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ISSN 1827-8817 80313

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

e di h c a n o cr

Il caso Ciarrapico dimostra che quella tra Forza Italia e An non è una vera unione. E in molti si chiedono: Fini non si è chiuso da solo in una gabbia?

Poste italiane spa • Spedizione in abbonamento postale d.l. 353/2003 (conv. in L. 27-02-2004 n.46) art. 1; comma 1 - Roma

di Ferdinando Adornato

Coppia di fatto

pagine 2 e 3

Socrate

il caso tremonti nomine

La scuola al voto Ferdinando Adornato, Giuseppe Bertagna, Domenico Sugamiele, Valentina Aprea, Giancristiano Desiderio, Giacomo Zaccardo

da pagina 12

mino martinazzoli

IL POPOLO DELLA LIBERTÀ È UN PARTITO LIBERALE?

PARLA STADERINI: «VELTRUSCONI INIZIA A PRENDERSI LA RAI»

Carlo Lottieri Gianfranco Polillo

Riccardo Paradisi

a pagina 4

GIOVEDÌ 13 MARZO 2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

NUMERO

45 •

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WWW.LIBERAL.IT

«I cattolici devono tornare uniti» Errico Novi

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

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19.30


coppia

pagina 2 • 13 marzo 2008

di fatto

Il Pdl resta l’incontro elettorale tra il sistema berlusconiano e l’apparato di An. C’è ancora da capire perché Fini sia finito in una gabbia come il caso Ciarrapico dimostra

Un Dico che scade il 13 aprile di Renzo Foa a una parte Silvio Berlusconi. Dall’altra Gianfranco Fini e Alleanza nazionale. La candidatura di Giuseppe Ciarrapico, con il velenoso scambio di polemiche anche personali, ha sottolineato tanto il carattere improvvisato del Popolo delle libertà, quanto la sua natura. Che resta quella di una lista elettorale, mentre restano occasionali, propagandistici, i riferimenti al partito che dovrebbe poi nascere.Viene così data ragione agli scettici e ai critici: nel giro di poche settimane è evaporato il clima di retorica sulla grande impresa, sulla «semplificazione del sistema politico – come era stato detto – senza aspettare la nuova legge elettorale». Al primo incidente, si è capito che nella realtà è cambiato poco o nulla: due apparati si sono incontrati, hanno fatto finta di essere un unicum, ma rapidamente prima hanno dovuto ricorrere ai distinguo e alle precisazioni e poi non hanno resistito a polemizzare apertamente fra loro. Come facevano in passato, quando erano alleati o, se si preferisce, alleati-nemici. E di «alleati» continua a parlare Berlusconi, se non addirittura di «An informata», quando ha dovuto fronteggiare il gelo di Fini sull’orgoglio fascista dell’editore ciociaro.Tutto come prima. Solo che ora c’è questo avvolgente del Pdl, che ha sostituito la vecchia coalizione, perdipiù amputandola ed escludendone dei pezzi.

D

Ormai è chiaro che Berlusconi e Fini hanno semplicemente consumato un matrimonio di interessi.Ad essere più precisi, forse hanno firmato solo un Dico, che ha anche scritta nero su bianco una prima possibile data di scadenza, quella dell’appuntamento elettorale del 13 e 14 aprile. Il resto è tutto da vedere. In attesa di sapere cosa dirà il respondo delle urne. Del resto, l’altra sera a Ballarò, parlando del nuovo partito, proprio il leader di An – va ancora definito così, se non altro perché è difficile definirlo in altro modo – ha usato per la prima volta il condizionale. Questa riserva mentale era forse dovuta all’irritazione per i giudizi sprezzanti rivoltigli dal «candidato n. 11», cioè da Ciarrapico. Un candidato voluto da Berlusconi, ma sussunto dal Pdl che è anche di Fini. Un’irritazione quindi comprensibile. Ma forse era dovuta anche ad altro: con grande rapidità, da carrozza per una marcia trionfale verso il governo e da veicolo per assumere l’eredità del berlusconismo il «listone» sembra essersi trasformato per l’ex vicepremier ed ex ministro degli esteri in un recinto, ben diverso dalle grandi praterie in cui questi era abituato a spaziare. Più esplicitamente in una gabbia, in cui le sbarre sono gli argomenti della campagna elettorale del Cavaliere e il personale proposto attraverso le candidature. Per non parlare poi delle svolte culturali, come quelle proposte da Tremonti. Come e perché ci si è ficcato Fini? Delle ragioni che hanno indotto Berlusconi a promuovere la sua ultima impresa è già stato detto tutto o quasi. A cominciare dalla rin-

Forse tutto risale alla scissione di Storace e all’ansia di evitare una conta con la concorrenza. Ma agli incidenti provocati dall’improvvisazione bisogna aggiungere un’incognita: non basta vincere un po’, ci vuole una vittoria elettorale piena, altrimenti la scommessa sarà persa corsa con Walter Veltroni, dall’emulazione della «vocazione maggioritaria», dal pericolo per Forza Italia di trovarsi la sera del 14 aprile con una percentuale di voti inferiore a quella del Pd. Il Cavaliere ha dapprima eletto il suo avversario a interlocutore privilegiato e poi l’ha inseguito nella prospettiva di lavorare ad una risistemazione «a due» del sistema politico e, conseguentemente, degli assetti di potere. C’era una logica in tutto questo, dopo i mesi trascorsi a confidare nella «spallata» e nel momento in cui con il dialogo sulle riforme, il referendum e la caduta del governo Prodi hanno prospettato una facile scorciatoia dal bipolarismo imperfetto e militarizzato al bipartitismo o, se si preferisce, al bileaderismo. Si sono invece esplorate un po’ meno le ra-

gioni che hanno indotto Fini ad imboccare questa stessa strada. Non può essere una ragione il fatto che, nell’area del centrodestra, quella di An fosse da tempo l’élite politica più interessata al partito unitario. Lo era certamente perché suonava automaticamente come adesione al Ppe. Così come lo era perché era la strada più semplice e redditizia per completare la transizione avviata in tempi lontani a Fiuggi, dopo alcun tentativi andati a vuoto di integrare componenti e filoni moderati. Ma questa è una spiegazione che non può bastare, perché tutte le scelte di Berlusconi dopo il voto del 2006 erano andate in una direzione opposta: non c’era stato alcun disegno di riaggregare in modo organico il centrodestra attraverso un processo, simile a quello che ha portato alla nascita del Pd.

Al contrario era emersa sempre più nitidamente l’idea della politica che ha il Cavaliere, che è semplicemente quella dell’uso personale di un consenso personale, peraltro molto esteso nell’opinione pubblica. Un’idea della politica che lasciava sempre più trasparire l’insofferenza anche nei confronti di Forza Italia e che disegnava il Pdl (più Popolo delle libertà che Partito delle libertà) come uno strumento volto al rapporto diretto con l’elettorato e non come uno strumento di mediazione e di organizzazione, come sono appunto i partiti. E non era l’idea di Fini, che anzi da mesi stava lavorando con Casini ad un progetto diverso e alternativo. Ad una nuova offerta moderata.

Allora perché questa adesione improvvisa? C’è da chiedersi se, nella precarietà del sistema politico italiano, il fattore vero della svolta non sia stato rappresentato più banalmente dalla scissione di Francesco Storace, cioè dalla nascita di quella Destra che, dopo Fiuggi, ha costituito la prima concorrenza alla storia di An. Si è già detto che Fini ha preferito evitare il rischio di una conta, con il pericolo di un ridimensionamento. Oggi, a rileggere il film quasi incomprensibile del rifiuto degli apparentamenti, sia con Storace sia con l’Udc, c’è però un sospetto in più: che alla preoccupazione berlusconiana di non essere da meno di Veltroni nel «correre da solo» abbia corrisposto da parte del leader di An il disegno, perseguito con coerenza, di mettere fuori gioco tanto la Destra che Casini. La Destra per cancellare la concorrenza diretta, Casini per scommettere sull’inconsistenza di una «terza forza» moderata e per godere di una «rendita di posizione». In altri termini, una scelta dovuta a quell’istinto di sopravvivenza che spesso in politica è avvolto da grandi disegni strategici ma che è motivato da ragioni tattiche, di breve respiro. Nella stessa chiave è stata data anche un’altra spiegazione. Il delfino, si era detto di Fini all’indomani dell’annuncio del Pdl. Nel senso di delfino di Berlusconi, nello scenario di quell’assetto bipartitico disegnato sia dal dialogo avviato tra Veltroni e il Cavaliere sia dal referendum. Ma anche per poter svolgere questo ruolo, di fronte ad una nutrita concorrenza – da Formigoni a Tremonti – Fini aveva bisogno di evitare la conta con Storace e di neutralizzare Casini, non tanto per la forza dell’Udc che nel quadro di un’alleanza di centrodestra sarebbe restata secondaria, quanto per una competizione con un’area moderata, centrista e cattolica che continua ad esistere e di cui nessuno sa quale possa essere il peso futuro.

Dunque, quella del leader di An è stata ed è una scorciatoia e, nello stesso tempo, una scommessa. Esposta, oltretutto, ai rischi che comportano tutte le improvvisazioni in politica. E il caso Ciarrapico rientra in questa casistica. Ieri, Fini per evitare di trascinare la polemica sul «candidato n. 11» ha dichiarato che il caso è chiuso e per evitare che i condizionali pronunciati a Ballarò potessero aver ripercussioni negative è tornato a parlare di una «stagione costituente del Pdl» che inizierà dopo il voto. Tenta cioè di uscire dalla gabbia in cui si è accorto di essere finito. Ed è comprensibile che lo faccia. Ma i campanelli di allarme sono suonati. E non riguardano incidenti isolati. Riguardano la natura del Popolo delle libertà e l’improvvisazione del progetto. Comunque la vera incognita è quella del risultato elettorale. Se non sarà pieno, se non dare all’alleanza Berlusconi-Fini quel carattere strategico che oggi non ha, se anche il voto del Senato non dovesse dare una forte maggioranza al «listone», questa scommessa fondata sul prendere o lasciare, senza altre vie di uscita, sarà sostanzialmente persa.


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di fatto

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Dopo un’altra giornata di tensione tra An e Forza Italia

Tregua di convenienza Fini: «Il Pdl non è ancora un partito» di Errico Novi

ROMA. Che Veltroni affondi il coltello nella piaga è nella logica delle cose. Lo fa con la sua impareggiabile e sfrontata grazia: «Mette tristezza vedere un candidato che fa il saluto romano», dice di Ciarrapico, «come è triste che lo stesso candidato definisca ”sguattero” uno dei principali leader del suo partito. Credo che questo stia mettendo in imbarazzo la Lega ma soprattutto An, vera vittima sacrificale del Pdl». Prova a insinuarsi tra i convenuti a nozze, Walter, e fa semplicemente il suo dovere di competitor. Magari si illude quando sembra sperare in un repentino rovesciamento del tavolo aperto tra Forza Italia e An: ma certo coglie un problema, quasi anticipa il dibattito sul partito unico che nel pomeriggio a poco a poco si riapre. Nel Popolo della libertà il clima resta appena sostenibile grazie a una serie di faticose correzioni. Quella di Giuseppe Ciarrapico che smentisce l’aggettivo «sguattero» attribuitogli da Repubblica a proposito di Gianfranco Fini. E quella di Silvio Berlusconi, che prima prende atto «con sollievo della smentita di Ciarrapico», giacché «se veramente avesse detto quelle cose la sua presenza in lista, già problematica e di-

scussa, sarebbe diventata impossibile». Poi però il Cavaliere si preoccupa di rinnovare «la solidarietà già espressa a Gianfranco, con tutta la stima e l’amicizia». E richiama involontariamente sulla scena il fantasma del Ciarra che parla di Fini in tono sprezzante.

D’altronde Berlusconi continua ad assicurare che «non c’era nulla da chiarire» sulla candidatura dell’editore, che «l’alleato non solo era d’accordo, anzi…». Come premessa in vista della fusione tra azzurri e finiani non è il massimo. Non a caso il presidente di An archivia il caso Ciarrapico ma riporta subito in primo piano una questione che sembrava svanita all’ombra del listone, il partito unico appunto: «Non siamo ancora in una fase così avanzata, spero che si concretizzerà in autunno: i partiti non nascono dalla sera alla mattina». Consapevolezza senz’altro utile. Alla presentazione del nuovo numero di Con, il bimestrale diretto da Italo Bocchino, l’ex vicepremier ricorda anche che «An ha uno statuto e un congresso che dovrà decidere. Faremo un gruppo unitario in Parlamento e poi si aprirà la stagione costituente». Non è una fre-

Ciarrapico smentisce di aver dato dello «sguattero» a Fini. Che chiude il caso ma rimette i paletti sulla fusione: «Non avverrà d’incanto, e guai a creare correnti» nata, ma una scrupolosa puntualizzazione. È la definizione di paletti che l’accelerazione sulle candidature sembrava aver reso superflui. Ed è senz’altro l’anteprima di un negoziato successivo che non avrà il vantaggio dei tempi obbligati. «A Berlusconi l’ho detto: sarebbe gravissimo se nel Pdl prevalesse la logica delle correnti, se si continuasse ad agire in base alle vecchie casacche di appartenenza». L’ultimo monito di Fini dà nello stesso tempo l’idea dell’auspicio e della preoccupazione.

Ma almeno da questo punto di vista, Gaetano Quagliariello vede meno insidie di Fini: «Non è affatto detto che le linee di ricomposizione corrispondano ai due partiti di pro-

venienza», dice a liberal a proposito del partito unitario e delle sue eventuali correnti, «non bisogna dare nulla per scontato, in questo processo, sarà una conquista quotidiana». Calma, dunque. Un passo alla volta. «Con la lista unica è stata colta un’occasione per accelerare», dice il senatore forzista, «con una certezza: ormai nel Paese esiste uno zoccolo duro che si sente di centrodestra senza ulteriori appartenenze. Ma ora devono seguire le élites. Bisogna verificare innanzitutto che grado di osmosi produrrà la campagna elettorale», avverte Quagliariello, «e poi sarà fondamentale la convinzione con cui si creeranno i gruppi parlamentari». Dopo bisognerà mettere insieme strutture, quadri dirigenti, potentati locali. Il passaggio più complicato, forse. Anche perché gli azzurri rischiano di vivere con disagio l’incontro con un’organizzazione come quella di An, considerata molto meno flessibile. Ma Quagliariello offre fa un’analisi controcorrente: «Da noi la cultura partitica è molto cresciuta, negli ultimi anni. Quelli di An, proprio con la compilazione delle liste, si sono resi conto di non avere di fronte un struttura invertebrata».

Ignazio La Russa non sottovaluta l’aspetto ma ricorda che «anche il nostro partito ha avuto un grande processo di semplificazione. L’assemblea nazionale non è quella dei tempi del Msi, disegna gli orientamenti generali ma le questioni operative sono soprattutto in capo a Fini, al massimo all’ufficio politico». In via della Scrofa la centralità del leader si è accentuata in modo visibile e questo dovrebbe accorciare le distanze con Forza Italia, pensa il capogruppo dei deputati finiani, «ma certo gli azzurri hanno un assetto più vicino al modello americano, che si organizza soprattutto in occasione del voto. Non sarebbe possibile d’altra parte trovare gerarchie analoghe alle nostre», nota La Russa, «in un partito che esiste da quattordici anni». Il presidente dei deputati di An resta complessivamente ottimista nonostante le fibrillazioni su Ciarrapico. Nonostante la stessa Alessandra Mussolini sia candidata alla fine in quota Forza Italia: «In tutte le grandi aggregazioni politiche europee si discute sulle liste, accade persino alla Santanchè. Certo il processo è appena iniziato, sarebbe sciocco dire che il partito unico esiste già. Ma sarei assai più preoccupato se non ci fossero i valori comuni. Quelli non sono in discussione: dalla famiglia, alla sicurezza, alla necessità di incoraggiare lo sviluppo con la riduzione delle tasse».

Resta il nodo delle strutture disomogenee da fondere, La Russa lo sa, ma cita un passaggio «sottovalutato» che gli sembra una buona prova generale: «L’atto costitutivo dell’associazione Popolo della libertà, da cui nascerà il partito: l’abbiamo definito in pochissimo tempo, e in quel testo già ci sono principi sulle candidature e le percentuali negli organismi dirigenti, oltre alla paternità del simbolo. Tutte cose che sicuramente torneranno nello statuto. E che danno senso al mio personale ottimismo».


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il caso

Il popolo c’è ma la libertà? di Carlo Lottieri e il buongiorno si vede dal mattino, non c’è da farsi illusioni in merito agli esiti delle prossime elezioni, che vedono favorito un centrodestra in cui le voci liberali - soprattutto sui temi economici - tendono a farsi sempre più fioche, sovrastate come sono dai toni tenorili di quanti chiedono un ritorno in grande stile della politica economica d’antan. Così, dopo due anni di giustizialismo fiscale “alla Visco”, si rischia di approdare ad una riedizione del colbertismo di Tremonti. Con grande onestà, l’ex-ministro dell’Economia ha presentato prima del voto - e in modo assai netto - le proprie convinzioni in un pamphlet appena dato alle stampe, da cui emerge chiaramente che egli non ha alcuna volontà di aprire l’Italia e l’Europa al mercato globale - partendo dalla cancellazione di quella vergogna senza eguali che è la politica agricola comune - ma invece propone un progetto culturale statocentrico fondato sulla paura, e quindi sulla chiusura in se stessi. Tra l’altro,Tremonti non è per nulla isolato. È anzi interessante rilevare come quel testo possa essere letto come uno sforzo di trovare - sui temi dell’autorità, della protezione dei ceti medi, dell’avversione per il modello sociale americano, e via dicendo - una sorta di punto d’equilibrio tra le varie anime politiche (cattolica, nazionale, leghista,

S

ecc.) che compongono la nuova alleanza politica. È del tutto evidente che si sarebbe potuta costruire un’altra alchimia, ma quella suggerita non è del tutto fantasiosa. Basta prendere in considerazione il caso di Malpensa e di Alitalia. A dar credito alle prese di posizione degli esponenti del centrodestra, si è costretti a constatare come il pur pessimo governo Prodi abbia messo in cantiere una dismissione che oggi potrebbe saltare con conseguenze disastrose per i contribuenti - a causa del probabile cambio di maggioranza che avrà luogo dopo il 13 aprile. Come a dire che il governo di sinistra che includeva Rifondazione comunista rischia di rivelarsi, al-

delle Finanze quando c’era perfino chi teorizzava che le tasse (specie quelle pagate dagli altri) erano bellissime. È ugualmente possibile che riprenda un cammino verso quelle riforme federali di cui il Paese ha grande bisogno, e che in qualche settore - in tema di mercato del lavoro, ad esempio - si superi l’ideologismo furibondo che ancora alberga in tanta parte della sinistra.

