Page 1

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

L’ex capo di Stato maggiore contesta la Finanziaria

di e h c a n cro 80924

Perché Berlusconi vuole affossare la Difesa?

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

XCGHXGHGFHGA

di Mario Arpino

SVOLTE DIRIGISTE

uando, ogni anno, si avvicina la stagione della nuova Finanziaria, a prescindere da chi sia al governo, per il ministro della Difesa si profilano dispiaceri. Destra o sinistra, per la Difesa non ci sono mai stati eccessivi riguardi da parte del Tesoro, anche se tutti i ministri hanno in qualche modo provato a resistere. Martino aveva promesso di salire all’1,5 per cento del Pil, ma alla fine del suo periodo non rimaneva che un misero 0,9, e forse meno. Parisi, con molto impegno, aveva ottenuto qualche successo, riuscendo ad avvicinarsi all’1 per cento. La Russa, con tanto entusiasmo, aveva azzardato un 1,25 per cento, ma per il 2009 e seguenti rischiamo invece di battere un vero e proprio record di profondità. Il fatto che questa volta la scure stia calando indifferentemente e con implacabile determinazione su tutti i dicasteri, non significa affatto che sui due lati di via XX Settembre il mal comune si trasformi in mezzo gaudio. Tutt’altro. Quest’anno, quindi, se il Parlamento in sede di approvazione non darà segnali diversi, si prepara un disastro senza ritorno per l’addestramento dei nostri militari e l’efficienza dei loro mezzi.

Q

Il Parlamento non c’è più Il governo decide di mettere la fiducia sulla Finanziaria prima ancora che cominci la discussione. È il culmine di un inizio legislatura fatto solo di decreti: finora non è stata approvata neanche una legge proposta dalle Camere. È una degenerazione che viene da lontano, ma che oggi raggiunge i livelli di un vero e proprio allarme democratico alle pagine 2 e 3

alle pagine 2, 3, 4 e 5

s e gu e a p ag in a 6

Parla il consigliere di McCain

Il premier dimostra di avere grinta

Per il crack io accuso il Congresso

La ricetta (conservatrice) di Gordon Brown

di Kevin Hasset

di Silvia Marchetti

di Guglielmo Malagodi

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

Il crack del sistema dei mutui subprime nasce da un atteggiamento dissennato del Partito democratico, e di pochi repubblicani che hanno bloccato le leggi che lo avrebbero evitato.

Gordon Brown resiste, sferza e tenta il contrattacco. Con un discorso non particolarmente travolgente, ma che punta sull’orgoglio personale e del partito. E blocca chi lo vuole dimissionario.

Nel pomeriggio, Berlusconi ha convocato Colaninno a Palazzo Chigi per convincerlo a restare in gioco. Anche Veltroni gli aveva rivolto una “lettera aperta”. «Ci siamo, ma il piano non cambia».

Un’assurda condanna contro il topo più famoso del mondo: a pronunciarla è stato lo sceicco saudita al-Munajid che teme di perdere la sua presa sulla popolazione. E odia gli Stati Uniti.

pagina 8

pagina 14

MERCOLEDÌ 24

SETTEMBRE

2008 • EURO 1,00 (10,00

Exploit di uno sceicco saudita

Colaninno: «Il nostro piano non cambia»

Ora la fatwa colpisce Topolino!

La Cai non fa il «passo avanti» La cordata è senza corda

pagina 4 CON I QUADERNI)

• ANNO XIII •

NUMERO

pagina 12 182 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 24 settembre 2008

prima pagina

Il governo pone la fiducia sulla manovra prima ancora che inizi la discussione: Parlamento definitivamente salvato

La deriva dirigista di Errico Novi ROMA. Cosa deve fare un Parlamento che si rispetti? Una «discussione di principio e non sui dettagli», dice Giulio Tremonti. E così sia. La Finanziaria è virtualmente già passata. Ieri il Consiglio dei ministri ha dato il suo via libera, «con tempi di discussione molto limitati», gongola ancora il ministro dell’Economia. Alle Camere arriverà sotto forma di protocollo da ratificare. Sarà preclusa, assicura ancora Tremonti, «la vecchia tecnica delle variazioni micro settoriali». Forse a deputati e senatori sarà concessa qualche timida e generica obiezione. Ovviamente assimilata nel maxi emendamento che l’esecutivo non mancherà di blindare.

C’è ancora un potere legislativo? È lecito cominciare a dubitarne. Sono rimasti all’asciutto anche ieri i deputati della commissione Giustizia. Il governo ha modificato il criterio di ammissibilità dei ricorsi in Cassazione e a loro non è arrivato nemmeno uno straccio di testo. Il motivo? Prova a spiegarlo il deputato del Pdl (sponda An) Manlio Contento: «La norma è stata inserita sotto forma di emendamento nel collegato alla manovra di giugno. La materia prevalente del disegno di legge è competenza delle commissioni Bilancio e Affari costituzionali». Certo. Ma cosa ci fa una riforma del processo civile di terzo grado nel ddl Tremonti? «C’è stata una scelta politica del governo di non stralciare le norme sulla Cassazione per godere della corsia preferenziale». Inter-

re la sua. Poi il testo passerà all’esame dell’aula. Si può immaginare con quale spazio per eventuali obiezioni.

E chi ferma Antonio Di Pietro? «Non siamo più in una democrazia parlamentare, la maggioranza pretende che si dia un parere su un testo che non c’è, eppure si tratta di un provvedimento delicatissimo». Mai come stavolta all’ex pm è stato regalato un assist a porta vuota. Il sottosegretario Elisabetta Alberti Casellati rivendica il diritto a marciare spediti. «Con questo discorso dovremmo considerare molto efficiente anche un dittatore», chiosa Ermete Realacci. Consapevole che l’argomentazione non è necessariamente destinata a sedurre l’opinione pubblica. «Sta di fatto che per la prima volta viene annunciata la fiducia sulla Finanziaria prima ancora che la manovra arrivi alle Camere. Il governo non si fida neanche dei propri deputati, nonostante siano tutti nominati dall’alto. Altro che eliminare le lungaggini, qui si vuole eliminare proprio il Parlamento».

Realacci: è la prima volta che la Finanziaria viene blindata in anticipo. Bersani parla di «democrazia sospesa» e Di Pietro di grave colpo di mano pretazione autentica fornita da Giulia Bongiorno, che della commissione Giustizia di Montecitorio è presidente. «Su questi temi sarebbe necessario un maggiore approfondimento, spero che il governo accoglierà i nostri rilievi», spera ancora Manlio Contento. Sarà difficile. L’organismo presieduto dalla Bongiorno stamattina avrà pochi minuti per di-

Tabacci: «Camere umiliate»

«Se va avanti così, arriveremo a una dolce dittatura, modello Peron» colloquio con Bruno Tabacci di Susanna Turco

C’è poco da fare. Tra i banchi del Pdl serpeggia una certa rassegnazione. Inutile illudersi di avere un ruolo superiore a quello dei passacarte. Si ricorre a letture autoconsolatorie come quella di Francesco Nucara: «Ci sono troppi pregiudizi da una parte e dall’altra. Non si riesce a dialogare e questo peggiora la qualità del lavoro parlamentare. Frequento le commissioni parlamentari dal

ROMA. «Massì, l’andazzo è questo. Ho visto che vogliono mettere la fiducia anche sul voto, sul maestro unico...». La prende sul sarcastico, Bruno Tabacci. Chiedere al vicepresidente della commissione Bilancio cosa pensi della tendenza che vuole il Parlamento progressivamente svuotato della sua funzione, è del resto come invitarlo a nozze. «Berlusconi tratta la democrazia come fosse una società per azioni, a un certo punto voleva pure che a votare in Parlamento fossero solo i capigruppo!», ha tuonato giorni fa durante la festa centrista a Chianciano. Nei primi cento giorni, il Parlamento ha approvato undici leggi: dieci erano conversioni di decreti legge, l’undicesima il lodo Alfano. E adesso, il processo civile per emendamento... Non c’è più consapevolezza della

1983 e posso assicurare che Dc e Pci discutevano più proficuamente di quanto non avvenga oggi. Ma il problema è che il Pd resta sempre aggrappato a Di Pietro, è pesantemente condizionato».Tutto questo giustifica il sistematico ricorso al voto di fiducia. È questo l’assioma che spinge deputati e senatori del Pdl (ma anche della Lega, salvo rare eccezioni come lo strappo sul decreto rifiuti) a comportarsi da diligenti formichine. E a tollerare che sulle 12 leggi approvate finora non ce ne sia neanche una di iniziativa parlamentare: 11 sono decreti convertiti, l’unico disegno di legge passato da inizio legislatura è il lodo Alfano sull’immunità alle alte cariche.

Pierlui gi Bersani la chiama «democrazia sospesa». La manovra, dice, «non può ridursi a quattro tabelle in cui spicca quello che non c’è: non si parla di questione sociale, né di salari né di pensioni». Le proteste del Pd non sembrano incrinare l’impenetrabile muro del governo: del fatto che la Finanziaria sia composta di 3 articoli e qualche tabella, ieri Tremonti si è vantato in conferenza stampa. D’altronde il principio dell’efficientismo che viene prima della discussione riguarda tutto: nella Finanziaria di giugno ci sono materie deliberatamente sottratte al Parlamento, come i criteri di assegnazione dei fondi per l’editoria: all’articolo 44 viene previsto che i regolamenti attuativi non passino per il parere delle commissioni Cultura. Non è solo un’impressione, insomma: il Parlamento è esautorato in via ufficiale. centralità del Parlamento. Anche nella passata legislatura si sottovalutava il suo ruolo. Allora Prodi si giustificava coi numeri risicati, ma adesso è una scelta precisa. L’uso congiunto di decreti legge e voti di fiducia è fatto appositamente per umiliare definitivamente le Camere e trasmettere anche all’opinione pubblica che si tratta di una realtà dalla quale si può anche prescindere. Addirittura? L’iter sarà questo. Dopo che avrà fatto approvare una sorta di federalismo fiscale di facciata, Berlusconi dirà che è venuto il momento di cambiare la Costituzione: riduzione dei parlamentari a 300, più 150 senatori, ed elezione diretta del capo dello Stato. Dopodiché cercherà di fare il referendum per convincere gli italiani che, invece di perdere tempo dietro al Parlamento, si deve investire sull’uomo solo al coman-


prima pagina

24 settembre 2008 • pagina 3

Pdl e Pd bloccano ancora la Vigilanza Rai

Un altro stop, la farsa continua di Marco Palombi

ROMA. «Siamo qui. L’importante è la salute». Poco prima dell’undicesima votazione andata a vuoto in commissione di Vigilanza Rai, Leoluca Orlando scherzava così coi giornalisti a Montecitorio: paradossalmente oramai non è più lui l’ostacolo che blocca il risiko Rai, quindi non gli resta che aspettare e sperare. Al di là del fatto ovvio che mettere un organo istituzionale in condizioni di lavorare dovrebbe essere interesse di tutti, anche dell’attuale maggioranza, il centrodestra in questo momento non fa che godersi lo psicodramma in corso del Pd, che peraltro comincia a irritare i colleghi d’opposizione.

In alto, un seduta del Parlamento: il governo Berlusconi (nella foto qui a destra) ha deciso di porre la fiducia sulla legge finanziaria e su tutti i suoi collegati (compresi quelli sulla giustizia e sulla scuola): in questo modo, di fatto, ha depauperato la funzione dell’Assemblea cui spetterebbe il compito costituzionale di legiferare. Nella pagina a fianco, Bruno Tabacci

do. Insomma, il percorso inverso a quello che ha fatto Putin, ma con lo stesso risultato. Per evitare tutto ciò bisognerà organizzare una risposta convincente, spiegando alla gente che questo è un modello peronista, sudamericano. Altrimenti si andrà verso una dittatura dolce, che è la vocazione più profonda del Cavaliere. A fine luglio Italo Bocchino, vicepresidente dei deputati del Pdl, ha parlato di «disagio» per i «decreti blindati». Lei lo ha avvertito, questo disagio, tra i parlamentari della maggioranza? Francamente no, io non lo avverto. Anche perché il meccanismo di elezione dei parlamentari ne depotenzia fortemente l’autonomia politica: in molti sono convinti che, dal momento che ne sono stati beneficiati personalmente, devono rispondere ai capi in tutto e per tutto.

Roberto Rao, capogruppo dell’Udc in Vigilanza, ha fatto il quadro della situazione: ha parlato dell’ennesimo stop come «una farsa», dato buona parte della colpa al cinismo istituzionale del Pdl, ma anche puntato il dito contro «la confusione che emerge nel principale partito di opposizione». Conclusione: «La correttezza dell’Udc non può essere scambiata per disponibilità ad accettare ogni tipo di soluzione sulla nomina dei vertici e sulla governance dell’azienda». Tradotto, un altro pezzo del puzzle che rischia di non tornare. Questi i fatti. Come oramai di dominio pubblico, Veltroni aveva raggiunto - tramite i buoni uffici della coppia Bettini-Letta - un accordo complessivo con Berlusconi: Orlando alla Vigilanza, Calabrese alla presidenza Rai e Parisi nuovo direttore generale con qualche potere in più. Tutto bene, tranne che si è scatenato il diluvio. Difficile capire da cosa origini la rivolta di buona parte del Pd a questa soluzione. Parafrasando Gadda più che di causa si dovrebbe parlare di cause: ambizioni personali in qualche caso, voglia di mettere il segretario in difficoltà in altri, una sorta di coazione a ripetere che coinvolge sempre le vicende della Rai. I democratici sono oramai un gregge senza pastore. Nella riunione di ieri mattina tra Veltroni, i maggiorenti e i membri della Vigilanza la cosa è apparsa in tutta la sua evidenza. Il segretario lunedì sera era stato costretto a “bruciare” il suo Calabrese annunciando la ricandidatura di Petruccioli, voluto non si sa perché da una parte consistente del partito: ieri mattina, però, arrivato al “caminetto”, ha scoperto che tutto era tornato in gioco. Le linee espresse sono state almeno quattro, all’ingrosso: niente nomi e procedere con la riforma della Gasparri (Melandri), Petruccioli presidente (Morri

e altri), Calabrese presidente (Bettini e altri), nessuno dei due e riforma della Gasparri (Bindi). Il segretario non ha potuto che prendere tempo rimandando la palla Orlando al centrodestra. La proposta del centrosinistra la esemplifica l’ex ministro Gentiloni: punto primo eleggere l’ex sindaco di Palermo alla Vigilanza, poi modificare i criteri di nomina previsti dalla Gasparri e solo dopo cercare intese sui vertici Rai candidando Petruccioli. In pratica, un modo di prendere tempo. Non è un caso che Giorgio Merlo, ex dl come Gentiloni ma schierato sulla linea Calabrese, parli di «misterioso ostruzionismo strisciante» e «gioco al massacro difficilmente comprensibile». In mezzo a tanta incertezza brilla fulgida, almeno per ora, la stella di Claudio Petruccioli. Dato per morto mille volte, l’ex migliorista in realtà nella seconda Repubblica non è mai affondato: se riuscisse a bissare la sua triennale presidenza della Rai, entrerebbe nella mitologia del potere italiano. Basti pensare che ieri esponenti del Pdl, sia di Forza Italia che di An, si sono affrettati a lodarne il profilo bipartisan: per Paolo Bonaiuti si tratta di «persona al di sopra delle parti» e che «ha le caratteristiche giuste». Misteri di viale Mazzini visto che si tratta dello stesso presidente Petruccioli che venne sfiduciato dalla Vigilanza a fine ottobre proprio dal centrodestra. Contro ogni pronostico, però, Petruccioli è ora in pole position: «Diciamo 50 e 50 con Calabrese», ha minimizzato Morri. In realtà, l’ostacolo più grosso sulla strada della riconferma del presidente della Rai, al momento, è l’ingombrante Goffredo Bettini: se non fosse stato per la sua ferma opposizione la posizione ufficiale del Pd sarebbe stata assai diversa.

Roberto Rao: «Una farsa l’ennesimo stop. La colpa? Il cinismo istituzionale del Pdl e la confusione del principale partito d’opposizione»

Un’idea dell’aria che tirava l’aveva data lo stesso Morri uscendo dalla sede del partito - proponiamo la riforma della Gasparri, ma se non va allora il candidato è Petruccioli – subito bloccata dal braccio destro di Veltroni. Allora si è preferito fare ammuina sfidando il Pdl a cambiare criteri di nomina del cda. Aspettare però non è mai stato un problema per il numero uno di viale Mazzini: nel 2005 per essere eletto dovette aspettare da maggio a luglio, bruciando professori emeriti, grand commis e boiardi vari. La sua non è fortuna, le sue amicizie non sono più potenti di quelle degli altri candidati, né il suo curriculum migliore: Petruccioli ha la capacità di essere come il destino, inevitabile.


Alitalia

pagina 4 • 24 settembre 2008

Finisce senza colpi di scena un vertice a Palazzo Chigi per convincere la Cai a tornare in gioco: «Il piano non cambia»

La cordata senza corda Pressato da Berlusconi e pure da Veltroni Ma Colaninno non fa il «passo avanti» di Guglielmo Malagodi

ROMA. La Cai ha ritirato l’offerta su Alitalia, ma potrebbe sempre ripresentarla, senza modificarne i contenuti, se Cgil e piloti ne accettassero le condizioni. È questo, in estrema sintesi, il “risultato” dell’incontro di ieri pomeriggio a Palazzo Chigi tra i vertici della “Compagnia aerea italiana” e il governo. Dopo un incontro a cui avevano partecipato il premier Silvio Berlusconi, i ministri del Welfare e dei Trasporti, Maurizio Sacconi e Altero Matteoli, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, lo stesso Letta ha convocato a Palazzo Chigi Roberto Colaninno e Rocco Sabelli, presidente e amministratore delegato della Cai. Un incontro di quarantacinque minuti, nel corso dei quali Colaninno e Sabelli, facendo il punto della situazione, hanno ribadito la loro posizione, chiarendo che il “Piano Fenice” non si può toccare, non solo perché perno della strategia di rilancio messa a punto da Cai, ma anche perché sottoscritto dai soci della cordata e da diverse sigle sindacali che hanno così dato fiducia

litalia, che fare? Il fronte del no si sta sgretolando. Alle spalle della Cgil è in atto un fuggi fuggi nel gruppo dirigente del Pd. Molti autorevoli esponenti si stanno rendendo conto di quanto sia illusoria la speranza di indebolire Silvio Berlusconi grazie al fallimento del progetto Fenice. Gli effetti della “soluzione finale” dell’ex compagnia di bandiera si stanno scaricando sull’opposizione. E sulla Cgil. Susciterebbe ilarità, poi, se non fosse una ulteriore espressione dell’irresponsabilità dei protagonisti (nei confronti dei loro iscritti, innanzi tutto), la proposta - avanzata da talune organizzazioni di piloti e di personale di volo e di terra - di concorrere all’ac-

A

al progetto. Il contributo di Cai, in risposta alla richiesta dell’esecutivo se vi siano margini ulteriori per trattare, sarebbe insomma proprio quello di continuare a rimanere in stand by, malgrado il ritiro ufficiale dell’offerta, in attesa di eventuali passi degli altri interlocutori.

