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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

Troppo confusa la resa dei conti nel Partito Democratico

e di h c a n o cr

Tutti contro Veltroni! Ma per i pregi o per gli errori?

di Ferdinando Adornato

LA GUERRA POLITICA-GIUSTIZIA Berlusconi rompe la tregua favorita dal Quirinale e torna all’attacco dei magistrati, prendendosi i fischi della Confesercenti. Non sarebbe il momento che il premier si decidesse a seguire l’equilibrio di Napolitano?

di Renzo Foa mmaginiamo un anno completamente diverso. Davanti al crollo verticale della credibilità di Romano Prodi e al fallimento storico del centro sinistra, così come si è configurato dal 1994 in poi, ipotizziamo che Valter Veltroni fosse rimasto del tutto insensibile alle sollecitazioni di D’Alema, di Marini, di Rutelli, di Fassino, e di tutti coloro che gli chiedevano di gestire una sicura sconfitta elettorale. L’uomo avrebbe potuto tranquillamente dire di no, restare in Campidoglio, avere un triennio politico più tranquillo aspettando magari tempi migliori. Andò invece al Lingotto, pronunciò un discorso in cui introdusse argomenti innovativi, estranei alla storia di una sinistra immersa nel coma della propria tradizione; e non si sottrasse ad una responsabilità. Senza Veltroni, nessuno è in grado di dire con quale leader il Partito Democratico sarebbe andato alle elezioni: tutti i potenziali candidati comunque apparivano nettamente perdenti. E la sconfitta sarebbe stata peggiore di quella che poi si è verificata perché molto probabilmente il Pd si sarebbe presentato con il suo solito volto e le sue solite alleanze, compresa la sinistra antagonista. Forse Bertinotti sarebbe entrato in Parlamento, forse ci sarebbe stata qualche sigla in più a Montecitorio e a Palazzo Madama, ma i Democratici non avrebbero rappresentato quel tentativo di novità che è soltanto in parte riuscito, restando però un fatto importante.

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Silvio, ora ascoltalo alle pagine 2 e 3

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Ungheria: crollo della popolazione

La Camera approva la manovra

Come le banche stritolano i clienti

Il decreto fiscale non serve alle famiglie

I dadi truccati della grande finanza

di Gian Luca Galletti

di Giancarlo Galli

di Riccardo Paradisi

di Raffaele Cazzola Hoffman

Il buon governante è colui che fa cose che piacciono alla gente o quello che adotta misure anche spiacevoli ma utili? Nessuno può dichiararsi contrario all’abolizione di una tassa.

Da quasi un anno, con rarissime eccezioni in qualche paese emergente, le Borse mondiali sono in caduta libera. Mediamente siamo ai livelli di un lustro fa, prossimi a quelli del post 11 settembre 2001.

Doveva essere la giornata del via libera alla nomina di Leoluca Orlando alla presidenza della commissione di vigilanza Rai. Invece ieri è arrivata la terza fumata nera. Nerissima stavolta.

Se l’attuale andamento demografico non andrà in controtendenza, la popolazione ungherese potrebbe scendere al di sotto dei 10 milioni nei prossimi mesi. Un trend preoccupante per tutta l’Europa.

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GIOVEDÌ 26

GIUGNO

Il Pdl congela la nomina di Orlando. Cda: fumata nera

Rai, siamo alla paralisi. È ora di privatizzare?

2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

NUMERO

119 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Europa, emergenza demografica

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Fischi dalla platea di Confesercenti. Napolitano chiede inutilmente «misura e moderazione»

Silvio rompe la tregua: ignora il Colle e incassa la bocciatura del Csm di Errico Novi

Né blocco dei processi né lodo Schifani, meglio l’immunità di Bruxelles

Una soluzione semplice: facciamo come in Europa di Giancristiano Desiderio ista la pesantezza dell’aria che tira, meglio iniziare con leggerezza e ironia. Ciò che accade in Italia sembra essere detto nel titolo dell’ultimo libro di Emanuele Severino:“La tendenza fondamentale del nostro tempo”(riedito da Adelphi). Cambiano i governi e si alternano le opposizioni, ma il movimento in atto, segreto e palese allo stesso tempo, è sempre il medesimo: lo scontro politico tra Berlusconi e la sinistra che, con il contributo non irrilevante di giudici ed ex pubblici ministeri, diventa scontro istituzionale. Siamo in questa situazione indecente da quindici anni e non si vede una “uscita di sicurezza” che, invece, se solo si volesse uscire per davvero a “riveder le stelle” c’è, eccome. Si chiama Europa. La legislatura era iniziata in maniera mielosa, ma così mielosa che tutto quella melassa faceva venire il voltastomaco. Era tutto un elogio del dialogo. Ma al primo serio intoppo il dialogo “falso e bugiardo”è diventato prima litigio, poi lotta politica e ora c’è il rischio concreto di uno scontro istituzionale che toccherebbe persino il Colle più alto di Roma. Il nodo da sciogliere è, come si sa, il “caso Mills”il cui processo coinvolge direttamente il presidente del Consiglio. È veramente solo un problema del cittadino Silvio Berlusconi? Se si ritiene di sì, allora, non c’è altro da fare: opposizione su tutta la linea.Tuttavia, neanche Veltroni pensa che il capo del governo sia ossessionato dai giudici e, piuttosto, anch’egli sa che sono piuttosto la “magistratura democratica” e una “sinistra giudicante”ad esseri ossessionati da Berlusconi. La lotta politica deve trovare, dunque, un compromesso. Se il dialogo di ieri aveva un senso, è oggi che questo senso si deve palesare. Ieri non serviva a nulla, oggi serve al Paese. Ma il compromesso si fa in due. La strada sulla quale si è incamminato il governo è rischiosa per tutti, anche per l’esecutivo. Si possono bloccare migliaia di processi, con la scusa che si occupano di reati minori, per dare priorità ai reati più gravi sulla sicurezza ma far ricadere nella pentola dei reati minori anche il processo che riguarda il capo del governo? E si può annunciare lo stesso giorno del sì del Senato al decreto sicurezza che il “lodo Schifani”, riveduto e corretto, è pronto per essere messo in pista in Parlamento? Il presidente del Consiglio salverebbe se stesso, ma a quel punto la legislatura, i rapporti con le altre istituzioni e con lo stesso Quirinale sarebbero compromessi. Allora, non è meglio quello che si può chiamare il “compromesso europeo”? Se si adottasse il modello di immunità dell’Europarlamento si potrebbe sciogliere il nodo del “caso Mills”senza far ricorso all’immunità totale e senza bloccare i processi. Il Parlamento europeo prevede che l’Aula si possa esprimere sulla sospensione temporale di un processo e contempla anche la possibilità del “fumus persecutionis”. Insomma, nulla di nuovo sotto al sole, l’Europa ci offre una buona “uscita di sicurezza”. Sempre che si voglia recuperare un dialogo per superare “la tendenza fondamentale del nostro tempo”.

V

ROMA. Ci voleva proprio una scena come quella di ieri, per rendere l’idea. Silvio Berlusconi da solo sul palco, che si rivolge a una platea affollata. Non un uditorio qualsiasi ma uno di quelli segnati da un’antropologica affinità con il Cavaliere: l’assemblea di Confesercenti. Il discorso parte bene, offre suggestioni gradite al pubblico, come il rapporto tra imprenditore e dipendenti. Poi all’improvviso Silvio parla di avvocati, e dei soldi che ha impegnato in questi anni per farsi difendere dagli «attacchi folli e infondati di alcuni magistrati politicizzati che sono la metastasi della nostra democrazia: finora ho dovuto sostenere spese per 174 milioni». È a questo punto che i delegati di Confesercenti non ci stanno più. E fanno partire le bordate. È quando il premier la mette sul personale che perdono la testa. Come se ritenessero inaccettabile che le vicende giudiziarie di un uomo di Stato possano finire al centro dell’agenda politica. E mettere in ombra tutto il resto, i problemi della categoria, l’affanno di un Paese che s’inde-

bita per gestire le spese quotidiane.

È tutta qui la scissione profonda tra Berlusconi e gli altri, che si tratti del presidente della Repubblica, dell’opposizione, del Csm o appunto dei commercianti. Serve a poco notare che Confesercenti decisamente non è una sigla vicina al centrodestra. Un anno fa toccò a Romano Prodi essere travolto da urla, fischi e ululati di disapprovazione analoghi a quelli di

«Certe toghe sono la metastasi della democrazia», dice il premier. Napolitano aveva appena definito «deleterio» lo scontro sulla giustizia. Il lodo bis sarà un disegno di legge e non un decreto ieri. L’associazione era la stessa, il suo presidente era lo stesso a cui ieri Silvio ha fatto i complimenti all’inizio dell’intervento, Marco Venturi. Il punto è che i fatti privati, le battaglie giudiziarie da cui Berlusconi è di nuovo preso, non sono più percepiti come un’emergenza. Lo dicono i sondaggi di Renato Mannheimer che mettono la giustizia in fondo alla classifica delle preoccupazioni. Eppure il presidente del Consiglio non ha intenzione di fermarsi. Evita solo di presentare il ”lodo Schifanibis”sotto forma di decreto. «Sarà un disegno di legge e contiamo che la discussione in Parlamento inizi già a luglio», dice il ministro Elio Vito. Non può bastare a Giorgio Napolitano, che ieri mattina davanti al Consiglio nazionale forense ha chiesto «misura e moderazione», ha pregato tutti i soggetti interessati a una riforma della giustizia di «evitare una deleteria contrapposizio-

ne». Non ha avuto neanche il tempo di finire la frase e gli sono arrivati i report sulla furiosa requisitoria del premier all’auditorium della Capitale. Napolitano aveva anche detto che la sua è una semplice «moral suasion», anzi un «messaggio nella bottiglia» affidato alla speranza che tutti ne tengano conto. Non si aspettava di vedere confermati i suoi dubbi nel giro di pochi minuti.

È uno scontro in campo aperto. Il Colle non è certo l’unica controparte.Anche se ieri Napolitano ha inviato un altro, doppio segnale: una lettera ai presidenti delle Camere in cui paventa il rischio di «un ingorgo nell’attività del Parlamento» per l’elevato numero di decreti legge in attesa di conversione, missiva che si somma alla nota di che accompagna il decreto sulla manovra economica: la «riduzione rispetto ai tempi che la sessione di bilancio in genere garantisce è notevole», osserva il Capo dello Stato. Ma appunto, prima ancora del Quirinale, sulla barricata opposta a quella eretta dal Cavaliere c’è tutta la magistratura in blocco: a rappresentare l’irriducibilità del conflitto arriva nel pomeriggio la bozza di parere del Csm sugli emendamenti blocca processi: «Sono incostituzionali», suggeriscono i relatori Livio Pepino e Fabio Roia alla Sesta commissione, «violano il principio della ragionevole durata e i diritti dell’imputato», dunque l’articolo 111 della Carta. Tutto previsto, ma in una giornata del genere il giudizio suona come la risposta alle cannonate che arrivano dall’altra parte, a quel passaggio di Berlusconi sulle toghe che lo vorrebbero in manette, con i polsi bene in vista a mimare le manette.

Nel campo di battaglia si leva anche il fumo dell’artiglieria approntata dall’opposizione. Walter Veltroni osserva sadico che il governo su alcuni temi «ha molta fretta», e che è stata la maggioranza a bandire il dialogo. I dipietristi parlano di Berlusconi come di un uomo prigioniero «dell’odio e del terrore». A questo punto non c’è


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Controcanto. La riforma più urgente è ottenere che ogni istituzione agisca con buon senso Silvio Berlusconi ha preso la parola ieri mattina all’assemblea di Confesercenti. La reazione indispettita della sala c’è stata quando il premier ha ricordato le spese finora sostenute dagli avvocati, 174 milioni di euro. Il Cavaliere ha anche associato il Pd veltroniano ai dipietristi: «Con un’opposizione giustizialista che si rifiuta di capire non c’è più possibilità di dialogo»

Ma ormai la magistratura è un potere fuori controllo di Giuseppe Gargani intervento del vice presidente del Csm, Nicola Mancino, ha contribuito ad aggravare il contrasto tra la magistratura e il governo perché è risultato chiaro che oltre all’Associazione Nazionale dei Magistrati anche il Csm pretende di contestare o impedire di legiferare. L’Associazione è struttura sindacale interna alla magistratura che in qualche modo può criticare e protestare ma il Csm che è organo previsto dalla Costituzione deve esercitare le sue funzioni stabilite dalla stessa Costituzione. Orbene la norma proposta dal governo sul rinvio della trattazione di alcuni processi non può essere considerata anticostituzionale da un organo come il Csm che ha altri poteri e non deve appesantire il suo lavoro attribuendosi funzioni “politiche” che non ha. È da tempo che denunciamo questa prassi e questo comportamento del Consiglio Superiore che interviene in forma anomala come il vertice organizzativo e funzionale della magistratura.Vale la pena ricordare che l’architettura della nostra Carta fondamentale risponde, nel suo complesso, a una regola di equilibrio: a ogni esercizio di potere corrisponde una responsabilità controllata e controllabile da un altro potere: è un principio costitutivo della democrazia in uno Stato moderno. Ogni istituzione è responsabile del potere che esercita. Ma questo principio, nei fatti, non vale per il potere esercitato dalla magistratura. Se rileggiamo gli atti dell’Assemblea Costituente ci accorgiamo che molti, allora, si erano resi conto che si stava delineando un sistema che sottraeva la magistratura all’unità istituzionale, che la Costituzione non definiva nessun contrappeso all’autonomia della magistratura, destinata così a diventare, da “ordine”, un «potere» dello Stato, e naturalmente un potere incontrollato e incontrollabile. Da questa analisi deriva che la prima riforma da fare oggi è ottenere che ogni istituzione eserciti con buon senso le proprie funzioni e non debordi, perché questo crea un disordine istituzionale insopportabile. Una norma di legge viene firmata dal Capo dello Stato, viene votata dal Parlamento previo parere della Commissione Affari Costituzionali e, nella sua applicazione il magistrato ha il potere di far ricorso alla Corte Costituzionale se ritiene a suo personale parere che la norma non sia in linea con la Costituzione. Questa è l’armonia istituzionale che dà un potere forte al magistrato come in nessun paese europeo. Se esaminiamo il merito la questione diventa ancora più grave. Il Csm che vorrebbe inficiare la norma sul rinvio dei processi, qualche mese fa approvò una cosa grave ed inconsueta. Il Procuratore della Repubblica di Torino, Maddalena, a seguito dell’approvazione nel 2006 dell’indulto da parte del Parlamento stabilì con una “circolare”che per i reati rientranti prevedibilmente nell’indulto

L’

non bisognava proseguire le indagini e motivava la richiesta di archiviazione con “inutilità” delle stesse. Il Csm inopinatamente e scandalosamente ha avallato questa “circolare” e quindi la magistratura con la complicità passiva di tutte le istituzioni ha consentito che il feticcio dell’obbligatorietà dell’azione penale venisse rimosso, ma solo perché stabilito da se stessa. Oggi il Csm non può contestare una decisione dello stesso tenore fatta (piccolo particolare!) dal legislatore. Infine una parola sulla obbligatorietà dell’azione penale e sulla priorità del suo esercizio. La commissione di riforma nell’ordinamento giudiziario nominata dal ministro Conso nel 1993, composta in maggioranza da magistrati di varie correnti, aveva riconosciuto l’impossibilità di perseguire tutti i reati, neppure con la più ampia depenalizzazione, e ritenne che fosse necessario stabilire delle priorità nell’esercizio dell’azione penale. Non se ne è fatto niente. L’esigenza di fissare delle priorità risulta persino da sentenze disciplinari con le quali lo stesso Csm ha avuto occasione di prendere atto che in alcune Procure generali di Corte d’appello erano state fissate priorità anche se in termini più o meno generici. Per ultimo, l’esigenza di fissare priorità nell’esercizio dell’azione penale è stata oggetto di una raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sin dal 1987. In tale delibera si raccomanda l’adozione del principio di opportunità dell’azione penale e si indicano le garanzie che devono accompagnare tale scelta. Agli Stati membri che in Costituzione prevedono l’obbligatorietà dell’azione si raccomandava di adottare misure che consentono di raggiungere gli stessi obiettivi che si ottengono, o con l’adozione del principio di opportunità e con le garanzie ad esso relative. Non se ne è fatto niente. Per ultimo voglio citare il professor Vladimir Zagrebelsky che in un suo lucido e coraggioso articolo di qualche anno fa diceva: «(…) tuttavia l’individuazione di criteri di priorità non contrasta con l’obbligo di cui all’art. 112 Cost., dal momento che il possibile mancato esercizio di una azione penale tempestiva è adeguatamente preparata per tutte le notizie di reato non infondate, non deriva da considerazioni di opportunità relativa alla singola notizia di reato, ma trova una ragione nel limite oggettivo alla capacità di smaltimento del lavoro dell’organico giudiziario nel suo complesso e di questo ufficio in particolare. (...) Per altro verso i principi di cui all’art. 3/1 e 97/1 Cost. escludono che la sopra richiamata capacità di smaltimento del lavoro possa essere impiegata in modo casuale o lasciata alla determinazione di ciascun magistrato addetto all’ufficio. Occorre a quest’ultimo proposito rammentare che l’art. 97/1 Cost. richiama i valori del buon andamento e della imparzialità dell’amministrazione con riferimento agli uffici considerati nella loro utilità». Non è necessario aggiungere altro.

L’esigenza di fissare priorità nell’esercizio dell’azione penale è oggetto di una raccomandazione Ue sin dal 1987

più molta differenza tra Pd e Italia dei valori. Il capogruppo democratico Antonello Soro può comodamente avvertire che non ci sarà alcuna collaborazione sul lodo per le alte cariche: «Un’iniziativa per risolvere i problemi del premier è inaccettabile». Il Cavaliere assegna il partito di Veltroni alla categoria indistinta dell’opposizione giustizialista? Tanto meglio per la controparte, che in linea di principio condividerebbe pure la sospensione dei processi per le maggiori cariche istituzionali ma che è agevolata dai toni di Berlusconi nell’opporre la faccia più fero-

ce possibile. È un paradosso ma non è questo il tempo delle posizioni lineari. È come una corsa inarrestabile. I fischi di Confesercenti non testimoniano necessariamente l’insofferenza di tutto il Paese ma sono un discreto indizio. Persino l’Osservatore romano ha sentito il bisogno di rilanciare l’appello di Napolitano alla misura e all’equilibrio. Nel giro di poche settimane la scena è cambiata in modo radicale. Un governo che aveva spazi di manovra indeterminati si trova nella più angusta delle trincee. E non sembra intenzionato a uscirne.


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politica

Il Pdl congela la nomina di Orlando alla Vigilanza, il Pd non dà la rosa del nuovo Cda. Si rischia l’impasse

Rai, siamo alla paralisi di Riccardo Paradisi

ROMA. Doveva essere la giornata del via libera alla nomina di Leoluca Orlando alla presidenza della vigilanza Rai. Invece ieri è arrivata la terza fumata nera. Nerissima stavolta. Perchè il fatto che i rappresentanti del Pdl non si siano presentati al voto in commissione e abbiano così fatto mancare il numero legale apre una nuova stagione di tensioni ai vertici di Viale Mazzini. Fase di cui non si capisce ancora l’esito ma si intuisce la durata, che si annuncia lunga. Eppure sul nome di Orlando - sul quale confluisce tutto il consenso dell’opposizione - non sembrava ci fossero problemi nemmeno da parte della maggioranza, che continua a ribadire anche in queste ore che sull’ex sindaco di Palermo «non esiste nessun ostracismo e nessuna pregiudiziale».