Ma non avremo certo una rivoluzione reaganiana: ed è un peccato. Superata la soglia dei settant’anni, Silvio Berlusconi potrebbe decidere di lasciare alle proprie spalle (quando abbandonerà la politica attiva) un Paese più libero e dinamico. Per far questo dovrebbe però individuare una strategia aggressiva nei riguardi delle sacche di parassitismo, dovrebbe mettere in discussione il mito delle grandi opere di Stato, dovrebbe decidersi a usare il machete con la spesa pubblica. Non sarà così, perché perfino in quel libro dei sogni che è il programma elettorale non c’è alcuna indicazione in tal senso. Eppure le potenzialità per un vero cambiamento di rotta ci sarebbero. Come puntualmente conferma ogni indagine demoscopica, l’elettorato del centrodestra è prevalente nei settori del privato, dell’impresa, delle libere professioni. Si tratta di un universo di persone che sosterrebbero con grande favore una

Le voci liberali del centrodestra, soprattutto sui temi economici, sono sovrastate da chi invoca il ritorno allo statalismo. Dopo due anni di giustizialismo fiscale alla Visco, dopo il voto rischiamo di approdare ad una riedizione del colbertismo meno su questo punto, più liberale di un Popolo della libertà ossessionato dall’italianità della compagnia di bandiera e dalla preoccupazione di fare clientelismo di bassa lega nel Varesotto. Invece che privatizzare la Sea, si punta di nuovo a scaricare sugli italiani i frutti fallimentari delle scelte politiche compiute in passato. Sia chiaro: è possibile nutrire anche qualche ragione di ottimismo. In particolare, è lecito sperare che un centrodestra vittorioso si deciderà ad abbassare le imposte e, si spera, modificherà un poco la linea adottata dal ministero


il caso

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La crisi finanziaria che stiamo attraversando non è come quelle del passato

Attenti, Cina e India ci obbligano a cambiare di Gianfranco Polillo

Pro e contro sul nuovo libro di Tremonti e sulla svolta “protezionista” del Pdl politica volta, ad esempio, ad estendere anche al settore pubblico le regole che oggi valgono per il settore privato: anche perché non si capisce secondo quale principio il lazzarone di un’azienda tessile debba essere licenziato e quello di un’università pubblica, invece, no. Quindici anni fa, quando ancora non aveva familiarità con la politica attiva, Berlusconi fece proprio dei temi della concorrenza e della libertà d’impresa le proprie bandiere. Ma oggi le cose appaiono assai diverse. Sembra quasi che il centro-destra sia pure prigioniero del mito dell’elettore “mediano”: la convinzione, insomma, che per vincere si debba conquistare i cittadini più tiepidi, né carne né pesce, incapaci di fare scelte. Ma in realtà non è così, perché nel momento in cui si sbiadisce oltre misura la propria proposta elettorale si finisce per indurre molti elettori del passato a non recarsi neppure alle urne. Inseguendo un elettore che non c’è, si perdono quote consistenti di elettori effettivi. Speriamo che, quando le parole lasceranno il posto ai fatti, tutto sia diverso e migliore. Ma oggi è lecito nutrire un forte scetticismo al riguardo.

Non si può certo dire che l’ultima fatica di Giulio Tremonti sia passata inosservata. Quel nuovo saggio - “La paura e la speranza” - ha attirato l’attenzione di grandi e piccoli. Dai maggiori editorialisti della corazzata di Via Solferino, alle colonne del Il Sole 24 ore. E poi, tralasciando i politici, un diluvio di prese di posizioni dell’intelighentia che conta. Per giungere, infine, all’Unità che solo qualche giorno fa si interrogava sul dilemma: «Ma l’Italia si merita ancora Tremonti?». Insomma, un caso letterario, quel saggio scarno di un centinaio di pagine che divide entrambi gli schieramenti e fa discutere. Del personaggio Tremonti si può dir tutto, meno che sia banale. La sua attenzione al cambiamento è ben nota. Lo ha dimostrata nei suoi anni di governo, come principale responsabile della politica economica nazionale. L’aveva fatta intravedere nei suoi lavori precedenti. Termini come «smaterializzazione della ricchezza», «mercatismo», «fine dello stato nazione» erano entrati nel lessico corrente, in sintonia con analisi condotte da altri studiosi a livello internazionale. Cosa relativamente singolare per un politico italiano che di solito ha ben altre gatte da pelare. Ma Tremonti è così. Difficilmente catalogabile nel conformismo dilagante che purtroppo ci accompagna.

O meglio tra quello che una volta era il centro del centro - vale a dire gli Stati Uniti - ed il resto del mondo. Con un coinvolgimento ancora più profondo dell’Europa, stretta nella morsa tra la nuova Russia di Putin ed i nuovi paesi produttori. Produttori di manufatti, co-

lo stato di salute delle grandi locomotive dell’Occidente. Sarà del 4 per cento, in termini reali, il suo tasso di sviluppo. Quasi tre volte tanto quella dei paesi del G7. Sostenuta dalla crescita del mercato interno della Cina, dell’India, del Brasile e della stessa Russia. Paesi che hanno allentato la loro dipendenza dalle esportazioni verso le metropoli del benessere, ed ora sono capaci di puntare su forme autonome di reciproca interdipendenza. È il cosiddetto “decoupling” (disallineamento) di cui parlano due economisti del Fmi (Cidgem Akin e Ayhan Kose) in un loro recentissimo paper. Ed è legge dei grandi numeri di cui parla Tremonti nel suo libro.

Se la crescita dei consumi di queste aree avviene ad un ritmo che è tre volte tanto quello dell’Occidente, se gli investimenti aumentano del 17 per cento, contro una media dell’1,2 per cento dei paesi ricchi, vi sarà pure una qualche conseguenza. Ed essa è data dalla forte crescita dell’inflazione, causata da un’offerta che non riesce a stare al passo della maggiore domanda. Penalizzerà i ceti più deboli del primo e del quarto mondo: i pensionati ed i giovani del Mezzogiorno d’Italia e le grandi moltitudini africane. Tremonti ne è consapevole. «Una massa di circa un miliardo di uomini scrive - concentrata prevalentemente in Asia è passata di colpo dall’autoconsumo al consumo, dal circuito chiuso dell’economia agricola al circuito aperto dell’economia di mercato». Non è solo letteratura, ma il riflesso di una robusta base analitica. Che fare quindi? Lottare contro il fascino illusorio del neo-protezionismo, come scrive, a proposito, Fabrizio Onida sulle colonne de Il Sole? Il ragionamento di Tremonti è più complesso. Nel breve periodo misure di salvaguardia, come del resto più volte praticate dagli stessi Stati Uniti a partire fin dagli anni ’70, possono essere necessarie. Occorre tempo per far comprendere all’Europa la portata della nuova sfida. Ma nel frattempo occorre rivedere in profondità gli stilemi che hanno accompagnato la cultura del ‘900. Ecco quindi il riferimento ai nuovi valori - responsabilità, doveri, autorità, nuova presenza dello Stato e così via - che sono la premessa per rispondere alla sfida competitiva che viene dai “nuovi barbari” che bussano alle porte del vecchio impero. Per scongiurarne, a differenza dei secoli passati, una decadenza, altrimenti inevitabile.

“La paura e la speranza” affronta temi complessi. E le sue idee non possono essere catalogate come neo-protezioniste, a meno di non volerne dare una lettura superficiale

Ed è stato subito scandalo. La cosa che più ci ha colpito è l’analisi dei grandi cambiamenti negli equilibri mondiali. È da qui che bisogna partire per capire non solo Tremonti, ma quello che sarà il prossimo futuro. Non sono fatti semplici da decifrare. Se si resta in superficie, la crisi finanziaria che scuote l’Occidente può sembrare simile a tante altre. Una semplice battuta d’arresto, che prima o poi sarà recuperata. Qualcuno - grande banca o fondo di investimento - ci rimetterà le penne. Ma poi il mercato continuerà a svolgere il suo ruolo di dispensatore di ricchezza. Meriti e bisogni: come si diceva una volta. E come continua a ripetere, in buona compagnia, Francesco Giavazzi. Non ne siamo sicuri. Questa crisi finanziaria non è simile alle altre. Non è semplice conseguenza dell’esplosione di una “bolla speculativa”. Come accadde per le borse solo qualche anno fa. Essa, al contrario, è il prodotto di fatti irreversibili che hanno la loro origine nei mutati rapporti di forza, a livello internazionale, tra “centro” e “periferia”.

me la Cina o l’India, e di materie prime - a partire dal petrolio - e di prodotti agricoli. Due soli dati. In un anno i prezzi di queste ultime commodities sono cresciuti rispettivamente del 45 e del 70,6 per cento. Ed aumenteranno ancora. Alla radice del fenomeno è un’economia mondiale che ormai prescinde dal-


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politica d i a r i o

d e l

g i o r n o

Veltroni: sì lotta all’evasione, no condoni «Preferisco essere un cittadino di un paese che con la lotta all’evasione fiscale ristabilisce la piena libertà di mercato, piuttosto che un cittadino di un Paese in cui si lanciano messaggi altamente diseducativi come quelli dei condoni». Così il candidato premier del Pd, Walter Veltroni, in un passaggio del suo intervento a Verona, nel quale è tornato anche a rivendicare il lavoro fatto dal Governo Prodi contro la lotta all’evasione fiscale.

Marini: a rischio la governabilità «Vedo il ripetersi del rischio di una situazione di governabilità difficile, come è successo negli ultimi due anni. Il Governo ha fatto cose importanti, ma sempre sul filo della precarietà. Il vizio di questa legge elettorale è quello di avere due premi di maggioranza distinti al Senato e alla Camera. La legge elettorale va cambiata». Lo ha affermato il presidente del Senato, Franco Marini.

Pd e Pdl più del 50% delle presenze tv

Già fatta la rosa del Berlusconi quater. Veltroni a caccia di veneti

La smania del totoministri di Susanna Turco

ROMA. Finito il toto-candidature, si passa al toto-ministri: ma sono le ere geologiche della campagna elettorale, bellezza, non si sfugge. Esperti in sussurri e azzardi già si sbizzarriscono, sul Cavaliere soprattutto. Dalle ricostruzioni vien fuori che non ci sono dubbi su nome e ruolo di Giulio Tremonti, imminente ministro dell’Economia, mentre per i dicasteri principali corrono (in ordine e funzione variabile) Franco Frattini e Gianfranco Fini, Roberto Formigoni e Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e Stefania Prestigiacomo eccetera eccetera. Un buon mix di collaudati e di fedelissimi, che rispecchia del resto i criteri già usati per comporre le liste. In cima ai desiderata dell’ex premier ci sarebbe l’amministratore delegato di Intesa-Sanpaolo Corrado Passera, buttato nella mischia in attesa di un suo cenno (di diniego, probabilmente). Tra le possibili new entry Mara Carfagna che è data alle Pari opportunità, stile novella Prestigiacomo, e già si preoccupa di smentire le «fantasie giornalistiche», aggiungendo tuttavia che lei in questi anni si è occupata «molto di famiglia e di maternità» e che le piacerebbe «importare il modello francese dove c’è più natalità e maggiore occupazione femminile e le donne non vengono messe di fronte al bivio di scegliere tra farsi una famiglia e andare avanti col lavoro». Precisazioni che paiono piuttosto il preannuncio di un programma ministeriale, ma comunque. Anche Berlusconi in persona si è

preoccupato di smentire, cosa che peraltro fa di rado: «In queste ipotesi circola di tutto. E credo che sia tutto infondato».

Esatte o meno esatte che siano queste ipotesi, di certo c’è che i nomi tra i quali ci si rimpalla sono sempre gli stessi. Perfino il tasso di rinnovamento non varia granché. Non ha quindi tutti i torti il Veltroni che dal palco dell’auditorium di Verona dichiara: «Ho letto l’elenco dei ministri a cui pensa la destra se dovesse vincere le elezioni: pensavo di aver preso un giornale di dodici anni fa...». Battuta che sarebbe ancora più efficace, se la risposta del segretario del Pd non fossero i Calearo e le

Mara Carfagna, probabile new entry a Palazzo Chigi, smentisce ma suggerisce: «In questi anni mi sono occupata molto di famiglia» Marianna Madia. Nel partito democratico, comunque, i venticelli della rimonta spingono ad azzardare una qualche rosa per Palazzo Chigi. «Veltroni ha già delle buone idee per i nomi da mettere nella squadra di governo in caso di vittoria alle elezioni», ha detto il vice segretario Dario Franceschini, «ma sarà lui a decidere cosa rendere noto prima delle elezioni e cosa dopo». Una delle poche anticipazioni

I candidati del Pd e del Pdl hanno ottenuto più del 50% delle presenze in tv per quanto riguarda le trasmissioni in chiaro. La Sinistra Arcobaleno ha il 13% delle presenze, l’Udc e Rosa Bianca l’11%, La Destra il 5,7%, il Ps il 3,6%. I dati del Centro d’ascolto per le informazioni radiotelevisive, relativi al periodo 7 febbraio-10 marzo, su un totale di 382 presenze, evidenziano: Pd 94 presenze, Pdl 90, Sinistra arcobaleno 51, Udc 25, La Destra 22, Lega 19, Rosa bianca 17, Ps 14, Radicali 12, Aborto? No, grazie 8, Idv 8, Udeur 6, Ud 2, Sinistra critica 2, Pcl 1, Pri 1.

Confindustria: serve una riforma dei contratti che l’ex sindaco di Roma ha voluto svelare è che «dopo tanti anni e dopo tanti governi per la prima volta ci sarà un ministro che rappresenti il Veneto, motore del Paese». Mossa tipica da campagna elettorale, visto che l’annuncio è stato fatto dal palco dell’auditorium di Verona, ma che comunque ha fatto subito scattare in piedi la Lega: «Se questo accadrà sarà per merito di Umberto Bossi e della Lega Nord e non certo del ”romano de Roma”Veltroni», ha tenuto a precisare Roberto Calderoli.

A spingere la campagna elettorale del Pd verso le ipotesi di governo (oggi Veltroni presenterà i primi dodici provvedimenti da sottoporre al consiglio dei ministri in caso di vittoria), sono comunque i sondaggi. Che, per quanto al centro di una guerra senza quartiere, autorizzano un certo ottimismo. L’ultimo targato Swg parla di un recupero di Veltroni rispetto al Pd. Il distacco tra i due poli sarebbe passato da 5,5-8 punti a 4-5 punti in cinque giorni. Numeri che fanno esultare tutta la dirigenza del partito democratico («Cinque mesi fa nessuno ci credeva, oggi la vittoria è a portata di mano», dice Franceschini), mentre Berlusconi commenta secco: «È solo propaganda». E infatti, a complicare il quadro, ci si mette un altro sondaggio, commissionato da Sky Tg24 a Demoskopea, che parla di una distanza di 9 punti tra i due avversari principali. Il balletto di numeri continuerà.

«Senza una riforma del modello contrattuale con il consenso dei sindacati, salta l’accordo del luglio del ’93». E’ l’avvertimento lanciato dal vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei dopo lo strappo consumato dalla Uil al tavolo negoziale. «Se non si può rifare il sistema - ha detto - anche quelle poche parti ancora valide possono saltare. E di fatto questo vuol dire rompere l’accordo del ’93».

Emanuele Filibero di Savoia si candida «Mi candido come indipendente nella mia lista ”Valori e futuro” per la circoscrizione Europa Camera. Lo so che è un rischio, ma, avendo vissuto molti anni all’estero, conosco i problemi degli italiani all’estero». Lo ha detto ieri Emanuele Filiberto di Savoia alla trasmissione ”Mattino cinque”.

Chiara Lubich è grave La fondatrice del Movimento dei Focolari, Chiara Lubich, è ricoverata da oltre un mese al Policlinico Gemelli di Roma. Benedetto XVI le ha inviato nei giorni scorsi un messaggio e una benedizione. Secondo quanto si è appreso, la diagnosi di ricovero è insufficienza respiratoria e le sue condizioni sono stazionarie. La paziente ha 88 anni.

Clementina Forleo sotto procedimento «Sono stupita. Pensavo di aver chiarito insieme al mio difensore. Il mio provvedimento e’ legittimo, non abnorme». Così il Gip di Milano, Clementina Forleo, ha commentato la decisione del Pg della Corte di Cassazione che, ieri, ha disposto il suo rinvio a giudizio per un procedimento disciplinare davanti al Csm, definendo la sua ordinanza sui politici coinvolti nell’inchiesta Bnl-Unipol ”abnorme”.

