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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

NordSud

Imprenditori più bravi dei manager?

di e h c a n cro di Ferdinando Adornato

Enrico Cisnetto, Franco Masera, Giuliano Cazzola, Carlo Lottieri

pagina 12

polemiche VIVA IL VECCHIO O VIVA IL NUOVO?

I CATTOLICI E IL PD

Renzo Foa Alberto Mingardi

Poste italiane spa • Spedizione in abbonamento postale d.l. 353/2003 (conv. in L. 27-02-2004 n.46) art. 1; comma 1 - Roma

Dopo le polemiche sull’ordine dei medici e le candidature di Veronesi e dei radicali: che ci stanno a fare i teo-dem con Veltroni? Possono accettare un partito che spartisce i seggi tra visioni opposte della vita?

pagina 6

kosovo

Ipocrisia antiamericana

Europa come gli Usa in Iraq pagina 10

John R. Bolton

economia IL CONTRATTO UNICO SPACCA LA CGIL

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MARTEDÌ 26

FEBBRAIO

2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

NUMERO

33 •

WWW.LIBERAL.IT

e

Vincenzo Bacarani

pagina 18

sport QUANDO L’ITALIA FA SCAPPARE I TALENTI DEL CALCIO pagina 21

Italo Cucci

80226

5

• CHIUSO

9 771827 881004

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 26 febbraio 2008

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Ma uno scambio di capilista può risolvere il problema di identità del Pd?

Io do un Veronesi a te e tu dai un Riccardi a me di Renzo Foa econdo vecchie e consuete regole, la decisione di candidare come capolista a Milano il professor Umberto Veronesi e l’accordo elettorale con i radicali avrà come conseguenza la scelta di un «grande nome» cattolico fra i candidati di peso del Pd. Dal loft trapelano sui giornali notizie sulla disponibilità di personalità di spicco, come quello del professor Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, o come quello di Giorgio Vittadini, animatore della Compagnia delle Opere, o come quelli del professor Francesco D’Agostino, che è stato presidente del Comitato nazionale di bioetica, della co-presidente di Scienza e Vita Maria Luisa di Pietro e di Luigina Di Liegro, sorella dello scomparso fondatore della Caritas don Luigi. Nell’era dell’immagine, uno solo di questi nomi basterebbe a riequilibrare la barra della navigazione veltroniana che, negli ultimi giorni, è sembrata far rotta su lidi poco graditi al mondo cattolico, come sono quelli delle idee del prof.Veronesi o della battaglie radicali. Una navigazione che ha messo in difficoltà l’area dei teo-dem che, dopo le polemiche che l’hanno avuta a bersaglio, in primo luogo nella figura della senatrice Paola Binetti, si è vista messa in un angolo.

S

dei candidati, potrebbero compiere nel voto di aprile una scelta diversa, magari il terzo polo moderato. È per rispondere a questa duplice preoccupazione che Veltroni ha pensato al «nome di spicco», uno o due, stando alle cronache dei giornali. Cioè all’offerta, sul mercato dei consensi, di un partito in grado di conciliare non due tattiche, ma due visioni, due sistemi di valori di riferimento non solo diversi, ma opposti. Quel che si è definito il diavolo e l’acquasanta, ma che è più corretto definire sincretismo. Il leader del Pd naturalmente non è sfuggito al problema. Ha ricordato a tutti che nel suo modello di riferimento, cioè la politica americana, all’interno dello stesso partito convivono religiosi e laici, se si vuole «baciapile» e «mangiapreti». Ha fatto ricorso alle casistiche di un mondo molto

moci del male». Del consegnare una stanza ai teo-dem e una ai radicali. Una finestra al professor Veronesi e una a chissà quale «nome di spicco» del cattolicesimo. Per non parlare di una finestra all’operaio della TyssenKrupp e un’altra all’imprenditore di grido. E così via. L’importante è solo la gestione. La suddivisione degli spazi. Il modo migliore di fare la spesa (non al mercato rionale, ma a quello elettorale).

sempre più la traduzione, sotto un unico simbolo, di una coalizione. Da una parte c’è la coalizione formata da Forza Italia e da An – e anche da quelle parti, se si discutesse un po’, emergerebbe una «questione cattolica» – e dall’altra parte c’è l’aggregazione di componenti e di filoni che hanno attraversato una lunga transizione e che cercano un punto di arrivo, in cui privilegiare l’aspirazione ad una futura coesione o, nel-

Naturalmente non tutti possono trovarsi a proprio agio. I teodem si sono trovati e si trovano ancora in difficoltà. Non è facile assorbire in lista – e quindi riconoscere loro un peso politico ed organizzativo – i radicali, i quali con grande capacità politica

La difficoltà dei teo-dem costretti a correre accanto ai radicali e destinati a perdere ogni ruolo politico in un partito che li ha messi all’angolo

Nell’angolo di una collocazione molto difficile, all’interno di un partito che ha compiuto scelte chiare a favore di singole personalità o componenti organizzate che hanno posizioni «laiciste» (il termine non è bello, ma è l’unico utilizzabile) sulle questioni etiche. Scelte, va detto, che non hanno aperto solo un problema con i teo-dem, visto che Famiglia cristiana è giunta a definire il Pd «un pasticcio veltroniano in salsa pannelliana» e che Rosi Bindi è giunta a dire che «per coerenza» i radicali non dovrebbero candidarsi. Scelte, va aggiunto, che sarebbero destinate anche a confliggere con fette di elettorato che, per ragioni di sensibilità personale o di affidabilità

lontano dal nostro. Più provincialmente, sarebbe stato ugualmente efficace se avesse parlato di don Camillo e di Peppone e della loro capacità di coesistere nel governo delle anime e in quello della cosa pubblica. Ma gli sarà sembrato volgare. Il fatto è che doveva sfuggire ad una questione: al difetto più rilevante che oggi ha il Pd. Il quale, nonostante il travaglio della nascita, resta una creatura improvvisata e indefinibile per quello che riguarda il suo impianto culturale. La casa che il centro-sinistra (quello con il trattino) si è dato sembra sempre una sorta di «comune», con un’organizzazione flessibile ed elastica del ménage. Mancano la storia e le tradizioni che invece segnano altri partiti «fratelli», come il socialismo spagnolo o, all’inverso, il neo-laburismo. Così, decisa la separazione – obbligata, era solo una questione di tempi – dalla sinistra arcobaleno, il nuovo patto di convivenza in quella casa è all’impronta del «non faccia-

hanno deciso di porre l’accento pubblico sulla riforma dell’economia, della giustizia e delle istituzioni, cercando di far dimenticare le loro scelte identitarie più recenti, dal referendum contro la legge 40 in poi. Non è facile sentirsi ridotti al ruolo di un’appendice, quando nel 2006, erano il fiore all’occhiello della Margherita, rappresentavano un valore distintivo rispetto alla sinistra che c’era allora. Ma quel che ha stupito il resto del mondo cattolico impegnato sulle questioni etiche non è stato il loro isolamento. È stata la loro reazione. È stato il loro concentrarsi sull’idea della compensazione. Dell’accettare l’immagine di un’impresa politica fondata sul sincretismo. Dal punto di vista del sistema politico c’è ovviamente una spiegazione. Il Pd, esattamente come il Pdl, non sono partiti nè nel senso classico del termine, nè in senso più moderno. Sono

l’immediato, a difendere un patrimonio elettorale. Si tratta della scommessa su un regime bipartitico, sulla competizione tra due soggetti antagonisti ancora da amalgamare. Magari amalgamabili attraverso il passaggio di partenza della prova elettorale. Ma se si abbandona lo scenario semplificato del bipartitismo, la natura del problema cambia profondamente. E alle elezioni di aprile la posta in gioco è anche quella di un sistema politico più articolato. La risposta dell’elettorato dirà se gli italiani si sentono meglio rappresentati da due soggetti «omnibus» o da forze che propongono invece identità più visibili, come quella della sinistra arcobaleno

o come quella di un’area non solo cattolica, ma dal più generale profilo moderato. La domanda che, da parte di molti esponenti dell’Udc è stata posta ai teo-dem è quindi quella che riguarda il rapporto tra lo scopo di una presenza all’interno del Pd e il risultato che si può ottenere. Oggi, nel conto alla rovescia verso il voto, il risultato sembra quello di una figura di spicco del mondo cattolico tale da bilanciare la candidatura di Veronesi e l’accordo con i radicali. È il risultato raggiungibile a breve termine. Da misurare la sera del 14 aprile. Restano le domande sul dopo, su ciò che seguirà, sulla stabilità interna alla coalizione che ha assunto il nome di Pd, sugli equilibri che ci saranno. Sembra un paradosso leggere sui giornali che, nel loft, si mette in conto l’elezione dei maggiori esponenti teo-dem alla Camera e non al Senato. Vederli trattati alla stregua di possibili guastatori. E quindi vederne neutralizzato in partenza il peso.

La «questione cattolica», che si è rivelata nel centro-destra con la rottura tra Pdl e Udc, è in realtà aperta anche dall’altra parte della barricata. È più ovattata. Nello stile di Veltroni c’è l’inclusione, mentre nella scelta di Berlusconi ha prevalso l’istinto all’esclusione. Ma c’è. E c’è anche il dubbio che la scelta della compensazione, destinata a trovare qualche soddisfazione nelle liste, possa poi essere efficace in futuro, quando arriverà il momento di appuntamenti importanti.


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26 febbraio 2008 • pagina 3

A sinistra Franco Marini con Francesco Rutelli; sotto dall’alto: Giuseppe Fioroni, Rosy Bindi, Enzo Carra, Paola Binetti e Pierluigi Castagnetti

Domani convention a Roma. Binetti: «Compatti per contenere il male»

I teo-dem fanno una corrente «Famiglia cristiana» attacca ROMA. Era stata organizzata da Beppe Fioroni per sigillare la ricomposizione delle componenti cattoliche nel Partito democratico, dopo che i teodem avevano fiutato le difficoltà di ritrovarsi col nume tutelare Francesco Rutelli sindaco di Roma e col padre spirituale monsignor Camillo Ruini in fase di disarmo. Invece la convention dei cattolici che si tiene domani a Roma finirà per celebrare la nascita di una corrente i cui protagonisti, in prima istanza, reclameranno per sé più visibilità, più spazio e quindi anche più posto. Il tutto, nel tempo veltroniano del «ma anche», sarà sfumato senza però cambiare nella sostanza. Non è un caso che, come Goffredo Bettini qualche settimana fa spiegava tra il serio e il faceto che «nel Pd non ci saranno correnti perché io formerò quella più potente di tutti», conversando con questo giornale la senatrice teodem Paola Binetti spiega: «Il nostro intento sarebbe rianimare tutto il Pd, ma se ce ne sarà bisogno, faremo una corrente». L’assemblea delle molte componenti cattoliche del Pd, per quanto organizzata già un paio di settimane prima della caduta del governo, cade a fagiolo. Accordo coi radicali, la candidatura di Umberto Veronesi e il ballon d’essai sul nome di Silvio Viale hanno infatti messo in fibrillazione non solo teodem e popolari del Pd, ma il mondo cattolico nel suo insieme. Il rischio ben evidenziato da tutti è quello che l’innesto laico o «laicista» porti a spostare l’asse portante del Pd o, peggio, conduca a un conflitto pe-

di Susanna Turco renne tra componenti, stile Unione. Comunque, al «profondo disagio» espresso dalla Binetti ha fatto eco il ragionamento della Bindi («se fossero coerenti i radicali dovrebbero stare fuori dal Pd»). Un’alleanza «squassante» l’ha definita il quotidiano della Cei Avvenire. E, ieri, è arrivata l’anticipazione dell’editoriale di Famiglia Cristiana. Tema: «Pasticcio veltroniano in salsa pannelliana». Svolgimento: «Non si può conciliare la cultura dei radicali con il Pd», quello di Veltroni è «un errore, come lo ha definito padre Bartolomeo Sorge», «serve più chiarezza». Un pa-

le salda, sono un hombre vertical, respingo questa ipotesi». Carra non nega che esista un problema radicale, «e anzi bisognerà capire se il Pd ne subirà le ingerenze», ma ritiene che la questione sia soltanto una riedizione più cruenta di ciò che si è già visto con l’Ulivo: «Anche senza radicali, ci sono stati confronti aspri su certi argomenti quando si è trattato di fronteggiare le tentazioni egemoniche di laici e laicisti. Si tratta di un problema iniziale di un partito grande come il Pd. Ma è chiaro che se si vuole riflettere su posizione, identità e ruoli dei cattolici nel Pd, come faremo

Il settimanale cattolico parla di un «pasticcio veltroniano in salsa pannelliana» e avverte: «Non si può conciliare la cultura dei radicali con il Pd» sticcio? La definizione del settimanale dei Paolini coglie il punto che tanto lascia perplessi i cattolici: con l’innesto radicale, c’è il rischio che la pluralità di radici diventi un mix di compromessi nel quale perfino chi aspirava a dare un’impronta decisa sui temi più sensibili, può finire intrappolato dal relativismo. «In realtà bisogna ancora vedere che tipo di pasticcio sia il partito democratico: potrebbe anche rivelarsi ben riuscito», dice il teodem Enzo Carra. Che rifiuta il pessimismo: «Se avessi la stessa opinione di Famiglia Cristiana, avrei già ammesso la mia sconfitta, sarei già un pezzetto disperso nel pasticcio. Siccome ho ancora la spina dorsa-

nell’assemblea di mercoledì, bisogna partire dal fatto che c’è un buon numero di eletti che viene da questa esperienza».

Infatti, , l’ingresso dei radicali ha sollevato non solo il problema teorico dell’egemonia cultural-politica nel Pd, ma anche quello pratico delle liste. Ovverosia: come si riequilibra, in termini di eletti, la «deriva» laica del Loft? Se Carra respinge al mittente l’ipotesi («Sarebbe cerchiobottista, e aumenterebbe la confusione»), un tipo pratico come Beppe Fioroni ha già risolto il problema indicando strada enumeri: «Abbiamo oltre cento parlamentari cattolici nei gruppi,

altrettanti ce ne saranno nella prossima legislatura», ha detto a Repubblica, esemplificando così che il rapporto coi radicali dovrebbe rimanere di dieci a uno. Una lettura della realtà che vede completamente d’accordo Paola Binetti: «Candidature che serviranno a riequilibrare il quadro ci saranno, e tra loro alcune ottime new entry», dice sorvolando sul nome di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, vociferato capolista del Pd e comunque relatore alla convention cattolica di domani. «Ma la cosa più importante», aggiunge, «è che tutti i molti cattolici di prim’ordine che già sono nel Pd abbiano ciò che si chiama un risveglio, diventino ancora più consapevoli di essere ciò che sono».

Il reclutamento radicale deve insomma, spiega Binetti, provocare come «risposta» risveglio delle coscienze, una specie di chiamata alle armi: «Sono convinta che non tutto il male viene per nuocere, ma bisogna contenere il male. Oggi nel Pd c’è il rischio del relativismo e dell’anonimato, e bisogna che tutti coloro che si richiamano alla tradizione cattolica si convincano che la cosa più importante adesso è essere uniti, compatti, collegati in rete». È questo, spiega, «che faremo mercoledì: abbiamo bisogno di sentire quanto sono forti i punti di contatto fra noi». Tratteggiando così una possibile riscossa, Binetti respinge al mittente la richiesta avanzata dalla Bindi: «Stare nel Pd da democratica e non da cattolica? Va bene per lei. A me non passa per l’anticamera del cervello».


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Mentre Pd e Pdl vorrebbero escludere questi temi dalla campagna elettorale scoppia una polemica dietro l’altra

Il ”pasticciaccio” etico dei medici di Gabriella Mecucci due grandi partiti, Pd e Pdl, con dentro tutto e il contrario di tutto vorrebbero tener fuori dalla campagna elettorale i cosiddetti temi eticamente sensibili: meno se ne parla meno si appalesano le loro insanabili contraddizioni. Ma più passano i giorni e più una simile esclusione appare impossibile. È scontro su una presa di posizione della Fnomceo, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, che riguarda alcune importanti questioni etiche. Il quotidiano Avvenire ha spiegato che il documento in questione non era unitario e conclusivo, ma si trattava di una delle 14 relazioni, redatte da altrettanti presidenti di Ordini regionali. Una versione analoga è venuta da Valerio Brucoli, componente del comitato sulla deontologia della Fnomceo. Dal canto suo, il dottor Panti, autore della relazione nonché presidente dell’Ordine toscano, ne ha confermato invece l’approvazione da parte dell’intera Federazione.

veste l’essenza stessa della legge, quando non c’è un interlocutore politico a raccogliere le richieste?

I

Insomma, un bel pasticcio che dovrà essere chiarito. In attesa di saperne di pù non resta che cercare di capire meglio perché il documento abbia provocato un siffatto pandemonio. Innanzitutto contiene un giudizio positivo sulla 194. E questo non sorprende: i medici anche in passato l’avevano difesa ed è ormai opinione diffusa - anche in larghissima parte del mondo cattolico - che quella legge vada sÏ applicata integralmente, ma che non abbia bisogno di essere cambiata. Più discutibile è invece la posizione sulla Ru486, di cui il documento auspica di fatto la diffusione. Nell’argo-

È scontro dopo la presa di posizione della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, c’è attesa per il Comitato nazionale di Bioetica che si riunirà venerdì mentata scheda pubblicata in questa pagina vengono illustrate tutte le controindicazioni - e sono molte - della pillola abortiva.

Sarà un caso, ma è proprio il presidente degli Ordini dei medici della Toscana, la Regione leader nell’importazione della Ru, che ha steso la relazione favorevole. L’assessore alla Sanità toscana, Enrico Rossi ne è un grande sponsor e l’intera operazione pillola abortiva ha sollevato persino molti dubbi sulla sua legalità: quante donne

hanno abortito fuori dall’ospedale violando la 194 che chiede che l’aborto avvenga all’interno delle strutture ospedaliere? Sarebbe interessante saperlo, visto che proprio per violazione della legge 194, Silvio Viale, ginecologo radicale che ha guidato l’unica sperimentazione ufficiale della Ru486 in Italia all’ospedale Sant’Anna di Torino, sarà probabilmente processato. Altrettanto discutibile il giudizio del documento sulle linee guida della legge 40: che senso ha prendersela col punto riguardante la diagnosi genetica che in-

Sui prematuri la posizione sembra essere in linea con quanto ultimamente già espresso dalla Carta di Roma, e cioè ”adottare tutte le misure idonee a salvaguardarne la vita”, escludendo l’accanimento terapeutico. Più ambigua la dicitura sui genitori, che ”ribadisce il valore morale e civile di un processo di informazione e consenso che deve coinvolgere i genitori in scelte sempre drammatiche e difficili”. Venerdì prossimo il Comitato nazionale di Bioetica discuterà un documento sui grandi prematuri, e il suo atteso pronunciamento, si andrà a affiancare a quanto già detto in altri consessi (carta di Roma, Carta di Firenze, Commissione Turco). Le linee di fondo sono già note, anticipate da dichiarazioni stampa: non sarebbe eticamente accettabile stabilire soglie astratte che determinino se rianimare o no, ma i medici dovrebbero scegliere caso per caso. I genitori, secondo quanto anticipato, non possono decidere anche se debbono essere sempre informati dei fatti. Una conclusione questa che potrebbe spingere alle dimissioni alcuni membri del Comitato di Bioetica: Carlo Flamigni, ad esempio, è notoriamente su posizioni opposte. Insomma, sui temi eticamente sensibili il dibattito, e purtroppo, anche lo scontro non verrà facilmente archiviato, con buona pace della campagna elettorale di Veltroni e Berlusconi.