«Su Orlando la stiamo facendo troppo lunga», dichiara il ministro per l’attuazione del programma Gianfranco Rotondi, «È persona perbene, un democristiano ed ha esperienza istituzionale per cui può garan-

tire tutte le posizioni politiche». Senonchè, secondo il Pdl e con buona pace di Rotondi, il percorso di definizione della presidenza della vigilanza Rai deve procedere di pari passo con la nomina del nuovo Consiglio d’amministrazione della Rai scaduto il 31 maggio scorso. La maggioranza vuole dall’opposizione una rosa di nomi, compreso quello della presidenza. Insomma, secondo il centrodestra ci vuole un’intesa di sistema e una sincronia tra la nomina della presidenza della Vigilanza e il vertice della Rai. Maurizio Gasparri, autore della legge di nomina la spiega così: «Quando c’è l’accordo il ruolo del governo per il presidente della Rai diventa solo notarile. Sia l’opposizione a farci dei nomi, delle proposte per evitare poi designazioni da mettere inutilmente sulla graticola come accadde per Monorchio. Mentre Malgara si ritirò ancora prima del voto perche’ mancava l’accordo». Semplifica ancora di più il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi: «La maggioranza vuole ”garanzie” sul

«Si può fare, almeno in parte». «Una modifica sostanziale non ci sarà mai. Inutile parlarne»

Dilemma privatizzazione. Il Pdl si divide: Gasparri apre, Landolfi chiude

«Destano preoccupazione», denuncia Marco Beltrandi dei radicali nel Pd, «le trattative riservate che sarebbero da giorni in corso tra vertici del Pd e del Pdl: il futuro di una Rai che deve essere profondamente trasformata non deve dipendere da conciliabili riservati tra elites»

cambio del cda, vuole tempi e nomi certi». Solo che l’opposizione ha un’altra visione delle cose: per rinnovare il Cda Rai, sostiene il centrosinistra, occorre che la Commissione di

vigilanza si riunisca ed elegga i propri organi, a partire dal presidente. Oltre a ciò l’opposizione attacca duramente la maggioranza anche sul metodo del confronto delle ultime

settimane: se Leoluca Orlando, è la tesi, resta l’unico candidato alla Presidenza della Vigilanza Rai di tutta l’opposizione è chiaro che il centrodestra, con la scelta di far man-

ROMA. La “palla” l’ha lanciata il presidente dei senatori del PdL, Maurizio Gasparri, già ministro delle Comunicazioni che ha affermato: «Sono convinto della necessità di dare il via ad una parziale privatizzazione della Rai, ma c’è una resistenza in tutti gli apparati politici». Sorge quindi un’altra domanda: anche nello stesso PdL? Mario Landolfi, membro della Commissione di Vigilanza Rai, mostra qualche perplessità all’affermazione del suo collega di partito, e rilancia: «Non esiste una democrazia priva di servizio pubblico radio-televisivo. In Europa non c’è un paese che non abbia un presidio mediatico di Stato. Certo bisogna riflettere seriamente sulla gestione, ed evitare che il servizio pubblico diventi un “carrozzone” che sperpera soldi, che fa cattivo

servizio, etc. introdurre un sistema di gestione più simile al privato: introdurre dosi massicce di flessibilità – contrattuale, salariale, meritocrazia, trasparenza negli appalti e nelle forniture. Bisogna smetterla di sprecare perché tanto “paga Pantalone”». Quanto alla privatizzazione? «La privatizzazione non ci sarà mai: quindi è inutile parlarne. In Europa, c’e chi ha una sola rete, chi ne ha due. Ma tutti i paesi hanno un servizio pubblico radio-televisivo. Anche, negli Stati Uniti, dove la storia della tv è diversa, esiste, anche se non né tra le più seguite, una televisione pubblica.

corché parziale, possa solo giovare. Ma non amo il discorso spezzatino: vendere una rete, tenerne un’altra. È necessario un disegno strategico, un piano industriale chiaro. E attualmente non c’è». Quanto alla nomina del presidente della Commissione di Vigilanza, Butti dà la colpa all’opposizione: «Noi pensiamo di aver dimostrato una certa disponibilità nei confronti del centro-sinistra perché se avessimo voluto puntare su un rapporto arrogante, cosa che non faremmo mai, saremmo potuti andare in Vigilanza e votare un uomo o una donna scelto da noi. Invece, riteniamo che non ci siano pregiudizi di sorta nei confronti di Leoluca Orlando, ma a sua volta l’opposizione deve un presidente cosiddetto condiviso

Alessio Butti, senatore del PdL e membro della Commissione di Vigilanza, apre a Gasparri . «Credo che un ingresso dei privati in Rai, an-


politica «L’ostruzionismo del centrodestra è uno schiaffo rivolto anche a loro» secondo Il Pd, mentre per i dipietristi dell’Italia dei Valori, pronti a gettare legna nella caldaia, è necessario un’incontro dell’opposizione con Fini e Schifani per chiedere di intervenire e farsi garanti su quanto sta accadendo in Commissione Vigilanza, definito «uno strappo senza precedenti ad ogni regola istituzionale».

care il numero legale, mostra di voler bloccare bloccare l’organo di governo della Rai, ormai scaduto. Da qui la chiamata in causa dei presidenti delle Camere Fini e Schifani.

che goda dei due terzi della fiducia della Vigilanza Rai».

Ma Enzo Carra, membro della Vigilanza per le file del Pd, non ci sta. E attacca il senatore del PdL: «Siamo in una situazione di impasse determinata da un errore di metodo: voler “pagare due e prendere tre”. Comprare il presidente della Vigilanza a patto che sia stabilito chi fa il presidente della Rai e chi il direttore generale. Questo è sbagliato e tra l’altro svuota anche la funzione parlamentare. Inoltre bisogna correggere un altro meccanismo sbagliato: il fatto che la Commissione di Vigilanza e il Consiglio d’Amministrazione svolgano si marchino a vicenda. Ecco perché sono fermamente convinto che bisogna gestire la Rai con un piano in-

C’è però anche chi, come Marco Beltrandi dei radicali nel Pd, svela un retroscena fatto di pubblici scontri e trattative private: «Destano preoccupazione», denuncia l’esponente dei radicali, «le trattative riservate che sarebbero da giorni in corso tra vertici del Pd e del Pdl: il futuro di una Rai che deve essere profondamente trasformata non deve dipendere da conciliabili riservati tra elites». Conciliaboli o no l’intesa sembra lontana, mentre si è a un passo dallo stallo anche in caso di nuova convocazione della commissione. Cronache di un ordinario ritorno alla rissa politica dopo la parentesi cordiale delle prime settimane di legislatura. Ma dietro la cronaca dell’impasse sul presidente della commissione si staglia la questione Rai. E la necessità, come dice Giovanna Melandri, ministro ombra del Pd delle Telecomunicazioni, «di liberare Viale Mazzini dalla partitocrazia». È un’idea condivisibile naturalmente anche se non sembra nuovissima. Come questo sia però possibile fin quando la Rai sarà un azienda dello Stato il ministro ombra Melandri non lo dice.

dustriale molto più definito». Cosa pensa sulla privatizzazione? «Se la privatizzazione non si è fatta – afferma il parlamentare - sicuramente non è colpa del centro-sinistra, ma del governo Berlusconi. Tutti ricorderanno che nel 20042005 con il governo Berlusconi e Flavio Cattaneo direttore generale, la Rai stava facendo il suo ingresso in borsa. Invece? Comunque penso che privatizzare non significa vendere una o due parti: questa non è privatizzazione ma è svendita di una o più parti. Le privatizzazioni hanno un senso quando c’è un mercato liberalizzato. Nel mercato attuale si può anche vendere una due reti ma non si cambia nulla del mercato. Comunque per la Rai penso proprio che i tempi siano più che maturi». [f.r.]

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Parla il politologo del Messaggero

«Liberiamo la Rai dalla morsa della politica» colloquio con Paolo Pombeni di Francesco Rositano

ROMA. «In una fase come questa, nella quale i rapporti tra maggioranza e opposizione sono diventati complicati, si rintraccia una difficoltà a trovare un accordo anche su questo terreno. Ma tutti si rendono conto che la Rai è diventata un po’ il simbolo del fatto che una strada di convergenza bisogna pure trovarla. Altrimenti assisteremo ad una battaglia pressoché infinita e la vita politica si avvelenerà più di quanto lo sia già». Così Paolo Pombeni, politologo del Messaggero e docente universitario, giudica la situazione della rete pubblica in cui ancora una volta c’è stata fumata nera sull’elezione del presidente della Commissione di Vigilanza. E afferma: «Dobbiamo prendere atto di una cosa: la vecchia lottizzazione non funziona più visto che era fondata su una vasta articolazione di poteri. In un sistema bipolare come quello attuale è chiaro che è necessaria una riforma». Professore, secondo lei quale sarebbe la soluzione più opportuna? Bisognerebbe fare questo: indicare per le Commissioni di Vigilanza persone estranee alla lotta politica di prima fila. Ma i politici questa strada non la vogliono intraprendere. Oppure si potrebbe pensare a parlamentari meno coinvolti direttamente nella gestione dello scontro: questa potrebbe essere una soluzione ragionevole e possibile. Sicuramente ce ne sarebbe un’altra che mi sembra utopica: cioè pensare per la Rai un modello tipo la Bbc. Dove, sappiamo bene, il ruolo di gestione e controllo è affidato a personalità fuori dal gioco politico. Insomma si dovrebbe andare verso una rappresentanza di equilibri di opinione nel paese e non di equilibri politici in Parlamento. Riguardo alla questione della privatizzazione della Rai, cosa pensa? La privatizzazione della Rai è una questione difficile perché poteva avere senso

quando non c’erano reti private. Oggi essendoci reti private penso che una presenza pubblica in questo settore abbia ancora un senso. L’importante è che il servizio pubblico sia per un uso pubblico e non una tv commerciale sostenuta dallo Stato. Ma come si potrebbe giungere a questo risultato? Innanzitutto bisognerebbe eliminare l’Auditel per la tv pubblica. La tv di Stato non dovrebbe avere il problema di fare grandi ascolti. È importante la qualità del programma, poi se la qualità del programma non porta ascolti non dovrebbe rappresentare un problema. E poi basta ai reality. Trasmissioni come queste in una tv pubblica non ci dovrebbero essere, ma bisognerebbe fare una tv che sia veramente di cultura e informazione. Quanto al mercato penso che esso sia una forma di condizionamento altrettanto forte che la politica. E che quindi anche questo fattore andrebbe ridimensionato. Marco Pannella sulla questione Rai ha invocato l’intervento del Presidente della Repubblica. Secondo lei, in questo modo, non si rischia di coinvolgere il Capo dello Stato in questioni che non lo riguardano? Basta tirare per la giacchetta il presidente Napolitano, perché il Capo dello Stato è un personaggio importante e molto serio: ha le sue funzioni e non può essere il padre di famiglia che interviene ogni momento a sedare le lite tra i suoi figlioletti rissosi. Questo, francamente, è una diminutio della sua figura e la rende ingestibile. Bisogna rendersi conto che nel nostro paese il Presidente della Repubblica non ha né una funzione rappresentativa forte, perché non è eletto direttamente dal popolo, né una Costituzione che gli dà poteri sufficienti per esercitare questo servizio di arbitrato oltre certi limiti. Bisogna ricordarci che l’Italia non è una Repubblica presidenziale.


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politica

Malgrado i numeri in Parlamento e i richiami del Capo dello Stato, governo costretto a blindare la manovra

Maggioranza divisa, serve la fiducia di Guglielmo Malagodi

Un provvedimento inutile per la maggioranza dei lavoratori

Il decreto fiscale non affronta le priorità delle famiglie di Gian Luca Galletti l buon governante è colui che fa cose che piacciano alla gente o quello che adotta misure anche “spiacevoli” ma utili ai cittadini? Certo nessuno può dichiararsi a priori contrario all’abolizione di una tassa, nel caso in specie l’Ici, o alla detassazione degli straordinari. Ma questi provvedimenti sono una priorità per gli italiani? In un paese dove la maggioranza delle famiglie ha il problema della “quarta settimana”, se non addirittura della “terza” l’abolizione dell’Ici o la detassazione degli straordinari non serve. L’abolizione dell’Ici favorisce in particolare i soggetti che hanno un reddito medio alto. Il provvedimento sulla detassazione degli straordinari, poi, avvantaggia una platea di lavoratori molto ristretta. Con questi limiti il provvedimento finisce per essere inutile per l’impresa e ininfluente per una grande parte di lavoratori. È chiaro quindi che questo provvedimento, contraddicendo il suo roboante titolo “Misure urgenti per salvaguardare il potere d’acquisto delle famiglie” lascia insoluti i veri problemi delle famiglie stesse. Proprio per questo l’Udc in Parlamento aveva proposto alcuni interventi tesi a introdurre meccanismi di deduzione dal reddito delle spese famigliari tenendo conto, in particolare, del numero dei figli come le spese per l’acquisto dei libri di testo o le rette per gli asili nido. Il provvedimento non è quindi utile ma serve solo al governo che non vuole deludere le attese e le speranze alimentate in campagna elettorale. Il decreto fiscale è emblematico di questo modo di agire; da un lato comunica suggestivi spot e, dall’altro, sottrae risorse agli enti locali e in particolare al Mezzogiorno approfittando del fatto che queste regioni anche e soprattutto per responsabilità dei loro amministratori - generano un opinione negativa nella comunità nazionale. Quasi tutto l’onere della riduzione dell’Ici grava sulle opere infrastrutturali della Calabria e della Sicilia. I cittadini della Calabria e della Sicilia dovranno pagare buona parte dei costi generati dal decreto fiscale. È giusto essere esigenti con i gruppi dirigenti del Mezzogiorno, che troppo spesso hanno sprecato risorse a danno dei loro amministrati e dell’intero Paese. Attenzione, però, a non confondere nel giudizio su chi ha dilapidato risorse utili allo sviluppo i cittadini del Mezzogiorno, che sono stati, invece, vittime della malapolitica. In conclusione, il decreto fiscale dimostra che il governo Berlusconi ha iniziato la propria attività con la finta forza di chi si fa guidare dagli umori prevalenti, ossessionato di interrompere il feeling con gli elettori, come se la politica fosse un prodotto il cui ciclo di vita deve essere allungato con ogni mezzo. Invece, ogni luna di miele prima poi finisce - anche in politica - e rimane solo ciò che si è costruito, con serietà e responsabilità, orientandolo al bene delle generazioni future. Noi dell’Udc cercheremo di ricordarlo a chi, per non deludere un’altra volta, avrebbe l’obbligo di guardare oltre i sondaggi della prossima settimana.

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ROMA. Nel pomeriggio di ieri, persino prima della comunicazione ufficiale del Quirinale, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è corso ad informare le agenzie di stampa della firma di Giorgio Napolitano al decreto fiscale. Per la cronaca, la firma del Capo dello Stato è stata posta in calce alle «disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria». Al di là delle formalità del passaggio istituzionale, emergono con forza un paio di questioni politiche su cui vale la pena soffermarsi. La prima è legata alla tempestività dell’annuncio del ministro dell’Economia. Nel clima incandescente di questi giorni si era diffusa l’idea che la moral suasion esercitata da Napolitano per convincere Silvio Berlusconi ad ammorbidire i toni del conflitto con la magistratura, potesse trasformarsi in un atteggiamento più deciso da parte del Quirinale. E proprio la firma presidenziale sul piano pluriennale di bilancio poteva essere l’arma politica puntata contro il premier. Alla fine così è stato, ma solo parzialmente. Il presidente della Repubblica ha firmato ieri il decreto legge per la manovra economica, nel contempo però ha inviato una lettera al presidente del Senato, al presidente della Camera dei Deputati, e al presidente del Consiglio dei Ministri in cui rileva che si tratta di «un atto normativo di grande ampiezza e notevole complessità che, come indica la sua stessa inti-

tolazione e come risulta dalla motivazione contenuta nel preambolo, anticipa larga parte della manovra di finanza pubblica varata annualmente con la legge finanziaria e le conseguenti disposizioni degli strumenti di bilancio».

Ciò premesso, è arrivato l’affondo quirinalizio contro l’esecutivo: «Il ricorso al decreto-legge comporta una notevole riduzione dei tempi che la sessione di bilancio garantisce per l’esame degli strumenti ordinari in cui è articolata ogni anno

Da un lato c’è l’eterna questione leghista, Dall’altro ci sono le aspirazioni dei vecchi partiti confluiti nel Pdl eppure mai disciolti la manovra economico-finanziaria, ma si è in presenza di un elevato numero di decreti-legge da convertire nello stesso breve periodo di tempo nonché di importanti disegni di legge di cui è stata annunciata l’esigenza di una tempestiva calendarizzazione». Dunque, conclude la nota: «C’è il rischio di un serio ingorgo nell’attività del Parlamento con nocumento delle prerogative delle Camere». Il problema di questo “ingorgo” di decreti nell’imbuto parlamentare ci introduce all’aspetto politicamente più rilevante collegato all’approvazione

del decreto fiscale: la questione di fiducia. E’ dunque ufficiale, il governo porrà la fiducia sulla votazione del provvedimento. Il fatto che questo avvenga nonostante l’esecutivo goda della maggioranza più ampia (e dell’opposizione più blanda) dai tempi del “compromesso storico” certamente fa riflettere. Sui meccanismi parlamentari, evidentemente inadeguati a garantire un percorso legislativo rapido, efficiente e democratico. Ma soprattutto fa pensare alla profonda insicurezza di una maggioranza già logorata al suo interno da stanchezza e rancori.

E’ la constatazione di una difficoltà prodotta da diversi fattori. Da un lato c’è l’eterna questione leghista, con le sue rivendicazioni territoriali ed il suo atteggiamento ambiguo nei confronti del Pdl e dell’opposizione. Dall’altro lato c’è l’aspirazione dei vecchi partiti confluiti nel Pdl eppure mai disciolti di marcare qualche punto a proprio vantaggio (non si sa mai cosa riserverà il futuro). Infine c’è la comprovata insubordinazione delle truppe del centrodestra alle prese con assenze costanti e diffuse per le motivazioni più futili e varie. Il momento politico è “catartico” direbbe il cabarettista di Zelig. Che non si sa bene cosa voglia dire, ma rende bene il concetto di un clima confuso e pesante in cui la luna di miele, appena intravista è già tramontata. Mica quella tra governo e opposizione, ma quella tra governo e maggioranza.


politica

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d i a r i o

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g i o r n o

Mussi: Veltroni «budino tiepido» «Sembra una lotta tra una bistecca al sangue cucinata alla brace e un budino tiepido fatto a bagnomaria». Fabio Mussi ha definito così lo scontro in atto tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, non lesinando critiche al segretario del Pd per la reazione troppo timida agli attacchi del Cavaliere. «Berlusconi propone a Veltroni di unirsi alla maggioranza che, detto nel linguaggio di Grillo equivale a un ”vaffa”, e la risposta qual è? ”Così il dialogo diventa difficile? Bella potenza!». L’ex coordinatore di Sinistra democratica però si è detto sicuro che «prima o poi un’opposizione rinascerà anche in Italia».