Un “nulla di fatto”, insomma, che molto difficilmente lascia aperti spazi di manovra agli attori di questa farsa. E che conferma, ove ce ne fosse stata la necessità, i fortissimi dubbi che aleggiano intorno a questa operazione, nata in piena campagna elettorale, che non si è mai davvero materializzata in un serio piano industriale, capace di trascinare la nostra compagnia di bandiera al di fuori delle sabbie mobili di una malagestione decennale. La Cai ha mai avuto davvero l’intenquisto di Alitalia investendo una parte dei tfr e delle retribuzioni, allo scopo dichiarato di «difendere i lavoratori».

Come se fosse possibile evitare i processi di ristrutturazione e la pagina dolorosa degli esuberi, come se l’azienda potesse trasformarsi in un’Arca di Noè in cui tutti continuino a navigare alle condizioni di sempre, con le medesime “regole di ingaggio” che hanno portato al disastro. All’interno di questa debacle sta franando anche l’ultimo escamotage di Guglielmo Epifani che, alla trasmissione di Lucia Annunziata (la conduttrice è stata molto più equilibrata di Bianca Berlinguer, lunedì scorso, che non ha esitato a farsi corifea della Cgil), aveva sol-

zione di rilevare - e gestire - Alitalia? Forse non lo sapremo mai. Ma di sicuro la vicenda inizia ad assumere contorni surreali. Proprio come di «proposte surreali» aveva parlato il vicepresidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli, riferendosi alla lettera aperta scritta dal leader del Pd, Walter Veltroni, al premier Berlusconi. Secondo Veltroni, c’erano soltanto «tre strade possibili» per uscire dall’impasse: «Che la Cai faccia un passo in avanti verso le posizioni espresse dai sindacati, come le indubbie condizioni di vantaggio ad essa offerte dal decreto del governo consentono e richiedono. Che ci si attivi per riprendere i fili di quei negoziati con soggetti esteri, che, da soli o con Cai, potrebbero acquisire, rispondendo al bando tardivamente pubblicato dal commissario, un ruolo rilevante

nella salvezza e nello sviluppo di Alitalia. Che il commissario, in rappresentanza di Alitalia, e su preciso mandato del Governo, concluda immediatamente e positivamente una intesa con tutti i sindacati consentendo così poi a Cai e/o a compagnie aeree straniere di acquisire Alitalia, garantendone la sopravvivenza».

Colaninno è riuscito nella difficile impresa di trovare una “quarta strada possibile”: lasciare tutto come prima, fingendo di dimostrare una disponibilità che - nei fatti - non esiste. Tanto da “costringere” il presidente dell’Autorità Antitrust, Antonio Catricalà, a dichiarare (al termine di un’audizione alla Commissione industria del Senato) che l’Authority «vigilerà attentamente» sull’esistenza di eventuali conflitti di interesse nella gestione di Alitalia. A quali “interessi” si riferisca esattamente Catricalà non ci è dato sapere. L’unico dato certo è che nessuno, finora, ha fatto gli interessi dell’Alitalia. E del Paese.

Abbattere i privilegi corporativi per togliere ai sindacati il diritto «di vita e di morte»

Cambiare le ”regole d’ingaggio”, fallimento e poi vendita a Lufthansa di Giuliano Cazzola lecitato il commissario a prendere in mano la trattativa e a cercare nuovi acquirenti. Fantozzi ha preso in parola il segretario della confederazione di Corso Italia e ha predisposto il relativo bando, salvo sentirsi rispondere – dai possibili soggetti interessati – che loro vogliono conoscere prima di tutto l’opinione del Governo italiano. Si pone allora l’esigenza di assumere delle iniziative. È possibile riaprire un discorso con la

Cai alle note condizioni di accettare le proposte conclusive del negoziato? Se è così, si verifichi questa opzione al più presto. Il governo ha un’arma importante per fare pressione sui sindacati. Basterebbe mandare su di un binario morto il provvedimento sugli ammortizzatori sociali per il personale in esubero di Alitalia. È stato, questo, sicuramente un errore del governo, in quanto il trattamento promesso per la durata

di sette anni rischia di essere più conveniente delle retribuzioni derivanti dai nuovi (eventuali) contratti. Questo aspetto non è emerso con chiarezza nel dibattito, ma al personale in esubero dell’Alitalia è stata promessa una tutela rinforzata (l’80% della media retributiva dell’ultimo anno) senza accorgersi che in tal modo si finiva per “investire” in una sola azienda gran parte delle risorse necessarie


Alitalia

24 settembre • pagina 5

Tutto quello che la Cai non ha fatto (e poteva fare)

Storia di una compagnia di “capitani timidi” di Alessandro D’Amato

ROMA. Era stato l’allora candidato premier un articolo che mette a nudo i privilegi della Silvio Berlusconi, in piena campagna elettorale, ad annunciarla il 20 marzo, specificando che del gruppo di “capitani coraggiosi”pronti a salvare l’Alitalia dalle capienti e golose fauci di Air France avrebbero fatto parte anche i suoi figli. E il 10 aprile, a tre giorni dalle urne, come una profezia che si autoavvera erano arrivate le prime presunte disponibilità: sempre secondo Silvio il salvatore – nel resoconto ”segreto” de La Stampa – sono pronti allo sforzo per preservare gli italici cieli dallo straniero invasore Benetton, Eni e Mediobanca. Alla fine i figli, saggiamente, hanno pensato di soprassedere, ed anche Eni e Mediobanca si sono defilate. Senza contare che Gilberto Benetton, in un’intervista al Sole 24 Ore alla fine di luglio aveva detto che «su Alitalia ci sono troppe incognite, non siamo disposti ad investimenti al buio».

Non male come presupposto. Ma alla fine dell’estate la cordata chiamata Compagnia Aerea Italiana si materializza davvero, sotto l’egida di Corrado Passera e Gaetano Micciché, che giocano la partita per Banca Intesa. Alla fine la lista è pronta, con cinque che si riservano un piccolo investimento (sotto i 20 milioni): Marcegaglia, TronchettiProvera, Gavio e, a sopresa, Bellavista Caltagirone con Acqua e Davide Maccagnani, della famiglia che fino allo scorso anno possedeva la fabbrica di munizionamento convenzionale Simmel. E altri che partecipano con somme più elevate: la parte più grossa è di Roberto Colaninno (200 milioni), presidente, Carlo Toto (che investirà 100 dei 300 milioni ottenuti dalla vendita degli asset di AirOne) e le banche, oltre a Intesa, Mediobanca, Morgan Stanley e Nomura. Tra i 30 e i 50 milioni ci sono l’armatore Gianluigi Aponte, il gruppo Riva, Fondiaria-Sai, la Findim di Marco Fossati, i fondi Equinox e Clessidra e il fondatore della Fingen, Corrado Fratini, oltre ai Benetton con Atlantia. Come amministratore delegato viene scelto Rocco Sabelli. Ma è quando inizia la trattativa che nascono le prime crepe. Quasi subito con le associazioni dei lavoratori, che vengono subito trattate con il meccanismo del “divide et impera”. Si ha una grandissima attenzione per Cisl e Uil, le quali, con i loro rappresentanti, a loro volta dicono “sì” al piano prima ancora di sedersi al tavolo. E invece si evita di trattare con piloti ed assistenti di volo, che rappresentano l’ala “dura” del sindacalismo aereo, mentre si mette sotto pressione la Cgil, che però non sembra voler accettare da subito quanto prospettato. Ma prima era successo qualcosa: sul Corriere (nel cui azionariato sono presenti molti esponenti della cordata: Intesa,Tronchetti, i Benetton) esce, con una prontezza quasi sospetta,

Casta Volante; il giorno dopo una “velina” con un dossier sui privilegi di piloti, assistenti di volo e loro rappresentanti sindacali viene distribuita dagli uomini Cai alle agenzie di stampa ed arriva con pochissime eccezioni direttamente sulle pagine dei giornali, senza che ne fosse indicata la provenienza. D’altronde che la partita Alitalia dipendesse più dalle pubbliche relazioni che dai piani industriali lo ha capito subito Corrado Passera, che affianca Colaninno nella trattativa non appena si spargono le voci delle dimissioni di Sabelli, che negli incontri con i sindacati ha alzato spesso la voce. E gli osservatori si interrogano sul perché si sia scelto di trovare l’accordo prima con i confederali e l’Ugl e poi con gli autonomi, che rappresentano maestranze e capacità superiori rispetto a chi rappresenta i lavoratori di terra. «Insomma, è come se un imprenditore che vuole comprare un’azienda che ha 5 operai specializzati e 10 generici, scegliesse di trattare prima con questi ultimi – che può sostituire in qualsiasi momento – e poi con gli altri. Una strategia di contrattazione quantomeno bizzarra. Anche perché gli aerei, senza piloti, non volano…», ci dice un sindacalista. Quando scade l’ennesimo penultimatum, poi, il governo chiede alla Cai se vuole andare avanti lo stesso, anche senza Cgil e Anpac, ormai stabilizzatesi sulla linea del no. Ma Colaninno risponde di non avere intenzione di cominciare l’avventura imprenditoriale con i sindacati contro.

Trattative sbagliate, marce indietro preventive, liti interne, un piano industriale stentato: sono gli errori principali del gruppo Colaninno

per riformare gli ammortizzatori sociali rivolti a tutto il mondo del lavoro. Per non parlare poi della pratica impossibilità per Italia Lavoro spa (incaricata del placement) di ricollocare quei lavoratori in altri posti, garantendo loro condizioni equipollenti. Ecco perché è necessario che il governo dica la sua.

Prima però occorre che i processi seguano il loro corso naturale, dettato dal mercato. Alitalia deve fallire, se davvero è tramontata l’ipotesi Cai. È questa la soluzione che può aprire le porte a nuovi acquirenti, anche esteri (l’italianità non è mai stata un valore; oggi lo è ancora di meno). Solo andando fino in fondo con la procedura concorsuale sarà

possibile tracciare quella cesura con il passato e quella ripartenza da zero che è indispensabile per attirare nuovi compratori. In questi giorni si parla molto di un interessamento di Lufthansa (anche il governo dovrebbe occuparsene). Non si dimentichi però che anni or sono la compagnia tedesca scappò a gambe levate quando si accorse dell’anomalia del sindacalismo aereo e aeroportuale italiano. Finché gli interlocutori saranno gli stessi e avranno “diritto di vita e di morte” su Alitalia, resterà soltanto la via dello “spezzatino”. In gioco non sono soltanto ventimila posti di lavoro della compagnia, ma un vasto indotto con tanti lavoratori. Loro non hanno colpa dell’”8 settembre”della Magliana.

Nel frattempo, i rappresentanti della Cai si riuniscono a Milano, e alcuni di loro tirano un sospiro di sollievo: alla fine, se è finita così, non dispiace più di tanto, l’azienda è ingovernabile.Tra i meno entusiasti di certo ci sono i Benetton, che già non sprizzavano di gioia dall’inizio, così come la Marcegaglia, che non pensava certo di finire nelle polemiche per i suoi conflitti di interesse. Mentre l’ala berlusconiana (Ligresti, Ermolli), cercherebbe comunque di rimanere nella partita. Di Colaninno, poi, non è stata smentita la notizia che avrebbe trovato parte dei capitali per entrare in Cai attraverso la vendita dei Cantieri Navali messinesi alla Fintecna, l’ex Iri in capo al Tesoro. In più, Carlo Toto e la sua AirOne saranno esclusi dall’asta pubblica del commissario Augusto Fantozzi: un bel vantaggio anche per gli eventuali compratori, che così non dovranno sorbirsi anche gli esuberi di AirOne, oltre a quelli di Alitalia. Insomma, dopo non aver avuto una grandissima voglia di acquistare, la Cai sembra volersi oggi ritirare in ordine sparso. Senza un colpo di coda, rischia davvero di passare alla storia come la cordata che non c’era.


pagina 6 • 24 settembre 2008

politica

La finanziaria prevede tagli per il 2008 e altre drastiche riduzioni in futuro: così saltano gli accordi internazionali

Perché il governo affossa la Difesa? di Mario Arpino

d i a r i o

d e l

g i o r n o

Rai, Gasparri: «C’è clima di apertura» C’è un clima più sereno e di maggiore apertura tra i poli per la soluzione dell’impasse che blocca la Rai, ma alcuni punti rimangono da definire e il centrosinistra deve archiviare l’ipotesi di cambiare la legge Gasparri. Interpellato a Palazzo Madama, il capogruppo del Pdl, Maurizio Gasparri (nella foto), conferma l’intenzione di disertare la riunione della commissione di Vigilanza e pur ammettendo qualche passo avanti, chiude sull’ipotesi di modificare la legge che porta il suo nome: «Per ora non si cambia». Apertura anche sulle possibilità di una riconferma di Petruccioli al timone di Viale Mazzini.

Europee, per Famiglia Cristiana è pronta la «porcata numero due»

segue dalla prima Ovvero i blindati, le navi, gli aerei, gli elicotteri e quel sistema di comando e controllo che ancora ci permette di inserirci con dignità, per aliquote piccole ma ben integrate, nei contingenti internazionali.

C’è un’invasione barbarica che anche noi stiamo combattendo. Ma, per la Difesa, il pericolo, che è di tipo esistenziale, viene dal D.L. 25 giugno 2008, n.112, in procinto di iniziare la verifica parlamentare. Si tratta delle «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della spesa pubblica e la perequazione tributaria». Bene per l’obiettivo, che certamente è lodevole: all’art.1 si prevede di ridurre l’indebitamento fino al 2,5 per cento del Pil nel 2008, al 2 nel 2009, all’1 nel 2010 e allo 0,1 nel 2011. Male, invece, quando la scure cala su tutti senza distinguere. I tagli per la Difesa si leggono all’art. 65, specifico per le forze armate, dove le varie tabelle di spesa sono ridotte del 7 per cento per il 2009 e del 40 nel 2010, mentre a decorrere da tale anno devono essere conseguite economie non inferiori a 304 milioni. Se non sarà così, si ridurranno «le dotazioni complessive di parte corrente dello stato di previsione del Ministero della difesa, ad eccezione di quelle relative alle competenze spettanti al personale…». Se si verificasse davvero l’evenienza ipotizzata in quest’ultima frase, la tela pazientemente tessuta per trasformare in favore di ammodernamento, addestramento e ricerca un bilancio ormai squilibrato da spese per il personale per oltre il

70 per cento, verrà disfatta in una sola notte. E questo è già “danno grave” alla qualità del bilancio, che ha un effetto negativo comunque, anche al di là della sua dimensione. Un bilancio sano, infatti, comporterebbe una destinazione dei fondi di 40-45 per cento al personale, e 5560 per cento ad ammodernamento, esercizio e ricerca. Ma veniamo ora all’effetto di questa compressione sulle tre ultime voci, cominciando dall’ultima. Di ricerca, ovviamente, nel triennio non se ne potrà proprio parlare. Già prima i fondi erano esigui, e la Difesa non potrà commissionare nulla all’industria nazionale, che solo marginalmente può provvedere con fondi propri. Il

In futuro è prevista, in pratica, solo la copertura delle spese per il personale. Così spariscono gli investimenti per la ricerca e per l’ammodernamento settore dell’esercizio, direttamente legato all’addestramento, alla vita quotidiana, alla manutenzione dei mezzi, all’acquisto dei carbolubrificanti, già attualmente penalizzato, porterà a situazioni irreversibili di inefficienza. Basti pensare alle componenti aeree delle forze armate, in particolare a quelle sofisticate dell’ Aeronautica, che “costano” anche stando ferme, necessitando comunque di una attenta manutenzione calendariale. Se non si fanno volare per l’addestramento degli equipaggi, lo spreco diven-

ta duplice, in quanto la manutenzione, comunque obbligatoria, diventa improduttiva e il personale, che viene comunque retribuito, perde rapidamente quelle qualifiche operative che ha impiegato anni a conseguire. Nel settore ammodernamento, vi sono alcuni “grandi programmi” pluriennali legati ad accordi internazionali, che sono realizzati dalla maggiore industria nazionale di settore in collaborazione internazionale, che hanno una propria forza e devono comunque proseguire.

Questo sembra un vantaggio, ma non lo è per tutti. Il loro costo, in compressione di risorse, decreterà la morte della maggior parte dei programmi collaterali di supporto e, assieme ad essi, di una costellazione di piccole e medie industrie a questi collegate. In altre parole, creazione di mostri “stand alone” e depauperamento, in alcuni casi scomparsa, di un patrimonio produttivo non facilmente ricostruibile. Spiace vedere che un Governo, nel quale molti nelle forze armate confidavano, forzi una soluzione che ha impatto esistenziale attraverso uno strumento meramente contabile, senza farla prima maturare con almeno un tentativo di dibattito politico-strategico. Dibattito che, e questo lo riconosciamo, nella cultura del nostro Paese potrebbe anche cadere nel vuoto. In ogni caso, bisogna convenire che questa discesa a picco avrà ripercussioni assai negative sulla nostra credibilità, sulla componente più debole dell’industria nazionale e sull’efficienza dello strumento di politica estera più utilizzato dai nostri governi.

