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Oggi il supplemento

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

MOBY DICK

Il mercato dei gameti e le polemiche sulla legge 40

SEDICI PAGINE DI ARTI e di h c a n o cr E CULTURA

Vogliamo anche in Italia figli con sei genitori?

di Ferdinando Adornato

LA SINISTRA CROLLA ANCHE IN INGHILTERRA

di Assuntina Morresi

Clamorosa sconfitta dei laburisti alle elezioni amministrative: da primo diventano addirittura il terzo partito del Paese

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ISSN 1827-8817 80503

Il Primo ministro laburista Gordon Brown

Labour crack alle pagine 2 e 3

ARRIVEDERCI A MARTEDÌ Come altri quotidiani anche liberal non esce la domenica e il lunedì. L’appuntamento con i lettori è dunque per martedì 6 maggio

Sogno liberale addio? di Enrico Cisnetto Il ritorno di Francesco Giavazzi – riapparso sulle colonne del Corriere della Sera dopo che alcuni suoi amici, come Franco Debenedetti, ne avevano denunciato la «scomparsa» – ha un che di melanconico.

NUMERO

81 •

co n ti nu a a p ag in a 1 2 ne ll ’ in se r to Cr e at o

Meglio la confederazione

Serve sostegno alla natalità

Mezzo stop di Alemanno al Pdl

Fisco e famiglia: ecco la ricetta per il governo

di Errico Novi

di Luisa Santolini

A scrutare l’orizzonte dal Campidoglio cambiano molte cose. Alemanno se ne accorge subito e interviene con tutto il peso della sua vittoria romana nel negoziato tra Forza Italia e An.

Il fisco per la famiglia è un argomento centrale su cui si dovrà misurare il nuovo governo, ma è cruciale l’approccio culturale al tema famiglia, perché da esso dipendono le misure che verranno prese.

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pagina 4 SABATO 3 MAGGIO 2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

lippery slope»: si traduce con “pendìo scivoloso”,e si usa per indicare qualcosa che, una volta iniziata a muoversi, non si ferma più, ma che, anzi, procede sempre più velocemente, inarrestabile. Leggendo le storie narrate da Liza Mundy, giornalista del Wanel suo shington Post, Everything conceivable – tutto concepibile, titolo leggibile nel suo doppio senso di tutto ciò che si può pensare e allo stesso tempo di tutto ciò che si può procreare – si ha proprio la sensazione di correre in discesa su un piano inclinato, senza riuscire a fermarsi. Pubblicato lo scorso anno e mai tradotto in italiano, narra di storie vere, fatti realmente accaduti a persone in carne ed ossa, che però agli italiani possono sembrare inverosimili, forse inventati, almeno esagerati o comunque un po’ manipolati: in Italia per esempio non è possibile che Eric e Doug, una coppia di omosessuali, ricorra alla fecondazione in vitro per avere due gemelle. Negli Usa, si: Liza Mundy spiega come i due scelgano una prima donna che venderà i propri ovociti, successivamente fecondati per metà con lo sperma di uno e per metà con quello dell’altro, ed una seconda che metterà il proprio utero a disposizione per la gravidanza. Le gemelle cresceranno con due padri, ma forse sapranno, un giorno, di avere comunque due madri biologiche da qualche parte nel mondo.

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pagina 2 • 3 maggio 2008

labour

crack

Il Labour Party non andava così male alle amministrative da quarant’anni

Crollano i laburisti, l’onda blu travolge Brown di Andrea Mancia ultima volta che i Laburisti erano andati così male alle elezioni amministrative c’erano ancora i Beatles. Un’altra epoca, insomma. E se, come mormorano i bene informati, Boris Johnson dovesse davvero riuscire a diventare sindaco di Londra battendo Ken Livingstone (i risultati definitivi arriveranno a tarda notte, ma i primi dati sono favorevoli ai Tories), allora la disfatta di Gordon Brown diventerebbe anche il trionfo del leader conservatore David Cameron. Nella più convincente vittoria elettorale dei Tories dai tempi di Margaret Thatcher. Le stime di Bbc News parlano di una projected national share a valanga per i Conservatori, che avrebbero conquistato il 44 per cento dei voti, contro il 25 dei LibDem e il 24 dei Laburisti, ormai tristemente scivolati sul terzo gradino del “podio elettorale” britannico. Erano almeno quarant’anni che i Labour non conosceva una disfatta di questa portata. A scrutinio ultimato dei 159 councils chiamati al voto, i Conservatori ne hanno conquistato 65 (12 in più della precedente tornata amministrativa), mentre i Laburisti sono fermi a quota 18 (-9) e i LibDem a 12 (+1). Nel numero dei consiglieri, poi, il tracollo del Labour Party è ancora più evidente: 331 in meno, quando alla vigilia già perderne duecento sarebbe stata considerata una tragedia. A spiegare il crollo laburista non può essere l’affluenza del 35 per centro, bassa per gli standard italiani ma perfettamente in linea con la tradizione britannica alle amministrative. È interessante notare, invece, come spiega Simone Bressan nell’articolo dedicato all’analisi del voto, come il Labour abbia perso consenso proprio nelle sue roccaforti. Qualcuno spiega questo dato con l’estrema impopolarità dell’abolizione della fascia di tassazione del 10% per i redditi più bassi, ennesima gaffe di

L’

Brown, che ha ammesso si sia trattato di un errore. Oltre all’onda lunga di una sinistra che sembra perdere colpi in tutta Europa (tranne, forse, in Spagna), è proprio Brown il primo indiziato della sconfitta. Il premier, che aveva fama di essere “antipatico” ma “com-

Le stime di Bbc News vedono i Tories in testa (44%) e i Laburisti (24%) scavalcati anche dai LibDem (25%) petente”, si è rivelato essere soltanto “antipatico” agli occhi della maggioranza dei cittadini britannici. Un anno fa, secondo un sondaggio della Bbc, il 48 per cento dei cittadini pensava che i Laburisti avessero la competenza necessaria per affrontare la crisi economica. Questa percentuale, oggi, è scesa al 22. Un crol-

lo verticale che non poteva non avere anche un riflesso elettorale. «È la prova che il paese non solo è stanco dei laburisti - ha dichiarato il leader dei Tories, David Cameron - ma ha fiducia in un partito conservatore rinnovato, cambiato in meglio, unito e pronto a governare il bene di tutta la nazione». Il premier, invece, già alle prime avvisaglie dello tsunami, aveva dichiarato che il suo partito è pronto ad «imparare la lezione». «Ascolterò e imparerò - ha detto - questo è il mio lavoro…le circostanze economiche non ci hanno aiutati, ma la gente deve essere certa che il governo li guiderà attraverso questi tempi difficili». Difficili soprattutto per iBrown, visto che qualcuno già mormora di una “fronda” laburista per farlo fuori (politicamente, s’intende) prima delle prossime elezioni politiche.

A sinistra, Boris Johnson, candidato a sindaco di Londra dei Tories. A destra, il sindaco uscente, il laburista Ken Livingstone. I primi dati da Londra vedono in vantaggio il candidato conservatore

Southampton (laburista dal 1984), Wyre Forest (dal 1979) e la gallese Vale of Glamorgan che non aveva mai avuto

I conservatori espugnano le roccaforti della apertura di ieri dell’Evening Standard non lasciava spazio a dubbi: «Un bagno di sangue per Brown». Forse non è un titolo propriamente british ma è certamente quello che meglio di tutti ha reso l’idea di quel che è successo. Doveva essere una semplice elezione amministrativa ma è nei fatti diventata un vero e proprio referendum contro il Primo Ministro in carica, quel Gordon Brown che non ha saputo trasformarsi da eminenza grigia di Tony Blair a leader di governo. I sintomi di una sconfitta c’erano tutti da tempo: sondaggi contrari, malcontento strisciante e la sensazione di un governo guidato da un burocrate supponente che aveva ormai perso ogni contatto con la realtà. La realtà, ieri, gli ha presentato un conto salatissimo: delle

L’

di Simone Bressan 159 amministrazioni locali andate al voto 65 sono state appannaggio dei Conservatori, 18 dei Laburisti, 12 dei Liberaldemocratici (in 64 councils nessuna delle forze in campo ha raggiunto la maggioranza assoluta dell’assemblea). La misura della sconfitta sta tutto nel conto dei singoli seggi, ossia nel numero di consiglieri che ogni partito perde o guadagna rispetto all’elezione precedente: i Laburisti perdono 331 consiglieri, i Conservatori ne guadagnano 256 e i Liberaldemocratici 34. E pensare che un sondaggio interno fatto tra militanti conservatori prevedeva una vittoria con 182 consiglieri in più e, sembrava, agli occhi degli analisti più attenti un autentico azzardo. Vista da questa prospettiva, quindi, la debacle laburista assume dimensioni numeriche

devastanti per un partito che sta governando ininterrottamente il Regno Unito da più di un decennio e che non soltanto vede rafforzarsi gli avversari nelle roccaforti storiche ma cede di schianto in quelli che erano considerati autentici fortini elettorali: Southampton (laburista dal 1984), Wyre Forest (dal 1979) e la gallese Vale of Glamorgan che non aveva mai avuto un governo conservatore. Ed è proprio il Galles la cartina da tornasole di quel che è successo nell’elettorato d’oltremanica in questa tornata amministrativa. In molti avevano ipotizzato un avanzamento del Partito di David Cameron ma mai nessuno si sarebbe spinto fino a prevedere una simile “onda blu”. A stupire non è, infatti, il solo dato numerico ma è la “provenienza” del voto. Il Nord

dell’Inghilterra e il Galles, da sempre diffidenti verso i Conservatori, si sono fatti sedurre dall’idea di paese disegnata in questi mesi da David Cameron e anche nelle roccaforti laburiste i Tories hanno sfondato, erodendo consensi a tutti: ai Laburisti innanzitutto ma anche ai Liberaldemocratici, ai partiti locali, agli indipendenti; tutti o quasi fermi al palo. È evidente che si tratta di una consultazione amministrativa ma è altrettanto chiaro che le dimensioni della sconfitta non possono che spostare l’analisi sul dato politico generale. Quel che preoccupa di più l’attuale inquilino di Downing Street in questo momento è la proiezione su base nazionale dei dati locali. Si fosse votato ieri anche per il rinnovo del Parlamento, infatti, il Labour ne sarebbe uscito letteralmente decimato, finendo in minoranza con uno scarto di almeno


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crack

3 maggio 2008 • pagina 3

Il futuro della politica inglese? Due quarantenni emergenti

È l’ora di Cameron (e Miliband) colloquio con Andrea Romano di Susanna Turco

ROMA. «Una sconfitta abbondantemente annunciata, che dovrebbe aprire la strada a un ricambio di leadership». Così Andrea Romano, docente di storia contemporanea e autore di una biografia su Tony Blair (The Boy, Mondadori), commenta la batosta subita dai laburisti alle amministrative in Inghilterra e Galles. Il peggior risultato della sinistra inglese negli ultimi quarant’anni. Colpa di chi? Gordon Brown era in crisi di leadership da tempo, per una serie di errori ma soprattutto per due fattori indipendenti dalla sua volontà. Il primo, una crisi finanziaria che si è fatta sentire moltissimo sulle banche, a partire dallo scandalo della Northern Rock. Un elemento che ha avuto un effetto devastante sulla credibilità di Brown, perché il suo punto di forza negli anni di Blair era stata proprio la gestione dell’economia. L’altro elemento che ha pesato a sfavore del premier inglese è il suo cattivo stile di leadership, la sua grande incertezza nelle scelte. Paradossalmente lui, ottimo ministro, architetto del miacolo economico, alla prova del governo si è rivelato un leader ondivago, debole, opaco. Un personaggio tragico, in fondo: ha aspettato tutta la vita di diventare leader, poi gli è andata male. «Gordon Brown è sulla terra per ricordare al popolo britannico quanto fosse in gamba Tony Blair», ha sentenziato Lord Desai. L’Inghilterra era abituata agli eccessi di leadership di Blair. Lui era stato in senso pieno quel che si dice un “conviction leader”, quello che va e dice “devo fare scelte impopolari”, “lacrime e sangue”. Alla Thatcher, alla Churchill: l’arrivo di Brown, con il suo continuo cambiare idea sulle scelte da fare, ha prodotto una crisi di astinenza. L’effetto Brown non era prevedibile al momento del cambio di leadership? No, non molto. Quando era ministro dell’Economia, Brown è stato protagonista di decisioni anche difficili, e con Blair ha formato

una coppia politica affiatata, conflittualità personale a parte. Brown è sempre stato più interno al partito, certo, ha sempre avuto in questo senso una immagine più rassicurante, ma ha sempre condiviso le scelte di Blair. Perfino sulla guerra in Iraq. Piuttosto il suo problema si è rivelato quello di ritrovarsi lì, da premier, dopo dieci anni di governo laburista, e dopo un lungo periodo di crescita economica che aveva in qualche modo favorito l’assenza di conflitto con i ceti medi. Per di più, adesso i conservatori inglesi hanno David Cameron, il primo leader credibile dopo anni: giovane, pronto, capace. La sconfitta alle amministrative è il segno che il vento di destra spira anche sulla Gran Bretagna? Credo piuttosto che l’Inghilterra faccia caso a sé. E, peraltro, la destra britannica non mette in discussione quel che ha fatto Blair. Anzi: il punto di svolta è arrivato proprio quando Cameron ha rotto la continuità thatcheriana e ha quasi scavalcato a sinistra il Labour, costringendo Brown a rifugiarsi nello statalismo. Al di là delle coincidenze temporali parlerei quindi di un fenomeno britannico. Come britanniche sono le alternative per la futura leadership: Cameron, che ha 42 anni, e il laburista David Miliband, che

Il successore di Blair è stato incerto nella leadership e sfortunato nella congiuntura economica: più che tentare un recupero, dovrebbe passare la mano al ministro degli Esteri

un governo conservatore

sinistra 140 seggi. Non basta il voto di protesta a spiegare la vittoria del progetto politico targato David Cameron: dalle città alle campagne, dal Galles ai piccoli centri del Nord, dalla borghesia londinese alla classe operaia, non c’è luogo geografico o blocco sociale che non abbia visto i Conservatori avanzare decisamente mettendo una seria ipoteca sul governo del Paese. Statisticamente il Labour Party tocca il punto più basso della sua storia da quarant’anni a questa parte e l’ultima volta che un’elezione amministrativa ha dato un risultato così univoco è stato per merito della vittoria di Tony Blair alle elezioni del 1995. Due anni dopo i Laburisti avrebbero conquistato Downing Street: probabilmente, oggi, il cerchio si è chiuso ed è iniziata la riscossa conservatrice.

Andrea Romano, editorialista della Stampa è autore del libro ”The Boy, Tony Blair e i destini della sinistra”

ne ha 41. Una cosa impensabile da noi. Cosa farà adesso Brown per rimontare? Ha davanti a sé due strade. La prima consiste nel ripiegare verso l’elettorato tradizionale, con le ricette welfariste tipiche del Labour: una scelta che sarebbe catastrofica, perché quel partito ha vinto proprio quando è riuscito a conquistare il centro, che ora si è spostato verso Cameron. L’altra possibilità è lasciare la leadership a Miliband, che non è “uno che fa il giovane”, una sorta di Marianna Madia inglese, ma sin dall’inizio è stato uno dei cervelli di Blair, capo della sua Policy Unit da quando aveva 29 anni. Scegliere da lui significherebbe il ritorno al blairismo più coraggioso. Secondo il Telegraph, però, le probabilità che questo cambio della guardia avvenga davvero sono scarse. Beh, molto dipenderà anche da Miliband. Dovrà scegliere se sfidare la leadership di Brown in vista delle elezioni che ci saranno tra il 2009 e il 2010, oppure aspettare ed ereditare lo scettro dopo la sconfitta. Già dopo Blair era in predicato per diventare leader, ma disse di no e fu ricompensato con un ministero importantissimo come quello degli Esteri. Miliband o no, quante possibilità ci sono che il Labour possa rimediare a un risultato tanto scarso per le elezioni che dovrebbero esserci nel 2009 o nel 2010? Probabilmente non ci sarà abbastanza tempo per recuperare venti punti di distacco. In Inghilterra queste tendenze sono difficilmente arrestabili. Cameron è arrivato da due anni, i media dicono che ora toccherà a lui... E così tra uno-due anni anche noi saremo tutti innamorati di Cameron? La cosa che trovo più interessante è che abbia copiato Blair, dopo che per dieci anni Blair era stato accusato di essere l’imitazione della Thatcher. È interessante il fenomeno per cui il laburismo ha cambiato in modo così strutturale lo scenario politico, costringendo gli avversari a seguire un percorso nuovo.


governo

pagina 4 • 3 maggio 2008

Il futuro del Paese nelle mani di una destra popolusta che rifiuta la globalizzazione

Sogno liberale di Enrico Cisnetto l ritorno di Francesco Giavazzi – riapparso sulle colonne del Corriere della Sera dopo che alcuni suoi amici, come Franco Debenedetti, ne avevano denunciato la «scomparsa» – ha un che di melanconico. «Cari liberisti, abbiamo perso la battaglia», ha annunciato il campione dei “mercatisti”, che sconsolato giudica il consenso dato a Berlusconi e Lega come la vittoria, tragica per l’Italia, dei «protezionisti». Difficile dargli torto: alle elezioni ha vinto la destra populista, che propone al Paese un modello autarchico-federalista che affonda le sue radici nel rifiuto della globalizzazione e dei processi di integrazione socio-economica che essa determina. E in questa direzione non spinge soltanto l’incultura di Popolo delle libertà e Lega, ma anche la riflessione strategica di Giulio Tremonti, l’unico che pensa da quelle parti.