Nucleare, Scajola: strada riaperta

Senza la revisione delle tutele, i “fannulloni” licenziati saranno reintegrati

Piano Brunetta, manca l’ultimo tassello di Giuliano Cazzola opo il varo del decreto rifiuti (che alla Camera ha ottenuto il voto favorevole non solo della maggioranza ma anche dell’Udc e l’astensione del Pd) ieri il Governo ha portato a casa un altro risultato sul decreto che riconosce alla famiglie alcuni primi interventi di tutela. L’aver posto la questione di fiducia ha spostato il dibattito sui temi generali e messo la sordina ad alcuni aspetti di merito destinati - se le cose andranno secondo le previsioni - ad influenzare largamente l’evoluzione dei rapporti sociali e delle relazioni industriali. Siamo convinti infatti che vi sia una sottovalutazione da parte dei sindacati dell’impatto che potrà avere - se la normativa potrà uscire dalla sperimentazione e consolidarsi - la detassazione del lavoro straordinario e dei premi prevista dall’articolo 2 del decreto.

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che le proposte del ministro Brunetta - se riusciranno, come tutto lascia credere, ad andare in porto realizzeranno degli importanti cambiamenti nella pubblica amministrazione.

Brunetta ha saputo approfittare del consenso di opinione pubblica che ha raccolto il suo piani industriale ed ha messo a punto - strada facendo - norme ben più convincenti e rigorose di quelle che facevano parte dei primi approcci alla materia, mediaticamente incentrati sulla tematica dei “fannulloni”

cente. Si ipotizzava che l’amministrazione, soccombente in giudizio in una causa di licenziamento potesse scegliere se applicare la reintegra nel posto di lavoro oppure erogare una somma a risarcimento del danno, fermo restando naturalmente la nullità degli atti discriminatori e lesivi dei diritti di libertà dei lavoratori. In tale ambito, si muove il confronto tra i sindacati e la Confindustria.

Non sembrano in vista novità sostanziali, dopo che è emerso l’intoppo (strumentale) dell’inflazione programmata all’1,7%. La cosa divertente è che ai pensionati - l’ultima categoria che tuttora dispone di un sistema automatico di perequazione al costo della vita - su indicazione del governo Prodi riceve una rivalutazione sui trattamenti pensionistici in misura proprio dell’1,7%. Al dunque, tanto il livello di inflazione programmata, quanto le norme sulla detassazione di straordinari e premi, quanto, infine, le riforme dello statuto del pubblico dipendente lavorano per la definizione di un modello di relazioni industriali in cui la produttività - quantitativa e qualitativa - del lavoro determinerà sempre più il livello delle retribuzioni.

Le proposte del ministro, se andranno in porto, realizzeranno degli importanti cambiamenti nella pubblica amministrazione

Con questa misura - ammessa la sua andata a regime - il governo ha praticamente realizzato la riforma della struttura contrattuale, dal momento che - i sindacalisti e i lavoratori sono persone molto pratiche - le parti sociali saranno portare a concordare aumenti a livello decentrato perché favoriti dai minori oneri fiscali. Dal canto suo an-

e sulla loro licenziabilità. Nelle nuove proposte Brunetta ha messo a fuoco l’invadenza del vero “convitato di pietra” della pubblica amministrazione: il sindacato, il cui ruolo penetrante è parte integrante della costituzione materiale degli enti pubblici. Manca ancora, nell’elaborazione del ministro, un tassello importante: la riforma delle procedure e la revisione delle tutele, in mancanza delle quali otto volte su dieci i fannulloni licenziati saranno reintegrati in servizio ad opera della magistratura. Tra le proposte circolate, una era molto convin-

«Il piano triennale ha riaperto la strada all’energia nucleare, che l’Italia aveva sciaguratamente abbandonato». Lo ha detto il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, intervenendo all’assemblea annuale della Confesercenti. «In Italia subiamo tutti una tassa occulta che penalizza fortemente la nostra competitività: è quel 30% in più che paghiamo sull’energia rispetto agli altri paesi europei». Il ministro ha poi spiegato che il governo «sta accelerando gli investimenti nelle infrastrutture energetiche, rigassificatori, stoccaggi di gas, reti energetiche internazionali, per dare più sicurezza agli approvvigionamenti e scongiurare i rischi di black out. «Abbiamo anche previsto la possibilità di sterilizzare l’Iva sui carburanti, previo accordo con l’Europa».

Gelmini: validi gli esami di maturità Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini non trova «estremi per invalidare gli esami di maturità». Intervenendo ai microfoni di Radio24 ha spiegato: «Gli errori nelle tracce sono importanti, è innegabile: a parte quello su Montale, anche il testo di inglese era assolutamente improprio», ma la richiesta di risarcimento di 500 euro a studente presentata dal Codacons «mi sembra non rispondende ad un dato di realtà. Vista la situazione economica in cui versa la scuola, così come l’Università e la Ricerca, ci fosse anche questa possibilità non avremo le risorse». In ogni caso, ha concluso il ministro, «se esiste un danno non è per gli studenti, ma in primo luogo per l’immagine del ministero: l’errore su Montale, ad esempio, non credo abbia potuto compromettere la prova o determinare un esito meno positivo».

Intercettazioni, Gasparri: ai giornalisti multe, non il carcere «Trovo indispensabili misure nei confronti degli editori e della stampa. Cinque anni di carcere sono troppi? Bene, facciamo delle multe». Così Maurizio Gasparri ha commentato il disegno di legge sulle intercettazioni in un’intervista. «Da giornalista dico che la stampa non può chiamarsi fuori da questa vicenda. Difendo l’esistenza dell’ Ordine dei giornalisti, ma un Ordine deve anche giustificare la sua ragion d’essere e porre un argine», ha detto il capogruppo del Pdl al Senato.

Farnesina: fondere cultura e diplomazia La cultura intesa come «strumento di dialogo politico e di diplomazia-soft» per favorire il sistema-Italia. Parte da questa riflessione il ”nuovo corso” della Direzione generale per la promozione e la cooperazione culturale del ministero degli Esteri, inaugurato dal ministro Frattini. A spiegarlo, in un incontro con la stampa presieduto dal direttore generale Gherardo La Francesca, è stato Francesco Accolla, consigliere per politiche culturali del ministro degli Esteri. «Frattini non ha ceduto la delega alla cultura», ha sottolineato il consigliere Accolla, «perché vuole scommetterci sopra, come ha fatto per la cooperazione». Una decisione che indica «un nuovo corso» della cultura italiana diffusa dai 90 istituti e dalle 63 rappresentanze presso le ambasciate nel mondo, che puntano a diventare «avamposti di diplomazia». «L’idea - ha aggiunto - è trasformare i direttori degli istituti da meri intellettuali a manager della cultura, in grado di ”vendere” il prezioso patrimonio artistico italiano e saperlo utilizzare anche in chiave diplomatica».


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pensieri

a quasi un anno, con rarissime eccezioni in qualche paese emergente, le Borse mondiali sono in caduta libera. Mediamente siamo ai livelli di un lustro fa, prossimi a quelli del post 11 settembre 2001, con gli attacchi del terrorismo islamico alle Torri Gemelle e al Pentagono. Se come pretendono i sacerdoti del dio Danaro le Borse sono il barometro del clima economico, c’è di che preoccuparsi.

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In ottica storica, sin dalle origini (nel 600, ad Amsterdam) i mercati finanziari sono stati al centro di ogni sorta di speculazioni, rialziste o ribassiste, di autentici inganni ai danni degli investitori. Con due caratteristiche da sottolineare. Primo: in genere si chiedevano soldi per azioni destinate ad “opere”: dallo sfruttamento delle miniere d’oro allo scavo dei canali di Suez e Panama (ultimo esempio, la società per l’Eurotunnel, sotto la Manica). I sottoscrittori finivano in mutande, ma almeno avevano la soddisfazione di avere partecipato ad un grande progetto. Secondo: fino agli Anni Venti negli Stati Uniti e agli anni Cinquanta in Europa e Giappone, le Borse costituivano un terreno di caccia (al guadagno) per la media e grassa borghesia. Quindi la stragrande maggioranza dell’umanità non partecipava ai riti della finanza. Il moderno capitalismo ha voluto “democratizzare” le Borse invogliando le masse ad acquistare azioni ed obbligazioni (cioè debiti) di società quotate. Quel che si è verificato in Italia è da manuale. Nell’immediato dopoguerra, i possessori di azioni non raggiungevano le centomila unità; ora in via diretta e indiretta, attraverso i vari Fondi, sono oltre sette milioni. Con l’aggiunta di quanti, nelle ultime stagioni, hanno portato all’ammasso il Trattamento di fine rapporto, la liquidazione. Quindi, la crisi attuale non ha precedenti, e se la borsa barcolla, ci sentiamo tutti più poveri, mentre sfumano i sogni di ricchezza, le speranze di una vecchiaia serena. Facendoci rimpiangere i vecchi libretti di risparmio, i titoli garantiti dallo Stato per cedole e rimborsi. Come è potuto accadere? Alle radici, una mutazione genetica del risparmio, demonizzando la prudenza ed esaltando i miraggi del ”danaro operoso”. Affidarlo a ban-

Ecco come l’insaziabile Monopoli delle banche stritola la clientela

I dadi truccati della grande finanza di Giancarlo Galli chieri, promotori finanziari, specializzati nell’arte di far crescere gli alberi dagli zecchini d’oro di collodiana memoria. Gatti e volpi? Nessun timore. Instancabili, i paladini del capitalismo di massa fingevano di costruire reti di protezione a non finire. In un moltiplicarsi di organi di vigilanza dove tuttavia controllati e

In caduta libera da un anno, le Borse mondiali sono ormai ai livelli del post 11 settembre. Ma dove sono andati a finire i miliardi dissolti?

controllori altro non hanno fatto se non scambiarsi abiti e cappelli. A New York, dozzine di banchieri di varia stazza sono finiti nel mirino della Fba e parecchi in manette rischiano dai 20 ai 30 anni di galera per aver manipolato la clientela. Pescecani pagati milioni di dollari o funzionari di Fondi e agenzie bancarie che spac-

ciavano ai clienti carta straccia, o quasi. Dalle nostre parti, dove le disinvolture allo sportello non sono certo state minori, i responsabili delle molteplici tosature ai danni e ai risparmiatori, restano imperturbabili sulle loro poltrone (certi che i tempi della giustizia giocheranno a loro favore), o se la cavano patteggiando. Subito ricominciando. Pertinente quesito: dove sono finiti i miliardi che, passando da una mano all’altra, si sono dissolti? A parte lo scandalo delle stock-options, delle gratifiche regalate anche ai peggiori manager, i “miliardi vaganti” hanno unicamente alimentato i giochi di potere. Un Monopoli in cui le banche si sono comprate-vendute a vicenda ad ogni smazzo della partita, scaricando sulla clientela spese e commissioni d’ogni sorta. Davvero banche insaziabili, anziché promotrici dello sviluppo. Alla faccia dei proclami sull’etica, il Bene Comune. Dove stavano i vigilantes? Non hanno funzionato le Agenzie di rating, quegli istituti privati che attribuiscono pagelle ad ogni società quotata in borsa, ad ogni emissione obbligazionaria. Presto potrebbe emergere la loro “compiacenza”, come è accaduto a quei revisori dei conti che da Cirio a Parmalat spulciavano i bilanci con fette di salame sugli occhi. Ma le banche Centrali, Banca d’Italia inclusa, hanno o non hanno antenne? Questione cruciale. Se è corretto affermare il dogma (capitalistico) della ciclicità delle crisi borsistiche, e quindi ragionevolmente sperare nel recupero di un sistema peraltro senza alternative (lo statalismo centralista sarebbe la peggiore delle medicine), è impossibile sottacere l’ansia.

Ci troviamo in presenza di una sbandata globale, in cui s’è perso ogni parametro etico. Ammesso e non concesso che un’etica finanziaria sia mai esistita, urge riscrivere quanto meno le regole del gioco. Ricordo la Roy A. Schotland, economista dell’Università della Virginia, quando ammoniva: «Anche i giocatori d’azzardo di Las Vegas hanno diritto a dadi non truccati». Purtroppo il capitalismo ha in questi anni finto di mutar pelo, senza rinunciare al vizio. E quanti dadi truccati circolano nel banking italiano, quotidianamente mossi da mani che si pretendono immacolate, ancora nessuno lo sa.


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parole

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Scaricato dallo Stato, il peso dell’assistenza ai malati mentali è tutto sulle spalle dei familiari

Il lato oscuro della 180 di Luisa Santolini l 13 maggio 1978, quasi contemporaneamente alla Legge 194 che consentiva l’aborto in Italia, veniva approvata la Legge 180 che ha rappresentato prima di tutto una grande e decisiva svolta culturale. Era la Legge che chiudeva i manicomi e che rimuoveva definitivamente l’idea che la malattia mentale fosse ereditaria, di origine somatica e praticamente incurabile. Autore di quella svolta è stato Franco Basaglia – tanto che la Legge porta il suo nome – Direttore allora dell’Ospedale di Trieste; un medico che sosteneva che la malattia mentale non è una sorta di condanna, di cui tra l’altro vergognarsi, ma è una condizione umana con cui la società deve fare i conti, non segregandola nei manicomi, ma curandola come una qualunque altra patologia. Una vera rivoluzione copernicana se si pensa che prima di quella Legge i manicomi erano stanzoni enormi sovrappopolati, corridoi lunghi con gente abbandonata a se stessa, letti di contenzione, urla dei malati aggressivi, sguardi persi dei malati “cronici” e “tranquilli”. Spesso una sorte di anticamera dell’Inferno da cui non si usciva più.Vale la pena di ricordare cosa fossero i manicomi allora, proprio perché a 30 anni da quella Legge occorre, anzi è doveroso, fare un bilancio di

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quello che è successo e decidere in che direzione orientare l’azione futura del legislatore, della politica e della Sanità. Il principio di fondo della Basaglia era quello di curare il paziente e di non segregarlo e nessuno può negare che questo sia un principio da condividere fino in fondo. Inoltre la legge ha stabilito che la malattia mentale è un problema sociale ed il malato deve venire assimilato all’emarginato, all’handicappato, all’anziano non autosufficiente.

maggiori oneri per i bilanci della amministrazioni provinciali», lasciando alle Regioni la programmazione e alle famiglie e alla società tutto in peso della assistenza. Non ha previsto l’avvio di servizi pubblici, di strutture intermedie, non ha predisposto centri diurni, comunità alloggio, comunità terapeutiche o strutture ospedaliere alternative al ricovero per terapie, indagini diagnostiche o riabilitazioni, non ha previsto nulla che predisponesse il malato al suo reinserimento nella vita familiare o nella vita lavorativa, non sono previsti centri di riabilitazione sociale, non è stata seguita

dei medici a questo proposito è molto diverso e contrastante. Per molti quell’ideologia - la follia come malattia generata dalla società borghese - ha negato l’esistenza e la pericolosità della malattia mentale e capita così che a un malato venga tolta la terapia per sostituirla con la socializzazione fatta di incontri, gite e vita di relazione. Ma cosa succede se i malati sono aggressivi e violenti?

La differenza di vedute e i ritardi di attuazione della Legge in molte Regioni La legge in estrema sintesi ha deciso ha determinato dei vuoti drammatici di cui le uniche vittime sono le famiglie. la chiusura dei manicomi, ha riconosciuInoltre l’OMS ha rilevato to la dignità del una crescita globale delmalato, ha vietato le malattie mentali e la di costruire nuovi legge è ferma a trenta ospedali psichiaanni fa. Ho detto in pretrici, ha istituito il messa che le ragioni Trattamento Saniumanitarie di questa tario Obbligatorio secondo il quale «le cure vengono pre- da un Regolamento attuativo che dettas- legge ed anche le terapie proposte sono state in condizioni di degenza ospedalie- se ulteriori norme e criteri. In altre pa- dettate da una visione della dignità delra solo se esistono alterazioni psichiatri- role ha abbandonato le famiglie a se la persona che non si può non condiviche tali da richiedere urgenti interventi stesse che da anni aspettano risposte dere, ma non si può negare che lo stato terapeutici» (con notevoli complicazioni adeguate alle loro difficoltà, ai loro biso- di abbandono in cui versano i malati e procedurali), ha stabilito che «gli inter- gni, ai loro diritti, spesso al loro eroismo. le loro famiglie sia diventato drammativenti di prevenzione, cura e riabilitazio- Esiste una umanità sofferente e in quoti- co e insostenibile. Nella XIV Legislatura ne relativi alle malattie mentali sono at- diano affanno che non è entrata nella il Documento Conclusivo della Indagine tuati di norma dai servizi psichiatrici ex- agenda della politica e sono trenta anni Parlamentare «Sullo stato dell’assistenche i guasti della Legge 180 non vengo- za Psichiatrica in Italia e sulla attuaziotra ospedalieri». Ma cosa non ha stabilito la no affrontati e risolti. La carenza croni- ne dei Progetti Obiettivo per la tutela legge? Non ha garan- ca di ogni struttura riabilitativa residen- della salute mentale» inizia così «La detito assistenza per- ziale o semiresidenziale diventa una finizione della salute mentale è ancora ché poco finan- grave mancanza, perché si traduce nella lontana dall’essere universalmente conziata e perché incapacità di recupero e condanna le fa- divisa: ciononostante non si può negare «le iniziative miglie alla disperazione e alla solitudi- che la logica basagliana – per cui la manon possono ne. Si è detto che la Legge Basaglia è lattia mentale rappresenta una condistata una Legge ideologica e il giudizio zione sociale da accettare e non una vecomportare ra e propria patologia da curare – si è rilavata essenzialmente fallimentare e quindi intrinsecamente debole». In trenta anni Legge 180: Prospettive di Riforma si sono succedute decine di fiLa salute mentale al tempo della società liquida nanziarie, molti soldi sono stati Lunedì 30 giugno 2008 ore 16:30 trovati (e sprecati) anche per il Servizio Sanitario Nazionale, Palazzo Marini - Via del Pozzetto, 158 – Roma ma poco nulla è stato fatto per mettere in atto programmi adeTavola rotonda guati al sostegno delle famiglie e alla assistenza dei malati Introduce: mentali. Solo il mondo del voOn. Ferdinando Adornato lontariato cattolico si è mobiliPresidente Fondazione Liberal tato e Istituti come Don Orione Modera: e Don Guanella, per citarne soProf. Tonino Cantelmi lo due, hanno capito il problePresidente Psichiatria Libera ma e offerto soluzioni che hanno ridato speranza e solidarietà Interventi: a tante famiglie. Auguriamoci On. Paola Binetti (PD) che il Governo dia un primo seOn. Carlo Ciccioli (PDL) gnale di attenzione ratificando Sen. Stefano De Lillo (PDL) la Convenzione sui Diritti delle On. Luca Volontè (UDC) Persone con Disabilità dell’OProf. Giuseppe Tropeano (Psichiatra) NU, cosa che doveva avvenire D.ssa Maria Luisa Zardini (ARAP) già nel 2007 da parte del Governo Prodi, e poi che il ParlamenPsichiatria Libera sarà lieta di presentare e distribuire gratuitamente to si accinga ad aprire un dibatla nuova rivista monografica “Modelli Per la Mente” tito serio sulla questione che non può più essere ignorata, Ingresso libero, prenotazione obbligatoria Info e Prenotazioni giorgiavinci@yahoo.it 3314634451 perché è questione di giustizia, di dignità, solidarietà.

