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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

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ISSN 1827-8817 80809

Una giornata di guerra in Ossetia. Centinaia di morti, distrutta la capitale

Putin in Georgia: un massacro per riconquistare l’Impero

di Ferdinando Adornato

di Enrico Singer ladimir Putin lo aveva minacciato quando gli Stati Uniti e l’Unione europea avevano riconusciuto l’indipendenza del Kosovo. Il contagio del separatismo non si sarebbe fermato nei Balcani. E se a Pristina, sei mesi fa, i russi avevano dovuto incassare la sconfitta dei loro storici alleati serbi, adesso cercano la rivincita nel Caucaso appoggiando, in armi, la secessione dell’Ossetia del Sud dalla Georgia. Quella vissuta tra le montagne degli antichi Alani, che tanto fecero tribolare anche le legioni romane, è stata una giornata di vera e propria guerra. Micidiale, feroce. Con la capitale della regione, Tzkhinvali, ridotta in macerie. Con bombardamenti di terra e rappresaglie aeree, con centinaia di civili e di militari morti da una parte e dall’altra. Con inconcludenti riunioni all’Onu e rituali appelli per una tregua che è arrivata soltanto quando l’esercito georgiano si è ritirato dalla città perché non c’era altro da distruggere e perché si avvicinavano i tank russi mandati in aiuto degli osseti. Gli sviluppi della battaglia sul terreno sono ancora imprevedibili. Ma una cosa è certa: Mosca ha voluto lanciare un messaggio preciso. Ai confini del suo ex impero non ammette strappi. E se la Georgia fosse già stata accolta nella Nato, la fiammata di ieri avrebbe scatenato un incendio di proporzioni ancora maggiori.

V

PECHINO 2008 Per metà parata da regime totalitario. Per metà effetti speciali hollywoodiani. In un clima di polemiche e di repressione si aprono i giochi olimpici, in un Paese che nasconde milioni di persone nei campi di concentramento

Disneylager alle pagine 2 e 3

Testamento biologico, parla Paola Binetti

Pil fermo, è allarme recessione

Eluana, il corpo della legge

Shock fiscale per l’Italia a crescita zero

Scompare Gava, protagonista della Prima Repubblica

Il grande timoniere Dc che diventò capro espiatorio

se g ue a p a gi na 8

A 50 anni dalla morte dello scrittore

Enrico Pea il Mago della visione

di Francesco Rositano

di Carlo Lottieri

di Riccardo Paradisi

di Mario Bernardi Guardi

«Di fronte a una cultura in cui si afferma l’idea che non valga la pena vivere certi tipi di esistenza, è necessario mettere dei paletti, anche giuridici». Il pensiero di Paola Binetti sul testamento biologico.

Pil fermo nel secondo trimestre e in calo dello 0,3% rispetto a 12 mesi fa. La contrazione dei prestiti bancari rilevata da Bankitalia confermerebbe i timori di recessione lanciati da Confindustria.

Antonio Gava è morto ieri per un ictus a 78 anni. Politico influente della Prima Repubblica, fu sceneggiatore e regista delle politiche democristiane dalla seconda metà degli anni ’70 alla fine della Prima Repubblica.

Moriva l’11 agosto di 50 anni fa il grande scrittore italiano Enrico Pea. Stimato da Ezra Pound, ammirato da Ungaretti e Montale, oggi dimenticato dalla letteratura moderna per “abuso di vero”.

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SABATO 9 AGOSTO 2008 • EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XIII •

NUMERO

151 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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La cerimonia di apertura della XXIX edizione dei Giochi olimpici coniuga repressione e grandezza

Benvenuti a Disneylager di Vincenzo Faccioli Pintozzi on ci sono aggettivi sufficienti per descrivere la cerimonia inaugurale dei XXIX Giochi olimpici che si sono aperti ieri a Pechino. E questo non vuol dire che la magnificenza delle strutture, la perfezione degli acrobati o la superba regia di Zhang Yimou abbiano lasciato chi scrive senza parole.Vuol dire invece che la Cina, una volta di più, si conferma l’unico gigante del mondo che verrà: a fronte di tanto splendore, infatti, non possono e non devono essere dimenticati i dissidenti che marciscono in galera, i monaci tibetani malmenati e privati dei loro diritti civili, i lavoratori migranti che a centinaia di milioni pagano con il sangue l’inarrestabile crescita economica del Dragone asiatico. D’altra parte, pur senza averne l’intenzione, la stessa cerimonia ha offerto il fianco a questo tipo di riflessione. La comoda, strategica assenza di ogni riferimento alla Rivoluzione di Mao Zedong – ed al regno di terrore che ne è seguito - nel corso del pirotecnico spettacolo svoltosi nel Nido di Rondine è balzata agli occhi di chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la Cina e le sue contraddizioni. Un’assenza che potrebbe essere letta come un desiderio di stendere un velo sulla repressione che, nel passato e più che mai nel presente, caratterizza il governo cinese. Durante la giornata di ieri, la resistenza contraria a questa repressione ha avuto modo di farsi sentire nel Paese e nel mondo intero. Un aereo dell’Air China diretto verso Tokyo è stato costretto a rientrare per un allarme bomba lanciato da un sedicente gruppo islamico; un pastore protestante americano si è filmato mentre, in due alberghi di Pechino, scriveva slogan contro la repressione religiosa; 150 monaci tibetani sono stati arrestati a Delhi mentre cercavano di entrare nell’ambasciata cinese. Segnali di un’insofferenza profonda e condivisa, che Pechino dovrebbe ascoltare e non nascondere con i lustrini che ieri hanno invaso le sue strade. Anche per questo, forse, ha fatto tanta impressione il ruolo estremamente rilevante che ha avuto l’Esercito di liberazione popolare nel corso della manifestazione.

N

Quando i bambini – vestiti con i panni tipici delle 56 etnie del vasto territorio cinese – hanno consegnato ai soldati la bandiera della Grande Cina, non si è potuto non pensare al passo dell’oca delle manifestazioni naziste e ad alcuni fotogrammi di Olympia, il documentario di Leni Riefensthal sulle Olimpiadi della Berlino di Hitler.

Gli otto uomini in alta uniforme che hanno issato la bandiera al pennone sono la vera immagine del pensiero governativo cinese, mentre le scenografie “scippate” all’immaginario

disneyano sono una splendida fotografia della Cina contemporanea. Un Paese pieno di luci e strutture avveniristiche, costruite sullo sfruttamento della popolazione e controllato con pugno di ferro da una delle ultime, vere dittature silenziose del mondo. Sembra che lo stesso Hu Jintao – Presidente, Segretario generale del Partito e capo delle forze armate del Paese – abbia voluto imprimere la sua personalità alla manifestazione. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa internazionale, meno di dieci giorni fa la sua rabbia per alcuni par-

ticolari a suo dire sbagliati hanno scosso Zhongnanhai, la residenza blindata del governo che si erge accanto alla Città Proibita. Ed il fatto che in più di 90 minuti di diretta televisiva non sia mai stato inquadrato alcun leader mondiale potrebbe essere la vera ripicca in salsa di soia alle critiche internazionali sulla carenza di diritti umani che hanno turbato il sogno della leadership comunista negli ultimi mesi.

Ora però il “gigante risvegliato” è davanti ad un bivio, e la scelta che deve prendere può

segnare non solo il suo futuro, ma quello del pianeta. Se Pechino ascolta le urla di dolore di coloro che hanno costruito il Villaggio olimpico ed il pianto delle madri costrette dalla legge sul figlio unico a partorire un solo bambino nel corso della vita, lo sviluppo della Cina potrà essere indirizzato verso un mondo che ha perlomeno la speranza di avere i colori del mondo immaginato da Walt Disney. Se continua ad ignorare tutto questo, la Grande Muraglia potrebbe presto montare sui suoi merli il filo spinato che caratterizza ogni vero lager.

Fuochi d’artificio, bambini e lustrini. Ma anche soldati in alta uniforme e leader internazionali ignorati dalla televisione. Sono gli ingredienti delle Olimpiadi cinesi, fondate su sangue, paura e tanta repressione ansia delle autorità cinesi di organizzare un’edizione spettacolare dei Giochi olimpici è la cartina di tornasole del bisogno di trovare una conferma internazionale alla sua politica, anche economica, degli ultimi vent’anni. Ad oggi, però, sembra piuttosto che queste Olimpiadi confermino l’opinione di quanti – e sono molti – hanno considerato quantomeno “avventato” scegliere la Cina come sede dei Giochi. I risultati non si sono fatti attendere e includono le non certo inattese manifestazioni politiche a sostegno della causa del Tibet, compresa la campagna che ha cercato di boicottare il lungo viaggio della torcia nei mesi passati. Gli attuali sforzi del governo di soffocare qualsiasi protesta per i diritti umani e di “nascondere” ogni pubblicità alla voce del dissenso, così come il controllo assoluto sull’immagine da mostrare al mondo, anche attraverso un limitato accesso al web e le restrizioni a cui è costretta la stampa e la tv quando deve intervistare o vedere gli allenamenti dei loro atleti, sta mettendo in moto un cortocircuito di critiche maggiore che se avessero lasciato davvero mano libera. I cinesi si stanno confrontando con il problema di Gorba-

L’

Nessuna glasnost per la Cina di William Pfaff ciov: come liberalizzare un sistema autoritario? La prima mossa del leader sovietico fu quella di sgomberare il campo da equivoci, permettendo libertà di parola a tutti i livelli e scardinando, così, il permafrost di falsità e ipocrisia che permeava il sistema sovietico. Un primo passo verso la verità. Utile a preparare il campo alle successive riforme strutturali. La Cina, questo passo, non lo ha ancora fatto.

Le intenzioni di Gorbaciov erano quelle di “aprire”il partito comunista affinché rispettasse le regole del proprio partito e al contempo la Costituzione dell’Unione Sovietica, virtualmente, come tutte le carte costituzionali, democratica, ma di fatto inficiata dalla corruzione e dalle procedure burocratiche del sistema e dal controllo della leadership del Pcus. Il partito comunista, è arcinoto, manipolava ogni istituzione sovietica. E ciò rendeva cinico e corrotto anche il più oscuro dei funzionari dell’epoca. Ma

mentre la glasnost di Gorbaciov palesava al mondo quello che era il segreto di pulcinella, provocando una catarsi mondiale oltreché un terremoto interno, il leader russo non cessava di guardare al futuro e metteva in atto altre riforme. I suoi nemici nel partito non rimasero con le mani in mano, e mentre lui era in vacanza con sua moglie in Crimea, tentarono un colpo di stato. Solo che quando i golpisti cercarono di prendere il controllo di Mosca, Boris Eltsin, il popolare presidente della Repubblica Russa, intervenne personalmente arringando la folla contro il golpisti e bloccando l’operazione. Un gesto che lo trasformò nell’uomo forte della nazione. Quattro mesi più tardi Eltsin e i leader delle altre Repubbliche sovietiche scioglievano l’Urss. Eltsin aprì al libero mercato e chiese agli altri “colleghi” di fare altrettanto e di portare «quanta più libertà possibile». L’infelice risultato fu un capitalismo ladro e un caoti-


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Ronchi scrive a Poettering sulla Cina. E Berlusconi?

E il governo italiano tornò al passato di Renzo Foa giornali riferiscono che il ministro Andrea Ronchi ha scritto una bella lettera al presidente dell’europarlamento HansGert Poettering, chiedendo una costante pressione sul governo cinese in difesa dei dissidenti politici e religiosi. Da lettore penso che il gesto sarebbe stato quasi perfetto se sulla busta fosse stato indicato un indirizzo diverso, ad esempio quello del capo del governo di cui Ronchi fa parte e magari anche quelli dei presidenti di Camera e Senato. Lo penso perché non è stata una dichiarazione particolarmente impegnativa quella con cui Silvio Berlusconi ha affidato la sua speranza che i Giochi di Pechino siano l’inizio di un’apertura irreversibile ai diritti civili, limitandosi a scommettere sull’accesso ad Internet e a pronunciare qualche frase di circostanza. Parlare del web avrebbe avuto un senso ancora qualche mese fa, ma ora si tratta di un gesto debole, quasi insignificante. Ora sappiamo che George W. Bush, anche per bilanciare la sua presenza nella capitale cinese, ha diffuso pubblicamente dei giudizi particolarmente duri e che Nicolas Sarkozy, alla sua partenza da Parigi, ha “adottato”alcuni dissidenti detenuti, con un atto che significa chiederne la liberazione. Ora sappiamo anche che ben 127 atleti, campioni o detentori di allori e record mondiali, non si sono trincerati dietro la manipolazione del significato della “tregua olimpica”, rivolgendosi direttamente al presidente Hu Jintao chiedendo “di rispettare i diritti umani, per ottenere una pace duratura e la riconciliazione”. In altre parole il governo italiano, in questa circostanza, non si sta segnalando per una politica particolarmente attiva e coraggiosa sul fronte della difesa della globalizzazione della libertà. E’ vero che nelle scorse settimane ci sono state le polemiche all’interno della maggioranza, soprattutto fra esponenti del Pdl, è vero che ci sono state nei mesi passati discussioni e iniziative politiche. Ma è anche vero che, alla fin fine, la presa di posizione di Silvio Berlusconi esprime pigrizia culturale, inerzia politica, vuoto diplomatico. Il risultato è, intanto, che appare molto forte il divario tra le scelte pubbliche compiute a Palazzo Chigi e quelle decise alla Casa Bianca e all’Eliseo. Washington e Parigi hanno svolto al meglio il ruolo dei grandi protagonisti.

I

co semi collasso del governo, un periodo oggi ricordato in Russia con imperdonabile amarezza. Esattamente questo è ciò che vogliono evitare, oggi, i leader comunisti cinesi. Fin dalla brutale repressione di massa dei dimostranti in Piazza Tiananmen nel 1989, il partito ha cercato di placare la rabbia della gente con un aumento del tenore di vita. Ciò ha prodotto una sostanziale e viva middle class, ma anche arricchimenti disonesti e corruzione.

Lo slogan ufficiale è stato “Arricchitevi!”, ciò che molti hanno poi fatto, ma non la maggior parte. La clamorosa prosperità delle città costiere è in sinistro contrasto con le condizioni becere e lo squallore delle cittadine più interne del Paese. Qualcosa come un milione di studenti, dal 1978 ad oggi, sono stati mandati a studiare all’estero e ne sono tornati meno della metà, anche se la percentuale sta aumentando. Come scrive Pankaj Mishra, la Cina è ancora un Paese povero «che si butta a capofitto, sotto un regime dichiaratamente Comunista, nel consumismo e in un capital-

ismo di stile occidentale, che «impone molti conflitti psicologici e tensioni» creando «un considerevole numero di uomini d’affari, contraffattori e imbroglioni». Alle classi intellettuali è concessa una parziale libertà, molti dei suoi membri sono coinvolti, in un modo o nell’altro, nel dibattito sul futuro del Paese (impiegati in centri di ricerca ufficiali o istituti accademici). Perché la storia politica recente, dal tempo della Rivoluzione Culturale a Piazza Tiananmen, ha lasciato non solo disordini politici ed economici, ma anche tantissime questioni morali irrisolte. Di qui le tensioni che circondano la mossa azzardata del regime di voler ospitare i Giochi Olimpici, e invitare il mondo intero ad assistere alla disperata speranza di vittorie individuali Cinesi, insieme al successo collettivo della manifestazione in se. Il resto del mondo osserverà la Cina attraverso le televisioni internazionali e gli occhi di migliaia di giornalisti che sono venuti a guardare i giochi ed osservare la Cina; sguardi non troppo desiderati.

Hanno ottemperato all’obbligo di non rovinare la festa organizzata da Hu Jintao e di rispettare il posto che la Cina si è guadagnata nel mondo, ma non hanno rinunciato all’impegno preso da Bush e da Sarkozy di parlar chiaro, di non sorvolare sulle questioni chiave del dissenso e del Tibet. Il governo italiano sembra invece aver scelto una strada diversa: nonostante le differenze che si sono manifestate al suo interno, è stato privilegiato l’orientamento di smussare i toni, di sorvo-

lare sempre più sul tema dei diritti dell’uomo, rimandandolo ad un lontano futuro. Ma, soprattutto, sono lontani i tempi in cui l’Italia, assieme agli Stati Uniti di Bush, al Regno Unito di Blair, e alla Spagna di Aznar e ad altri paesi ex comunisti europei, faceva parte del gruppo di testa dell’Occidente impegnato sul terreno della globalizzazione della libertà. E – va ricordato - era l’Italia governata dalla Casa delle libertà. Mi riferisco alle scelte di rottura compiute in particolare tra il 2001 e il 2003, alla decisione presa senza tentennamenti di intervenire in Afghanistan e alla successiva scelta di sostenere, sul campo, la missione di sostegno alla pacificazione e alla ricostruzione dell’Irak.

Mi riferisco alle polemiche con la “seconda Europa”, quella rappresentata allora dalla Francia di Chirac, dalla Germania di Schroeder e dall’allora presidente della Commissione Romano Prodi, anche in quel caso con gesti di coraggio e di discontinuità rispetto al passato. C’è da chiedersi se quella stagione, che ha contribuito a cambiare il mondo (modificando tra l’altro le scelte di importanti partners come la Francia e la Germania), sia stata cancellata dagli orizzonti di Palazzo Chigi. Nel momento in cui si pone la domanda, non si può però sfuggire al tentativo di dare un risposta. Il punto di partenza è che la posizione scelta dal governo Berlusconi, alla prima vera prova, non disegna certo una strategia internazionalista come appunto quella della globalizzazione della libertà ma rievoca la vecchia fase del realismo e dell’accettazione dell’appeasement. E questo nonostante le polemiche sollevate nella maggioranza soprattutto da esponenti provenienti da An e segnalatisi in questi anni per la loro vicinanza alle correnti del pensiero neo-conservatore e liberal-interventista così come è stato diffuso ed elaborato anche in Italia. Per il resto silenzio, silenzio nell’area di Forza Italia, silenzio fra i cespugli, a conferma di un vuoto politico che l’annunciata costituzione del Pdl non è riuscito a riempire. Dunque, un’altra rinuncia rispetto all’esperienza di governo 2001-2006. E’ però una rinuncia che suona come un ritorno indietro, a quella lunga fase della storia italiana in cui prevalse su tutto il realismo politico. Ieri – il giorno inaugurale dei Giochi di Pechino – ad essere dimenticati sono stati i dissidenti cinesi, come fino al 1989 i dissidenti dell’est erano considerati un “fastidio diplomatico”. Dispiace che Silvio Berlusconi, tornato a Palazzo Chigi, non abbia trovato una sola parola per loro. Dispiace se non altro perché così svanisce un’altra delle caratteristiche più importanti di quella scommessa neo-liberale che tra il 2001 e il 2006 si chiamò Casa delle libertà.