Neppure alle europee «potremo sceglierci i rappresentanti con lo strumento delle preferenze perché Berlusconi, ricorda Famiglia Cristiana, ha deciso di servire la porcata numero due (come la chiamò il suo creatore, il leghista Calderoli), ovvero - scrive la rivista dei paolini nell’editoriale del prossimo numero - una copia delle disposizioni più antidemocratiche della legge elettorale con cui abbiamo votato alle ultime politiche». Dalle leggi elettorali, nell’editoriale intitolato ”Declino e metamorfosi della nostra democrazia”, «dipende la qualità della democrazia e abolire le preferenze equivale a scippare i cittadini di un diritto di rappresentanza democratica». Per capirlo «basta fare un giro tra Camera e Senato per vedere le aule affollate di portaborse, segretari, cortigiani e figli di papà».

Norme più rigide per l’asilo politico Il Consiglio dei ministri di ieri ha approvato due decreti legislativi. Il primo modifica la disciplina del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato, mirata anche ad evitare richieste d’asilo strumentali, il secondo introduce «requisiti più stringenti» per il diritto al ricongiungimento familiare. Tra gli altri, si prevede che il coniuge non debba essere separato e debba avere più di diciotto anni. I due decreti sono stati approvati su proposta del ministro per le politiche europee, Andrea Ronchi, e del ministro dell’Interno, Roberto Maroni (nella foto).

Cassazione, via libera al cognome materno Via libera al cognome materno per i figli. La Cassazione apre per i figli legittimi, nel caso in cui ci sia piena concordia dei genitori su tale scelta. La prima sezione civile della Suprema Corte, con l’ordinanza n.23934, ha infatti rinviato la questione al primo presidente per un’eventuale rimessione alle sezioni unite per valutarla «alla luce della mutata situazione della giurisprudenza costituzionale e del probabile mutamento delle norme comunitarie o investirne di nuovo la Corte Costituzionale».

De Gregorio: «Di Pietro? Moralista da strapazzo» «Alla fine, all’inferno ci andrà lui, Antonio Di Pietro, moralista da strapazzo, ma portatore di tutti i brutti vizi italici. Non è affatto immune dall’esercizio della menzogna, se è vero - come sembra - che abbia dovuto ingiungere al figlio Cristiano di stare lontano dalla politica, per aver esagerato in tema di sostegno agli amici imprenditori». Lo ha riferito il senatore del Pdl Sergio De Gregorio (nella foto), commentando un’intervista di Antonio Di Pietro. «Alla fine - attacca ancora l’esponente del Pdl- dovrà lui raccomandarsi l’anima al Signore, incartato com’è in brutte storie di appartamenti e denari».


polemiche

24 settembre 2008 • pagina 7

hiunque cerchi le ragioni di fondo della sentenza «ideologica» della Cassazione prima e della Corte d’Appello di Milano poi, sul caso Englaro, le può trovare (ripetute di continuo) su Repubblica. L’autore della sentenza dell’alta corte è Stefano Rodotà, uno che si finge assolutamente anti politico e certamente favorevole e pietoso assertore della libertà umana ma vuole fermamente riconoscere la libertà non solo del suicidio, ma pure dell’omicidio autorizzato (omicidio del consenziente), l’eutanasia e l’omicidio autorizzato.

C

Insieme al vecchio, buon Rodotà, ci saranno tanti altri a discutere di «Questioni di vita», l’ennesimo Festival laicista della città di Piacenza a partire da domani. Nella stessa città, nel mese di maggio, si era organizzato il «Festival della Teologia», che si segnalava per taluni aspetti estemporanei. Tra i promotori, il vicepresidente della Cei, Monsignor Monari, tra i partecipanti Monsignor Gianni Ambrosio Vescovo di Piacenza e i sinistri proff Salvatore Natoli, Massimo Cacciari,Vito Mancuso, Edoardo Boncinelli. Tra i main sponsor si trovavano le Edizioni San Paolo, Famiglia Cristiana, l’Associazione Teologica di Piacenza, la Diocesi. Teologia cattolica? Attenzione, ci permettiamo di suggerire una maggiore oculatezza da parte degli organizzatori ecclesiastici, personaggi come Mancuso e company non sono precisamente teologi cattolici. Deve spirare una bell’aria emiliana se al remake invernale, lo chiamano Festival del Diritto (dal 25 al 28 settembre) l’argomento è la vita. Oltre al magnifico tuttofare Stefano Rodotà parteciperanno pure incredibili esponenti della perfetta laicità giacobina italiana ed internazionale. In aggiunta al parlamentare socialista europeo Baron Crespo, ai senatori ‘democratici’ Carofiglio e Finocchiaro, all’avvocato della Fiat, Grande Stevens e ai direttori di Repubblica e il Sole 24 ore, oltre al Presidente del Cda della Rcs Marchettini, ci sono appunto una larga schiera dei soliti esponenti del laicismo nostrano. Edoardo Boncinelli, Paolo Borgna, Gilda Ferrando, Massimo Reichlin, Chiara Saraceno, Aldo Schiavone, l’immancabile Gustavo Zagrebelsky e, tra gli altri, la Camusso segretaria della Cgil lombarda. A fronte di questo schieramento, una sparutissima seppur autorevole compagine cattolica: Marta Cartabia, Luciano Eusebi, Franco Coppi, il

Sotto, Eluana Englaro, la giovane in stato di coma vegetativo da sedici anni. A fianco, uno scatto delle tante manifestazioni-simbolo, a base di bottigliette d’acqua, organizzate in Italia per sostenere l’idratazione della ragazza Scalfari che a moltissime di queste “nuove” teorie razziste, eugenetiche ed eutanasiache ha donato pagine di inchiostro. Se nel Festival delle “supposta” teologia c’era lo zampino dei due Vescovi, in quello del diritto c’è tra i promotori principali l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Da domani a Piacenza uno schieratissimo, festival del diritto

È nata una dottrina La teologia del laicismo di Luca Volontè mitico Paolo Grossi ma anche l’ononevole Alfredo Mantovano, Paolo Prodi e don Luigi Bavagnoli in veste di Rettore del Seminario di Piacenza. Un esempio della partigianeria laicista? Sabato prossimo, dibattito sul testamento biologico, la sfida sarà nel dimostrare se «è più etico difende-

Perché sempre più spesso i cattolici accettano di farsi dettare idee e principi da chi parte da convinzioni del tutto opposte?

re la vita in senso assoluto oppure aiutare a liberarsene» quando è un calvario… Eugenio docet?

A proposito, Comune e Cattolica potevano almeno pretendere la presenza del «gran maestro» del laicismo italiano, proprio quell’Eugenio

Mica male: direi semplicemente sconfortante sapere che tempo fa, si è rifiutata addirittura la presenza del Presidente dei Giuristi Cattolici, Francesco D’Agostino. Poco male, tuttavia sconfortante, se lo paragoniamo alla straordinaria performance di un sacerdote studioso e stimato insegnate di Sacre Scritture di Chioggia, sorpreso a letto con la moglie di un tale che si è lamentato col Vescovo. Si è aperta un’indagine curiale che speriamo non abbia i tempi biblici di quella che riguardò il preticello-padre di Padova, divenuto nel frattempo star di Buona Domenica. Mentre Padre Bartolomeo Sorge giustificava e solidarizzava con la signorina Sabina Guzzanti (Repubblica del 11 settembre), per via della richiesta di procedere della Procura della Repubblica sugli insulti al Papa, la straordinaria Diocesi di Milano passa oltre. Assemblea generale dei sacerdoti con Tettamanzi, esercizi spirituali e incontri decanali con il redivivo cardinale Martini, seminaristi nelle famiglie di Erba per tre giorni, in attese di nuove misure allo studio come l’abolizione dell’abito sacerdotale, per evitare rincorse alle “firme sartoriali”. Due cardinali al posto di uno, la confusione si moltiplica! Poveri noi! Dulcis in fundo, al Cardinale Pearl non rimane che prendere atto e sottolineare che proprio nelle diocesi italiane il motu proprio del Papa sulla Messa in latino è disatteso. Nessuno interviene? Il peccato di omissione per ora vale, finché non lo toglieranno dal Confesso di inizio Messa.


pagina 8 • 24 settembre 2008

crisi usa

Il consigliere economico di John McCain punta il dito contro i democratici: sono loro i veri responsabili del crack per le leggi che non hanno fatto passare

E io accuso il Congresso di Kevin Hasset a crisi finanziaria dello scorso anno ha provocato un numero sorprendente di svolte, e dal fallimento della Bear Stearns quello Company a dell’American International Group Inc., l’ambiguità ha giocato un ruolo importante. Perché la Bear Stearns è fallita, e in che modo questo ha a che fare con l’AIG? Sembra molto complicato, ma in realtà non lo è; ci sono abbastanza carte in tavola per vederci chiaro, e i libri di storia dell’economia descriveranno questo episodio in termini semplici e comprensi-

L

cile immaginare come questi mercati ad alta liquidità sarebbero emersi. Le fibrillazioni attuali sui mercati non si sarebbero mai verificate. È facile individuare il momento storico di svolta che ha segnato l’inizio della fine. Già nel 2005 Fannie e Freddie erano, dopo anni di dominio, in difficoltà, in quanto invischiati in scandali finanziari che avevano provocato un terremoto nei vertici delle società.

Ad un certo punto, verso la fine del 2004 – come riportato in un articolo del mio collega

Nel 2005, il senatore John McCain è stato uno dei tre sponsors della proposta di legge che avrebbe evitato il disastro di Fannie Mae e Freddie Mac. Mentre Obama ci si è arricchito bili. Fannie Mae, Freddie Macexploded e tante persone sono state danneggiate seriamente, qualcuno mortalmente. Fannie e Freddie sono diventati un importante catalizzatore della crisi dei mutui. Hanno alimentato gli sforzi di Wall Street di mettere in sicurezza i prestiti subprime diventando il principale cliente di tutti gli istituti di mutui subprime classificati da AA, e avevano loro stessi un enorme portafoglio di mutui. Quando non hanno reso sul mercato, sono diventati loro stessi il mercato, e negli anni si è cumulato un enorme debito. A partire da giugno, Fannie da sola possedeva e garantiva più di 388 miliardi di dollari in investimenti immobiliari ad alto rischio. La loro massiccia presenza ha contribuito a creare una situazione in cui anche il valore dei mutui assemblati da altri poteva trovare una collocazione. Il problema era che i miliardi di dollari in circolazione rappresentavano investimenti a basso rischio solo se i prezzi degli immobili continuavano a salire, ma quando hanno cominciato a scendere l’intero castello di carte è venuto giù con loro. D’altronde, messi da parte Fannie e Freddie, o regolati più saggiamente, è diffi-

dell’American Enterprise Institute Peter Wallison, il capo contabile della Commissione Sicurezza e Scambio disse al capo

della Fannie Mae, Franklin Raines (ormai in disgrazia) che la posizione della società nel settore contabilità non poteva essere presa in considerazione. Sembrò arrivato il momento di uno slancio legislativo per tentare di creare una regolamentazione globale che avrebbe supervisionato i comportamenti degli istituti di credito, imponendo requisiti rigorosi sulla capacità di correre rischi eccessivi. I politici che avevano precedentemente orgogliosamente sostenuto tali comportamenti non desideravano più esservi associati. I tempi erano maturi. La chiara gravità della situazione ha spinto la legislazione in avanti. Qualcuno potrebbe dire che l’attuale caos non poteva essere previsto, ma già nel 2005 Alan Greenspan disse al Congresso quanto urgente fosse agire nel modo più trasparente possibile. Se Fannie e Freddie «continuano a crescere, continuano ad avere il basso capitale che hanno, continuano ad esercitare la dinamica di co-

La mappa dei “tremontiani” del Vecchio Continente

Antimercatisti di tutta Europa, unitevi (perché avete torto) di Carlo Lottieri

A lato: l’ingresso di Wall Street, il tempio dell’economia americana che, negli ultimi mesi, ha subito una serie di crolli che hanno minato l’intero sistema statale. Oltre al crac di Freddie Mac e Fannie Mae, infatti, si sono susseguiti il fallimento di Lehmann Bros e l’acquisizione di un’ampia percentuale di Merryl Lynch da parte del governo cinese

pertura dei loro portafogli, finiranno col creare una situazione di crescente rischio per l’intero sistema», disse. Ciò che avvenne in seguito fu straordinario.

hi volesse provare a “mappare” per intero l’universo intellettuale che avversa il libero mercato e le logiche della concorrenza capitalistica rischierebbe d’incamminarsi lungo la strada indicata da Jorge Luis Borges quando richiamò l’attenzione sul fatto che l’unica cartina geografica davvero fedele al mondo è quella che coincide con la realtà stessa. Descrivere il fronte culturale dell’anticapitalismo, in sostanza, significa rappresentare l’universo stesso; e in questa rappresentazione 1 a 1 si potrebbero, al massimo, riconoscere qua e là taluni piccoli buchi: le eccezioni rappresentate da chi, controcorrente, valorizza i diritti individuali e la libertà di scambio. Si possono però descrivere alcune linee di tendenza di questo “pensiero unico”, dato che il capitalismo è oggi rigettato per ragioni molto differenti e non sempre coerenti tra loro. Se in quasi ogni convegno di sociologia, filosofia o scienza della politica una delle premesse condivise è proprio la persuasione che quella del mercato è un’utopia dannosa, nondimeno le ragioni che giustificano tutto ciò sono molto diverse. Senza dimenticare che oltre ad uno statalismo intellettuale ce n’è anche uno – sebbene assai meno rilevante – più rozzo e populista: quello della distribuzione della social card ai poveri e del paniere dei beni alimentari a prezzo politico.

C

Per la prima volta nella storia, il comitato bancario del Senato approvò una riforma seria di Freddie e Fannie, con la quale gli imponevano di eliminare gli

Nei piani alti della cultura occidentale, invece, va collocato l’antimercatismo di matrice marxista.

Se Dio è morto e anche Marx da qualche tempo non se la passa bene, è pur vero che i marxisti sono vivi e vegeti, e godono tutt’ora di posizioni invidiabili (specie nelle università americane). Certo il marxismo contemporaneo è solo un’eco lontana della lezione del Capitale, e soprattutto si nutre molto di più di filosofia della storia (in senso post-hegeliano) che della critica dell’economia classica. Il mercato è rigettato perché produce alienazione, e non tanto per il plusvalore e lo sfruttamento. A dispetto di ciò, c’è chi intreccia le vecchie lezioni di un marxismo ignaro della rivoluzione marginalista con un linguaggio postmoderno che risente di Deleuze, Foucault e Guattari. Ma oltre ai marxisti ci sono i post-marxisti, che oggi hanno in Jürgen Habermas (già“adorniano”) il proprio principale referente e che si definiscono essenzialmente grazie ad una celebrazione tardo-illuministica della modernità, della razionalità dialogica, della comunità politica unificante e quindi di uno “Stato di diritto sociale” incaricato di assicurare libertà positive e vita buona. È questo un universo articolato, in cui talora è difficile distinguere tra neo-laburisti e tardi epigoni di un liberal egualitarista come


crisi usa

24 settembre 2008 • pagina 9

cati dall’opposizione, non riuscirono ad ottenere che il Senato votasse a riguardo. Che i democratici potessero assumere una posizione così dissennata era un fatto abnorme. Wallison scrisse: «Si tratta di un caso tipico di socializzazione del rischio e privatizzazione del profitto. I democratici e i pochi repubblicani che si opposero alla limitazione di portafoglio non avrebbero potuto farlo se i loro sostenitori avessero capito quello che stavano facendo». Ora che il collasso si è verificato, l’ostacolo costruito dai democratici al Senato non può es-

La crisi dei mutui nasce da un atteggiamento dissennato del Partito democratico. E di pochi repubblicani

investimenti ad alto rischio dai loro beni. Se quel regolamento fosse stato convertito in legge, oggi il mondo sarebbe diverso. Nel 2005, 2006 e 2007 Fannie e

Freddie hanno determinato un prodotto ipotecario drammatico che ha seppellito alcune delle nostre istituzioni più antiche e venerabili. Senza i loro asse-

John Rawls.A completare ancor più le cose, non manca chi aggiunge perfino una coloritura ecologista. E tratti dell’ideologia ambientalista sono pure riconoscibili nella destra neopagana e postfascista. Il movimento verde è certamente cruciale all’interno della cultura statalista, dato che il mercatismo è umanistico mentre l’ambientalismo radicale antepone la natura alla persona, e spinge anche sull’acceleratore di un egualitarismo tra le specie viventi: tanto che l’uomo diventa animale tra gli animali. Per l’australiano Peter Singer, ad esempio, il movimento di liberazione degli animali è anche e soprattutto volto ad abbandonare la logica della proprietà e degli scambi. Analogamente ardimentosa ed estremista è la prospettiva di chi, come John Zerzan (un americano della West Coast), propone il primitivismo come alternativa al capitalismo e vede nella divisione del lavoro e nella nascita della civiltà tecnologica, fin dai tempi nel Neolitico, il punto di partenza di quella differenziazione di ruoli sociali che comporta, fatalmente, anche forme di gerarchia. Non tutti gli antimercatisti, però, hanno posizioni tanto radicali.Al contrario, il grosso dell’esercito intellettuale di quanti chiedono una limitazione della libertà è composto dai vertici degli apparati politici, economici ed istituzionali. Sono l’alta burocrazia di Stato ed i suoi al-

gni per mantenere il mercato liquido, ed acquistando l’eccesso di offerta, il mercato probabilmente non sarebbe esistito, ma il regolamento non divenne

leati che oggi ambiscono a “governare” la globalizzazione e ripristinare un’economia di comando. Per molti di quanti sono a Washington, le crisi finanziarie e gli attentati terroristici sono importanti opportunità da sfruttare. E così oggi sono Ben Bernanke, Henry Paulson o Dominique Strauss-Kahn che oggi esaltano la funzione normalizzatrice dello Stato contro le pulsioni“irrazionali” del mercato, ma in questo loro procedere sanno di poter godere del sostegno di un ampio schieramento di economisti: da Stiglitz a Attali.

