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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

A proposito di petrolio, energia ed effetto serra

e di h c a n o cr

Un’obiezione sulla storia d’America a Mr. Obama

di Ferdinando Adornato

LE MISURE SULLA SICUREZZA

di Michael Novak

9 771827 881004

80522

ISSN 1827-8817

L’immigrato clandestino diventa un criminale. E i suoi reati verranno puniti in modo più pesante di quelli degli italiani. È giusto? È costituzionale? E soprattutto: è efficace?

Non passa lo straniero alle pagine 2 e 3

nell’inserto Socrate Intervista a Luciano Maiani

arack Obama, come molte persone di sinistra, sembra pensare degli Stati Uniti - e in modo acritico - tutto il male possibile. Il 19 maggio 2008 ha detto, per esempio, che il 3 percento della popolazione mondiale (cioè, secondo i suoi calcoli, gli americani) è responsabile del 25 percento dell’immissione nell’atmosfera dei gas ad effetto serra. Niente di nuovo: la sinistra era solita incolpare l’America di tutto molto prima di Obama. Non a caso, negli anni Settanta sosteneva che il 6 percento della popolazione mondiale consumava il 25 percento dell’energia globale. Queste cifre dipendono, tuttavia, da cosa si intende per “energia”. Prima della fondazione e dello sviluppo degli Stati Uniti, questo termine significava fatica umana, bestie da soma, mulini a vento, turbine idrauliche e alimentazione a legno e carbone. Certamente gli Stati Uniti, oggi, non consumano il 25 percento dell’energia prodotta con questi metodi: o almeno non credo, anche se in questo Paese è tutto possibile... Ma se parliamo di energia moderna, come l’elettricità, la stufa inventata da Benjamin Franklin, la locomotiva a vapore, il motore a benzina (adesso anche elettrico e/o a idrogeno), la trasformazione del petrolio in carburante, l’energia nucleare (…)

B

se g u e a pa g i n a 2 3

Dietro al rapimento dei due italiani

Ecco il piano del governo Berlusconi

La protesta della Cgil

Il Cnr alla ricerca del futuro

Somalia, il piano di al Qaeda

Dal trionfo elettorale, la svolta sui rifiuti

Pubblico impiego, un mondo senza straordinari

di Irene Trentin

di Justo Lacunza Balda

di Errico Novi

«I fondi pubblici sono inadeguati». Per Luciano Maiani, da marzo presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, lo Stato deve agevolare le imprese che investono nella ricerca.

Per capire perché ieri, in Somalia, degli uomini armati hanno incappucciato e sequestrato tre volontari della Cins, (tra cui due cittadini due italiani), bisogna fare un passo indietro.

Bassolino preferì non decidere e conservare i consensi. Il premier Silvio Berlusconi fa scelte diverse, nomina il duro Guido Bertolaso e prevede un termovalorizzatore a Napoli.

La mancata inclusione dei pubblici dipendenti nel provvedimento sulla detassazione dello straordinario non è un casus belli tra governo e Cgil solo perché il sindacato non può chiamare i lavoratori alla lotta.

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GIOVEDÌ 22

MAGGIO

2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

NUMERO

94 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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non passa

lo straniero

Il demografo Antonio Golini commenta i provvedimenti del governo in tema di immigrazione

Clandestinità? Un reato ingestibile di Riccardo Paradisi

ROMA «Il reato di clandestinità introdotto dal pacchetto sicurezza del governo è semplicemente ingestibile dal punto di vista tecnico. Al limite, può avere un efficacia di deterrenza, può scoraggiare nuovi flussi in arrivo». Professore ordinario di demografia all’università La Sapienza di Roma e membro della consulta degli immigrati Antonio Golini ragiona con liberal sui provvedimenti che il governo ha annunciato di voler realizzare in materia di immigrazione. Avvertendo che ogni semplificazione in questo campo rischia di non risolvere nessun problema. Professore il passaggio del provvedimento governativo che sta facendo più discutere è quello legato all’introduzione del reato di clandestinità. È una misura efficace dal suo punto di vista? È soprattutto una misura che rischia di essere tecnicamente ingestibile. La pubblica amministrazione italiana è normalmente in affanno per il vaglio e la concessione dei permessi di soggiorno, figuriamoci per gestire processi e arresti di clandestini per il reato di clandestinità.Va anche considerato un altro aspetto: il ministero

Parla il sociologo Alberoni: «Nessuna xenofobia. Dopo anni di immobilismo è tempo di decisioni»

Ma finalmente usciamo dalla paralisi ROMA «La società è cambiata. Da un pezzo. La repressive». L’Italia secondo Alberoni, si politica se n’è accorta adesso ma gli italiani hanno capito non da oggi che non è più il tempo delle mezze misure, dei distinguo cavillosi, dell’indecisionismo patologico. Di fronte al problema dell’immigrazione clandestina i nostri connazionali, che di clandestini hanno piena l’anima, fanno questo ragionamento: ”Chi è il clandestino? Uno che non è in regola. Benissimo, se non è in regola è un irregolare. È uno che sta fuori delle regole. Punto. È così complicato?». Il sociologo Francesco Alberoni fa un’analisi fredda di quanto sta accadendo nel nostro Paese in materia di immigrazione. «Cerchiamo di capire», aggiunge il professore, «che il sentimento profondo degli italiani ragionevoli, di destra, di sinistra o di centro, è quello di chi sta per essere sommerso. E non c’entra nulla la xenofobia, o il razzismo. Queste sono solo colossali e volgari sciocchezze».

Il Paese secondo Alberoni e il governo che lo rispecchia, insieme a un’ampia parte dell’opposizione, «è in via di normalizzazione. Sta ritornando il principio di realtà. Il buon senso, il realismo. Insomma: quanti sono gli immigrati che possiamo accogliere: quanti milioni. Due, tre, quattro milioni: ce lo dicano quelli che strillano contro le cosiddette misure

avvierebbe dunque a diventare finalmente un Paese normale. «Ovunque avviene che si stringa sull’immigrazione. A cominciare dalla Spagna che oggi fa la maestrina del politicamente corretto. In Italia ci stiamo risvegliando da una lunga stagione dove minoranze attive e rumorosissime esercitavano un potere di veto che ha prodotto la paralisi del Paese: no alla Tav, no alle autostrade, no agli inceneritori a Napoli, no a tutto. Adesso questo potere di veto non ce l’hanno più. Altrimenti direbbero no anche a una politica di contenimento dell’immigrazione. Ma quel no non possono più dirlo e farlo pesare coi loro veti. E così in Italia si sta facendo quello che si fa in tutti gli altri Paesi normali».

E le derive, quelle si xenofobe, i campi rom assediati e incendiati a Napoli? «Non si è detto che c’era la camorra dietro quelle spedizioni punitive?», risponde Alberoni, «E allora la si faccia finita anche con la camorra. Si agisca anche lì come non si è mai fatto ora che finalmente c’è la possibilità di un potere decisionale. Che a qualcuno di noi spaventa perchè siamo sempre stati una democrazia paralizzata. Non ci siamo abituati. Ma è normale. Non c’è nessun pericolo nè per la civiltà nè per la democrazia. Anzi».

dell’interno ha 6-7mila domande di richiesta di regolarizzazione fatte da immigrati arrivati in Italia senza permesso di soggiorno; ora che succede, che queste domande si trasformano in autodenunce? Si è detto che per badanti e colf sarà riservato un trattamento particolare e per gli altri? Insomma il suo è un giudizio negativo. Un aspetto positivo si può vedere: il reato di immigrazione clandestina potrebbe funzionare da deterrente nei confronti dei singoli migranti e dei trafficanti di manodopera. Ma la questione migratoria è straordinariamente complessa. Questi provvedimenti possono mettere un tampone, ma non è pensabile che l’Italia possa risolvere unilateralmente questo problema. E chi dovrebbe risolverlo? Guardi gli attori della questione migratoria sono almeno nove. Il migrante, il Paese di destinazione, la famiglia del migrante, il Paese di provenienza, il Paese di transito – nel no-

stro caso la Libia, che ha difficoltà enormi a presidiare la vastità del suo territorio e che non può fermare entro i propri confini le migliaia di migranti che lo attarversano – l’Unione europea, i Paesi vicini a quello di destinazione, la comunità di persone che sono già presenti in Italia e che informano e dirigono coloro che sono rimasti a casa e che hanno intenzione di ricongiungersi a loro. Non esiste politica efficace sull’immigrazione senza la visione di questo scenario complesso e senza la concertazione degli attori che vi sono in gioco. Lei è uno studioso dei flussi migratori sollevandoci per un attimo dalla contingenza di questi giorni e dalla polemica politica qual è lo scenario che si va costruendo da qui ai prossimi dieci anni, qual è insomma il gioco in cui siamo inseriti. La cornice dentro la quale dobbiamo ragionare è facilmente descrivibile con due dati. Le proiezioni dei prossimi

30 anni dicono che mentre l’Europa tende a una crescita demografica vicina allo zero il continente africano tende a un implemento demografico di oltre un miliardo di persone. Le pare che siano sufficienti misure tampone o provvedimenti repressivi di fronte a questo scenario? Che fare allora? O noi riusciamo a far sviluppare in fretta i paesi poveri o non ci sarà alternativa a un afflusso via via sempre più incontrollato. L’immigrazione all’Italia conviene, intendiamoci, è la velocità dell’afflusso a essere eccessiva. L’arrivo di 300mila immigrati all’anno pongono gravi problemi dal punto di vista psicologico, amministrativo e abitativo. Dunque va governato il flusso e va incoraggiato e agevolata l’immigrazione temporanea, il flusso degli stagionali che soprattutto vengono impiegati in agricoltura e turismo. Occorre concordare con i Paesi d’origine permessi, controlli e procedure di questo tipo di migrazioni controllate, Paesi che tra l’altro hanno tutta la convenienza a incoraggiarle visto che fino a quando l’immigrato è temporaneo continua a mandare le rimesse alla famiglia del paese d’origine. Gli organismi internazionali attuali, come l’Unione europea sono sufficienti a governare una situazione del genere? Non lo saranno più tra pochi anni. E infatti l’unica possibilità per integrare governare dall’interno del problema questi flussi saranno grandi unioni intercontinentali, unioni euroafricane o americane. Per affrontare grandi problemi occorrono visioni e schemi più ampi di quelli attuali. Del resto quanto certe soluzioni siano dei palliativi lo dimostrano esempi come quello del muro col Messico costruito dagli Stati Uniti. Molti immigrati ora entrano negli Usa via Canada e il Messico è sempre più incalzato a sua volta dall’immigrazione che sale dal Guatemala e dal resto dell’America latina. Il Messico ha già i suoi immigrati. Se per questo anche la Romania ha già i suoi immigrati: importa sempre più manodopera dai Paesi dell’est. Anche in Turchia si è cominciato a importare manodopera.


non passa

lo straniero

22 maggio 2008 • pagina 3

Decreto legge subito e ddl in Parlamento. Ecco come nasce l’operazione sicurezza di Berlusconi

La vittoria di Maroni di Nicola Procaccini

ROMA. Hai voglia ministri di Spagna e deputati d’Europa a gridare contro la svolta reazionaria impressa da Silvio Berlusconi al suo governo. Lui tira dritto o forse è la Lega a farlo. Resta il fatto che il neo premier italiano non ha intenzione di deludere l’elettorato che poche settimane fa gli ha tributato un successo straordinario. «Era necessario garantire ai cittadini il diritto di non avere più paura - ha detto Silvio Berlusconi - Entro due mesi tutte le nuove norme saranno approvate». Ipse dixit, ed ecco le novità. Il pacchetto sicurezza consta di tre disegni di legge che dovranno essere sottoposti al vaglio del Parlamento e di un decreto legge che entrerà subito in vigore. All’articolo 11 bis di quest’ultimo c’è l’aggravamento di un terzo della pena se a delinquere sono degli stranieri. Tra le altre misure che entreranno subito in vigore troviamo la confisca per chiunque affitti in nero le proprie abitazioni a dei clandestini. Inoltre, è prevista l’espulsione per gli immigrati entrati illegalmente in Italia che siano stati condannati a più di due anni di carcere. Ma la novità destinata a segnare un passaggio epocale nella nostra giurisprudenza è dunque rinviata alle Camere che inizieranno da subito ad esaminarla attraverso una corsia preferenziale nei regolamenti parlamentari.

Il r eat o di immigr azione cl andestina inserito all’articolo 9 del disegno di legge governativo sarà da subito argomento di discussione tra le forze politiche. C’è da scommettere che infiammerà il dibattito in aula e nel Paese con buona pace del clima assopito di questi giorni. Ad oggi non è semplice giudica-

re il provvedimento del Consiglio dei ministri poiché il testo finale del Ddl non l’ha visto nessuno, neppure i ministri che l’hanno votato. Nel gergo tecnico delle sedute del Cdm si usa dire che è stato approvato “salvo intese”, ovvero ancora può subire delle modifiche tecniche rilevanti prima di giungere in Parlamento.

Tra gli emendamenti che potrebbe subire il testo ce n’è uno che fa tutta la differenza. Basterà il primo grado di giudizio per emettere la sentenza di espulsione nei confronti degli immigrati clandestini? Sarà dunque immediatamente esecutiva la sentenza o bisognerà attendere tutti i 3 gradi di giudizio? Presumiamo di no. Il processo per direttissima dovrebbe essere sufficiente, ma c’è un’altra perplessità. Se la sanzione per chi entra illegalmente consiste nell’espulsione, non era meglio la normativa vigente che prevedeva l’espulsione diretta senza neanche bisogno di un processo che la sancisse? Insomma, se da un punto di vista teorico il reato è corretto in quanto entrare in un Paese senza autorizzazione è contro la legge, dal punto di vista della severità, della deterrenza nei confronti dei clandestini, qualche perplessità rimane. In realtà, questa nuova norma produce degli effetti dirompenti (a mio giudizio positivi) soprattutto per gli italiani. Esistendo il reato di immigrazione clandestina, non solo chi affitterà ai clandestini una casa, ma anche chi favorirà il loro ingresso, offrirà loro un lavoro in nero, in sostanza: chi li sfrutta, verrà d’ora in poi accusato di favoreggiamento.

Perché il pendolo della nostra opinione pubblica oscilla perennemente tra “opposti estremismi”

L’Italia, Paese senza mezze misure h ! Se si fosse per tempo dato ascolto concreto a Giovanni Paolo II…. Nel suo messaggio all’inizio del Terzo Millennio (1 gennaio 2001) aveva parlato solo della questione epocale dell’immigrazione, chiedendo certo solidarietà,“purchè l’immigrazione non sconvolga la fisionomia culturale di un territorio”...“In una materia così complessa – così ammoniva non ci sono formule magiche…Molto dipende dall’affermarsi negli animi di una cultura dell’accoglienza che, senza cedere all’indifferentismo circa i valori, sappia mettere insieme le ragioni dell’identità e quelle del dialogo….”

A

Il governo, la politica, lo Stato non sono la Caritas: ognuno dovrebbe fare il suo mestiere. E oggi si scontano duramente le colpe di un’abdicazione antica dai doveri scomodi di governo, di cultura, di politica. La questione sicurezza, il dramma per le vittime

di Giuseppe Baiocchi della microcriminalità diffusa è stato lasciato marcire per decenni sotto le ubbìe di un buonismo pasticcione che scaricava le conseguenze quotidiane sui dimenticati “penultimi” della società (gli anziani soli, gli onesti lavoratori, le donne e le famiglie dei quartieri periferici delle metropoli, i piccoli contribuenti) ai quali è stato sottratto, nel disinteresse generale soprattutto degli intellettuali, il diritto primario e costituzionale di non avere paura nella propria casa. E dunque le prime misure del nuovo governo, che ha stravinto le elezioni su questi sentimenti ormai maggioritari, appaiono più una bandiera alzata e un tampone all’emergenza che un realistico piano di superamento del pubblico disordine. Senza oltretutto poter contare su una consapevolezza di coesione nazionale e di convinta compartecipazione al disegno riformatore di diversi ap-

parati statuali. Il “buco nero” dell’amministrazione della giustizia, con le sue incoerenze e i suoi impuniti ritardi, è in grado di vanificare ogni impeto di cambiamento. Nobili menti sono già al lavoro per evidenziare i limiti giuridici dei provvedimenti, per paventare i rischi di incostituzionalità , per stigmatizzare la reintroduzione forzosa nella normativa del termine “straniero” in un tempo del pianeta ormai globalizzato. E tuttavia, in un Paese oppresso da sempre dalle“grida”di manzoniana memoria, l’incognita resta l’effettività applicativa. Un esempio: chi ha una badante regolare, con i contributi in ordine, sa quanto è lungo e disperante (una media di sei mesi) il semplice rinnovo del permesso di soggiorno. Il rischio vero che la “stretta” sulla clandestinità si ripercuota solo sulle già gravate forze dell’ordine, dato il disinte-

resse (se non peggio) all’efficienza dimostrato al riguardo dagli apparati burocratici, in particolare da quelli giudiziari. La sfida, anche culturale, è elevatissima: anche perché non è ancora passato nel sentire comune (e soprattutto nel circuito mediatico) un principio di assoluto buonsenso. E che cioè, in un Paese che recita alla prima riga del primo articolo della Costituzione che la nostra è “una Repubblica fondata sul lavoro”, è perlomeno ovvio chiedere a chi entra di uniformarsi, in perfetta eguaglianza, a quanto si pretende dai cittadini italiani nella comunità nazionale.

Altri Paesi europei (ma che hanno un’amministrazione e una giustizia degni di questo nome) hanno già fatto molto di più. Conoscendo il disincantato realismo di Roberto Ernesto Maroni (che si trova al Viminale una croce di prestigio più subita che cer-

cata) , sarebbe soddisfatto se questa raffica di norme assumesse il carattere di un segnale di deterrenza finalmente recepito. Ovvero che nel “passaparola” dell’immigrazione l’Italia non venisse più considerata il “ventre molle” d’Europa, il paese della cuccagna dove si vive indisturbati. E, soprattutto al Nord (dove si è stanziato più dell’80 per cento degli immigrati, clandestini compresi) si riuscisse a prosciugare quella “zona grigia” tutta italiana di sfruttamento del sommerso che (vuoi con gli “affitti in nero”a prezzi vergognosi, vuoi con il “lavoro nero” senza regole e contributi) droga l libero mercato e penalizza gli onesti (magari sotto il comodo usbergo della presunta solidarietà)… Certo, i provvedimenti appaiono di inusitata durezza. Ma è il “pendolo della Storia”: quando si esagera in una direzione, poi arriva fatale la spinta contraria. Ah ! Se si fosse per tempo dato ascolto a Papa Woytjla…


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il caso

Somalia. Chi si nasconde dietro il rapimento dei due italiani e che cosa vuole ottenere

Il piano di al Qaeda Sequestri e pirateria servono a finanziare le loro operazioni di Justo Lacunza Balda er capire perché ieri degli uomini armati hanno incappucciato e sequestrato tre volontari della Cins, due italiani e un somalo, bisogna fare un passo indietro. In una delle ultime riunioni del Consiglio dei ministri della Ue a Lussemburgo, si è discusso sulla questione della pirateria nei mari. L’argomento è stato messo sul tavolo da Diego López Garrido, il nuovo segretario di Stato per i rapporti con l’Europa del governo spagnolo. «Gli Stati devono poter intervenire contro i pirati in Somalia anche nel loro territorio». Ha detto Lopez Garrido. Ma queste dichiarazioni non sembrano essere in linea con l’approccio del governo di Zapatero per il rilascio della nave “Playa di Bakio” e del suo equipaggio. Infatti l’operazione militare che era stata preparata per intervenire e bloccare i terroristi, all’ultimo momento, è stata annullata per ordine di Madrid. Così i terroristi somali hanno potuto prendere il riscatto e svanire nel nulla con il bottino preso nel saccheggio della nave e un arrivederci accompagnato dall’inshallah musulmano. Come dire: ci rivedremo prossimamente su queste stesse acque e i capi di al Qaeda hanno dichiarato senza mezzi termini che continueranno le loro azioni terroristiche di sequestro di persone e attacchi alle navi nell’Oceano Indiano. Dichiarazione che si è prontamente avverata con il rapimento dei tre operatori umanitari della Cins, ovvero Cooperazione internazionale Nord Sud. Sebbene ancora non ci siano rivendicazioni certe e le prime indagini avvalorino l’ipotesi di un sequestro ad opera di gruppi minori. Il punto tuttavia, a prescindere che per esperienza personale so che gruppi minori, balordi e sbagli di persona da quelle parti non esistono, non è questo. Il punto è che la Somalia, situata nel Corno d’Africa, è sempre più dilaniata e nel caos.