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il caso

Testamento biologico. Viaggio nel mondo cattolico. Parla Paola Binetti

Il corpo della legge «Ecco la nostra proposta per evitare altre ”gambe tese” dei giudici come nel caso Englaro» colloquio con Paola Binetti di Francesco Rositano

ROMA. La sua iniziativa, portata avanti insieme a un gruppo di colleghi di partito, potrebbe gettare altra benzina sul fuoco delle polemiche. Soprattutto nel mondo cattolico. Ma Paola Binetti, deputata del Pd e membro della Commissione Affari Sociali della Camera, cancella ogni dubbio: «Ha ragione “Scienza e Vita” ad affermare che non c’è bisogno di una legge sul testamento biologico. Ma di fronte ad una cultura in cui si sta pericolosamente affermando l’idea che non valga la pena vivere certi tipi di vita, è necessario mettere dei paletti: nessuno può accelerare la morte di una persona. Anche attraverso la desistenza dalle cure». Così la parlamentare del Pd ha elaborato una proposta di legge dal titolo “Disposizioni sulle cure di fine vita come forma di alleanza terapeutica”. Nulla a che vedere, ci tiene a preci-

Nella foto grande Eluana Englaro. Qui in alto Paola Binetti, onorevole del Pd. Nella pagina a lato, Laura Palazzani (in alto) e Luca Volontè (in basso)

sare, con il testamento biologico. «Lo scopo della legge - afferma la deputata del Pd - è quello di evitare che il caso Englaro crei giurisprudenza e che i giudici entrino a gamba tesa, prendendo delle decisioni che possano spianare la strada all’eutanasia». L’associazione ”Scienza è Vita”, infatti, nei giorni scorsi si è divisa proprio su questo tema. Ecco quello che è accaduto: i presidenti, Maria Luisa Di Pietro e Bruno Dalla piccola avevano aperto alla possibilità di una legge sul testamento biologico. Provocando le dimissioni di Adriano Pessina, responsabile del Centro Bioetico dell’Università cattolica. I due presidenti, comunque, dicono di essere stati fraintesi e in un comunicato hanno ribadito il loro no ad una legge sul tema. «No ad una legge sul testamento biologico. Si manifesta invece disponibilità a dibattere sull’e-

ventualità di un provvedimento a tutela della vita umana in condizioni di malattia inguaribile o di grave disabilità. Una legge che deve stabilire il principio di indisponibilità della vita umana sempre e comunque degna del massimo rispetto e sostegno,

incentivando ogni forma di assistenza e con grande attenzione ai bisogni del malato e delle famiglie». Onorevole, in sintesi qual è la sua proposta? Sì alle terapie palliative, sì alla nutrizione e all’idratazione. Sì da parte del medico alla possibilità di fare obiezione di coscienza. Abbiamo voluto costruire questo disegno di legge considerando il medico alleato naturale del paziente, secondo il concetto della suprema dignità del paziente, ma anche della suprema dignità del medico che da sempre si impegna con un giuramento a garantire la vita delle persone che gli sono affidate. La vita, ci tengo a precisare, non la sua morte. E poi direi no alla sospensione delle cure e a qualunque cosa che possa intervenire ai danni dell’assistito. Dobbiamo combattere una cultura che, stressando il concetto dell’autodeterminazione, ponga poi il paziente in una situazione di solitudine. Il nostro “no” all’accanimento terapeutico è un “no” all’ostilità del medico verso il paziente. Quindi proprio per garantire al malato tutte le cure di fine vita di cui ha bisogno vogliamo anche restituire al medico una responsabilità e una competenza che tenga conto dei tempi. Nella vostra proposta dite chiaramente che le disposizioni hanno validità per cinque anni. Può spiegare meglio di cosa si tratta? Il testamento può essere rinnovato anche il giorno dopo. Ma se dopo cinque anni il soggetto non è intervenuto a modificare il testamento, può essere sollecitato a dare la sua adesione o la sua non adesione. Nella legge che noi abbiamo pensato il paziente però non è più un soggetto isolato e le sue decisioni vanno interpretate alla luce del giudizio del medico (che ha cuore il bene del suo assistito) e una persona di fiducia del malato che per storia personale è in grado di dire cosa avrebbe desiderato per sé il paziente nelle sue condizioni.

Di fronte ad una cultura in cui si sta affermando l’idea che non valga la pena vivere certi tipi di esistenza è necessario mettere dei paletti. Anche da un punto di vista giuridico

Ma a suo avviso affidare al medico e al fiduciario la possibilità di interpretare le dichiarazioni del paziente non potrebbe essere interpretata come una sorta di manipolazione di quelle dichiarazioni? Potrebbe essere mal interpretata se non parlassimo di un fiduciario, cioè di una persona che gode della piena fiducia del paziente. È un fatto deontologico: in coscienza io sono qui per ricordarvi come lui avrebbe applicato questa coscienza in questo momento. In ogni caso le volontà che si confrontano sono le volontà del medico e quelle del fiduciario. Quindi non siamo più nel caso del paziente abbandonato. Come sempre succede in tutti i casi è necessario trovare un punto di incontro tra due persone: in una è elevato il ruolo della competenza professionale, nell’altro è elevato il livello dell’intimità amicale. A fronte di queste figure - il medico e il fiduciario - il testamento biologico non è più indispensabile. Oggi,

d’altra parte, cosa succede? Ci si affida alla fiducia del proprio medico di famiglia che sa farà tutto ciò che è bene per lui. D’altra parte è proprio sull’indispensabilità o meno del provvedimento che si è divisa Scienza e Vita Per noi il testamento biologico non è affatto indispensabile. Tanto è vero che nella nostra proposta c’è scritto che nel caso in cui il paziente non avesse lasciato le sue ”disposizioni” queste andrebbero ricostrruite parlando con la persona che rappresenta per il medico la volontà del paziente. Quello che però vogliamo combattere presentando questo tipo di legge è che qualcuno possa pensare inutile una vita perché magari non è una vita che si spende sotto il fronte del pragmatismo, in una prospettiva utilitaristica. Non esistono vite più degne di essere vissute di altre. Quindi non basta più questo: c’è bisogno di far chiarezza. Per il mondo cattolico la garanzia non è fare una legge, ma una legge che metta dei paletti molto chia-


il caso

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Un intervento normativo potrebbe evitare che la giurisprudenza espropri il Parlamento

Sì a regole certe ma non all’eutanasia ROMA. Viste le recenti problematiche che sono state suscitate dal caso Englaro, oltre che dalla vicenda di Piergiorgio Welby, penso che sia indispensabile una regolamentazione esplicita sulle questioni di fine vita. È vero che il nostro ordinamento giuridico ha già punti di riferimento per dare una risposta a queste situazioni ma, con la scienza e la tecnologia, emergono questioni nuove che necessitano di una regolamentazione esplicita. Partiamo dal testamento biologico. È sicuramente un argomento delicato che necessita di una mediazione tra chi lo ritiene utile e chi dannoso. A questo proposito mi atterrei al parere del Comitato nazionale di Bioetica che su questo tema è stato molto chiaro. E ha ribadito che non si debba parlare di testamento biologico, ma di dichiarazioni anticipate: il soggetto può essere libero di esprimere le proprie preferenze rispetto ri perché l’azione di principio “no all’eutanasia” non assuma mai quella vista ambigua che poi nei fatti la consente. Come giudica quello che è accaduto in ”Scienza e Vita”. Nell’associazionismo cattolico, come in tutte le associazioni, le persone sono soggetti liberi. Hanno posizioni che possono essere diverse. Adriano Pessina che è un mio amico, essendo lui stesso un uomo di grande rilievo perché era direttore del Centro di Bioetica della Cattolica magari gli sarebbe piaciuto un maggiore coinvolgimento dei processi decisionali. Lui non è il presidente di Scienza e Vita, ma uno dei centro membri della direzione. Ma, visti i tempi stretti in cui si è preso la decisione avendolo saputo dalla stampa, può aver frainteso certe cose. Ma Adriano Pessina è un uomo intelligente e può dare il suo contributo anche stando fuori. E ”Scienza e Vita” ha sempre svolto un grandissimo lavoro di formazione. Poi, per noi, il lavoro di ”Scienza e Vita” è fondamentale fare una cinghia di trasmissione, a comunicare anche nel modo più adeguato alle persone. E questo anche per capire come si deve rapportare alla possibilità che gli viene offerta e sostenere il valore della vita anche nelle condizioni più difficili.

di Laura Palazzani

Le dichiarazioni di fine vita devono affermare un rapporto di fiducia tra paziente e medico. E non una visione contrattualistica secondo la quale il primo comanda e il secondo esegue

da. Da combattere in virtù di una dichiarazione scritta.

a certe terapie. Ma ha anche affermato che queste dichiarazioni non devono essere vincolanti per il medico. Quest’ultimo, infatti, in virtù del suo dovere deontologico può non ritenerle vincolanti, sempre nell’interesse esclusivo del suo assistito. Una legislazione su queste tematiche quindi non può che affrontare e superare una visione sbagliata del rapporto tra medico e paziente. Un rapporto che, stando alla concezione del testamento biologico, si basa su una sorta di contratto tra questi due soggetti: il paziente esegue e il medico comanda. Invece, c’è bisogno di recuperare una relazione diversa nella quale il medico sia un alleato e non un avversario. Una persona che, sulla base della propria esperienza, decide e si muove per il suo bene. E non certamente per il suo male. Quindi una qualsiasi legge non può che considerare questi due soggetti protagonisti di un rapporto fiduciario. E non certamente di una tacita guerra fred-

Comunque non bisogna concentrarsi esclusivamente sul testamento biologico. Ci sono altre questioni che qualsiasi provvedimento sulle disposizioni di fine vita dovrebbe affrontare, stabilendo dei punti di riferimento fondamentali: no all’accanimento terapeutico, no all’eutanasia. E sì all’intensificazione alle cure palliative nell’assistenza ai malati terminali. Insomma serve una legislazione di ampio respiro che includa anche altri aspetti. Tra questi il primo da valorizzare è una maggiore assistenza ai pazienti, che devono poter essere curati in strutture adeguate e nei modi più opportuni. Ciò che va evitato in ogni caso è che il giudice sopravanzi il legislatore e che si assuma un ruolo che non gli compete. Ecco perché auspichiamo un intervento adeguato e coerente del Parlamento.

Fermando l’omicidio della Englaro, procura e Parlamento hanno salvato il nostro ordinamento

Eluana è salva. La democrazia pure ROMA. Eluana è salva, eppure è iniziata una macabra danza di parole, non un bel requiem, uno biascicare di parole scomposte, ”linee guida”, testi di proposte, articoloni e interviste sulla fine della vita, sul ”testamento biologico” . Mi sembra folle. Chiariamoci le idee, partiamo dai fondamentali. Nella nostra Costituzione, come in tutto l’Occidente, vige un sistema netto di separazione tra i poteri dello Stato. Nel caso di Eluana, invece, la Corte di Cassazione non ha per nulla interpretato le leggi ma si è spinta anche ha farle. La conferma viene data, gravissimamente, dalle stesse parole ieri espresse dal Procuratore Generale di Milano, Montera che diceva: «La sentenza è un decalogo dell’approccio a questa materia». Una sentenza finisce, volenti o nolenti, per influenzare il Parlamento in una direzione o nell’altra e quindi si evidenzia un altro campo di invasione. Bene dunque ha fatto il Parlamento e bene ha fatto la Procura della Repubblica di Milano, che ha correttamente appellato la ordinanza di Milano che consentiva l’omicidio di Eluana e contemporaneamente, fermato la macchina della morte che era già partita. Non c’è dubbio: la Camera e il Senato hanno preso una decisione etica, giuridica e politica, hanno rivendicato

di Luca Volontè

Fortunatamente in Italia la Costituzione mette dei limiti precisi a chi preferisce la morte alle cure legittime e vitali

le proprie facoltà e nello stesso tempo, dato l’indicazione che la legislazione surrettizia, per principi o per attitudini creative, in Italia, è molto definita dai limiti costituzionali e il limite a Milano e Roma è stato ben superato.

Due altre osservazioni. La prima è quella relativa alla straordinaria partecipazione e mobilitazione di intellettuali, giuristi e popolo che ha accompagnato con la preghiera, scritti, bottiglie queste settimane di passione, un grande segno della sensibilità e cultura, di fede del popolo italiano. Secondo, invocare ed impegnare parole pelose sul ‘testamento biologico’ è quantomeno prematuro, secondo me scorretto e improprio. Sono disponibile al confronto senza pregiudizi, tuttavia ad oggi ogni ragionamento relativo al ‘testamento biologico’, ha sempre avuto un unico significato, eutanasia o accoppamento delle persone, più o meno malate e più o meno coscienti. Ad ora, tantomeno i ragionamenti della Bindi o di Zanda, cattolici adulti di religione prodiana, mi hanno convinto. Chiamiamo le cose col loro nome e forse ci cominceremo a capire, oggi però è il giorno della felicità, Eluana è salva, il Parlamento vive e nella Magistratura c’è ancora qualcuno che crede nella legge,il vice procuratore milanese Maria Antonietta Pezza. Donna come Eluana, donna come la Madonna. Ora per Eluana c’è vita, Parlamento e Procura hanno impedito la sentenza omicida, tuttavia rimane da intervenire su quei magistrati tanto creativi, tanto pietosi da preferire la morte ‘creativa’ piuttosto che le cure legittime e vitali.


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politica

Nel secondo semestre il Pil è fermo a livello tendenziale e cala dello 0,3 per cento rispetto a 12 mesi fa. Allarme recessione

Shock fiscale per l’Italia a crescita zero di Carlo Lottieri

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Ancora polemiche sul film “brigatista” «La rilettura del terrorismo brigatista degli anni settanta non può trasformarsi in un ennesimo protagonismo per persone che hanno insanguinato e terrorizzato il nostro paese per molti anni. Pur senza evocare alcuna forma di censura preventiva, non si possono non condividere le perplessità del Ministro Bondi sull’opportunità di elargire contributi pubblici per film che rileggono quella triste e violenta storia». Lo dice Giorgio Merlo, Pd, membro della Commissione Vigilanza Rai. «Nel rispetto dell’opera e delle intenzioni degli autori del film “Il sol dell’avvenire” Pannone e Fasanella, è sempre più sconcertante, se non vergognoso, assistere spesso e volentieri al protagonismo mediatico di personaggi che possono esporre come loro specificità l’aver organizzato e gestito omicidi efferati e irrazionali. È opportuno, pertanto - conclude l’esponente democratico - valutare con molta attenzione l’opportunità di concedere interventi pubblici per rappresentazioni che ci fanno rivivere gli anni di piombo con al centro l’azione e la testimonianza di persone che hanno gettato l’intero paese nella paura e nel terrore».

Scontro tra PdL e La Destra

l Pil è risultato fermo nel secondo trimestre – e in calo dello 0,3 per cento rispetto a 12 mesi fa – mentre la contrazione dei prestiti bancari rilevata da Bankitalia confermerebbe i timori di recessione lanciati da vare realtà come Confindustria. Ma queste tendenze finiscono per essere lette in un’altra luce, meno drammatica, se contrapposte agli ultimi rilievi sull’industria: il fatturato aumenta, gli utili raggiungono livelli record e sono soprattutto i settori più proiettati verso l’estero a ottenere le performance più rilevanti. A riprova che il Belpaese, per ripartire, ha bisogno di uno choc per recuperare il gap sui concorrenti stranieri e in termini di innovazione.

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La domanda globale in crescita, grazie al boom di Cina e India, è in larga misura all’origine dei dati sull’indusria, e così può sorprendere che l’economia italiana sia in stasi proprio nel momento in cui il manifatturiero – dalla meccanica all’elettronica e perfino al tessile– conosce fasti imprevisti. Secondo una ricerca dell’ufficio studi di Mediobanca, nel 2007 le oltre duemila imprese di dimensione media e grande prese in esame hanno realizzato un fatturato in crescita del 4,5 per cento. Numeri dettati dall’industria, mentre i servizi segnano il passo. La cosa non è del tutto sorprendente, dato che è nei servizi che è maggiore la presenza dello Stato e delle sue inefficienze. Quindi non stupisce che a crescere siano i settori tradizionali, compresi quelli considerati vicini al collasso. La rappresentazione data da piazzetta Cuccia è assai eloquente nel rilevare come gli stessi comparti ad altà intensità di lavoro vanno meglio di quanto si potesse prevedere, a riprova del fatto che l’alto costo del lavoro (all’origine di tutte le diatribe sul cuneo fiscale) rappresenta un problema rilevante. Come molti ripetono da tempo (compresa buona parte della sinistra e dei sindacati), per rilanciare l’economia nazionale la priorità assoluta è un taglio delle imposte che rilanci la produttività. Bisogna insomma sgravare il mondo produttivo e gli investimenti per la ricerca per aiutare le imprese che competono a livello internazionale. Ma sembra di tutt’altro avviso il ministro Giulio Tremonti, che ha rinviato per gli anni a venire la riduzio-

ne della pressione fiscale. La manovra economica recentemente approvata e anche i progetti in cantiere sono infatti orientati in tutt’altra direzione. Finora va dato atto a Tremonti di essersi impegnato nella riduzione della spesa pubblica. Come ha fatto Francesco Giavazzi sul Corriere di ieri, si possono anche avanzare obiezioni sulla modalità dei tagli decisi dal governo, ma non si può che approvare la decisione di ridimensionare le uscite. Il guaio è che Tremonti non guarda ai tagli come a un modo per accompagnare il ridimensionamento dello Stato. Anzi, sta suggerendo un nuovo protagonismo per la politica economica. Si ha così l’impressione che egli tagli qua e là (cultura, istruzione, sanità) per reperire le risorse necessarie a immaginare un nuovo centrosinistra, sulle orme di Nenni e La Malfa. Le scelte sull’Alitalia, il nuovo “piano Fanfani”per le abitazioni popolari, la determinazione nel vigilare sui prezzi e più in generale nel metter sotto controllo politico le aziende private (come nel caso della Robin Tax), il progetto di una Banca del Sud e tutti gli altri piani di politica industriale sono tasselli di una visione che giudica necessario che sia il ministro a dire cosa si deve fare e cosa non fare. E questo è il ritorno a un dirigismo che, pur sconfitto dalla storia, resta molto caro al ceto politico e nell’interesse di chi vuole controllare la società. Le tesi di Tremonti contro la globalizzazione sono oggi smentite. L’Italia cresce quando e dove è globalizzata, mentre tutto quanto si trova sotto il controllo diretto o indiretto dei ministeri arranca, produce perdite, moltiplica le inefficienze.

Il bilancio dell’industria dimostra che, per ripartire, servono misure per competere all’estero. Ma Tremonti guarda al deficit

Gli stranieri che anche quest’estate hanno scelto l’Italia per le vacanze, tornano a casa con la consapevolezza che i nostri treni sono orribili e disastrosamente in ritardo, mentre gli uffici postali italiani sembrano bulgari o romeni. Purtroppo il governo Berlusconi non ha alcuna intenzione di privatizzare e liberalizzare, mentre intende gestire l’intero Paese con la stessa efficienza che caratterizza i nostri ministeri. Lungo questa strada è difficile che la locomotiva del privato, tanto ben descritta da Mediobanca e tutto sommato ancora efficiente, possa reggere a lungo.

«Se Forza Italia, come si legge oggi su Libero nelle dichiarazioni attribuite al portavoce di Forza Italia, Daniele Capezzone, intende avviare una strategia di annessione nei confronti de La Destra, è evidente che ha deciso di perdere le elezioni regionali in Abruzzo e in Trentino Alto Adige». Lo rende noto un comunicato della segreteria nazionale de La Destra. «Il pregiudizio alla nostra esistenza - aggiunge il comunicato - è molto più grave di un assessorato in più o in meno.A settembre le nostre strutture territoriali riceveranno precise disposizioni».

«Nucleare, in 5 anni la prima centrale» «L’energia pulita per eccellenza è quella nucleare». Parola di Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, che, in una lunga intervista rilasciata a “Gente”, in edicola da oggi, parla di risparmio energetico e del futuro del nucleare in Italia. «Spero - afferma la Prestigiacomo rispondendo alla domanda su dove e quando verranno realizzati gli impianti - che porremo la prima pietra della prima centrale entro cinque anni. Non sarei preoccupata se fosse anche “dietro casa mia”. Il nucleare deve entrare a far parte del nostro mix energetico perché la biodiversità viene salvaguardata se limitiamo l’emissione di Co2. E il nucleare potrebbe rivelarsi una risorsa per quelle zone d’Italia meno sviluppate. Non mi dispiacerebbe affatto se le future centrali si trovassero nella mia regione, in Sicilia».