I

Detto questo, però, Giavazzi dovrebbe interrogarsi sul per-

mio giudizio, di una grave responsabilità: quella di aver trasformato il pensiero liberale, naturalmente contrapposto allo statalismo tanto di sinistra quanto di destra, nell’ideologia liberista elevata a “pensiero unico”. Costoro non hanno capito che nessun Paese liberale, a cominciare dagli Usa e dal Regno Unito, pratica una politica di totale lasser-faire, rinunciando a un ruolo di guida e di indirizzo che è proprio della responsabilità della sfera politica. Ma la cosa ancora più singolare è che questo gruppo di intellettuali radical chic sommi sacerdoti del “dio mercato”che negli ultimi anni hanno cercato di farci credere che “il liberismo è di sinistra”, sono stati affiancati nel corso della Seconda Repubblica da molti riformisti, o meglio da quegli ex comunisti che per far dimenticare di aver demonizzato per una vita il profitto sono passati all’estremo opposto. Questo ensamble, anche perché ben inserito nei media, ha rappresentato negli ultimi anni il vero “potere forte” del Paese, quello che avrebbe dovuto guidare la borghesia verso la sua definitiva e totale modernizzazione. In realtà, con la forzatura ideologica che hanno praticato, hanno spinto la gran parte degli italiani, a cominciare proprio dal ceto medio, a sposare la linea “protezionista”, intesa come difesa dal nuovo quale che esso fosse, finendo per consegnare il Paese o al Cavaliere (e alleati) o a una sinistra che, essendo stata costruita soltanto in funzione anti-berlusconiana, era necessariamente condizionata dalle posizioni più massimaliste (comunisti, verdi del no, giustizialisti). Invece di capire che, nella sua forma più moderna, il liberalismo è la struttura di pensiero che maggiormente ha contri-

Giavazzi e i “mercatisti” hanno trasformato il pensiero liberale in “pensiero unico”. Con una forzatura ideologica che ha spinto verso una linea protezionista chè le sue posizioni – riassumibili nel titolo del suo ultimo libro Il liberismo è di sinistra – sono uscite sconfitte dalle urne. Soltanto perchè gli italiani hanno usato la pancia e non la testa? Soltanto perchè Berlusconi e Bossi sono stati più bravi degli altri – ammesso e non concesso che costoro fossero portatori di una linea davvero diversa – a intercettare le paure e le chiusure che prevalgono nel Paese? Io credo che le cose stiano diversamente. Giavazzi, e con lui i tanti “liberisti scolastici” (Debenedetti, Mingardi, Giannino, Zingales, Alesina, etc.) che hanno condiviso in questi anni la linea “mercatista” sono portatori, a

ADDIO?


governo

3 maggio 2008 • pagina 5

Gli elettori del Pdl chiedono meno tasse, più concorrenza e norme flessibilità sul lavoro. Un’agenda che Berlusconi non può deludere

La protesta delle Partite Iva,antidoto allo statalismo di Carlo Lottieri e elezioni hanno consegnato un quadro politico incerto, ma che presenta pure aspetti positivi. Oggi il Parlamento è composto da un piccolo numero di gruppi politici e soprattutto Silvio Berlusconi dispone di un’ampia maggioranza, che non gli fa avere più alibi. Ma se da un lato il governo potrà operare come vuole, non è ben chiaro quale sarà la direzione che imboccherà. Soprattutto la componente liberale della maggioranza appare inquieta, dato che spira un vento populista e protezionista non particolarmente interessato ad allargare gli spazi della libertà individuale. Bisogna però evitare di fasciarsi la testa prima di essersela rotta, dato che la partita resta molto aperta.

L

L’attuale centrodestra appare certo molto lontano – anche nella retorica politica – da quello del 1994. Nessuno immagina più una rivoluzione liberale e Berlusconi stesso non si presenta come un imprenditore fattosi da sé, ma tende invece ad atteggiarsi a politico di lungo corso, con l’ambizione di puntare al Quirinale. Però è vero che dietro alla maggioranza c’è una base sociale in cui continuano a pesare quei milioni di partite Iva che un tempo avevano trovato in Giulio Tremonti il loro paladino. E questi produttori chiedono meno tasse e meno regole: e a tale elettorato il futuro governo dovrà dare risposte. Per giunta, la retorica statalista del futuro ministro dell’Economia si esercita, almeno in parte, su questioni che saranno al di fuori del suo controllo. Si può pure auspicare nuove dogane, ma poi bisogna convincere i partner europei: e non è detto che ci si riesca. Può darsi allora che alla prova dei fatti il ministro Tremonti si riveli migliore dell’autore di pamphlet. Anche perché la stessa anima populista del centro-destra che egli interpreta è comunque contraria alla fiscalità da ra-

buito a mettere in pensione i concetti di destra e di sinistra così come li abbiamo conosciuti nel Novecento e vissuti fin qui, perché il pensiero liberale promuove valori e obiettivi – merito, concorrenza, uguaglianza delle opportunità – che presuppongono come strumento fondamentale lo sviluppo economico, il quale, nelle democrazie, non è fine a se stesso e presuppone un diffuso consenso sulle scelte necessarie a realizzarlo. Invece di capire che la crescita economica non può essere il semplice prodotto degli ani-

pina: perfino le imprese inefficienti che chiedono protezione vogliono meno tasse e chiedono una riduzione della presenza dello Stato. C’è poi l’incognita della Lega, la quale continua ad avere al centro del proprio programma quel federalismo fiscale che, se bene inteso, è destinato a innestare un processo d’innovazione senza precedenti. Se ogni ente locale (a partire dalle Regioni) fosse chiamato a vivere di risorse proprie e avesse quindi una piena autonomia impositiva, ne deriverebbe un processo destinato a responsabilizzare le amministrazioni e a metterle in concorrenza. Qualora le risorse gestite dai governatori di Lombardia e Veneto, Toscana e Lazio, Campania e Calabria, do-

vessero venire direttamente dai loro cittadini, ogni spreco troverebbe resistenze molto maggiori. Per giunta, la mobilità di capitali e imprese indurrebbe ogni realtà ad abbassare le imposte per attirare investimenti. Non è del tutto chiaro se i leghisti vogliono davvero questo, ma certo oggi hanno in mano la golden share della maggioranza (le stesse resistenze sono assai più flebili che in passato, e perfino Alemanno sta pensando alla Roma di domani come a una sorta di «distretto federale»). Spetta allora ai liberali inserirsi con intelligenza nel dibattito, orientando le riforme verso un processo di accrescimento della concorrenza tra istituzioni. Vi è infine una serie di ambiti nei quali la maggioranza di Berlusconi continua a essere sensibile ai temi liberali. È questo il caso delle tasse, come si è detto, ma bisogna riconoscere che anche su altri fronti il neoconservatorismo non ha del tutto preso piede.

Se s’innescherà un percorso virtuoso di federalismo fiscale gli enti locali saranno costretti a rispondere della propria spesa e ridurre le imposte per attrarre investimenti

mal spirits che agiscono nel mercato, a sua volta da considerare un locus artificialis che richiede sì regole ma anche

che nella polis precede quella dell’imprenditore, del lavoratore e del consumatore), e che tutto questo non significa il ri-

Si reputano Stati Uniti d’America e Regno Unito patrie del totale laissez-faire, dimenticando che anche lì la politica non ha voluto rinunciare al suo ruolo di guida e di indirizzo uno spazio di discrezionalità politica da usarsi in nome dell’interesse generale (che sarà poi premiata o sanzionata dal cittadino elettore, categoria

torno (o la permanenza) dello Stato imprenditore o gestore, ma la definitiva affermazione dello Stato decisore, che sceglie in nome della superiore

Quando si discute di lavoro, per esempio, sono numerosi gli esperti del centro-destra (da Maurizio Sacconi a Giuliano Cazzola, a Renato Brunetta) che non condividono i timori di Tremonti su una società progressivamente minacciata dal precariato.

Privatizzazioni e liberalizzazioni restano opzioni percorribili, quindi, tanto più che tutti gli ideologismi e le sofisticherie intellettuali non possono cancellare la dura legge della realtà: Alitalia è crollata, e presto sarà seguita dalle Ferrovie e dagli altri baracconi pubblici (come le Poste). Anche chi avversa il mercato, dovrà domani far buon viso a cattivo gioco, tanto più che non ci sono più soldi per politiche keynesiane né la possibilità di reperirli in qualche modo. Uno dei tratti caratteristici dell’uomo liberale è l’ottimismo. Pure stavolta chi ha fiducia nelle logiche di mercato deve dare prova di tale virtù, e fare il possibile perché ogni opportunità venga sfruttata al meglio.

responsabilità politica. Ecco, invece di comprendere tutto questo e aiutare un paese pre-moderno come l’Italia a trovare la giusta strada della sua evoluzione, costoro ci hanno regalato la destrutturazione sia del mercato sia dello Stato. Dunque, Giavazzi ha ragione a parlare di «occasioni perdute», di «speranze deluse». Ma farebbe bene – anche se so che l’autocritica è una dimensione umana che non gli appartiene – a guardare a quante responsabilità egli porta di quanto è avvenuto: a furia di chiedere l’impossibi-

le, si è ottenuto il peggio. Se anziché continuare a impartire lezioncine al prossimo, Giavazzi e giavazzisti si dedicassero a rivedere criticamente quel “pensiero unico” che hanno creato – unico soprattutto nel senso che ha cittadinanza soltanto in Italia – forse potrebbero aiutare, una volta tanto, il Paese a liberarsi dall’idea che nel farsi rappresentare politicamente abbia di fronte la sola alternativa tra una destra populista e una sinistra velleitaria. Giusto per evitare le lacrime, la prossima volta. (www.enricocisnetto.it)


pagina 6 • 3 maggio 2008

politica

ROMA. I redditi 2005 finiscono

che questo è l’unico risvolto gradevole della faccenda». Anche Alberto Abruzzese, sociologo delle Comunicazioni, non si scompone più di tanto: «Mi sembra evidente che ci sia un cortocircuito, ma d’altronde i giornali fanno il loro mestiere. Si risponde a un principio grossolano ma sempre valido: visto che lo fanno gli altri…». Secondo il professore dello Iulm «la vera contraddizione è un’altra. Se si fa appello a comportamenti civili, allora devo dire che la stampa quella soglia l’ha travalicata da tempo, questo è il meno… E poi per indignarmi dovrei pensare a un’etica professionale che non vedo più in giro da tempo».

in rete (e beatamente ci restano grazie ai programmi di condivisione)? E subito “facciamo un bel coro di opinioni fino a quando il fatto non è più di moda”, cantava Giorgio Gaber tempo fa. Stavolta tocca alla privacy, al rispetto del contribuente, addirittura al presunto incentivo all’industria dei rapimenti e del pizzo. Tra i pochi a plaudire all’iniziativa del quasi ex viceministro Vincenzo Visco il sito redditodelvicino.com, il cui sondaggio da tremila voti (ieri pomeriggio) sosteneva l’Agenzia delle entrate al 72 per cento. Decisamente arrabbiati invece l’ex comandante della Gdf e oggi parlamentare Pdl Roberto Speciale e Beppe Grillo (in particolare sintonia), Marco Rizzo e il Codacons, Abruzzese: «Se si fa appello a comportamenti civili, devo dire che la stampa ha travalicato quella soglia da tempo, questo episodio è il meno» centrodestra, centrosinistra e la stampa tutta. Un vero quarantotto: chi prepara denunce per avere un rimborso, chi – è il caso di Luca Barbareschi – sprezzante dichiara che il suo 740 «possono anche affiggerlo sui muri». Aggiungendo con qualche ragione: «Non mi vengano a parlare di privacy perché per il momento la privacy non esiste e il Garante non riesce a garantirla».

E qui vanno sottolineati almeno un paio di cortocircuiti che inverano per l’ennesima volta il vecchio e abusato aforisma di Ennio Flaiano secondo cui in Italia «la situazione è grave, ma non seria». Al centro di questi chiamiamoli scherzi del destino stanno buona parte della stampa italiana e l’eroe antipolitico Beppe Grillo: la prima si affretta a censurare in pensosi editoriali la violazione del rapporto fiduciario tra Stato e contribuente, della privacy come diritto inalienabile e quant’altro, ma poi nelle pagine interne pubblica succulente liste di redditi dei vip; il secondo, paladino della trasparenza e del ”niente deve essere nascosto al popolo”, s’incazza come un idraulico allergico alle fatture perché il suo cospicuo reddito finisce sul web. Il dibattito che ne segue è lunare. Citando un po’ a caso: Franco Bechis, direttore di Italia Oggi e autore dello scoop, dichiara che prima di pubblicare i dati on line «sarebbe stato meglio avere una discussione pubblica»; Stefano Lorenzetto scrive sul

Voyeurismo, passione italiana: la stampa critica Visco ma lo imita

Quegli elenchi fanno schifo, pubblichiamoli di Marco Palombi Giornale - che pure ospita la sua brava listarella - che Visco «istiga all’odio di classe». Federico Geremicca sulla Stampa parla di «disastro», di «iniziative assai discutibili», «decisione onestamente incomprensibile» e spiega che il suo giornale «vuole esser messo nelle condizioni di fare informazione al pari di ogni altro giornale, avendo dunDe Angelis: que chiaro con «È la legge certezza quel che è del giornalismo: pubblicabile e quel hanno abituato che non lo è». Per i lettori il momento, ci dice e ora il pubblico lo stesso vicediretimpone tore, a Torino si soche tutto quanto no regolati pubblifa scalpore cando i nomi già finisca usciti su altre tein prima state più «pochi alpagina» tri» (scelti probabilmente col criterio del minor danno).

«Io credo che quella di Visco sia stata un’iniziativa sbagliata», spiega a liberal

Caldarola: «Siamo inguariblmente doppiogiochisti. Beppe Grillo è l’italiano che parcheggia in seconda fila e se la prende con le macchine degli altri»

Peppino Caldarola, politico, ex direttore dell’Unità e oggi commentatore del Riformista. E i giornali? «Non voglio discutere il diritto di cronaca, però certo se ci si pone il problema della violazione della privacy poi bisogna evitare di pubblicare le liste». Nessuno stupore particolare: «È l’ennesimo caso di doppiogiochismo italiano: si tengono i piedi in due scarpe…». Grillo però… Qui Caldarola gongola: «È un esempio classico di doppiogiochismo: chiede trasparenza tranne che per sé, vuole il risparmio energetico e poi si rifiuta di rendere pubbliche le sue bollette. È l’arci-italiano: quello che posteggia in seconda fila e poi s’incazza con gli altri che parcheggiano male. Diciamo – conclude -

Pure su Grillo, Abruzzese non si appassiona: «Il popolo di Grillo, lui compreso, non è che spicchi per coerenza: sono gente così, un po’ emotiva, a volte ci prende e a volte no. Comunque tutte le tipologie di linguaggio frequentano tranne che l’eloBarbareschi: «Il mio 740 possono anche affiggerlo sui muri. Non mi vengano a parlare di privacy perché il Garante non riesce a garantirla» quio civile, quindi mi sembra strano che adesso Grillo si metta a difendere un principio di civiltà». «Che Grillo fosse un ipocrita non lo avevano capito solo i frequentatori del suo blog», scolpisce Marcello De Angelis, deputato del Pdl e direttore della rivista Area. Peraltro il dirigente di An ha avuto la ventura di essere uno degli sfanculati dal comico per via di una condanna penale dovuta alla sua militanza giovanile in Terza Posizione: «Non gli ho mai risposto, ma non mi piace uno che, avendo i suoi scheletri nell’armadio, si costruisce una popolarità sputando sugli altri». Quanto al comportamento della stampa, «è la legge del giornalismo: hanno abituato i lettori al sensazionalismo e ora i lettori gli impongono che tutto quel che fa scalpore venga pubblicato, non importa quanto sporco sia». D’altronde, spiega De Angelis, «in Italia il mielismo ha trasformato il più prestigioso quotidiano naBechis, zionale in una verautore sione giornaliera di dello scoop: Novella 2000. La «Prima tecnica è la solita: in di pubblicare prima pagina si teni dati ta di intercettare il on line pubblico dotto e «sarebbe stato benpensante con gli meglio avere editoriali e poi a pauna gina 15, a scanso di discussione equivoci, si mettono pubblica» gli stessi pettegolezzi contro cui ci si scagliava in prima».


politica

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«Se deve essere un’operazione d’immagine senza congressi veri, meglio la confederazione», dice il sindaco

Da Alemanno un mezzo stop al Pdl d i a r i o

d e l

g i o r n o

Montezemolo dice sì a Berlusconi «Ho sempre ritenuto giusto che chi ha ricevuto molto, e io sono tra questi, con senso civico si impegni a dare un contributo al proprio Paese nell’interesse generale. Penso che continuare a testimoniare nel mondo le tante eccellenze e le tante cose positive dell’Italia sia un impegno coerente con le attività che ho sempre svolto e che continuero’ a svolgere». Così il presidente di Fiat e Ferrari Luca di Montezemolo ha annunciato l’intenzione di accettare la proposta avanzata da Silvio Berlusconi di rappresentare il Made in Italy nel mondo. Consensi all’investitura sono arrivati dai rappresentanti delle categorie, anche se il presidente della Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi ha auspicato «una rappresentatività che tenga conto di tutti», considerato che «Montezemolo ha caratterizzato il suo mandato in Confindustria dando voce alla componente industriale, e il mondo agricolo non vorrebbe che nel nuovo incarico fosse rappresentata solo la grande industria».