P

Nel Paese, l’Unione delle corti islamiche (Uci) continua a combattere le forze del governo provvisorio, l’esercito etiope e i somali che si oppongono alla creazione di uno Stato islamico. Ma per mantenere le ambizioni egemoniche dell’Uci e soddisfare gli affari economici i condottieri islamici hanno bisogno di fondi. Da qualche mese sono apparsi nuovi miliziani arruolati sotto l’organizzazione islamista “Shabab al-Mujahedin”. Seguono il modello dei mujahidin afghani ai tempi dell’occupazione sovietica, delle milizie irachene opposte alla presenza delle forze alleate in Iraq e dei talebani afghani nemici dichiarati del governo di Karzai e delle forze internazionali in Afghanistan. Molti dei loro maestri hanno fatto la guerra proprio in Afghanistan e questo dà

Jolanda Occhipinti, ragusana, è l’infermiera di 51 anni rapita ieri in Somalia assieme a Giuliano Paganini, di Pistoia, agronomo di 66. I due collaborano col Cins da oltre cinque anni ed erano nel Paese dallo scorso marzo assieme al terzo rapito, il direttore somalo del programma di sviluppo rurale del quale si occupano nell’area di Awdegle loro una grande rispettabilità, quella di essere “antichi combattenti”. L’organizzazione “Shabab”è dominata da membri che non appartengono ai popoli somali. Sono jihadisti a pagamento, combattenti venuti per rispondere all’invito di al Qaeda a combattere gli infedeli e i nemici dell’Islam. Il movimento“Shabab”è nato sotto l’influenza di al Qaeda, specialmente con lo sceicco Hassan Dari Aweys, oggi uno dei terroristi più ricercati, e segue l’impianto dei combattenti afghani: uniti dall’ideologia islamista, ma indipendenti nella capacità decisionale di programmare attacchi, organizzare sequestri e compiere attentati. Negli sviluppi delle ultime settimane, secondo il portavoce dei “Shabab”, Ali Muktar Robow, l’organizzazione non è più interessata al nazionalismo somalo, all’indipendenza della Somalia o alla nascita di un nuovo Stato. Gli “Shabab” puntano sulla jihad globale oltre le frontiere geografiche della Somalia e oltre i confini territoriali dei signori della guerra nel Corno d’Africa. Lo scopo principale degli “Shabab”è quello di stabilire un governo islamico con la forza delle armi, di imporre la shari’a come legge suprema e di costruire una società musulmana sulle basi del Corano e della Sunna (tradizione musulmana). Alle

loro azioni guerriere gli “Shabab”hanno aggiunto l’ingrediente della segretezza dei loro nomi e dei loro piani di guerra. Una cosa, però, è certa, i miliziani islamici in Somalia combattono contro gli infedeli, gli etiopi, gli alleati di Occidente e anche i somali che si oppongono ai loro piani. Ma per farlo servono i fondi per acquistare le armi, per attaccare le città, per conquistare i villaggi e per sequestrare uomini, donne e bambini. Ed ecco che entra in gioco la pirateria. Da qualche anno gli attacchi ai peschereggi, alle imbarcazioni e alle navi nell’Oceano indiano sono diventati un modo infallibile per estorcere danaro, rendere il traffico marittimo insicuro e coinvolgere militarmente i governi occidentali. Ed è questo il

rica. Questa strategia di collegare le azioni terroristiche dell’Oceano indiano al trasporto del petrolio significa influenzare l’economia e scombussolare il mercato dei prezzi, sfidare i Paesi esportatori e importatori, e, soprattutto, legare l’esportazione del greggio alla presenza delle forze militari dei Paesi occidentali per poterle attaccare.

Ma le mire egemoniche degli “Shabab” vanno oltre perché sono ispirate e guidate dall’ideologia islamista di al-Qaeda. In Somalia è stato trapiantato il modello afghano dei talebani con tutti gli ingredienti dell’esperienza jihadista dell’Iraq. Che cosa vuole dire questo? Nella storia dei talebani il controllo delle strade è stata la formula, tra l’altro, per controllare i movimenti delle popolazioni, il trasporto della droga e il rifornimento di armi. Nella situazione afgana il governo di Karzai è riuscito a controllare ben poco del territorio nazionale malgrado la presenza militare delle forze multinazionali di pace. Per gli “Shabab” della Somalia l’Afghanistan è un prezioso laboratorio di “ricerca islamica”. E gli Shabab non vorrebbero altro che la presenza di eserciti occidentali in territorio somalo. Questo darebbe loro un’ultima ragione per lottare contro “l’aggressione dell’infedele”e per espandere l’islamismo radicale in Africa orientale.

Gli “Shabab” puntano sulla jihad globale oltre le frontiere geografiche somale e oltre i confini territoriali dei signori della guerra nel Corno d’Africa. Lo scopo? Stabilire un governo islamico con la forza delle armi salto di qualità che gli “Shabab” sono riusciti a fare negli ultimi mesi: forzare di più il coinvolgimento dell’Occidente nelle trattative, mobilitare le forze armate e obbligare gli Stati europei a pagare ingenti somme di danaro. Perché c’è un altro scopo nelle azioni terroristiche dei pirati del Corno d’Africa. Quello di disturbare, se non di bloccare, l’esportazione del greggio dai Paesi arabi verso l’Europa e l’Ame-


il caso

22 maggio 2008 • pagina 5

«Stanno bene»: ma non è chiaro quali siano le fonti

Stabilito un contatto con i rapitori di Francesco Cannatà l mio Paese contro il mondo, la mia città contro il mio Paese, la mia tribù contro la mia città, il mio clan contro la mia tribù, la mia famiglia contro il mio clan, io contro la mia famiglia, io contro me stesso. Diciassette anni fa l’ex perla dell’Africa orientale iniziava un percorso che l’avrebbe fatta diventare presto uno Stato fantasma. Le persone che hanno rapito Jolanda Occhipinti, Giuliano Paganini e il somalo Yusuf Harale, non hanno più nulla in comune con i Mad Max, le milizie inquadrate in colonne di pick-up che all’inizio degli anni novanta percorrevano in lungo e largo il territorio dell’ex colonia italiana. Quei ragazzini somali mascherati da Rambo che sorridevano ricordando Paolo Rossi e che passavano senza dal problemi dialetto dei loro clan al romanaccio più stretto, rivelando a denti stretti la simpatia per il nostro Paese, non ci sono più. Oggi gli attentati quasi quotidiani della mouqawama, la resistenza, sono commessi da giovani che in nome di un nazionalismo islamico, vogliono farla finita con gli stranieri e l’occupazione etiope, il secolare nemico cristiano. I due cooperanti e il somalo che lavoravano a Aw Deghle vicino Afgoi nel Basso Shebele, a cinquanta chilometri da Mogadiscio, sono stati rapiti quasi certamente dagli shababs, i talebani somali. Occhipinti, Paganini e Harale facevano parte dell’Organizzazione non governativa Cins.

I

Cinque anni di violenze Il rapimento dei due italiani è l’ultimo di una lunga serie avvenuta in Somalia: Ecco i più recenti:

simo Alberizzi è sequestrato per due giorni da guerriglieri delle Corti islamiche e quindi rilasciato.

• 2003, ottobre. L’operatrice umanitaria italiana Annalena Tonelli è uccisa da colpi d’arma da fuoco nel Somaliland.

• 2007, maggio. Un britannico e un keniano, impegnati con la Ong ”Care International”, sono rapiti e rilasciati dopo cinque giorni.

• 2005, febbraio. La giorna- • 2007, dicembre. Il giornalilista della Bbc Kate Peyton è sta francese Gwen Le Gouil uccisa a Mogadiscio. è rapito e liberato dopo una settimana. Stessa sorte per • 2006, giugno. Il giornali- due volontari di Medici sensta-fotografo Martin Adler, za Frontiere. della tv svedese, è ucciso mentre riprende una mani- • 2008, febbraio. Un tedesco festazione filo islamica a che lavora per una organizzazione umanitaria è rapito Mogadiscio. tra il Puntland e il Somali• 2006, settembre. Uomini land e liberato il giorno doarmati uccidono la suora po. italiana Leonella Sgorbati e la sua guardia del corpo nel- • 2008, aprile - Un britannil’ospedale pediatrico “SOS” co ed un keniano che lavoravano per una ditta della Fao a Mogadiscio. sono rapiti nel Basso Giuba, • 2006, dicembre. L’inviato nel sud del Paese. Sono andel Corriere della Sera Mas- cora nelle mani dei rapitori.

I e ri ma tti n a al l’ alb a un commando a bordo di due auto ha assalito la loro casa. Dopo aver ucciso due uomini della vigilanza i banditi sono entrati negli appartamenti dei cooperanti che sono stati bendati e portati via. Il Cins ha comunicato che

«i volontari stanno bene. Siamo fiduciosi in una rapida liberazione».

Per il Cins alla base del sequestro c’è «un equivoco: i rapitori erano convinti che stessero costruendo una Chiesa». Jolanda Occhpinti è un’infermiera professionale di Ragusa. Da alcuni mesi era impegnata in Somalia con la ong. Giuliano Paganini è un perito agronomo di Pistoia. Da sempre impegnato in Africa e che vive a Pistoia con moglie e figlia. Era partito per la Somalia nel mese di marzo per curare un progetto finalizzato a incrementare la produzione agricola locale. Prima di operare in Somalia aveva diretto dei progetti in Kenya. Il Cins ha reso noto di non aver mai avuto segnali che potessero far ipotizzare il rapimento del personale e che mai si sono avuti segnali di intolleranza o minacce di alcun tipo. Elisabetta Belloni, capo dell’unità di crisi della Farnesina, confermando la notizia ha dichiarato che il dipartimento si si è messo in contatto con i responsabili della Cins. Intervistata da Skytg24, ha spiegato che il responsabile della Cins ha «confermato il rapimento, basandosi su testimonianze locali. Siamo in contatto con i familiari dei due volontari», aggiunge la Belloni che, per rispetto della sfera privata e della delicatezza della situazione, non ha fornito dettagli. «Sono stati attivati i meccanismi per prestare assistenza ai nostri connazionali, pur nella consapevolezza di operare in un territorio dove le difficoltà sono particolarmente gravi». Il ministro degli Esteri Frattini ha chiesto di attivare tutti i meccanismi istituzionali per l’assistenza agli italiani rapiti, pur nella consapevolezza di operare in un territorio dove le difficoltà sono particolarmente gravi.


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politica

La Cgil lamenta che la detassazione sui salari non è stata estesa al pubblico impiego. Ma non c’è alcuna discriminazione

Statali, un mondo senza straordinari d i a r i o

di Giuliano Cazzola

d e l

g i o r n o

on è ancora un casus belli tra governo e Cgil soltanto perché il sindacato non è in condizione di chiamare i lavoratori alla lotta. Ma la mancata inclusione dei pubblici dipendenti nel provvedimento sulla detassazione del lavoro straordinario ha consentito a Guglielmo Epifani di prendere le distanze sulle misure approvate ieri dall’esecutivo.

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Camera: il Pd presenta la sua proposta di modifica del regolamento

Il ministro Sacconi ha più volte spiegato che l’esclusione di un pezzo importante del lavoro dipendente era dovuto non a un pregiudizio nei confronti degli impiegati pubblici, quanto all’esigenza di selezionare l’impiego delle limitate risorse a disposizione. Inoltre, trattandosi di una misura di carattere sperimentale ci sarà sicuramente il modo di rimediare alla disparità di trattamento in Finanziaria, nel caso in cui saranno valutate l’utilità e la convenienza a proseguire nella detassazione. Il governo ha compiuto ogni possibile tentativo – questo è un preciso segnale politico – per includere i settori più delicati delle Forze dell’ordine e dei Vigili del fuoco, che si prodigano senza risparmio al servizio della collettività. Chi scrive ha condiviso fin dall’inizio la proposta di non applicare il provvedimento di detassazione al pubblico impiego. Le misure, infatti, sono finalizzate a dare un impulso alla ripresa dei settori produttivi, realizzando nel contempo un miglioramento delle retribuzioni come corrispettivo di un maggior impegno lavorativo. Nelle aziende private esistono le condizioni strutturali perché lo scambio tra lavoro e retribuzione avvenga con riferimento a dati reali. In altre parole, è la regola principale del mercato a far sì che i datori di lavoro eroghino aumenti (provenienti dai bilanci delle loro aziende) soltanto a fronte di una migliore prestazione (qualiquantitativa) dei loro dipendenti. Nella pubblica amministrazione, purtroppo, la realtà è diversa. E sono sempre possibili accordi spuri tra capi ufficio e impiegati per effettuare lavoro straordinario anche quando non è necessario. È un processo alle intenzioni, questo? Diciamoci la verità: non si possono scrivere migliaia di pagine per denunciare una situazione corrente (al di là delle generalizzazioni sempre sbagliate) nella quale le quote di stipendio legate

Fisco, si dimette Romano

Il Partito democratico ha depositato ieri alla Camera una proposta di modifica regolamentare per «limitare la frammentazione politica e permettere al Parlamento di svolgere la propria azione in modo efficace e funzionale». Il testo si richiama al principio di «coerenza tra dato elettorale e dato regolamentare» che viene declinato permettendo la costituzione di gruppi parlamentari solo ai partiti che si sono presentati alle elezioni con il medesimo simbolo.

Massimo Romano, direttore dell’Agenzia delle Entrate, si è dimesso dall’incarico. Con una lettera inviata al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, Romano ha chiesto di accorciare i tempi della sua uscita dall’Agenzia rispetto ai 90 giorni previsti dalla norma sullo spoils system. Le dimissioni saranno effettive a partire da lunedì. In attesa della nuova nomina, la reggenza sarà assunta da Villiam Rossi, direttore accertamento dell’Agenzia.

Il vitalizio di Illy

In alto il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta. A sinistra il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani al risultato o alla produttività vengono conferite a pioggia sulla base di una grande finzione di cui tanti sono complici e responsabili, per venire a dire poi che soltanto sull’effettuazione dello straordinario le cose sono fatte con trasparenza. Immaginiamo che più o meno simili alle nostre siano state le considerazioni del ministro Renato Brunetta quando ha affermato che le misure di detassazione ver-

Difficile estendere questa misura alla PA dove non esistono sistemi di valutazione del merito. Gli sforzi di Brunetta per cambiare le regole ranno estese anche ai dipendenti pubblici nella misura in cui il loro trattamento complessivo sarà simile a quello dei lavoratori privati. Brunetta sa benissimo che da almeno 15 anni lo stato giuridico del pubblico impiego è regolato dal diritto comune, mentre le controversie sono affidate alla giurisdizione ordinaria. Quello del ministro, dunque, è un ragionamento che va oltre il formalismo giuridico: pone un problema di sostanza, innanzitutto politica. Non sarebbe credibile, infatti, un

ministro che un minuto dopo il giuramento nelle mani del Capo dello Stato esprime pubblicamente giudizi severissimi sulla situazione della pubblica amministrazione e si impegna a realizzare radicali cambiamenti in breve tempo, ma che la prima volta in cui è chiamato a dar prova di voler cambiare linea di condotta si trasforma in un avvocato dei dipendenti pubblici (all’insegna del todos caballeros). La pubblica amministrazione versa (con le dovute eccezioni) in condizioni comatose, che in tanti lamentano perché è soffocata dal sistema di garanzie riconosciute ai dipendenti. Tutti sono laboriosi, onesti, capaci… fino a prova contraria. Una prova che si raggiunge dopo un percorso fatto di commissioni disciplinari e vari gradi di giudizio: un effetto «articolo 18» elevato all’ennesima potenza.

Sarebbe il caso, allora, che ci venissero risparmiati i formalismi («tutti i dipendenti sono uguali») quando si tratta di lavoro straordinario e dei premi incentivanti. Non si dimentichino i precedenti: gli impiegati pubblici non hanno potuto usufruire del superincentivo per il rinvio del pensionamento di anzianità né della possibilità di investire il Tfr (o istituti similari) nelle forme di previdenza complementare. In quelle circostanze nessuno parlò – giustamente - di discriminazione.

Riccardo Illy, presidente uscente della Regione Friuli Venezia-Giulia, ha chiesto la contribuzione volontaria per godere del vitalizio come consigliere regionale. Il vitalizio ammonta a circa duemila euro lordi al mese. Illy, durante il mandato come presidente, aveva infatti mantenuto l’incarico di consigliere regionale, votando in aula. Avendo scelto di dimettersi da presidente a 2 mesi dalla scadenza del mandato, per consentire l’election day non ha maturato i 5 anni di contribuzione necessari.

Rai: per la sinistra c’è “metodo Storace” Il segretario nazionale de la Destra, Francesco Storace, nel corso di una conferenza stampa, si è soffermato con ironia sulla futura nomina del presidente della Commissione di vigilanza Rai affermando che «è tutto sommato divertente sapere che per la sinistra parlamentare c’è un “metodo Storace” per la presidenza della Vigilanza Rai. Peccato che si dica il falso. Quando fui eletto l’opposizione di allora voleva eleggere Ombretta Fumagalli Carulli e non me. Ma Mussi, che era capogruppo del partito più importante della maggioranza, fece il diavolo a quattro e sabotò quella candidatura e venne fuori il mio nome. Quindi non è vero che la maggioranza non mette becco sulla scelta dell’opposizione».

