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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

Carte Che Guevara tutta un’altra storia

e di h c a n o cr di Ferdinando Adornato

Alberto Mingardi Leonardo Facco

da pagina 12

intervista MARIO SEGNI: «SUL TIBET IL SILENZIO DELL’ITALIA» pagina 7

Riccardo Paradisi

italia al voto DAL REGNO DELL’ABBONDANZA ALLA DISPERAZIONE pagina 9

Gianfranco Polillo

Poste italiane spa • Spedizione in abbonamento postale d.l. 353/2003 (conv. in L. 27-02-2004 n.46) art. 1; comma 1 - Roma

russia

Qualunque sia il risultato del voto le emergenze che deve affrontare l’Italia richiedono idee, progetti e visioni che né Veltroni né Berlusconi sono in grado di garantire da soli

Il lungo addio di Mosca

Un governo dei migliori

bioetica NEL DUBBIO, SCEGLIERE SEMPRE LA VITA

NUMERO

66 •

WWW.LIBERAL.IT

pagina 20

Karl Lehmann

80411

alle pagine 2, 3, 4, 5 e 6

VENERDÌ 11 APRILE 2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

pagina 11

Francesco Cannata

• CHIUSO

9 771827 881004

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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un governo dei

i arriva all’appuntamento elettorale in una situazione di grande incertezza su quel che potrà accadere dopo. Per la prima volta, dal 1994 in poi, c’è infatti bisogno di un responso netto delle urne per capire le condizioni di governabilità. L’esperienza prodiana ha dimostrato che con ventimila voti in più non si va da nessuna parte. Così Berlusconi ha parlato di un tetto di almeno venti senatori, indicandolo come margine minimo di sicurezza per il Pdl e i suoi alleati. Ma l’incertezza non riguarda solo la distribuzione dei seggi a Palazzo Madama.

S

Il problema vero è che il futuro dell’Italia richiede scelte assolutamente al di fuori dell’ordinario. La stagione bipolare lascia in eredità un cumulo di emergenze lungo l’intero ventaglio della vita sociale, del mondo produttivo, del rapporto tra Stato e cittadini, della capacità di scelta delle istituzioni e dei poteri. E per compiere queste scelte c’è bisogno di un’azione politica seria e responsabile. La campagna elettorale non ha mostrato i segni di una possibile svolta. Anzi. All’inizio, c’è stata soprattutto la richiesta da parte di Berlusconi e di Veltroni di scommettere sulla forma del bipartitismo e sulla fiducia in due leader disposti anche a incontrarsi e a lavorare insieme. Escludendo gli altri. Il tutto però in un contesto poco chiaro, cioè nel contesto di un accordo di potere. Poi, con il passar delle settimane e soprattutto negli ultimi giorni, i toni sono cambiati e il dibattito, soprattutto da parte del Pdl, è tornato indietro, a quello che è stato definito «lo spirito del ‘94». È riemerso il passato, mentre tutti si aspettavano che cominciasse a delinearsi un’idea del futuro. Nelle ultime ore, infine, la polemica sollevata dal Cavaliere su Napolitano ha creato ulteriore confusione, ha diffuso la sensazione che la sera del 14 davvero ci si possa trovare di nuovo trovare in una situazione di incertezza. Una sensazione ulteriormente accentuata dal primo smarcamento compiuto da Gianfranco Fini, dopo il patto di ferro tra Forza Italia e Alleanza Nazionale che ha portato alla nascita del listone del Pdl. Non molto diversa è la situazione sull’altro fronte, dove – detto in sintesi – l’azione di Veltroni è esposta al giudizio della percentuale elettorale che raccoglierà e dove il percorso del Pd è alle prese con l’esame più importante, quello dell’appeal verso la Sinistra arcobaleno e della tenuta dei consensi moderati rispetto al richiamo centrista dell’Udc. I due «colossi» sono tenuti insieme da un destino parallelo: che per il Pdl è il margi-

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All’incertezza del risultato elettorale, soprattutto al Senato, se ne aggiunge un’altra: l’inadeguatezza di Pd e Pdl

Chi ci porterà fuori dall’emergenza? di Renzo Foa

ne della vittoria e che per il Pd è il margine della sconfitta. A meno di un ribaltamento clamoroso delle previsioni. Lunedì sera sapremo come è andata. Come avrà vinto l’uno e perso l’altro, quale sarà la con-

Dire agli italiani la verità, presentar loro scomode soluzioni, affrontare con serietà i compiti di governo. Queste sono le domande che circolano nella società

A proposito dell’appello di Gianni Vattimo in sostegno di Pechino

Sanguinari, quei monaci tibetani di Nicola Procaccini se i disordini in Tibet non fossero stati altro che un pogrom anticinese? Una caccia all’uomo da parte dei monaci con donne, bambini e vecchi cinesi dati alle fiamme?», si domandava ieri il filosofo marxista Gianni Vattimo. Effettivamente non ci aveva ancora pensato nessuno. Ma ne è convinto pure il professor Domenico Losurdo, ordinario di storia della filosofia all’università di Urbino. E così i due hanno lanciato un appello via internet a difesa del governo di Pechino «dall’attacco occidentale» e contro la censura (!) dei mass media europei ed americani. Sul blog di Losurdo c’è anche un lungo articolo a spiegare meglio le ragioni dell’appello. «Va da sé: sono fuori discussione l’arroganza e la vena razzistica dell’imperialismo, ma non per questo bisogna dimenticare le infamie della teocrazia tibetana –

«E

scrive Losurdo, che dopo aver celebrato Mao Tse Tung si scaglia contro il Dalai Lama – Che importa se quest’ultimo è in realtà ricco e brutto? Sì, è ricco in quanto esponente di una casta sfruttatrice e super-alimentato di dollari già dagli anni ’50; brutto, per il fatto che vorrebbe continuare a condannare ad un’orribile condizione di degradazione gli schiavi dell’aristocrazia e teocrazia tibetana». Mah! Sarà che siamo tutti irrimediabilmente corrotti dalla propaganda occidentale, ma ci è sembrato che le parole del Dalai Lama di ieri fossero addirittura commuoventi: «Sono a favore del fatto che la Cina ospiti i più famosi giochi al mondo, però i tibetani hanno diritto a una protesta non violenta». In realtà, la cosa più triste è pensare a quei ragazzi costretti a sedersi di fronte al professor Losurdo per sostenere il proprio esame universitario.

sistenza del centro politico, a quale futuro può pensare Bertinotti, quale sarà la presenza della Destra e così via. Sapremo se ci sarà stato un referendum a favore dell’improvvisato bipartitismo chiamato «Veltrusconi» o se invece gli elettori avranno preferito un quadro politico più pluralista. Ma la sensazione è che, al di là del risultato, nè il Pdl nè il Pd siano in grado di governare l’Italia e di affrontare le tante emergenze che si sono accumulate. Che nessuno dei due abbia la forza politica per farlo, che non ci siano forti culture di sostegno e visioni adeguate del futuro.

Siamo un Paese in cui la discussione sulla legge elettorale ha finora oscurato il grande e drammatico problema, posto vent’anni fa e mai risolto, di riscrivere le regole fondamentali del patto costituzionale. Dei candidati premier, solo Casini ha annunciato che uno dei primi atti dell’Udc sarà quello di promuovere un’Assemblea costituente. Siamo un Paese che perde ricchezza, competitività, produttività. Siamo un Paese – è quasi inutile ricordarlo – alle prese con due vicende emblematiche come la crisi di Alitalia e come la questione dei rifiuti in Campania che ci rendono estranei al XXi secolo. Dice il vero Berlusconi quando afferma di sentirsi schiacciato da questi pesi nel momento in cui tornerà a Palazzo Chigi. Ma dovrebbe essere sincero fino in fondo e riconoscere – anche alla luce dell’esperienza del quinquennio 2001-2006 – che la svolta di cui l’Italia ha bisogno può essere imboccato solo da un governo che abbia un potere inedito. Si è parlato di «governo dei migliori». Può anche dare fastidio, ma non c’è una formula più adeguata. Il vero salto di qualità – dopo la fine delle speranze riposte nel bipolarismo e il fallimento della Seconda Repubblica – consisterebbe oggi nell’affidarsi ad un esecutivo capace di rappresentare davvero le forze più dinamiche e innovative, traducendo il voto popolare in un sostegno a questa scommessa. Non pensando a questa soluzione come ad una via di uscita da un risultato di stallo, ma ad una vera e propria necessità nazionale. Dire agli italiani le scomode verità, presentar loro scomode soluzioni, affrontare con serietà e senso di responsabilità i compiti di governo. Queste sono le domande che circolano nella società. Nulla di tutto questo è apparso nella campagna elettorale di Berlusconi e di Veltroni. Ma, per il dopo, è l’unica prospettiva che vale la pena di tenere aperta.


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Scenari possibili sul dopo 14 aprile. Parlano Cesa, Urso, Matteoli e La Loggia

Se non sarà premiato il bipartitismo... di Errico Novi

ROMA. Bisogna prima di tutto intendersi sulle parole. «Se tra Pdl e Pd nessuno dei due vincesse, il bipartitismo si fermerebbe ai nastri di partenza, ma è davvero arduo parlare di bipartitismo: non si tratta di due partiti ma di contenitori con dentro tutto e il contrario di tutto». Il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa vede un vizio d’origine nell’assetto proposto da Berlusconi e Veltroni, una falsificazione di fondo. Ma intravede anche lo sconvolgimento dei piani messi in campo a destra e a sinistra nel caso in cui il Senato restasse in bilico. E da lì immagina sviluppi problematici nel rapporto tra Forza Italia e il partito di Fini: «Senza una vittoria soddisfacente il Popolo della libertà non parte nemmeno. In Alleanza nazionale c’è grandissimo malumore per questa annessione, destinato a esplodere di fronte a un risultato elettorale incerto».

Prendere atto del fallito tentativo si tradurrebbe, per i promotori del bipolarismo, in un dialogo più produttivo. L’azzurro Enrico La Loggia è convinto però che un buon lavoro sia possibile anche nello scenario per lui scontato di una «vittoria del Pdl con ampio margine anche al Senato», vede «una rivoluzione del sistema dei partiti, che si ridurranno a 5 o 6, secondo uno schema decisamente più europeo. Ma certo nella prossima legislatura potremo realizzare una riforma costituzionale cercando il consenso più ampio possibile. E partendo magari da quella che avevamo già approvato nella precedente legislatura e che si è fermata al referendum. In quel modello ci sono innovazioni che vanno anche enfatizzate, a cominciare dal rafforzamento dei poteri matrimonio tra azzurri e finia- schio, è giusto che sia così co- Si può interpretare lo scena- del premier, oltre a tutta la ni. Matteoli si rimette alla sin- me è stato giusto accettare rio in due modi diversi. Secon- parte sul superamento del bicerità dell’impulso iniziale, a una sfida così grande: abbia- do la tesi di Urso, che auspica cameralismo e le funzioni del un accordo «che non è eletto- mo deciso di cogliere un’occa- un rafforzamento del bipartiti- Senato». Il vicepresidente dei In gioco non c’è solo il go- rale ma politico, fondato sulla sione probabilmente unica per smo, o in base alla premessa di deputati di Forza Italia parla di verno del Paese, questo è chia- convinzione di far nascere su- superare il multipartitismo. Cesa, per il quale «comunque «consigli e suggerimenti che ro: dalla nettezza del responso bito dopo una forza unitaria». Siamo andati oltre le apparte- non ci troviamo di fronte a due ascolteremo volentieri da tutte delle urne dile altre forze». In teoria il problema nenze», ricorda Urso a propo- partiti». Si può agpende anche il Fa il discorso non nasce nemmeno sito del sacrificio che soprat- giungere che un asse disegno di Berpiù comprensida un eventuale pa- tutto il suo partito ha deciso di forte Pdl-Pd non nelusconi e Veltrobile, per chi ni, a cui serve immagina di serve la forza vincere con corroborante di margine sicuun Parlamento ro: partire da senza terzi incoun percorso modi. Con molriformatore ta onestà i big di reggio ma, come fa accettare. Sarà un prezzo ben cessariamente favoriben radicato An ammettono notare Adolfo Urso, ripagato però: «Il Pdl si ritro- rebbe un processo nella cultura il peso della «dal risultato dei verà con un elettorato che riformatore robusto. dei vincitori e scommessa. Alpartiti intermedi: se nemmeno la Dc dei bei tempi Se uno dei due conaprirsi a contributi esterni, tero Matteoli rice ne fossero diver- riusciva ad avere, e questo as- tendenti si trovasse in Lorenzo Cesa, Altero Matteoli, con disponibicorda che «non se in grado di supe- sicurerà una svolta decisiva una posizione di chia57 anni, nel 2005 59 anni, dirigente ro vantaggio avrebbe lità ma senza è certo la legge rare la soglia dell’8 per il Paese». è subentrato di Alleanza nazionale. tutto l’interesnegare i princielettorale a faper cento al a Marco Follini come È stato ministro segretario nazionale dell'Ambiente se a giocare pi di partenza. vorire un proSenato lo dell’Unione di centro. dal 2001 al 2006. sui tempi lunConsiderata cesso bipartitiscenario Incarico ghi, almeno Capogruppo al Senato però l’immatuco: si deve solo cambierebche ricopre tuttora in questa legislatura rità del sistecon la legge al coraggio e albe, sarebbe ma, non ci vuoelettorale. In la capacità delle penalizzata un quadro multipolare le molto a ricadere nell’ipotesi due forze maggiori se andia- la comune volontà invece l’idea di una Co- meno incoraggiante: quella di mo in questa direzione. Da emersa a destra e sinistituente per le riforme una maggioranza che non si una parte Ds e Margherita stra di accelerare la sarebbe assai più prati- straccerà le vesti per asseconhanno saputo scommettere su semplificazione. Se incabile. Non è un caso dare le proposte dell’altra parun partito nuovo, dall’altra ab- vece gli italiani premieevidentemente se ieri il te, e di una minoranza che non biamo fatto nascere una gran- ranno il Pdl con la sua leghista Roberto Ca- avrebbe interesse a dare alla de lista del centrodestra», dice mini coalizione e l’agstelli ha sì considerato legislatura un valore forteil presidente dei senatori di gregazione del Pd, «puramente teorica» mente innovativo, giacché in An, «e speriamo che il risulta- avremmo alle Camere Adolfo Urso, 50 anni, Enrico La Loggia, l’ipotesi di un pareggio questi casi i meriti vanno soto elettorale acceleri l’evolu- solo due gruppi di esponente di Alleanza 61 anni, vicepresidente ma ha anche detto che, prattutto a chi governa. Solo zione del Pdl in un unico par- maggioranza e due, tre nazionale. È stato dei deputati se la remota possibilità un risultato più incerto favoritito». Parole che evocano indi- al massimo di minoviceministro di Forza Italia. È stato ministro si avverasse, «è chiaro rebbe la maturazione del sisterettamente l’altro aspetto del ranza». Come tutte le alle Attività produttive nel governo per gli Affari regionali che la prima cosa da ma, ma è un sacrificio che nel problema: se il risultato non scommesse, riconosce Berlusconi, con delega nei governi fare sarebbe una legge Pdl non hanno alcuna intenfosse esaltante a scontare un il parlamentare di An, al Commercio estero Berlusconi II e III elettorale concordata». zione di affrontare. prezzo immediato sarebbe il «c’è un margine di ri-

In gioco non c’è solo Palazzo Chigi ma la tenuta del disegno di Berlusconi e Veltroni: senza un esito nettamente favorevole alle due forze maggiori lo schema salta subito


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Da sempre imprenditori e banchieri hanno appoggiato i partiti di governo

Il gattopardismo dell’establishment di Giancarlo Galli

Sopra Palazzo Chigi. In basso, a destra Giovanni Giolitti, a sinistra Bettino Craxi mprenditori e banchieri sono governativi per definizione», sosteneva Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat e sodale del conterraneo piemontese Giolitti, grande statista dell’epoca. Un liberal-progressista, che strizzava l’occhio sia ai cattolici che ai rampanti socialisti. Governativi con prudenza, però; in quanto “prima” vengono gli interessi qui. Quindi pronti a salire sul carro del vincitore di turno. Nell’arco di un secolo l’atteggiamento di fondo non è sostanzialmente mutato, sia pure con una serie di varianti e qualche sbandata. Da ricordare: l’appoggio nemmeno tanto mascherato al fascismo (che li arricchì attraverso l’autarchia ed il corporativismo); il sostegno ai liberali di Malagodi negli anni Cinquanta per bloccare il centrosinistra; Adriano Olivetti con il velleitario esperimento di Comunità. Episodi, comunque, a latere della linea maestra: ipotecare il Potere politico facendo leva sui partiti minori, centristi ma non troppo, capaci di condizionare i governi per decenni democristiani. Due i pilastri: i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, che ebbero nella Fiat di

«I

Vittorio Valletta il principale sponsor; e il piccolo ma autorevolissimo Partito repubblicano (da Ugo La Malfa a Giovanni Spadolini), autodefinitosi «coscienza critica del Paese», pupillo della Mediobanca di Enrico Cuccia e della Banca commerciale di Raffaele Mattioli.

La contestazione, Tangentopoli,misero in crisi tale strategia, provocando la diaspora. Punendo chi, intravista la fine dell’Era democristiana, aveva provato (come Raul Gardini) a cavalcare il craxismo. Alle elezioni del 1994, in molti furono colti da paura innanzi alla “gioiosa macchina da guerra” di Achille

essersi trovato di fronte ad un “uomo di spettacolo”. Mostrando interesse, al pari del fido Vincenzo Maranghi, per la Lega di Umberto Bossi. Era epoca di conati secessionistici, contatti con i bavaresi; ed il padrone di Mediobanca riteneva che l’uscita dal tunnel passasse attraverso alleanze internazionali.

Dal passato al presente. Indubbio che, almeno al Nord, l’establishment economico-finanziario a partire dal 1996 abbia avuto un feeling col prodismo, forse non immemori della manna incassata con le privatizzazioni.Tuttavia tra una legislatura e un’altra con l’intermezzo della presidenza comunitaria a Bruxelles, le simpatie verso Pro-

prenditorialità. Finché i poteri forti si presero la rivincita, con Montezemolo.

