla censura giudiziaria si aggiunge quella mediatica. Questo perché da cittadini meridionali e salentini siamo stufi di sentirci apostrofare “terroni e mafiosi, sapendo di non esserlo. Noi non siamo collusi o codardi! Grazie a tutti

Antonio Giangrande - Brindisi

Affermare la verità dell’inesistenza della verità significa appunto non avere più il giudizio sospeso, il dubbio, ma essere nel dogma. Come l’ateismo: come si può essere così sicuri che Dio non esiste? Lo Scetticismo vero ed originario invece conduce alla tolleranza ed al sano confronto:è una metodo che lascia nella faticosa incertezza il che, a dimostrazione che è tutt’altro che nichilismo, è di per sé una realtà inconfutabile e quindi la negazione implicita che tutto può essere “nulla”. Il significato etimologico di Scetticismo infatti è quello di “guardare intorno scrutando” e non quello di “guardare intorno negando”. Alla fede, alla Religione invece le certezze rivelate. Alla ricerca di un’area di confronto e di linguaggio comune nel reciproco controllo tra ragione e fede, il futuro. Insomma, come affermava Ratzinger prima di diventare Papa, nella “disponibilità (reciproca) ad apprendere”. Leri Pegolo CIRCOLO LIBERAL PORDENONE


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog Caro Piovene, è una questione di tempo Caro Piovene, ricevo in questo momento la tua lettera, e approfittandomi di un’occasione capitatami, ti rispondo. Fatti versare 3mila lire dalla nostra Filiale di Roma in conto tue percentuali. Poiché non c’è sempre qualcuno, telefona, al caso, più volte. Dopo un mese di affannose ricerche, siamo riusciti l’altro ieri a trovare un camion che è partito per Roma con i nostri libri. Spero che sia arrivato. Tu dici che «qualcosa passa», viceversa credo che non sia più giunto da tempo nessun altro rifornimento ai librai. Nella settimana ventura conto di avere un altro camion e vi caricheremo i tuoi libri. Come ti scrivevamo, siamo riusciti fino ad ora a rifornire tutta Italia con i vostri libri e con i mezzi più acrobatici, senza badare a costi, né a rischi. E so di essere il solo editore che lo abbia fatto. Sono molto impaziente anch’io di rivederti e vorrei tue notizie più ampie. Valentino Bompiani a Guido Piovene

LAICITÀ, STATO E CHIESA. IL DIBATTITO CONTINUA Con l’ultimo viaggio di Benedetto XVI in Francia, il tanto discusso tema della laicità è arrivato anche Oltralpe, varcando le frontiere della patria della Ragione. È stato proprio il presidente francese Nicolas Sarkozy a rilanciare sul concetto di laicità positiva, affermando il pieno diritto di cittadinanza della religione nella società. E c’è da dire che in Francia la separazione della religione della politica è legge dello Stato da più di 100 anni (1905). Eppure, come al solito, siamo vittima del solito provincialismo. E anziché accogliere le novità che vengono dall’estero ci ostiniamo a dire che la Chiesa deve mettersi il bavaglio. E che, in fondo, la vita, la morte, la famiglia e la dignità degli immigrati non devono riguardarla. Il cardinal Bagnasco e monsignor Betori fanno bene a prendere posizione, hanno il diritto di parola. Hanno forza morale e sono punto di riferimento di un popolo: quello dei credenti. Naturalmente non devono sostituirsi ai politici, ma hanno tutto il diritto di dare indicazioni. Il papismo è una brutta malattia, forse ancora non diagnosticata: ma

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

2 ottobre 1187 Saladino cattura Gerusalemme dopo 88 anni di regno Crociato 1836 Charles Darwin fa ritorno a Falmouth, Inghilterra, a bordo della HMS Beagle dopo un viaggio durato 5 anni in cui ha raccolto dati che userà in seguito per sviluppare la sua teorie dell’evoluzione 1924 Il Protocollo di Ginevra viene adottato come metodo per rafforzare la Società delle Nazioni 1925 William Taynton è il primo uomo a comparire in televisione. 1928 Fondazione dell’Opus Dei da parte di San Josemaría Escrivá 1935 L’Italia invade l’Abissinia (Etiopia): inizia la guerra d’Etiopia 1944 Olocausto: le truppe naziste pongono fine alla Rivolta di Varsavia 1950 La striscia Peanuts di Charles M. Schulz viene pubblicata per la prima volta, su sette quotidiani americani

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Giancristiano Desiderio,

l’antipapismo aprioristico e assolutamente immotivato è ancora più ridicolo e assurdo.