Pisanu: «Io all’antimafia? Un’ipotesi, ma sono disponibile» Il suo nome come presidente della commissione Antimafia gira da giorni, ma Beppe Pisanu, ex ministro degli Interni e senatore del PdL, sceglie la prudenza pur non nascondendo la sua disponibilità ad assumere l’incarico: «E’ solo un’ipotesi, anche perchè per la commissione Antimafia serve una legge istitutiva apposita», spiega Pisanu, che tuttavia ammette: per l’incarico «sarei disponibile». Intanto, l’ex inquilino del Viminale conferma di aver optato per la Commissione Affari Esteri di Palazzo Madama, che oggi si riunirà per eleggere il suo presidente.

Alemanno visita le nuove linee metro Si chiama Tbm la talpa che, ieri mattina, si è messa in moto per scavare la galleria della linea metropolitana B1 che, partendo da piazza Conca D’Oro raggiungerà piazza Bologna. Ad azionarla, simbolicamente, il sindaco di Roma Gianni Alemanno che, accompagnato dal presidente di Roma Metropolitane, Chicco Testa e dal neo assessore comunale alla Mobilità e Trasporti Sergio Marchi è sceso a circa 30 metri di profondità per visitare i cantieri.


politica

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Dal Consiglio dei ministri riunito ieri a Napoli è arrivato il decreto per l’apertura di cinque discariche, l’avvio di altri tre termovalorizzatori oltre a quello di Acerra e per la nomina di Guido Bertolaso (a sinistra tra Berlusconi e De Gennaro) a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai rifiuti

Siti militarizzati e tempi perentori nel piano di Berlusconi ROMA. A un certo punto della conferenza stampa Silvio Berlusconi torna indietro al 2001: «È da allora che il termovalorizzatore di Acerra è un’opera di interesse nazionale. È uno scandalo che non sia stato ancora ultimato». È tutta lì la rivoluzione del Cavaliere. Sette anni fa Antonio Bassolino era commissario all’emergenza rifiuti. Ma soprattutto era reduce da anni di vittorie trionfali al Comune e alla Regione. Aveva insomma un consenso abbatanza solido per imporre scelte, allearsi con un governo disposto a sostenerlo e sbloccare il ciclo della spazzatura. Non lo ha mai fatto, ha ritenuto che la fermezza potesse intaccare la sua straordinaria popolarità. Sette anni dopo Berlusconi gode di una fiducia paragonabile a quella del governatore, e la usa in modo diverso. Promette l’apertura dell’impianto di Acerra, di altri tre termovalorizzatori e di cinque discariche, e soprattutto l’uso delle forze militari per proteggere i siti, che diventano «aree di interesse strategico nazionale: in pratica saranno zone militari presidiate dalle forze armate». Chi le viola sarà punito in base al codice penale, come è ovvio anche se non lo è stato finora: da 3 mesi a 5 anni di carcere. Il segreto è semplice: il premier sa che a questo punto Napoli e la Campania sono disposti a dargli carta bianca. Combina questa fiducia quasi assoluta con la durezza dei toni e soprattutto con un’apertura condizionata a sindaci e province. «Bisogna creare una task force allargata a tutti, a prescindere dalle forze politiche, occorre una collaborazione tra governo e enti locali», ha detto in Consiglio dei ministri. Così sarà. Condurrà le operazioni Guido Bertolaso, al quale ieri è stata assegnata per decreto la carica di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai rifiuti. «Un provvedi-

Pugno duro di Silvio: discariche all’esercito di Errico Novi mento unico ed eccezionale, Bertolaso agirà in mio nome», ha rimarcato con enfasi il premier. Il capo della Protezione civile sostituisce di fatto il commissario Gianni De Gennaro, che tra cinque giorni accoglierà la scadenza del proprio mandato come una liberazione. Bertoso dovrà vedersela innanzitutto con Rosa Russo Iervolino e l’ormai ectoplasmatico Consiglio comunale di Napoli: nel giro di un mese dall’amministrazione del capoluogo dovrà arrivare l’indicazione di un sito cittadino adatto a ospitare un altro termovalorizzatore. Scaduto il tempo il sottosegretario

mesi», dice il presidente del Consiglio. È questo il margine necessario per realizzare il termovalorizzatore a Salerno, mentre quello di Acerra dovrebbe essere attivo entro dicembre. L’altro impianto sorgerà nel Casertano, a Santa Maria la Fossa, come già previsto.

Niente discarica a Chiaiano, nella mega cava della periferia Nord di Napoli. La provincia si servirà di Terzigno, nel Nolano. Salerno smaltirà i propri rifiuti a Serre, nella valle difesa strenuamente da Alfonso Pecoraro Scanio. Tutto come già previsto

Bassolino preferì non decidere e conservare i consensi. Il premier fa scelte diverse, nomina il duro Bertolaso e prevede un termovalorizzatore a Napoli deciderà da solo, ma la Iervolino ha assicurato che non porrà ostacoli.

Già nel 2001 esponenti della commissione Ecomafie facevano notare come fosse sensato che il termovalorizzatore ricadesse sui napoletani, sicuramente i maggiori produttori di immondizia della regione. Ma sette anni fa si è preferito ridurre il danno e imporre gli impianti ad aree meno importanti dal punto di vista elettorale. Stavolta la musica cambia e lo si capisce anche dalla perentorietà dei termini. D’altronde i tempi non sono brevi: «Torneremo alla normalità in trenta

da De Gennaro per Avellino (la discarica di Savignano sarà pronta nel giro di due settimane) e Benevento (che utilizzerà il sito di Sant’Arcangelo Trimonte, disponibile dalla seconda metà di giugno). Già oggi Bertolaso dovrebbe individuare lo sversatoio per la provincia di Caserta. Ciascun capoluogo avrà almeno un invaso. Successivamente ne verranno allestiti altri due: uno probabilmente a Caggiano, in provincia di Salerno, un altro ancora in provincia di Napoli, in una località che Bertolaso dovrebbe concordare insieme con il sito per il termovalorizzatore. Quello che Berlusconi non azzarda è il

costo della fase transitoria. Da qui ai prossimi tre mesi bisognerà trasportare all’estero una parte consistente dei rifiuti. Ci sono contatti con la Polonia e altri Paesi dell’Est.

Il trasferimento oltreconfine «è la soluzione migliore finché non sarà completato un piano serio» secondo l’ex presidente della commissione Ambiente del Senato, Tommaso Sodano di Rifondazione: «Lo sostengo dal 2006, quando i quotidiani nazionali mi diedero dell’irresponsabile. È indubbio che nell’Est europeo si possono trovare accordi a prezzi più convenienti dei 270 euro a tonnellata previsti dall’ultimo contratto con i tedeschi. L’importante è discutere con le autorità nazionali e non con aziende private. Altrimenti si corre il rischio che abbiamo sfiorato l’anno scorso, quando a Pecoraro Scanio fu proposto lo smaltimento presso ditte bulgare a 100 euro a tonnellata: poi scoprimmo che si trattava vdi imprenditori legati alla mafia italiana». Finora la migliore offerta proviene dalla Svizzera: poco meno di 200 euro a tonnellata. Vorrebbe dire raddoppiare le spese del commissariato. Ma fonti del governo fanno notare che «il danno economico procurato finora al made in Italy è così alto che vale la pena di spendere qualche soldo in più». Berlusconi ieri è tornato sulla questione dell’immagine deturpata dall’emergenza e ha prefigurato «una nuova vita per Napoli: al posto deell’immondizia cresceranno i fiori». L’iperbole non inganni. Ci sarà comunque il pugno duro, nonostante il ministro della Difesa Ignazio La Russa sia piuttosto contrariato all’idea che l’esercito presidi le discariche. Non avrebbe scelto così, Berlusconi, se non avesse incrociato la proverbiale severità di Bertolaso. Ma soprattutto se non avesse tanto consenso da potersi permettere di spenderlo come preferisce.


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pensieri

A proposito della lettera aperta al nuovo ministro dell’Istruzione

Tre ricette per la scuola: studio,merito e libertà di Angelo Crespi on si può non condividere, almeno per sommi capi, la lettera aperta indirizzata ieri da Giancristiano Desiderio al neo ministro della Pubblica Istruzione, Maria Stella Gelmini. Dopo il lungo cahier de doléances, Desiderio mette sul tavolo alcune proposte concrete per la creazione di un nuovo sistema scolastico. Ma riflettendo, sarebbe opportuno partire ancora più a monte, analizzando gli apriori. Innanzitutto lo “studio”, nel suo senso primo etimologico di “studium”, desiderio, passione. La scuola serve per studiare. Lo ha detto di recente con la solita verve, Guido Ceronetti. Studiare appassionatamente è la prima missione. Non studiare 100 pagine per superare l’interrogazione o l’esame, semmai studiare 1000 pagine per superare la vita. Così prima ancora di una riforma, bisognerebbe inculcare in noi stessi, in genitori, alunni, docenti che bisogna studiare. Meglio se a memoria. A memoria le cantiche della Divina Commedia, i libri dell’Iliade e dell’Eneide, a memoria

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le declinazioni greche e latine, i verbi, gli aoristi e i piùcheperfetti, le poesie di Leopardi e Cardarelli, molte formule matematiche e di fisica e di chimica, tutte le date storiche più importanti dalla battaglia di Salamina alla caduta del Fascismo. Insomma, ci vorrebbe una grande battaglia sul nozionismo che non è l’equivalente dell’intelligenza, ma col quale almeno si può mascherare la stupidità.

Prima ancora di una riforma, bisognerebbe inculcare in noi stessi, in genitori, alunni e docenti che bisogna studiare. Meglio se a memoria Meglio sempre uno stupido colto che uno stupido e basta. Questo sarebbe un primo passo. Chi non vuole studiare e portare a memoria, stia a casa. D’altronde qualsiasi ragazzino o adolescente sa benissimo che non può giocare neppure in una squadretta di provincia a pallone se non è in grado di stoppare la palla. E sa benissimo pure che agli allenamenti, prima si corre, poi si fa tecnica

risultati elettorali, con l’ampio margine di seggi registrato per la coalizione vincente, sembrano aver cancellato, in un sol colpo, tutte le problematiche di cui si era arricchita, nei mesi passati, l’agenda politica. Il conseguimento della cosiddetta “governabilità”, intesa quale mera contabilità dei seggi di cui dispone la coalizione vincente, sembra aver impoverito il dibattito politico. Certo, il referendum sul sistema elettorale imporrà la ripresa del dibattito, ma saranno i primi cento giorni del IV Governo Berlusconi ad evidenziare le strategie delle forze politiche e confermeranno o meno se i silenzi odierni sono pause di riflessioni o altro. Di certo, la “governabilità”non è cosa che attiene - in via esclusiva - alla consistenza delle presenze parlamentari. Per cui, al di là delle posizioni che assumeranno le organizzazioni sindacali e gli organi di stampa, non indifferente risulterà l’atteggiamento delle Regioni (governate per la gran parte dal centrosinistra) che, partecipando ai processi decisionali dello Stato attraverso la Conferenza dei Presidenti, sono in grado di incidere su tempi, modalità e strategie dei programmi e delle politiche di intervento. Certo, il quadro politico del Paese è risultato grandemente semplificato in conseguenza della legge elettorale e della posizione assunta dal Partito Democratico, fattori determinanti per l’esclusione dalle aule

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e se c’è tempo alla fine la partitella. Poi il merito. Che è un concetto difficile da spiegare, ma così semplice da capire visto che chiunque ne comprende naturalmente il senso. Il ministro Gelmini ha presentato nella passata legislatura una proposta di legge sulla “meritocrazia” invitando il governo a sostenere «la promozione e l’attuazione del merito nella società, nel-

l’economia e nella pubblica amministrazione» e, dalle prime dichirazioni pubbliche, sembra intenzionata a proseguire questa battaglia anche in campo scolastico. Ovviamente, come già spiegava Desiderio, bisogna riconoscere il merito degli studenti meritevoli e il merito dei docenti meritevoli. Che non significa essere antidemocratici o illiberali, come fin qui ci hanno fatto credere, semmai il contrario

Il neo ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini perché la democrazia prevede proprio che ad ogni cittadino venga riconosciuto quanto si merita. Poi la libertà. E’ un vecchio retaggio del pensiero comunista e del pensiero fascista, credere che tocchi allo Stato l’educazione dei cittadini, spesso l’irrigimentazione. Meglio sarebbe che l’educazione dei figli spettasse alle famiglie, che in normali condizioni sono l’istituzione che ha più a cuore la formazione e la realizzione umana, intellettuale e spirituale di un proprio membro. Da qui la giusta idea di consegnare alle famiglie voucher formativi da spendere liberalmente nel pubblico o nel privato. Infine, un discorso a parte per la burocrazia. Se la scuola è diventata un parcheggio per gli studenti, e soprattutto per i docenti e il personale ausiliario è necessario invertire la rotta.

Sarà fondamentale la strategia delle alleanze per le Europee

Il bipolarismo che c’era e quello che verrà di Mario de Donatis

parlamentari, oltre che di formazioni minori, della cosiddetta sinistra antagonista. E tanto ha favorito la percezione di una stabilizzazione del quadro politico che, a guardare bene, è già interessato da fibrillazioni. Anche perché il risultato elettorale, evidenziando i nodi del bipartitismo, impone la riproposizione di un bipolarismo in grado di recuperare alla presenza parlamentare le tradizionali culture politiche che hanno dato vita alla nostra Carta Costituzionale. Tale posizione, che nulla ha a che fare con la “proliferazione di partiti personali” o con la temuta ingovernabilità, potrebbe favorire l’intesa su un sistema elettorale “proporzionale con sbarramento”, con l’in-

Nell’ultimo devastante pampleth (“La deriva”, Rizzoli) Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo partono da un curioso aneddoto che riguarda le “scodellatrici”. In Italia, nonostante lavorino 170mila bidelli (i carabinieri sono appena 110mila) le scuole sono costrette ad assumere a progetto migliaia di ulteriori scodellatrici per servire i pranzi dei bambini. Questo perché il contratto da bidello non prevede la mansione specifica e la categoria è protetta sindacalmente in questa assurda fannullaggine. Davanti a ciò si ferma qualsiasi tentativo serio di rivoluzione. A meno che, anche in questo caso si torni ai principi primi, spiegando che “lavoro” il cui etimo latino è “labor”, come qualsiasi liceale conosce, rimanda non solo all’accezione di “lavoro” ma anche a quella di “fatica” e “travaglio”.

troduzione di meccanismi per assicurare la stabilità governativa.Tale posizione potrebbe essere, peraltro, strategicamente perseguita per completare il processo di assestamento del Pd e del PdL. Il primo interessato da tensioni tra la componente moderata cattolica e quella laicista e dal dualismo Veltroni-D’Alema che, di fatto, sembra non permettere ruoli significativi alle altre componenti fondative del nuovo partito, il secondo da una regia centralista che non mancherà di suscitare contraccolpi su più tessere di un mosaico su cui agiscono, oggi, i collanti del successo. In ogni caso, i primi cento giorni del governo e gli scenari che si apriranno, sin da ottobre, in conseguenza delle strategie per le elezioni europee di primavera, saranno utili riferimenti per misurare il grado di governabilità del paese. Quello che è auspicabile è che prevalga la ragionevolezza per dar vita ad un rinnovato assetto istituzionale per assicurare la “governabilità”, oggi realizzata con una “coesione politica per cooptazione” con una rinnovata classe dirigente espressione di un voto che assicuri una più forte partecipazione popolare. Ed, ancora, più auspicabile è l’avvio di un processo per la costruzione di un autentico centro-sinistra che nulla ha a che fare con il sinistra-centro di Prodi, per riposizionare, anche politicamente, il nostro Paese nel contesto europeo.


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parole

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La peggio gioventù. Viaggio nelle radici del bullismo/3 Federico Moccia ROMA. Se c’è un uomo che ha descritto meglio di chiunque altro i giovani nell’Italia di oggi, è certamente Federico Moccia. I suoi libri vengono divorati da una generazione (più di una) che evidentemente si riconosce nei suoi personaggi, nel loro modo di parlare, di odiare e di innamorarsi. Di lui e dei suoi romanzi è stato detto di tutto, ma nessuno ha mai potuto disconoscere l’aderenza perfetta tra il mondo che descrive Moccia e quello dei teenager italiani. Tutti i giorni sembra quasi che sia lì che li osserva, li studia e li racconta. Chi sono i giovani di oggi e, soprattutto, c’è un’emergenza che li riguarda? Io credo che si tratti una relativa emergenza poiché va rapportata all’evoluzione della società. Se questa non se la passa bene, non vedo come potrebbero i ragazzi stare molto meglio. D’altra parte, l’adolescenza è un periodo particolare per tutti, lo fu anche per me. Per esempio: il bullismo c’è sempre stato e ci sarà sempre. Io poi l’ho raccontato cosi com’è, Step, il protagonista di Tre metri sopra il cielo, non può che essere un bullo, ma è anche un personaggio con delle qualità sincere. Solo alcune volte il bullismo diventa patologico. Credo che questo avvenga perché oggi è venuta meno l’autorevolezza degli educatori e questo produce un aggravamento della realtà giovanile. Dunque, anche per Lei, autorevolezza è la parola chiave nella formazione dei ragazzi? Direi: mancanza di autorevolezza ed ampliamento della tecnologia. Un tempo lo sapevano solo i tuoi compagni di scuola se avevi preso uno schiaffone sul collo, oggi tutto va su internet e gira il mondo. Questo mette in evidenza gli atteggiamenti estremi. Da un certo punto di vista costituisce una ragione di emulazione. Da un altro, riconoscersi su internet o youtube sviluppa un enorme egocentrismo. Ma non è che questa nuova tecnologia li isola dal resto della loro generazione? E dalla realtà? Inevitabilmente in quel periodo della vita c’è una solitudine latente in tutti. Ti senti insicuro e non considerato, questo è sempre accaduto. Ma oggi la possibilità di interagire in tempo reale favorisce la comunicazione. Una volta per scambiarsi delle lettere serviva il tempo di riceverle, scriverle e spedirle, oggi attraverso la Chat oppure Messenger ci si confronta in pochi secondi. Un confronto sincero. Un confronto sincero o piuttosto virtuale e per questo falso? Dipende, ma i ragazzi spesso sono molto veri. Magari non raccontano la verità ai loro genitori, ma sul blog o su internet si svelano senza reticenze. Natural-

«Malati di solitudine, ma bisogna credere in loro» colloquio con Federico Moccia di Nicola Procaccini

In alto, Riccardo Scamarcio e Katy Saunders nel film ”Tre metri sopra il cielo” (2004). Nella foto a sinistra, lo scrittore Federico Moccia mente, mi riferisco alla parte sana di questa generazione. Purtroppo è la parte non sana a fare più notizia. Chi è il maggior responsabile della devianza minorile?

corda di quel ragazzo che aveva compiuto un atto di bullismo nei confronti di un suo compagno di scuola più sensibile? Il professore gli fece scrivere davanti a tutti sulla lavagna: «io sono un deficiente». Quando i genitori del bulletto sono venuti a saperlo c’è stata una vera e propria sollevazione nei

Step, il protagonista di “Tre metri sopra il cielo”, non può che essere un bullo, ma è anche un personaggio con delle qualità. Solo alcune volte la prepotenza diventa patologica La colpa va divisa in parti uguali tra scuola, famiglia e società. Anzi, quest’ultima ha il 40 per cento rispetto alle altre due. La società non permette alla famiglia e alla scuola di fortificarsi, non gli consente di intervenire adeguatamente nella formazione di questi giovani. Io ricordo bene il ceffone del mio professore. Magari dato con il sorriso, ma le assicuro che era davvero forte. Ebbene, non ne ho un ricordo spiacevole. A distanza di anni fai tesoro di quella lezione. Era la rappresentazione evidente che avevi oltrepassato un limite. Questo manca oggi. Si ri-

confronti del professore. Prima lo hanno aggredito e poi gli hanno fatto causa per 35mila euro. Ecco, secondo me l’istitutore deve avere la libertà di giudicare e all’occorrenza di sanzionare nei modi che ritiene opportuni. Anche se a giudicare da quanto si è visto in certe occasioni, anche gli insegnanti hanno le loro responsabilità. Il problema va visto ed affrontato dalla base. Oggi i professori non sono più preparati, sopratutto psicologicamente, ad affrontare questi ragazzi. Bisognerebbe occuparsi seriamente di questo

problema: formare adeguatamente loro significa formare i nostri figli. Mi rendo conto che ci vorranno anni per farlo. Però se mai si comincia… Per quanto la conosce lei, questa generazione è davvero così angosciata e priva di fiducia nel futuro? La situazione dell’Italia, per nulla semplice, non può non rispecchiarsi ed amplificarsi nei suoi giovani. Va pure detto che rispetto al passato alcune agevolazioni le hanno, penso alla possibilità di viaggiare per esempio. Ma, oggettivamente, il saldo resta negativo. Ai miei tempi il mare era pulito, c’era meno consumo, i giocatori di pallone non erano idoli ma ignoranti. Oggi tutte le campagne di sensibilizzazione su questo o quel problema giovanile viene affidato a loro. Cosa vuol dire? Che la nostra società ha offerto altri modelli, altri valori, ed inevitabilmente la gioventù si è formata su questi. Quanto ci crede in questi ragazzi? Molto. Penso che hanno meno facilità rispetto a prima, ma proprio per questo potrebbero stupire. Spesso quando si parte da una situazione per nulla comoda, ci si rimbocca le maniche, si lavora duro e si raggiungono risultati importanti ed imprevisti.