I sostenitori della pratica farmacologica chiedono di evitare il ricovero, ma ciò avverrebbe in violazione della legge 194

Tutti i pericoli dell’aborto con la Ru486 Abortire con la Ru486 crea notevoli problemi per la salute della donne.Vediamo quali. 1. La mortalità per aborto con la Ru486 è dieci volte maggiore di quella per aborto chirurgico. 2. L’aborto con la Ru486 è più lungo, doloroso, incerto e pericoloso di quello chirurgico. Nell’80 per cento dei casi passano tre giorni fra l’assunzione della prima pillola, la vera e propria Ru486 che uccide l’embrione in pancia, e l’espulsione dell’embrione, che avviene dopo la seconda pillola. Nel 12-15% dei casi l’espulsione avviene nei quindici giorni successivi. Per le altre donne si dovrà ricorrere all’intervento chirurgico, perché il metodo in qualche modo è fallito: la gravidanza è continuata oppure l’utero non si è svuotato. In altre parole: appena assunta la Ru486 la donna non sa quando, dove, come e se abortirà. 3. Gli effetti collaterali sono di più – nausea, vomito, diarrea, forti crampi, perdite di sangue abbondanti e prolungate – e durano più a lungo rispetto all’intervento chirurgico. 4. La donna deve gestire da sola tutte le fasi abortive. Dopo la seconda pillola, deve poter controllare le perdite di sangue, per essere certa che il flusso non si

di Assuntina Morresi trasformi in emorragia. In questo modo, più della metà delle donne dichiara di riconoscere l’embrione abortito, con tutte le conseguenze psicologiche che possiamo immaginare. 5. Ci sono problemi di compatibilità dell’aborto farmacologico con la 194: la legge italiana prevede infatti che l’aborto avvenga all’interno delle strutture ospedaliere. Cioè la donna si deve ricoverare finché non si verifica l’espulsione dell’embrione: nella stragrande maggioranza dei casi quindi ci vorrebbe un ricovero di almeno

Aborto con la Ru486 1. Primo giorno: si assume la Ru486, che uccide l’embrione in pancia 2. Terzo giorno: si assume il misoprostol, una prostaglandina che induce le contrazioni e fa espellere l’embrione 3. Quindicesimo giorno: visita di controllo per verificare che l’utero sia svuotato.

tre giorni, e per molte donne anche di più. Il confronto va fatto con la procedura attuale: un intervento di pochi minuti in day hospital, un ricovero complessivo di qualche ora. I sostenitori dell’aborto farmacologico chiedono di evitare il ricovero per rendere competitivo il metodo, ma questo avverrebbe in violazione della legge 194. In tutti i paesi in cui l’aborto farmacologico è diffuso si hanno forme di aborto a domicilio: la donna assume la prima pillola dal medico e torna a casa con la seconda, gli antidolorifici e il foglietto di istruzioni. L’aborto diventa così un fatto totalmente privato, relegato fra le mura di casa, rendendo nei fatti molto difficile la prevenzione. 6. Efficacia: il metodo chirurgico ha un’efficacia maggiore del 99% dei casi. Con la Ru486 l’efficacia è del 9295%. Potrebbero sembrare percentuali simili, ma quando si calcolano i numeri assoluti si vede la differenza: in Italia, secondo i dati Istat del 2002, circa 50.000 donne hanno abortito entro le otto settimane di gravidanza. Se tutte scegliessero il metodo chimico, da 2500 a 4000 donne ogni anno dovrebbero ricorrere all’intervento chirurgico dopo il fallimento della via farmacologica.


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26 febbraio 2008 • pagina 5

Ecco il «Progetto del Pd», sfoggio di abilità comunicativa prima ancora che libro dei sogni

Walter il prestigiatore promette tutto con tocco da maestro di Errico Novi

ROMA. Walter Veltroni non si tradisce. Rispetta il cliché che lo accompagna ormai da anni, quello del leader che punta a tenere tutte le istanze possibili dentro la stessa proposta. Ieri lo ha fatto con la grande abilità di cui è capace nella presentazione alla stampa del programma democratico. Con lui Enrico Morando, uno dei dirigenti più vicini al segretario. Ed è vero che nelle trentatré pagine – divise in dodici ”azioni di governo”– c’è di tutto a partire dalla premessa: «multilateralismo» ma anche «rafforzamento dell’amicizia con gli Stati Uniti». In questo binomio c’è già il senso, lo spirito della piattaforma veltroniana. Da una parte il riferimento al multilateralismo è innocuo: l’Italia è ormai irreversibilmente estranea all’intervento americano in Iraq. Eppure l’osservazione c’è subito, e serve a occhieggiare alle ampie sensibilità pacifiste dell’elettorato di riferimento. Subito dopo c’è la normalizzazione tranquillizzante dell’amicizia atlantica. E non ci si deve stupire: perché buona parte del «Progetto del Pd per l’Italia» («realistico e ambizioso», dice il leader del Pd) non serve tanto a fissare obiettivi, a indicare certezze. Piuttosto a evocare una generale rassicurazione. Grazie singoli, a volte velleitari ma efficacissimi spot capaci di richiamare l’attenzione di un elettorato molto largo.

La presentazione di ieri avvenuta nella Sala delle Colonne di Palazzo Marini non è dunque un impegno ma uno straordinario atto di propaganda. Molte delle previsioni che vi sono contenute non sono tanto importanti in sé, ma per l’effet-

to seduttivo che promettono di avere tra l’opinione pubblica. E il gioco di prestigio a sua volta ricorda due cose. Innanzitutto che la partita con il Popolo della libertà non è del tutto chiusa. Lo scrupolo persuasivo con cui Walter entra nel vivo della campagna elettorale dimostra quanto la sua candidatura sia insidiosa. Dall’altra parte, la genericità, o la prevedibilità quando non la doppiezza di molte affermazioni contenute nel programma fanno emerge-

Nei dodici punti illustrati ieri c’è famiglia e laicismo, fisco amico e riduzione del debito. Ma più di ogni altra cosa c’è grande suggestione re la forza del legame con i micro-alleati, Italia dei valori e radicali. Se c’è qualche passaggio in cui la proposta del Pd entra nello specifico, spesso si tratta di promesse che piacciono senz’altro a Di Pietro e alla componente pannelliana. Sul fronte giustizialista basta notare le «norme rigorose sul conflitto di interessi» annunciate al capitolo 8, quello su «Imprese più forti per competere meglio». O la singolare evidenza con cui innovazioni di tono antipolitico vengono equiparate a grandi riforme istituzionali: si parla di «introdurre il calcolo contributivo per i vitalizi dei parlamentari come per ogni lavoratore» nello stesso paragrafo in cui ci si impegna sul superamento del bicameralismo (con i deputati ridotti a

470) e il rafforzamento dei poteri del premier. In materia di laicità si parla in modo esplicito di testamento biologico e «riconoscimento dei diritti delle coppie conviventi».

Se si deve legittimare e confermare l’alleanza con i piccoli partner, Veltroni diventa più diretto. Il che dimostra per contrasto il tono ancora vago della proposta specifica dei democratici. Non è detto che sia un problema. L’efficacia comunicativa sembra destinata a mantenersi intatta, anche perché Walter continua a essere bravo nel proporsi come se stesse all’opposizione e non al governo. Rilevo che ieri ha fatto per esempio Gianfranco Fini: «Il segretario del Pd cerca di far dimenticare che il suo partito è nell’attuale maggioranza», ha detto l’ex vicepremier.Vero, come è vero però che la cosa può anche non produrre danni irreparabili alla causa. Anche perché la campagna di Walter ieri ha ben mostrato il suo potenziale aggressivo: insieme con il sincretismo del ”ma anche”, il candidato premier del Pd ha di nuovo fatto riecheggiare la rabbia dipietrista nel primo pomeriggio, quando è tornato sul tema delle liste pulite: «Noi abbiamo preso un impegno all’inizio, ora tutti lo ritengono un fatto positivo, ma non ci si può limitare agli annunci», ha avvertito, «vedremo con le liste se l’impegno sarà rispettato dalle forze politiche». Perché «poi le cose bisogna farle». Ecco

la faccia spietata di Veltroni: dopo la distensione dei rapporti con Silvio Berlusconi già arriva il tempo del giustizialismo intransigente. Presentato con la stessa abilità con cui nel programma si parla di debito pubblico da portare sotto il 90 per cento grazie al «massimo rigore nella gestione della spesa». Si può apprezzare certo la ritrovata libertà dei riformisti rispetto alla sinistra massimalista, soprattutto quando il programma del Pd si mostra finalmente libero dai timori dell’ultraecologismo: «Sì a infrastrutture moderne e sostenibili. Chiamare le cose col loro nome: rigassificatori, termovalorizzatori, Tav Lione-TorinoTrieste». È un passaggio dal tono volutamente liberatorio.

Ci sono altre cose assai più vaghe: nel lungo paragrafo sullo Stato sociale, ad esempio, quando si promette lo «stop alle nomine clientelari e partitiche» negli ospedali. Qui sono persino velleitari, Veltroni, Morando e gli altri ideatori della piattaforma democratica. Ma se è per questo lo sono in modo meravigliosamente furbesco quando parlano

di tasse: «Pagare meno, pagare tutti» è il titolo di uno dei dieci pilastri del «Progetto per l’Italia». Uno slogan di quelli che toccano il cuore dell’elettorato di sinistra più tradizionale. E che attestano perfettamente la determinazione di Veltroni nel portare via consensi al blocco di Fausto Bertinotti. Anche ieri i sondaggi hanno spiegato che il Pd e il suo segretario stanno riuscendo nell’opera: è evidente come la crescita percentuale dei democratici corrisponda in larga parte al calo della Sinistra arcobaleno. I 5,5 punti che la micro coalizione veltroniana guadagna rispetto al 2006 tendono a sovrapporsi ai 4,4 che lascia per strada la Cosa rossa. Non sarà solo per quello slogan che rende onore a Vincenzo Visco, certo, ma anche suggestioni del genere servono.

In questo senso si potrebbe persino dire che Veltroni raccoglie con disinvoltura parte dell’eredità prodiana. Si può anche notare come al prolisso programma dell’Unione del 2006 segue l’assai più sintentica ma altrettanto pretestuosa piattaforma di Walter. Che oltre ai 2500 euro di «dote fiscale per i figli» prevede un punto in meno di Irpef a partire dal 2009 e detrazioni più alte per i dipendenti e crediti d’imposta per le donne lavoratrici.Tutto grazie a cosa? Alla razionalizzazione delle spese e alla «valorizzazione della quota non demaniale del patrimonio pubblico». Dentro il «Progetto per l’Italia» c’è insomma molto per non dire troppo. Ma non è quello che conta. Conta il modo travolgente ed efficacissimo con cui Veltroni ha comunicato il «Progetto» finora.


pagina 6 • 26 febbraio 2008

polemiche

aro Renzo, ho visto venerdì la copertina di liberal, «Viva il vecchio», e ne sono rimasto amareggiato. Mi sembra che la destra politica - e anche chi sta nei paraggi, e per sbaglio si ritrova fuori, come i nuovi referenti di liberal - stia sbarellando. C’è la possibilità, giorno dopo giorno più concreta, che queste elezioni finiscano in modo sino a ieri imprevedibile. Una rottura c’è già stata: ed è quella che ha separato centro-destra e nuovismo, restituendo alla sinistra (grazie a quel paraculo di genio che è Walter Veltroni) la palma del nuovo. Maquillage? Meglio esagerare col trucco che sotto il vestito niente. Mi spiego. Il fatto che Ciriaco De Mita esca dal Parlamento, dopo undici legislature passate a farsi mantenere dagli italiani, è una svolta di civiltà nella storia del Paese. Non per l’età che De Mita ha, ma per quello che De Mita è: il mastice storico del partito di Repubblica, motore immobile dell’antiberlusconismo. Che un candidato premier della sinistra abbia la forza di dire no grazie a quella storia, così come di lasciare a casa il Danton della lotta all’evasione, non è solo una notizia strepitosa: è la fine di un’epoca, il primo passo d’avvicinamento alla possibilità non ancora di un Paese, ma perlomeno di una «sinistra normale». Tu hai ovviamente ragione, nello scrivere che la giovane età di un rappresentante o aspirante tale non garantisce nulla sulla qualità del suo lavoro. Ma parallelamente, nulla garantisce la sua anzianità. Del resto, i laudatores temporis acti di oggi, da De Mita a Cirino Pomicino, sono i distruttori della finanza pubblica di ieri. Per quanto, dal battesimo della seconda repubblica ad oggi, la qualità

C

Non sono d’accordo con quella copertina e lo spiego

Io non ho troppi dubbi: abbasso «il vecchio» di Alberto Mingardi della rappresentanza sia scesa giù per un piano inclinato, nessuna scempiaggine figlia di questa classe politica è neppure vagamente paragonabile al tremendo dissesto cagionato da quella che la ha preceduta. Due parole in più su una polemica che ha acceso la linea Maginot della non-sinistra, dai blog a Formiche, da Libero a liberal. Ovvero quella sulla candidatura di una giovane economista, Marianna Madia, nelle fila del Pd (liberal metteva nel mazzo anche Alessia Mosca, altra bionda democratica). Il senso comune del centro-destra proclama: è figlia di, è raccomandata, Vel-

Questo diminuisce il valore della fanciulla? Andrebbe anzi a merito dei due pigmalioni. Se in Italia ci sono ambienti, sia pure di potere, che si pongono il problema del ricambio generazionale, e pertanto scelgono di «trattenere» in Italia cervelli giovani che altrimenti fuggirebbero altrove, non è forse una notibuona

La cultura della sinistra è marcescente, ma la produzione di classe politica, di qua del muro, è talmente scarsa da lasciarle alla sinistra un monopolio

aro Alberto, non per sfuggire alle questioni che poni, ma comincio a risponderti con uno spunto che ho trovato leggendo in questo weekend la poderosa ricerca di Tony Judt sul Dopoguerra. Lo spunto riguarda l’età dei grandi protagonisti della ricostruzione dell’Europa dopo la catastrofe. Nel 1945 Konrad Adenauer aveva 69 anni, Luigi Einaudi ne aveva 71, Alcide De Gasperi 64, Clement Attlee fu eletto primo ministro di Sua Maestà quando ne aveva 62 (e pensa che Winston Churchill, nel 1940, ne aveva 66). Il segretario di Stato americano George C. Marshall, quando ideò il suo piano, ne aveva 67. Il più giovane di tutti era Charles de Gaule (55 anni). Naturalmente Judt – tutti i nomi sono stati citati da lui – offre una spiegazione, ricordando che le classi dirigenti del continente non solo erano state falcidiate da due conflitti, ma anche selezionate da ideologie che avevano aperto vuoti incolmabili. Però resta il fatto che a guidare la più grande impresa del Novecento europeo sia stata un’élite un po’ attempata. E, accidenti, se allora fu il «nuovo». Prevengo la tua obiezione. Ciriaco De Mita con tutto questo non c’entra nulla. Lo so bene.Tutt’altra storia. Ma perché schiacciare solo lui sulla formazione del debito pubblico o sulle fondamenta del partito di Repubblica? Ad essere pignoli, di quella stagione ha fatto parte, benché molto più giovane, il geniale leader del Pd che l’ha fatto

C

troni non l’ha trovata in fila al supermercato. A parte il fatto che la Madia di cognome non fa Elkann, quindi forse il «figlia di» andrebbe messo un filino in prospettiva, farei rispettosamente notare che per aver mandato in buca tante palle, a ventisette anni, bisogna avere dei numeri. Ragioniamo all’italiana. Minoli e Letta hanno notato una giovane di valore, e l’hanno accompagnata nella sua crescita intellettuale e professionale.

zia? Non è una cosa che ci avvicina un po’ di più ad un Paese occidentale, nel quale l’accesso alle carriere è regolato dal merito e dalla voglia di fare, e non dall’età o dall’appartenenza?