In ogni Paese, c’è un vasto schieramento di docenti universitari divenuti “consiglieri del Principe”, i quali vedono nella loro azione il principale rimedio all’anarchia delle relazioni commerciali. Si tratta di una tecnocrazia militante che in Francia viene forgiata attraverso istituzioni come l’Ena, ma che ha i propri corrispettivi un po’ ovunque. A ben guardare, è proprio la loro azione a causare i disastri che abbiamo oggi dinanzi ai nostri occhi: a partire dal crollo delle banche, causato dal fatto che la moneta di Stato (il dollaro) è stata gestita secondo logiche“espansive”, e quindi destinate a favorire comportamenti economici irresponsabili. Ma non sempre sono vere e proprie“ragioni”quelle usate contro il capi-

legge per un semplice motivo: i democratici vi si opposero per volontà del Partito, sostenendo che si trattava di una questione di parte, e i repubblicani, bloc-

talismo. Si tratta, invece, di un mix di sentimenti, nostalgie, ambizioni di potere, volontà di dominio. Molti si sono interrogati sulle motivazioni che spingono gli intellettuali di tutto il mondo ad avversare la proprietà privata. Un ruolo fondamentale è certamente da riconoscere nel fatto che in una società libera l’uomo di cultura è chiamato a soddisfare un pubblico di consumatori e deve vivere grazie a questo lavoro, mentre nei regimi largamente statizzati vi sono molte opportunità di conquistare rendite. Sicuramente è un elemento che pesa, ma probabilmente da solo non basta a spiegare l’esistenza di questo vasta variegata coalizione. Bisogna insomma riconoscere che nella cultura dominante esiste una tara molto profonda e che le spiegazioni semplicemente basate sugli benefici attesi non bastano a spiegare lo stato delle cose.

sere perdonato. Molti di coloro che osteggiarono il provvedimento senza dubbio erano un buona fede perché Fannie e Freddie hanno fornito montagne di materiale in difesa delle loro procedure, e forse questa propaganda è stata ritenuta convincente, ma noi sappiamo che molti dei senatori che difesero Fannie e Freddie - compresi Barack Obama, Hillary Clinton e C. Dodd - hanno ricevuto un incredibile sostegno finanziario nel corso degli anni.

In tutta la sua carriera politica, Obama ha ricevuto più di 125mila dollari in contributi per la campagna elettorale dai dipendenti e dai comitati di azione di Fannie Mae e Freddie Mac, secondo soltanto a Dodd il presidente del comitato bancario del Senato - che ha ricevuto più di 165mila dollari. Clinton è il dodicesimo fra i senatori finanziati da contributi di Fannie e Freddie ed ha ricevuto più di 75mila dollari. Il profitto privato ha trovato un sostegno nei senatori che hanno ucciso la regolamentazione.Vi sono state molte discussioni su chi debba essere biasimato a causa della crisi, ma uno sguardo al 2005 rende tutto chiaro.Vi è un piccola annotazione che vale la pena ricordare per il 4 novembre: il senatore John McCain è stato uno dei tre sponsors di S.190, la proposta di legge che avrebbe evitato il disastro.


pagina 10 • 24 settembre 2008

mondo

In una scuola della parte occidentale del Paese, uno studente di 22 anni spara all’impazzata e poi si toglie la vita

Strage in Finlandia, uccisi dieci ragazzi di Raffaele Cazzola Hofmann

d i a r i o

d e l

g i o r n o

Ostaggi italiani, Frattini chiede silenzio stampa Fino a martedì sera per i ministeri degli Esteri italiano e tedesco le novità erano comunque poche. Se Roma affermava di sapere il luogo dove i dieci cittadini dei due Paesi, insieme a un romeno e otto egiziani, erano tenuti sotto sequestro «in una zona desertica compresa tra Sudan ed Egitto», Berlino negava anche questa piccola certezza. Per Il vice ministro degli Esteri di Khartoum il posto dove sono trattenuti è «una sorta di terra di nessuno al vertice dei confini tra Sudan, Egitto e Libia nel Jebel Uenat». Secondo fonti della sicurezza egiziana riportate da Al-Jazeera, i rapitori, forse provenienti dal Ciad, hanno minacciato di uccidere gli ostaggi se saranno fatti tentativi di liberarli con un blitz. Lunedì, alla notizia del rapimento, vi erano state voci di una presunta liberazione, poi smentite. Le autorità tedesche starebbero negoziando il pagamento di un riscatto. I rapitori avrebbero chiesto inizialmente 15 milioni di dollari. L’ultima richiesta sarebbe di 6 milioni. La Farnesina chiede il silenzio stampa sull’operazione. I blindati della polizia finlandese all’esterno del campus; nel riquadro, un’immagine aerea dell’edificio scolastico teatro della sparatoria

l dramma si ripete. Un ragazzo che fa irruzione in una scuola, apre il fuoco all’impazzata con un’arma automatica, uccide dieci persone e alla fine si spara. Per l’ennesima volta la cronaca propone la tragedia di scuole che da luoghi di conoscenza e di educazione si trasformano in luoghi in cui il disagio e l’incomunicabilità tra i giovani la fanno sempre più da padrone. Ma stavolta la strage non si è consumata negli Stati Uniti, tradizionale teatro di episodi del genere (dal tristemente celebre massacro di Columbine nel 1999 con tredici morti a quello del Virginia Tech che causò 33 vittime). Lo sconcertante episodio è infatti avvenuto ieri in Europa. E per di più nella tranquilla Scandinavia. La scuola attaccata è infatti un liceo professionale nella città di Kauhajoki, nel sud-ovest della Finlandia. Nella sua drammaticità, la cronaca ripropone una sequenza di fatti purtroppo già vista in altre dolorose occasioni.

I

L’allarme è scattato alle undici. In quel momento all’interno dell’edificio si trovavano circa 200 studenti. Un ragazzo, poi identificato in Matti Juhani Saari, viene visto entrare nella scuola con in spalla una grossa sacca e il volto coperto. Poco dopo partono i colpi e scatta l’allarme. La scuola viene presa d’assedio dalle forze di polizia. Seguono attimi confusi che le stesse autorità finlandesi non hanno potuto ricostruire con esattezza. Infine l’autore dell’irruzione, dopo un’ora e mezza dentro l’istituto, tenta di uccidersi sparandosi alla testa ma sopravvive e viene ricoverato in gravi

condizioni. Morirà poche ore dopo. L’identità dell’assassino ha confermato il doloroso sospetto: si trattava di un studente della stessa scuola fattosi carnefice dei suoi stessi compagni. Interviene il primo ministro finlandese Matti Vanhanen con poche e sconfortate parole di commento: «È un evento di estrema tristezza». Tra i parenti degli studenti accorsi intorno alla scuola e poi nell’ospedale di Kauhajoki si alza una voce: «È la fine del nostro mondo, è la fine della Finlandia». È, questo, il senso di costernazione di un Paese visto nel pianeta, alla pari delle altre ricche e socialmente sviluppate nazioni scandinave, come un modello

Il killer si chiamava Matti Juhani Saari ed era già noto alla polizia per aver messo pochi giorni fa su Youtube 4 video in cui sparava al poligono di tiro di convivenza civile. Eppure un campanello d’allarme era suonato poco meno di un anno fa. Nel novembre del 2007, infatti, uno studente del liceo di Tuusula, nel sud della Finlandia, estrasse una pistola durante la lezione. Poi sparò all’impazzata uccidendo otto compagni di classe. Infine l’autore della strage si suicidò. Un altro elemento in comune tra l’episodio di ieri e quello dell’anno scorso èYoutube. Allora venne infatti rintracciato un video in cui l’autore annunciava la sue intenzioni. Sta-

volta Matti Juhani Saari era stato “beccato” in tempo: Il ministro dell’Interno finlandese Anne Holmlund ha infatti riferito che solo lunedì il killer era stato interrogato dalla polizia per il suo nuovo porto d’armi.

Altro elemento emerso dopo la strage di ieri è che, a livello di armi, la pacifica Finlandia non appare in realtà così pacifica. Secondo una ricerca effettuata l’anno scorso da un istituto di ricerca svizzero, infatti, quello scandinavo sarebbe il Paese europeo col più alto tasso di armi in circolazione: ogni cento finlandesi ce ne sarebbero 46 forniti di armi. A livello mondiale il Paese scandinavo sarebbe addirittura al terzo posto. In Finlandia la stragrande maggioranza delle scuole non sono circondate né da muri né da cancellate. La strage dell’anno scorso e quella avvenuta ieri sono un durissimo colpo anche a questo modello di scuola aperta vista come elemento del tutto integrato nella vita delle comunità locali. E soprattutto riaprono il dibattito, non solo in Finlandia ma anche nel resto dell’Unione Europea, sul tema sempre delicato del possesso e della circolazione di armi. Alla fine del 2007 il Parlamento europeo aveva approvato una direttiva contenente norme più restrittive per l’acquisto e la detenzione di armi da fuoco sul suolo comunitario. Ora sta agli Stati membri della Ue recepire la direttiva nei propri ordinamenti. Si tratta di processi legislativi che sono comunque lunghi e non per forza certi di ottenere i risultati sperati. Ma la strage nella scuola finlandese impone una accelerazione.

Pakistan, offensiva contro i talebani Grazie a duri combattimenti nel nordest del Paese, che hanno fatto sessanta vittime tra gli estremisti religiosi, le forze armate di Islamabad hanno riconquistato un tunnel-strada che collega la capitale della provincia di confine con il resto del Paese. Come ha comunicato martedì il portavoce dell’esercito, si tratta di «operazione di successo» di importanza strategica nella guerra in corso contro l’estremismo fondamentalista vicino ad al Qaeda. Del console afgano sequestrato lunedì a Peshawar, invece, nessuna traccia. Il ministero degli Esteri pachistano ha dichiarato che il governo sta facendo tutti gli sforzi per ritrovare e liberale nel più breve tempo possibile il console Abdul Khaleq Farahi.

Francia, arrestati membri dell’Eta Nel villaggio di Trelin, poco lontano da Lione, la polizia francese ha arrestato due spagnoli presunti membri dell’organizzazione clandestina basca Eta. Gli spagnoli erano in possesso di armi, documenti falsi ed erano alla guida di un auto rubata.

Onu, rischi per lo sviluppo «La crisi finanziaria globale mette in pericolo tutte le nostre conquiste», con queste parole il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha aperto il 63esimo dibattito generale delle plenum delle nazione unite e New York. La crisi mette in discussione sia il finanziamento dei progetti di sviluppo nei Paesi più poveri come pure le spese sociali in quelli più ricchi. «Mentre ai più poveri tra i poveri manca il necessario per il cibo, il mondo sviluppato teme la recessione», per il segretario Onu, è giunto il momento di ripensare agli orientamenti di fondo di tutto il settore finanziario. «Abbiamo bisogno di nuova etica e nuove responsabilità dell’economia, fatta di maggiore solidarietà e meno fede acritica nella “magia” del mercato».


mondo

24 settembre 2008 • pagina 11

Foto grande, Thabo Mbeki e nel riquadro il nuovo presidente Kgalema Motlanthe. Sotto, skyline di Johannesburg

Dopo le dimissioni di Mbeki, 11 ministri se ne vanno e il governo traballa JOHANNESBURG. Con 299 voti favorevoli e 10 contrari, il Parlamento sudafricano ha approvato ieri le dimissioni del presidente Thabo Mbeki, già annunciate lunedì scorso. Undici ministri del governo, tra cui alcuni personaggi politici di spicco, lo hanno seguito, annunciando questa mattina l’abbandono del proprio incarico. Si tratta della più grande crisi politica dalla fine dell’Apartheid: dopo 14 anni di democrazia la lotta interna al partito di maggioranza, l’African National Congress (Anc), ha costretto Mbeki alle dimissioni, aprendo nuovi scenari politici. Domani il Parlamento sceglierà Kgalema Motlanthe come nuovo presidente, che resterà in carica fino alle prossime elezioni di aprile. A quel punto, Jacob Zuma, nuovo leader dell’Anc e storico oppositore di Mbeki, potrebbe diventare il nuovo presidente del Sudafrica. Ma non è detto. Perché la più eccitante e inaspettata conseguenza del treno di eventi che ha portato il presidente Thabo Mbeki alle dimissioni e il suo amato Anc a rivoltarglisi contro, è la possibile nascita e costituzione di un nuovo partito d’opposizione all’interno della maggioranza. Già da tempo si vociferava su questa eventualità. Ma è solo dopo il siluramento di Mbeki e la messa in sella di Jacob Zuma, che l’ipotesi ha cominciato a prendere forma. Nel concreto, i tirafila di questa operazione sono il ministro della Difesa Mosiuoa Lekota e il suo vice, Mluleki Gorge. Diciamolo: la nascita di un for-

In Sudafrica cala la notte dei lunghi coltelli di Justice Malala te partito d’opposizione sarebbe una grande notizia per il Sud Africa. Dopotutto, gli abusi a causa dei quali Mbeki è stato presumibilmente “fatto fuori” sono stati commessi perché l’Anc ha agito impunemente in molte occasioni, consapevole di non avere avversari alle elezioni. Ma in un sistema democratico è la possibilità di una sconfitta politica a rendere lucide le menti dei politici. Leader di partito e capi di stato sono stati

missioni di Mbeki non sono comunque una novità in democrazia.

Ma un dato differenzia queste ”rimozioni”da quella di Mbeki: e cioè che nei casi citati non solo si erano realizzate fratture profonde in seno ai partiti, ma si paventava il concreto scenario di una debacle elettorale. Dunque mi chiedo: ci sono rimarchevoli prese di distanza tra le politiche di Mbeki e Zuma? Il Sacp

venza all’interno del partito che fuori. Considerazione fatta da un mucchio di politici. Ne sanno qualcosa il ministro del’intelligence Ronnie Kasrils assieme a Lekota e Gorge. Tutti e tre non sfuggono alla furia del ministro del Lavoro Alec Erwin, sostenitore di Mbeki. A loro volta, il ministro della giustizia Brigitte Mabadandla, e due alleati di Mbeki, Charles Nqakula e sua moglie Nosiviwe Mapisa – Nquala, lottano per ri-

Cova una diffusa rabbia per la palese trasformazione dell’Anc in un’accozzaglia rumorosa e senza idee chiare. C’è un mucchio di gente della working e middle class nera che si domanda cosa ne sarà del proprio Paese con Jacob Zuma sempre cacciati senza troppe cerimonie, sia qui che da voi in Europa. Negli anni Ottanta Botha è stato messo alla porta da un National Party arrabbiato oltre che impaurito e rimpiazzato da De Klerk. Margaret Tatcher è stata fatta fuori dai Tories e rimpiazzata da un John Major debole e incline alle gaffes. A Tony Blair il partito laburista ha dato il benservito dopo dieci anni di successi. Questo per dire che le gravi di-

(partito comunista sudafricano) e il Cosatu (movimento sindacale, entrambi confluiti nell’Anc in un’alleanza tripartita) rappresentano un bacino elettorale differente da quello che sostiene Mbeki, ma non abbastanza forte da fargli decidere di uscire dal partito e correre da soli alle elezioni. Ne consegue che, oltre al desiderio di cacciare Mbeki, la cosa che forse li tiene insieme nell’Anc è la certezza di avere maggiori possibilità di sopravvi-

posizionarsi senza tradire il loro ex presidente. È la notte dei lunghi coltelli in Sudafrica, ma tutti, proprio tutti, in questo momento hanno bisogno di una casa, anche se l’Anc è al momento un tetto scomodo e ostile se non si fa parte della lega anti-Mbeki. Ma questa è solo una faccia della medaglia. L’altra è che cova una diffusa rabbia per la palese trasformazione dell’Anc in un’accozzaglia rumorosa e senza idee chiare. C’è un

mucchio di gente della working e middle class nera che osserva le pagliacciate di Malema (leader della lega giovani dell’Anc) e si domanda cosa ne sarà del proprio Paese. Perché Mbeki, con la sua istruzione e la sua aria di uomo razionale che si batte per il radicamento dei valori della middle class, è un uomo che sono abituati a vedere al posto di comando.

E tutti si chiedono: il nuovo (eventuale) partito, avrà un posto anche per Mbeki? E se così non fosse, cosa farà l’ex presidente? E quanto sarà credibile un nuovo partito senza di lui? Domande che pongono una sfida non da poco a chiunque voglia far nascere un nuovo movimento in seno all’Anc, perché una scissione sarebbe difficile da portare avanti, visto che Mbeki ha fatto del saper tenere assieme tutte le anime del partito il suo cavallo di battaglia. Senza mai “sacrificare” il suo operato a nessuna linea ideologica. Eppure sono stati proprio i leader delle 4 estremità del partito a impallinare Mbeki, senza forse considerare che era lui, nel bene e nel male, l’unico collante che li teneva assieme. Adesso cosa faranno? Lo rimbarcheranno a bordo o se ne disfarranno definitivamente? Difficile a predirsi, perché Mbeki è un punto di forza ma anche un peso. La verità è che da qui alle elezioni tutto può succedere. È la notte dei lunghi coltelli e dopo “l’omicidio”un nuovo partito potrebbe anche vedere la luce, ma sarà difficile per lui radicarsi nel cuore della gente.


pagina 12 • 24 settembre 2008

il paginone

Un’assurda condanna contro il topo più famoso del mondo: a pronunciarla è stato lo sceicco saudita al-Munajid, che teme di perdere la sua presa sulla popolazione. E naturalmente odia gli Stati Uniti. Come il resto del clero di Riyadh

Ora la fatwa colpisce Topolino! di Vincenzo Faccioli Pintozzi a come fa Topolino a sconfiggere sempre i suoi nemici? Semplice: è un emissario di Satana, e in quanto tale ha dei poteri sovrannaturali. Questo è però gravemente contrario ai precetti dell’islam, e quindi il topo più famoso del mondo deve essere bandito. Lo sancisce una vera e propria fatwa, emessa da un religioso saudita, che pone Topolino sullo stesso piano di assassini e stupratori. L’autore di questo fondamentale editto è lo sceicco Mohammed al-Munajid, conduttore di uno dei programmi televisivi più seguiti di tutta l’Arabia Saudita, che la scorsa settimana ha lanciato in trasmissione il suo anatema contro «l’agente del demonio». Lo riporta il Middle East Times – quotidiano che riunisce le notizie migliori dal mondo mediorientale e le traduce dall’arabo – che in un editoriale apparso ieri chiede al re Abdullah, impegnato in un’opera di moderazione dell’islam e nel dialogo interreligioso, di «mettere un freno a questi “esperti”, spesso intervistati dalle televisioni, che con questa saga di

M

fatwe scellerate oltraggiano la religione».

