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ISSN 1827-8817 80904

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

Duro scontro tra il presidente e la premier filo-russa

he di c a n o r c di Ferdinando Adornato

LEZIONI AMERICANE Sarah Palin, repubblicana, ha ottenuto la nomination, la Clinton, democratica, no. Anche la “vecchia“ Thatcher e la “nuova“ Merkel (assieme a Condoleezza Rice) sono tutte protagoniste del mondo liberale. Alla gauche resta solo la bandiera sconfitta di Ségolene Royal. Il femminismo, nato a sinistra, incontra il potere solo sulla sponda opposta…

Donne Destra? alle pagine 2 e 3

Come previsto: dopo Tblisi comincia la crisi in Ucraina di Vincenzo Faccioli Pintozzi a caduta dei grandi imperi, vista con ottica “democratica”, ha certamente avuto effetti positivi sotto un profilo etico generale, ma ha anche indotto gravi perturbazioni al così detto ordine mondiale. In definitiva, ha provocato disordine, con immancabili tentativi di restaurazione. I cicli possono anche essere lunghi e i percorsi incerti e diversi. Ricordiamo la caduta dell’Impero napoleonico, di quello austro-ungarico, di quello coloniale britannico e, più vicino a noi, il crollo dell’impero sovietico e quello del regime di Tito nei Balcani. Anche lo svanire delle ideologie, che spesso accompagna questi eventi, ha un effetto simile e, lasciando smarrimento nella psicologia collettiva, apre il vaso di Pandora dei nazionalismi, dei conflitti religiosi e di quelli interetnici. In altre parole, grandi imperi e ideologie sono collanti tenaci, che danno alle popolazioni una percezione di ordine e di sicurezza. Noi abbiamo optato per la democrazia, che ci fa sentire forti, giusti ed eticamente superiori. Ci siamo affidati ad un sistema economico competitivo, che premia la forza del mercato, ed anche di questo ci sentiamo orgogliosi. Vivendo, se di questo siamo convinti, in un sistema di democrazia compiuta, prediligiamo il dialogo alla forza, la trattativa al confronto, e anche questo ci dà un intimo senso di superiorità. Ma non si può avere tutto

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se g u e a pa g i n a 1 2

L’iniziativa dell’Udc a Roma

Sempre più continuità con il passato

Un tavolo della pace per la Giustizia

L’accordo con la Libia sa di vecchia Italia

di Errico Novi

di Renzo Foa

di Francesco Rositano

di Sabine Frommel

Dalla due giorni organizzata dall’Udc a Roma, nasce una consultazione permanente sulla giustizia. E intanto Berlusconi si oppone al no alla ricusazione della Gandus.

Dopo la prudenza sulla guerra-lampo della Russia contro la Georgia e dopo l’equivoco nato con l’accordo con Tripoli, Berlusconi farebbe bene a chiarire gli orientamenti della sua politica estera.

«Il personale sanitario non può sospendere l’alimentazione del paziente: verrebbe meno ai suoi obblighi». È la risposta del direttore generale della Sanità della Lombardia alla famiglia della ragazza.

La professoressa della Sorbona di Parigi interviene sulla polemica sulla ”teca” costruita da Meier intorno all’Ara Pacis di Roma. È un monumento che ridà vita a una zona dimenticata della città.

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GIOVEDÌ 4 SETTEMBRE 2008 • EURO 1,00 (10,00

Il caso dell’Ara Pacis

La Regione scrive al padre della ragazza

Vi prego, salvate l’architetto Richard Meier

Lombardia: Eluana deve vivere

CON I QUADERNI)

• ANNO XIII •

NUMERO

168 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Sarah vince, Hillary perde. In tutto il mondo le donne incontrano il potere con la destra, non con la sinistra

ll femminismo in fuori gioco di Gabriella Mecucci onne emancipate e in carriera? Non è la sinistra il vostro luogo di promozione. L’ultimo esempio viene dagli States: la povera Hilary Clinton non solo non è stata scelta come candidato democratico alla presidenza, ma il giovane e spregiudicato Barak Obama, con un’ostentata indifferenza che sfiora la villania politica, non l’ha nemmeno presa in conside-

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razione per la vice presidenza. Mentre lo schieramento progressista dava così un bel calcione all’altra metà del cielo, un conservatore, vecchiotto (72 anni) e superboghese, finiva con lo scegliere come numero due nella corsa alla presidenziale una quarantenne, governatrice dell’Alaska, madre di cinque figli, religiosisima. Una donna-donna e anche vecchia maniera. E adesso la signora Sarah Palin ha buone chance di diventare il numero due della più grande potenza del mondo. Un bel segnale, ma non sono stati i conservatori americani i primi a darlo.

ai vertici dell’esecutivo della più grande potenza europea. C’è voluto il crollo del Muro perché una donna ce la facesse. Il comunismo in genere regalava loro un’eguaglianza verso il basso: facevano le operaie siderurgiche o le spazzine come gli uomini, ma – nei lungo decenni del potere totalitario rosso – non se n’è vista nemmeno una diventare capo dello stato o del governo, con buona pace della retorica emancipazioni sta. Ma se risaliamo indietro nel tempo in cerca di primati, non possiamo tacere l’Inghilterra. Fu lì che negli anni Settanta trionfò la don-

Nella vecchia Europa governa, nel paese più ricco e più potente, una simpatica signora dai modi spicci e dal carattere forte che bisticcia con le diete e con la moda: la tedesca Angela Merkel. Ed anche lei – guarda caso – non proviene alla fila socialdemocratiche, ma da quelle moderate della Dc germanica. Nata all’Est, nei luoghi dove si è consumato il comunismo targato Stasi, appena è arrivata la democrazia, Angela è diventata la leader della Cdu e da lì è sbarcata

Nella vecchia Europa governa Angela Merkel e, certamente, la storia del Novecento sarebbe stata completamente diversa senza Margart Thatcher na più radicalmente e coerentemente liberal conservatrice. Raccontano che quando in campagna elettorale andava nei mercatini a parlare con i commercianti, si fermasse pochi minuti e se ne andasse raccomandando ai suoi collaboratori: lasciateli lavorare, stanno facendo la cosa più importante per

loro e per tutti noi: guadagnano soldi. E dei laburisti soleva dire: si occupano di redistribuire il reddito, peccato che non sappiano come si fa a produrlo. Quanto alla società – per la lady di ferro – non esiste. Esistono infatti solo gli individui. La signora in questione, nata in uno dei paesi che ha dato generato il movimento femminista, non ha mai pronunciato questa parola in vita sua. Ma tant’è, mentre i laburisti se ne riempivano la bocca, fu lei ad essere la prima donna che entrò a Dowing Street.

Al solo pensiero di Margaret

Thatcher, le signore politically correct dell’emancipazionismo, le più raffinate teoriche del pensiero della differenza, nonché Ravera e simili si sentono male. Eppure è stata forse la donna che più di ogni altra ha fatto la storia degli ultimi cinquantanni. E del resto la lady di ferro aveva una considera-

zione più forte del femminile che del maschile. Era solita dire: «Se vuoi che venga detta una cosa rivolgiti ad un uomo; se vuoi che venga fatta rivolgiti ad una donna». È vero che ci sono state anche donne di sinistra molto importanti e di grande potere: da Indira Gandhi a Golda Meir (laburista ma odiata dalla gauche di mezzo mondo in quanto israeliana) sino alla nostra Nile Jotti, ma – guarda la stranezza - tutto ciò è accaduto molti anni fa e non sotto la spinta del femminismo. Nell’ ultimo trentennio invece sono state molte di più le donne importanti di destra che quelle di sinistra. Di recente è toccato alla splendida Ségolène Royal essere sconfitta da un maschio malato di machismo come Sarkozy. Tantoché in Francia la première dame è la moglie del capo dello stato, divenuta tale soprattutto per meriti estetici. E spulciando in giro per il mondo i risultati non cambiano. Ad una socialista, Michelle Bachelet, presidente del Cile, fa da contrappeso la peronista Cristina Fernandez Kirchner, a capo di un paese disastrato ma

Tra critiche e distinguo, le donne di sinistra riconoscono che un problema esiste. Eccome

«È solo un caso,anzi no è un dramma» di Susanna Turco

ROMA. E il Cile? E la Francia? E la Spagna? Le obiezioni sono molte e l’idea che al giorno d’oggi sia la destra - e non la sinistra - a dare più chance di leadership a una donna, le signore di sinistra non la sottoscrivono, come è ovvio, di buon grado. Eppure, superando i doverosi distinguo che sono la premessa dei loro ragionamenti, va a finire che anche loro - qualcuna almeno - il problema lo avverta, eccome. Una pluri- ex ministro come Livia Turco, dopo aver precisato che le donne di sinistra, in Ita-

che passa anche per come una si vede, si propone, e vede la politica». Insomma: «Se non ci sono donne alla guida dei partiti non sarà mica solo colpa dei maschi, dipenderà anche da noi, da come ci poniamo». Il discorso sulla leadership «è complicato», conviene Roberta Pinotti, ministro ombra alla Difesa per il Pd, «perché è un meccanismo che si gioca tutto nella politica, nel quale bisogna avere il coraggio di proporsi, e noi forse non abbiamo ancora avuto, a parte qualche eccezione come la Bin-

Ritanna Armeni: «Il protagonismo delle signore di destra è il frutto dell’onda lunga della contestazione in rosa» lia «hanno avuto posizioni di potere, sul serio», ammette infatti che sul capitolo leadership «in effetti» qualche problemino c’è. Ma la pecca, secondo lei, sta per lo più nell’atteggiamento delle donne: «Essere leader è una questione

di». Dopo aver enumerato le leader di sinistra nel mondo, da Segolène Royal alla Bachelet, per precisare che la tesi proposta è «parziale», la Pinotti ammette però che «un problema di promozione della leadership femminile

esiste, lo dicono i dati di fatto. Del resto, su questo tema è il Paese ad essere un po’ in ritardo, e la politica segue: nella mia esperienza di dirigente politico, continuo a incontrare spesso dirigenti uomini che pensano che donne non capiscano niente, che hanno difficoltà a prendere in considerazione le loro valutazioni».

Ma allora le battaglie femministe non sono servite proprio a niente? In realtà il femminismo c’entra eccome, ma in una maniera del tutto inattesa. Spiega Ritanna Armeni: «In realtà le donne non vengono avvantaggiate né di qua né di là. Oggi va riconosciuto tuttavia un protagonismo alle donne di destra, molto accentuato: non è femminismo, ma nasce dall’onda lunga del femminismo. Tutte queste donne, comprese le nostre Santanché e Mussolini, hanno assunto da lì la voglia di contare». E perché a sinistra non è accaduto? «È più complicato: le donne di sinistra contestano i modelli cultu-

rali maschili e vogliono avere il potere in modo diverso, le donne di destra vogliono averlo, e spartirlo con gli uomini». Per Margherita Boniver, invece, la questione è più radicale: «Si può criticare quel che fa la sinistra, ma la questione è di fondo. La politica è un club ottocentesco inglese dove le donne sono ammesse previo permesso. E così è in tutto il mondo: e le donne che arrivano ad avere una grande visibilità sono tutte eccezioni». Resta invece fuori dall’analisi storico-sociologica Giovanna Melandri, che prova a smontare la tesi a partire proprio dal suo esempio principe: «Clinton no e Palin sì? Alt: Palin non arriverà alla Casabianca, io penso che vincerà Obama coi voti delle donne democratiche mobilitate dalla Clinton». Nel caso la previsione si riveli errata? «Una donna che va a caccia, che presiede l’associazione dei detentori di armi, è a favore della pena di morte e contro l’aborto non mi rappresenta comunque». La politica prima del genere, insomma. La


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Campagna d’odio senza precedenti contro la neocandidata

Chi ha paura di “mamma pit bull“? di Andrea Mancia

molto importante come l’Argentina. E in Ucraina governa Yulia Timoshenko, anticomunista e filo occidentale ai tempi della rivoluzione arancione. Per la verità adesso è diventata un’alleata di Putin, ma questo non sorprende: è successo anche al nostro Berlusconi. Strane e pericolose mutazioni che colpiscono entrambi i sessi.

o odio Sarah Palin». Inizia così l’articolo scrittto per l’ultimo numero della National Review da David Kahane, pseudonimo dietro il quale si nasconde un “pezzo grosso”di Hollywood (ancora anonimo) che si diverte, sulla rivista di riferimento dei conservatori a stelle e strisce, a prendere in giro la deriva progressive dell’industria cinematografica americana. Nel suo ultimo articolo, Kahane “interpreta” un democratico-standard che esprime tutto il suo odio verso la governatrice dell’Alaska che, insieme a John McCain, compone il ticket repubblicano che corre per la Casa Bianca. «Ecco perché ti odiamo Sarah Marshall Palin - scrive Kahane nelle ultime righe del suo pezzo - Ti odiamo perché ci ricordi l’altra faccia delle nostre mogli, delle nostre fidanzate e delle nostre figlie. Perché vuoi costringerle a combattere dalla tua parte contro i nostri sneers (smorfie di disgusto, ndr) e smears (menzogne elettorali, ndr). Ti odiamo perché sei capace e realizzata. Perché sei riuscita a costruirti una carriera politica senza farlo alle spalle di Monica Lewinsky.Ti odiamo perché sei intelligente e bellissima. E perché vorremmo disperatamente avere donne come te dalla nostra parte.Ti odiamo». Con ogni probabilità dietro al nickname di David Kahane si nasconde un uomo. Ma si tratta di un uomo che vive a contatto con l’epicentro del “culto obamista” (Hollywood) e che negli ultimi giorni ha certamente sperimentato in prima persona la violenza degli attacchi concentrici che sono partiti nei confronti di Sarah Palin dopo la sua candidatura alla vicepresidenza.

«I

Insomma, forse la destra non promuove le donne, ma almeno lascia loro più spazio, mentre la sinistra d’oggi si limita a regalargli qualche buona poltrona da ministro (vedi soprattutto la Spagna), ma mai la leadership. In Italia persino il primo Berlusconi ha fatto meglio di Prodi e D’Alema: non fu lui a eleggere presidente della Camera una giovanissima Irene Pivetti? Perché il femminismo non s’interroga su questo? Quote o non quote, le donne a sinistra sono marginali. Non è questo uno dei tanti fallimenti dei progressisti?

costretto la Palin a rivelare la gravidanza - vera, questa sì - della figlia teen-ager, gettando il diritto alla privacy di una minorenne in pasto ai piranha dell’opinione pubblica. Poi il falso, accertato, di una sua fantomatica iscrizione ai “secessionisti” dell’Alaskan Independence Party. Poi l’arresto per guida in stato d’ubriachezza del marito Todd (anche in questo caso, una notizia di una ventina d’anni fa). Ieri è stata la volta dell’ex capo della polizia di Wasilla - la città dell’Alaska di cui la Palin è stata sindaco - che “rivela” di essere stato licenziato ingiustamente da Sarah Barracuda.

Sono trascorsi appena cinque giorni dalla sua ascesa nel panorama politico nazionale, ma Sarah Palin è già stata costretta ad ingoiare una quantità di fango che soltanto il doppio mandato dell’amministrazione Bush - con il complotto sull’11 settembre e l’allagamento intenzionale di New Orleans riuscirebbe forse ad eguagliare. Una parte di questi attacchi è nata “spontaneamente”nei blog vicini all’estrema sinistra americana, ma un’altra consistente fetta è stata partorita (è proprio il caso di dirlo) direttamente dalla campagna di Obama o - fenomeno assai più grave - dai cosiddetti mainstream media neutrali. Provate a pensare alla stessa operazione mediatica compiuta dalla vast right-wing conspiracy nei confronti di una candidata democratica, a qualsiasi carica. E immaginate le universali strilla di sdegno. Con la Palin, invece, tutto è permesso. Perché una donna repubblicana (un modello “inferiore”di donna, evidentemente), perché è pro-life, pro-gun e schiettamente - normalmente, sarebbe il caso di dire - conservatrice. Proprio per questo, forse, gli attacchi nei suoi confronti sono tanto feroci. Perché questa sua “normalità” rischia di trasformare un passaggio obbligato di una campagna elettorale (la scelta di un candidato alla vicepresidenza) in un fattore in grado cambiare la dinamica della corsa. Con l’effetto-Palin, il fundraising repubblicano è cresciuto di 10 milioni di dollari in quarantott’ore, portando McCain ad avvicinarsi ai livelli raggiunti negli ultimi mesi da Barack Obama. E, soprattutto, la base conservatrice del partito sembra “eccitata” come mai prima, con un coinvolgimento a cui non si assisteva dai tempi di Ronnie Reagan. È questa, probabilmente, la spiegazione di questa Palin Derangement Syndrome che ha colpito le tribù obamiste nell’ultima settimana. Ma chi crede che questo sia sufficiente a sbarazzarsi del“barracuda”ha fatto male i suoi conti. Bill Kristol racconta di aver sentito un componente dello staff di McCain spiegare alla Palin le difficoltà a cui sarebbe andata incontro dopo l’annuncio della sua candidatura, la cattiveria degli attacchi che avrebbe subito, l’intrusione dei media nella sua vita privata. «Grazie per l’avvertimento ha risposto Sarah - ma sai quale è la differenza tra una hockey mom e un pitbull?». «No, governatore», ha sussurato lo staffer repubblicano. «Una hockey mom porta il rossetto». Gli animalisti obamisti sono avvertiti.

Più di dieci milioni di dollari in 48 ore, la base conservatrice “eccitata”: ecco perché i democratici hanno terrore di Sarah Palin

Dall’alto in basso: Ségolene Royal, Michelle Bachelet, Cristina Fernandez Kirchner e Margart Thatcher, Golda Meir, Angela Merkel, Nilde Jotti e Indira Gandhi

piddina Marianna Madia capovolge addirittura l’argomentazione: «La Clinton se l’è giocata, i democratici le hanno dato una chance, non mi pare che i repubblicani abbiano fatto meglio». Del resto, la deputata non si è «mai appassionata» alle battaglie di genere: «Io credo nel merito e quindi ritengo che sia questa la battaglia da fare: creare pari condizioni per tutti e poi vinca il migliore».