Petruccioli richiama Santoro «Grillo a ’Annozero’ è stato indecente» di Errico Novi

ROMA. A scrutare l’orizzonte dal Campidoglio cambiano molte cose. Gianni Alemanno se ne accorge subito e interviene con tutto il peso della sua vittoria romana nel negoziato tra Forza Italia e An. Parla degli equilibri nel governo ma anche della futura fusione, e mette sul tavolo un’ipotesi decisamente ribassista: «Vedremo se i leader e le strutture di partito spingeranno per la nascita del Pdl, altrimenti si farà una soluzione intermedia di tipo confederale per cui restano i due partiti ma si crea un’unica sigla, un unico direttivo e i gruppi parlamentari unificati». Era dall’estate scorsa che nessuno parlava più di federazione, ora Alemanno ritira fuori la carta di riserva e fa capire che gli equilibri tra le parti sono ancora da decidere. La sua elezione a sindaco di Roma, nella lettura forzista, dovrebbe fare da calmiere alle ambizioni dei finiani: non più tre ma due dicasteri con portafoglio (La Russa e Matteoli) più Adriana Poli Bortone alle Politiche comunitarie. Lo stesso Berlusconi ha fatto notare che con il trionfo alle Comunali An dovrebbe sentirsi gratificata. E invece molti segnali inducono a credere che sul ministero della Salute si tirerà fino all’ultimo. Anche perché dal fronte azzurro c’è sì disponibilità a ipotizzare uno spacchettamento dal Welfare e l’assegnazione a un tecnico. Ma il nome proposto non è quello dell’oncologo Francesco Cognetti, di area An: in cima alla lista c’è il professore di Radiologia del San Raffaele di Milano Ferruccio Fazio, di estrazione forzista. Si tratterebbe di una beffa, per Via della Scrofa, e

il tono usato ieri da Alemanno lascia intendere che non ci si arrenderà così facilmente.

Nel suo affondo il primo cittadino della Capitale ha piantato altri paletti: «Sono per il Popolo della libertà se viene fatto con regole e congressi veramente democratici. Se è un’operazione d’immagine con il gazebo in mezzo alla strada, rischiamo di fare ciò che in parte sta facendo il Pd». Non è tempo di eccedere con la diplomazia e nessun altro dirigente finiano ha rettificato l’impostazione. A maggior ragione nel passaggio dedicato

Dal primo cittadino della Capitale arriva anche la stoccata per La Russa: «Può fare il segretario di An nella fase di transizione solo chi non ha ruoli istituzionali» esplicitamente ai ruoli nell’esecutivo, che toccheranno ad An «in misura proporzionale al peso politico del suo gruppo parlamentare e anche al fatto che oggi rappresenta la città di Roma», dice Alemanno. Altro che gratificazione compensativa. L’ex leader della destra sociale parla quasi da leader di partito e riserva una stoccatina anche a Ignazio La Russa: «Certo che potrebbe essere lui il segretario di An nella fase di transizione, l’importante è che non sia una persona con incarichi di grande rilievo istituziona-

le». Come se il ministero della Difesa fosse un impegno da poco. Forte di un vantaggio strategico superiore a quello di Fini, Alemanno gioca a tutto campo e si propone come difensore dell’identità nel passaggio al partito unico.

Ad arricchire la giornata del primo cittadino c’è stato anche l’incontro al Quirinale con Giorgio Napolitano, rassicurato sul fatto che l’opposizione verrà coinvolta nella guida della Capitale. Da ieri in Forza Italia si sono resi conto che Alemanno è un battitore libero sostenuto dal prestigio della carica. D’altronde anche a Palazzo Grazioli si evita di complicare la partita e si tengono sospese le incognite nella lista dei ministri: oltre a quello per la Salute, resta sempre aperto il ballottaggio per la Giustizia tra Elio Vito e Marcello Pera, con qualche margine di incertezza per il dicastero dell’Ambiente da destinare a Michela Brambilla. Non ci sono sussulti sul fronte leghista, saldamente attestato a difesa dei quattro ministri concordati (Bossi, Calderoli, Maroni e Zaia) e anzi irrobustito da almeno una presidenza di commissione già certa: quella di Manuela Dal Lago, che guiderà la commissione Trasporti di Montecitorio (l’elezione a deputato le è costata le dimissioni da presidente della società autostradale BresciaPadova). Fuori dal Consiglio dei ministri i piccoli partiti: ci saranno ruoli di seconda fila per la Dc di Rotondi, i socialisti di Caldoro e anche per lo scudocrociato di Pizza, che incontrerà Berlusconi all’inizio della settimana prossima.

«Faccio ammenda e prendo impegno a fare tutto il possibile per impedire che qualcosa del genere possa ripetersi», ha dichiarato ieri il presidente della Rai Claudio Petruccioli, sulla puntata di giovedì sera di ”Annozero”, in cui il conduttore Michele Santoro ha mandato in onda un servizio sul V2-day di Beppe Grillo, pieno di insulti, tra gli altri, per il Presidente della Repubblica. «Michele Santoro ha di nuovo messo il servizio pubblico radiotelevisivo a disposizione di Beppe Grillo», spiega Petruccioli, «il quale, dagli schermi della Rai ha rivolto insulti inconcepibili e privi di qualunque giustificazione al presidente della Repubblica, oltreché a una personalità universalmente stimata come il professor Umberto Veronesi. Il danno, l’umiliazione e la vergogna che vengono al servizio pubblico da questi episodi sono incalcolabili.A nessuno», prosegue il presidente della Rai, «neppure a Michele Santoro è consentito di confondere la libertà del giornalista e la responsabilità del conduttore con l’appalto, di fatto, della tv pubblica a terzi che ne fanno un uso arbitrario e indecente». Il caso dovrebbe essere discusso al prossimo cda di viale Mazzini previsto per mercoledì prossimo.

Sbarchi a Lampedusa, la Maraventano invoca i «respingimenti» «Ora basta, per quanto mi riguarda, appoggiata dal movimento e da tutti i colleghi del Senato, lavorerò per fare in modo di applicare un rigido respingimento di questi traffici». Così la neosenatrice della Lega e vicesindaco di Lampedusa, Angela Maraventano sugli ultimi sbarchi di clandestini nell’isola. «Sono stata a visitare il cpt e, anche se sotto controllo, c’è una massa di 800 persone e la situazione sta esplodendo. È arrivato il momento di applicare severamente e rigidamente la Bossi-Fini».

Storace: «Noi in giunta a Roma? Vedremo» Rischia di aprirsi un’imbarazzante questione all’interno di An sull’eventuale ingresso della Destra di Storace nella giunta del Comune di Roma. Fini non sarà certo entusiasta dell’amarcord concesso ieri dall’ex governatore del Lazio: «Fini alla Camera, Alemanno al Campidoglio, io che sono stato presidente della Regione: noi veniamo tutti dal Movimento sociale italiano. Questo dimostra che l’antifascismo è finito, è roba vecchia, è una stagione archiviata», ha detto il leader della Destra, che ha aggiunto: «Appoggiando Alemanno abbiamo voluto mandare un messaggio di ricucitura col popolo del centrodestra, accantonando il rancore per la campagna sul voto utile: ora bisognerà capire se faremo parte o no della maggioranza al Comune. Questo dovrà deciderlo il nuovo sindaco».


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lezioni 2008. Cominciamo dai desaparecidos: quegli elettori, cioè, che non hanno voluto votare. O, che votando, sono stati vittima della mannaia imposta dalla legge elettorale. Tra queste due classi esiste una differenza profonda: nichilismo e protesta estrema da un lato; grande senso di appartenenza dall’altro. Piuttosto che votare per un partito diverso, hanno preferito il rischio, come in un campo di calcio, dell’espulsione che impedisce di giocare la partita. Le schede nulle, bianche e contestate, questa volta, sono state superiori, almeno rispetto al 2006. Quasi 1 milione e 600 mila elettori alla Camera e 900mila al Senato hanno optato per il disimpegno. Nel 2006 erano stati circa 500mila in meno. La falcidia maggiore si è avuta, invece, con il cosiddetto “voto utile”: cavallo di battaglia dei partiti maggiori. La decimazione, alla Camera, è stata per circa 3 milioni e mezzo di elettori. Al Senato circa 4 milioni ed 800mila. Conseguenza? Un Parlamento che rappresenta solo una parte dell’elettorato: poco più dell’87 per cento alla Camera ed addirittura l’82 per cento al Senato. È un vulnus per la democrazia? Dipende dai punti di vista. Il presidente degli Stati Uniti, in genere, è eletto da una percentuale di votanti ancora più bassa. Le tradizioni europee sono diverse, ma in Germania il taglio delle ali è stata, da sempre, una costante. Avallata da norme di carattere costituzionale. Sotto questo profilo, quindi, l’Italia è divenuta un po’ più occidentale. Anche se i problemi non mancheranno.

E

Il passaggio da un sistema iper proporzionale, come quello che è alle nostre spalle, in uno in cui la rappresentanza si concentra nelle mani di solo 6 formazioni politiche è stato brusco. Ne hanno fatto le spese le “estreme”, ma anche i moderati. La sinistra arcobaleno è uscita di scena, la destra di Storace non c’è mai entrata. Un milione e mezzo di voti persi, alla Camera da un lato; un milione dall’altro. Bertinotti come Vecchietti, il vecchio leader del Psiup che, nella prima repubblica, lasciò sul tavolo verde della politica più o meno altrettanto, dilapidando un patrimonio. Allora ll convento si chiuse, ma i frati emigrarono nel Pci. Chissà se la storia si ripeterà? Anche i socialisti ed i liberali escono di scena. Boselli, il tattico che in tutti questi anni era riuscito a navigare tra Prodi e Fassino, contro Veltroni non ce l’ha fatta. Dovrà chiudere la cooperativa, come dicono ancora oggi i suoi detrattori.

focus Discorso diverso per i liberali. Da anni lontani dalla politica, vi erano rientrati con un piccolo stratagemma ed uno strascico di polemiche. Oltre 100mila voti, che potevano essere diversamente utilizzati, sono andati al macero. Con la loro ostinazione, nel volersi presentare a tutti i costi, non contavano prima e contano ancor meno adesso. E’ il dramma delle grandi tradizioni culturali. Sono troppo forti ed estese per essere compresse in piccole formazioni politiche. Quando questo avviene, il corto circuito diventa inevitabile.

Nel dibattito sul dopo voto gli accenti più preoccupanti sono posti, comunque, sulla scomparsa della sinistra-sinistra. Dai 140 parlamentari e passa che avevano nella precedente legislatura, si passa a zero. Come è stato possibile? Per sdrammatizzare si deve dire che quei magnifici 140 erano stati soprattutto il frutto di una grande abilità negoziatrice. Bertinotti, da esperto sindacalista qual era, aveva ottenuto più del dovuto. Pochi, allora, erano stati in grado di valutare l’esatta consistenza di quella compagine ed i seggi erano piovuti in forma alluvionale. C’era poi il vecchio pregiudizio: pas d’ennemi a gauche. Romano Prodi aveva coltivato con amore questa pianticella, nella speranza di rompere l’assedio del Ds. Vi era, infine, il peso di una tradizione. La funzione storica del PCI era stata la costituzionalizzazione del dissenso. Se non vi fosse stata, le conseguenze della guerra fredda, come avvenne in altri paesi occidentali, sarebbero state disastrose. Fu il realismo di Togliatti a prevalere. La sua doppiezza consentì a quella forza di vivere e di svilupparsi: tra suggestioni rivoluzionarie ed accordi sotterranei, per non disfare la sottile tela della civile convivenza. Ora quel disegno non ha più lo stesso valore. Veltroni guarda ad una democrazia compiuta, dove lo scontro politico si manifesta e si risolve nella conquista del centro dello schieramento politico. Il taglio delle ali è funzionale a questo disegno. Anche se non sarà facile per lui mantenere ferma la barra del timone. Bisogna dire che le diverse componenti questo mondo variegato non hanno compreso, in tempo, i rischi ai quali si esponevano. Se fossero rimasti uniti, invece di dividersi tra arcobaleni, comunisti duri e puri e sinistra critica, avrebbero raggiunto la soglia del 4 per cento. Oggi siederebbero in Parlamento in grado di esercitare quella funzione residua che era nel dna del grande Pci. Venuta meno quella prospetti-

La geografia elettorale emersa dalle ultime elezioni. Dal “voto utile”

La nuova Italia di Gianfranco Polillo

va, il quadro si complica. Rischio effettivo non solo per la dimensione degli esclusi, ma per la loro forza organizzativa ed i punti di contatti con le frange del movimento sindacale, che a questa comune cultura ancora fanno riferimento. Ma è un problema politico o di semplice ordine pubblico? L’uno e l’altro. Del primo dovrà far carico soprattutto il Pd, se vorrà mantenere una vocazione maggioritaria. Il secondo andrà affrontato in modo bipartisan. Discussione quanta se ne vuole, ma rigurgiti da G8 a Genova nemmeno a parlarne. Del resto la debolezza del gruppo è soprattutto politica. Spetta loro un aggiornamento culturale, ancor prima che programmatico, che eventuali episodi di violenza potrebbero solo ritardare. Per questo occorre presidiare il terreno e scongiurare dolorose fughe in avanti. Per il resto, invece, i risultati elettorali disegnano un profilo che non trova rispondenza nel passato. Si è parlato a lungo di un bipolarismo che tende al bipartitismo. La tesi non è del tutto convincente. Dove sono i partiti che dovrebbero dare sostanza a questa ipotesi? Il confronto internazionale mostra pienamente una vistosa ano-

malia. Negli Usa il presidenzialismo assegna ai due partiti funzioni diverse. La centralizzazione del comando è compatibile con il localismo dei singoli rappresentanti politici.

Lo scambio continuo è tra il consenso alle grandi scelte nazionali, specie in politica estera, e i benefit di volta in volta accordati ai diversi territori. In Inghilterra i partiti somigliano a formazioni militari. Il deputato risponde al leader, che ha poteri di vita e di morte. Se sgarra è immediatamente liquidato. In Germania, invece, la tradizione è quella classica. Forti organizzazioni politiche che esprimo interessi, ma anche culture da tempo sedimentate. La Francia è più simile all’Italia. Ma il suo semi-presidenzialismo consente un accumulo di potere che non ha eguali nel sistema politico italiano. Qui esistono, invece, delle formazioni politiche, più che dei partiti. Entrambe le coalizioni hanno avviato un faticoso processo di rifondazione. Ne potremmo vedere gli esiti, solo tra qualche tempo. Esistono inoltre differenze relative che i risultati elettorali hanno messo bene in evidenza. A voler essere sintetici, il panorama è frastaglia-

to: due piccoli partiti nazionali, due formazioni regionali, l’ibrido delle due forze maggiori, PdL e Pd. L’Italia dei valori, benché abbia raccolto suffragi limitati, è distribuita su tutto il territorio nazionale. Alla Camera si va da un minimo del 4,6 per cento, al centro; ad un massimo del 5,1 per cento nelle regioni meridionali. Per il Senato è più o meno la stessa cosa. Il centro pesa di più, ma solo perché nel Molise è scattato un voto plebiscitario (26,9 per cento) per il compaesano Di Pietro. A questa distribuzione geografica equilibrata non corrisponde, tuttavia, una cultura politica uniforme. Nel partito sono confluiti personaggi diversi: uniti solo dal sacro furore giustizialista. Vedremo se tutto questo sarà sufficiente a costruire qualcosa di più duraturo. L’Udc di Casini è anch’essa distribuita in modo uniforme, con una prevalenza nel Mezzogiorno. Alla Camera lo scarto è tra il 5 e l’8,1 per cento. Al Senato, invece, la legge elettorale si è accanita soprattutto contro questa formazione politica. Il quorum è stato conquistato solo in Sicilia. Nelle altre regioni i voti (più di 1 milione e 600mila) sono andati dispersi. Resta il fatto che il partito ha una sua


focus alla scomparsa della sinistra, dal Pd alla Lega

politica

configurazione. Ha una cultura che fa soprattutto riferimento all’esperienza del moderatismo cattolico. Ha una sua struttura organizzativa. Legami con la società civile. Il suo sviluppo dipenderà dai comportamenti che avrà nel corso di questa legislatura, ma soprattutto da quelli dei partiti maggiori. Se sbaglieranno, com’è avvenuto per gran parte dell’elettorato dell’ex Margherita, dovranno pagar pegno. E l’Udc sarà pronta ad incassare.

Due partiti regionali danno, invece, voce ai territori: la Lega Nord da un lato, Mpa dall’altro. Le formazioni sono simmetriche, ma il peso relativo non è commensurabile. Sia alla Camera che al Senato, la Lega è dieci volte tanto, in termini percentuali. Conseguenza inevitabile di una diversa storia politica. Umberto Bossi è da oltre venti anni sulla scena politica. Raffaele Lombardo solo da pochi mesi. Il primo, inoltre, vuole rappresentare il Nord dilatandone i confini fino all’Emilia. Il secondo è ancora troppo siciliano. Vedremo se la sua proiezione meridionale rimarrà solo un tentativo o sarà capace di innescare un fenomeno imitativo.