Fra colpi d’immagine di Veltroni e mancato ricambio nel centro-destra

Ma il nuovo non si inventa di Renzo Foa fuori eleggendolo a simbolo del passato. Veltroni c’era già, in quel sistema politico di cui repubblica era una colonna portante. E anche se il suo ruolo non fu centrale, è stato il più capace ad impadronirsi di una consistente eredità. E allora a liberal è sembrato che l’ex leader della Dc ed ex presidente del Consiglio fosse solo un capro espiatorio, la vittima predestinata di un colpo di immagine. Soprattutto di fronte al «nuovo che avanza». Attenzione. Nulla di personale contro i candidati under quaranta o trenta di cui si parla. E, per carità, meglio i «figli di» dei personaggi dello spettacolo. So bene che nuove, possibili classi dirigenti vanno messe alla prova, che dovranno essere giudicate per quel che faranno e non per come vengono presentate. E so altrettanto bene che eventuali polemiche vanno condotte non contro un nome e un cognome, ma solo sulle opinioni. Però, quel che rende insopportabile questa campagna elettorale è anche il riemergere della banalità della contrapposizione al «vecchio» di un «nuovo» ancora indistinto e ancora pure immagine. Speravo di non

dovermici più trovare in mezzo, se non altro per non dover essere costretto ad esprimere rispetto (non nostalgia) per un «vecchio» che rappresenta una stagione in cui l’Italia – qui non sono d’accordo con te non era governata peggio di quanto non lo sia stata in questi quattordici anni, in cui c’era ancora una civiltà dei rapporti, uno spirito pubblico, un comune sentire sui destini del paese. Ed è ancora più insopportabile, questa campagna elettorale, per le sue semplificazioni estreme. Tu, caro Alberto, ha ragione quando dici che il Pd sta riuscendo nell’impresa di presentarsi come forza innovativa e che quindi è in discussione un risultato che fino a un mese fa sembrava scontato. E hai doppiamente ragione quando noti che il centro-destra non ha incassato nè promosso idee ed energie che, al di qua del muro, hanno cercato di farsi sentire in questi anni. In altre parole che non ci si è affidati a nessuna prospettiva di ricambio, se non a quella delle soubrettes. Ma non c’è solo questo. C’è di peggio: è al mancato rinnovamento che dobbiamo ascrivere la nascita del «partito del

Non credo ci sia nulla da compiacersi, se il nostro non è un Paese per giovani. Di più: il fatto che i giovani del Pd siano uomini e donne di studi, e quelli del Pdl concorrenti del grande fratello è (con rispetto parlando) una bruciante sconfitta. Viviamo in un tempo nel quale l’architrave intellettuale delle forze politiche della sinistra è marcescente. Non c’è paragone, con la capacità di dare risposte che hanno invece le idee liberali. Eppure, la produzione di classe intellettuale e di classe politica, di qua del muro, è ancora talmente scarsa, misera, insignificante, che alla sinistra resta non solo il monopolio dei grandi vecchi ma pure quello dei giovani di belle speranze. Ora, siccome nella «nonsinistra» degli aspiranti incubatori di intelligenze ci sono, e liberal è tra questi, e non è realtà che sia su piazza da ieri e per cui pertanto valga il «dateci tempo», io qualche domanda me la farei. Se il centro e la destra non riescono a produrre classe dirigente, è o non è un problema? Non è dicendo male dei giovani del Pd che lo risolveremo.

predellino» e la rottura di Berlusconi non tanto con Casini e l’Udc quanto con una componente moderata che per quanto esigua è stata importante nel dare il volto della Casa comune di una volta. Figurati se liberal ce l’ha con i giovani in quanto tali, che siano o no del Pd.Tu avevi diciott’anni quando hai cominicato a scrivere per noi e a venire ai nostri convegni. Il problema è di non assumerne qualcuno in campagna elettorale e poi lasciare tutto come prima. È di dare continuità al ricambio. Ora il fragore dei sondaggi quotidiani lascia in ombra proprio il vuoto del mancato ricambio, delle elaborazioni culturali che non sono state assunte dalla politica e, di conseguenza, dell’aggiornamento che non c’è stato delle stesse ragioni di una proposta politica. C’è spazio per tante domande, soprattutto per la prima, che riguarda una rivoluzione, quella berlusconiana, che si è fermata, probabilmente alle promesse del 2001. E che lì è rimasta. Ma questo è un altro discorso. In parte, lo sai bene, abbiamo cercato di farlo noi di liberal, anche con altri. Per rilanciare la qualità della politica. Non ci rinunciamo, naturalmente e in questo caso i referenti non c’entrano nulla. Consentimi però di essere diffidente sulla qualità del veltronismo e di pormi qualche domanda sul divario tra l’indiscutibile capacità di Veltroni e le immagini che egli riesce a costruire, fra queste il «nuovo», e dall’altra parte sulla ciccia della sua politica.


politica

26 febbraio 2008 • pagina 7

La campagna elettorale blandisce i trentenni, ma in realtà li respinge

Lo specchio dei giovani (solo per le allodole) di Guido Keller a questione giovanile contende alla legge 194 il primato del tema più discusso in questa campagna elettorale. Ma, innanzitutto, esiste una questione giovanile? Credo proprio di sì: una larga fascia di italiani che va dai 18 ai 40 anni è percorsa da fremiti di rivolta sempre più evidenti. Volontà di rivalsa, senso d’impotenza, insicurezza diffusa ed un pizzico di autentica disperazione sono gli ingredienti di una ribellione generazionale che stenta ad esplodere, ma che ha raggiunto la soglia di eruzione. Precariato, caduta delle ideologie, clientele politiche, baronati universitari, stipendi da fame, costo della vita e pensioni chimera sono le ragioni di questa rabbia poderosa. Una collera condivisa dal nord al sud del Paese che unisce i figli di tutte le classi sociali, e determina una solidarietà generazionale che non si vedeva da 40 anni. Esattamente 40 anni. «La ribellione è la lingua degli inascoltati» diceva Martin Luther King. Questa sensazione si sposa, infine, con la voglia di antipolitica che ha contagiato la restante parte della popolazione italiana. Il connubio produce un’ansia di rinnovamento nella politica, persino folle nel suo estremismo. Un sondaggio di questi giorni chiedeva agli italiani: «Preferireste votare per un giovane privo di qualunque esperienza politica o per un anziano esperto?». Il 70 per cento ha dichiarato di preferire il giovane a scatola chiusa, del tutto disinteressato da qualsiasi prova di affidabilità. Di fronte a questa voglia di cambiamento che è nell’aria, come si stanno ponendo il Partito democratico ed il Popolo della Libertà? Male, entrambi. Walter Veltroni ne ha colto bene i segnali, ma la sua strategia è di breve respiro, finalizzata solo al consenso elettorale. Da qui la scelta di porsi alle spalle di alcuni giovani in diverse circoscrizioni, come nel Lazio dove capolista sarà la ventisettenne Marianna Madia. Una scelta ben pubblicizzata, utile ad ghermire voti e a darsi una parvenza di nuovo, ma nessuna voglia di investire davvero su quella generazione. E’ la truffa dei giovani con le

L

Giorgia Meloni, 31 anni, vice Presidente della Camera dei Deputati due g come nel caso della “ggente”, stereotipo romano tipico di Veltroni per significare la sua vicinanza al popolo. Il suo predecessore-successore in Campidoglio ha reso evidente questa strategia con la proposta di creare una lista di soli ventitrentenni per la sua campagna elettorale. Per Francesco Rutelli i giovani sono un settore del mercato elettorale, una massa indistinta priva di individualità, positive o negative a seconda del caso specifico. La lista dei giovani per Rutelli sembra una sorta di baby parking dove far giocare i bambini mentre i grandi fanno le cose

Di fronte a questa voglia di rinnovamento, come si stanno ponendo il Partito democratico ed il Popolo della libertà? Male, entrambi “da grandi”. Fare di peggio nel Popolo della Libertà sarebbe stato difficile, eppure è successo.

Proprio a Roma per alcuni giorni è stato possibile immaginare che questa rivolta generazionale in nuce potesse sfilare sotto le insegne del Pdl. Bastava farsi un gi-

ro tra i blog su internet, porsi all’ascolto delle radio popolari, calarsi per qualche ora all’interno di quella generazione per avere la giusta percezione dell’entusiasmo feroce smosso dalla candidatura di Giorgia Meloni. Non una cooptazione in questo caso, ma la messa alla prova di una generazione sul terreno del merito, con tutti i rischi del caso. La possibile vittoria di Rutelli andava messa in conto, naturalmente, ma l’occasione per il Pdl era straordinaria: favorire, comunque fossero andate le elezioni romane, una grande mobilitazione generazionale ed allocarla all’interno del proprio campo politico. In virtù di questo investimento a molti è parso possibile formare il capitale culturale e sociale di un partito unitario autenticamente nuovo e per questo destinato ad avere un ruolo da protagonista negli anni a venire. Niente da fare, altre logiche hanno prevalso, alla fine. Da una parte la solita guerra tra colonnelli di An, dall’altra una considerazione dell’esperienza come valore discriminante in sé, che si misura in durata e non in qualità. Ai giovani italiani è sembrato di rivivere la classica scena di un colloquio di assunzione: «Mi dispiace, lei è un ragazzo in gamba, ma non ha esperienza». Qualcuno dovrà spiegare ai “ragazzi”di trenta e quarant’anni come è possibile acquisire esperienza se nessuno è disposto a fargliela fare. Che poi nel caso della Meloni non l’aveva chiesto lei di venir candidata, e neanche si può dire che non avesse già dimostrato delle evidenti capacità politiche. Ma, tant’è, un’altra occasione per dare una identità o una suggestione a questo nuovo partito è andata persa. Ora, nel partito guidato da Silvio Berlusconi, c’è da sperare di non assistere ad un’operazione speculare a quella del Pd, ovvero giovani messi in vetrina per invogliare all’acquisto (magari presi dal Grande Fratello…). Il Pdl, per il momento, ha perso la sua chance, ma la questione giovanile resta una polveriera. Chi riuscirà a trovare il detonatore per farla esplodere, si sarà assicurato un futuro prezioso. E se ci riuscisse in questo momento, forse, anche un presente vincente.

d i a r i o

d e l

g i o r n o

Veltroni: «Giovani precari e 50enni disoccupati, le due emergenze» Veltroni sta parlando a Ascoli Piceno, dodicesima tappa del suo Giro per l’Italia. Il segretario del Pd sta visitando glistabilimenti della SGL Carbon, ex multinazionale passata in pochi anni da oltre mille dipendenti a poco più di trenta. ”Ci sono due grandissime emergenze sociali” di cui, assicura il segretario, il Pd si farà carico in caso di vittoria alle elezioni e che sono entrambe contenute nel programma dei Democratici: ”La condizione dei ragazzi, la loro vita precaria” e ”chi perde il lavoro ad una certa età”.

Alemanno: «Rutelli non è imbattibile» Gianni Alemanno, candidato del Pdl al Campidoglio, spiega il motivo per cui ha deciso di candidarsi a sindaco di Roma: «Ci hanno detto che Rutelli è sotto il 50 per cento in tutti i sondaggi. Quindi non è imbattibile». Il programma del Pdl per Roma punterà soprattutto la sicurezza. Non a caso lo slogan è: «Liberiamo Roma dalla paura, dal degrado e dalla povertà: dopo 15 anni è arrivato il tempo di voltare pagina».

Casini: «Nessuno è prediletto della Chiesa» «La Chiesa non partecipa al dibattito politico, non ha partiti politici di preferenza, la Chiesa richiama con forza alcuni principi. Se qualcuno si propone come prescelto e prediletto della Chiesa o è matto o è in malafede. Io non sono nè matto nè in malafede. Su alcuni temi, come l’eutanasia, sono perfettamente d’accordo con il Papa», ha detto ieri Pier Ferdinando Casini.

Famiglia Cristiana: «Il Pd è pasticcio veltroniano in salsa pannelliana» Per Famiglia Cristiana il Pd è un «pasticcio veltroniano in salsa pannelliana». È questo il titolo dell’editoriale del settimanale paolino che boccia l’apertura di Walter Veltroni ai radicali nel Partito democratico. Secondo Famiglia Cristiana «i radicali hanno una concezione confessionale della loro identità. Ogni scelta, ogni nome ha valore simbolico. La squadra di candidati, negoziata con Walter Veltroni, ha una forte fisionomia radicale, connotata su battaglie che, come ha detto Emma Bonino, non si interrompono affatto».

Ferrero: «Sull’eutanasia la posizione del Papa è sbagliata» La posizione ribadita oggi dal Papa sull’eutanasia è ”sbagliata” secondo il ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero. «Le persone - sostiene il ministro ed esponente del Prc - devono avere il diritto alle cure, i famigliari il diritto al sostegno, ma alla fine questo non cancella il diritto di una persona di porre fine alle proprie sofferenze».

Alunno promosso dal Tar, Consiglio di Stato ribalta la sentenza Dopo che il Tar aveva promosso d’autorità un bambino bocciato alle medie, il Consiglio di Stato ha capovolto la sentenza. «La scuola non puo’ che esprimere soddisfazione», dice il preside Nicola Menna, «in quanto si vede restituito un diritto, quello della valutazione degli alunni, espropriato precedentemente dalla sentenza del Tar».

«Non puoi vedere papà», madre dovrà risarcire il figlio La madre non permette all’ex marito di tenere con se il figlio minorenne? Deve pagare sia l’ex coniuge che il ragazzo, nonché una somma a favore dello Stato. È quanto ha stabilito la Corte di Appello di Firenze.

Seconda serata a Sanremo Dopo l’inaugurazione di ieri, questa sera, a calcare il palco del Festival, sarà la volta di Loredana Bertè, Sergio Cammariere, Finley, Gianluca Grignani, Little Tony, Mietta, Amedeo Minghi, Tiromancino e Mario Venuti.


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L’ITALIA AL VOTO

La comunicazione sotto esame

lessico e nuvole

Il punto G di Boselli

«Farò il contrario di Prodi»: il vero slogan di Veltroni di Giancristiano Desiderio Duecentottanta meno duecentocinquanta fa trenta e trenta sono le pagine del programma elettorale di Walter Veltroni. A leggerle si potrebbe dire: trenta e lode. Perché è un programma talmente perfetto da essere platonico. A sentire il leader che riunisce i suoi in un loft si può fare un governo post-prodiano che abbassi le tasse, alzi i salari, aggiusti la scuola, tagli gli sprechi, dia sicurezza e faccia perfino una riforma modello della politica: una Camera con 470 membri e un Senato con soli 100 senatori. Più che un programma, un’illusione ottica. Veltroni ha uno slogan giusto per ogni giusta causa ma, visti i dodici punti dodici del suo “realistico e ambizioso” programma per Palazzo Chigi, il tutto si può compendiare nella formula: “Farò il contrario di Prodi”. Appunto: era Prodi che si presentò agli italiani con il famigerato programma-tomo di duecentoottanta pagine intitolato sobriamente “Il bene dell’Italia”. A sentire oggi Veltroni, quel bene non va più bene. E cos’è che va bene? Si possono usare le parole di Gennaro Migliore (capogruppo di Rifondazione alla Camera): “Il programma del Pdl, perché quello di Veltroni, infatti, ne è una fotocopia”. Appunto: più che un programma, un’illusione ottica.

di Arcangelo Pezza Di primo acchito, leggendo il claim della campagna elettorale dei socialisti di Enrico Boselli, abbiamo pensato al punto G: «Sono donna e sono incazzata». Ci credo. Il giorno precedente su tutti i quotidiani rispettabili capeggiava in prima pagina la notizia che il mitico punto G è stato finalmente fotografato. Ma le occidentali o non ce l’hanno o ce l’hanno atrofizzato. Il che risolve varie questioni anche per l’uomo, compreso quello socialista, che può smettere di rovistare nella vergogna. Il motto potrebbe essere: «Sono uomo e sono sollevato». Detto questo, se uno è incazzato perché dovrebbe rivolgersi a Boselli al sito www.siamoincazzati.com proprio non ce lo spieghiamo. Se uno è incazzato duro, potrà trovare conforto seguendo Caruso dei no-global e magari scaricarsi un po’ i nervi spaccando vetrine e incendiando cassonetti, oppure girare con Calderoli mostrando una t-shirt antiislamica, perfino tacchettare con la Santanché e definirsi senza imbarazzo “fascista”. Forse Boselli - il cui volto e la cui firma sono impressi nel canonico rettangolo elettorale con slogan “Partito socialista. Utile all’Italia” - sta chiamando a raccolta i miti incazzati, quel paese di mezzo, non troppo giovane né vecchio con i capelli già bianchi e la scriminatura costretta da incipiente calvizie, i miti per natura, impiegati e dipendenti pubblici, che però se si incazzano sono capaci di odio tanto più feroce quanto più represso. E magari di nascosto spezzano il lapis al collega prevaricatore, e ne traggono sollievo sbuffando: «eccoti sistemato!». Una micronicchia di elettori che uno dei tanti partitini socialisti esistenti, cone quello di Boselli, può ben rappresentare. Ps: a Pd e Pdl, in apertura kermesse canora, suggeriamo lo slogan “sanremiamo insieme”.

Non vi fidate dei sondaggisti? Fate bene. Meglio fare la “media”, per sbarazzarsi di errori e propaganda

Il sondaggio dei sondaggi Pdl+Lega

la media di oggi Eurisko Ipr Swg Ipsos 20 febbraio

19 febbraio

18 febbraio

18 febbraio

Demosk. Crespi Fn&G 18 febbraio

18 febbraio

12 febbraio

Udc+Rb

Pd+Idv

Sin-Arc

Destra

Socialisti

44,8

7,2

36,5

6,9

2,1

1,4

45,4

7,5

39,0

5,8

1,0

0,7

44,5 42,7 45,6

8,0 8,0 5,8

34,5 37,2 37,8

8,0 8,0 6,5

3,0 1,7 1,2

1,5 0,7 1,2

44,5 43,0

8,0 8,0

34,5 34,2

8,5 8,0

2,0 3,3

1,5 2,5

48,0

3,9

38,5

4,1

2,7

2,2

La “media di oggi”è calcolata sugli ultimi sette sondaggi di istituti diversi. Queste le coalizioni presunte: PdL con Lega e Mpa, Pd con Idv e Radicali, Udc con Rosa bianca e Udeur, Destra e Socialisti da soli. La data è relativa all’ultimo giorno in cui è stato effettuato il sondaggio.

di Andrea Mancia Iniziamo oggi, per Liberal, il monitoraggio quotidiano dei sondaggi in vista delle elezioni politiche di aprile. Nella tabella qui a fianco, verranno riportati i risultati degli ultimi sette sondaggi nazionali effettuati da istituti diversi. E verrà calcolata la loro media aritmetica. La “nobile arte” dei sondaggi, negli ultimi anni, sta attraversando una fase difficile: tra exit-poll sbagliati, ricerche totalmente inaffidabili e sospetti di propaganda politica, i cittadini tendono a fidarsi sempre di meno. E molto spesso non hanno tutti i torti. Proprio per questo, uno strumento che tenga conto di tutti i sondaggi, cercando però di minimizzare le “devianze statistiche” può essere utile per cercare di comprendere il trend degli spostamenti

di consenso e i rapporti di forza tra le varie coalizioni. L’ultimo sondaggio in ordine di apparizione è quello di DemosEurisko pubblicato ieri da Repubblica (relativo al 18-20 febbraio). Il PdL è dato al 40,5%, mentre la Lega Nord (insieme all’Mpa) raggiunge il 4,9%. Il totale della coalizione di centrodestra, dunque, arriva al 45,4%. Un vantaggio del 6,4% sulla coalizione tra Pd (34,8%), Idv (3,4%) e Radicali (0,8%). Discreto il risultato del Centro (Udc 6,1%, Rosa bianca 0,9% e Udeur 0,5%. Poco entusiasmo, invece, per Destra (1%), Lista Ferrara (0,5%) e Socialisti (0,7%), anche se il vero crollo riguarda la Sinistra Arcobaleno, che con il 5,8% sembrerebbe ormai quasi del tutto ”cannibalizzata” dal Pd.