Ora, che le campagne elettorali statunitensi possano raggiungere livelli di “negatività”anche elevatissimi è cosa nota. «If you can’t stand the heat, get out of the kitchen» («Se non sopporti il calore, esci dalla cucina»), diceva il presidente Harry S.Truman già negli Anni Quaranta. E per restare alla storia più recente basterebbe pensare agli attacchi con cui George Bush Sr. riuscì a recuperare il suo svantaggio nei confronti di Mike Dukakis o alla“october surprise”(la notizia di un arresto per guida in stato d’ubriachezza vecchio di decenni) con cui Al Gore riuscì quasi a battere George Bush Jr. sul filo di lana. La lista potrebbe continuare a lungo, ma in nessun caso si è assistito ad uno spiegamento di forze così compatto, violento ed organizzato come quello che si è scatenato contro Sarah Palin. Ma andiamo con ordine. Prima le accuse generiche di “inesperienza” che, lanciate dagli obamisti, facevano oggettivamente un po’ridere. Poi le tonnellate d’inchiostro spese per raccontare i dettagli di una miniinchiesta per presunto“abuso di potere”che sembra avere tutte le caratteristiche per scomparire in una bolla di sapone. Poi le voci - insistenti e volgari - sull’ultimo figlio (quello affetto dalla sindrome di Down) che non sarebbe stato il frutto di una sua gravidanza, ma di quella della figlia Bristol (“coperta”dalla madre con questo brillante escamotage alla Desperate Housewives). Gossip, questo, che ha


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giustizia

Dalla due giorni organizzata dall’Udc a Roma nasce una consultazione permanente. Ma le tensioni restano. E Berlusconi riapre lo scontro con la Procura di Milano

Ecco il tavolo della pace È stato lo staff di Alfano a chiedere che dal convegno nasca un organo per il confronto tra le parti in causa ROMA. Una rivoluzione in due giorni? È chiedere troppo. Va bene anche l’enorme passo avanti fatto nel convegno, nella sala dell’hotel Sant Regis di Roma in cui l’Udc ha radunato maggioranza e opposizione, magistrati e avvocati. Il ministro Alfano ha assicurato che i primi passi sul riordino dell’ordinamento giudiziario riguarderanno la questione che più sta a cuore ai cittadini, vale a dire i tempi della giustizia civile. Allontanato almeno di qualche mese lo spauracchio della riforma costituzionale su obbligatorietà dell’azione penale, carriere dei pm e composizione del Csm, si può ragionare con calma. E il Guardasigilli ne è uscito così rinfrancato che uno dei suoi più stretti collaboratori ha sollecitato Pier Ferdinando Casini e Michele Vietti perché il tavolo allestito nella due giorni conclusa ieri faccia nascere un organo di consultazione permanente tra tutte le parti coinvolte.

siamo sicuramente facilitare il dialogo: in Parlamento non ci sono uomini primitivi che si affrontano a colpi di clava». Non è così, ma le reciproche diffidenze permangono. Dalla maggioranza Brunetta e Gasparri fanno sapere che «sarebbe un paradosso se sulla giustizia dovessimo farci imporre l’agenda dall’opposizione» e che «una riforma si farà anche senza il

Silvio Berlusconi ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d’Appello di Milano con cui è stata rigettata la ricusazione del giudice del processo Mills, Nicoletta Gandus. Un atto di “politica processuale”, notano gli esperti di diritto. È in arrivo anche una richiesta di sospensiva da parte degli avvocati di Mills: se si procedesse solo con lui come imputato (sul premier non si può in virtù del lodo Alfano) si rischia comunque di arrivare a una sentenza di condanna che implicitamente giudicherebbe anche Berlusconi. È fatale che il proseguire della guerra tra gli avvocati del presidente del Consiglio e la Procura di Milano (intenzionata a impugnare il lodo sulle alte cariche davanti alla Consulta) tenga alta la tensione. Lo si capisce anche dalla gentile ma affilatissima risposta di Luciano Violante alle insinuazioni di Di Pietro: «Si informi prima di parlare, a me hanno insegnato a fare così non appena divenni magistrato». Non si traggono conclusioni particolarmente rasserenanti anche dalle dichiarazioni del presidente dell’Anm Luca Palamara,

Casini:«Si è rotta l’incomunicabilità tra magistrati e avvocati come tra maggioranza e opposizione». Violante replica a Di Pietro,Pdl e Pd fissano paletti

È stato lo stesso leader dell’Udc a comunicarlo: «Abbiamo verificato che si può discutere, che non c’è più incomunicabilità tra maggioranza e opposizione, così come tra magistrati e avvocati. Non è che il nostro partito ha la vocazione mediatoria, ma pos-

Si apre una nuova strada

E adesso pensiamo a una giustizia «di servizio» per i cittadini di Giuseppe Gargani

consenso degli altri». A sua volta Anna Finocchiaro spiega che il Pd non ha alcuna intenzione di perdere la propria virtù, che «diciamo no sa subito a interventi costituzionali», dunque a separazione delle carriere, composizione del Csm e obbligatorietà dell’azione penale.Via libera dei democratici «a qualsiasi riforma che non tocchi la Carta fondamentale».

Sono più riflessi nervosi che necessità dialettiche. Perché Alfano non potrà certo mettere mano a un ddl costituzionale prima che finisca l’anno. Ma l’iperreattività dipende anche dai residui dell’antica guerra tra partiti e magistratura. Ieri la difesa di iniziativa preziosa dell’Udc ha contribuito a superare tanti equivoci e tanti tabù che rendevano difficile se non impossibile il colloquio e il confronto tra le parti politiche. Il dibattito, che per due giorni ha tenuto impegnati giuristi, politici e responsabili di partito e delle istituzioni, insieme al ministro della Giustizia, ha messo in luce un’inevitabile accordo sui temi in discussione e ha fatto intravedere possibili soluzioni con modifiche legislative da concordare.Tutti hanno rilevato la necessità di dar vita a riforme di «sistema», riforme cioè che regolino il ruolo nuovo e diverso del giudice e il suo rapporto con gli altri poteri dello Stato. L’efficienza del processo civile e penale per determinare una ragionevole durata del processo e

L’

tempi più rapidi per le sentenze è indispensabile per una giustizia corretta e rispettosa dei cittadini, ma è una conseguenza della riforma del «sistema giustizia». Bisogna, dunque, procedere parallelamente ma con una visione complessiva che dia motivazioni e strategie alla stessa riforma.

Quando Luciano Violante individua il punto di crisi nel contrasto tra «il profilo di potere dello Stato» che la magistratura coltiva da tempo e «il ruolo di servizio al cittadino», vuole dire che siamo al cuore del problema. È arrivato dunque il momento di fare chiarezza su questo tema tanto delicato e non va-

secondo il quale i magistrati non sono isolati ma c’è semplicemente la volontà di non coinvolgerli.

Un altro segnale non distensivo arriva anche a proposito dell’indagine su Nicola Latorre e della richiesta di usare le sue conversazioni telefonile, in verità, invocare un pragmatismo piatto e passivo che fa riferimento alla sola «efficienza» del processo e alla sua riduzione dei tempi per risolvere tutti i problemi come se si trattasse di una cosa meramente tecnica priva della complessità che è propria delle questioni giuridiche e istituzionali. D’altra parte, dicendo che i tempi della giustizia debbono essere ragionevoli non si fa altro che ripetere il dettato costituzionale. D’altra parte non spetta al legislatore stabilire in concreto i tempi del processo: questo compito spetta all’organizzazione giudiziaria nel suo complesso, avvocatura compresa naturalmente. Dunque, bisogna avere in mente un quadro di riforme ordinarie e costituzionali che affrontino una problematica che è, come ho detto, da tempo sul tappeto e che si è aggravata lungo gli anni perché il Parlamento ha privile-


giustizia

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Parla Francesco D’Onofrio

Non ci sono più veti, ora via alla riforma colloquio con Francesco D’Onofrio di Errico Novi

che con Ricucci e consorte. Gaetano Quagliariello fa notare che il Pdl mai e poi mai approfitterà delle sventure giudiziarie altrui e si opporrà alle richieste dei pm sul senatore democratico. Nicola Mancino prova a tenere il clima sul sottile filo dell’equilibrio ma sottolinea che una riforma non

giato e premiato «l’aspetto del potere» della Magistratura, dalla eliminazione dei concorsi alla progressione automatica in Cassazione e a tante altre leggi che hanno posto i magistrati in una posizione ambigua nei confronti delle altre istituzioni, con un Csm che da organo autonomo di garanzia è diventato il vertice corporativo e slegato da un rapporto dinamico con le altre istituzioni. Per questo, bisogna finalmente privilegiare il ruolo dei magistrati di «servizio» ai cittadini per cui è giusto e sacrosanto che il governo abbia il compito di riformare i codici, di gestire la organizzazione giudiziaria, di garantire una moderna informatizzazione degli uffici, e il Parlamento invece proponga riforme adeguate a risolvere quei problemi fondamentali che configurano il sistema giustizia nel contesto delle istituzioni. Questo è il programma da realizzare unitariamente.

può prevedere la separazione delle carriere. Bisogna attendere. Aspettare che gli effetti benefici del convegno si dispieghino meglio. E che magari lo sguardo sevbero e saggio di Giuliano Vassalli, indicato dall’Udc come coordionatore del tavolo permanente, raffreddi i bollori.

Di proposte è pieno il Parlamento e bisogna dunque utilizzare le più importanti e le più condivise che servono per potenziare il ruolo dei magistrati e non avvilirlo, per liberarlo dalla politica e non per opprimerlo con un autoritarismo che sarebbe fuori luogo e fuori tempo! Su questo bisogna confrontarci con l’Associazione dei magistrati, e Casini e Vietti hanno fatto una mossa strategica per mettere all’ordine del giorno la modifica del Csm, la riforma della sezione disciplinare dello stesso, la fissazione di criteri per la priorità dell’esercizio dell’azione penale ferma la sua «obbligatorietà» ma con criteri indicati dal legislatore, la riforma del ruolo del Pubblico Ministero che deve essere diverso rispetto a quello del giudice, in modo da corrispondere alla riforma e allo spirito del processo penale accusatorio per esaltare la terzietà e la indipendenza del giudice.

ROMA. Miracolo o illusione? Difficile dirlo. Alla chiusura della due giorni al Sant Regis sembra fondata sia l’una che l’altra interpretazione. Francesco D’Onofrio propende per la prima, o almeno per una lettura incoraggiante: «È un ottimo risultato. Merito nostro, e del Partito socialista da cui è partita l’idea. Siamo riusciti a convincere tutte le parti interessate, maggioranza, opposizione, magistrati e avvocati, a smettere l’abito dell’integralismo, a superare le pregiudiziali sui nodi più urgenti da sciogliere nel campo della giustizia. Ed è una cosa a suo modo epocale, perché su questa strada si affermano principi liberali storicamente minoritari nel nostro Paese». D’accordo. Va anche detto però che Pdl e Pd hanno subito provveduto a piantare paletti che sembrano precludere l’obiettivo della grande riforma. So bene che non sarà facile, anzi sarà improbabile che ci si metta d’accordo su separazione delle carriere, obbligatorietà dell’azione penale e composizione del Csm. Fino a due giorni fa però avrei detto che un lavoro comune su tre questioni del genere sarebbe stato impossibile. Adesso non escludo che ci si possa arrivare. E quale risultato possiamo stringere, oggi? Ripeto: il superamento delle pregiudiziali, che mi pare riguardi tutti, il Pdl come il Pd, i giudici come le Camere penali. Vuol dire che non si ragiona più con il vecchio linguaggio. Con la maggioranza che dice “questo si deve fare per forza” e gli altri che inevitabilmente rispondono “questo non si farà mai”. Diciamo che il gioco delle accelerazioni e dei veti è stato almeno rinviato. E non è poco. Perché liberarsi di questi riflessi condizionati è la premessa per discutere seriamente della vera emergenza: la durata del processo civile. Uno dei passi da compiere per abbreviarla riguarda l’azione disciplinare nei confronti dei singoli magistrati e la loro inamovibilità. Due questioni sulle quali al convegno ci si è trovati d’accordo. Ed è stato possibile, non posso stancarmi di dirlo, perché in questa due giorni ciascuno ha osservato i problemi da un punto di vista liberale. Sembra rimossa la consolidata abitudine del potere giudiziario a concepire l’indipendenza in chiave integralista. E quindi, se abbiamo ben capito,

lo stesso Pd è libero di ragionare sulla disciplina all’interno del Csm con uno sguardo non più timoroso delle reazioni dell’Anm. Di sicuro ora c’è un approccio non pregiudiziale su queste iniziative, da cui dipende la macchina della giustizia. Non dipende solo da queste. Certo che no. Ci sono tante cose da fare. Ma è importante che ora tutti siano consapevoli che non possono più esserci pregiudizi, né percorsi obbligati. Lo è anche il ministro Alfano, che infatti ha in cantiere innanzitutto il ddl per smaltire l’enorme carico di cause civili pendenti. È questo il primo passo che muoverà, e credo che avremo un consenso parlamentare molto ampio. Credo che si troveranno convergenze importanti anche sulle questioni disciplinari. Prima o poi però si dovrà pur discutere di separazione delle carriere, obbligatorietà e composizione del Csm. E non c’è dubbio che in questi casi le distanze ci sono. Ma attenzione: si tratta di materia costituzionale. E un ddl costituzionale non si vara tra una pausa e l’altra del Consiglio dei ministri… Appunto. Ci sarà il tempo di discutere di tali aspetti insieme con le altre riforme istituzionali. Intanto ora il campo è libero dagli eccessi di contrapposizione, come dice Casini. E bisogna riconoscere che noi dell’Udc eravamo gli unici in grado di promuovere questo cambiamento di visione. Noi e il Partito socialista, va detto, siamo i più sensibili al tema dell’integralismo giustizialista. Nel senso che si tratta delle due culture politiche più pesantemente colpite da Mani pulite? Anche. È un successo dell’Udc, di Casini, di Vietti che ha ben capitalizzato il lavoro compiuto nel periodo in cui era sottosegretario. E se posso, anche mio, che anche dalle colonne di questo giornale ho indicato la chiave di tutto proprio nella ricerca di un nuovo equilibrio tra i poteri, necessario visto che quello vecchio, fissato dalla Costituzione, non è stato sostenuto da una cultura sufficientemente liberale. E non ci fermiamo qui. Qual è il prossimo passo? Il federalismo. Che non può virare verso l’integralismo separatista né può essere stravolto dall’ipotesi di egemonia centralista. Ci vuole equilibrio, e noi continueremo a promuoverlo.


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politica

La Regione di Formigoni interviene ufficialmente con una lettera al padre della ragazza

La Lombardia: Eluana deve vivere di Francesco Rositano

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Alitalia/1, Brunetta: «Avanti senza sindacati» Il piano di salvataggio di Alitalia deve andare avanti anche senza l’intesa con i sindacati. Lo ha affermato ieri il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, intervenendo a ”Omnibus Estate” su La7, criticando l’atteggiamento di disponibilità con le organizzazioni dei lavoratori manifestato dall’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera. «Io - ha sottolineato Brunetta - non avrei mai detto ”salta tutto se il sindacato non è d’accordo”: per niente, si va avanti! Vorrei ricordare - ha aggiunto il ministro - che la situazione di Alitalia è il prodotto di cattiva politica certamente, ma anche di cattivo sindacato».

Alitalia/2: Regione Lazio vuole entrare in Cai Il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, nel corso del tavolo interistituzionale con sindacati ed enti locali sulla questione Alitalia, ha manifestato ieri la volontà della Regione di entrare nella società Compagnia Aerea Italiana (Cai), presieduta da Roberto Colaninno. Il motivo di questa richiesta è «la difesa degli interessi della Regione».

Soro: «Veltroni non è in discussione» ROMA. Altro colpo di scena nel caso Englaro. E stavolta non arriva da una sentenza di tribunale, ma da una lettera indirizzata a papà Beppino e firmata dal direttore sanitario della Regione Lombardia Carlo Lucchina. «Il personale sanitario - si legge - non può sospendere l’idratazione e l’alimentazione artificiale del paziente: verrebbe meno ai suoi obblighi professionali e di servizio». Tradotto: qualora i medici interrompessero il trattamento cui è sottoposta la ragazza in stato vegetativo da sedici anni potrebbero essere licenziati. Ma Beppino Englaro, che ha trascorso tutto questo tempo a dimostrare ai giudici che sua figlia non avrebbe mai voluto vivere in quelle condizioni, non intende cedere. E replica: «Andiamo avanti. Ormai è solo una questione legale: c’è un decreto e deve essere eseguito. Ora vedremo dal punto di vista legale come superare quest’altro ostacolo».

Naturalmente un episodio del genere non va sottovalutato ed è la dimostrazione del fatto che in una situazione come quella attuale, caratterizzata da un vuoto legislativo sulle tematiche di fine vita, ognuno può dire la sua. Ad esempio può accadere che un’azienda, avvalendosi della sua autorità dei confronti dei dipendenti, può arrivare a dare delle indicazioni su questioni che sono tutt’altro che aziendali.Non è un caso, dunque, che anche nella maggioranza e in parte del mondo cattolico si sia già aperto il dibattito sulla necessità di una legge che regolamenti queste problematiche per evitare conflitti tra poteri e «gambe tese» di un’istituzione nei confronti dell’altra. Il mondo laico continua a definire questo intervento una legge sul testamento biologico; il mondo cattolico invece - sostenendo che questa espressione fa leva sull’arbitrio assoluto del paziente - preferisce parlare più semplicemente di questioni di fine vita. Comunque le gerarchie ecclesiali accolgono con favore la decisione della Regione Lombardia. Il cardinal Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute (in pratica il dicastero vaticano che si occupa di Sanità),:ha ribadito la posizione già espressa da monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita: «Sono assolutamente d’accordo perché l’alimentazio-

ne e l’idratazione artificiali non sono terapie ma sono propriamente ciò di cui la persona ha bisogno per vivere. Sospendendo l’alimentazione e l’idratazione si impone ad una persona che già soffre un’altra terribile sofferenza , cioè il farla morire di fame e di sete». Insomma, la posizione dela Santa Sede sul tema è inequivocabile: la sentenza della Corte d’Appello di Milano spiana la strada all’eutanasia. E per questo va condannata. D’altra parte, qualsiasi intervento che va nella direzione opposta a quella sentenza - in questo caso la decisione della Regione Lombardia - non può che essere accolto favorevolmente. Il mondo politico, come già avvenuto in precedenza, si divide. Da un lato il Pdl con Isabella Bertolini, componente del direttivo del partito a Montecitorio apprezza l’intervento del Pirellone. E afferma: «La posizione assunta dalla Regione Lombardia sul caso di Eluana Englaro è assolutamente condivisibile e pienamente conforme alla legge. Un’istituzione pubblica non può rendersi complice di un omicidio. Comprendiamo il dolore e l’angoscia del padre di Eluana, ma allo stesso tempo siamo consapevoli che la questione va oltre la tragica vicenda che lo coinvolge. Si parla del rispetto della vita, principio inviolabile ed intangibile per i laici, oltreché sacro per i credenti, secondo il quale qualunque vita, anche la più sfortunata, la più penalizzante, deve essere considerata degna di essere vissuta fino alla sua terminazione naturale. Nessun essere umano può arrogarsi il diritto di togliere la vita ad un altro individuo». Nel Pd si registra una divergenza di posizioni. Per Ardemia Oriani, consigliere regionale del partito, infatti, una simile risposta «lascia sola la famiglia Englaro, non risolve il problema e rischia di ridurre se non annullare la possibilità di accogliere Eluana nel suo percorso verso la morte naturale in una struttura sanitaria della regione».

Il Vaticano d’accordo con la decisione. Il genitore prosegue la battaglia legale. E la politica si divide

Paola Binetti, teo-dem del Pd, che ha presentato una proposta di legge per regolamentare le cosiddette questioni di fine vita, invece, è d’accordo con la posizione della Regione. «Sono assolutamente e totalmente d’accordo: il personale sanitario ha la sua responsabilità nel garantire la vita del paziente». Per ora, comunque, la battaglia resta solo verbale. Stando così le cose, infatti, quella vera si giocherà a breve in Parlamento.

«Il fatto che nel Pd si sia aperto un dibattito, in qualche momento anche uno scontro duro, non è evidentemente negli auspici di nessuno ma fa parte della libertà che vige in un partito vero». Lo ha dichiarato il capogruppo del Pd alla Camera, Antonello Soro, ai microfoni di Radio Radicale. «Noi abbiamo scelto un modello democratico e il modello democratico contempla anche l’idea che ci sia chi contesta la guida e le decisioni del vertice.Veltroni ha preso un incarico difficile e importante con grandissimo sostegno popolare meno di un anno fa, sta sviluppando in una condizione complessa appuntamenti difficili e questo ha reso più lento il radicamento del partito nel territorio. Però anche io credo che nessuno metta in discussione il diritto e il dovere di Veltroni di guidare questo partito, sapendo che le scelte possono avere momenti di contestazioni. Ma il partito è sano. Sono ottimista perché abbiamo molte scelte davanti, ma l’unica che non abbiamo è tornare indietro».

Calcio: trasferta vietata per Genoa-Milan Sono Genoa-Milan e Napoli-Fiorentina le gare a rischio nella seconda giornata di campionato e per le quali sono state vietate le trasferte ai tifosi. Lo ha stabilito l’osservatorio sulle manifestazioni sportive che si è riunito ieri mattina al Viminale e nella quale si è anche parlato dei possibili risvolti di sicurezza legati all’incontro della nazionale italiana con la Georgia. Sempre nella mattinata di ieri, il questore di Napoli, sollecitato dai cronisti al suo arrivo in questura rispetto l’indagine per gli episodi di violenza e vandalismo legati alla partita di domenica scorsa Roma-Napoli, ha dichiarato: «Sappiamo che frange del tifo sono legate alla criminalità organizzata. Stiamo lavorando anche a questa ipotesi». Che però fa infuriare il ministro della Difesa Ignazio La Russia: «Pensare alla mano della camorra dietro gli incidenti provocati dagli ultrà ’è un alibi», ha commentato. «E e ci sarà da intervenire con strumenti legislativi, noi faremo il nostro dovere».