Gravina, sotto accusa i magistrati Sul caso di Gravina «si parla troppo, anche i magistrati parlano troppo: vorrei ricordare che è un illecito disciplinare parlare dei propri procedimenti». Lo ha detto il ministro della Giustizia, Luigi Scotti, interpellato dai cronisti a margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Consiglio nazionale forense.


intervista

13 marzo 2008 • pagina 7

Parla Marco Staderini che ha abbandonato la seduta del Cda Rai per protesta contro le nomine

Se la Rai diventa di Veltrusconi colloquio con Marco Staderini di Riccardo Paradisi

ROMA. Segnali di disagio e nervosismo in Rai. Ieri, mentre al settimo piano di Viale Mazzini era in corso la seduta del Cda, il consigliere Marco Staderini si è alzato e in segno di protesta ha abbandonato la riunione. A indisporre Staderini la nomina di Luigi Matteucci alla direzione del marketing aziendale e la decisione da parte del Cda di rivoluzionare i vertici di Rai-net, con il risultato, secondo Staderini «di azzerare i risultati positivi ottenuti da Alberto Contri e dalla sua squadra di manager». Un gesto forte il suo Staderini, solo questione di nomine? Non è solo questione di nomine ovviamente, ma le nomine sono il frutto di una filosofia che non mi piace. Non mi piacciono i criteri, il metodo con cui le nomine vengono fatte. Più chiaramente

«Negli ultimi mesi», dice Staderini (nella foto) «si era riusciti a trovare un equilibrio tra chimiche politiche e professionalità aziendali. Quel periodo è finito. Ora si apre il concreto rischio di veder ristretti gli spazi del pluralismo»

ancora: ormai in Rai le professionalità contano sempre meno, non vengono tenute nella minima considerazione. Si promuovono persone a prescindere dal merito. Ma scusi dov’è la notizia? Non è un male atavico quello della scarsa considerazione in cui sono tenute in Rai meritocrazia e professionalità aziendali? Un male atavico certo. Però va detto che negli ultimi tempi all’interno del Cda si era raggiunto un maggiore equilibrio: si era riusciti cioè, malgrado la forte frammentazione politica, a trovare un metodo decente nella nomina, per esempio, dei direttori delle testate giornalistiche: un metodo rispettoso degli equilibri ma anche delle logiche professionali. Quando s’è interrotto questo trend positivo? Da luglio direi, è quello è il momento in cui è ricominciato il can

ne di dirigenti senza alcun ruolo che hanno già vinto dei ricorsi in tribunale. E questo è il colpo al cerchio secondo lei, quello alla botte? Quello alla botte veltroniana è il caso Rai Net. Dove l’amministratore delegato Alberto Contri, malgrado gli ottimi risultati conseguiti – record di accessi sul web nel 2007, con 840 milioni di pagine viste e 23 milioni di video erogati – è stato sostituito da Piero Gaffuri e Umberto Calandrella. Sostituito peraltro senza che il Cda abbia sentito il dovere di dare risposta alle molte osservazioni avanzate da Contri e che invece per la loro natura e gravità avrebbero meritato una valutazione attenta. Ma tant’è. Come inciderà il nuovo assetto politico bipolare in Rai Staderini? Mi pare preoccupato.

«Si è tornati a fare le nomine con una logica spartitoria brutale, che non tiene più conto nemmeno delle professionalità ma solo dell’appartenenza ai due maggiori attori politici sulla scena. Converrà fare attenzione ai dati dell’Osservatorio di Pavia». can spartitorio. Del resto si era capito subito che aria sarebbe tornata a tirare in azienda quando il piano industriale è stato fatto con la consulenza esterna senza il supporto dei professionisti della Rai. La realtà è che il direttore generale Cappon sta guidando l’azienda senza valorizzarne le professionalità ma assecondando sempre di più accordi di spartizione all’interno del Cda, secondo la nuova logica veltrusconiana. Le nomine di ieri secondo lei sono già un segnale di questa nouvelle vague? Direi proprio di si. È stato affidato l’interim di una direzione strategica come il marketing ad un dirigente come Luigi Matteucci che è vicino alla Pdl ma che non ha l’esperienza specifica e necessaria per ricoprire quel ruolo. Inoltre Matteucci è già impegnato in altri due incarichi di direzione rilevanti, e in Rai come è noto c’è il problema di risolvere e sbloccare la situazione di deci-

Le pare bene. La Rai è sempre stata uno specchio e un termometro della politica italiana. In questo periodo, voglio ripeterlo, malgrado la divisione e lo scontro politico avesse fatto registrate punte di tensione molto alte, si era riusciti a trovare un equilibrio. Un equilibrio perfettibile certo, ma credo oggettivamente rispettoso oltre che delle chimiche del potere delle professionalità e della rappresentatività. Ora si torna verso la spartizione brutale, senza rispetto per le differenze e le qualificazioni. E senza preoccuparsi troppo del pluralismo. Beh c’è la par condicio, quella è stabilita per legge. O teme che i grandi partiti calamitino verso di loro più spazio del dovuto in questa campagna elettorale? Credo sia necessario monitorare l’Osservatorio di Pavia che registra i dati sulla presenza dei politici in televisione. Ma i dati dell’osservatorio di Pavia vengono sempre tenuti sott’occhio Ecco, sarebbe bene farlo con vigilanza e attenzione crescente.


pagina 8 • 13 marzo 2008

L’ITALIA AL VOTO

La comunicazione politica sotto esame

lessico e nuvole

Io voto “Io non voto”

Il buongoverno platonico di Tremonti

di Arcangelo Pezza

di Giancristiano Desiderio

Adesso che sono stati presentati tutti i 173 simboli per le prossime elezioni gli italiani possono decidere in santa pace chi votare. Scorgendo l’infinita lista, si rimane stupiti di quanto risibile sia l’idea del bipartitismo che Berlusconi e Veltroni vorrebbero far passare. In ogni caso, vale la pena una capatina sul sito del ministero degli Interni (www.interno.it) per capire cosa significhi davvero l’immaginazione al potere. Innanzitutto, alcuni giocano con il nome dell’idolo del Favva…, il mitico Beppe Grillo. C’è una“Lista del Grillo. No euro”, e il movimento Ultima speranza con il logo “Grilli d’Italia”. Molti invece hanno deciso di aiutare il meridione: c’è il “Patto per il Sud - Per le riforme”, ma anche “L’altra Sicilia - per il Sud”, il “Partito del Sud-Alleanza meridionale”, quindi il “Movimento per l’Indipendenza della Sicilia”, la “Lega Sud Ausonia”, ovviamente il “Movimento per l’Autonomia Sud”, e “l’Unione Federalista meridionale”nonché la lista “Sud Libero”. Qualcuno, al contrario, vuole rappresentare il Nord: per esempio la “Lega per l’Autonomia Alleanza Lombarda”, il “MovimentoTriveneto-Nel cuore dell’Europa”, il“Progetto Nordest”, pure “l’Unione Nord Est”, e per finire il “Fronte Indipendentista Lombardia”. Nessuno, a quanto pare, che voglia difendere il Centro geografico. E va bene, visto che molti già occupano quello politico. Tra le stranezze c’è il “Partito Coasit Eu” (sic!), il partito “Non remare contro”(che sia dei fratelli Abbagnale?), il “Partito Impotenti Esistenziali”del Dr. Cirillo (che sia un andrologo?), la “Lista No Monnezza in Campania”, il Movimento Nazionale Delfino”(boh!), il “Movimento Giovani Poeti D’Azione”fondato nel 1994 da un non-sembra-più-tanto-giovane-almeno-nella-foto-del-sito Alessandro D’Agostini, il partito del“Il Loto”di cui il programma botanico resta bel vago, quello“LeAli-Lealtà

Però, bisogna dare a Tremonti ciò che è di Tremonti. C’è chi fa propaganda con le sciampiste e chi scrive un pamphlet in cui si parla dello «spirito del mondo»: La paura e la speranza (Mondadori). Si potrà essere d’accordo o no con l’ex ministro di via XX Settembre, ma bisogna dargli atto di parlare di cose serie: «Il mercatismo è la degenerazione del liberismo». Ciò che colpisce è che Tremonti cita, a volte senza citarli, non pochi filosofi: Platone, Hegel, Kant, Croce, Marx, Weber. Esempio: «L’intera massa delle rappresentazioni, dei concetti che abbiamo avuto finora, le catene del mondo, si sono dissolte e sprofondano come un’immagine di sogno», dalla Fenomenologia dello spirito di Hegel. Altro esempio: «Come la politica senza la realtà è vuota, così l’economia senza la politica è cieca», che è una parafrasi di un detto di Kant. Ancora: «L’economia è importante, ma la realtà nella sua pienezza e la vita nella sua complessità sono una cosa diversa», che più crociano di così non si può. Ancora? «Il mercato, la nostra ideologia dominante, non è tutto, non sa tutto e non fa tutto». A volte serve anche un buongoverno, dice il filosofo Tremonti. Averlo, un buongoverno.

e Coerenza politica”, e c’è pure il partito del “Sacro Romano Impero Liberale Cattolico - Giuristi del Sacro Romano Impero Cattolico - Movimento Europeo Liberal Cristiano Giustizia e Liberta”che ha già vinto a mani basse per quanto concerne la lunghezza del nome. Per non farci mancare nulla, non poteva mancare il “Nucleo Tremmista Nazionale”che anche andando a sbirciare su www.tremmismo.it non si capisce bene cosa sia né cosa voglia. Terminata questa breve analisi, è bene specificarlo solo di una piccola parte dei simboli presentati, siamo davvero grati a Carlo Gustavo Giuliana, leader della lista civica nazionale, che pur nella palese tautologia, ci invita a votare la lista “Io non voto”. Appunto.

Non vi fidate dei sondaggisti? Fate bene. Meglio fare la ”media”, per sbarazzarsi di errori e propaganda

Il sondaggio dei sondaggi la media di oggi Demosk. Swg Crespi Digis Ipr Lorien Ipsos 11 marzo

11 marzo

10 marzo

9 marzo

7 marzo

6 marzo

3 marzo

Pdl+Lega

Centro

Pd+Idv

Sin-Arc

Destra

Socialisti

44,0

6,8

36,6

7,1

2,3

1,0

2,5 2,2 4,2 1,5 2,0 2,1 1,8

0,5 1,0 2,0 1,0 1,5 1,0

(-0,2)

(-0,2)

(+0,1)

(-0,1)

45,0 42,7 43,8 45,9 43,5 43,0 44,5

7,0 5,5 7,4 7,0 7,0 7,4 6,3

36,0 38,2 34,8 36,7 36,5 36,6 37,8

7,1 6,7 7,0 7,1 7,5 7,9 6,2

(+0,2)

(=)

La “media di oggi”è calcolata sugli ultimi sette sondaggi di istituti diversi. Queste le coalizioni presunte: PdL con Lega e Mpa, Pd con Idv e Radicali, Udc con Rosa bianca, Destra e Socialisti da soli. La data è relativa all’ultimo giorno in cui è stato effettuato il sondaggio.

di Andrea Mancia Pubblicati oggi due nuovi sondaggi. Il primo è di Swg sulle intenzioni di voto del 10-11 marzo. Swg fornisce, come sempre, ”forchette di oscillazione” che noi trasformiamo nella media aritmetica tra gli estremi di queste due forchette. Rispetto a una settimana fa, Swg registra un netto calo della coalizione guidata da Berlusconi (1,3%) e un’avanzata della coalizione guidata da Veltroni (+1,0%), che porta la distanza tra i due schieramenti dal 6,8% al 4,5%. Calano anche la Sinistra Arcobaleno (-0,5%) e, ancora più sensibilmente, l’Unione di Centro (-1,2%). In crescita, invece, sia la Destra (+0,5%) e i Socialisti (+0,3%). Il secondo sondaggio è stato realizzato da Demoskopea per Sky Tg24. Le variazioni rispetto

alla scorsa settimana sono davvero minime: i dati di PdL (40,5%), Lega (4%), Mpa (0,5%), Pd (33,5%) e Idv (2,5%) non si muovono neppure di un decimale. La distanza tra PdL+Lega (45%) e Pd+Idv (36%) resta dunque inchiodata al 9%. Spostamenti ridotti anche per Sinistra Arcobaleno (0,5%), Udc (-0,5%) e Destra (+0,5%). Nella nostra tabella, i sondaggi Swg e Demoskopea prendono il posto di quelli effettuati il 3 marzo dagli stessi istituti di ricerca, Nelle medie, PdL e Lega perdono lo 0,2% arrivando al 44%, Pd e Idv guadagnano lo 0,1% e si assestano al 36,6%. Rispetto a ieri, la media del distacco (7,4%) cala dello 0,3%. Scendono anche le medie di Sinistra Arcobaleno (-0,1%) e Udc (-0,2%).


13 marzo 2008 • pagina 9

L’ITALIA AL VOTO

I saggi della Repubblica. Viaggio tra passato e presente/Mino Martinazzoli

«L’Italia va in pezzi, è meglio che i cattolici tornino uniti» colloquio con Mino Martinazzoli di Errico Novi

ROMA. Mino Martinazzoli sceglie una chiave, quella del distacco. È con scetticismo che guarda all’improvvisa trasformazione della politica italiana, convinto che la sua visione sia condivisa da molti. È per questo che arriva a una conclusione un po’ antipolitica – se si intende l’espressione in un senso più ampio del puro qualunquismo: «La risposta all’attuale crisi della nostra democrazia arriverà ma non dalla politica: verrà da quello che la precede, dalla società, dalle cose in cui la gente può riconoscersi. E ormai la gente non si riconosce nei partiti». La democrazia di questo Paese è in crisi: su questo non ha dubbi. «La politica ha perso capacità di rappresentanza. O meglio: alla politica che rappresenta i cittadini se n’è sostituita una che rappresenta se stessa». Un giudizio spietato su quattordici anni di bipolarismo, il suo. «Non sono molti a pensarlo, ma credo che i risultati siano stati peggiori di quelli della Prima Repubblica. Ricordo un confronto con Michele Salvati, persona che riflette con rigore ma che su questo parte da un assioma: per quanto malato e pieno di buchi, il sistema attuale è migliore del precedente. Io invece dico: considerate le condizioni storiche la Prima Repubblica ha assicurato molte più conquiste di quante ce ne si potesse aspettare dopo la fine della guerra fredda». Cos’è che non ha funzionato? «La qualità della politica non era all’altezza della nuova sfida. C’è stato un deficit politico-culturale. E questa debolezza scoraggia anche il mio interesse, la mia curiosità. Preferisco dedicarmi all’attività di avvocato». Il suo giudizio riguarda anche Silvio Berlusconi? «La mia critica non è nuova. Parliamo di un leader che ha ottenuto molte vittorie ma non quella di aprire una nuova fase di esperienza democratica all’altezza dei tempi». Definirla deluso è un eufemismo. «Ormai considero Fausto Bertinotti, con il quale ho davvero poco in comune, uno degli ultimi che parla di politica.Vuol dire che non la vedo bene». Ci sarebbe molto da costruire nel campo dei moderati, a maggior ragione se fosse fondato il suo giudizio sulla leadership di Berlusconi. «Dovremmo espellere la parola moderati dal vocabolario. Il moderatismo sta alla moderazione come l’impotenza alla castità… Casini vuole dare continuità alla tradizione da cui proviene, ma la prima cosa da fare sarebbe recuperare l’identità. Le dico di più: è tempo che i cattolici si pongano il problema e si chiedano se non sia il caso di superare il dogma secondo cui l’unità dei cattolici in politica è finita». Interessante considerazione se fatta da lei, che ha sciolto la Dc. «Dopo il ’94 ero convinto che quell’unità fosse fuori dal tempo, pur senza fare di questa idea un dogma. Allo stesso modo non accetto oggi il dogma della divisione. La Dc era un grande contenitore, oggi si deve difendere un’identità». E la Costituente di centro non è un tentativo in questa direzione? «Mi sembra ancora tutto molto casuale. De Mita ha aderito perché non è stato candidato, Baccini e Tabac-

ci si sono arresi all’aritmetica elettorale. Più che di Sturzo qui c’è l’ombra di Pirandello… Anche se ho rispetto per tutti». Scusi, ma oggi per chi voterebbe? «Non so se andarci, a votare, e mi creda: mai avrei pensato di trovarmi in una condizione del genere. Spero di convincermi a farlo, ed è chiaro che voterei per chi prova a ripetere il mio tentativo del ’94. Contro un certo schema io mi sono battuto, ora qualcuno mi dice di fatto che avevo ragione, ma mi chiedo: non abbiamo perso l’occasione? La politica ha i suoi tempi. Anche se…». Anche se? «…da qualche parte bisogna pur cominciare, questo devo riconoscerlo. È che tutto mi sembra ridotto a pura finzione, compreso ovviamente il bipartitismo imbastito da Berlusconi e Veltroni. Negli anni precedenti si è banalizzato il confronto, si è approfittato di una società sempre più frammentata per trasformare gli elettori in tifosi, animati dalla faziosità pur in assenza di una base culturale identitaria. È stato un fallimento grave, per la politica, perché si è messa in discussione l’unità stessa del Paese. Ora si tenta di creare un sistema bipartitico, di raggiungere l’obiettivo che mi ponevo io quattordici anni fa, ma non credo che ci si riuscirà: non c’è un fondamento di verità, nel modo di fare di Berlusconi e Veltroni, non c’è una vera divisione sui contenuti». Possiamo dirlo: la Seconda Repubblica è finita, anche se non se ne intravede una Terza. «Finisce in modo triste. Penso all’atteggiamento di Veltroni: quello che valeva fino a poco fa improvvisamente non vale più. Il leader del Pd ha archiviato il prodismo senza rivolgere a quella fase nessuna vera critica». C’è il vuoto, insomma. «Possibile che le esigenze di persuasione, la propaganda, abbiano preso il posto della politica? Perché, mi chiedo, agli italiani bisogna sempre porgere la medicina con l’orlo del bicchiere inzuccherato?». Eppure non le sembra che Veltroni rischi di intercettare l’ondata di antipolitica più di Berlusconi? «È vero, può avvantaggiarsi perché appare più nuovo, più simile al Berlusconi del ’94, ma non so se questo basterà a fargli vincere le elezioni. Siamo comunque nel bel mezzo di una finzione, a metà strada tra i generi cinematografici preferiti di Veltroni, diciamo tra Caos calmo e Nuovo cinema paradiso. Ripeto: manca la verità in questa fase politica e quindi manca un’identità in cui gli elettori possano davvero riconoscersi». Non si capisce come lo schema possa cambiare. Non esistono più gli straordinari fattori di coesione sociale del Novecento: il mondo delle parrocchie da una parte, il Partito comunista dall’altra. Come diceva lei prima, viviamo in un Paese disgregato. Come si può mai organizzare la partecipazione alla politica, in queste condizioni? «Vede, il confronto col passato è sempre utilissimo: eravamo in una democrazia bloccata, con l’elettorato cattolico da una parte e quello di sinistra dall’altra. Oggi ci troviamo con una società frammentata e una divisione finta, come le dicevo. Non so dire esattamente per quale strada, ma un riscatto ci sarà, e verrà dalla società, dalle persone, non dalla politica».

«La propaganda ha completamente sostituito la politica, il riscatto arriverà dalla gente», dice l’ultimo segretario Dc


pagina 10 • 13 marzo 2008

mondo

Assistenti fantasma e mogli segretarie: l’incubo “casta” sbarca a Bruxelles. Chi insabbia le indagini?