L’ITALIA AL VOTO

26 febbraio 2008 • pagina 9

La novità del Centro. Le previsioni dei politologi /1 Stefano Folli

Un bipartitismo mascherato, senza classe dirigente Colloquio con Stefano Folli di Riccardo Paradisi

ROMA. Qualcosa di nuovo in effetti c’è nella politica italiana. E non è la nascita di due macro partiti che sembrano più che altro riformulazioni semplificate di vecchie coalizioni. No, è che per la prima volta in Italia al quadro politico nazionale manca un centro. Terra di conquista per i nuovi partiti di Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Sempre che i soggetti politici di centro non riescano a riempirlo con forze nuove. Folli, la politica italiana sembra, per la prima volta, mutare le sue forme. C’è stata un’accelerazione determinata dalla nascita del Partito democratico. L’esito è questo bipartitismo mascherato che muove i suoi primi incerti passi. Perchè lo definisce bipartitismo mascherato? Perchè è un bipartitismo astuto nato per superare il problema della legge elettorale. Pd e Pdl più che partiti unitari sono coalizioni che raccolgono varie sigle. La questione dei radicali nel partito democratico è un un modo per riproporre sotto diverse forme un pezzo di alleanza a sinistra della vecchia coalizione. Insomma è presto per dire che è nato il bipartitismo. No, la vera novità è che lo spazio del centro è vuoto e ci sono formazioni centriste che giocano la loro partita per riconquistare quel perimetro. Ma perchè il centrodestra ha rinunciato all’Udc che poteva coprire quel settore evitando che la Pdl si sbilanciasse a destra? La rottura tra Berlusconi e Casini urta la logica politica. Berlusconi ha eliminato dalla sua coalizione un partito che sulla carta vale il 6, 7 per cento dei con-

di alto livello avrebbe serie difficoltà a farlo. Difficoltà che aumentano dopo la rottura col centro. Perchè? Il centro è maggiormente in grado di produrre una classe dirigente. Non a caso Tabacci ha parlato di Mario Monti. Figura con un peso internazionale. Se il centro vuole giocarsi bene la sua partita deve convincere gli italiani che la sua dote è proprio la possibilità di offrire una seria classe dirigente per il Paese. Si parla di veltrusconismo. Esiste secondo lei questo gioco di specchi tra Berlusconi e Veltroni? C’è una certa simmetria.Veltroni punta a girare a sinistra temi berlusconiani. È quello che Blair ha fatto con la Tatcher. Certo, Veltroni vuole far dimenticare di essere stato al governo con Prodi per due anni ed è chiaro che a questo scopo serve una politica giocata sull’immagine, con colpi ad effetto, come l’esclusione di De Mita dalle liste: la vecchia politica esclusa dalla nuova. Meno indovinate però da un punto di vista mediatico sono le esclusioni di Visco, Prodi e Amato: un tentativo goffo di distaccar-

«Pd e Pdl non sono partiti unitari ma coalizioni astute impegnate in un’operazione elettorale che raccolgono varie sigle: è presto dunque per parlare di bipolarismo compiuto. Non riusciranno a polarizzare l’intero elettorato» sensi. Un errore, evidentemente, anche perchè non si capisce il senso di tenere fuori un partito che è storicamente una declinazione italiana del Ppe nel momento in cui si dice che l’approdo naturale è proprio il Partito popolare europeo. Che spazio elettorale esiste per una formazione di centro oggi in Italia? Cospicua. Non credo che Pd e Pdl riescano nell’idea di polarizzare l’intero elettorato che non è ancora pronta a riconoscersi in una scelta bipartitica. Primo perchè è evidente che questi due partiti sono in realtà delle coalizioni impegnate in un’operazione elettorale, secondo perchè, sarà banale dirlo, noi non siamo inglesi. In effetti ci sono 5 poli nella politica italiana. Sono tornate in gioco l’estrema sinistra e l’estrema destra, ma questo quaripolarismo, che ha i suoi attori forti nel Pd e nella Pdl lascia oggettivamente libero lo spazio del centro. I centristi saranno in grado di organizzarsi per occuparlo politicamente? È questo il tema fondamentale di questa campagna elettorale. Che idea si è fatto del soggetto unitario creato da Berlusconi? Non sembra esserci volontà di creare un ricambio di classe dirigente. Un fenomeno per certi aspetti inquietante perchè la sfida del centrodestra avrebbe dovuto essere proprio questa. Invece il centrodestra mantiene il successo elettorale ma è povero di classe dirigente. Se Berlusconi dovesse proporre 12 ministri

si dal governo Prodi, uno strappo di immagine che trascura i passaggi storici reali avvenuti e che configura una mentalità definitivamente post-marxista, addirittura berlusconiana La torsione berlusconiana del gramscismo Si anche se Berlusconi è più gramsciano di Veltroni. Più capace di parlare al suo blocco sociale, a interpretarne l’anima. Dimostrando che il suo non era un partito di plastica ma un pezzo di Italia vera. È la stessa Italia a cui adesso tenta di rivolgersi Veltroni che ha capito che senza il consenso di certe fasce sociali del nord non si governa Paese. Veltroni fa un’operazione di immagine ma riuscirà a parlare a quel blocco sociale, a quel mondo? La guerra per il centro è anche questo. Ma è più capace Tabacci a parlare a un certo nord piuttosto che Veltroni, il quale è berlusconiano perchè non ha più il tempo per essere gramsciano. Ora esplode la polemica sulla pillola abortiva ma i temi eticamente sensibili impegnano l’agenda politica italiana da anni e con sempre maggiore forza. Quanto incideranno in questa campagna elettorale? La questione etica rischia di essere molto dolorosa dentro coalizioni mascherate e i primi assaggi sono le polemiche interne al Pd sull’ingresso dei radicali. Su questo fronte l’unico ad essere avvantaggiato perchè univoco nelle scelte, sarà il centro.


pagina 10 • 26 febbraio 2008

mondo

WASHINGTON.

La Dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo (Udi) è un fattore di enorme instabilità nei Balcani. Ha immediatamente esacerbato le tensioni etniche; incentiva ulteriori modifiche dei confini per motivi etnici o religiosi; fornisce una base operativa potenzialmente invitante per gli islamisti radicali al di fuori dell’Europa ed ha ampliato la vasta gamma di questioni che minacciano ancora una volta di dividere la Russia dall’Occidente. Tuttavia, una delle questioni su cui si è concentrata ben poca attenzione è l’ipocrisia di quei Paesi membri dell’Unione europea che hanno riconosciuto la Dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, nonostante la mancata autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A dire il vero, la dichiarazione unilaterale di indipendenza non manca soltanto di autorizzazione, ma è nettamente contraria al potere di controllo dell’Onu in materia, vale a dire la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244 del 1999.

Questa Risoluzione afferma esplicitamente che le Nazioni Unite «riaffermano l’impegno di tutti gli Stati membri nei confronti della sovranità e dell’integrità territoriale della Repubblica Federale di Jugoslavia e degli altri Stati della regione, quale sancita dall’Atto Finale di Helsinki». Se, da un lato, la Risoluzione 1244 contempla dunque la possibilità che lo status del Kosovo possa cambiare, dall’altro sottolinea che i suoi sponsor intendevano che ciò potesse verificarsi sotto gli auspici del Consiglio di Sicurezza - il che, in effetti, non è avvenuto. Data la quasi certezza di un veto russo (e forse cinese) nel caso qualcuno avesse proposto una bozza di risoluzione a tal fine, l’idea era che ciò non si sarebbe potuto verificare né allora né mai. Pertanto il Consiglio di Sicurezza - pur avendo in passato definito lo status del Kosovo - non ha oggi la capacità di modificarlo. La Serbia, la Russia ed alcuni governi europei si sono lamentati, ma le loro proteste sono state messe da parte. La Serbia e la Russia affermano che dividere il governo di uno stato membro delle Nazioni Unite senza il suo consenso crea un precedente, persegubile da altri, in seno al “diritto internazionale,” al quali né loro né altri governi vorrebbero assistere. Sostengono che, agendo al di fuori dell’alveo del Consiglio di Sicurezza e di fatto violando una valida risoluzione del Consiglio stesso, quegli Stati che hanno riconosciuto l’indipendenza e la sovranità

mente anche di un veto russo e cinese) sull’Iraq, gli Stati Uniti si affidarono all’autorità implicita della Risoluzione 687, ed al suo diritto intrinseco all’autodifesa individuale e collettiva, garantito dall’Articolo 51 della Carta dell’Onu.

Ipocrisia Ue: ieri contro Bush a Baghdad e oggi lo imita

L’Europa in Kosovo fa come gli Usa in Iraq di John R. Bolton del Kosovo stanno - a dir poco indebolendo il Consiglio di Sicurezza ed il sistema complessivo dell’Onu.

Per gli Stati Uniti, il fatto di agire al di fuori dell’alveo del Consiglio di Sicurezza non è niente di nuovo: la Nato portò

za, ci si incammina pericolosamente verso l’anarchia». Non solo: affermò anche che azioni quali quella della Nato costituivano una minaccia «al nucleo stesso del sistema di sicurezza internazionale. E che «Soltanto la Carta delle Nazioni Unite fornisce una base giuridica uni-

la minaccia posta da Saddam alla pace ed alla sicurezza internazionale, molti altri governi, in particolare Russia, Francia e Germania, si opposero vigorosamente a quell’operazione. Sostenendo a gran voce che la mancanza di un’esplicita Risoluzione del Consiglio di Sicu-

Bruxelles ha accettato la decisone di Pristina senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e contro la Risoluzione Onu che «riafferma l’impegno degli Stati membri nei confronti della sovranità e integrità della Repubblica Jugoslava» avanti la sua campagna militare del 1999 contro la Serbia, che portò in ultima analisi alla Risoluzione 1244, senza la sua autorizzazione. All’epoca i membri europei della Nato approvarono appieno la decisione di bombardare la Serbia fino a costringerla alla resa, ignorando convenientemente l’assenza di azione da parte del Consiglio. Ma l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, criticò esplicitamente la decisione affermando: «se non si ripristina la posizione di preminenza del Consiglio di Sicurezza quale unica fonte di legittimazione dell’uso della for-

versale per l’uso della forza». Il nocciolo della questione è però rappresentato dal contrasto fra ciò che è stato appena fatto con riferimento alla Dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo e la notevole dose di critiche che si levarono in Europa nei confronti della decisione degli Stati Uniti di rovesciare il regime iracheno di Saddam Hussein nel 2003.

Sebbene molti governi europei, compreso quello italiano dell’allora presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, sostennero la coalizione internazionale che pose fine al-

rezza che autorizzasse l’uso della forza per rovesciare il regime iracheno stava a significare che l’azione militare guidata dagli Usa fosse illegittima.

Al contrario, gli Stati Uniti ribattevano che la campagna militare della coalizione era del tutto legittima per molte ragioni, e se non altro perché le ripetute violazioni da parte di Saddam delle disposizioni del 1991 in tema di cessate-il-fuoco, sancite dalla Risoluzione 687, autorizzavano la ripresa delle ostilità e delle operazioni militari. Di fronte alla possibilità di un veto francese (e probabil-

Ecco perché si può dire che il rovesciamento del regime di Saddam grazie alla coalizione guidata dagli Stati Uniti, la campagna aerea della Nato contro la Serbia nel 1999 e l’attuale riconoscimento della Dichiarazione unilaterale di indipendenza (anche da parte dell’attuale governo italiano) sono tre decisioni legate dallo stesso filo conduttore. Tutte sono state decise senza un’esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. In verità, come ho appena scritto, il riconoscimento della Dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo è “peggiore” da questo punto di vista, in quanto il riconoscimento effettivamente viola quanto ribadito dalla Risoluzione 1244 in tema di sovranità serba sul territorio. Questa similitudine è significativa non tanto per il fatto che come affermano Serbia e Russia - il riconoscimento del Kosovo viola il “diritto internazionale.” Al contrario, ciò che è realmente significativo è che molti in Europa non vogliono prendere atto che quanto stanno facendo oggi in Kosovo (e fecero con la guerra aerea del 1999) è esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti in Iraq nel 2003 attirando le loro aspre polemiche. Criticare la strategia americana in Iraq può riflettere una legittima differenza politica. Ciò che non è legittimo è criticare la mancata autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza a rovesciare il regime di Saddam, a meno che quegli europei non siano disposti ad ammettere che, in Kosovo, l’Europa sta semplicemente seguendo le orme americane. In breve, la questione del Kosovo - oggi come nel 1999 - non può essere risolta in modo soddisfacente per le principali potenze europee con decisioni del Consiglio di Sicurezza. Se, da un lato, non sono personalmente d’accordo con il riconoscimento del Kosovo a causa dei rischi posti, oggi, alla stabilità dei Balcani, dall’altro non discuto la correttezza dell’azione degli Stati membri della Ue che lo hanno fatto. Non è sorprendente né illegittimo che, in termini di attuale real politik, i Paesi europei abbiano fatto ciò che dovevano fare al di fuori dell’alveo del Consiglio di Sicurezza. Ciò che molti altri americani, me compreso, chiedono è che in futuro gli europei non critichino gli Stati Uniti quando fanno altrettanto.


mondo

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Germania: in crisi la concertazione fra impresa e sindacati

La solidarietà sociale è arrivata al capolinea? di Katrin Schirner

BERLINO. L’economia di mercato sociale era la parola magica del miracolo economico tedesco dopo la seconda guerra mondiale. La combinazione tra libera concorrenza e responsabilità sociale regalò alla giovane Germania molti successi. Si fondava soprattutto sull’identificazione degli operai con le loro aziende. «Se va bene per l’impresa, andrà bene anche per noi» - pensavano in molti fino agli anni Novanta - e confidavano che le aziende ed i sindacati avrebbero negoziato contratti giusti. Una fiducia talmente radicata che i lavoratori accettavano contrazioni dei salari reali in cambio di una maggiore competitività delle imprese. Tanto che il numero dei giorni di sciopero in Germania - negli ultimi sessant’anni - è sempre stato molto basso. Questa ritrosia alla protesta spiega perché le aziende tedesche si siano ben posizionate nel mercato globalizzato. Oggi però questa fiducia e il suo implicito sostegno vengono meno, perché i cittadini avvertono che il vecchio equilibrio della giustizia sociale è saltato. Lo scorso anno lo si è toccato con mano durante i negoziati tra la Deutsche bahn (le Ferrovie tedesche) e un piccolo sindacato di macchinisti. La Deutsche bahn ne faceva una questione di principio, soprattutto perché i macchinisti chiedevano - a differenza da quanto

d i a r i o

d e l

g i o r n o

Turchia, nuovi attacchi contro Pkk Continua l’incursione dell’esercito turco contro i guerriglieri separatisti curdi in territorio iracheno nel nord del Paese. È prevista nei prossimi giorni una visita del presidente iracheno Jalal Talabani ad Ankara allo scopo di trovare delle soluzioni pacifiche alla questione curda. In risposta il Partito dei lavoratori curdi (Pkk) ha sollecitato i giovani turchi a compiere attentati in Turchia, Europa, Iraq, Iran, e Siria.

Attentato in Pakistan Attentato suicida a Rawalpindi, dove un kamikaze alla guida di un’auto imbottita di esplosivo si è scagliato contro un mezzo militare uccidendo otto persone e ferendone diverse altre. Secondo quanto riporta Aaj tv l’esplosione è avvenuta alle 14.30, ora locale nella città guarnigione pachistana.

Sudan boicotta Danimarca Il presidente sudanese, Omar al-Bashir, ha deciso di espellere dal Sudan tutte le organizzazioni danesi e di boicottare i loro prodotti, in risposta alla ripubblicazione sui giornali danesi delle vignette satiriche sul profeta Maometto.

La Ue ammonisce Ahmadinejad

finora accaduto - una convenzione ad hoc che riguardasse esclusivamente la loro categoria. «Se permettiamo questo, mettiamo in discussione uno dei più importanti “cardini” della Germania», ha ammonito la direttrice del personale della Db, Margret Suckale. Fatto sta che gli esperti economici si chiedono se il modello economico tedesco possa sopravvivere. Perfino il presidente dell’Unione dei sindacati tedeschi (Dgb) Michael Sommer trova pericolosa una tale evoluzione: «Non è giusto che un piccolo sindacato non pensi in termini di solidarietà collettiva». Ma Tant’è: la Db taglierà i costi a danno di migliaia di altri operai. Siamo dunque alla fine della solidarietà e della pace sociale in Germania? La verità è che la maggioranza dei tedeschi non crede più nella giustizia sociale e trova riscontro alla sua

GRAN BRETAGNA

Sull’Europa torna l’incubo referendum Forse non riusciranno a farcela, ma nei prossimi giorni anche i liberaldemocratici di Nick Clegg chiederanno che sia un referendum popolare a decidere la ratifica del nuovo Trattato europeo. Proprio come hanno già fatto i conservatori di David Cameron. Ma con l’obiettivo opposto. Perché se i Tories sperano di mettere all’angolo il premier laborista, Gordon Brown, costringendolo a una campagna elettorale su un tema assai poco popolare in Gran Bretagna, Nick Clegg è convinto che il referendum sarebbe l’occasione buona per dimostrare che la maggioranza dei cittadini britannici, checché ne dicano i sondaggi, sono favorevoli a rimanere nell’Unione europea. Il governo di Londra - quello di Blair prima e quello di Brown adesso - ha sempre agitato l’arma del referendum come uno spauracchio per ottenere la revisione in

amarezza nelle statistiche. Negli ultimi 15 anni gli stipendi del 10 per cento più abbiente sono aumentanti di quasi un terzo; quelli delle classi più deboli sono calati del 13 per cento. L’effetto forbice si è innestato mettendo fine al discreto equilibrio fino a ieri vigente. I tedeschi avvertono la sensazione di avere sempre meno risorse per arrivare a fine mese. Ecco perché il dibattito sul salario minimo va per la maggiore e si surriscalda il clima sulle retribuzioni d’oro dei manager. Anche il presidente federale, Horst Köhler - tutt’altro che un socialdemocratico - ha ammonito: «Raggiungere gli obiettivi prefissati in termini di profitto non basta per guidare bene un’azienda. La pace sociale deve essere garantita». La Germania deve rispondere in fretta se non vuole compomettere i successi fin qui riportati.

L’Unione europea condanna le dichiarazioni «inaccettabili, fondate su pregiudizi e sconvenienti» fatte nei confronti di Israele da parte del presidente iraniano Ahmadinejad e gli chiede di evitare ogni minaccia. «L’Europa chiede all’Iran di smetterla con questa retorica ostile e di astenersi da qualunque minaccia verso altri Stati membri della comunità internazionale», ha spiegato la presidenza slovena a nome dei Ventisette, esortando Teheran ad accettare la politica dei due Stati in Palestina.

Iran, meno donne all’università Troppe donne nelle Università iraniane, dove sono oltre il 60 per cento degli studenti, meglio ridurle. È quello che deve aver pensato il governo introducendo un nuovo sistema che le penalizzi nei concorsi di ammissione agli atenei, tutti a numero chiuso. Lo scrive oggi il quotidiano riformista Etemad illustrando il nuovo sistema di selezione che potrà escludere le ragazze anche se con punteggi superiori ai colleghi maschi.