Il cuore dello schieramento politico è rappresentato ovviamente dal PdL e dal Pd. Partiti nazionali o formazioni regionali? La risposta è meno ovvia di quanto, a prima vista, possa apparire. Alla Camera, il PdL ha conquistato il 35,5 per cento dei consensi al Nord, ma nel Sud questa percentuale arriva al 50,4 per cento. Con una differenza di quasi 15 punti. Al Senato, si hanno, più o meno le stesse proporzioni: 33,2 per cento, contro il 43,9 ed una differenza di oltre 10 punti. La forza del partito, che ha consentito a Silvio Berlusconi di vincere le elezioni, è quindi nel Sud. La Lega fornisce, naturalmente, un valore aggiunto. Grazie ad essa il peso dell’intera coalizione al Nord raggiunge il 56,5 per cento alla Camera ed il 48,5 per cento al Senato. Ma le differenze con il sud non superano i 2 punti percentuali. Bastano per caratterizzare la coalizione in senso nordista? Strutturalmente, il PD è speculare al PdL, con una più forte accentuazione regionalista: sostanzialmente un partito dell’Italia centrale, che si proietta nella restante parte del territorio nazionale. Al senato sono, infatti, 6 i punti di differenza,

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in termini di voto, tra il centro, nord e sud. Che arrivano a 16 se si considerano i risultati della Camera. La forza elettorale del PD è essenzialmente concentrata in 4 regioni: Emilia – Romagna, Toscana, Umbria e Marche. Dove è il primo partito, con una percentuale di voti che supera di oltre 10 punti le medie nazionali. Supera il PdL solo nel Piemonte 1, mentre in Liguria le differenze sono minime (meno di 1 punto percen-

tuale). Per il resto del territorio le differenze con il PdL sono schiaccianti.

Stesse conclusioni, se si esamina il peso relativo delle due principali coalizioni.Walter Veltroni è stato votato, alla Camera dal 53,5 per cento degli elettori, nell’Italia centrale; ma solo dal 37 – 38 per cento dal resto del Paese. Il voto del Senato replica questo profilo, anche se le differenze (circa 10 punti) sono meno marcate. Silvio Berlusconi è invece più forte al Nord ed al Sud. Per la Camera le differenze sono: 15 punti a favore Nord e 13 a favore del Sud. Per il Senato queste differenze si riducono a 9 e 7 punti, rispettivamente, a favore del Nord e del Sud. L’immagine che risulta da questi dati è quindi quella di un partito – quello democratico – sostanzialmente accerchiato che fa fatica a rimanere un partito nazionale. Il PdL, invece, è più diffuso territorialmente, con un punto di forza del mezzogiorno e la copertura, nel Nord, assicurata dalla Lega. Che conseguenze trarre da questa nuova geografia? Innanzitutto, la dimostrazione che esistono tre Italie. Il Nord che vota massicciamente per sé stesso. Il centro che si arrocca

nelle sue antiche tradizioni politiche. Il Sud che è alla ricerca di una vocazione. Nelle passate elezioni votò per la sinistra. Oggi, deluso, ha cambiato bandiera dando a Silvio Berlusconi la palma della vittoria. Si tratta solo di un risultato politico – elettorale o questi dati nascondono fratture più profonde? La forza della Lega nord è concentrata in parte del Lombardo – Veneto. Con una differenza di voti che supera di 10 punti per-

centuali le altre circoscrizioni elettorali. Suo punto di forza è il nord – est: il Veneto dove compete testa a testa con il Pd. Quindi quasi tutta la Lombardia, con la sola esclusione della provincia di Milano. C’è, in altri termini, una continuità territoriale che va da Venezia fino alla capitale morale d’Italia. In quest’area la maggioranza dell’elettorato si divide, quasi in parte uguale, tra la Lega, appunto, ed il PdL. Nel nord-ovest, invece, non c’è partita. Gli elettori preferiscono decisamente PdL e Pd, mentre la Lega resta una forza minoritaria. Come spiegare queste diversità di comportamento? I nuovi insediamenti produttivi - la miriade di piccole aziende che guardano al centro Europa hanno votato per Umberto Bossi. Quelli più antichi, che risentono della più vecchia impostazione fordista e della cultura che l’ha accompagnata, seppure traslata nel Popolo delle libertà, per Berlusconi e Veltroni. Nelle regioni centrali, invece, il peso determinante è dato da un sistema di medie industrie che si sono stratificate nel tempo. La loro forza consiste in un reticolo di relazioni sociali – si pensi solo alle cooperative – in un rapporto stretto con il tradi-

zionale mondo della politica, fertilizzata da attenzioni – i ceti produttivi di Togliatti – che risalgono nel tempo. Una grande banca, come Mps, è rimasta soprattutto una banca senese, come hanno dimostrato le vicende legate ad Unipol nel tentativo abortito di conquistare Bnl. Questo intreccio ha trasformato le “regioni rosse”in un enclave potente localmente, ma debole sul piano nazionale. Comunque incapace di esercitare una leadership adeguata.

Il Sud è invece una realtà variegata. Da tempo allo sbando, dopo il fallimento di tutti i tentativi legati alla politica meridionalista, cerca una via di fuga da un sottosviluppo atavico. La sua struttura economica è fragile. Il peso della criminalità una risposta alla lontananza dello Stato. Una realtà volubile e cangiante che rimarrà tale fin quando non nascerà un protagonismo autoctono, capace di recidere i perversi legami della dipendenza. Solo allora riuscirà a trasformare la sua forza elettorale in una politica capace di incidere sui grandi equilibri nazionali. Che conclusioni trarre di fronte a questo mosaico? La prima è sconfortante. Cento e passa anni di storia non sono riusciti ad unificare il Paese a dargli una prospettiva autenticamente nazionale. È una dichiarazione di resa dello Stato centrale. Troppo grande per produrre politica.Troppo esteso per poter resistere al potere di una burocrazia incapace di progetto e di visione. La sua struttura è ancora funzionale ad equilibri economici e sociali del passato: quelli che avevano nel nord ovest e nel centro il vero baricentro. I fattori del dinamismo economico sono ormai del tutto al di fuori del suo perimetro effettivo. La Lega nord ha saputo dar corpo al senso di estraneità della sua gente. Nel Sud questo processo è ancora informe. Queste elezioni hanno dimostrato che nei vecchi territori dell’abbandono è nata una coscienza nuova, che mira a farsi Stato. Nel Sud si esprime ancora sotto forma di protesta e solo il tempo ne scandirà il passaggio verso la proposta. Quello che conta, oggi, è l’avvio di un processo che avrà riflessi politici immediati sulla vita del Paese e di cui non si potrà non tenerne conto. Le occasioni non mancheranno: a partire dal federalismo. Idea necessaria per rifondare lo Stato. Ma anche sfida difficile, dove dovrà prevalere il senso di una solidarietà nuova, non più fondata sulle vecchie regole spartitorie. Ma sulla necessità di chiudere definitivamente una vecchia pagina di storia. Ed aprirne una nuova.


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pensieri

Il sostegno alla natalità deve essere una delle priorità del governo

Fisco e famiglia: la ricetta è questa di Luisa Santolini na decina di giorni fa su questo giornale a firma di Carlo Lottieri è stato pubblicato un articolo non solo sul quoziente familiare, ma anche su una serie di considerazioni sulla famiglia che meritano alcune precisazioni. Il fisco per la famiglia è un argomento centrale su cui si dovrà misurare il nuovo governo, ma è cruciale l’approccio culturale al tema famiglia, perché da esso dipendono le misure che verranno prese. Da questo punto di vista il tono dell’articolo già crea delle perplessità perché la definizione della famiglia come “una comunità volontaria” denuncia una lettura “ideologica”, che nega il fatto che la famiglia è l’asse portante di ogni società, è un patto

U

bambini, anche se questo è un ruolo importantissimo. Le sue funzioni sono molteplici e va riconosciuta come soggetto economico, soggetto educativo, soggetto sociale. Le funzioni della famiglia sono accogliere la vita, educare e crescere i figli, avere cura dei soggetti deboli e in questo quadro diventa di diritto un soggetto sociale e un soggetto economico.

E veniamo alla questione centrale dell’articolo: il quoziente familiare. Sono d’accordo che all’origine del problema economico delle famiglie ci sia una bassa tassazione. È giusto chiedersi se il quoziente familiare sia lo strumento migliore ed è giusto interrogarsi se non ci siano altre priorità da affrontare,

non ne ha. Se un padre di tre figli spende circa 6000 ¤ all’anno per ogni figlio, quei soldi non sono disponibili per sé, per i suoi bisogni e per i suoi desideri, mentre lo sono per chi i figli non ne ha. L’obbligo di crescere ed educare i figli è sancito dalla Costituzione e i soldi spesi per i figli sono soldi investiti per il futuro della società che garantiscono il ricambio generazionale, quindi un governo non li può e non li deve tassare proprio per la loro utilità sociale. Chi non ha figli, investe, risparmia, spende avendo se stesso come unico criterio di scelta, un padre di famiglia investe il proprio reddito sui figli che poi sono quelli che pagheranno la sanità e il welfare anche a chi i figli non li ha avuti.

Negli anni Novanta il governo Prodi abbassò di un punto l’Irpef ed era convinto, e con lui giornalisti e opinionisti, che così facendo si sostenevano le famiglie.

Chi mette al mondo un figlio in Italia abbassa il suo tenore di vita del 30 per cento e questo non avviene in nessun altro Paese europeo.

pubblico sancito tra due persone davanti a una comunità, è un nuovo soggetto giuridico sul quale la società si china e lo accoglie e stabilisce che di fronte ai doveri che essa si assume ha “diritto a dei diritti”.

La famiglia è una insostituibile risorsa sociale e definirla una comunità volontaria significa sminuirne il rango, la dignità, il ruolo. Inoltre mi pare ci sia una certa confusione tra le politiche di welfare e le politiche fiscali, tra una visione di welfare privato e familiare (e sono cose diversissime tra loro compatibili ma non assimilabili) e la questione del denaro da lasciare nelle mani di chi si vuole sposare e mettere su casa. Va detto che la funzione della famiglia non è solo la cura di anziani e di

ma non si può eludere il tema di fondo, che è quello di risolvere il grave e urgente problema dell’equità orizzontale. La riduzione delle imposte, che vadano bene “per chi ha trovato moglie o marito come per chi li sta ancora cercando oppure pensa ad altro”è il criterio seguito da tutti i governi della seconda repubblica, nel senso che negli anni Novanta il governo Prodi abbassò di un punto l’Irpef ed era convinto, e con lui giornalisti e opinionisti, che così facendo si sostenevano le famiglie. Questo era ed è un grosso abbaglio, perché abbassare le tasse a tutti i percettori di reddito, come sostiene Lottieri, è cosa buona e giusta, ma non è politica familiare, perché è chiaro che così non si distingue chi, a parità di reddito, ha 3 figli rispetto a chi

Una situazione che non si è mai verificata nella storia dell’umanità a cui è urgente dare risposte. Non si tratta di “orientamenti moralistici” , non si tratta della “promozione statale della famiglia”ma di riconoscere che le famiglie sono vittime di una grande ingiustizia, perché la povertà oggi in Italia è correlata al numero dei figli e il 24 per cento dei bambini italiani è a rischio di povertà: una situazione tra le peggiori nell’Unione Europea. Chi mette al mondo un figlio oggi in Italia,

Sostenere chi ha figli rispetto a chi non ne ha è una scelta di tutti gli Stati europei, liberali o socialisti che siano ed è troppo semplice affermare che si penalizza chi non ha avuto la fortuna di costituire una famiglia. La prospettiva deve essere un’altra: è interesse per uno Stato garantire il tasso di sostituzione della popolazione o no? È drammatico il fatto che siamo l’ultimo Paese al mondo in fatto di fertilità, o no? È vero o no che questo suicidio demografico porterà tra 3 o 4 decenni ad un allarme sociale insostenibile perché non ci saranno più dei giovani in grado di garantire un sistema di assistenza e di sanità dignitoso ad un numero esorbitante di anziani?

abbassa il suo tenore di vita del 30 per cento e questo non avviene in nessun Paese europeo. Da qui si deduce che il problema famiglia non è un problema cattolico – anche se i cattolici hanno il privilegio di sottolinearne l’importanza – ma una vera emergenza sociale che interessa lo stato laico. E non facciamo questione ideologiche tirando in ballo coppie di fatto o omosessuali. I figli, tutti i figli, sono tutelati dalla Costituzione e l’equità orizzontale è questione universale, per chiunque abbia figli, per qualunque reddito abbia. Sono d’accordo ove si afferma che è un grave errore “aver statizzato” il sistema educativo e che è fondamentale che la famiglia debba riscoprire il suo ruolo essenziale, ma tutto questo non basta. La fa-

miglia, come “società naturale” decide sulle questioni economiche centrali per uno Stato, in famiglia si decide se e come e quando spendere, risparmiare, investire e dunque una moderna politica dei rediti deve camminare su due gambe: quella dei salari e quella della famiglia, da legare all’equità generazionale. Oggi in Italia essere una famiglia di 5 persone aumenta del 134 per cento il rischio di povertà rispetto alla media nazionale. Occorre dare delle risposte o no? L’incidenza del pil della spesa per famiglia e figli è in Italia dell’1,1 per cento, in Francia del 2,5 per cento e in Germania del 3,2 per cento. C’è un drammatico declino della natalità e le politiche familiari devono diventare una priorità anche e soprattutto per una questione di giustizia sociale.

Detto questo è chiaro che le politiche familiari non possono essere fondate su una singola misura fiscale e che le misure fiscali possono essere diverse per esempio il Forum delle associazioni familiari – ed io con i miei colleghi abbiamo presentato un progetto di legge in tal senso – propone di dedurre il costo di un figlio dall’imponibile e questo significa anche abbassare il livello di reddito della tassazione locale. Ma si può discutere. L’importante è avviare una politica per la famiglia, individuando molteplici obbiettivi e molteplici strumenti: equità fiscale, compatibilità tra i tempi del lavoro e i tempi della famiglia, offerta di servizi adeguati, libertà di scelta educativa, riconoscimento del lavoro di cura verso i non autosufficienti, gli anziani, i disabili, riconoscimento dell’associazionismo familiare, il tutto innestato saldamente sul principio di sussidiarietà. Non è il libro dei sogni. È un’emergenza sociale che attende risposte.


&

parole

ROMA. Il viaggio tra i sindaci della Lega Nord termina nel cuore della Brianza, a pochi chilometri da Arcore, celebre residenza di Silvio Berlusconi. Ci troviamo a Biassono, un comune di 12mila abitanti, noto agli appassionati di automobilismo poiché circonda quasi interamente l’Autodromo Nazionale di Monza. Qui la Lega governa in splendida solitudine da più di dodici anni. Angelo Malegori ne è il sindaco, ma qui lo chiamano “il borgomastro”, come vuole la tradizione tedesca. Eletto nel maggio del 2005, Malegori ha 38 anni eppure fa parte dell’amministrazione da dieci, avendo ricoperto a lungo la carica di vicesindaco. Ha iniziato giovanissimo dunque. Ma non è che il vero ricambio generazionale tutti lo vogliono, e poi lo fa solo il Carroccio? Io penso di sì. La Lega da fiducia e responsabilità ai giovani, ma solo dopo averli messi alla prova. Non si tratta di giovanilismo fine a se stesso, come si vede con certe candidature alla Camera di molti partiti. Ho visto che buona parte dei suoi giovani sindaci la Lega li ha portati in Parlamento. Il nostro gruppo parlamentare è pieno di sindaci perché è giusto che sia così. Mi piace sottolineare la grande validità, la grande ricchezza di questa esperienza. E’ importante che in Parlamento ci sia gente che ha conoscenza del territorio e dell’amministrazione. Qui i problemi si toccano con mano. E se ci sono, bisogna risolverli. Ci si occupa di tutto dai servizi sociali all’urbanistica. E tutto serve. Il primo problema che ha dovuto risolvere appena si è insediato in municipio? C’erano da sbloccare delle questioni ferme da troppo tempo. C’era un problema urbanistico che si trascinava da trent’anni: un contenzioso tra il Comune ed un consorzio di privati che impediva la costruzione di alcune abitazioni. Una causa lunghissima che si è conclusa favorevolmente, ma ci sono voluti due anni di tentativi e proposte per trovare un accordo, e finalmente stiamo per arrivare alla conclusione. Che cosa deve assolutamente fare la sua amministrazione prima di ripresentarsi davanti agli elettori di Biassono? Mi piacerebbe molto riqualificare il centro storico. Dopo dodici anni vogliamo farcela. Siamo partiti dalle periferie e finalmente ora ci siamo.Voglio farcela. Quali sono i tratti tipici di un’amministrazione leghista? Innanzitutto, l’amministrazione oculata delle risorse. Nel 1998 a malincuore, lo ricordo come se fosse ieri, abbiamo dovuto aumentare l’aliquota Ici dal 5 al 6 per mille. Eravamo all’inizio. Poi nel 2001 siamo riusciti ad aumentare la detrazione Ici sulla prima casa da 101 euro a 140 e nel 2005 fino a 170. Abbiamo ormai detassato quasi completamente le classiche abitazioni in cui abitano le persone più anziane e più deboli. Secon-