Europarlamento, la babele delle truffe di Maria Maggiore

BRUXELLES. Ogni Palazzo tiene i suoi segreti. L’europarlamento ne custodisce per il momento uno grosso quanto una casa, seppur arcinoto a tutti, che col passare dei giorni sta diventando un segreto di Pulcinella. In una stanza chiusa a doppio mandato nel sottosuolo del faraonico Henry Spaak di Bruxelles, gli eurodeputati hanno deciso il 26 febbraio di insabbiare un rapporto interno di audit, che rivela maxi-frodi sul sistema di pagamento degli assistenti parlamentari. Una giungla di contratti diversi e spesso fittizi che pompa il 10 per cento del bilancio dell’Eurocamera, 140 milioni di euro l’anno, 15.500 euro mensili per ogni eurodeputato che può decidere a suo piacimento come utilizzarli per il suo ufficio. C’è chi dichiara quattro assistenti, ma si vede sempre da solo, chi assume la propria consorte, ma nessuno l’ha mai vista nei corridoi di Bruxelles o di Strasburgo; un deputato ha stipulato un contratto con un’agenzia a cui versa l’intero ammontare, ma ha un solo assistente; un ragazzo riceve lo stipendio da dodici deputati; una società esterna fornisce assistenti a un deputato, ma è registrata per baby-sitting e trattamento del legno. Di tutto di più. I controllori interni hanno portato avanti un’inchiesta, sulle spese del 2004-2005: su un campione di 167 pagamenti (i deputati sono 785), le frodi riguardano il 4%, ma nelle 92 pagine del rapporto, si ricorda a più riprese che «le anomalie possono riguardare anche il 96% degli altri deputati». Non ci sono nomi, nè si accusa una delegazione piuttosto che un altra. Ma viene dipinto un sistema oscuro, le cui regole sono vaghe e dove mancano

quasi del tutto i controlli. Una «dinamite» l’ha definita l’eurodeputato britannico Chris Davies, che è riuscito «sotto scorta» a leggere il rapporto (agli stessi membri è vietata la lettura, tranne su rischiesta specifica e senza prendere appunti) e lo ha spifferato ai giornali euroscettici inglesi. Ora, che il sistema sia «lacunoso» e offra molti privilegi agli eletti, è noto. Anche se è migliorato rispetto a cinque anni fa, quando non occorreva neanche registrare i contratti degli assistenti. Oltre allo stipendio che varia da Stato a Stato - gli italiani sono i meglio pagati,

con circa 11mila euro mensili (dal 2009 ci sarà stipendio uguale per tutti di 5.607 euro netti al mese – ogni eurodeputato ha diritto a 15.500 euro per gli assistenti (quello che non dichiara ritorna alle casse europee), 4mila euro per «spese generali» senza richiesta di ricevute, con l’invito a tenere un «registro» quanto mai fittizio e un rimborso per i viaggi, secondo i chilometri dal posto di residenza. Una caverna di Ali-babà per chi vuole approfittarne, comunque una Torre di Babele perchè riconosce i sistemi legislativi dei 27 paesi con le forme contrattuali più disparate. «Da dieci an-

Al vaglio un registro per identificare i gruppi di pressione europei

I lobbysti, questi sconosciuti BRUXELLES. Mentre gli eurodeputati mancano infatti esempi di «cattivi», cercano maldestramente di mantenere i loro privilegi su diarie, rimborsi e quant’altro, tengono tra le mani un dossier spinoso che andrà al voto in primavera per rendere più visibili le 15 mila lobby di Bruxelles. È la proposta del commissario estone Siim Kallas, che da quando è arrivato a Bruxelles, quattro anni fa, ha cercato di portare una ventata di nord, modernità e trasparenza dentro i palazzi comunitari. Chi finanzia un ufficio di consulenza (o lobby, che dir si voglia) e a chi vanno i suoi progetti? Questa è la prima domanda a cui vuole rispondere un registro unico delle lobby per le tre istituzioni europee (Commissione, Consiglio e Parlamento). Non

una società che riceve fondi dalla Commissione per programmi ambientali e poi, si scopre, è finanziata dall’industria petrolifera. O chi vuol dare consigli su un regolamento chimico, ma sta al soldo dei produttori di macchine. Alcuni deputati vorrebbero istituire una black list per scoraggiare le infiltrazioni e gli illeciti e c’è chi propone anche di dichiarare i nomi dei componenti dei consigli direttivi. Per il momento esiste solo un registro delle lobby accreditate (circa 5mila) al Parlamento europeo, senza informazioni sui bilanci. Il rischio è che le stesse lobby riescano ad avere la meglio nel voto finale e che la proposta Kallas venga annacquata. (ma.ma.)

ni noi proponiamo per gli assistenti un unico contratto europeo gestito dall’Europarlamento – dice Monica Frassoni, capogruppo dei Verdi – il problema è che per riformare il sistema occorre anche l’unanimità al Consiglio, cioè i governi devono dare il loro assenso. E questo rende le cose più difficili». Alcuni Paesi, insomma, non accetteranno di «piegarsi» al bene comune europeo, perdendo per strada qualche spicciolo.

Ma il fatto che adesso esista un documento scritto che elenchi nero su bianco le disfunzioni presenti e che questo testo sia tenuto segreto, comincia a diventare un serio problema. «Hanno sbagliato i maggiori gruppi, popolari e socialisti, a decidere il 26 febbraio di tenere segreto questo rapporto», continua la Frassoni che però è convinta che la «casa» avrebbe comunque fatto pulizia. Sarà, ma ci sono voluti degli articoli al vetriolo perchè il Presidente Poettering decidesse lunedi sera di chiedere alla Commissione europea di proporre una riforma, nominando intanto un comitato interno per studiare le soluzioni. Adesso tutti ripetono nei corridoi: «riformeremo prima delle elezioni europee del giugno 2009, per evitare un’onda euroscettica nelle urne». Ma Paul Van Buitenen, deputato olandese dei Verdi, che ha appena pubblicato sul suo sito internet un riassunto del famigerato rapporto, ha molti dubbi. «Io continuo a indagare per conto mio, sulla trasparenza dei conti ho costruito il mio mandato di eurodeputato e non mi fermerò». A uno che nel ’99, quando era ancora funzionario alla Commissione, ha fatto cadere la Commissione Santer per le sue denunce sugli illeciti dell’esecutivo europeo, c’è da credere.


mondo

13 marzo 2008 • pagina 11

Anatomia di una sconfitta in attesa del secondo turno alle amministrative

Re Sarkozy è nudo ma vi sorprenderà di Raphael Glucksmann

d i a r i o

d e l

g i o r n o

Ucciso mandante strage Israele In un raid le forze speciali israeliane irrompono a Betlemme e uccidono Mohammed Shehada, il mandante della strage al collegio rabbinico del 6 marzo scorso, e altri tre miliziani.

Paterson nuovo governatore Ny David Paterson, 53 anni, è il nuovo governatore dello Stato di New York, il primo non vedente ad occupare questa carica nella storia politica Usa e il primo di colore a ricoprire questo ruolo nello Stato di New York. Succede a Eliot Spitzer, finito nei guai perché coinvolto in uno scandalo di squillo d’alto bordo, che si è dimesso ieri dalla carica.

Usa, dimenticata in cella per 4 giorni PARIGI. Lo tsunami socialista che si sarebbe dovuto abbattere sui dieci mesi di sarkozismo, l’Ufo della scena politica francese, non s’è (ancora) visto. Come non riconoscere, tuttavia, che dopo il primo turno delle elezioni amministrative, la destra francese si trova in una fase delicata? I candidati di sinistra trionfano a Parigi e Lione, ed esiste il rischio che conquistino Strasburgo e Tolosa e si confermino a Lille. L’unico vero successo dell’Ump è la rielezione a Bordeaux di Alain Juppé, uno chiracchiano puro e duro. Una vittoria che non vedrà certo l’Eliseo - è il minimo che si possa dire - fare salti di gioia. La “sarkozite” non è ancora grave, ma è agitata da seri dibattiti. Come proseguirà il quinquennato della rupture?

L’affaire Sarkozy Fino a tre mesi fa, il Presidente atipico andava oltre le divisioni tradizionali e, forte della sua strategia d’apertura, seduceva la metà dell’elettorato di sinistra mantenendo il consenso incondizionato della sua gente. Oggi è la fine dell’amore, per non dire il rigetto, a unificare i fronti. I conservatori si recano alle urne imbronciati. I gollisti“autentici”moltiplicano testi e appelli comuni con socialisti e centristi per condannare metodi e premesse del sarkozysmo. I francesi non respingono tanto le riforme messe in campo dal maggio 2007, come dimostra la popolarità record del primo ministro Fillon, ma la personalità e le posizioni iconoclaste del presidente. La desacralizzazione della funzione presidenziale difficilmente si affermerà in un Paese abituato sin dall’Ancien Regime alla verticalità dello Stato e a una forma di religione politica sconosciuta oltre i confini francesi. Il Re ha scelto di mettersi a nudo, di scendere in campo e di assumere in prima persona le conseguenze dei suoi atti: se il crollo è stato rapido, la risalita promette di essere lenta. Parafrasando Lenin. la questione diventa: «Che fare?» Un gran numero di consiglieri, prudentemente, supplicano Sarkozy di fare un passo indietro, d’habiter la fonction, suggerendo così una “mitterandizzazione” o “chiracchizzazione” dell’attuale presidente. In questo caso però si arriverebbe al 2012, l’anno delle elezioni nazionali, con un bilancio neutro. E questo sarebbe un problema. Perché la riforma francese non si farà senza bla-

sfemie e senza un leader trasgressivo. «Se Sarkozy si normalizza, se dà l’impressione che cammin facendo si dimentica della rottura, nel 2012 otterrà un vero e proprio voto sanzionatorio. Se continua a rompere i tabù, a prendere colpi e a darli, avremo l’inferno per altri due o tre anni, ma alla fine questo pagherà…» diceva uno dei membri del suo circolo ristretto il giorno dopo le municipali. Molti baroni dell’Ump, i conservatori dimenticati dopo il trionfo del 2007, hanno pregato i loro eroi di mettere fine all’apertura, di tornare alle origini della destra e ricomporre i blocchi antagonisti che i primi mesi della presidenza avevano fatto esplodere. L’idea è che sia la destra classica a essere maggioritaria in Francia. Oltre al fatto che Sarkozy è a priori ostile al conservatorismo, l’approccio ha del surreale, visto il risultato delle ultime elezioni.

Il problema della destra All’indomani del primo turno dei commenti si sono concentrati su una notizia: la destra in quanto tale non sarebbe più in grado di vincere in una grande città moderna. Difficilmente ce la farà a Marsiglia, città popolare dalle strutture sociali arcaiche e dai circuiti clientelari preistorici. Può invece vincere facilmente a Bordeaux, l’ultima capitale regionale classicamente borghese dell’Esagono, dalle strutture sociali, culturali ed etniche uniformi. Ma è senza via di scampo perdente a Parigi, Lione e in tutte le città «bo-bos» (borghesebohemienne), multiculturali e liberali. Le presidenziali del 2007 avevano già stravolto la mappa elettorale: il trionfo della Royal è avvenuto nelle

città centrali e nell’occidente cattolico e moderato, mentre l’ondata di Sarkozy si è abbattuta sui vecchi territori radicali dell’Est e del Nord. La destra era tradizionalmente forte nelle zone rurali, le regioni cristiane e le città borghesi; un panorama quasi completamente scomparso. L’apertura del 2007, più che un colpo destinato a sconvolgere l’opposizione era l’adeguamento a questa evoluzione politico-sociologica del Paese. La scomparsa delle classi sociali e l’abbandono del marxismo da parte della sinistra rendono caduche le strategie tradizionali della destra. I ricchi non hanno più paura della Royal o di Strass-Khan, i contadini sono elettoralmente insignificanti e a nessuno importa più nulla delle esortazioni del clero, che del resto non hanno ragioni per ammirare Sarkozy. La destra deve dunque continuare la sua metamorfosi ideologica, la sua mutazione culturale e la sua ricomposizione ideologica senza perdere il proprio elettorato conservatore: in bocca al lupo!

Le incertezze della sinistra «Tutti sanno che non vinceremo più elezioni nazionali se non ci rifondiamo, ma il nostro baricentro gauchiste ci condanna alla sconfitta» dichiarava recentemente Manuel Valls, senza dubbio la mente più preveggente tra i riformisti socialisti. Ha pienamente ragione: il miglior alleato della destra, nella sua tempestosa trasformazione, rischia di essere, ancora una volta, la sinistra. I leader del Ps sbaglierebbero a festeggiare troppo presto i nuovi sindaci del loro partito. Senza una profonda rimessa in causa ideologica, senza una rivoluzione culturale, il rischio è quello di una divisione dei ruoli di lunga durata. Alla sinistra il livello locale, alla destra tutto ciò che riguarda la politica nazionale. Il “socialismo municipale” è stato plebiscitato, ma tutti i sondaggi sono concordi nel dire che a livello governativo e presidenziale il sarkozysmo non ha alternative. Questo sarà il punto centrale delle prossime battaglie dentro il Ps. Senza dimenticare una questione centrale: Ségolène Royale avrà la forza e la volontà d’imporre il social-liberismo e l’alleanza con il MoDem alle sue truppe, ancora affascinate dall’ideale socialista? A sinistra come a destra, il quinquennato di Sarkozy non mancherà di travolgere le logiche politiche.

Adriana Torres-Flores, 38 anni, immigrata illegale messicana da tempo negli Usa, madre di tre figli, è rimasta chiusa per quattro giorni al freddo in una cella di tre metri per tre, senza cibo e senza acqua, in tribunale di Fayetteville, una cittadina del nord dell’Arkansas, dove i detenuti restano rinchiusi per non più di un’ora. «Ci siamo dimenticati che era lì», ha detto scusandosi Jay Cantrell, capo del dipartimento dello sceriffo della contea.

Iran al voto Quasi 44 milioni di iraniani sono chiamati venerdì alle urne per elezioni parlamentari che sembrano destinate a confermare il controllo fondamentalista dell’assemblea. I riformisti, i cui candidati migliori sono già stati esclusi dalla consultazione, sono stati indeboliti ancor più negli ultimi giorni dalle accuse di filo-americanismo, implicitamente confermate oggi dalla Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, che ha chiesto agli elettori di non votare «per i candidati che il nemico vuole vedere eletti». La Guida ha invece esortato i connazionali a scegliere coloro che «aiutano il popolo e il governo». Un ulteriore, apparente segnale di sostegno all’esecutivo del presidente Mahmud Ahmadinejad, già lodato nelle scorse settimane da Khamenei per la sua “resistenza” nel braccio di ferro con l’Occidente sul nucleare. La Coalizione dei riformisti, appoggiata dagli ex presidenti Mohammad Khatami e Akbar Hashemi Rafsanjani, duri critici di Ahmadinejad, si è vista bocciare dagli organi conservatori che effettuano la selezione dei candidati i loro esponenti più noti, tra i quali quattro ex ministri e 30 ex vice ministri. Ma a questo handicap si sono aggiunti negli ultimi giorni le accuse di essere in combutta con “il nemico”, cioè gli Usa o comunque l’Occidente.

La città più noiosa d’Europa Bruxelles è la città più noiosa d’Europa. Almeno questo emerge da un sondaggio condotto su un campione di 1.100 viaggiatori europei, commissionato dall’agenzia di viaggio on-line “TripAdvisor”. La capitale del Belgio, nota soprattutto per i suoi rovesci temporaleschi al limite del surreale, vince il triste primato di città più noiosa d’Europa, seguita da Zurigo, Oslo, Varsavia e Zagabria. Tra le città più costose, il primo posto lo conquista Londra, seguita da Roma, Parigi,Venezia, Oslo e Mosca. La più abbordabile e a buon mercato risulta essere Praga tallonata da Budapest e Lisbona. Sul podio delle città più romantiche la medaglia d’oro va a Parigi, seguita da due città italiane: Roma e Firenze.

Ciad-Sudan, firmato accordo di pace Alla presenza del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, il presidente ciadiano Idriss Deby Itno e quello sudanese el Beshir, firmeranno oggi a Dakar un accordo di pace presentato dal Senegal come la «soluzione definitiva» ai loro conflitti (scoppiati nel 2003). La firma arriva dopo un tentativo fallito in febbraio di rovesciare il regime del presidente ciadiano Deby, perpetrato da truppe ribelli provenienti dalle retrovie appena oltre il confine sudanese.

Unione mediterranea L’accordo raggiunto il 3 marzo scorso a Hannover (Germania settentrionale) tra Germania e Francia sulla presidenza dell’Unione mediterranea prevede per i primi 18 anni un mandato biennale con due presidenti equiparati. Il procedimento speciale per la presidenza dell’Unione Mediterranea, uno dei progetti centrali della Francia come prossima presidente di turno Ue, prevede che uno dei presidenti sia scelto tra i membri dell’Unione europea bagnati dal Mediterraneo, l’altro tra i Paesi rivieraschi che non ne fanno parte. Dopo le prime nove presidenze potranno anche essere adottate altre soluzioni.


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speciale educazione

Socrate

Ad un mese dalle urne, una domanda: che fine faranno i cambiamenti della Moratti bloccati dal biennio del ministro Fioroni?

LA SCUOLA AL VOTO di Giuseppe Bertagna a filologia insegna che, per capire un testo, è molto più importante badare a ciò che tace piuttosto che a ciò che dice. La regola, se vale per ogni testo in generale, si deve moltiplicare alla seconda potenza per i programmi elettorali. Se applichiamo, dunque, questa avvertenza al programma sulle politiche dell’istruzione e della formazione presentato dal Pdl nascono tre domande-questioni. La prima riguarda il modello di funzionamento del sistema educativo nazionale di istruzione e di formazione. Lo Stato liberale, prima, e quello fascista, poi, hanno insegnato ai primi 50 anni di Repubblica a far coincidere nello stesso soggetto (il Ministero della Pubblica Istruzione) le funzioni rispettivamente di governo, di gestione e di controllo del sistema educativo del Paese.