Cipro greca, elezioni presidente «Nel 2008 troveremo la soluzione al problema Cipro», lo ha affermato ieri il presidente della Repubblica turca di Cipro nord, Mehmet Ali Talat, aggiungendo che l’elezione di Demetrios Christofias alla presidenza dell’enclave greco-cipriota ha aperto un nuovo corso nella storia delle relazioni fra le parti turca e greca dell’isola.

vi si dirà di Enrico Singer

senso riduttivo della tanto avversata ”Costituzione europea”. In realtà, il testo che uscì dalle fatiche della Convenzione guidata da Valery Giscard d’Estaing fu silurato non solo dai ”no”delle consultazioni popolari in Francia e in Olanda, ma anche dalla paura di un ”no” britannico che avrebbe sepolto tutto. Adesso che Londra ha ottenuto il suo scopo con l’annacquamento del testo originale, Gordon Brown è ben deciso a far votare la ratifica del nuovo Trattato dal Parlamento evitando il referendum e i trabocchetti che gli euroscettici, compresi quelli che si annidano tra gli elettori del Labour, potrebbero tendergli. Ma, ecco, che arriva Nick Clegg a complicare i giochi. Il leader del partito liberaldemocratico - terza, piccola, forza del panorama politico

britannico - è stato deputato a Strasburgo ed è un europeista sincero. Dice che «i cittadini britannici hanno il diritto di pronunciarsi perché, dopo il referendum di adesione del 1975, non sono stati mai più chiamati a dire che cosa pensano dell’Europa». Di sicuro Gordon Brown non lo ringrazia. CENTRALE COMUNE

Un patto nucleare tra Brasile e Argentina Luíz Iñacio Lula da Silva e Cristina Fernandez de Kirchner si uniscono in nome del nucleare. Il presidente più a sinista che il Brasile abbia avuto dai tempi di Joao Goulart, più di quarant’anni fa, e la neo-presidente del-

l’Argentina, succeduta al marito nel dicembre scorso, hanno messo da parte molte differenze ideologiche in nome dell’autonomia energetica dei loro Paesi che sono i due più grandi dell’America latina. L’intesa di massima è già raggiunta e nelle prossime settimane saranno messi a punto i tempi per realizzare insieme una centrale nucleare e un impianto per arricchire l’uranio. C’è chi parla già della possibilità di sviluppare (con tecnologie francesi) anche un programma militare con, al primo posto, la costruzione di un sottomarino a propulsione atomica. Intanto, già quest’anno, cominceranno i lavori per una centrale idroelettrica lungo il fiume Uruguay che segna gran parte della frontiera tra Brasile e Argentina - da sfruttare in comune. Il Brasile si è anche impegnato a vendere energia elettrica all’Argentina in caso di bisogno. Ma è la cooperazione nucleare la vera novità che dovrebbe rilanciare i rispettivi programmi nazionali.


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speciale

economia

NordSud

IMPRENDITORI PIÙ BRAVI DEI MANAGER? FORSE, MA NON BASTA A SALVARE L’ITALIA di Enrico Cisnetto anager italiani da “rottamare”, a dar retta a Renato Pagliaro, presidente del consiglio di gestione di Mediobanca. Tesi affascinante ma non nuova, e nemmeno del tutto convincente. Secondo Pagliaro, e secondo gli ultimi dati Unioncamere, sembrerebbe che le medie imprese battano le grandi, siano più in grado di affrontare le sfide della globalizzazione, soprattutto abbiano uomini migliori (sebbene pagati meno) delle grandi quotate a Piazza Affari. Hanno il gusto della sfida, le medie imprese, e costi del lavoro molto più bassi (anche del 20 per cento). Sanno, e vogliono, competere.

M

Perché non convince? Dire che “medio è bello” potrebbe funzionare, e i dati di crescita lo confermerebbero: lo studio Mediobanca-Unioncamere stima per il 2006 uno sviluppo del fatturato dell’8 per cento, dei profitti lordi dell’11 e dell’export del 10. Le medie imprese sarebbero la fascia dimensionale più efficiente dell’industria manifatturiera. Benissimo. Ottimo. Ci piace pensare a un plotone di imprenditori coraggiosi che esporta e combatte contro competitor cinesi e indiani nonostante un peso fiscale molto più alto rispetto a quello della grande impresa (il 46,6 contro il 33,1 per cento secondo i dati Mediobanca). È piacevole, ma consolatorio, se il benchmark è con le grandi quotate, con stipendi milionari di grandi e famosi manager. Ma è un’idea

un po’ romantica della realtà. È la solita contrapposizione (apparente) tra una maggioranza lenta e sonnacchiosa (le grandi imprese) e una minoranza virtuosa e produttiva (piccoli e medi). Falso.

Certamente esiste in Italia una rete di eccellenza di imprese che trovano nicchie di mercato, esportano, non hanno paura di andare in Borsa (ma non ci vanno perché sanno autofinanziarsi) e possono contare su capitale umano e know how di eccellenza. Ma si tratta di una sparuta minoranza, e non trainante come qualcuno (gli ottimisti del Censis) vorrebbe. Un bel manipolo di imprese, che però non fanno sistema. Si tratta di un fenomeno “residuale” – risultato di un processo di depauperazio-

evolutivo, né “embrioni” del rinnovamento di un modello di sviluppo allo stato nascente. Sono, semplicemente, “minoranze-minoranze” che si salvano dal naufragio del vecchio modello produzioni labour-intensive, battuto dal trinomio globalizzazione, finanziarizzazione, digitalizzazione dell’economia mondiale. E che, in mancanza di una seria politica industriale e di un vero sistema-paese, rimangono casi isolati, capaci di appartenere alle produzioni del futuro, quelle capital intensive e knowledge intensive (ad alta intensità di conoscenza), ma non di portare l’intera economia in un contesto vincente. E comunque anche per le poche imprese medie di eccellenza il termometro registra segno meno (lo dicono gli stessi dati Unionca-

Le Pmi crescono più delle quotate. Resta un fenomeno di nicchia ne del panorama produttivo nazionale (soprattutto delle grandi imprese e di interi settori) che ha proceduto per scremature senza ricambio – e come tale incapace di reggere lo sviluppo di un grande Paese industriale come l’Italia e le aspettative di reddito che esso coltiva. Non cellule nate dal basso e che, pur senza coordinamento, hanno imposto al sistema economico un percorso

mere) per la crescita: dal 2000 al 2008 il margine lordo è calato dell’uno per cento (dal 10 a meno del 9).

Ben venga la retorica consolatoria del “medio è bello”, se serve a ridare un minimo di spinta emotiva a un’economia seduta. Ma senza scordarci che si tratta di un fenomeno di nicchia, e inserito per giunta in un generale piano inclinato

Grandi o piccoli che siano mancano ancora visionari alla Steve Jobs di declino industriale. Scenario confermato anche dalle ultime stime Ue sulla crescita italiana, appena dimezzate (dall’1,4 allo 0,7 per cento) per l’anno in corso.

Se poi si vuole dire che “imprenditore è bello”, se si vuole celebrare la figura schumpeteriana dell’uomo d’azione che «mira a riformare o a rivoluzionare le abitudini della produzione sfruttando un’invenzione o, più generalmente, una possibilità tecnica inedita» rispetto ai manager strapagati, con le loro stock option insopportabilmente milionarie e benefit (aerei privati, clamorose assicurazioni sulla vita, bonus vari) che un normale imprenditore manco si sogna, allora il discorso è diverso. Ma, siamo seri, dove stanno tutti questi imprenditori illuminati, dove stanno (hinc et nunc, oggi, qui, in Italia) questi fondatori di imprese che rischiano in proprio, creano prodotti e inventano mercati nuovi? Dove sarebbero queste figure rivoluzionarie? Sinceramente non se ne vedono. Non vedo trentenni come Sergey Brin e Larry Page, i fondatori di Google, che in meno di dieci anni hanno rivoluzionato Internet. Non vedo visionari in dolcevita come Steve Jobs, che ha creato la Apple, cambiato il cinema d’animazione

con la Pixar, poi ha inventato la musica online con l’iPod. Le novità più interessanti degli ultimi tempi (almeno antropologicamente) le hanno date, qui da noi, i “furbetti del quartierino”. E sappiamo come è finita. Per il resto non c’è stato nessun nuovo “salotto buono” di imprenditori con qualche tendenza a incidere sul sistema-paese, a ragionare in termini più strategici. Sento già qualcuno che mi dice che sbaglio. Può darsi. Nel dubbio, invece di consolarmi con la retorica de “imprenditore è bello”, preferisco tenermi i “poveri” grandi manager. Che prenderanno magari milioni di euro l’anno, che avranno anche stock option esagerate, ma che almeno sono in grado di tenere a galla i (pochi) gruppi globalizzati del Paese, come hanno fatto gli Scaroni (ha traghettato l’Eni nell’enorme progetto Kashagan), i Conti (ha portato l’Enel alla conquista di Endesa), i Guarguaglini (la sua Finmeccanica vende gli elicotteri al presidente Bush) e i Marchionne (con il suo maglioncino non sarà cool come Jobs in versione dolcevita nera, ma è stato nominato vicepresidente del colosso svizzero Ubs). In tempi grami come questi, in questa Italia che non cresce, non è cosa da poco. (www.enricocisnetto.it)


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MERCATO GLOBALE

Bce,ultimo baluardo del monetarismo di Gianfranco Polillo trano destino quello di John Maynard Keynes. Le sue teorie, che aveva animato il dibattito del Novecento e permeato l’attività dei principali governi, sembravano morte e sepolte da almeno un trentennio. I funerali erano stati celebrati da Milton Friedman e dai suoi allievi, con il suo monetarismo spinto e l’attacco allo statalismo e all’intervento pubblico nell’economia. Margaret Thatcher aveva trasformato in pratica di governo i suggerimenti della scuola di Chicago, dismettendo il patrimonio pubblico inglese, privatizzando tutto quello che c’era da privatizzare, ritornando a una politica della lesina simile a quella praticata, quasi cento anni prima, da Quintino Sella. Reagan l’aveva imitata, facendo uscire l’America dal lungo tunnel degli anni Settanta, quando che la più grande potenza occidentale non spettasse altro che cedere il suo primato di fronte all’incalzare del Giappone. Oggi, uno dei grandi malati del nostro tempo. La crisi dei mercati finanziari, accompagnata dal rischio di recessione, ha capovolto questo scenario. Bush si appresta a varare una manovra di oltre 150 miliardi di dollari. Quasi un punto di Pil, sotto forma di riduzione del carico fiscale e di incentivi pubblici agli investimenti privati. L’intervento più massiccio che si ricordi. E lo fa in sintonia con la Fed, la banca centrale, che ha tagliato di un punto e mezzo i tassi di interessi e si appresta a intervenire ancora nella speranza di arrestare la spirale depressiva e rimettere in corsa lo stanco treno dell’economia. Nessuno che eccepisca. Nessuno che denunci il moral hasard e il rischio di una forte ripresa del processo inflazionistico. Lo stesso Fondo monetario, fino a ieri voce autorevole dell’orto-

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dossia rigorista, ma oggi presieduto da un vecchio socialista francese, Dominique Strauss-Kahn, plaude all’iniziativa, nonostante i mugugni del suo chief economist: Ken Rogoff. Nessuno, tranne gli europei. La critica più autorevole è arrivata da Jean-Claude Trichet, presidente della Bce. Abbandonato il linguaggio felpato dei banchieri, ha ribadito la sua contrarietà a interventi discrezionali in politica finanziaria. Semplicemente, vanno «evitati». Idem per il commissario Ue Almunia. Attenti a non seguire il «canto delle sirene». Come nell’Odissea catturano i marinai e portano al naufragio. Dov’è la ragione? Nella ritrovata leggerezza della Casa Bianca o nel rigore di Bruxelles? Paradossalmente in entrambi. Un conto sono gli Stati Uniti, un altro l’Europa. Un conto la forza e la flessibilità di quella macchina produttiva, un altro il torpore e la sclerosi del Vecchio continente. Al di là dell’Atlantico esiste un mercato capace di rispondere rapidamente agli stimoli dell’intervento pubblico. Che fanno da volano senza produrre metastasi. In Europa, invece, avviene il contrario. Gli stimoli pubblici sono, in genere, più lenti e inefficaci: carichi come sono di effetti collaterali, si trasformano in una medicina che non guarisce la malattia, ma invece l’aggrava. Ecco perché se gli stimoli fiscali possono essere oltre Oceano un toccasana, in Europa – e soprattutto in Italia – sono addirittura controproducenti. Se la produzione di beni non viene contestualmente stimolata, aumentando produttività e offerta di lavoro, il risultato più probabile è quello della stagflation.Vale a dire bassa crescita del reddito e più forte aumento dei prezzi. Un incubo già vissuto durante gli anni Settanta, che dovremmo scongiurare.


economia

NordSud

Innovazione, export e riconversioni: le Pmi che hanno vinto la sfida della globalizzazione

Quando l’industriale applica i precetti del buon management di Franco Masera a presentazione del nuovo rapporto Mediobanca sulle medie imprese italiane ha fornito come al solito parecchi spunti di riflessione. Tra questi, uno dei più intriganti, è stato offerto dal commento dal presidente del consiglio di gestione di Piazzetta Cuccia, Renato Pagliaro. Il quale ha osservato come forse «esista un problema di selezione nel management nelle grandi imprese». A fronte cioè dei risultati migliori in termini di redditività e di solidità patrimoniale conseguiti dalle medie imprese industriali rispetto alle grandi, viene da chiedersi se la figura dell’imprenditore-manager che caratterizza molta parte delle nostre medie imprese esprima capacità maggiori rispetto ai manager delle grandi aziende quotate. Un punto di vista sorprendente, ricordando che uno dei temi ricorrenti, nel dibattito sulla competitività italiana, riguarda da sempre il presunto ritardo delle medie imprese a carattere familiare nel dotarsi di modelli manageriali tipici del capitalismo avanzato.

re e la scarsa propensione ad adottare modelli organizzativi manageriali.

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Le imprese a cui si fa riferimento, sono quelle del cosiddetto “quarto capitalismo”, un’espressione efficace, coniata dall’ufficio studi di Mediobanca, che serve a “storicizzare” le diverse fasi evolutive del capitalismo italiano. Dopo la “distruzione creativa”, seguita alla fine della seconda guerra mondiale, dopo il periodo dell’Iri e il “momento magico” dei distretti, in questi anni è emerso un nuovo modello che fa perno sulla media impresa. Si tratta di aziende che hanno saputo resistere alla selezione imposta dai processi di globalizzazione economica. Dopo lo choc legato al trasferimento di intere parti del sistema manifatturiero occidentale nei Paesi “low production cost”, negli anni questi soggetti hanno saputo riposizionarsi, riconvertendo i processi organizzativi e produttivi, riorganizzando le reti di distribuzione commerciale. Spesso hanno fatto acquisizioni all’estero crescendo dimensionalmente e acquisendo posizione di leadership internazionale. Si tratta di realtà che hanno saputo insinuarsi in nicchie di

Ora un certo purismo “di maniera” continua a guardare ai modelli manageriali del mondo anglosassone come punto di riferimento per l’evoluzione del capitalismo nostrano. Questo atteggiamento si traduce in un preoccupante senso di inferiorità intellettuale. Certo il nostro modello privilegia l’efficacia rispetto all’efficienza. E con il crescere delle dimensioni aziendali servono anche modelli organizzativi e manageriali adatti a governare la complessità. Ma il profilo del manager imprenditore va valorizzato e difeso da questa deriva. Non è imitando modelli culturali non propri, che l’Italia recupera vantaggio competitivo. Occorre piuttosto lavomercato, con produzioni “specialistiche” spesso intercettando e sviluppando nuovi bisogni. Una “pattuglia” di circa 4mila imprese localizzate soprattutto nel Centro Nord che impiegano fino a 500 addetti e che complessivamente fatturano circa 150 miliardi di euro. Aziende che guardano al mercato globale, visto che oltre il 30 per cento dei loro ricavi proviene dall’export. L’anima di queste imprese è rappresentata dalla figura dell’imprenditore-manager. Potremmo dire, in effetti, che l’imprenditore e l’imprenditorialità diffusa sono diventati gli elementi fondanti del nostro modello di capitalismo.

Il tasso di imprenditorialità, infatti, agisce implicitamente come un grande vettore di generazione e redistribuzione della ricchezza. La solidità della nostra economia risiede essenzialmente in questo modello socio economico. Un modello in cui l’energia e la capacità di visione dell’imprenditore, amplificano l’efficacia dell’azienda. Si tratta di imprese che fanno della flessibilità, della duttilità e della capacità di innovazione il loro punto di forza. Realtà che sanno rapidamente adattarsi al nuovo contesto, inventandosi nuovi mercati. Aziende dove in sintesi “il fare”conta di più del “pianifi-

Il cambiamento è seguito all’abbandono di modelli superati e autoreferenziali

libri e riviste

e i think tank di tutto il mondo prevedono una implosione prossima ventura per la Cina, il sociologo Giovanni Arrighi ipotizza che le direttrici della globalizzazione - soprattutto se gli Stati Uniti non riusciranno a risolvere la situazione in Iraq - porteranno il baricentro degli affari e dello sviluppo sempre di più verso il Celeste impero. Magari creando quella società non capitalista, ma mercatista, che Adam Smith aveva profetizzato nell’Ottocento per la Cina. Una rivoluzione dal basso, che avverrà soltanto se Pechino saprà rispondere alle tante tensioni interne (ogni giorno proteste di piazza sono represse nel sangue) e saprà accompagnare la creazione di una classe imprenditoriale, che oggi si muove tra parastato e industria. Giovanni Arrighi Adam Smith a Pechino Feltrinelli, pagine 468, euro 34

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L’Italia delle riforme Franco Bassanini, Geoff Andrews | Accade a sud Raffaele Fitto, Sergio D’Antoni | Intrecci elettorali Ronald P. Spogli, Mariano Rajoy

formiche

Anno V - numero 23 febbraio 2008 - euro 8

M A G A Z Z I N O M E N S I L E D I P O L I T I C A , E C O N O M I A E C U LT U R A

NICK ANGY83 FORMICHE NON RICEVE IL FINANZIAMENTO PUBBLICO (CONTRIBUTI PER L’EDITORIA)

speciale

POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 - (CONV. IN L. 27/02/2004 N. 46) ART. 1 COMMA 1-DCB - ROMA

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ETÀ

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OCCUPAZIONE STUDENTESSA FUORISEDE MODALITÀ ON LINE

Fenomeno camgirl/camboy

Nuovi marciapiedi

care”. La vitalità di queste imprese mostra che saper perseguire con determinazione degli obiettivi di crescita “gettando il cuore oltre l’ostacolo”, è spesso più importante che non avere sofisticati modelli di governance. Il loro dinamismo anzi, sottintende implicitamente piuttosto una certa disaffezione“genetica” per forme di governance più strutturata. Ma questo è il vero cuore del “made in Italy”, il nostro elemento distintivo. Un fattore di vantaggio competitivo, che permette a un Paese come l’Italia tutto sommato di modeste dimensioni e in una posizione sfavorevole da un punto di vista geografico, di mantenere un ruolo di rilievo tra le grandi economie mondiali, nonostante i grandi cambiamenti in corso e l’emergere di nuovo giganti economici. Un’imprenditorialità, che riesce anche a compensare gli “svantaggi di sistema” come l’elevata fiscalità, le inefficienze della pubblica amministrazione, la mancanza di infrastruttu-

rare per sviluppare e valorizzare gli elementi distintivi della nostra identità. L’Italia per una serie di fattori culturali quali la “minore aggressività percepita” e l’“attrattività storica” ha maggiori probabilità rispetto al mondo anglosassone di diventare una delle cerniere di riferimento fra il “polo occidentale del terziario” e il “polo orientale manifatturiero”. Per costruire questo posizionamento strategico di“Sistema Paese”gli imprenditori devono essere messi nelle condizioni di esprimere il loro talento fatto di creatività, di qualità estetica, di capacità di creare marchi globali. In questa prospettiva, molta parte del dibattito sui modelli strategici e organizzativi necessari alle imprese italiane per competere (che ha avuto grande risonanza mediatica in questi ultimi anni) rischia di offrire una prospettiva pericolosamente lontana dalla realtà. Amministratore delegato di Kpmg Advisory

Protagonisti della storia Giorgio Almirante. L’uomo che immaginò il futuro

Chi ha ucciso Gramsci

_Salvatore Tatarella

_Gianni Nieddu

_Piero Melograni

ull’ultimo numero di Formiche l’ex presidente della Banca di Roma, Pellegrino Capalbo, richiama la politica a trovare soluzioni per evitare il declino, non soffermandosi soltanto su dogmi come privatizzazioni e taglio della spesa. E avendo il coraggio di coinvolgere sempre di più i cittadini nello sviluppo del Paese. Nino Novacco, presidente dello Svimez, valuta quanto gli ottimismi e i pessimismi di maniera siano deleterei per la crescita del Sud. Raffaele Fitto, invece, per il Mezzogiorno chiede politiche che vadano oltre il leit motiv del ”lacrime e sangue”. Ilaria Donatio dimostra che il tanto decantato boom del commercio elettronico è ancora lontano dal realizzarsi. Formiche Base per altezza editore pagine 96, euro 8

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Rispetto al passato la produttività non si misura più soltanto a valle. E le caste devono rinunciare ai loro privilegi

L’ansia da prestazione del quadro di Giuliano Cazzola

Le rigidità corporative hanno innescato aumenti di flessibilità

n un recente numero della rivista Il dirigente, mensile dell’associazione sindacale Manageritalia (che associa in prevalenza dirigenti del settore terziario e dei servizi) è pubblicato un saggio sulla dipendenza da lavoro degli appartenenti a questa categoria. E sarebbero – soprattutto se uomini – del tutto incapaci di smettere di lavorare.