Eppure, lo sceicco dalla sua parte ha niente meno che il Corano, il libro sacro dell’islam. Proprio citando il testo, al-Munajid ha ribadito la sua posizione in un’intervista televisiva: «La sharia, ossia la legge islamica, chiama allo sterminio di ogni topo. Questo comprende sia il comune topo di casa che il famoso topo dei cartoon». Poco importa che sia un prodotto della fantasia, vessillo di buoni e sani valori familiari, e che nel tempo abbia combattuto contro Hitler, Mussolin, Gambadilegno e Macchianera. L’interpretazione della legge coranica lo vuole fuori dalle case dei buoni musulmani, e questi «devono obbedire». E chissà che nella promulgazione di questa fatwa non abbia pesato il trascorso di al-Munajid, che fino a pochi anni fa era membro del Dipartimento affari islamici dell’ambasciata saudita a Washington. La sua vicinanza con la patria spirituale di Topolino potrebbe averlo messo in una posizione privile-

Chi è lo sceicco che odia anche Tom & Gerry

l passo è consequenziale e, in un certo senso, logico. Dopo la condanna a morte pronunciata contro Topolino, lo sceicco Mohammed al-Munajid si è scagliato anche contro Tom & Gerry. Corrompono i nostri figli, ha spiegato nella stessa puntata del suo show televisivo in cui attacca Mickey Mouse, e per questo «devono essere al più presto banditi, uccisi, allontanati». Sembra una farsa, ma non lo è. D’altra parte, il religioso si distingue da anni per le sue crociate per un islam «più puro». In un intervento che risale allo scorso marzo, pubblicato su un sito internet vicino al fondamentalismo di al-Qaeda, risponde a chi parla di moderazione: «Voi dite che l’islam non è una proprietà privata di qualcuno, ma un bacino aperto a tutti. Ma questo è un parlare

I

da eretico. Cosa volete, che chi non conosce la giurisprudenza islamica possa riscrivere i nostri testi? Parlate di interpretazione, ma non conoscete l’arabo. Parlate di moderazione, ma non conoscete il senso di questa parola.Voi siete il frutto di una cospirazione fatta di ideali stranieri, occidentali. Non sapete nulla di religione: siete ignoranti e blasfemi».

Come dare torto a questo esimio studioso, che vede nei topi – anche disegnati – dei «piccoli emissari di Satana»? Come non essere d’accordo con chi sostiene che la libertà di espressione «è un invito a dissacrare il Profeta»? Conosciuto in tutta l’Arabia Saudita per le sue nume-


il paginone giata per capire da vicino il potenziale satanico del roditore. O forse, il fatto di essere stato destituito e richiamato in patria potrebbe aver esacerbato il suo odio nei confronti di uno dei simboli internazionali dell’America. Secondo l’editorialista del MeT «il problema è che lui, e altri come lui, continuano a fare dichiarazioni scervellate, senza alcun contatto con la realtà». Ne è un

tura. Da una parte, si può intravedere la scontentezza delle frange più estremiste dell’Arabia Saudita davanti al nuovo rapporto fra il re Abdullah e la leadership statunitense – magnificata dalla passeggiata mano nella mano fra il sovrano e George Bush – che secondo i religiosi più puritani rappresenta un’offesa al regno, “luogo sacro dell’islam”.

Prima di attaccare l’eroe della Disney, il religioso ha condannato le Olimpiadi di Pechino e il calcio maschile, che «mostra le nudità dei giocatori ed è contrario all’islam» esempio quella dello scorso 10 agosto, quando ha definito le Olimpiadi “Bikini Olimpics” e le ha condannate «a causa dell’abbigliamento senza modestia delle atlete». Anche in questo caso si è spinto fino a lanciare una fatwa contro la partecipazione delle donne ai Giochi, definita «un gesto satanico».

Ma il nostro eroe non si è limitato a questo. Prima di Topolino e dei Giochi di Pechino, si è scagliato contro il calcio. Non quello femminile – che molti nell’islam considerano un’intollerabile commistione fra donne e un insulto agli editti del Profeta – ma contro quello maschile, giocato persino nell’Afghanistan dell’era talebana. Lo sceicco, tre anni fa, ha chiesto infatti il bando dello sport più popolare al mondo «perché i pantaloni corti usati dai giocatori mostrano nudità». La polemica contro l’eroe Disney potrebbe avere in realtà due diverse chiavi di let-

rose presenze in televisione, dove districa problemi posti dagli ascoltatori su una corretta vita religiosa, lo sceicco al-Munajid è balzato agli onori della cronaca lo scorso agosto, quando si è scagliato contro le “Bikini Olympics”. È scandaloso, ha detto in un’intervista che ha fatto il giro del mondo fra risate e applausi, «che si permetta l’esposizione di parti private del corpo umano, specialmente nelle donne? Nessuna manifestazione pubblica rende Satana più felice che le Olimpiadi, dove il mondo intero vede cose che nessuno dovrebbe ve-

Dall’altra ci potrebbe essere la necessità degli ulema di stringere ancora di più la morsa sulla popolazione civile, costringendola a seguire editti religiosi sempre più restrittivi per ricordare che è la religione a guidare il popolo, e non il contrario. Fra i vari pronunciamenti su cosa è halal [consentito] e cosa è haram [proibito] spicca la proibizione per le donne di guidare un’automobile, di attraversare la strada senza la compagnia di un altro uomo, di affittare videocassette. Sempre nella convinzione che l’islam non lo permetta. Quest’ultima sembra l’ipotesi più credibile, dato che i recenti scandali che hanno colpito la Muttawa (la polizia religiosa dell’Arabia Saudita) e le posizioni sempre più “laiciste” della magistratura hanno scalfito pesantemente l’immagine del clero musulmano davanti ai suoi fedeli. Che, forse, attacca Topolino per non fare la fine del suo cane Pluto. Chiuso in una cuccia.

dere, tanto meno nei teleschermi».

E, in confronto a questo, gli attacchi contro i topi di carta e celluloide appaiono risibili, quasi una barzelletta. Se non fosse che non si tratta di barzellette, e che le risate che accompagnano le sparate dello sceicco sono coperte dalle urla dei sauditi considerati “non islamici”dai colleghi di al-Munajid. Infatti, oltre ai suoi interventi tv al-Munajid esprime il suo parere anche in tribunale. Ora, scrive un sito israeliano che monitora gli attacchi agli ebrei, «non ci sono più limiti a quello che ci possiamo aspettare dallo sceicco. Evidentemente non ha il senso dell’umorismo, e vede ogni cosa sotto la lente dell’islam. Il vero tratto distintivo di ogni fondamentalista che si rispetti».

24 settembre 2008 • pagina 13

Le più colpite sono le donne, considerate oggetti

Dalle scimmie ai cani Ecco gli editti più assurdi G

uidare un’automobile, cambiare il colore della propria veste, stringere la mano a un uomo. Sono solo alcune delle più assurde fatwe emesse negli ultimi anni contro la popolazione femminile dell’Arabia Saudita, una delle categorie più colpite dalla repressione religiosa su scala mondiale. Senza il permesso del loro tutore legale (ovviamente di sesso maschile), le donne non possono acquistare alimenti, parlare con bambini non propri, accarezzare animali di colore nero. Se vedono una scimmia per strada, non devono dormire con il marito per cinque giorni perché impure. E se fanno l’amore e poi vedono un cane nero, possono essere uccise. Ma non c’è troppo da ridere davanti a questi divieti, perché si tratta di violazioni all’interpretazione saudita della legge coranica, la sharia, punibili con l’incarcerazione e le percosse. Per le meno fortunate, le adultere, c’è la lapidazione. Eppure, complice il riformismo sbandierato dal nuovo sovrano saudita, re Abdullah, alcune voci si sono levate contro queste palesi violazioni dei diritti umani. Oltre al famigerato “caso Rushdie” si nasconde un universo di repressione. Fatima Al-Faqih, giornalista, spiega: «Senza il permesso del marito, del padre o di chi ha potestà su loro, le donne non possono guidare l’automobile, fare viaggi, stare sole in un albergo, scegliere il nome del figlio, lasciare casa o accettare un lavoro. Proibito inoltre cambiare il colore delle abaya [la tradizionale lunga tunica], andare a scuola o all’università ». In alcune città saudite, una donna «non può mostrare la faccia. Non può sposarsi e deve divorziare se uno dei suoi parenti maschi decide che la genealogia del marito è inferiore alla sua. Ma se vuole il divorzio deve chiedere scusa e pagare una multa».

uomini, scrive Hasna Al-Quna’ir sul quotidiano Al-Riyadh, «giustificano l’inferiorità delle donne con una distorta lettura dei detti del Profeta, spesso operata da numerosi predicatori nei programmi televisivi». Ad esempio, c’è un versetto che dice che la tribù che nomina una donna come capo non avrà prosperità: questo spiega perché a una donna non possa venire assegnato un posto di responsabilità.

La giornalista osserva però che i detti del Profeta vanno considerati nelle circostanze storiche e nel contesto specifico in cui furono pronunciati, e che occorre distinguere i doveri religiosi dalle norme di comportamento sociale che sono controverse e non oggetto di dogmi di fede, come l’usanza di coprirsi il volto. Inutile dire che per questo articolo è stata definita blasfema. In un programma televisivo trasmesso la scorsa settimana, un esperto di sharia ha detto di non chiedere il parere della moglie, perché ragiona in modo solo emotivo. Un altro esperto, per «difendere le virtù della donna», incita padri, fratelli e mariti a picchiare le donne di casa, perché «una ragazza che non è percossa sin dall’infanzia diventa una donna ribelle». Allo stesso modo, «una donna che esce di casa senza il velo è come una donna che va in giro nuda. È la prima ragione per cui le donne cadono nel peccato». Per la nostra cultura – scrive Maha Al-Hujailan sempre su Al-Watan – «la donna deve vivere nella costante paura che il marito prenda un’altra moglie. Solo una donna che vive in questa paura adempie al ruolo di moglie, mentre una donna che si sente sicura che il marito non prenderà un’altra moglie disdegna il marito e la vita familiare. Per questa cultura le donne debbono sentirsi mentalmente e psicologicamente inferiori, come una bambina discola che deve essere sempre controllata, intimidita e punita perché faccia quanto deve». Le donne che pensano così possono persino credere «che un uomo che le rispetta sia solo insicuro e che l’ideale è un violento che umilia la moglie. La donna è vittima di questa cultura e può solo sperare che cambi la struttura culturale dell’intera società». Una speranza che richiede molto tempo.

Senza il permesso del proprio tutore maschio, le donne saudite non possono guidare, scegliere il nome del proprio figlio, andare a scuola, cambiare il colore della veste, parlare in pubblico. La pena è la galera, o la lapidazione

Senza permesso, una donna non può tenere con sé i figli dopo il divorzio o assumere un posto di direzione privato o pubblico. Infine, una moglie musulmana non deve far irritare il marito: questo include anche parlare senza che le sia stato richiesto, perchè la voce di una donna è considerata una forma di profanazione che deve essere evitata in pubblico. Molti


pagina 14 • 24 settembre 2008

il caso

Congresso Labour. Scuola, crisi finanziaria, immigrazione, sicurezza e sanità: 5 punti per riconquistare il partito

Brown vince,ma non convince di Silvia Marchetti

LONDRA. Gordon Brown resiste, sferza e tenta il contrattacco. Con un discorso non particolarmente travolgente, ma che punta sull’orgoglio personale e del partito. La convention annuale del Labour in corso questi giorni a Manchester doveva essere l’ultimo banco di prova per il premier, assediato dai ribelli e indebolito dai sondaggi. Sta di fatto che ieri pomeriggio, con un discorso condito di retorica ma anche di promesse

concrete, Brown è riuscito a soffocare (almeno per il momento) le voci interne che già lo volevano dimissionario. Nonostante il toto-nomine sui possibili successori a oggi nessuno si è fatto avanti, forse per paura di addossarsi una quasi certa sconfitta elettorale. Gordon Brown continua nel suo oneman show e ieri ha dato dimostrazione di avere ancora della grinta. Vuole riconquistarsi il partito e i cittadini perché «tutto ciò che questo governo ha fatto è stato per il bene della Gran Bretagna». Il messaggio indiretto che ha lanciato a nemici e amici è quello di essere l’uomo giusto per traghettare il Labour verso un quarto mandato governativo. «Le difficoltà aiutano a rafforzarsi e a capire cosa è bene per il Paese», ha esordito davanti alla platea, Presentato a sorpresa dalla moglie Sarah, accolto da un boato in stile convention americana, sulle note di Higher and higher di Jackie Wilson, Gordon Brown ha tentato di bilanciarsi tra slancio ideale e proposte concrete che

parlino alla gente: come quella che dal prossimo anno cancellerà il ticket sui farmaci per i malati di cancro, un piano che costerà all’erario 250 milioni di sterline. Prima di prendere la parola Brown ha mostrato un filmato di un suo incontro privato con Barack Obama, una scelta che molti hanno giudicato discutibile. Si è trattato del più importante discorso dal suo insediamento, nel quale ha illustrato la sua «missione personale, più che un’agenda politica». Una visione per il futuro del Regno Unito incentrata su un pacchetto di iniziative politiche che lancerà in autunno per il Paese dalla risollevare profonda crisi economico-finanziaria. Il premier vede all’orizzonte «un’Inghilterra di pari opportunità e di giuste regole per tutti, in cui le responsabilità vanno condivise». La parola

intervento non si è discostato molto dalle tradizionali parolechiave del laburismo, usando tuttavia parte del lessico conservatore nel tentativo di appropriarsi di alcuni cavalli di battaglia della destra, come sicurezza e immigrazione controllata.

Sanità

È finita l’era della tolleranza, dell’apertura multietnica e del “melting pot” sostenuto dalla sinistra blairiana: chi non rispetta la legge va cacciato chiave è “giustizia”: nel mondo del lavoro, nell’assistenzialismo statale, nella scuola, nella sicurezza e nell’immigrazione. Secondo Brown la «società del futuro è una società equa dove chi dà riceve in cambio, dove lo Stato deve garantire a tutti uguali condizioni di partenza». Una società, ha ripetuto più volte, che non appartiene ai conservatori. Brown ha voluto rassicurare i delegati a Manchester: il rilancio dell’Inghilterra passerà tramite un rafforzamento del Welfare State, da sempre cavallo di battaglia del Labour, ma gradualmente e nell’arco di anni in quanto le risorse finanziarie a disposizioni sono limitate. Promesse che placano (di poco) i contrasti interni. I suoi nemici gli hanno sempre rimproverato di aver smarrito la via laburista dell’eguaglianza sociale, ma ieri Brown ha puntato sui temi economici per ricompattare attorno a sé il partito. Nel suo

tori, l’accesso gratis agli asili nido. Per Brown i genitori hanno diritto a una giusta istruzione per i propri figli e se la scuola pubblica fallisce nella sua missione, le famiglie hanno il diritto di chiedere che l’istituto venga chiuso e sostituito con una struttura più efficiente. L’obiettivo del governo è inoltre ridurre il digital divide fornendo un computer e una connessione internet a 1.4 milioni di bambini tramite un investimento di 300 milioni di sterline. Genitori e insegnanti devono interagire on-line in modo tale da seguire giorno per giorno l’evoluzione del bambino.

Scuola e digital divide L’intervento maggiore riguarda lo stanziamento di un miliardo di sterline per i servizi di assistenza ai bambini e, per i geni-

Il sistema nazionale sanitario, ha ricordato Brown, «è una creazione del Labour» e l’orgoglio del Paese. Negli ultimi anni l’assistenza statale è stata estesa e il futuro guarda verso la lotta alla malattie terminali. Il premier vuole fare della Gran Bretagna il Paese all’avanguardia nella ricerca sul cancro, verranno aumentati i fondi e presto si riceveranno cure gratis. La prima mossa del governo sarà quella di aumentare gli assegni a favore delle famiglie con parenti malati a carico.