I big iniziarono allora a tessere le trame del “dopo Prodi”. Pochi, il banchiere Giovanni Bazoli capocordata, restando fedeli al premier; i più, spavaldamente capeggiati dall’ingegner Carlo De Benedetti che usava i suoi panzer editoriali (da La Repubblica all’Espresso), presero a lavorare per il futuro Partito democratico. Individuando in Walter Veltroni l’uomo giusto. Fotocopia di un socialdemocratico conciliante capace di rompere con l’Estrema. Per il battesimo del Pd “firme” illustri dell’industria e del

Da Giolitti a La Malfa, da Craxi a Berlusconi, da Prodi a Veltroni: tutti hanno avuto il sostegno dei poteri forti. E ora in caso di pareggio spunta l’ipotesi del professor Mario Monti Occhetto, riciclatore del vecchio Pci, ribattezzato Pds. Nel timore di un salto nel buio, obtorto collo, individuarono in Silvio Berlusconi il male minore. Il Cavaliere vinse, Gianni Agnelli da senatore a vita di fresca nomina, non gli negò l’appoggio a Palazzo Madama. A Milano un fatto curioso: Enrico Cuccia, incontrato Berlusconi, confidò agli intimi di

di si appannarono. Per il condizionamento esercitato dall’estrema sinistra. Egualmente vero: il quinquennio berlusconiano deluse, per insufficienza di grinta. Nel frattempo, la presidenza in Confindustria di Antonio D’Amato (molto vicino al centrodestra) aveva spaccato l’organizzazione. Su un versante i notabili, sull’altro la media e piccola im-

banking; leste a ritrarre la mano, appena gli umori dell’opinione pubblica sono mutati e la crisi di g overno ha accelerato in maniera non gradita i tempi del cambiamento. Che Veltroni la spunti è, alla vigilia del voto, opinione minoritaria nell’establishment. In ogni caso, mettendo in lista i vari Calearo e Colaninno junior, una puntata è stata fatta. Quasi a

bilanciare la defezione sussurrata di Corrado Passera, il timoniere di Intesa-Sanpaolo, che s’appresterebbe a dialogare con il Pdl, se vincente. Idem per il discusso Cesare Geronzi di Mediobanca e per il presidente delle Generali Antoine Bernheim, così amico di Vincent Bolloré, così amico di Nicolas Sarkozy.

Quel che si sente dire in proposito, sebbene da prendere con beneficio d’inventario, è illuminante e sconcertante. L’intransigenza di Air France su Alitalia sarebbe dovuta all’attesa del governo che verrà. Col segreto impegno a ricontrattare, salvando la Malpensa, icona leghista, per la cui sopravvivenza si è pure schierata la Confindustria, da Luca Montezemolo a Emma Marcegaglia. Casualmente? Si registrasse un pareggio parlamentare? Previsto: l’uomo da mettere in pista è il professor Mario Monti, eminente tecnico e accademico, sostenuto non da un partito o da uno schieramento ma da quella Camera dei Lord che sono gli azionisti del Corriere della Sera. Più governativi per definizione di così, davvero è difficile immaginare.


un governo dei TORINO. Non c’è dubbio: Michele Vietti è un politico che le idee le ha chiare e che certamente ha la forza e l’onestà di non abbandonarle per nessun tipo di ammiccamento trasversale. Non tradisce il minimo dubbio sul potenziale umano, politico e culturale del partito di cui è vicesegretario, l’Udc, ma soprattutto convince la sua analisi sul ruolo fondamentale di trait d’union che questo può rappresentare nel dialogo tra il pensiero cattolico e il pensiero laico e liberale. La Fondazione liberal, da più di dieci anni, si fa promotrice proprio di un proficuo e fertile incontro tra queste due anime. Ritiene il nuovo progetto dell’Unione di centro in grado di comporre politicamente queste tradizioni? L’Unione di Centro nasce come un partito di cattolici, orgoglioso della sua identità e della sua storia. In un momento in cui altri cercano faticosamente di mettere insieme tutto e il contrario di tutto, l’Udc offre una chiara specificità. Crediamo nella forma-partito come luogo dove si coltiva una specifica identità che non può prescindere da elementi dottrinali. Se passiamo a chiederci però di quale identità e di quali

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L’Udc, l’identità cattolica e l’apertura al pensiero laico e liberale

«Sentinelle contro il rischio inciucio» colloquio con Michele Vietti di Anna Veronica Gianasso e Michele Ghiggia discutibili perché pretendono che un valore come quello della vita, la quale di per sé dovrebbe unire persone che su altri temi la pensano diversamente, possa farsi partito, cioè parte. E così lo si sminuisce, dal momento che qualcuno sarà poi tentato di calcolare la sua condivisione nella società italiana sulla base dei voti che prenderà la lista Ferrara. Ma nell’affermazione secondo cui i valori devono stare fuori dalle urne c’è anche il germe di un errore: quello secondo cui la politica si occupa di economia, di giustizia, di tasse e di ponti ma non si deve occupare dell’eutanasia, della famiglia e dell’aborto. Questo

Nell’affermazione per cui i valori devono stare fuori dalle urne c’è un nucleo di verità, ma anche il germe di un errore: perché vita e famiglia incidono sulle leggi e le leggi le fa il Parlamento elementi dottrinali si tratta, scopriamo che la storia della presenza politica dei cattolici in Italia è anche la storia di una continua collaborazione con la parte, in realtà maggioritaria, dei laici che non sono laicisti, anticlericali o mangiapreti ma che - pur non essendo credenti - convengono con i credenti sulla necessità di regole del gioco etiche che valgano per tutti e che vanno a costituire quella che Benedetto XVI ha chiamato “la grammatica della vita sociale”. L’Udc può coniugare una forte autoconsapevolezza della propria identità cattolica e un’apertura alla collaborazione, anche sistematica, con il pensiero laico e liberale. «I valori non sono in vendita»: uno slogan importante, che evoca una società ancora in grado di coltivare le proprie tradizioni, di difendere la propria storia e costruire un futuro solido fondato su radici antiche. Quali sono le linee guida di un progetto che pare, allo stato, estremamante ambizioso? In questa campagna elettorale abbiamo spesso sentito dire che i valori devono stare fuori dalle urne e rimanere nel profondo delle coscienze, perché le proposte politiche sono per loro natura complesse e sono cosa diversa dalle rappresentazioni etiche di un valore o di un insieme di valori. In questa affermazione c’è un nucleo di verità, e cioè che le “liste di scopo” come quella di Giuliano Ferrara sono estranee alla nostra tradizione politica, e sono anche

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è anzitutto un errore di fatto, perché sulla vita e sulla famiglia incidono le leggi, le leggi le fa il Parlamento, e il Parlamento è il luogo della politica. Ma è anche un errore di principio, perché pur dovendosi distinguere fra reato e peccato - di fatto alcuni peccati sono anche reati. E in genere chi governa è chiamato a fare scelte che hanno molto a che fare con i valori, dunque sarà costretto a dichiarare dopo le elezioni a quali valori s’ispira. Noi preferiamo dichiararlo prima. L’amministrazione della giustizia continua ad essere un problema cruciale: riforme incompiute o modificate continuamente, estrema lentezza nelle procedure e pericoloso del rapporto tra il potere politico e giudiziario. Quali dovrebbero essere i provvedimenti da introdurre subito nel sistema? L’esperienza di questi anni ha dimostrato che non è opportuno sconvolgere il rito processuale con interventi spot, ad personam, mal coordinati tra loro, ma è necessario procedere a una semplificazione attribuendo poteri e responsabilità ai singoli soggetti interessati. La risposta di giustizia deve essere certa e rapida. Per far ciò occorre procedere in-

nanzitutto ad una riorganizzazione della geografia giudiziaria secondo parametri di funzionalità. È inoltre necessario favorire il ricorso a forme di risoluzione alternative delle controversie tramite organismi di conciliazione, introducendo sanzioni significative per chi agisce o resiste in giudizio in modo palesemente infondato. Occorre poi attribuire al giudice la direzione e la responsabilità della ragionevole durata del processo con adozione di protocolli di gestione e programmazione delle udienze. Per il carico pregresso abbiamo proposto la “rottamazione delle cause pendenti”, offrendo un bonus fiscale a chi è disposto a definire la controversia con una transazione. Anche il settore penale è stato in questi decenni “maltrattato”ed è su questo piano che il conflitto tra i due poteri si è maggiormente acuito. Chi ne ha più risentito sono stati i cittadini. Il 30 giugno 2008 entrerà in vigore la normativa sulla class action italiana: una nuova opportunità di tutela per i consumatori? In punto di principio la risposta non può che essere positiva. La possibilità per il singolo consumatore di veder tutelato un proprio diritto da parte di un soggetto terzo, tendenzialmente meglio organizzato, è certamente elemento positivo e merita di essere introdotto nel nostro ordinamento. Ciò che non condivido affatto l’eccessivo potere attribuito alle associazioni di categoria in assenza di qualsivoglia controllo sulla loro struttura e sui procedimenti decisionali interni; non può delegarsi all’associazione il potere di decidere quale azione esercitare, nei confronti di chi e, soprattutto, a quali condizioni transigere. Ci sono poi due criticità. Innanzitutto i tempi: dall’inizio dell’azione collettiva risarcitoria al risarcimento effettivo del contraente finale, qualora l’impresa non intenda giungere a un accordo, trascorre un tempo superiore all’attuale vita media di un essere umano. In secondo luogo mancherà, in Italia, la spinta propulsiva degli studi legali ad agire a tutela degli interessi collettivi. A differenza dai sistemi anglosassoni, dove il giudizio collettivo termina con la condanna al pagamento di una cifra che ben può essere presa a parametro per la liquidazione dei compensi degli avvocati, in Italia l’azione termina, nei fatti, con una condanna generica sull’esistenza del comportamento illegittimo, il che certo non è incentivante per il professionista. Gli obiettivi ed il posizionamento dell’Unione di Centro dipenderanno, in larga misura, dall’esito dell’imminente consultazione elettorale? In questo sistema le alleanze si fanno prima delle elezioni e non dopo. L’Unione di centro farà dopo le elezioni la sentinella contro il rischio di “inciucio” tra Veltroni e Berlusconi. Saremo comunque disponibili a valutare caso per caso le iniziative parlamentari coerenti con il nostro programma. L’Udc ha nel suo Dna la “governabilità”, intesa come senso delle istituzioni e del bene comune: questo rappresenterà in ogni caso un valore aggiunto e un elemento di equilibrio nel prossimo Parlamento.


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Il leader di An: «Alla gente non può fregare di meno di quel che è scritto sulle prime pagine»

Berlusconi lascia perplesso pure Fini d i a r i o

d e l

g i o r n o

Rifiuti: la Corte europea condanna l’Italia La Corte europea di giustizia ha condannto l’Italia per la «tardiva e non corretta applicazione della direttiva volta a prevenire le ripercussioni negative sull’ambiente derivanti dalle discariche di rifiuti». L’Italia era stata deferita ai giudici Ue dalla Commissione, e secondo l’esecutivo europeo, il decreto legislativo di applicazione della norma comunitaria viola alcuni articoli. La direttiva prevede che gli Stati elaborino una strategia nazionale per la riduzione dei rifiuti, stabilisce regole sui costi dello smaltimento, prevede la procedura di autorizzazione di nuove discariche e sottopone quelle esistenti a misure particolari. La Commissione ha accusato l’Italia di aver applicato la direttiva tardi e, dunque, non bene.

Casini: «Chi vota Berlusconi vota Bossi» «Chi vota Berlusconi consegna alla Lega il futuro del Paese. Chi vota Berlusconi vota uno e prende due, perché quel legame è indissolubile». Lo ha detto il candidato premier per l’Unione di Centro, Pier Ferdinando Casini, ieri a Lamezia Terme, nel corso di un comizio elettorale. «L’Udc - ha proseguito è l’idea di un partito democratico che dovrà sorgere e rafforzarsi, e che nulla ha a che fare con i due comitati elettorali che subito dopo le elezioni si scioglieranno».

di Susanna Turco

ROMA. Il Senato al Pd? Ha già il Colle. Nonostante le polemiche sollevate dalle sue dichiarazioni su come vadano spartite le massime cariche dello Stato, il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, ribadisce: «Non daremo palazzo Madama alla sinistra perché delle tre cariche ha quella più importante, il Quirinale». Registrando la trasmissione Otto e mezzo a La7, il Cavaliere è chiarissimo: «Non possono avere anche la presidenza del Senato» ed a Napolitano, per tentare di ricucire dopo l’esempio «di scuola» sulle dimissioni, dice: «Auguro un meraviglioso settennato». Per spiegare la sua posizione, Berlusconi torna a spiegare ciò che ha voluto dire mercoledì, come sempre accusando la stampa faziosa di aver distorto il suo pensiero: «La mia risposta su un caso di scuola è stata interpretata da tutti i giornali a me ostili prendendo una frase e utilizzandola contro di me nonostante avessi parlato 10 ore. Io mi sono lamentato più volte del fatto che la sinistra, dopo le elezioni vinte per un pugno di voti e una strana vittoria, anziché aprirsi ad un rapporto con noi dandoci la possibilità di avere un nostro esponente in una delle istituzioni dello Stato, ha messo le mani su tutte le istituzioni». Adesso, «di fronte ad una nostra vittoria è evidente che alla sinistra spetterebbe una delle tre cariche. Ma la sinistra

ha già il Capo dello Stato, a cui porto stima, rispetto e simpatia e a cui auguro di finire meravigliosamente il suo settennato».

Così, la querelle sulla presidenza dei rami del Parlamento e sul ruolo super partes del Quirinale torna a infiammare la campagna elettorale. Con un curioso effetto “a rincorsa” delle dichiarazioni. E una velata, ma chiarissima presa di distanza dalle parole del Cavaliere persino da parte di Gianfranco Fini. E infatti, proprio mentre Berlusconi conferma che il leader aennino sarebbe un ottimo presidente della Camera, dal mercato del quartiere Laurentino, in piena campagna elettorale per le comunali di Roma, lo stesso Fini risponde così a chi gli chiede un commento sulla querelle del Quirinale: «Non ho niente da aggiungere. I problemi sono altri. Alla gente normale non gliene può fregare di meno di quello che è scritto sulle prime pagine dei giornali, il vero problema è quello dei salari e del potere di acquisto». Una risposta “di pancia”dettata dal contesto popolare? Oppure un momento di insofferenza verso un leader così abile nel conquistarsi le prime pagine dei giornali, anche a costo di giocare con le parole e fare carta straccia dei fondamentali della Repubblica? Smarcamento di Fini a parte, nella

Il candidato premier del Pdl ribadisce: «Non si può dare il Senato al Pd, ha già il Quirinale». Veltroni: «Concezione aberrante delle istituzioni»

Berlusconi: «Lascio dopo riforma giustizia» politica italiana il coro di critiche è unanime. «Non so se sia per ignoranza istituzionale o per la volontà di creare un caso in campagna elettorale, in ogni caso è un gesto di irresponsabilità pura», tuona Pier Ferdinando Casini (Udc). «Le parole di Berlusconi sono un orribile scandalo», chiarisce Fausto Bertinotti (sinistra arcobaleno) «Sta mettendo al centro l’unico interesse che ha: fare al più presto il presidente della Repubblica», stigmatizza Daniela Santanché (Destra).

Naturalmente del coro fa parte anche il candidato premier del Pd, che ribadisce come in caso di sua vittoria una presidenza delle Camere andrà all’opposizione. «Ciò che è successo non si è mai visto nella storia della politica italiana e fa parte di una concezione delle istituzioni aberrante», affonda Walter Veltroni: «Ciampi e Napolitano sono riferimento per tutta la nazione e meritano il rispetto di tutti. Invece così si vuole tenere il paese sotto stress e continuare con le contrapposizioni». E aggiunge: «I capi di Stato non sono della maggioranza o dell’opposizione, sono degli italiani. Come le istituzioni. Sono di tutti e non devono essere spartite». E guardando al prossimo futuro ammette che se il Pd vincesse le elezioni, gli «piacerebbe avere un leader dell’opposizione civile con cui poter discutere delle grandi questioni del paese, come la politica estera. Certo la scarsa responsabilità della destra rende questo molto difficile». E intanto, come se l’avesse sentito, Paolo Bonaiuti, comincia a riparlare di «brogli».

Il leader del Pdl Silvio Berlusconi ha annunciato ieri a Porta a Porta che non lascerà la politica «fino a quando un cittadino italiano accusato giustamente o ingiustamente di un reato non abbia la certezza entrando nell’aula di un tribunale di non dover guardare con il batticuore il giudice per vedere se ha la faccia del giudice coraggioso». «Solo quando avremo la parità tra avvocati della difesa e pubblici accusatori - ha concluso - potremo dire in Italia di avere un processo giusto e assicurare giustizia».

Milano: arrestato ex br Roberto Sandalo Su richiesta dei pm milanesi Armando Spataro e Maurizio Romanelli, Roberto Sandalo, ex Prima Linea, è stato arrestato ieri mattina a Milano con l’accusa di coinvolgimento in alcuni attentati ai danni di centri culturali islamici milanesi. L’arresto br sarebbe legato a due episodi avvenuti nella serata di mercoledì: intorno alle 22.30, un’automobile è andata a fuoco in via Passo Pordoi, nel capoluogo lombardo, non lontano da una scuola islamica; a Segrate, verso le 23.30, in via Cervi, vicino alla moschea hanno preso fuoco una Opel Corsa e un Fiorino.

Elezioni: subito timbro su schede bianche Il presidente del seggio elettorale, «per la trasparenza nelle operazioni di scrutinio, dovrà timbrare subito le schede bianche». E’ una delle indicazioni contenute nelle circolari inviate dal ministero dell’Interno a tutti i Prefetti, in relazione alle elezioni di domenica e lunedì. In fase di scrutinio sulle schede bianche andrà dunque impresso immediatamente il timbro della sezione.