Esiste una umanità sofferente e in quotidiano affanno che non è entrata nella agenda della politica. Sono trent’anni che i guasti della Legge 180 non vengono affrontati e risolti

Psichiatria Libera

Fondazione liberal


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mondo Talebani uccidono 22 leader tribali

Waziristan in guerra di Vincenzo Faccioli Pintozzi scoppiata la guerra. Sembrano poco inclini al dialogo i giornali pakistani che riportano la notizia del ritrovamento di 22 leader tribali uccisi dai talebani, confermata dalle autorità della provincia della Frontiera nord-occidentale. Erano stati rapiti il 23 giugno scorso a Jandola, provincia del Waziristan meridionale, da guerriglieri fedeli a Baitullah Mehsud, il signore della guerra riconvertito all’estremismo islamico. Tutte le vittime facevano parte di una tribù molto influente nel Nord del Paese, considerata alleata del governo alla guerra contro l’estremismo. La loro uccisione, avvenuta con le modalità di un’esecuzione, sembra essere un segnale alle forze militari internazionali e governative che cercano di limitare l’attività talebana nell’area. Il Waziristan meridionale, una delle regioni più impervie del Paese, negli ultimi mesi è divenuto infatti ostello e campo d’addestramento per i talebani. Proprio qui le cellule estremiste spinte fuori dall’Afghanistan dal contingente internazionale hanno trovato rifugio e ricominciato l’addestramento per il jihad. Da circa un anno, però, i tribali della zona si sono accordati con le tribù della provincia della Frontiera per fermare le sanguinose faide interne ed unirsi nella lotta ai talebani. Gli anziani, fra cui i 22 trucidati, hanno chiamato a raccolta circa duemila uomini armati che, schierati lungo il confine afgano, si sono impegnati per cacciare i militanti stranieri presenti nella zona. In particolare uzbeki e ceceni, tutti affiliati alla rete terroristica di Osama bin Laden. Con questa esecuzione di massa, scrive il quotidiano Dawn, «i talebani vogliono chiarire al governo che non permetteranno intromissioni nel loro operato. Ora è Islamabad a dover rispondere, e speriamo che lo faccia con la forza necessaria. In ogni caso, la guerra è scoppiata».

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Francia, Polonia e Germania, una triade per l’Europa a due velocità

Un triangolo per quadrare il cerchio di Francesco Cannatà rancia, Germania, Polonia. La soluzione alla crisi costituzionale di Bruxelles, verrà dalle due capitali che in passato sono state la fonte delle pulsioni più nazionalistiche del continente e da quella che ha più di altre ha sofferto per una posizione geografica che l’ha vista succube dell’arbitrio delle potenze d’Europa?

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Le città da dove nei secoli scorsi sono partite le maggiori bordate alla pace e alla stabilità europea, si trasformeranno nell’ancora di salvezza di una Ue che non riesce a dare più senso compiuto alla sua azione? Questa è l’ambizione dichiarata dal ministro degli esteri polacco, Radoslaw Sikorski, durante l’ultimo vertice di Parigi del triangolo di Weimar. Un forum nato agli inizi degli anni novanta su iniziativa delle diplomazie di Parigi, Berlino e Varsavia per facilitare l’ingresso polacco nelle strutture europee e transatlantiche. Da allora il summit si riunisce con una regolarità che dipende dal buon andamento delle relazioni esistenti tra i tre. L’incontro franco-tedesco-polacco del 17 giugno, il primo dal cambio di governo a Varsavia, si è svolto pensando alla futura presidenza francese dell’Unione, e ai numerosi problemi che Parigi tenterà di avviare a soluzione. Nato, Afghanistan, dipendenza energetica da Mosca e rapporti tra Ue e Russia, questi i temi trattati dai ministri degli esteri. Riguardo il no irlandese al Trattato di Lisbona, sarà la diplomazia polacca a svolgere il ruolo più delicato. Capire le ragioni che hanno portato gli irlandesi ad impedire il passo avanti dell’integrazione continentale, e ribadire l’inevitabilità della nascita di una Europa “para politica”. Una esigenza fondamentale per Varsavia. Solo un continente compatto potrà risolvere i problemi polacchi più urgenti. La causa principale della sconfitta del governo Kazcynski alle elezioni dello scorso autunno

è stata proprio un’eurofobia a trecentosessanta gradi. Comprensibile dunque che la coalizione guidata da Donald Tusk cerchi un approccio più realistico alla questione europea. Come ha detto a Le Figaro Radoslaw Sikorski, ministro degli esteri polacco, l’Ue è ora chiamata a dare innanzitutto una lezione di stile senza però rinunciare alla visione realistica di quanto avviene nel nostro continente. Riguardo il pronunciamiento di Dublino, il ministro polacco ha affermato senza ambiguità che «occorre rispettare il verdetto delle urne, senza abbandonare il processo di ratifica del Trattato», ma non si nasconde le difficoltà del voto irlandese. «Il no “celtico”, approfondirà il solco tra le varie componenti della Ue. L’Europa a due velocità esisteva già: alcuni Stati hanno adottato l’euro, altri no. Per lo spazio di Schengen o la politica di sicurezza e di difesa comune è successa la stessa cosa». Il responso irlandese è un altro

mediazione di Varsavia. Dopo il no di Dublino il dato è cambiato. I consiglieri del presidente francese sanno che adesso Parigi dovrà puntare su pazienza e tempo. Se il Trattato di Lisbona si salverà, ciò non potrà avvenire prima della primavera 2009. Esattamente un anno dopo da quanto programmato da Sarkozy. «Il no irlandese sembra aver fatto capire all’Eliseo che senza posizioni assolutamente comuni con Berlino sarà impossibile salvare il semestre di presidenza francese della Ue», nota Daniela Schwarzer, specialista francese alla fondazione Wissenschaft und Politik di Berlino. Questo approccio ha impedito il fallimento del progetto Mediterraneo di Parigi. Per la ricercatrice «l’analisi francese era appropriata, ma il tentativo di cortocircuitare l’Ue è stato un errore. Allo stesso modo occorre riconoscere la mancanza di un vero dibattito strategico in Germania. Sbaglia Berlino a credere che i suoi interessi siano soprattutto ad est. L’Europa deve definire una politica estera comune verso oriente e verso sud, non opporre le due opzioni». L’azione europea di Varsavia, innanzitutto l’iniziativa polacco-svedese sul Baltico, togliendo alla Germania l’esclusività delle politiche orientali è stata ben vista a Parigi. L’evoluzione della politica estera tedesca è però complicata dalla natura della Germania riunificata. Relazioni privilegiate con la Russia ed eredità storica di una nazione che vuole affermarsi esitando a farlo, mettono in primo piano il ruolo della Polonia. Il no irlandese minaccia di rinviare alle calende greche molti dibattiti fondamentali per il futuro Ue. A meno che il triangolo di Weimar non diventi il motore della nuova politica continentale. Ma è solo Fantaeuropa.

Dopo il no irlandese al Trattato di Lisbona, a Varsavia il ruolo del pompiere. Rispettare il no di Dublino e convincerla ad accettare l’approfondimento europeo passo in questa direzione. Il fatto che anche la diplomazia tedesca sia dello stesso avviso, non intimidisce più Varsavia. A differenza del suo predecessore, l’attuale primo ministro polacco non teme i buoni rapporti con Angela Merkel. Il valore aggiunto del “nuovo”triangolo sta proprio nelle relazioni prive di sospetti che si stanno sviluppando tra Berlino e Varsavia. Una distensione fondamentale per la strategia europea di Sarkozy.

Lo scorso inverno era stato soprattutto lo sbandamento del transatlantico franco-tedesco, a portare in primo piano il ruolo di


mondo

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Ungheria: la popolazione crolla sotto i 10 milioni. Eurostat avverte: il calo fra il 2013 e il 2020 riguarderà l’Italia

Europa, emergenza demografica di Raffaele Cazzola Hoffman

d i a r i o e l’attuale andamento demografico non andrà in controtendenza, la popolazione dell’Ungheria potrebbe scendere al di sotto dei dieci milioni nei prossimi due anni. Ad annunciare la possibilità concreta che il Paese magiaro, già dal 2004 tra gli Stati membri dell’Unione europea in maggiore crisi nel saldo tra nascite e decessi, è stato l’Ufficio centrale di statistica di Budapest. «Per raggiungere un equilibrio demografico le nascite dovrebbero crescere del 30 per cento», ha sostenuto il funzionario del governo ungherese Ferenc Kamaras aggiungendo che questa evenienza è ovviamente «impossibile». Nel solo primo quadrimestre di quest’anno la popolazione dell’Ungheria è calata di novemila unità per un totale di poco più di dieci milioni di individui. Il Paese magiaro si trova quindi vicinissimo a scendere al di sotto di una pericolosa “soglia psicologica”. Il caso ungherese è fonte di molte riflessioni. La più evidente è quella che vede non solo il Paese magiaro, ma anche altre importanti realtà dell’Europa orientale (soprattutto la Polonia che in pochi decenni rischia di perdere 4,8 milioni di abitanti, la Repubblica Ceca e gli Stati baltici) precipitare i propri tassi demografici proprio in anni nei quali l’ingresso nella Ue e l’apertura ai circuiti dell’economia mondiale hanno portato un evidente aumento di ricchezza. La stessa Ungheria ha appena presentato previsioni economiche molto rosee per il 2008 con un Pil che dovrebbe crescere su base annua tra il 2,5 e il 2,7 per cento.

S

Si tratta di previsioni di crescita ormai impensabili per le nazioni dell’Europa occidentale. Certo, prima che la crescita del Pil nell’Europa orientale possa portare i nuovi Stati membri al livello di sviluppo degli altri membri della Ue saranno necessari molti decenni. Per questo la Germania, la Scandinavia e il Regno Unito attraggono ancora una certa quota di immigrazione. Però, nell’impressionante calo demografico ungherese, il ruolo maggiore lo gioca il calo delle nascite che non è in grado di bilanciare il numero di decessi. Ancora secondo l’ufficio statistico magiaro, infatti, nei primi quattro mesi dell’anno ci sono stati 31mila neonati. Invece i decessi, che pure a livello assoluto sono diminuiti rispetto al primo quadrimestre del 2007, sono ammontati a circa 45mila. Il che significa che la crescita economica

d e l

g i o r n o

Usa: non riconosceremo voto Zimbabwe Gli Stati Uniti non riconosceranno il risultato del ballottaggio presidenziale (al momento nemmeno tale, visto che il leader dell’opposizione Morgan Tsavngirai si è ritirato dalla competizione) previsto per domani in Zimbabwe. Lo ha dichiarato il vicesegretario di Stato con delega per l’Africa Jeandayi Frazer in un’intervista rilasciata alla Bbc. «Non potremo riconoscere tali risultati se mai il voto davvero avvenisse: il popolo è stato perseguitato, picchiato e ucciso nel tentativo di difendere il proprio diritto di votare liberamente, in queste condizioni è impensabile accettare quanto eventualmente uscirà dalle urne». Onu, Ue e la stragrande maggioranza delle cancellerie occidentali, così come molte di quelle africane, chiedono con forza che il ballottaggio presidenziale sia quantomeno rinviato, ma Mugabe non sembra voler accettare nessuna imposizione.

Kentucky, uccide 5 colleghi e si spara Tragedia della follia in una fabbrica del Kentucky, in Usa. Un impiegato ha aperto il fuoco uccidendo cinque persone prima di togliersi la vita. All’origine della strage avvenuta alle prime ore del giorno nello stabilimento Atlantis plastics di Henderson, riferisce la polizia, una discussione avuta dall’uomo con un suo superiore: in una pausa dell’orario di lavoro, l’impiegato è tornato a casa e ha preso la pistola per poi mettere in atto la sua folle vendetta e, infine, rivolgere l’arma contro se stesso.

Sarkozy avvia riforma tv pubblica

Nel 2050 il 60% della popolazione mondiale sarà di origine asiatica mentre il 20% sarà africana di questo periodo non è stata in grado – com’era avvenuto nell’Europa occidentale durante la fase post-bellica della ricostruzione – di portare a un nuovo boom demografico. Anzi, dati alla mano, è successo esattamente l’inverso.

Già da tempo Eurostat, l’ufficio statistico della Ue, prevedeva un pesante calo demografico nell’Europa orientale. Invece in quella occidentale, che pure mostra già segnali preoccupanti, una svolta davvero negativa dovrebbe avvenire nel periodo 2013-2020 coinvolgendo in ordine cronologico l’Italia (già definita in un recente rapporto dell’Istat come «il Paese più anziano d’Europa»), la Germania, il Portogallo e la Grecia. Poi, nel lungo periodo, potrebbe essere la volta di tutti i restanti Stati membri occidentali della Ue con la sola eccezione della Francia che invece vede la sua popolazione in pur lieve crescita. In termini assoluti i cali maggiori sono previsti in Germania con otto milioni di persone in meno e in Italia con un calo di cinque milioni.

La proporzione di anziani di età superiore agli 80 anni triplicherà con le punte maggiori in Italia, Germania e Spagna. Le prospettive demografiche dell’Europa sono insomma molto negative e preoccupanti e si proiettano anche sulla vicina Russia che vive una vera e propria emergenza dopo una perdita netta di popolazione, l’anno scorso, pari alla fanta-cifra di quasi 238mila unità.

La situazione europea è del tutto opposta rispetto a quella dei Paesi emergenti e del Terzo mondo. Nel 2050 il 60 per cento della popolazione mondiale sarà di origine asiatica mentre il 20 per cento sarà africana. Tra vent’anni, prevedeva nel 2005 uno studio della Commissione europea, nella sola Cina vivrà quasi un quarto della popolazione mondiale. Dal punto di vista dell’Europa impressiona che appena sull’altra sponda del Mediterraneo ci sia un Paese come l’Egitto che vive la situazione opposta. Se nella Ue le nascite in calo frenano lo sviluppo economico con gravi ricadute previdenziali, nel Paese dei faraoni a rappresentare un «ostacolo sostanziale alla crescita», come ha detto lo stesso presidente egiziano Hosni Mubarak, è la nascita in media di un neonato ogni ventitre secondi.

Arriva finalmente, dopo quattro mesi di riflessioni, il rapporto della cosiddetta commissione Copé che rivoluzionerà la tv pubblica francese tagliando i contributi della pubblicità. In grandi linee, il rapporto, consegnato al presidente ieri pomeriggio, definisce sia il modello futuro della tv pubblica sia il suo finanziamento, problema ovviamente cruciale. L’interruzione della raccolta pubblicitaria è previsto in via definitiva per il 2012, mentre dal primo settembre 2009 dovrebbero essere eliminati gli spot dopo le ore 20. Le reti pubbliche saranno alimentate tramite il canone, le tasse sui fornitori di servizi internet e gli operatori telecom, ma anche da un prelievo sulle reti private. La Commissione Ue fa sapere che «a una prima lettura la commissaria per i Media, Viviane Reding, non è entusiasta» all’idea di tassare settori che muovono la crescita. Jean Francois Copé ha replicato che «la legislazione europea in questo campo non ha voce in capitolo».

Siberia, al via summit Russia-Ue Comincia oggi il vertice eurorusso di Khant-Mansijisk, in Siberia. Molti i dossier in campo, e soprattutto - secondo Sergey Prikhodko, consigliere di Medvedev, la possibilità di prospettare «un accordo di cooperazione tra la Russia e l’Unione europea tra un anno circa». Fra i temi caldi, che probabilmente non troveranno risposta, l’affaire Kosovo e la questione giorgiana di Abkhazia e Ossetia. Sul tavolo, invece, il tema del revisionismo storico, per Prikhodko particolarmente urgente perché «non si può politicizzare la storia dell’Europa». Assente Vladimir Putin, presenti il presidente della Commissione Ue Barroso e i commissari al Commercio, Peter Mandelson, alle relazioni esterne, Ferrero-Waldner e il rappresentante per la politica estera, Solana.

Gb, Gordon Brown e la crisi del primo anno Il prossimo 27 giugno Gordon Brown compirà un anno alla guida della Gran Bretagna e il bilancio è nero: un sondaggio del quotidiano The Guardian - tradizionalmente vicino ai laburisti - rivela che il 67% degli elettori del New Labour considera Brown «peggio» di Tony Blair, mentre il 24% dell’intero elettorato confessa di parteggiare per il partito laburista ma di non gradire la persona del primo ministro.


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speciale educazione a Finanziaria Prodi prevedeva una vera riforma della scuola in senso federalista. Invito questo governo a riprendere in mano quei provvedimenti». Andrea Ranieri, esperto di scuola ed esteri dei Ds, ora del Pd, boccia la riforma di «sacrifici» annunciata da Renato Brunetta. La minaccia maggiore riguarda proprio la scuola. La manovra finanziaria sulla pubblica amministrazione prevede infatti un taglio di centomila insegnanti con blocco dei concorsi, freni alle assunzioni e alla regolarizzazione dei precari. E non ci sarà più l’aumento di stipendio, promesso dal ministro della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini per equiparare gli insegnanti italiani con il resto d’Europa. La carriera dovrebbe avvenire per merito e non più solo per anzianità. Saranno premiati i dipendenti coinvolti in progetti innovativi. E per i fannulloni, assicurano, non ci sarà più spazio. I sacrifici maggiori riguarderanno l’istruzione. Ma non servono tagli con la sega elettrica. I nostri studenti italiani, rispetto ai loro coetanei europei, sono in media sei mesi più indietro, quelli del Sud addirittura due anni. Non si è ancora capito che una reale crescita del nostro Paese, anche dal punto di vista economico, dipende da quanto si decide d’investire sul capitale umano. Nessun governo finora ha trovato il coraggio di puntare su scuola e ricerca. Perché siamo così indietro rispetto al resto d’Europa? Si sottovaluta l’importanza della scuola d’infanzia e dell’educazione degli adulti, due fasce di età su cui non si concentra abbastanza l’attenzione. L’analfabetismo di ritorno è ancora un problema reale. Col precedente governo avevamo presentato un disegno di legge per introdurre il principio di formazione permanente come nuovo diritto di cittadinanza. È necessario ripartire da qui. In Francia questo già si fa: ci sono corsi

Socrate

«L

Malpagati rispetto ai colleghi europei, i nostri insegnanti si rimettono alle promesse del ministro dell’Istruzione

DUE SOLDI DI SPERANZA colloquio con Andrea Ranieri di Irene Trentin Che tipo di manovra potrà funzionare? Bisogna ripartire dall’autono-

«Bene Brunetta: stop all’anzianità, gli aumenti siano legati alla selezione» di formazione professionale nelle fabbriche, nelle aziende, corsi di riqualificazione professionale, recupero scolastico, inglese e informatica per chi lavora.

mia scolastica, decidendo dove e come tagliare a seconda di ogni singola realtà, non con misure generalizzate. L’importante è poi che quello che si risparmia venga reinvestito nel-

la scuola. Nella Finanziaria Prodi avevamo previsto una sperimentazione in alcune Province: enti locali e scuole avrebbero poi deciso insieme i provvedimenti ritagliati sul territorio. Al Sud, per esempio, dove il rapporto tra numero di docenti e studenti è più elevato ma non comporta qualità migliore – in Basilicata è di 170 insegnanti ogni mille ragazzi, in Lombardia di 125 insegnanti ogni mille – si potrebbe ridurre, trasferendo ri-

sorse in edilizia scolastica, laboratori tecnici, nuove tecnologie, strumenti di educazione degli adulti. Si torna a parlare di merito e concorsi pubblici. Sono convinto che un sistema di valutazione trasparente dovrebbe essere il criterio anche per assegnare i finanziamenti pubblici: scuole, università ed enti di ricerca dovrebbero essere valutati prima di essere premiati. Sono d’accordo col ministro Brunetta quando parla di progressioni economiche attraverso prove selettive e non più di anzianità. Per far questo bisogna rafforzare il ruolo dei dirigenti scolastici, che però devono essere valutati a loro volta, e definire criteri trasparenti e oggettivi. Penso a una sorta di commissione micomposta sta, anche da altre parti sociali. Il criterio di valutazione dovrebbe riguardare anche i trasferimenti alle università: dovrebbero essere assegnati in questo modo fino al trenta per cento. Se il ministro della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini manterrà le promesse, ritorneranno presto anche gli esami a settembre. Meglio così? Solo se rimandare a settembre significa non bocciare di più. La nostra deve diventare una