Cameron sogna la nuova Heathrow Nel pieno del congresso laburista, i conservatori non rimangono a guardare. Il sindaco di Londra Boris Johnson, scrive il Sunday Times, ha proposto la costruzione di un aeroporto nuovo di zecca da costruire su un’isola artificiale alla foce del Tamigi. Il primo cittadino della capitale inglese pensa a un nuovo scalo più grande con quattro piste da costruire a Sheppey (nel Kent). L’aeroporto sarebbe collegato con la capitale da treni ad alta velocità, in grado di raggiungere il centro di Londra in 35 minuti. Johnson si appresta a far realizzare un piano di fattibilità del nuovo scalo, che in teoria potrebbe essere costruito in soli sei anni. Al posto di Heathrow, i cui lavori per la terza pista sono ancora fermi, Johnson sogna di realizzare una sorta di “Silicon Valley britannica”, punteggiata da aeree residenziali. E le sue posizioni, così come quelle del Partito conservatore, sembrano premiate dall’elettorato. Secondo una proiezione pubblicata dal progressista Observer, infatti, se si andasse a votare ora il numero dei deputati laburisti sarebbe più che dimezzato: dai 346 attuali i seggi scenderebbero a circa 160. Una vittoria a valanga per il gruppo guidato da David Cameron, che tornerebbe al governo portando a Westminster 398 parlamentari. Un risultato raggiunto soltanto da Margaret Tatcher.


il caso

24 settembre 2008 • pagina 15

Lord Brennan: la leadership non è in discussione

«La crisi del laburismo? È figlia dell’economia» di Benedetta Buttiglione Salazar iù che della leadership di Gordon Brow, il Partito laburista si deve impegnare per recuperare consensi fra gli elettori. E questo è possibile solo affrontando la grave crisi economica che attraversa il mondo e la crisi di valori della sinistra di tutta Europa. Ne è convinto lord Daniel Brennan, membro di peso del Partito laburista e consigliere della Regina, che in una conversazione con liberal parla dei problemi interni al Partito e della guida, contestata, del suo segretario. Giudice Brennan, la situazione per la sinistra liberale oggi in Europa non è delle migliori. I laburisti sono arrivati al capolinea? Non posso certo negare che la sinistra stia attraversando in tutta Europa un momento di crisi. Io lo imputerei però anche alla sfavorevole congiuntura internazionale, in particolare alla gravissima crisi finanziaria che stiamo attraversando. In Gran Bretagna le conseguenze stanno avendo ripercussioni pesanti sulla vita ordinaria della popolazione. Mi riferisco alla crisi del petrolio, a quella degli alimenti ed al prezzo delle ipoteche, ossia dei mutui, divenuto altissimo. E questa situazione durerà per lo meno un altro anno, se non di più.Dobbiamo poi riflettere sul Partito laburista. I laburisti sono stati al potere per undici anni: nella vita politica questo è un ciclo molto lungo, per ogni Paese. Purtroppo, nel nostro caso la fine di questo ciclo così lungo ha coinciso con una forte crisi finanziaria internazionale. Questa situazione delicata comporta per il partito e per il suo governo delle sfide grandissime. In questo senso la conferenza di Manchester è molto importante per la salute stessa del Partito, per definire la strada che il governo deve percorrere per combattere il problema finanziario ed anche per promuovere la nuova immagine politica del partito. La conferenza di Manchester deve essere tutto questo. È ancora in discussione la leadership di Gordon Brown? La verità è che c’è un piccolo gruppo politico nel partito che vorrebbe le elezioni, ma i più rimangono a favore di Brown. È vero anche che la maggioranza del partito sta sempre a vedere come vanno le cose, perché adesso, per la prima volta in 20 anni, i conservatori nei sondaggi vengono dati al 50%, mentre i laburisti solo al 28%. Nella conferenza i laburisti dovranno definire come risolvere i problemi finanziari, riacquistare la fiducia della popolazione e combattere il Partito conservatore.

P

A sinistra, Gordon Brown (foto grande) e il leader conservatore David Cameron. In alto, un’immagine della convention di Manchester. A destra, Lord Brennan, consigliere della Regina

Sicurezza Brown intende «creare nuove regole che premiano coloro che le rispettano e puniscano chi invece le infrange». I criminali vanno puniti e rieducati, le loro pene devono essere pubblicizzate perché la comunità deve sapere che stanno svolgendo lavori a fini sociali. Il premier sposa la linea della fermezza e della tolleranza zero dei Conservatori.

Immigrazione È finita l’era della tolleranza, dell’apertura multietnica incondizionata e dell’ideale del grande “melting pot”tanto sostenuto dalla sinistra blairiana: chi non rispetta la legge fa danno al Paese e va punito, cacciato. Brown lo ha capito e in questo rompe con il passato del New Labour. Il premier ha detto che gli immigrati vanno accolti e sono i benvenuti ma soltanto se lavorano, rispettano il Paese in cui vivono, le tradizioni e la cultura locale. Inoltre, non è giusto

che i cittadini inglesi si facciano carico di chi non ha un’occupazione.

Crisi finanziaria La crisi del settore creditizio ha colpito duramente la Gran Bretagna, il governo Brown è stato costretto a intervenire per il salvataggio di alcune realtà finanziarie. Ma la linea del partito resterà market friendly, anche se alla City servirà una revisione delle regole e della vigilanza. I governi laburisti «saranno sempre a favore delle imprese ha detto Brown - del business e della competizione». Il premier ha promesso che in futuro si coordinerà con gli esperti di New York per sviluppare uno scenario finanziario transatlantico che sia trasparente, solido e senza conflitti di interesse. Un programma/progetto per il quale si spenderà già oggi a New York (dove è volato assieme al ministro delle Finanze Alstair Darling), nel corso dell’assemblea annuale dell’Onu.

E per questo ci sono delle nuove linee programmatiche? Ci sono due o tre punti che oggi preoccupano il mondo politico. In primo luogo, molte persone parlano di un’imposta speciale che dovrebbe essere adottata sui proventi del mondo petrolifero dell’anno passato. Molti chiedono che il governo imponga una tassa sui benefici delle imprese petrolifere, destinando poi questi soldi alla gente meno abbiente, per aiutarli ad abbassare il prezzo di tutto il consumo energetico familiare che deriva dagli idrocarburi. Questo è il primo punto di un nuovo, speciale orientamento. Il secondo riguarda la garanzia dei livelli dei tassi di interesse sulle ipoteche popolari, controllati dal governo in uno spazio di tempo variabile tra sei ed otto mesi all’anno, per dare una certa stabilità al mondo della proprietà. Il terzo riguarda il problema del prezzo degli alimenti. Il governo sta cercando di abbassare il prezzo di alcuni alimenti fondamentali. In realtà è molto difficile, perché il governo non può influire sui mercati. Non so bene come vadano le cose negli altri Paesi europei, ma qui da noi i prezzi sono aumentati enormemente rispetto anche solo all’anno scorso. Credo poi che la conferenza debba preparare un manifesto molto chiaro in vista delle elezioni del prossimo anno, in cui il Partito spiega come intende risolvere i problemi finanziari. Questi non sono facili da risolvere per nessun governo di sinistra in Europa, come in Spagna. Io sono davvero preoccupato per questa crisi finanziaria. È molto, molto grave. Non solo per il mondo finanziario, ma per le gravi ripercussioni che ha sull’occupazione, sugli investimenti e la salute delle banche. Sta diventando estremamente importante. Crede che la differenza tra i Partiti si riesca a colmare in un anno? Normalmente i sondaggi durante i primi anni di governo sono molto alti per il Partito al governo. Quando le elezioni si avvicinano, la differenza aumenta a favore dell’opposizione. Per ora posso dire che è chiaro che il governo laburista, come il Partito, si devono dare molto da fare per recuperare la loro posizione politica nel paese. Penso che potrebbero riuscire a recuperare consensi. È molto difficile, ma non impossibile. Nella vita politica tutti sappiamo che con i fatti le cose possono cambiare, alcune volte per il meglio, altre per il peggio, però peggio di come stiamo messi adesso….la vedo difficile!

Per rialzarsi, il Partito deve occuparsi dell’aumento dei prezzi e della distribuzione delle risorse


pagina 16 • 24 settembre 2008

eventi

Dal 6 all’11 ottobre cristiani di diverse confessioni, ebrei e musulmani insieme per recitare la Bibbia. Ma anche politici, sportivi e attori: sarà anche una maratona televisiva

Gli speakers di Dio Il primo sarà il Papa: leggerà la Genesi di Francesco Rositano onfondono Abramo con Mosè, pensano che i Vangeli facciano parte del Vecchio Testamento e non avrebbero dubbi nell’affermare che l’Apocalisse sia stata scritta da San Matteo. Tre-quattro “sviste”comuni su uno dei libri più tradotti al mondo: la Bibbia. Un testo che - a detta di molti studiosi - non ha solo un valore religioso, essendo patrimonio di divese confessioni, ma ha determinato nel profondo la pittura, l’arte, la letteratura occidentale.

C

Ecco perché di fronte a diversi studi che testimoniano una grave ignoranza sui suoi contenuti è nata l’iniziativa “La Bibbia giorno e notte”, promossa da Rai Vaticano, Rai Uno, Rai Educational e Rai Net che si svolgerà dal 5 all’11 ottobre presso la Basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme. Per la lettura, l’edificio - che fa da set per questa singolare maratona biblica - si trasforma in una semplice sala per l’ascolto della Parola, perdendo il carattere sacro legato al cattolicesimo. Il protagonista principale quindi sarà la Bibbia, ap-

poggiata su un semplice leggio, cui daranno voce speakers di diverse fedi, culture e ceti sociali. In questa particolare staffetta letteraria si susseguiranno milletrecento persone di ogni età (dagli undici anni in su), che si alterneranno al leggio con il ritmo serrato di un brano ogni quattro minuti, per sei giorni: 139 ore di fila. Come afferma il direttore della struttura Rai Vaticano, Giuseppe De Carli, che ha organizzato l’evento insieme a Elena Balestri questa iniziativa nasce all’insegna dell’ecumenicità: «Partecipano 15 ebrei, 30 ortodossi (sia di Mosca che del Patriarcato di Costantinopoli),

politica, dello sport, del mondo dello spettacolo e della cultura: i ministri Sandro Bondi e Mariastella Gelmini, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e l’ex premier Romano Prodi, la medaglia d’oro nella 50 km di marcia a Pechino Alex Schwazer e l’ex olimpionico Pietro Mennea, l’attrice Paola Pitagora, il biblista e presidente del Pontificio Consiglio della Cultura Gianfranco Ravasi. Ma come precisa De Carli questo evento non è una roba da vip, da gente importante. «Verranno i Rom, tra cui il primo prete di questa comunità, parteciperanno i Sinti, leggeranno ragazzi handi-

Benedetto XVI. Sotto, il metropolita russo Hilarion. Nel box di sinistra, l’immagine di una moschea. Nel box in basso a destra, una chiesa valdese. Nel box della pagina a lato, un tempio ebraico

Giuseppe De Carli: «Questa iniziativa nasce per colmare un gap di conoscenza su uno dei libri più diffusi al mondo, patrimonio culturale dell’Occidente e di differenti fedi religiose 30 appartenenti alla Chiesa della Riforma, 5 musulmani che intervengono a titolo personale. Interverrà il metropolita russo Hilarion e il pastore valdese Maria Bonafede».

Da agosto a oggi, all’iniziativa si sono prenotate più di 150mila persone. Diverse anche le adesioni di personaggi noti della

cappati, persone non vedenti che leggeranno attraverso i codice braille, i membri di una comunità di recupero per tossicodipendenti, e anche carcerati. L’evento sta coinvolgendo e appassionando persone diverse tra loro che fanno sacrifici e attraversano il mondo magari per leggere due o tre minuti alle tre del mattino». Le storie sarebbe-

Il teologo musulmano Adnane Mokrani: «Anche noi apparteniamo alla famiglia di Abramo»

«È un modo per rilanciare il dialogo» «Questa iniziativa ha un fortissimo valore simbolico: testimonia le nostre radici comuni e l’appartenenza alla grande famiglia d’Abramo. Certamente è un evento che ha un’impronta cattolica ma ha un valore anche per noi fedeli dell’islam. Ecco perché vi ho aderito». Così Adnane Mokrani, tunisino, teologo musulmano e docente all’Università Gregoriana di Roma commenta la sua adesione a questa singolare maratona no-stop. Leggerà un un brano del profeta Tobia

alle 0.47 di mercoledì 8 ottobre insieme alla moglie, la teologa iraniana Sharzad Hushmand. Professore, cosa pensa dell’iniziativa? Questa iniziativa testimonia le radici comuni tra noi musulmani, gli ebrei e i cristiani. D’altra parte riaffermare questa cultura comune è l’unico modo per favorire una reale integrazione e rilanciare il dialogo interreligioso e interculturale. Le basi e i presupposti ci sono anche dal punto di vista teologico. Il Corano, infatti,

spesso menziona la rivelazione precedente, cioè la Torah, i Salmi e il Vangelo, come libri sacri dell’Islam. E , in particolare, definisce la Torah e per il Vangelo «guida e luce». Quindi poter esplorare questo patrimonio è anche un modo per scoprire ancor di più la propria identità. L’identità è cercare quello che ci unisce e non ciò che ci divide. Ripeto: quella di leggere un patrimonio comune a cristiani, protestanti, ortodossi ed ebrei è senz’altro una buona occasione. (f.r.)

ro diverse. De Carli racconta di una studentessa abbruzzese che verrà a Roma con la sorella per leggere un brano del Deteuronomio, parla di un militare campano e di un panettiere, oppure di un impiegata comunale di Prato. Storie che fanno capire come la Bibbia abbia ancora la forza di unire, di accomunare gente diversa, di far riflettere su

un patrimonio comune. Questo naturalmente non cancella le divisioni del passato. Anche se tutti sono unanimi nell’affermare che i contrasti sono stati causati da una cattiva intepretazione del testo sacro più che dal libro in sé. «Naturalmente - continua il direttore di Rai-Vaticano - ci sono brani che appassionano di più: ad esempio abbiamo ricevuto migliaia di richieste per leggere la “Lettera di San Paolo ai Corinzi”. Poi ven-


eventi

24 settembre 2008 • pagina 17

La giornalista ebrea Lisa Palmieri Billig

«È pericoloso leggere senza interpretare»

gono i Salmi, Qoelet, Giobbe, le storie dei Patriarchi e di Giuseppe nell’Esodo, la Seconda Lettera ai Corinzi, il Vangelo di Giovanni. Il Cantico dei Cantici, invece, si conferma il più ambito dall’universo femminile».

All’inizio ad aprire l’evento insieme al Papa ci sarebbe stato il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che avrebbe dovuto leggere in ebraico la parasha di Bereshit, l’incipit della Torah:

«Bereshit Barà Elohim et ashamaim veet Haaretz...», all’inizio Dio creò il cielo e la terra, ma ha deciso di non partecipare alla maratona televisiva che sarà ripresa e trasmessa in diretta da Rai Uno (nella prima e l’ultima ora) e da Rai Edu 2 per intero. «Mi ritiro in punta di piedi e senza sbattere la porta - aveva affermato Di Segni ad un quotidiano - ma l’impostazione rigorsamente cattolica che è stata data all’iniziativa mi ha im-

barazzato». Il rabbino capo comunque, anche se non leggerà più farà, una dichiarazione di adesione all’iniziativa, rilasciando anche un’intervista televisiva. La situaizone sicuramente non ha fatto piacere a De Carli, che ha affermato: «Naturalmente ci dispiace per Di Segni, ma l’impianto del programma mantiene la sua ecumenicità ed interconfessionalità. Nel prepararla, infatti, abbiamo cercato di star attenti a tutti i detta-

Il presidente del centro culturale protestante di Bergamo: «Si rischia un monopolio cattolico»

«Mettiamo al centro la Bibbia,non il Papa» La chiesa valdese ha aderito con grande forza a questa maratona non-stop. E lo ha fatto coinvolgendo il rappresentante più alto della propria gerarchia: il pastore Maria Bonafede. Luciano Zappella, presidente del centro culturale protestante di Bergamo commenta positivamente questo evento, affermando che «la Bibbia è il patrimonio fondamentale di ogni cristiano». Pertanto, prosegue, «promuovere delle occasioni per conoscerla è sicuramente un atto apprezzabile».

Presidente, cosa pensa di questa iniziativa? L’iniziativa, considerata nella sua globalità, è molto importante. E vi aderisco idealmente a titolo personale. D’altra parte, quando si parla di Bibbia è chiaro che noi valdesi siamo particolarmente sensibili: quindi più se ne parla e meglio è. Ho un’unica perplessità: quella che questo evento sia stato organizzao in chiave eccessivamente cattolico-centrica. Si rischia quindi di dare un peso eccessivo alla figura del

Pontefice, facendo passare la Bibbia in secondo piano. In Italia, per fortuna, ci sono cristiani di confessioni diverse e quindi varrebbe la pena di essere un po’ più precisi. Comunque ripeto: siamo assolutamete favorevoli e lo dimostra il fatto che vi abbia aderito la Federazione delle Chiese evangeliche d’Italia. Proporrei, però, uno sforzo in più: quello di mettere al centro la Bibbia e non il Papa. Se lo facciamo riusciremo a capirci. Anche se questo non è automatico. (f.r.)

gli, cercando di non ferire la sensibilità degli appartenenti ad altre confessioni religiose. La Basilica infatti avrà una scenografia assolutamente scevra di qualsiasi richiamo al cattolicesimo e se alcuni ebrei leggeranno da lì, per altri è stato preparato un locale vicino. Resta, però, un dato oggettivo: l’Italia è un paese cattolico e quindi la presenza dei membri di queste confessioni nonostante gli sforzi resta preponderante».

Parla da intellettuale ancor prima che da ebrea, Lisa Palmieri Billig, corrispondente dall’Italia dello Jerusalem Post e presidente dell’American Jewish Commitee presso la Santa Sede: «Senza la Bibbia non si può comprendere l’arte, la letteratura, la pittura la musica occidentale. Questo testo ha un grandissimo valore culturale oltre che religioso: è patrimonio fondamentale dell’Occidente. Ecco perché bisogna conoscere “Il Libro dei Libri”. Ma allo stesso tempo, per la giornalista che tra l’altro parteciperà alla maratona biblica, bisogna essere aperti a conoscere altri testi base del nostro mondo. «E quindi approfondire Shakespeare, la Divina Commedia di Dante, la Costituzione italiana, la Carta dei diritti fondamentali dell’uomo». Presidente, cosa pensa dell’iniziativa? La prima ragione per cui ho accettato è perché me lo hanno chiesto gli amici della Comunità di Sant’Egidio. La seconda ragione è perché coinvolge più voci e perché ha come scopo quello di promuovere il dialogo ecumenico. Però ci sono altre considerazioni da fare: io non sono una stretta osservante e penso che la Bibbia sia un libro da studiare per il suo altissimo valore culturale. Bisogna risvegliare l’interesse, la curiosità. Penso quindi che questa iniziativa sia lodevole. Intravedo, però, un pericolo: che una lettura senza nessuna intepretazione non abbia senso. Perché affidandoci al solo significato letterale si può giungere a pericolose conclusioni. Pensiamo, ad esempio, all’antisemitismo cattolicocristiano. (f.r.)


pagina 18 • 24 settembre 2008

città

Completato il restauro dell’obelisco e di viale dell’Impero, torna il dibattito sull’uso della ”cittadella dello sport”

E il Foro Italico si ripulì dalla storia di Francesco Fontanella oma ha perso l’obelisco di Axum ma ha riconquisto quello del Foro Italico. Il cambio non è alla pari, ma insomma… bisogna accontentarsi. E dunque: il magnifico reperto (trafugato in guerra) è tornato nella sua sede naturale in Etiopia ed è stato restaurato. Al pari, si è concluso in questi giorni il restauro dell’obelisco e del viale dell’Impero al foro italico. Di questo, quindi, vale la pena occuparsi poiché, realizzato dal consorzio A.R.T.E. su commissione del Coni, è stato subito al centro di accese polemiche centrate tanto sulla gestione quanto sul modo in cui è stato eseguito. Per tutto il tempo in cui la stele è stata coperta dagli sponsor, ci si è chiesti in che cosa consistesse il restauro. Di una messa in sicurezza dell’obelisco instabile a causa di un fuori asse? Di un controllo delle fondazioni? Si ipotizzava, inoltre, il restauro dei mosaici del viale e il ripristino delle pavimentazioni marmoree danneggiate dagli skaters. Con grande sorpresa, dopo due anni di attesa, sembra si sia trattato soltanto di una semplice pulitura della stele e dei monoliti dalle scritte dei writers e dalle incrostazioni del tempo. Per di più, si tratta di lavori fatti con tecniche (in particolare quella della sabbiatura) non del tutto adatti al tipo di pietra ed al suo trattamento originale (marmo di Carrara in blocchi lisci).