Famiglia Cristiana: «Bene Brunetta e il silenzio di Calderoli» «È bastato che il ministro Brunetta annunciasse provvedimenti severi contro fannulloni e assenteisti perché nel giro di tre mesi le assenze dal lavoro tra gli statali si riducessero del 20 per cento». Lo rimarca ”Famiglia Cristiana” in un editoriale pubblicato sul numero in edicola da mercoledì 6 agosto. Il settimanale dei paolini incoraggia il ministro per la Funzione pubblica a «perseverare nell’opera intrapresa e a non tenere conto di chi lo accusa di demagogia. Sindacati e dipendenti pubblici che fanno il loro dovere hanno tutto l’interesse a stanare i fannulloni». Infine, il settimanale spinge il governo «a fare di più e meglio» per eliminare le inefficienze della burocrazia, «figlia di una legislazione farraginosa, comodo alibi per i fannulloni». Commenta il settimanale: «Non a caso ci siamo inventati un ministero per la semplificazione, affidandolo al saccente e ciarliero leghista Calderoli, che su questo fronte, al momento, brilla soprattutto per i suoi silenzi».


politica ire che Antonio Gava, morto ieri per un ictus all’età di 78 anni, è stato uno dei politici più influenti della cosiddetta Prima Repubblica più che riduttivo sembra generico. Perché Gava è stato in realtà lo sceneggiatore e il regista delle politiche democristiane del quindicennio che va dalla seconda metà degli anni Settanta alla fine della Prima Repubblica. L’eminenza grigia capace di indicare la rotta alla Balena bianca nelle agitate acque della politica italiana, l’uomo in grado di riorganizzare il grande centro Doroteo, di far virare a sinistra la Dc con l’elezione di De Mita alla segreteria nazionale – impossibile senza il suo appoggio – e di riportare poi la barra del partito al centro patrocinando il patto del Caf l’alleanza strategica tra Craxi Andreotti e Forlani della seconda metà degli anni Ottanta.

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Enzo Carra – oggi deputato del Partito democratico, ma portavoce di Arnaldo Forlani durante la sua segreteria e dal 1989 al 1992 capo ufficio stampa della Dc – ricorda nel suo blog come la figura politica di Gava abbia avuto un valore assolutamente strategico all’interno della storia dell’ultima Dc. Che senza di lui quella vicenda resterebbe incomprensibile: «Credo – scrive Carra – che il suo intelligente pessimismo, addolcito da una grande fede cristiana, gli avesse tolto per tempo ogni illusione sull’esito positivo di quella storia. Fu determinante nella segreteria Zaccagnini, fine anni Settanta, come in quella di Forlani sul finire degli Ottanta (e sul finire della stessa Dc). Scelse di volta in volta la parte che meglio poteva interpretare la vocazione maggioritaria del suo partito. Spesso fece ricredere i suoi numerosi critici, da oggi farà riflettere i suoi implacabili accusatori». Eletto alla Camera dei deputati nel 1972, nominato ministro per tredici volte, nel 1990 al Viminale, dominus assoluto della Dc napoletana prima di essere insidiato dall’andreottiano Paolo Cirino Pomicino, Antonio Gava è stato un personaggio complesso e sfaccettato che si comprende solo tenendo presente quello che è sempre stato il suo baricentro politico ed esistenziale: quella Napoli dove era chiamato O’vicerè prima di diventare durante l’epidemia di colera O’Fetenzia, il capro espiatorio della degenerazione della città: «È vero che uno dei vibrioni si chiama Ogava», replicò Gava con una battuta a chi lo indicava tra i responsabili anche di quella sciagura, «ma non credo che io possa essere arrestato per un caso di omoni-

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Scompare Antonio Gava, un protagonista della Prima Repubblica

Il grande timoniere Dc che diventò capro espiatorio di Riccardo Paradisi

«Siamo stati ciechi e sordi: io e la classe dirigente Dc. Ma non solo noi». Antonio Gava non scontò nulla a se stesso e alla Dc ma nella Seconda Repubblica non vedeva nulla di meglio della Prima mia. Il colera passa – poi aggiunse – i Gava restano». E in effetti Gava resta nella cabina di regia della Dc fino agli anni Novanta quando però si abbatte su di lui – nell’aprile del 1993 – l’accusa di collusione con la camorra. Tutto passa anche i Gava.

A tirarlo in ballo è un camorrista pentito che lo accusa ha protetto il boss Lorenzo Nuvoletta. Gava si fa tre gior-

ni di carcere poi viene tenuto agli arresti domiciliari fino al 1995, intanto viene anche sospeso dall’ordine degli avvocati. Accuse pesanti dalle quali l’esponente democristiano si difende nelle udienze dei tribunali protestandosi innocente; accuse da cui si vede assolto dopo tredici lunghi anni. Tredici anni di dignitoso silenzio, passati a fare il bilancio di una stagione di potere che lo aveva visto protagonista e che

poi era finita nel modo peggiore. Non solo perché l’esito di quella stagione fu una sconfitta ma perché fu una sconfitta extrapolitica, inflitta ai partiti egemoni della Prima Repubblica dall’intervento della magistratura. Che colpendo con inchieste ed arresti a catena da un lato il Partito socialista di Bettino Craxi e dall’altro la Democrazia cristiana e i suoi satelliti fa implodere dall’interno la rete di comando del sistema che per mezzo secolo ha bene o male governato il Paese. «Siamo stati ciechi e sordi, io e l’intera classe dirigente democristiana sicuramente! Ma non solo noi...» scrive Gava nelle

prime battute de Il certo e il negato (Sperling e Kupfer), un’autobiografia politica con introduzione di Arnaldo Forlani dove Gava cerca di indagare i motivi che hanno determinato la crisi dei partiti italiani e in particolare della Democrazia Cristiana. Ma se Gava nel suo libro, letto da alcuni come una sfacciata autoassoluzione politica, non sconta alla Dc e dunque a se stesso molti errori che sono stati fatti in una spregiudicata gestione del potere, certo non assolve l’Italia dei primi anni Novanta, che gli appare isterica, sfiduciata e che di fronte all’esplosione di Tangentopoli non sa trovare altra strada se non quella del capro espiatorio o del leaderismo. Un brodo di cultura quello dell’emergenza democratica che si instaura al crollo della Prima Repubblica e da cui trae legittimazione quello che Gava chiama il ”colpo di Stato bianco”, l’azione cioè di un potere giudiziario che a partire dall’operazione Mani pulite ha cominciato ad entrare a gamba tesa ogni volta che lo ritiene necessario e utile nell’agone politico italiano, modificandone fisionomia, natura e riflessi. «È giusto riconoscere gli errori della Democrazia Cristiana e dei suoi uomini – dice il leader dell’Udc Pierferdinando Casini alla notizia della morte di Gava – ma non si può dimenticare la stagione di un giustizialismo che ha decretato la colpevolezza di leader politici, li ha esposti all’esecrazione pubblica salvo poi riconoscerne l’innocenza».

E in effetti la vicenda di Gava – dove all’esecrazione universale e poi all’oblio è seguita l’immancabile beatificazione post-mortem – porta di nuovo in primo piano il vero nodo ancora non sciolto della politica italiana, che è evidentemente il nodo della giustizia. Lo stesso che fa dire anche al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che «La morte di Gava non cancella il torto di un calvario giudiziario di tredici anni che si è concluso con la piena assoluzione da un’accusa infamante». Un gioco di specchi e di riflessi condizionati che divide il Paese in moralisti e garantisti o secondo l’idea reciproca che hanno gli uni degli altri in eversori e corrotti. Uno stato d’emergenza che non è mai cessato e che anzi per paradosso ha finito con l’istituzionalizzarsi. Del resto il maggiore protagonista della stagione di mani pulite, Antonio Di Pietro non è oggi addirittura il leader di un partito come l’Italia dei Valori?


esteri

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Georgiani e russi si scontrano in Ossetia del Sud

Un giorno di guerra nel Caucaso di Enrico Singer

segue dalla prima La crisi tra l’Ossetia del Sud e la Georgia è cominciata sin da quando l’ex Repubblica sovietica ha conquistato la sua indipendenza da Mosca, nel 1991, alla dissoluzione dell’impero comunista e ha deciso che «la Georgia deve essere soltanto dei georgiani», come disse l’allora presidente Zvjad Gamsakhurdia. La vasta regione abitata dagli osseti, una popolazione di origine iranica, ha perso così quell’indipendenza almeno amministrativa e culturale che aveva sotto il regime sovietico e che ha conservato l’Ossetia del Nord, la parte rimasta all’interno della Federazione russa. I primi morti caddero il 6 e il 7 gennaio del ’91 e, da allora, le vittime del conflitto non si con-

tano. Tzkhinvali, la capitale della regione, aveva 70mila abitanti: ora sono 30mila. Molti osseti sono fuggiti negli anni dal Sud al Nord e la spinta indipendentista è diventata sempre più forte. Fino al referendum organizzato nel 2006 che decretò - con il 98 per cento di ”sì” - un’indipen-

tri armati con le forze georgiane, ha ottenuto nel 2002 con la mediazione dell’Osce, l’intervento di una forza d’interposizione internazionale che è composta in massima parte da soldati russi. Mosca è il grande padrino degli indipendentisti osseti. Ancora di più da quando il nuovo presidente georgiano, Mikhail Saakasvhili, ha avviato le trattative con la Nato per l’ingresso della Georgia nell’Alleanza atlatica che Putin considera un tassello della politica di accerchiamento della Russia. Proprio l’irritazione di Putin ha provocato il rinvio della decisione dell’ingresso della Georgia (e dell’Ucraina) che era all’ordine del

Morti e distruzioni nella capitale degli indipendentisti. Mosca e Tbilisi si accusano a vicenda di avere scatenato il conflitto denza rimasta soltanto sulla carta. Il leader separatista, Eduard Kokoity, che è anche presidente dell’autoproclamata Repubblica indipendente dell’Ossetia del Sud, dopo anni di continui scon-

Un indipendentista osseto si ripara dietro i sacchetti di sabbia. In basso, Putin esamina un apparato militare giorno del vertice Nato del 2 e 3 aprile scorso a Bucarest. È in questo scenario di braccio di ferro tra Russia, Usa e Ue che si arriva all’esplosione di guerra di ieri. I soldati georgiani hanno lanciato un’offensiva contro quelli che Tbilisi definisce «criminali ribelli» con bombardamenti che hanno colpito anche le forze d’interposizione russa. Mosca ha subito reagito con incursioni aeree su caserme georgiane anche a Gori, la cittadina in cui nacque Stalin. Vladimir Putin, che era a Pechino per l’ apertura delle Olimpiadi, ha incontrato il presidente americano, George Bush, e gli ha detto

che «volontari russi sono pronti a partire per l’Ossetia» e che «sarebbe difficile trattenerli». Un altro messaggio molto esplicito che è stato immediatamente seguito dai fatti. I carri armati russi sono entrati nella regione e hanno raggiunto anche Tskhinvali trovando, secondo i rapporti militari, una situazione drammatica con grande parte della città devastata, il principale ospedale e l’università in fiamme e centinaia di vittime civili. Per i georgiani l’intervento russo equivale a un’invasione. Il presidente Saakasvhili ha proclamato la mobilitazione generale e ha detto che «sarebbe una catastrofe se i russi non si ritirassero». Il primo giorno di guerra è finito, ma potrebbe non essere l’ultimo.

I Tupolev russi alle porte degli Usa: una replica della crisi missilistica del 1962?

E Putin spedisce i bomardieri nucleari a Cuba di Ilaria Ierep l Cremlino sdoppia i fronti. Mentre muove verso il Caucaso, manovra prevedibile dato che Mosca considera quella regione il suo giardino di casa, è curioso notare come le ambizioni del tandem Medvedev-Putin abbiano anche attraversato l’Atlantico e siano sbarcate fin sulle coste di Cuba. La Russia continua a volersi imporre di nuovo sulla scena internazionale per riaffermare la sua presenza e il suo ruolo di grande potenza. E lo fa soprattutto sul piano militare. Nel quadro dei piani per l’invio di bombardieri tattici a lungo raggio nei cieli dei Caraibi, Mosca ha chiesto all’Avana di riattivare la vecchia stazione radar di Lourdes, abbandonata nel 2001. Il disegno di riposizionare alle porte degli Stati Uniti i Tupolev-160 e Tupolev-95, riportati in volo gia dal 2007, sembrerebbe rappresentare una ri-

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sposta strategica al sistema di difesa antimissilistica che Washington vuole installare in Europa centrale con basi in Polonia e nella Repubblica ceca. Il ministro della Difesa russo, Serghei Lavrov, ha garantito sulla politica pacifica del proprio Paese e ha affermato che non c’è alcuna intenzione di realizzare basi al di fuori dei propri confini. Tuttavia, l’orgoglio imperiale ha rianimato la stampa russa che ha riferito del progetto-Cuba. Si tratterebbe di una mossa che, tra l’altro, sarebbe sostenuta dal leader venezuelano, Hugo Chavez. È infatti solo di pochi giorni fa la notizia di nuovi contratti per la vendita di armamenti da Mosca a Caracas. Un balzo all’indietro nella storia quindi. Con gli stessi protagonisti, negli stessi luoghi. Agli occhi di un’attenta analisi, la questione sembrerebbe ricalcare i caratteri di una “guerra di comunicazione” con l’obiettivo primario di irritare Washington. In realtà, se volesse, Mosca potrebbe colpire con un missile il territorio statunitense da una base molto più lontana dell’isola caraibica. La carica simbolica, però, non sarebbe la stessa: la crisi dei missili nel 1962 a Cuba rappresentò il momento forse più drammatico del braccio di ferro tra i due blocchi ai tempi della Guerra Fredda.Tuttavia, ora forse nell’isola le cose stanno cambiando: non solo il nuovo presidente Raul Castro, ma lo stesso Fidel hanno ritenuto opportuno non commentare ancora la notizia. *Analista Ce.S.I. Centro Studi Internazionali


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otto pagine per cambiare il tempo d’agosto

c c a d d e

o g g i

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agosto 1969

L a t r a g e d i a s i è c o n s u m a t a n e l l a v i l l a L o s An g e l e s d e l l ’ a t t r i c e i n c i n t a

Una setta di fanatici massacra Sharon Tate di Pier Mario Fasanotti

ei primi giorni di agosto del 1969 la temperatura a Los Angeles non scese mai sotto i 33 gradi. C’era molta afa, oltre alla nebbia costiera. In collina si stava un po’ meglio. La notte del 9, sulle alture abitate dai ricchi e dai divi del cinema, precisamente in località Cielo Drive, alcuni cani abbaiarono. Qualcuno lo ricordò solo perché gli fu chiesto. Capitava sovente che abbaiassero. E qualcuno riferì di aver sentito tre o quattro spari. La casa al numero 10050 di Cielo Drive era alquanto isolata. Quindi vulnerabile. Dal cancello non si riusciva a vedere la villa, e nemmeno la dependance. C’era una staccionata di legno che era ancora adornata di luci natalizie, perfettamente visibili dal tratto di Sunset Boulevard chiamato “strip”. Erano state appese dall’attrice Candice Bergen quando viveva assieme al precedente affittuario della residenza, un produttore televisivo,Terry Melcher, figlio di Doris Day. Ci fu qualcuno che, in quella notte che avrebbe segnato la storia americana e soprattutto avrebbe decretato la fine dell’“età dell’innocenza”degli hippies, raccontò d’aver udito delle grida: «Oh Dio, no, per favore, no! Oh, Dio, no, no, no…». Urla che durarono circa quindici secondi. All’incirca alle otto del mattino la signora Winifred Chapman, una nera sulla cinquantina, scese dall’autobus. Era un po’ in ritardo. Lavorava come governante al 10050 di Cielo Drive. Entrò, si accorse dei fili telefonici ed elettrici staccati, diede un’occhiata all’interno della villa e vide sangue dappertutto. Scorse anche un cadavere. La porta principale era socchiusa. Colta da una crisi isterica andò dai vicini e riuscì a dire soltanto “omicidio, morte, corpi, sangue!”. Aveva tutte le ragioni per perdere il controllo dei nervi. S’era trovata in mezzo a un mattatoio. continua a PAGINA II

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SCRITTORI E LUOGHI

I VIGLIACCHI DELLA STORIA

La Roma di Pasolini

I SENTIMENTI DELL’ARTE

Il narcisismo secondo Caravaggio

di Filippo Maria Battaglia

di Olga Melasecchi

Guido di Lusignano di Franco Cardini

a pagina IV

a pagina VI

a pagina VII pagina I - liberal estate - 9 agosto 2008


Alcune immagini dell’attrice; il corpo straziato di Sharon Tate come è stato ritrovato dalla polizia; la moglie di Polanski, il giorno prima dell’omicidio, in costume da bagno. Sotto il fanatico Charles Manson che guidò la strage compiuta dalla “Family”

segue da PAGINA I Senza vita e intrisa di sangue c’era l’attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski (era in Inghilterra a ultimare il film “Rosemary’s Baby”), incinta di otto mesi. Come lei i suoi ospiti: Jay Sebring, parrucchiere dell’attrice, Abigail Folger, figlia dell’imprenditore del caffè omonimo, Wojiciech Frykowski, il fidanzato di Abigail. Sulle pareti queste scritte: “Pigs”(maiali), “Death to Pigs” (morte ai maiali). Dopo poche ore la notizia dei morti accoltellati e strangolati fece il giro del mondo. Così come la cattura dei responsabili, alcuni mesi dopo: Charles Manson e la sua “Famiglia”, una comunità in preda alla devianza e alla follia parareligiosa.Tutti psicologicamente soggiogati dal mingherlino (alto 1,58) e barbuto Charlie, occhi spiritati, che credeva e diceva di essere Gesù Cristo, che parlava in continuazione dell’Apocalisse e collegava gli angeli sterminatori dell’Armageddon biblico ai Beatles. Il quartetto musicale di Liverpool era la sua ossessione. Lui era il leader della comunità di sbandati e sognava di di-

ventare un famoso cantante. La sua missione era, diceva, quella di lanciare messaggi a un’umanità sull’orlo dell’abisso. Ma in testa aveva un morbo devastante: il delirio. Gli investigatori ricostruirono l’assalto alla villa che Roman Polanski aveva preso in affitto da un certo Rudi Altobelli, che in quel periodo si trovava in Europa. La bella e bionda Sharon era tornata a Los Angeles da meno di un mese. Un cadavere venne trovato sul sedile di una Porsche

adagiate a terra che sembravano manichini dipinti di rosso e gettati come fossero spazzatura. A fare la mattanza furono, al comando di Manson, Charles “Tex” Watson (a cui il leader della “Famiglia” diede il comando dell’esecuzione), Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian. Questi si diressero verso la villa armati di coltelli, un fucile e un filo di nylon lungo 13 metri. Tagliarono i fili del telefono per impedire che venissero chiamati i poliziotti o i vigilantes privati. A eccezione di Linda (la quale scoprì poi di essere incinta), che doveva coprire le spalle ai killer, gli altri scavalcarono la recinzione.Vennero però notati da un amico del guardiano d e l l a v i l l a, Stephen Earl Parent, il quale cercò invano di lanciare l’allarme: fu raggiunto subito dalle pallottole del fucile da Tex Watson. Entrati nella villa, i membri del-

La villa, dove si svolse la mattanza, era stata presa in affitto dal marito, il regista polacco Roman Polanski, che in quel periodo si trovava in Inghilterra a ultimare il film “Rosemary’s Baby” nera parcheggiata accanto alle altre auto davanti al garage: era bagnato dal sangue. Più in là, sull’erba del giardino, due forme

p a g i n a I I - liberal estate - 9 agosto 2008

la “Family” eseguirono quanto Manson aveva ordinato. Il primo a morire fu il parrucchiere Sebring, che implorò di lasciar in vita Tate perchè incinta, ma venne ferito con un colpo di fucile all’ascella e devastato poi da varie coltellate. La seconda vittima fu Frykowski, pugnalato da Susan Atkins. Stessa sorte anche per la Folger. Stessa arma: una lama. L’ultima a morire fu Sharon Tate, cui toccò un’orribile tortura. Prima venne picchiata a sangue, poi brutalizzata con il filo di nylon, infine accoltellata al petto. Sedici i colpi. Col suo sangue le scritte sui muri. Sullo specchio del bagno le parole “Helter Skelter”, letteralmente scivolo in forma elicoidale per bambini. Ce ne sono tanti nei parchi-gioco e nei Luna Park. Ma è anche il titolo di una canzone dei Beatles, che Manson interpretò alla sua maniera, ossia come “arrivo del caos” e “fine del mondo”. Secondo lui un messaggio subliminale che indicava l’Apocalisse. a furia omicida della“Family” non si placò a Cielo Drive. Il 10 agosto furono uccisi il droghiere Leno LaBianca e sua mo-