Manifestazione Pd: il Prc ancora indeciso «Lunedì prossimo incontrerò i miei compagni per discutere di questo». Così ieri Nicki Vendola (nella foto) ha risposto ai cronisti che alla Festa del Pd a Firenze gli avevano chiesto se parteciperà o meno con la sua componente alla manifestazione organizzata dal Partito democratico per il prossimo 25 ottobre. Vendola dunque non conferma e non smentisce la possibilità di prendere parte all’iniziativa del Pd e rimanda la decisione alla riunione di lunedì della sua componente.


società ROMA. «Condivido completamente quello che ha detto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. C’è stata irresponsabilità a far partire quei teppisti. Devono essere puniti severamente. E il divieto di trasferta per i tifosi del Napoli per tutto il campionato è una cosa giustissima». Lo scrittore Raffaele La Capria, napoletano eccellente, che guarda con attenzione alla sua città natale è d’accordo sulla linea dura del Viminale per contrastare le violenze negli stadi. Le misure prevedono anche lo stop alla vendita dei biglietti di Napoli-Fiorentina e niente trasferta dei tifosi del Milan per la sfida con il Genoa. È stata dichiarata a rischio anche la partita di qualificazione mondiale Italia-Georgia, per la quale saranno adottate ”massime misure di sicurezza” in conseguenza della situazione internazionale determinatasi dopo la crisi nel Caucaso. Per alcune partite a rischio si potrebbe arrivare anche alla disputa a porte chiuse. Qual è il suo parere sull’episodio di domenica? È lo specchio della nostra società. In tutt’Italia sono successe cose orrende: da Napoli a Catania, da Roma a Genova e in tanti altri stadi. Gli ultrà teppisti non hanno patria. Non dimentichiamoci anche il fenomeno inglese degli hooligans. Quindi non riguarda soltanto la tifoseria napoletana? Domenica c’è stato un difetto d’attenzione delle autorità locali. Si è parlato di legami tra questi ultrà e la camorra. Pensa che sia vero? È inevitabile collegare queste frange con la criminalità organizzata e anzi è diventato quasi un luogo comune. La supposizione è stata fatta, ma in questo caso io vorrei sottolineare l’atteggiamento imprudente di certe istituzioni, che hanno gestito malissimo la situazione. In un intervento sul Corriere della Sera per l’emergenza rifiuti scrisse: ”Io non so perché a Napoli si è arrivati al punto in cui si è”. E adesso? Il riferimento era a Pasolini, che iniziò un famoso articolo sul Palazzo del potere con ”Io so”. Invece io, purtroppo, non so e non avevo avuto informazioni precise, come tutti gli altri napoletani e gli italiani. Che cosa fosse successo a Napoli in questi quattordici anni non era chiaro a nessuno. Questa mancanza di informazione, ovviamente, non contribuisce a formare un’opinione pubblica consapevole. Il capo della Polizia, Antonio Manganelli, ha dichiarato che potrebbe esserci la camorra dietro il tifo

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Un partenopeo eccellente interviene sulle polemiche dopo le violenze degli ultrà

«Sto col padano Maroni, ma non buttiamo tutto in camorra» colloquio con Raffaele La Capria di Franco Insardà

violento. Sembra anche che alcuni degli ultrà fossero in strada a Pianura e a Chiaiano al fianco dei cittadini che manifestavano contro le aperture delle discariche. Secondo me sono due cose distinte. Per l’emergenza rifiuti c’è stata una reazione spontanea della popolazione, preoccupata dei pericoli legati alla presenza di una discarica sul proprio territorio. È normale,

banda. Questa cosa è diffusa ovunque e non riguarda soltanto Napoli. Insomma è ancora attuale il suo ritratto di Napoli in Ferito a morte? Il paragone non è esiste. Lì si parlava di una Napoli degli anni Cinquanta. Oggi la città è completamente cambiata. Che tipo di città è la Napoli di oggi? È un’incompiuta, che non ha saputo darsi tutti quei servizi

Per il capo della Polizia,Antonio Manganelli, dietro i facinorosi ci potrebbe essere la criminalità organizzata che si insinua quando ci sono particolari situazioni di disagio però, che quando ci sono situazioni di disagio la criminalità abbia gioco facile a infiltrarsi. Ma la vicenda degli ultrà a Roma è un’altra cosa. Quei teppisti non hanno alcuna giustificazione. Come inquadra, allora, il fenomeno? Siamo di fronte a una vera e propria degenerazione del tifo calcistico: non c’è più l’appartenenza alla squadra di una città, ma a una banda che è in competizione violenta con un’altra

efficienti di una città moderna. Purtroppo molte capitali del Mediterraneo non hanno voluto e saputo affrontare la modernità. Si sono fermate, mentre il resto del mondo si sviluppava naturalmente. Alcune di queste città con un passato glorioso, quando il Mediterraneo era culla di civiltà, sono state sconfitte, sono rimaste al passato. Napoli è una di loro. Queste forme di violenza legate al calcio scaturiscono anche da questo?

Certamente. Nascono da un disagio forte che non si sa come controllare. E più il disagio è grande e più la situazione diventa esplosiva. Il rapporto tra Napoli e il calcio è sempre stato molto intenso. Un nome su tutti: Maradona. Il calcio è una forma di compensazione di cui il popolo ha bisogno. È una via d’uscita per consolarsi delle miserie della vita quotidiana. Questa voglia di rivincita diventa mito, esaltazione del campione che arriva all’esagerazione. Diego Armando Maradona, per i napoletani ha rappresentato tutto questo. Oggi però anche questa situazione è cambiata. I rapporti tra le persone erano diversi. Allora c’era meno ferocia. La cordialità, l’amabilità e la solidarietà dei napoletani si è persa. La cultura del vicolo e dell’aiutarsi non c’è più. È tutto cambiato. La speculazione edilizia ha creato spazi enormi, periferie degradate e ha creato un disastro morale della città. Ma questa è la Napoli raccontata da Roberto Savia-

Raffaele La Capria, scrittore napoletano, ha sceneggiato molti film di Francesco Rosi ed è autore di romanzi di successo con “Napoli protagonista” no in Gomorra? Quella è una parte di città che si è sganciata e si è resa autonoma, approfittando della situazione sociale di solitudine e di abbandono. Napoli è una realtà più complessa. In molti casi la camorra si è sostituita alla sussidiarietà dello Stato. In che senso? Quando la disperazione è totale, la criminalità organizzata ha buon gioco a sostenere famiglie in difficoltà economica in cambio di azioni delittuose. Si pensi a un ragazzo dell’hinterland napoletano, cresciuto nell’illegalità, senza alcuna prospettiva, al quale si propone di avere dei soldi, vestiti griffati e una moto o una macchina potente. Secondo lei che cosa fa? Rinuncia o accetta? E magari diventa anche ultrà? Io non so...


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nessuno tocchi abele

Continua ad essere rovente la situazione in India nella regione dell’Orissa

La dittatura della fede Dopo gli omicidi, l’“Osservatore romano“ denuncia centinaia di conversioni forzate di Francesco Capozza

ROMA. Come accadeva nell’antica Roma, ai cristiani della regione indiana dell’Orissa viene chiesto di abiurare la propria fede se non vogliono subire violenze. A denunciare il caso di cristiani «costretti a convertirsi all’induismo e ad attaccare le chiese» è oggi l’Osservatore Romano che in proposito pubblica con evidenza un comunicato della Catholic Bishop’s Conference of India (Cbci), che parla di atti «totalmente disumani» e palesemente in violazione dei diritti fondamentali. Nel testo, i vescovi indiani non nascondono la loro preoccupazione: «Siamo estremamente angosciati scrivono - nel notare che nonostante le assicurazioni date dal primo ministro dell’Orissa, Shri Naveen Patnaik, al primo ministro federale Manmohan Singh, circa il fatto che la violenza in Kandhamal sarebbe stata repressa, non notiamo miglioramenti. Sebbene siano state dispiegate forze di sicurezza, i fondamentalisti continuano ad attaccare i cristiani e le loro istituzioni liberamente. Ci appelliamo al primo ministro dell’Orissa affinchè agisca contro chi sta piegando la legge ai propri fini e protegga i cristiani, le loro case e le loro istituzioni che sono sotto il continuo attacco dei gruppi fondamentalisti. Chiediamo inoltre all’amministrazione statale di vigilare sulla questione delle riconversioni forzate, dal momento che si tratta di una palese violazione del diritto costituzionale dei cristiani a vivere nel loro Paese senza timori».

Ieri, ricorda il giornale vaticano, il portavoce della Conferenza episcopale indiana aveva segnalato che gli attacchi alle comunità cristiane indiane sono il frutto di una strategia volta a instaurare in alcune zone del Paese un vero e proprio regno del terrore. L’Osservatore pubblica oggi anche un primo bilancio degli attacchi: «Secondo dati forniti dalla Cbci sono 50 le chiese attaccate, dieci gli esercizi commerciali distrutti,

quattro i conventi, cinque gli ostelli, sei gli istituti religiosi e altrettanti i sacerdoti e religiosi cattolici feriti. Delle ventisei vittime sinora accertate, non e’ ancora possibile dire a quale comunità e confessione cristiana appartengano». Nel giorno in cui la Corte suprema indiana ha chiesto al governo dello stato orientale di Orissa di presentare un rap-

PIù di duecento persone sono state arrestate dalla polizia indiana, mentre sono migliaia gli sfollati porto sulle misure adottate a protezione della vita e delle proprietà dei cristiani oggetto di attacchi dei fondamentalisti indù, continuano a giungere altre graditissima ed autorevoli adesioni alla fiaccolata del 10 settembre organizzata da liberal. L’Alta corte ha preso atto che il numero delle persone uccise nello stato di propria giurisdizione è salito a sedici e ha chiesto ieri formalmente all’amministrazione locale di il-

Le nuove adesioni alla fiaccolata del 10 settembre

lustrare i passi compiuti per tenere sotto controllo le violenze e proteggere le persone esposte. Questa decisione è apprezzata dall’attuale numero uno della Farnesina Franco Frattini, che pur essendo impegnato in un’importante quanto delicata visita in Georgia, ha voluto comunque tenersi al corrente delle notizie provenienti dall’India e ha manifestato soddisfazione per questo primo, sebbene timido, passo in avanti verso effettivi controlli federali sulla situazione.

Intanto il premier indiano Manmohan Singh ha promesso di stanziare aiuti economici a favore dei cristiani vittime dei violenti attacchi ad opera degli indù e ha chiesto al governatore dell’Orissa di punire i responsabili degli omicidi e degli incendi. Al momento sono circa 200 le persone coinvolte nei tumulti che sono state arrestate dalla polizia locale mentre sono migliaia gli sfollati ospitati in sette campi di accoglienza nel distretto di Kandhamal o che si sono rifugiati nelle foreste. Le violenze sono scoppiate lo scorso 23 agosto quando un importante

leader indù è stato assassinato da uno sconosciuto: gli induisti hanno attribuito l’omicidio ai cristiani e hanno iniziato a dar fuoco a case, chiese e centri di culto cristiani. La conflittualità tra le due comunità religiose è comunque radicata e legata al fenomeno delle cosiddette «conversioni forzate»: gli indù accusano i cristiani di ottenere la conversione delle popolazioni tribali e degli indù delle caste più basse in cambio della promessa di istruzione e assistenza medica. Liberal continuerà anche nei prossimi giorni a spingere affinché il governo italiano faccia propria la forte posizione del ministro degli Esteri Frattini, sensibilizzando esponenti politici - sia laici che cristiani - e del mondo culturale di tutti gli schieramenti.

Aderisco alla fiaccolata di Ferdinando Adornato del 10 settembre in Piazza Montecitorio per dare il mio contributo all’appello che si vuole lanciare contro la terribile persecuzione religiosa perpetrata ai danni delle comunità cristiane in India e in altre parti del mondo. L’inaudita violenza degli atti ai quali stiamo assistendo ormai da troppo tempo, la distruzione delle Chiese e delle case dei cristiani, costretti a fuggire per aver salva la vita, deve condurre ognuno di noi a dare un messaggio forte da affiancare alle parole di Papa Benedetto XVI che con fermezza condanna qualsiasi attacco alla vita umana la cui sacralità è esigere il rispetto di tutti. L’iniziativa di liberal deve essere il primo passo verso una durissima presa di

posizione del governo italiano che non può limitarsi alla convocazione dell’ambasciatore indiano a Roma ma deve prospettare una serie di iniziative di carattere economico fino ad arrivare ad un vero e proprio boicottaggio. Anche l’Europa deve muoversi con sanzioni dure e non con semplici parole al vento. Daniela Santanché portavoce nazionale La Destra


nessuno tocchi abele

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Il leader laico di Cl spiega i motivi della persecuzione

«I cristiani rompono gli equilibri di potere» colloquio con Giancarlo Cesana di Francesco Rositano

ROMA. Anche Giancarlo Cesana, leader laico del movimento ecclessiale di Comunione e Liberazione, aderisce alla fiaccolata di liberal. D’altra parte, come spiega lui stesso, non poteva essere altrimenti: «Ci mancherebbe altro che i cristiani non siano contro la loro persecuzione». Poi aggiunge: «Il cristianesimo è un fatto di liberazione personale e sociale che disturba gravemente il potere. Ecco perché chi abbraccia questa fede viene perseguitato». Professore, aderisce alla fiaccolata di liberal a favore della libertà religiosa dei cristiani perseguitati? Aderisco nel senso che l’approvo in quanto il 10 settembre non potrò essere a Roma. Sono importanti le adesioni personali. Le adesioni delle sigle, soprattutto se cattoliche, mi sembrano pleonastiche. Ci mancherebbe altro che i cristiani non siano contro la loro persecuzione. Cl comunque parteciperà ai momenti di preghiera indetti per venerdì dai vescovi delle diocesi italiane. Al Meeting di Rimini aveva detto che i cristiani rompono gli equilibri di potere. Cosa voleva dire? Il cristianesimo è un fatto di liberazione spirituale e sociale, nel senso che rende protagonisti della loro vita e della storia coloro che non lo sarebbero mai. Gli schiavi alle origini, le caste più povere nell’India di oggi, gli ammalati senza speranza nella nostra società. Questa “iniziativa” disturba gravemente il potere che vive sulla emarginazione e addirittura sulla eliminazione altrui. Di qui la violenza anticristiana, che nega il Dio, che facendosi uomo ha dato dignità e significato decisivi all’esistenza di tutti. Amare e gustare la vita che ci è data richiede il sacrificio di rispettarla in qualsiasi condizione si trovi: il che ha costi politici ed economici, che grossolanamente, come è avvenuto in India e da altre parti meno sviluppate, o subdolamente come succede nel mondo tecnologicamente avanzato si preferisce evitare. Come diceva Eliot, perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? È tenera dove sarebbero duri e dura dove sarebbero teneri.

Il movimento di Cl ha sempre manifestato una grande attenzione per i temi riguardanti la libertà religiosa. Come continuerete ad occuparvi di queste questioni? Il modo migliore per tenere viva l’attenzione alla libertà religiosa è far capire che questa serve, o meglio è essenziale. La libertà religiosa, infatti, riguarda la possibilità di riconoscere il mistero all’origine della vita propria e di tutti. La vita infatti è mistero: la sentiamo, la “possediamo”, ma in fondo non è nostra, ci è stata data. Bisogna ammettere che la libertà di riconoscere questo non è un accessorio dell’esistenza, è fondamentale, ovvero fondante tutte le sue altre espressioni. La libertà religiosa, inoltre, per l’oggetto cui è rivolta – la verità di tutto ciò che esiste -, deve per definizione essere una possibilità per tutti. Non può essere contro qualcuno, come lo sono alcune religioni, che pertanto sostengono una libertà falsa. A suo avviso in che modo la politica dovrebbe far fronte a questa emergenza?

Noi siamo protagonisti della nostra vita e della storia. E disturbiamo chi comanda. Ecco spiegata questa violenza

Plaudo con forza e convinzione alla proposta dell’amico Ferdinando Adornato di una mobilitazione a difesa di coloro che, a rischio della loro vita, portano il verbo del cristianesimo in tutto il mondo. È compito di uno Stato veramente laico difendere ogni posizione culturale e religiosa venendo incontro specialmente a coloro i quali compiono la loro azione in situazione di minoranza. Così è per i cristiani in India che compiono una missione difficile affianco dei più deboli e dei più poveri. Mi auguro che questo dovere civile di esprimere una posizione forte e chiara di condanna per tali eccidi si espanda a macchia d’olio perché è compito di una società avanzata combattere la violenza in ogni sua espressione. Carlo Vizzini presidente commissione Affari costituzionali del senato Aderisco con gioia all’iniziativa dell’ Onorevole Adornato, sottolineando come il Pogrom di cui

sono vittime i martiri cristiani indiani colpisce proprio coloro i quali si adoperano in favore degli ultimi della terra per liberarli dal gioco castale secondo il mirabile e santo esempio di madre Teresa e così come insegnato da Nostro Signore. Marco Villani straordinario di Diritto costituzionale Unimarconi Sono favorevole a qualsiasi manifestazione contro le persecuzioni nei confronti di civili, che siano cristiani, mussulmani, buddisti o indù. In questo caso, trattandosi di cristiani, mi vedo ancora più coinvolto poiché professante questa religione. Aderisco pertanto all’iniziativa promossa da Ferdinando Adornato e da liberal per una fiaccolata di solidarietà nei confronti dei cristiani uccisi e perseguitati in India. Roberto Napoletano direttore de «Il Messaggero»

La politica, negli accordi entro e tra gli Stati, dovrebbe innanzitutto essere preoccupata di salvaguardare i diritti fondamentali dell’uomo. Purtroppo, come si sa, gli accordi a volte vengono presi per lo scopo contrario. Bisogna essere critici, posizione assai difficile da assumere sulle questioni internazionali, se non la si assume a casa propria. Così con tutto il progresso raggiunto il mondo rotala nell’indifferenza generale Anche alla Chiesa è richiesto uno scatto in avanti. A suo avviso quale dovrebbe essere? La Chiesa ha molti difetti, ma mi sembra sia già scattata in avanti parecchio.Vale la citazione di Eliot riportata più sopra. Senza che ciò sia una giustificazione alla necessità di una continua conversione personale ad amare la verità cioè Cristo più che se stessi, o meglio per amare se stessi e gli altri.


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mondo

Khaled Meshal sarebbe in Sudan. Il movimento smentisce, ma i rumors segnano un cambio nella politica del Medio Oriente

Leader di Hamas in fuga dalla Siria di Antonio Picasso

d i a r i o haled Meshal, leader di Hamas in Siria, è stato espulso da Damasco e ha riparato in Sudan. Almeno, così dice la stampa kuwaitiana, poi smentita dal movimento palestinese. Il fatto che non ci sia nulla di certo conferma le discontinuità a cui il regime degli Assad ci ha abituato nello sviluppo della sua politica estera. Se fosse vero, però, ci sarebbero tre immediate conseguenze. Si tratterebbe del primo concreto – e forse inatteso – passo compiuto dalla Siria per giungere a un accordo con Israele. L’espulsione di Hamas dal Paese, poi, dimostrerebbe la debolezza politica del movimento palestinese fuori da Gaza. Infine, i nuovi equilibri interni all’Anp tornerebbero in favore di Abu Mazen, in crisi di consensi di fronte al ben più popolare Hamas. Allontanato Meshal, quest’ultimo risulterebbe privo di una figura di riferimento. Proprio in questi giorni, a Damasco, è in corso il vertice tra Assad, Sarkozy, Erdogan e l’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani, per la road map di pace tra Israele e Siria. Il nodo delle trattative riguarda il ritorno da Israele alla Siria delle Alture del Golan in cambio del disconoscimento, da parte del regime Baath, delle alleanze con Iran, Hezbollah e Hamas. Quest’ultima, da quasi dieci anni, è rappresentata a Damasco appunto da un esponente chiave: Kahled Meshal. Nato alle porte di Ramallah 41 anni fa, ma fuggito in Kuwait, Meshal sposa la causa palestinese entrando in contatto con i gruppi di militanti suoi connazionali che, nei Paesi del Golfo, si sono organizzati in un intenso attivismo. Tuttavia, a differenza del laicismo che ispira i suoi colleghi di università, le sue idee prefigurano uno Stato palestinese dalla forte connotazione islamica. Nel 1991, dopo l’invasione irachena del Kuwait, Meshal fugge in Giordania e lì viene introdotto nell’Ufficio politico di Hamas. In cinque anni, ne assume la leadership. Il capitolo giordano della vita di Meshal è segnato dal maggiore attivismo armato nella lotta contro Israele. Nel 1997, dieci agenti del Mossad penetrano nel rifugio di Meshal per ucciderlo. Il segretario di Hamas rischia la morte per avvelenamento, ma l’intervento della polizia giordana lo salva. Il fallimento dell’incursione causa una delle crisi diplomatiche più complesse in Medio Oriente di tutta la fine degli anni Novanta.