Riccardo Verrucchi - Mestre

il meglio di

PIÙ CONTROLLI PER GLI ALIMENTI, MA NON SOLO IN EUROPA Davanti alla vicenda del latte in polvere cinese contaminato la domanda principale da porre alle istituzioni è quella di aumentare i controlli specie sui prodotti agroalimentari dalla Cina e da tutti gli altri Paesi extracomunitari. Il rischio è infatti che in quelle zone i controlli siano meno severi rispetto agli Stati occidentali. Fa spavento sapere che in altre occasioni siano arrivati in Italia prodotti alimentari quali grano, pomodori, olio ed altri che, nonostante le notevoli spese di viaggio, sono stati immessi sul mercato italiano ed europeo con prezzi incredibilmente bassi

Giuseppe Cosimo - Milano

CITTADINI ESASPERATI E ISTITUZIONI AL PALO Dalle banche che vendono bond spazzatura alle compagnie telefoniche che attivano opzioni mai richieste, dai consumi del gas maggiorati per finire con i comuni che accorciano i tempi dei semafori dopo aver messo telecamere per fregare gli automobilisti. O con gli ospedali che ti operano per avere solo lauti rimborsi dallo Stato. Il cittadino è diventato un pollo da spennare. Ma se questo è l’esempio che arriva dall’alto, non si può pretendere un comportamento differente da chi sta sotto, ossia dai cittadini comuni. L’esempio, un tempo così ci insegnavano, viene dall’alto. Ma lassù non pensano minimamente ad educare.

Mattia Crispini - Palermo

Un uomo saggio coglie più opportunità di quante ne trovi FRANCIS BACON

Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Rossella Fabiani,Vincenzo Faccioli Pintozzi, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Roselina Salemi, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

CHI GUADAGNA DALL’ ”AFFAIRE” ALITALIA Parliamo «fuori dai denti» una volta tanto. Nell’«affaire» Alitalia, oramai concluso nel bene e nel male, Silvio Berlusconi ha preso per la «collottola» l’accordo Sarkozy/Prodi gettandolo nel cestino più vicino alla sua scrivania. Dopo tutto, forte del suo risultato elettorale, non avrebbe potuto fare altrimenti, come qualsiasi altro politico al suo posto avrebbe fatto. L’accordo Cai-sindacati-piloti-hostess-uomini di fatica e lavoratori della terra» di certo farà felice i nuovi padroni ed i loro azionisti che, fra pochi anni, svenderanno tutto ad Air France (come il nuovo accordo nuovo di zecca prevede), facendo un mare di soldi. Non certo ai danni degli italiani, visto che ormai sono vent’anni che la compagnia di bandiera grava sulle spalle dei contribuenti. Qualche anno in più di certo non peggiorerà una situazione già di per se comica e drammatica al tempo stesso. Ragion per cui alla fine non tutto il male verrà per nuocere dato che, persa per persa, Alitalia verrà barattata presto con tecnologia nucleare francese per le nuove centrali italiane. Il tutto ovviamente «aggratis». Con Alitalia, ormai nel baratro da diversi lustri, l’accordo non fa una grinza. Prodi dal canto suo aveva barattato con Sarkozy più posti di lavoro con Air France (soprattutto nel lungo termine) in cambio di accondiscendenza rispetto alla lunga mano francese sull’unico «atollo» di grande distribuzione rimanente in Italia (Coop). A conti fatti, nel disastro inevitabile, qualcosa forse ci abbiamo guadagnato. Altro che mercato. Da sempre è la politica a farla da padrone in

queste cose. L’economia non esiste senza la politica, come la politica non esiste senza l’economia. Il connubio è inscindibile. E fa riflettere come su tutti e due gli accordi, quello di Prodi come quello di Berlusconi, risulti palese l’intervento dello Stato. Persino in questo governo che, da sempre, vuole dimostrarsi portatore sano dell’ideologia liberale. E fanno altrettanto sorridere, in questi giorni di «earthquake» finanziario, i liberali a bocca aperta davanti all’evidenza palese di una nazione oltre atlantico (gli Stati Uniti) che alla fine si scopre «statalista», scoprendo inevitabilmente la sola ed unica verità: che ognuno cerca di farsi gli affari propri in barba alle ideologie. Soprattutto quelle impossibili ed irreali. Un «ciondolino», il piano di risanamento statunitense, da 700 miliardi di dollari statali per salvare un sistema (non solo americano a questo punto) ormai alla canna del gas, che va riformato oltre che controllato. Neanche un quarto di quello che realmente servirebbe. Pazzesco. Anche i sassi sanno che il piano di George W. Bush passerà al Congresso. Forse un po’ modificato, ma passerà nelle sue linee guida. Le ritrosie all’interno del partito repubblicano sono solamente dovute al fatto che un piano di salvataggio del genere potrebbe portare meno voti all’elefantino da parte dei duri e puri del partito. Il piano andrà avanti ugualmente e nonostante le elezioni imminenti. Barack Obama può di certo sfregarsi le mani dato che questa situazione potrebbe portargli risultati e voti insperati.

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2008_10_02  

di Fiamma Nirenstein e Renzo Foa L’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo e, a sinistra, quello di Banca Intesa, Corrado P...

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