L

S i t r a t t a v a d i u n disegno che tradiva la lettera e lo spirito della Costituzione del 1948, ma l’alleanza tra amministrazione centrale e sindacati altrettanto centralistici ne ha reso possibile la così lunga durata, nonostante la sua inefficienza. La riforma del Titolo V della Costituzione e la legge n. 53/03 avevano cercato di recuperare il primitivo dettato costituzionale. Avevano cioè

disposto una netta separazione di funzioni. Allo Stato centrale (al Ministero) dovevano spettare compiti di governo: dettare con la massima chia-

e della quantità delle conoscenze e delle abilità acquisite dagli studenti durante e alla fine dei percorsi di studi. Lo scopo di quest’ultimo organi-

Che ruolo avranno lo Stato e le Regioni nell’istruzione? rezza possibile le norme generali sull’istruzione e i livelli essenziali di prestazione per l’istruzione e formazione professionale delle Regioni. Alle istituzioni autonome di istruzione e di formazione si dovevano riconoscere i compiti e la responsabilità della gestione, sulla base delle norme generali e dei Lep stabiliti dallo Stato. Ad un organismo terzo indipendente istituito dalla Repubblica, infine, organismo terzo che avrebbe dovuto coinvolgere nel suo comitato istitutivo e di gestione non solo rappresentanti dello Stato centrale, ma anche delle Regioni e degli enti locali, dovevano essere riservati i compiti strategici del controllo: a) dell’efficienza e dell’efficacia complessiva del sistema educativo di istruzione e di formazione; b) della qualità

smo doveva essere quello di fornire allo Stato e alle diverse componenti delle istituzioni scolastiche dati empirici per aggiornare periodicamente, da un lato, le norme generali sull’istruzione e i Lep, dall’altro lato, gli interventi didattici a favore della qualità degli apprendimenti e della libertà di scelta delle famiglie. Con questo impianto, sarebbe stato finalmente possibile anche nel nostro Paese distinguere controllati e controllori, nonché creare le condizioni per una vera e non retorica parità giuridica ed economica tra scuola pubbliche statali e non statali. Questo disegno, tuttavia, è stato interrotto dal governo Prodi che ha restaurato le vecchie pratiche del centralismo sindacal-consociativo. Il programma del Pdl, a differenza di quello del Pd,

allude, in verità, ad un rifiuto di questa restaurazione, ma è tutt’altro che chiaro sulla ripresa del disegno interrotto nel 2006. Forse perché ne teme gli effetti dirompenti? Forse perché è diventato consapevole che per realizzarlo servono tempi di maturazione più lunghi? Forse perché lo dà per acquisito? Sarebbe interessante conoscere le risposte.

La seconda domanda-questione riguarda il silenzio sull’ordinamento complessivo del sistema di istruzione e di formazione scaturito dalle scelte politiche fondamentali della scorsa legislatura. Come è noto, tale ordinamento, in tempi certo non brevi, ma da concordare, doveva far evolvere quello attuale (che prevede, dai 14 ai 19 anni, una forte separazione e gerarchizzazione tra licei, istituti tecnici, istituti professionali e formazione professionale regionale e che dai 19 anni in avanti offre agli studenti soltanto la possibilità di scegliere i percorsi universitari) nel seguente: un sistema educativo unitario dai 6 ai 23 anni, internamente articolato in un sottosistema dell’istruzione liceale e in un sottosistema dell’istruzione e formazione professionale, ambedue con peculiarità di metodo e di risultato, ma

ambedue di pari dignità educativa e culturale, così da permettere una forte permeabilità dei percorsi in particolare dai 14 ai 18 anni, ma non di meno anche dopo, quando l’università si sarebbe trovata a fianco e in parallelo l’offerta di una forte e concorrenziale istruzione e formazione professionale superiore. In questo nuovo ordinamento doveva naturalmente essere riconosciuto alle Regioni quel ruolo centrale previsto per loro dalla Costituzione (legislazione concorrente per il sistema dell’istruzione e legislazione esclusiva, salvo che per i Lep, per l’istruzione e formazione professionale secondaria e superiore). Come è noto, il governo Prodi ha di fatto dissolto l’organicità di questa prospettiva. Lo Stato ha, infatti, da un lato, ridimensionato il ruolo delle Regioni, riavocando a sé tutta l’istruzione tecnica e professionale secondaria e superiore, e, dall’altro lato, ha reintegrato le gerarchizzazioni tra licei, istituti tecnici, istituti professionali e formazione professionale regionale, esistenti nell’ordinamento attuale. Come interpretare il silenzio del programma del Pdl su questi scenari? Nel senso che, con tutta la prudenza attuativa che esige, resterebbe fisse le scelte del primo, oppure nel


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L’AUTONOMIA e la vaghezza del Pd senso che si continuerà lo sviluppo del secondo? L’ultima domanda-questione riguarda il problema della formazione di base di ogni cittadino italiano. La riforma Moratti l’aveva risolto con la scelta del diritto dovere di istruzione e di formazione per almeno 12 anni o comunque fino all’ottenimento di una qualifica all’interno del sistema educativo internamente articolato nei due sottosistemi di pari dignità prima ricordati.

Qu es ta formaz ione di base doveva poi costituire il polmone dell’istruzione e della formazione permanente e ricorrente. Il governo Prodi ha invece abbandonato questa prospettiva, preferendo reintrodurre la distinzione oggi vigente tra obbligo di istruzione fino a 16 anni e obbligo formativo fino alla qualifica professionale entro i 18 anni per chi non sarebbe ‘adatto’ a proseguire gli studi. Facendo così capire, però, che l’obbligo formativo era destinato a chi falliva negli studi e che i percorsi professionali non avrebbero mai potuto ambire al traguardo della pari dignità educativa e culturale disegnata dalla riforma Moratti. Nella prossima legislatura si confermerà questo messaggio o si ritornerà al precedente?

di Domenico Sugamiele l programma del Partito Democratico sulla scuola ha la struttura di un“racconto veltroniano” che trova la sua sintesi nelle “Scuole belle ed aperte, anche ai nonni”. Cioè il sogno, la vaghezza, il nulla. Eppure l’incipit iniziale «più autonomia, per l’equità e l’eccellenza» avrebbe fatto sperare qualcosa di più sostanzioso. Mentre è apprezzabile il cambio di rotta rispetto alla politica di Fioroni sulla valutazione e su una maggiore flessibilità dell’orario, dall’altro il programma del PD ripropone l’autonomia secondo la consueta chiave burocratica e vetero-aziendalista, assegnando alle sole «capacità manageriali» dei dirigenti la possibilità di sviluppo dell’autonomia stessa. Una posizione vecchia, tutta interna al modello fordista dell’organizzazione del lavoro, smentita da tutte le ricerche internazionali sui modelli di governance che parlano di leadership distribuita. Una contraddizione che emerge dal fatto che non si accenna né a modifiche strutturali dei sistemi di finanziamento, legate alle scelte delle famiglie e aperte alle scuole paritarie (il nostro è l’unico Paese europeo che non finanzia la scuola non statale paritaria), né a nuove forme di responsabilità delle scuole nella selezione e valutazione dei docenti, né, infine, alla necessità di riscrivere lo stato giuridico dei docenti e dei dirigenti.

I

L’autonomia proposta appare, insomma, un’autonomia “sotto tutela” dello Stato. Lo Stato che pervade tutto il sistema educativo al punto da cancellare, in perfetta continuità con la politica del ministro Fioroni, il Titolo V della Costituzione che assegna poteri e responsabilità alle Regioni e agli Enti locali. La pervicacia di mantenere tutto dentro il

sistema scolastico statale porta il PD a ridurre la durata della scolarità dei giovani a 10 anni, riproponendo la vecchia concezione dell’obbligo scolastico, contro i 12 proposti con il diritto-dovere. Infatti, «assicurare il successo educativo fino a sedici anni» senza definire alcuna terminalità rappresenta un arretramento rispetto alla prospettiva di conseguire almeno una qualifica professionale entro il diciottesimo anno, prevista dalla normativa sul diritto dovere. Il PD risponde alle sfide della società della conoscenza riproponendo una ricetta vecchia e superata che ha fallito proprio sul ter-

chizzazione tra percorsi liceali, indirizzi tecnico-professionali e formazione professionale, ignorando le innovazioni costituzionali introdotte con la riforma del Titolo V. Gli ordinamenti proposti dal PD delineano una scuola che riporta gli orologi indietro a prima della riforma Bassanini del 1997.

Il modo in cui vengono proposti i «Campus della scuola dell’obbligo» per «farne i luoghi più belli e accoglienti del quartiere», escludendo l’interazione con gli Enti locali che hanno la responsabilità istituzionale e amministrativa sia delle strutture edilizie che del sistema dei servizi, rappresenta un’idea di scuola che si sostituisce alla società - famiglie, associazioni culturali, Enti locali, etc.. – e fa smarrire l’identità stessa della scuola. Il contesto sociale è ricchissimo di opportunità che sarebbe sbagliato riprodurre nella scuola. La scuola deve ritrovare, invece, la sua vera dimensione educativa. Deve essere il luogo dove si forma, si trasmette e si conserva la conoscenza evoluta. “Scimmiottare” la società o pretendere di sostituirsi ad essa la porta “fuori strada”. Altra questione potrebbe essere quella di ricorrere a modalità di diversificazione dell’offerta formativa per contrastare i fenomeni di dispersione e di disagio socio-culturale, attraverso l’integrazione con le politiche sociali degli Enti locali sul modello delle Extended schools inglesi. Ma in questo caso si tratta di istituzioni che lavorano con le Autorità locali con meccanismi di cofinanziamento pubblico/privato e con lo statuto di consorzio/fondazione. E questo non è il modello del sogno veltroniano.

Nel progetto di Veltroni lo Stato pervade il sistema educativo reno dell’eguaglianza delle opportunità formative e dell’equità sociale. E non è con l’aumento delle ore di matematica che si rilancia la cultura scientifica. Nella proposta veltroniana si ignora l’efficacia dei percorsi di istruzione e formazione professionale regionali, rinunciando a istruire e formare cittadini “attivi”, capaci di inserirsi proficuamente nel mondo del lavoro già a 18 anni. È imbarazzante, infatti, constatare l’assenza di qualsiasi riferimento al processo di integrazione delle politiche dell’istruzione, della formazione e del lavoro e, più in generale, al rapporto tra sistema educativo e sistema produttivo. Si ripropone un’antica gerar-


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speciale educazione

Socrate

Domanda ai politici sul futuro dell’istruzione. La risposta del Pdl

Uno stato meno invadente di Valentina Aprea l PDL si candida al Governo del Paese per proseguire nel cambiamento intrapreso nel 2001 attraverso“sette missioni”.Le proposte per la scuola sono parte integrante di“due missioni”: la seconda, dedicata al sostegno della famiglia e al futuro dei giovani e la quarta, riguardante i servizi ai cittadini. L’educazione è infatti una questione che riguarda direttamente le famiglie e, allo stesso tempo, l’organizzazione dei servizi pubblici. Il PDL intende fare emergere con chiarezza che la bussola che orienta ogni futura azione di cambiamento sarà la ”sussidiarietà”e quindi la prevalenza delle scelte dei cittadini su quelle dello Stato, che da “ provider” deve man mano divenire “commissioner”, garante della qualità dell’offerta formativa, in un regime di effettivo pluralismo educativo. In questo senso, i punti contenuti nella missione quarta sono finalizzati a rafforzare autonomia e responsabilità delle scuole, incentivare il miglioramento dell’attività didattica, implementare processi di valutazione e di autovalutazione, introducendo una virtuosa concorrenza tra gli istituti che può rappresentare una leva significativa per la scuola italiana.

I

Sostegno alle famiglie per una effettiva libertà di scelta educativa tra scuola pubblica e scuola privata.

A distanza di quasi un decennio dall’approvazione della legge 62/00, è maturo il tempo di riconoscere alle famiglie la libertà di scelta educativa attraverso una governance del sistema scolastico fondato sulla sussidiarietà. Il paradigma centralistico e burocratico del nostro impianto educativo è ormai in palese contro-

gratuiti per le famiglie meno agiate, estesa fino al 18° anno di età per garantire il diritto/dovere all’istruzione. Il PDL riafferma l’obiettivo di istruire e formare cittadini“attivi” fino a 18 anni attraverso il dirittodovere della Legge 53/03 e prevede, per questo, sostegni alle famiglie per l’acquisto dei libri di testo

Le due mission di una proposta fondata su famiglia e libertà tendenza con le modifiche istituzionali e costituzionali (Titolo V) che prefigurerebbero uno Stato con funzioni di guida e di controllo, e non più di gestione, rispetto all’istruzione pubblica. Pubblica deve, infatti, considerarsi l’offerta formativa di tutte quelle scuole, non solo statali, che rispettano le“norme generali dell’istruzione” previste dalla Costituzione e che sono riconosciute nel nostro ordinamento come scuole paritarie. Chiunque frequenti queste scuole deve poter avere, sempre secondo il dettato costituzionale, un trattamento equipollente a quello riservato a chi frequenta le scuole statali. Assegnazione di libri di scuola

e dei sussidi didattici per i 13 anni di studio e/o formazione. Si tratta dell’azione sussidiaria dello Stato, tesa a rimuovere gli ostacoli per l’effettivo esercizio del diritto-dovere allo studio previsto dal dettato costituzionale. Prevedere la gratuità dei libri di testo per le famiglie può rappresentare anche una efficace modalità per contrastare la dispersione scolastica e formativa. Ripresa nella scuola, per gli alunni e per gli insegnanti, delle “3 i”: inglese, impresa, informatica. Dobbiamo prendere atto che la nostra scuola propone un modello che risultava idoneo ad una società“industriale”dove il diritto

di cittadinanza si esercitava attraverso quelle che nel mondo anglosassone si chiamano le tre R: Reading, WRiting, ARithmetic. Oggi, non più sufficiente e nello stesso tempo non più adeguato. Le competenze necessarie saranno quelle richieste dalla società dell’informazione per le quali, sempre il mondo anglosassone, contrappone alle tre R le tre X: EXploration, EXpression, EXchange. Le nuove generazioni di studenti, per essere competenti secondo le aspettative dell’Europa e i suggerimenti dell’OCSE, devono saper usare nuovi linguaggi, nuove strategie di pensiero che rimandano ad una realtà multimediale. La “I”di impresa, infine, rimanda all’obiettivo di rendere sistematica una metodologia orientativa e di empowerment delle capacità degli studenti che, spaziando dal raccordo tra istruzione, formazione e sistema produttivo, fino alle esperienze di alternanza scuola-lavoro, consenta di sviluppare lo spirito di autoimprenditorialità e favorire una buona transizione dallo studio alla vita attiva. I ritardi accumulati fin qui non ci consentono di raggiungere gli obiettivi europei relativi alle otto competenze chiave per l’apprendimento permanente che comprendono, tra queste, le seguenti che di fatto rimandano alle “ 3 I”: - Comunicazione nelle lingue

straniere (inglese) - Competenza digitale (internet) - Spirito di iniziativa e imprenditorialità (impresa). Difesa del nostro patrimonio linguistico, delle nostre tradizioni e delle nostre culture anche per favorire l’integrazione degli stranieri. I dati OCSE PISA 2006 hanno rilevato un peggioramento sensibile della comprensione linguistica da parte dei nostri studenti quindicenni che in lettura sono regrediti di 7 punti nella scala mondiale. Per queste ragioni, in tutti gli ordini di scuola va potenziato lo studio della lingua e della cultura italiana sia attraverso lo studio della grammatica e della sintassi (già valorizzata con la Riforma Moratti ), che attraverso il recupero delle radici culturali della civiltà italiana. Vanno, altresì, promossi interventi per corsi di lingua e cultura italiana innovativi, propedeutici all’inserimento degli alunni stranieri nelle classi. Lo scopo finale è la condivisione della cittadinanza italiana, definita sui valori della Costituzione. Attuazione per la prima volta in Italia del disposto dell’articolo 34 della Costituzione: “I capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Merito e valorizzazione dei talenti devono essere sostenuti con


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Domanda Domandaaiaipolitici politicisul sulfuturo futurodell’istruzione. dell’istruzione.La Larisposta rispostadell’Udc dell’Ud

Né di sinistra, né di destra una riforma bipartisan di Ferdinando Adornato iciamolo con chiarezza: la scuola non è né di destra né di sinistra. Il futuro dei nostri figli non può essere più condizionato da quella coltre ideologica che fin ora ha tolto loro il respiro, la prospettiva e le opportunità. La scuola, l’università e la ricerca in Italia sono oramai con l’acqua alla gola. La politica, soprattutto in campagna elettorale, promette grandi interventi, ma poi i governi cedono ai vecchi sistemi conservativi di corporazione e dimostrano impotenza. Ad ogni tentativo di riforma risponde puntuale una controriforma: come uscirne? Da decenni i partiti si combattono nelle piazze con le armi spuntate dell’ideologia e della demagogia, e nulla mai davvero cambia. Si potrebbe allora nominare una commissione di saggi sul modello francese Attali per superare le divisioni che in Italia impediscono una chiara politica d’indirizzo per lo sviluppo di tutta la filiera della formazione e del sapere: della scuola appunto, dell’università e della ricerca. Una commissione di 20 esperti, tra i quali anche stranieri, individuati in modo bipartisan dai partiti politici, potrebbe elaborare una strategia pluriennale di investimenti e d’assetto per il futuro. Sei mesi di tempo per decidere, e quindi l’impegno preventivo della politica di attuare quanto indicato dalla commissione.

D

borse di studio e prestiti d’onore per far sì che, anche chi è privo di mezzi, secondo il dettato costituzionale, possa realizzarsi come persona e come cittadino ed accedere agli studi e alle professioni senza impedimenti. La società italiana è conservatrice e famigliacentrica, contano più le “conoscenze” che la conoscenza e la competenza. E poiché un sistema di istruzione e di formazione che non crea classe dirigente è un sistema socialmente parassitario, occorre invertire questa tendenza e favorire la formazione di persone che non prosperino in settori professionali protetti e a mandato quasi ereditario, ma che, sostenuti in tutte le loro capacità, emergano da un confronto leale della competizione. Commisurazione degli aumenti retributivi a criteri meritocratici con riconoscimenti agli insegnanti più preparati e più impegnati. La qualità della scuola è fondata sulla qualità della preparazione e della condizione dei docenti. Finora il Parlamento si è occupato dell’insegnante essenzialmente come dipendente pubblico, alla stregua di tutti gli altri impiegati dello Stato (confronta stato giuridico 1906, 1923, 1957 e 1974). La stessa autonomia delle scuole non è realizzabile senza una revisione del ruolo e dello statuto dei docenti. Occorre restituire prestigio alla docenza partendo dal riconoscimento di una nuova professionalità e dall’introduzione di sistemi premianti in grado di commisurare gli aumenti retributivi a criteri meritocratici. Competenza, merito e qualificata professionalità dovranno ritornare ad essere le caratteristiche della docenza italiana.