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Re Hussein di Giordania impone all’allora premier israeliano Netaniyahu la consegna dell’antidoto per salvare Meshal, in cambio del-

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Colombia: arrestato Uribe Hanno trascurato una sentenza riguardante i salari dei dipendenti pubblici. Per questo il Tribunale superiore di Sincelejo, nel dipartimento colombiano di Sucre, ha ordinato l’arresto per tre giorni del presidente Alvaro Uribe e dei ministri dell’Interno e delle Finanze, Fabio Valencia e Ivan Zuluaga. L’insolita sentenza riguarda una vertenza aperta, e vinta, da un gruppo di 148 dipendenti riguardante l’equiparazione dei loro salari a quelli di dipendenti di maggior grado. Il tribunale ha ritenuto la leadership politica colombiana colpevole di aver usato “dolo” nell’ignorare la sentenza Si tratta della prima sentenza del genere nel Paese, dove le cariche politiche possono essere arrestate anche senza mandato delle Camere.

Fumo bandito dalla Mecca La Mecca, la città santa dei musulmani, deve diventare una città “libera dal fumo”. È l’obiettivo di una serrata campagna anti-fumo lanciata dal Regno saudita, in coincidenza con l’inizio del Ramadan, nella citta’ sacra al culto islamico, meta dei pellegrinaggi di milioni di fedeli. E proprio questi ultimi sono spinti a rendere la Mecca definitivamente ’smoke-free’. Lo stesso mese del Ramadan, nella citta’ natale del profeta Maometto, viene visto come un’opportunita’ per smettere di fumare. La campagna prevede il totale divieto della vendita di sigarette, manifesti plurilingue che esortano a non fumare, agenti, scout e medici che un po’ controllano, un po’ spiegano, un po’ ammoniscono. «Abbiamo messo piu’ di cento funzionari sanitari e un gran numero di scout intorno alla Grande Moschea - ha spiegato all’Arab News il direttore della Campagna anti-fumo della Mecca, Sameer Al-Sabban - per informare sulle conseguenze negative del fumo».

Talebani: fuori i francesi. O li uccidiamo tutti

Il movimento palestinese inizia a perdere il sostegno dei suoi alleati storici: Siria in prima fila. Ora la linea del terrore passa per l’Africa la liberazione dei due agenti catturati. Dopo l’iniziale intransigenza di Israele, piegata anche per mano di Clinton, le trattative conducono a una significativa vittoria di Hamas. Il movimento ottiene sia la salvezza del suo segretario sia la liberazione del suo “padre spirituale”, lo sceicco Yassin.

Tuttavia, dopo la morte di re Hussein e l’ascesa di re Abdallah II, Amman non può più permettersi di ospitare un movimento che non riconosce l’esistenza dello Stato di Israele, ma anzi ne propugna la cancellazione. Di conseguenza, Meshal è costretto a fuggire in Siria. Così, mentre Gaza si afferma

come baluardo geografico e ideologico nel progetto di Stato palestinese che Hamas ha in mente, Damasco ne diventa la centrale operativa. Qui viene tessuta una fitta rete di relazioni con altri movimenti, vedi Hezbollah, e altri regimi amici, lo stesso siriano e quello iraniano. Oggi però, proprio come fece la Giordania dieci anni fa, sembra che la Siria stia abbandonando Hamas. Un’eventualità che troverebbe conferma da un lato nelle dichiarazioni di Assad sulla “possibilità di fare la pace con Israele”, dall’altro nella catena di omicidi, arresti ed epurazioni delle personalità più intransigenti del regime cui Damasco ha fatto da palcoscenico negli ultimi mesi. Le smentite, in questo senso, hanno meno valore della notizia in prima battuta. Perché il sospetto è che stia succedendo davvero qualcosa. Meshal non può più sentirsi al sicuro nemmeno in Siria. Ne consegue che deve pensare a un rapido spostamento altrove. In un altro Paese amico, magari in Sudan, ma comunque più lontano da Gaza e dalla sognata Palestina.

I taleban hanno rivendicato l’agguato che è costato la vita a dieci soldati francesi il 19 agosto scorso e, rivolti a un giornalista e un fotografo del settimanale Paris Match, hanno minacciato: «Finchè resterete a casa nostra, vi uccideremo. Tutti». Hanno poi aggiunto che l’avvertimento vale anche per «tutti gli altri Paesi membri della Nato che occupano il suolo afghano». Paris Match pubblica oggi un reportage in cui i taleban raccontano i dettagli dell’imboscata, e posano per le fotografie indossando uniformi, caschi e giubbotti antiproiettili e portando armi dell’esercito francese.

Pakistan: agguato al premier Un portavoce delle milizie talebane attive nella valle di Swat, nella regione tribale pachistana a ridosso del confine con l’Afghanistan, ha rivendicato l’attacco al convoglio del premier Yousaf Raza Gilani, sfuggito ieri al tentato assassinio avvenuto alle porte di Islamabad. Gilani non era a bordo della limousine blindata, centrata da due colpi d’arma da fuoco. «Lo abbiamo fatto per vendicarci dell’operazione militare, tuttora in corso, nella valle di Swat e nella regione tribale» ha dichiarato Muslim Khan, sedicente portavoce talebano, in una telefonta all’agenzia di stampa tedesca ’Dpa’. «Qualsiasi politica di coloro che attualmente guidano il Pakistan è contraria all’Islam e al Paese. Queste persone vogliono compiacere gli americani con lo spargimento di sangue dei nostri figli», ha aggiunto Muslim Khan. Il prossimo 6 settembre si vota in tutto il Paese per l’elezione del nuovo presidente. Molta attesa per i risultati delle urne, che dovrebbero incoronare Asif Ali Zardari, il vedovo di Benazir Bhutto e attuale reggente del Partito popolare.


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Il recente accordo con la Libia segna un’imbarazzante continuità con il passato opo l’eccesso di prudenza manifestata durante la guerra-lampo della Russia contro la Georgia e dopo l’equivoco nato con il suo viaggio a Tripoli, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi farebbe bene a chiarire una volta per tutte quali sono gli orientamenti della politica estera italiana. Si tratta di sapere se siamo in presenza di una politica estera fondata sul presupposto della difesa e dell’allargamento dell’«area della libertà» o se invece si è tornati alle vecchie scelte delle piccole mosse, di un’angusta visione dell’interesse nazionale, delle distinzioni rispetto all’Europa più dinamica, della separazione da quella parte di Occidente, Stati Uniti in testa, maggiormente impegnata (attenzione: lo è stata con Clinton, lo è con Bush, lo sarebbe anche con Obama) a costruire una stabilità internazionale fondata sul rispetto di principi e di valori. Per essere chiari c’è da tornare a chiedersi quale cultura ispiri la navigazione planetaria del governo Pdl-Lega.

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La risposta non sembra al momento difficile. Le opzioni e gli atteggiamenti di Berlusconi sono gli stessi che hanno contrassegnato l’esperienza del governo di Romano Prodi. Anche con una singolare coincidenza di tempi. Nell’estate del 2006, l’Italia svolse un ruolo di mediazione in occasione della crisi israelo-libanese, promosse una conferenza internazionale a Roma, indirizzò le scelte europee, incassò l’apprezzamento di Hetzbollah e decise un impegno straordinario nella missione Unifil 2, che le valse il comando della stessa. Cambiando i protagonisti e i riferimenti geografici, il copione che si recitata questa estate non è molto diverso: un ruolo di mediazione direttamente con Putin, l’organizzazione di una conferenza internazionale a Roma, un forte condizionamento sui partners europei, l’apprezzamento del presidente russo Dimitri Medvedev (che ieri, sul Corriere della Sera Massimo Franco ha definito «imbaraz-

Ma a Palazzo Chigi c’è ancora Prodi? di Renzo Foa

zante»). Quasi analogo è il discorso che riguarda i rapporti con Tripoli: il miglioramento delle relazioni con il regime di Gheddafi, il riconoscimento degli storici «torti» italiani con l’impegno del risarcimento finanziario, in cambio di una maggiore cooperazione a cominciare dal nodo della lotta all’immigrazione clandestina, furono una costante dell’azione di Prodi a Palazzo Chigi e di D’Alema alla Farnesina. Solo un distratto può non accorgersi che rispetto a due anni fa non è cambiato quasi nulla. In sostanza l’impronta data dall’ultimo centrosinistra è stata ereditata e assunta come «via maestra» dall’ultimo centrodestra. Le spiegazioni di questa continuità possono essere molte, dai buoni rapporti personali del presidente del Consiglio con Vladimir Putin (e ora sembra anche con il colonnello Gheddafi, almeno a sentire quest’ultimo e a vedere certe immagini televisive) fino alla preoccupazione per i rifornimenti energetici, preoccupazione che coinvolge natural-

mente anche molti altri paesi europei. Però le spiegazioni non bastano a limitare non solo l’impressione di un ritorno indietro nel tempo, ma anche l’ampiezza della rinuncia alle culture ed ai valori che avevano segnato l’esperienza della

Dall’amicizia con Putin a quella (nuova) con Gheddafi, la politica internazionale del governo Berlusconi ricalca vecchie decisioni casa delle libertà tra il 2001 e il 2006, quando l’Italia costituì un asse con i paesi europei più dinamici, contrastò il conservatorismo di Chirac e della Commissione di Bruxelles e rilanciò l’alleanza con l’altra sponda dell’Atlantico.

Quello del ritorno al passato, con qualche rara eccezione, sembra un metodo costante della «terza stagione» berlusconiana, le cui riforme e le cui

scelte sono tutte tese a ristabilire vecchi metodi e consumate abitudini. Ritorno ai boiardi di Stato. Ritorno alla vecchia scuola elementare. E così via, con la speranza di una navigazione senza scosse. In questo quadro, un po’ desolante, perché contrassegnato dall’inefficacia dell’opposizione del Pd, non poteva ovviamente fare eccezione un ritorno alla politica estera più tradizionale della storia repubblicana. Ma anche in questo caso le spiegazioni da sole non bastano. C’è da chiedersi piuttosto quali possano essere le conseguenze di iniziative destinate a puntellare regimi con i quali la coesistenza deve essere considerata impraticabile, perché rappresentano forme aperte di autoritarismo, come quello russo, o sono esplicitamente dittatoriali, come quelle libiche. Lasciamo da parte l’ossimoro – cioè un governo del Popolo della libertà che mantiene rapporti privilegiati con Putin e con Gheddafi. Lasciamo stare anche la questione dei torti subiti dagli italiani in Libia, che si dovrebbe affrontare

senza i sensi di colpa indotti dalle avventure coloniali della prima metà del Novecento. Il problema vero, posto dagli ultimi decenni della storia del mondo, è quello della scarsa credibilità di regimi come questi. I libici fino ad ora non hanno mantenuto alcuno degli impegni presi per contrastare l’immigrazione clandestina verso l’Italia: perché dovrebbero cominciare a farlo adesso? I russi dalla guerra cecena in poi hanno mostrato di guardare ai vicini della ex Unione Sovietica solo esercitando un rapporto di forza a loro favorevole, non a caso non hanno mosso un dito contro le repubbliche baltiche coperte dall’ombrello della Nato: perché dovrebbero imboccare la via del dialogo in occasione della crisi con la Georgia? E quindi c’è un secondo problema vero, quello di non temere una seconda guerra fredda. Intanto perché la storia non si ripete mai, ma soprattutto perché è il regime russo che ancora non può fare a meno dell’Occidente, mentre grazie alle riserve di gas (che in ogni modo deve pur vendere), alle alleanze con gli Stati canaglia e a qualche residuale ordigno nucleare aspira a tornare ad essere la grande potenza di una volta. Grande potenza – non dimentichiamolo – che si mostrò essere una tigre di carta, sia sotto gli zar sia sotto Breznev.

Il terzo problema è presto detto: si tratta della mancanza di valori di riferimento in scelte che appaiono funzionali ad interessi immediati e a una navigazione a vista. Come fu appunto con il governo di centrosinistra, che non distingueva fra organizzazioni terroristiche come Hetzbollah e Hamas da una parte e una democrazia consolidata quanto imperfetta, come Israele dall’altra. Con le sue fughe nel relativismo etico. Con le tentazioni neutraliste tra Occidente e anti-Occidente. Con la propensione al dialogo con le organizzazioni terroristiche e gli Stati che le sostengono. Al punto da doversi chiedere se non sia ancora Prodi l’inquilino di Palazzo Chigi.


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Ucraina. Il presidente Iushenko esce dal governo denunciando l’atteggiamento filo-russo della premier Timoshenko. Fra un mese le elezioni legislative

La nuova polveriera di Vincenzo Faccioli Pintozzi segue dalla prima ra Iushenko ha dieci giorni di tempo per eventuali ripensamenti, dopo di che ci sarà un mese per formare un’altra coalizione di governo. In caso di fallimento, molto probabile, il presidente ha diritto a sciogliere le Camere. D’altra parte, sottolinea il vice premier Viktor Vasiunik, «i ministri della Nuova non considerano ragionevole partecipare alla riunione del governo». E questo lascia ben poco spazio a possibili ipotesi di una nuova forza in grado di governare. In Ucraina si è votato per le legislative due volte negli ultimi due anni e mezzo: per molti mesi il Paese è rimasto senza un esecutivo a causa della rivalità fra gli ex protagonisti della “Rivoluzione arancione” filo-occidentale. Anche un esperimento di coabitazione con il Partito delle regioni del filo-russo Viktor Ianukovic è fallito lo scorso anno, provocando un voto anticipato. Seppur debole, quest’ultima coalizione di governo sembrava destinata a sopravvivere; il colpo di grazia è venuto dalla crisi fra Russia e Georgia (che, secondo il ministro Frattini in visita a Tbilisi, sta per finire. Il titolare della Farnesina assicura infatti che la Georgia ha rinunciato all’uso della forza).

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Dopo l’ingresso dei carri armati di Mosca nel territorio georgiano, le relazioni fra Iushenko e Timoshenko sono precipitate: il presidente ha accusato la premier di avere un atteggiamento troppo morbido nei confronti di Mosca e la sua segreteria si era spinta fino ad accusare la Timoshenko di “alto tradimento”. Inoltre, la premier è stata sospettata di «lavorare in combutta con la Russia» in cambio di un sostegno alle elezioni presidenziali in programma nel 2009. Per quanto strumentale, l’ac-

La premier Timoshenko punta il dito contro Iushenko. Frattini da Tbilisi assicura: finito il conflitto georgiano

Il “nuovo zar“ sarà in grado di gestire le crisi che ha creato?

Il rischio di Putin: diventare un apprendista stregone di Mario Arpino

cusa è quanto meno sostenuta dall’inconsueta campagna stampa che ha avvolto la premier e il Cremlino in un affettuoso valzer di complimenti. Sui principali media russi, nell’ultimo mese, sono apparse decine di articoli che inneggiano al

a caduta dei grandi imperi, vista con ottica “democratica”, ha certamente avuto effetti positivi sotto un profilo etico generale, ma ha anche indotto gravi perturbazioni al così detto ordine mondiale. In definitiva, ha provocato disordine, con immancabili tentativi di restaurazione. I cicli possono anche essere lunghi e i percorsi incerti e diversi. Ricordiamo la caduta dell’Impero napoleonico, di quello austroungarico, di quello coloniale britannico e, più vicino a noi, il crollo dell’impero sovietico e quello del regime di Tito nei Balcani. Anche lo svanire delle ideologie, che spesso accompagna questi eventi, ha un effetto simile e, lasciando smarrimento nella psicologia collettiva, apre il vaso di Pandora dei nazionalismi, dei

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primo ministro di Kiev: fra i titoli migliori vanno annoverati «Come sono diverse la Timoshenko e la Rice» e «Tutte le bambine russe vogliono andare a scuola vestite come la Timoshenko». Da parte sua, la leader ucraina non si è risparmiata: ha difeso a spada tratta la posizione russa sulla questione georgiana e si è allineata con il Cremlino nel denunciare le ingerenze americane e lo scudo spaziale.

In quest’ultima crisi, Iulia non si è smentita: ha accusato Iushenko di avere indebolito la coalizione filo-occidentale e, parlando alla riunione di governo di ieri, ha aggiunto: “Il presidente e la sua segreteria non hanno risparmiato qualunque mezzo per indebolire la coalizione democratica. È deplorevole che il presidente prenda posizioni irresponsabili. La coalizione è stata rotta su sua disposizione». Intanto il Partito comunista di Piotr Simonenko - che conta due soli deputati alla Rada - ha chiesto la creazione di una commissione speciale per emendare la costituzione e abolire la carica presidenziale, in

conflitti religiosi e di quelli interetnici. In altre parole, grandi imperi e ideologie sono collanti tenaci, che danno alle popolazioni una percezione di ordine e di sicurezza.

Noi abbiamo optato per la democrazia, che ci fa sentire forti, giusti ed eticamente superiori. Ci siamo affidati ad un sistema economico competitivo, che premia la forza del mercato, ed anche di questo ci sentiamo orgogliosi. Vivendo, se di questo siamo convinti, in un sistema di democrazia compiuta, prediligiamo il dialogo alla forza, la trattativa al confronto, e anche questo ci dà un intimo senso di superiorità. Ma non si può avere tutto, per cui può capitare che qualche prepotente, che cerca di rimettere ordine in casa “restaurando” i cocci di quello

favore di una repubblica totalmente parlamentare. L’Ucraina, come altri paesi dell’ex Unione Sovietica, sconta la tensione derivante dalla volontà della Russia di mantenere la propria influenza e in certi casi la sovranità su questi popoli e il loro desiderio di affrancarsi da Mosca ed entrare a far parte, nel caso dell’Ucraina, di Unione Europea e Nato. Le tensioni nell’area del Caucaso

che fu un impero, prevarichi e ci metta di fronte al fatto compiuto. È il caso di Putin, l’inossidabile, che con pugno di ferro cerca di mantenere il controllo venendo incontro, senza dubbio, a istanze di democrazia presenti nella Grande Madre, ma sopra tutto allo scontento dei comunisti, degli ex comunisti e dei militari, amareggiati perchè la Russia non è più l’impero che è stata. Con una buona dose di miopia l’Occidente gli ha fatto un certo numero di sgarbi, sicuramente tutti giustificabili, ma che non lo hanno certo aiutato all’interno. Nel fare ciò, l’Occidente non ha poi dimostrato né coesione né fermezza, ma anzi, senza tener conto delle situazioni particolari presenti all’interno della Csi, ha favorito casi, come l’affrettato riconoscimento della di-

chiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo e la questione georgiana, che hanno dato alla Russia l’occasione che attendeva per dare un forte segnale di ricompattazione all’interno. In più, ha dato una dimostrazione di coraggio e indipendenza di giudizio che molti nel mondo, sopra tutto tra i non-amici dell’America e dell’Occidente, hanno immancabilmente ammirato. Putin, astutamente, ha istruito il suo Medvedev a fare tutto ciò in un momento in cui gli Stati Uniti sono inabilitati a prendere decisioni, sapendo che Nato e Ue avrebbero dimostrato i propri limiti.