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glie Rosemary: ognuno con più di quaranta pugnalate. Uguali scritte (“Death to pigs”) sui muri. Sfuggì alla morte (ma fu ferito con un coltello) l’insegnante di musica Gary Hinman, che qualche mese prima aveva dato ospitalità alla “Family” per poi cacciarla via. L’ultimo omicidio attribuito alla Famiglia Manson (il termine Famiglia venne coniato da altri, non da Charlie) fu un membro stesso della setta, Donald Shea, chiamato “Shorty”, colpevole di avere abbandonato l’organizzazione e di aver sposato una donna di colore. Per Manson questo era un peccato grave. Fu ucciso il 26 dello stesso mese. Il suo corpo venne tagliato in nove pezzi. Non fu facile per i detectives risalire a Manson, che continuò la sua attività criminale per quasi due anni. La svolta nelle indagini avvenne per un colpo di fortuna: Susan Atkins, una componente della “Famiglia”, venne arrestata per prostituzione. Si vantò con una compagna di cella di aver partecipato all’eccidio in casa di Sharon Tate. Aver inferto il colpo di grazia all’attrice che la supplicava di risparmiarla almeno in nome del bambino che stava per nascere – raccontò – era stata l’esperienza sessuale più eccitante della sua vita. Si compiacque anche di altri deliri ispirati al sadismo. Fu il procuratore d’origini italiane Vincent Bugliosi, dopo accuratissime indagini, a trovare le prove che incastrarono l’uomo che si vantava di essere il Cristo redivivo. Alcuni suoi seguaci lo tradirono. Testimone chiave fu Linda Kasabian, la ragazza che il giorno della strage a casa Polanski fece il palo. Nel 1970, iniziò il processo contro Charles Manson. Apparve in aula con una croce incisa sulla fronte. Anni dopo, in carcere, trasformò la croce in svastica. Un processo molto lungo, quasi un record nella storia giudiziale degli Stati Uniti. Solo il dibattimento preliminare durò un anno intero. Charles confessò gli omicidi della sua banda, oltre alle altre azioni punitive, e rivelò che nella sua lista nera c’erano numerosi personaggi dello spettacolo tra cui Liz Taylor, Steve McQueen, Richard Burton e Frank Sinatra. Tutti “Pigs”. l 29 marzo 1971 il processo si chiuse con la condanna a morte dell’intera “Famiglia”, ma nel 1972, lo Stato della California abolì l’esecuzione capitale, così Manson e la sua setta vennero spostati dal braccio della morte nel carcere di Corcoran. L’uomo oggi ha 73 anni. Ha annunciato alla stampa che nel 2012 presenterà puntualmente la sua dodicesima domanda di libertà provvisoria. Non si è mai pentito, ha

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sempre detto di non aver ucciso personalmente nessuno. Per anni e anni l’America si è posta una domanda: perché? Secondo alcuni studiosi del comportamento, Manson è sempre stato ossessionato dalla fama. Voleva diventare una rockstar, emulo dei Beatles. Quella della sua “Famiglia” fu definita dal procuratore Bugliosi una “follia condivisa”. Manson odiava i ricchi e i vip, colpevoli a suo parere di una vita dissoluta. Charles era vissuto per lunghi anni in mezzo alle strade, in estrema povertà. Al processo dichiarò che con l’uccisione di Sharon Tate avrebbe voluto che la colpa ricadesse sugli afro-americani. Prevedeva una ribellione dei neri, e alla fine i neri, per concludere la loro missione apocalittica, avrebbero chiesto aiuto ai bianchi sopravissuti, tra cui ovviamente lui, proprio lui che si riteneva capo e un profeta. Manson ha avuto una bizzarra e scandalosa scia di seguaci. Soprattutto nell’ambiente musicale. I “Paradise Lost” inserirono nell’album “Draconian Times” alcuni stralci di un’intervista rilasciata da Manson. Il brano s’intitola“Forever Failure”.Trent Reznor ha composto il concept album “The Downward Spiral” nella villa in cui Sharon Tate fu assassinata. La parola “Pig” fu scritta per la seconda volta sulla porta d’ingresso. Il cantante “satanico” Marilyn Manson ha tratto il suo nome d’arte fondendo Marilyn Monroe con Manson, spiegando che i due erano i simboli del bene e del male. I “Kasabian”, gruppo alternative rock inglese, presero il nome da Linda Kasabian, una dei killer della “Family”. Manson apparve anche come cartone animato in un episodio della serie di South Park (nell’episodio “Merry Christmas Charlie Manson!”). Nel suo ultimo romanzo, “La bambola che dorme”, il giallista americano Jeffery Deaver, ha creato un antagonista ispirato alla figura e alla vicenda di Manson. Charlie, nel suo delirio, mescolava tante cose. Oltre che con la setta di Scientology aveva avuto contatti anche con altri ambienti pseudoreligiosi e mistici legati in qualche modo al mondo musicale e artistico. Il Rasputin hippy, usava droghe, organizzava orge sessuali, voleva essere obbedito in tutto, costringendo i suoi seguaci a pratiche abominevoli. Dopo un viaggio con l’Lsd (la droga dei figli dei fiori) sostenne un giorno di aver assistito alla crocifissione di Gesù e di essere la reincarnazione del Messia: era convinto che il vero cristianesimo dovesse essere di ispirazione sessuale. Quello “ufficiale” era solo una deviazione ad opera di una casta di sacerdoti “lugubri e asessuati”. Una

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o stesso giorno... nel 1173

Comincia Diotisalvi, prende il via il cantiere della torre di Pisa di Filippo Maria Battaglia Un errore di valutazione del terreno, la presenza di falde acquifere, ed ecco che la costruzione di un pregiato monumento diventa l’icona del Belpaese e del suo patrimonio. I lavori della Torre di Pisa iniziano il 9 agosto del 1173. Il calendario pisano porta la data dell’anno dopo, ma solo perché lì l’anno prende le mosse dal 25 marzo. Le fondamenta restano a «riposare un anno» prima dell’edificazione della parte superiore, ma col senno di poi evidentemente non basterà. Parte dunque la costruzione (le fonti storiografiche più accreditate attribuiscono il progetto a Diotisalvi, che in quel periodo sta costruendo anche il Battistero, sebbene anni dopo Vasari sosterrà che i lavori sono iniziati da Bonanno Pisano), ma al terzo piano la torre è subito interrotta. I lavori riprendono solo nel 1275. A guidarli stavolta è il tandem composto da Giovanni di Simone e Giovanni Pisano, che aggiungono altri tre livelli. Per evitare la pendenza, i due corrono ai ripari: i nuovi piani tendono così a incurvarsi in senso opposto. L’edificio è completato solo a metà Trecento. Soltanto una ventina d’anni fa si decide di ovviare a una pendenza sin troppo marcata e perico-

delle sue frasi preferite: «In amore non c’è mai niente di sbagliato». Si circondava di rifiuti umani, di sbandati, e offriva loro una follia in forma di disegno parabiblico: ripulire il mondo, facilitare l’Apocalisse. l gruppo si spostava su “dune buggies” rubate e su un autobus nero fra San Francisco e Los Angeles, fra lo Spahn Ranch, un cadente set per film western affittato pagando in natura il proprietario con le prestazioni sessuali delle ragazze, e un rifugio segreto nel deserto, una serie di grotte a Goler Wash, nella Valle della Morte, dove - avrebbero poi spiegato quelli di “The Family”«si cercava di avvicinarsi il più possibile a tutti gli animali, di imparare da loro a vivere». A Goler Wash tuttavia gli uomini mangiavano anche i cani. Ma gli animali preferiti di Charlie erano gli scorpioni, diceva che bisognava lasciarseli camminare addosso: «Avete molto da imparare da loro. Sono come voi. Siamo tutti insieme qui…». Tra le sue ossessioni mentali c’era, e c’è ancora oggi, l’ecologia. Dalla prigione di massima sicurezza in cui vive in isolamento, dirige un

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Per un errore tecnico il monumento è diventato l’icona del Belpaese. È stato teatro dell’esperimento dei «corpi gravi» di Galileo e Cesare Cantù lo ha definito «il mirabile errore». È alta 55 metri e pesa 14mila tonnellate

losa (studi del 1993 stimano in quattro metri e mezzo lo spostamento dalla sommità dell’asse alla base). È stato teatro dell’esperimento dei «corpi gravi» di Galileo, Cesare Cantù lo ha definito «il mirabile errore», il suo nome è tuttora usato da riviste, periodici, teatri, cinema e ristoranti in tutto il mondo. Oggi, coi suoi 55 metri e le quattordicimila tonnellate, resta l’attrazione della città. Accanto a questa, e prima di questa, sorge il Duomo, eretto con il ricavato economico di una spedizione vittoriosa contro i musulmani. Iniziato nel 1063, fu completato quasi un secolo e mezzo dopo. Ecco poi il Battistero, che con la torre ha molte affinità: l’imprinting del progetto (Diotisalvi) e la mano dei suoi epigoni (anche qui Giovanni Pisano). La prima pietra dell’edificio è posta subito dopo l’anno 1150. L’ultima sarà posta solo due anni dopo. Chiude il Camposanto, realizzato molti anni dopo (corre l’anno 1277) e anche questo con una lunga gestazione (pure qui per la sua ultimazione ci vorranno un paio di secoli), e lo Spedale nuovo o della Misericordia. Qui sono custodite, fissate su pannelli, le sinopie comparse dopo il distac-

gruppo di ecologia profonda l’Atwa (Air, Trees, Water, Animals) che agisce con atti di van-

Il procuratore Bugliosi ricostruì pazientemente, con numerosi interrogatori, la mappa psicologica del gruppo. Cercando appunto il perché di tanto brutalità. E si preoccupò, giustamente, del clamore ambiguo che aveva provocato la strage di Cielo Drive. Il giornale della cultura undergroung “Tuesday’s Child” nominò Manson “l’uomo dell’anno”. T-shirt col volto dell’omicida barbuto comparvero ovunque. Manson non si considerava tuttavia un hippy, anzi giudicava troppo rammollito il movimento giovanile di ispirazione pacifista. Ai seguaci diceva: «Sono io il vostro amore». Era convinto che si potesse formare «una forte razza bianca», un disegno che ricordava l’essere superiore di Nietz-

I responsabili facevano parte di una comunità in preda alla devianza e alla follia parareligiosa, guidata da Charlie Manson che credeva di essere Gesù Cristo, parlava in continuazione dell’Apocalisse e collegava gli angeli sterminatori dell’Armageddon biblico ai Beatles dalismo sulle macchine inquinanti e con minacce di morte rivolte contro i capi delle compagnie multinazionali rei di favorire il degrado dell’ecosistema. Nel 1975 una ex-seguace della “Famiglia”, Squeaky Fromme, tentò di sparare al Presidente Gerald Ford in visita a Sacramento.

co dei famosi affreschi delle pareti. Il risultato è uno straordinario repertorio di disegni del XIV e XV secolo, nel cui compimento si avverte, nettissimo, l’intervento degli aiuti dei recenti restauri. I cinque monumenti formano – recitano le guide migliori - «il più grande e illustre complesso architettonico dell’Europa romanica». All’estetica segue una robusta ideologia. I cinque monumenti segnano infatti la traccia dell’intera esistenza dell’uomo medievale, dalla nascita alla morte. Ma al di là del dogma e del significato a metà strada tra la didattica e la pedagogia, resta l’equilibrio della piazza e la stravagante bellezza della torre. È così che il cruccio dei progettisti di allora è diventato motivo d’orgoglio e fiore all’occhiello nel mondo di oggi.

sche. Convinto anche che l’uomo bianco si trovasse a un livello più alto nella scala evolutiva, si opponeva categoricamente ai rapporti sessuali tra bianchi e neri: «equivale a interferire con il corso dell’evoluzione, a mescolare sistemi nervosi diversi». Le donne venivano considerate come “un riflesso” degli uomini. La femmina come accumulo di tutti gli uomini con i quali ha avuto a che fare, padre compreso. Un seguace spiegò che per Manson «la morte era la stessa cosa che mangiare un gelato». I Beatles erano la sua passione divorante.Trovava il nesso tra le parole del gruppo inglese e i versetti dell’Apocalisse (capitolo nove, soprattutto). Per esempio nella Bibbia si parla di locuste. Manson le identificava con gli scarafaggi (traduzione di Beatles). Altra frase dell’Apocalisse sugli angeli sterminatori: «Le loro facce saranno come volti umani, con i capelli simili a quelli delle donne». I Beatles erano “capelloni”. La sua follia contagiò alcuni americani. Ma siglò anche la fine di numerosi movimenti pseudo-libertari, dediti al sesso sfrenato e al misticismo, dall’ideologia confusamente pericolosa.

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SCRITTORI E LUOGHI

A cielo aperto l’altra

ROMA

di Pasolini Nei suoi romanzi i quartieri in costruzione a Donna Olimpia e i casermoni a Pietralata di Alfonso Francia

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ndare a cercare la Roma dei primi romanzi di Pierpaolo Pasolini è un po’ come ricostruire quella medioevale. Sono due città che non interessano nessuno. Nei suoi duemilasettecentocinquant’anni di storia Roma è stata un po’di tutto: stazione di rifornimento per le navi etrusche in viaggio verso Napoli, villaggio di pastori, città guerriera, fortezza, caput mundi, centro della cristianità, capitale italiana e poi fascistissima, per arrivare alla Roma glamour e distratta di Veltroni. Ma nei momenti di passaggio da un’identità all’altra, Roma non ha mai destato particolare interesse. È durante uno di questi cambiamenti di pelle, mentre Roma si riprendeva dai bombardamenti alleati e dall’occupazione tedesca, e cominciava a indovinare il suo futuro di capitale repubblicana, che Pasolini conosce Roma, ci entra e ce la racconta. Lo fa con due romanzi, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, dei quali si parlerà per tanti motivi, ma non

per la rappresentazione selvaggia e verissima di una città che non si stanca mai di somigliare a se stessa. l lettore non romano che si avventurasse tra le pagine di questi lavori potrebbe restare stordito o meglio annoiato nello scorrere le decine di pagine che Pasolini spreca per descrivere i quartieri in costruzione a Donna Olimpia o i casermoni di Pietralata o le vie tutte uguali del Tiburtino, quando ci sarebbe da ricomporre senza sosta la bellezza austera dei Fori imperiali che si spingono contro il Colosseo, a due passi dall’allora semisconosciuta Domus Aurea. È un riflesso condizionato che accomuna molti lettori i quali, sentendo parlare di Roma, non possono pensare ad altro che a Giulio Cesare o a Papa Sisto V. Superata questa ansia da guida turistica, si scoprirà che la Roma pasoliniana può essere istruttiva quanto una passeggiata lungo il colonnato di

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La città che lo scrittore racconta è un cantiere dantesco, una campagna affogata nel cemento dove i palazzoni sembrano vecchi e rovinati ancora prima di essere finiti piazza San Pietro. Pasolini ci immerge in una città diversa, che condivide i caratteri dominanti con i cittadini che la abitano, ma non sappiamo se Roma imponga o subisca questo processo di osmosi. Sopravvissuta alla Guerra Mondiale, che l’ha vista bersaglio secondario quando si era immaginata centro di comando del conflitto, questa è una città esausta e soprattutto distesa. I palazzi sono in costruzione e stentano a superare le fondamenta, il Tevere scorre piatto e lento, appesantito dalla sua sporcizia, gli abitanti si trascinano stancamente da un marciapiede ai gradini di una chiesa, quasi in-

sofferenti alla stazione eretta. Non c’è nulla di verticale, nulla che mantenga una dignità. Senza alleati, conquistata da stranieri generosi ma un po’ disgustati, Roma non fa nulla per reagire, e resta stesa senza vergogna sotto gli occhi dei nuovi arrivati. La ricostruzione è appena cominciata e già si manifestano quei segni di speculazione edilizia che sono sempre stati il cancro della Capitale, e Pasolini fa di tutto per rimarcare la mancanza di moralità in questo nuovo inizio. a città che racconta è un cantiere dantesco, un impasto di campagna affogata nel cemento

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e periferie ricostruite senza criterio, in mezzo a discariche a cielo aperto e palazzoni che sembrano vecchi e rovinati ancora prima di essere completati. Pasolini proprio non riesce a parlare di case, è solo in grado di vedere la struttura geometrica delle costruzioni, che sembrano “enormi scatoloni che si alzano soli in mezzo al cielo, dove qualche stella tristemente brilluccicava”. Stelle che spesso, insieme alla luna, erano l’unica fonte di luce notturna offerta in questi quartieri, perché la mancanza di corrente era all’ordine del giorno e i lampioni diventavano spesso semplici arredi urbani. Ma con il giorno non va molto meglio, perché il sole insiste quasi con accanimento a illuminare i prati spelacchiati cosparsi di spazzatura che riempiono gli spazi lasciati vuoti tra un casermone in costruzione e l’altro. Erba che una volta ricopriva la campagna romana, man mano ceduta alla città affamata di posti letto, erba che testimonia la


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PIETRO BRUNO

I ragazzi vivono le loro vite violente, mentre gli anziani vivono come deportati circondati da costruzioni che hanno cancellato il paesaggio dentro il quale erano cresciuti

PIETRO BRUNO

A sinistra: le targhe dedicate allo scrittore nei quartieri romani di Monteverde e Pietralata

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In basso: due immagini di via Donna Olimpia a Roma Nella pagina accanto: Pierpaolo Pasolini

strana condizione di una città che si appresta a entrare nella modernità con un unico scatto, dall’agricoltura alla metropoli. uori dal centro storico, appena si abbandona la Roma papalina, le nuove strade asfaltate sono intervallate da questi spiazzi verdastri, una volta campi coltivati o più spesso lasciati al pascolo, che si restringono e si frazionano in fazzoletti sempre più piccoli mentre intorno sorgono palazzi di sette piani approvati senza un piano regolatore, senza criterio, senza neanche costruire le strade per arrivarci. È un mondo provvisorio, ancora privo di identità, tutto uguale, nel quale il nome di Roma è poco più di una suggestione vaga. Una Roma da conoscere lentamente, passo a passo, perché i mezzi pubblici sono un lusso che non tutti possono permettersi e, se anche si hanno i soldi per la corsa, gli autobus e i tram che sferragliano giù per i binari come se fossero sempre

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sul punto di deragliare sono tanto pieni da non poterci salire. Così non resta che spostarsi per chilometri a piedi, contando i casermoni che convivono con alcune case “piccole come dadi, o come pollai, bianche come quelle degli arabi, e nere come capanne”, e con “villaggi di tuguri ammucchiati nelle aree in costruzione, tra scarpate e viuzze”. n questo scenario i ragazzi di Pasolini vivono le loro vite violente sapendo che i palazzi in attesa di essere completati sono destinati ad altri, e che a loro restano gli spiazzi incolti attorno, in mezzo alle immondizie. Arrivano anche a dormirci, riparati da qualche bidone arrugginito e abbandonato tra le sterpaglie, perché a casa spesso non c’è un letto per tutti, i bagni non funzionano e mangia solo chi si è procurato qualcosa. I ragazzi vivacchiano come possono, rubando nei mercati e spostandosi a casaccio, perché per i