Insomma, propongo una tregua per uscire da un deficit strutturale grave che affonda le sue radici nella scuola prima, nell’università e quindi si cronicizza nella ricerca. Il prossimo governo deve mettere al primo posto dell’agenda l’educazione, la formazione e la ricerca. Sono convinto che questi e non altri sono gli argomenti in cui il clima delle larghe intese abbia senso: condividere alcuni punti certi per orientare in modo univoco il cammino per la crescita sostanziale del nostro paese. Dal canto mio, da tempo constato che mentre l’educazione e l’istruzione assumono un ruolo sempre più decisivo per lo sviluppo delle nostre società, da noi l’offerta del sapere è drammaticamente inadeguata alle domande delle nuove generazioni e alle esigenze della competizione mondiale. Così credo che in un mondo nel quale altri strumenti, come per esempio la televisione (non sempre gestiti in modo accettabile), prendono il sopravvento, e nel quale si moltiplicano gli stili di vita, desideri e bisogni sociali; abbiamo il dovere di estendere la qualità e la pluralità dell’offerta educativa. Una scuola della libera scelta e della libera offerta, con un più impegnato intervento del capitale privato, a mio avviso, è la via giusta. Comunità, imprese o altri soggetti sociali che pensano di poter offri-

re servizi più adeguati alle molteplicità e alla ricchezza delle domande dei nuovi cittadini, devono essere aiutati, stimolati e non sabotati.

Il futuro abita nell’istruzione: non si può negare a nessuno dei nostri figli il diritto di residenza. Per questo il ‘buono scuola’, o qualsiasi altro strumento che restituisca alle famiglie libertà di scelta, è necessario per rispondere ad un autentico allarme sociale. In Italia, ma anche in tutti i paesi d’Europa, si deve aprire una vera e propria gara nazionale del sapere. Ogni istituto deve essere chiamato, valorizzando sul serio la propria autonomia, a migliorare l’offerta formativa, l’ambiente, la qualità, la severità degli studi: sapendo che le famiglie si avvarranno del ‘buono scuola’, appunto, nell’istituto che riterranno migliore, statale o non statale. Le parole prime d’ordine sono libertà e merito. In quest’ottica il superamento del monopolio dello Stato non significa affatto, come è stancamente ripetuto da qualcuno, il superamento dell’istruzione pubblica. La prospettiva, semmai, è quella di dar vita ad un nuovo sistema pubblico dell’istruzione composto senza veti né barriere da scuole statali e non statali. Prefigurando aree di programmi comuni per la trasmissione della nostra identità nazionale, nell’obbligo di rendere qualificato e competitivo il proprio progetto di formazione. Perchè mai una scuola gestita, per esempio, da una cooperativa di insegnati o di genitori, dal mondo dell’impresa o del volontariato, non dovrebbe essere, a tutto tondo, una scuola pubblica? Qual è l’idea bislacca e illiberale di Stato che nega quest’evidenza che è anche oggettivamente un’opportunità? La sinistra continua a sostenere che gli aiuti alle famiglie in tema di scelta, come il cosiddetto ‘buono scuola’ servono solo ai ricchi. E’ invece palesemente vero il contrario. Sono oramai lontani gli anni in cui si realizzò la grande scolarizzazione di massa in cui anche i figli dei contadini e gli operai potevano diventare ‘dottori’. Oggi non è più così ed è evidente ad ogni esperienza, le famiglie più ricche possono mandare i figli nelle scuole private e di eccellenza o, come spesso accade, all’estero. Quelle meno abbienti sono costrette ad affidarli a quella sorta di lotteria che è la

scuola statale, dove i destini dei giovani sono affidati alla buona volontà o alle singole capacità di alcuni insegnati. Al di fuori di questa pura casualità, per i nostri ragazzi c’è oblio, rassegnazione e ignoranza. Maggiori opportunità, va da sé, sono sempre la garanzia di maggiore equità. Ed ecco, un’altra parola da difendere dalle strumentalizzazioni e da porre come stella polare: equità.

Analogo a quello della scuola è lo stato delle università italiane, al quale bisognerebbe senz’altro dedicare un’analisi più approfondita. Certo è che le nostre accademie somigliano sempre più ad un prolungamento dei licei: hanno perduto autorevolezza e capacità di formare la nostra classe dirigente. Il luogo della sua riforma, come ho gia detto, potrebbe essere una commissione sul modello Attali, ma prioritario mi sembra l’inserimento del numero chiuso, una seria ripartizione per fasce di merito e l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Misure, queste, di prioritaria importanza per ritrovare una forma di autonomia sia del corpo docente (nel sistema di arruolamento) che dei percorsi formativi degli studenti, per puntare finalmente e senza tentennamenti all’eccellenza. Quindi, continuando a formulare un piccolo glossario per il rinnovamento della scuola, a libertà, merito, equità, bisognerà aggiungere un’altra parola chiave: creatività. La creatività rende la libertà positiva, la fa essere dinamica e non passiva. E’ l’energia che ogni individuo può applicare per essere padrone della propria esistenza, nell’impresa, nell’associazionismo civile, nella famiglia, nell’arte come nella scienza. E’ un ethos, quindi: l’ethos originario delle nostre società. Riaffermare questa filosofia, che assegna il primato dell’uomo sullo Stato è il primo assunto di una visione di etica pubblica che è anche alla radice del pensiero liberale e cristiano. Di conseguenza sono convinto, innanzitutto, che il compito prioritario della scuola sia quello di promuovere la maturazione della persona. La libertà di scelta, quindi, in ordine alla propria formazione da parte di ciascun individuo e della sua famiglia credo che sia parte integrante ed essenziale della libertà di pensiero, e questa sia il presupposto di ogni ulteriore libertà e creatività della persona stessa: civile, sociale, economica, politica. La società della libera scelta è un grande orizzonte storico e etico. Può essere più o meno condiviso, ma non può essere contraffatto. La scommessa della nostra generazione, io credo, è quella di dimostrare che la scuola di massa può diventare scuola di qualità.


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speciale educazione

Socrate

LETTERA DA UN PROFESSORE

SE SESSANTA RIUNIONI VI SEMBRANO POCHE di Giancristiano Desiderio La scuola italiana è una macchina burocratica che produce carte: il valore legale del titolo di studio. La vera e unica riforma (l’unica riforma che avrebbe un senso e degli effetti) sarebbe quella che abolisse il valore legale del titolo di studio: il famoso “pezzo di carta”. Che cos’è oggi la scuola italiana? Un diplomificio. Un diplomificio di pessima qualità.Tutta la scuola, ma proprio tutta, è organizzata intorno alle carte. Ernesto Galli della Loggia domenica scorsa sul Corriere della Sera se l’è presa, a ragion veduta, con Walter Veltroni che sulla scuola italiana dimostra di avere solo idee vaghe, vaghissime del tipo puntare sulla“creatività dei ragazzi”per andare“oltre i temi”, il cinema come materia d’insegnamento e“puttanate”del genere, tanto per ripetere l’espressione genuina di Massimo Cacciari. Ma ancor più Galli della Loggia parlando dei professori ha usato a sua volta questa espressione: l’incubo “cartaceo-riunionistico” in cui sono costretti a passare gran parte del loro tempo. Facciamo un esempio e ci capiamo meglio. Dall’inizio dell’anno ad oggi ho preso parte (arrotondando per difetto) a una cosa come venticinque riunioni. Per la fine dell’anno scolastico me ne attendono altrettante. Ciò significa che

alla fine dell’anno tra programmazioni, consigli di classe, consigli per gli scrutini, collegi dei docenti e varie ed eventuali avrò preso parte a una cosa come sessanta riunioni. Sessanta riunioni che tradotte in ore vanno ben al di là delle centoventi ore: che, se non sbaglio, sono pari a un contratto per una cattedra universitaria. Ma al di là delle ore, delle opere e dei giorni, questo incubo “cartaceo-riunionistico” cosa produce? Carte, carte, carte. Di tutti i tipi, di ogni genere: la programmazione, la didattica, la valutazione, i verbali, le pagelle, i giudizi, i debiti, i crediti e bla bla bla. Tutte cose che dovrebbero essere dei mezzi e invece sono diventati dei fini. La scuola italiana ruota intorno a una gigantesca montagna di carte. I dirigenti scolastici (quelli che una volta erano i presidi) sono dei burocrati che hanno a loro volta un incubo: le carte devono stare a posto. Questo è il motore folle che fa girare a vuoto la scuola: un motore che va a folle. Il legislatore della scuola non sa nulla. Le teorie “creative” di Veltroni sono un chiaro esempio. Ma, purtroppo, non c’è da stupirsi. Era Barzini - non ricordo più chi dei due, il padre o il figlio - che diceva che in Italia la politica si fa ad orecchio. Per sentito dire.

A proposito di una polemica di Gian Antonio Stella con “l’Avvenire“

La famiglia non è un “minore“ da tutelare L di Giacomo Zaccardo

a tempestività con la quale il Corriere della Sera ha precettato una delle sue penne più affermate per rispondere a Samek-Lodovici, fa pensare che il giornalista dell’Avvenire abbia toccato un obiettivo sensibile. Gian Antonio Stella, brillante e affermato giornalista, è entrato su di lui a gamba tesa - con il piglio sicuro de “La Casta” – addentrandosi nei temi tecnici della scuola. Oggetto del confronto è l’effettiva libertà di opzione. Passi che l’editorialista del Corriere dia voce alle radici della sua testata, ma dispiace che finga di non comprendere il valore di una scuola in cui siano i genitori a scegliere l’impostazione educativa per i propri figli.

Non ci dica il pur bravo Stella che non ha letto in questi giorni la Decisione 6 del Rapporto Attali, né il White Paper voluto da Blair nel

2005, né le indagini dell’OCSE sugli scenari futuri della scuola. Dovrebbe sapere cos’è successo nelle banlieues di Parigi o come si vive nelle scuole a discreto livello di delinquenza dei nostri paesi evoluti. Tanto basta per capire che la questione della scelta dei genitori non è un pallino, o una delle tante particolarità italiane che si lascia liquidare con ironia. E’ un diritto universale da rendere effettivo, che riguarda la capacità della società di rinnovarsi dando ragione delle proprie culture. In un quadro sapienziale fortemente frammentato, i genitori non potrebbero scegliere di trasmettere le loro convinzioni ai loro figli senza essere discriminati economicamente. C’è, in questa visione, una sottile sfiducia nella società civile - considerata un minore da tutelare -, con lo Stato che diventa gendarme per preservare i giovani dal pericolo

che può venire dalle loro stesse famiglie.

E t u t t o a v v i e n e mentre molti sistemi educativi vanno al collasso. Il modello, burocratico, monolitico e centralista della scuola fallisce ovunque: mobilità sociale, apprendimenti, disciplina, crescita di valori socialmente utili… Chi irride allegramente la libera scelta dovrebbe leggere di più i giornali. Oggi la società poggia su principi comuni a più orizzonti, ma non si prescinde da una loro fondatezza. In altre parole, non ci si può riferire direttamente agli ottimi “valori” della Costituzione, che sono una sintesi negoziale, senza darne ragione a partire da orizzonti antropologici concreti, espressi di volta in volta in una proposta educativa coerente, che acquista forza e valore se scelta dai genitori. Pensare di fare a meno di un’identità nell’edu-

care, è mistificatorio e priva, di fatto, la società di una ricchezza e di una base etica dotata di senso. Il rischio è quello di creare – complice un malinteso senso di “tolleranza” - una società senza quei fondamenti auten-

ticamente religiosi, filosofici e culturali, sui quali i valori si possano basare. Si scivola in un limbo di povertà culturale nel quale il generico pluralismo della scuola, di fronte alla varietà delle opzioni morali, semplicemente smette di educare. E non potremmo lamentarci di una società senza valori se viene “tassata” l’educazione che li produce. Intanto, i sostenitori dello stato-tutore paventano – se rimarranno inascoltati - lo scontro di civiltà: come non prevedere una generazione di scolari uscire dalla ricreazione con il santino in mano o di adolescenti senza trucco, pudiche e velate. Su questo falso problema basterebbe la riflessione di un giovane attore statunitense - e musulmano - che, al termine di un suo spettacolo, commentava ad una simile provocazione: “le civiltà non si scontrano, sono le inciviltà a scontrarsi”.


Un’idea, una buona idea, è davvero rara. Albert Einstein

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DELLE IDEE


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economia

Oggi la giunta di Confindustria designerà l’imprenditrice mantovana alla guida dell’associazione

Per Emma è già risiko di poltrone di Alessandro D’Amato

ROMA. Sarà la prima donna a sedere sulla poltrona più alta di viale dell’Astronomia. E ci arriva con il consenso plebiscitario – oltre il 95 per cento – dei suoi associati. Ma dopo l’incoronazione formale della giunta prevista oggi, per Emma Marcegaglia si apre in Confindustria una partita alquanto complessa: delineare la squadra dei vicepresidenti che dovrà presentare il 23 aprile prossimo, rispettando gli ”equilibri geopolitici” della più grande associazione imprenditoriale italiana.

E sarà difficile non scontentare nessuno o evitare i tranelli che questa partita comporta. Sul cui esito influiranno i riposizionamenti del potere montezemoliano e la connotazione – giocoforza – “politica” della nuova rappresentanza. Anche perché si dovranno fare i conti con un nuovo governo e una congiuntura economica a dir poco difficile. Anche per venire incontro alle proteste della base, la Lady di ferro mantovana ha promesso di rimpolpare una struttura alquanto ridimensionata dall’ultima gestione. E le risorse a disposizione, anche considerando le richieste del territorio, non sono molti.

lui un “avanzamento”rispetto al comitato tecnico Europa che guida oggi. Una new entry potrebbe essere Alberto Tazzetti, presidente degli industriali torinesi, il quale dovrebbe sostituire Marino Vago all’organizzazione e al marketing associativo. Anche per Andrea Riello dovrebbe esserci un posto in squadra: il numero uno di Riello Sistemi era stato tra i più critici con Massimo Calearo per la sua scelta di correre con il Pd, parlando di «candidatura bikini» e mettendo all’indice l’incoerenza di presentarsi con una parte politica osteggiata dalla “base” vicentina. Ma poi ha detto no alla proposta del Popolo delle Libertà, proprio confidando di rientrare nel pool dei vicepresidenti. A fargli concorrenza potrebbe essere Antonio Costato di Confindustria Rovigo: il presidente e Ad della Grandi Molini Italiani ha ricevuto l’imprimatur della stessa Marcegaglia, la quale è intervenuta ieri telefonicamente al Comitato Esecutivo che lo ha designato come rappresentante del Veneto. Per l’Emilia è scontro tra Anna Maria Artoni e Gaetano Maccaferri, che potrebbe spuntarla alla fine sulla più famosa avversaria. Il “borsino”dice poi

Tra non poche pressioni della base la Marcegaglia sta già lavorando alla sua squadra di vicepresidenti: confermati Bombassei e Moltrasio, entrano Tazzetti, Costato e Maccaferri. Resta anche Beretta, ma è in uscita Pistorio

Il nuovo presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. In alto a destra, il suo predecessore, Luca Cordero di Montezemolo. In basso a destra, il vicepresidente Alberto Bombassei, che sarà riconfermato nel suo ruolo

Proprio per questo nessuno potrebbe rivelarsi meno adatto della Marcegaglia, che in Confindustria vanta un’esperienza quasi ventennale di responsabilità e incarichi. E lei sa benissimo come barcamenarsi nella geopolitica del sistema, tra le moltissime autocandidature arrivate in questi giorni e la necessità di soddisfare le esigenze delle aree di peso. E infatti, anche se la parola d’ordine nei corridoi del palazzo dell’Eur è discrezione, circolano già alcune voci sui nomi al vaglio della signora dell’acciaio. Due su tutti sono dati per certi: la conferma di Alberto Bombassei alle relazioni industriali e la promozione di Andrea Moltrasio. Per il bergamasco padrone della Brembo si tratta quasi di atto dovuto, visto che il ritiro della sua candidatura ha permesso alla Marcegaglia una corsa per l’elezione praticamente in surplace, e anche di un necessario compenso di rappresentanza dell’ala dei “falchi” rispetto a una presidente vista da molti come troppo “liberal”. Moltrasio, imprenditore chimico, è invece uno dei più validi rappresentanti della tecnostruttura confindustriale, che avrebbero così un referente di peso: per questo si pensa per

che per il Mezzogiorno sarebbero in pole position il presidente degli industriali di Napoli, Gianni Lettieri, e anche Cristiana Coppola di Confindustria Campania. Ma alla fine potrebbe spuntarla Ivan Lobello di Confindustria Sicilia, balzato agli onori della cronaca per la lotta al racket.

Per l’influente poltrona di direttore generale dovrebbe essere confermato Maurizio Beretta, dato in uscita fino a poco tempo fa. Lascerà il suo vice Luigi Mastrobuono, che dovrebbe essere sostituito da Gabriele Manzo. Promozione in vista anche per Paolo Annunziato, già direttore generale della Marcegaglia ai tempi della sua presidenza in Confindustria giovani. Ma impazza anche il risiko degli uscenti. Tra le vicepresidenze lasciate libere c’è quella su ricerca & innovazione, oggi in mano a Pasquale Pistorio. E, anche se la cosa si vocifera, potrebbe abbandonare anche un big come Marco Tronchetti Provera. Dato in partenza senza troppi rimpianti da un ruolo – delega alla finanza d’impresa, al diritto societario e al fisco – delicato, che dà più rogne che visibilità.


economia

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d i a r i o

d e l

g i o r n o

Bassa crescita nel 2008: +0,6 per cento Luci e ombre nella Relazione unificata economica e finanziaria presentata ieri dal governo. A fine anno Il Pil non andrà oltre lo 0,6 per cento e la crescita sarà lenta anche negli anni avvenire (nel 2011 non si andrà oltre l’1,7. A fine anno quindi il deficit/Pil sarà del 2,4 per cento, numero che si abbasserà al 1,4 tra quattro anni. Scende anche il debito: al 103 per cento nel 2008, al 97,1 per cento nel 2001. Alta invece la stima sull’inflazione, che per l’anno in corso non calerà sotto il 2,6 per cento. Il ministero ha rimandato ai prossimi mesi il dato sull’extragettito.