Accuse e denunce tra Rutelli e Gasparri Accesa polemica ieri tra Maurizio Gasparri e Francesco Rutelli, a suon di accuse e minacce di querele. Il candidato sindaco di Roma ha infatti dato incarico ai suoi avvocati di denunciare per diffamazione il deputato di An per aver diffuso «notizie false e prive di qualsiasi fondamento rilasciate alle agenzie di stampa, secondo le quali Rutelli avrebbe finanziato o supportato personaggi legati al terrorismo». Secca la replica di Gasparri: «Non abbasso i toni perché quello che ho denunciato è vero. Rutelli ha poco da querelare: insieme a Veltroni ha finanziato centri sociali dai quali sono uscite persone finite prima nelle Br e poi in galera».


diritti umani

11 aprile 2008 • pagina 7

Parla il leader referendario Mario Segni: boicottare Pechino

«Sul Tibet il silenzio imbarazzante dell’Italia» colloquio con Mario Segni di Riccardo Paradisi

ROMA. Boicottare o non boicottare la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Pechino? Il dilemma che attraversa l’Europa divide l’Unione tra chi pensa a una linea dura con Pechino – ed è la posizione del presidente francese Sarkozy – e chi pensa, come il Belgio, che all’inaugurazione dei giochi i leader europei dovrebbero esserci. Mario Segni, leader storico del movimento referendario, è dell’avviso invece che i politici devono boicottare Pechino. E che l’Italia dovrebbe essere in testa a questa battaglia. Onorevole Segni, lei si è detto favorevole a un boicottaggio della cerimonia di apertura da parte dei politici. Certo. In questo momento restare indifferenti di fronte alla sofferenza del popolo tibetano e alla sua lotta per riaffermare

il proprio diritto all’autodeterminazione non sarebbe solo cinico, sarebbe anche delittuoso. Anche perchè queste Olimpiadi, che dovevano costituire una vetrina per il regime di Pechino, ansioso di mostrare i passi avanti compiuti dalla Cina, stanno offrendo all’Occidente l’occasione per prendere atto esattamente del contrario, della considerazione spaventosa cioè in cui il governo cinese tiene i diritti umani e civili. Dunque boicottaggio politico, certo. La mia posizione è la stessa che ha preso liberal una decina di giorni fa. E su cui il premier inglese Gordon Brown ha convenuto in queste ore. Il ministro degli esteri belga Karel De Gucht ha chiesto all’Unione europea di assumere una posizione unitaria sulla presenza dei suoi leader alla cerimonia inaugurale dei giochi olimpici. Il Belgio intanto ha però manifestato la sua contrarietà a qualsiasi forma di boicottaggio delle Olimpiadi. Come si comporterà l’Unione europea? Solana, l’alto rappresentante della politica estera nell’Unione europea, è stato il primo a escludere ogni forma di boicottaggio verso la Cina. Questo è il volto di un Europa esitante e debole. Io spero che passi invece la linea du-

ra di Sarkozy: o Pechino apre un dialogo con i rappresentanti del Tibet oppure il boicottaggio politico sarà inevitabile. Malgrado le resistenze e l’opposizione del congresso anche il presidente degli stati Uniti George Bush non sembra così convinto di dover disertare la cerimonia d’apertura dei giochi olimpici. Io trovo molto singolare che un politico che ha fatto dell’esportazione della democrazia il vettore principale del suo mandato di presidenza sia così insensibile di fronte a una tragedia così grande come quella del Tibet. Dove la democrazia e i diritti umani vengono calpestati ogni giorno e da decenni. Ora ci sarebbe l’occasione per intervenire.

l’Europa. Perchè l’Europa ha maggiori doveri degli Stati Uniti sul fronte dei diritti umani. Perchè ha più doveri? Perchè è stata l’Europa a varare la moratoria contro la pena di morte e più in generale ad avanzare la campagna per il rispetto internazionale dei diritti umani e civili, accludendo la clausola secondo cui l’Unione europea rifiuta ogni forma di collaborazione con quei Paesi che non rispettano questi diritti. Poi certo, al di là di queste enunciazioni di principio abbiamo visto di nuovo all’opera le ragioni del cinismo. Abbiamo assistito all’allineamento sulla questione cecena dove la soggezione alla potenza russa ha indotto a parlare di pericolo islamico più che di repressione russa. Spero che oggi non si ripetano gli stessi errori. E spero che l’Italia possa cogliere questa occasione per essere la pattuglia di testa in Europa della battaglia per il Tibet. A lei sembra che la politica italiana si interessi della questione tibetana? A parte qualche dichiarazione d’ufficio dettata alle agenzie intendo. I due maggiori candidati premier sono del tutto disinteressati a quanto sta avvenendo in Cina e in Tibet. Un silenzio imbarazzante che mi auguro Vel-

Anche l’Europa è esitante e debole: Solana, il rappresentante della politica estera Ue, è stato il primo a escludere ogni forma di boicottaggio La potenza economica e militare cinese continua ad essere un buon deterrente alle ingerenze umanitarie occidentali. Ha ragione chi accusa l’Occidente di essere forte con le canaglie deboli e debole con le canaglie forti? Purtroppo in parte ha ragione. Esistono le ragioni del realismo politico – e le posizioni dell’ambasciatore Sergio Romano su fatti cino-tibetani le rappresentano fin troppo bene – ma il realismo non si può spingere fino a vette di cinismo inaccettabile. Ancora più inaccettabile se viene dal-

troni e Berlusconi vogliano rompere prima di domenica. C’è chi invece è attento a quanto avviene in Tibet. Per esempio il duo Vattimo-Losurdo, i professori marxisti estensori dell’appello contro le violenze anticinesi dei tibetani e contro la campagna denigratoria che secondo loro starebbero facendo i media occidentali contro il regime comunista di Pechino. Se in Tibet non fosse in corso un genocidio ci sarebbe da ridere. È una posizione assurda. Forse per Vattimo e Losurdo, che sono due marxisti, la Cina è il mondo nuovo mentre il Tibet il mondo antico, ancora impregnato di religione, di spiritualità. Se così fosse viva il mondo antico. I marxisti fanno il tifo per le guardie rosse, e non è una notizia. Ma anche gli ultraliberisti guardano alla Cina con simpatia. Dicono che lo sviluppo economico porterà con sè anche i diritti civili, sindacali e politici. Basta aspettare. Guardi questo ragionamento io l’avrei sottoscritto vent’anni fa. Oggi, alla luce di quanto è avvenuto in questi anni, lo trovo profondamente sbagliato. Le realtà del sudest asiatico dimostrano che un certo sviluppo capitalistico non si sposa con la democrazia ma con la tirannide, che il liberismo selvaggio non si porta appresso automaticamente anche la conquista dei diritti civili ma più spesso la loro soppressione. La realtà è che le spaventose condizioni dei lavoratori cinesi potrebbero restare tali per molti altri decenni ancora se questo sarà funzionale al regime di Pechino.


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L’ITALIA AL VOTO

La comunicazione politica sotto esame

lessico e nuvole

Bipolarismo coatto da Magazine

Marianna, la fidanzata d’Italia di Giancristiano Desiderio

di Arcangelo Pezza Nella nostra mazzetta, l’edicolante ci ha infilato, sua sponte, quello con Bertinotti, non sappiamo se per tentativo subliminale di influenzare la propria clientela, o perché gli altri erano già terminati. In edicola avevamo chiesto quello della Santanchè, unica donna del novero. Prima di noi, un’occhialuto signore pretendeva quello con Bossi. «Ma non è candidato», ha spiegato gentilmente la signora. «Be’ allora se lo tenga». Subito dopo, un impiegato, dall’abbigliamento si sarebbe detto berlusconiano, alla domanda «quale vuole», imbarazzato come quando si acquistano preservativi, ha risposto interrogandosi «Veltroni?». E Veltroni gli è stato infilato nel quotidiano piegato. Non male l’idea del Magazine del Corriere della Sera di stampare varie edizioni del numero “speciale elezioni”, ognuna con il faccione in copertina di uno dei 4 candidati premier più forti. Una sorta di exit-edicola da quale si può ricavare il posizionamento del lettore del quotidiano di via Solferino. Posizionamento che però - il direttore Giuseppe Di Piazza assicura - non verrà comunicato. Ma forse sarà utile al reparto marketing per selezionare ancora meglio il target di riferimento del giornale di via Solferino che non si è più ripreso dalla svolta sinistra compiuta negli anni Settanta .

In ogni caso, tra tre sorridenti Berlusconi a labbra chiuse, Veltroni a denti stretti, Bertinotti col sigaro calcato in bocca, spicca il ritratto accigliato di Pier Ferdinando Casini. Che tra i tre è certamente il più bello, quello con più capelli, il più giovane, ma anche il più preoccupato. Lo sguardo non è da tenebroso, semmai media al lettore un misto di incazzatura e tensione. Posa non felice per conquistare voti. Si vede che anche al Corriere il decantato terzismo ha perso punti ed è stato sostituito da un desiderio di bipolarismo coatto che lasci intatti direzione e patto di sindacato.

Marianna Madia è la fidanzata d’Italia. Non solo perché il probabile suocero è il presidente della Repubblica, ma anche e soprattutto perché è bella, carina, piena di grazia. Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, sfiorando il ridicolo per eccessiva gentilezza, la presenta così: «Goffredo Bettini in campagna elettorale con Marianna Madia è più del Maestro e Margherita, è Mefistofele con in braccio un orsacchiotto di peluche».Tenerezza tipo Coccolino. Ma ad essere bella è bella. Tanto che smentisce il celebre detto di Silvio presidente playboy: «Le donne di destra sono più belle». E quando ha visto madonna Madia ha detto: «E’ bella, ma non capisce nulla di politica, mentre Mara Carfagna è bella, brava e intelligente». E la madonnina prendendo il posto di Mefistofele ricambia: «Berlusconi come uomo bisogna lasciarlo stare. Come politico ha contribuito alla mercificazione dei valori». Marxismo con i boccoli. Dicono sia ingenua e inesperta. Anzi, è lei a dirlo: «Mi hanno massacrata perché ho detto che avrei portato la mia straordinaria inesperienza. Ma quella frase la rivendico. E’ vero: sono inesperta della politica di Palazzo». Aggiunge: «Voglio portare un po’ di precarietà nella politica, per farla assomigliare di più alla vita». No, è meglio avere una politica stabile e una vita che somigli solo a se stessa, cara Marianna.

La campagna elettorale su Internet/ Dal partito “Io non voto” alla rivolta dei grillini

Il fronte dell’astensione digitale di Andrea Mancia Si definiscono «un gruppo di cittadini italiani delusi, disorientati e, soprattutto, completamente estranei al giro dei partiti presenti nel panorama politico nazionale», che non vogliono avere niente a che fare «con i due principali schieramenti che attualmente si contrappongono sulla scena politica italiana». Un gruppo di persone, insomma, che «facendosi interpreti del crescente sentimento di rassegnazione e sfiducia nell’attuale sistema politico, hanno deciso, da ogni parte d’Italia, di dire ”adesso basta!”e reagire attivando un movimento d’opinione popolare con l’obiettivo di presentarsi alle elezioni politiche con una lista civica nazionale recante nel proprio simbolo la scritta “Io Non Voto”».

Il sito Internet www.iononvoto. it, sede virtuale “ufficiale” del cosiddetto “partito del non voto”, è soltanto la punta dell’iceberg di un movimento d’opinione, sempre più diffuso, che utilizza lo strumento della Rete per organizzare la propria “rivolta anti-partitocratica”. L’epicentro del terremoto, naturalmente, è il celebratissimo blog di Beppe Grillo, ma le scosse di assestamento percorrono in lungo e in largo tutta la Rete: dai liberali delusi del centrodestra ai comunisti duri e puri delusi dal centro-

sinistra. E si tratta di un fenomeno che sembra aver raggiunto proporzioni tali da non poter essere snobbato con un’alzata di spalle. «Se la legge elettorale è una porcata, l’ex ministro Calderoli non può fare altro che iscriversi con noi che siamo il partito di chi a votare non ci va e non ci vuole andare». Il leader del movimento “Io Non Voto”, Carlo Gustavo Giuliana, ha le idee chiare. «La legge - ha dichiarato qualche giorno fa alle agenzie di stampa - viola l’articolo 51 della Costituzione, sull’eguaglianza

nell’accesso alle cariche elettive. Tuttavia siamo sempre stati d’accordo “nello spirito” con Calderoli. Lo invitiamo allora a schierarsi con noi. Semmai ci chiediamo: ma perché l’ha approvata?». Il movimento, per la verità, non è riuscito a raggiungere il numero di firme necessarie alla candidatura alle politiche di aprile. «Ma per le amministrative di Roma, Torino e Milano, saremo in campo con dei nostri candidati - dice Giuliana -. Dobbiamo rappresentare quanti con l’astensione attiva vogliono protestare contro un sistema politico che è una gigantesca finzione». Quanto successo elettorale avrà questa “lista civica” non ci è dato sapere, ma la sensazione è che l’astensionismo possa crescere

anche alle elezioni politiche. Due anni fa, una massiccia diserzione delle urne avrebbe senza dubbio sfavorito il centrodestra. Quest’anno, la situazione è più complicata. Ad analizzare, anche superficialmente, le discussioni in corso su Internet, però, si fa strada l’ipotesi che il fronte astensionista sia più attivo sul lato “sinistro” della barricata italiana. Qualche “grillino”, qualche “no global” deluso da Bertinotti (e freddino nei confronti dei trozkisti di Sinistra Critica), qualche ex girotondino giustizialista: si tratta di sacche d’elettorato che Veltroni aveva sperato di intercettare grazie all’accordo con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Su Internet, almeno, sembra che questo giochino non gli sia riuscito.


L’ITALIA AL VOTO

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Le verità scomode/4 La crisi alimentare e il rischio di confilitti sociali er la generazione nata sotto il segno di Keynes, è impossibile pensare che possa venire il tempo di Malthus. Il passaggio sarebbe traumatico: dal regno dell’abbondanza a quello della disperazione. Dove i quattro cavalieri dell’Apocalisse - fame, pestilenze, guerre e morte - tornano ad essere i grandi ammortizzatore della storia, nel ripristinare gli equilibri violati. Tra una popolazione che cresce e consuma ad un ritmo elevato e risorse, soprattutto alimentari, sempre meno sufficienti. Non sarà così, almeno nel breve periodo. Ma in alcune aree del globo, questo spettro si è già materializzato. Negli 82 paesi del “Low-Income Food deficit” l’incubo è già iniziato. Per loro, la bolletta alimentare, in due anni, è cresciuta del 70 per cento. Quando l’intero salario o poco ci manca è speso solo per mantenersi in vita. In Egitto, Messico, Marocco, Senegal, Cameroon, Mauritania, e Niger ne sono seguiti tumulti ed incidenti. E qualcuno ci ha rimesso la vita. Naturalmente, non è la prima volta che accade. Si può dire anzi che sia normale. In passato le cattive annate ci sono sempre state: eventi climatici e parassiti hanno messo in ginocchio interi continenti. Ma oggi è diverso. Non siamo più di fronte a fatti locali, ma al riflesso di una tendenza mondiale che spezza la catena nel suo punto più debole. E non mancherà di produrre anche altrove conseguenze negative, seppure di minore - almeno così si spera intensità.

P

Siamo quindi ad un giro di boa? Alla fine del cibo a basso prezzo, come indicava una copertina dell’Economist, qualche tempo fa? I dati sembrerebbero confermarlo. In tutto l’occidente il maggior tasso di inflazione è trainato dall’aumento dei prodotti alimentari e delle materie prime: soprattutto il petrolio. Spendiamo sempre meno per telefonare o per volare, ma soffriamo per il prezzo del latte o dei suoi derivati (quasi raddoppiato) degli olii vegetali (più 50 per cento) o dei cereali (più 42 per cento). Solo le carni, almeno per il momento, si muovono più lentamente. In compenso i prezzi dei prodotti industriali - grazie anche alle importazioni a basso costo dalla Cina fanno da calmiere. Negli Usa sono cresciuti di appena lo 0,8 per cento, contro un tasso di inflazione del 3,5. Sotto i nostri occhi è in atto una piccola rivoluzione di cui è difficile valutare la portata. Da oltre 100 anni valeva la regola inversa. Il prezzo dei prodotti industriali cresceva progressivamente, quello delle derrate alimentari diminuiva. L’agricoltura ne soffriva ed i contadini abbandonavano la terra, in cerca di nuove attività. Per limitare i danni, la politica comunitaria scoraggiava il surplus di produzione: quote latte per impedirne il surplus, arance distrutte dai trattori, espianto degli ulivi. Misure incomprensibili di fronte al dilagare della fame nel mondo. Oggi è possibile calcolare i danni di questa politica dissennata. Le produzioni sono state ridimensionate, ma la domanda di prodotti alimentari è cresciuta nel mondo, prendendo tutti in contropiede. Si potrà tornare indietro?

Dal regno dell’abbondanza a quello della disperazione di Gianfranco Polillo

Le risorse della tecnologia danno una speranza. La diffusione degli Ogm - organismi geneticamente modificati - sono in grado di aumentare non di poco la produttività per ettaro. Occorre però vincere le paure e battere chi le alimenta. Ma anche così, la soluzione non è a portata di mano. La domanda di prodotti alimentari è enormemente cresciuta grazie ai consumi di Paesi, fino a ieri, relegati nel limbo del sottosvilup-

Su queste difficoltà puntano i grandi fondi di investimento. In un mercato estremamente liquido, come quello internazionale, risorse finanziarie sempre più ingenti sono investite proprio sulle commodity: derrate alimentari e materie prime. In un anno l’indice dell’Economist è cresciuto del 32 per cento; addirittura del 60 se si considerano i soli prodotti agricoli. Sono i segni evidenti di una nuova “bolla speculati-

Per i grandi aggregati urbani dell’Occidente, il tempo di Malthus può sembrare, ancora, lontano. Ma i meccanismi dell’economia globalizzata ne possono accelerare l’avvento po. Miliardi di persone che, vivevano di autoconsumo sono stati trascinati dai venti della globalizzazione divenendo, all’improvviso clienti di un unico mercato. Per soddisfarli non si dovrà solo far ricorso solo alla biogenetica. Occorrerà mettere a cultura nuove terre, quindi collegarle con adeguate infrastrutture per la movimentazione della relativa produzione. Ci vorrà del tempo e forti investimenti.

va”. Esauritasi quella sulla borsa e sugli immobili, ora è la volta di questi prodotti, su cui si scarica gran parte dell’eccesso di liquidità finanziaria. A sua volta necessaria per impedire il tracollo delle grandi banche e delle istituzioni finanziarie. In una contraddizione irrisolvibile e densa di implicazioni.

Nei casi precedenti guadagni e perdite si sono compensati all’interno di

una ristretta elite sociale. Improvvise fortune - come dimenticare i Ricucci o i Coppola? - ed altrettanto crolli clamorosi, alimentati da compiacenti istituti finanziari. Questa nuova “bolla speculativa”, invece, colpisce tutti. Soprattutto i più deboli: sia che vivano nelle grandi favelas messicane che nei sobborghi di Roma o Parigi. Sposta in avanti il confine tra povertà e benessere relativo. Alimenta una rabbia, inevitabilmente, destinata a trasformarsi in conflitto sociale e redistributivo: sia sul versante interno che su quello internazionale. I sintomi sono evidenti nelle difficoltà con cui una parte crescente di persone riesce ad arrivare alla fine del mese. La situazione peggiorerà, come mostrano previsioni economiche sempre più nere. I più limitati ritmi di crescita ridurranno gli spazi di manovra. Mancheranno le risorse pubbliche per far fronte ad un disagio sociale in rapida espansione. Per i grandi aggregati urbani dell’Occidente, il tempo di Malthus può sembrare, ancora, lontano. Ma i meccanismi dell’economia globalizzata ne possono accelerare l’avvento.


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mondo Il governo ha messo a punto un progetto di legge, che dovrà poi essere discusso dall’Assemblea fra maggio e giugno per ottenere i 3/5 dei voti delle due Camere. Il disegno di legge dovrebbe essere approvato dal Parlamento riunito in seduta comune a Versailles il prossimo 7 luglio

Il governo di Francois Fillon si prepara a trasformare il progetto in una legge da approvare il 7 luglio

La Commisione Balladur al traguardo di Michele Marchi ppena smaltita l’«ubriacatura» per la Commissione Attali, siamo pronti a rigettarci in una nuova infatuazione di matrice transalpina? Nei quindici anni della cosiddetta “Seconda Repubblica”, il dibattito sulle riforme istituzionali è stato foriero di mille promesse ed altrettante illusioni. Perché allora non guardare oltralpe per scoprire il Comité de réflexion et de proposition sur la modernisation et le rééquilibrage de la V République, ribattezzata Commission Balladur, e prendere spunto? L’idea può non essere male, a patto però che il «pacchetto» venga accettato nella sua interezza e non piegato a seconda delle differenti esigenze di piccolo cabotaggio politico. E, fatto ancor più essenziale, imprescindibile appare che si calino i lavori della Commission all’interno del contesto storico, politico e giuridico della V Repubblica, lontana anni luce dalla nostra democrazia parlamentare, con caratteristiche sempre meno assimilabili a quelle dei principali sistemi istituzionali europei.