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nale e decentrata). Tra retribuzione di base e trattamenti accessori, al lordo, un dirigente di seconda fascia percepisce una retribuzione annua pari a 100110mila euro; uno di seconda fascia (ex dirigente generale) pari a 200mila. Nelle messe in scena che hanno contraddistinto le riforme del pubblico impiego, all’insegna della «privatizzazione» del rapporto di lavoro, ai dirigenti vengono fissati, nel contratto individuale, degli obiettivi da realizzare con il personale a disposizione.

I manager, dunque, sarebbero condannati a convivere con lo stress, con la preoccupazione di non essere all’altezza e il desiderio di approvazione. Come conseguenza – è scritto – i dirigenti possono diventare, in taluni casi, dei «drogati da lavoro», per i quali contano solo i risultati, con inevitabili conseguenze sulle famiglie e sulla qualità della vita. Sarà per questo motivo che l’ex Inpdai, la cassa pensionistica dei dirigenti del settore industria, ora incorporata (per motivi di dissesto) da alcuni anni nell’Inps (nel Fondo del lavoro dipendente), annovera in percentuale sul totale delle prestazioni erogate il più alto numero di trattamenti anticipati di anzianità. Chi scrive, anni or sono – ed essendosi limitato a segnalare questo dato in un articolo sul Sole 24Ore – venne subissato di epiteti non troppo politically correct da parte di un’altra organizzazione di dirigenti che per poterlo fare in libertà acquistò una pagina di pubblicità dallo stesso quotidiano economico. In verità, nel caso dei dirigenti, è in uso una combine tra l’azienda e lo stesso dipendente, che si traduce nella stipula di un contratto di collaborazione tra il manager – divenuto pensionato di anzianità – e il suo datore. Spesso il dirigente non cambia neppure incarico, ufficio e segretaria. Non ha problemi di marcare il cartellino, perché nella sua posizione non li aveva neppure da dipendente. L’azienda così versa una minore contribuzione, il dirigente aggiunge alla pensione una retribuzione più o meno simile a quella percepita durante gli anni di vita lavorativa attiva.

Ma il dirigente della pubblica istruzione è una specie di Gulliver trattenuto da tanti lacci e laccioli (i regolamenti, l’inamovibilità dei dipendenti, l’impraticabilità di avvalersi del potere disciplinare, l’eccessiva sindacalizzazione, et cetera). Del resto, però, difficilmente gli verrà chiesto conto dei risultati attribuiti e non realizzati. Gli accomodamenti, infatti, si trovano sempre. Basti citare un solo esempio. Da mesi, in alcune sedi dell’Inps gli impiegati (quegli stessi a cui mai è stato negata la retribuzione derivante dalla partecipazione ai progetti operativi su cui si misura la produttività) hanno visto arrivare ai tavoli e negli uffici gruppi di giovani volenterosi che si sono messi a svolgere quei lavori arretrati e sgraditi, magari anche noiosi e faticosi, rifiutati dal personale in organico. Proprio così, per sbrogliare la matassa delle pratiche in giacenza, l’Inps è ricorso al lavoro interinale. E si parla di parecchie centinaia di utilizzi.

L’“oasi” del pubblico impiego tra alti stipendi e senza controlli Un’altra combine viene comunemente architettata dai proprietari, dagli amministratori o dai principali azionisti. I quali si fanno assumere in qualità di dirigenti dalla società per azioni (che ha una personalità giuridica propria) assicurandosi così una pensione. Sicuramente, se ci mettessimo a scorrere gli elenchi dei pensionati ex Inpdai troveremmo i più bei nomi di quello che un

tempo era chiamato il jet set e più tardi (quando l’aereo è divenuto un mezzo comune di trasporto) il Gotha del capitalismo italiano. Ma quando si parla di management bisogna imparare a distinguere. Guai a confondere Sergio Marchionne o Corrado Passera con il dottor Mario Rossi responsabile degli approvvigionamenti (il nome e l’incarico sono di pura fantasia) della ditta Brambilla and sons della Val Brembana. Anche nell’Olimpo del mondo del lavoro ci sono le caste e le gerarchie. Non ci crederebbe mai chi ha in mente le favolose liquidazioni di Cesare Romiti e di Giancarlo

Cimoli: ma la retribuzione minima mensile di un dirigente di fresca nomina a cui si applichi il contratto dei magazzini generali (ovviamente riferito a quella qualifica) «non potrà essere inferiore a 2.320 euro per il 2007 e a 2.450 euro per il 2008». Naturalmente si tratta di importi lordi. Non c’è di conseguenza da stare allegri, ci pare, anche se quelle cifre corrispondono a trattamenti simili a una forma di salario di ingresso. Diverso è il caso del pubblico impiego, dove negli ultimi anni, col pretesto di una maggiore efficienza (risultata chimerica alla prova dei fatti), sono in vigore condizioni normative e salariali che tengono insieme tutti i vantaggi del pubblico (l’inossidabile stabilità) e del privato (la contrattazione nazio-

È questa la conseguenza di una politica sindacale che, col pretesto di qualificare il personale, ha portato avanti la prassi del todos caballeros. Qualche tempo fa, in un solo anno, l’Inps arrivò a promuovere 20mila persone alla qualifica superiore attraverso la contrattazione decentrata. Con il bel risultato che i lavori a più basso contenuto sono stati abbandonati con gravi conseguenze produttive. E i dirigenti della periferia? Gli stessi che in passato avevano favorito una politica di promozioni facili, per mandare avanti la baracca sono stati costretti a ricorrere a società esterne per lavori di qualificazione media come la programmazione elettronica e l’assistenza ai computer. È sempre la solita storia che si ripete all’infinito: sono le rigidità corporative la causa della flessibilità. Più sono rigide le prime, più è selvaggia la seconda.


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speciale economia

NordSud

L’evoluzione degli amministratori tra dirigismo degli anni del Boom e ossessiva ricerca di guadagni facili

Da grigi civil servant a signori delle plusvalenze di Carlo Lottieri on è proprio il caso di dare retta a Fritz Schumacher, che in un fortunato volume del 1973 sostenne – coniando uno slogan di straordinario successo – quel “small is beautiful” che voleva decretare una pretesa superiorità delle piccole imprese sulle grandi. In realtà,“piccolo è bello” solo in taluni particolari settori, ma in altri casi – e sono molti – gli inconvenienti derivanti dalla “burocratizzazione” degli apparati di vaste dimensioni sono ampiamente ripagati dalle economie di scala. Sarebbe assurdo, insomma, demonizzare i grandi conglomerati industriali, ma questo non deve impedirci di riconoscere che a un’Italia ricca di aziende piccole di notevole dinamismo si contrappone invece un insieme di colossi imprenditoriali spesso fragili. Un tempo non era così. Certamente sarebbe sbagliato celebrare oltre misura la prima industrializzazione del Paese, tanto più che è necessario ricordare quanto sia costato – per esempio – quel capitalismo industriale che fu all’origine del protezionismo di fine Ottocento e di tutto il male che ne derivò: a partire dalla massiccia emigrazione dal Mezzogiorno verso le Americhe. Eppure i padroni delle ferriere avevano anche i loro punti di forza, che li hanno aiutati a costruire un’Italia nuova. Per l’industriale che l’aveva fondata, d’altro canto, l’azienda era un figlio da far crescere, a costo di ogni sacrificio.

N

Le cose non sono cambiate quando a gestire queste realtà sono arrivati i primi dirigenti d’impresa, anch’essi molto legati allo spirito delle imprese familiari. Con tutte le critiche che si possono indirizzare a un uomo come Vittorio Valletta, non si può negare che abbia avuto verso la Fiat un sentimento forte. Perfino di Enrico Mattei – che fu all’origine di molti mali e soprattutto della commistione tra politica ed economia – non si può dire che non credesse nell’Eni. Quella sua frase in cui accomuna i taxi ai partiti («salgo, pago la corsa, scendo») è istruttiva di come abbia usato la politica – abusandone – proprio per inseguire un proprio progetto industriale. Un disegno contestabile e dirigista, ora lo sappiamo, ma che esprimeva una vera passione nei riguardi del suo lavoro. Cosa è cambiato da allora? Quasi tutto. O almeno ciò è quanto è avvenuto nelle imprese che hanno abbandonato il modello

familiare al fine di crescere con capitali nuovi e trovare forme societarie più aggiornate e migliori sistemi di governance. Chi nell’Italia di oggi amministra una grande impresa è quasi sempre un manager retribuito da un contratto stellare a base di stock options e ogni genere di benefit, il quale non possiede l’azienda e neppure crede in essa. È un professionista che ieri ha lavorato altrove e domani farà lo stesso, ma che al momento ha accettato di stare al timone della barca affinché produca utili. Si tratta di un sistema aperto, costantemente instabile, che dovrebbe favorire l’ascesa dei dirigenti giusti al posto giusto. Come si diceva prima, però, i fatti sono lì a dirci che le piccole imprese “fai-da-te” producono profitti, mentre i colossi arrancano. La logica dei manager all’americana ha peraltro moltissimi pregi: e in effetti il problema non è lì.

Non c’è nulla di terribile nel capitalismo anglosassone, nel quale le imprese sono nelle mani di migliaia di investitori (spesso gestiti dai fondi) e dove la produttività è legata anche alla selezione degli amministratori migliori, scommettendo sul fatto che se un manager può far crescere gli attivi di 100 è il caso di pagarlo anche 50. Tutto ciò funziona in maniera più che ragionevole, se vi sono forme di censura che colpiscono i comportamenti inefficienti. Quando un dirigente lavora male, egli deve perdere la propria posizione e pagare il conto. Ciò però è possibile in un sistema di aziende private e quotate, dove la Borsa funge da giudice e decreta successi e fallimenti. In una società di mercato, si può ritenere che il manager di un’azienda il cui titolo s’impenna si troverà in una posizione migliore di chi invece porta la propria impresa – come nel caso di Alitalia – a perdere circa l’8mila per cento della suo valore di borsa nell’arco di soli sette anni (da 60 euro a 0,75 euro). Ma l’Italia non è l’America, e questo si deve soprattutto al diverso rilievo che da noi hanno le imprese di Stato o comunque in vario modo aiutate dal settore pubblico. Per questo il tipico manager italiano vanta una storia che l’ha visto passare dalle Poste a Telecom, dalle Ferrovie alla Fiat, dall’Eni all’Olivetti, dalla Sea all’Enel. Un recente studio realizzato per l’Istituto Bruno Leoni dall’economista Jacopo Perego evidenzia come ben il 40 per cento dell’indice S&P Mib è ancora oggi controllato dalla mano pubblica; senza contare

Valletta e i suoi operai sentivano di appartenere a uno stesso progetto

le interferenze dettate dalla legislazione e dalla vigilanza delle authority. E il guaio è che in questa economia drogata dal denaro dei contribuenti, i successi non sono dati dalla capacità di soddisfare i consumatori, ma dall’abilità con cui si riesce ad ottenere il favore del Principe di turno. Il manager “all’italiana” attesta il trionfo di un modello antropologico, che è poi quello del politico, per definizione alieno da ogni responsabilità. Il problema non sono quindi i dirigenti in sé, ma il fatto che un sistema statizzato premia manager scadenti.

Pensare che oggi si possa ricreare l’azienda-famiglia di cinquant’anni fa è difficile. Il nostro è il tempo delle identità liberamente scelte e della mobilità. In fondo, un tempo restavano un’intera vita nella Fiat sia Valletta sia il suo operaio: status e reddito erano differenti, ma non era tanto dissimile la convinzione di appartenere a un’impresa, e a un progetto, comune. Quel mondo è finito. Ma questo non giustifica l’avanzata di cavallette deresponsabilizzate, mai chiamate a rendere conto dei loro bilanci, positivi o negativi che siano. Sono loro le vere locuste, bisogna dirlo chiaramente.

i convegni FIRENZE mercoledì 27 febbraio Grand Hotel Osservatorio Giovani editori e Acri fanno il punto su ”Giovani lettori, nuovi cittadini”. Ne discutono, tra gli altri, Giuseppe Guzzetti (presidente dell’Acri), Piergaetano Marchetti (presidente Rcs MediaGroup) Lorenzo Bini Smaghi della Bce, Giuseppe Mussari (presidente Mps), Emmanuele Emanuele (presidente Fondazione Roma) e Franco Frattini (vicepresidente della Commissione europea). ROMA mercoledì 27 febbraio Università Luiss Confcultura presenta il Libro Bianco sulla valorizzazione della cultura fra Stato e mercato. Ne discutono, tra gli altri, Emma Marcegaglia, vicepresidente Energia e Coordinamento politiche industriali e ambientali di Confindustria; Patrizia Asproni, presidente Confcultura; Antonio Catricalà, presidente dell’autorità Antitrust. VERONA giovedì 28 Auditorium Glaxo Confindustria organizza “Attrazione Italia”, forum dedicato agli investitori esteri. Con il leader degli imprenditori Luca Cordero di Montezemolo e Pietro Guindani, Ad di Vodafone Italia. ROMA giovedì 28 Villa Lubin All’interno della presentazione dei volumi Globalizzazione e bene comune di Lorenzo Caselli e Etica, economia, lavoro di Giuseppe Acocella, si discute di ”Globalizzazione, etica e democrazia economica”con Antonio Marzano (presidente del Cnel) e Pier Paolo Baretta (segretario generale aggiunto della Cisl). MILANO venerdì 29 febbraio Camera di Commercio Confconsumatori discute di ”Liberalizzazioni perché. Liberalizzazioni per chi” con Giuseppe Zadra (Abi) e Pietro Modiano (IntesaSanpaolo).


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economia

Corso d’Italia cerca di superare le spaccature al suo interno sull’introduzione del secondo livello

La Cgil si affida alle deroghe per frenare la riforma dei contratti di Vincenzo Bacarani

ROMA. Lo spettro del contratto unico, con conseguente rafforzamento delle trattative di secondo livello, ha spaccato non poco la Cgil. Ma dopo un lungo periodo di discussioni e di mal di pancia su questo tema, dal cilindro di Guglielmo Epifani potrebbe uscire il compromesso che potrebbe unire tutte le anime di Corso d’Italia: una serie di deroghe a categorie o realtà più piccole per salvare il contratto unico. Un terreno abbastanza impervio. Se pure c’è una parte (minoritaria e che fa capo ad Agostino Megale) dell’organizzazione disponibile senza grosse riserve a una revisione dell’accordo del luglio ’93, dall’altra c’è una maggioranza che paventa una sorta di “devolution” contrattuale, che andrebbe a cancellare le conquiste del passato e a disegnare un futuro incerto. Concetti espressi dalla Fiom di Gianni Rinaldini e dalla minoranza di sinistra “Rete 28 aprile” di Giorgio Cremaschi (che ha anche organizzato una manifestazione nazionale di protesta per il 14 marzo), ma di fatto non avulse da larghi set-

tori della Cgil, titubanti sulla riforma contrattuale che piace a Cisl e Confindustria. Nel mezzo delle correnti sta la maggioranza con Mauro Guzzonato, segretario confederale Cgil addetto ai contratti, che con pazienza cerca di riannodare le fila di un discorso complesso. E non è un compito facile. «Stiamo lavorando», spiega, «a un testo che dovrà essere approvato dal direttivo del nostro sindacato il 12 e il 13 marzo». E quel testo, assicura Guzzonato, sarà la base da cui partire. Ma con quali paletti? «Più che paletti», risponde, «si tratta di punti fermi che sono la riduzione del numero dei contratti, una discussione in materia fiscale e un approfondimento tecnico che riguarda, per esempio, l’inserimento di rigorosi parametri inflattivi». In pratica rimane la centralità del contratto nazionale di lavoro per ogni categoria e una valorizzazione della contrattazione di secondo livello (cioè quella aziendale o, in qualche caso, territoriale legata alla produttività), ma con alcuni distinguo. «Per adesso – spiega il segretario Cgil», stiamo lavo-

Tutele diverse per metalmeccanici, chimici e lavoratori di piccole e medie aziende. Baretta (Cisl): «Nessuna eccezione»

Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani

rando di comune accordo con Cisl e Uil e poi ci confronteremo con il futuro governo». Deroghe per alcune categorie, come qualcuno in Cgil sostiene, si parla per esempio dei metalmeccanici e dei chimici? «Non direi deroghe per singole categorie», replica Guzzonato, «pensiamo piuttosto ai problemi che potrebbero sorgere in piccole e medie imprese non in grado di applicare efficacemente il secondo livello. Dobbiamo tenerne conto». E dunque? «Non va indebolito il contratto nazionale, che dovrà rimanere un punto di riferimento essenziale». Una presa di posizione che però non convince affatto Cremaschi: «Il contratto nazionale», ribatte, «ha dato sinora pochi risultati perché vincolato all’inflazione programmata. Cgil, Cisl, Uil non propongono, come sarebbe giusto, di chiedere più soldi nel contratto nazionale, ma anzi affermano che i salari nazionali dovranno aumentare solo sulla base della inflazione realisticamente attesa. È un altro modo per vincolare l’aumento dei salari ai tetti dell’inflazione». Non solo.