R

Questo “restauro”, o meglio pulitura, anche se eseguito in modo affrettato (un paio di mesi di lavori e due anni di pubblicità), ci consente però di riflettere su uno dei luoghi più importanti della Roma moderna: il “Foro Italico” uno di quei luoghi definiti “della memoria”. È da molti anni al centro di studi per capire quale sarà il suo ruolo nello sport e nella città del nuovo millennio. Più o meno come è capitato in altre città, a cominciare da Berlino, con il restauro del Parlamento e dello stadio

Qui sopra, uno scorcio dello Stadio dei Marmi e, accanto, un particolare dei mosaici di viale dell’Impero al Foro Italico

Il piccolo intervento non incide sulla funzione d’uno spazio ormai usato solo come via di sfogo degli ultras olimpico, veri e propri simboli dell’epoca nazista. Così, al di là delle polemiche tecniche e politiche, riscopriamo oggi un luogo simile a un rudere moderno, testimone silenzioso e austero di un sogno folle d’epoca fascista: l’impero. Il gruppo di architetture di cui fa parte il restauro conservativo è compo-

sto da tre interventi diversi. Il primo è la stele, eretta nel 1932 dall’architetto Costantini; il secondo è la piazza con la fontana a sfera su progetto di Pediconi e Paniconi sempre del ’32 e il terzo è il viale dell’Impero, del ’33, che unisce i diversi spazi e li sintetizza in un tutto unico. È il progetto di Luigi Moretti,

uno dei più singolari architetti del razionalismo italiano. Quest’ultimo intervento fu ideato come un percorso sacro costituito da grandi blocchi di pietra, da luci e ombre come fossero materia. Il viale doveva accompagnare gli spettatori dalla grande stele agli stadi, grandi santuari dello sport. Come scrive lo stesso Moretti: «Più propriamente diremo che si tratta di una strada, di un viale, di una ”dromos” monumentale, concepita nel senso – processionale e sacrale – dei cosiddetti “viali delle sfingi” della tradizione templare egiziana. Il tema, che imponeva una sorta di calendario commemorativo, è svolto nella maniera più semplice, e perciò stesso più efficace: una duplice teoria di cippi prismatici con iscrizioni incise in capitale lapidario. L’impiego esclusivo di un solo materiale, il marmo di Carrara, conferisce unità, anche nel colore e nella luce, alla composizione». L’idea, seppur affascinante, era piena di retorica, autocelebrativa e lontanissima dalla realtà italiana di allora, 1932, e ancor più di oggi. L’immensa stele e i monoliti scolpiti fanno pensare immediatamente al fallimento di quel progetto antico che doveva essere l’acropoli dello sport.

Sotto al grande obelisco, con la scritta nel marmo «Mussolini dux» contro l’azzurro del cielo, troviamo infatti un chiosco di porchetta, una pizzeria e una birreria, bottiglie di birra, e cancellate in ferro per arginare i tifosi e le guerriglie urbane durante le partite di calcio di questo inizio campionato. Tutto questo ci ricorda quanto sia stata e sia lontana dalla vita quella città dello sport. Luogo nato per celebrare un mito impossibile e che, nel tempo, non è riuscito a rapportarsi con la città. Se non come luogo di grandi corse sui pattini o sulle biciclette, per i bambini degli anni Sessanta; o oggi solo asfittico (e umiliato) spazio di sfogo per ultras distratti.


miti

24 settembre 2008 • pagina 19

Il genere Pulp dalle ”Dime novels” a Quentin Tarantino era un tempo in cui la vita era più semplice, le famiglie usavano il salotto solamente la domenica e il gabinetto era fuori casa, nel cortile. La televisione non c’era, mentre il cinema compiva i primi passi. Erano anni di profonda trasformazione: dalle campagne e dai villaggi della grande America e dalle sperdute periferie della vecchia Europa eserciti di aspiranti lavoratori si muovono diretti verso i centri industriali del Nuovo Mondo. La carta stampata vive in quest’epoca un vero e proprio boom, soltanto a New York le edicole espongono ben sedici quotidiani divers. Risale a questo periodo la nascita delle Dime Novels, antesignane del genere Pulp. Già, perché erroneamente oggi si tende a indicare con il termine pulp storie che propongono contenuti forti e che abbondano di crimini violenti ed efferatezze, in particolar modo dopo l’uscita nel 1994 del film Pulp Fiction di Quentin Tarantino (anche se in realtà nel mondo del cinema ciò che viene considerato pulp dovrebbe essere chiamato exploitation, essendo il pulp un genere più propriamente letterario).

C’

Ha origine dalle dime novels che prendono il nome dal prezzo, infatti costano mediamente dieci centesimi, un dime appunto. Hanno una struttura semplice e sono molto simili ai fumetti: le storie spesso sono scritte senza particolare cura, si direbbe tutto d’un fiato. Le prime dime novels sono racconti ambientati in città come New York, che lottano per diventare grandi, o in zone di confine dove fior di pionieri

In alto, i protagonisti del film ”Pulp Fiction”, di Quentin Tarantino (sopra). A destra, la locandina del film ”Mucchio selvaggio”, di Sam Peckinpah, e una copertina d’epoca di ”Dime novels”, pubblicazioni antesignane del genere pulp

Mi chiamo Wolf, risolvo problemi di Pasquale Rinaldis combattono all’inseguimento del mito dell’oro. In seguito cominciano ad esser trattati i più svariati argomenti: le guerre rivoluzionarie e i conflitti coloniali ispirano racconti che fanno sognare i lettori. Compaiono investigatori per tutti i gusti: il giornalista detective, il postino detective, l’inserviente dell’albergo detective, e anche signore detective dall’aria insospettabile pronte a mollare qualche ceffone allo sventurato di turno. I contenuti del mondo Pulp fin dalle origini sono avventura, mistero e amore, senza disdegnare la violenza e i colpi

scienza e l’orrore affiancano i tradizionali generi del crimine, del western e del mistero.

Argosy può essere considerato il primo pulp magazine di successo, un pioniere nel settore: i suoi protagonisti sono di solito gli hard-boiled detectives, ovverosia i duri investigatori, altre volte sono playboy miliardari, professori, veterani della Grande guerra, donne fatali o scienziati pazzi, e i suoi contenuti sono volontariamente “politicamente scorretti”: non mostrano sensibilità ai problemi delle minoranze, delle razze né

schiere di giovanissimi furono immediatamente catturate dalle avventure del superuomo in mantello e calzamaglia. La Seconda guerra mondiale che scoppiò in seguito, mise in risalto la crisi del genere pulp. Per i soldati al fronte avere paperback books con buone storie, carta migliore e formato più agevole era preferibile rispetto ai pulp magazines, e qualche anno più tardi una delle maggiori case editrici, la Street & Smith decide

Nato in ambito letterario nell’America del cinema muto, caratterizzava storie spesso scritte senza particolare cura, si direbbe tutto d’un fiato, e incentrate sull’avventura, il mistero e l’amore ad effetto e del grandguignol: le storie graffiano le convenzioni puritane, insidiano gli umori del lettore riuscendo a solleticarne sadismi nascosti. La letteratura pulp aiuta le masse a evadere dalla dura vita di ogni giorno, e a darle manforte intervengono nuovi generi: la fanta-

tantomeno al mondo femminile. Presto questi magazine cominciano ad interagire con la vita reale, nel periodo della crisi del ’29 i racconti assorbono le preoccupazioni degli americani e le storie si riempiono di gangster minacciosi quanto la crisi economica in atto. Ma se questo aiuta l’americano medio a trascorrere qualche ora in santa pace, per i critici letterari invece con questa “robaccia” non si fa altro che corrompere la gioventù e deformare la realtà. Verso gli anni Quaranta-Cinquanta però si assiste al declino dei pulp magazines a favore di due temibili concorrenti: i comic books e i paperback books, i libri tascabili. Il 1938 fu l’anno in cui uscì il primo numero di Superman, e

di chiudere l’intera linea Pulp. Ma ormai, l’intera tradizione è consolidata e centrale nella cultura popolare, e così i pulp magazines si trasformano in oggetto di culto e di fanatiche ricerche da parte di patiti. Ancora oggi, l’America è piena di librerie specializzate in cui è possibile scoprire tesori pulp nascosti. In una società come la nostra, in cui il crimine affascina tutti e l’istinto di morte prevale sull’istinto di vita era prevedibile la riscoperta di un genere che aveva goduto in passato di così tanto successo. E’stato grazie al cinema, e al genio di Quentin Tarantino che si è ricominciato a parlare di genere Pulp anche se, va detto che l’amore tra pulp e cinema, è sboc-

ciato quando entrambi erano ancora in fasce, ed è un legame destinato, come nella migliore tradizione hollywoodiana, a durare per sempre. Oggi il genere Pulp è soggetto di moda, incerto e inafferrabile, ma può trasformarsi in un linguaggio potente perché radicato nella cultura popolare. Basta navigare nella rete per capire cosa significhi per molti: passione e visione del mondo allo stesso tempo, una miscela esplosiva tra avventura e mistero, amore e sesso, orrore e fantascienza. Dime novels e Pulp magazines, serial e B-movies hanno tessuto insieme una ragnatela popolare sempre più massiccia che ha fatto in modo che tale genere si potesse affermare come argomento principe, incarnando le caratteristiche del grande cinema americano. L’America di oggi è diversa così come lo è l’intero pianeta: rispetto agli anni passati la “società in buona fede” ha iniziato a prendere coscienza e a perdere innocenza. Molti registi oggi colgono a modo loro le nuove tensioni e le riportano in pellicola. La storia dello spettacolo ha insegnato che in ogni racconto che si rispetti il ruolo del cattivo è determinante come, se non di più, quello del buono.

Le motivazioni di carattere catartico – la sconfitta del protagonista negativo, che crea una sensazione di appagamento nello spettatore – sono state recentemente sostituite da un approccio totalmente opposto che ha visto sempre più nella semplicità drammaturgica (il male crea tensione, quindi dramma, a differenza del bene) le basi per la costruzione del fascino intorno alla figura del cattivo. «Non dico che ammazzare sia divertente – dichiarò Sam Peckinpah in seguito alle polemiche che divamparono all’uscita del suo Mucchio Selvaggio – ho cercato solo di dimostrare come vanno le cose».


pagina 20 • 24 settembre 2008

arte

Un quadro una storia. L’olio su carta di Thomas Jones, dipinto a Napoli nel 1782, è una delle opere più straordinarie e innovative della pittura del Settecento

L’enigma oltre il muro di Olga Melasecchi ella saletta n. 32 della National Gallery di Londra si trova il più piccolo quadro della collezione, un olio su carta di cm. 11,4 x 16, raffigurante Un muro a Napoli, e dipinto nel 1782 dal pittore inglese Thomas Jones (1742 – 1803). Si tratta di una delle opere più straordinarie e innovative della pittura del Settecento, al punto che si stenta a credere sia stato effettivamente realizzato in quell’epoca. La forza magnetica suscitata da questo frammento di veduta, grande quasi quanto il palmo di una mano, è un’esperienza emozionante e misteriosa, in cui sembra racchiuso l’enigma del godimento estetico. La superficie del foglio di carta è occupata quasi per intero dalla raffigurazione del muro di una povera casa, con l’intonaco scrostato in più punti e segnato da scolature d’acqua che scendono dalle due semplici finestre prive di cornici.

N

Come macchie d’inchiostro su una vecchia pagina il muro è costellato dai neri dei buchi pontai, e vecchi stracci pendono dallo stentato balcone al centro della composizione; in basso gradazioni di verdi danno vita alle foglie di un fico umile e polveroso, in alto un frammento di cielo perfettamente azzurro è interrotto dall’intonaco bianco di un edificio più alto. Muri consuenti nei paesaggi delle città italiane, cari alla nostra memoria infantile, a lungo contemplati in pomeriggi «pallidi e assorti», già immortalati da Eugenio Montale, caldi come il giorno in cui Thomas Jones dalla finestra della sua casa di Napoli decise di trasformare un semplice muro in un capolavoro. Colpito forse dalla essenziallità dei volumi che esaltano la casuale

armonia dei colori dove le tonalità grigio-ocra della parete

L’opera fa parte di un gruppo di schizzi realizzati durante il suo soggiorno partenopeo, ultima tappa del viaggio in Italia crescono e si trasformano nel verde delle foglie del fico e nell’azzurro del cielo, già con-

l’artista Thomas Jones nacque a Trevonen (Powys) nel 1742 e morì a Pencerrig (Powys) nel 1803. Pittore inglese, si formò a Londra entrando in contatto con R. Wilson, che gli trasmise il suo amore per l´Italia. Nel 1776 compì un viaggio nella Penisola, prima a Roma poi a Napoli. Del viaggio rimane la straordinaria testimonianza di alcuni dipinti di apparente semplicità ed estremamente moderni, considerata l’epoca in cui furono eseguiti. E caratterizzati da una stesura del colore unita alla scelta di soggetti, come muri scrostati, tetti ed edifici anonimi. Di recente è uscita per la prima volta in Italia la traduzione del diario del pittore inglese curata di Anna Ottani Cavina, indiscussa studiosa dell’artista. Moderno fino a toccare i confini dell’astrazione, Thomas Jones si rivela anche uno scrittore brillante ed estroso, che offre al lettore uno spaccato vivo dell’Italia di fine Settecento. Il diario è illustrato con 80 dipinti e diversi disegni del grande paesaggista.

centrati nei panni stesi al balcone come impasti di lacche su di una tavolozza.

Ma forse tutta questa semplicità era solo apparente, se, come è stato da altri rilevato «per estrarre le geometrie di una casa qualunque che è diventata soggetto del quadro, per rivelare la bellezza cifrata che la trascende, Jones introduce proporzionalità matematiche che definiscono le superfici: 4/6 di buio per la finestra, 7/8 di ocra per la porta a battenti, multipli e sottomultipli di uno stesso

modulo per stabilire gli intervalli di muro sulla facciata. Ritmi, contrappunti, variazioni come in una partitura musicale» (Anna Ottani Cavina). Il piccolo olio fa parte di un gruppo di cosiddetti schizzi -“sketches” li aveva definiti lo stesso artefice - realizzati durante il periodo della sua residenza napoletana, ultima tappa del viaggio in Italia, compiuto, tra il 1766 e il 1783, da questo pittore originario del Galles. Artista rimasto per lungo tempo pressoché sconosciuto, di lui era noto solo qualche paesaggio inglese precedente al viaggio, fino a quando, il 2 luglio del 1954 cinquantotto tra acquerelli, disegni, oli su

carta e su tela, dimenticati presso i suoi discendenti, vengono battuti ad un’asta londinese di Christie’s, «luminosi ed intatti», scrive ancora la Ottani Cavina, «mai esposti prima di allora. Scattano i prezzi nel cielo dell’arte: era nata una stella, un artista di genio che aveva pagato con la solitudine l’anomalia della sua intelligenza». Il valore di questo piccolo dipinto era tale che nel 1993 entra eccezionalmente a far parte della raccolta inglese che, secondo la sua tradizione, non acquisisce dipinti che non siano rigorosamente su tela. Fortunatamente oltre a questo gruppo di opere è rimasto an-

che il diario personale dell’artista, le Memoirs of Thomas Jones, scritto nel 1798 (pubblicato in italiano da Electa nel 2003), quando era gà da tempo tornato nella madrepatria, e abbiamo ulteriori elementi per indagare nella sua formazione e nella sua anima.

Emerge da questo scritto preciso e chiaro con dettagli a volte fin troppo pedanti sulle sue attività quotidiane, un personaggio di una semplicità e di una purezza cristalline, che, inaspettatamente, a tratti, nell’impersonalità del racconto cronachistico, svela la sua interiorità: «Come sarebbero stati


arte

24 settembre 2008 • pagina 21

felici i miei genitori», scrive quando racconta della sua formazione artistica a Londra, «se mi fossi accontentato di una vita agreste – ma non era quello il mio destino». Capisce presto di essere diverso dai suoi coetanei: «Sono sempre stato di temperamento malinconico», scrive ancora, «amante della solitudine; solo molto raramente mi univo agli altri ragazzi nello sport e nei giochi. Il mio divertimento più grande consisteva nel guardare stampe e dipinti». Una frase infine, messa lì quasi per caso, ci illumina: «La mia sfortuna è sempre stata di essere nato in un tempo sbagliato»! Ecco il destino dei geni, che vedono oltre, in anticipo sui contemporanei hanno intuizioni felici, ma assolutamente incomprese.