A

Rispetto al primo punto è necessario sgomberare il campo dagli equivoci: nessuna commissione parlamentare o ministeriale bipartisan è stata insediata dal neo-eletto Sarkozy. La Commission Balladur si è insediata dopo che in campagna elettorale e nel discorso pronunciato a Epinal (luogo simbolico dove de Gaulle il 29 settembre 1946 condannò il secondo progetto costituzionale della IV Repubblica) Sarkozy aveva avanzato la necessità che, a 50 anni dalla loro nascita, si avviasse un aggiornamento delle istituzioni della V Repubblica, reso indispensabile anche alla luce dei mutamenti contingenti e delle parziali modifiche costituzionali più volte adottate. Riguardo poi alla composizione della commis-

sione, anche se sono presenti molti specialisti di diritto costituzionale assimilabili per passati incarichi ministeriali alle tre principali famiglie politiche francesi (gollista, giscardiana e socialista), sono solo due i politici che attualmente ricoprono incarichi elettivi (il socialista Lang e il centrista Bourlanges). Dunque la volontà del Presidente è chiara e lo è altrettanto la parte politica dalla quale questa volontà promana. Non a caso alla guida della commissione è stato posto un gollista storico del calibro di Balladur, già collaboratore di Pompidou, Primo Ministro nella fase di coabitazione 1993-95 e sconfitto da Chirac nella corsa all’Eliseo del 1995.

senzialmente per rispondere ad una duplice esigenza. Da una lato superare quella crisi di rigetto nei confronti della politica che ha attraversato tutti gli anni ’90 ed è culminata nel doppio choc delle elezioni presidenziali del 2002 (con Le Pen al secondo turno) e del «no» referendario del 29 maggio 2005. L’elezione presidenziale del 2007 è stata un’inversione di tendenza, per l’alta partecipazione e l’arretramento delle estreme, ma l’esigenza di consolidare questi sviluppi è parsa fondamentale. D’altra parte controbilanciare quella «presidenzializzazione» del sistema politico transalpino che il passaggio al quinquennato e la priorità cronologica data alle elezioni

Tra le 77 proposte avanzate dalla Commissione, due sono i fili conduttori essenziali: la rivalorizzazione dei diritti del Parlamento e la tutela di quelli del cittadino Sgomberato il campo da ogni semplificazione all’italiana del tipo «grande coalizione per le riforme», bisogna altresì ricordare che il Comité de réflexion resta un organo tecnico, istituito con l’unico obiettivo di consegnare nelle mani del Presidente una serie di proposte, giunte peraltro a Sarkozy il 29 ottobre 2007.

A questo punto il Presidente, con una lettera di missione per il suo Primo ministro Fillon, ha incaricato il governo di mettere a punto il progetto di legge, che dovrà poi essere discusso dall’Assemblea fra maggio e giugno e ottenere i 3/5 dei voti delle due Camere. Infine, il disegno di legge dovrebbe essere approvato dal Parlamento riunito in seduta comune a Versailles il prossimo 7 luglio. Ma per andare al nocciolo della questione: perché la Commission Balladur? Es-

presidenziali su quelle legislative ha finito per istituzionalizzare nei fatti. Se da un lato queste due modifiche, la prima introdotta con il referendum del 2000 e la seconda con la legge organica del 2001, dovrebbero disincentivare la coabitazione e condurre il sistema politico verso un bipartitismo sempre più perfetto, la forma già ibrida del semipresidenzialismo finisce per tramutarsi in qualcosa di inclassificabile. Non un parlamentarismo razionalizzato, ma nemmeno un sistema presidenziale all’americana.

Ecco allora che tra le 77 proposte avanzate dalla Commissione, due sono i fili conduttori essenziali: la rivalorizzazione dei diritti del Parlamento e la tutela di quelli del cittadino. Rispetto al primo punto Sarkozy ha fatto proprie le proposte riguardanti un margine di manovra

maggiore per l’Assemblea nel poter decidere il proprio ordine del giorno, la limitazione dell’utilizzo dell’articolo 49.3 (che permette al governo di far passare un provvedimento senza sottoporlo al voto del Parlamento) e la possibilità per il Presidente della Repubblica di rivolgersi direttamente all’Assemblea per presentare il proprio indirizzo politico sulle grandi questioni nazionali. Rispetto alla tutela dei diritti dei cittadini, oltre all’introduzione di una quota di proporzionale nel sistema elettorale (per garantire un diritto di tribuna oggi scomparso), Sarkozy ha fatto proprie le indicazioni per la riforma del Consiglio superiore della magistratura e per incentivare la possibilità dei cittadini di rivolgersi direttamente alla Corte costituzionale. Il dibattito all’Assemblea è previsto per fra maggio e giugno e Ump e Ps sembrano divise su numerosi punti di quella che ad oggi è soltanto una proposta di legge. Quali gli spunti di riflessione per il nostro contesto politico? Leggere bene la situazione francese, sia nel metodo che nella sostanza. Su una chiara volontà politica di riforma istituzionale si è innestato il lavoro di una commissione tecnica. Ora il pallino è nuovamente nelle mani della politica che deciderà del destino della riforma. Anche per quanto riguarda la sostanza l’insegnamento è di quelli da non sottovalutare. L’accentuazione della logica presidenziale, dunque del primato dell’esecutivo, necessita di una altrettanto accentuata attenzione al ruolo dei contropoteri, siano essi parlamentari, o di organismi terzi di garanzia. Il confronto tra i differenti sistemi istituzionali ha senso solo se affrontato tenendo presente i dati della tradizione storica e quelli della contingenza politica. Il resto è propaganda e semplificazione fine a se stessa.


mondo

11 aprile 2008 • pagina 11

La Russia aspira a ritornare la superpotenza globale di un tempo

Il lungo addio di Mosca all’Impero d i a r i o

di Francesco Maria Cannatà

d e l

g i o r n o

Corea del Sud, vittoria dei conservatori

Affermando a Bucarest che l’Ucraina è un non-Stato, il presidente russo ha dimostrato che su questo soggetto il Cremlino continua ad avere i nervi a fior di pelle

Il Grand national party, la forza politica del presidente sudcoreano Lee Myung Bak, ha vinto le elezioni legislative in Corea del sud. Al Gnp vanno 153 dei 299 seggi dell’assemblea nazionale. Il partito liberale, United new democratic party, finora la più forte frazione parlamentare, si è invece fermato a 81 mandati. I risultati delle elezioni, cui ha partecipato il 46 per cento dei 37,7 milioni aventi diritto, sono stati resi noti in ritardo per cause tecniche.

Montano i toni tra Pechino e il Cio La portavoce del ministero cinese per gli Affari esteri, ha bruscamente ripreso il presidente del Comitato olimpico internazionale, Jacques Rogge, che aveva appena riaffermato i principi del Cio secondo i quali gli atleti non sarebbero autorizzati a fare propaganda e aveva invitato la Cina a ricordarsi della promessa, migliorare la condizione dei diritti umani nel Paese, fatta al momento di presentare la sua candidatura a Olimpia 2008.

Colin Powell fa l’elogio di Obama

viluppi della riunificazione tedesca in senso occidentale, allargamento a est dell’Unione Europea e della Nato, transizione nei Balcani e indipendenza del Kosovo. In tutte queste trasformazioni geopolitiche di una certa importanza, l’influenza russa è stata praticamente nulla. Putin lo ha fatto notare diverse volte. Se il presidente russo, con il realismo politico che lo caratterizza, ne ha preso atto, ciò non vuol dire che sia disposto a porgere per sempre l’altra guancia e assistere impotente all’ulteriore frammentazione di ciò che era l’impero sovietico. Elementare direbbe un esperto di realpolitik. Altrettanto ovvio è però il fatto che ogni Stato sovrano possa perseguire la politica estera che ritiene più adatta ai propri scopi e interessi. Una regola che dovrebbe valere anche per gli Stati nati in seguito alla dissoluzione dell’Urss. Anche per l’Ucraina.

S

Le élite russe ritengono invece che con gli attuali rapporti di forza internazionali sia possibile bloccare un passo, l’ulteriore integrazione di Kiev nelle strutture euroccidentali, da sempre visto come lo schiaffo definitivo alle ambizioni più profonde di Mosca: tornare superpotenza non solo economica ma globale. Uno status simbolicamente irraggiungibile se l’Ucraina, nel Medioevo la culla della nazione russa, diventasse altro da Mosca. È comprensibile dunque che sull’argomento Putin perda il suo proverbiale sangue freddo. Questo sembra essere avvenuto all’ultimo vertice Nato di Bucarest. Lunedi il Kommersant ha pubblicato la parte dell’intervento del presidente russo

che non doveva diventare diventare di dominio pubblico. Secondo il quotidiano moscovita Putin, rivolgendosi a Bush in maniera particolarmente aggressiva ha affermato: «devi capire George che l’Ucraina non è uno Stato. Una parte del suo territorio è Europa orientale, l’altra, quella più importante, è stata un nostro grazioso regalo». Parole con cui Vladimir Vladimirovic voleva ricordare la storia al suo collega americano, ma anche un modo per mettere implicitamente in discussione l’esistenza futura dell’Ucraina come Stato unitario. Putin si riferiva alla Crimea, russa a tutti gli effetti, donata nel 1954 da Krusciov a Kiev. Il Kommersant è

proprietà di un “oligarca” vicino al Cremlino, ma l’autrice del pezzo, Olga Allenova, è una giornalista esperta e misurata, fatto che rende credibile il servizio del quotidiano russo. Anche con la Georgia Putin è stato altrettanto concreto. In caso di ulteriori avvicinamenti di Tblisi alle strutture dell’Alleanza, Mosca sarebbe pronta a riconoscere le istituzioni secessioniste, Abkhazia e Ossetia del nord, presenti sul territorio georgiano. Evidentemente il presidente federale non è d’accordo con quanto dichiarato ieri dal ministro degli Esteri georgiano al quotidiano Vremja, «ciò che è bene per la Georgia, è bene anche per la Russia».

Dopo aver subito tutte le trasformazioni geopolitiche avvenute in Europa dal 1991 ad oggi, Mosca vuole impedire che anche Ucraina e Georgia sfuggano al suo controllo

Al di la di queste schermaglie, per comprendere la politica russa verso Ucraina e Georgia occorre iscriverla in un contesto fatto di una storia e una psicologia al tempo stesso specifiche e comuni. L’eredità imperiale, zarista in primo luogo e poi sovietica, fa si che Mosca non abbia praticamente esperienza di coesistenza, amichevole e autonoma, con i propri vicini. Per la maggioranza delle élite russe, nello spazio post sovietico indipendenza e sovranità sono solo nozioni formali da mantenere più che possibile vaghe. Amicizia e integrazione sono spesso sinonimi che i“fratelli slavi”, hanno «iscritte nei propri geni», per riprendere l’espressione di Putin. Come si vede si tratta di qualcosa di più del solito“estero vicino”. Il Cremlino inoltre non ha dimenticato che alcune promesse, «non ci sarà espansione ad est del blocco occidentale», fatte 17 anni fa non sono state mantenute. E da allora la diffidenza di Mosca è molto cresciuta.

L’ex segretario di Stato di George Bush ieri si è schierato con il senatore dell’Illinois, candidato democratico alle presidenziali Usa del prossimo novembre. Per Powell la mancanza di esperienza di Obama non sarebbe un problema. Nonostante questa dichiarazione, l’ex capo dell’armata che nel 1991 aveva ripreso il Kuwait a Saddam, ha dichiarato che non vuole sostenere ufficialmente Barak Obama.

La Russia attacca Total Tre anni dopo la fine della controversia giudiziaria con la Elf, il gruppo petrolifero e i suoi intermediari tornano sotto i riflettori della giustizia russa. Due soggetti federali russi, Volgograd e Saratov, hanno chiesto l’apertura di un procedimento legale contro l’industria energetica francese accusata di aver sottratto fondi alle due regioni per un valore che va da un minimo di 35 miliardi di dollari a un massimo di 170 miliardi.

Trichet, volatilità eccessiva Il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, ha deplorato l’eccessiva «volatilità» dei tassi di cambio, mentre l’euro segna un nuovo record nei confronti del dollaro. Trichet in una conferenza stampa a Francoforte ha detto di «seguire con grande attenzione l’impegno statunitense a favore del dollaro forte». Il presidente della Bce è rimasto soddisfatto dalle dichiarazioni fatte dalle più alte autorità americane su questo soggetto.

La smentita di Kaczynski sulla Nato Ieri in una conferenza comune con il presidente finlandese Tarja Halonen, il capo dello Stato polacco Lech Kaczynski, ha negato che la Polonia potrebbe mantenere il veto ai negoziati sull’accordo di partnenariato economico Ue-Russia, se la Nato non accetterà di dare lo status di candidato all’ingresso nelle strutture dell’Alleanza a Georgia e Ucraina. Il giorno prima la Reuters, dopo un’intervista al presidente polacco, aveva scritto che per Varsavia le due questioni erano legate.

Olimpia 2008. Antidoping rafforzato Il Cio ha annunciato che durante i prossimi giochi olimpici, 8-24 agosto saranno più severe, le misure antidoping i modi in cui saranno praticati i test e le sanzioni per gli atleti risultati positivi alle analisi. I controlli ptranno essere fatti in ogni momento e senza nessun avviso ha detto Giselle Davies, portavoce del Comitato olimpico. La Davies ha chiarito che le misure fanno parte di una campagna contro la dissimulazione del doping. Gli atleti che durante i giochi per due volte consecutive eviteranno i test, saranno considerati colpevoli di violazione delle regole.


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speciale approfondimenti

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In uscita domani il libro di Leonardo Facco che racconta, con documenti inediti, il vero volto del guerrigliero argentino diventato mito. Liberal ne propone alcuni stralci e la prefazione

C’ERA UNA VOLTA IL CHE

Simonelli Editore, 115 pagine, 12 euro

di Alberto Mingardi hi era Ernesto Che Guevara? I “diari della motocicletta”e questo libro di Leonardo Facco rispondono in modo molto diverso. Facco prova, con spirito dissacrante, a fare a pezzi un’icona. Non è il primo: il quarantesimo anniversario della morte ha scoperchiato un filone di studi “revisionisti” su Guevara, sobriamente derubricato da eroe romantico a “macchina assassina” da Alvaro Vargas Llosa, in un bellissimo articolo su “New Republic” che ha fatto poi da canovaccio a un più ampio lavoro dello stesso Vargas Llosa, che con questo di Facco è idealmente collegato. Non sta a me ripercorrere in questa sede l’avventura umana del Che, vivisezionata con dovizia di macabri particolari da Facco nelle pagine che seguono (anche se mi permetto di segnalare al lettore i mirabolanti successi del Che economista, della cui rilettura Facco si compiace sadicamente). L’aspirazione di questo libro mi sembra soprattutto quella di mettere assieme un po’ di materia prima, perché il lettore si formi sul Che l’opinione che crede. È probabile che qualcuno lo abbandonerà con disgusto. Non ci sarebbe nulla di strano, né di sconveniente: il sogno è sempre meglio della realtà, e abbiamo tutto il diritto di continuare a sognare. Di continuare a immaginare Guevara come nella splendida serigrafia di Warhol, la barba al vento, lo sguardo

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grave, pensoso, ma puntato verso il futuro: due occhi che sono il “dover essere”del marxismo, il basco con la stella. Il fatto che la storia del Che si sovrapponga alla più importante esperienza di lotta rivoluzionaria oltre la Russia sovietica, ai suoi ammiratori di oggi importa poco. Il Che è la sua effigie warholiana, è il Robert Redford dei rivoluzionari. Giovane, bello, scomparso convenientemente prima di imbolsirsi in un reuccio sudamericano, il Che è la controfigura reale del Fabrizio Del Dongo capitato a Waterloo. L’entusiasmo ideologico più riflesso romantico, che convincimento profondo o sovrastruttura dell’ambizione personale. Beato il Paese che non ha bisogno di eroi, ma non c’è movimento o generazione che non ne abbia una fame disperata: e Che Guevara rappresenta e incarna la mutazione romantica del socialismo scientifico, è stato il salvagente di una generazione, tenere l’ideologia e non accettarne il grigiore.

Leonardo Facco racconta, con scarso riguardo per la digestione del lettore, di quali efferatezze Ernesto Guevara si sia reso capace. Ma amichevolmente gli pronostico che difficilmente smuoverà di una virgola l’opinione dei più, che pure lo leggeranno avidi e attoniti. Questo perché, come in amore e in guerra tutto è lecito, all’eroe siamo tutti disposti a perdonare almeno due cose: la se-

te di sangue, e lo scarso rispetto della morale comune. Lo stesso piegare al fine i mezzi che ci lascia scompaginati e irrisolti, quando a praticarlo con disinvoltura sono gli uomini di potere, ci riesce comprensibile e persino simpatico se è il modo con cui un’individualità generosa si proietta sulla storia. Al Che tutto è perdonato - la suggestione per il “liberatore di Cuba”abbraccia tutto l’arco costituzionale, dal momento che Filippo Rossi e Luciano Lanna, col loro “Fascisti immaginari”, ne hanno appeso il ritratto an-

menti” che smuovono l’albero del mondo globalizzato, convinti che i frutti caschino marci dal ramo. Credo che Leo, che i lettori di questo libro dovrebbero rintracciare e guardare su Internet, col suo look da guevarista di ritorno, un po’ pugile dell’i-

Giovane, bello, scomparso prima di imbolsirsi in un reuccio sudamericano che nel salotto della destra. Più interessanti di tutto il resto, mi sembrano i motivi per cui il mio fraterno amico Leonardo ha deciso di puntare, con questo libro, il mulino a vento invincibile del buon nome del Che. Un buon nome costantemente spolverato dal sistema economico che odiava, il capitalismo, che ne ha fatto un marchio di grande successo, riconoscibile come il logo bisciolato della Coca Cola o le due collinette di McDonald’s, una denominazione d’origine controllata per i pupattoli dei “movi-

deologia, un po’ guerrigliero editoriale, prendendo a sberle Che Guevara miri sostanzialmente a riscattare quello che è, da un sistema di idee che odia. Il sistema di idee che odia è il comunismo, della cui variante caciarona, populista e latina Leo ha esperienza diretta, dal Venezuela in cui tanto a lungo ha vissuto. Quello che è, è ribellismo puro - evidente nel lavoro di Facco sia nella sua forma più colta (la Leonardo Facco Editore che manda avanti non per passione editoriale, ma in ossequio al suo demone ideologi-

co), sia in quella più movimentista (la militanza leghista in altri tempi, ora l’esperienza del Movimento Libertario). Facco ha la vocazione del ribelle, e i ribelli raramente si annusano con ribelli di altra tendenza. Anzi si rimproverano vicendevolmente, d’impersonare fintamente una rivolta contro il sistema, truccando le carte all’altra causa - quella più nobile, quella vera.