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Cifre e meccanismi retributivi della professione. La busta paga ai raggi x

Prof, guida per riconoscere i suoi pianti «Q di Riccardo Lancellotti

scuola inclusiva: di qualità migliore ma che porta avanti il numero più alto possibile di ragazzi. In Finlandia, dove i livelli scolastici sono i più elevati d’Europa, riesce a diplomarsi il 92 per cento degli studenti. \\\\\\u0116 giusto verificare se i ragazzi hanno raggiunto i livelli previsti, ma il sistema di recupero crediti debiti rimane il migliore, anche se va ancora perfezionato. La scuola deve attivare risorse per organizzare corsi di recupero dall’inizio dell’anno, senza aspettare l’estate. I più penalizzati sono gli studenti degli istituti tecnico-professionali, che hanno orari di lezione troppo pesanti. Bisogna individuare interventi di sostegno senza pesare ulteriormente sul carico di lavoro. Per ora il ministro Gelmini sembra non voler mettere mano alla riforma dei cicli. La tranquillizza? Non c’è necessità di grandi riforme. L’unica riforma che funziona è quella dell’autonomia sia nella scuola che nell’università: iniziamo ad attuarla veramente. Questo rende possibile programmare interventi mirati. Non serve rivoluzionare il sistema scolastico con proclami e programmi sempre diversi. Se vogliamo davvero una scuola di qualità occorre una più compiuta assunzione di responsabilità e l’unico modo efficace per procedere è quello di una valutazione attenta.

uando una giacchetta, per rammendi, macchie e rivoltature, è ridotta al punto che chiunque, anche il vecchio mendicante che tutte le mattine si vede all’angolo della scuola, la regalerebbe ai poveri, allora un maestro dice: «Mi par buona», e, stiratala e smacchiatala, vi si pavoneggia lasciando dietro di sé un acuto odor di benzina». Questo scriveva nel 1939 il noto scrittore ed ex maestro elementare Giovanni Mosca in Ricordi di scuola (Rizzoli), a proposito del tenore di vita degli insegnanti, dopo aver fatto riferimento ad una busta dello stipendio «così leggera che par debba volare da un momento all’altro», busta che i maestri «ripongono in petto e vi premono forte una mano sopra affinché non sfugga e non se ne vada via con le rondini». Le parole di Mosca, anche dopo così tanti anni, descrivono una situazione che non è mutata di molto, e un corpo professionale che ha sempre vissuto con decoro l’illusione di appartenere alla classe dirigente, essendo chiamato a promuovere la formazione dei cittadini di domani, ma che non ha mai avuto il riconoscimento economico che questo alto compito meriterebbe. Si dice che quella del docente è una vocazione. Anche la medicina, si dice, è una vocazione, ma ben altri sono il riconoscimento economico e il prestigio sociale di cui gode chi professa l’arte di Esculapio.

Quanto guadagna un docente? La retribuzione degli insegnanti è stabilita dal contratto di lavoro di categoria (l’ultimo è quello del 29/11/2007, seguito dal contratto integrativo relativo al biennio economico), che prevede uno stipendio annuale lordo per un docente con contratto a tempo indeterminato (come si diceva una volta, “di ruolo”) così articolato: per gli insegnanti di scuola dell’infanzia e primaria e per gli educatori dei convitti nazionali, da 1.550,78 euro lordi iniziali a 2.270,44 euro lordi a 35 anni di servizio (netti da 1266,85 a 1811,40); lo stipendio è leggermente più alto per i docenti di scuola secondaria di primo grado (scuola media inferiore), che percepiscono da 1.683,10 euro lordi a 2.516,00 a 35 anni di servizio (netti da 1348,74 a 1925,91); nella scuola secondaria di secondo grado, per i docenti laureati, si parte come nella scuola media ma, a 35 anni di servizio, si arriva a 2641,20 euro lordi (1966,16 netti). È da notare la differenza retributiva tra do-

centi di diversi gradi di istruzione, che continua imperterrita a sopravvivere benché non giustificata né dal titolo di studio (oggi la laurea specialistica è obbligatoria per tutti i docenti), né dall’orario di lavoro, che è inversamente proporzionale al grado di scuola, né dalle teorie psicopedagogiche, secondo le quali è acclarato che insegnare ai più piccoli è più difficile che insegnare ai più grandi. C’è anche da dire che gli incrementi stipendiali sono determinati dallo scorrere del tempo, che determina sette fasce: 0-2 anni, 3-8, 9-14, 15-20, 2127, 28-34, 35.

Quali sono i compensi accessori?I docenti hanno diritto anche a compensi accessori, che derivano dallo svolgimento di prestazioni aggiuntive deliberate dagli Organi collegiali della scuola e contrattate all’interno di ogni singolo istituto scolastico, a livello di relazioni sindacali decentrate. Tali prestazioni possono consistere in attività aggiuntive di insegnamento (corsi di recupero, attività di arricchimento formativo per gli alunni, ecc.), di progettazione o di coordinamento e staff (collaboratori del dirigente scolastico, coordinatori di plessi distaccati, funzioni strumentali al Piano dell’offerta formativa, e così via). Le fonti di finanziamento per tali prestazioni derivano in gran parte dal Fondo dell’istituzione scolastica, assegnato dal ministero della Pubblica istruzione ogni anno secondo parametri definiti, e da altri fondi assegnati alla scuola dallo Stato o da altri Enti (comuni, regioni, ecc.). Quale che sia la fonte di finanziamento, i compensi sono quelli previsti con l’ultimo contratto di categoria: ore aggiuntive per corsi di recupero 50,00 euro lordi l’ora; ore aggiuntive di insegnamento 35,00 euro lordi l’ora; ore aggiuntive non di insegnamento 17,50 euro lordi l’ora. Gli incarichi vengono attribuiti dal Collegio dei docenti, ad eccezione di quelli dei due collaboratori diretti del dirigente scolastico (tra i quali il collaboratore con funzioni vicarie, il cosiddetto “vicepreside”): questi sono individuati dal dirigente scolastico, ma il compenso è oggetto di contrattazione integrativa di istituto. Anzianità o merito? Viene da chiedersi a questo punto. È indubbio che gli stipendi degli insegnanti siano inadeguati rispetto alla complessità crescente dei compiti che la società, a sua volta complessa, affida loro, e che non si

esauriscono nel già difficile compito di promuovere apprendimenti e trasmettere i valori condivisi dalla società civile: tutti i giorni, infatti, i docenti si trovano a fronteggiare i delicati problemi della gioventù e della realtà di oggi, che vanno dall’integrazione delle disabilità alla prevenzione del bullismo, dall’emergenza multiculturale alla disgregazione familiare, e richiedono competenze professionali elevate e interdisciplinari. È pertanto molto apprezzabile la proposta del ministro Gelmini di aumentare gli stipendi ai docenti. A cui va aggiunta, però (e ci sembra che anche questo sia previsto nell’agenda del Governo), anche una valutazione del merito. Valutazione finora difficile, nella scuola, perché ha sempre incontrato forti opposizioni da parte dei sindacati, in nome di un egualitarismo che nel mondo scolastico è sopravvissuto e sopravvive alla logica delle cose e alle più attuali teorie dell’organizzazione. Sono passati molti anni da quando, con i decreti delegati del 1974, si tentò addirittura una delegittimazione della funzione del capo di istituto, poi recuperata soprattutto con l’avvento dell’autonomia scolastica.

A dire il vero, nel 1999 vi fu, recepito dal contratto di lavoro della categoria, il tentativo dell’allora ministro della Pubblica istruzione Luigi Berlinguer di introdurre un concorso per titoli che avrebbe consentito, ai docenti con maggiori titoli professionali, di acquisire un trattamento economico accessorio consistente in una maggiorazione di 6.000.000 di lire annue. L’iniziativa del ministro provocò una levata di scudi e fu sospesa, con l’appoggio di ampia parte dei sindacati. Costò l’incarico allo stesso Berlinguer, che fu sostituito da Tullio De Mauro. Oggi, forse, il clima sta cambiando, e non solo per le affermazioni del ministro della Funzione pubblica Brunetta. Per la prima volta, con decisione presa dall’ex ministro Fioroni, è stata introdotta una prova nazionale standardizzata negli esami di terza media, predisposta dall’Invalsi (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione). Con la diffusione e la generalizzazione delle prove nazionali ai vari gradi di istruzione, l’efficacia dell’azione didattica (pur con i limiti imposti dai diversi livelli di partenza degli alunni e dal contesto socioambientale) emergerà e i nodi verranno al pettine. Forse non tutti se ne sono accorti, ma la valutazione dei docenti è già cominciata.


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speciale educazione

Socrate

I ritocchi stipendiali sono necessari ma la riqualificazione passa da misure improntate sul merito

Non si vive di solo pane,però aiuta di Alfonso Piscitelli on possiamo ignorare che lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria dopo 15 anni di insegnamento è pari a 27.500 euro lordi annui, tredicesima inclusa. In Germania ne guadagnerebbe 20mila in più, in Finlandia 16mila. La media Ocse è superiore ai 40mila euro annui». A svolgere queste valutazioni economiche non è il rappresentante di qualche Gilda degli insegnanti, ma il ministro della Pubblica istruzione. La rivendicazione di aumenti salariali da parte della classe docente è oggi una esigenza universalmente riconosciuta. Meno chiaro è il percorso che dovrebbe condurre ad una rivalutazione globale di una funzione sociale (quella legata alla scuola) che negli ultimi decenni ha perso inesorabilmente prestigio. Il primo bivio che si

«N

dità la condizione di chi ha dedicato la propria vita all’insegnamento. Oppure si può puntare ad aumenti più sostanziosi; ma questa seconda eventualità presuppone cambiamenti radicali anche nei comportamenti, nei criteri di selezione, nel numero stesso dei docenti italiani.

Diciamolo chiaramente: la professione docente dal ’68 in poi è stata“proletarizzata”. L’Italia ha un numero eccessivo di docenti (rispetto agli altri paesi europei), spesso immessi in ruolo in virtù dello scorrimento lento delle graduatorie. Partiti e sindacati sono riusciti a trasformare una professione sociale di primo piano in una sorta di “lavoro socialmente utile”, valvola di sfogo –soprattutto al Sud – della disoccupazione intellettuale e di quella femminile. Se la situazione rimane tale, non si

Un aumento più sostanzioso presuppone nuovi sistemi e criteri di selezione presenta è quello che riguarda la consistenza degli aumenti. Si potrebbe mirare ad un piccolo aumento facile da ottenere e che tuttavia non modifica in profon-

possono concepire aumenti rilevanti, ma al massimo mance di un centinaio di euro. Sbaglia chi fa della rivendicazione salariale il primo passo di

Berlinguer qualche anno fa aveva tentato di stabilire esami per valutare la formazione dei docenti e di creare fasce di stipendio legate al merito. I sindacati e i suoi partiti di riferimento fecero saltare l’interessante iniziativa nel giro di qualche settimana. E gli andò anche bene: l’essere parente di uno dei piccoli padri del comunismo italico, lo salvò dal linciaggio sulla pubblica piazza con l’accusa di “fascista”. una nuova politica scolastica. Gli aumenti salariali per logica dovrebbero essere la necessaria conseguenza di una riqualificazione della professione docente: ovvero di un ritorno del “docente di qualità”. Lo stipendio rivalutato deve essere la diretta conseguenza di una nuova valorizzazione della figura del docente. Il ministro Gelmini ha giustamente inserito il tema degli aumenti in un discorso più generale di “meritocrazia”. L’obiettivo giusto è quello di “sproletarizzare la professione docente”. I docenti devono essere nel numero giusto, in rapporto con i ritmi demografici ed evitando l’inflazione di materie o attività

inutili al solo scopo di garantire le“immissioni in ruolo”. È assurdo il criterio di graduatorie che scorrono a ritmo lento, inesorabile: è frustrante per chi in quelle graduatorie è inserito, ma è anche umiliante per una istituzione che fa del “tempo” e delle “supplenze” i criteri principali per selezionare i propri rappresentanti. Percorsi di laurea severi; poi periodi di tirocinio reali (oggi molto spesso si riducono all’apposizione di una firma su un libretto) per conoscere la realtà delle classi; e dopo l’assunzione, fasi di aggiornamento ed esami periodici per accertare la formazione permanente.

LETTERA DA UN PROFESSORE

PUBBLICA ISTRUZIONE. RELIGIONE DI STATO di Giancristiano Desiderio

A

utonomia è una parola a cui non corrisponde una cosa. Le scuole italiane non sono autonome nelle finanze, nella didattica, nella scelta dei professori. Se ci pensate bene è davvero una situazione un po’ curiosa. Infatti, che cosa si fa a scuola se non insegnare a essere autonomi? Ma come può la scuola insegnare l’autonomia se non è autonoma? Tutta la vita scolastica non nasce dalla scuola ma fuori dalla scuola: dal ministero. La scuola italiana è un sistema eliocentrico il cui sole è il ministero. A sua volta il ministero - come benissimo diceva Valitutti - ha un suo sole che è il ministro: il sole nel sole. Così da una parte il ministro ha superpoteri, dall’altra l’esercizio del

potere è incontrollabile. Il sistema eliocentrico fa sì che la scuola possa essere diretta dall’alto con le circolari. Le scuole dovrebbero essere il sole di se stesse, dovrebbero brillare di luce propria. La parola autonomia sta a significare proprio questo. L’etimologia qui non sbaglia: è autonomo chi si governa con proprie leggi. Sennonché l’autonomia è un decentramento che altro non è che un ministero di regione o di periferia. Ma non è decentrando il sistema che si capovolge la logica eliocentrica. Per avere autonomia bisogna smontare la “scuola del ministero”. Per le scuole il Ministero è una religione. Ministero della Pubblica istruzione, infatti, è davvero un concetto assurdo che

non dovrebbe avere esistenza in uno Stato libero e liberale. Dicendo “Ministero della Pubblica istruzione” è come se dicessimo “Ministero della Pubblica Religione”. La definizione di “Ministero della Pubblica istruzione” è un controsenso non solo rispetto alla libertà che è alla base della vita scolastica o educativa, ma anche rispetto a se stesso perché se l’istruzione è pubblica di per sé, allora, non può essere ministeriale. In realtà, chi dice “Ministero della Pubblica istruzione” pensa – giustamente – “Ministero dell’istruzione” o “Istruzione dello Stato”. Che poi in Italia non ci sia lo Stato è un ennesimo paradosso nel quale ora qui è meglio lasciar cadere.

Oggi i tempi sono cambiati. L’opinione pubblica segue con simpatia i tentativi del ministro Brunetta di stanare i ghiri che si annidano nei corridoi ministeriali. Appare evidente che tutto il settore pubblico deve essere riqualificato: anzitutto per un senso di rispetto per coloro (e sono tanto) che servono le istituzioni onestamente. Il docente merita di guadagnare molto di più. La società italiana a sua volta merita di avere docenti selezionati con maggior cura. Al bar dello sport si dice che i docenti lavorano poco: ciò è vero solo in parte. Un funzionario ministeriale può leggere la Gazzetta per tre ore…ma può una maestra di scuola elementare perdere di vista i propri bambini per più di trenta secondi? D’altra parte è difficile pensare che un docente possa gestire una dozzina di classi, o possa tenere trenta ore di lezioni settimanali (i baroni dell’università ne fanno 3 o 4). Anche per la questione “orario” è più un problema di qualità che non di quantità: bisognerebbe tagliare radicalmente quella serie di attività ludiche – nel senso cattivo del termine che infestano la scuola e concentrarsi sull’insegnamento degli elementi fondanti della cultura. I nostri ragazzi sono scivolati dietro i ragazzi turchi per preparazione e dunque non è più tempo di recitine pacifiste e di musical. La scuola deve tornare a fare sul serio. Il ritorno della serietà degli studi oggi si impone: la rivalutazione (anche economica) della figura del docente ne è lo strumento indispensabile.


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Come illustrato da John Vaizey, è difficile calcolare i compensi sulla base dei risultati

Il merito, la bestia e la virtù di Giuseppe Lisciani iuscirà, il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini, a pagare gli insegnanti secondo il loro merito? Se diamo retta a John Vaizey, la cosa è molto improbabile: «Dire che gli uomini sono pagati per quello che valgono è una bestemmia oltre che, da un punto di vista metodologico, un’assurdità». Quando Vaizey pronunciò questa boutade, era assistente incaricato di economia al Worcester College di Oxford. E la pronunciò per suggerire prudenza nella ricerca e scelta degli indicatori di produttività dell’educazione (e quindi anche dell’insegnamento). Il volume da cui ho tratto la succitata pungente battuta si chiama The Economics of Education, tradotto in italiano dall’Editore Armando di Roma nel 1964. È un bel libro, che affronta l’argomento con motivi di problematicità ancora oggi sul tappeto. Vaizey offre molti percorsi di analisi e di apprezzamento dell’educazione, senza però giungere alla proposta di un metro scientifico con il quale effettuare misurazioni di oggettiva condivisibile validità. Così, ad esempio, l’istruzione non si pone di sua iniziativa come bene di consumo o come investimento, il suo ruolo è fluttuante, è l’uno o l’altro a seconda della volontà politica.

R

Ugualmente interlocutoria è la correlazione tra reddito e istruzione, poiché «tutto quel che le statistiche possono dimostrare è che i redditi sono disuguali e l’istruzione è distribuita, anch’essa, in modo disuguale, anche se la relazione causale tra istruzione e reddito non possa darsi come necessaria» (Op. cit., p. 43): gli uomini, appunto, non sono pagati per quello che valgono! E così via discutendo: con l’esaltazione, da una parte, di poter affermare che «la funzione svolta dall’educazione ai fini dello sviluppo economico è notevolissima» ed è «essenziale per rendere possibili le scelte migliori in una società dove i processi produttivi sono assai complessi» (p. 7 e p. 161); ma con la frustrazione, dall’altra parte, di non esprimere con un numero a quanto ammonti l’oro che l’educazione porta in dote, né come si possa inventariarlo. Sulla base di questa premessa, è molto improbabile che il ministro Gemini, progettando per gli insegnanti italiani un

maggiore salario e una migliore considerazione meritocratica, voglia commisurare il tutto alla loro produttività: la produttività è un animale bizzarro, grida a tutti la sua presenza nell’istruzione ma si nasconde alla misura. E poi, alle numerosissime variabili che ostacolano la lettura economica della produzione educativa in generale, se ne aggiungono ancora altre quando si va a misurare il risultato produttivo di un singolo insegnante: per esempio, nel “team teaching” (insegnamento condotto a squadre) e in tutti gli altri casi in cui gli insegnanti si dividono ruoli e responsabilità, come si fa a distinguere il merito o il demerito di questo o quell’operatore nei confronti del risultato complessivo?