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loro traffici Monteverde nuovo o il Prenestino sono uguali, c’è solo da scarpinare e perdersi in una finta metropoli che non riesce neanche a essere labirintica. Un labirinto richiede una sua logica, mentre dietro questi quartieri nuovi e già vecchi non c’è alcuna riflessione, solo un affastellarsi casuale e rabbioso di caseggiati che paiono avere una vita propria. Non è un caso che a volte certi scorci sembrino estratti da un romanzo apocalittico; leggiamo di discese “incrostate da due spanne di polvere, cave e caverne, crinali, praticelli bruciati, burroncelli, mozziconi di torri e carraie che si spingevano”. Certe raffigurazioni di città americane abbandonate dopo disastri atomici o invasioni aliene non sono molto diverse da questa Roma postbellica realmente vista da Pasolini. n questa confusione spaziale gli anziani vivono come deportati; si sono visti la città arrivare

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addosso a colpi di gru e betoniere, e ora vivono circondati da palazzi che hanno cancellato il paesaggio dentro il quale erano cresciuti. Qualche scampolo di campagna ancora resiste, ed è possibile vedere “una prateria nella periferia tra le borgate”, e “in fondo un orto zuppo di guazza”. Ma questi resti confondono ancora di più i vecchi contadini, che vanno a cercare le loro vecchie osterie col pergolato, tra due o tre catapecchie, sotto i nuovi grattacieli che incombono con la loro ombra enorme. Pasolini li riprende (in questo caso davvero fatichiamo a non immaginarlo con una macchina da presa tra le mani) mentre cercano di ricostruire l’ordine perduto creando una finzione di piazza di paese nei cortili interni dei nuovi caseggiati. Gli enormi sottoscala sostituiscono le cantine dove ritrovarsi a giocare a carte, lontani il più possibile dalla confusione del traffico, mentre i giovani si avventurano fuori, a fare conoscenza con la città nuova. È così separata questa nuova Roma “residenziale” e di periferia con quella storica e affollata di turisti, che se i ragazzi si avventuravano nelle zone centrali dicono di “andare in città”, come se la loro fosse una realtà del tutto distinta, ben più delle poche

centinaia di metri che separano i nuovi quartieri da Trastevere o Via Veneto. E se Pasolini si decide a seguire i suoi ragazzi di vita nelle piazze celebri della città, con viva soddisfazione dei lettori amanti delle guide del Touring, scopre che questi giovani, a tutti gli effetti dei “romani”, in certe zone sono molto più a disagio dei visitatori stranieri.Visitatori che li osservano come dei sopravvissuti a una civiltà perduta che non possono capire; li guardano aggirarsi di fronte alle rovine romane come gli abitanti dell’isola di Pasqua, che avevano perduto completamente la memoria del senso di quelle enormi statue disseminate ovunque sulla loro piccola terra in mezzo all’Oceano Pacifico. Tra tanta disperazione spuntano delle piccole trovate, timide anticipazioni di quel vivere insieme che sarà la forza di Roma nel secondo dopoguerra e fino ai giorni nostri. Gli stabilimenti balneari sul Tevere, ad esempio.Troppo poveri per andare a Ostia, molti ragazzi trovavano sollievo estivo facendo il bagno nelle acque già giallognole e putride del Tevere dove, tra barconi e pontili, erano stati costruite cabine e trampolini per i tuffi. Così il Tevere, ombreggiato dalle file di platani, dava ai cittadini un po’ di ristoro in cambio di quello che negava in utilità.Troppo stretto per essere navigabile dalle grandi chiatte, e lontano da altri grandi corsi d’acqua, già allora il fiume romano era praticamente inutilizzato come via di comunicazione, ma non rinunciava a essere di aiuto in qualche modo agli abitanti della città. A rinfrescare le giornate di calura c’erano poi i cinema, dove entrare a vedere lo spettacolo anche due volte di seguito, le osterie dove bere un vinello bianco e ghiacciato che rafforzava certe amicizie e ne creava di nuove. Mentre Pasolini la fotografa con la sua penna, Roma stava tornando a essere una città importante, con un ruolo riconosciuto e una sua fisionomia: la coglie nel momento un po’vergognoso del cambiamento di veste, ma non ce ne dispiace. Grazie a lui abbiamo scoperto come certi scampoli di periferia possiedono una poesia e una storia che permettono a questa città di non essere solo un museo a cielo aperto.

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I VIGLIACCHI DELLA STORIA

Guido di Lusignano

Il re non era dotato di grande coraggio. Dopo la sconfitta della battaglia “dei corni di Hattin” in Galilea il 4 luglio del 1187, il nobile servì docilmente da ostaggio al Saladino

etica cavalleresca non apprezza affatto il coraggio disordinato e fine a se stesso, l’audacia priva di prudenza. Poesia epica e romanzo cortese convengono sul principio che il perfetto cavaliere debba incarnare l’equilibrio tra “prodezza” e “saggezza”. Il rischio del prode, è la temerarietà; il rischio del saggio, la viltà. La viltà si presenta tuttavia come orribile quand’è accompagnata non già dalla saggezza, bensì dall’egoismo, dall’avidità, dalla superbia. Al vile si può perdonare la debolezza, la paura, ma da lui ci si attende allora la qualità della mitezza, della compassione: ma non c’è remissione per chi, essendo vile, è all’occasione anche arrogante, prepotente e crudele. Personaggi del genere s’incontrano, nella letteratura cavalleresca e talvolta s’incarnano nella storia.Tale è forse il caso di un cavaliere di alta nobiltà proveniente dal Poitou del XII secolo, vassallo per nascita del duca d’Aquitania e re d’Inghilterra Riccardo I (il Cuordileone) e che nelle sue vene poteva vantare – secondo la leggenda - il sangue della Fata-Serpente, la Melusina progenitrice appunto della dinastia dei Lusignano. Nel regno “franco” di Gerusalemme, negli anni Settanta del XII secolo, si aspettava da un momento all’altro che il sultano che aveva saputo riunire Siria ed Egitto, il Saladino, portasse il definitivo assalto alla Città Santa e la conquistasse. La corte era intanto dilaniata dalla corruzione e dalle rivalità. Un giovane, intelligente, valoroso e sfortunato re, Baldovino IV, stava mo-

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Il XII secolo fu dilaniato dalla lotta tra cristiani e musulmani: il pavido crociato scelse l’Islam di Franco Cardini

In primavera iniziò la guerra che dopo sette mesi avrebbe condotto, il Sultano a riconquistare Gerusalemme scacciando i Franchi rendo di lebbra: e, secondo gli usi giuridici del regno, la corona avrebbe dovuto andare a sua sorella Sibilla che aveva sposato il nobile Guido di Lusignano. Ma c’era in lui qualcosa che al sovrano non piaceva, un’ombra di doppiezza e di pusillanimità: e Baldovino, morendo, preferì che a succedergli fosse un suo giovane nipote, Baldovino V,

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che Sibilla aveva avuto da un suo primo matrimonio con Guglielmo marchese di Monferrato. Ma, spentosi Baldovino IV nel 1185, il piccolo Baldovino V lo seguì appena un anno dopo, nel 1186. A quel punto Sibilla, forte dell’appoggio del suo potente zio Jocelin III di Courtenay e del Maestro dell’Ordine del Tempio Gérard di Ridefort, riuscì a fare incoronare se stessa e suo marito Guido. La coppia reale aveva, però, dovuto pagare il trono con un grave compromesso: il suo gesto aveva fatto scoppiare una sorta di guerra civile all’interno della nobiltà di Terrasanta, e i due sovrani avevano dovuto mettersi nella mani della fazione decisa a riaprire le ostilità col Saladino. Egli non aspettava altro. Personalità di spicco del fronte dei fautori della guerra era un avventuriero-brigante, Rinaldo di Châtillon principe dell’Oltregiordano, specializzato nell’arte del proditorio assalto alle inermi carova-

ne di pii pellegrini musulmani diretti alla Mecca. Il sultano aveva fatto voto di punire direttamente, con le sue stesse mani, quell’empio feudatario. Iniziò dunque, nella primavera del 1187, la guerra che avrebbe condotto, in ottobre, il Saladino a riconquistare Gerusalemme scacciandone i “franchi”. L’episodio culminante di essa fu la battaglia detta“dei corni di Hattin”, in Galilea, tra le alture costiere e il lago di Tiberiade, il 4 luglio. I crociati furono battuti e i loro capi condotti in catene al cospetto del sultano. Guido di Lusignano tremava, preda di un incoercibile attacco di terrore. Il Saladino lo confortò, lo fece mettere a suo agio, gli offrì una coppa di una bevanda rinfrescata con la neve proveniente dal Libano e che si sapeva conservare e trasportare a dorso di cammello. Il re bevve e passò quindi la coppa all’empio Rinaldo che gli stava accanto: secondo le leggi

dell’ospitalità cavalleresca, condivise da cristiani e musulmani, se avesse bevuto sotto la tenda di colui che lo aveva catturato avrebbe dovuto essere considerato suo ospite, e come tale inviolabile. Ma il Saladino fu più veloce: gridando che non a lui era destinata la coppa, balzò su Rinaldo e gli troncò netta la testa con un colpo di spada. La vista della repentina esecuzione gettò di nuovo il Lusignano nel suo accesso di paura. Non sappiamo quel che allora accadde. Certo è che i “falchi” che avevano a tutti i costi voluto la guerra, ora che le cose si erano messe male, non esitarono a passare quasi dall’altra parte, a un passo dal vero e proprio tradimento. Sia re Guido, sia il Maestro dei Templari, servirono docilmente da ostaggio del Saladino, che se ne servì per mostrarli dinanzi alle piazzeforti crociate e li costrinse a chiedere ai difensori di arrendersi. Il Maestro del Tempio fu degno complice del re in questa manifestazione di vigliaccheria, dopo la battaglia di Hattin, tutti i membri degli ordini militari del Tempio e dell’Ospedale furono spietatamente uccisi, e lui solo risparmiato per servire alla vile bisogna. I difensori crociati della città di Ascalona si trovarono, all’inizio di settembre, a dover sostenere la vista umiliante del re e del Maestro templare che un po’ intimavano loro, un po’ li pregavano, di arrendersi al sultano. Ben consci di non poter resistere alle soverchianti forze saracene, ma indignati e nauseati allo spettacolo di tanta vigliaccheria, accettarono di arrendersi solo trattando direttamente col Saladino, senza degnare d’attenzione i due figuri: e ottennero onorevoli condizioni di resa. Guido di Lusignano fu liberato dal Saladino nell’estate del 1188: saggia mossa del sultano il quale, trovandosi a dover fronteggiare un nuovo valoroso nemico in Corrado del Monferrato, fratello del primo marito della regina Sibilla giunto per far valere i suoi diritti di famiglia, giudicò opportuno fare in modo che tra i “franchi” si riaccendesse la lotta per la successione al trono. In effetti, molti volevano che Guido abdicasse; e mentre il Saladino – ormai padrone di Gerusalemme – non riusciva tuttavia a conquistare la città di Acri valorosamente difesa dal Monferrato, questi riuscì nel 1190 a sposare Isabella, sorella di Sibilla, e a presentare quindi forti credenziali per ottenere la corona. Si era ormai intanto giunti alla terza crociata, durante la quale Riccardo Cuordileone avrebbe sostenuto contro Corrado il vile Lusignano ch’era comunque, in Francia, suo vassallo. Ironia della sorte, che il sovrano noto nella Cristianità per la sua audacia temeraria dovesse trovarsi a difendere proprio un vile contro un altro valoroso.


I SENTIMENTI DELL’ ARTE l tema del Narciso è un tema caro alla poetica rinascimentale come a quella barocca per la logica connessione tra arti figurative ed estetica, pittura intesa come espressione della bellezza e quindi il Narciso come immagine allegorica della pittura, e non solo. Il dipinto raffigurante Narciso alla fonte, conservato nella Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini a Roma, è forse l’opera pittorica più nota legata al protagonista del mito classico e solo recentemente è stato definitivamente attribuito a Caravaggio, dopo che un accurato restauro ne ha restituito l’alta qualità pittorica. Secondo gli storici, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (Milano 1571–Porto Ercole 1610) avrebbe dipinto quest’opera tra il 1597 e il 1599, per la stretta affinità stilistica e cromatica con altri suoi quadri risalenti a questo periodo, in anni che lo vedono attivo per l’illustre mecenate il cardinale Francesco Maria Del Monte. Suo primo e fondamentale protettore, il cardinal Del Monte lo aveva accolto a Palazza Madama, la sua prestigiosa residenza romana, permettendo al pittore lombardo di partecipare allo stimolante ambiente culturale da lui organizzato nella sua dimora.Tra i saloni di Palazzo Madama circolavano filosofi, matematici, musicisti che condividevano con il Del Monte la passione per le arti e per le scienze e forse anche per lo studio dell’alchimia, l’antica scienza intesa come disciplina fisica e spirituale seguita per raggiungere la perfezione. E Caravaggio era certamente introdotto agli studi alchemici del suo protettore se proprio a lui il Del Monte aveva affidato l’incarico di dipingere il soffitto del suo gabinetto alchemico, l’unica pittura murale realizzata dal Merisi. È probabile quindi che il tema del Narciso sia stato suggerito dallo stesso cardinale e l’atmosfera e la composizione del dipinto avvalorano l’ipotesi. Narciso, secondo il mito narrato da Ovidio nelle “Metamorfosi”, era un bellissimo giovane, di cui tutti, sia donne che uomini, si innamoravano alla follia.Tuttavia il giovane preferiva dedicarsi alla caccia e ignorava le sue spasimanti tra cui era la ninfa Eco, condannata da Giunone a ripetere le ultime sillabe delle parole che le venivano rivolte, per avere distratto con le sue chiacchiere la dea dai tradimenti di Giove. Rifiutata da Narciso la ninfa, consumata dall’amore, si nascose nei boschi fino a scomparire e a restare solo un’eco lontana. Gli dei allora ordinarono a Nemesi, la dea della giustizia, di vendicare Eco condannando Narciso a un amore im-

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IL NARCISISMO Il quadro: “Narciso alla fonte” di Caravaggio

L’eterno desiderio di se stessi di Olga Melasecchi

di luce illumina dall’alto il volto del giovane, la base del collo teso nel desiderio dell’altro, il disegno arabescato del corsetto e il candore delle maniche a sbuffo, corciate ai gomiti per non bagnarsi, e, unica allusione all’elemento naturale, la leggerissima e poetica increspatura del bordo dell’acqua, laddove le mani a destra si sfiorano e a sinistra, dove è appena immersa la mano del giovane, si toccano, l’unico effimero contatto tra l’amante e l’amato, la sensuale allusione alla fusione dei corpi innamorati. Il tema del doppio, dell’immagine riflessa, è chiaramente esaltato dall’impianto formale a “carta da gioco”, nello stesso tempo è un riferimento allo specchio,“speculum”come simbolo di vanità, o, nella sua accezione positiva, come strumento di conoscenza di se stessi. L’assenza di altri oggetti, come ad esempio il fiore, presente in genere in altre raffigurazioni del mito, conferisce all’episodio, oltre che un intenso pathos, una forte astrazione, come, con linguaggio alchemico, una specie di rarefazione che prelude alla trasmutazione della materia, il corpo fisico che mediante l’amore brucian-

Il tema del dipinto fu suggerito dal cardinale Del Monte appassionato d’alchimia, l’antica disciplina fisica e spirituale seguita per raggiungere la perfezione

Il giovane annega nel tentativo di baciare il suo volto riflesso nell’acqua

possibile: innamorarsi della sua immagine riflessa nell’acqua. Disperato perché non avrebbe mai potuto soddisfare la passione che nutriva, Narciso si struggeva in inutili lamenti, ripetuti da Eco, fino a morire annegato, cadendo nell’acqua nel tentativo di baciare la sua immagine. Una volta che con la sua morte era stato vendicato l’amore negato a Eco, la pietà degli dei rese immortale Narciso trasformando-

lo nell’omonimo fiore. Il Caravaggio ha scelto il momento più emozionante dell’intero episodio, il momento in cui Narciso, assetato, si china sul bordo del ruscello per bere, e immediatamente e perdutamente si innamora, inconsapevole, di se stesso. La scena è costruita su un unico piano verticale in cui il personaggio e il suo doppio, emergono da un piano di fondo completamente scuro. Un fascio

te si liquefà annegando e risorgendo in un essere incontaminato e immortale. “Desidera, ignaro, se stesso”, scrive Ovidio,“ammira e lui stesso è ammirato, e mentre brama è bramato e insieme infiamma e riarde”. Legato a questa lettura alchemica è anche il riferimento al globo cosmico nella figura del cerchio costruito dai due corpi sovrapposti il cui fulcro è il ginocchio nudo in piena luce. Nel contempo il cerchio rappresenta anche, in negativo, la chiusura al mondo di colui che ama solo se stesso, e in questo amore esclusivo, esclude la realtà circostante, assente, appunto, nel dipinto. La doppia immagine prelude così anche a una doppia interpretazione, negativa nell’amore egoistico di Narciso, e positiva nell’immagine dell’anima che brama a conoscere se stessa e che tende alla propria immortalità.

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Cruciverba d’agosto

“Dietro i vetri rilucenti”

di Pier Francesco Paolini ORIZZONTALI

1) Musicò Il Principe Igor (1890) • 8) Il suo capolavoro apparve a puntate sul Giornale dei Bambini (1881-83) • 20) Teatro della battaglia combattuta il 7) settembre 1812 fra Napoleone e Kutuzov • 21) Compose i 12 pezzi di Iberia • 22) Asceta solitario • 23) Cascina • 24) Souvent, ........ s’amuser, les hommes d’équipage / prennent des albatros (Baudelaire) 25) Renata, autrice di L’Agnese va a morire (1949) • 26) Se tu riguardi ........ ed Urbisaglia / come son ite... (Paradiso, XVI) • 27) Oggetti preziosi • 28) Un capolavoro dell’Alfieri • 29) Qui pose fine al lacrimabil ........ (Inferno, VI) • 30) Opera lirica di Cherubini • 31) “Voi ........ mi chiamaste Ciacco (Inferno, VI) • 33) Certo è l’........ del Tessalo bimembre (D’Annunzio, Alcyone) • 34) Si consulta al ristorante • 35) Pazzo o giù di lì • 36) Capone • 37) Il contrario di STOP nella segnaletica anglosassone • 38) Affluente della Senna • 39) “E tutta la ........ / potrai cercare, e non troverai ombra / degna più d’esser messa in gelatina” (Inferno, XXXII) • 41) Iniz. del regista Castellani • 42) Re barbarico che depose l’ultimo imperatore romano d’Occidente • 45) Ezra, poeta dei Cantos (1885-1972) • 46) Preston, regista di Infedelmente tua (1948) • 51) Cinque anni • 52) Alla sbarra accanto al colpevole • 53) Compose un Falstaff nel 1799 • 54) Ecco l’isola molle / ........ du’ Arni (D’Annunzio, Alcyone) • 55) Carlo, poeta milanese: La ninetta del Verzee (1814) • 56) ........ fu • 58) SECONDA STREGA – Salve, Macbeth! Salute a te, signore di ........! • 59) Protagonista di Casa di bambola di Ibsen • 60) ...del sangue mio, di Lin, di quel di ........ (Paradiso, XXVI) • 61) Donatella, personaggio del Fuoco di D’Annunzio • 63) Istituto Naz. Trasoporti • 64) Memoria in cibernetica • 66) Ekberg, attrice (La dolce vita) • 68) Despota • 70) Brandt, cancelliere della Germania Ovest dal 1969 al ‘74 • 71) Le ........ di Aristofane • 72) “Cittadino ........, bevi un bicchier!” (Carducci, Il canto dell’amore).