Al momento, Putin è vincente con una scacco matto in tre tempi: ha condizionato l’Europa con l’energia, l’America con la politica e la Georgia


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Erdogan cerca di liberarsi dalla tutela economica russa

La crisi del Caucaso arriva fino ad Ankara di Francesco Cannatà o scontro commerciale con Mosca e la visita di Lavrov in Turchia sono il segnale che lo spazio di manovra finora goduto da Ankara nella crisi caucasica si sta spegnendo. A differenza degli Usa e di molti Stati europei che avevano condannato il riconoscimento dell’indipendenza di Ossezia e Abkhazia, la diplomazia anatolica non era andata oltre un comunicato del ministero degli Esteri che esprimeva le preoccupazioni turche sui «recenti sviluppi» del Caucaso e l’ importanza che Ankara dava all’integrità territoriale di Tblisi. In realtà la guerra in Georgia ha messo la Turchia in una posizione difficile. Condannando con nettezza il riconoscimento russo delle due province secessioniste georgiane, Ankara avrebbe rischiato di sentirsi dire dai russi che loro avevano fatto lo stesso con Cipro.

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Yulia Timoshenko, (Georgia, Ossezia, Inguscezia, Abkhazia) che da anni sono teatro di conflitti e primo ministro ucraino. La sua posizione cruente rappresaglie - quando non di guerra vera e propria - fra Russia e go- filo-russa ha scatenato le proteste verni locali (spesso sostenuti dagli dei colleghi USA), non di rado riguardano anche di coalizione l’Ucraina: le navi da guerra di Mosca, A sinistra infatti, sono di stanza nel porto di Sebastopoli. Che per il Cremlino si trova in il presidente Iushenko, amico dell’Occidente Russia.

con la forza militare. Abile mossa di politica interna e di politica estera, che però è rischiosa e può portare su sentieri tanto più pericolosi in quanto già storicamente noti. Ora che la fase calda del conflitto caucasico sembra sedata, è possibile osservare l’intera questione con più calma e meno emotività. Analizzando, ci si accorge che la Russia ha agito in modo altamente prevedibile, ed ora, incassata la blanda reazione occidentale, c’è solo da sperare che i fatti in Abkhazia, Ossezia, Cecenia, ecc. non si incamminino sulla strada di una perversa “domino law” che nessuno, nemmeno Putin, sembrerebbe al momento auspicare. Ma i timori restano, ed anche la Storia li conferma. Abbiamo fatto in modo che la Russia, con una difficile situazione inter-

na, si sentisse circondata e punita nel proprio orgoglio nazionale.

E la Grande Madre ha reagito, liberando quelle forze endogene che, secondo i vecchi geopolitici, sono minacciosa caratteristica degli stati “interni” alle masse continentali. E’ un comportamento oggi catalizzato anche da istanze economiche, che potremmo definire congenito, in quanto già presente ai tempi di Ivan il Terribile, della grande Caterina, degli Zar e dell’Unione Sovietica. C’è solo da sperare che Putin, che ha evocato queste forze, sia ora in grado di imbrigliarle. Lo sperano anche i nuovi Stati baltici, l’Ucraina, la Crimea, la Moldavia e tante altre piccole schegge, liberate dall’esplosione dell’Impero.

Non a caso il presidente della “repubblica” turca del nord di Cipro, Mehemet Ali Talat, in una visita ad Istanbul ha espresso la sua comprensione per ossetini e ingusci che, secondo lui, erano nella stessa situazione dei turco-ciprioti. Alcuni ambienti anatolici potrebbero addirittura vedere nel comportamento russo un precedente per risolvere l’imbroglio cipriota. La contraddizione turca tra principi e realta è accentuata dall’atteggiamento di ankara verso l’exclave armeno del Nagorno Karabach e le aspirazioni autonomiste dei curdi iracheni. In questi casi nessuno più della Turchia afferma il diritto all’integrità territoriale di Azerbaigian e Iraq. Al di la del groviglio diplomatico, Mosca ha comunque altri strumenti per convincere Ankara a non tirare troppo la corda. Dall’inizio della crisi georgiana alla frontiera russa sono fermi 10mila Tir turchi. I danni economici per Ankara sono di circa 10 miliardi di dollari. In questo caso Cremlino sfrutta una nuova legge russa, che permette di controllare se quanto contenuto nelle dichiarazioni doganali coincide con il trasporto, per punire la cooperazione tra Ankara e Washington e dimostrare che la Georgia non è più territorio sicuro. In realtà si cerca di mettere i bastoni tra le ruote allo sviluppo economico di Ankara, ora che per la Turchia Mosca è un attore sempre più importante. Oltre ai rifornimenti energetici - nel 2008 Ankara ha ricevuto il 68 percento del suo fabbisogno di gas, 38 miliardi di metri cubi, dal Cremino – imprenditori anatolici sono attivi nel settore edilizio russo e svolgono una parte importante nella creazione di catene di supermercati in molte città federali. L’anno scorso le esportazioni verso Mosca hanno superato i 30 miliardi di dollari e tra non molto come maggior partner economico della Turchia la Russia sostituirà la Germania.

Con l’attacco alla Georgia il Cremlino ha maggiori strumenti di pressione. Compreso blocco o sabotaggio della pipeline Baku-Tblisi-Ceyhan.

Senza escludere che il piano Nabucco, ostacolato dal progetto South Stream, potrebbe non vedere mai la luce. Se dal punto di vista energetico e commerciale Ankara può fare ben poco, da quello diplomatico Erdogan non ha nessuna intenzione di riconoscere la supremazia di Mosca. Anche se riconoscendo Ossezia del sud e Abkhazia, Mosca ha messo in crisi i capisaldi della strategia internazionale del Paese le recenti mosse di Erdogan fanno pensare che il premier sia convito che di poter ancora vincere la partita diplomatica in corso. In visita a Mosca il capo del governo turco ha presentato l’iniziativa della cosiddetta piattaforma per collaborazione e stabilità nella regione cui dovrebbero partecipare oltre alla Turchia, Georgia, Russia, Azerbaigian e Armenia. Secondo Ismet Berkan, direttore del giornale turco Radikal, la vaghezza dell’iniziativa mette però in dubbio le sue possibilità di successo. Riunire i diversi attori regionali è un compito proibitivo. I russi rifiutano ogni contatto con Saakaschvili. L’Armenia occupa ancora il 20 percento del territorio azero. Ankara attua un embargo economico nei confronti di Erevan. Non si può però escludere che l’idea di Erdogan dia il via a un circolo virtuoso proprio tra Armenia e Turchia. I colloqui segreti tenuti da poco in Svizzera hanno innescato una piccola distensione tra le capitali, mentre la bocciatura della proposta turca di una commissione scientifica comune per far luce sui crimini contro gli armeni durante l’impero ottomano ha di nuovo irrigidito le parti. Approfittando della presenza di Lavrov, Ankara cerca ora di sviluppare una complessa manovra verso Erevan. Se il ministro russo si dovesse convincere della bontà della “piattaforma” turca, potrebbe essere proprio lui a sponsorizzarla in Armenia. Una mossa delicata con la quale la Turchia non può inimicarsi l’Azerbaigian. Del resto le vie d’uscita per Ankara sono poche. Con la destabilizzazione della Georgia, è proprio il piccolo vicino armeno ad acquistare sempre più importanza per la Turchia. Nel frattempo nel Caucaso russo lo stillicidio prosegue. Ieri mattina in un ospedale del Daghestan è morto Abdulla Alishayev giornalista e rappresentante dell’islamismo moderato nella repubblica. Le indagini sull’omicidio di Magomed Evloved segnano il passo. La procura della repubblica dell’Inguscezia ha derubricato il caso a omicidio involontario. Una formula che rassicura solo i mandanti.

Ora per la Turchia i rapporti con l’Armenia sono fondamentali. Ma il passato non aiuta la nuova distensione


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speciale educazione

Socrate

li scherzi dei numeri. Nelle prove Ocse Pisa su ciò che questo organismo di saintsimoniani internazionali chiama «competenze matematiche, scientifiche e linguistiche», gli studenti italiani vanno male in generale, ma quelli del Sud in particolare. E ancora peggio vanno gli studenti delle isole. Se però si scorrono le votazioni medie assegnate dalle commissioni agli esami di stato si scopre che al Sud ci sono studenti con votazioni largamente superiori rispetto a quelli del centro e, soprattutto, del Nord. Un andamento statistico analogo hanno le prove degli esami di licenza media: valutazioni più positive per gli studenti del Sud rispetto a quelli di tutte le altre parti d’Italia.

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Giuseppe Lisciani, molto conosciuto dai lettori di questo giornale, scrive spesso che l’unica scuola, in Italia, «eccellente» sarebbe la scuola primaria. Sostiene una tesi che l’intero mainstream burocratico, pedagogico e mass mediale ribadisce come un mantra. In realtà, se guardiamo ai numeri disponibili, cioè alle ricerche empiriche, abbiamo elementi per un giudizio meno consolatorio. I nostri bambini riescono benissimo, in tutto, dalla lettura-scrittura alla matematica, dall’arte alla storia, fino all’inizio della quarta classe della scuola primaria. E, per entrare in tema di distribuzione geografica delle performance, riescono particolarmente bene i bambini del Sud. Anche quelli delle isole. Dalla quarta classe della scuola primaria alla fine della prima media, però, abbiamo un vero e proprio tracollo. E, questa volta, maggiore al Sud. Conclusione: la si può mettere come si vuole, ma i numeri ci dicono che qualcuno bara; oppure ci dicono ciò che si sa da sempre: i numeri, lasciati soli, non sono attendibili, hanno bisogno di dati qualitativi per essere ben interpretati. Se si prendono, infatti, i dati Ocse Pisa e si volesse ricavare da essi una pro-

Attaccati dal ministro Gelmini che li considera dequalificati, gli insegnanti del Sud in realtà sono costretti a operare in condizioni di perenne emergenza e rappresentano solo l’iceberg di un sistema nazionale allo sfascio

I NUOVI MALAVOGLIA di Giuseppe Bertagna Dai dati risulta, infatti, che soprattutto gli studenti del Sud non sono in grado di risolvere problemi di matematica e di scienze che siano applicati a situazioni reali, oppure di lingua che abbiano risvolti pragmatico-comunicativi. Questa strategia, tipica delle proposte di economisti e sociologi, na-

Non bisogna confondere test e competenze con l’educazione delle persone gnosi per guarire la scuola italiana, otterremmo questa strategia. Peraltro, quella che pare attualmente vincente al Ministero. Al Sud c’è una emergenza. Per consentire agli studenti meridionali di fare figure meno imbarazzanti alle imminenti, nuove prove di competenza dell’Ocse Pisa bisogna intervenire subito con un piano di formazione volto «a preparare i docenti a preparare a loro volta gli studenti» nel rispondere alle mitiche prove Ocse Pisa.

turalmente confonde le competenze Ocse con l’educazione delle persone e giustifica, così, una inversione, sorprendente a cento anni dall’attivismo e a oltre cinquanta di ripetute dichiarazioni normative nelle quali si spergiura che fine della scuola sarebbe la «piena educazione» (art. 3 comma 2 della Costituzione) delle persone, non il successo alle prove Ocse Pisa. Se però prendiamo i dati delle votazioni degli alunni agli esami di stato di terza media e dell’ultimo an-

no delle superiori, adoperando la stessa logica, si dovrebbe predisporre un piano di formazione volto «a preparare i docenti del centro e del nord a preparare a loro volta gli studenti» nelle conoscenze e nelle abilità «scolastiche» tipiche degli esami di fine ciclo. Se poi prendessimo sul serio i dati che ci dicono che il vero baco della scuola italiana si trova tra la quarta classe della primaria e la conclusione della prima media, e che tutto il resto verrebbe come conseguenza non dovremmo fare nessun piano di corto respiro, ma rivoltare come un calzino la formazione iniziale e in servizio dei docenti delle due scuole interessate, nonché l’attuale struttura e l’attuale organizzazione delle due scuole, perché non è possibile che bambini molto intelligenti e bravi fino alla terza classe all’improvviso si spengano in maniera direttamente proporzionale alla loro permanenza a scuola. Se, infine, prendessimo sul serio tutti i dati insieme perché crediamo a ciascuno per quanto dice, ma a nessuno per quanto tace o nega, dovremmo, invece, concludere che un gigantesco piano di formazione non lo dovremmo predisporre per i docenti,

ma per politici e i tecnici che ci governano. Lo dovremmo fare a loro perché non è possibile che un paese come il nostro, nel 2008, non abbia ancora, e ben funzionante, un organismo autoctono che «dia i numeri» in maniera scientificamente attendibile su tutti gli elementi considerati.

Dare numeri scientificamente attendibili su tutti questi elementi in discussione vuol dire: a) precisare un concetto condiviso di «competenza» (la competenza di cui parlano i dati Ocse Pisa non è, infatti, la competenza di cui parlavano le leggi emanate ai tempi di Berlinguer, tanto meno è quella che si rintraccia nei documenti della riforma Moratti e nemmeno è quella «inventata» dalle norme Fioroni); il tutto per non dover comparare pere con mele e assumere decisioni a partire da queste confusioni; b) rendere questo concetto di competenza un operatore diffuso dell’azione dei docenti; c) verificare poi con appositi carotaggi a campione come stanno le cose a questo proposito nei vari gradi e ordini di scuola, ottenendo quindi risultati da comparare con quelli resi disponibili delle indagini inter-

nazionali; d) precisare, contemporaneamente, non tanto le conoscenze (sapere) e i saper fare (abilità di scrittura, lettura, comprensione, produzione linguistica, problem solving ecc.) che i ragazzi dovrebbero possedere alla fine di un ciclo di studi, ma soprattutto gli standard relativi alle conoscenze e alle abilità attese alla fine di tali cicli; e) definire percorsi di formazione iniziale e in servizio dei docenti che siano consapevoli di queste questioni e soprattutto che rendano i docenti competenti nel lavorare ordinariamente tenendone conto; f) stilare infine graduatorie pubbliche di tutti i dati disponibili per ciascuna scuola per permettere ai genitori una scelta consapevole. Per la verità, tutto ciò che la normativa tra il 2003 e il 2005 aveva tentato di fare, ma che si è ben presto neutralizzata con pregiudiziali interventi di ostruzione ideologica. Siccome questa operazione di sistema non è riuscita, tuttavia, non sembra ora il caso di surrogarla con iniziative semplicistiche che, se anche massmediaticamente risonanti, più che risolvere incancrenirebbero i problemi perché non si può pulire la casa nascondendo la polvere sotto il tappeto.


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I dati parlano chiaro: afflitto da molti problemi, il Sud arranca

La solitudine dei numeri Ocse di Alfonso Piscitelli i è parlato di “razzismo” (concetto quasi sempre usato a sproposito), si è parlato di intenzioni para-leghiste, quando la settimana scorsa il ministero della Pubblica istruzione ha diffuso i dati che rilevano una grande differenza qualitativa tra le scuole meridionali e quelle del Nord. I più prevenuti hanno accusato la Gelmini di coltivare una visione razzista del divario Nord-Sud. In realtà, i dati che il ministero si è limitato a rendere pubblici erano il frutto di una circostanziata analisi commissionata dalla Banca di Italia ed elaborata da un esperto al di sopra di ogni sospetto: Pietro Cipolla, orgoglioso figlio di contadini abruzzesi e presidente dell’Invalsi, l’istituto di rilevazione degli effetti didattici dell’istruzione pubblica. Cipolla a sua volta non ha fatto altro che applicare un rigoroso questionario d’indagine della Ocse e i risultati delle sue rilevazioni corrispondono grosso modo a quanto ogni persona intellettualmente onesta intuisce a lume di naso. La scuola meridionale funziona peggio di quella (già non eccelsa) del Nord. Invece di emettere alti lai per le conclusioni …“razziste��� (?) della indagine è doveroso adesso scorporare i dati e capire quali sono i nervi scoperti del problema.

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Secondo il rapp or to di Bankitalia il 25 per cento dei ragazzi pugliesi, siciliani, campani non va oltre la scuola media (contro il 15 per cento del Nord). “La dispersione scolastica si concentra nella fasi di passaggio tra il conseguimento della licenza di scuola media e l’inizio della scuola secondaria superiore”. Un quarto della popolazione studentesca sulla soglia dei 14 anni abbandona la scuola: qualche anno fa il dato sarebbe apparso meno preoccupante. Una fiorente rete di attività artigianali, di piccole botteghe, sopperiva nel Meridione alla mancanza di grandi industrie. Il destino di quei ragazzi che abbandonavano la scuola dopo una approssimativa alfabetizzazione era quello di diventare garzoni di bottega, di “imparare un mestiere” dunque. Ma oggi la gran parte di coloro che abbandonano la scuola veleggia verso la disoccupazione cronica: né la scuola, né la società sembrano offrire approdi sicuri. Il nodo dell’abbandono scolastico sta nella consapevolezza che il titolo di studio superiore garantito dalla istruzione pubblica non offre chan-

Si comprende allora l’effetto catastrofico del calo della qualità (e della severità) degli studi: tu puoi alleggerire l’iter di studi, puoi regalare voti con spirito “democratico”, ma alla fine non ottieni l’ampliamento della istruzione. Ottieni l’effetto contrario: la svalutazione del titolo di studio, e anche l’incentivo ad abbandonare la scuola, concepita come istituzione “con la quale o senza la quale la vita rimane tale e

psicologiche negative sono più importanti che non la tanto decantata “mancanza di strutture”. Una scuola senza lavagna elettronica e senza videoteche non è necessariamente una scuola qualitativamente carente. Negli anni Cinquanta e Sessanta prima della terribile catastrofe del ’68, le scuole italiane sfornavano ottimi ingegneri, medici, architetti contando su lavagne di legno, libri…di carta, docenti preparati, studenti attenti. Come sempre, il “fattore umano” è sempre quello determinante. Se tra gli studenti prevale la cultura della vacanza permanente (per cui la studio non è una cosa seria), se tra i docenti ancora permangono le tare ideologiche degli anni Settanta, allora la macchina educa-

ra domina, anche per effetto di quel garantismo giudiziario che copre con una impunità di fatto tutta una serie di atteggiamenti criminosi, anche l’educazione va a picco. Ma differenze sostanziali si colgono anche tra grandi e piccoli centri: piccole scuole della Basilicata sono gioielli educativi.

quale”. Anche in coloro che non abbandonano la scuola l’effetto psicologico comprensibile è di demotivazione: “Al Sud – afferma Cipolla – uno studente sa che lo studio non lo salverà dalla disoccupazione e si impegna meno, si scoraggia”. La verità è che quando si parla di scuole “carenti” queste dinamiche

tiva come un vecchio motore diesel in una mattinata d’inverno si ingolfa prima di partire. Il Sud peraltro non è un blocco omogeneo. L’indagine rileva delle differenze significative: un conto è insegnare nelle zone bene di Napoli, un conto è insegnare nelle zone disagiate. Dove lo Stato si è arreso, dove la camor-

Nord non è un blocco omogeneo. Cipolla rileva che le scuole del Nord-Est funzionano meglio di quelle del Nord-Ovest. Quale è il segreto? Una migliore integrazione tra scuole e imprese, al fine di rilevare i bisogni reali della società e di preparare al meglio i ragazzi a inserirsi nel mondo del lavoro.

ce nel mondo del lavoro. Il “pezzo di carta” regalato generosamente a un abbondante 90 per cento di diciottenni, finisce con l’essere un valore nullo, come i soldi del monopoli, come i titoli nobiliari di una monarchia decaduta.