Salvare il ribellismo da Che Guevara è cosa buona e giusta, perché sarebbe come riscattare i giovani dall’antiglobalismo contemporaneo. Il bisogno di rigettare il mondo di ieri, oggi si incarna in istanze risibili, in una denuncia del preteso strapotere delle multinazionali e di un inesistente consenso neoliberale che non ha neppure le stimmate di un progetto culturale, ma semplicemente si perpetua in virtù di un principio molto economico: il riciclaggio degli slogan di ieri. La disinformazione sulla biografia del Che è nulla, se paragonata all’assurdo di un mondo in cui gli Stati consumano spesso e volentieri metà della ricchezza prodotta dai privati in un Paese (come è il caso dell’Italia), e


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Ernesto Guevara de la Serna per il cittadino qualunque

Apologia di un sanguinario Leonardo Facco CAPITOLO 1. QUELLO

CHE CI RACCONTANO

rovate a chiedere al “cittadino qualunque” una definizione di Ernesto Guevara de la Serna, conosciuto perlopiù con il nomignolo di “Che”. Vi accorgerete che il 99 percento delle risposte avrà un tenore molto simile a quanto scritto dal sito www.antoniogramsci.com, che riportiamo qui di seguito. “La giustizia sociale, un fine nobilissimo, perseguito con grande dedizione fino al sacrificio della vita. Vittorie e sconfitte di un uomo che è diventato un mito della Storia. Come tutti gli eroi, il “Che” combatte contro il mostro che affama e inghiotte la povera gente, compie imprese meravigliose che suscitano stupore e ammirazione, rinuncia, in nome di una giusta causa, alla tranquillità, per affrontare sacrifici e pericoli, acquista via via una saggezza, una nobiltà e una forza d’animo che lo fanno apparire come un profeta e una guida. È possibile ravvisare delle costanti antropologiche negli eroi, ma è certo che questi nel tempo hanno assunto spesso caratteristiche diverse.

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frotte di studenti liceali fingono d’incazzarsi per l’esondazione del mercato dai suoi argini naturali. Se per una generazione di gente che comunque aveva digerito il suo buon Manifesto e il caro Libretto rosso (con il male che si può pensare dell’uno e dell’altro), la luccicante leggenda del Che era un modo per pensare all’Idea e non vedere la sagoma di Breznev, ora il faccione di Ernesto serve per esibire memoria di un mondo che neppure si sa cos’era, è la tessera del partito della banalità. È il simbolo paradossale di una protesta contro il mondo dei padri, messa in atto tentando di appropriarsi della loro storia e delle loro parole. Per una persona come Leonardo Facco che da anni naviga ostinatamente con vento contrario, e che fa dell’imprenditorialità kamikaze promuovendo idee ed autori eccentrici rispetto a quello che resta davvero il pensiero dominante, nelle opinioni e nelle cose, nulla è intollerabile quanto il conformismo rivoluzionario. Lo capisco. Come lo capiranno tutti i pochi che sono ancora convinti che l’unica vera speranza di riscatto per l’umanità, venga da un sistema di idee costruito non

sull’invidia, ma sul sogno realistico di uno spazio libero nel quale a ciascuno sia dato di provare ad essere se stesso. Incontreremo il futuro quando non ci affideremo a formule che stabiliscono quale fetta della torta ci spetti (a ciascuno secondo i propri bisogni), ma consapevolmente ci riprenderemo il rischio di ricercare ciascuno a modo suo, la nostra felicità. Non è un modo di vedere il mondo che non ci abbia dato ribelli, ed eroi. Ci ha dato liberatori di derrate di grano, e quindi fustigatori della fame. Ci ha dato filosofi ghigliottinati. Ci ha dato avventurieri a cavallo. Ci ha dato gente che ha messo a repentaglio tutto quello che aveva, per i diritti degli altri. Ma siccome sono alla fin fine sbiaditi testimonial di sorpassate idee borghesi, la gente sarebbe più restia a perdonare loro la sete di sangue. C’è il non trascurabile dettaglio che non ne avevano, e che la più antipatizzante delle biografie non potrebbe mai trascinarsi nel lancinante elenco di morti prodotto da Facco. Morire per delle idee sarà sempre nobile e bello, ma un giorno dovremo pur concedere che ci sono idee che non uccidono.

Il “Che”, ad esempio, non è un eroe classico perché non ha parentele con antenati divini. Non è un eroe medievale perché non è fedele ad un re. Non è un eroe romantico perché la sua vita non è basata solo sullo spirito. Non è un eroe moderno perché la sua azione non si fonda sul sapere. È un eroe storico perché ha compiuto imprese documentate dagli uomini. È un eroe naturale perché simboleggia il sole che lotta contro l’oscurità. È un eroe morale perché rappresenta la lotta dell’uomo contro se stesso. È un eroe universale perché non lotta per la patria, ma per l’umanità. È un eroe tragico perché la sua nobiltà d’animo e i suoi ideali puri lo conducono ad una morte prematura. […] Sul piano dell’etica, il “Che” somiglia più ad un

santo che ad un eroe. Nessun altro individuo è riuscito ad incarnare in modo così completo ed esemplare la mentalità e la sensibilità dell’uomo cristiano. Egli appare come una figura ideale, modello di virtù superiori, emblema dell’amore disinteressato per l’umanità. […] La sua figura crea gravi conflitti alle coscienze lacerate e inaridite dei suoi contemporanei, dai quali è nel contempo temuto e amato. Temuto perché rimprovera loro di vivere in un modo innaturale e perché mette in discussione l’ordine delle cose; amato perché combatte quelle norme che snaturano l’essere e mette in luce valori essenzialmente umani.

Il rivoluzionario argentino è un eroe epico e tragico, un esempio di speranza e di sconfitta. Il “Che” che, insieme alla sua gloriosa colonna ribelle, sconfigge i soldati di Batista a Santa Clara e che poco dopo arriva come un liberatore all’Avana, è un eroe epico. È tale perché i suoi ideali non sono legati alla morte, ma alla vita, perché dopo un lungo isolamento sulle montagne, ritorna nella società dove porta un soffio di fiducia e di felicità, perché al suo nome e a quello di altri compagni sono legate imprese eroiche e leggendarie, perché la rivoluzione cubana ha segnato un’epoca e si iscrive nella memoria storica come un evento grandioso. Il “Che”, isolato e braccato dai soldati di Barrientos nella foresta boliviana e colpito a morte nella scuola di Higueras, è un eroe tragico. È tale perché la sua vita è contrassegnata da un crescendo di sofferenze, perché consapevolmente va incontro al suo destino, perché insieme a lui muoiono i grandi ideali per cui si era battuto, perché la sua è una nobile morte. […]”. Fortunatamente, la storia è sì scritta dai vincitori, ma la sua revisione è un dovere morale di ogni studioso libero, anche e soprattutto quando sovverte quei dogmi considerati intoccabili da certe fazioni ideologico-politiche. In questo libro vi racconteremo tutta un’altra storia…


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speciale approfondimenti

CAPITOLO 3. DUECENTO MORTI, UNA CAPANNA, UN CAPPELLANNO

n una lettera inviata a Luis Paredes Lòpez, il 5 febbraio del 1959, Ernesto Guevara, che si firma con l’appellativo di comandante in capo del dipartimento militare de“La Cabaña”ha scritto: “Stimato amico: mi rallegra alquanto ricevere lettere di persone che si interessano all’attualità americana. Di tutto quel che lei ha esposto le dirò che cattura la mia attenzione soprattutto la questione delle fucilazioni a cui lei fa riferimento. Credo che si stia sbagliando di grosso. Le fucilazioni sono non solo una necessità del popolo di Cuba, ma anche un’imposizione di questo popolo. Vorrei che lei si informasse tramite una stampa che non fosse tendenziosa per apprezzare la questione in tutta la sua imponenza. Un affettuoso abbraccio dal suo eterno amico”. Probabilmente, fino a quando non cadrà la dittatura di Fidel Castro, e oggi di Raùl, che permetterà di aprire qualche archivio segreto del governo, non conosceremo la cifra esatta dei massacri perpetrati da Guevara alla ex fortezza de “La Cabaña”. Ciononostante, seppur i numeri siano ballerini, possiamo affermare con certezza, e senza timore di smentita, che il comandante ha fatto fucilare, direttamente o indirettamente, qualche centinaio di persone: “Che sia stato valoroso non lo discutiamo - ha appuntato Sergio Delgado - però è stato un sanguinario, capace di fucilare decine di persone senza il minimo scrupolo”. Qualche centinaio di persone dunque:“Secondo l’ambasciata americana, il numero di esecuzioni fu di 500 in tutto il paese, ma la maggior parte ebbe come teatro ‘La Cabaña’. Lo stesso Fidel Castro, molti anni dopo, ha riconosciuto che

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tra il 1959 e il 1960 furono almeno 550 le fucilazioni, delle quali 100 imputabili al fratello Raùl Castro”. Gli omicidi in quel carcere, forse, rappresentano il capitolo più raccapricciante della vita del guerrigliero argentino, quello che infastidisce oltremodo i suoi fan attuali e molti storici “compiacenti” sostengono che “Sì, Guevara ha avuto delle responsabilità, ma non si possono non contestualizzare con la situazione creatasi in quel momento”. Anche Javier Espinoza fa la sua conta della serva e ha concluso sostenendo che“Il guerrigliero ha dato l’ordine di fucilare più di 400 simpatizzanti di Batista”. Jacobo Zabludovsky, il 7 gennaio 2008, sul quotidiano “El Universal”, edito in Messico, ha ricordato un fatto risalente agli anni della revoluciòn: “Mentre intervistavo il ‘Che’ mi sembrò di sentire delle scariche di fucile che provenivano dai fossati de ‘La Cabaña’. Ho capito cosa stesse accadendo solo uscendo dalla fortezza, quando un individuo mi offrì il filmato di una fucilazione in cambio di cento dollari. Me ne andai schifato”.

Tre altre parole facevano rima con “La Cabaña” ed erano “Comisiòn depuradora”, “Tribunal revolucionario” e “Paredòn”. Ne abbiamo fatto accenno nel precedente capitolo, ma ci torneremo Fidel Castro, 82 anni, al potere dal 1959. Nell’altra pagina Raul Castro, 77 anni subentrato nel 2008

più avanti.Val la pena riportare alla lettera quanto scritto da Alvaro Vargas Llosa in proposito: “Quante persone furono giustiziate a ‘La Cabaña’? Pedro Corzo parla di circa duecento, una cifra vicina a quella stimata da Armando Lago, docente di economia in pensione che, nel corso dei suoi otto anni di studio delle esecuzioni a Cuba, ha compilato una lista di 217 nomi.Vilasuso mi ha comunicato che, tra il gennaio e la fine di giugno del 1959, data in cui Che Guevara lasciò la direzione della prigione di ‘La Cabaña’, furono giustiziate

Guevara, padre Iñaki de Aspiazú, un sacerdote cattolico basco con simpatie per la rivoluzione, ha parlato di settecento condannati a morte”. Un testimone chiave, però, degli accadimenti di cui sopra è Javier Arzuaga, cappellano di origini basche, autore del libro “Cuba 1959, la galera de la muerte”, che ebbe il triste compito di dare l’estrema unzione ai condannati a morte della ex-fortezza. Arzuaga è arrivato a Cuba sul finire dell’anno 1952, subito dopo essere stato ordinato sacerdote, ed è rimasto nell’isola sino a giugno del

rispose: ‘No, la messa no, son finite quelle cose. Per quanto concerne il lavoro, gliene daremo molto. Effettivamente fu così, ebbi molto lavoro. Cominciai ad assistere quei prigionieri rinchiusi come sardine in scatola nelle celle del carcere, che contava più prigionieri di quanti ne potesse contenere”. Tra gli 800 e i 900 reclusi in un edificio capace di contenerne circa 300: “Molti di loro mi guardavano con sospetto, dato che sapevano che non ero un simpatizzante di Batista, ma col tempo presero confidenza con me. Il primo dei con-

Il massacro all’ex fortezza de La Cabaña quattrocento persone. I cablogrammi riservati inviati dall’ambasciata americana all’Avana al Dipartimento di Stato a Washington parlano di «oltre 500» vittime. Secondo Jorge Castañeda, uno dei biografi di Che

1960. Nel 1956, diventò il responsabile della parrocchia di Casa Blanca, comprensorio in cui è situata “La Cabaña”. Riportiamo, allora, di seguito ampi stralci di una intervista che l’ex sacerdote ha concesso al programma “Magazine cubano”, di un’emittente radiofonica con sede in Portorico. Diamo subito la parola ad Arzuaga: “Durante i primi sei mesi del 1959, ho dovuto assistere i prigionieri, gente dell’esercito e della polizia di Batista, che veniva reclusa nel carcere. Lì vennero organizzati i tribunali ed Ernesto ‘Che’Guevara era colui che comandava. L’apertura del ‘Paredòn’ risale al mese di febbraio del 1959”.

Come narra il suo libro, crudo e zeppo di testimonianze, per il sacerdote non si è trattato di un compito facile, visto che ha accompagnato alla morte ben 55 persone: “A volte, mi è capitato di portare i condannati a morte al ‘Paredòn’ con la mia automobile. Mi sono accorto subito dopo il trionfo della rivoluzione che, in quanto parroco di Casablanca, mi sarebbe toccato il difficile e doloroso ruolo di cappellano del carcere, dato che ‘La Cabaña’ era stata scelta come principale centro di detenzione e pena”. Il 6 gennaio del 1959, Guevara subentra a Fernandez Miranda, cognato di Batista, come capo di quella prigione: “Chiesi subito al ‘Che’ un favore, che mi lasciasse continuare a dire la messa per le truppe e che mi lasciasse assistere i prigionieri. Guevara mi

dannati a morte con cui parlai fu Jesùs Sosa Blanco, che ho conosciuto la mattina del giorno in cui l’avrebbero processato. Continuava a ripetere che sarebbe stato portato come i cristiani davanti alle fiere romane. Gli dissi: questo pomeriggio sarò con te al processo”. E quel processo fu un errore clamoroso, come ha riconosciuto persino Ignacio Ramonet:“Un giudizio sbagliato, in cui le umiliazioni e le testimonianze inventate furono la norma. Stavano giudicando una persona che avevano già deciso di condannare. Tra i testimoni c’erano dei guajiros che di fronte alle domande dell’avvocato Dacosta non sapevano cosa rispondere. Nemmeno i giurati sapevano che fare, erano imbarazzati. Oltre a Sosa Blanco, erano imputati anche Pedro Morejòn e Luis Cardo Grau. Visto come andava il processo, Fidel Castro, che insieme a suo fratello Raùl a Guevara e a Cienfuegos stava seguendo quello show che non andava per nulla bene, fece sospendere l’udienza. Sosa Blanco mi si avvicinò e mi chiese di pregare; da quel momento, nella galera della morte, si respirò un clima di spiritualità particolare. E tutte le sere si recitava il rosario. Peraltro, visto il mio allontanamento dalla vocazione, non volli mai confessare i prigionieri del carcere e chiesi ad un francescano di farlo al posto mio”. Nonostante Sosa Blanco, sposato, padre di una ragazzina di 14 anni e di altri figli più piccoli, fosse innocente venne spedito al “Paredòn”: “Davanti a quel muro mi chiese di togliergli le scarpe nuove che indossava per l’occasione, che sua moglie gli aveva portato, affinché le regalassi al primo poverocristo che avessi incontrato a La Habana o a Casa Blanca. E così feci. Le sue scarpe continuarono a girare per Cuba quasi volessero prendere in giro Castro e i suoi fedeli. Anche Morejòn, co-


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lonnello dell’esercito di Batista, finì per essere fucilato, ma nonostante la condanna emessa nei suoi confronti, il capo istruttore dei processi pretendeva da me che lo facessi parlare, affinché svelasse qualcosa. Dissi a quel signore, che si chiamava Miguel Angel Duque Estrada: ma come, non sapete niente di lui e lo avete già condannato a morte”? Morejon è stato colui che ha inaugurato “El Paredòn”. Il primo ad essere fucilato. Arrivò anche il turno di Luis Ricardo Grau:“Non so quale malattia avesse, ma era molto malato. La sua educazione maturata in un collegio cattolico gli permise di confrontarsi a testa alta con la morte. Doveva essere giustiziato insieme ad altri sei prigionieri. Data la sua forza d’animo, gli chiesi di farsi uccidere per ultimo, anche per sostenere con la sua fede gli altri.Accettò la mia proposta. Mentre gli altri, alla prima raffica cadevano per terra, lui rimase in piedi sino al colpo di grazia. È morto in piedi”!