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mondo Beirut: manifestazione nella piazza dei Martiri per commemorare l’assassinio del Primo ministro Rafiq Hariri. Nelle stesse ore Hezbollah ha celebrato i funerali di Imad Mughniyeh, il loro capo militare assassinato a Damasco lo scorso febbraio. In quell’occasione il generale Suleyman (in basso) si rifiutò di impiegare l’esercito per reprimere gli scontri. Suleyman si appresta a divenire il prossimo presidente del Libano

Accordo a Doha sul Paese dei Cedri. Pronto un governo di unità nazionale

Libano, vince Hezbollah domenica il nuovo presidente di Andrea Margelletti obiettivo è stato raggiunto. L’accordo firmato ieri mattina a Doha, grazie alla mediazione del Qatar, per la risoluzione della crisi libanese è sì il primo segnale positivo in un quadro di tensioni che rischiava di degenerare in guerra civile, ma è soprattutto una pesante vittoria politica per Hezbollah. Da due anni il “Partito di Dio” premeva per entrare a far parte di un governo di unità nazionale e per disporre, all’interno di questo, del diritto di veto. Ebbene, il risultato è stato ottenuto. Secondo il premier del Qatar, infatti, il governo dovrebbe contare su maggioranza antisiriana di 16 ministri, un’opposizione guidata dal movimento Hezbollah di 11, e su altri tre membri nominati dal presidente della Repubblica. Per l’elezione di quest’ultimo a Doha è stato deciso che entro 24 ore il parlamento libanese tornerà al lavoro e che, in una seconda fase, si apriranno le consultazioni per la formazione di un nuovo esecutivo. Unico punto lasciato in sospeso è la modifica della legge elettorale. Ma è evidente che anche l’opposizione si è trovata a dover rinunciare a qualcosa. Lecito quindi sperare nella nomina del generale Suleyman a Capo dello Stato. Del resto, questi cinque giorni di trattative si pongono davvero di traverso alla lunga sequenza di attentati, violenze e intransigenza diffusa che hanno caratterizzato gli ultimi sei mesi della vita politica di Beirut. Il merito dell’accordo va certamente alla Lega Araba, la quale si è spesa in tutti i modi affinché si trovasse un compromesso. In questo caso va anche sottolineato come la Siria abbia accolto con favore la notizia. Sempre sul fronte inter-

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nazionale, non è una semplice coincidenza che Israele abbia confermato l’esistenza di trattative in corso con Damasco, in merito alla restituzione o meno del Golan, proprio nelle stesse ore. Oppure che il Ministro della Difesa israeliano Barak abbia paventato un’eventuale tregua a Gaza. La sopraggiunta distensione in Libano ha innescato un meccanismo di dialogo in merito alle pendenze più urgenti in Medio Oriente.

Da due anni il “Partito di Dio” premeva per entrare a far parte di un governo di unità nazionale e disporre, all’interno di questo, del diritto di veto. Il risultato è stato ottenuto Tuttavia è all’interno del Paese che bisogna capire cosa sia effettivamente successo e cosa nascerà da questa stretta di mano. Il premier Siniora esce comunque contuso dalla partita. La maggioranza, infatti, dopo aver affrontato i recenti scontri di piazza con difficoltà, adesso ha accettato un compromesso che mette in discussione la configurazione del governo attuale. Permettendo inoltre all’opposizione di entrare nelle “stanze dei bottoni”. Sotto silenzio, a sua volta, è passato il generale Michel Aoun, la cui candidatura alla presidenza sembra sfumata. L’appoggio che gli era stato garantito dal fronte sciita di Hezbollah e Amal pare sia stato oggetto di scambio con la maggioranza. Diversa è la situazione di Hezbollah. Perché quanto ottenuto è proprio quello che ha sempre chiesto, dalla fine del 2006 a oggi. Era per entrare a far parte del governo che i suoi sostenitori avevano occupato la Piazza del Gran Serraglio a Beirut. E infatti, ad accordi avvenuti, è

MICHEL SULEYMAN, L’UOMO DEL CONSENSO Il generale Michel Suleyman, 59 anni, è stato nominato comandante in capo delle Forze Armate nel 1998, mentre il Libano era ancora sotto tutela siriana. In questi anni ha garantito una certa indipendenza dell’esercito. Anche nei recenti scontri di inizio maggio, costati la vita a 65 persone, ha mantenuto una posizione di basso profilo. La carica di presidente è vacante dal 24 novembre scorso, da quando è scaduto il mandato del presidente filo-siriano Emile Lahoud. Per ben 20 volte il parlamento si è riunito senza riuscire ad eleggere il nuovo capo dello Stato. La prossima seduta, quella definitiva, è stata convocata per domenica 25 maggio.

iniziato lo sgombero. Quella del “Partito di Dio”è stata un’operazione politica studiata nei dettagli. Grazie all’appoggio del presidente del parlamento, il leader di Amal, Nabih Berri, ha lavorato all’interno delle istituzioni parlamentari come un qualsiasi altro partito. Contemporaneamente ha mantenuto alto il consenso dell’opinione pubblica, sciita ma non solo, impegnandosi in attività sociali. Ultima la ricostruzione del Libano del Sud, dopo la guerra di due anni fa contro Israele. Infine, ha volutamente alzato la tensione sfruttando lo sciopero generale di due settimane fa, in realtà nato come protesta contro il carovita. Il “Partito di Dio”ha saputo porsi alla guida di alcune tensioni sociali collettive e le ha tradotte in disordini di piazza che avevano finalità completamente diverse da quelle per cui erano state generate.

Dalle proteste per l’inflazione e per la stagnazione economica, si è passati agli scontri per l’elezione del presidente, per un nuovo governo e per la modifica della legge elettorale. In questo senso, quando le milizie sciite sono riuscite a occupare l’intero quartiere sunnita della capitale libanese, Hamra, altro non hanno fatto che ricreare la situazione del Serraglio, ma più in grande. In quel caso il messaggio è stato chiaro. Il “Partito di Dio”ha dimostrato di essere sufficientemente preparata per un’operazione armata di maggiore portata. Tuttavia non era e non è la guerra ciò che vuole Hezbollah. Il suo obiettivo è governare il Libano. Questo è possibile se si segue una strada squisitamente politica e se si mantiene il consenso dell’elettorato. In questo momento il “Partito di Dio” sa di essere un movimento politico all’opposizione. Di conseguenza, sposare gli accordi di Doha gli permette di pacificare il Paese, entrare in un esecutivo di emergenza e soprattutto avviarsi alle elezioni parlamentari del prossimo. Per questo appuntamento la sua macchina di propaganda è pronta da tempo e le possibilità di vittoria non sono irrisorie. Il fatto che poi disponga di una milizia – peraltro ben addestrata – non differenzia Hezbollah da nessun altro movimento politico del Medio Oriente, dove le milizie sono all’ordine del giorno. Presidente Ce.S.I. Centro Studi Internazionali


mondo

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Gran Bretagna: oggi si tengono le elezioni suppletive a Crewe e Nantwich. In vantaggio i Tories di Cameron

Ultimo test per Gordon Brown d i a r i o

di Silvia Marchetti

d e l

g i o r n o

LONDRA. Nuovo test elettorale per

Pretoria schiera l’esercito

il premier britannico Gordon Brown. Oggi si tengono le elezioni suppletive nel distretto di Crewe e Nantwich, da sempre roccaforte del labour, per scegliere il parlamentare che andrà a sostituire Gwyneth Dunwoody, la deputata laburista morta il mese scorso. Stando a due sondaggi della vigilia, i conservatori di David Cameron sono in netto vantaggio e salvo sorprese dovrebbero strappare ai laburisti anche il controllo di quest’area metropolitana. Insomma, per il premier si profila una seconda sconfitta dopo le dure amministrative del primo maggio, e sebbene quelle di Crewe e Nantwich siano delle elezioni marginali una vittoria conservatrice qui metterebbe ancora più a rischio la leadership di Brown. Il premier sta cercando di risollevare le sorti del partito, facendo promosse agli elettori e lanciando nuovi piani d’intervento a favore della ripresa economica. Perdere anche Crewe e Nantwich vanificherebbe tutti i suoi sforzi drenandogli altro prezioso consenso e infittendo le fila degli oppositori interni. I frondisti si preparano a chiedere la sua testa. Martedì The Independent ha pubblicato i risultati di un sondaggio realizzato a livello locale da ComRes che danno i conservatori a 14 punti di vantaggio rispetto ai laburisti. I tory hanno il 48 percento dei consensi contro il 35 percento dei labour e il 12 per cento dei liberaldemocratici. Se le proiezioni si trasformeranno in realtà, oggi Cameron strapperà il distretto ai laburisti. La partecipazione elettorale si preannuncia elevata: nei giorni scorsi il 62 percento ha detto che andrà a votare, una percentuale che cresce tra i simpatizzanti tories.

Continuano le violenze a sfondo xenofobo in Sudafrica dove i morti sono saliti a quarantadue. Il governo del Paese africano teme che la situazione gli possa sfuggire di mano e per questo il presidente Mbeki, dopo le continue richieste da parte dell’oposizione e della Polizia, ha deciso di schierare l’esercito nelle zone più a rischio.

A Crewe e Nantwich c’è una grande fetta di cittadini delusi dal governo e dal suo primo ministro. Stando alla rilevazione ComRes, il 60 percento crede che Brown sia “deleterio”al partito e al Paese, contro un 13 percento che lo vede positivamente. Gli stessi elettori laburisti sono scontenti: soltanto il 33 per cento appoggia il premier. Più crolla Brown, più cresce Cameron, apprezzato non soltanto dall’82 percento degli intervistati ma anche dal 37 per cento degli elettori labour. Quello che chiedono i laburisti è chiaro: un leader con la stoffa di Cameron. Si tratta di percentuali confermate da un secondo sondaggio effettuato su scala nazionale e apparso sul Guardian secondo il quale il consenso per il labour è ai minimi storici dal 1987, quando Mar-

Disgelo tra Siria e Israele Dopo voci che circolavano da settimane, Damasco e Gerusalemme hanno ufficialmente confermato che, sotto gli auspici della Turchia, sono in corso trattative di pace. Il comunicato bomba è arrivato mercoledì sera dagli uffici della presidenza del governo israeliano. Il testo afferma che da due due anni i due Paesi portavano avanti un dialogo segreto.Trattative intraprese su buone basi e condotte “a braccio”, allo scopo di raggiungere un accordo complessivo secondo quanto previsto dalla conferenza di Madrid del 1991. Le due parti hanno ringraziato il primo ministro turco Erdogan e la diplomazia svizzera che ha dato il suo contributo al processo. In Israele vi è chi teme che si tratti di una manovra di Olmert per mettere in secondo piano il caso della sua presunta corruzione.

I tibetani interrompono le proteste Il premier britannico e leader dei laburisti Gordon Brown. Dopo la batosta elettorale del primo maggio la sua poltrona è sempre più in bilico garet Thatcher vinse un terzo mandato. Inoltre, il 75 percento di chi votò Labour nel 2005 oggi rimpiange Blair. Insomma, la distanza fra i due partiti non è mai stata così grande. David Cameron ha superato Brown anche come potenziale migliore leader perfino tra i laburisti. Ma a cosa si deve questa crescente antipatia nei confronti di Brown? Oltre alle recenti decisioni impopolari sul fronte economico del governo laburista – quali la riforma fiscale che colpisce i redditi più bassi – sul voto di Crewe e Nantwich pesa una campagna elet-

Tra i papabili alla guida dei labour c’è il giovane David Miliband, attuale ministro degli Esteri, e il potente Jack Straw, responsabile della Giustizia torale negativa. I laburisti si sono lanciati in attacchi gratuiti contro il candidato locale conservatore Edward Timpson, senza illustrare proposte concrete e alternative a sostegno del distretto. I primi a essere coscienti del “vuoto programmatico” del labour sono gli stessi membri del partito: Stephen Ladyman, un ex ministro laburista, ha criticato l’attacco verbale contro Timpson definendolo “eccessivo” e spronando il partito ad adottare una strategia migliore per le prossime elezioni generali.

Le fila degli anti-brown s’infittisce di giorno in giorno. Lunedì è uscito un articolo sul Guardian firmato da Peter Hain, ex segretario laburista del Galles, che lo accusa di aver perso il consenso sia della middle class che dei lavoratori di sinistra. Secondo Hain i laburisti hanno sbagliato a “polarizzarsi” schierandosi prima da una parte e poi dall’altra e oggi devono tornare a essere il partito di tutti gli inglesi. L’articolo di Hain è uscito in contemporanea a un pamphlet politico uscito in questi giorni e curato dalla corrente progressista labour che analizza la recente sconfitta elettorale in Galles. E che mette inevitabilmente sul banco degli imputati la leadership di Brown. L’articolo di Hain è destinato a fare proseliti tra i blairiani più agguerriti come Stephen Byers, ex ministro dell’Industria, e Charles Clarke, ex ministro dell’Interno. Alle spalle dei laburisti senior che si preparano ad accelerare la resa dei conti interna al partito si muove anche qualche junior. Tra i più papabili nella successione a Brown c’è il giovane David Miliband, attuale ministro degli Esteri, che dovrà tuttavia vedersela con le aspirazioni di Jack Straw, il potente responsabile della Giustizia sempre al fianco del primo ministro ma, secondo molti, desideroso di sfilargli la poltrona. Molto si giocherà con il voto di oggi: se il labour perde diminuiscono le probabilità che Gordon Brown traghetti il partito all’assemblea di settembre.

In solidarietà con le vittime del terremoto cinese, il governo di Lahta in esilio non inviterà a protestare davanti alle ambasciate di Pechino nel mondo. Una disposizione che dovrebbe avere almeno fino al 31 maggio. La massima autorità spirituale e politica del Tetto del mondo, il Dalai Lama, sin dalla settimana scorsa aveva espresso la sua solidarietà con le vittime della catastrofe naturale che aveva colpito la Cina.

Un’altra donna alla testa della Germania? Si moltiplicano i segnali che presto anche il prossimo capo dello Stato tedesco possa essere una donna. Il 23 maggio 2009, il presidente in carica Horst Koeler sarà sfidato dalla socialdemocratica Gesine Schwan. La candidatura non è ancora ufficiale ma per i maggiori media tedeschi la nomina di Schwan è diventata certa, dopo che la dirigenza della Spd ha fatto capire di essersi piegata alle pressioni della sinistra del partito.

Svolta nella strategia difensiva di Tokio In futuro il Giappone per i propri scopi militari prenderà in considerazione anche lo spazio. Mercoledì il parlamento del Sol levante ha approvato una legge nella quale si afferma che lo spazio verrà utilizzato per scopi militari e satelliti spia. Con questo atto Tokio abbandona il principio dell’uso «non militare» dello spazio, secondo quanto prevedeva una legge del 1969. La nuova legge ritiene invece che possa essere usato tutto quello che favorisce la difesa del Giappone.

Saakaschvili punta ai due terzi dei voti Ieri mattina in Georgia sono iniziate le elezioni parlamentari. Il partito del presidente della repubblica, ritiene possibile raggiungere la maggioranza qualificata dei seggi al parlamento di Tblisi. L’opposizione, che invece cerca il cambiamento dentro l’organo legislativo, afferma che per questo obiettivo Saakaschvili stia utilizzando il «terrore politico». Sia il governo che l’opposizione sono decisamente schierati per la prosecuzione dell’orientamento filo occidentale iniziato con la rivoluzione delle rose. La Russia afferma che gli schieramenti in campo sono «uno più nazionalista dell’altro».

Allarme bomba in una centrale svedese Le forze di sicurezza del Paese scandinavo, hanno arrestato un lavoratore che cercava di introdurre dell’esplosivo in una centrale nucleare svedese. Altri due uomini sospettati di aver preso parte al tentativo di sabotaggio sono stati fermati. Secondo quanto dichiarato dalla polizia, anche se non è chiaro a cosa puntassero i fermati, la sicurezza della centrale non è stata mai in discussione.


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speciale educazione uciano Maiani, docente di fisica teorica all’università La Sapienza di Roma, è dal 14 marzo il nuovo presidente del Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche. È già stato presidente dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare e direttore del Cern, l’organizzazione europea per la ricerca nucleare. Nel 2007 ha ricevuto la medaglia Dirac per i suoi studi sulle interazioni deboli. Tra le richieste che ha formulato al governo c’è quella di maggiori risorse. Quando il nostro Paese va in difficoltà, come nel caso dell’Alitalia, si tagliano fondi alla ricerca. Il taglio dei fondi alla ricerca non è relativo solo alle necessità prioritarie dello Stato e a casi di crisi, ma a una progressiva sottovalutazione del comparto in corso da anni. Un tempo la ricerca conduceva la battaglia per l’incremento delle risorse, poi quella per il mantenimento del valore reale, ormai siamo arrivati a ‘contentarci’ se manteniamo il valore nominale dei finanziamenti. Per cominciare, al comparto servirebbe almeno mezzo milione di euro in più. Perché negli altri Paesi europei la situazione è ben diversa? Il finanziamento pubblico è esiguo, ma il deficit maggiore riguarda quello privato. Le imprese investono in ricerca lo 0,4-0,5 per cento del Pil, circa la metà della media delle imprese europee e poco più di un terzo di quanto stabilisce come obiettivo l’accordo di Lisbona, che impegna l’Unione a creare la maggiore società ed economia mondiale basata sulla conoscenza. Perché è così difficile rivolgersi ai privati, che potrebbero effettivamente costituire una soluzione? E quale potrebbe essere in questo senso il ruolo dello Stato?