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Gli sceriffi del Nord. I sindaci della Lega/4 Angelo Malegori

Il borgomastro che fa lo sciopero del tricolore colloquio con Angelo Malegori di Nicola Procaccini

Angelo Malegori, 38 anni, è stato eletto sindaco nel 2005 dopo aver ricoperto a lungo la carica di vicesindaco di Biassono, il paese della Brianza di 12mila abitanti vicino all’Autodromo Nazionale di Monza

Ho giurato che non la indosserò più fino a che lo Stato non trasferirà più risorse al Comune. Biassono versa come Irpef circa 40 milioni di euro e ne torna indietro solo uno

da caratteristica: l’attenzione al territorio. Mi riferisco alla sicurezza. Da parte nostra siamo stati molto concreti, sviluppando una collaborazione intensa della polizia municipale con l’Arma dei Carabinieri. I risultati sono stati buoni. Basti pensare al fatto che Biassono conta 11500 abitanti, 5000 mq di estensione ed abbiamo solo 7 agenti. E siamo arrivati a 7 dopo anni. Con la volontà giusta abbiamo fatto in modo che la polizia locale facesse attività che altri comuni si sognano. Per esempio, per tre giorni a settimana, la polizia locale resta in giro per la città fino alle tre di notte. Grazie a questa sinergia abbiamo ottenuto effetti positivi contro la delinquenza, l’immigrazione clandestina e contro la droga. E’ un problema che si sviluppa sempre di più, con ragazzi sempre più piccoli. Non risolveremo il problema, purtroppo, ma lo teniamo sotto controllo. Qualche mese fa è diventato famo-

so per lo sciopero della fascia tricolore. Può spiegarne il senso? Ho giurato che non indosserò più la fascia fino a che lo Stato non trasferirà più risorse al Comune. Mi rendo conto che è un’iniziativa discutibile. Mi hanno contestato anche pochi giorni fa, in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile, ma ho spiegato ai cittadini che sarò felice di indossarla appena inizieranno a cambiare le cose. Mi spiego: i cittadini di Biassono versano come Irpef circa 40 milioni di euro e sa quanti ne tornano indietro come trasferimento statale al Comune? Uno. Un milione soltanto, e questo è vergognoso. Sono certo che con la Lega al governo entro pochi anni cambieranno le cose. D’altra parte, facciamo una fatica terribile. Investiamo appena 2 milioni di euro l’anno. Una roba irrisoria. Come facciamo a costruire asili, palestre, campi sportivi, strade, a garantire la manutenzione ordinaria della città? I nostri progetti sono ambi-

ziosi, le idee sono tante e la voglia di realizzarle è tanta, ma i mezzi a disposizione per farlo sono troppo pochi. D’accordo ma perché usate tutti questo linguaggio così eccessivo? Ha una funzionalità precisa? Per esempio, perché lei si fa chiamare borgomastro anziché sindaco? La dizione borgomastro è stata inserita dal precedente sindaco che ha modificato lo statuto comunale. Secondo me è stato giusto perchè dimostra il nostro attaccamento al territorio, alle sue vecchie tradizioni. E poi è importante parlare un linguaggio semplice, per raggiungere cuore e mente dei cittadini. Fa parte del nostro dna, proprio come il nostro pragmatismo. Qui in Brianza sono tutti molto pragmatici. Sabato una persona che conosco da anni mi ha detto che in 12 anni siamo riusciti a fare ciò che gli altri prima di noi non sono riusciti a fare in cinquanta.Vedono il paese che cambia, che non smette mai di crescere, di svilupparsi. Ma secondo me le cose vanno ancora troppo lente. E allora che si fa? Si lavora il triplo, fintanto che la Lega Nord non ci porta il Federalismo. Parola di borgomastro.


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speciale bioetica

Creato

È nato il mercato dei gameti, anticamera della compravendita e della selezione degli esseri umani

FECONDAZIONE FINO A DOVE VOGLIAMO ARRIVARE? di Assuntina Morresi s eg ue d al la pr i ma

n Italia non sarebbe possibile pensare di inserire nella cerimonia battesimale, accanto ai genitori, ai padrini e alle madrine, la donna che ha donato i propri ovociti per far nascere i tre gemelli Ramirez, e non solo perché questo tipo di donazione è vietato dalla legge: eppure è un problema che i genitori ufficiali dei gemelli si pongono, sempre negli Usa. La mamma sociale dei tre – cioè la donna che è considerata la madre e che comunque ha portato avanti la gravidanza – vuole ringraziare la donna che ha venduto i propri ovociti, rendendola pienamente partecipe della cerimonia, e tributandole un vero e proprio riconoscimento pubblico, davanti a parenti e amici. «Sono contenta che sia lo sperma di papà ad essere morto, e non il mio papà», oppure «papà, se non hai abbastanza sperma posso dartene un po’ del mio», o ancora «tec-

I

figli delle nuove tecniche di procreazione assistita, con cui è possibile che chi ti ha partorito non sia tua madre, con le quali spesso bisogna distinguere fra genitori sociali e biologici, e che attualmente permettono di avere fino a due padri e quattro madri, e precisamente: un padre biologico, che ha dato i suoi spermatozoi, un padre e una madre sociale, che hanno voluto quel figlio e lo crescono, una madre che ha dato i propri ovociti, un’altra che ha dato i mitocondri da trasferire negli ovociti a disposizione – cioè piccoli organi presenti negli ovociti, con un proprio Dna che viene trasmesso alla prole – e un’altra ancora che ha messo a disposizione l’utero per la gravidanza.

In Italia non è possibile avere sei genitori, grazie alla tanto vituperata legge 40, che ha posto un freno alla“slippery slope”che inevitabilmente si crea da quando si possono concepire bambini in laboratorio. E quindi in Ita-

Le tecniche di procreazione permettono di avere fino a due padri e quattro madri nicamente tu non sei mia madre»: non sono battute inventate, ma commenti di bambini che sono venuti a sapere la verità sulla loro nascita, che dicono «voglio incontrare l’altra parte che mi ha fatto», e che scrivono che essere voluti, sfortunatamente, non è sufficiente. Sono i

lia non ci si rende conto di quali effettivamente siano gli scenari non futuri, ma già presenti, che le nuove tecniche di procreazione stanno già delineando. E se è vero che la gran parte dei bambini concepiti in provetta vive in famiglie con due genitori, è altrettanto vero che solo

negli Stati Uniti il 12 per cento delle fecondazioni in vitro avviene con ovociti donati, e quindi le gravidanze hanno il contributo di almeno due donne, e bisogna anche tenere presente che, allo stesso tempo, tante nuove famiglie sono fin dall’inizio disegnate con un solo genitore. Gestire il concepimento di un figlio in laboratorio ha inevitabilmente aperto la possibilità di stravolgere il concetto stesso di genitore, inserendo nuove figure che mutano radicalmente l’immagine di famiglia che da sempre accompagna l’esistenza degli esseri umani. Non esiste un modello naturale di famiglia che si avvicina a quelli che le nuove tecniche hanno creato: essere adottati non è la stessa cosa che essere nati da fecondazione eterologa (cioè con gameti diversi da

quello del padre o della madre che vogliono quel figlio). L’adozione non è mai programmata fin da prima del concepimento – ad eccezione dei reati come la compravendita di neonati, ma questo è ovviamente un altro discorso - è piuttosto l’esito di una rinuncia, più o meno volontaria, per condizioni od incapacità, ad essere genitori. Un figlio nato da eterologa è stato invece “programmato”fin dall’inizio per nascere da genitori diversi – uno dei due, almeno da quelli che lo accoglieranno.

Quali sono i diritti dei bambini concepiti con le nuove tecniche di fecondazione assistita? Hanno il diritto di conoscere le proprie origini? E chi dà i propri gameti, ha diritto di conoscere chi li riceverà? Ha il diritto di sapere quanti e quali figli

ha messo al mondo? O ne dovrebbe avere il dovere? E cosa succede se i diritti dei figli confliggono con quelli dei genitori, biologici e/o sociali? E, alla fine, chi ha il diritto di prendere decisioni a proposito: i familiari, i medici, i giudici, lo stato? Domande che l’autrice del libro, apertamente favorevole alla diffusione di questo tipo di tecniche, si pone, ma alle quali non risponde. Con la sua narrazione Liza Mundy affronta moltissime delle tematiche aperte dalle nuove tecniche di fecondazione assistita: donne che fanno figli ad età sempre più avanzata, il boom delle nascite di gemelli per via del trasferimento multiplo di embrioni, con tutto quello che ne consegue di bambini fortemente prematuri e disabilità, e di organizzazione fami-


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In Italia, grazie alla tanto vituperata legge 40 non è possibile avere sei genitori liare, ma anche il problema del congelamento degli embrioni. A cambiare è anche il concetto di libera scelta. Le donne infertili sentono estranee, se non ostili, quelle che pensano all’aborto come al principale diritto e i tradizionali schieramenti si sgretolano, anche dal punto di vista linguistico: tutti si dichiarano “pro-life”, per la vita. Ma quale vita? Anche quella di mezzo milione di embrioni umani congelati, e conservati da apposite compagnie commerciali nate per occuparsi del loro stoccaggio? Ma non è “solo”questione di affetti e legami. Di mezzo c’è anche, e soprat-

tutto, il denaro. Un fiume di denaro. Quello della fecondazione assistita è un vero e proprio business in continuo aumento, un mercato potenzialmente illimitato e destinato solo ad espandersi. Si è per esempio aperto inevitabilmente il mercato dei gameti, anticamera di quello dei figli. Ovociti e spermatozoi sono conservati in apposite banche, le caratteristiche psico-fisiche dei “donatori”pagati più o meno apertamente – elencate in appositi cataloghi: cosa altro deve ancora succedere, prima che ci rendiamo conto della effettiva situazione in cui l’umanità si è infilata?


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speciale bioetica

Creato

Viaggio allucinante nell’anarchia procreativa

Madri in affitto per coppie gay di Liza Mundy n giorno di inizio maggio del 2005, il reverendo Beth Parab – giovane parroco associato di bell’aspetto e dai capelli biondo cenere della Chiesa Episcopale di San Matteo, California – si sedette alla sua scrivania ed aprì le sue email. Come al solito, la posta della mattina portava messaggi dai suoi parrocchiani con diverse domande e suggerimenti che riguardavano gli affari della chiesa ed il reverendo Beth procedette a rispondere a tutti, quando, scorrendo la lista, arrivò ad un messaggio che non era affatto solito. Quel messaggio veniva da Laura Ramirez, un’agente della polizia locale i cui figli sarebbero stati battezzati dal Reverendo Beth il 22 maggio, dopo il regolare servizio della domenica mattina. I bambini erano tre gemelli dai nomi Preston, Edward e Hunter Ramirez ed avrebbero compiuto i sei mesi esattamente il giorno del loro battesimo. Il 22 maggio era anche la domenica della Trinità – la domenica dopo la Pentecoste – e mentre pensava alle preghiere che avrebbe scritto per il battesimo, il reverendo Beth aveva già cominciato a creare felici collegamenti fra “trinità” e “tre

U

va sul Fonte Battesimale. Laura Ramirez scrisse al reverendo Beth per chiederle se poteva trovare un modo per inserire nella cerimonia battesimale un altro partecipante, si trattava della donatrice dell’ovulo dei bambini Ramirez, una giovane donna che, in un certo senso, aveva dato vita all’occasione. La donatrice dell’ovulo – il cui nome era Kendra Vanderipe – viveva in un quartiere della periferia di Denver, in Colorado. Fino a poco tempo prima era una perfetta estranea per la famiglia Ramirez. Laura Ramirez l’aveva trovata su internet, con l’aiuto di una pubblicità di un’agenzia on-line che procurava donatrici di ovuli per coppie sterili. I bambini Ramirez erano stati concepiti con la fecondazione in vitro, il procedimento scientifico in cui lo sperma e l’ovulo vengono uniti in una piastra da laboratorio e gli embrioni umani che ne risultano vengono fatti crescere per diversi giorni in laboratorio, per poi trasferirli nel grembo. In questo caso, il procedimento è stato realizzato usando gli ovuli di Kendra, la donatrice, che ha portato avanti la gestazione degli embrioni che sono poi stati partoriti da Laura, la loro madre. Dopo la nascita dei

Almeno mille bambini negli Usa nascono ogni anno da una maternità in affitto gemelli”. Questo battesimo coinvolgeva sei tra padrini e madrine – una coppia per ogni bambino – e naturalmente i genitori, Laura e suo marito, Hector Ramirez, oltre a familiari e amici. Il che andava bene; c’era spazio in abbondanza nella navata di San Matteo, una chiesa Gotica costruita intorno al 1860 e ampliata nel corso degli anni per comprendere vari graziosi fabbricati in pietra annessi, un cortile verdeggiante, ed una splendida finestra rappresentante la natività che si affaccia-

bambini, un forte legame si è sviluppato inaspettatamente tra le due donne. Kendra decise quindi di accettare l’invito di Laura di partecipare al battesimo, sarebbe stata la prima volta che avrebbe visto i bambini concepiti con il suo aiuto. Laura si chiedeva se il reverendo Beth sarebbe riuscita a trovare un modo, nel corso del rito, per ringraziare Kendra per tutto quello che le aveva dato. Ma qual è il senso del battesimo? Come si poteva incorporare logisticamente una donatrice di

ovuli in una cerimonia che risale a più di duemila anni fa, a quando San Giovanni Battista battezzò Cristo nelle acque del fiume Giordano? È vero che il battesimo simbolizza la creazione di una famiglia nuova e deliberatamente costruita, una famiglia basata sulla fede religiosa piuttosto che sul sangue o sui legami genetici. È anche vero che qui stava succedendo qualcosa di simile. L’amore e l’impegno genitoriale erano considerati dalla famiglia Ramirez più importanti di qualsiasi legame genetico diretto. E tuttavia la genetica aveva importanza, quindi che posizione aveva una donatrice di ovuli? La donatrice di ovuli non era la madre dei gemelli, non era una madre nel senso convenzionale. Lei era una nuova entità e allo stesso tempo un’entità molto antica: una progenitrice nel senso più puro ed essenziale del termine. Era la storia genetica di Kendra Vanderipe che era conservata nei cromosomi di Preston, Edward e Hunter Ramirez, la sua storia unica che era arrivata insieme alla linea genetica unica di Hector Ramirez, un uomo che le era sconosciuto al momento del concepimento dei bambini, e che conosceva appena adesso. Due estranei, due linee genetiche che erano evolute da due sentieri migratori umani; ora attorcigliate nella famosa doppia elica per formare una linea genetica unica – tre linee genetiche uniche – che sarebbe continuata nel futuro. Una parte di Kendra Vanderipe viveva nei corpi dei bambini Ramirez e avrebbe vissuto nei figli di questi bambini e così via, probabilmente in eterno. Non esistevano precedenti per aiutare il reverendo Beth a scrivere una preghiera per questa cerimonia. Sant’Agostino non aveva affrontato il ruolo della donatrice di ovuli nella formazione della famiglia umana, e nemmeno San Paolo o l’arcivescovo Tutu, e nemmeno nessun altro dei grandi predicatori cristiani ai quali, in qualsiasi altra circostanza, un neo-ordinato prete può fare riferimento per prendere ispirazione. Le lezio-

“Famiglie” atipiche italiane. Ma nel nostro Paese ancora non c’è nessun rischio di deriva zapaterista. Sopra un’immagine della giornata dell’associazione genitori omosessuali. A lato un momento dell’ultimo Gay Pride


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ni di omiletica avevano così poco da offrire. Mai prima nella storia era stato possibile per una donna dare alla luce un bambino con il quale non aveva legami genetici. Mai prima nella storia era stato possibile per una donna essere il genitore genetico di un bambino che non ha dato alla luce. Si può affermare con certezza che mai due donne come queste si erano trovate insieme nella navata di San Matteo a celebrare i risultati clamorosi dei loro sforzi comuni. Il reverendo Beth si trovava da sola ad affrontare questa novità. Il reverendo Beth premette il tasto “ri-

dere in prestito la capacità riproduttiva di un’altra donna. Secondo le indagini di mercato più comunemente citate, ogni anno negli Stati Uniti nascono 30.000 bambini da una donazione di sperma, il numero potrebbe però essere superiore, secondo la FDA ogni anno si eseguono tra le 80.000 e le 100.000 fecondazioni con donazione di sperma. Almeno mille bambini nascono ogni anno da una maternità in affitto, in cui una donna porta in grembo un figlio per un’altra donna o – in sempre più casi – per una coppia di gay. La maggior parte di questi sono casi in cui le perso-

La tecnologia riproduttiva crea sempre più famiglie di coppie dello stesso sesso spondi”. Nella sua risposta a Laura Ramirez scrisse che sarebbe stata felice di includere la donatrice di ovuli nella sua cerimonia battesimale.