È ragionevole supporre che il ministro Gelmini e i suoi collaboratori, nel momento in cui ci sarà disponibilità di fondi, premieranno i docenti non in base al loro rendimento nell’attività scolastica ma piuttosto facendo leva su argomenti di natura sociale e culturale: a tal

to da un bel po’ d’anni, che non ad una moderna iniziativa meritocratica. A scusante del ministro, si può di nuovo chiamare in campo la difficoltà di valutare, e quindi premiare, i risultati: argomento che io stesso ho qui sostenuto appoggiandomi a John Vaizey e alla sua nota duplice competenza di economista e di esperto di problemi educativi. D’altra parte, però, non posso neanche dire – o almeno non mi risulta – che il ministro Gelmini abbia preso in considerazione l’ipotesi della «libertà di scuola», in cui i meriti sarebbero misurati dal mercato. Ne abbiamo scritto in più occasioni nell’inserto Socrate (v. ad

La produttività è essenziale ma è difficile tradurla in parametri quantitativi proposito, Mariastella Gelmini, durante la sua prima audizione presso la Commissione cultura della Camera presieduta da Valentina Aprea, ha già posto una questione sociale, facendo cenno alla opportunità di uniformarsi al migliore status degli insegnanti negli altri Paesi europei; saranno poi considerati i titoli di cultura professionale, generale, di ricerca sul campo e simili di ciascun insegnante. E questo non si può certo bollare come un procedimento arbitrario. Ma nemmeno si può dire che sia pienamente congruo, poiché offre, sì, un attestato economico alla buona volontà, ma non entra nel merito della produttività. Somiglia di più al vecchio «concorso per merito distinto», ormai archivia-

esempio, «liberal» del 12 giugno scorso), sostenendo l’idea che si può cambiare la scuola italiana, John Vaizey con la gradualità voluta e senza spese importanti: insomma, con una sorta di “rivoluzione lenta e parsimoniosa”. Il modello «libertà di scuola» propone di modificare in «autonomia» e successivamente perfezionare in «libertà» il sistema educativo del nostro Paese: il fondamento, per così dire, “teorico” del modello è il «primato della pedagogia», che indica la professionalità insegnante come prima chiave del cambiamento e considera la gestione delle risorse economiche (che poi è il nodo nel quale si aggrovigliano

insieme appetiti e dubbi) come seconda e più tardiva chiave.

Il primo passo consiste nell’attribuire all’insegnante (formalmente e in prima persona) la responsabilità del “curricolo”, che, come sanno pedagogisti e insegnanti, rappresenta il nocciolo del successo o insuccesso educativo di una scuola o di un gruppo di scuole. Detto in breve – rimando, per maggiori dettagli, all’inserto Socrate citato sopra – il modello «libertà di scuola» prevede che la scuola tenda ad immettersi nel mercato dell’istruzione mediante il libero prodotto pedagogico-didattico approntato dagli insegnanti, misurando perciò il proprio valore in base alla quantità di allievi che ne “comprano” l’insegnamento. E questa misura sarà anche la misura della produttività dell’insegnante stesso (e delle corrispondenti sue legittime attese economiche). Il senso di un tal discorso è significato in modo chiaro e conciso dalle parole di Giancristiano Desiderio (vedi l’inserto Socrate del 19 giugno scorso) che volentieri cito a conclusione e a sostegno del mio argomentare: «Se non si cambia questo status giuridico non ci sarà mai una vera valutazione dell’insegnamento che inevitabilmente è legata alla libera scelta di chi giudica e sceglie e di chi si fa giudicare ed è scelto. In poche parole, i professori non possono più essere dipendenti statali ma devono diventare liberi professionisti o, con parole più belle, liberi docenti».


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economia

Da sinistra, il vicepremier cinese, Wang Qishan, e il segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson, all’Economic Strategic Dialoque di Annapolis. Al vertice della scorsa settimana le due potenze non avranno trovato un accordo sulla valutazione dello yuan, ma hanno aperto un canale di dialogo dopo anni di reciproche tensioni e che ha prodotto un accordo sull’ambiente

Nel mirino dei Paesi concorrenti la valutazione dello yuan e il dumping sociale alla base del basso costo del lavoro

Prove di una nuova Bretton Woods per frenare l’aggressività della Cina di Maurizio Stefanini na nuova Bretton Woods per, con o contro la Cina? Da un po’ di tempo si riparla della cittadina del New Hampshire dove il 22 luglio 1944 i 44 Paesi della Coalizione Alleata decisero quel regime di cambi fissi tra il dollaro e le altre valute e tra il dollaro e l’oro che fu poi adottato dall’Onu, e che portò all’istituzione del Fondo monetario quale suo guardiano. Un accordo che saltò nel 1971, quando in seguito al deficit per la guerra del Vietnam il presidente Richard Nixon stabilì l’inconvertibilità del dollaro in oro: mossa cui la crisi petrolifera del 1973 diede il ritocco decisivo, obbligando nel 1976 la conferenza dei Paesi del Fmi di Kingston ad abolire l’ormai inutile prezzo ufficiale dell’oro e a inaugurare l’attuale epoca dei cambi flessibili.

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In compenso è l’attuale crisi petrolifera, soprattutto per il contraccolpo del boom della domanda cinese e indiano in un’epoca di dollaro debole, a far parlare della necessità di un ritorno a un qualche sistema di cambi concordati. Tant’è che si è parlato di una Bretton Woods II del tutto spon-

tanea vista la concordanza di interessi che ha portato i maggiori attori mondiali a politiche che finiscono per intrecciarsi. La Cina ha comprato dollari – e le riserve superano il miliardo e mezzo – finanziando così i consumi americani e mantenendo bassi i tassi di interesse a livello mondiale. Gli Stati Uniti continuano a mantenere il dollaro basso per sostenere a il proprio export. La Banca centrale europea insiste sull’euro forte per attrarre i capitali necessari per un rilancio. E l’Opec continua a usare come valuta di riferimento per il greggio il biglietto verde, seppur svalutato, pur di non intralciare il meccanismo.

le resta depresso e la gente non “arriva a fine mese”, secondo l’icastica formula in voga in tutt’Europa. E in questo gruppo c’è posto per alcuni membri Opec che, come l’Iran di Ahmadenejad o il Venezuela di Chávez, contestano la linea pro-Usa dell’Arabia Saudita e insistono per il passaggio al petroleuro. Da una parte, dunque, c’è chi propone di blindare le nuove convergenze in una Bretton Woods III, stavolta formalizzata. È stato in particolare il Nobel per l’Economia del 1999 Robert Mundell, esperto in tassi di cambio e aree ottime delle monete, che come consulente del

Gli Stati Uniti, che continuano a chiedere interventi sulla moneta, temono di indebolire il maggiore detentore del loro debito. Europa e alcuni membri dell’Opec spingono per misure restrittive in modo da rendere più competitivo l’euro Nel contempo si registra un’agitazione opposta di interessi convergenti, che spinge a far saltare questo equilibrio. Su questa linea imprenditori e opinion leader europei, per esempio: con l’euro forte l’export continenta-

governo di Pechino ha di recente rilasciato alla Reuters un’intervista forse assimilabile a un ballon d’essai. Se rimane l’attuale sistema monetario, ha spiegato, entro cinque anni il dollaro rischia una

crisi devastante. Ma per allora potrebbero essere intervenuti i cinesi a salvarlo, pur di evitare di far precipitare le riserve valutarie accumulate e il loro export assieme con la valuta Usa. E per non essere costretti in alternativa a apprezzare quel loro yuan così straordinariamente competitivo, come gli chiedono da tempo di fare appunto americani e europei. Così la loro idea sarebbe, appunto, quella di tornare a un regime di cambi fissi, seppure ancora ancorato a un paniere di dollari, euro e altre valute. Dall’altra, però, c’è pure chi sta parlando addirittura di una Bretton Woods IV, stavolta in funzione larvatamente anticinese. È questo il caso in particolare del ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti. Se nell’ambito del caro petrolio ha inventato la Robin Tax, sul versante dell’export asiatico sta parlando di un accordo mondiale per evitare il cosiddetto “dumping sociale”. L’obiettivo è stabilire criteri minimi in materia di diritti del lavoro e di tutela ambientale, che tutti i Paesi del mondo dovrebbero osservare. Insomma, da una Bretton Woods dei cambi a una Bretton Woods delle condizioni di produzione.

Ma il dato curioso è che giovedì scorso ad Annapolis, nella riunione dell’Economic Strategic Dialogue tra i due governi di Washington e Pechino, è nato invece un abbozzo di una Bretton Woods V in campo energetico e ambientale.

Ne è nato un accordo-quadro di cooperazione che prevede una collaborazione stretta tra i due Paesi responsabili delle maggiori emissioni di gas serra del pianeta. L’intesa durerà dieci anni e potrebbe ovviamente essere il fulcro su cui innescare un accordo più vasto. Si è a un primo passo verso un più ampio adeguamento di Pechino? Oppure la Cina intende dare qualcosa sul fronte ambientale per non cedere sulle condizioni di lavoro e sullo yuan? In effetti, sembra che al momento a unire Washington e Pechino sia il comune fastidio verso il presidente dell’Opec, il ministro algerino dell’Energia Chakib Khelil. Khelin non rilancerà sui petroleuro come Ahmadinejad e Chávez, ma non asseconda neanche le richieste saudite per un aumento della produzione. E rimanda ogni scelta a prossime riunioni in attesa di «comprendere il mercato».


economia

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Il ministro Tremonti: da Intesa una soluzione entro due mesi. Verso l’approvazione del bilancio 2007

Alitalia, cercasi un piano e un risanatore di Francesco Pacifico

d i a r i o ROMA. E pensare che i soldi, cruccio di ogni governo e di ogni manager che è passato per la Magliana, non sono in questa fase il problema principale per Alitalia. Il prestito ponte da 300 milioni – come hanno ricordato il ministro Giulio Tremonti e il presidente dell’Enac, Vito Riggio – dovrebbe garantire la continuità aziendale. Il resto lo faranno le prenotazioni in crescita, con gli aerei da Fiumicino riempiti oltre l’80 per cento. E lo stesso vale per la nuova Alitalia. L’intervento diretto di IntesaSanpaolo, come socio più che come advisor, assieme con Nomura, Morgan Stanley e forse Unicredit dovrebbe bastare a recuperare i fondi necessari per il turnaround. E le banche sono molto allettate da un rilancio meno dispendioso di quanto si pensi, da monetizzare rivendendo sul mercato le quote di un’azienda risanata. Ieri Tremonti, in audizione davanti alla commissioni Bilancio e Trasporti di Camera e Senato, ha annunciato di aver «dato due mesi di tempo a IntesaSanpaolo per trovare una soluzione». Cioè un compratore. Al Tesoro si parla di un percorso che avrà inizio sabato, con l’assemblea del vettore, quando sarà integrato il Cda con due membri mancanti e sarà approvato il bilancio. E che proseguirà tra luglio e set-

prenditore abruzzese provò a scalare in solitaria Alitalia. E che ora si accontenterebbe di una ruolo di rappresentanza e della possibilità di conferire alla newco tutti e 60 gli aeremobili per il medio raggio ordinati lo scorso anno ad Airbus. Nel piano, le idee di massima sono di riunire sotto un’unica holding tutte le realtà del trasporto aereo italiano (Alitalia, Airone e Meridiana) garantendosi il controllo del mercato interno; usare il marchio Alitalia per i voli internazionali, lasciando gli altri due sulle rotte interne; offrire i servizi delle attività di manutenzione alle compagnie del bacino del mediterraneo; portare avanti un progressivo aggiornamento della flotta sul lungo raggio; e soltanto a turnaround concluso, trattare un’alleanza commerciale (non societaria) con i tre giganti del settore British, Lufthansa e Air France, con la quale è già partner in Skyteam. In alto mare la scelta del management. Se il presidente Aristide Police scalpita per andare via, i pochi manager esperti del settore (i già sperimentati Maurizio Basile o Gianni Sebastiani) non sembrano avere molto appeal presso la maggioranza. Centrodestra che si divide sui Rocco Sabelli (ex Piaggio) o Mario Resca (ex commissario Cirio) di turno. E senza definire il ri-

d e l

g i o r n o

Martedì audizione in Parlamento su Dpef Il decreto legge e i due disegni di legge che compongono la manovra economica sono stati firmati dal Capo dello Stato. È il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a dare l’annuncio al termine dell’audizione alla Camera su Alitalia. Tremonti ha poi detto che la sua audizione in Parlamento sul Dpef dovrebbe svolgersi martedì prossimo. Intanto, in un rapporto della Commisione europea sulle finanze pubbliche 2008 la spesa italiana viene indicata di due punti superiore a quella dell’eurozona. Nel documento si sottolinea che il livello della spesa pubblica «è incompatibile con il bisogno di ridurre rapidamente il livello molto alto del debito pubblico».

Trichet insiste sull’allarme inflazione I rischi che comporta l’aumento dell’inflazione, e quindi dei prezzi, sono troppo alti per consentire un conseguente aumento dei salari. È il commento del presidente della Banca centrale europea (Bce), Jean-Claude Trichet, nel suo intervento al Parlamento europeo. La Bce resta in stato di allerta per intervenire sui tassi di interesse, ricordando che permangono forti incertezze sulle prospettive di crescita economica, il cui punto minimo verrà raggiunto proprio a metà del 2008.

Agcom: su rete accordo a fine anno «È ragionevole che tutto si definisca». Per il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, il procedimento di valutazione sul documento di impegni presentato da Telecom sarà definitivamente chiuso entro fine anno. A Napoli, a margine dell’audizione, Calabrò ha sostenuto che «è presto per valutare nel merito il documento, oggi abbiamo solo delibato, che vuol dire assaggiare, degustare». «Ci sono 30 giorni perché Telecom precisi gli impegni. Poi ci saranno le consultazioni pubbliche. Quindi valuteremo dal di dentro le cose».

Scajola: «Sul nucleare si riapre la strada»

Ricapitalizzazione sulle spalle della banche. La Magliana focalizzata sui voli internazionali,AirOne e Meridiana sull’Italia

tembre, quando SanIntesa annuncerà i piani del vettore e il perimetro societario: assieme alle banche, gli spiccioli degli imprenditori italiani (Ligresti, Benetton o Colaninno) contattati da Bruno Ermolli e gli asset (se non le perdite) di Air One e Meridiana. Indispensabili per garantirsi il monopolio sul mercato interno, ben sapendo che l’Antitrust potrebbe concedere una deroga sulridimensionamento. Ma se è chiaro lo schema di massima, che dovrebbe avvenire con una ricapitalizzazione, è impossibile scommettere sulla riuscita dell’operazione. Dal Tesoro e dal fronte sindacale fanno notare che due sono i nodi ancora da risolvere. E sono indispensabili per sbloccare quelle risorse – tra i 3 e i 5 miliardi – che pure sembrerebbero a portata di mano. Mancano infatti un piano industriale adeguato alla mutevole realtà del trasporto aereo e manager in grado di garantire il rilancio di Alitalia. Sul primo versante Intesa, con la consulenza di Boston consulting, sta aggiornando la vecchia piattaforma che Seabury preparò per Carlo Toto, quando l’im-

sanatore, difficilmente i possibili investitori verranno allo scoperto. Per non parlare del fatto che i tre attori principali di questa partita (Tremonti, l’ad di Intesa Corrado Passera e Bruno Ermolli) lavorano spesso senza consultarsi. Così se in questa fase i sindacati aspettano buoni l’evolversi delle cose (a quanto pare non si è ancora parlato di esuberi), un’altra criticità è data dai provvedimenti collaterali che il governo dovrà prendere per portare a buon fine il rilancio della compagnia di bandiera. Ci si aspetta un nuovo piano sugli aeroporti per bloccare la proliferazione di scali e frenare lo sviluppo di Linate senza il quale non si potrà salvare di Malpensa; c’è bisogno di ammortizzatori sociali più consistenti per affrontare i licenziamenti che, in ogni caso, non saranno meno di 2.500. Comunque Tremonti è ottimista. Lui che ha sempre pensato che l’opzione migliore fosse vendere ad Air France, ieri ha auspicato «una compagnia di bandiera per servire l’industria aperta al mondo e la vocazione turistica dell’Italia».

«Il piano triennale ha riaperto la strada all’energia nucleare, che l’Italia aveva sciaguratamente abbandonato». Lo ha riferito il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, intervenendo all’assemblea annuale della Confesercenti. «In Italia - ha continuato Scajola - subiamo tutti imprese e cittadini, una tassa occulta che penalizza fortemente la nostra competitività: è quel 30 per cento in più che tutti paghiamo sull’energia rispetto agli altri paesi europei». Il ministro ha poi spiegato che il governo «sta accelerando gli investimenti nelle infrastrutture energetiche, rigassificatori, stoccaggi di gas, reti energetiche internazionali per scongiurare i rischi di black out».

Tir: trattativa arenata, si rischia il blocco La trattativa sullo sciopero degli autotrasportatori tra le associazioni di categoria e il ministro dei Trasporti si è arenata sulla clausola di salvaguardia. Lo afferma in una nota il coordinatore nazionale di Cna-Fita, Gianni Montali, sottolineando che allo stato attuale permane ancora «il rischio di dovere confermare l’iniziativa di fermo» dei Tir prevista dal 30 giugno al 4 luglio prossimi. «Siamo in una fase delicatissima della vertenza - conclude Montali - e ci auguriamo il massimo senso di responsabilità da parte dell’esecutivo».

Montezemolo: calo in Borsa? Fiat va bene «È un andamento generale del mercato. La fiducia che abbiamo è data dall’andamento di tutti i settori del gruppo, dalla volontà che stiamo portando avanti di un forte buy back di azioni, di grandi impegni, di prodotti straordinari e di un andamento mondiale di Iveco e Cnh come non c’era mai stato prima». Così il presidente di Fiat, Luca di Montezemolo ai giornalisti che gli chiedevano un commento sul calo del titolo Fiat in Borsa.


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cultura

In uno «smilzo librino» la concezione della morte nei grandi precristiani

Quando sacrificio significava fare sacro

ulce et decorum est pro patria mori». Lapidaria come solo la lingua latina sa essere (forse meno icastica di quella greca ma certamente più dolce) in una massima oraziana viene concentrato uno dei concetti più alti dell’antichità. Cioè che è dolce e dignitoso morire per la patria. Che assomiglia, pur essendo tutto il contrario, al pensiero dei terroristi che oggi si fanno saltare in aria per “resistere” all’invasore.