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È il maggiore ente di sviluppo bio-tecnologico italiano, ma il governo gli destina risorse insufficienti. Emblema di un Paese che non sa guardare avanti

CNR

ALLA RICERCA DEL FUTURO colloquio con Luciano Maiani di Irene Trentin innovazione. Per questo, bisogna attivare tutte le sinergie utili, specialmente nelle aree più bisognose di avanzamento tecnologico: parchi tecnologici e scientifici, distretti, iniziative di filiera, di categoria. Chi sono i principali finanziatori del vostro ente di ricerca, a parte lo Stato? I finanziamenti avvengono su quattro livelli: europeo, nazionale, locale e privato. Il Cnr attinge da bandi e finanziamenti dell’Unione europea, dei ministeri, dalle amministrazioni. E offre ai partner pubblici e privati la propria competenza, come ente di servizio e come ricerca applicata. I finanziamenti statali diretti sono fermi a circa 550 milioni di euro l’anno, che non coprono neppure tutte le spese fisse indif-

«Fondi pubblici inadeguati. Lo Stato agevoli le imprese che vogliono investire» Bisognerebbe quasi capovolgere i rapporti di forze, arrivando a circa due terzi di investimento privato e uno pubblico. Lo Stato, dunque, deve trovare le forme per agevolare le imprese disposte a investire, intanto con una maggiore defiscalizzazione. Non dobbiamo dimenticare che il tessuto produttivo italiano manca di grandi gruppi industriali, soprattutto hi-tech, ed è composto da una miriade di piccole e medie imprese, strutturate su dimensioni poco adatte all’investimento in

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feribili come stipendi, affitti e utenze. Ma insieme alla ricerca applicata, noi dobbiamo sostenere la ricerca pura. Come fermare l’emorragia dei cervelli all’estero? La mobilità intellettuale in una certa misura è molto utile. Io stesso ho condotto una parte delle mie esperienze all’estero. Il problema è il saldo passivo, cioè che esportiamo molti più ‘cervelli’ di quanti ne riusciamo ad attrarre: i nostri ricercatori sono retribuiti per circa il trenta per

cento in meno dei loro colleghi europei. Dunque dobbiamo offrire, dopo un precariato iniziale, certezze in termini di stabilità e di progressione: la popolazione della ricerca ha ormai intorno ai 45 anni di media. Gli stessi bandi pubblici sono bloccati. La recente stabilizzazione, che consentirà a circa tremila giovani di entrare strutturalmente nel sistema ricerca, è stata bloccata da alcune pastoie burocrati-

che che speriamo siano in via di soluzione. Ma non è questa la panacea: è necessario che ci sia maggiore autonomia normativa, la ricerca pubblica non è una semplice “p.a”. Qual è il suo progetto da neopresidente per riorganizzare il più importante organo di coordinamento della ricerca scientifica nel nostro Paese? In estrema sintesi: porre al centro dell’attività dell’Ente la rete scientifica; incentivare l’internazionalizzazione delle attività e la partecipazione del Cnr ai grossi progetti. Last but not least, fare sempre più ‘rete’ all’interno, migliorare le sinergie di un ente multi-disciplinare, al fine di evitare che questa sua peculiare ricchezza si trasformi in una difficoltà di gestione. A questo proposito lei ha auspicato un maggior coordinamento tra enti e università. Il mondo della ricerca è frammentato tra alcuni enti maggiori, come il nostro, decine di enti pubblici minori, associazioni no profit e strutture private. Il rischio dispersione e sovrapposizione è da evitare assolutamente. Quali sono le prospettive future del Cnr?


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Offrire al Paese un patrimonio di conoscenza unico, articolato in aree molto diverse, dai beni culturali alla biologia, dalla fisica all’agroalimentare, dall’energia all’ambiente. È questa capacità di lavorare insieme su temi diversi e, spesso, molto intersecati tra loro, che rende il Cnr indispensabile. Lei stesso ha parlato di carenza di meritocrazia. È possibile introdurre criteri che premino il valore? Occorre la valutazione da parte di terzi, anche internazionali. Se la ricerca non si rende credibile è ancora più difficile chiedere sostegno. Una recente ricerca ha bocciato i laboratori scientifici delle scuole italiane. È uno dei punti dolenti della nostra formazione scientifica. Ricerche compiute all’estero dimostrano come le convinzioni in base alle quali si prosegue il percorso di studi si formino in età scolare e molto precoce: è qui che bisogna creare una certa immagine appealing della scienza, anche come possibile attività lavorativa. Lei è stato insignito di prestigiosi premi e riconoscimenti, come la ”Medaglia Dirac”: quali sono state le sue principali ricerche da scienziato? L’ipotesi dell’esistenza di un quarto quark, chiamato charm, è la mia ricerca più importante. Che a me ha fruttato la Dirac, e a Sheldon Glashow il premio Nobel. Qual è il destino di un Paese senza ricerca? Di non progredire, di rallentare ed essere superato dagli outsider come i giganti asiatici, che in ricerca investono moltissimo.

Istruzione e formazione continuano a soffocare l’eccellenza

Costituente: non è utopia di Luca Galantini

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ul fronte caldissimo delle riforme strutturali che il Paese non può più permettersi di procrastinare, la questione educativa è prioritaria. Nel benevolo clima di interesse bipartisan, manifestato da governo e opposizione, speriamo si comprenda la strategica necessità di intervento sui settori dell’istruzione, della ricerca e della formazione. Sulle pagine della stampa in questi giorni si possono intercettare segnali incoraggianti: da Francesco Gavazzi, che sul Corriere si richiama alla considerazione, fin troppo ovvia, che il sistema dell’istruzione italiano sappia tenere il passo con il ritmo della globalizzazione attraverso la conoscenza tecnologica, a Giorgio Israel, che sulle pagine del Foglio gli contrappone l’esigenza, sicuramente più concreta, di ricreare i “fondamentali” dell’educazione di base, di cui le giovani generazioni di studenti mostrano soffrire una terribile mancanza. Crisi economiche, sfide della globalizzazione, sfiducia nel mondo del lavoro, difficoltà estrema nel poter creare e mantenere una famiglia: un giovane lavoratore che non venga fornito dal sistema educativo di adeguati strumenti di interazione e conoscenza con estrema facilità, si trova fuori gioco nella complessa società globalizzata.

Da ciò, in accordo con quanto Antonino Zichichi ha sostenuto al convegno sulle prospettive di intervento legislativo sui temi della cultura e della scienza – organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana in questi giorni – è necessario pro-

grammare una politica di intervento ad ampio spettro, radicale, necessariamente su tempi medio-lunghi, in grado di eradicare le criticità, ormai croniche, del sistema educativo italiano. Non bastano più pannicelli caldi, riforme lasciate a metà del guado, interventi settoriali, o peggio vuoti modelli legislativi ispirati dal politically correct, come nel caso della sciagurata riforma Berlinguer del 3+2. Lo scollamento tra mondo del lavoro e mondo dell’università e della ricerca deve essere compreso dai governanti come un’emergenza: in altri termini all’università deve essere restitutito quel ruolo di eccellenza nella formazione e nei saperi, che la stessa Costituzione le assegna, e che permette alle giovani generazioni di interpretare il ruolo di futura classe dirigente del Paese. Non è utopico, né tantomeno retorico affermare che il ministro dell’Istruzione dovrà programmare quella che Zichichi ha definito una “Costituente” per le riforme dell’istruzione; meno prosaicamente, ma con incisiva concretezza, l’ex vicepresidente del Cnr, Roberto de Mattei, presentando il percorso di riforma del Consiglio nazionale delle ricerche avviato dall’allora ministro Moratti, evidenzia l’ineluttabilità del fine ultimo delle istituzioni di ricerca, che è il perseguimento dell’interesse del Paese, per il quale non si può fare a meno del coinvolgimento di tutti e tre i soggetti attori, università, istituzioni pubbliche, mondo imprenditoriale. Il settore della ricerca in particolare merita alcune riflessioni. De Mattei rileva giustamente, che in una società globalizzata

spetta alla ricerca la funzione nodale di creare una base permanente di creatività e circolazione di idee, in grado di creare un canale permanente di crescita tra cittadini, imprenditori e pubblici decisori e di contribuire così alla funzione sociale di sviluppo del bene comune della società.

Da ciò deriva che la multidisciplinarietà, l’incrocio di canali di ricerca tra scienze cosiddette dure, o esatte, e scienze umane debba esserre sempre più perseguito, come avviene in Germania, negli Stati Uniti, ma non certo in Italia, specie nei settori della bioetica, della biotecnologia, dell’ambiente. Deriva che il rapporto tra sistema imprenditoriale, istituzioni pubbliche e università debba essere implementato, senza per questo temere le ideologizzate, banali critiche di chi veda la ricerca asservita al mercato o la cosidetta aziendalizzazione del mondo universitario. In ultima istanza, deve essere privilegiata la centralità del capitale umano della conoscenza in ambito universitario e di ricerca a scapito delle progressioni di carriera per anzianità, imponendo, come nei Paesi “civili”, che sia il modello organizzativo dell’istruzione ad adattarsi alle esigenze della ricerca e conoscenza, e non viceversa. In caso contrario, come afferma Salvatore Settis, dovremo rassegnarci a considerare la scarsa attenzione al finanziamento dell’istruzione e della ricerca come elemento strutturale del sistema Italia. Docente di Diritto Internazionale presso l’università La Sapienza di Roma


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speciale educazione

Socrate

Disagi finanziari e risultati eccellenti. Breve guida alle attività del Centro Nazionale di Ricerca

Dall’Artide al K2, in cima all’innovazione di Micaela Tarquini l Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) è il maggiore Ente pubblico di ricerca italiano e ha il compito di promuovere, diffondere e valorizzare attività di ricerca nei principali settori scientifici, tecnologici, economici e sociali del Paese. L’attuale presidente è il fisico Luciano Maiani, che rimarrà in carica per i prossimi quattro anni, nominato dal precedente Governo tra una terna di nomi, proposta da un Comitato internazionale dopo una selezione tra 50 candidati.

I

Il Cnr è presente in tutta Italia attraverso una rete di più di 100 istituti, afferenti a 11 macroaree tematiche: Terra e ambiente, Energia e trasporti, Agroalimentare, Medicina, Scienze della vita, Progetta-

indifferibili, relative al mantenimento di circa 8mila dipendenti, di cui la metà ricercatori. Il Cnr “sopravvive”, perciò, grazie a finanziamenti reperiti all’esterno, attivando collaborazioni con le imprese, amministrazioni pubbliche locali e nazionali e con l’Europa, arrivando così a un bilancio annuale di circa un miliardo di euro. Una cifra comunque insufficiente per le sue potenzialità di ricerca. Anche il susseguirsi delle riforme (la Berlinguer nel ’99, la Moratti nel 2003 ed ora la legge delega del 2008, che prevede la redazione di nuovi statuti) ha sottoposto l’Ente, negli ultimi anni, a un notevole stress che ha fortemente limitato lo sviluppo delle attività di ricerca, che hanno una programmazione necessariamente pluriennale.

Dal 1982 a oggi, più di 500 brevetti tra marchi, software e invenzioni zione molecolare, Materiali e dispositivi, Sistemi di produzione, Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, Identità culturale, Patrimonio culturale. L’Ente percepisce un contributo statale diretto di 550 milioni di euro che copre soltanto per l’80 per cento le spese di gestione fisse e

Per quanto riguarda i finanziamenti privati, il Cnr è uno dei principali partner di Federchimica, ed è molto presente nel settore tessile: con Assofibre è stata delineata una strategia di ricerca industriale per un progetto nell’ambito dell’iniziativa Industria 2015. Altra collaborazione di rilievo, quella con

Finmeccanica nell’ambito del settore trasporti, sensoristica e sicurezza. Riscontri positivi sono giunti dalle collaborazioni con Federmacchine, Uncasaal, Federlegno e nel mondo dell’artigianato con Cna-Confartigianato. Nel panorama delle tecnologie a servizio del patrimonio culturale, rilevante l’intesa tra Cnr, Ministero per i Beni e le attività Culturali ed Enea.

Il Cnr ha attualmente in portafoglio più di 500 brevetti per invenzioni industriali, modelli di utilità, nuove varietà vegetali, marchi e software: in Italia, dal

1982 ad oggi, è l’Ente di ricerca che ha maggiormente contribuito alla creazione di innovazioni ed invenzioni. Dal 2001 il Cnr promuove inoltre la nascita di 22 imprese spin-off, con partecipazione, in qualità di socio, di personale di ricerca dipendente al fine di trasferire sul mercato il know how e le tecnologie sviluppate. Gli spin-off operano nei settori delle nanotecnologie, biomedicale, biotecnologie, ambiente, Ict, farmaceutico, microelettronica e telecomunicazioni. Alcune delle società sono finanziate dal ministero dell’Università e della ricer-

LETTERA DA UN PROFESSORE

GOOGLE, LA FINE DELLA RICERCA di Giancristiano Desiderio La scuola è ricerca. In teoria. In pratica non si sa cosa sia.Tutto, eccetto che ricerca. Quando ero ragazzo i professori - soprattutto in quella cosa informe che si chiama scuola media - assegnavano delle ricerche da fare a casa. La cosa consisteva in questo: una scopiazzata generale da questa o quella enciclopedia. Il boom della vendita di enciclopedie alle famiglie italiane deve avere uno stretto rapporto con questa buffa idea professorale del “fate una ricerca a casa”. Ma siccome al peggio non c’è mai fine, oggi la ricerca è stata sostituita da quella su Internet. Al confronto, la copia dall’enciclopedia o da qualche libro di papà, era roba da grandi umanisti. La ricerca di un

tempo implicava comunque il mettersi alla ricerca di un tesoro nascosto. Qualcosa doveva essere effettivamente cercato e scovato. Persino la copia implicava una lavoro critico: bisognava sapere dove mettere le mani, che cosa copiare e che cosa scartare. Oggi, invece, persino la copia si è trasformata in un copia-incolla. Lo sforzo critico è ridotto al minimo: la tecnologia digitale ti dà l’impressione di essere un soggetto attivo, che invece è passivo. Ci sarà pure un motivo se Bill Gates, proprio lui, ha vietato ai figli di stare davanti al computer più di un’ora scarsa al giorno. Infatti, oggi i ragazzi digitano su google, inseriscono la parolina, stampano e il gioco è fatto. Il risulta-

to - checché ne dicano i fautori della tecnologia nella scuola - è disastroso: i ragazzi non sanno leggere, non sanno scrivere, hanno un linguaggio che si esaurisce in cinquanta vocaboli. Insomma, degli analfabeti tecnologici. La musica non cambia se si passa ai docenti. La loro ricerca è definita “aggiornamento”. I nuovi assunti si “aggiornano” frequentando un corso on line affidato a quella che dovrebbe essere un’agenzia del ministero: Puntoedu. L’idea di questo sito ministeriale è che in futuro l’informazione e la formazione dei professori dovrebbe avvenire on line: con forum, chat, mail, community. La scuola virtuale, che bella invenzione.

ca, altre grazie al sostegno di partner industriali. Un aspetto fondamentale delle politiche del Cnr è l’internazionalizzazione. Ad esempio il contributo che il Cnr dà alle politiche di Lisbona utilizzando il Programma Short Term Mobitily, collaborazione scientifica tra istituti di ricerca e università italiane e straniere, e gli Accordi bilaterali di cooperazione scientifica, per la mobilità dei ricercatori nell’ambito di progetti comuni. Il Cnr aderisce a numerosi programmi e a 53 Organismi internazionali non governativi, inoltre contribuisce assieme ad altri enti europei agli European Cooperative Research Programmes (Eurocores). L’Ente ha un ruolo di rilievo anche nei Programmi Quadro per la ricerca scientifica e tecnologica dell’Unione europea: nell’ambito del Settimo programma (2007-13) è presente in progetti mirati come il Mediterranean Innovation and Research Coordination Action, che si propone di integrare ricerca scientifica e tecnologica nella regione euro-mediterranea. Infine, il Cnr è presente con le proprie basi in Antartide e nell’Artico, nel Mediterraneo con la nave Urania, sull’Himalaya con il ‘Laboratorio Piramide’, a quota 5.050 metri, recentemente surclassato da un’altra stazione di monitoraggio atmosferico-climatico che il Comitato Ev-K2-Cnr ha posto sul Colle sud dell’Everest, a quota 8.000. Mentre scriviamo, una missione Ev-K2-Cnr sta cercando di posizionare un sensore delle temperature sulla sommità della vetta più alta del mondo.


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Howard Gardner

S

i potrebbe insinuare che il Consiglio Nazionale delle Ricerche sia testimone di verità di una provocatoria asserzione dello scienziato e scrittore parigino Jean Rostand. Il quale, nelle Inquietudini di un biologo, disse che la ricerca scientifica è «l’unica forma di poesia retribuita dallo Stato». Con l’impegno – aggiungerei – da parte del Cnr, di retribuire a sua volta lo Stato dando un contributo decisivo, o comunque importante, all’economia del Paese. La connotazione fortemente utilitaristica che il Cnr attribuisce alla ricerca trova testimonianza nella definizione che di sé suggerisce, nel proprio sito, il Consiglio stesso: «Ente pubblico nazionale con il compito di svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e valorizzare attività di ricerca nei principali settori di sviluppo delle conoscenze e delle loro applicazioni per lo sviluppo scientifico, tecnologico, economico e sociale del Paese». Dato dunque a Cesare quel che è di Cesare trovo del tutto naturale, e magari indispensabile,

Pensare grazie alla ricerca aiuterà la qualità della vita

La scoperta genera felicità di Giuseppe Lisciani tis (Feltrinelli 1987, p. 384) – possa fornire senza dubbio una visione del mondo diversa, fondamentalmente estranea alle visioni del mondo ascientifiche e persino incommensurabile con esse, non comporta però di necessità una forma nuova di intelligenza». Infatti, «i componenti del metodo scientifico sono esistiti per migliaia di anni in varie società, dall’antica Cina alla Grecia classica alla società islamica medievale». Prendiamo, ad esempio, Egli Platone. teorizza la conoscenza come ricerca, come attività di ricognizione, in un graduale percorso verso la “reminiscenza”, cioè verso il “ricordare” e riconoscere la propria interiorità. Non è ricerca sperimentale in senso stretto, ma ricerca è. Ricerca per conoscere. Nel Menone, 81 d, così parla Socrate: «[...] nulla impedisce che l’anima, ricordando (ricordo che gli uomini chiamano apprendimento) una sola cosa, trovi da sé tutte le altre, quando uno sia coraggioso e infaticabile nella ricerca». Se non è cambiata la forma della mente, come dice Gardner, è però cambiato il modo di pensare. John Dewey, il grande maestro del pragmatismo americano, oltre che grande pedagogista,

Platone la intende come viaggio interiore, Dewey la sperimenta a scuola ricordare che non solo al Cnr appartiene la ricerca, non solo ai professionisti dell’esperimento, né soltanto ai poeti della scoperta o ai guru della scienza o ai filosofi della conoscenza. La ricerca appartiene alla vita quotidiana. È di tutti. È una forma della mente.