Sulla crudeltà che regnava a “La Cabaña”c’è un episodio allucinante che racconta don Arzuaga: “Un sergente di polizia molto robusto, di cui non ricordo il nome, si presentò al ‘Paredòn’ insieme ad altre quattro persone. Erano tutti accusati dei fatti in cui perse la vita Juan Carlos Carbò Servìa. Anche stavolta, vista la sua forza d’animo, chiesi al sergente di fargli sparare per ultimo. Il capo del picchetto di fucilazione era il capitano Alfonso. Morti gli altri quattro, toccò al sergente. Alfonso ordinò di puntare e tirare. Il corpo del sergente cadde a terra, ma quando ci avvicinammo stava ancora ansimando e respirando e mi chiamò: ‘Padre… padre’... Alfonso si spaventò, non sapeva che fare, non gli sparava il colpo di grazia. Io mi agitai. Alfonso sparò un altro colpo, forse senza guardare, ma lo mancò. Intorno all’uomo che stava a terra si avvicinò Duque Estrada insieme ad altri ufficiali. Io gli dissi: La fucilazione è stata eseguita, portatelo all’ospedale’. Duque Estrada rispose: ‘No, è stato condannato a morte e qui deve morire’! Afferrai la mano del capitano Alfonso urlandogli che sparasse e la facesse finita con quel corpo agonizzante e quando il colpo risuonò sopraggiunse la morte del sergente. Poco dopo, andai da padre Stanislao Sedupe per confessarmi e gli dissi che avevo ucciso un uomo. Gli ci volle un po’ di tempo per tranquillizzarmi. Dopodiché mi ritirai nel

soffitto del convento per piangere”. Qualche biografo di Guevara attacca le testimonianze di Javier Arzuaga, sostenendo che abbia rivelato le confessioni dei condannati a morte. Ma l’allora sacerdote, come confermato da lui in diretta radiofonica, non ha mai confessato nessuno. Dal libro del cappellano de“La Cabaña”apprendiamo di un caso emblematico, ribadito dalla viva voce di Arzuaga: “Ariel Lima è stato condannato a morte. Lo trattennero per una settimana nella ‘galera della morte’. Parlava appena, viveva alienato, sembrava vuoto e solo. Gli promisi che avrei parlato con Ernesto Guevara e che avrei interceduto per lui. Andai a parlare col ‘Che’, ma lui mi disse che ci avrebbe pensato il tribunale d’appello, non capiva per quale motivo fossi andato a trattare con lui per far annullare la sentenza. Io gli spiegai che parlavo con lui per due motivi. In primis, per motivi umani dato che quel ragazzo aveva solo 16 anni; poi, per una questione di opportunità politica. Gli spiegai che il giorno dopo l’uccisione di quel ragazzo, la stampa mondiale, dagli Stati Uniti all’Europa, avrebbe detto che la rivoluzione cubana appariva senza sentimenti, dato che giudicava allo stesso

modo minorenni ed adulti, e la cosa non l’avrebbe beneficiata”. Quali le reazioni del comandante? “Sembrava inutile parlare con Guevara. Più gli chiedevo compassione e più crudelmente mi rispondeva. Andai al processo e il ‘Che’ era lì, sapeva bene perché fossi presente. Mezz’ora di udienza, sentenza ratificata. Il ragazzo sarebbe stato fucilato quella stessa notte. Uscendo dall’aula mi salutò. Fuori una donna gli corse incontro e si prostrò a terra davanti a lui. Uno di quelli che circondavano Guevara gli disse che era la madre

la colpa di essere stato il capo del Burò che si occupava di comunismo a Cuba e in America Latina per conto di Batista.“José Castaño era un uomo molto colto e versatile, non credeva nella fede cristiana. Arrivato in galera mi disse: ‘So che qui si prega, ma lasci perdere me e la mia fede’. Quando venne condannato a morte, Guevara decise che gli fosse sparato la notte stessa, ma Duque Estrada mi si avvicinò e mi chiese di accompagnarlo a parlare con Fidel Castro, perché bisognava evitare l’esecuzione di Castaño, in quanto sareb-

Finché resiste la dittatura dei Castro, non conosceremo la verità sulle stragi di Guevara di Ariel Lima. Lui le disse: ‘Le consiglio di parlare con Padre Javier Arzuaga, è un maestro nel consolare’. Poi mi guardò con scherno e rivolgendosi a me disse: ‘È sua’. Sollevai da terra quella donna e le chiesi di raccomandarsi a Dio. Non la vidi mai più. Quella notte ho odiato il ‘Che’!”. Tanti, fra i giustiziati, hanno interloquito obtorto collo con l’allora sacerdote. Fra loro c’era il capitano José Castaño, non un solo delitto commesso, ma

be stato scambiato con dei prigionieri negli Stati Uniti. Andammo da Castro, impegnato in uno dei suoi discorsi interminabili. Ci avvicinammo a lui e gli sottoponemmo la questione. Fidel disse ‘Està bien, està bien’. Tornai a ‘La Cabaña’ e mi recai immediatamente da Castaño per dargli la buona notizia. Verso le tre del mattino, mi vennero a cercare per comunicarmi che, invece, il ‘Che’avevo deciso di fucilarlo”.

Gli uomini che componevano il plotone di esecuzione erano sei, a rotazione, ed erano guajiros appartenenti alle truppe della Sierra Maestra agli ordini di Guevara, che aveva tra l’altro ordinato che nessuno venisse esecutato senza che don Arzuaga fosse presente: “Correva la voce che io ipnotizzassi i condannati a morte, il che rendeva la cosa molto più semplice. Ma non era vero. E quella notte José Castaño se ne stava da solo davanti al “Paredòn”, mentre il plotone di esecuzione conversava e fumava. Quando arrivai sul posto mi chiesi: ‘Cosa gli racconto ora dopo averlo illuso con la speranza di salvezza’? Mi avvicinai a lui che mi disse: ‘Non si preoccupi padre, io so come son fatti, li conosco bene. È lì dove si fucila, vicino a quel palo? Allora andiamoci’. Prima che lo lasciassi al suo destino, mi domandò: ‘Potrebbe prestarmi la sua fede per morire’? Rimasi basito. Recitammo un Padre Nostro, gli feci baciare Cristo e con gli occhi ben aperti ascoltò gli ordini di fucilazione, i colpi e cadde a terra”. Il sacerdote basco ha concluso in questo modo la sua intervista rilasciata a “Magazine

cubano”: “Vorrei dire ancora un paio di cosette. Mi hanno chiesto molte volte il motivo per cui ho scritto questo libro quarant’anni dopo gli accadimenti. L’avrei scritto prima, ma ero alquanto dibattuto internamente e mi risultava difficile mettere nero su bianco quelle verità. Quando mi intervistò Alvaro Vargas Llosa, e grazie a quell’intervista il mio nome apparve in tutta America Latina, non accadde nulla. Fu in quel preciso momento che decisi di scrivere il libro[...]. Se il libro servirà a qualcosa lo diranno i lettori, ma di certo servirà a scolorire tutti quei miti della tanto acclamata ‘revoluciòn’, sia a Cuba che fuori. In secondo luogo, ecco la grande lezione: Cosa ci ha guadagnato la rivoluzione? Cosa ci si guadagna uccidendo? Cosa si guadagna con la morte? Torneremo allo stesso punto di partenza? Si continuerà allora ad ammazzare”? Infine un parere tranchant su Ernesto Guevara de la Serna: “Dovrei iniziare dicendo pace per i morti, ma dato che si tratta di una figura pubblica, non posso non dire alcune cose. Personalmente, non mi ha mai trattato male, mi ha sempre permesso di accudire i prigionieri. Non ha mai dissimulato la sua crudeltà, mi si è presentato davanti per quello che era, una persona dedita alla sua utopia. La rivoluzione gli chiedeva di uccidere e lui uccideva; gli chiedeva di mentire e lui mentiva. Questo era il ‘Che’, un uomo che si è immedesimato in un’idea, un’idea che io reputo una sciocchezza”. Durante la trasmissione radiofonica, chiamarono alcuni ascoltatori che, coi loro racconti, confermarono la tesi del“Che”assassino. La signora Adelaida Mercado era fra queste:“In quelle stesse condizioni raccontate da don Arzuaga è morto un mio familiare. Sua madre arrivò a ‘La Cabaña’ perché le dissero che le avrebbero giustiziato il figlio, ma al suo arrivo seppe che fu Guevara personalmente a farlo”. Oltre ai 55 omicidi a cui assistette l’ex sacerdote spagnolo, tra il mese di gennaio e quello di maggio del 1959, esiste una lista, compresa nel libro del dottor Armando Lago, con altri 141 nomi dei condannati a morte. Ai quali il “The New York Times” ne aggiunge un’altra quindicina. Ha ragione, allora, Raùl Rivero che, il 7 ottobre del 2007, sul quotidiano “El Mundo”ricorda: “Il mito del ‘Che’ è stato ucciso da lui stesso, dalla crudeltà con la quale ha diretto le fucilazioni nella fortezza de ‘La Cabaña’, dalla incapacità dimostrata come Ministro dell’Industria e presidente della Banca Nazionale di Cuba. Lo ha ucciso la prepotenza e l’autoritarismo. E lo sta uccidendo, ancora oggi, l’impegno febbrile di qualcuno che continua a imporlo come un modello per le nuove generazioni”. Ma questa è un’altra storia, quella degli intellettuali organici, o se preferite poco indipendenti.


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speciale approfondimenti

CAPITOLO 9. IL COMMENTO DELL’AUTORE urante la lunga, e complessa, ricerca condotta prima di scrivere questo libro, in più di un’occasione mi sono imbattuto in queste parole: “La verità vi renderà liberi”. Fu Giovanni a scriverne, citando Gesù Cristo. Il versetto completo recita: “Se ascolterete le mie parole diventerete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi”. Ciò che mi ha particolarmente colpito è che, sovente, questo

D

Alvaro Vargas Llosa, per primo, ha sfondato il muro d’omertà che circonda “el Che”

In alto, a sinistra i fratelli Castro durante la rivoluzione cubana, a destra un monumento di L’Havana dedicato a Che Guevara. A lato lo scrittore Alvaro Vargas Llosa

La strada tortuosa della ricerca sulla verità richiamo lo ho ritrovato impresso su quelle pagine in cui Ernesto Guevara de la Serna è considerato una specie di dio. O di Gesù Cristo appunto.

Che strano, mi sono chiesto: ma se gli adepti del guevarismo amano tanto la verità, perché mai se la prendono a morte con chi mette in dubbio la solennità del loro idolo? Ho notato, man mano scavavo sull’argomento, che chiunque abbia messo in discussione la vita e le opere del “Che” s’è sempre beccato una valanga di insulti: terrorista, bastardo, infame, maledetto, bugiardo, canaglia sono, a memoria, gli epiteti più utilizzati. Ragionandoci

sopra, e pensando che la stessa sorte toccherà al sottoscritto, me ne son fatto una ragione: nessuna dittatura ha mai accettato critiche! Il motivo che mi ha spinto ad approfondire “l’altra vita e le altre opere” del guerrigliero argentino è la mia inveterata acrimonia per la menzogna politica. Dopo aver comprovato, documenti alla mano, che Rigoberta Menchù Tum, idolo del terzomondismo di sinistra, di Gianni Minà e della consorteria che a lui si abbevera, ha ottenuto un premio Nobel grazie ad una sequela di falsità senza precedenti, ho pensato che su altrettante ipocrisie potesse essere fondato anche il mito di “nostro si-

Carte

gnore di Rosario”. I primi importantissimi indizi me li aveva confermati, parecchi anni fa in Venezuela, un amico di famiglia fuggito da Fidel Castro. Più recentemente, il dialogo con Alvaro Vargas Llosa, che in Italia ha da poco sfondato il muro omertoso che circonda la figura del “Che”. La scintilla vera e propria che ha acceso la mia brama di verità, è scoccata dopo essere inciampato in un post, su uno degli innumerevoli blog a tema, scritto da un tal “Anibal” a una tal “Doris”, che, seppur geograficamente distanti l’uno dall’altra, disquisivano fra loro del protagonista di questo volume. Riporto di seguito lo scritto.

“Cara Doris, grazie per il tuo messaggio nel quale mi auguri lunga vita e tanta salute. Ricambio! Ma stavamo parlando del ‘Che’, non di Anibal o Doris. Parlavamo dei post che infastidiscono molti di noi che viviamo qui, post scritti dal gruppo che tu frequenti, dove della gente, come i pappagalli, ripetono la propaganda del Granma, cercando di negare la verità: il ‘Che’, Fidel, Pol Pot, Stalin, Mao, Lenin e tutte quelle canaglie che hanno provocato tanto dolore all’umanità. Costantemente, leggo messaggi che dicono che Pinochet è peggiore, Haiti è peggiore, questo o quell’altro sono peggiori. Sappi che questo forum è nato per parlare di Cuba e, qualora tu non lo sapessi vorrei spiegarti qualcosa. Io non sono un esperto di argomenti di altri paesi, non mi piace parlare dei luoghi in cui non ho vissuto. Io ho vissuto a Cuba, Santo Domingo, Puerto Rico e Stati Uniti, anche se ho mie opinioni. Non sono d’accordo con alcuna dittatura, di destra e di sinistra, credo nell’importanza della libertà d’espressione, credo che il sistema capitalista abbia bisogno di sindacati forti per la difesa dei lavoratori (io sono un dirigente sindacale), non mi illudo che negli Usa sia tutto perfetto, però sono libero di lottare per le mie idee qui! Sotto Castro nessuno è libero. Conosco entrambi i sistemi bene, perché

ho vissuto sotto entrambi i sistemi politici e non esiste paragone. Il castrismo, il socialismo, il comunismo, il maoismo, eccetera sono solo modi per permettere ad un gruppo ristrettissimo di persone di appropriarsi del potere e sfruttare i loro paesi senza alcuna delle cose buone che garantisce il capitalismo (che pure ha molti lati negativi). E a Cuba uccidono, torturano e opprimono un paese intero. E se Castro ti dice che non tortura… mente, lui che cerca di negare che il ‘Che’ era un assassino e cerca di trasformarlo in un eroe. Per difendere Castro e il ‘Che’ uno deve essere ignorante o ripugnante. Spero che nel tuo caso si tratti solo di ignoranza. Saluti, Anibal”.

Confucio diceva: “L’ignoranza è la notte della mente, ma una notte senza luna né stelle”. Un proverbio italiano racconta che “L’ignoranza è la madre della miseria”. Effettivamente, non conosco una sola dittatura, nella storia incivile dello statalismo, che non abbia ridotto in povertà i suoi abitanti. Peggio ancora è, quando a salvaguardia dell’oppressione c’è bisogno di un mito, un semidio, un paladino, un valoroso e prode combattente. Bertold Brecht, comunista, ha scritto: “Guai a quel paese che ha bisogno di eroi”. Ernesto Guevara de la Serna mi rimanda a tutto questo. Ecco perché ho voluto scriverne.


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economia

A sinistra il presidente della Banca centrale europea, Jean- Claude Trichet, sopra Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve e a sinistra il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi

Al G7 in corso a Washington uno dei temi più dibattuti sarà il ritorno in forze dello Stato nell’economia globale

Lasciamo fallire chi sbaglia di Carlo Lottieri tamburi rullano da tempo, annunciando tempi cupi per l’economia mondiale e, soprattutto, una radicale inversione di tendenza. È infatti evidente che non tutti siano in sofferenza per la grave finanziaria degli ultimi tempi, che negli Usa ha bruciato una cifra colossale vicina ai 1.000 miliardi di dollari. In particolare, mostrano una malcelata soddisfazione quanti sperano di poter cogliere questa occasione per rilanciare ulteriormente il loro ruolo nell’economia e moltiplicare la loro capacità d’intervento. Non dobbiamo neppure scordare che anche nella remota provincia italica, lontana dai centri nevralgici dell’Impero, vi sono molti economisti che si sono costruiti sulla macroeconomia keynesiana e che da anni soffrono in silenzio. Negli anni passati, infatti, ben pochi si sono rivolti a loro per avere indicazioni sul da farsi. Torneremo quindi a Keynes, come hanno pronosticato molti?

I

Forse non andrà così, dato che la teoria generale dell’interesse, dell’occupazione e della moneta è stata sviluppata dall’economista britannico più di mezzo secolo fa e appare poco indicata per far fronte ai problemi attuali. Ma è egualmente chiaro che nel G7 in corso a Washington uno dei temi più dibattuti sarà il ritorno in forze dello Stato nell’economia globale. Lo scenario, per giunta, è davvero ricco di contrasti, dato che la Fed americana e la Bce europea non sono intenzionate a muoversi di concerto. A Francoforte non si ha voglia di abbassare i tassi di

interesse e questo dipende soprattutto dal fatto che chi in passato ha avuto il marco non è disposto ad espandere la massa monetaria. Ciò è un bene, ma c’è da chiedersi per quanto tempo ancora il gruppo dei premier europei guidato Nicolas Sarkozy accetterà tutto questo. Tensioni a parte, quello che si annuncia è un ritorno ad un intervento massiccio dello Stato: lo si è visto in Inghilterra (dove Gordon Brown ha nazionalizzato la Northern Rock) e anche negli Stati Uniti (dove è stata salvata la Bear Sterns). Questi maxi-salvataggi sono una notizia perfino peggiore delle previsioni, egualmente pessime, avanzate dal Fondo monetario internazionale, per il

I salvataggi sono sbagliati per molte ragioni, ma in primo luogo perché le regole “materiali” di un sistema economico sono l’insieme dei comportamenti passati. Così, se si afferma l’idea che le grandi banche non possono fallire, è irragionevole aspettarsi comportamenti oculati da quanti sono incaricati di amministrarle. Va poi aggiunto che un’economia in cui i grandi istituti di credito sono istituzionalmente sotto l’ombrello protettivo dello Stato (grazie ai soldi di contribuenti ignari) è un’economia in cui gli istituti bancari maggiori sono per definizione in posizione privilegiata rispetto alle piccole realtà, che se hanno problemi vanno per aria.

La Fed e la Bce adottano strategie diverse per affrontare la crisi finanziaria. La Germania difende l’euro forte, ma fino a quando gli altri Paesi europei condivideranno questa impostazione? quale la crescita nell’area euro sarà solo dell’1,3% e ancora inferiore da noi (solo lo 0,3%).

La sensazione è che si vogliano mettere in discussione alcuni dei capisaldi dell’economia liberale: iniettando soldi pubblici nei mercati ed evitando il fallimento delle società malgestite. Si tratta di due strategie che qualcuno – il ministro dell’economia francese Christine Lagarde, ad esempio – vorrebbe anche istituzionalizzare con la creazione di un “fondo di stabilizzazione monetaria”. Se queste sono le ricette immaginate, prepariamo ad altre e ben più seri problemi per i mesi a venire.

Questo falsa la competizioni: è ingiusto, e pure distruttivo sul piano economico. Anche l’idea di aumentare e intensificare il ruolo regolatorio di banche centrali e authority sembra inconsapevole del fatto che il disastro attuale è avvenuta entro un sistema finanziario già iper-regolato. Chi non mi crede, provi ad informarsi su come si fa ad aprire una banca.

La questione cruciale è che siamo nel bel mezzo di una grave crisi di fiducia. Sula base di questo, è ragionevole ritenere che un’iniezione di denaro pubblico possa risolvere il problema? Per nulla. Al contrario, bisogna ripartire dai fondamentali e ricreare quelle condizio-

ni istituzionali che possono rimettere in sesto il mercato. Per avere più trasparenza, però, bisogna che funzioni un sistema sanzionatorio. In altre parole, è necessario che chi sbaglia paghi e che quindi chi ha gestito malamente un’azienda fallisca. Esattamente come avviene negli altri settori. Perché solo se chi sbaglia ne risponde ed esce di scena, il sistema può risanarsi e indurre gli operatori a operare correttamente.

Il problema è che la risposta “più Stato” nasce da un’interpretazione erronea di quanto è successo. Come per la crisi del ’29, si ritiene di essere dinanzi ad una crollo del capitalismo, ignorando in tal modo il ruolo giocato dalla Fed. Pochi sembrano consapevoli che se il costo del denaro non è definito dal mercato, ci sono da attendersi crisi a ripetizione. Qualcuno ricorda l’ultima bolla finanziaria, legata non all’immobiliare, ma alle dot-com informatiche? Anche allora si accusarono gli operatori finanziari (certo colpevoli di comportamenti imprevidenti), ma non si puntò il dito contro chi – la banca centrale americana – aveva tenuto una politica iperespansiva e quindi aveva indotto a compiere quegli investimenti. Il guaio è che le difficoltà degli americani stanno spingendo taluni europei a guardare con occhi nuovi il proprio modello “renano”: dimenticando il micidiale differenziale della crescita che da decenni divide i due lati dell’Atlantico. Al contrario, l’Europa ha bisogno di ripensarsi alla svelta: perché non siamo certo un modello “da esportazione”.


economia

11 aprile 2008 • pagina 19

Governo e sindacati concordi nel riaprire il dialogo con Air France. Ma Berlusconi chiude la porta

Alitalia, ultima chiamata d i a r i o

d e l

g i o r n o

Industria: per Isae primo trimestre a +0,8 Sulla base dei dati Istat di gennaio e febbraio e delle previsioni Isae di marzo, la produzione industriale chiuderebbe il primo trimestre «con un buon rialzo, pari allo 0,8%, dopo il forte calo degli ultimi tre mesi del 2007 (-2,1%)». L’Isae giudica «meno intensa delle attese la riduzione della produzione industriale a febbraio» comunicata ieri dall’istituto di statistica. «Gli indicatori congiunturali segnalano una tendenza sostanzialmente stagnante del ciclo industriale», ha fatto sapere l’Isae, che sulla base di tali informazioni prevede che la produzione industriale rimanga ferma in marzo (0,0%), per poi flettere in aprile (-0,4%) e segnare un modesto rialzo in maggio (+0,1%).