VERTICALI

1) Opera di Mussorgskij • 2) Uno degli Stati Uniti • 3) La ........, romanzo di Moravia • 4) Re degli dèi germanici • 5) Toccare il cielo con un ........ • 6) Città del Giappone sull’isola di Honshu • 7) Romanzo di Alfredo Oriani • 8) Dietro i vetri rilucenti / stan le ........ commentando (Dino Campana) • 9) Noris, attrice: Grandi Magazzini (1939) • 10) Raja, scrittore indiano: Il serpente e la corda, 1960 • 11) Un capolavoro di Carlo Goldoni • 12) Strumento musicale • 13) Le tre ........: Aglaia, Talia , Eufrosine • 14) Danza popolare spagnola che si accompagna con il battito delle mani • 15) Iniz. del poeta Bigiaretti • 16) Fece parte di un triumvirato con Ottaviano e Marc’Antonio • 17) Gli ........ del trionfo • 18) La ........ lampa: il sole • 19) L’angelo che conduce l’anima del defunto al giudizio di Allah (variante) • 20) In fisica = bevaelettrovolt, sinonimo di GeV = gigaelettrovolt • 23) Grande antilope africana • 26) Un oblio ........ de la faticosa / vita (Carducci) • 28) Carson, scrittrice statunitense: Ballata del caffè triste (1951) • 30) “Un ........ in campagna” commedia di Turgenev • 32) Maschera della Commedia dell’Arte • 33) “Tu déi saper ch’io fui conte ........” (Inferno, XXXIII) • 34) Joan, pittore spagnolo • 35) Esplodono se urtate • 38) Un giallo • 39) Santa Margherita da ........, la cui festa ricorre il 22 febbraio • 40) Erano i capei d’oro a l’........ sparsi (Petrarca) • 43) Wielkopolski, città della Polonia nel voivodato di Poznan • 44) Centro turistico sulla costiera amalfitana • 45) Vano è a Samo ........ vasi • 46) Le comandava Himmler • 47) e con questi / altri rimondo qui la vita ........ (Purgatorio.XIII) • 48) Chi potrà della ........ Dora /__/ scerner l’onde confuse nel Po? (Manzoni, Marzo 1821) • 49) Megera, Aletto e Tesifone • 50) Nome di cinque papi (un sesto è dato per molto improbabile da G. G. Belli) • 52) Sebastian, atleta inglese primatista degli 800. dei 1000, dei 2500 metri e del miglio contemporaneamente • 55) ........ station • 57) Enrico di Pirandello • 60) L’anno a.C, in cui morì il poeta Teocrito, autore di Idilli • 61) Divinità che personificava l’Errore • 62) Azienda Tranviaria Municipale • 65) Articolo • 67) ........ hoc signo • 69) In Italia si legge: “chiocciola”.

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L’Almanacco Hanno detto di… perdono

LA POESIA LA NOTTE

e per segno per intendere ‘ordinatamente, con sicura esattezza’.

Perdona i tuoi nemici, ma non dimenticare mai i loro nomi

L’origine di… Luna di miele Alcune fonti fanno risalire l’espressione ai tempi dei Babilonesi quando era uso regalare alle coppie di novelli sposi una quantità di idromele (liquore al miele) sufficiente per un mese, calcolato in fasi lunari. Si pensava che tale bevanda garantisse fertilità. L’abitudine di regalare idromele ai novelli sposi era comune nell’antica Roma e nel medioevo, inoltre l’espressione è presente in molte altre lingue, dal francese, all’inglese, allo spagnolo, all’arabo, il che giustificherebbe un’origine tanto antica.

John F. Kennedy

LAVA LA MENTE

D&R Perché si dice “per filo e per segno”? Un tempo, gli imbianchini sul muro e i segantini sul legno usavano ‘batter la corda’, ossia tenevano sul muro o sul legno un filo intinto di una polvere colorata e poi lo lasciavano andare di colpo, in modo che ne rimanesse l’impronta. Tale impronta o segno indicava la linea da seguire nell’imbiancare o nel segare. Da lì è derivato l’uso di dire per filo

Poco dopo si è qui come sai bene, file d’anime lungo la cornice, chi pronto al balzo,

a cura di Maria Pia Franco

chi quasi in catene. LA SOLUZIONE DI IERI 1

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“Solchi sull’acqua”

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economia

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I conti per il primo semestre 2008 presentati ieri da Telecom sono risultati migliori rispetto alle previsioni: utile netto a 1,14 miliardi (ma in calo del 24 per cento sul 2007) e debito a 37,17 miliardi di euro. Numeri che hanno spinto il titolo dell’ex monopolista a recuperare il 3,09 per cento. Una piccola soddisfazione per l’amministratore delegato, Franco Bernabè (nella foto in basso), che da mesi è oggetto di forti critiche da parte di alcuni dei suoi azionisti

Nel primo semestre utile netto in calo del 24 per cento e debito a 37 miliardi di euro ma migliore delle previsioni

Telecom, l’autunno caldo di Bernabè di Alessandro D’Amato

ROMA. «Sì». Un semplice monosillabo, quello che ha proferito Cesar Alierta all’uscita dalla riunione del Cda per i conti semestrali di Telecom a chi gli poneva la domanda se si fidasse o meno del management dell’azienda. Ma, anche se le parole dette alla stampa lasciano il tempo che trovano, la presa di posizione dell’azionista di maggioranza, la spagnola Telefonica, dovrebbe per lo meno sopire, troncare tutte le voci sulle difficoltà di Franco Bernabè con i soci, perlomeno con quelli importanti. Rimane comunque difficile la posizione del manager: le indiscrezioni riportate da Repubblica ieri sul piano industriale sono state seccamente smentite dall’azienda – «Soltanto ipotesi di lavoro» – che ha anche presentato un esposto alla magistratura per la fuga di notizie. E anche se lo scritto faceva parte di una email inviata al management, è molto probabile che invece sia tra gli azionisti che si debba cercare la manina malandrina che indicava una revisione al ribasso dei target di crescita dei ricavi 2008-11 e tra l’1,2 e l’1,5 per cento la crescita composta media annua dei ricavi per il periodo 2008-11, tasso inferiore alle stime precedenti. Ma i numeri veri, quelli della semestrale, sono arrivati alla fine del Cda, che Tarak Ben Ammar ha definito «sereno». Numeri così incoraggianti, ma «in linea con le aspettative» secondo Franco Bernabè: 1,14 miliardi di utile netto nel primo semestre, in calo del 24 per cento rispetto all’anno precedente, ma comunque più alto rispetto alle aspettative degli analisti.

Ma le spine nel fianco dell’Ad non sono certo finite. Il nuovo piano industriale slitta a fine anno, e questo, in teoria, non dovrebbe piacere a chi, come i Fossati, ha chiesto una velocizzazione (ieri il loro rappresentante Baratta ha però eluso le domande sul tema). In più non farà piacere a Telefonica che la “gallina dalle uova d’oro” Tim Brasil abbia annunciato una perdita netta di 34 milioni di reais (14 milioni di euro) con tanto di allarme utili per il 2008. Tra gli stakeholders c’è da registrare, oltre al crescente nervosismo dei Benetton, anche quello di Intesa e Mediobanca, perlomeno per quanto riguarda i presidenti (il management di piazzetta Cuccia non sembra dello stesso avviso). L’idea di chiedere soldi agli azionisti è stata già bocciata dal presidente, anche se tra gli operatori c’è chi alle smentite sull’aumento di capitale non crede: «Se ipotizzassimo una cifra intorno agli otto-nove miliardi di euro, con emissione di nuove azioni, il capitale porterebbe alla riduzione del debito di 500 e più milioni, che potrebbero essere utilizzati per investire. Sarebbe importante dare un segnale al mercato in questa direzione: vorrebbe dire che all’industria e al futuro Telecom non ha rinunciato». In più, c’è il tema caldissimo dell’infrastruttura. Ieri l’amministratore delegato di Fastweb, Stefano Parisi, ha dichiarato di non vedere motivi per riconoscere a Telecom Italia «compensazioni» in cambio dell’apertura della rete ai concor-

I soci avrebbero smussato le tensioni, ma le sfide l’Ad sono tante: presentare un piano per convincere gli azionisti, spingere verso un aumento di capitale e il riassetto della rete Rivisti poi al ribasso i target relativi al mobile Brasile e Hansenet in Germania («Il gruppo ha sofferto le dinamiche del contesto competitivo in quei mercati”, ha detto l’Ad), mentre il debito è stato pari a 37,17 miliardi (gli analisti si attendevano che arrivasse a 37,22 miliardi). La Borsa ha risposto bene (+3,09 per cento) con il titolo sospeso per eccesso di rialzo dopo una crescita del 6,36, e scambi pari a 118 milioni di pezzi.

renti. Illustrando agli analisti i risultati semestrali, ha chiarito che «la separazione è un modo per rendere più efficace il controllo del rispetto di regole già esistenti da parte di Telecom Italia, e pertanto non è possibile che questa avanzi richieste di compensazione». Secondo Parisi, poi, non c’è veramente sul tavolo il progetto di uno spin off: «Si trattava di un’opzione di tipo finanziario oggi non di attualità». Le parole del manager ex Confindustria non arrivano a caso: sarebbero infatti una reazione indiretta a quanto trapelato dai colloqui di Bernabè a Palazzo Chigi della scorsa settimana, nei quali l’Ad di Telecom avrebbe chiesto proprio “compensazioni”.

Intanto i carrier alternativi dell’ex monopolista hanno espresso insoddisfazione per gli impegni presentati da Telecom all’Autorità per le telecomunicazioni. A mancare, oltre alle garanzie per loro, è anche il piano per l’infrastruttura in fibra ottica. Un nuovo “piano Rovati”, con scorporo della rete e acquisto da parte di un consorzio formato dai grandi e dai piccoli carrier (Telecom, Rai, Mediaset,Vodafone,Wind, Fastweb) e governo affidato all’Agcom, sembra sempre più lontano – anche se è l’unica opzione – visto che gli azionisti come Telefonica l’hanno sempre osteggiato. Forse anche perché questo condannerebbe Telecom, che resta un concorrente degli spagnoli, all’immobilismo. In più, qualcuno comincia a parlare – per adesso solo sottovoce – anche di aumento del canone. Ma per ora resta soltanto un’ipotesi.


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musica ”Two man with the blues”: dove il jazz incontra il country

a un lato, un jazzista che arriva da un raffinato ambiente cittadino, quello di New Orleans. Un virtuoso della tromba, sofisticato e dalla grande cultura musicale. Il suo nome è Wynton Marsalis. Dall’altro, un countryman che viene dalle grandi pianure. Un cowboy texano dalla voce ruvida ma allo stesso tempo vellutata con un ampio repertorio, ha composto circa 2.500 canzoni, incidendo 250 album. È il “grande vecchio”della musica del sud Willie Nelson. Un incontro improvviso e casuale tra due icone della musica americana. Un connubio originale tra due artisti di matrice totalmente differente, che però scoprono di avere molte cose in comune, tra cui l’amore per il blues e per la tradizione musicale americana. I due si incontrano e realizzano un mix spontaneo di swing e malinconia blues.

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Il tutto avviene tra il 12 e 13 gennaio 2007 nella Allen Room, presso il teatro “Lincoln Center di NewYork”, il cui curatore musicale è da tempo Wynton Marsalis. Nella spontaneità dell’evento, ne scaturisce un concerto indimenticabile per la serie singers over Manhattan. Due serate fantastiche con la sala gremita fino all’inverosimile, in una New York romantica e affascinante. Due concerti magici, che ci lasciano come souvenir un disco formidabile, pubblicato un anno dopo e di fresca uscita qualche settimana fa. Un album straordinario. Two man with the blues è un insieme di generi con più di 50 minuti di gospel, jazz, blues e country. Una produzione fuori dal comune che mescola esperienza e tecnica,

Le nozze chimiche di Nelson-Marsalis di Valentina Gerace genialità e tradizione. Un lavoro brillante in cui Wille Nelson si è cimentato in brani già presenti nel suo storico repertorio (come Bright lights big city di Jimmi Reed e Night life dello stesso Nelson, scritta nel 1961 o ancora “Basin street blues” resa celebre dal mitico Louis Armstrong) confermando ancora una volta la sua abilità tecnica e la sua passione per il blues, la sua voglia di mettersi in gioco, di sfidare se stesso. E il grande Marsalis, dal canto suo, certo non è stato a guardare. In questo incontro con il countryman risulta ancora più fluido e discorsivo. «Perché un bravo artista - sostiene Marsalis - è anche un otti-

Orleans. Come Willie Nelson tuttavia, non si è limitato a seguire la tradizione ma ha riproposto la musica jazz e blues in chiave moderna, innovativa. Una musica fatta di tanti micro generi che toccano il jazz passando per il blues, il gospel e persino l’ r&b. E quale migliore artista con cui realizzare un disco per confermare questa rilettura del jazz in chiave moderna, se non con Willie Nelson. Due grandi artisti che si sono amalgamati in modo perfettamente naturale fruendo ciascuno dell’esperienza dell’altro. E mettendo insieme l’istinto tradizionalista con l’eclettismo sperimentale per interpretare dei capolavori della musica internazionale, come nessuno aveva fatto. Willie ha messo a disposizione la sua vocalità calda e profonda e la storica armonica di

L’album, fresco di pubblicazione, è un insieme di generi con più di 50 minuti di gospel. Una produzione fuori dal comune che mescola esperienza, tecnica, genialità, tradizione e spontaneità mo interprete. Sa accettare i confronti, sa superare gli schemi e andare oltre i confini. Non ha paura di percorrere strade già battute da altri, in maniera però originale, personale, inimitabile». E questo hanno fatto i due grandi protagonisti con Two men with the blues. I fiati: tromba e sax, si mischiano con l’armonica di Raphael, lo storico musicista che accompagna Nelson nei suoi concerti. Sembra quasi un dialogo tra un’armonica che riproduce il suono del treno e i fiati delle trombe, i rumori del clacson della città.

Tra i vari brani vi sono Rainy day blues dello stesso Willie Nelson, My bucket’s got a hole in it, un dialogo tra tromba e armonica e Stardust, uno dei grandi classici della canzone americana. Ritmo e musicalità anche nella celebre Caldonia (Louis Jordan 1945), uno standard della musica a stelle a strisce e Ain’t nobody’s business, cantata dalla mitica Billie Holiday. E come poteva mancare Georgia on my mind, una delle ballate più intense della musica americana, interpretata da tutti i più grandi musicisti statunitensi. Conclude il disco That’s all il cui tappeto di morbide voci lo fa quasi sembra-

re un gospel. Una raccolta di classici dunque, rivisti in modo originale dai due musicisti. Ma la domanda sorge spontanea. Il disco uscito dopo il magico incrocio tra questi due mostri sacri è un album jazz o country? Assolutamente no. Perché Two men with the blues è tutt’altro che jazz. È molto di più. È la calda voce country di un Willie Nelson adattata al quartetto di fiati di Marsalis, con tutte le discrepanze di generi che ne derivano. Il resto è tutta improvvisazione.

È un lavoro dove una brillante tromba crea melodie forti, sicure, senza preoccuparsi troppo dello stile, dello schema da seguire. E una chitarra polverosa, malinconica, piena di country-rock e blues che la segue. «Le etichette sono state inventate dopo la musica», spiega Willie Nelson. «Hanno chiamato blues il blues, jazz il jazz, il rock, il rock perché dovevano creare delle categorie. Ma poi ci sono musiche che vanno oltre tutto questo. E questa è la mia musica».

Il virtuoso Marsalis ha una carriera jazz alle spalle, oggi è direttore artistico del jazz al “Lincoln Center” a New York. È stato modello per molti musicisti e per una vita ha onorato la tradizione musicale della sua città natale, New

Mickey Raphael. Marsalis la sua band. Lui alla tromba e alla voce, Walter Blanding al sassofono, Dan Nimmer al piano, Carlos Henriquez al basso e Ali Jackson alla batteria. Nessuno dei membri della band “occasionale”viene marginalizzato. C’è un ampio spazio per gli assoli, in cui ognuno dei musicisti del gruppo esprime il massimo del proprio genio musicale: da un piano boogiewoogie, a una fumosa tromba, a una polverosa chitarra blues.

Un concerto provato e riprovato, ma che tuttavia mantiene il sapore della spontaneità, dell’improvvisazione, della genialità e del divertimento. Un Willie Nelson che suona dei grandi standard con enorme intimità per dimostrare come il blues non è solo uno stato d’animo ma è anche una forma. Lui stesso afferma: «Non si è mai sentita una musica simile suonata da una band simile. Qualsiasi cosa io faccia, suonare con Wynton rende già tutto ad alto livello». Una collaborazione sublime, spontanea, una riproposta di grandi brani, che qualsiasi buon intenditore o semplicemente amante della musica conosce. Non ci resta che aspettare con ansia l’uscita del Dvd a settembre. Perché dal vivo le emozioni sono di tutt’altro tipo.


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Per alcuni il Cavaliere Oscuro è un giustiziere, per altri ”la notte” o addirittura un detective alla Sherlock Holmes

Uno, nessuno, centomila... Batman di Giampiero Ricci l ritorno sul grande schermo del Batman: Dark Knight di Chris Nolan interpretato da Christian Bale e con Heath Ledger nei panni del Joker, non tradisce le aspettative. Un film capace di trasportarti dal primo all’ultimo minuto dentro il fantasy noir dell’uomo pipistrello in un susseguirsi di sequenze degne dei migliori film d’azione, che nella storia del cinema sia dato ricordare.

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Sul film è pesata la triste eredità della morte di Ledger avvenuta a conclusione non ancora ultimata delle riprese (sembra per un accidentale eccesso di farmaci) che seppure ha contribuito, insieme all’arresto di Christian Bale per percosse a madre e sorella, ad alimentare cinicamente quell’aura maledetta che non guasta per un film volutamente dark, non ha reso possibile il completamento, come il regista avrebbe voluto, dell’impianto filmico. La creatura di Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson dal 1939 ad oggi è stata rivisitata in molteplici chiavi, per i citati creatori un cavaliere che esplode nella notte della corrotta Gotham City. Per la scuola cara a Neal Adams Batman è invece una parte stessa della notte e dell’oscurità, un notte che fa sua non aggredendola ma insinuandovisi. Poi c’è il detective, un discendente mascherato di Sherlock Holmes o Nero Wolfe, che pur non disdegnando scazzottate vive tutto sommato su di un piano puramente intellettuale, un Batman ben rappresentato dalla famosa serie Tv e poi film del 1966 con Adam West e Burt Ward. Infine c’è il Batman giustiziere, vigilante portatore di un senso di giustizia primitiva, poco incline a fidarsi delle procedure giudiziarie ordinarie, pronto invece a fidarsi degli uomini, quelli veri come il Commissario Gordon. Quest’ultima evoluzione del personaggio, che si deve alla pubblicazione negli anni ’80 dei capolavori di Mil-

ler e Varley come The Dark Knight Returns (1986), al sequel Dk2 (2002) e soprattutto a Batman Year One (1986-1987), dove si riscrivono le origini del cavaliere oscuro così come il grande pubblico le ha conosciute in Batman Begins, il primo film di Nolan, per la sua potenza espressiva ha finito per ispirare tutta una generazione di autori e di lettori. Il “Batman Year Two” (1987) di Mike W. Barr, Alan Davis e Todd McFarlane, o le acclamate graphic novel di Jeph Loeb e Tim Sale Batman: The Long Halloween che il regista ha dichiarato di aver tenuto a mente più di ogni altra nella ste-

La creatura di Kane, Finger e Robinson, dal 1939 a oggi, è stata rivisitata in molteplici chiavi: la società muta e la sofisticazione raggiunta dal pubblico richiede ormai un continuo ricambio di eroi

sura dello script dei suoi film - e Batman: Dark Victory furono una naturale conseguenza di quella rivoluzione del personaggio, contribuendo in modo significativo alla sua affermazione e al successo che ancora oggi nelle librerie specializzate oltre che al cinema, Batman riscuote. E quest’ultimo Batman è il protagonista dei film di Nolan insieme alla sua nemesi, Joker, un personaggio che come in The Long Halloween e in Arkham Asylum, interpretato magistralmente da Heath Ledger, dismette i panni del pericoloso psicotico eccentrico con

una innata attitudine a delinquere per maturarsi in un viaggio terrificante dentro l’ossessione e la follia, con disegni criminali apocalittici tesi a smascherare l’ipocrisia dietro“la buona azione”, un criminale che non agisce più per denaro o potere, ma per una pura affermazione del caos e dell’anarchia sull’ordine e l’armonia. Batman, Harvey Dent l’incorruttibile procuratore distrettuale, il Commissario Gordon, Joker, sì anche Joker e il capomafia Carmine Falcone e tutto il mondo criminale sono sfaccettature del prisma caleidoscopico che è Gotham City, paradigma delle insicurezze che attanagliano la vita metropolitana contemporanea. Una Gotham City a dire il vero in questo film meno noir e curata, molto più metropoli consuetudina-

ria delle rappresentazione che siamo stati abituati ad osservare, come nello stesso primo film di Nolan o nel Batman di Tim Burton. La società cambia. La sofisticazione raggiunta dal pubblico richiede nuovi eroi, tratti dal passato ma credibili. Batman non è mai divertente. Il mandato che Bruce Wayne si autoconferisce è quello di portare il terrore nel cuore dei crimine e quello che ha fatto di Batman il character fumettistico di maggior successo ancora oggi a distanza di quasi 70 anni dalla sua nascita è stato senza dubbio il carisma, la potenza, il suo essere deduttivo, ma anche il suo essere viscerale e sotto un certo profilo l’erotismo che nella sua battaglia il personaggio comunica.