Lontano dai disagi delle aree metropolitane e dagli inevitabili scompensi prodotti dalla immigrazione selvaggia, lontano dalle follie delle “okkupazioni”, il clima di serenità degli studi si ricompone: e da quel clima nascono i medici o anche gli elettrotecnici, gli architetti o anche gli operatori ecologici. I cittadini di domani. Allo stesso modo, anche il


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speciale educazione

Socrate

Piccoli cambiamenti e aggiustamenti in corsa non bastano per risolvere i problemi strutturali del sistema

Gocce di pioggia su scuole roventi di Giuseppe Lisciani probabilmente appropriato definire come «restyling», termine gentile e dinamico, la multiforme azione che la on. Maria Stella Gelmini sta conducendo sulla scuola italiana. Non mancano, però, sprazzi di eccitazione. Ne è infatti scaturita una scaramuccia mediatica tra Italia del Sud e Italia del Nord, per quella idea balzana del ministro, che intendeva sanare il gap educativo del Sud mediante «corsi intensivi per gli insegnanti di Sicilia, Puglia, Calabria e Basilicata». Il prof. Piero Cipollone, presidente dell’Invalsi, ha dato la sua interpretazione del gap: «Equivale, secondo un calcolo fatto con tecniche statistiche molto sofisticate, a un ritardo di due anni».

È

«Magari fosse di due anni il ritardo che separa il Sud dal Nord nell’istruzione», contraddice Tullio De Mauro, noto linguista e ministro dell’Istruzione nel governo Amato 2: «In realtà è un ritardo epocale». Il prof. Daniele Checchi, docente di economia politica alla Statale di Milano, in una intervista a La Stampa, tiene a precisare che «Il divario dipende per il 30 per cento dall’ambiente familiare, per il 20 dalle strutture scolastiche e per il 50 dal contesto ambientale» e non solo dagli insegnanti. In effetti, il dossier di Bankitalia sulle «Econo-

soprattutto, alimentare idee e speranze. Gli spiriti nobili arrivano a interpretare, più o meno scopertamente, le azioni del ministro come primi passi verso il recupero dell’identità nazionale.

mie regionali», da cui ha preso origine l’esternazione-gaffe del ministro, analizza, assieme alla scuola, l’intero contesto socioeconomico delle regioni italiane. Certo, l’on Gelmini non intendeva dar luogo a un dibattito sull’argomento. Voleva suggerire, semplicemente e in buona fede, una iniziativa in suo potere a favore della scuola, come ha già fatto e sta facendo per tanti altri aspetti del sistema educativo italiano, in un policromo e festoso contesto di piccole riforme acclamate. Semplicità e buona fede sono due dei quattro elementi che hanno costruito e stanno costruendo il successo mediatico di Mariastella Gelmini. Il terzo elemento è la crisi della scuola vissuta come sfacelo. Il quarto elemento è l’insidioso dolce

Sergio Castellitto nel film O’ professore Nella pagina a fianco La scuola in campagna di Mario Ortolani

L’Invalsi valuta il gap formativo tra Nord e Sud in un ritardo di due anni rassicurante sapore di una categoria della mente espressa in «come si faceva una volta!». Sotto questa bandiera, il «restyling» della scuola – non c’è “gaffe” che tenga – fa breccia nei cuori e nelle menti, anche

dei più saggi. Approvazione ed entusiasmo sorvolano su Nord e Sud e accolgono, come gradevoli ventate di riforma e strumenti di serietà, voto in condotta (con eventuale bocciatura), esami di riparazione, proclami

di meritocrazia, ritorno dell’insegnante unico nella scuola primaria, ritorno al voto espresso in numeri, ritorno dell’educazione civica, libri on line, contingentamento delle edizioni librarie da parte dello Stato.

Molti desideri trovano conforto in questo elenco. Ma le piccole riforme che scendono, luminose, come le piogge ad ombrello dei fuochi d’artificio notturni, non generano soltanto elenchi. Possono generare e,

LETTERA DA UN PROFESSORE

LO ZAINO, COPERTA DI LINUS di Giancristiano Desiderio a scuola inizia con la pubblicità. Penne, diari, agende, libri nuovi e usati, cartelle, zaini. Una volta c’era la cartella. Oggi c’è lo zaino. Quando andavo a scuola io, per portare i libri usavo una molla. Mettevo i volumi uno sopra l’altro, li avvolgevo nella molla e via. Ogni altra cosa, cartella o borsa, mi dava fastidio. Col tempo mi venne a noia anche la molla. Da dieci o quindici anni gli zaini hanno invaso il mercato della scuola. Indicato prima come utilissimo mezzo di trasporto libri, è presto diventato un oggetto di culto in sé. Lo zaino-utile è stato quasi subito sostituito dallo zaino-elegante, dallo zaino-di-marca, dallo zaino che se non ce l’hai non sei

L

nessuno. Non sto qui a ripetere le marche che fanno tendenza, peraltro notissime. Mi limito a citare l’ultimo caso: quello dello zaino-tecnologico. L’ho visto reclamizzato recentemente in televisione: pare che abbia incorporato la musica con il cosiddetto Ipod. Dunque, zaino in spalla e auricolari nelle orecchie, telefonino in tasca e si può andare a scuola. In quella bisaccia che i ragazzi mettono sulle spalle (o su una spalla, tendono a portarlo ora a destra ora a sinistra, sempre in equilibrio precario, pronti a lanciarlo sul primo muricciolo o la prima sedia del bar che capita a tiro) c’è dentro un pezzo della loro vita e ancor più della loro esistenza futura. C’è chi lo riesce a riempire di

attese e chi lo lascia vuoto perché imparerà più dai banchi della vita che dai banchi della scuola. C’è chi ne è geloso perché ha dovuto lottare con i genitori per averlo e chi lo prende a calci perché tanto ne può avere facilmente uno nuovo. C’è chi lo rimpinza fino all’inverosimile di ogni cosa e chi lo “indossa”semivuoto. Lo zaino pieno e lo zaino vuoto possono diventare due modelli di alunni e alunne: lo zaino pesante e lo zaino leggero, lo zaino che porta i libri e lo zaino che accoglie il casco. Non c’è alunno senza zaino, come non c’è tartaruga senza la sua casetta. Ogni ragazzo si porta in spalla la sua zaino-casetta. In fondo, lo zaino è la coperta di Linus.

Per dare luce autentica a quanto detto fin qui, ho però bisogno di aggiungere tre osservazioni: ciascuna per testimoniare che nei progetti educativi si devono considerare le “performances”e non le parole. Eccole: 1. Asserzioni del tipo «La scuola ha il compito di testimoniare un’idea del proprio Paese» devono essere prese in considerazione soltanto se corredate da un elenco di comportamenti (che ne concretizzino il significato). Altrimenti rischiano di essere pericolosamente interpretabili in più sensi, qualcuno anche sgradevole. A titolo di provocazione, invito il lettore a capire se condivide o no le seguenti asserzioni: «L’entusiasmo per ogni grande atto deve rivolgersi in orgoglio del fatto che l’autore appartiene al nostro popolo. Ma dai tanti grandi nomi della storia [...] si debbono scegliere i massimi per inculcarli tanto, nell’animo dei giovani, che diventino i sostegni di un fermissimo sentimento nazionale». Il testo citato sopra è stato scritto da Adolf Hitler (vedi Mein Kampf, Ed. Homerus, Roma 1971, p. 53). 2. Di tutto ciò che la Gelmini propone, il ritorno all’insegnante unico nella scuola primaria rischia di essere un danno grave a quella che è, fino ad oggi, la migliore scuola in Italia. Mi chiedo: perché, prima di dar seguito a un provvedimento così rischioso e così difficile da attuare, il ministro non prende visione delle “performances” necessarie, a un insegnante unico per insegnare e agli alunni per apprendere, in una scuola primaria del terzo millennio? 3. Infine, le riforme sono epocali, i “restyling” no: questi possono esistere e avere un senso, ma sono provvisori. Alla scuola italiana servono nuovi paradigmi: serve l’autonomia dall’educazione di Stato. Spero che questo diventi il vero argomento da dibattere: vogliamo la libertà di scuola, in termini di concorrenza e, perciò, di “performance”. Non altro.


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tra la pratica di un liberismo spicciolo e i diktat di una pedagogia burocratica, che non mostra di garantire alcun progresso sostanziale riguardo ai livelli di apprendimento raggiunti. Il testleviatano finisce col moltiplicare gli effetti perversi tipici di tutte le procedure di valutazione smisuratamente estese e troppo separate dalla logica naturale. Risultati molto più soddisfacenti sono invece arrivati da quei Paesi, come Singapore, che hanno posto al centro delle proprie strategie la valorizzazione dei docenti, la loro formazione in servizio, la focalizzazione sui contenuti dell’insegnamento, la periodica rivisitazione dei programmi scolastici accompagnata da piani di aggiornamento, la definizione di prospettive di carriera capaci di prevedere per i docenti più qualificati ruoli e responsabilità crescenti all’interno del sistema di istruzione.

ospinta dall’attualità politica, si è riaccesa nelle ultime settimane una vasta discussione su temi cruciali per la scuola, e fra loro intrecciati, quali il livello degli insegnanti e la loro formazione in servizio. I programmi di sviluppo professionale e di formazione in servizio sono in pratica inesistenti sul piano istituzionale. Dunque, il problema esiste ed è serio.

S

Proviamo, in questo senso, a fare un elenco di questioni irrisolte e tutte collegate: la valorizzazione e lo sviluppo professionale dei docenti; la questione della formazione in servizio degli insegnanti, attualmente delegata alle singole scuole o alle iniziative di una miriade di soggetti accreditati, ma non sorretta da una solida visione d’insieme e da una chiara regia di sistema; l’affermazione di un’autentica cultura della valutazione, della responsabilità e dell’eccellenza a tutti i livelli: studenti, docenti, dirigenti; la ridefinizione dei percorsi di reclutamento e di formazione iniziale; il ruolo dell’Agenzia per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica (Ansas), da rivisitare profondamente se le si vuole evitare la sorte predestinata di ennesimo carrozzone burocratico o di nicchia protetta; un rinnovato impianto di amministrazione scolastica, più in linea con le esigenze di gestione e di miglioramento di una scuola dell’autonomia. Fasi differenti di una sola grande partita. È indispensabile avviare un percorso di sviluppo e di valorizzazione per gli insegnanti, che faccia emergere la categoria da logiche di appiattimento, superando così la cosiddetta “selezione avversa” che sembra attualmente regolare i percorsi di reclutamento. Lo sviluppo professionale deve seguire logiche semplici, trasparenti, prontamente condivisibili, non opache, che siano sempre caratterizzate dal principio del merito; la “carriera” dei docenti

Il divario educativo Nord-Sud può essere sanato puntando sulla formazione

E adesso addestrateli tutti di Paolo Francini satura del sistema di formazione permanente e di aggiornamento degli insegnanti.

Lo sviluppo professionale e la formazione degli insegnanti dovranno essere il fulcro e l’anima delle attività dell’Agenzia per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica, che vive al momento in uno stato di sospensione; nel

La rinascita dei docenti è subordinata a un’autentica cultura della valutazione deve accompagnarsi a differenziazioni di tipo funzionale e non solo retributivo; l’evoluzione professionale deve legarsi saldamente al potenziamento della formazione iniziale ed in servizio, al momento pressoché inesistenti nella nostra scuola. I docenti di livello “avanzato”debbono essere figure di riconosciuto prestigio, che costituiranno l’os-

quadro dello sviluppo professionale va ripensato anche il rapporto tra insegnanti, scuole autonome e gestione dell’amministrazione scolastica. Questa linea d’indirizzo è in sintonia con le esperienze di alcuni sistemi scolastici in fase di forte affermazione (Paesi nordici, Singapore, Hong Kong), pur con le distinzioni esistenti circa i criteri

di avanzamento. Elementi comuni a tutte queste realtà sono valorizzazione continua, e non episodica, della risorsa-insegnanti ed il vasto margine di sviluppo loro offerto. È in una cornice di evoluzione professionale imperniata sulla formazione continua e sull’approfondimento scientifico-professionale che può innestarsi un’efficace valutazione del sistema scolastico e delle singole scuole. E d’altro canto, neppure rimettere la valutazione sulla progressione delle carriere ai capi d’istituto sembra essere la via giusta. Al di là degli eventuali abusi e delle nicchie di opacità, al di là dell’assai dubbia adeguatezza a svolgere questa funzione da parte dei dirigenti scolastici, il limite intrinseco di un simile approccio è il suo confinarsi entro l’orizzonte troppo ristretto del singolo istituto e delle sue logiche di relazione, mentre la scuola ha bisogno di aprirsi, di confrontarsi, di fuggire da logiche stagnati. L’idea di un’autonomia come licenza di arbitrio concessa ai singoli istituti, unicamente temperata dall’azione valutatri-

ce di una sola grande entità a ciò deputata (che sembra essere l’idea sostenuta da Giavazzi) è un’illusione che aleggia fin dal concepimento dell’autonomia stessa.

È un’ipotesi troppo meccanicistica, troppo rozza per un sistema vasto e complesso, vivente, quale è la scuola. Nell’educazione i processi ed i prodotti sono essenzialmente un tutt’uno, e questo vale anche sul piano valutativo. Dove si è sperimentato qualcosa di simile: ne sono derivati dei test globali di misurazione, soggetti a pressioni e perturbazioni di ogni genere e di dubbia affidabilità; ne è scaturita una elefantiaca burocrazia valutativa; si è originata una gara incessante dei docenti ad accaparrarsi gli alunni più promettenti; si è dato il via ad una condizione perpetua di“allenamento permanente al test” tale da mettere ai margini le materie o gli argomenti meno coinvolti nei test, monopolizzare l’insegnamento entro stili sempre più addestrativi, con esiti spesso polverizzati e volatili. Una vera schizofrenia

Un’autonomia efficace può svilupparsi solo dando il via a processi stabili e virtuosi di miglioramento a catena, che siano capaci di auto-alimentarsi. Se si pretende di agire in maniera puramente meccanicistica, a bocce ferme, come su un oggetto inanimato, si prendono solo bastonate: si bruciano risorse ottenendo poco o nulla, si costruiscono apparati poderosi e inerti, che nascono morti, le perversioni si adattano alle mutate condizioni e, negli anfratti dei cambiamenti, si dilatano invece di ridursi. La capacità di autovalutarsi in maniera consapevole ed affidabile si sviluppa solo attraverso la condivisione da parte dei docenti di percorsi di studio ed approfondimento, di pratiche di lavoro, di criteri di giudizio. Occorre costruire nuove occasioni di formazione in servizio e di progressivo sviluppo professionale per gli insegnanti: scuole estive, corsi di perfezionamento, piani di aggiornamento sistematici e periodici. Occorre che i docenti stessi siano chiamati a confrontarsi su un’elaborazione curricolare in grande scala, non confinata nel chiuso delle singole scuole. Occorre pensare a nuove forme di interazione e di arricchimento reciproco tra scuola e università: un rapporto vivo e dinamico, non paternalistico, che non si esaurisca nel conferimento di un titolo di studio o in percorsi di formazione iniziale, ma che accompagni stabilmente la vita e la crescita dei docenti. Emerge dunque l’esigenza di sollecitare un nuovo protagonismo degli insegnanti, fortificare le loro comunità professionali, superare la tendenza alla stasi e all’isolamento autoreferenziale delle scuole. Per la scuola, può essere proprio questa la direzione per uscire dall’angolo in cui pare, da tempo, intrappolata.


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cultura

Si è chiuso nella cittadina ligure il Festival della Mente, rassegna intellettuale nata cinque anni fa da un’idea di Giulia Cogoli

Sarzana,ovvero la carica degli intelligenti di Marco Vallora Festival dello spirito, del corpo, dell’enigmistica, della letteratura, della pollicultura, della filosofia, della polenta, della sessualità, della viticultura... Onestamente, quello dal titolo pur un po’ preoccupante di Festival della Mente, inventato pionieristicamente, cinque anni fa, da Giulia Cogoli, a Sarzana, e appena conclusosi, si conferma davvero un’eccezione. E quasi una sorpresa al tornasole

ì, sono troppi, e ormai pressoché irritanti. Come se si volesse arare, sarchiare tutti i campi possibili delle narcisistiche seduzioni assessoriali, sino alla feccia. Festival dello spirito, del corpo, dell’enigmistica, della letteratura, della pollicultura, della filosofia, della polenta, della sessualità, della viticultura, dell... Onestamente, quello dal titolo pur un po’ preoccupante di Festival della Mente, inventato ormai, pionieristicamente, cinque anni fa, da Giulia Cogoli, a Sarzana, e appena conclusosi, prima di tante ambigue imitazioni, si conferma davvero un’eccezione. E quasi una sorpresa al tornasole.

S

Non soltanto perché la cittadina a cavallo ligure-toscana, due passi dai marmi delle Apuane, con la sua configurazione medievale, contenuta entro la cinta palpabile delle mura antiche, e bellissime fortezze dai nomi altisonanti di Firmafede (volute da Lorenzo de’ Medici) e cinemini ospitali e chiostri francescani, si rivela ideale per contenere la curiosità e l’attenzione mobile d’un pubblico motivato e sorprendente. Ma è proprio questo pubblico che stupisce e fa ben sperare in una rivolta degli intelligenti finalmente ai dictat delle pseudo-culture imperanti (ci passasse magari di qui, a scoprire la vera realtà, qualche responsabile di giornale o del target televisivo, così incrollabilmente convinto, chissà da quale prosopopea, che il pubblico dei colti, per cultura, esiga e appetisca solamente soufflé reiterati di Carlà Bruni e al massimo un elzeviro di Camilleri o un mattoncino decotto di sociologo prêt-à-porter) ebbene qui si ha modo di scoprire che esiste in effetti un pubblico e non così esiguo (le cifre dei bi-

glietti venduti sono davvero impressionanti) un consesso compatto che segue davvero, capisce, reagisce, sceglie, sa porre domande sensate e non narcisistiche, ha uso d’acquisto pregresso di libri, non solo episodicamente, travolti dall’euforia perenta dell’effetto-festival. Ma sceglie perché conosce, giudica, è capace di graduare gli applausi a seconda dell’effettivo gradimento, calcolato, consapevole. Nessun effetto-divismo, come purtroppo capita per esempio a Mantova, ove mandrie ubbriache di glamour televisivo tessono ormai insopportabili transumananze da una sala all’altra della manifestazione, ’un attimino’ e via, il cellulare che squilla e clama altrove, senza mai ascoltare dav-

(sfotte la grafomania di Eco, ma non è che il suo banchetto di libri scherzi meno, in fatto di presenzialismo editoriale). E se Moni Ovadia eccede col suo trombo-autobiografismo yddish (facendo seguire al video della Classe Morta di Kantor, il video d’un suo spettacolo, che ’non lo copia’ ma si sa è posseduto dal suo demone) Toni Servillo dà un eccellente esempio di come si legge, non da attore-guerritore, straziato e declamante, ma da esegeta vero, che spiega parlando, una poesia. Che sia quella bruciante di nichilismo del Tuffatore di Montale, o la secca Litania genovese di Caproni o la pirotecnica-straziante discesa di Iddio nel ventre di Napoli, di

Una suggestiva cornice medievale ha ospitato la curiosità e l’attenzione d’un pubblico sorprendente, che fa ben sperare in una rivolta dei ”pensanti” ai dictat delle pseudo-culture imperanti vero nemmeno una frase compiuta, un rigo appena, per gettare soltanto uno sguardino al divo di turno e poter dire: l’ho visto. Sì, proprio da vicino, quasi fosse un fantasma-tv sceso in terra (verrà Cristo al prossimo talk-show?).

Successo alterno per il semi-divo onnipresente Odifreddi, che ’spiega’ Darwin per tre notti susseguenti, sui ventosi spalti shakespiriani della Fortezza: la prima sera eccedendo in amabile battutismo goliardico, la seconda spegnendosi in un onesto bignami, la terza cercando di non premere troppo il pedale dell’anticlericalismo (c’è un monsignore in tonaca, a due metri). Almeno ha l’onestà d’ammettere che Darwin l’ha studiato per l’occasione

Salvatore di Giacomo: apoteosi di teatro. E disegna così un immaginario viaggio in Italia della poesia (guarda caso, mancano le impoetiche Torino e Milano). Questo per lo ’spettacolo’: ma anche l’intelligenza offre il suo show altalenando sopra le varie dottrine (e ognuno può scegliere, a parte alcune laceranti sovrimpressioni). Giovanni Agosti spiega come, ’fassbinderianamente’, «la storia dell’arte liberi la testa» soprattutto se riesci a organizzare, al Louvre, senza le solite zavorre o ignominosi compromessi, una mostra matura e stimolante su Mantegna, che si rivela già prodigiosa (ad ascoltarne il suo progetto, svelato qui, e sfogliando con lui le diapositive

delle presenze sensazionali) mostramonstre, progettata da anni e tradizionalmente rivoluzionaria.