«Si propone la contrattazione aziendale», spiega il leader di Rete 28 aprile, «legando ancor di più i salari alla produttività, all’efficienza, all’andamento delle aziende. Inoltre, il secondo livello di contrattazione potrà intervenire su normative e orari, anche incrementando le flessibilità definite nei contratti nazionali. Così si subisce l’offensiva di Confindustria, che pretende di dare soldi in più solo a chi lavora di più».

Vista da fuori l’agitazione in Cgil sul tema sembra non preoccupare più di tanto. «Sappiamo che loro hanno dei problemi – spiega il numero due della Cisl, Pier Paolo Baretta del quale esce in questi giorni il libro Il futuro del sindacato, «e mi sembrano problemi superabili. Sia ben chiaro: non rinunceremo al contratto di secondo livello. Ci sono problemi per alcune piccole aziende? Bene, parliamo allora di contratto territoriale o regionale, capisco il problema. Procediamo pure con gradualità, ma non parliamo di deroghe, perché non devono esistere».


economia

26 febbraio 2008 • pagina 19

Cresce la forbice tra l’Italia e i partner europei. E rischia di peggiorare

Internet a banda larga e mercato vanno a rilento di Alessandro D’Amato

ROMA. Un mercato del quale gli operatori più forti controllano l’80 per cento. E che cresce meno che negli altri Paesi europei. È sia un atto d’accusa sia un grido d’allarme quello che viene dall’Ecta sulla diffusione della banda larga in Italia. Ed è un quadro preoccupante quello che dipinge l’associazione degli operatori alternativi nelle connessioni veloci, in occasione della presentazione a Bruxelles della loro survey sulla diffusione del broadband in Europa. E le previsioni si fanno più nere in previsione della Next generation network (Ngn), la rete ad alta velocità. Se in media un cittadino su 5 ha oggi una connessione a banda larga, il mercato degli operatori maggiori ha una quota pari in media al 50 per cento, mentre la crescita in media prosegue lentamente, al ritmo del 10 per cento annuo. In più esiste il rischio di una competizione drogata, visto che gli ex monopolisti continuano a richiedere una moratoria sull’accesso in fibra ottica della Ngn: se venisse concessa, la loro quota di controllo oscillerebbe tra l’80 e il cento per cento. «La gente non si rende conto che la possibilità di scelta per un operatore o per un altro dipende da quanto i regolatori abbiano dato libertà d’accesso all’ultimo miglio», dice Innocenzo Genna, presidente di Ecta, «E i policy maker non lo con-

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Nuovo record storico per la benzina Nuovo record storico per i prezzi della benzina che ieri mattina si sono spinti a quota 1,413 euro al litro, livello mai raggiunto in precedenza. Lo si rileva dall’aggiornamento dei listini di ”Quotidiano Energia” che mostra la raffica di rincari che ha riguardato quasi tutti i principali marchi sia per la benzina sia per il diesel. Il precedente picco massimo della verde era stato toccato il 18 luglio 2006, quando arrivò a 1,409 euro al litro.

Il 60 per cento dei cantieri è irregolare» Il ministro del lavoro, Cesare Damiano ha ricordato che «nel 60 per cento dei cantieri edili sono state individuate situazioni irregolari per la mancata applicazione di norme di sicurezza. In 17 mesi - ha aggiunto il ministro - sono state chiuse, grazie ai controlli effettuati, circa 3.042 imprese edili. Naturalmente sono tutt’altro che felice del fatto che si chiudano imprese, ma se il 40 per cento ha poi riaperto vuol dire che si sono ottenuti dei risultati».

Finmeccanica: due contratti con Airbus

La diffusione delle connessioni veloci non supera il 16,5 per cento. Si paga il peso di Telecom e la mancanza di sanzioni siderano un pericolo, perché l’alternativa che abbiamo oggi tra più operatori può finire in futuro, se non manteniamo il mercato aperto e competitivo». Ma la situazione, non rosea per l’Europa, è peggiore in Italia. Dove, secondo la ricerca, la diffusione della banda larga è più bassa della media Ue (16,5 contro il 20 per cento). E sempre più distante da Fran-

cia, Regno Unito, Germania, ma anche dall’Irlanda. Per non parlare dei Paesi nordici. Se non bastasse ancora, l’Italia è anche il Paese dove l’ex monopolista (oggi incumbent), Telecom, ha la quota di mercato in assoluto più alta. Situazioni peggiori si riscontrano soltanto a Cipro e in Lussemburgo. Per Genna i maggiori ostacoli sono l’atteggiamento di Telecom, che si preoccupa di aumentare la propria quota ai danni dei concorrenti – per mezzo del winback – senza far crescere il mercato, e una regolamentazione che, seppure valida in astratto, non si traduce poi in sistemi sanzionatori incisivi. L’unica via per garantire la concorrenza? «La separazione funzionale della Rete».

Finmeccanica, attraverso Sirio Panel, azienda controllata da Selex Communications, ha siglato con Airbus due contratti per oltre 100 milioni di dollari per lo sviluppo e la fornitura di unità di controllo di interfaccia con i sistemi avionici e per la realizzazione dell’impianto d’illuminazione della cabina di pilotaggio per il nuovo velivolo dell’Airbus. Sirio Panel svilupperà l’interfaccia pilota/sistemi avionici dell’unità di controllo (Integrated Control Panel) e l’impianto luci per l’illuminazione della cabina di pilotaggio. ”Essere stati scelti da Airbus - ha dichiarato Pier Francesco Guarguaglini, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica - in una rosa di competitor a livello mondiale è un motivo di grande soddisfazione e uno stimolo a investire sempre di più in ricerca e sviluppo’’. Intanto Mediobanca ha venduto la quota dell’1 per cento che deteneva nella controllata del Tesoro.

Lirosi: «Class action, lo strumento che mancava» Mister Prezzi (il Garante per la sorveglianza dei prezzi), Antonio Lirosi parla di class action: «È uno strumento nuovo, innovativo e importante, che mancava per la tutela dei consumatori». Parlando di fronte alla platea di tutte le associazioni dei consumatori italiane, Lirosi ha sottolineato che «La normativa avrà bisogno di una serie di ’tagliandi’ per verificarne, con la concreta appilicazione, i limiti, ma è comunque stata colmata una grande lacuna».

Alitalia, trattativa alle battute finali? Domani Maurizio Prato sarà a Parigi per le trattative per la vendita di Alitalia ad Air France. Intanto è giallo sull’incontro tra i sindacati e il numero uno francese, Jean Cyril Spinetta. Va avanti invece il trasferimento delle competenze dell’assegnazione degli slot da Assoclearence all’Enav. Il viceministro Cesare De Piccoli ha fatto sapere: «C’è un regolamento comunitario che va applicato».

Il responsabile del Lavoro vuole introdurre voucher per pagare salari e contributi ai lavoratori stagionali. Sul modello di Francia e Germania

Cesare Damiano si congeda da ministro con i buoni vendemmia di Giuseppe Latour

ROMA. Il clima preelettorale prevederebbe per i ministri in carica giornate di ordinaria amministrazione. Per quasi tutti, ma non per Cesare Damiano. Perché il ministro del Lavoro, preso tra circolari per lo scalone e la sicurezza del lavoro, vuole lasciare il suo incarico dando alla luce i buoni vendemmia. Questo è un provvedimento fortemente voluto da Confagricoltura, pensato per andare incontro ai lavoratori stagionali, categoria a volte maltrattata da Prodi e i suoi. «Si tratterebbe di una cosa importante», ha sottolineato Damiano in visita in Toscana, a Montalcino, «perché è indirizzato ai pensionati e agli studenti per quel tipo di lavoro, che consente di avere un voucher che contiene retribuzione, garanzie di sicurezza e contributi. Insomma un vantaggio per tutti». Per ora, conclude, è soltanto «un’ipotesi di at-

tuazione a cui stiamo lavorando. Purtroppo la crisi di governo ha impedito la conclusione anche di cose già decise, ma sono ottimista». Il meccanismo è semplice, e riguarda la raccolta di uve a partire dalla prossima stagione. Il datore di lavoro acquista dei voucher in tabaccheria o all’Inps, dal valore di 10 euro, che includono 7,5 euro di pagamento e 2,5 euro per i vari oneri previdenziali. Con questi voucher è possibile pagare i dipendenti, prevalentemente occasionali, che in autunno affollano le regioni viticole italiane. E i vantaggi per lo Stato non sarebbero pochi: si salta a pie’ pari fenomeni come evasione e lavoro nero; ci sono indubbi vantaggi anche per gli imprenditori, che potranno usufruire di procedure fortemente semplificate, senza dover temere le perdite di tempo

dei controlli a sorpresa, le brutte figure delle multe e delle verifiche fiscali nelle vigne. Il ministro Damiano si dice ottimista sulla chiusura della partita in tempi brevi, e non ci dovrebbero essere ostacoli, anche se, visto l’affollamento del campo, un qualsiasi intoppo potrebbe rivelarsi fatale. Un po’ come era successo l’anno scorso, quando già si era parlato di far partire la sperimentazione, ma le condizioni difficili della stagione di raccolta, l’anticipo dei tempi e la difficoltà di trovare un accordo tra i vari soggetti coinvolti avevano portato a preferire il rinvio a data da destinarsi. Sarebbe un peccato che le difficoltà si riproponessero anche quest’anno, visti gli ottimi risultati che la misura ha dato negli altri Paesi dove è stata adottata negli anni passati, come Francia, Germania e Spagna.


cultura

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L’allarme lo ha lanciato Tzvetan Todorov nel suo ultimo libro, edito da Garzanti

Letteratura in pericolo per colpa della scuola di Pier Mario Fasanotti allarme è uno di quelli da prendere sul serio: stiamo smarrendo il senso profondo (e il gusto) della letteratura. O per distrazione, o perché indotti a tralasciare il contenuto dei grandi capolavori a vantaggio del loro esame secondo le leggi dello strutturalismo. In parole più semplici: invece di esaminare, per esempio, un edificio, godere della sua bellezza architettonica, teniamo lo sguardo fisso sulle impalcature. In questo modo perdiamo di vista il nucleo e il significato dell’opera. Mettiamo da parte l’esempio e torniamo al libro: ecco, rischiamo che si allontani da noi quella realtà profonda che è contenuta nei grandi romanzi, una realtà che spesso descrive il mondo e racconta i meccanismi dell’anima meglio di come fanno gli storici o gli psicoanalisti. Non è un caso che grandi verità interiori siano state dissotterrate ed esaminate prima che l’avessero fatto gli scienziati.

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L’allarme è ancora più severo perché lanciato da uno dei più stimati studiosi d’Europa, Tzvetan Todorov, bulgaro di nascita e francese di adozione. È appena uscito da Garzanti un suo libro denso e snello intitolato appunto La letteratura in pericolo (82 pagine, 11 euro). Todorov nella prefazione racconta la sua personale esperienza di lettore precoce, di come l’accostarsi alle storie narrate sia stato un efficace rimedio a certi suoi imbarazzi relazionali. Un percorso di studioso appassionato, sempre alla ricerca dei metodi più efficaci per scavare nel nucleo pulsante di un’opera narrativa. Traendo piacere, consolazione, e accrescendo la conoscenza. Insomma, nei libri buoni si afferra il significato e la complessità del mondo. Todorov mette sotto accusa sia i licei che l’università, responsabili di non aver corretto i guasti prodotti dal Sessantotto. Dice che “gli studi letterari hanno oggi lo scopo principale di farci conoscere gli strumenti di cui si servono”. Conseguenza: “A scuola non si apprende che cosa dicono le opere, ma che cosa dicono i critici”. Il triste quesito è questo: insegniamo un sapere che riguarda la disciplina stessa oppure il suo oggetto? Come fare ad appassionarci, per esempio, al “Processo” di Kafka quando si insiste sempre, nelle aule, sulla necessità di capire se Kafka appartenga al registro comico oppure no? “Siamo di fronte”sostiene Todorov “a un abuso di potere”. E a questo punto è inevitabile pensare all’arroganza di certi critici, sia in Francia che in Italia o altro-

Lo scrittore accusa il sistema didattico francese: «Non si apprende che cosa dicono le opere, ma che cosa dicono i critici» ve, mai così umili da accettare la verità secondo cui “noi non siamo altro che mani sulle spalle dei giganti”. Sbadiglieranno i giovani quando viene loro detto: “Questa settimana abbiamo studiato la metonimia, la prossima volta ci occuperemo della personificazione”. Eh già, ma quando capiremo e gusteremo “I fiori del male”di Baudelaire?

A proposito del Sessantotto, Todorov ha un giudizio equilibrato e inflessibile: “Lo spirito del Maggio ’68, che non aveva nulla a che vedere con gli orientamenti degli studi letterari, rivoluzionò le strutture universitarie e modificò profondamente le gerarchie esistenti. Il movimento del bilanciere non ha trovato un punto d’equilibrio, ed è andato molto lontano dalla parte opposta: oggi contano solo gli approcci interni e le categorie della teoria letteraria”. A quei tempi lo studio del significato di un romanzo veniva guardato con sospetto, “lo si accusava di non diventare abba-

stanza scientifico, ed era lasciato ad altri commentatori che godevano di scarsa reputazione, scrittori e critici di giornale. La tradizione universitaria non considerava la letteratura come l’incarnazione di un pensiero e di una sensibilità, né come interpretazione del mondo”. Sarà anche per questa ragione che in Francia, in pochi decenni, il numero degli studenti che non manifestano interesse all’indirizzo letterario è passato dal 33 al 10 per cento di tutti coloro che conseguendo un diploma in materie scientifiche, economico-sociali, e umanistiche.

Accennavamo prima allo strutturalismo come strumento di studio. Ebbene, ora c’è il cosiddetto post-strutturalismo che pur volendo “affrontare la verità del testo, ha come commento invariabile che non si troverà mai una risposta: il testo può trasmettere una sola verità, ossia che la verità non esiste o che resterà sempre inaccessibile”. Poi ci sono

Sopra ”Il libro aperto” di Juan Gris (1925); a sinistra Tzvetan Todorov

i nichilisti. Che dicono: gli uomini sono stupidi e cattivi, le distruzioni e le violenze svelano la verità della condizione umana e la vita è “l’avvento di un disastro”. Tutto questo influenza chi scrive. Oggi aumenta il numero dei narratori compiaciuti e narcisistici, “che descrivono minuziosamente le loro più piccole emozioni, le loro più insignificanti esperienze sessuali, le loro futili reminiscenze: tanto il mondo appare ripugnante, tanto il sé è affascinante”. Siamo al solipsismo, dal nome della teoria filosofica secondo cui noi siamo gli unici esseri esistenti. Se il nichilista “omette di includere nel quadro desolato che dipinge un posto per sé e per i propri simili, il solipsista trascura di rappresentare il quadro umano e materiale che rende possibile la sua stessa esistenza”. Todorov lancia le sue frecce all’apparato didattico francese, ma ci sentiamo di dire che l’accusa trova un riscontro, eccome!, anche in Italia.


sport

26 febbraio 2008 • pagina 21

Giovani ignorati nei vivai e rapiti dagli inglesi: l’ultima fuga dal Belpaese

L’Italia che fa scappare anche i talenti del calcio di Italo Cucci Arsenal che ha rinunciato – per i petroldollari degli emiri – all’antica “casa”di Highbury e al marchio storico dei Gunners per farsi fabbrica globalizzata di giovani talenti rischia di andare fuori dalla Champions per mano del Vecchio Milan, che alla tradizione invece non rinuncia. Certo Ancelotti, tecnico felicemente innestato nella tradizionale linea “italianista” del Milan, sfida e onora in qualche modo la linea verde di Arsène Wenger, il rivoluzionario alsaziano, con il baby Papero Pato, diciott’anni e scarpette color becco d’oca. E i tifosi dell’Inter hanno forse pensato che Mancini avrebbe potuto giocarsi in Champions Supermario Balotelli, neanche iscritto e lasciato a mordersi le unghie davanti alla tivù.