Batman non è un supereroe e nelle sue azioni ondeggia pericolosamente sul limite degli eroi negativi alla Philip Marlowe, è umano. Anche nella sua rabbia incontrollata è un uomo che titanicamente si erge guardiano di ferro dei nostri sogni e delle nostre speranze, il vendicatore notturno delle nostre ferite e delle nostre paure, a cui tanti lettori e spettatori piace ancora credere.


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cultura

Moriva l’11 agosto di cinquant’anni fa il grande scrittore italiano Enrico Pea. Stimato da Ezra Pound, ammirato da Ungaretti e Montale, oggi dimenticato dalla letteratura moderna per ”abuso di vero”

Il Mago della visione di Mario Bernardi Guardi arei senza dubbio curioso di sapere quanti versiliesi si ricordino ancora di uno dei grandi scrittori del periodo tra le due guerre, morto nel 1965, Enrico Pea. E se non lo scrittore, almeno il personaggio straordinario che era diventato il simbolo di quel pezzo d’Italia così famoso per altri motivi: i soggiorni estivi, il Carnevale e più in generale il luogo privilegiato delle vacanze dei fiorentini. Eppure Enrico Pea è stato oltre che quel grande narratore che i critici memori hanno ben impresso nella memoria, una sorta di demiurgo e di profeta, dotato di una straordinaria saggezza e di una profonda conoscenza del mondo».

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Così esordiva Carlo Bo in un articolo apparso su Gente tredici anni fa (Ritorna un grande dimenticato, 6-XI’95) ed aveva ragione: lo scrittore di Seravezza fa parte della schiera dei “grandi dimenticati” o quanto meno di quei protagonisti della vita letteraria (e non solo letteraria) del Novecento su cui, per le ragioni più varie, e in attesa di qualche provvida rilettura-riscoperta, si è sparso un velo di oblìo. Peraltro lo stesso Bo dimostrava di non fare bene i conti con la sua memoria: Pea, infatti, muore a Forte dei Marmi, l’11 agosto del 1958 (tra l’altro lo stesso Bo

si era occupato sulla Stampa della scomparsa dello scrittore nell’articolo Pea è morto a Forte dei Marmi, 12 agosto 1958). Proprio quell’11 agosto, Ezra Pound, da Merano, gli indirizzava una cartolina illustrata: «Allo scrittore E. Pea, presso Bar Roma, Forte dei Marmi (Viareggio)». Perdoniamo a Pound l’errore di aver collocato il Forte in provincia di Viareggio, anziché di Lucca (ma, c’è da scommetterci, ai viareggini questa svista va benissimo!) e leggiamo il breve messaggio: «Ez P. a E.P. Salutissimi». Seguivano «Cari saluti», firmati da Vanni (Scheiwiller) e da Mary e Boris de Rachewiltz (cfr. Il carteggio Pea-Pound. Nascita di un’amicizia intorno alla traduzione di ”Moscardino”, a cura di Barbara Patrizi, introduzione di Angela Guidotti, Maria Pacini Fazzi Editore, Fondazione Primo Conti Onlus, Lucca,

ma, era stato “liberato”proprio quell’anno. E, avendo ottenuto la restituzione del passaporto, era tornato in Italia e aveva raggiunto a Merano la figlia Mary, moglie dell’egittologo Boris de Rachewiltz e madre di due bambini, Patricia e Walter, che, al pari del genero, Pound vedeva per la prima volta.

Ora, il vecchio Ez doveva “ritrovare” tutti gli amici più cari, che erano anche le persone che ammirava di più e, tra questi, c’era Pea. Due anni prima l’editore Scheiwiller aveva fatto pubblicare in mille esemplari numerati, nella preziosa collana All’insegna del pesce d’oro, la traduzione del Moscardino fatta da Pound, che si era impegnato con tutte le sue forze per “restituire”in un inglese elaboratissimo la complessità, la vitalità, la ricchezza di una lingua italiana “speciale”per lessico e cifra stilistica. Ma Pound, che aveva ricordato l’amico anche nei Pisan Cantos (canto LXXX), non era stato certo il primo ammiratore-scopritore di Pea. Cinquant’anni prima, infatti, Enrico, ad Alessandria d’Egitto, aveva ricevuto significativi stimoli e consigli da un poeta di vent’anni, Giuseppe Ungaretti, che aveva intuito il valore dell’amico e la straordinaria originalità del suo mondo. Un territorio, va

Versiliano di Seravezza, forma la sua coscienza politica in gioventù grazie alla frequentazione dei “compagni” legati alla “Repubblica di Apua”, il sodalizio fondato dal poeta Roccatagliata Ceccardi 2007, p. 78). Già, Pea e Pound. Il poeta americano, internato nel 1946 nell’ospedale psichiatrico di Washington per le sue dichiarate simpatie fasciste, la sua adesione alla Rsi e i suoi ardenti discorsi mussoliniani trasmessi da Radio Ro-

vasto detto, quanto mai: perché se le radici sono nella Versilia “profonda” e, abbarbicate con amorosa furia all’animo di Pea, ne partoriscono linguaggio e poetica, non dobbiamo dimenticare l’istinto vagabondo del Seravezzino. Probabilmente questa “malattia” gliel’aveva “attaccata” il nonno materno, Luigi Gasperetti, un tipo inquieto che, negli anni dell’infanzia, fu maestro di vita e cultura per quel ragazzo orfano di padre e con la mamma che lavorava a servizio.

Addestrato ad afferrare la vita così com’è, Enrico si ingegna in mille modi per campare e nel 1898, insieme al fratello Gino, parte per l’Egitto, dove è assunto come operaio prima in fonderia e poi in un cantiere navale(numerosi dati per ricostruire le vicende biografiche dello scrittore si trovano, oltre che nel citato Carteggio Pea-Pound, in una bella pubblicazione che raccoglie anche le lettere e le cartoline dei suoi corrispondenti, dal 1909 al 1958: Caro Pea, introduzione e cura di Massimo Marsili, Maria Pacini Fazzi Editore, Fondazione Primo Conti Onlus, Lucca, 2004). Ma gli capitano un paio di incidenti e nel 1901 decide di dedicarsi al commer-

In alto Enrico Pea e i suoi principali estimatori Ezra Pound, Giuseppe Ungaretti e Eugenio Montale Qui sotto gli altri intellettuali che lo stimavano: Elio Vittorini, Piero Gobetti, Giuseppe Prezzolini, Giovanni Papini


cultura

cio di marmi e vino, nei locali della ”Baracca Rossa”, ove aveva sede anche una Università Popolare, frequentata da “sovversivi”. A suo perfetto agio tra anarchici, internazionalisti e spiriti liberi, Pea si fa una cultura acquistando libri sulle bancarelle. E comincia a formarsi una coscienza politica grazie alla frequentazione dei “compagni”legati alla “Repubblica di Apua”, il sodalizio fondato dal poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, che Enrico ha occasione di incontrare durante uno dei suoi frequenti ritorni in Italia. Il sovversivo versiliese, che nel 1901 si è sposato e ha tre figli (Valentina, Pia e Marx), è accolto con tutti gli onori nella congrega degli scomunicati col titolo di Sacerdote degli Scongiuri. Intanto, grazie a Ungaretti, conosciuto nel 1908, si avvicina alla Voce di Prezzolini e Papini. Ed entra anche in contatto con artisti e scrittori della cerchia di Giacomo Puccini.

De l r e st o, i l c om p os i t o r e

te” la terra d’origine, tra uno sfavillìo di colori accesi e violenti, dove dominano arcaici furori e c’è poco posto per l’intenerimento pietoso. Nel 1914, per i Quaderni della Voce esce Lo Spaventacchio, un libro per cui Ungaretti si è battuto, convinto com’è di trovarvi dentro la forza di un mago della visione, dell’invenzione e della lingua. Una specie di cantore epico, la cui religiosità «affonda nelle radici emotive del rapporto con Dio: la maledizione, il sacrilegio, la profanazione, la preghiera, lo scongiuro, la laude» (cfr: Introduzione a Caro Pea cit., p.15). Il nicciano (e papiniano, e, come Papini, ostile all’ebraismo) Ungaretti, ammiratore della “prima ora”, già nel gennaio del ’13 ha avuto parole di entusiasmo per il vaticinante eresiarca: «Hai dato liricamente questa temerarietà, togliersi di dentro la

9 agosto 2008 • pagina 21

Il ’22 è l’anno del capolavoro di Pea: Moscardino (Treves). Nel ’24, la Vallecchi pubblica Il Volto Santo. Tra il settembre e il dicembre del ’29, esce a puntate sulla rivista Pegaso, un altro romanzo, Il servitore del Diavolo. Un quarto libro, Magoometto, è edito da Garzanti nel ’42. Ed è Garzanti a raccogliere due anni dopo, sotto il titolo complessivo Il romanzo di Moscardino, le quattro opere di Pea. Poi riproposte - con l’esclusione di Magoometto - da Einaudi, nel 1979, a cura di Marcello Ciccuto e con la presentazione di Silvio Guarnieri. Ma per le edizioni prime di Pea, le vicende editoriali, le vittorie e le delusioni, la bibliografia, la contrastata fortuna critica, gli attuali tentativi di riscoperta-rilettura (non particolarmente baciati dal successo), rinviamo alle opere citate e a Il romanzo di Moscardino tra Pea e Pound (in AA.VV., Enrico Pea. Dalla Versilia ad Alessandria d’Egitto e ritorno, a cura di Sergio Pautasso, Marietti, 1999). Limitandoci ad osservare: come può essere “dimenticato” (tanto per dirne una: in quante delle antologie destinate ai licei compare un racconto o un brano di un romanzo di Pea? Noi non abbiamo mai avuto la ventura di vederne, ma siamo pronti a ricrederci) un autore che da tanti è stato definito «grande»? Pescando alla rinfusa tra decine e decine di convinti estimatori e lasciando da parte i nomi già citati, troviamo: Emilio Cecchi, Giovanni Boine, Piero Pancrazi, Piero Gobetti, Silvio d’Amico, Eugenio Montale, Enrico Falqui, Elio Vittorini, Giuseppe De Robertis, Arrigo Benedetti, Gianfranco Contini, Geno Pampaloni, Alfonso Gatto, Piero Bargellini, Giorgio Luti, Leone Piccioni, Gianfranco Contini, Francesco Flora, Manlio Cancogni, Luigi Baldacci… E ci fermiamo per non tediare il lettore.

Nel 1914 pubblica per i Quaderni della Voce ”Lo Spaventacchio”. Ma è nel ’22 che esce forse l’opera più significativa e la cui stampa viene sostenuta anche da Giacomo Puccini: ”Moscardino”

lucchese sarà tra gli estimatori di Pea e in seguito gli offrirà anche un bel sostegno amicale, favorendo la pubblicazione di Moscardino per le Edizioni Treves nel 1922 (si vedano in Caro Pea cit. le lettere indirizzate da Puccini allo scrittore, pp. 297298). Ma a “scoprire” Pea è indubbiamente Giuseppe Ungaretti,“egiziano”di terra lucchese e fierissimo del “suo”Serchio e di quegli antenati contadini che celebrerà nella poesia I fiumi. I due toscani fraternizzano immediatamente e Giuseppe che, nonostante la giovane età (ha poco più di vent’anni) «è consapevole dei temi che agitano l’allora panorama letterario ed editoriale italiano» ed ha un discreto tessuto di relazioni culturali (cfr. Caro Pea, cit., p.13), dà una mano ad Enrico per fargli trovare un editore. Nel 1910, per le Industrie Grafiche di Pescara, esce così Fole (copertina di Lorenzo Viani, altro geniale “sregolato”di Versilia, pittore e scrittore anarchico, in seguito convertito agli ideali nazionalpopolari della guerra, dell’interventismo e del fascismo mussoliniano): una raccolta di prose, precedute da poesie/epigrafi a mo’ di introduzione, in cui Pea racconta “miticamen-

religione, e il nostro sconvolgimento di noi che portiamo il marchio della ribellione (guarda Lucifero, guarda l’inferno, guarda il primo peccato d’Adamo e d’Eva, guarda antichissime convinzioni radicate in noi, guardaci cristianucci discepoli di ebrei, discendenti, progenie di ebrei» (Caro Pea cit., pp .318-319). Tuona lo Spaventacchio, tuonano i cannoni. Ungaretti combatte sul fronte del Carso e racconta la sua guerra nelle liriche “rivoluzionarie” del Porto sepolto; Pea, congedato per problemi alla vista, torna nella sua Versilia. Dove si occupa di teatro come organizzatore e impresario (nel ’21 diventerà gestore del Teatro Politeama di Viareggio, dove,nel ’24, sarà di scena anche la compagnia di Luigi Pirandello), rinnovando anche la tradizione dello spettacolo popolare toscano, con alcuni Maggi rappresentati nella pineta della “Versiliana”. Una villa di Marina di Pietrasanta, carica di echi dannunziani: gli amori con la Duse, il Vate ignudo che in notturna percorre la spiaggia in groppa a un cavallo bianco, l’ebbrezza solare, panica dell’Alcyone…

E allora? Come mai l’oblìo? Eppure Pea è accolto tra gli autori-innovatori dello scorso secolo. Infatti, come scrive Marcello Ciccuto, partecipa di quelle che sono le due linee principali dalla narrativa degli anni Venti: quella “ricostruttiva”, volta «a ricostruire su basi

nuove il vecchio modello del romanzo ottocentesco» e i cui referenti sono Pirandello e Svevo; e quella più “sperimentale”, che può essere ricondotta al duo Boine-Tozzi, «la linea vociana, se vogliamo chiamarla così, frammentaristica e di taglio impressionistico. Pea partecipa ad entrambe le tendenze, facendo propria una tensione tipicamente novecentesca, quella che sarebbe piaciuta ad Ezra Pound nel momento in cui si accostò a Moscardino. E’ una tensione che fa tutt’uno con il desiderio di conoscere di nuovo il mondo, di fare altre esperienze del mondo e della realtà; che spinge a misurarlo di nuovo, se si vuole, visto che ormai le vecchie misure positivistiche, ottocentesche, non funzionano più e non si può più farne conto» (cfr. Dalla Versilia ad Alessandria d’Egitto…, cit., p. 90 sgg).

Forse è proprio questa “tensione” di Pea - del Pea della“tetralogia”, soprattutto - a risultare oggi“indigesta”. E non casualmente usiamo questo termine. Perché la realtà allucinata del Seravezzino, è un “cibo”offerto al lettore. Un cibo arcano e arcaico: colori strani, odori insoliti, sapori aspri. “Mangi” con difficoltà questo mondo, dove la provocazione è reale, tangibile, dove tutto è carne esibita e sconvolta, il cuore batte all’impazzata, le linee d’ombra dell’anima, sull’anima, si accavallano sono peripli, labirinti, nodi intricati che non riesci a sciogliere. Per gli stomaci delicati della modernità, quelli dell’abitudine all’orrore massmediatico, dopo la morte delle ideologie per cui, comunque, si viveva, ci si batteva, si soffriva; per questi orfani dai colori stinti, Pea è insopportabile, imperdonabile per “abuso di vero”.Tutto, in quel che scrive, ha i tratti dell’oltranza, della dismisura: se porta in scena cose, le esaspera e le deforma; se si tratta di uomini e donne, di caratteri e di anime, par che tutto sia sottoposto all’assedio della follia. Quelle del Pea “moscardiniano”sono storie barbare, grondanti sangue e orrore, e con ben pochi spiragli di luce. Tuttavia questa barbarie ha un orribile gusto “umano”: nel “deforme” e nel “mostruoso” di Pea c’è, urlata, la nostalgia di Dio, della bellezza, della verità. Di una vita “forte”. Ed è di questa “enormità” che abbiamo paura.


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LA DOMANDA DEL GIORNO

Guarderete le Olimpiadi in tv o le «boicotterete»? GUARDERÒ LE OLIMPIADI ALLA TELEVISIONE MA NON IL GIORNO DI APERTURA E CHIUSURA

IL BOICOTTAGGIO NON SERVIREBBE A NULLA, LA CINA ORMAI È UN COLOSSO DEL COMMERCIO

Ieri è iniziata una delle edizioni maggiormente controverse delle Olimpiadi moderne. Io, e immagino come me anche moltissimi altri italiani, penso che lo sport non possa essere umiliato ed utilizzato a fini meramente politici ed economici, per questo auspicando comunque la partecipazione degli atleti italiani agli eventi sportivi, avrei evitato ogni contaminazione di carattere propagandistico, cominciando con il boicottare le manifestazioni di apertura e chiusura dell’evento. Oggi invece abbiamo visto che il governo italiano è stato ed è presente nonostante la fastidiosa eco delle inutili polemiche delle ultime settimane (ma soprattutto degli ultimi giorni). La mia posizione, che ho ampiamente e chiaramente espresso sul mio blog personale (che però non c’è bisogno di pubblicizzare) quindi eviterò di ribadirla troppo in questa sede. Faccio un’unica richiesta: se potete non accendete il televisore i giorni di apertura e chiusura delle Olimpiadi, sarà un modo concreto e civile per protestare contro la cupidigia di sponsor con le mani lorde di sangue e l’inettitudine e codardia dei cosidetti grandi della terra.

Ma quale boicottaggio! Non servirebbe proprio a niente. Intanto ci dovrebbe essere un comportamento generalizzato e già sappiamo che così non è, e poi anche se tutto l’Occidente decidesse di boicottare le Olimpiadi, se anche solo qualche nazione non si sintonizzasse alla tv sul canale delle Olimpiadi, la Cina non desisterebbe mai dal perseguire i poveri tibetani. Tanto è cosciente di costituire il più grande mercato del mondo e che tutti i Paesi contestatori, il giorno successivo alla chiusura dei giochi, tornerebbero a blandire i despoti cinesi, ad inchinarsi insomma di fronte al denaro. Sarebbe molto meglio partecipare ai giochi, guardarli anche in televisione, ma casomai non concludere affari commerciali con la Cina. Pura chimera. Non è solo l’Italia ad avere politici alla Ponzio Pilato, ce ne sono in tutti i Paesi del Mondo.

Alfredo Bellini - Firenze

LA DOMANDA DI DOMANI

Secondo voi lo Stato deve finanziare la produzione di film?