La conoscenza mediante ricerca (a cui regaliamo l’attributo di scientifica ma che potremmo chiamare ricerca tout court) non è proprietà nuova ed esclusiva di noi fortunati pronipoti di Bacone, Cartesio e Galilei. «Benché il pensiero scientifico – dice Howard Gardner nel suo bel libro Formae men-

La scuola di Atene di Raffaello

scriveva nel 1939 (in Logica, teoria dell’indagine, trad. it. Einaudi 1949, p. 155): «L’esistenza di indagini non è cosa che si possa mettere in dubbio. Esse entrano in ogni ambito della vita e in ciascun aspetto di ogni ambito. Gli uomini compiono delle disamine nella vita di ogni giorno; essi rimuginano le cose intellettualmente; essi inferiscono e giudicano “naturalmente”, come essi mietono e seminano, producono e scambiano servizi. [...] l’indagine e i suoi risultati si inseriscono nell’esercizio di tutte le faccende della vita [...]». Da osservazioni come questa, Dewey ha tratto almeno una convinzione e almeno una conseguenza: prese atto, da profondo conoscitore della nuova civiltà industriale, che era cambiato il modo di pensare e che perciò bisognava cambiare il modo di imparare (e di insegnare). Inaugurò, di conseguenza, l’era della «scuola attiva» e auspicò (e sperimentò) nelle aule scolastiche la pratica e lo sviluppo del pensiero mediante ricerca.

È ciò che oggi deve essere fatto e rilanciato, non necessariamente secondo il modello deweyano, ma certamente con la convinzione che i cervelli del terzo millennio hanno diritto al privilegio della ricerca come ricca prassi quotidiana e non soltanto come rinviata speranza di carriera. Ne hanno diritto come “forma mentis”, qui e adesso. Come modo di pensiero. A cominciare,

Alfred North Whitehead

forse, dalla scuola dell’infanzia. Certamente dalla scuola primaria. Ritengo che a scuola, in modi diversi per livelli diversi, sia possibile: 1. Pronunciare asserzioni sulla realtà vissuta e/o studiata e poi procedere non tanto a verificarne la verità quanto, piuttosto, a tentare di dimostrarne la falsità. Una affermazione «acquista status scientifico soltanto quanto venga presentata in una forma in cui possa essere falsificata, cioè a dire, solo quando è diventato possibile il decidere empiricamente tra essa e qualche teoria rivale» (Karl R. Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi 1970, p. 308). In altri termini, il risultato della nostra ricerca tanto più si avvicina alla verità quanto meno riusciamo a falsificarlo. 2. Utilizzare il dubbio e l’incertezza come motori della ricerca e considerare l’errore come occasione di conoscenza. Educare alla ricerca significa accendere una scintilla. Fare in modo che gli alunni sappiano di non sapere, come consigliava Socrate. A sostegno del primo punto ho fatto un rapido richiamo a Popper. A sostegno del secondo punto, richiamerò l’attenzione del lettore sul fatto che i termini «dubbio» e «ricerca» si possono esprimere, nella lingua dell’antica Grecia, con un unico termine, «skepsis» o, come diciamo noi, «scepsi», da cui deriva «scetticismo». Non voglio fare una disquisizione filologica. Voglio soltanto dire che, se le parole non sono vuote, quelle qui sopra pronunciate stanno a indicare la fragilità e l’inadeguatezza della conoscenza umana. La quale da questa sua condizione precaria attinge forza e desiderio. Come diceva Alfred North Whitehead (I modi del pensiero, Il Saggiatore 1972, p. 233), «L’aspi-razione della filosofia è negata alla onniscienza». Pensare mediante ricerca, nella scuola, aiuterà a consolidare più efficaci stili di pensiero (e ne trarrà beneficio, prima o poi, anche il Cnr!). Certamente ne trarrà beneficio la qualità della vita. Perché la scoperta, come la conquista, come la creazione (poiesis), genera felicità.


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economia

leggere il blog degli istituti di previdenza, nel sito del ministero del Welfare, sembra di essere di fronte a una copia del Gosplan brezneviano. Un reticolo di consigli d’amministrazione, intessuto di organi di vigilanza, direzione, contenzioso, coordinamento, gestione del patrimonio etc., ospita non di rado una vera e propria manomorta. Il personale è composto di dirigenti amministrativi proclamati manager, anche nei compartimenti regionali, con retribuzioni doppie rispetto a quelle di un docente universitario a fine carriera! Tutto è stato sempre e rigorosamente selezionato dai partiti. Dalla Prima Repubblica in avanti senza soluzioni di continuità e non di rado senza interesse per competenze e professionalità. C’ è di che disboscare e mettere a riposo per il ministro Maurizio Sacconi e per il suo corregionale Renato Brunetta, un riformista incontinente.

A

Il valore di mercato degli amministratori di Inpdap, Inps, Inail e degli altri enti è dato dalla capacità di creare reddito. Ma purtroppo non sono mai stati in grado di far rendere l’enorme patrimonio immobiliare pubblico più del 2 per cento. Giulio Tremonti sei anni fa decise di fare piazza pulita alienandolo con un massiccio programma di cartolarizzazioni. L’andamento delle vendite nel primo trimestre del 2008 è arrivato in Parlamento mentre si disfaceva in un letto di bambagia il governo Prodi. La relazione presentata a deputati e senatori mostra un clamoroso declino delle vendite e degli affitti: dai 331 milioni di euro del primo trimestre del 2007 sono precipitate a 168. Restano da vendere circa 17.388 unità, il che significa che oltre il 72 per cento del portafoglio di immobili iniziale (ammontava a 62.880) è stato venduto. Non è un grande risultato, ma Padoa- Schioppa ha calcolato che l’invenduto vale intorno al 2,8 miliardi di euro. La sostenibilità finanziaria dell’operazione sembra incerta se si tiene conto di quanto lievitano i costi di un’idrovora come la Scip2. Basta spulciare le voci di costo: per esempio i 689 milioni di euro di interessi pagati agli investitori, i 385 milioni di interessi derivanti dal contratto Swap o i 656 milioni di minor incasso introitato dalla Scip Srl per la restituzione delle somme maggiormente corrisposte dagli altri inquilini rispetto ai prezzi del 2001. Di qui gli aspri commenti dei magistrati della Corte dei Conti, quasi sempre ignorati nelle decisioni più importanti e controverse. E allo stesso modo non si può dimenticare l’incidenza che hanno i ritardi nell’andamento degli incassi. Ormai l’invenduto coincide in gran parte con l’abusivismo delle aree urba-

alienare l’invenduto praticando uno sconto del 30 per cento sui prezzi di offerta a tutti gli affittuari. In questo modo verrebbero sanate le discriminazioni e gli ineguali trattamenti tra i cittadini di diversi quartieri e di diverse città di cui la stampa si è ampiamente occupata negli anni scorsi. Sono casi che fanno da testimonianza indelebile dell’assoluta incapacità di organi della partitocrazia spartitoria (quali sono, molto spesso Inps, Inail, Inpdap etc.) di agire con spirito imprenditoriale. Si tratta di una vicenda oramai annosa che è stata di recente ricostruita analiticamente (e magari con un suplus di cultura del sospetto) da Mario Milone nel volume Scippopoli, pubblicato a Napoli nel 2007 con un’introduzione di Giorgio Benvenuto. In sintesi, gli immobili di maggiore pregio sono alienati a in base a una maggiore stima: sono non più di 2mila su oltre 90mila unità. Trasferiti alla Scip Srl, nel 2001 e nel 2002, sono stati sottratti alla più nota regola di mercato, che prevede un calo del valore dell’immobile in vendita se occupato da altri affittuari. Da tale esclusione è derivata un’incomprensibile e odiosa disparità di trattamento, che Milone documenta distesamente, tra le appunto 2mila famiglie e tutte le altre 90mila interessate dalle vendite che hanno potuto legittimamente acquistare la propria abitazione con l’applicazione della suddetta riduzione. Ciò è avvenuto nell’ambito dello stesso processo di dismissione patrimoniale pubblico e sulla base delle stesse leggi dello Stato come per esempio per gli immobili di Roma di Piazza Adriana e Piazza Cavour o quelli di Bologna di Viale Filopanti e il complesso immobiliare di Palazzo Orlandini. Tale prassi ha trovato attuazione sia per la dismissione dei beni immobili delle Amministrazioni Pubbliche ( in base alla legge ordinaria 662/1996) sia per la dismissione degli immobili degli Enti Previdenziali e dello Stato (la legge ordinaria 410/200). Le normative stabiliscono – per la vendita dell’immobile occupato – uno sconto del 30 per cento sul prezzo di mercato determinato per lo stesso immobile libero. La fine del contenzioso giudiziario e la vendita di questi immobili consentirebbe la formazione di un primo fondo per avviare finalmente una politica di edilizia pubblica. Vi sono interessati i ministeri di Tremonti, Sacconi, Scaiola e Prestigiacomo. Dalla loro collaborazione dipende che i tempi di esecuzione siano spediti e vengano garantiti margini di profitti analoghi a quelli che i pubblico e privati ricavano dalla collaborazione a questa impresa comune in Spagna e Francia. È quanto ha mostrato una bella inchiesta del programma televisivo “Report”.

Ricavi minimi per gli immobili degli enti messi sul mercato

La svendopoli delle case pubbliche di Salvatore Sechi ne marginali (la polpa dei centri storici, cioè a maggiore valore commerciale, è già stata alienata) e con gli immobili classificati di pregio. Al ministero dell’Economia e delle Finanze si calcolò fossero il 10 per cento dell’intero patrimonio immobiliare dello Stato. Proprio questi ultimi sono oggetto di un tenace contenzioso giudiziario. Da una parte, per via del degrado che non di rado li caratterizza (si è identificato, creando discriminazioni enormi, il cosiddetto pregio nella pura e semplice dislocazione degli immobili nei centri urbani); dall’altra, per gli alti prezzi con i quali vengono offerti rispetto a quelli, sensibilmente più bassi, del mercato nel 2001 (presi a riferimento dalla legge 104/2004). Per

non parlare della disparità (fino al 45 per cento del valore commerciale!) di trattamento tra i cittadini, le cui abitazioni distano poche decine di metri dal centro storico.

Il governo Berlusconi non può trascinarsi dietro, come un’enorme macina al piede, questa situazione che gli impedirebbe di varare un impegnativo programma di ripresa dell’attività edilizia. Senza di essa il ministero dell’Welfare, affidato alle mani di un esperto come Maurizio Sacconi, non può impostare finalmente una politica della casa per venire incontro alle esigenze di giovani coppie e famiglie di extra-comunitari. La soluzione più efficace per fare cassa, ma anche quella più equa, è quella di

Discriminati gli inquilini che hanno riscattato abitazioni in zone periferiche e gli acquirenti di proprietà occupate


economia

22 maggio 2008 • pagina 17

A differenza delle nazioni più industrializzate nel Belpaese rallenta lo sviluppo della banda larga

In Italia internet veloce è un miraggio d i a r i o

di Alessandro D’Amato

d e l

g i o r n o

Passa detassazione salari e abolizione Ici Come ha ricordato l’Ocse in un suo recente rapporto, «governi e imprese dovrebbero fare di più per consentire la piena realizzazione del potenziale della banda larga, e portare avanti progetti pilota su settori come sanità, trasporti e ambiente». L’Italia è al 23esimo posto tra i Paesi industrializzati per penetrazione sul territorio del broad band

ROMA. Sempre più in basso. I nuovi dati dell’Ocse sullo sviluppo della banda larga nel 2007 confermano la generale difficoltà dell’Italia nello sviluppo dell’infrastruttura e nel grado di penetrazione. La crescita, per i Paesi oggetto dell’indagine, è stata del 18 per cento, raggiungendo quota 235 milioni di abbonati, mentre la penetrazione totale è arrivata a raggiungere il 20 mediamente della popolazione, crescendo del rispetto all’anno precedente. L’Italia è settima nella classifica per numero totale di abbonati (con 10,1 milioni di abitanti), dopo Usa, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia e Corea. Ma basta disaggregare i dati rispetto alla popolazione per capire che il bicchiere non è mezzo pieno. Se i Paesi scandinavi, l’Olanda e la Corea si trovano con percentuali intorno al 30 per cento, l’Italia raggiunge un misero 17, con una crescita intorno al 3 mentre Lussemburgo, Germania e Irlanda viaggiano intorno al 5. E sono proprio questi i dati più allarmanti. Perché basta dare un’occhiata alle serie storiche per scoprire che l’Italia, che si trovava al 20esimo posto per penetrazione della banda larga appena due anni fa, oggi è scivolata al 23esimo posto. Visto che la crescita percentuale non si è arrestata, questo può voler solo dire che gli altri Paesi vanno semplicemente più veloci di noi nell’implementazione dei servizi al cittadino. Il che, in un’ottica strategica di lungo periodo, non può essere che preoccupante. Se poi si decide di grattare ancora la superficie, ci si ac-

corge che le connessioni più veloci (quelle in fibra ottica) sfondano con il 40 per cento in Giappone e Corea. Da noi le percentuali sono molto più basse (intorno all’8) mentre mancano totalmente, o quasi, quelle via cavo e via radio. Un problema legato anche al fallimento delle infrastrutture e delle offerte sul wireless (con il wimax non ancora implementato,

Secondo l’Ocse soltanto l’8 per cento della popolazione si collega con connessioni in fibra ottica. In ritardo la rete di nuova generazione e la generale mancanza di hot spot se non nelle grandi città, dove però è visto più come un lusso che come una necessità).

«Governi e imprese dovrebbero fare di più per consentire la piena realizzazione del potenziale della banda larga, e portare avanti progetti pilota su settori come sanità, trasporti e ambiente», dice l’Ocse. Che suggerisce di puntare di più sulla concorrenza, promuovere nuovi network, creare sviluppo a partire dalla fibra ottica. Eppoi incentivare progetti test per sanità, trasporti e ambiente, anche rafforzando centraline e infrastrutture dell’ultimo miglio, ormai obsolete in alcuni Paesi come l’Italia. Ma questo è difficile che accada, per lo meno nel breve periodo. Le prese di po-

sizione di Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità per le telecomunicazioni, sono state nette: «Diventa estremamente urgente un intervento da parte del governo e del Parlamento a sostegno degli investimenti nel settore delle tlc», ha detto agli studenti della Luiss, «tra le priorità del nuovo esecutivo dovrebbe comparire la semplificazione delle procedure amministrative e di quelle relative agli scavi per la posa dei cavi, che rappresentano oltre il 90 per cento dei costi per le infrastrutture di telecomunicazione». E Calabrò ha anche puntato il dito contro Telecom, con la quale, sulla questione della neutralità della rete, «le posizioni ancora non coincidono. Loro fanno resistenze e noi facciamo pressing». Per adesso non sembra che ci sia l’intenzione, da parte dello Stato di investire per la Next Generation Network, che tra l’altro costerebbe una cifra tra gli otto e i dieci miliardi di euro. Finora se ne è parlato pochissimo, e l’orientamento sembra negativo nonostante le pressioni degli internet service provider e i richiami della Ue. Dall’imprenditoria delle tlc, invece, le voci sono discordanti. Se c’è un fronte che punta all’infrastruttura di rete, dall’altra parte invece alcune aziende chiedono provvedimenti mirati al governo per incentivare l’utilizzo della rete: alcune pratiche della Pubblica Amministrazione da effettuare soltanto on line e lo switch off dall’analogico al digitale. Eppoi risorse disponibili non ce ne sono, e comunque Scajola non è Bersani.

ll Consiglio dei ministri ha dato il via libera al pacchetto di misure fiscali comprensivo l’abolizione dell’Ici sulla prima casa e la detassazione degli straordinari. Su questo versante il governo ha previsto una cedolare secca del 10 per cento, con l’aliquota che si applica ai redditi non superiori ai 35 mila euro. Costo del decreto provvedimenti, tra i 2,7-2,8 miliardi di euro che «saranno tutti coperti interamente da tagli di spesa». Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha annunciato di aver inserito una norma relativa ad Alitalia: il prestito ponte da 300 milioni diventa «patrimonio netto».

Autostrade, si avvicina la convenzione Il governo ha presentato un emendamento al decreto per l’approvazione della convenzione firmata tra Autostrade per l’Italia, controllata da Atlantia, e Anas. L’emendamento recepisce le obiezioni presentate dalla Ue. In particolare, il primo comma denominato articolo 8-bis, sopprime la frase «nonché» in occasione degli aggiornamenti periodici del piano finanziario ovvero delle successive revisioni periodiche della convenzione, che esclude potenziali effetti di retroattività.

Petrolio, nuovo record: 132 dollari Nuovo record del prezzo del petrolio. Ieri il Wti ha toccato quota 132 dollari al barile, spinto dai timori relativi agli approvvigionamenti e dalla debolezza del biglietto verde. I future sul Light Crude hanno toccato quota 130,47 dollari. Primato anche per il Brent che sulla piazza di Londra ha toccato i 128,37 dollari al barile. Sulla scia del rialzo del greggio, in Italia, la benzina e il gasolio sono arrivati ad un passo dagli 1,5 euro al litro: la verde e il diesel hanno segnato un nuovo record portandosi a quota 1,4999 euro al litro.

Confindustria: si insedia la Marcegaglia Cambio della guardia all’insegna della commozione ieri all’assemblea di Confindustria. Una folta platea di imprenditori ha assistito al passaggio di consegne da Luca Cordero di Montezemolo al neo presidente Emma Marcegaglia, prima donna a sedere nella “stanza dei bottoni” di viale dell’Astronomia. E dopo il saluto, che ha concluso quattro anni «duri ma meravigliosi», e aver ricordato il momento particolare della sua vita, Montezemolo non è riuscito a frenare l’emozione.

’Ndrangheta, fatturato da 44 miliardi La ’ndrangheta fattura quanto uno Stato. Tanto che, come segnala l’Eurispes nel suo rapporto sulla crimanalità calabrese, «dovrebbero assegnare un paio di commissari europei e alcuni seggi al Parlamento di Strasburgo». Il fatturato 2007 delle cosche calabresi è infatti stimabile intorno a 44 miliardi di euro, cioè pari a quello di due nazioni dell’Unione europea messe insieme: Estonia e Slovenia. Oppure, se vogliamo restare in ambito nazionale, pari al 2,9 per cento del prodotto interno lordo italiano. Sono i dati che emergono dal Dossier ’ndrangheta 2008, realizzato dall’Eurispes che ha mappato 131 cosche attive nella regione.