In alto, il quadro ”Un muro a Napoli”, uno straordinario olio su carta grande quasi quanto il palmo di una mano, nel 1782, dal grande paesaggista inglese Thomas Jones. Il quadro rappresenta una delle opere più innovative della pittura del Settecento. A sinistra e nella pagina a fianco, altre due vedute del paesaggista inglese

Giunto a Napoli, nella sfolgorante luce mediterranea, circondato dal calore della gente, si sente libero di esprimere la propria creatività, e indaga il paesaggio seguendo l’ispirazione del momento e non secondo i canoni della coeva tradizione vedutistica. Come un moderno fotografo fissa immagini casuali di tetti di Napoli, affascinato dall’inondazione di luce su volumi antichi e generosi. «Con addosso la camicia e sottili brache di lino, senza calze – a finistre aperte – ho passato molte ore felici a dipingire dalla natura», scriveva ancora nel Diario, «(..) cominciai ad emergere da quella nuvola di oscurità in cui ero rimasto tanto a lungo avvolto». Questo piccolo olio, rigoroso nelle linee come un dipinto di Mondrian ma lirico come una natura morta di Giorgio Morandi, era stato dipinto, insieme agli altri della stessa serie, per suo piacere personale, e non per venderlo, consapevole della difficoltà di incontrare il gusto dei suoi contemporanei abituati alla Napoli sublime con il Vesuvio in fiamme di Pierre-Jacques Volaire o di Joseph Wright of Derby. Il suo occhio puro ci commuove ancora, percepiamo ancora oggi nei dipinti come nelle parole la sincerità del suo sentimento, così come quando descrive i dintorni di Napoli, «attraversando per la prima volta queste terre bellissime... era come se ogni scena mi fosse già apparsa in sogno. Sembrava un paese incantato» o, con disarmante candore, ricorda infine la sua tristezza sul mare verso Capri nella strada del ritorno: «Rimasi sul ponte, il cuore pesante, a contemplare il grandioso scenario che si allontanava... finché la notte calò un velo su tutto. Salutai quelle coste per l’ultima volta e con un sospiro mi ritirai sotto coperta».


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog IMMAGINI DAL MONDO

LA DOMANDA DEL GIORNO

Tabelle alcolemiche nei pub: siete d’accordo? FINALMENTE UNA NORMA PER TUTELARE LE VITE DI TUTTI Finalmente una norma per cercare di ridurre l’attualissimo problema degli incidenti e stragi provocate da automobilisti ubriachi che non curanti dei rischi, dopo una serata alcolica, si mettono al volante con il forte rischio di combinare dei «guai» o di essere fermati dalle forze dell’ordine con il conseguente rischio del ritiro della patente. Quindi è importante conoscere i limiti dei tassi alcolici consentiti,infatti il limite di tasso alcolemico è fissato a 0,5 grammi per litro di sangue, livello che può essere facilmente superato anche solo bevendo una semplice birra meda in caso di corporatura esile o di assunzione a stomaco vuoto, quindi il tasso varia da persona a persona in base a corporatura e altri fattori, rendendolo non precisamente identificabile la quantità di alcol consentita. Proprio per questo motivo è in vigore da ieri una nuova norma, l’obbligo per tutti i locali che vendono alcolici di esporre dei cartelli dove vengono indicate le norme di comportamento e le tabelle alcolemiche, come stabilito dal decreto del 30 luglio 2008 del ministero del Welfare. Questi cartelli dovranno essere ben in vista sia all’interno che all’uscita dei locali e nel caso del non rispetto della legge da parte

dei gestori si provvederà alla chiusura dell’ esercizio da 7 a 30 giorni. Speriamo quindi che queste cosidette «calcolatrici» alcoliche messe a disposizione dei consumatori siano un passo in avanti verso la soluzione del problema.

Silvia D’Amico - Bologna

PER SENSIBILIZZARE I GIOVANI SERVONO LEGGI PIÙ SEVERE Da ieri è entrato in vigore il decreto del ministero del Welfare che rende obbligatoria l’esposizione, in tutti i locali dove si vendono o si somministrano alcolici, delle tabelle per il calcolo del tasso alcolemico. Crado che questo sia un provvedimento di importante natura euristica, ma che non rende l’idea dei rischi connessi all’assunzione di sostanze alcoliche prima di mettersi al volante (oltre a non menzionarne le sanzioni). Un argomento che, forse, viene erroneamente presupposto come assai diffuso nelle coscienze dei giovani. Da un sondaggio documentato dall’Osservatorio Codici, effettuato su un campione di oltre 2mila ragazzi, risulta infatti che più della metà di loro hanno guidato in stato di ebbrezza. È chiaro che per questa percentuale di giovani il rischio di consumare alcol e di guidare ubriaco è pressoché sconosciuto, o quanto meno, spaventosamente sottovalutato.

Corrado Renzetti - Roma

LA DOMANDA DI DOMANI

Camorra: 500 militari inviati dal Csm. Siete d’accordo? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

FATTA LA LEGGE, IL GOVERNO GIÀ RECITA IL ”MEA CULPA” Fatta la la legge, ma il giorno prima dell’entrata in vigore delle tabelle il governo recita il mea culpa a causa di un errore: «Facendo seguito all’invio dei file relativi alle tabelle, si comunica che nella tabella riprodotta nell’Allegato n. 2, nella sezione denominata “uomini”, nell’ambito della colonna riferita alla condizione “stomaco vuoto”, nella riga relativa alla bevanda “birra analcolica”, con riferimento al peso corporeo di Kg 90, il livello teorico di alcolemia “0,02” deve essere sostituito con “0,01”. L’errore è minimo, ma sicuramente contribuisce ad alimentare la confusione degli operatori del settore.

LA SFIDA DELLE RIFORME PER RILANCIARE L’ECONOMIA L’attuale situazione economica del nostro Paese è tale da rendere improrogabile l’avvio di una profonda azione di riforma, come più volte sottolineato da molti autorevoli osservatori. Penso in primo luogo alle liberalizzazioni nei settori strategici (energia, trasporti e servizi bancari), ad una profonda riforma della pubblica amministrazione, finalizzata a generare maggiore efficienza e minori sprechi nel nostro sistema burocratico avvicinando i criteri di gestione della PA a quelli del settore privato, alla riforma della giustizia, di cui abbiamo discusso in un recente numero di questa rubrica. Senza dimenticare alcuni interventi necessari se si vuole puntare sull’innovazione: la riforma delle professioni intellettuali, finalizzata a portare più mercato nella gestione dei servizi professionali puntando sulla qualità del professio-

UN AMORE DI ROBOT Questo robottino, fotografato per le strade di Praga, aiuta un’anziana signora a portare la borsa della spesa. E’ una delle tante creazioni di Stanley Povoda, che da cinquant’anni costruisce automi tuttofare per assecondare ogni bizzarra richiesta dei suoi clienti

MASSIMO D’ALEMA PENSA SOLO ALLA VENDETTA gli hanno portato via la poltrona, e lui, che si sente il padrone di casa, ha lavorato per tutta la vita per questo, non riesce ad abituarsi a rimanere così a lungo lontano dal potere e desidera ardentemente tornare al governo, lui, Massimo D’Alema, pensa solo alla vendetta. Ma se gli uomini cui sta dando una caccia coraggiosa, serrata e spietata, Prodi, Rutelli, Veltroni, Bettini e Amato, non fossero colpevoli e responsabili? E il vero colpevole fosse il governo di sinistra-centro, un trionfo di mille cose, un assemblaggio mal riuscito, anche se di grande effetto scenografico, di ideologie d’epoca, antiche e superate, ritrovate chissà dove, forse dagli antiquari, di teorie moderne che si rifanno alle tradizioni più scredita-

dai circoli liberal Alessandro Federici - Lecce

nista, e quella dell’università e della ricerca, per rendere l’offerta formativa sempre più ampia e di maggiore qualità e per creare maggiori interazioni tra le aziende e i centri di ricerca. In questo modo andremmo ad agire sui principali costi e sulle principali inefficienze che gravano sul sistema imprenditoriale italiano, avviando, inoltre, un circolo virtuoso in grado di far emergere le migliori professionalità del nostro Paese, in particolare tra le giovani generazioni. Probabilmente questa impostazione potrebbe essere definita, semplificando, come mercatista, proprio in un momento in cui molti osservatori ipotizzano la necessità di un ritorno al colbertismo. Per argomentare questa scelta, vorrei prendere spunto da un articolo di Giancarlo Galli pubblicato su un recente numero di questo quotidiano.

te (checché ne dicano Scalfari e Mieli), di strategie di diversa provenienza e qualità e di misure nuove fatte con frammenti inutili, dimenticati ma evocativi, usati e tristemente rielaborati, che ha miseramente fallito? Grazie dell’attenzione. Distinti saluti.

Pierpaolo Vezzani Correggio (Re)

GRAFFITTARI, OGGI CONTRO BRUNETTA Fino ad oggi ho condiviso tutte le uscite del ministro Renato Brunetta, dal pubblico impiego alle coppie di fatto, ma questa volta non sono per niente d’accordo sulla lotta ai graffitari. La creatività nasce dal dissenso, quasi mai dal consenso. Anche Sgarbi lo pensa: «L’illegalità in alcuni casi, genera bellezza».

Vittorio Baccelli - Lucca

Le sue tesi relative allo stato di crisi dell’economia italiana rappresentano correttamente la realtà dei fatti. Mi permetto però di sollevare, molto sommessamente, alcuni interrogativi sulle conclusioni cui egli giunge nel momento in cui arriva a suggerire l’opportunità di un ritorno ad un più largo intervento dello Stato nell’economia ripartendo dall’esperienza dell’Iri. Penso che oggi non ce ne siano le condizioni. Troppo grande è la sfiducia dei cittadini circa l’efficacia e l’efficienza del settore pubblico nell’allocare e nello gestire le risorse, sia a livello centrale che a livello periferico. Perché quanto prospettato nell’articolo di Galli sia possibile, urge una grande operazione verità, finalizzata ad eliminare gli sprechi e ad aumentare l’efficienza e la trasparenza nel settore pubblico. In quest’ottica attendiamo con fiducia le iniziative del ministro Brunetta. Mario Angiolillo LIBERAL GIOVANI


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog VOGLIAMO PARLARE DEL PASSATO DI FANTOZZI?

Ti amo perché ho visto la tua anima Grazie per la tua lettera, la aspettavo da tempo (3 giorni, un’eternità!). Mi spremevo il cervello, dicendomi: prega che niente sia accaduto a Vita – lei che prende il raffreddore al primo soffio di vento… e la lettera non arrivava. Questa mattina, notando che il mio tovagliolo era coperto da una bustina azzurra, dalla profondità del mio essere è sgorgato qualcosa che somigliava ad una détente. Mi chiedi a bruciapelo perché ti amo… Ti amo, Vita, perché ho dovuto lottare tantissimo per te. Ti amo perché hai accettato il mio anello. Ti amo perché non ti arrenderai mai. Ti amo per la tua bella intelligenza, per le tue ambizioni letterarie, per la tua inconsapevole (?) civetteria. Ti amo perché hai l’aria di non dubitare di nulla. Amo in te ciò che posseggo anch’io: l’immaginazione, il talento per le lingue, il buon gusto, l’intuito e un mucchio di altre cose. Ti amo, Vita, perché ho visto la tua anima. Violet Trefusis a Vita Sackville-West

LA SINISTRA SI COMPIACE DELLE MISERIE ITALIANE Leggo su l’Unità, in prima pagina: «Nella città governata dalla destra, rifiuti e quartieri al buio. Viaggio nel disastro Catania». Ora, con i tempi che corrono e con titolo in grassetto, occuparsi di Catania, non certo simbolo della pulizia urbana da decenni (in certe zone), mi porta ad una domanda: c’è forse un certo compiacimento delle nostre miserie, a sinistra? Cosa dovrebbe essere, un contrappeso alla questione Napoli? Una notizia del genere, con foto in campo stretto, di spalla ad Alitalia, desta sospetto. Perché si continua, nonostante il cambio di direzione al quotidiano rosso, a seminare astio e veleno? Messa nel modo come è messa non è una notizia, è una risposta spocchiosa ad un problema campano che è stato un disastro d’immagine mondiale. Credevo nelle grazie della signora Concita Di Gregorio e nella presa d’atto che si vince e si perde: ma siamo pur sempre nel 2008 d.c. e non al tempo delle guerre puniche! Grazie per l’attenzione, a presto e buon lavoro.

L. C. Guerrieri Roseto degli Abruzzi (Te)

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

24 settembre

Sulla questione Alitalia «Fantozzi ha fatto oggi quello che andava fatto due mesi fa, all’inizio e non alla fine del percorso», ha detto Piero Fassino. Ma il Prof Fantozzi, sbaglio o era un ministro del governo di sinistra, che gli italiani ebbero senza macchia e senza critica? Nel 1995 è stato ministro delle Finanze e, ad interim, del Bilancio e del Coordinamento delle politiche dell’Unione Europea. Dal maggio 1996 all’ottobre 1998 è stato ministro per il Commercio con l’estero. Tutto ciò con maggioranze e governi di sinistra ed ora, «chiaramente», fa oggi quello che andava fatto due mesi fa. Certo che la politica, per certe persone come me, è veramente incomprensibile. Per fortuna che mentre alcuni la sanno bene interpretare a posteriori altri, con altrettanta fortuna, non li seguono e sono la maggioranza politica! Grazie per l’attenzione e buon lavoro

Paolino Di Licheppo Teramo

1493 Seconda spedizione di Cristoforo Colombo nel Nuovo mondo 1541 Muore Paracelso, alchimista, astrologo e medico svizzero 1869 Venerdì nero: il prezzo dell’oro precipita 1896 Nasce Francis Scott Fitzgerald, scrittore e sceneggiatore statunitense 1948 Viene fondata la Honda Motor Company 1949 Nasce Pedro Almodòvar, regista e sceneggiatore spagnolo 1957 Il presidente statunitense Dwight Eisenhower invia la Guardia nazionale a Little Rock (Arkansas) per far applicare la ”desegregazione” 1961 Esordisce alla Disney il professor Pico de Paperis 1962 La Corte d’Appello degli Stati Uniti ordina all’Università del Mississipi di ammettere James Meredith 2006 Paolo Bettini vince il mondiale di ciclismo

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Giancristiano Desiderio,

PUNTURE Isaia Sales fa un’acuta critica della stagione di Bassolino al potere. Ma è senza Sales.

Giancristiano Desiderio

Esigere il sapere assoluto è qualcosa di mostruoso. Il sapere è un’avventura senza fine ai confini dell’incertezza FRANK HERBERT

Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Rossella Fabiani,Vincenzo Faccioli Pintozzi, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Roselina Salemi, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di L’UNITALIA È apparso, da gran parte delle notizie sul caso Alitalia, che Governo e opposizione siano lontani anni luce, lo abbiamo rimarcato già in una occasione, tuttavia nelle ultime ore ha preso forma una nuova impressione, sembrerà strano, e forse non tutti saranno disposti a credere a questa tesi, ma si potrebbe rintracciare nel comportamento assunto dai protagonisti (maggioranza e opposizione) addirittura un interesse convergente a che la compagnia nazionale non fallisca. Sappiamo, da quanto successivamente emerso in seguito alla notizia del ritiro del piano Cai, che la partita non è stata definitivamente conclusa. La domanda è allora: perché? Quali interessi sul piano politico si nascondono dietro questa nuova apertura? Da un lato i motivi che Berlusconi ha per non far fallire l’Alitalia sono noti, il successo dell’operazione sarebbe ascrivibile sostanzialmente al lavoro suo e del suo ministro Sacconi. Sull’altra sponda i vertici del Pd, D’Alema in primis, si sono accorti che il fallimento non sarebbe privo di contraccolpi anche per loro. Il tentativo di addossare sulle spalle del premier tutta la responsabilità della mancata operazione con le accuse di dilettantismo piovute da parte di Veltroni è sostanzialmente venuta meno, nell’opinione pubblica è prevalsa l’idea che il mancato accordo sia ascrivibile agli interessi corporativi messi in campo dalla Cgil e dal sindacato piloti. Per una sinistra che aspira a comportamenti ispirati da una cultu-

ra di governo ciò non è un piccolo problema. A quanto detto si aggiunge anche la pressione su Epifani della sinistra estrema che cerca di portarlo sulle proprie posizioni, almeno da quanto emerso dai titoloni di Liberazione, cercando di farlo rientrare in un canone di supplenza rispetto a un Pd all’acqua di rose. Appare evidente che le parti politiche in gioco non siano disposte a perdere rispettivamente la faccia. Un punto di equilibrio è dunque possibile? L’equilibro da trovare sembra lontanissimo, ma lo è più nella apparenza che nella sostanza. Berlusconi chiede la firma dell’accordo con la Cai, i vertici del Pd chiedono sostanzialmente la stessa cosa solo con un soggetto acquirente diverso e magari estero alle stesse condizioni prospettate dalla cordata italiana. Da qui discende che nella sinistra democratica vi sia interesse ad una posizione di responsabilità nazionale che avrebbe anche lo scopo di recuperare il rapporto ormai logoro con la Cgil. Ipotesi di non poco conto se si vuol credere alle parole di Epifani intervistato dalla Annunziata che, malgrado tutto, si è dimostrato aperturista. Insomma in queste ore pare che il caso Alitalia debba divenire il primo vero banco di prova per un’ipotesi di dialogo istituzionale. Vuoi vedere che alla fine si aggiusterà tutto e i soli piloti verranno sacrificati sul campo di una reciproca e unitaria vittoria politica? Il prossimo nome potrebbe essere Unitalia?

L’Osservatore www.tocqueville.it

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1

Amministratore Unico Ferdinando Adornato

Diffusione e abbonamenti Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia (responsabile) Massimo Doccioli 06.69920542 • fax 06.69922118

Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Lagrotta Amministratore delegato: Gennaro Moccia Consiglio di aministrazione: Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Angelo Maria Sanza

Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro

Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: Gaia Marcorelli Tipografia: edizioni teletrasmesse Editrice Telestampa Sud s.r.l. Vitulano (Benevento) Editorial s.r.l. Medicina (Bologna) E.TI.S. 2000 VIII strada Zona industriale • Catania Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.”

Abbonamenti

Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Udc

e di cronach

via della Panetteria 10 • 00187 Roma Tel. 0 6 . 6 9 9 2 4 0 8 8 - 0 6 . 6 9 9 0 0 8 3 Fax. 0 6 . 6 9 92 1 9 3 8 email: redazione@liberal.it - Web: www.liberal.it

Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


2008_09_24  

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MA...