Cronologica, con le sempiterne problematiche di datazioni, il confronto familiare Bellini-Mantegna, senza spostamentiglamour di opere ingiustamente globerotterizzate tra infarcimenti gratuiti d’opere scarsamente scientifiche (scenografie ’mentali’ di Richard Peduzzi). Se Carlo Ginzburg, sollecitato da Antonio Gnoli spiega come oggi il problema dello storico non sia più districare il vero dal falso, ma di liberarlo dalle pastoie equivoche del finto simil-tutto reality-show, Walter Siti irritato da questa rivendicazione-bluf del neo-neo-realismo noir che ci soffoca, spiega quale è la sua rivoluzionaria concezione del vero“realismo”. Che ci fa scoprire qualcosa d’imprevisto, che l’opaca realtà del quotidiano non può regalarci. Se Mozzi spiega il ridicolo di troppi giornali che sparano titoli-bluff in prima pagina per poi ospitare ipocriti commenti interni, ove si lamentano i rischi d’un giornalismo gridato, avvince il confronto professionale tra due siciliani, il fotografo Scianna e il regista Andò, che duellano sulla breve distanza del loro specifico. E tocca, la sincerità disarmata di Marc Augié, che spiega che cosa vuol dire fare l’etnologo dentro il nostro mondo disfatto, che non ha tempo nemmeno di lasciarsi dietro rovine. Ma che delizia assoluta il decano Paolo De Benedetti, che tra humour ebraico e investigazione puntuta del dubbio religioso, parte dall’«in principio» della Genesi per accendere un prodigioso firmamento tascabile di lumi della mente. Che bell’avventura la mente, quando non mente.


musica n’artista ribelle, che rifiuta di conformarsi al cliché “notturno hollywoodiano” dei vizi privati e delle pubbliche virtù. Due album ai limiti dell’ostentata perfezione pop cucita su misura per le doti immaginifiche della più grande interprete black (in tutti i sensi, tranne che per il colore della pelle) del Regno Unito. Le sue canzoni sono sensazionali, soprattutto se si pensa alla sua giovane età. Il segreto? Un mix esplosivo di trasgressione e femminilità. Amy Winehouse è diventata in questi ultimi anni la cantante più famosa e la diva indiscussa del soul. Purtroppo quello che si legge ultimamente su di lei non sono di certo parole di elogio o recensioni sulla sua musica. La stampa diffonde un’immagine della giovane cantante londinese in decadenza, ormai vittima della droga e dell’alcool.

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U

La sua “crisi” comincia circa un anno fa. Nel gennaio 2007 finita un’esibizione in un locale londinese vomita e riprende a cantare, pare a causa di un’intossicazione. Nel febbraio 2007, agli Elle Style Awards, la cantante viene vista con dei tagli e cicatrici su di un braccio. L’1 novembre 2007, in occasione degli Mtv Europe Music Awards, per due volte la cantante inglese sale sul palco in apparente stato confusionale: al ritiro del premio Artist Choice Award, non pronuncia il tradizionale discorso di ringraziamento, mostrandosi invece immobile e spaesata. A distanza di un anno, le cose non sono migliorate. Ma Amy Winehouse non è solo questo. Il suo talento e la sua voce degna di un’artista jazz d’altri tempi, l’hanno piazzata ai primi posto delle classifiche musicali internazionali. Nata in Inghilterra da padre tassista e madre farmacista, cresce in una casa dove lo stereo suona ininterrottamente

Ritratto di ”Lady Winehouse”. Tra alcol, droga e indiscussi successi

Lo struggente ruggito della leonessa Amy

appartiene a una grossa cantante di colore bensì a una esile ragazza di 24 anni di origini ebree. “Un ritorno al nero”. Un disco godibile anche e soprattutto su un piano rigorosamente musicale, al di là delle spesso ingombranti contraddizioni di un personaggio che non tutti digeriscono. Dietro un ritmo di facile memorizzazione c’è una storia pesante: «Stanno cercando di mandarmi al centro per alcoolisti. Io ho detto No, no, no. Non voglio più bere, ho bisogno solo di amici, di asciugare queste mie lacrime».

Inutile sottolineare come il tema del brano sia autobiografico. E ancora You Know I’m

di Valentina Gerace musica blues e jazz, come Ray Charles, Dinah Washington e Frank Sinatra. A soli 10 anni forma una piccolissima band rap, la Sweet ’n’ Sour, con l’amica Juliette. Si iscrive allora alla Sylvia Young Theatre School dove verrà espulsa poiché svogliata e a causa del suo piercing al naso.

Irrompe nel mondo della musica a soli 17 anni. Atteggiamento impertinente e trasgressivo, la ventenne di Camden conquista i critici musicali col suo primo album, Frank (2003). Vince il prestigioso premio Ivor Novello per la «miglior canzone contemporanea» (Stronger Than Me). Amy si trasforma in “Lady Winehouse”, una vocalist jazz che non teme il confronto con i suoi modelli “old school”, Billie Holliday, Sarah Vaughan, Aretha Franklyn. L’originalità si trova in brani come October Song o la spassosa Fuck Me Pumps mentre

in altre occasioni ricorda altre cantanti: Erikah Badu, Alicia Keys, Lauryn Hill. Amy inizia a sorprendere, caratterizzandosi

tatuaggi in più e con un nuovo album destinato stavolta a conquistare anche il pubblico, oltre che la critica. L’album, Back

Due album ai limiti della perfezione, cinque Grammy all’attivo e oltre due milioni di copie vendute in America. La ”voce nera della bianca d’Inghilterra” continua a conquistare il mondo in barba ai continui attacchi dei media internazionali sempre più per il suo look selvaggio, provocatorio. E i suoi atteggiamenti da anticonformista, ribelle. Nel 2003 incontra Blake Fielder-Civil, un ragazzo venuto dal Lincolnshire che sposerà a Miami nel 2007. Una relazione che si consuma in modo troppo passionale.

Dopo un periodo di depressione, torna sulla scena con molti chili di meno, con molti

to black vende 2 milioni di copie in America e le fa vincere 5 Grammy. Racchiude undici tracce che spaziano dalle atmosfere anni Cinquanta, alle ballate, ad alcune incursioni black. Una miscela di brani jazz, blues, R & B e soul scritti e interpretati da una delle voci più sensuali della musica di oggi. Non sorprende solo la qualità dei brani ma anche il fatto che questa splendida voce non Quello che di lei si legge nei media internazionali non sono di certo parole di elogio o recensioni sulla sua musica. Eppure Amy Winehouse è diventata in questi ultimi anni la cantante più famosa e la diva indiscussa del soul

No Good, di impronta inconfondibilmente hip-hop, resa più preziosa da una sezione di fiati che drappeggia con i suoi contrappunti swing le melodie e le coreografie sempre perfettamente sincronizzate dei cori. Ci sono poi cover, da Sam Cooke (Cupid) a una versione demo da brividi di Love Is A Loosing game (vincitrice del premio Ivor Novello). E poi Back To Black. Una perla. Il massimo assoluto della creatività di Amy. Bellissima perché straziante. Con la ritmica del piano che sembra quasi una rimembranza di New York, New York, potrebbe diventare un classico della musica soul di tutti i tempi.


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polemiche

Liquidata con metafore scurrili e sarcastiche, la teca progettata dal newyorkese per ospitare l’Ara Pacis ridà vitalità a un fulcro dimenticato della città di Roma

Salvate l’architetto Meier di Sabine Frommel

l progetto del museo dell’Ara Pacis ha suscitato reazioni e polemiche che si sono riaccese con l’inaugurazione, in concomitanza con il Natale di Roma (21 aprile 2006). Liquidata con metafore sarcastiche - stazione di servizio, concessionaria di automobili, per tralasciare quelle ancora più taglienti e scurrili - la teca di Richard Meier è diventata il capro espiatorio dell’architettura contemporanea nel centro storico di Roma.

I

Certamente ha contribuito a infiammare gli animi l’incarico che l’architetto newyorkese ha avuto direttamente, dunque irritualmente, da Francesco Rutelli, il primo sindaco del dopoguerra a promuovere l’architettura contemporanea nel cuore della città. La minaccia di dislocare in periferia il museo lanciata dal nuovo sindaco Gianni Alemanno, seguita da non meglio precisate ipotesi di trasformazioni del museo, ha riacceso i riflettori sull’edificio, divenuto uno dei più celebri del terzo millennio nel mondo della cultura internazionale. Il fuoco incrociato delle polemiche ricorda gli anni settanta a Parigi, quando il Centre Pompidou, la nuova macchina high tech per l’arte di Piano & Rogers, attirò visitatori da tutto il mondo, per valutare e discutere della forma e della funzione del museo. Anche a Roma l’incessante attacco polemico non fa certo desistere i circa duemila visitatori che ogni giorno si affollano per ammirare l’altare di Augusto e la sua modernissima teca: un’affluenza confrontabile in città solo con quella dei Musei Vaticani. Il museo di Meier, il cui obiettivo era sia di ridefinire il rapporto tra il fiume e la città che di rime-

diare a un guasto urbanistico degli anni Trenta, ha riacceso la riflessione sul dialogo tra architettura contemporanea e centro storico, che ha trovato nella complessa e talvolta contraddittoria stratificazione di Piazza Augusto Imperatore un caso esemplare.

Un volume pubblicato nel 2007 nella collana ad esempio di Electa, intitolato Richard Meier - Il Museo dell’Ara Pacis (con saggi di C.Andriani, G.Capurso, M.Centanni, M.G.Ciani, C.Conforti, G.Curcio, F.Dal Co, M.Gargano, V.Gregotti, F.Purini, O.Rossini, W.Veltroni, P.Zanker) affronta l’opera, inserendola in un orizzonte allargato, che abbraccia la millenaria storia del sito, le modalità dell’incarico, la progettazione, la distruzione della teca precedente, e il cantiere fino alla conclusione dei lavori. Le straordinarie foto di Andrea Je-

vo, la genesi, i tratti specifici e l’unicità. L’operazione Ara Pacis riannoda il discorso su architettura e città antica nel punto in cui era stato interrotto, cinquanta anni fa, dalla caduta del fascismo, rispecchiando la storia di un settore significativo di Roma antica e barocca, incentrato sul mausoleo di Augusto e sul porto di Ripetta, ai quali si aggiunge, inaspettatamente, l’Ara Pacis. Costruita dal Senato per celebrare la pacificazione di Spagna e Gallia tra il 13 e 9 a.C., l’Ara venne innalzata sul limite del Pomerium, all’incirca dove oggi il Corso interseca piazza in Lucina, vicino all’attuale piazza del Parlamento, dove si trova il cinema Nuovo Olimpia: dunque relativamente lontana dall’Augusteo. Solo a Roma due epoche potevano incastrarsi in modo così serrato: l’impero di Augusto e il regime fascista di Mussolini, che volle rial-

luogo popolare e malfamato, tra piazza del Popolo e il porto di Ripetta, dove le barche scaricavano il vino e la legna. Lo slancio degli agostiniani, che riedificarono nel 1472 la chiesa e il convento di Santa Maria del Popolo, favorì lo sviluppo della zona. I papi Giulio II e Leone X tracciarono una nuova Via pubblica: un lungo rettifilo parallelo al Tevere denominato via Ripetta. Sotto Paolo III Antonio da Sangallo progettò via del Babuino che, di concerto con via Ripetta e con all’antico tracciato del Corso, configurò il famoso tridente, uno dei luoghi pulsanti della futura capitale. Vicino al fiume si eressero due chiese: San Girolamo dei Croati (ricostruita da Sisto V tra 1585 e il’90) e San Rocco, ricostruita tra il pontificato di Leone X e la metà del seicento, destinata ad osti, barcaioli, carrettieri e vignaioli. A partire del secondo decennio del Cinquecento l’ospedale di San Giacomo, dedicato agli incurabili, aggiunse un nuovo fulcro urbano. Paolo V nei primi decenni del Seicento ipotizzò una

Benché gli esterni non siano esenti da qualche freddezza e anonimato, la luminosità gioiosa dell’interno intesse una grandiosa scena museografica capace di sottili rapporti osmotici con l’esterno molo collaborano con i disegni di progetto e le immagini d’epoca a costruire una documentazione esaustiva della costruzione che, nella flagrante discussione sul destino del museo, consente di valutarne, con sguardo competente e obietti-

lacciarsi alla tradizione grandiosa del fondatore dell’Impero romano e al suo culto delle immagini. Glorioso e doloroso è il passato del sito dove si innalza oggi il volume cristallino della teca. Durante il Rinascimento iniziò la metamorfosi di questo

trasformazione dell’approdo fluviale: un progetto che sarà attuato solo nel 1703 con Clemente XI. Allora Alessandro Specchi fece della riva un “teatro” e le cinquecentesche case degradate cedettero il posto a eleganti palazzetti: una terrazza a emiciclo davanti a San Girolamo aprì la vista sul panorama del fiume. Dal 1878, con la costruzione dei muraglioni e dei lungotevere, il porto della Ripetta viene sepolto.

Alcune scelte del regime fascista si riallacciarono a progetti precedenti: già il piano del 1909 aveva ipotizzato una versione embrionale di piazza Augusto Imperatore che, nella variante approvata nel 1925-26, isolava al centro la gigantesca mole del mausoleo, riutilizzato come sala di concerto. Il piano particolareggiato del 1932 fece poi della sepoltura imperiale “il perno della trasformazione”. Sorretto dallo stretto legame tra archeologia e propaganda politica, questo disegno ideologico e urbanistico mirò a creare un luogo simbolico per la capitale del regime fascista, che reclamava dall’Impero romano la sua piena legittimazione. Il 22 ottobre 1934 il Duce in persona inaugurò con il primo colpo di piccone la rifondazione del sito, condotta su progetto di Vittorio Ballio Morpurgo. In


polemiche

4 settembre 2008 • pagina 21

A sinistra e sotto, alcuni particolari dell’Ara Pacis e della nuova, discussa teca che la ospita, inaugurata ufficialmente il 21 aprile 2006 a piazza Augusto Imperatore a Roma. Nella pagina a fianco, l’architetto che ha realizzato per intero il progetto, il newyorkese Richard Meier

quest’occasione venne demolita una parte ragguardevole di via Ripetta, privando il tridente di una sezione assai significativa. Nel 1937 ebbe luogo il denudamento del mausoleo, il cui cilindro laterizio sprofondato nel suolo, viene circondato da cipressi, dando enfasi alla sua sacralità.

Nel bimillenario della nascita di Augusto, nel settembre del 1938, la ricostruzione dell’Ara Pacis divenne il fulcro della celebrazione. Per ricomporre l’altare il regime richiese i frammenti dispersi nei vari musei degli Uffizi, del Vaticano e del Louvre e a villa Medici. L’Ara Pacis ricomposta veniva sistemata in un paglione a ovest della piazza sul Lungotevere: una teca costruita da Morpurgo in tre mesi, destinata a essere demolita o trasformata dopo l’inaugurazione. Provvisorio e prosaico, il contenitore di cemento dipinto a finto porfido, con ampie aperture tra i pilastri per consentire la vista dell’altare, avrebbe conservato il suo posto per più di sessant’anni. L’esito architettonico non soddisfece neppure all’epoca. Dopo la guerra gli intercolumni sono stati vetrati e, nonostante un restauro condotto nel 1970, solo pochi specialisti di archeologia hanno varcato nei decenni la soglia di questo museo po-

co attraente. Di conseguenza, dopo il restauro dei bassorilievi dell’Ara degli anni Ottanta, nel 1995 il sindaco di Roma deliberò l’incarico all’architetto americano Richard Meier, autore di celebri musei negli Stati Uniti e in Europa. Nel maggio 2000 fu approvato il progetto esecutivo; inaugurato per il 2068mo anniversario della nascita di Augusto, il 23 settembre 2005, il museo sarà aperto al pubblico nella ricorrenza del Natale di Roma, il 21 aprile 2006. Il volume di Electa dà ampio spazio al cantiere del museo, illustrandone con foto e testi le fasi e le difficoltà tecniche e logistiche, connesse all’inamovibilità assoluta dell’Ara Pacis e del supporto lapideo delle Res Gestae, oltre che alla natura incoerente del terreno. La forma stretta e allungata del lotto; il dislivello di circa 3 metri tra il piano espositivo e la piazza, un programma funzionale complesso (spazi espositivi, auditorium, bookshop, caffetteria, belvedere e uffici) sono i vincoli che Meier ha trasformato in opportunità. Il sottosuolo disomogeneo ha reso necessario, per il corpo centrale, una speciale tecnica di pali infissi a pressione in assenza di vibrazioni, spinti fino a 52m sotto il livello del suolo. Questa emergenza rese necessaria la suddivisione del cantiere in tre

sezioni, così che si istituì una singolare corrispondenza tra geotecnica, cantiere e immagine architettonica, trascritta nei tre volumi dell’edificio: due opachi di testata e la teca centrale trasparente. Nel nuovo museo i gradini della piazza antistante invitano il visitatore a sedersi per contemplare l’architettura, i giochi d’acqua della fontana e le facciate delle due chiese. I suoi passi sono poi guidati dalla parete sinistra, in lastre a giunto aperto di travertino a spacco di cava, che si prolunga oltre l’ingresso e divide la contemplazione museale dalla frenesia quotidiana e rumorosa del Lungotevere, mentre il suo rilievo, rugoso e sensibile alla luce, raggiunge durante le ore pomeridiane una meravigliosa forza espressiva. Ridimensionata da 8.50 a circa 3 metri nella versione definitiva, questa parete, mentre raccorda gli spazi di ingresso, alberga tutte le canalizzazioni degli impianti tecnici dell’edificio: a essa è imputata la sottrazione visiva della facciata di San Rocco. Se nel fronte sul Tevere i tre blocchi costitutivi si scaglionano gerarchicamente intorno alla preminenza del corpo vetrato centrale, meno plastica risulta la facciata opposta, quella che risarcisce il fronte di via di Ripetta, dove all’epigrafe monu-

mentale si sovrappone la parete trasparente, ritmata dai brise-soleil, mentre all’estremità settentrionale si aggrega il volume più basso dell’auditorium. Nell’atrio l’andamento obliquo del muro di travertino a spacco, la fila delle sottilissime colonne candide del fianco destro del vestibolo, ma anche la parete isolata di travertino liscio, potenziano il gioco asimmetrico dei volumi accesi dalla luce. Solo un grande regista dello spazio poteva impostare una tale pausa di spazioluce propedeutica all’apoteosi: l’aula di cristallo focalizzata dall’altare ricamato dai millenari rilievi marmorei.