Passera: «La politica poco attenta all’economia» «Vorremmo che nei programmi politici ci fosse più attenzione alla crescita, all’internazionalizzazione e all’innovazione. Nessuna parte politica ha come massima attenzione la crescita del Paese». Lo ha detto Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, nel corso di un convegno organizzato da Confimprese, tenutosi ieri a Milano. A pochi giorni dalle elezioni politiche, Passera ha spiegato che in Italia «la crescita economica è insufficiente. Con il livello attuale non si aggiustano i problemi, ma si corre il pericolo di mettere a rischio la coesione della stessa società».

di Ferdinando Milicia

ROMA. Una seconda opportunità da non perdere, la porta con Air France si può riaprire. Una porta che però il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, vuole proprio chiudere. Il messaggio che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, ha lanciato ai sindacati, riuniti ieri in un vertice a Palazzo Chigi sulla vicenda Alitalia, è positivo. Le nove sigle sindacali (Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uilt, Ugl, Sdl, Anpac, Unione Piloti, Anpav, Avia), da parte loro, questa volta, hanno risposto con maggiore senso di responsabilità. In un comunicato congiunto fanno sapere la ferma volontà di riprendere il confronto con Air France-Klm rimarcando «la necessità che il governo svolga un’azione di riequilibrio del negoziato». Ma Berlusconi non ci sta gelando con una dura dichiarazione gli interlocutori del vertice. E pur rimarcando che terrà conto di un eventuale accordo con i sindacati, «spero che questa intesa possa essere traslata con la cordata di imprenditori italiani - afferma Berlusconi - a cui finora hanno aderito diverse decine di persone molto importanti», fa sapere altresì la sua netta contrarietà alla vendita di Alitalia ad Air France, «mi dispiacerebbe molto», dice il leader del Pdl. Letta, qualche ora prima delle dichiarazioni del Cavaliere, si sentiva sicuro di quanto affermato dopo il tavolo con i sindacati, ossia di un’intesa a portata di mano con i francesi.

Al termine di una complessa riunione con i sindacati a Palazzo Chigi, condita anche di indiscrezioni poi smentite e di comunicati limati, Letta ha lanciato l’auspicio che «la prossima settimana» si arrivi a un preaccor-

do sull’offerta della compagnia franco-olandese, che tornerà in Italia solo per firmare il documento presentato la settimana scorsa dal presidente Jean-Cyril Spinetta. Cauti i sindacati che, pur apprezzando la decisione del governo di intervenire ribadiscono i problemi sul tappeto, ovvero il perimetro aziendale, la flotta, l’attività cargo e la gestione degli strumenti di protezione sociale. Fulminante in questo senso la battuta del segretario generale della Filt-Cgil, Fabrizio Solari.«Capisco il clima elettorale, capisco tutto - sostiene Solari - ma lanciare segnali di una soluzione a portata di mano, quando ad oggi non c’è nulla,

Il Cavaliere frena sulla possibile intesa con i francesi parlando di una netta contrarietà di cedere la compagnia di bandiera non credo sia un esercizio tra i più saggi che si possano fare, perché c’è gente fatta di carne ed ossa». Da parte loro, i sindacati hanno chiesto un intervento diretto del governo nella trattativa, con un prestito ponte per l’Alitalia con lo scopo di concedere il tempo necessario a un confronto di merito con Air France. Rapida la risposta del ministro Bersani, che ha ricordato che non si potranno concedere prestiti ponte se prima non si arrivi alla definizione di un accordo. Il ministro ha comunque rassicurato i sindacati sull’intenzione del governo

di non lasciare a casa nessuno. Nella replica ai sindacati, Letta, secondo quanto riferito da fonti sindacali, avrebbe assicurato che il governo sta avviando un’azione di interlocuzione con tutte le parti in causa, con una prima fase che prevede una serie di contatti informali e una seconda, nella quale far convogliare gli esiti di tali contatti in un documento con il quale far tornare Air France al tavolo delle trattative.

Come dicevamo, la riunione si è poi conclusa con la diffusione di due comunicati distinti: uno da parte del governo e l’altro da parte dei sindacati. In quello dell’esecutivo si ribadisce la volontà di «svolgere un ruolo attivo perché si determini una seconda opportunità che conduca alla conclusione della trattativa sull’integrazione di Alitalia nel gruppo Air France-Klm». Da parte loro però i sindacati, pur confermando la volontà di riprendere il confronto con Air France-Klm hanno ripresentato i punti di criticità dell’offerta della compagnia franco-olandese, chiedendo al governo di svolgere «un’azione di riequilibrio del negoziato». E alla fine della giornata è arrivato anche il commento del neopresidente dell’Alitalia Aristide Police: «Il governo ha fatto bene, auspico un accordo con Air France per il bene egli azionisti, ma soprattutto per il bene dei lavoratori». A far capire che clima tira in questa vicenda ci pensa una sibillina dichiarazione di Rocco Buttiglione: «Air France non farà marcia indietro sulle sue decisioni e la cordata italiana forse affiorerà, ma dopo il fallimento, quando si potrà avere tutto per un tozzo di pane».

Petrolio: cala il consumo in Italia A marzo i consumi petroliferi italiani sono ammontati a circa 6,7 milioni di tonnellate, in calo del 4,6% rispetto al 2007. Per quanto riguarda i prodotti per autotrazione, il consumo di benzina è sceso del 9,7% mentre la sola extra-rete mostra un calo del 4,8%; il gasolio d’autotrazione ha invece evidenziato un decremento del 4,5%, con la rete in calo del 3%. La domanda totale di carburanti (benzina+gasolio) è risultata pari a circa 3,1 mln di tonnellate (-6,1%).

Mediaset: confermati vertici Rti e Medusa Le assemblee degli azionisti di Rti e Medusa, entrambe del Gruppo Mediaset, hanno nominato i nuovi consigli d’amministrazione che rimarranno in carica per i prossimi tre anni. In Rti, Pier Silvio Berlusconi riconfermato presidente. Confermati anche tutti i consiglieri uscenti. Il nuovo cda della società ha poi rinominato vicepresidenti Gina Nieri e Niccolò Querci,Amministratore delegato Marco Giordani. In Medusa, Carlo Rossella riconfermato presidente, così come anche tutti i consiglieri uscenti. Il nuovo cda ha poi rinominato Giampaolo Letta vicepresidente e amministratore delegato.

Rifkin: «Il nucleare? Un’opzione perdente» «Il nucleare è un’opzione perdente sia dal punto di vista economico che da quello ambientale». È l’opinione di Jeremy Rifkin, presidente della Foundation On Economic Trends, che ha presentato ieri a Roma il primo network di mobilità sostenibile a idrogeno, promosso dal ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio. «Oggi esistono nel mondo 439 reattori - ha spiegato - queste centrali producono solo il 5% dell’energia del pianeta e si tratta di strutture vecchie che stanno diventando obsolete. Io sarei sorpreso se delle 439 centrali del mondo ne venisse sostituita anche solo la metà con impianti nuovi». Secondo l’esperto, «perché il nucleare possa avere un qualche impatto significativo di riduzione di riscaldamento globale, il suo apporto al fabbisogno energetico mondiale dovrebbe crescere dal 5 al 20%. Ma per arrivare al 20% bisognerebbe iniziare a costruire tre impianti ogni 30 giorni per 60 anni».


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bioetica

Oggi il Bundestag si riunisce per legiferare in tema di cellule staminali. In particolare per decidere se avallare o meno l’utilizzo, a fini di ricerca, di cellule staminali - oggi crioconservate create fra il 2002 ed il 2007. Presentiamo Il contributo del Cardinale Lehmann, ex presidente della Conferenza episcopale tedesca.

Il 1 luglio 2002 in Germania è entrata in vigore la legge sulle cellule staminali. Dopo un dibattito durato diversi anni è stato trovato compromesso che è stato però di breve durata. Oggi la discussione si concentra su due punti. Si dibatte in primo luogo, se il giorno di decorrenza per l’utilizzo delle cellule staminali a fini di ricerca, fissato dalla legge al primo luglio 2002, debba essere spostato (al 2007, ndr) o addirittura cancellato. Secondo, se i ricercatori che partecipano a progetti internazionali sulle cellule staminali, siano o meno soggetti alle conseguenze penali derivanti dall’attuale normativa tedesca. L’esito del dibattito, nonostante i mesi di riflessione, è ancora molto incerto. Di certo c’è solo il fatto che i partiti hanno lasciato libertà di coscienza ai deputati senza vincolarli alle indicazioni di partito. Quattro sono al momento le proposte di legge, ognuna sostenuta trasversalmente da tutti i gruppi. A fronte a tali diversità di posizioni, non stupisce che vi siano differenze di impostazione anche fra le maggiori confessioni religiose. Il presidente del Consiglio ecclesiale evangelico, il vescovo professor Wolfgang Huber, sostenuto anche dal Sinodo della Chiesa evangelica tedesca (Ekd), si è espresso in favore del rinvio al primo maggio 2007, a condizione che si sospenda l’attuale ricerca di base sulle vecchie cellule staminali, ormai danneggiate, e che questo sia l’ultimo rinvio. La Chiesa cattolica, invece, ha rifiutato sin dal 2002 ogni possibile ulteriore deroga. La polemica è aspra e trasversale anche ai ceti sociali. Il vescovo Huber afferma che la disputa ha i «tratti di una battaglia culturale». Ma cosa si cela veramente dietro questo conflitto? Spesso, a volte di proposito, questo non viene chiarito. Si tratta dello stato morale dell’embrione, della sua dignità umana e del suo diritto alla vita. Perché non si deve perdere di vista un elemento spesso poco chiarito: nella produzione di cellule staminali embrionali umane, l’embrione viene ucciso. Da questa verità non si può scappare, anche quando si respinge la «ricerca che utilizza embrioni». Le cellule staminali possono potenzialmente traformarsi in ognuno dei 200 diversi tipi di cellula del corpo umano. Per questo motivo, in medicina rappresentano una delle risorse più ambite e la ricerca viene portata avanti perchè si spera di guarire in futuro malattie ancora incurabili. Non entro nel merito del fatto che i malati siano spesso abbindolati da promesse di guarigione irrealizzabili e dal superficiale abuso di argomentazioni relative ad un’etica della cura e della pietà. Il fulcro della discussione qui è un altro, e cioè la considerazione che si vuole da-

Oggi il Bundestag decide sull’uso delle cellule staminali. La Germania è spaccata

Nel dubbio, scegliere sempre la vita Karl Lehmann E invece, sempre, si re - sia sotto il profilo cerca di stabilire un morale che legale - almomento successivo: l’embrione. Perché, l’annidamento dell’osempre, la ricerca su vulo, la maturazione cellule staminali emdel cervello o, addiritbrionali umane deriva tura, la nascita del dalla produzione mirabambino. ta o l’uso di embrioni “sovrannumerari” riL’uomo non diventa masti dopo una fertilizzazione in vitro. Dunque, l’embrione un uomo, ma è uomo dall’inizio. Se si viene ucciso a fini di ricerca. Viene trat- osserva questo inizio, certamente si tato, in senso kantiano, non “come fine comprende che si tratta di un processo in sé ma come semplice strumento”. Se fatto di passi e momenti diversi. Ma per tale questione è così seria e prioritaria, ogni stadio siamo di fronte ad un essere umano allo stato emessa non può allora esbrionale. In questa sere accantonata, coprocedura non esiste me avviene purtroppo quel momento di cesunell’attuale dibattito, ra per cui potrebbe disoprattutto da parte re che qui inizia qualdei fautori della ricercosa di nuovo. In queca. Non posso qui anasto non c’è contraddilizzare in dettaglio tutzione col fatto che la ti gli argomenti a favoricerca descriva lo svire della tesi che luppo delle diverse faun’embrione è un essi dell’embrione e gli sere umano fin dal dia nomi diversi. Non momento della sua vedo alcun motivo creazione, e quindi dal convincente per cui momento dell’inconquesta distinzione tro tra un ovulo e lo debba essere equivasperma. Nello sviluplente ad una graduapo non c’è un momenzione dell’essere umato in cui si possa dire: no e della sua dignità. ecco, da adesso è un Il cardinale Karl Lehmann Bisogna poi sofferessere umano.

L’esito del dibattito è incerto: i deputati voteranno secondo coscienza senza vincoli di partito

marsi su altri aspetti: ad esempio sull’uso del termine “individuo” e nel farlo mi riferisco solo alla cogente discussione, se l’inizio della vita coincida con l’annidamento dell’ovulo nell’utero, in corso attualmente. La fase “dell’impianto”non deve essere sottovalutata. È un momento critico, una gravidanza su due non va a buon fine senza che, spesso, la donna ne sia consapevole. L’embrione, qui, dipende in modo elementare dalla madre. Ciononostante, non si deve tacere sul potenziale stesso dell’embrione. Uno sviluppo è possibile solo se esiste un programma che coordina l’attività dei geni coinvolti. Provoca stupore come, all’inizio, i geni della madre governino il processo e poi come la combinazione dei geni dell’embrione attivino, come unità nuova, lo sviluppo successivo e il completo sviluppo umano. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui attribuiamo all’embrione, sin dal concepimento, la dignità di essere umano e, di conseguenza, la protezione della vita. E non è affatto un’opinione esclusiva dei cattolici. Al contrario, intervenendo nei consessi scientifici, quando alcuni esperti venivano dopo a dirmi: «lei ha ragione», io ho sempre ribattuto: «la ringrazio, ma sarei stato lieto se lo avesse detto pubblicamente».

Capisco perché si tenta di “sondare” la questione dello stato morale dell’embrione. E sono consapevole che anche la Chiesa abbia esitato a dare risposte troppo veloci e sicure. Ma è necessario che la scienza umanista e quella scientifica, inclusa la biologia e la medicina - si vengano incontro sul se e da quando un’embrione è un essere umano. La pura speculazione senza osservazioni concrete non ci porta a nessun risultato, ma la sola esperienza non può neanche fornire una risposta. Ancora più urgente è un dialogo vero, riflessivo. Ignorare o addirittura accantonare la domanda, è l’unica cosa che non deve essere fatta. Ciò a beneficio della sincerità, della complessità e della serietà della questione. Stiamo parlando di un dato essenziale alla vita umana che non deve essere relativizzato in alcun modo. Non stiamo parlando di un tema afferente solo alla dottrina cattolica, ma piuttosto stiamo scandagliando la domanda elementare dell’antropologia e dell’etica che è alla base del sistema legislativo e dei suoi valori. Un tema caro anche a tanti cristiani protestanti. Nonostante le obiezioni, sono convinto debba valere la considerazione principe dell’etica: in caso di decisioni che toccano la vita, fra le diverse alternative si deve scegliere la variante sicura, e cioè in dubio pro vita (nel dubbio, per la vita). Ci vuole un dibattito serio che anticipi la pronuncia del Bundestag. In caso di opinioni differenti, deve valere il rispetto reciproco. Nessuno va diffamato. Dopotutto può sbagliare anche la scienza. Ma vale il principio: «I cristiani non devono rimanere passivi quando si smarrisce il senso dei valori. Il loro contributo deve essere allo stesso tempo critico e costruttivo. Il cristiano deve testimoniare che tutta la verità sull’uomo si è manifestata in Gesu Cristo» (Catechesi degli adulti).


cultura

11 aprile 2008 • pagina 21

A Viareggio una prestigiosa Galleria d’arte moderna l biglietto da visita è di quelli che subito ti catturano l’attenzione, per i titoli di nobiltà di cui si fregia. A partire dalle opere di Lorenzo Viani. Già lo scrittore ti si impone per la straordinaria vena creativa, per il modo con cui ti strega con la sua Viareggio di marinai, vagabondi, mamme e donnacce, raccontato in una lingua che è lessico familiare e impasto oscuramente primitivo. Ma il pittore e l’incisore più che mai ti afferrano gli occhi e ti inquietano il cuore, e ti vien da pensare che «questo» espressionismo è sì figlio di una scuola, ma reca poi impresso un marchio personalissimo, ancora in gran parte da cogliere e da valorizzare. Bene, nella Galleria comunale di arte moderna e contemporanea (Gamc) che si ha aperto i battenti a Viareggio nell’ottocentesco Palazzo delle Muse il 5 aprile, Viani è presente con 102 pezzi.

I

Tremila opere per sfogliare il ’900 di Mario Bernardi Guardi

Insomma, la più importante raccolta pubblica di Lorenzaccio rimane a casa sua ed è giusto così. Viva Viareggio!, si canta tutti insieme, tra piogge di coriandoli nazionalpopolari, quando sui Viali a Mare sfilano i carri del Carnevale. Ma la festa è anche qui, in questo spazio dove l’arte esplode con tremila opere, disposte su 1600 metri quadrati di superficie espositiva: un secolo e passa di invenzioni, linguaggi, provocazioni. E tu viaggi da un’esperienza all’altra, giri ubriaco di forme e colori, ripassi la storia della cultura in una trama di emozioni. Dagli ultimi decenni dell’Ottocento ai nostri giorni: il cammino è lungo, ogni opera è una storia e una stazione. E tutte insieme fanno un patrimonio, pazientemente accumulato grazie a donazioni di privati e ad acquisizioni del Comune. Il primo nucleo della raccolta risale al 1979 con l’acquisto delle opere di Lorenzo Viani della Collezione Varraud Santini.

Un forte impulso ad andare avanti viene dalla Donazione Lucarelli: 45 opere di significativi autori italiani del Novecento. C’è la Donazione degli eredi di Moses Lévy, di origine ebrai-

Nella foto grande Giovanni Pieraccini; in alto a sinistra il Palazzo delle Muse, a destra l’interno del Gamc; al centro Giuseppe Capogrossi, Superficie; a sinistra Juan Mirò, Invention du feu; a destra Roy Lichtenstein, Senza titolo; sotto Lorenzo Viani, L’Ossesso ca e viareggino di adozione, che fu compagno di studi di Viani all’Istituto di Arte di Lucca, allievo di Giovanni Fattori e pittore di prim’ordine per forza e grazia. C’è una bella collezione ereditata dal Comitato di gestione del Premio Viareggio, sin dal suo battesimo in stretto rapporto col mondo dell’arte: particolarmente rappresentati Primo Conti, Enrico Baj, Emilio Greco, Renzo Vespignani, Antonio Ziveri. Infine c’è la Donazione Pieraccini. Pieraccini? Questo cognome mi ricorda qualcosa, diranno i meno giovani tra i nostri lettori. Già, si tratta proprio di Giovanni,

esponente socialista, più volte ministro, uomo della Prima Repubblica, con crismi e controcrismi. Ma anche viareggino d.o.c. e, insieme alla moglie Vera, studioso del Novecento, appassionato delle avanguardie (le cui «ragioni» difese, negli anni Cinquanta, sulle pagine dell’Avanti!, contro gli attacchi del Pci, dell’Unità, del pictor optimus Renato Guttuso e di tutti gli alfieri del «realismo socialista») e collezionista di ran-

Da Viani a De Chirico, da Morandi a Picasso, da Fontana a Chagall... 1600 metri quadrati di superficie espositiva che ospitano importanti donazioni, come quella di Giovanni Pieraccini appassionato collezionista

go. Come attestano le duemila opere presenti in Galleria e «inventariate» in uno splendido catalogo (AA.VV., Collezione Pieraccini, Gamc, 3 volumi, 690 pagine, 135,00 euro).