Fincantieri: la privatizzazione va avanti Nel numero di martedì scorso, per un errore, abbiamo definito a pagina 12 Fincantieri «un carrozzone che dovrebbe finire sul mercato» al pari di Tirrenia e Ferrovie. Come abbiamo spiegato, correttamente, a pagina 14, reputiamo che la controllata di Fintecna debba andare in Borsa per coronare il lavoro fatto in questi anni e conquistare nuovi mercati. Concetto ribadito ieri anche dal presidente Corrado Antonini, che ha dichiarato: «La mancata quotazione è stata un’occasione persa. Bisogna, comunque, andare avanti nell’operazione».


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tride quasi pensare che cento anni fa, esattamente il 20 maggio del 1908 a Indiana, vicino Pittsburgh, nasceva James Stewart, uno dei miti hollywoodiani di tutti i tempi per cui vale il principio che, entrato di diritto nell’immaginario collettivo, il calendario non conta. Eppure, quel secolo dalla nascita, quei quasi novant’anni di vita (l’attore si è spento a Los Angeles il 2 luglio del ’97), quel mondo che ha raccontato sullo schermo e animato dietro le quinte di un’esistenza fatta di famiglia, palcoscenico, set, caserme militari e rampe di lancio, ci appare oggi lontano, patinato: la scenografia di una vita leggendaria come quella che l’attore ha vissuto. Spirito eroico ma carattere schivo; asso dell’aereonautica e grande appassionato di giardinaggio; seduttore discreto dai flirt celebri - come quelli con Loretta Young e Marlene Dietrich fu marito fedele di Gloria McLean, una ex modella conosciuta a un party di Gary Cooper, sposata a 41 anni, con cui resterà fino alla morte di lei, nel 1994. E ancora, maschera western per John Ford e Anthony Mann davanti alla macchina da presa, e tenero padre di famiglia tra le mura domestiche (aveva adottato i due figli che la moglie aveva avuto da un precedente matrimonio, mentre dalla loro unione erano nate due gemelle), l’attore che le platee americane avevano familiarmente ribattezzato Jimmy è, senza dubbio, uno dei più rassicuranti esempi di poliedricità, umana e artistica. Un’indole versatile, la sua, che nel corso di una carriera costellata di successi, suggellata dalla conquista di due Oscar – uno nel 1941 per Scandalo a Filadelfia di George Cukor, e uno alla carriera riconosciutogli nel 1985 – e interrotta a più riprese per correre a indossare la divisa per le forze armate aeree degli Stati Uniti, lo ha portato a vestire con disinvoltura i panni del protagonista di commedie sentimentali come di aspri film western, di celebri biografie come di thriller hitchcockiani, fedele sempre ad una sola maschera cinematografica: la sua.

cinema nista della polizia di Chicago, duro ma di cristallina moralità, che fa di tutto per scagionare un innocente dall’accusa di omicidio. Ed è nello stesso anno che inizia, grazie a Nodo alla gola, la collaborazione con Alfred Hitchcock - che nel tempo porterà alla realizzazione di classici del genere come L’uomo che sapeva troppo o La donna che visse due volte in cui l’attore presta mimica e credibilità recitativa a un professore la cui filosofia filo-nazista ispira a due studenti un omicidio senza movente.

S

Per questo ancora oggi non ci è difficile conciliare i caratteri tipici del suo personaggio di celluloide, messi a punto all’inizio della sua vita istrionica - la voce calda, l’andatura goffa, la personalità dolce e l’accattivante scrupolosità - con i tratti distintivi dei ruoli interpretati nella maturità, quelli in cui Stewart si è compiaciuto di esprimere con mestiere anche gli aspetti più istintivi, riflessivi, aspri e qualche volta melanconici della sua personalità. Abile, lui uomo medio americano per antonomasia, figlio di un ferramenta dell’Indiana, nel non screditare mai, anche quan-

Cento anni fa nasceva uno dei miti hollywoodiani di tutti i tempi

James Stewart, anatomia di una leggenda di Priscilla Del Ninno do si ritroverà alle prese con copioni più cattivi e interpretazioni più ciniche o crepuscolari, quel candido giovane di belle speranze che aveva marchiato a caratteri di fuoco il successo di pellicole

di Frank Capra (1939), Scrivimi fermo posta di Ernst Lubitsch (1940), fino a La vita è meravigliosa, del 1946, sempre di Capra – il titolo cult dell’ottimismo dell’America del New Deal – e al successi-

Nel corso di una carriera costellata di successi, la sua indole versatile lo ha portato a indossare i panni del protagonista di commedie, aspri western, thriller hitchcockiani, fedele sempre a una sola maschera: la sua intramontabili come Settimo cielo di Henry King (1937), L’eterna illusione (1938) e Mister Smith va a Washington

vo La città magica di William Wellman. L’inversione di tendenza comincia allora con Chiamate Nord 777 di Henry Hathaway (1948), in cui Stewart interpreta un cro-

Ma se questi film segnarono una svolta nella carriera di Stewart, fu decisamente l’abbondante serie di western diretti da Anthony Mann a partire dal 1950, a rivelare la rotondità delle sue doti d’attore. E allora, saranno titoli come Winchester ’73 (1950), Là dove scende il fiume (1952), Lo sperone nudo (1953), Terra lontana (1954) o L’uomo di Laramie (1955), fino al culmine raggiunto con L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford, a mostrare un Jimmy inedito, vestito con una giacca consunta, con il mento ispido di barba, che cavalca solitario verso un orizzonte lontano, attraverso la spietatezza del deserto o la solitudine delle grandi praterie americane, animato dal desiderio di confrontarsi non solo col “cattivo”di turno, ma anche con le sue stesse, più recondite ossessioni: un confronto duro quanto lucido con l’altra faccia dell’America, letta non più nei rassicuranti bianchi e neri delle sophisticated comedy alla Cukor, o negli apologi moralistici alla Capra, ma rivisitata nei suoi spazi più sconfinatamente impervi. Non è un caso, allora, che la sua ultima grande interpretazione risalga al 1976, e sia quella realizzata grazie a Don Siegel nel Pistolero, il western autunnale in cui il mitico pioniere di tante imprese accompagna il veterano John Wayne al melodrammatico congedo. Il momento del suo commiato dal set, invece, sarebbe arrivato sul finire degli anni Settanta, dopo i ruoli secondari in lavori come Airport ’77, Marlowe indaga e La più bella avventura di Lassie, e dopo aver preso parte a diversi film per la tv e serie per il piccolo schermo, negli anni ’80. Poi, l’addio alla scena della vita nella sua casa di Beverly Hills quel 2 luglio 1997, ad appena un giorno di distanza dalla morte del suo collega sullo schermo e compagno di mitologia cinematografica, Robert Mitchum.

In alto, due ritratti di James Stewart (a destra, alla consegna dell’Oscar alla carriera nell’85). A sinistra, una inquadratura de La finestra sul cortile di Hitchcock (1954). Qui sopra, un fotogramma de Il grande sentiero di Ford (1964)


cultura

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Francesca Sanvitale festeggia il compleanno e parla del suo nuovo romanzo

I miei primi ottant’anni colloquio con Francesca Sanvitale di Pier Mario Fasanotti enzogna e verità: un tema fondamentale, un intreccio importante e pericoloso che attraversa tutta la nostra nervatura emozionale. Tema sfiorato da molti scrittori di oggi, che spesso ripiegano sulle facili e scontatissime suggestioni pirandelliane. È dunque una fortuna che si sia occupata di questo argomento una narratrice di valenza come Francesca Sanvitale. In questi giorni compie 80 anni: le porgiamo i nostri auguri. Sì, perché solo una garanzia letteraria come quella della Sanvitale può assicurare una riflessione che genera altre riflessioni. È senza dubbio questo il motore del buon romanzo. Con L’inizio è in autunno (Einaudi, 207 pagine, 17,50 euro), la scrittrice che abita da moltissimi anni a Roma (è nata a Milano, ma è di origini emiliane) ha deciso di descrivere la crisi di uno psicoterapeuta, Michele, affascinato dalla splendida angoscia racchiusa negli affreschi della Cappella Sistina. Il travaglio pittorico del grande Michelangelo entra nella sua vita dopo l’incontro, tenuto sempre sul registro del surreale, con il restauratore Hiroshi, italiano di origini nipponiche, uomo solitario, tormentato da un’ossessione che è da agganciare con il volto del Cristo michelangiolesco visibile in Vaticano. O perlomeno con il dubbio che sia quella un’opera autentica e non un pur pregevole rifacimento per tacitare quello che avrebbe potuto essere uno scandalo, storico, artistico e mediatico. Michele ondeggia tra due inferni-purgatori: quello privato, composto dai casi che segue come terapeuta, e quello della

M

aggira con prudente lentezza fisica e con un’indomita curiosità verso tutto. La sua mente è catturata sia da un saggio sul capitalismo e marxismo, sia dalla narrativa contemporanea che definisce «globalizzata» e mediamente di miglior qualità rispetto al passato. Le abbiamo rivolto alcune domande. Signora Sanvitale, come mai la sua ispirazione si è avviata partendo dalla

to tra verità e menzogna. Il problema della sparizione della verità, tema su cui oggi mi piace riflettere, conduce a varie contraddizioni, al rischio che si assolvano i colpevoli e che tutti gli altri accettino la bugia. La verità è a rischio? Oggi mi sembra di sì. Siamo implicati tutti: individui, società, persone di potere. Il mio appunto iniziale era un’idea astratta. Come calarla in un ro-

Ma alla fine Michele incontra Miriam, una donna malata e dolce, dalle origini incerte. Ed è grande amore… Si tratta di un’esistenza senza identità. Fin dall’età di tre anni Miriam è stata buttata in un altro mondo. Lei ha le braccia aperte, lui si libera delle sue diffidenze, attratto com’è dalla splendida generosità di una donna che sa di morire di lì a poco.

Francesca Sanvitale al Premio Grinzane Cavour di cui è membro della giuria (il prossimo 14 giugno si svolgerà al Castello di Grinzane la premiazione della XXVII edizione). A sinistra, la copertina del suo nuovo romanzo Cappella Sistina? Nel 1993 ci furono feroci polemiche attorno al restauro. Qualcuno temeva che l’affresco potesse essere rovinato per sempre. C’era aria di scandalo, addirittura. A me venne in mente questa domanda: e se

manzo? Con l’invenzione di personaggi e di una storia. È avvenuto dieci anni dopo. Dovevo avvicinarmi al mondo del restauro, studiarne bene i meccanismi. E così ho fatto. Mi sono soffermata su una certa visione del cristianesimo, sul

Tutto è cominciato con il restauro della Cappella Sistina. Un’idea che ha preso forma dieci anni diventatando “L’inizio è in autunno” Cappella Sistina, dove si muovono angeli senza ali, dove s’intravede la peggior catastrofe che si possa immaginare: il vento del nulla, la disperazione che non riesce ad alzarsi dai demoni che s’avvinghiano alla carne e all’anima di tutti noi, forse dannati per sempre. Abbiamo incontrato la scrittrice, nota per romanzi come Madre e figlia, Il figlio dell’Impero, Separazioni e L’ultima casa prima del bosco, nella sua casa romana, dove si

duto. Si può essere cristiani anche senza essere cattolici, di questo sono convintissima. Il protagonista del suo romanzo, Michele, cura gli altri. Ma a un certo punto si accorge che molto gli sfugge dalle mani… Sì, c’è chi si salva senza demiurgo. Chissà per quali vie il paziente risolve i suoi problemi. Michele vive una crisi esistenziale e professionale, s’ac-

portassero via dal Giudizio Universale una parte importante? E se fosse cambiata la testa del Cristo? Chi se ne accorgerebbe davvero? Ma era solo un appunto. Da lì sono partita. La gestazione letteraria è cominciata da una domanda. Un’idea bizzarra… Sì, ma portatrice di molti effetti simbolici. In gioco era la sparizione di un Cristo e insieme di un certo modo di intendere il cristianesimo. Da qui il rappor-

Vangelo come insegnamento morale, su fatti e circostanze che sono stati alterati dopo. Il Vangelo le offre grandi emozioni? È un grande libro dedicato all’uomo e al suo dolore. Nessuna altra opera di carattere sapienziale che arrivi a questa portata umana è mai nata nella storia. La crocefissione è il simbolo del dolore fisico, il grido di chi sente di non aver più aiuti, di chi vive il dramma di non essere cre-

corge che non c’è alcuna scientificità nelle cose che fa. Curava una ragazzina anoressica, ma l’analisi procedeva come lei voleva, al bar, in colloqui non del tutto ortodossi secondo la consuetudine terapeutica. Alla fine la trova per caso: è diventata madre, dà l’impressione di stare molto bene. Ma Michele, che vive con la sorella, ha quasi paura dei sentimenti. È un uomo arido? No, non lo è. È uno che ha deciso di non voler rischiare. Prerogativa dell’uomo di oggi. Ecco perché tenta di eliminare emozioni e pericoli emotivi, e si concentra nel rapporto con i pazienti. Con la sorella parla poco, s’intendono però. Un affetto scontato e basta, ognuno ha la sua vita. Del resto tutti noi aspiriamo al tran tran. L’avventura della vita non è, oggi, nel nostro bagaglio.

Nel suo romanzo si parla anche di «stanchezza come benessere». Come mai? Noi attraversiamo tante attività, accettiamo qualsiasi motivazione, ci sentiamo in pace agendo. Quando poi arriva la stanchezza, questa diventa un piacere: sappiamo finalmente che non c’è alcun torto nello stare fermi. Facciamo cose che hanno teorica importanza per noi. Tornando al Giudizio Universale, si avverte il panico della scomparsa di qualcosa. È così diffusa questa paura? Tutto il mondo è in guerra. E questo influisce nel senso del panico. Si parla molto di ecologia, di forza atomica. Siamo a un passo da un possibile baratro annunciato. Un baratro che già si vive in parte. La possibilità che la Terra scompaia… una percezione che noi abbiamo ormai dentro.


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arte Si apre oggi alla galleria Borghese di Roma la mostra

Correggio di Olga Melasecchi t egli fu il primo che in Lombardia cominciasse cose della maniera moderna, perché si giudica, che se l’ingegno di Antonio fosse uscito di Lombardia, e stato a Roma, avrebbe fatto miracoli, e dato delle fatiche a molti, che nel suo tempo furono tenuti grandi»: così Vasari giudicava l’arte di Antonio Allegri detto il Correggio (1489 – 1534) e al quale da oggi fino al 14 settembre la Galleria Borghese a Roma dedica un’importante mostra dal titolo Correggio e l’antico, la prima mostra monografica sul grande pittore del Rinascimento emiliano, cui seguirà una seconda a Parma, dal 20 settembre al gennaio 2009, ad integrare e completare l’esposizione dell’intero corpus pittorico correggesco. Il biografo aretino lo definiva lombardo perché nel Cinquecento le due più importanti scuole d’arte erano considerate la tosco-romana di Michelangelo e Raffaello, che privilegiava i concetti di disegno-forma-intelletto, mentre i complementari colore-tonoaffetto appartenevano alla scuola lombardo-veneta di Leonardo e Giorgione. E il nostro artista rientrava perfettamente in quest’ultimo ambito per l’evidente influenza sulle sue scelte stilistiche delle opere dei due geni rinascimentali, che potrebbe anche aver conosciuto.Terzo, ma non ultimo fondamentale maestro, fu Andrea Mantegna, alla cui cappella funebre si sa che Correggio lavorava all’inizio della sua carriera d’artista, così come sembra che si sia accostato fin dall’inizio a Raffaello tramite i suoi epigoni ferraresi, in particolare Lorenzo Costa.

«E

Eppure il Correggio rimane un pittore ambiguo. Così come ambigue possono in un certo senso essere considerate le figure da lui inventate, con l’eterno enigmatico sorriso di ascendenza leonardesca, che allude al sen-

timento della grazia, ma che lascia anche nell’animo un senso di indefinito e di smarrimento. Il pittore della grazia, come viene anche chiamato appunto per i volti sorridenti dei suoi angeli, delle sue Madonne, dei suoi santi. Grazia come dono divino, il più importante, ma anche grazia come bellezza terrena, ecco la prima grande ambiguità. E ancora, un artista provinciale, che poco si è mosso dalla sua provincia, ma che ha realizzato capolavori eterni; il pittore di una tra le più mistiche iconografie nella storia dell’arte cristiana, la Visione di San Giovanni Evangelista, nella chiesa di San Giovanni a Parma, ma anche il creatore di alcune tra le immagini più erotiche del Rinascimento italiano. Un pittore defilato, di carattere malinconico, come ce lo descrive Vasari, a dispetto del


arte

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monografica sul grande pittore del Rinascimento emiliano

l’ambiguo gnesche e gli sfondati delle cupole romane. Un uso grandioso della pittura per fingere la visione celeste e superare il limite architettonico, come nell’affresco dell’Assunzione della Vergine nella cupola del Duomo di Parma, criticato tuttavia dai contemporanei per gli angeli troppo sgambettanti e per il rilievo non adeguato dato alla figura della Vergine.

Appare invero strano, come sottolinea il Vasari, che un artista di tale spessore non sia stato chiamato a lavorare a Roma, ma, come viene chiarito ed efficacemente dimostrato nella mostra romana, che scioglie, per la prima volta, un grosso enigma, tra i tanti misteri della sua vita e della sua arte, Correggio a Roma dovrebbe essere comunque passato, intorno al 1518. E non a caso le opere che lo hanno reso famoso sono state tutte realizzate dopo questa data. Sono stati scelti nell’esposizione alcuni lavori precedenti che dimostrano la sua formazione iniziale sull’arte del Mantegna, o di Leonardo e dei veneti, ma anche debolezza di composizione, mancanza di carattere; dal 1519 in poi realizza capolavori. Oltre ai citati dipinti ad affresco, tra i quali i sorprendenti dipinti mitologici nella camera della badessa Giovanna da Piacenza nel monastero di S. Paolo a Parma, crea opere indimenticabili. A cominciare dai dipinti a carattere religioso come il Riposo durante la fuga in Egitto con San Francesco, ora agli Uffizi, o i due grandi quadri per la cappella Del Bono in S. Giovanni Evangelista a Parma, nei quali con quasi un secolo di anticipo ammiriamo soluzioni iconografiche e compositive che saranno dei Carracci, o morbidezza di segno e dolcezza dell’uso del colore che pensavamo esclu-

siva di Federico Barocci. Mentre ci sembra di vedere Rubens e perfino qualche esponente del simbolismo ottocentesco nelle più note composizioni mitologiche, dalle tele raffiguranti Venere, Cupido e un satiro, ora a Parigi, e il suo compagno Educazione di Cupido, ai Quattro amori di Giove, dipinti per Federico II Gonzaga a partire dal 1530, e cioè il Ratto di Ganimede, Giove ed Io, Leda col cigno, e la Danae, dispersi tra Roma, Berlino e Vienna, ora finalmente riuniti, ad esclusione della Leda sostituita da una copia di Eugenio Cajes. Sostituzione comunque importante perché mostra l’aspetto originario del dipinto, ora a Berlino, in cui il volto della ninfa è un rifacimento ottocentesco, dopo che, intorno agli anni Venti del Settecento, Luigi, figlio di Filippo, Duca d’Orléans, e proprietario del dipinto, turbato dall’immagine dell’amplesso amoroso della donna, e forse dal suo sorriso appena accennato, arrivò a infierire sulla tela con un coltello. In tutte queste opere è possibile verificare come Correggio, dopo il suo presunto viaggio a Roma, abbia acquisito maggiore sicurezza compositiva, maggior senso delle proporzioni, un respiro più ampio, grazie appunto a quanto Roma poteva offrire, lo studio dell’antico prima di tutto e i recenti lavori di Michelangelo e Raffaello in Vaticano. «Per Correggio la classicità e l’antico», scrive in catalogo Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese e curatrice della mostra, «furono innanzi tutto un’apertura di respiro, un alterarsi dei rapporti di proporzioni e di spazio per i quali era necessaria l’esperienza diretta su testi pittorici ma anche architettonici. L’opera dell’artista, dagli inizi degli anni Venti, mostra proprio questo alterarsi di parametri dimensionali attraverso l’emozione, registra il cambio di visione e di proporzioni provocate dal contatto con la monumentalità romana, con l’enfatica dimensione spaziale delle architetture, sia costruite che dipinte». Nella mostra queste influenze dall’antico sono evidenziate anche dall’accostamento di sculture classiche, statue femminili per le sue Veneri come la Porzia proveniente da Versailles o un Torso di Dioniso per l’iconografia del sonno nel dipinto ora a Parigi, e sottolineate da alcuni preziosi e interessantissimi disegni autografi.