Bianchi: la vendita Alitalia può slittare

Le ricette di Alberto Tripi, il signore dei call center, contro il declino

«Si ferma chi non segue la globalizzazione» a nuova tappa del mio viaggio tra i protagonisti dell’economia mi porta a incontrare Alberto Tripi, il “signore dei call center” che con la sua holding Almaviva vanta la leadership italiana nel settore, che (a torto) qualcuno ha definito simbolo del ”precariato” giovanile. Ma su Almaviva (non un rimando rossiniano, ma l’acronimo dei suoi familiari, Alberto, Marco, Viviana, Valeria, tutti impegnati in azienda) pochi sanno che l’azienda romana è stata protagonista della più grande “infornata” di assunzioni del dopoguerra: 6.300 dipendenti hanno visto trasformato il contratto a tempo determinato in definitivo.

L

Il quartier generale è ipertecnologico: tre torri modernissime dedicate ai grandi cervelli italiani, Marconi, Galileo e Leonardo, sede perfetta per un protagonista dell’innovazione italiana come Tripi, che prima di fondare questa nuova realtà aveva lavorato per 17 anni all’Ibm. Ma il lavoro dipendente gli stava stretto e nel 1983 lasciò il colosso dei pc per lanciarsi nell’avventura imprenditoriale di Lottomatica. Nel 2005 un’altra avventura: rileva Finsiel da Telecom, per mettere le basi del suo polo hi-tech che diventerà Almaviva. Nel suo ufficio avveniristico Tripi inizia a parlarmi di declino industriale: sottolinea il passo lento del Paese (crescita media dello 0,8 per cento dal 2002 al 2007) nonostante il suo settore ”tiri” (+5 di crescita annua). Ma soprattutto mi ricorda che l’Italia rimane costantemente indietro rispetto ai competitor. Tripi, che ricopre un importante ruolo anche in Confindustria – pre-

di Enrico Cisnetto

Il patron di Almaviva suggerisce di tagliare le tasse ai servizi, di puntare sulle liberalizzazioni e di investire in tecnologia sidente della divisione Servizi Innovativi e Tecnologici, membro della giunta e del consiglio direttivo – dice che se si vuole spostare il Paese dal piano inclinato in cui si trova bisogna darsi una mossa. E in fretta. «Non c’è tempo da perdere», ribadisce, «perché la globalizzazione non aspetta le indecisioni di nessuno e non guarda in faccia nessuno. Noi imprenditori lo sappiamo bene, perché viviamo questa realtà tutti i giorni. I Paesi che non comprendono che la globalizzazione ha rivoluzionato le regole del gioco, resteranno inevitabilmente indietro, e soffriranno conseguenze pesanti sulla qualità della vita dei cittadini: i segni delle mancate riforme, e quindi della non sufficiente crescita del Paese, li stiamo già avvertendo». «Noi imprenditori»», conclude, «siamo geneticamente incompatibili con la logica del declino». Per contrastare questo trend, Tripi ha recentemente presentato, nella sua veste di “capo degli innovatori” di Confindustria, una vera e propria tabella di marcia con le priorità del Paese. Ai primi posti vi sono le liberalizzazioni, da mandare avanti anche riportando il settore degli appalti pubblici al sistema

della gara d’appalto. Poi gli investimenti nella conoscenza, facendo del merito e dell’eccellenza i due punti chiave di tutto il sistema formativo. Ancora, la semplificazione della pubblica amministrazione; il taglio delle tasse per i servizi; il rilancio di grandi opere e investimenti in tecnologia. Un progetto ambizioso, che secondo lui rilancerà il Paese, partendo dai settori che funzionano meglio.

Sulle prossime elezioni Tripi è moderatamente ottimista. La novità costituita dal bipartitismo gli sembra positiva, soprattutto in chiave di governabilità. Anche la presenza di “non allineati”come l’Udc gli pare un fattore interessante, anche perché in questo “rimescolamento di carte” degli ultimi mesi, si nota comunque un’indubitabile diminuzione dei soggetti politici. Parla da politico, Tripi, non solo da imprenditore. E infatti non gli piace l’equazione politica uguale azienda. «Gli imprenditori possono dare un contributo alla politica, si è visto in questi anni, ma impresa e Palazzo sono due cose diverse», mi dice. «Quando sei amministratore delegato, sei espressione solo di un consiglio di amministrazione. Quando sei eletto, devi rappresentare tutti, anche chi non ti ha votato». Si vede che la politica lo appassiona. Mai però come il calcio. E infatti alla fine della nostra chiacchierata mi parla con trasporto della sua sfegatata fede romanista. Tuttavia, mentre prendo un taxi per andarmene, noto che le sue torri sono biancazzurre: forse lo scherzo di un architetto laziale. (www.enricocisnetto.it)

La telenovela sul futuro di Alitalia non sembra destinata a chiudersi presto. «Non credo che la vicenda Alitalia si possa chiudere entro pochi giorni come sento in giro. Ci vorrà ancora tempo», ha annunciato il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi. Intanto rumors finanziari fanno sapere che Air France-Klm avrebbe rivisto al ribasso i termini dell’offerta vincolante per la Magliana rispetto al passato, perché lo scenario della compagnia sarebbe progressivamente peggiorato. La prossima settimana, invece, dovrebbe essere pronta la valutazione del Tesoro sull’offerta della compagnia francese.

Petrolio verso i 110 dollari La corsa del petrolio non sembra arrestarsi.Anche se più lentamente rispetto agli altri giorni, il prezzo di un barile ha segnato un nuovo record a New York: 109,85. Si avvicina quindi il sorpasso della soglia dei 110 euro, nonostante i dati diffusi dal dipartimento dell’Energia abbiano mostrato una flessione superiore alle attese delle scorte Usa. Le quotazioni hanno invece scontato la debolezza del dollaro sull’euro.

Nomine, critici Casini e Montezemolo Crea nuove polemiche la decisione del governo Prodi, e subito appoggiata da Silvio Berlusconi, di rinviare le nomine delle società controllate dal Tesoro e sugli enti pubblici. Dopo le lettere di fuoco inviate dai fondi internazionali a via XX settembre, è toccato al leader dell’Unione di centro, Pier Ferdinando Casini, scagliarsi contro questa scelta. «È stato gravissimo, irresponsabile, da parte di Prodi rinviare le nomine», ha spiegato, «Dobbiamo dare un segnale di serietà agli investitori stranieri». Non meno duro il leader di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo: «Ritengo che si debbano creare le condizioni perché si assicuri il massimo di correttezza istituzionale, rispettando le scadenze assembleari naturali da tempo comunicate al mercato. Solo così si evitera’ il rischio di una perdita di credibilità del sistema Italia».

Passera: resto in IntesaSanpaolo Corrado Passera smentisce di voler cambiare lavoro nel prossimo futuro, così come i dissidi con il suo presidente, Giovanni Bazoli. «Sto dedicando», ha chiarito, «tutte le mie energie allo sviluppo e alla crescita di Intesa San Paolo. E questo sarà il mio impegno esclusivo anche per il futuro».

Mediaset inverte la rotta Dopo un 2006 da dimenticare, Mediaset chiude in spolvero il 2007. In bilancio il Biscione inserisce ricavi consolidati per 4,08 miliardi (+8,9 per cento) e un utile invariato a 506,8 milioni (505,5 milioni nel 2006). Migliori prospettive per il 2008, se le’amministratore delegato Giuliano Andreani ha parlato «di una raccolta supeiore al 5 per cento nei primi due mesi dell’anno». Se il presidente Fedele Confalonieri ha smentito operazioni su Telecom, l’azienda non esclude possibili acquisizioni per Endemol negli Usa e nel Regno Unito e un rafforzamento nella pay-tv.

Aiuti di Stato, fiere nel mirino della Ue Bruxelles richiama Roma per gli aiuti di Stato alle Fiere. Nel mirino gli incentivi fiscali concessi alle imprese che hanno partecipato a esposizioni all’estero. La Commissione aveva ritenuto illegali questi aiuti già nel 2007 e aveva ordinato all’Italia il loro recupero dai beneficiari. Ma solo una parte è stata rimborsata.

Giornata fiacca a Piazza Affari Mibtel invariato a Milano (+0,06 per cento). Bene Pirelli (+2,78 a 0,66 euro) dopo la chiusura dell’operazione Tyre.


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l convegno che si svolge oggi all’Università europea di Roma, sul tema Crisi di identità: la civiltà europea può sopravvivere? è dedicato ad un tema su cui è tornato più volte Benedetto XVI, dal discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006 a quello del 28 marzo 2008, quando, in occasione del cinquantesimo anniversario dei Trattati di Roma, il Papa accusò l’Europa di essere «apostata da se stessa ancor prima che da Dio», fino a «dubitare della sua stessa identità». Il problema dell’identità e delle radici dell’Europa è sempre stato sottovalutato dai cattolici e non è un caso che le stesse autorità ecclesiastiche abbiano trovato in alcuni «laici» i loro migliori interlocutori. Il cardinale Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, ha avuto un fecondo dialogo con l’allora presidente del Senato Marcello Pera, coautore con lui del volume Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam (Milano 2004); recentemente è apparso il bel volume, dal titolo Fede e libertà. Dialoghi sullo spirito del tempo, frutto di cinque serrati colloqui tra mons. Rino Fisichella, rettore della Pontificia università lateranense, e Ferdinando Adornato, presidente della Fondazione liberal; anche questo dialogo, come

I

cultura Oggi a Roma un convegno sulla perdita d’identità cristiana

Europa, manuale di sopravvivenza quello tra il cardinale Ratzinger e Marcello Pera, ruota intorno all’identità dell’Europa e dell’Occidente: «Una preoccupazione – osserva il cardinale Camillo Ruini nella sua prefazione – che ha certamente un suo motivo di immediata evidenza nella minaccia del fondamentalismo e del terrorismo di matrice islamica, ma che alla fine deriva soprattutto da ragioni interne allo stesso Occidente, come le spinte del relativismo e del nichilismo, che sembrano allontanarlo sempre di più dalle sue radici cristiane, renderlo rassegnato e incerto di se stesso». Pera e Adornato, come altri personaggi del mondo intellettuale italiano (basti pensare a Giuliano Ferrara), hanno in comune una provenienza estranea al cattolicesimo e ai suoi valori, eppure dimostrano una sensibilità per le sorti della civiltà occidentale e cristiana maggiore di quella di tanti cattolici impegnati in politica.

Si tratta di un fenomeno culturale confermato da quanto sta accadendo, da qualche anno a questa parte nel mondo di lingua anglosassone. Oggi, chi entrasse in qualsiasi libreria americana, come quelle appartenenti alle catene Borders o Barnes & Noble, troverebbe sugli scaffali una moltitudine di libri che si interrogano con preoccupazione sui destini dell’Europa. Walter Laqueur, storico noto in Italia per i suoi studi sul terrorismo, ha scritto un libro significativamente dedicato agli «ultimi giorni dell’Europa» (The last days of Europe. Epitaph for an old continent, New York 2007). Altri autori come Bruce Bawer (While Europe slept. How

di Roberto de Mattei

radical islam is destroying the West from within, New York 2006), Mark Steyn (America alone: the end of the world as we know, Washington, 2006) e Claire Berlinski (Menace in Europe. Why the continent’s crisis is America’s too, New York 2006), denunciano nelle loro recenti opere la gravità di una crisi demografica europea che si intreccia con un’invasione islamica crescente. Bat Ye’Or, psedudonimo della maggior studiosa mondiale della «dhimmitudine», in un volume che ha avuto grande successo anche in Italia (Eurabia, Torino 2007) ha coniato il termine Eurabia,

nario terribile». Steyn prevede a sua volta che gran parte del mondo occidentale «non sopravviverà al XXI secolo, vale a dire a un periodo che è già compreso nei confini temporali delle nostre vite, e gran parte di esso sparirà, inclusi parecchi, se non la maggior parte, dei paesi europei». Alcuni di questi autori, come Bat Ye’Or, Bruce Bawer, Melanie Phillips, partecipano al convegno dell’Università europea di Roma, aggiungendo nuovi elementi alle loro analisi, che dovrebbero inquietare le classi dirigenti europee. Non si tratta di tesi preconcette, ma di

Un fenomeno culturale, spesso sottovalutato dagli stessi cattolici, che trova conferme in quanto sta accadendo anche nel mondo di lingua anglossassone, in cui demografia e Islam si combinano in una miscela micidiale poi diffuso da Oriana Fallaci, per indicare il progetto di islamizzazione demografica e culturale del Vecchio continente. Melanie Phillips lancia l’allarme sulle nuove enclavi musulmane europee, a Londra, ma anche a Berlino, Milano, Madrid, Stoccolma, Copenaghen (Londonistan, New York 2007). Le previsioni della Berlinski non sono meno inquietanti: «L’Unione europea potrebbe disfarsi. I terroristi islamici potrebbero riuscire a distruggere una città europea. Non sappiamo quali saranno le conseguenze di questi eventi, ma è ragionevole immaginare anche uno sce-

fatti incontrovertibili. Oggi in Europa il tasso di fertilità è di 1.3 punti, ben al di sotto del livello minimo di mantenimento della popolazione (2.1 figli per donna). Alcuni paesi, come la Francia hanno rialzato il loro livello a 1,7 ma i dati comprendono i nati da donne di religione musulmana, immigrate o cittadine francesi. Nel 2050, scrive Laqueur, un piccolo paese come lo Yemen avrà una popolazione più numerosa della vasta Federazione russa e la Nigeria e il Pakistan avranno ognuno più abitanti dell’insieme dei primi quindici Stati membri dell’Unione Europea.

Tuttavia il crollo demografico non è la causa, ma la conseguenza di una crisi che ha ragioni culturali e morali profonde e che va collegata alla perdita dell’identità cristiana del Vecchio continente. Oggi l’Europa, aggredita dall’Islam da una parte e dal secolarismo dall’altra si sta trasformando in un paese in cui si moltiplicano moschee e minareti, mentre le chiese vengono trasformate in discoteche e supermercati.

Il punto chiave del problema demografico non è dunque economico, ma psicologico e morale e riguarda soprattutto la profonda crisi di fiducia nel futuro da parte delle nuove generazioni. La fiducia nel futuro può basarsi solo sull’esistenza di ragioni di speranza, ma il problema dell’Europa di oggi, è proprio la perdita della speranza, come ha avvertito Benedetto XVI, nella sua ultima enciclica Spes Salvi, invitando l’uomo moderno a liberarsi delle ideologie del passato e a svolgere «un’autocritica dell’età moderna in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza». Un mondo senza Dio - afferma il Papa - è un mondo senza speranza (cfr. Ef 2, 1). Ma un mondo senza speranza è un mondo senza valori e senza certezze, immerso nell’edonismo nel relativismo. La civiltà europea può e deve sopravvivere, perché nulla è irreversibile nella storia. Ma la sopravvivenza dell’Europa e della sua civiltà sembra più che mai legata alla riconquista della propria identità cristiana e con essa della virtù-chiave della speranza.


arte

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Il Rinascimento di

Sebastiano del Piombo di Olga Melasecchi

inalmente, a Roma (Palazzo Venezia, fino al 18 maggio), una mostra su Sebastiano del Piombo (Sebastiano Luciani, nato a Venezia nel 1485 e morto a Roma nel 1547), artista non immediatamente identificabile dal vasto pubblico per essere stata la sua pur grande figura di protagonista della pittura rinascimentale schiacciata prima a Venezia tra i suoi due maestri Giovanni Bellini e Giorgione, e il giovane Tiziano; poi a Roma, dove arrivò nel 1511 al seguito del banchiere senese Agostino Chigi, tra i due giganti Raffaello e Michelangelo con i quali la sua storia è strettamente intrecciata. Doveroso quindi questo omaggio, che ci permette di ammirare opere di bellezza struggente, immagini per assurdo forse più note del loro stesso artefice, come il superbo Ritratto di Clemente VII senza barba della Galleria di Capodimonte, icona della fierezza del proprio status sociale e nel contempo della consapevolezza delle responsabilità che il ruolo implicava.Volto indimenticabile per la bellezza dei delicati e aristocratici tratti somatici che, nella interpretazione del pennello veneziano di Sebastiano, vibrano di malinconia come avvolti in una luce crepuscolare, e forse è questo l’aggettivo che potrebbe indicare l’atmosfera di quasi tutta la produzione del pittore veneto-romano. Atmosfere gravi, cariche di tragedie imminenti, ereditate dalla sensibilità lagunare per gli effeti pittorici della luce naturale, e delle sue infinite variabili, con conseguenti implicazioni psicologiche, come, prima su

F

Sopra, Ritratto di donna come vergine saggia; a sinistra, Sacra Famiglia in un paesaggio; sotto, Ritratto di uomo in arme e a destra, Ritratto del Cardinale Ferry Carandelet

nici. Ritratto in blu, colore puro e squillante vero protagonista del dipinto, consueto nella ritrattistica nordica e assorbito sembra dall’esempio del Dürer a Venezia nel 1505; purezza cromatica che è anche purezza virginale della sconosciuta modella veneziana. Sebastiano del Piombo è dunque, e si vede anche negli altri dipinti presenti in mostra, dal Ritratto di Andrea Doria di Genova al Ritratto d’uomo di Budapest, soprattutto un grande ritrattista, e lo era già al suo tempo, secondo il giudizio dei contemporanei, a partire dall’erudito Paolo Giovio, che nel 1523 scriveva che nel ritratto «il veneto Sebastiano supera senza confronto tutti gli altri». Dote che mancava a Michelangelo, non per incapacità ma per dichiarato disinteresse, che strinse con il Luciani un sodalizio ventennale, iniziato per contrastare l’astro indiscusso di Raffaello, altro gigante della ritrattistica rinascimentale, e che ha visto, nella realizzazione di molte opere del pittore veneziano, la partecipazione di Michelangelo in qualità di artefice dei cartoni relativi al disegno anatomico dei personaggi in esse presenti. Vero punto debole, quello della costruzione anatomica, dell’arte di Sebastiano, come dimostrano sia le opere veneziane, sia i nudi delle lunette con scene mitologiche affrescate nella Loggia di Galatea, la villa di Agostino Chigi, suo primo lavoro romano. Dalla

Fino al 18 maggio, a Roma, una mostra dedicata ad una grande figura della pittura veneziana, artefice di opere più celebri del loro stesso autore tutte, la Tempesta di Giorgione insegna. E la grandezza di Sebastiano, che forse l’acuto banchiere Chigi aveva intuito, consiste nell’aver agganciato queste atmosfere alla profondità e tragicità dell’anima umana, vero interprete, addirittura con un secolo di anticipo, di quello spirito della modernità che generalmente viene riferito a Velazquez, ma che è anche di Caravaggio e di Vermeer, artisti tutti che altri capolavori del pittore veneto ci richiamano alla mente.