Solo negli Stati Uniti si eseguono almeno 15.000 cicli di IVF all’anno con l’uso di ovuli donati, una cifra che cresce di più del venti per cento all’anno, visto che le donne che ricorrono a terapie per la fertilità sono sempre più incoraggiate a considerare la possibilità di pren-

ne che vogliono figli non possono averli a meno che non si procurano l’aiuto di qualcuno che abbia per sempre un diretto legame genetico con il bambino. Ma la scienza ci ha dato qualcosa di nuovo: famiglie disegnate dall’inizio con un unico genitore; con diversi genitori; con due genitori, uno solo dei quali è biologicamente collegato al bambino, mentre l’altro non ha legami biologici, con una terza parte che ha legami biologici col bambino ma, spes-

so, è sconosciuta. Famiglie con queste qualità sono sorte spontaneamente nel passato, e continuano naturalmente a sorgere, ma adesso vengono costituite con consapevolezza. Le si programma in anticipo e le si costruisce meticolosamente, senza tralasciare alcun dettaglio. I genitori concepiscono i bambini sapendo che il figlio sarà geneticamente imparentato ad un genitore ma non all’altro. Si stanno dividendo e spartendo i ruoli dei genitori, li si stanno dando in appalto, rimpastando ed anche cancellando. Oltre ad aver dato la possibilità di creare famiglie relativamente “tradizionali”con a capo una coppia eterosessuale come Laura e Hector, la tecnologia riproduttiva ha alimentato la creazione di famiglie con a capo coppie dello stesso sesso, sfidando la nostra comprensione di cosa è e cosa fa una madre, i vantaggi del ruolo paterno, e precisamente del significato che possono avere oggi termini obsoleti come “madre”e “padre”. I papà sono le nuove madri, le mamme single rappresentano la nuova combinazione tra il ruolo di chi mantiene e chi si prende cura della famiglia. Negli Stati Uniti si stima che i bambini nati con un parente omosessuale siano tra l’uno e i nove milioni. Spesso si tratta di legami tra due lesbiche in cui una o entrambe le donne concepiscono usando una donazione di sperma, oppure coppie gay che si

procurano una donatrice di ovuli e/o una madre in affitto. “La maggior parte delle mamme in affitto preferisce portare avanti una gestazione per una coppia di uomini” sostiene Gail Taylor, una madre lesbica che ha fondato un’agenzia di maternità in affitto, la Growing Generations, che aiuta gli uomini gay ad avere una famiglia usando ART. Gli uomini gay tendono ad essere generosi, premurosi, sicuri e molto felici di tutta questa cosa sulla costruzione di una nuova famiglia.“Noi non proviamo antipatia per le mamme in affitto; è la nostra prima scelta e le trattiamo molto bene”, dice Doug Okun, padre gay di una coppia di gemelli nati da una gravidanza in affitto. Le possibilità sono infinite. Ho intervistato una donna, Kristine Cicak, che è riuscita ad avviare un accordo co-genitoriale con la sua migliore amica, Lisa Thornberry. Le due donne si sono diplomate insieme e sono sempre state amiche. Entrambe erano single, eterosessuali, ma vivevano in Florida, vicino a Cape Canaveral dove gli uomini sembravano tutti interessati a tempo determinato, o sempre sul punto di essere trasferiti. Lisa aveva sempre desiderato un bambino, quindi, visto che si avvicinava il suo quarantesimo compleanno, decise di selezionare un donatore di sperma, di avere un figlio con l’IVF e arruolare Kristine come co-madre. Avrebbero vissuto nella stessa casa e cresciuto le figlie insieme. Lisa aspettava due gemelle. Un giorno Lisa e una delle sue bambine sono state uccise, travolte da una macchina mentre stavano entrando nel parcheggio di un fast food per prendere da bere. Oggi questa famiglia nata da una riproduzione collaborativa è costituita da Kristine e dalla gemella sopravvissuta, con la quale Kristine non ha alcun legame biologico ma di cui si considera – ed ha dovuto faticare molto per convincere di questo un giudice della Florida – la legittima madre. Esistono siti per annunci co-genitoriali ed alcuni siti sull’infertilità includono una sezione sulla “genitorialità organizzata”dove un uomo o una donna può inserire il suo annuncio per cercare un genitore con cui fare un figlio, usando l’IVF. Si tratta di siti garantiti e controllati, dove l’appuntamento, il matrimonio, il sesso o il divorzio non servono più. Testo tratto dal libro Everything conceivable. How assisted reproduction is changing men, women, and the world” (Knopf, 406 pagine, 26,45 dollari)


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economia

L’Italia verso il deferimento alla Corte di giustizia per l’emergenza di Napoli

Rifiuti, un tesoro che finisce in discarica

In alto, il presidente della Commissione europa, José Barroso. Martedì la Ue deciderà se deferire l’Italia alla Corte di giustizia per l’emergenza rifiuti a Napoli (nella foto a destra)

di Carlo Stagnaro periamo che Bruxelles bastoni, e duro. La storia ci insegna che il modo più efficace per spingere l’Italia ad adottare le riforme necessarie è il vincolo esterno. E allora, se martedì 6 maggio la Commissione annuncerà la decisione di deferire il nostro Paese alla Corte europea di giustizia per lo scandalo dei rifiuti a Napoli – paradigma di un problema irrisolto a livello nazionale – sarà forse la volta che la politica finalmente affronterà seriamente la questione.

S

Da quindici anni, almeno, si sa che lo smaltimento dell’immondizia si fa ogni giorno più complicato. E da quindici anni le soluzioni, o almeno le riflessioni, sul tema restano in sordina, si fermano alla schermaglia elettorale, non superano il reciproco scambio di accuse tra gli schieramenti in campo. La produzione di rifiuti è un aspetto inevitabile del progresso umano: non si può vivere senza. La sfida sta nel guardare ai rifiuti come a una risorsa, non un peso. Quindi, una materia prima da plasmare e utilizzare, non materia inerte da nascondere sotto il tappeto. Del resto, gli altri lo fanno. Il primo comandamento, allora, dovrebbe essere affrontare la questione con razionalità. Il secondo, non costruire vitelli d’oro da venerare, ma cercare le soluzioni più efficienti da declinare nelle realtà locali, confrontando la situazione italiana con quella internazionale, per capire dove

stanno le differenze e chiedersi se siano giustificate oppure no. Come ha scritto Gian Battista Zorzoli sul portale AgiEnergia.it, «secondo Eurostat la produzione pro capite [di rifiuti] è in Italia al 97 per cento della media dell’Ue a 15, siamo cioè in linea con l’area economica con cui ci dobbiamo confrontare. Tuttavia nell’Ue a 15 il 44 per cento dei rifiuti è in varie forme recuperato (il 38 per cento in Italia), il 22 per cento finisce nei termovalorizzatori (12 per cento in Italia), quindi in discarica ne finisce soltanto il 34 per cento contro il nostro 50 per cento».

certa dimensione, anche questi spaventano: nondimeno, sono soggetti a norme ambientali molto restrittive, che impongono di mantenere al minimo le emissioni inquinanti, compresa la diossina, di cui oggi, ironia della sorte, è zeppa l’aria campana proprio a causa dell’assenza di termovalorizzatori.

A questo proposito, occorre prendere per quello che è anche la faccenda della raccolta differenziata: farne una bandiera da agitare come allo stadio non ha senso. Ma ha senso nella misura in cui è utile al riciclaggio o per ottenere una

A differenza degli altri partner comunitari non si sfrutta a sufficienza il riciclaggio. Poco spazio agli inceneritori per affidarsi a progetti lontani dalle esigenze delle comunità locali Di conseguenza, «il contributo maggiore al divario fra noi e l’Europa lo fornisce il modesto ricorso alla termovalorizzazione, che percentualmente in Italia è poco più della metà della media europea, mentre il nostro recupero è già arrivato all’86 per cento della percentuale europea».

Porre il tema della termovalorizzazione non significa diventare maniaci degli inceneritori (né avere paura delle parole: allo scopo di estrarre energia dai rifiuti, questi vanno in-ce-ne-ri-ti). Chiaro, come tutti gli impianti di una

maggiore efficienza dagli inceneritori. E non può rappresentare un fine, altrimenti diviene sperpero di risorse. Neppure il riciclaggio rappresenta sempre e comunque l’opzione più virtuosa dal punto di vista ecologico (per non dire economico). In alcuni casi implica il ricorso a solventi chimici e trattamenti che hanno un impatto ambientale perfino superiore a quello del mero smaltimento in discarica. È importante non precludersi alcuna strada. La fantasia dei mercati virtualmente non ha limiti, e può dare un contributo significativo a ridurre il peso

dell’emergenza rifiuti. Sia per la produzione sia per lo smaltimento. Da una parte, infatti, vi è un incentivo per le imprese a risparmiare riducendo al minimo peso e ingombro degli involucri dei loro prodotti: per esempio, il peso di una lattina per bibite è sceso da quasi 21 grammi a meno di 14, in trent’anni. Dall’altro, ogni giorno spuntano nuove tecnologie. Molte finiranno per rivelarsi difettose o non competitive, ma qualcuna alla fine la spunta e accresce il numero di scelte possibili. Mentre l’Italia politica continua a fissarsi l’ombelico, il mondo va avanti: un’azienda italiana, la Vuzeta presieduta da Carlo Pelanda, ha studiato un rivoluzionario processo di combustione a bassa temperatura per convertire i rifiuti in un combustibile sintetico. Altri seguono la strada opposta, di bruciare l’immondizia a temperature altissime.

Non esiste una tecnologia migliore delle altre, in astratto: tutte le alternative vanno misurate rispetto ai parametri di costo, efficienza, e adattabilità agli scenari locali. Così, non è detto che sia meglio creare impianti di grandi dimensioni anziché sfruttare soluzioni di scala più contenuta. L’essenziale è, appunto, evitare l’illusione che “one size fits all”. Il mercato funziona per la sua varietà: quanto più la politica restringe la libertà di scelta, tanto più a lungo i problemi resteranno irrisolti e si faranno crisi.


economia

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Pronta la piattaforma unica di Cgil, Cisl e Ui. Ma l’ala sinistra di Corso d’Italia è pronta a votare contro

Contratti, la Fiom si mette di traverso d i a r i o

d e l

g i o r n o

Dato sull’occupazione Usa frena l’euro Non accadeva da marzo, ma l’ieri l’Euro – dopo la pubblicazione del rapporto sull’occupazione americana relativo al mese di aprile (e calata al 5 per cento), l’euro è sceso per la prima volta da allora al di sotto degli 1,54 dollari. Dopo varie oscillazioni nell’arco della giornata, la divisa europea è stata poi quotata 1,5430 dollari. Ieri il biglietto verde ha guadagnato anche sulla moneta giapponese a quota 105,45 yen, rispetto ai 104,79 yen dell’apertura.

Fiat: al 33 per cento la quota di mercato Ad aprile continua il calo delle immatricolazioni: 201.844 autovetture in totale che registrano un calo del 2,86 per cento rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Un risultato apparentemente migliore di quello registrato in marzo (-18,76), ma che non fa ben sperare per tutto il 2008. Così il calo generale fa guadagnare posizioni alla Fiat, che in aprile ha visto la sua quota salire al 33,6 per cento. Per quanto riguarda in particolare il brand Fiat, le registrazioni sono state oltre 53mila, segnando un +1,7 per cento rispetto a un anno fa. Ottime performance per il Lingotto in Francia:le immatricolazioni sono cresciute del 49,8 per cento.

di Vincenzo Bacarani

ROMA. La prossima sarà la settimana della verità che potrebbe mettere la parola fine all’annosa discussione sulla riforma contrattuale. La spinta l’ha data il neopresidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, invitando le parti a raggiungere un accordo su un sistema dove il contratto nazionale si fa garante di diritti, normative generali e di un aumento salariale legato all’inflazione e dove a livello la produttività è legata a livello aziendale o territoriale. Un confronto sui due livelli di contrattazione, auspicato soprattutto dagli imprenditori, ha trovato nel corso degli anni molti ostacoli da parte dei sindacati confederali. Se gran parte della Cisl e una parte della Uil hanno mostrato di essere disponibili a intavolare una trattativa, la maggioranza della Cgil e una minoranza della Uil hanno sempre mostrato diffidenza nei confronti di tale prospettiva. I tempi sono cambiati, soprattutto dopo l’esito delle Politiche, e ora anche la Cgil, l’organizzazione sindacale più restia verso quest’ipotesi, sta rivedendo le sue posizioni. Non a caso il Primo maggio i leader delle tre maggiori organizzazioni (Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti) hanno annunciato una presa di posizione unitaria, ufficializzata la prossima settimana, facendo intendere che la strada è in discesa. Una decisione presa con sofferenza, quasi accettata obtorto collo dai sindacati che avrebbero preferito la solita strada dei contratti di categoria a livello nazionale. Ma ora anche la Cgil comincia ad accettare l’idea, pur mostrando alcune preoccupazioni. Mauro Guzzonato,

segretario confederale che si occupa della materia, precisa che il ruolo del contratto nazionale resterà fondamentale, ma ammette che «da Roma non si possono governare i problemi del territorio».

Per la Cgil, si tratta di una svolta «necessaria e strategica», certamente non desiderata. Del resto il sindacato di Epifani non ha a disposizione molte scelte e si trova nella stessa posizione del luglio dello scorso anno nel corso della trattativa con il governo sul protocollo del welfare quando firmò dicendo di non essere d’accordo. E che non sia affatto desiderata questa svolta lo conferma il segre-

Il leader delle tute blu, Rinaldini: «È a livello nazionale che si difende il potere d’acquisto». Cremaschi: «Si va verso una disfatta» tario generale della Fiom, Gianni Rinaldini: «Non ho visto il testo e quindi non mi posso pronunciare ufficialmente. Per me comunque è il contratto nazionale che deve salvaguardare il potere d’acquisto dei salari perché costituisce elemento

di solidarietà tra tutti i lavoratori». Sul tema della sicurezza, poi, per il leader dei metalmeccanici della Cgil Fiom c’è disattenzione. «Non da parte nostra», afferma, «perché proprio nei giorni scorsi abbiamo avuto un incontro con centinaia di rappresentanti sindacali. E l’elemento sicurezza va demandato alla contrattazione aziendale». Rinaldini non vuole comunque anticipare la posizione della Fiom nel prossimo direttivo Cgil, ma certamente non darà il suo appoggio incondizionato a una linea strategica perseguita in prima linea dalla Cisl e, in seconda battuta, da una gran parte della Uil e sposata dalla Cgil per ragion di Stato. «Nei metalmeccanici», dice, «la contrattazione aziendale è già realtà». Come dire: si vuol dare maggiore importanza al secondo livello per svuotare il contratto nazionale. Stessa teoria espressa dalla minoranza radicale Fiom, quella della Rete 28 aprile, che parla apertamente di resa senza condizioni della Cgil: «Accettare il ridimensionamento del contratto nazionale», ha detto il suo leader, Giorgio Cremaschi nell’ultimo direttivo Cgil del 29 aprile, «significherebbe la disfatta. Non vorrei che a forza di inseguire le sirene del Partito dela mocratico, Cgil finisse come la Sinistra Arcobaleno”.

Ubs alza il rating di Mps Il lancio dell’aumento di capitale per l’operazione AntonVeneta spinge Ubs ad alzare il giudizio per Mps da sell a neutral e il target price da 2,11 a 2,2 euro. La banca d’affari prevede un tasso di crescita annuo degli utili del 9 per cento tra il 2008 e il 2010.

Parmalat chiude i contenziosi in America Parmalat chiude un lungo contenzioso con i creditori Usa, in larga parte titolari di obbligazioni, che avevano promosso una class action a seguito del crac del gruppo di Collecchio del dicembre 2003. L’azienda, infatti, ha chiuso i contenziosi con un esborso di soli 10,5 milioni di azioni, pari a circa 23,415 milioni di euro alla chiusura di oggi, a cui si aggiunge un importo fino a un milione di euro per le spese di notifica. Il tutto a fronte di una causa posta davanti al giudice Lewis A. Kaplan della corte di Manhattan la scorsa primavera dallo studio Grant & Eisenhofer che, in rappresentanza dei creditori, aveva avanzato una richiesta iniziale di risarcimento di 8 miliardi di dollari.

Parte lo sciopero del prosciutto Il caro euro colpisce anche la lavorazione delle carni suine. Così la Coldiretti ha organizzato il primo sciopero dei produttori di prosciutto di Parma o San Daniele così come di quelli del del culatello di Zibello: d’ora in poi non presenteranno più le certificazioni di qualità. Alla base della protesta «l’impossibilità di far crescere maiali italiani di qualità che vengono pagati attorno a un euro al chilo, ben al di sotto dei costi di produzione». Al momento hanno già aderito un numero di aziende che lavora «circa un milione e mezzo di maiali allevati che verranno sottratti dal circuito delle produzioni a denominazione di origine».


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cultura

Un rosario di orrori dopo il conflitto mondiale e la resistenza

Guerra civile, il girone dell’inferno italiano di Massimo Tosti ultimo appello (apprezzato dal capo dello Stato) è venuto da Gianfranco Fini nel discorso di insediamento alla Camera dei deputati: ricostruire “una memoria condivisa”che conduca a “una sincera pacificazione nazionale, nel rispetto della verità storica, tra i vincitori e i vinti di ieri”. Alleanza Nazionale, il partito di Fini, ha compiuto enormi passi avanti in questa direzione, con la condanna delle leggi razziali e il riconoscimento del “male assoluto” proprio di una dittatura che condusse l’Italia nell’abisso della guerra. Il giudizio politico ha influenzato lo sdoganamento di molte verità storiche, confinate per decenni in un imbarazzato, e imbarazzante silenzio. Oggi – dopo i molti libri scritti da Giampaolo Pansa (da “Il sangue dei vinti” fino a “I gendarmi della memoria”) – si moltiplicano i saggi che svelano la quantità e la brutalità dei crimini dei “vincitori”. C’è persino chi (un piemontese, Michele Tosca, dirigente d’azienda) cura un’anagrafe dei caduti della Repubblica Sociale: uccisi dai partigiani durante la guerra civile e nei tre anni successivi al 25 aprile del 1945, fino alle elezioni del 1948. Ha raccolto un archivio imponente disponibile su internet (nel sito www.laltraverita.it), aggiornato di mese in mese. Si tratta di oltre 45 mila nomi, corredati, quando è possibile, con grado militare, unità e reparto di appartenenza, data di nascita e di morte, luogo dell’esecuzione e modalità della morte (bombardamento o mitragliamento aereo, fucilazione o assassinio, incidente o malattia per causa di servizio). I ricercatori (tutti volontari) tentano di ottenere anche le foto dei caduti, per dare loro un volto.Tosca ha anche scritto un libro, (“I ribelli siamo noi”, Roberto Chiaramonte Editore, 644 pagine, 50 euro). Un diario meticoloso, puntiglioso, e impietoso di efferatezze e massacri compiuti a Torino e in Piemonte in quegli anni terribili: la guerra civile, andata ben oltre la fine della guerra.