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C’è che l’Occidente nei suoi liminali albori aveva già sviluppato un pensiero filosofico ed esistenziale il cui lascito giganteggia sopra di noi, meri dissipatori di quel patrimonio. Perché se è vero che oggi nell’epoca dei Titani arde il fuoco della tecnica e spadroneggia il linguaggio della scienza, è altrettanto vero che lo spirito si è ritirato e non possiamo più paragonarci ai saggi di quelle lontane età dell’oro. Proprio circa la morte si nota lo scarto tra noi moderni e gli antichi: pur avendo sviluppato marchingegni in grado di allungare la vita, resta debole la riflessione sull’ora della dipartita e anche le lunghe polemiche sull’eutanasia appaiono quisquilie se paragonate ai testi della classicità. Testi che ci vengono ammansiti proprio nella collana “pillole” della Bur, quasi come rimedi di vetusta farmacopea ma sempre in grado di fermare la malattia. Della bella morte (pp.126, euro 5,00) è uno smilzo librino a cura di Anacleto Postiglione la cui unica colpa, per il vero veniale, è avere sottolineato nella breve prefazione che il florilegio può essere un contributo al dibattito appunto sull’eutanasia (Terri Schiavo, Piergiorgio Welby…), e non invece un contributo assoluto perché ogni uomo trovi il senso della

di Angelo Crespi

vita, che è poi il senso della morte. D’altronde Leopardi ben lo aveva scritto che «è funesto a chi nasce il dì natale». Il catalogo dunque è questo: Appiano, Erodoto, Eschilo, Euripide, Giuseppe Flavio, Ippocrate e poi ovviamente Ovidio, Pindaro, Platone, Seneca, Senofonte, Sofocle, Tacito, Virgilio, solo per citare gli irrinunciabili. Comunque tutti riassumibili nell’epigramma di Seneca: «La vita, se ti manca il coraggio di morire, è una schiavitù».

canto suo Tacito esalta tutti i morituri dignitosi (tipo Agricola la cui tempestiva morte lo rese felice). Morire anche nell’antichità era una ventura comune, ma più di oggi spesso era un passo fortemente richiesto da qualche tribunale, spesso da un tiranno.

Socrate con la proverbiale cicuta, Seneca discutendo di immortalità dell’anima, Lucano svenandosi mentre recitava alcuni versi della sua Farsaglia, Petronio tagliandosi le vene e ricucendole per morire il più lentamente possibile. Le biografie degli uomini illustri non sono però sufficienti a spiegare quale fosse realmente il sentimento verso la morte nel mondo precristiano, prima appunto che la sacralità della vita diventasse uno dei valori fondanti dell’Occidente. La storia, il mito, la filosofia più lata-

I saggi di lontane età dell’oro spiegati nell’opera di Anacleto Postiglione. Da Appiano a Erodoto, da Eschilo a Euripide, da Seneca a Virgilio, da Platone a Tacito

Sebbene, meglio sottolinearlo, anche nel mondo greco-latino alcuni erano convinti che il suicidio fosse uno sbaglio (vedi Platone), mentre per Epicuro «è un male vivere nella necessità, ma non c’è nessuna necessità di vivere nella necessità». Per lo Stoicismo la morte è spesso l’unico mezzo per ottenere la libertà. Dal

mente quella che oggi definiremmo la letteratura si preoccuparono di esaltare l’ultimo istante. Come non ricordare lo splendido racconto di Erodoto nelle sue Storie (il cui significato etimologico è proprio «le cose che ho visto») circa i 300 alle Termopoli: i migliori spartani sotto la guida di Leonida difesero lo stretto passaggio tra il monte Eta e il golfo Maliaco «con estremo coraggio e disprezzo della vita lottando come forsennati». Oppure il sacrificio personale di Alcesti, sublimato da Euripide, che offre la vita per il marito Admeto quando nessun altro, né il padre né la madre sono disposti: «Io ti ho onorato e a prezzo della mia vita ti ho permesso di vedere ancora questa luce». O ancora il sacrificio di massa del popolo di Israele quando si trattò di difendere la fortezza di Masada, così come lo tramanda Giuseppe Flavio. Gli uomini uccisero le mogli e i figli, poi si sorteggiarono fra loro e si uccisero un con l’altro: «Alla fine i nove offrirono la gola al compagno che, rimasto unico superstite, guardò tutt’intorno la massa degli uccisi, per vedere se in una strage così grande fosse rimasto qualcuno bisognoso della sua mano. Quando si rese conto che erano morti tutti, appiccò un grande incendio alla reggia e con le forze che gli restavano si conficcò la spada nel corpo fino all’elsa e stramazzò a terra accanto ai suoi familiari».

Quadri di coraggio civile, di patriottismo, di eroismo, talvolta di saggezza estrema, che restano alla base della nostra civiltà e ci giungono come echi e riverberi e che oggi appaiono nella loro grandezza, specie se confrontati alle misere morti, spesso inutili della postmodernità, tutti i sabati usciti dalla discoteca.


musica

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La bella favola di quattro fiorentini innamorati della storica band inglese

Italian Pink Floyd di Alfredo Marziano a favola rock dell’anno si è consumata domenica 15 giugno a Londra. Sul palco della Cadogan Hall, una piccola e accogliente sala da concerti nel quartiere elegante di Chelsea, quattro fiorentini innamorati dei Pink Floyd hanno condiviso il palco con il loro idolo, David Gilmour. Roba da far tremare polsi e gambe, eppure sembra che i Mun, o Munfloyd – questo il nome della cover band italiana – se la siano cavata benissimo, guadagnandosi l’applauso di un pubblico dall’orecchio fino e dello stesso Dave (ampi resoconti si trovano sul blog del gruppo e sulla webzine Floyd Channel, www.pink-floyd.it) Per Gilmour, special guest della serata e del Chelsea Festival, è stata anche l’occasione per rinfrescarsi la memoria sul pezzo forte della serata, Atom Heart Mother, che i veri Floyd avevano smesso di suonare a metà del 1972. Di buon grado, ha messo le sue chitarre e la sua slide al servizio del quartet-

L

to italiano, di un coro di 40 elementi e di una piccola orchestra di ottoni diretta da Ron Geesin, l’eccentrico compositore e musicista scozzese cui si devono gli arrangiamenti originali della pièce incisa nel 1970. E’ lui il santo protettore responsabile del piccolo miracolo: i ragazzi fiorentini, specializzati nella rivisitazione del repertorio floydiano primi anni Settanta (periodo Live At Pompeii, per intenderci, prima del boom commerciale di Dark Side Of The Moon) lo avevano contattato per posta elettronica, chieden-

dogli gli spartiti originali dell’opera che si erano messi in testa di ricostruire con apparecchiature e strumenti vintage. «Suonate meglio di quanto suonassero loro all’epoca», gli aveva risposto Ron, dopo avere ascoltato la loro musica e rimembrato le vecchie sedute di registrazione ad Abbey Road. E quando gli è venuta voglia di riesumare quel manufatto di mitologia rock aggiornandone e allungandone la partitura, ha

alla volta di Londra si sono gettati in tre giorni intensissimi di prove, con il cuore in gola ma sicuri del fatto loro dopo tanti anni di studio e applicazione sulla materia.

Le due esibizioni di Geesin e dei Mun (la prima il giorno 14) sono state salutate con calore e composta emozione da una platea in cui spiccavano i vol-

Sembra che a Londra la cover band nostrana se la sia cavata bene, guadagnandosi l’applauso dello stesso David Gilmour pensato subito a loro. Andrea, Emanuele, Federico e Nadir, trentacinquenni/quarantenni con mogli, figli, fidanzate e un lavoro stabile alle spalle (nell’ordine: direttore commerciale d’azienda, tecnico di macchine tessili, architetto e magazziniere) non se lo sono fatti ripetere due volte: partiti

dosi prima della suite in improvvisazioni al pianoforte e alla marimba, in nuove partiture per ottoni, in virtuosismi al banjo in coppia con la violoncellista Caroline Dale, persino nella lettura di strampalati aforismi e poesie, mentre durante l’esecuzione di Atom Heart Mother i quattro Mun recitavano alla perfezione il loro ruolo di Floyd anni Settanta.

Circola voce che forse ci sarà modo di gustarsi la performance anche in Italia, a ottobre, con Geesin a dirigere stavolta un ti noti dell’ex Roxy Music coro e un’orchestra tutti Phil Manzanera (ora partitaliani . ner dal vivo di Gilmour), Senza Gilmour, ovviadel Porcupine Tree Steve mente, che è troppo diWilson e del graphic desistante da casa e che non gner Storm Thorgerson, ama concedere repliche. autore della copertina di Neppure di fronte a ofAtom Heart Mother con ferte principesche (250 la celeberrima mucca in milioni di dollari?), come primo piano (a lei era ispiquelle che certi promoter rato il gadget più apprezamericani sarebbero stazato della serata, un capti disposti a sborsare a pellino a pezze bianche lui e ai suoi vecchi come nere). Domenica sera, pagni di band dopo l’epialla guida del suo camfania del Live 8. «Anche per e in compagnia di se - ha dichiarato promoglie e due figli, è arprio di recente a una rarivato anche il “Pink” dio inglese - non ho mai originale. Gilmour ha detto di no alla possibiascoltato, provalità di altri concerti con i to, suggerito Pink Floyd». «A dirla tutal chitarta - ha aggiunto subito rista Madopo, tanto per smorzare remmi gli entusiasmi - non credi evido che prenderemo mai tare un qualche impegno a lungo termine. Lo abbiamo fatto una volta e per me, probabilmente, è sufficiente. Staremo a A sinistra, David Gilmour. vedere». Fino a quel moQui sopra, le copertine di alcuni mento proiettato in un album più famosi dei Pink Floyd: The Dark Side futuro confuso e ipotetiof the Moon, Ummagumma, Atom Heart Mother co, fan e nostalgici del la pedisse- ora ma non altrettanto apprez- quartetto inglese dovranno acqua ripro- zato dai suoi autori, a causa contentarsi di frammenti, di duzione dei dei numerosi problemi tecnici e bagliori episodici: Gilmour e suoi assoli in fa- degli scontri ideologici – Gee- Wright di nuovo insieme su un vore di un’interpreta- sin, con il suo approccio poco palco per il tour del disco On zione più personale e ortodosso, fece ammattire gli An Island, Mason che si unisce improvvisata della orchestrali di formazione clas- a Waters nella riproposizione sinfonia pop floydiana. sica – che turbarono le registra- integrale di The Dark Side Of Ha suonato e se n’è zioni (ne racconta dettagliata- The Moon. E allora sinceri rintornato a casa, col sor- mente il batterista Nick Mason graziamenti ai Mun per avere riso sulle labbra. Ma- nell’autobiografia Inside Out riaperto il libro a una pagina gari avrà anche ricon- edita in Italia da Rizzoli). In- importante facendoci rivivere i siderato la sua opinio- grassato e incanutito, l’arzillo brividi di quando eravamo tutne su un album amatis- Ron s’è gettato nella rivisitazio- ti più giovani, noi, il rock e i simo dai fan della prima ne con entusiasmo, prodigan- Pink Floyd.


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cultura

Al via la 51esima edizione del Festival dei Due Mondi. All’attore e regista Giorgio Ferrara il grande onere di risollevarne le sorti

«Rialzati, Spoleto!» colloquio con Giorgio Ferrara di Jacopo Pellegrini

ulla facondia di Giorgio Ferrara se n’erano sentite delle belle. Come di quando, alla presentazione del Festival di Spoleto numero 51, aveva tenuto a lungo, parecchio a lungo (c’è chi parla d’un’ora e mezza), inchiodati alla poltrona giornalisti e curiosi, avviluppandoli in un fuoco di fila di notizie, battute, allusioni, immagini, secondo un metodo, per così dire, d’improvvisazione controllata o di studiata spontaneità, che ha destato l’ammirazione di molti. Non a caso il nostro 61enne regista di cinema (all’esordio, nel 1977 con Un cuore semplice, protagonista Adriana Asti, oggi sua legittima consorte, conquista subito David di Donatello e Nastro d’argento; ultima fatica per il grande schermo, Tosca e altre due con Franca Valeri e ancora la Asti, scene - le ultime - di Danilo Donati, musica nientepopodimeno che di… Puccini), tv e teatro, è anche attore: attività intrapresa su suggerimento, pare, di Visconti. Tornando alla parlantina sciolta e brillante di colui ch’è succeduto ai Menotti, padre (Giancarlo, il grande musicista scomparso l’anno passato, creatore della manifestazione spoletina nel 1958) e figlio (Francis, fatto fuori a fine 2007 dal fu ministro ai Beni culturali Rutelli, dopo annose polemiche e scontri con le autorità locali), alla guida del Festival, lascia basiti, anche solo via telefono, l’entusiasmo, macché, l’esultanza che Ferrara riesce a trasmettere col semplice espediente d’un timbro argentino, venato da un retrogusto persistente di risata ben pasciuta, paga di sé e del mondo circostante. Nella fattispecie, il mondo ammassato sulle locandine della rassegna umbra, pronta al nastro di partenza. S’inizia domani pomeriggio (ore 19,30: per informazioni consultare il sito www.festivaldispoleto.com) con un’opera assai rara, Padmâvatî (1923), vicenda di guerra amore e morte sullo sfondo esotico d’un’antica India, musicata da un ex ufficiale della marina francese, allievo per la musica di d’Indy alla Schola Cantorum (l’antiConservatorio nella Parigi fin-de-

S

siècle), Albert Roussel (1869-1937). In Italia manca da oltre trent’anni, da quando cioè Roman Vlad la inserì in uno dei Maggi musicali fiorentini da lui curati; dato curioso, il figlio di Vlad, Alessio, figura oggi tra coloro che danno una mano a Ferrara nella sua impresa. La passata gestione della famiglia Menotti è stata spesso al centro di polemiche per una presunta leggerezza sul fronte uscite. E lei comincia nominando ben quattro consulenti… Un momento: io sono controllato da un consiglio d’amministrazione (della Fondazione Festival dei due mondi, ndr) e da un collegio dei revisori dei conti, non posso sgarrare neanche d’un centesimo. Inoltre, alcuni dei consulenti - sono Alessandra Ferri per la danza, Vlad per la musica, René de Ceccatty per il teatro di parola francese, Ernesto Galli della Loggia per la nuova sezione intitolata alle Idee, a tematiche stringenti di cronaca e storia - svolgono la loro opera gratuitamente. A proposito di Francia, la decisione di eleggerla a tema portante del Festival 2008 era quasi una scelta obbligata, data la sua

Cambio della guardia quest’anno per la 51esima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto. A tentare di riportarlo agli d’oro del passato tocca infatti al grande regista e attore Giorgio Galli (in alto) che, abbandonando le polemiche della passata gestione Menotti, assicura una stagione 2008 ricca di qualità

Dopo le polemiche e il declino degli ultimi anni di gestione Menotti, il direttore della storica rassegna d’arti promette «una gran qualità di cose»: quest’anno tutte dedicate alla tradizione francese recente esperienza a capo dell’Istituto italiano di cultura a Parigi, e dato anche lo scarso tempo a disposizione per preparare il programma (la nomina di Ferrara risale a nemmeno sette mesi fa, ndr)? In realtà, ho deciso di dedicare Spoleto ogni anno a un paese diverso, per favorire una riflessione approfondita sulle singole drammaturgie nazionali. L’idea sarebbe quella di far noti gli indirizzi che gli odierni grandi creatori di stile danno all’arte e alla cultura. Certo la situazione attuale della Francia mi era ben presente, ma in fondo mi è parsa una scelta quasi obbligata occuparsi dei nostri odiosamati cugini. Adesso che li abbiamo di nuovo battuti al calcio staranno anche più buoni (ahilui, l’intervista si è svolta prima della partita con la Spagna, ndr). L’anno prossimo toccherà alla Russia, un’altra nazione che conosco bene per averci soggiornato a lungo,

ricchissima di formazioni strane, innovative. Frequentava Spoleto anche prima? Vi ho fatto i miei debutti professionali come aiuto di Luca Ronconi per l’Orlando furioso: era il 1969. Sono tornato quattro anni dopo a filmare Visconti durante le prove della Manon Lescaut di Puccini per un documentario sul regista commissionatomi dalla Rai. In un mondo sempre più invaso da festival d’ogni tipo, qual è la funzione di Spoleto oggi? È stata, quella del Festival dei Due mondi, un’invenzione straordinaria. All’epoca non esisteva nulla d’eguale al mondo: in 17 giorni si offriva (e si offre) un panorama delle novità in tutte le arti e in tutto il mondo. Ancor oggi cosa esiste di paragonabile? Gli altri festival sono per lo più settoriali. E tuttora, poi, Spoleto attrae moltissimo. Del resto, è un posto unico: dove trovare luoghi teatrali altrettanto meravigliosi in un perime-

tro così ridotto? All’estero è forse più famoso e considerato più di quanto non lo sia in Italia, dove deve pagare lo scotto degli ultimi, tragici dieci anni. Allude ai cartelloni di Francis Menotti (il quale continua a protestare contro l’estromissione dal Festival dal sito internet www.spoletofestival.it, ndr)? I suoi tentativi di bloccare la nostra attività sono falliti: ha perso tutte le cause che ci ha intentato. Molti suoi creditori vengono a bussare alle nostre porte: valuteremo le situazioni caso per caso, ma, è bene chiarirlo, noi non c’entriamo nulla. E di Giancarlo Menotti vi ricorderete? Gli dedichiamo un concerto per il suo compleanno, il 7 luglio. Ma senza musica sua… C’è Ravel, autore da lui molto amato, e Barber, a lungo suo compagno di vita. Non mi sono posto il problema di eseguire Menotti, se ci sarà occasione, perché no? Per ora sto lavorando ad altre cose, mi piacerebbe commissionare delle opere, affidare ai compositori dei laboratori per giovani musicisti.


cultura

26 giugno 2008 • pagina 21

Quando la kermesse pullulava di celebrità

Le ”notti umbre” di Pound e Neruda di Gabriella Mecucci a storia del Festival dei Due Mondi iniziò a Capri. Giancarlo Menotti infatti voleva farla lì e telefonò all’ingegner Talamona, suo vecchio conoscente, per parlargliene. Ma il sindaco dell’isola, un democristiano poco lungimirante, non ne volle sapere: diffidava di quell’italoamericano un po’ troppo eccentrico per i suoi gusti. Menotti, caduta la prima opzione, si diede da fare per trovare un luogo all’altezza della sua proposta culturale. Scartò le grandi metropoli, voleva una cittadina fuori dai percorsi turistici più tradizionali, facilmente raggiungibile e al tempo stesso ricca di teatri o di luoghi per lo spettacolo. Alberto Belli, fondatore del Lirico Sperimentale di Spoleto, si fece avanti proponendo il centro umbro. Fu colpo di fulmine a prima vista. Menotti riconobbe subito l’armonia architettonica e acustica di quello scrigno seicentesco che è il Caio Melisso, venne conquistato dal Teatro Romano e da piazza del Duomo, mentre l’ottocentesco Teatro Nuovo era sufficientemente grande e bello per far da cornice agli spettacoli lirici più imponenti. Il Festival dunque partì, con la benedizione dei sindaci rossi, nel 1958. E cominciò alla grande col Macbeth verdiano, diretto da Thomas Schippers, per la regia di Luchino Visconti.

L

una splendida Manon - coinvolgendo la sua corte di collaboratori e amici: primo fra tutti Franco Zeffirelli. Gli amici del Festival crescevano e si moltiplicavano nei favolosi anni Sessanta.