Come non pensare a Caravaggio davanti al Ritratto d’uomo in armi, di Hartford, opera straordinaria, «uno dei massimi capolavori della ritrattistica italiana del Cinquecento», scrive in catalogo (edito da Motta) Mauro Lucco, «la scala monumentale della figura, selvatica e potente nei suoi capelli irsuti, e la sua vibrante luminosità, rendono questo dipinto, eseguito a Roma, uno degli esempi più efficaci delle miracolose virtù cromatiche della pittura veneta». Analogamente, ai ritratti femminili di Vermeer ci riconduce un’altra ingiustamente meno nota opera di Sebastiano, la cosiddetta Vergine saggia di Washington, volto moderno forse di santa senza aureola, la cui bocca sembra impercettibilmente atteggiata in un soffio che immediatamente sposta la nostra attenzione verso l’incensiere che regge in mano. Figura di sottile seduzione nel braccio scoperto, nello sguardo obliquo e nel capo inclinato, e ancor più nell’emozionante resa dell’orecchino forse di perla ma che il riflesso del serico abito blu sembra trasformare in uno zaffiro, prezioso colore che è anche dei dolci occhi pensosi, sempre malinco-

collaborazione tra i due artisti è nata l’opera più nota del Luciani, la Pietà del Museo Civico di Viterbo, in cui giganteggia, in un paesaggio tragico, una virile Madonna michelangiolesca il cui «antiedonismo assoluto», come scrive Claudio Strinati, curatore della mostra, è «contrapposto …all’edonismo assoluto della figura del Cristo». Corpo statuario, da guerriero in riposo che giace, terragno, sul candido sudario steso in terra, e che nei sublimi tratti del volto rivela una volta ancora la mano sapiente dell’esperto ritrattista. Oltre alle profonde ed erudite letture iconologiche in esso rintracciate dalla critica, ben documentate nel ricco catalogo, questo dipinto, datato intorno al 1516, si è imposto come normativo nell’iconografia delle immagini sacre dell’arte della Controriforma, insieme al drammatico Cristo sulla via del Calvario e Cristo al limbo del Prado e all’altro capolavoro nato dal sodalizio tra i due, la Resurrezione di Lazzaro, della National Gallery di Londra, purtroppo assente in mostra, che anticipa questa volta le soluzioni compositive e didascaliche delle grandi pale di ardesia realizzate, all’inizio del Seicento, per gli altari di San Pietro in Vaticano. La mostra si chiude infatti con l’esposizione di alcuni dipinti dei maggiori artefici dell’arte della Riforma cattolica, in alcuni casi esasperazione di formule già coniate da Sebastiano, ma prive della foza emozionante degli originali.


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LA DOMANDA DEL GIORNO

Prodi abbandonerà davvero la politica? LASCERÀ FORSE LA POLITICA ITALIANA MA CE LO RITROVEREMO PRESTO IN EUROPA

SOLO UN UOMO ATTACCATO AL POTERE AVREBBE RESISTITO QUANTO ROMANO PRODI

Credo che la risposta alla domanda sia contenuta in quanto dichiarato dallo stesso presidente del Consiglio uscente, Romano Prodi. La sua dichiarazione, testuale, è stata: ”Lascio la politica italiana”. Mi preme sottolineare solo un semplice aggettivo, contenuto all’interno di questa frase: italiana. Con ciò, credo e presumo, il Professore intende dire che non farà più politica - almeno a livello attivo con incarichi eccetera - nel suo Paese. Questo, però, a mio parere, non significa che smetterà di ”occuparsi”di politica anche ad un livello più ”alto”e che lui ha sempre difeso: la politica europea. Non per niente, è stato il peggiore presidente della Commissione europea che l’Unione europea abbia mai avuto (1999-2004). Ecco perché non sono sicuro che Prodi smetta, davvero, di fare politica. Anzi, l’anno prossimo, quando ci sarà una tornata elettorale molto importante (Europee ed Amministrative), potremmo anche vedere il Professore (ideatore dell’Asinello nel 1999) presentarsi come candidato per il Parlamento europeo. Così potrà dare slancio alla sua vocazione di grande europeista.

Non ci credo neanche un po’. Solo un uomo attaccato al potere in modo forsennato avrebbe resistito quanto ha resistito Prodi ai quotidiani ricatti dei suoi alleati di governo. Ma ricordate quante volte è stato salvato dai senatori a vita? E perché questo avveniva? Perchè la sua maggioranza lo abbandonava continuamente. Neppure l’invito del capo dello Stato a non presentarsi a chiedere la fiducia al Senato lo ha indotto a dare le dimissioni. Neppure le critiche del presidente della Camera o di Di Pietro gli hanno fatto balenare l’idea che un politico d’onore avrebbe dovuto lasciare.

Roberto Marraccini - Arese (Mi)

LA DOMANDA DI DOMANI

Ezio Di Tullio - Bari

PROBABILMENTE È UN VERO ADDIO, LA SUA PRESENZA ORMAI IMBARAZZA TUTTI Io penso proprio di sì. Che Prodi sia attaccato alla poltrona in maniera quasi indecorosa non c’è dubbio. Però questa volta non può non mantenere la promessa. Se non altro perché la sua decisione non è stata spontanea, ma sicuramente ”spintanea”. Alla porta è stato messo dai suoi stessi compagni di cordata. La sua presenza imbarazzava, soprattutto per il suo ruolo di presidente del partito. Come poter affermare ”siamo diversi dal centrosinistra che ha governato l’Italia in questi due ultimi anni”, se il numero uno del Pd rimane Prodi? Del resto è evidente come Veltroni tenti di farlo dimenticare dagli italiani. Ma soprattutto come gli italiani vogliono dimenticarlo.

Filippo Testa - Roma

NON MANTERRÀ LA PAROLA PROPRIO COME NON HA MANTENUTO LE PROMESSE ELETTORALI

Quali ministri vorreste nel nuovo governo? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

Attenzione, a volte ritornano. Già nel 1998, quando fu scaricato da Bertinotti, si disse che la carriera politica di Prodi era finita. Ma il nostro è un tipo troppo tenace, troppo vendicativo, troppo aduso al potere per lasciare. E poi come credergli? Se mantiene la promessa di abbandonare la vita politica come ha mantenuto le promesse elettorali, possiamo proprio stare tranquilli.

PAROLE D’ORDINE. VUOTE Si afferma che i problemi etici, i valori, devono restar fuori dallo scontro politico, perché riguardano la coscienza individuale di ognuno. Sono parole d’ordine vuote, sostenute principalmente dalle due coalizioni veltroberlusconiane. Poiché Pdl e Pd sono due caravanserragli, che schierano accanto all’altra la Binetti e la Bonino, la Roccella e la Prestigiacomo, i due leader maximi devono insistere con questo mantra: “i temi etici stiano fuori dalla campagna elettorale”. Conseguenze? Il leader unico, supremo ed immarcescibile del Pdl, come ai tempi del referendum sulla fecondazione assistita, fa il pesce in barile, dà un colpo al cerchio ed uno alla botte, e non si schiera né di qua né di là. I valori? A che servono? In questo deserto delle idee e dei valori, almeno l’amica Eugenia Roccella non si fa imporre il silenzio e getta scompiglio chiedendo l’applicazione della L. 194/78 anche nella parte che riguarda la tutela e promozione della maternità. Il che ha come conseguenza il rifiuto della pillola abortiva RU 486. E’ le-

SI SALVI CHI PUÒ Un residente di San Sebastian, in Spagna, riprende assieme al suo cane con la telecamera gli ultimi istanti del cargo Maro, arenato in una secca e spaccato in tre parti lo scorso giovedì

LA CAMPAGNA ELETTORALE DI RUTELLI È SOLO UNA FARSA Rutelli dovrebbe piantarla di impostare la sua campagna elettorale come se al governo della nazione ci fossero stati Fini e Berlusconi. Se fosse una persona coerente, ma sappiamo di pretendere l’impossibile, Rutelli dovrebbe limitarsi ad elencare tutti i risultati che in questi quindici anni di governi locali e nazionali la sinistra ha saputo ottenere. Tra questi, è sotto gli occhi di tutti da sempre, primeggiano l’immigrazione clandestina, figlia della demagogia, le decine di campi nomadi abusivi e fuori controllo e l’incapacità di utilizzare i fondi stanziati da anni per costruire alloggi popolari destinati alle fasce più deboli della popolazione e alle giovani coppie. Ci vorrebbe

dai circoli liberal Flavia Luzzi - Napoli

cito però aspettarsi a breve l’acida replica della signora Prestigiacomo. A sinistra, se possibile, è ancora peggio. Perché se la Roccella abbatte la cortina di silenzio, la Binetti è sparita. E in parallelo, anche i Radicali ultimamente si sono fatti sentire solo per la stucchevole polemica sui posti in lista. Non si parla più di eutanasia e di fecondazione assistita, e dell’aborto il meno possibile. Non sarà mica che Veltroni ha democraticamente zittito i suoi? Come si dice: ha fatto un deserto, e lo ha chiamato pace! Tirando le conclusioni, si sente spesso dire che Pdl e Pd sono i grandi partiti. Ma pensiamo davvero che un grande partito possa fondarsi solo sulla visione economica (peraltro confusa da entrambe le parti) o è necessario un di più, una visione comune dell’esistenza umana? I grandi temi che si tenta di tacitare riemergono prepotentemente nelle nostre coscienze. E sappiamo bene che non sono discussioni sul sesso degli angeli. Promuovere la famiglia e la natalità, difendere la vita e la sua dignità, significa non solo costruire un mondo migliore (che già non sarebbe

realmente un garante neutrale che impedisse che la campagna elettorale possa diventare una farsa. Cordialmente ringrazio per l’ospitalità.

Luigi Mori - Roma

DEMOCRAZIA È CONTRASTO DI TUTTE LE DITTATURE ESISTITE L’avversione al nazionalsocialismo e al fascismo è condizione democratica necessaria, ma non sufficiente: occorre il contrasto d’ogni dittatura (antitotalitarismo). Ricordare ripetutamente i lager è indispensabile; ma insufficiente, unilaterale e doppiopesista se si tace sui gulag. Le vittime del comunismo stalinista e quelle del nazionalsocialismo (nazismo) hitleriano hanno pari dignità di martiri della libertà.

Gianfranco Nìbale - Padova

poco), ma anche favorire lo sviluppo economico. I paesi vecchi non hanno futuro. Noi di Liberal abbiamo ancora una volta l’opportunità di contribuire, con la riflessione, l’azione ed il voto, ad una battaglia grande e appassionante: ridare la speranza all’Italia, la speranza che viene dall’amore per l’uomo e per la vita. Giorgio Masina

CIRCOLO LIBERAL SIENA

APPUNTAMENTI ROMA - VENERDÌ 28 MARZO 2008 Ore 11, presso l’Università Gregoriana, in piazza della Pilotta 4 Riunione mensile nazionale di tutti i Presidenti dei Circoli Liberal.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog piazza, di quartiere in quartiere, di casa in casa. Scandendo chiaramente la propria distanza dai programmi ”fotocopia” di PdL e PD. Pericoloso dire ”dopo ci confronteremo”, oppure ”appoggeremo di volta in volta”. Servono nuove idee, nuove proposte, nuovi obiettivi. Al servizio di chi crede a un ”Centro” davvero fiero di una propria indipendentza. Che non si presti a essere stampella di questo (Berlusconi) o di quello (Veltroni).

Senza te non ho i bicchieri di smeraldo e fuoco Piccola Gala, senza di te non ho i miei bicchieri di smeraldo e di fuoco, e non ho ricavato da tutto questo che un disincanto incredibile. Senza amore, tutto il resto è perduto, perduto, perduto, un insieme sgradevole di contrattempi e veleni ignobili e disgustosi. Non c’è vita senza amore. Ed io, mia piccola Gala, ti amo infinitamente. Non credo affatto alla vita, credo in te. E’ fra le tue braccia che esisto. Il resto, è solo una grande miseria che sogna solo di crollare. Sono incredibilmente triste e confuso. Ho abusato troppo della vita. E ti amo troppo, lo dico con ardore, con fede, di sogno in sogno, ho cambiato universo, sono passato nel tuo. Guardati nello specchio, e guarda gli occhi che amo, le belle mani, ascolta come parli, mia unica amica, capisci perché comprendo solo il tuo linguaggio, perché ti lascio libera, e quale gioia ricavo dalla tua, perché ti voglio audace e forte e fatta a tua immagine e somiglianza.

Gianluca Grassi - Bologna

LARGO AI GIOVANI E AL BANDO IL NEPOTISMO

Paul Eluard a Helena Dmitriena Diakonova, detta Gala

CONSIGLI AL CENTRO CHE DEVE ANCORA FORMARSI Innanzitutto complimenti per il coraggioso tentativo di dare voce, attraverso questo nuovo quotidiano (impresa titanica, vista la crisi del mondo dell’editoria: conosco bene il problema, sono giornalista sportivo professionista da 15 anni e pur avendo un contratto a tempo indeterminato, lavoro in un’azienda che pare conoscere solo le parole ”tagli” e ”risparmi”), a chi crede nella possibilità di ”una terza via”rappresentata dal movimento di Centro. Ma oltre a voi e al solito rimbalzare di siti e di blog, mi pare che il progetto di questo nuovo ”Centro” stenti a decollare a livello periferico, sul territorio, fra la gente. La media dei vari sondaggi (credibile), da voi pubblicata, indica chiaramente il crescere dell’interesse verso Casini e gli amici della Rosa Bianca, eppure nella mia Bologna (e mi permetto di dire anche in buona parte del resto d’Italia) non si ha eco di programmi, iniziative e incontri con l’elettorato, quasi ci si adagiasse su quell’autoreferienziale ”tacito consenso”, purtroppo molto

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

diffuso, che mantiene comunque una netta distanza tra chi fa politica attiva dentro il Palazzo e chi, magari sommessamente, vorrebbe dire la propria e contribuire a tracciare la ”linea” del partito o del movimento che dir si voglia. Si parla tanto di rinnovamento, ma quale novità più interessante di scendere concretamente in strada fra le gente comune per ascoltare, condividere e proporre soluzioni ai piccoli-grandi problemi con i quali ci confrontiamo quotidianamente? Ai proclami lanciati dai concorrenti nei bolsi salottini televisivi, Casini, Baccini, Tabacci e Pezzotta oppongano il vero ”porta a porta” fatto di piazza in

Spazio, spazio, fate spazio al nuovo, alle capacità e al merito. Che prevalga l’amore per la democrazia, la libertà e l’eguaglianza delle opportunità, il rispetto per la legalità e l’afflato di solidarietà. Al bando ogni clientelismo, familismo e nepotismo. Sembra essere questo il criterio col quale, anche stavolta, i partiti e movimenti hanno pensato e redatto le liste dei candidati eleggibili al nuovo Parlamento. Grato per l’attenzione, distinti saluti.

Pierpaolo Vezzani Correggio (Re)

PUNTURE Silvio ha difeso la candidatura del Ciarra: “Dobbiamo vincere”. E vinceremo.

Giancristiano Desiderio

Ci sono due casi in cui l’uomo non deve speculare in borsa: quando non ha soldi e quando i soldi ce li ha MARK TWAIN

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei,

Giancristiano Desiderio, Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di INCUBO SENATO È una campagna elettorale, già stanca. Come il paese. Con l’incubo di una vittoria amplissima numericamente da parte di Berlusconi alla camera (+7/10%), che poi però alla prova dei conteggi per l’assegnazione dei seggi al senato potrebbe riportare il paese nel pantano della ingovernabilità. Il senato resta la vera chiave di volta della campagna elettorale con la presenza di due forze, Udc e sinistra Arcobaleno, che rendono la previsione della assegnazione del premio di maggioranza regione per regione davvero difficile. I riflettori sono puntati sulle regioni dove il PD può giocarsi la partita e rendere quella di Berlusconi la classica vittoria di Pirro. L’Umbria secondo un ultimo sondaggio andrà al Pd. La Sardegna è in bilico. Le Marche, dopo le candidature catapultate da Roma del PDL, potrebbe vedere l’affermazione di Veltroni. Anche Piemonte e Liguria sono banchi di prova difficilissimi, ma non più impossibili per il PD. La Calabria e la Basilicata ondeggiano e restano in bilico, appese alle dinamiche territoriali. Insomma il quadro è davvero fluido. In più i due leader sono alle prese con polemiche e strumentalizzazioni violente che li costringono alla difensiva, senza poter dispiegare una narrazione comunicativa piena e protesa agli aspetti programmatici della campagna. Dopo la settimana nera di Veltroni, è iniziata quella davvero nera di Berlusconi costretto

a polemizzare con Fini pur di legittimare la candidatura dell’editore ciociaro Ciarrapico. Una candidatura di copertura in Lazio, dove la partita del senato è aperta e i voti di Storace potrebbero rivelarsi fatali per il PDL. Ciarrapico intercetta un sentimento nostalgico e divulga informazione attraverso la sua rete editoriale di giornali nella provincia profonda del Lazio. Proprio in quella provincia dove gli attacchi ad AN e alla sua classe dirigente locale erano stati continui ed insistenti nell’ultimo periodo. Dopo i toni pacati della prima fase, la campagna elettorale si sta avvitando in una spirale di contumelie e polemiche pretestuose. Sempre più sullo sfondo le modalità operative con le quali si intendono realizzare i programmi presentatati. Il modo peggiore per rimettere in circolo ottimismo e fiducia. Per appassionare gli elettori, per destare i disillusi e convincere gli indecisi. A 32 giorni dal voto, siamo costretti a leggere sui tutti i media di Pannella e di Ciarrapico, di scioperi della sete e di nere nostalgie. Lo sguardo di chi si appresta a voler governare il paese e di tutti noi che lo raccontiamo e lo viviamo è purtroppo sempre rivolto all’indietro. Ci sono ancora 32 giorni per parlare guardando il futuro. Occorre certo trovare il coraggio di voltare in avanti la testa e fare i conti con quello che ci aspetta.

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2008_03_13  

IL POPOLO DELLA LIBERTÀ È UN PARTITO LIBERALE? PARLA STADERINI: «VELTRUSCONI INIZIA APRENDERSI LA RAI» pagine 2 e 3 Ferdinando Adornato, Giu...

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