A piazza Augusto Imperatore Richard Meier è riuscito a dare vitalità a un fulcro dimenticato della città. Benché gli esterni del museo non siano esenti da qualche freddezza e anonimità, la luminosità gioiosa dell’interno intesse una grandiosa scena museografica capace di sottili rapporti osmotici con l’esterno. Tale permeabilità e capacità di dialogo con gli spazi limitrofi - un’arte che Richard Meier domina con rara maestria - fa della visita non una semplice esperienza museale ma anche e soprattutto una travolgente esperienza urbana. Come in un edificio antico o rinascimentale, nel museo di Meier ogni parte è esatta in sé ed esattamente compiuta e calibrata in rapporto alle altre parti e al tutto, in modo tale che non può essere né spostata né modificata, se non a rischio di compromettere tutto l’edificio e la sua silente armonia. Professoressa all’Ecole pratique des hautes études Sorbonne, Parigi


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LA DOMANDA DEL GIORNO

Diritto di voto agli immigrati: favorevoli? UNA SCELTA FUORI DALLE LOGICHE ELETTORALI Non vedo pregiudiziali di sorta, intorno alla concessione del voto agli immigrati. È opportuno però chiarire che l’espressione del voto ha a che vedere con una piena e matura cittadinanza che non sia sancita soltanto da sigilli anagrafici e atti notarili, ma che sia piuttosto l’esercizio democratico di cittadini italiani a tutti gli effetti, che abbiano dato riprova di una piena integrazione con le basi strutturali e civili della nostra società. Inutile ricordare che, al di là di una posizione lavorativa del tutto esente da derive criminose o legate ad attività sommerse, il cittadino che acquisisce la nostra cittadinanza e dunque il diritto a esprimere le proprie preferenze elettorali, debba farlo perchè ormai in possesso di un’adeguata conoscenza della nostra lingua, nel rispetto delle nostre tradizioni, e senza alcun intento sovversivo volto a destabilizzare le nostre istituzioni tramite atteggiamenti, condotte o finalità terroristiche. Non dev’essere un colpo ad effetto la concessione del diritto di voto, nè il cilindro estratto dal cappello al Barnum della politica interessata a rimpolpare i ranghi elettivi dei propri organi. Le trovate pubblicitarie, gli slogan a effetto, la militanza doppiogiochista,

LA DOMANDA DI DOMANI

La morte cerebrale non basta per stabilire il decesso. Siete d’accordo?

e le ruffianerie si sono impossessate già da troppo tempo dell’agenda politica, generando uno spaventoso vuoto programmatico, ideologico e culturale. Si rifletta dunque, si dialoghi pure, ma per una volta ci si adegui alle esigenze della società civile, senza volerne trarre profitti e vantaggi, ma al solo scopo di nobilitare e arricchire la democrazia di fermenti passionali, puri, ormai così rari in questa eterna palude di rigurgiti opportunistici e tensioni mercantili.

Paolo Bonanno Catania

NO, CARO VELTRONI. NON ABBOCCHIAMO La furberia ha a che fare con la dimestichezza e la perizia nelle cose della politica, e di certo bisogna dire che il leader del Pd Walter Veltroni, manca di veemenza, di ironia, di smalto, di chiarezza, ma non certo di spicciola furberia. In un momento di grave confusione per il suo partito, di disattenzione globale e disimpegno, di scarsa capacità di imprimere il proprio marchio sulla linea del partito che rappresenta, Walter azzarda un piccolo bluff, un giochino svenevole attraverso il quale tenta di mettere in imbarazzo il Governo, cercando di stanarne il malcelato razzismo. L’ex sindaco di Roma si aspetta con questo piccolo stratagemma di innescare una grande polemica da potere agevolmente cavalcare nell’intento di rinverdire l’immagine offuscata. In realtà non sa che la tolleranza zero non è indirizzata allo straniero tout court o alimentata dal sacro fuoco xenofobo, ma che si limita e attiene ai disordini e agli eccessi di una politica immigratoria catastrofica che lui stesso ha promosso gettando l’Italia nello scompiglio e nell’anarchia.

Giampaolo Traversa Gorizia

PASTICCI ALL’ITALIANA Gli altri Paesi europei hanno in merito al diritto di voto politiche rigorose basate sull’accertamento delle credenziali. E qui da noi, quali criteri?

Rispondete con una email a lettere@liberal.it

“NESSUNO TOCCHI ABELE”: IL 10 SETTEMBRE FIACCOLATA A MONTECITORIO Si svolgerà a Roma, mercoledì 10 settembre, alla ore 18.30, in Piazza Montecitorio alla ripresa dell’attività parlamentare, la fiaccolata promossa dalla Fondazione Liberal pro-cristiani “Nessuno tocchi Abele”, per esprimere solidarietà alle vittime del fanatismo politico e religioso. È dovere per tutti i cattolici e cristiani impegnati in politica e nelle Istituzioni rompere il muro del silenzio dopo i recenti atti di violenza compiuti dai fondamentalisti indù contro la comunità cristiana nello Stato indiano dell’Orissa che hanno causato sin ora decine di morti e la distruzione di molte Chiese. Per tale ragione, nell’intento di testimoniare compatti contro la repressione di chi esercita o professa la propria fede, e subisce discriminazioni e finanche l’eliminazione fisica, è nostro appassionante dovere presenziare alla manifestazione di Roma, alla quale sarà presente una nutrita delegazione di lucani. I cristiani impegnati nelle Istituzioni, racco-

Giorgia Casagrande Brindisi

POSIZIONE DI KOMODO Una piccola iguana crestata (Brachylophus vitiensis) delle Fiji se ne sta appollaiata sulla testa di un varano di Komodo. Siamo al Taronga Zoo di Sydney, in Australia

I VIZIETTI DELLA NOSTRA REPUBBLICA Tra le varie letture dei giornali, una mi ha colpito in particolare. Riporta Repubblica: ”Squillo per un politico di Fi, bufera a Udine, tre indagati”. È la storia di sempre, per chi è chiaramente del PdL, titoloni ( non è nemmeno tra gli indagati) tendenziosi, ammiccamenti, commenti, ecc. Chi è di sinistra e va a caccia di trans è uno sfigato, a piedi, massimo in macchina, di sera, dopo un duro lavoro: insomma è un poveraccio, che altro gli rimarrebbe di fare? Non vale la pena perseguitarlo più di tanto. Non cambia la musica del senso unico? Bene, andremo avanti così per decenni, finchè non si capirà che quello che interessa gli elettori è altro, è capire quando cambierete voi di sinistra e sarà sempre

dai circoli liberal

gliendo l’accorato appello rivolto dal Papa Benedetto XVI, devono adoperarsi per l’affermazione della cultura liberale dell’Italia contro tutti i fondamentalismi ed è per queste motivazioni che ciascuno di noi, impegnato ai diversi livelli istituzionali, si deve fare promotore di iniziative che mirino all’approvazione di Ordini del giorno nel quale si condannino le aggressioni e le violenze ai danni dei cristiani in India ed in ogni parte del mondo. Una sfida e un impegno, che i circoli Liberal di Basilicata, accolgono con piena consapevolezza, perchè desiderosi di sollecitare e sensibilizzare in questi giorni i tanti cattolici e cristiani impegnati ai diversi livelli affinchè aderiscano alla fiaccolata di Roma, testimoniando così con vigore a favore delle libertà fondamentali dell’Uomo, che ora e sempre vanno tutelate dall’avanzare dell’oscurantismo religioso. Intanto, come i lettori di liberal avranno avuto modo di notare, le adesioni alla fiaccolata promossa dall’On. Ferdinando Adornato e dal quotidiano libe-

tardi iniziare, ma credetemi, vale la pena!

Paolino Di Licheppo Roseto degli Abruzzi (Te)

BUSILLIS LIBICO Anche se è già stato dato risalto alla questione, in merito all’accordo fra Italia e Libia, va detto che se Berlusconi è riuscito a scrivere l’art 4, giocando sull’interpretazione della frase ( ”nel rispetto della legalità internazionale”) il sangue bizantino che scorre nelle nostre vene ha avuto un raptus di orgoglio: ora riferirà in Parlamento, ultima spiaggia d’uso a sinistra. Valeva la pena tentare, per qualche barile di petrolio in più e liberarsi anche di un leone d’argento, con annesso calamaio e penne, orrendo!

L. C. Guerrieri Teramo

ral, crescono di giorno in giorno, impreziosite dal sostegno di autorevoli esponenti del ceto politico. Alla manifestazione del 10 settembre hanno già dato infatti la loro adesione il Presidente dell’Internazionale Democristiana, l’on. Pier Ferdinando Casini, il segretario nazionale dell’Udc, Lorenzo Cesa, che ha confermato tra l’altro l’adesione del suo partito e di tutti i parlamentari, il senatore a vita Francesco Cossiga, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, del Senato, Marcello Pera,e ancora Lamberto Dini, Franco Marini, il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni, il ministro Gianfranco Rotondi e numerosi altri esponenti del governo, dell’opposizione e della società civile. Un segnale davvero forte, dunque nei confronti di chi vuole vivere liberamente la propria fede, ma anche verso chi, ogni giorno e in molti luoghi del mondo, questa libertà vuole negarla, seminando terrore, morte e violenza. Gianluigi Laguardia COORDINATORE REGIONALE CIRCOLI LIBERAL BASILICATA


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog Volevo farle giungere il mio affetto Mi perdoni; mi accorgo che la lettera che le sto scrivendo è proprio sgangherata, da ubriaco, e non si giustifica nemmeno col fatto che dopo così lungo silenzio volevo in tutti i modi farle giungere l’espressione del mio affetto, della mia stima, della mia gratitudine. Adesso comunque smetto, tra poco Giulietta e io scenderemo alla fonte del pomerigio per bere l’acqua di Sant’Elena passeggiando per i grandi viali alberati con il bicchiere in mano, mentre l’orchestra di dame suona il valzer dei pattinatori. Proprio come lei ha stupendamente descritto in Maigret a Vichy, che la sera del nostro arrivo a Chianciano ho trovato dal libraio e che ho letto subito con il piacere totale di sempre. Me lo lasci dire di corsa: è perfetto, bellissimo. Bene, caro amico, grazie di tutto. Verrò a Zurigo la prossima settimana. Federico Fellini a Georges Simenon

I MALI DEI CENTRI COMMERCIALI L’arrivo prepotente, devastante e incontrollato dei sempre più enormi Centri Commerciali nel nord Italia ha inevitabilmente cambiato la vita di ogniuno di noi, ha stravolto viabilità e paesaggi e al contempo uniformato consumi e gusti di ogniuno di noi. Se prima il piccolo negoziante seguiva personalmente ogni suo cliente cercando di assecondarlo in ogni desiderio per non perderlo, (facendo credito segnando su un apposita agenda chiusa in un cassetto) oggi da cliente siamo tutti diventati utenti, Massa e tutti a portare in tasca la busta paga perché non si sa mai, potrebbe servire per un acquisto a rate sempre più consueto. Il balzo è stato effettuato ormai e dal rapporto umano che offriva il piccolo negozietto di paese si è passati alla spesa fai da te. Siamo sempre più alla ricerca della comodità e della velocità e inevitabilmente sempre più soli e freddi. È il progresso, d’accordo, d’accordo. I macellai sono scomparsi dalle città quasi completamente come molte altre attività, e così lentamente tutti i “centri città” minori, dell’Hinternland vanno svuotandosi delle piccole realtà commerciali che hanno animato la vita di tutti i

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

4 settembre 1824 -Nasce Anton Bruckner, compositore austriaco († 1896) 1848 - Giustino Fortunato, scrittore, politico e storico italiano († 1932) 1888 - George Eastman registra il marchio Kodak e deposita un brevetto per la macchina fotografica che utilizza il rullino 1894 - A New York 12.000 operai tessili scioperano contro le condizioni di lavoro nelle fabbriche 1907 -Muore Edvard Grieg, compositore e pianista norvegese (n. 1843) 1951 - La Cina interrompe le relazioni diplomatiche con il Vaticano espellendo dal suo territorio il Nunzio apostolico 1963 - l nuotatore Mark Spitz vince la sua settima medaglia d’oro alle Olimpiadi di Monaco. 2007 - Muore a Roma Gigi Sabani, imitatore, conduttore televisivo e cantante italiano (n. 1952)

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Giancristiano Desiderio,

paesi italiani e si riempono sempre di più di saracinesche arrugginite e inevitabilmente abbassate. A poco a poco queste stanno lasciando il posto a nuove palazzine, nuovi uffici e straordinari palazzi a vetro e colonne e specchi che riflettono la solitudine e il freddo di questi tempi sempre più “strani”. È il progresso , ok, ok. I centri commerciali nel frattempo crescono sempre di più e ormai sono diventati autentici luoghi di ritrovo, questi Mostri Commerciali stanno rimpiazzando le “piazze” dei paesi. Molti si incontrano per mangiare un gelato, per vedere un film, per prenotare una vacanza o solo per prendere un po’ di “aria condizionata” illuminati da vetrine sempre più belle e commesse sempre più accattivanti. Incredibile, a 40 anni non mi sento al passo con tutto questo, forse sto iniziando ad invecchiare male, e già rimpiango quell’atmosfera casalinga e amichevole che respiro quando entro dal mio amico Franco che quando mi accoglie nel suo negozio si preoccupa prima di accertarsi che io e la mia famiglia stia bene e mi ricorda di portare i suoi saluti a mio papà. Siamo tutti in un vortice che ci ruba il tempo, un vortice che non ammette soste se non si vuol finire travolti. Sarò malato?

Alberto Moioli Lissone (Mi)

PUNTURE Schifani, Alemanno e Alfano in pellegrinaggio sul Sinai per i 10 Comandamenti. Chi glieli darà? Berlusconi.

Giancristiano Desiderio

L’egoismo ispira un tale orrore che abbiamo inventato le belle maniere per nasconderlo ARTHUR SCHOPENHAUER

Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Rossella Fabiani, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di GUADAGNARE SULLA PELLE DEI LAVORATORI Uno degli aspetti secondari del problema degli incidenti sul lavoro è dato dai costi sociali, da quei costi cioè sostenuti dalla collettività, derivanti dagli infortuni sul lavoro sia quando essi sono leggeri (mancate ore di lavoro) sia quando sono permanenti (invalidità o malattie professionali). In questi casi lo Stato, tramite l’Inail (Istituto nazionale l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, ndr) per spendere delle cifre enormi, stimate intorno ai 45 miliardi di euro. Sebbene questo aspetto sia secondario rispetto alla vita delle persone è evidente che un processo diIncidenti lavoro riduzione dei costi dello Stato potrebbe passare attraverso un abbattimento di questo onere. Infatti se pur vogliamo considerare che probabilmente metà di questa cifra è dovuta alla componente “incidenti stradali” che fa parte degli infortuni sul lavoro resta una cifra enorme che giustifica investimenti in questo senso anche massicci. Se si guardano invece i provvedimenti in materia del governo si fa un gran parlare di sanzioni ma non si va al cuore del problema: la carenza dei controlli. In Italia l’addetto principale a questi controlli è l’ispettore del lavoro. Ebbene a fronte di circa 5 milioni di aziende si hanno circa 2800 ispettori. Le stime parlano di uIspettore edilen numero di aziende controllate pari a circa il 5 per cento (con la solita fortissima disparità tra nord e sud. E non che i controlli non scoprano nulla! Un dato tra i tanti, in Lazio, considerava che il 43 per cento delle aziende controllate era ir-

regolare per quanto riguarda il lavoro sommerso mentre un altro studio indicava che il 65 per cento dei cantieri edili non era in regola. Il problema però è che fino a quando la probabilità di essere beccati è inferiore al 5 per cento (e in alcune regioni ancora più basso) il rischio è così basso che conviene affrontare una multa e non le spese connesse alla sicurezza. Per questo motivo il modo di guadagnare, salvando anche la pelle dei lavoratori, sarebbe quello di porsi come obiettivo l’aumentoLavoro della percentuale di aziende controllate. Se consideriamo che un lavoratore in media costa cinquanta centomila mila euro all’anno un aumento di 1000 ispettori potrebbe essere ampiamente coperto da una riduzione di appena 1 per cento degli incidenti sul lavoro. Ma se si aumentasse di 3-4 volte la percentuale di aziende controllate si avrebbe un effetto valanga per cui il rischio di farla franca sarebbe così basso che quasi tutte le aziende si metterebbero a posto: allora una fetta consistente di quel costo sociale potrebbe essere abbattuto. Ma ancora una volta da meno fastidio inasprire e sbandierare le sanzioni che non i controlli per cui, come mi disse una volta un ispettore del lavoro incontrato sul treno, con l’avvento del secondo governo Prodi gli ispettori si erano dovuti svegliare dal letargo dei 5 anni precedenti, letargo a cui, temiamo, il governo capitanato dal migliore degli amici degli imprenditori li ha di nuovo destinati.

Pietro Marmo www.giornalettismo.com

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PAGINAVENTIQUATTRO Cartolina da Venezia. Ormai tutti parlano apertamente di Mostra in crisi

Quest’anno al Lido c’è un solo grande assente,il

CINEMA di Alessandro Boschi

era molta attesa per il film di Jonathan Demme, il pluripremiato regista statunitense presente alla 65ª Mostra internazionale d’arte cinematografica, in concorso, con Rachel Getting Married. Interpretato da Anne Hathaway - da poco emancipata dal legame con il giovane ed italiano imprenditore (diciamo così) Raffaello Follieri - Rachel Getting Married è la storia di Kym, una ragazza con assortiti problemi di dipendenza che in passato hanno provocato una traccia indelebile nella sua

C’

particolarmente bene. La bravura degli attori, con una Anne Hathaway superlativa, compensa solo in parte una sceneggiatura che procede con il freno a mano tirato. Si ha la sensazione che l’inevitabile paragone con John Cassavetes e Robert Altman costringa il regista e la cosceneggiatrice Jenny Lumet (figlia del grande Sidney), a dei difficili equilibrismi causati dalla paura di indulgere troppo sul registro emotivo. Va però anche detto che la drammaturgia del cinema americano è tutta nel suo realismo, e questo è ciò che fa del film di Demme un prodotto comunque apprezzabile. La libertà delle riprese a mano e la sgranatura della fotografia, ad esempio, non sono mai fini a se stesse come capita a un certo tipo di cinema europeo. Qui diventa cifra di realismo perché ci dà sempre la sensazione che la vita dei protagonisti sia descritta senza la pretesa di mostrarci cuore e cervello dal loro interno.

vrebbe essere stata fatta dai selezionatori. Tra nipoti ed ex mogli, l’allegra combriccola avrebbe forse dovuto darsi una mossa, perché non è vero che di film in giro non ce ne erano. Sarebbe sufficiente essere stati al recente festival di Montreal per verificarlo. A meno che i suddetti selezionatori non siano stati utili solo per una operazione di legittima ingerenza da parte di chi li ha scelti. Ma forse pensiamo male, come dice Andreotti. Il calo delle presenze rispetto alla passata edizione è comunque un dato di fatto. Le sale purtroppo si riempiono raramente, e a volte per prodotti a latere anche se deliziosi come Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio.

Insomma, risulta difficile da mandare giù la spiegazione che di meglio non si poteva fare, la realtà è che meglio non si è fatto. Qualcuno ce lo dovrà spiegare, perché se è vero che quello del direttore di festival è un mestieraccio, è anche vero che non è una prescrizione medica e a volte si può ammettere una piccola mancanza. Credo che si rischierebbe di diventare perfino simpatici. Ma per noi italiani, che dipendiamo dal calcio, è un lusso che non possiamo permetterci: la squadra simpatica, da sempre, è solo quella che perde.

Neanche il nuovo film di Jonathan Demme, «Rachel Getting Married» malgrado la presenza della nuova diva Anne Hathaway, è all’altezza delle attese. Un’altra mezza delusione in una selezione che non convince né la critica né il pubblico vita. Il matrimonio della sorella è l’occasione per una riunione di famiglia (vi ricorda niente?) cui partecipano il padre, gli amici, la madre e il suo nuovo marito. Inevitabile il riaffiorare delle problematiche legate agli aggrovigliati rapporti di cui Kym, nel bene e soprattutto nel male, è sempre il fulcro.

In casi del genere, in cui il plot è abbastanza scontato e prevedibile, contano molto i personaggi di contorno e lo sviluppo delle loro psicologie. Cose queste che al regista de Il silenzio degli innocenti non riescono

Resta il dubbio se certi personaggi avrebbero potuto avere una deriva diversa, come la madre interpretata da Debra Winger (bentornata!), che rimane sospesa in una dimensione che ci pare appena abbozzata. Il regista al contrario indugia molto nella celebrazione del matrimonio, incontro di famiglie e di culture diverse, con musica, balli e barbecue. Rachel Getting Married ci dà forse meno di quello che ci aspettavamo, ma ci dà quello che ci serve perché, come per il rapporto tra Kym e la madre Abby, a volte una carezza sulla mano, forse casuale, è destinata a sostituire l’abbraccio che ci mancherà per tutta la vita.

Resta comunque un prodotto appena di livello, che sommandosi ad altri che di livello certo non sono (a parte l’etiope Teza), contribuiscono a delineare un quadro piuttosto desolante della selezione. Che per definizione do-


2008_09_04