Fu un successo clamoroso: Spoleto diventò ben presto per il pubblico colto e cosmopolita, una seconda Salisburgo. Menotti non la lascerà più: la accompagnerà in tutti i suoi trionfi e nella successiva decadenza. Thomas Schippers, nel ’58 ancora ventottenne, scelse piazza del Duomo per farvi riposare le proprie ceneri, anche se nel 1975 - a seguito di dissapori col vecchio amico Giancarlo - aveva abbandonato il Festival. Purtroppo, quel maestro geniale e bellissimo, morì due anni dopo del suo rientro in America. Quanto a Luchino Visconti rivisitò più volte il «Due Mondi» - fece la regia di

Scendevano nella cittadina umbra per spettacoli e kermesse letterarie da Pablo Neruda a Ezra Pound, da Pasolini a Quasimodo, da Rudolf Nurejev a Carla Fracci sino a Eduardo De Filippo. La mondanità era alle stelle. Al Trica Trac, localino in piazza Duomo, per una quindicina di giorni era tutto un incontrare celebrità per l’aperitivo. E gli spettacoli si susseguivano per tutta la giornata. Arrivava il gotha della borghesia, dell’aristocrazia, dell’intellighentia: tutto esaurito negli alberghi e anche nelle case di campagna, prese in affitto da intere famiglie. Nel ’68 ci fu anche la calata dei giovani anticonformisti mentre i palazzi cittadini, di proprietà delle vecchie dinastie locali, venivano pezzo per pezzo completamente restaurati. Fiorivano grandi amori: come quello fra Raimonda Orsini, ballerina italo americana di rara bellezza, e il rampollo più ambito dell’imprenditoria umbra: Franco Buitoni. Spoleto restò grande anche negli anni Settanta. Basti ricordare la presenza di registi come Luca Ronconi che vi realizzò quello che resta il suo capolavoro: l’Orlando Furioso. E poi arrivarono Roman Polanski, Vittorio Gassman, Luciano Pavarotti. Gli anni passavano però e la formula cominciava a usurarsi. La grande crisi - dopo numerosi tentativi di rilancio, talora anche ben riusciti - colpì duramente il «Due Mondi» già negli anni Novanta. E continuò anche nel Duemila. Una delle più sofisticate e raffinate manifestazioni artistiche, dove si sceglieva sempre per l’avanguardia e la sperimentazione, ha rischiato di essere travolta dalle chiassose e volgarotte notti bianche. A Giorgio Ferrara ora il compito di recuperare lo spirito del Festival in chiave contemporanea.

In origine immaginata a Capri, ebbe inizio a Spoleto nel ’58. Cominciò col Macbeth verdiano e fu un successo clamoroso

Niente più Concerti di mezzogiorno dedicati al repertorio da camera? Li ho spostati alle 19 e non si terranno più tutti i giorni, mi è sembrato più logico. Avranno carattere monografico (un’idea già sperimentata a Spoleto negli anni Settanta da Giorgio Vidusso, ndr): quest’anno Ravel appunto, e Messiaen (nel centenario della nascita); nel 2009 Chopin: non le piacerebbe ascoltare il suo catalogo da cima a fondo? Progetti per un’orchestra in residence? Sto cercando la maniera di avere l’orchestra di Charleston. Abbiamo riallacciato i rapporti col corrispettivo statunitense di Spoleto, anch’esso fondato da Menotti: firmeremo il gemellaggio.

Cosa rimarcare dell’edizione al via? Una gran quantità di cose: Padmâvatî, affidata al cineasta indiano Sanjay Leela Bhansali, autore d’uno spettacolo ch’è una vera esplosione di colori (l’allestimento proviene dallo Châtelet di Parigi, dove ha visto la luce nello scorso marzo, ndr), l’esordio in Italia di Luc Bondy come regista di prosa (finora era noto in ambito operistico) con un raro Marivaux, la prima assoluta d’una commedia di Jean-Marie Besset, che sarà ripresa a Parigi nella prossima stagione, il tanto teatro francese e italiano, ivi incluso un nuovo spettacolo di Franca Valeri, il balletto al maschile e la serata Kylián per la danza, le strette collaborazioni, che continueranno negli anni a venire, con Ronconi e Bob Wilson…


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LA DOMANDA DEL GIORNO

”Caldo” al Polo Nord, allarme o allarmismo? ALLARMISMO STRUMENTALE PER CONTRASTARE L’UTILIZZO DI ENERGIA NUCLEARE NEL MONDO Allarmismo. Allarmismo cieco e strumentale di tutti coloro che intendono strumentalizzare la cosiddetta (ma a mio avviso inesistente) questione del global warming. E per cosa? Certamente per tentare di apportare valide motivazioni al muro contro l’utilizzo dell’energia nucleare. Non a caso dall’Italia si sono levati commenti deliranti circa il recente allarme lanciato sul possibile scioglimento dei ghiacci al Polo Nord. E in questo caso ritorniamo, signor direttore, a quanto già trattato nel suo giornale circa un mese fa. Il ritorno al nucleare in Italia è senza il minimo dubbio una strada obbligata, se non vogliamo restare eternamente dipendenti dai Signori del petrolio, se vogliamo che le nostre Aziende diventino competitive nei mercati internazionali e - diciamolo francamente - se vogliamo utilizzare energia pulita e quindi migliorare l’ecosistema. Del resto il guasto verificatosi alla centrale slovena - operativa dal 1983 se ricordo bene - non ha prodotto alcuna fuga radioattiva, nessun pericolo per la popolazione. Se consideriamo inoltre che il programma annunciato da Scajola prevede l’inizio dei lavori di costruzione delle centrali solo nel 2013,

LA DOMANDA DI DOMANI

Quali sono i giocatori che portereste nella nazionale olimpica a Pechino? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

centrali cosiddette della 4° generazione, da tutti definite assolutamente sicure, perché continuare a discutere e contrastare il nucleare? Quanto poi al Polo Nord... beh, sediamoci e aspettiamo che accada ciò che non accadrà. Forse, hai visto mai, riusciremo a mettere davvero in crisi questa grande bufala del global warming, del riscaldamento globale. Chissà che gli ambientalisti dell’ultim’ora non inizino a diventare una ”specie in via d’estinzione”, nel nome di un progresso vero, autentico e reale. Cordialmente ringrazio. Buon lavoro.

Gianluigi Pignatelli - Firenze

ALLA FINE SONO SOLTANTO DELLE IPOTESI, DIFFICILMENTE IL POLO PERDERÀ I SUOI GHIACCI Il sottilissimo strato di ghiaccio stagionale che circonda il Polo Nord geografico potrebbe sciogliersi nei prossimi mesi, tanto che per la prima volta questa estate il Polo Nord potrebbe essere libero dei ghiacci. Sarebbe questa l’ipotesi prospettata alla rivista National Geographic, nello specifico da alcuni esperti che stanno studiando gli effetti dei cambiamenti climatici a bordo della nave rompighiaccio canadese Amundsen. «Quest’anno il Polo Nord potrebbe per la prima volta essere libero dai ghiacci», ha detto alla rivista David Barber, dell’università di Manitoba. Francamente non credo sia puro allarmismo, ma probabilmente questa teoria non è nemmeno allarme reale. La previsione infatti da una parte parrebbe non contraddire i recenti modelli che prevedono lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico fra il 2013 e il 2030. Ma dall’altra, lo scioglimento del sottile strato di ghiaccio stagionale non è considerato da molti altri ricercatori come il campanello di allarme sulla portata e la rapidità dei cambiamenti indotti dalle trasformazioni del clima, poiché il sottile strato di ghiaccio in questione è stagionale, si forma cioè ogni anno in inverno. Un ghiaccio di questo tipo tenderebbe dunque a sciogliersi più facilmente durante l’estate rispetto allo strato di ghiaccio più spesso e denso che si accumula nell’arco di anni. Aspettiamoci insomma per molti anni un Polo Nord ancora... glaciale.

DALL’UDC ALL’UNIONE Fervono i preparativi per la costruzione di una grande area moderata che passi dall’Udc all’Unione di centro. L’Udc, partito di ispirazione cattolica cerca, di ritrovare una nuova forza e un nuovo smalto dopo la dura battaglia delle politiche. Eppure da pochi giorni nelle urne delle elezioni siciliane si denota come sia il terzo partito nell’isola Italica, dopo Pdl e Pd. Il nuovo soggetto di centro,deve ad avviso di chi scrive, diventare oltre che l’ago della bilancia politica Italiana, un nuovo e utile strumento di confronto e di dialogo, quando anche in Italia la politica si normalizzerà, con l’uscita di scena di alcune esponenti di rilievo. È necessario costruire un partito vivo, vero, radicato sui temi forti delle problematiche del territorio, un soggetto innovativo seppur strenuo difensore dei valori cattolici, che riesca a parlare a giovani, anziani, donne e uomini, nel solco della migliore tradizione cattolico democratica. Un partito aperto in economia ma portatore di sani valori etici allo stesso tempo, forse sarà utile riscoprire forti tradizioni per impiantare

BACIAMI STUPIDA

Una giraffa del giardino zoologico di Singapore immortalata mentre con la lingua riceve una carota dal suo tutore. Lo zoo ha di recente iniziato la «sessione d’alimentazione della giraffa» cercando di «istruire gli ospiti circa la fauna selvatica e il rapporto con le risorse naturali»

NOTTI PIÙ SERENE ASPETTANDO LIPPI

VELTRONI LO VOLEVA PROPRIO COSÌ IL LOFT?

Finalmente è arrivato il presidente della Figc a rassicurarci: il contratto di Donadoni si è «estinto» con la parata di Casillas dopo il rigore dell’azzurro Di Natale. «Il rinnovo del contratto del ct era legato al raggiungimento della semifinale - ha confermato Giancarlo Abete - un automatismo che non si è verificato». «In termini tecnici - ha aggiunto - non si deve procedere a nessun esonero. Il 20 maggio Donadoni ha detto che non serviva una clausola rescissoria. Dopo il 20 maggio ha chiesto di modificare l’accordo e ha chiesto di inserire la clausola di continuità in caso di raggiungimento delle semifinali». Adesso ci aspettano notti serene. Sognando Marcello Lippi.

Egregio direttore, per Walter Veltroni è estremamente importante plasmare, reinterpretare e personalizzare una casa a suo gusto. Quello che l’ha conquistato subito del loft del Partito democratico è stata la sua luce. Lo sappiamo: il Nostro ha una vena artistica e un certo estro, non a caso è da sempre conosciuto come il cinefilo. Numerose opere arredano le pareti del loft. Ma non sono tutte sue. Sarà un’impressione, ma alcune ci paiono composte da nostalgici rivoluzionari o da giovani ancora molto ideologizzati. Ci chiediamo: ma siamo proprio sicuri che lo voleva proprio così il loft? Grato dell’attenzione. Distinti saluti.

dai circoli liberal Alessandra La Marca - Asti

un nuovo centro che sia meno elitario e più popolare, ma non populista. Credo che il nuovo centro che tornerà protagonista nel prossimo lustro non potrà prescindere da questi essenziali elementi. Attualmente l’Udc ha una posizione a livello nazionale non innovativa, sta all’opposizione, ma dialoga con la maggioranza. Sarebbe invece più utile stare fuori dall’opposizione ma tentare un appoggio esterno al governo, per sanare quelle incongruenze che vedono il partito di Casini all’opposizione in Parlamento e alleato di lusso nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni amministrati dal centrodestra. Se è vero che si è condotta una campagna elettorale in alternativa al Pdl, è altrettanto vero che fatta eccezione per la Lega, le differenze di base politiche e programmatiche tra Udc e Pdl sono minimali, forse in molti casi sono problematici più i rapporti interpersonali che altro. Ma per costruire un grande partito di governo è necessario ragionare da statisti. E’ dunque forse giunta l’ora di aprire un grande dibattito politico nazionale per riunificate i tanti centri che, presi singolarmente, sono delle iso-

Fabio Lonardi - Perugia

Pierpaolo Vezzani Correggio (Re)

le politiche; e costruire un nuovo progetto condiviso per il futuro, incoronando un nuovo laeder che dovrà venir fuori da questo nuovo clima di confronto nel paese e nell’area moderata. L’Italia necessita di stabilità, governabilità, decisionismo, determinazione, innovazione e chiarezza nelle scelte politiche. È necessario perseverare nella politica dell’innovazione e costituire un Centro capace di parlare maggiormente anche alla parte più laica dell’elettorato. Luigi Ruberto CIRCOLO LIBERAL MONTI DAUNI

APPUNTAMENTI TODI - 10 LUGLIO 2008 Ore 12.00, Hotel Bramante Prossima riunione nazionale dei coordinatori regionali e dei presidenti dei Circoli liberal


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog ATTUARE UNA RIFORMA DELLE DISPOSIZIONI SANITARIE

Ti riscalderò con i miei pensieri Quando Tu, Amore, buona amica, entrasti nella mia abitazione, tre mesi fa, ero triste, vecchio, brutto, quasi cattivo, scoraggiato. E Tu venisti! Cosa successe? Prima di tutto mi hai fatto diventare quasi buono! Poi mi hai fatto ritornare giovane! Quindi hai risvegliato la mia speranza in un mondo migliore! Così mi hai insegnato la bellezza della vita con moderazione; e la bellezza che è in Te... Svanevit! Ero triste, Tu mi hai dato la gioia! Cosa temi da parte Tua? Tu, giovane, bella, piena di talento e di molte altre cose buone, che cosa non hai da insegnarmi? E osi dire che vuoi essere istruita! Mi hai insegnato parole pure e belle, a pensare in termini di bellezza e di grandezza, a rispettare il destino degli uomini, oltre al mio. Ti riscalderò con il mio amore e con i miei pensieri. Ora aspettiamo fino al 6 maggio, e vediamo se la Provvidenza vorrà dividere quello che Lui ha unito! Tuo Gusten. August Strindberg a Harriet Bosse

SENZA MALAGROTTA ROMA COME NAPOLI Dopo tre anni di presidenza della Regione Lazio, con alcuni anni di poteri straordinari da commissario, la montagna, promesse tante buone intenzioni, ha partorito il topolino. Mi riferisco alla presentazione del piano integrativo di gestione dei rifiuti Marrazzo in consiglio regionale del Lazio. Il centrodestra da sempre si è dimostrato disponibile alla massima collaborazione istituzionale ma il presidente della Regione Lazio continua a giocare sulla pelle dei cittadini e dopo anni di negligenza, per scongiurare la grave situazione di Napoli, ha dovuto ricorrere alla vecchia e cara discarica di Malagrotta. La gestione dei rifiuti deve necessariamente liberarsi dei forti interessi che la circondano, solo in questo modo riusciremo a far comprendere che esistono metodi e programmi d’intervento salutari, efficienti e razionali per iniziare e chiudere il ciclo dei rifiuti abbandonando definitivamente l’emergenza fatta di discariche e termovalorizzatori. Cordialmente ringrazio per l’ospitalità sulle pagine del vostro giornale.

Andrea Pace - Roma

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

26 giugno 1541 A Lima viene assassinato Francisco Pizarro. Il governatore spagnolo aveva strappato il territorio sottomesso agli Incas e fondato il Perù 1945 Nasce l’Onu. Ne fanno parte 51 Paesi 1965 Arriva in testa alle classifiche di vendita ”Mr tambourine man” dei Byrds 1975 Il primo ministro indiano Indira Gandhi annuncia che è in atto una profonda e diffusa cospirazione contro il suo governo, e proclama lo stato di emergenza 1979 Al largo di Fiumicino un cargo francese sperona una petroliera italiana. Il grave incidente causa la morte di 28 persone 1979 Il pugile Muhammad Alì conferma il ritiro dalle competizioni. E’ il terzo annuncio del genere, ma assicura che «questa volta è irrevocabile» 1984 Terry Broome, modella americana, uccide a Milano l’imprenditore Francesco D’Ambrosio

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Giancristiano Desiderio,

L’introduzione del reato di immigrazione clandestina cozza profondamente con le prestazioni sanitarie gratuite a favore dei cittadini illegalmente presenti che vengono rilasciate quotidianamente su tutto il territorio nazionale. E’ evidente che sarà necessaria una riforma delle disposizioni in materia sanitaria. Non sono da sottovalutare le parole del direttore dell’Inmp Aldo Morrone nel corso della quinta edizione del Sanit, il Forum Internazionale della Salute, che da un alto confermano il preoccupante aumento di malattie, come la tubercolosi, e dall’altro l’enorme spesa sanitaria riservata agli stranieri illegalmente presenti sul territorio. A parlare sono i dati: i casi di Aids di cittadini extracomunitari nel Comune di Roma, ad esempio, sono aumentati dal 9% al 19% e un aumento dei casi di tubercolosi di circa il 300%. E’ evidente che esiste un problema sanitario che potrebbe esplodere da un momento all’altro ma è altrettanto lampante che in Italia le disposizioni in materia sanitaria assistenziale per le popolazioni straniere sono da riformare per evitare gli sperperi e le ingiustizie. I cittadini italiani e stranieri regolari sono stanchi di essere soggetti a discriminazioni continue nei trattamenti e nelle condizioni.

Luisa Bordasco Opera (Mi)

PUNTURE Berlusconi parlando con Carlo De Benedetti ha detto: «Sono stufo di sentir dire che sono ossessionato dai giudici. Lo sai che sono ben 789 i giudici che si sono occupati di me». In effetti, sono i giudici ad essere ossessionati da Berlusconi.

Giancristiano Desiderio

SEGUE DALLA PRIMA

Tutti contro Veltroni. Per i pregi o per gli errori? di Renzo Foa Veltroni, dunque, se è vero che ha incassato una sonora sconfitta, è altrettanto vero che ha un merito: dopo quindici anni - possiamo parlare anche di venti - ha fatto ciò che nessun altro ha osato: ha introdotto un’innovazione profonda nella sinistra italiana. In precedenza l’unico era stato Occhetto, ma il suo tentativo fu sfortunato. Non ho particolari motivi di entusiasmo nei confronti di un Pd nato con ritardo, con una cultura ancora vaga, con una classe dirigente invecchiata prima del tempo e con l’ambizione di costruire un bipolarismo senza partiti veri. Il mio entusiasmo è ulteriormente temperato dal fatto che Silvio Berlusconi, per spirito imitativo, ha ritenuto di poter metter sù un sistema politico senza politica, senza dibattito culturale e fondato puramente sull’idea dell’amministrazione dello Stato e non del governo con tutte le mediazioni che esso richiede. Confesso che il mio entusiasmo è stato definitivamente annullato dal fatto che Veltroni e Berlusconi si sono illusi di poter impiantare un bipolarismo non fondato sulle idee e sui contenuti, ma sulle regole elettorali e sulle leadership. Ho ben chiari, dunque, i limiti dell’operazione. Ma quello che trovo insopportabile è il fatto che si chieda a

Veltroni di farsi da parte in realtà non perché ha perso le elezioni ma più semplicemente - anche se con tanto ritardo perché ha tentato un cambiamento di cui la sinistra aveva bisogno da dieci, venti, forse trent’anni. Come ho già detto, Veltroni ha commesso molti errori, in primo luogo ha puntato su una legge elettorale sbagliata perché non lascia spazio ad una pluralità di rappresentanze di cui in Italia c’è bisogno. La nostra società, la nostra storia, il nostro assetto statuale sono profondamente diversi da quelli di altri paesi. Tanto più da quello americano. Ma qui il discorso ci porterebbe lontano. Veltroni avrebbe dovuto riflettere un po’ di più su alleanze troppo strette con i radicali o con Di Pietro che creano ad ogni livello più problemi di quanti non aiutino a risolverne. Dovrebbe su qualche punto tornare sui propri passi e riflettere alle articolazioni della società italiana che ha bisogno di confronto politico e di pluralità istituzionale. E quindi di una legge elettorale capace di favorire un pluralismo virtuoso. Conoscendo la sinistra e la sua storia, so bene che Veltroni non viene attaccato, purtroppo, per gli errori commessi ma per quanto di buono ha fatto.

Lascia dormire il futuro come merita: se lo svegli prima del tempo, otterrai un presente assonnato FRANZ KAFKA

Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Rossella Fabiani, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


2008_06_26  

Troppo confusa la resa dei conti nel Partito Democratico QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL N...

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