Rispondete con una email a lettere@liberal.it

Camillo Lorenzin - Padova

SPEGNERÒ LA TV PER TUTTA LA DURATA DEI GIOCHI, TENGO A DARE ANCHE IL MIO PICCOLO CONTRIBUTO La comunità internazionale non può restare in silenzio di fronte alla politica repressiva portata avanti dalla Cina, addirittura ”premiata”con l’assegnazione delle Olimpiadi 2008. Tutti avevano chiesto al governo di Pechino di impegnarsi affinché venissero rispettati i diritti umani fondamentali, eppure oggi assistiamo a scene che non vorremmo mai vedere. Noi cittadini d’Occidente avevamo la speranza che presto potesse scemare la linea dell’oppressione. Ma così non è stato. E sappiamo che finché nessuno farà davvero qualcosa di eclatante, non cambierà mai nulla e il popolo tibetano continuerà a essere oppresso dal colosso cinese. La comunità internazionale tutta, semplici cittadini ma anche politici ed esponenti degli enti e delle istituzioni di ogni ordine e grado, dovrà (dovremo) dare quel segnale forte che ci è stato giustamente chiesto dal ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Come ad esempio proprio quello, quanto meno, di non guardare i Giochi alla tv.

AUGURI AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE DELLA BASILICATA DE FRANCHI Il coordinatore regionale della Basilicata dei Circoli Liberal, Gianluigi Laguardia, esprime compiacimento e soddisfazione per la elezione di Prospero De Franchi (Fdc) a presidente dell’assemblea regionale di Basilicata e per la riconferma di Agatino Mancusi (Udc) a segretario dell’Ufficio di Presidenza. Nel rivolgere gli auguri di buon lavoro al presidente De Franchi, da sempre impegnato in politica e nel sociale per sostenere e difendere le questioni al centro del dibattito politico-istituzionale e a tutti gli altri consiglieri eletti in seno al massimo organismo consiliare, il coordinatore Laguardia auspica inoltre «il rilancio della massima Istituzione lucana con un’accelerata sulle tante questioni e vertenze irrisolte che frenano lo sviluppo del territorio e delle nostre piccole comunità, ponendo al centro delle priorità la riforma dello Statuto in un rinnovato contesto che veda sempre più rinsaldare il rapporto tra cittadini e Istituzio-

SPORT PER FANNULLONI Tra gli «sport» più pazzi del mondo, quello di Olten, in Svizzera, dove ogni anno si corre a tutta velocità con le sedie da ufficio, percorrendo una discesa di oltre 200 metri. Gli «atleti»? In genere non solo svizzeri, ma anche francesi e tedeschi

PERCHÉ VIETARE I ”BEER PONG”? Troppo alcol tra i giovani, crociata negli Usa contro il beer pong. La gara consiste nel far centro in un bicchiere pieno di birra con una pallina da tennistavolo: chi perde beve. Insomma, si tratta proprio, in tutto e per tutto, delle nostre tipiche ”indianate” della gioventù. Lo abbiamo fatto tutti. Chi non è cresciuto con questi giochi da ragazzo? Eppure la puritanissima America li mette al bando. Così come lancia campagne contro le sigarette. Però, ricordiamo, si può sempre comprare armi come e quanto si vuole. Chi li capirà mai gli Stati Uniti?

Andrea Orsini - Parma

35 ORE ADIEU Le nostre emozioni sono così forti che ci viene da piangere senza sapere perché. Dopo la

dai circoli liberal Giuseppina Viola - Lecce

ni». «Il segnale positivo emerso nel corso della seduta di ieri - aggiunge Laguardia con una votazione serena e unanime, tra le forze politiche della maggioranza e quelle della opposizione, può rappresentare l’inizio per una nuova stagione che miri al rilancio della Politica per continuare ad affrontare unitariamente in maniera seria e costruttiva i tanti problemi che assillano la vita quotidiana dei lucani». «La elezione di De Franchi, sostenuta lealmente e correttamente dal capogruppo Carelli e da tutti gli altri consiglieri della Fdc (Fierro, Mollica e Mastrosimone) - aggiunge Laguardia - è anche il giusto riconoscimento per quanti hanno deciso di intraprendere e di guardare con fiducia alla Costituente di Centro, che in Basilicata, più facilmente rispetto ad altre realtà, può essere un serio e vincente laboratorio politico e per questo i Circoli Liberal, continueranno ad adoperarsi per unire e riaggregare le tante esperienze ed intelligenze di cattolici e moderati rimasti in questi anni ai margini della politica e

parentesi di Cannes, oltralpe si ritorna coi piedi per terra e alla dura realtà. Che tutti si rimbocchino le maniche. La Francia dice addio alle 35 ore lavorative settimanali in quanto non funzionano proprio per nulla. Non portano piena occupazione, efficienza e produttività. Ma neanche ricchezza, benessere e felicità. Fine di un altro sogno della gauche. Sogni ormai caduchi come mostre novembrine. C’è un problema: chi avrà la forza di dirlo a Walter Veltroni, a Francesco Rutelli, a Fausto Bertinotti, a Oliviero Diliberto, a Nicky Vendola e a Grazia Francescato? Chi avrà il coraggio di mettere alle corde la disastrata sinistra nostrana? Grato dell’attenzione. Distinti saluti.

Pierpaolo Vezzani Correggio (Re)

delle Istituzioni». Intanto anche il coordinatore nazionale dei Circoli Liberal, l’onorevole Angelo Sanza, subito dopo aver appreso la notizia della elezione del nuovo Presidente della massima assise regionale, ha telefonato a De Franchi per complimentarsi per il prestigioso incarico assunto e per rinnovargli la stima e l’amicizia riconoscendogli il generoso impegno profuso da sempre in favore della comunità lucana. COORDINAMENTO REGIONALE DELLA BASILICATA

ATTIVAZIONI Il coordinamento regionale della Campania ha attivato un numero verde per aderire ai circoli liberal del territorio 800.91.05.29


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog Caro Peppino, non ti voglio bene come allora Caro Peppino, ti pare che dopo quanto è accaduto fra me e te, dopo anni di veleno amarissimo, un semplice colpo di spugna può cancellare dal mio animo l’offesa e il risentimento? Tu dici: «Siamo fratelli». Certo. E chi più di me ha saputo affrontare e comprendere questo sentimento? L’amore fraterno è sentimento da asilo infantile, credi a me. Fratelli si diventa dopo di avere guardato nell’animo di una persona come in uno specchio di acqua limpida... Scusami, ma io guardando nel tuo animo, il fondo non lo scorgo. Io voglio tenderti la mano; ma con un chiarimento esauriente, onesto, sincero. Se tu mi vuoi bene come ai primi tempi della nostra miseria, vuol dire che nulla puoi rimproverarmi, mentre io, e questo è il mio più grande dolore, non ti voglio bene come allora: ti temo. Scusami se ti ho parlato così, ma è la maniera migliore per far diventare uomini due fratelli, e fratelli due uomini. Eduardo De Filippo al fratello Peppino

EVITARE SPRECHI PER GARANTIRE UNA EFFETTIVA SCOLARIZZAZIONE Qualche giorno fa in sede di consiglio del XX Municipio è stata approvata all’unanimità una risoluzione per chiedere maggiori controlli e funzionalità sulle politiche di scolarizzazione dei bambini rom e che recepisce quanto l’Assessorato alle Politiche Educative Scolastiche del comune di Roma sta portando avanti in merito. L’intento è quello di sviluppare un reale processo di scolarizzazione, invertendo il trend negativo portato avanti dall’amministrazione precedente, così come di ottimizzare le spese per fornire servizi adeguati, compreso il servizio trasporto per cui fino ad oggi si sono spesi fondi senza che risultasse utile. Occorrono, infatti, interventi volti a ridurre gli sprechi e maggiori controlli che non hanno fini discriminanti, ma che intendono garantire un’effettiva scolarizzazione. La volontà è, dunque, quella di lavorare per l’ottimizzazione dei servizi anziché continuare a fornire attività fini a se stesse. Ricordiamo che l’Assessore ha avviato la collaborazione diretta con i Municipi così come ha attivato e finanziato con 50 mila eu-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

9 agosto 1776 Nasce Amedeo Avogadro, fisico e chimico italiano 1892 Thomas Edison ottiene il brevetto per il telegrafo bidirezionale 1902 Edoardo VII viene incoronato re del Regno Unito 1920 Nasce Enzo Biagi, giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano 1930 Betty Boop debutta nel cartone animato Dizzy Dishes 1945 Seconda guerra mondiale, bombardamento atomico di Nagasaki: Una bomba atomica chiamata in codice Fat Man viene sganciata dal B-29 statunitense sulla città di Nagasaki in Giappone, alle 11:02 di mattina (ora locale) 1962 Muore Hermann Hesse, scrittore, poeta e pittore tedesco 1979 Vasco Rossi al ”Bussola Domani” di Viareggio canta per la prima volta la canzone ”Alba chiara”

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Giancristiano Desiderio,

ro il monitoraggio per conoscere l’effettiva frequenza dei bambini rom. Bene, avanti così. Cordialmente ringrazio, a presto.

il meglio di

Lella Conte - Roma

ESERCITO E VIGILI ARMATI? LI VUOLE LA MAGGIORANZA Scrive la Oppo sull’Unità: «Abbiamo soldati che perlustrano le strade delle città e vigili con le pistole, perché con le armi si risolve tutto, secondo i criteri comunicativi più avanzati della nostra destra più arretrata». A questa giornalista andrebbe cortesemente chiesto se l’alternativa dovrebbe forse essere il suo pensiero sull’argomento? Con tutto il rispetto verso una donna, una giornalista ed un’avversaria politica, dalle idee un po’ comuniste, sarebbe il caso di spiegarLe anche che, nell’ipotesi vi siano due idee da scegliere, in democrazia ”purtroppo” per chi non ha dimestichezza storica sul termine, si prende quella della maggioranza: potrebbe essere certo la peggiore, ma meglio che l’altra se, oltre che peggiore, è anche voluta dalla minoranza. Ergo, dopo decenni di errori sinistri, fate ri-sbagliare di nuovo noi della destra, ogni tanto! Grazie!

L. C. Guerrieri - Teramo

PUNTURE Per salvare la campagna “Salva l’Italia”, nel Pd hanno deciso che ogni firmatario può firmare tre volte.

Giancristiano Desiderio

L’arte ha bisogno di solitudine, miseria o passione. E’ un fiore di roccia che vuole vento aspro e terreno rude ALEXANDRE DUMAS

Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Rossella Fabiani, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

OLIMPIADI: IN ITALIA PREVALE L’IPOCRISIA Il presidente americano Bush ha deciso di recarsi all’inaugurazione dei Giochi olimpici di Pechino, ma ha approfittato dell’occasione, per mettere al centro della sua visita i diritti umani e la libertà religiosa. In un discorso a Bangkok, in Thailandia, ha espresso «profonda preoccupazione» per lo stato dei diritti umani in Cina. Gli Stati uniti «ritengono che il popolo cinese meriti le libertà fondamentali che rappresentano il diritto naturale di ogni essere umano», ha detto. Per questo, «si oppongono fermamente alla detenzione in Cina di dissidenti politici, sostenitori dei diritti umani e attivisti religiosi. Parliamo a favore di una stampa libera, libertà di riunione e diritti del lavoro non per opporci alla leadership cinese ma perché concedere maggiori libertà al popolo è l’unica strada per lo sviluppo del pieno potenziale della Cina... Quando premiamo per una maggiore apertura e giustizia non vogliamo imporre le nostre convinzioni, ma permettere ai cinesi di esprimere le loro. I giovani che crescono con la libertà di scambiare beni, alla fine chiederanno anche di scambiare le idee, specialmente su un internet senza restrizioni». Un concetto forte quello della «ferma opposizione» alle violazioni dei diritti umani, che ha subito incontrato la dura replica di Pechino. (...) Un altro messaggio forte lanciato da Bush dalla Thailandia è diretto al popolo birmano e ai dissidenti: «Insieme cerchiamo una fine alla tirannia in Birmania. Questa nobile causa ha molti campioni, e io sono sposato a una di loro», ha detto riferendosi alla moglie Laura. Anche il presidente francese Sarkozy ha

voluto caratterizzare la sua visita-lampo in Cina per l’inaugurazione dei Giochi, come presidente di turno dell’Ue, per i diritti umani. Ha infatti trasmesso a Pechino, a nome dell’Ue, una lista di detenuti politici cinesi e di attivisti per i diritti umani, annunciando inoltre che incontrerà il Dalai Lama entro la fine del 2008. Dalle nostre parti, invece, assistiamo a comportamenti dilettanteschi e un po’ patetici. Mentre Frattini ripete ogni giorno che i Giochi non devono essere «politicizzati» perché «lo sport è sport», Bush e Sarkozy hanno proprio voluto politicizzare la loro presenza a Pechino per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. (...) Visto che il governo italiano ha scelto di prendere parte alla cerimonia inaugurale, e che l’Italia sarà rappresentata dal suo ministro degli Esteri, suona ipocrita che ora qualche esponente di quel governo e della sua maggioranza tenti di lavarsi la coscienza chiedendo agli atleti quei gesti morali e politici che la politica non ha saputo né voluto compiere e che a questo punto dovrebbero evidentemente restare alla libera coscienza del singolo. (...) Piccoli gesti preziosi da parte degli atleti (forse non dagli italiani) ci saranno, ne siamo certi. Già se ne vedono. In 127, di cui 40 olimpionici, hanno inviato una lettera al presidente cinese Hu Jintao nella quale chiedono di trovare una soluzione pacifica alla questione tibetana e di garantire i diritti umani. Gli Stati Uniti hanno scelto il figlio di un rifugiato sudanese per la cerimonia apertura. La tedesca Imke Duplitzer vuole gareggiare ma non parteciperà alla festa d’inaugurazione.

Jim Momo jimmomo.blogspot.com

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PAGINAVENTIQUATTRO Il candidato nero e gli afro-americani, un’alleanza al tramonto?

Le amicizie difficili di di Alfonso Piscitelli egli stessi giorni in cui i sondaggi azzerano il massiccio vantaggio che fino ad ora Obama vantava su Mc Cain, una piccola doccia fredda cade sulla testa del candidato afro-americano. Il reverendo Jesse Jackson in una conversazione privata intercettata dal classico microfono malandrino ha criticato duramente Obama accusandolo di «guardare i neri dall’alto in basso», tralasciando ogni riferimento alle questioni più importanti per il suo elettorato di origine: il problema della disoccupazione, dei mutui, della presenza di afro-americani in carcere. «Vorrei tagliargli le…» ha concluso in maniera colorita il reverendo nero, che successivamente si è scusato per il suo raptus da castrazione. Decisamente Obama non ha fortuna con i reverendi. Un suo tradizionale sponsor, il reverendo Wright di Chicago, a causa dei continui riferimenti antisemiti e anti-patriottici contenuti nei suoi sermoni, alla fine era diventato una palla al piede per la volata del candidato democratico.

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In realtà in questi giorni Obama sta scontando i problemi che ogni politico di colore è costretto ad affrontare: l’equilibrio tra il consenso di una base spesso animata da passioni sanguigne e l’esigenza di moderazione, di «conquista del centro», che anche negli Stati Uniti è esigenza fondamentale di ogni elezione. La politica americana si tinge di forti coloriture religiose. È il paradosso di un paese che per garantire la convivenza tra diversi gruppi ha affermato con rigore la laicità nei palazzi istituzionali, ma nello stesso tempo non dimentica di essere sbarcato dalla nave dei pii pellegrini del Mayflower. Anche nella ascesa sociale degli afro-americani i “reverendi” o i leader che mescolavano politica e religione hanno svolto un ruolo fondamentale. Nel bene e nel male. Negli anni Sessanta le simpatie dei neri si ripartivano (non equamente, a dire il vero) tra Martin Luther King e Malcom X. Il primo, di gran lunga più popolare, basava sul Vangelo la sua richiesta di uguaglianza e la speranza di integrazione tra uomini dal diverso colore di pelle. Al contrario Malcom X invitava gli afro-americani ad abbracciare l’Islam per affermare i propri diritti. Anche se Spike Lee nel film molto edulcorato con cui celebra il leader delle Pantere nere sorvola su questo aspetto, Malcom era un razzista dichiarato. La dottrina religiosa appresa in carcere dal santone Elijah vedeva nella razza nera l’umanità originaria, dotata degli attributi della purezza, della forza, della bontà. Il bianco, con la sua intrinseca astuzia e malvagità, sarebbe stato il frutto di una sorta di esperimento demoniaco. L’Islam e i suoi antecedenti storici (ebraismo mosaico e cristianesimo) vengono reinterpretati in chiave razziale: Gesù in par-

ticolare sarebbe stato un grande profeta nero e Maometto il fondatore di una religione che si rivolgeva ai neri in uno spirito di uguaglianza. In questa rivisitazione sfugge il dato storico che i primi mercanti di schiavi africani furono proprio gli arabi del periodo delle grandi conquiste e che il successivo afflusso di schiavi tra le due sponde dell’Atlantico fu in gran parte un affare tra acquirenti bianchi-cristiani e venditori islamici d’Africa. Essere islamici a Times Square, abbracciare il più rigido monoteismo dei deserti nella America-Babilonia potrà sembrare una stravaganza. Ma il filo nero dell’Islam afro-americano non finisce con la morte violenta di Malcom X.

OBAMA

Nel 1995 un altro leader politico-religioso Louis Farrackan a capo della Nation of Islam organizza la marcia di un milione di uomini su Washington. Tutti musulmani maschi. Donne rigorosamente a casa. Dal palco degli oratori si alzano forti accenti anti-ebraici. Nel mondo dello sport e dello spettacolo, l’Islam ha potuto contare su convertiti illustri. Il primo è più importante fu Cassius Clay, il pugile che disertò la guerra del Vietnam e cambiò nome in Mohammed Ali. L’ultimo è il più grottesco pa-

dosi ai successi del marito nelle primarie democratiche ha dichiarato «per la prima volta oggi mi sento patriottica». Dichiarazione improvvida per una aspirante first lady. Non dimentichiamo però che vi è una fetta significativa di popolazione afro-americana per la quale l’integrazione sociale è un dato di fatto. Curiosamente fino ad oggi è stato il partito repubblicano a portare ai massimi livelli istituzionali la presenza di uomini di colore. Nel giro di pochi anni Bush junior ha portato senza alcun problema Colin Powell, il generale nero, e Condoleeza Rice ai massimi livelli della Casa Bianca. E, in confronto a Condy, Obama è quasi un viso pallido… Negli anni Novanta il partito democratico di Clinton esasperava il sistema delle quote (attribuzione automatica di posti alle etnie), fatalmente suscitava malumori e istituzionalizzava il linguaggio del politically correct, ultima incarnazione dell’ipocrisia puritana, in base alla quale veniva bandita dalle scuole la favola del brutto anatroccolo (…nero) per non offendere i bambini afro-americani. Al contrario, il partito repubblicano ha puntato sulla valorizzazione delle individualità. Un criterio più congeniale allo spirito americano. Ora Obama cerca di arrivare a un gradino più alto di quello raggiunto da Powell e dalla Rice. Per far questo deve essere in grado di proporsi come “individuo” in grado di risolvere i problemi scottanti del presente, più che come rappresentante di una identità e di una appartenenza che talvolta possono anche risultare imbarazzanti (vedi le infuocate platee che applaudono i sermoni anti-americani del reverendo Wright).

Il leader democratico di fronte al classico bivio di ogni politico di colore, dare spazio al radicalismo della base o virare verso il centro? re sia Michael Jackson, che dopo gli ultimi rovesci finanziari e di immagine ha compiuto viaggi in paesi islamici (i più lussuosi) e ha accennato a un cambiamento di fede e di nome in “Jacko X”. Dopo l’11 settembre la seduzione islamica acquista un’altra valenza: molti afroamericani che vivono ai margini della società possono facilmente essere sedotti da una versione molto semplificata e politicizzata dell’Islam, che cavalca la contestazione alla “finanza ebraica”e alle “menzogne del patriottismo”. In certi ambienti neri il senso di appartenenza alla nazione americana – generalmente così forte – viene messo in discussione. Per questo motivo hanno suscitato scalpore le dichiarazioni di Michelle, la moglie di Obama: riferen-


2008_08_09