L’

Un altro massacro è raccontato da Claudio Bertolotti, un tenente degli alpini che ha dedicato sette anni al libro “Storia del Battaglione Bassano, Divi-

sione Alpina Monterosa. Rsi 1943-45” (Lo Scarabeo Bologna, 266 pagine, euro 21,50): diciassette – fra ufficiali e sottufficiali – fucilati a Gialeis quando già c’era l’ordine di sospen-

si modo concorso nelle operazioni per assicurarne la riuscita”. La Corte prende la decisione dopo aver interpellato la prefettura di Bergamo per stabilire quando il governo militare alleato avesse assunto i poteri nella provincia. Il responso fu che il relativo proclama era stato pubblicato il 1° maggio 1945 e che – di conseguenza – l’eccidio doveva essere considerato a tutti gli effetti come un’azione di guerra. Una guerra a dir poco disgustosa, visto che i 48 condannati a morte (senza processo) erano tutti ragazzi fra i 14 e i 22 anni, che avevano deposto le armi e ai quali era stato promesso che gli sarebbe stata risparmiata la vita. Tre di essi,i più giovani, furono salvati all’ultimo istante dal parroco di Rovetta (il paese teatro dell’infamia); un altro riuscì a fuggire prima che il gruppo fosse accompagnato al cimitero dove avvenne l’eccidio, deciso la notte precedente in un incontro con i massimi responsabili delle brigate partigiane presenti sul territorio. L’ordine definitivo fu impartito da un personaggio fino ad oggi avvolto da un’aura di mi-

Dopo il libro di Claudio Pavone e le cronache di Giampaolo Pansa si moltiplicano i testi che riscostruiscono gli eccidi successivi al 25 aprile 1945 dere le condanne a morte. L’ultimo libro si intitola “Il Moicano e i fatti di Rovetta” (Medusa, 368 pagine, euro 19,80) di Grazia Spada, insegnante di lingue e storica, che ha lavorato a lungo negli archivi inglesi e italiani per ricostruire un eccidio consumato il 28 aprile 1945 (tre giorni dopo la Liberazione), archiviato nel 1951 con una sentenza della Corte d’Appello di Brescia che assolse tutti gli imputati in forza del decreto luogotenenziale 194, firmato da Umberto II di Savoia il 12 aprile 1945 che definiva “azioni di guerra, e pertanto non punibili a termini delle leggi comuni, gli atti di sabotaggio, le requisizioni, e ogni altra operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo di occupazione nemica. Questa disposizione si applica tanto ai patrioti inquadrati nelle formazioni militari riconosciute dai comitati di liberazione nazionale, quanto agli altri cittadini che li abbiano aiutati o abbiano, per loro ordine, in qualsia-

stero: il Moicano. Neppure il tribunale e la Corte d’appello di Brescia si erano preoccupate di ricostruirne l’identità, un comandante partigiano che si diceva fosse inquadrato nello Speciale Operation Executive, un raggruppamento creato da Churchill per appoggiare le bande partigiane. Grazia Spada è riuscita a ricostruire l’identità dell’uomo. Un trentenne istriano di Rovino: si chiamava Paolo Poduie. Partigiano in Veneto, dove era caduto in disgrazia fra i suoi stessi compagni, e perciò condannato a morte. A Bari, alla fine del 1944 era entrato in contatto con alcuni ufficiali del Soe che l’avevano arruolato e addestrato. Il 6 aprile del 1945 è a Bergamo. Nella prefazione del libro di Grazia Spada, un ufficiale del Soe, Christopher Woods, esclude che il comando fosse stato informato della fucilazione di massa eseguita il 28 aprile, a guerra conclusa.

N e f ur o n o c e r t a m e n t e i n f o r m a t i dopo. Il 7 giugno del 1945 Poduie fu congedato dal Soe, ma la sua speranza di continuare il rapporto con l’agenzia britannica anche in tempo di pace andò delusa. Nei rapporti d’archivio scovati da Grazia Spada trapela qualche presa di distanza nei confronti dell’operato del Moicano, morto a Milano nel 1999. La vedova, conosciuta proprio nei giorni della guerra, era stata già rintracciata da altri storici, ma la storia del Moicano non era mai venuta a galla. Forse per quel genere di censura automatica che scattava ogniqualvolta dagli archivi e dai dossier emergeva qualche episodio non in linea che quella che per decenni è stata la storiografia ufficiale. Il lavoro di scavo avviato negli ultimi anni può contribuire positivamente a costruire la “memoria condivisa” di cui tutti abbiamo bisogno, per chiudere definitivamente i capitoli più laceranti del nostro passato.


cultura iete dei tipi tosti e non vi lasciate impressionare dai mass media? Venite a Napoli. Non sarete immersi nell’immondizia tanto pubblicizzata (a Napoli centro non c’è), ma nella seduzione di una straordinaria città. L’occasione può essere il «Maggio dei Monumenti», una manifestazione organizzata dal Comune di Napoli sin dagli anni Novanta. Lo scorso anno era dedicata ai misteri della città della sirena Partenope e di Virgilio mago, delle Janare e del Monaciello, della Bella ‘Mbriana, dei fantasmi delle Fontanelle e via discorrendo. Quest’anno è intitolata Le antiche vie di collegamento tra castelli, chiese e palazzi. I castelli napoletani sono quattro, le chiese trecento, di cui solo ottanta normalmente aperte, i palazzi storici molte decine. Ogni fine settimana ci sono rappresentazioni musicali e visite guidate lungo un percorso diverso, ciascuno sorprendentemente interessante. (Il primo percorso è da Castel dell’Ovo a Castel Capuano, il secondo da Castel Sant’Elmo a Castel Nuovo, il terzo dal Capuano al Nuovo, il quarto da Sant’Elmo all’Ovo).

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S

Potreste aggregarvici ma, per non perdere l’occasione di vedere tutti i castelli insieme in un solo week end, potreste iniziare la visita da Castel dell’Ovo, che è il castello più antico, dove, si dice, approdò la sirena Partenope e c’è l’uovo magico sotterrato da Virgilio. È su un isolotto, ora unito alla terra ferma, che faceva parte della villa di Lucullo, quando Napoli era soggiorno preferito dall’élite romana. Fu prigione dorata del giovanissimo Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore, poi fu sede di un monastero basiliano, poi di qualche re normanno e da allora, più o meno, ebbe funzioni militari. Ora è sede di mostre d’arte. Ci sono cannoni e armi antiche, un’antica cappella, moderne sculture metalliche, tra cui una di Augusto Perez e il vivacissimo Gallo, bello a vedersi sullo sfondo del cielo, di Antonello Leone, un artista molto apprezzato. Una strana esperienza è passare da una terrazza all’altra del castello guardando il Vesuvio. Prima lo vedrete sul vostro lato sinistro, poi su un altro lato, poi più in là: sembrerà che lo sterminator Vesevo miracolosamente si stia spostando sotto i vostri occhi. Da qui, se siete interessati a Virgilio, potrete visitarne la tomba, vicina a quella di Giacomo Leopardi, in un verde parco a un’estremità del lungomare, a Mergellina, dove si trova anche l’ingresso della crypta neapolitana, la galleria che lui fece costruire tra la città e i Campi Flegrei. Un’al-

A sinistra Castel dell’Ovo, sede del tesoro di Federico II. Sopra Castel Sant’Elmo. In basso Castel Nuovo, più noto come Maschio Angioino

L’iniziativa del Comune propone quest’anno quattro splendidi percorsi fra i palazzi reali

Maggio napoletano, alla scoperta di castelli da fiaba di Adriana Dragoni tra straordinaria esperienza, che potremmo definire prospettica, è quella che potreste fare a Castel Sant’Elmo. Vi potete arrivare, partendo da Castel dell’Ovo, con la funicolare di via Toledo, dove giungerete dopo avere attraversato piazza Plebiscito, dove si affaccia il palazzo reale (che una visita certo la merita). Castel Sant’Elmo, sulla sommità della collina di San Martino, è una poderosa

Da Castel dell’Ovo, dove approdò Partenope, alla sala dei Baroni a Castel Sant’Elmo, le visite guidate sono arricchite da mostre e concerti

costruzione con una pianta a stella e massicce, enormi mura e bastioni. Fu teatro di sanguinosi scontri tra potenti, ma da quassù i cannoni spararono anche contro Masaniello che, invocando il sovrano, si ribellava al Vicerè (1647), e poi contro quel popolo che, inneggiando al re Borbone si ribellava ai giacobini (1799). A due passi c’è la Certosa, che, ricca di giardini

e di opere di grandi artisti (Solimena, De Mura, Giordano), conserva anche presepi antichi e carrozze reali. Nel castello potreste prendere uno degli ascensori. Un percorso nel tufo vivo e poi la porta si aprirà sul cielo azzurro e sulla vastità della Piazza d’Armi. Da qui salirete sugli spalti e vedrete un panorama d’un infinito senza uguali: dal curvo orizzonte del mare che bagna la città, alle colline, ai Campi Flegrei e, oltre questi, ancora mare.

Potreste poi scendere, tra altissime mura, per i camminamenti militari. Nello spiazzo ai piedi del castello, un belvedere vi offre la città da un punto di vista più ravvicinato. E allora saprete che Napoli è una città tutta curve, come curvo è il suo golfo. Potrete farne esperienza scendendo per le gradinate della Pedamentina al centro antico. Tra le antiche strade ammirerete le magnifiche facciate, gli archi sempre vari dei portoni e, oltre i portoni, le doppie curve di scale. E poi giungerete al Castel Nuovo, che ha il bellissimo arco di Trionfo di Alfonso d’Aragona, una raccolta di sculture marmoree, i dipinti e la chiesa e la sala dei Baroni e assistere, a sera, ai Carmina Burana. La sera seguente, potrete assistere a un Don Quijote a Castel Capuano, reggia angioina, sede, dal 1535 fino a poco tempo fa, del Tribunale. Lungo il percorso avete ammirato chiese tutte diverse, espressioni di devozione e sacralità, immagini spaziali di intelligenze libere e finanche eretiche. Ma come si può venire a Napoli e non andare a Posillipo, a Marechiaro, al Museo Archeologico e a vedere il tesoro di San Gennaro e Napoli sotterranea?


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musica

Nell’autobiografia di Duke Ellington il racconto della scoperta del jazz

L’anima borghese di Harlem di Adriano Mazzoletti

erano una volta una splendida ragazza ed un ragazzo niente male che s’innamorarono e convolarono a nozze. Erano davvero una bella coppia, andarono d’accordo e Dio benedisse la loro unione con un bell’ometto di quattro chili e rotti. E loro gli vollero bene: lo allevarono, lo nutrirono come si deve, lo coccolarono, lo viziarono. Lo portarono insomma in palmo di mano, esaudirono ogni suo desiderio. Infine quando ebbe sette o otto anni, lo lasciarono camminare con i suoi piedini. La prima cosa che feci fu scappare in cortile e lasciar dietro il cancello. Qui trovai uno che mi disse: «Vai avanti Edward! Vai fino lì». Quando arrivai sul lato opposto della strada, incontrai un altro che mi diede via libera per svoltare a sinistra, e qui una voce mi raccomandò: «Gira a destra, poi vai dritto, non ti puoi sbagliare». E da lì in poi è sempre andata così. Ogni volta che arrivavo a un punto dove mi occorreva una indicazione, trovavo un amico, un consigliere che mi spiegava dove andare e cosa cercare, o cosa volere, e dove trovarlo.

C’

le era Music is My Mistress. Nella prima edizione divenne La musica è la mia donna, nella seconda venne corretto in La musica è la mia signora, ma forse sarebbe stato più esatto tradurlo con ”La musica è la mia padrona”, perché la musica fu realmente la “padrona” di Ellington anche se in seguito fu lui a dominarla e piegarla al suo volere, alle sue esigenze, al suo genio.

Che Ellington fosse un genio non c’è dubbio alcuno. La sua opera immensa ne è la testimonianza. Per meglio capire Ellington bisogna sapere che a differenza di molti suoi coetanei musicisti di jazz, nati alla fine dell’800 che iniziarono la carriera nei tumultuosi anni Venti, non fu costretto a trascorrere l’infanzia nei ghetti neri di qualche città degli Stati Uniti, vittima di ostracismi o di persecuzioni razziali. Era nato a Washington (DC) in una famiglia appartenente alla nascente borghesia di colore. Già suo nonno materno era un poliziotto. Fatto assai raro nella seconda metà dell’800 incontrare per le vie di una qualsivoglia metropoli americana un poliziotto nero. Il padre era maggiordomo presso un medico fra i più noti dell’alta società di Washington, il dottor Cuthbert che abitava in una delle zone esclusive della capitale americana, “Rhode Island Avenue, lato sud” precisa Duke.

A differenza di molti jazzisti trascorse l’infanzia nell’agiatezza di Washington: aveva il papà maggiordomo e la mamma pianista

Inizia così l’autobiografia che, Edward Kennedy Ellington in seguito conosciuto come Duke, scrisse nel 1973 ad un anno dalla sua scomparsa. Una vita straordinaria che Ellington racconta nelle oltre cinquecento pagine dell’edizione originale, ricche di fotografie, scomparse sia nella prima che nella seconda edizione italiana. Anche il titolo è stato leggermente modificato. L’origina-

casa. Credo che il dottore abbia poi raccomandato mio padre nel giro dei ricevimenti; il babbo infatti lavorava anche in quello che si può chiamare il circuito del catering. In seguito aprì una sua attività. Economicamente stavamo molto bene. Mio padre si comportava e manteneva la famiglia da persona ricca».

Una infanzia felice quella del «Il cuoco e la cameriera dipendevano da lui, e prendeva tutte le decisioni che riguardavano la

futuro Duke Ellington, che arrivò alla musica assai presto sotto l’influenza della madre, discreta pianista. Ogni domenica a casa Ellington si suonava.


musica

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Duke Ellingthon da giovane ascoltò il pianista Harvey Brooks, rimase colpito per il suo modo di suonare e decise di suonare il piano. ”Inventò” un suo modo per trovare nuove sonorità, nuove arie, nuovi modi di espressione

«Pezzi carini - ricorda - così carini che mi veniva da piangere. Anche mio padre suonava. Conosceva tutte le arie delle opere liriche più famose».

L’incontro con la musica che gli avrebbe cambiato la vita, avvenne però durante un’estate di vacanza. Il giovane Ellington ascoltò per la prima volta un pianista che lo colpì, il suo nome oggi quasi totalmente dimenticato, era Harvey Brooks. «Suonava con molto swing e con la mano sinistra era bravissimo. Quando arrivai a casa avevo una gran voglia di

suonare. In realtà come pianista ero piuttosto modesto, ma dopo quell’incontro mi dissi che dovevo farcela, punto e basta». Ellington ha raccontato in varie occasione come imparò a suonare quella musica che prima di allora non aveva mai ascoltato. Una vicina possedeva un piano meccanico, strumento che veniva azionato da un rullo perforato che faceva azionare autonomamente i tasti. Fu guardando quei tasti che si abbassavano da soli e cercando in seguito di ripetere quegli stessi movimenti, che imparò il pianoforte. E lo imparò tanto bene da divenire uno dei maggiori esponenti di quell’Harlem Piano Stride i cui capiscuola erano James P. Johnson e Fats Waller. Quando all’inizio degli anni Venti, dopo aver formato il suo primo complesso ed essersi trasferito a New York, iniziò a comporre, ancora una volta “inventò”

un suo modo per trovare nuove sonorità, nuove arie, nuovi modi di espressione.

Le sere calde d’estate prendeva un taxi pregando l’autista di guidare molto lentamente per le vie di Harlem. Dalle finestre e dalle porte aperte, captava i rumori, le voci, i suoni, la musica.Voci di innamorati, di mamme che cullavano i loro bambi-

sy, Black Beauty, The Blues I Love to Sing, sono nati da quelle lunghe passeggiate in taxi e dalle altrettanto lunghe, ma proficue prove con Cootie Williams, Bubber Miley,Tricky Sam Nanton, Lawrence Brown, Johnny Hodges, Barney Bigard, Harry Carney, musicisti che per tutta la vita suonarono con quell’orchestra che fu l’unica nella storia del jazz a non modificare mai il proprio organico.