Non fu mai chiamato a lavorare a Roma, ma la visitò intorno al 1518. E le opere più celebri sono state tutte realizzate dopo questa data

nome, latinizzato nella firma in “Antonius Laetus”, e dei volti sorridenti e gioiosi dei suoi mille angeli, che non ha lasciato scritti, non è stato né teorico, né di «multiforme ingegno», come nella diffusa tradizione dell’artista rinascimentale, non ha frequentato Papi, né adulato ricchi mecenati. Eppure la sua arte ha avuto una risonanza strepitosa, a partire soprattutto dagli inizi del Seicento, quando ad essa si ispirarono i Carracci della scuola bolognese e la introdussero nella Roma della Controriforma, dove portò una ventata di vitalità dopo i rigori post-tridentini. La modernità intuita dal Vasari risiede appunto nel suo dipingere, in un certo senso, fuori dalle regole, e nel creare autonomamente opere straordinariamente vive. Correggio precursore del Barocco, ponte tra le ardite prospettive mante-

Da sinistra a destra: Il ratto di Ganimede; la Madonna col Bambino; i Quattro Santi; Noli me tangere; Venere e Cupido addormentati e spiati da un satiro; Adorazioni dei Magi; Matrimonio mistico di Santa Caterina; Educazione di Cupido; a lato Ritratto di dama e in Riposo durante la fuga in Egitto con San Francesco; in basso Giove ed Io e al centro della pagina Danae


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LA DOMANDA DEL GIORNO

Vi piacciono i cambiamenti del nuovo palinsesto Rai? PEGGIO DI COSÌ NON POTREBBE ANDARE, MI AUGURO SOLO CHE TORNI GIGI MONCALVO Credo che peggio di così proprio non si possa fare. Quale che sia il definitivo nuovo palinsesto autunnale della Rai, senz’altro sarà migliore di quello propinato finora a noi ”paganti di canone”. Spero solo venga confermato Gigi Moncalvo con la sua trasmissione Confronti.

Gaia Miani - Roma

INVERTENDO GLI ”ADDENDI-CONDUTTORI” IL ”RISULTATO-PIAGNISTEO” NON CAMBIERÀ Rivoluzione nel palinsesto Rai: questo è quanto afferma Paolo Conti nel suo articolo di due giorni fa sul Corriere della Sera. Esultiamo, ma poi a leggere quali sono i programmi «rivoluzionari» si rimane delusi. La Rai ha raggiunto in questi ultimi anni livelli infimi, pertanto cambiamenti dovranno necessariamente esserci, ma se autori e conduttori saranno - come sembra saranno - i soliti, i Cocuzza, D’Ausanio, Santoro, Guardì eccetera, che rivoluzione sarà mai? Più normalità e meno patologia dice il nuovo piano editoriale. Meno lacrime e contenuti ancorati al sociale. E così il programma pomeridiano La vita in diretta non sarà più condotto dal me-

LA DOMANDA DI DOMANI

Il governo sta rispettando gli impegni presi in campagna elettorale? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

lenso Cocuzza, ma questi avrà senz’altro un’altra trasmissione. E allora come non piangere? Per la D’Ausanio è previsto «meno melò e più verità non romanzata». Sì, domani! Senza bufale romanzate, ma dove va la D’Ausanio? Non mancano tuttavia le buone notizie. Su Raiuno è previsto in prima serata del mercoledi un nuovo talk-show di politica e attualità. Non si sa ancora chi sarà a condurlo, ma certamente non possono essere né Santoro, né Travaglio, già impegnati a dire le loro fantasiose verità su Raidue, e questa non è una cattiva notizia. Anzi speriamo che Annozero si prenda una lunga vacanza. Ancora, il venerdi tornerà Palcoscenico, teatro in tv. Però alle 23. Non sarebbe stato meglio in prima serata?

Leandro Tosti - Cuneo

TROPPI CAMBIAMENTI ANDRANNO A FAVORIRE L’AUDIENCE DELLA CONCORRENTE MEDIASET Forse sarà il caso di aspettare giovedì, quando il palinsesto Rai del prossimo autunno verrà ufficialmente presentato. Dare giudizi su semplici anticipazioni potrebbe rivelarsi un po’temerario. Ma proviamoci. Il primo dato che salta agli occhi è rappresentato dai buoni propositi del direttore generale. Cappon dice: «Meno patologia, più normalità». Come dire meno piagnistei, più verità, meno furbe caratterizzazioni e più spontaneità. E’ vero, le lacrime fanno audience e quindi ne trarrà vantaggio Mediaset. In audience, appunto, e quindi in pubblicità. Ma la Rai ha il canone e un ruolo che Mediaset non ha e non potrà avere. Con piacere leggo inoltre che tornerà Palcoscenico. Speriamo di vedere del buon teatro, opere cioè come sono state concepite dagli autori e non secondo i vaneggiamenti degli... adattatori. Altrimenti continueremo a comprare in edicola i cd delle vecchie commedie Rai. Tra l’altro ho letto che la trasmissione andrà in onda in seconda serata «per attirare l’attenzione dei giovani». I dirigenti Rai si rendano conto che la platea Tv è rappresentata in maggioranza da persone che hanno almeno cinquant’anni. I giovani a quell’ora o sono fuori casa o stanno su internet.

LE DONNE DI SILVIO Che il nostro presidente del Consiglio sia un appassionato e infaticabile seduttore, questo è stranoto. Lo è a tal punto da sedurre gli italiani a ogni elezione, come mai nessuno nella storia repubblicana. E poiché il risultato elettorale è frutto in gran parte dell’abilità seduttiva del presidente, questi ha plasmato un governo a sua immagine e somiglianza, permettendosi il lusso di fare il talent scout assegnando posti importanti a donne giovani e carine. Da questo punto di vista, la First Lady è la neoministro Mara Carfagna. 32 anni, una vera bellezza mediterranea, un discusso passato di soubrette con diverse foto piuttosto “discinte”all’attivo. Laureata in Giurisprudenza proprio come l’avvocato. Giulia Bongiorno, anche se in un’Università non esattamente di primo piano (Fisciano), la Carfagna non è però balzata agli onori delle cronache in quanto giurista, ma appunto per altre e più “vistose” doti. La svolta, imprevista e imprevedibile perché mai prima la nostra Mara si era interessata alla politica, è arrivata nel 2006, quando Forza Italia la no-

BUON COMPLEANNO BUDDHA

Questo ”pergolato” di lanterne di carta addobba una strada di Seoul, in Corea, e si inserisce nelle manifestazioni folkloristiche del ”Lotus Lantern Festival”, la più importante festa locale dedicata al compleanno di Buddha, e che si svolge durante i primi giorni del mese di maggio

NIENTE DOCENTI ALL’INGLESE, NIENTE SCUOLA ALL’INGLESE «Scuola e uffici pubblici, l’ora della svolta radicale» riportava il quotidiano L’Opinione di Arturo Diaconale. Veramente vogliamo credere che anche la scuola, piena zeppa di insegnanti entrati non per concorso ma per leggi ad hoc varate a suo tempo da una Dc agonizzante, con il connivente silenzio di un’opposizione di sinistra arrogante e ricattatrice, questa scuola sia alla sua svolta radicale? Si ha idea del can can che saprebbero allestire per le piazze, nelle aule, nelle riunioni d’insegnanti, nelle assemblee di studenti, eccetera? Non potremo avere una scuola all’inglese per il semplice fatto che non abbiamo insegnanti all’inglese! Mettiamoci il cuore in pace. Certo, qualche pezza qua e là non sarà impedita.

dai circoli liberal Giorgio Biscardi - Lecce

minò deputato. Un fulmine a ciel sereno, giustificato dall’affermazione berlusconiana «è bravissima». Ancora un complimento di Berlusconi all’inizio del 2008: «E’ la più brava del Parlamento», ha propiziato la sua promozione a ministro. E così ecco qui Mara, la più brava, alle prese con l’eredità di Barbara Pollastrini alle Pari opportunità. Se quest’ultima era sempre in prima fila nella battaglie per il riconoscimento delle coppie di fatto etero e omo, e non è mai mancata a un gay pride, adesso si spera che con la Carfagna il ministero tenga un profilo più basso. Anche perché comunque vada di lei si parla moltissimo, all’estero ancor più che in Italia (basta consultare i siti dei principali media europei). Un’altra donna immagine è Stefania Prestigiacomo. L’“imprenditrice” siciliana, che si maligna non avrebbe un proprio bacino elettorale, è riuscita ad agguantare in extremis il ministero dell’Ambiente. La bionda Stefania è molto versatile, ed è passata da donna immagine della Forza Italia del 1994 (era carinissima) a esponente di punta di un certo laicismo durante il referendum sulla legge 40. Ora

Se solo ci fosse dignità nei docenti... ma a loro va bene, per fare quel che fanno, anche la spesa nelle ore di lezione.

Paolino Di Licheppo Roseto degli Abruzzi (Te)

LA STORIA PARTIGIANA E LA NUOVA SINISTRA ALL’ANTICA Il compito dello storico? Distruggere miti, ottiche sbagliate e pregiudizi. Quello dei giornalisti e dei politici di sinistra spesso rimane ancora quello di crearli, mantenerli e difenderli. Soprattutto falsi miti, come quello della Resistenza e dei partigiani buoni. Dalle prime reazioni all’annunciato nuovo libro di Giampaolo Pansa, sugli eccidi del triangolo rosso, I tre inverni della paura, non ancora in libreria, ci pare di vedere che la nuova sinistra tornerà all’antico.

Pierpaolo Vezzani

l’auspicio è che la Prestigiacomo, cambiato ministero, non si inventi un nuovo ruolo da icona dell’ambientalismo, perché col bisogno di infrastrutture che c’è in Italia, sarebbe una rovina… Di segno tutto diverso le nomine di Giorgia Meloni e Maria Stella Gelmini, che pur giovani hanno fatto la loro sana gavetta politica. Che poi siano anche di bell’aspetto, non guasta. Ma differentemente dalle prime due, non devono la loro nomina solo a questo. Giorgio Masina CIRCOLO LIBERAL SIENA

APPUNTAMENTI ROMA - VENERDÌ 6 GIUGNO 2008 Ore 11 a Palazzo Ferrajoli (piazza Colonna) Riunione nazionale dei presidenti e dei coordinatori regionali dei Circoli liberal. ATTIVAZIONE Il coordinamento regionale della Campania ha attivato il numero verde per aderire ai circoli liberal del territorio: 800.91.05.29


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog Mia divinità, ti cerco ovunque Tutto quello che mi sta intorno è tuo; tutto è stato toccato dalle tue mani; le mie camicie, i miei fazzoletti, tutte le più piccole cose necessarie alla vita mi parlano della mia Antonietta; tutte respirano i tuoi beneficj, e serbano mille soavi e dolorose memorie. E tu dove sei? Io non so più che dirti; piango sempre... E’ impossibile, è impossibile: e come posso continuare più in questo stato? Sono divenuto un fanciullo. Ti cerco dapertutto. Tutte le ore, tutte le strade mi ricordano i preziosi momenti del nostro amore: torneranno mai? Io stesso cerco di affliggermi, sebbene senta di non poter più resistere. Oh mia Antonietta non posso vivere più; eccomi ancora le lagrime agli occhi; addio, addio. Vo ripetendo fra me stesso le tue parole, e mi sento sì fieramente percosso ch’io desidero di divenire insensibile. Addio, addio, mia divinità. Addio. Ugo Foscolo ad Antonietta Fagnani Arese

BENE MINISTRO CARFAGNA, NESSUN PATROCINIO AI GAY Amici di liberal, ritengo che la decisione del ministro Carfagna sia ineccepibile. Come esponente di un Consiglio dei Ministri frutto di una determinata e identitaria coalizione, ha compiuto una scelta in linea con l’espressione popolare che ha portato alla vittoria tale compagine. Sicuramente ci sono molti omosessuali che hanno votato per il centrodestra, ma lo hanno fatto perché credono nelle politiche proposte da Berlusconi e non per ottenere il patrocinio alla carnevalata del gay pride. Sono convinto che molti di questi siano pure contrari a questa manifestazione che mostra un esibizionismo al limite della sopportazione, condito di anticlericalismo becero. Il corteo era nato per dimostrare l’Orgoglio omosessuale contro le forme discriminatorie e razziste. Ora che queste sono ridotte ad un valore fisiologico (pur sempre da condannare) credo che gli organizzatori cerchino solo un presenzialismo e una pubblicità prima assicurate dall’essere ”diversi”. Le accuse alla Carfagna di essere razzista e fascista? Ridicole. Ma si ricordano i ”compagni”

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

22 maggio 1813 Nasce Richard Wagner, compositore, librettista e direttore d’orchestra tedesco 1819 La SS Savannah salpa dal porto dalla Georgia per il viaggio che la renderà la prima nave a vapore ad attraversare l’oceano Atlantico. Arriverà a Liverpool il 20 giugno 1873 Muore Alessandro Manzoni, scrittore e poeta italiano 1906 I Fratelli Wright brevettano il loro aeroplano 1937 Comincia la costruzione a Roma dell’Eur 42, per celebrare nel 1942 il ventennale della marcia su Roma 1939 Germania e Italia firmano il Patto d’Acciaio 1947 Guerra Fredda: Nel tentativo di combattere la diffusione del comunismo, il Presidente Truman converte in legge un decreto che verrà chiamato la Dottrina Truman. Il decreto garantì 400 milioni di dollari in aiuti militari ed economici a Turchia e Grecia

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei,

quando dicevano che il vizietto era una depravazione borghese? Perché non chiedono il patrocinio al Presidente della Repubblica? Nutro seri dubbi che Napolitano lo conceda...

Luca Rossetto - Arcade Tv

SORU, L’UNITÀ E IL CONFLITTO D’INTERESSI Soru ha comperato l’Unità! A sinistra sono tutti felici e contenti, Veltroni per primo, alla faccia del conflitto d’interessi: quando non riguarda Berlusconi di che conflitto vogliamo parlare? Ora è possibile fare politica e possedere un giornale! Ah, a sinistra evidentemente sì, perché stiamo parlando di elettori intelligenti: solo a destra chi vota viene influenzato dalla stampa di parte. Quindi per quel che riguarda Soru, che è un politico, dopo un martellamento quotidiano sull’Unità a suo favore, tutto è lecito. Non mi dica qualcuno che Soru lascia la politica e Berlusconi no, qui ha ragione, è immortale! Ah dimenticavo, certamente sbaglio anche qui, l’Unità è imparziale: e io sono... Babbo Natale: «Mi faccino il piacere, mi faccino».

L. C. Guerrieri - Teramo

SEGUE DALLA PRIMA

Un’obiezione sulla storia d’America a Mr. Obama di Michael Novak il motore a reazione, lo sviluppo dell’etanolo e degli altri carburanti derivati dalle piante, e tanti altri strumenti, tutte queste cose - tranne una, il motore a vapore, nato in Inghilterra e successivamente sviluppato da entrambi i Paesi - furono inventate dagli americani e diffuse in tutto il mondo. In altre parole, gli Stati Uniti hanno inventato quasi il 100 percento di ciò che oggi si intende con il termine “energia”, ed hanno aiutato il resto del mondo ad usarne il 75 percento. Perché gli altri popoli del mondo non possono imparare a scoprire, inventare e sviluppare nuovi tipi di energia? Perché l’intera responsabilità deve ricadere su-

gli americani? Peraltro, non è difficile prevedere il giorno in cui nuovi tipi di batterie, anch’esse inventate negli Stati Uniti, rimpiazzeranno quasi del tutto la benzina come propellente per le nostre automobili. Pensate a cosa accadrà al Medio Oriente quando il petrolio diventerà troppo caro, troppo inquinante e, semplicemente, obsoleto. Il saccente discorso del funzionario saudita che recentemente ha detto agli americani che viaggiavano con il presidente Bush: «Se volete più petrolio, compratevelo!», sarà un giorno considerato alla stregua dell’affermazione di Maria Antonietta di Francia: «Se non hanno il pane, che mangino brioches!».

il meglio di

PUNTURE Berlusconi da Roma a Napoli, da via Plebiscito a piazza Plebiscito alla ricerca di un plebiscito..

RAPITI PER UNA CHIESA IN SOMALIA

Giancristiano Desiderio

Amoreggiate con le idee finché vi piace; ma quanto a sposarle, andateci cauti ARTURO GRAF

Giancristiano Desiderio, Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

Addolora sempre quando si apprende che dei volontari italiani, che collaborano a progetti umanitari di sviluppo in un paese in guerra come la Somalia, sono stati rapiti. Dispiace e ci si chiede (...) se sia giusto mettere a repentaglio la vita e la sicurezza personali, mettere in gioco una comunità, creare una situazione di tensione che coinvolge sia le famiglie, sia il paese, sia la nostra diplomazia. Ma sono domande che non è corretto fare; i nostri connazionali sono andati a lavorare dove più terribili sono la fame e la disperazione, dove minore è la sicurezza e non per personali ambizioni. (...) Pare, dice il funzionario, che si tratti di un errore; che gli uomi-

ni armati islamici che li hanno rapiti fossero convinti che Iolanda Occhipinti e Giuliano Paganini volessero costruire, in quelle terre nientemeno che una chiesa cristiano-cattolica. E non è così. Ma se invece, avessero voluto costruire una chiesa, allora l’atto del sequestro sarebbe stato, secondo i rapitori, giustificabile? Nel nostro paese abbiamo assegnato terreni ed aiuti per costruire luoghi di culto per altre religioni, perché abbiamo affermato che è giusto che ognuno possa pregare secondo la sua religione e il suo Dio dovunque si trova. (...) Diteci che non è vero, sciogliete ogni dubbio e liberate i nostri connazionali.

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2008_05_22  

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