Spicca, per quantità e qualità, la grafica d’autore: Giovanni Fattori, Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi, Giuseppe Capogrossi, Emilio Vedova, Renato Guttuso, Mino Maccari, Pablo Picasso, Marc Chagall, Juan Mirò, Max Ernst, Man Ray, Max Klinger… C’è spazio per esperienze rare come una puntasecca di Boccioni e un’incisione acquerellata di Ensor, o addirittura uniche come un’acquaforte di Gauguin o una litografia di Rousseau. Trecento i pezzi nella raccolta di dipinti e sculture, e in gran parte acquistati direttamente dagli artisti: anche qui, qualche rarità come un «libro» di César (Il reale asun’opera soluto: composta di 10 elementi di materiale industriale incollati su altrettanti fogli di plexiglas collocati in successione dentro una scatola), un dipinto di Giacomo Balla, un consistente nucleo di piccole sculture di Consagra, una grande tela di Ottone Rosai… Ma le pagine dell’antologia sono tante e davvero «si sfoglia» il Novecento in tutta la molteplicità dei suoi linguaggi: Fontana, Savinio, Turcato, Rotella, Casorati, Corpora, Perilli, Scialoja… Non solo Europa, comunque, non solo Occidente, per i Pieraccini grandi collezionisti, ma anche instancabili viaggiatori. E curiosi dell’arte in tutte le sue forme: si vedano le tante opere di scultura provenienti dai paesi asiatici, dal Messico, dall’Africa, dall’Australia; i numerosi reperti archeologici (brocche, anfore, guarnizioni, maschere, figure in terracotta, tra cui una testa femminile italica del III secolo a.C., probabilmente di destinazione votiva); un composito «nucleo» di arte sacra in cui figurano icone rumene, greche, slovene, armene e russe, una Madonna in legno spagnola del Medioevo, alcuni Buddha, di cui uno cinese del VI secolo e uno siamese del XIII-XIV secolo, due elementi di un portale sacro indiano e infine un esemplare pittorico di arte Tantra.


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LA DOMANDA DEL GIORNO

I libri di storia vanno riscritti? SÌ, MA EVITANDO FAZIOSITÀ IN DIREZIONE INVERSA, RICORDIAMOCI CHE HISTORIA EST MAGISTRA VITAE

RISCRIVIAMO ALMENO LA STORIA DELLE FOIBE, E MAGARI RILEGGIAMOCI GIAMPAOLO PANSA

E sarebbe pure ora che ciò avvenisse. Il tempo è galantuomo, questo si sa, perciò prima o poi arriva il momento in cui la verità emergerà. Nel secolo scorso,soprattutto alla fine della Seconda guerra mondiale, ci sono state tante ingiustizie, tante bugie che le nostre Istituzioni non vogliono ancora ammettere. E non è giusto che la verità venga fuori solo per la meritoria opera di singoli, coraggiosi uomini che poi pagano di persona la voglia di affermare la verità, vedi Giampaolo Pansa, e tenuta invece nascosta dai politici di una ben determinata parte e dai soliti opportunisti sedicenti intellettuali. Nei libri di storia ad uso dei nostri studenti non si fa menzione del dramma delle Foibe, non si accenna neppure alle pagine oscure della Resistenza né delle tragedie tipo l’eccidio della Malga Porzus. E così i nostri giovani continuano ad ignorare fatti importanti della storia del nostro Paese. Sì, i libri di storia vanno riscritti, evitando però faziosità in direzione inversa, perché se ciò avvenisse, a sessanta anni dalla fine della guerra, sarebbe ancora più grave. Ricordiamo sempre ciò che dicevano i nostri saggi antenati: historia magistra vitae.

Nel 2001 provò a dirlo Francesco Storace, allora Governatore della Regione Lazio, sollevando una bufera di polemiche, in particolare tra coloro che sulle falsità della Resistenza avevano creato le fortune della loro carriera. Ora ci riprova Dell’Utri che parla di «libri di storia condizionati dalla retorica della Resistenza». Ebbene senza negare il valore della resistenza, almeno quella di coloro che in buona fede hanno combattuto per un ’Italia libera, non possiamo non concordare che sulla Resistenza si sia creata una retorica ormai inaccettabile. A coloro che non lo vogliono ammettere consiglio di leggere La grande bugia di Giampaolo Pansa o di vedere il film di Renzo Martinelli Porzus, nonché di informarsi su quel che furono le Foibe titine.

Luigi Conte - Padova

LA DOMANDA DI DOMANI

Quale sarà il tema che influenzerà maggiormente il vostro voto? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

Alberto Rubini - Milano

IL GIGANTE DI GHIACCIO L’International Snow Sculpture ad Harbin, in Cina, ospita la più grande scultura di ghiaccio al mondo. Questo particolare misura 35 metri di altezza e 16 di lunghezza. La scultura completa raggiunge i 200 metri

INVECE DI CENSURARE I LIBRI NON SAREBBE MEGLIO SCRIVERLI?

UN GOVERNO PER LE RIFORME

Sono una giovane ormai quasi trentenne e anni fa facevo parte di quella schiera di giovani che, proprio come avete ricordato dalle colonne di liberal di ieri, «timbravano le pagine dei testi scolastici di sinistra con la scritta ”Falso storico, vietata la vendita”». Abbiamo marchiato quelle copertine col lo spirito di chi, allora poco più che ventenni, ancora credevano che la politica (o la metapolitica, come amavamo chiamarla noialtri di Azione giovani) si sarebbe distinta quale mezzo necessario, o quanto meno sufficiente, per smascherare i falsi storici smaccatamente di parte impressi sulle pagine dei libri che obbligatoriamente ci facevano adottare nelle scuole. Quello che purtroppo si innescò fu invece il meccanismo che il vostro Paradisi ha descritto bene sul giornale. E cioè che «oltre la denuncia, l’invettiva, il lamento la destra non va». E’ vero che non ha saputo e «non sa rispondere dei motivi della pervasività culturale dell’avversario. Quello che sa fare è promettere revisioni storiche per decreto legge». Invece di censurare i libri, non sarebbe meglio scriverli? Cordialità.

Ormai è chiaro che, al di là del risultato delle elezioni, sarà la capacità di governare con reale efficacia riformatrice il vero banco di prova di questa nuova stagione della politica italiana. In particolare, per realizzare quella complessiva riforma liberale, federale, sussidiaria, che quasi tutte le forze politiche considerano necessaria e indifferibile, sarà fondamentale costruire un ampio consenso in Parlamento e nel Paese. Un ”governo per le riforme”dovrà quindi garantire un atteggiamento di moderazione istituzionale, di equilibrio politico, di responsabilità nazionale, alla guida di un Paese diviso da tensioni e contraddizioni. Per questo sarà importante anche il contributo specifico del centro moderato e del Presidente Casini. Le elezioni

VOGLIAMO DEI RAPPRESENTANTI MOTIVATI Tra le varie polemiche che hanno animato questa campagna elettorale, una in particolare suscita apprensione in tutti gli schieramenti ed è il rischio dell’elevata percentuale di astensioni prevista. Sono state addotte varie ipotesi per spiegare il fenomeno: dalla protesta del popolo contro una classe politica indifferente verso i problemi sociali, al disorientamento che si è creato tra gli elettori dopo la formazione di nuovi soggetti politici. Tuttavia c’è un’altra causa: l’impossibilità di poter votare per il candidato preferito, di poter scegliere tra una rosa di persone propositive e politicamente preparate. Tramite il voto si produce la rappresentanza politica e si può stabilire il grado di democrazia raggiunto di un Paese. Attraverso i Partiti invece si delinea la politica di una nazione, più precisamente, secondo l’art. 49 della nostra Costituzione «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». L’attuale sistema elettorale in realtà non sembra in li-

dai circoli liberal Gaia Miani - Roma

nea con la democrazia, almeno per ciò che riguarda la cernita e l’elezione dei candidati. La lista bloccata, infatti, toglie il potere di scelta all’elettore per trasferirlo direttamente nelle mani dei dirigenti di partito i quali, imponendo l’ordine dei candidati all’interno delle liste, in sostanza decidono chi dovrà essere eletto, in barba alle reali intenzioni dei cittadini. Per essere credibili non basta schieramenti più o meno omogenei, non basta candidare persone più o meno famose o emotivamente accattivanti, non basta presentare un programma più o meno convincente. Occorre di più: permettere all’elettore di esprimere la propria opinione, renderlo partecipe di una scelta, ascoltare le sue richieste, assecondare le sue esigenze. Il modo di concepire la politica e i partiti è ormai cambiato, la crisi di Tangentopoli e il livello culturale più elevato degli Italiani hanno fatto sì che l’elettorato si liberasse dai vincoli di fede e di appartenenza ideologica per configurarsi come elettorato di opinione che vota il partito che propone il programma più vicino ai suoi interessi. Paradossalmente però questo mutamento invece

politiche ci diranno se ragionare seriamente dell’opportunità di dare forma a un governo di ”larghe intese”, o ”responsabilità nazionale”, sul modello di quanto fatto in Germania da Angela Merkel.

Matteo Prandi

LE STRADE DI ROMA VANNO RIPAVIMENTATE Via Nazionale a Roma è una strada importante, ma lasciata senza alcuna manutenzione e rattoppata con pezzi di asfalto. Occorre bonificare il sottofondo, togliere la soletta in cemento armato che è la prima responsabile delle vibrazioni ai palazzi, e ripristinare una pavimentazione in grado di sostenere il traffico di via Nazionale. Togliere i sampietrini dalle strade storiche di Roma è una barbarie culturale.

Laura Moretti - Roma

di ravvicinare l’elettorato lo ha relegato ad un ruolo ancora più marginale. C’è bisogno di candidati più vicini al popolo, che conoscono la realtà, che permettono ai cittadini di capire chi sono, cosa hanno da proporre e soprattutto che si mettono seriamente in gioco. In poche parole il popolo chiede rappresentanti motivati, concreti e una sana e democratica competizione. Lucilla Leone CIRCOLO LIBERAL ROMA PROVINCIA

APPUNTAMENTI ROMA - VENERDÌ 18 APRILE 2008 Ore 11, a Palazzo Ferrajoli, in piazza Colonna Riunione nazionale dei Presidenti dei Circoli Liberal.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog I TG DELLA RAI E LA PAR CONDICIO

Quel «Fiore» a cui nulla si avvicina Non lo sai che sei l’essere più felice proprio quando io mi nego e non comunico? Non lo sai che la parola «no» è la parola più selvaggia che affidiamo al Linguaggio? Lo sai, perché tu sai tutto. Dormo poco e controvoglia e spesso dovrei viaggiare dalle tue braccia dentro la notte felice, ma tu poi mi riprenderai tra le tue braccia, vero, perché è unicamente lì che chiedo di stare. Il «Cancello» appartiene a Dio, mio Dolce, ed è per amor tuo - non per me - che non te lo lascerò attraversare. Ma ti appartiene in modo totale e quando sarà il momento solleverò le Sbarre e ti farò sdraiare sul Muschio. Sei tu che mi hai mostrato la parola. Quando le mie dita lo faranno, spero non avrà diversa sembianza. E’ l’angoscia che da tempo di nascondo. Per far sì che tu mi lasci, affamato. Ma tu mi chiedi la Crosta divina e questo manderebbe in rovina il Pane. Quel Fiore a cui nulla si avvicina. Emily Dickinson a Otis P. Lord

IL VIAGGIO DEL PD È GIUNTO AL TERMINE Leggo su alcuni quotidiani: «Il Pd chiede voti anche ai morti, lettere elettorali con gli indirizzi non aggiornati ed è la gaffe “nera”di Veltroni». Ora finalmente siamo arrivati all’uguaglianza tanto desiderata dalla sinistra: questa è la dimostrazione che il faticoso percorso dal Pci al Pd, attraverso tormentosi sentieri, è approdato alla meta. Il Pd è come la vecchia Dc, quando iniziò il declino, cominciò a tesserare e scrivere agli ospiti dei cimiteri. Ciò che preoccupa è la velocità di recupero del partito di sinistra, rispetto all’escursus di 50 anni dello scudo crociato: in un anno ha fatto fuori il presidente premier, ha sceneggiato l’allontanamento dei comunisti colpevoli di fare i comunisti, ha copiato buona parte del programma del centrodestra, ha scoperto banche, economia, borsa. In tutto ciò il povero operaio dov’è finito? A fianco degli industriali e dei colletti bianchi, ma in tuta d’ordinanza, se si dovesse scendere in piazza, per un aumento di 50 euro l’anno. Grazie per l’attenzione e buon lavoro.

L. C. Guerrieri Roseto degli Abruzzi (Te)

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

11 aprile 1814 Francia, resa di Napoleone che ripara all’isola d’Elba

1899 Spagna: cessione di Porto Rico agli Stati Uniti 1901 Nasce Adriano Olivetti, imprenditore, ingegnere e politico italiano 1941 Seconda guerra mondiale: la Luftwaffe bombarda Coventry, Inghilterra 1961 Usa: il cantante Bob Dylan debutta a New York 1968 Usa: il presidente Lyndon Johnson firma il Civil Rights Act del 1968 che proibisce ogni discriminazione nella vendita, nell’affitto e nel finanziamento nell’acquisto di una abitazione 1979 Uganda: viene deposto il dittatore Idi Amin 1987 Muore, probabilmente suicida, Primo Levi, cadendo o gettandosi dalle scale della sua casa di Torino 1991 Iraq: fine della Prima guerra del Golfo 2000 Muore Flaminio Piccoli, politico italiano 2006 Italia: viene arrestato, dopo 43 anni di latitanza, il boss mafioso Bernardo Provenzano

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei,

Ci risiamo. Per la seconda volta in una settimana al Tg1 è andato in onda lo spot elettorale. Dopo l’intervista agiografica senza contraddittorio al prefetto Serra, candidato per il Pd, domenica scorsa, 6 aprile 2008, nell’edizione principale delle ore 20 è andata in onda un’altra intervista-soffietto. Questa volta il beneficiato è stato Enzo Decaro, candidato numero 46 per la Lista Rutelli al Comune di Roma. Decaro è stato intervistato su una raccolta di poesie di Massimo Troisi da lui stesso curata. Anche stavolta, come nel caso del prefetto Serra, il Comitato di redazione Tg1 ha taciuto: o non se ne è accorto, o evidentemente approva una condotta editoriale contraria alla legge sulla par condicio. Stesso discorso vale per il sindacato Usigrai, stranamente silenzioso anche in questo caso. Noi cittadini non possiamo più tollerare delle autentiche prese in giro come questa. E’ proprio il caso di dire, ormai, che la faziosità del Tg1 supera abbondantemente quella storica del Tg3. Grazie per l’attenzione, buon lavoro. Distinti saluti.

Marco Valensise - Milano

PUNTURE Il Walter a Napoli ha citato Eduardo: “Adda passa’ ‘a nuttata”. Bassolino gli ha risposto con Totò: “Ca nisciun’ è fesso”.

Giancristiano Desiderio

Si può resistere alla forza di un esercito; non si può resistere alla forza di un’idea VICTOR HUGO

Giancristiano Desiderio, Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di SI SGRETOLA L’OMERTÀ NEI CONFRONTI DELLA CINA Finalmente , dopo alcune settimane di dibattiti e accese discussioni, alcuni leader occidentali riflettono sull’opportunità o meno di presenziare all’apertura dei Giochi olimpici a Pechino. Il primo a prendere posizione è stato il Presidente francese Sarkozy, che ha addirittura adombrato la possibilità di boicottare i Giochi nel caso in cui la Cina non dovesse fermare la repressione in Tibet. Poi i candidati alle Presidenziali statunitensi Hillary Clinton e Barack Obama hanno chiesto a Bush di non andare in Cina, e di attuare una politica più rigorosa nei confronti della dittatura comunista. Infine, notizia di ieri, il premier inglese Gordon Brown, pur sottolineando che “non si tratta di un boicottaggio nei confronti della Cina, ha annunziato che non sarà presente all’inaugurazione delle Olimpiadi. Con lentezza e difficoltà, ma in modo sempre più visibile, si sta dunque sgretolando quel muro di omertà e di silenzi che aveva consentito alla Cina di agire indisturbata in Tibet, al di là delle manifestazioni di dissenso da parte dell’opinione pubblica occidentale. Anche il viaggio della fiaccola olimpica offre l’occasione per dimostrare che i cittadini comuni non hanno dimenticato la situazione dei monaci tibetani, e i vari tentativi di spegnimento della fiamma, le dimostrazioni, le proteste, attirano l’attenzione dei media sulla gravissima repressione in quell’area del pianeta. Ora, finalmente, anche alcuni capi di stato e di governo hanno deciso di non rimanere immo-

bili, anche se queste misure risultano insufficienti per delle vere e forti pressioni verso il regime cinese. Ma attendiamo con fiducia e pazienza, comunque contenti del fatto che i primi passi sono stati compiuti.

Il Falco falcodestro.altervista.org

THE WAY AHEAD D’accordo che in questi giorni fanno più notizia Alitalia, Pizza, schede elettorali e mozzareIla di bufala, però qualche riga sull’Iraq, ogni tanto, non guasterebbe. Il generale Petraeus, a Washington, non fa giri di parole per spiegare che, nonostante gli enormi progressi sul campo, quel che non funziona in Iraq è dovuto all’intervento di forze esterne, di chiara matrice iraniana. Dalla sua parte, l’ambasciatore americano in Iraq Ryan Crocker. Nel frattempo, Samir Sumaidaie, ambasciatore iracheno negli Stati Uniti, dichiara, per l’ennesima volta, che le truppe americane non vanno ritirate poiché sono fondamentali per il suo Paese. I due candidati democratici Barack Obama e Hillary Clinton, tuttavia, continuano a ripetere la solita solfa del ritiro. E l’Iraq, che doveva essere il tallone d’achille della sua campagna elettorale, diventa un cavallo di battaglia per McCain, unico candidato ad avere una visione di politica estera convincente, in contrasto con la miopia dei suoi avversari. Sull’argomento Iraq, da non perdere ”Iraq: The Way Ahead”, del sempre ottimo Frederick Kagan.

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2008_04_11