In estate andava ad ascoltare le voci che venivano dalle finestre del ghetto. Innamorati, mamme che cullavano i bimbi, ragazzi che ridevano: trasformava la vita in ritmo ni, di donne e uomini gelosi, di ragazzi che ridevano e si divertivano, di persone che piangevano. Voci e suoni di quella Harlem che gli era così cara. Il giorno successivo riuniva i suoi musicisti e con il loro insostituibile contributo trasformava in musica i motivi e soprattutto le sonorità che lo avevano colpito. Capolavori come The Mooche, Black and Tan Fanta-

Ellington

forse

non avrebbe mai potuto raggiungere vertici così alti senza le voci uniche di quei musicisti così personali. Ma la musica di Duke Ellington che per quasi sessant’anni ha contraddistinto il mondo musicale del secolo appena trascorso, poteva considerarsi jazz? La risposta la diede lo stesso Ellington: «Non so se la mia musica sia jazz oppure no. Quello che so è che ciò che compongo ed eseguo con la mia orchestra è la musica del popolo nero americano».


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LA DOMANDA DEL GIORNO

Giusto pubblicare online i redditi degli italiani? GRAVISSIMA VIOLAZIONE DI VISCO, COSÌ SI AGEVOLANO PIZZO, RAPIMENTI E ODI FAMILIARI Non è assolutamente giusto che le nostre denunce dei redditi vengano rese pubbliche. E la legge sulla privacy dove va a finire? Possibile che il signor Visco non acceatti la sconfitta elettorale del suo partito e cerchi di danneggiare l’italia fino alla fine? Questa sarebbe ordinaria amministrazione per la quale il vecchio governo può ancora legiferare? Una volta tanto ha ragione Beppe Grillo, che dice che verrebbero facilitati pizzo, rapimenti e odi familiari.

Stefania Viola - Bologna

MI AUGURO CHE IL NUOVO GOVERNO REVOCHI IMMEDIATAMENTE IL PROVVEDIMENTO In apparenza può sembrare davvero un provvedimento democratico come afferma Visco. In realtà penso che non sia altro che violazione della privacy del cittadino. Perché il mio vicino deve sapere qual è il mio stipendio? Difficilmente un qualsiasi lavoratore sa quale sia veramente il reddito del collega e ciò è stato ritenuto giusto, tanto è vero che il cedolino mensile, ormai da anni, viene distribuito in busta chiusa proprio a tutela della privacy. E ora senza neppure interpellare il Garante vengono resi pubblici i conti di

LA DOMANDA DI DOMANI

Che ne pensate dell’esclusione del Papa dai cento più influenti del mondo? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

ogni cittadino.Tra poco verranno rese pubbliche pure le consistenze dei conti correnti? Mi auguro che il nuovo governo revochi immediatamente questo iniquo provvedimento. Però viene da ridere ora quando alle Poste o in Banca leggiamo «a tutela della privacy si prega di sostare al di là della linea gialla».

Giovanni Savelli - Firenze

È UNA LAMPANTE DIMOSTRAZIONE DELL’INUTILITÀ DEL GARANTE DELLA PRIVACY Assolutamente no. E’ l’ultima stupidaggine del duo ”Calamità «Tps-Visco». Ma è anche la dimostrazione lampante della inutilità della figura del Garante della privacy e del disprezzo con cui il governo Prodi ha trattato con questo.Tutti i giornali nel riportare la notizia, hanno riferito che il relativo sito dell’Agenzia delle Entrato è andato subito in tilt stante l’assalto dei curiosi. Mi viene tra l’altro da pensare che potrebbero essere messi in crisi molti rapporti familiari. Quanti non dicono ai parenti i cosiddetti ”propri affari”? Ed è giusto che il vicino di casa, magari pettegolo, sappia quali sono le mie vere entrate? E’ un fatto di democrazia,afferma «Vampiro Visco». Secondo me è solo barbarie e arroganza visto che il Garante della privacy afferma di essere stato tenuto all’oscuro dell’operazione. Ma se vogliamo dirla tutta, quest’ultimo provvedimento è in linea con la mentalità veterocomunista di Visco. Ricordiamo che il nostro aveva istituito il numero telefonico spia attraverso il quale un qualunque cittadino poteva denunciare eventuali evasioni fiscali del proprio vicino di casa. In perfetto stile Urss.

Alessandro Greco - Roma

L’AGENZIA DELLE ENTRATE FAREBBE BENE A OSCURARE I DATI IL PRIMA POSSIBILE Una vera e propria violazione, ecco cosa ha rappresentato l’aver pubblicato online gli affari nostri. E infatti, puntuale, è arrivato anche lo stop del Garante della privacy, che ha deciso «di chiedere formalmente e con urgenza ulteriori delucidazioni all’Agenzia delle Entrate e l’ha invitata a sospendere nel frattempo la diffusione dei dati in Internet». Speriamo bene.

ADESSO È IL MOMENTO DI FAR PARTIRE LA COSTITUENTE Quello della Costituente per il Partito dei Moderati Italiani non è un chiodo fisso dei Circoli Liberal, ma bensì l’impegno assunto con gli elettori moderati italiani. Pier Ferdinando Casini su questo ha dato e dà ampie garanzie che servono soprattutto a preparare quanti hanno creduto e scelto l’Unione di Centro come nuovo soggetto della politica moderata in Italia e in Europa quale riferimento del Partito Popolare Europeo. Da questo punto di vista la deriva a destra del Pdl non può che accelerare questa Costituente di Centro. Ne ha bisogno il Paese, ne hanno bisogno tutti quelli che chiedono un più ampio polo dei moderati laici, cristiani e liberali in cui far confluire i propri valori, le proprie idee e le proprie energie. Non è certamente quella della Costituente di Centro una questione di contenuti, tant’è che i riferimenti politici e culturali di liberal, della Rosa Bianca e di altre componenti si chiamano Pezzotta, Adorna-

CONAN IL BUDDISTA Si chiama Conan e sta ”pregando” nel monastero Zen ”Shuri Kannondo” di Naha, in Giappone, assieme con il suo proprietario, il monaco Joei Yoshikuni PARLAMENTO IN PIAZZA GRANDE La Carfagna non è l’unica deputata proveniente dal programma televisivo Piazza Grande, difatti è stata affiancata in questa legislatura da Barbara Mannucci, eletta sempre nelle file del Pdl. Così scopriamo che non solo Porta a Porta è la terza Camera, ma anche che Piazza Grande è un ottimo centro di collocamento.

Massimo Bassetti

LA DIFFICILE ANALISI DEL PARTITO DEMOCRATICO Antonello Soro è stato eletto capogruppo del Pd alla Camera. Per lui hanno votato 160 deputati, sui 208 votanti. Trentacinque le schede bianche, 10 i voti per Pierluigi Bersani. Soro è stato eletto con il 77% dei voti. Intanto si chiariscono i prossimi passi politici del Partito democrati-

dai circoli liberal Andrea Bonelli - Palermo

to, De Mita, garanzia di serietà e soprattutto di ragionamento e tutela della politica indirizzata verso i valori e la tutela del bene comune. Chi ha scelto l’Unione di Centro il 13 e il 14 aprile, lo ha fatto non solo per dare una rappresentanza parlamentare ai moderati italiani, ma anche per indicare un percorso chiaro e condiviso da quanti vogliono stare sotto la stessa bandiera. Questo percorso inizia con la nascita della Costituente di Centro che dovrà non solo trovare una corrispondenza nazionale, ma essere amalgama sui singoli territori dove il retaggio politico e culturale dei moderati, dei liberali e dei Cattolici impegnati in politica è ancora più forte e bisognoso di un unico grande progetto comune. Da questo punto di vista e proprio per non far mancare a questo appuntamento la forza e l’energia necessaria per far sì che esso “contamini” in profondità il territorio e le periferie italiane, che liberal sta chiamando ad uno sforzo ulteriore tutti i suoi iscritti in modo tale che l’Unione di Centro, già da oggi, possa contare sul nostro radicamento nazionale. A questo punto non ci resta che

co. Condivido il pensiero di Massimo D’Alema: «C’è bisogno di una analisi seria del risultato elettorale, che è stato una grande sconfitta che mette in luce dei processi nella societá sui quali vale la pena di riflettere e studiare. Bisogna articolare il processo di discussione politica e proseguire lo sforzo di costruzione del partito che è stato avviato con successo, perchè il partito è al 33%, è una grande forza». Per D’Alema, insomma, «il radicamento del partito va proseguito con intensità». L’auspicio, però, è anche quello che Walter Veltroni venga ”licenziato”dalla guida del Pd e che mantenga la promessa fatta tempo fa: se ne vada in Africa ché qui in Italia nessuno lo vuole più. Cordialmente ringrazio. Distinti saluti.

Luigino Coratti - Avellino

concretizzare quanto già esiste nel popolo dei moderati italiani, e cioè dare la possibilità di una casa comune a quanti nei fatti e nell’azione politica e culturale di tutti giorno già condividono questo percorso. Casini lo sa e sa anche che non può deludere il suo popolo e gli elettori che hanno anche per questo concesso all’Unione di Centro la possibilità di innescare questo grande sogno comune. Vincenzo Inverso SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

APPUNTAMENTI Il coordinamento regionale della Campania ha attivato un numero verde per aderire ai circoli liberal del territorio 800.91.05.29 Avvocato Massimo Golino


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog ADESSO ALEMANNO SI RIMBOCCHI LE MANICHE

Ebbi la tua lettera come una carezza Dina, quel viaggio che ho rifatto da solo, dopo averlo fatto insieme a te è stato una gran tristezza; ogni luogo, ogni pietra che abbiamo visto insieme mo ritorna dinanzi, e mi lega. Le parole, gli atti, il tono della voce. Le parole che non dicesti e quelle che non osai dirti. Ancora non mi dà pace di aver perduto questi giorni che avrei potuto passare ancora insieme a te, o vicino a te. E se non fosse la certezza di far pensare che son matto... farei il ballo del ritorno anche per un sol giorno. Beata te che sei così giudiziosa ed equilibrata.Vedi che un po’ d’equilibrio l’hai dato anche a me. Però domani sera voglio essere a Milano, senz’altra dilazione, e vuol dire che lontani per lontani guarderò almeno il posto dove ti vedevo passare dalla finestra. Che sciocchezze eh? Ebbi la tua lettera come una carezza. Ma l’avevo aspettata tanto che sono andata ad aspettarla anche all’arrivo del corriere dall’Italia. Giovanni Verga a Dina (Francesca Giovanna Castellazzi)

30 APRILE 2008: I SOGNI AVVERATI Gianfranco Fini presidente della Camera dei Deputati, Gianni Alemanno Sindaco di Roma: il 30 aprile 2008 sarà ricordato come il giorno più gioioso nella storia di una comunità umana e politica: quella della destra italiana che ha concretizzato un percorso fatto di ideali, di passione e di sogni. Questa vittoria appartiene a tutti coloro che non hanno mai smesso di crederci, a quelle generazioni di ribelli che hanno scelto di mettersi a disposizione della loro Nazione senza chiedere nulla in cambio, ma soprattutto a tutti quegli esempi di militanza e sacrificio che hanno donato all’Italia se stessi e senza i quali oggi non saremmo qui. Questo risultato sarà per tutti i cittadini italiani quello strumento in più che consentirà al nuovo governo Berlusconi, ai senatori, ai deputati e a tutti i sostenitori di trasformare in azione quelle idee e quei valori da sempre portati avanti con passione e tenacia. Grazie per l’ospitalità sulle vostre pagine, distinti saluti.

Greta Gatti - Milano

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

3 maggio 1469 Nasce Niccolò Machiavelli, scrittore e politico italiano

1901 Nasce Gino Cervi, attore e doppiatore italiano

1915 L’Italia ripudia la triplice alleanza: il 23 maggio entrerà in guerra contro l’Austria 1937 Il romanzo Via col vento di Margaret Mitchell vince il Premio Pulitzer 1952 I tenenti colonnelli statunitensi Fletcher e Benedict atterrano con un aereo sul Polo Nord geografico 1968 Parigi, prime cariche della polizia contro studenti in protesta: è l’inizio del Maggio francese 1979 Inghilterra, Margaret Thatcher viene nominata Primo Ministro 1991 Viene trasmesso l’ultimo episodio della soap opera Dallas 1998 Alle 00.08 Jacques Chirac e Helmut Kohl firmano l’accordo sulla nomina del presidente della Bce: è la nascita dell’euro. Provvisoriamente vale 1942,03 lire italiane 2002 L’euro diventa la valuta ufficiale dei paesi dell’Unione Monetaria Europea

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei,

I cittadini romani hanno bocciato il modello Veltroni e Alemanno ha avuto la grande forza ma soprattutto la straordinaria umiltà di ascoltare la città, caricarsi i suoi problemi trovando soluzioni efficaci e condivise con un salto di livello qualitativo che ha permesso a tutta la classe politica romana di centrodestra di cogliere appieno l’occasione aperta alla fine del ciclo veltroniano. Adesso è il momento di mettere da parte la polemica politica e la denuncia del fallimento storico della sinistra che ha riprodotto i mali della città, bisogna rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare duramente per il bene di tutti i cittadini romani vincendo quella battaglia culturale del rinnovamento della politica interpretando una azione amministrativa più autentica di quella offerta fino ad oggi, ripristinando un rapporto lineare tra le parole e la realtà, interrompendo la catena del clientelismo e dei privilegi, della cementificazione sconsiderata e delle inutili spese e allo stesso tempo impiegando le migliori risorse economiche ed umane per risolvere i numerosi problemi sociali delle persone più bisognose, del degrado e dell’insicurezza, del quotidiano e della vita reale di tutti i giorni.

Gaia Miani - Roma

PUNTURE Per Rutelli il Campidoglio è diventato Ztl: zona a traffico limitato.

Giancristiano Desiderio

Chi vive senza follia non è così savio come crede FRANÇOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

Giancristiano Desiderio, Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di Buon compleanno, Zuanin Caro Giovannino, cento di questi giorni! Cento di questi Primo Maggio, come quello del 1908, roba di tanto tempo fa, quasi impossibile da ricordare come fosse fatto oggi come oggi. Eppure c’è da immaginarselo: quella campagna che si preparava per il maggengo e la vita dell’estate, il sole alto sulle strade costeggiate dai filari di alberi, la vita quieta dei paesi che erano città, tutto nasceva e si compiva lì.Vita bucolica, ma pure vita di sudore e duro lavoro. Caro Giovannino, nel giorno in cui noi tuoi affezionati lettori celebramio il centenario della tua nascita, io ripesco quella pagina dell’Unità del 23 luglio 1968, quando osò dire che era morto uno scrittore mai nato. A conti fatti, è come se tu non fossi mai morto mentre l’Unità se l’è vista brutta in diverse occasioni ed ora è più anonima che mai. Per chi ti conosce non sei solo l’anima del Mondo piccolo, di don Camillo e Peppone. Sei il giornalista del Candido e delle battaglie giornalistiche che così potevano essere condotte solo da chi la sa lunga, da chi è fiero di essere come è, del mestiere che fa e della cultura semplice che si porta sulle spalle. Sei il padre di famiglia che facendo le prediche ai tuoi Carlotta e Alberto, inevitabilmente finiva per farle agli altri, grandi e piccoli. Sono valide ancora oggi, peccato la gente non sappia più leggerle. Sei l’ex Internato militare che prese la via della Germania, affrontadola con il sorriso in attesa dei giorni migliori, anche quando la loro alba pareva lontanissima. Sei l’uomo che non si è mai tradito, che non ha mai rinnegato, perché quanto hai fatto nella tua vita, troppo breve, è sempre nato dall’orgoglio di essere te stesso. Sei quell’artista che la mattina presto guardava fuori dalla finestra di

casa, dopo una lunga notte al lavoro, per vedere i contadini che marciavano verso i campi, scovando in quell’attività così umile il senso di tante cose. A noi uomini comuni i figli e i nipoti interessano più di ogni altra cosa. Più ancora di noi stessi, perché noi ci consideriamo il chicco di grano che si nutre dei succhi della terra per dar vita alla spiga e la nostra esistenza è in funzione della spiga. Hai reso felici migliaia di persone. Le hai risollevate, fatte sorridere e pensare, riflettere e meditare. Hai lasciato centinaia e centinaia di progetti incompiuti, bozze di racconti, vignette e articoli che stanno tornando alla luce per i tuoi cento anni. Hai superato i confini della letteratura italiana, della critica e del ben pensare, conquistando tutti gli angoli del mondo. Hai fatto commuovere e, ancora oggi, riesci a far rivivere quel Mondo piccolo che non c’è più. O se c’è, non è quello di un tempo, non è il tuo Mondo piccolo. Sei morto nel ‘68, non credo tu abbia fatto apposta, ma è come se avessi voluto dire che il tuo tempo era scaduto, che era il momento di levare il disturbo da un mondo che in quell’anno si rovinò parecchio. Lasciando ai tuoi amici lettori l’eredità di pensare con la propria testa e di rimanere quelli di sempre, quelli alla Peppone che nel bel mezzo di un comizio, assalito dalle note dei suoi trascorsi di soldato sul fronte della Prima guerra mondiale, ammetteva che sono la patria, la fede e la famiglia a contare davvero.Tre pilastri magari un po’ logorati dal tempo, ma ancora ben saldi. Per lo meno, nei tuoi lettori, che sono ben più di 23, Giovannino. Manchi a tutti noi. Però sappiamo che non sei mai morto. Buon compleanno, Zuanin.

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2008_05_03  

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