L’

Campioncini di ieri e di oggi alla ribalta del calcio. In alto un giovanissimo Gianni Rivera, sopra Francesco Totti; a destra Roberto Baggio; sotto Diego Armando Maradona agli esordi; in basso: a sinistra la stella del Milan Pato e a destra Giuseppe Rossi con la maglia del Villareal

La gioventù è la vera ricchezza del calcio. Quando racconto le storie vissute durante il mio lungo viaggio nel mondo del pallone, non posso fare a meno di ricordare l’esordio del diciottenne Pelè nel mondiale svedese del ’58, dove segnò il gol più bello di tutti i tempi; l’anno dopo, esordiva in A, sedicenne, l’alessandrino Gianni Rivera, dal ’60 Golden boy del Milan. Mi sono via via goduto le primissime imprese di Maradona, Baggio, Del Piero, Totti e dei tanti loro compagni capaci di imporsi all’attenzione dei talent scout e della critica, mentre altrettanti – ne sono certo – si son perduti per l’incompetenza dei conservatori e il cinismo dei mercanti. La critica nostrana non ama i giovani, nel senso che non esiste cultura della ricerca sui campi minori, nelle squadrette

giovanili, nei vivai, anche se poi si esalta quando, rompendo il muro dell’indifferenza, qualche talento adolescente esplode nel gol “importante”. Una prova? La settimana scorsa, a Londra, l’Arsenal ha mancato d’un soffio la vittoria sul Milan a un minuto dalla fine quando il supervalutato togolese Adebayor ha spedito sulla traversa un pallone d’oro. Nessuno s’è preso la briga di notare che quell’unica vera ancorché tardiva azione da gol era stata propiziata da un ragazzo dell’89 appena entrato in gioco e giudicato “s.v.” – senza valore – dai distratti osservatori che s’e-

Scopriamo Pato ma non vediamo i nostri sedicenni, dal siciliano Vincenzo Camilleri, preso dal Chelsea, a ”Giuse” Rossi che incanta la Spagna rano persi la sua strepitosa performance d’un attimo e il suo cross potente e preciso. Theo Walcott, senza valore. Di più: qualcuno, riferendo della presenza di Fabio Capello alla partita, ha ironizzato sul fatto che il ct della nazionale non avesse inglesi da osservare nelle file della multinazionale Arsenal. «Cos’hai visto d’interessante?», gli ho chiesto il giorno dopo. Risposta facile facile: «Theo Walcott». Il ragazzino del Middlesex era stato portato ai mondiali di Germania da Ericsson, al quale era mancato il coraggio di buttarlo nella mischia, costretto a preferirgli i soliti noti dai critici e dalle Wag ( Wives and girlfriends, mogli e fidanzate) di un’Inghilterra ormai alla deriva. Theo Walcott è dunque entrato a far parte del Club Capello, necessario soccorso per il vivaio dei Leoni che si è brutalmente impoverito negli anni a causa della cultura globalizzante delle squadre maggiori. Quasi tutte hanno preferito cercare ragazzini all’estero piuttosto che nei vivai nazionali ormai demoliti; o meglio: dedicati ai piccoli stranieri. È di pochi giorni fa l’ennesimo “scandalo” esploso in Italia per il “rapimento” di un sedicenne sici-

liano, Vincenzo Camilleri, nato a Gela il 6 marzo del ’92, ammaliato e portato in Inghilterra da emissari del Chelsea, che già da anni si rifornisce di giovani in Italia come il Manchester United.Vincenzino militava nelle giovanili della Reggina e la sua fuga – autorizzata dai genitori e favorita dall’agente il cui nome è tutto un programma, Busardon – è stata così raccontata dal presidente calabrese Lillo Foti: «I sig.ri Frank Arnesen e Carlo Jacomuzzi, utilizzando gli elicotteri di Abramovich, sono sbarcati all’interno di un territorio non di loro competenza, quale il centro sportivo S. Agata, e lo hanno saccheggiato, mettendo in mostra potenza e denaro. Un altro talento del calcio italiano è stato sottratto al nostro mondo». (Vale la pena ricordare che l’estate scorsa Foti ha ceduto al Manchester City Rolando Bianchi, vero talento, capocannoniere del campionato, perché gli inglesi gli avevano offerto più quattrini. Bianchi, per fortuna, è stato riportato in Italia dalla Lazio). I genitori di Vincenzino hanno fatto sapere che la scelta inglese – concordata con il ragazzo – ha motivazioni diverse da quelle economiche: la Reggina offriva più soldi, il Chelsea una carriera più brillante. Il più importante giocatore del Chelsea, negli ultimi anni, è stato Gianfranco Zola, bruciato in Italia, Baronetto in Inghilterra.

Ai presidenti italiani che hanno subito solidarizzato con Foti chiedendo interventi dell’Uefa, della Fifa e della solita Procura, verrebbe voglia di chiedere quanti teneri virgulti militano nelle loro squadre, quanta fiducia hanno nei giovani e se conoscono la storia di Giuseppe Rossi, detto Joe Red o anche “Giuse” da sir Alex Ferguson che lo volle al Manchester United e l’ottenne, senza doverlo “rapire”, dal disastrato Parma di Tanzi. Giuseppe è nato negli Stati Uniti nell’87: nel 2000, appena tredicenne, ha scelto Parma, e l’Italia, per amore della maglia azzurra. Che ha indossato con onore e gol nell’Under 21 nonostante l’esilio inglese. Prestato al Parma l’anno scorso, nonostante avesse segnato i gol della salvezza dei gialloblù, è stato rispedito al mittente e il presidente del Parma, Ghirardi, è uno di quelli che solidarizza con Foti. Oggi “Joe Red”gioca nel Villareal, è osannato dalla stampa spagnola, presto sbarcherà nella Nazionale di Donadoni. Diranno che è un Giovane Italiano. Oh yes.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog LA DOMANDA DEL GIORNO

Caro-prezzi, di chi le responsabilità? La colpa è della politica e dei cittadini incapaci di autoproteggersi dalla politica La colpa del caro-prezzi andrebbe equamente distribuita tra la politica e i cittadini incapaci di autoproteggersi dalla politica. Una volta entrato in vigore l’euro, sia il governo Berlusconi sia il governo Prodi non hanno voluto inserire da subito il doppio prezzo sui prodotti. E così i furbetti della distribuzione e i negozianti meno scrupolosi hanno realizzato l’inganno a nostre spese. Ma noi cosa abbiamo fatto per proteggerci? Poco o niente. A parte qualche brontolio, nulla che somigliasse a una sana rivoluzione dei costumi, per esempio il tentativo di saltare gli anelli viziosi che legano i beni alimentari dalla produzione alla vendita. Potevamo ripristinare l’antico costume di acquistare direttamente alla fonte, mortificando ogni speculazione intermedia. Se non l’abbiamo fatto, è perché la nostra pigrizia bovina è più forte della nostra povertà crescente e del nostro orgoglio davanti alle umiliazioni. Cordialità.

Camillo Leonardi - Roma

Né Pd né Pdl hanno ancora spiegato se e come intervenire per risolvere la questione Il caro-prezzi è un castigo prodotto dall’insipienza della sinistra alleata delle grandi banche e della destra incapace di superare il proprio vecchio sguardo, liberista e ottocentesco. Sarebbe bastato sorvegliare il circuito della distribuzione, inserire il doppio prezzo in euro e in lire, e intervenire sui salari quel tanto che basta a non penalizzare il ceto medio. Detto questo, né il Pd né il Pdl hanno ancora spiegato se e come interverranno per risolvere la questione. Ma nemmeno la sua Udc mi sembra avere una ricetta pubblica da sottoporci. Dunque le giro la domanda: secondo lei un partito di centro tra-

dizionalmente legato alla media impresa e ai piccoli risparmiatori, ai dipendenti pubblici e ai commercianti assediati dai supermarket, come e dove può muoversi per aiutarci? Grazie per l’ascolto e buon lavoro.

Gino Ferrucci - Napoli

Il mercato ci guarirà senza bisogno di troppi interventi Ma quale caro-prezzi, amici di Liberal. Il mercato si autogoverna e prima o poi farà giustizia dell’impennata per restituirci una sana e credibile flessione. Se crollano i consumi, non c’è più spazio per speculatori e sovrapprezzi.Vedrete, vedrete, il mercato si (e ci) guarirà senza bisogno di troppi interventi. In amicizia.

L’unica soluzione, liberalizzare il più possibile L’inflazione ha cause diverse a seconda del bene in considerazione. Per quanto riguarda i generi alimentari e i prodotti petroliferi la causa è unicamente un aumento della domanda mondiale e la impossibilità di aumentare di altrettanto l’offerta nel brevissimo periodo. Per quanto riguarda i prezzi amministrati la causa sta nella decisione fondamentalmente politica di aumentarli (a volte perché effettivamente troppo bassi). Per quanto riguarda i prezzi dell’energia scontiamo sicuramente una passata mancanza di investimenti nel nucleare e una praticamente totale dipendenza dall’estero per quanto riguarda gli approvvigionamenti. Ad ogni modo tenere i prezzi bassi per via amministrativa provoca ben più danni di quanti ne risolva, per cui l’unica soluzione adottabile, ma che dà effetti non immediati, credo sia liberalizzare il più possibile.

Massimo Bassetti

Donato Pecorella - Como

Lo Stato deve calmierare i prezzi e ossigenare il potere d’acquisto innalzando i salari Spiace doverlo ammettere ma la responsabilità del caro-prezzi è di tutti gli illusi (moderati compresi) convinti che il liberismo finanziario sia un corpo virtuoso separabile dalla politica. Il presunto disinteresse di chi ci dice che i prezzi li stabilisce il mercato è un male ideologico che ha impoverito gli italiani e declassato le funzioni primarie del decisore politico. Quando occorre – e in questo caso eccome se occorre – lo Stato deve farsi carico di calmierare i prezzi e ossigenare il potere d’acquisto innalzando i salari. Se necessario tassando le rendite superiori alla quota media del risparmio piccolo borghese, lì dove finisce la liquidazione dello statale e comincia il parassitismo speculativo che ha contraddistinto la nuova economia occidentale negli ultimi anni. Distinti saluti

Piero Lamarmora - Teramo

LA DOMANDA DI DOMANI

Ce la farà Zapatero a conquistare il secondo mandato?

CONTROCORRENTE Si torna a votare dopo il governo più breve della storia repubblicana. A regolare il voto sarà la tanto criticata legge elettorale che, tra le altre cose, attribuisce il 55% dei deputati alla lista che ottiene più voti. Ne risulta che la competizione per il governo dell’Italia sarà tra il Popolo della Libertà (Pdl) e il Partito democratico (Pd) e saranno i voti del 13 e 14 aprile a decidere chi dei due governerà il paese, perciò dal mio punto di vista ha poco senso votare per le liste minori che si presentano per difendere le identità politiche della prima repubblica. Che si tratti di Udc democristiane, arcobaleni comunisti, rose socialiste o fiamme da destra storica, sono il tentativo di mantenere in vita un passato, che non va cancellato ma superato. Anche la monarchia dei Savoia ha mille ragioni per difendere la sua identità e la sua lunga storia che coincide, per tanta parte, con la nostra storia nazionale. Ma, dopo il fallimento della monarchia italiana nella gestione del governo fascista, nell’alleanza con la Germania e la conseguente sconfitta dell’Italia nella seconda guer-

Sabrina Lai - Cagliari

Speriamo che Veltroni non sia distruttivo come Prodi La colpa dei rincaro dei prezzi, se colpa c’è, è di chi ci ha trascinato nell’euro senza aver prima rassettato a dovere i conti pubblici. Ricorderà il buco tremendo ereditato dal governo Berlusconi nel 2001, quando l’Italia era “gloriosamente” entrata nell’eurozona con un cambio relativamente favorevole per le esportazioni, ma con un disavanzo tutt’altro che in linea con Europa. Tremonti ha fatto il possibile, reclamando perfino le banconote da un euro per ridurre la dispersione di liquidi dalle nostre tasche, ma è chiaro che l’Italia non era pronta per un’economia competitiva come quella del Continente. Insomma colpa di Prodi, e speriamo non sia Veltroni a terminare l’opera distruttiva. Saluti berlusconiani.

Guido de Nardis Verona

A quando le quote rosa anche nel partito di Casini? A parte la Brambilla e la Prestigiacomo, quali quote rosa spendibili ha Berlusconi? All’interno di Alleanza nazionale invece ce n’è più d’una davvero valida: la serissima Roberta Angelilli, capodelegazione di An al Parlamento europeo ormai da molti anni (ci auspichiamo presto di vederla all’opera anche qui in Italia), la ormai nota Giorgia Meloni (anche se deve finire di for-

dai circoli liberal

Rispondete con una email a lettere@liberal.it

marsi), la granitica Adriana Poli Bortone (spero non la confinino alla guida della Puglia). E poi Barbara Saltamartini, del Dipartimento pari opportunità, e perché no, anche la giornalista Rita Fantozzi, che ha preso il posto di Sottile al fianco di Gianfranco Fini. Direttore, a quando ”le colonnelle” anche nell’Udc?

ra mondiale, la monarchia resta una grande storia ma è stata superata. Così, anche i partiti storici del secondo dopoguerra hanno fallito il compito di governare il passaggio del nostro paese dalla guerra fredda alla modernità. La maggior responsabilità è certo della sinistra storica, che comincia a dire adesso, con Veltroni, cose che dovevano essere dette e fatte almeno 20 anni fa. Ma alla fine le accuse reciproche e il gioco al massacro, a spese dell’Italia, ha coinvolto tutti i protagonisti politici della prima repubblica, portando l’Italia nel pantano in cui si trova. Da questo punto di vista va riconosciuto a Forza Italia e alla Lega Nord, di essere state le novità politiche che hanno rotto lo schema fallimentare dei partiti tradizionali. Carlo Bongioanni CLUB LIBERAL VOLPIANO

Caro Carlo, essere liberal vuol dire anche essere ”controcorrente” senza aver paura di non essere liberamente libero ed ”accettato”, o comunque come accade nel partito di Berlusconi, essere messo da

Quando cerchi l’essenziale non entrare mai nelle sezioni Quando cerchi risposte alle tue ansie d’infinito, di luce e di pace. Quando cerchi ascolto, presenze gratuite e generose, parole sapienti e discrete. Quando cerchi una fonte per la tua sete per rimettere a punto la tua voglia di vivere e per ricominciare. Quando cerchi l’essenziale, ciò che aiuta a vivere, sai dove non andare: nelle sezioni e nelle casematte del potere dove si decidono le candidature per le prossime elezioni. Grazie dell’attenzione. Distinti saluti.

Pierpaolo Vezzani Correggio (Re)

parte. Capisco le tue osservazioni anche se non le condivido. Il popolo dei moderati, laici, cristiani e liberali è la maggioranza del Paese e come noi, più di ”nani e ballerine”, vuole gente seria e competente al governo come nelle istituzioni del nostro Paese. Sono sicuro del fatto che, al di là della ”forma” politica, continueranno ad unirci i contenuti. Con affetto. Vincenzo Inverso

SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

APPUNTAMENTI ROMA - VENERDÌ 28 MARZO 2008 Ore 11, presso l’Università Gregoriana, in piazza della Pilotta 4 Riunione mensile nazionale di tutti i Presidenti dei Circoli Liberal.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog Parliamoci e confrontiamoci, caro direttore, questo è un tema davvero ampio, complesso e molto interessante sul quale la esorto a dedicare qualche approfondimento futuro. Con stima porgo i miei saluti.

”Ti ho sempre dinanzi agli occhi”

Alberto Moioli - Milano

Tante, tante cose ti vorrei dire che mi si affollano alla mente e mi gonfiano in cuore e che diventano fredde e sciocche nella carta. Questo solo ti dico, che ti ho ancora e sempre dinanzi agli occhi, e sento che mi manca la più cara e la miglior parte di me stesso. Come hai fatto a prendermi così? Beata te che sei così giudiziosa ed equilibrata! Vedi che un po’ d’equilibrio l’hai dato anche a me! Però domani sera voglio essere a Milano, senz’altra dilazione e vuol dire che lontani per lontani guarderò almeno il posto dove ti vedevo passare dalla finestra. Che sciocchezze, eh? Ebbi la tua lettera come una carezza. Ma l’avevo aspettata tanto che sono andato ad aspettarla anche all’arrivo del corriere dall’Italia. Scrivimi al ”Continentale” dal giorno del tuo arrivo. Ti bacio quelle mani che mi attirano e mi tengono stretto. Addio. Giovanni Verga a Dina (Francesca Giovanna Castellazzi)

Il Kosovo ha diritto ad autodeterminarsi La questione riguardante il Kosovo è davvero complessa e al tempo stessa determinante anche per il futuro assetto politico sociale dell’intera Europa. Teniamo bene a mente i moniti lanciati dal Presidente russo Putin, ma ricordiamoci anche che per nostra natura, se davvero ci consideriamo difensori della libertà, dovremmo essere sempre favorevoli anche alla libertà di secedere. Si dice spesso che la nazione è fondata sul ”contratto” tra l’entità statale e il cittadino, che liberamente dovrebbe scegliere se avere o meno determinati servizi e in tal misura pagarne il relativo prezzo di mercato attraverso la tassazione (in tal caso tassazione non coercitiva). In questo contesto un gruppo di persone rappresentativo di una particolare zona, sia Regione o semplice Provincia, dovrebbe poter avere la libertà di organizzarsi, ascoltarne democraticamente la maggiornaza attraverso un’apposita consultazione popolare e decidere se conviene o meno ”secedere” e aderire a un altro parner, o addirittura se scegliere, sempre liberamente, di autogovernarsi, autoregolamen-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

L’Ue ha bollato l’Italia: è il Paese che cresce meno L’Unione europea ci ha bollato rivedendo i nostri conti praticamente a crescita zero. Noi cresciamo meno del resto d’Europa, ma i nostri prezzi crescono più di quelli degli altri Paesi. E’ chiaro che Veltroni non potrebbe fare altro che continuare lo sfascio perpetrato dal presidente del suo partito Romano Prodi.

Alessio Scarpati - Milano

tarsi, rendersi in poche parole indipendente. perché no? Osserviamo nel frattempo quanto sta accadendo nel mondo, e in particolare in Europa: guardiamo all’Olanda, alla stessa Spagna, e osserviamo anche quanto sono attive e prolifiche le nazioni più piccole. Osserviamo con stupore e quasi ammirazione l’organizzazione dei cantoni della Svizzera, tanto autonomi da riuscire a contrastare la stessa unità centrale federale. Questa è vera democrazia, questa è vera Libertà. Il Presidente Putin ci vuole mettere in guardia affermando che riconoscere l’indipendenza del Kosovo equivarrebbe a far scaturire a breve numerose nuove secessioni a catena nella nostra Europa.

il meglio di

Veltroni, Prodi, Di Pietro, ma dov’è il nuovo per il Paese? Veltroni dice: ”La destra è in affanno, si rende conto che gli italiani vogliono voltare pagina”. A Roma si dice: ma ci fa o ci è? Nuovo partito (Pd) con Prodi presidente, Veltroni segretario, Di Pietro, Bonino e altri soliti eventuali ministri. Dove è il nuovo per voltare pagina?

Angela Crispi - Roma

PUNTURE È chiaro, quel cinematografaro di Veltroni s’ispira ai fratelli Coen: “Questo non è un paese per vecchi”. Giancristiano Desiderio

Mancare di una cosa è piuttosto seccante, ma possederla è intollerabile JOHN VANBRUGH

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei,

NAZIONALIZZAZIONI CONTRO L’OCCIDENTE Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha annunciato di avere ricevuto dalla Cina finanziamenti per 4 miliardi di dollari, in esecuzione di un accordo del 2007 che prevede la restituzione in petrolio. Chavez vuole ridurre i rapporti con gli Stati Uniti, tradizionale acquirente del greggio, e, mentre apre ai cinesi, prosegue nella nazionalizzazione a danno di altre ditte estere. Con il prestito saranno realizzate opere pubbliche. Chavez ha parlato di un grande risultato, dicendo in tv che “è la prima volta che la Repubblica popolare cinese, da quando è sorta, stipula un accordo di questo tipo”. Il Venezuela nel 2006 ha nazionalizzato i giacimenti petroliferi, con una legge che obbliga le ditte estere a cedere almeno il 60% delle quote delle attività. Ha concordato un indennizzo di circa 1,8 miliardi di dollari complessivi alla francese Total, alla norvegese Statoil e all’italiana Eni. L’Eni riceverà 700 milioni per l’impianto di Dacion. Mentre c’è polemica con la statunitense Exxon Mobil: le sono stati offerti 1,2 miliardi ma ne chiede 12. Si attende la decisione di un tribunale internazionale collegato alla Banca mondiale. Questo “spostamento” del petrolio dall’Occidente all’Asia è ritenuta una delle ragioni dei recenti aumenti.

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Giancristiano Desiderio, Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

”IL TESTO DEI MEDICI È FALSO” Un documento «choc» che però non è quello votato dal

consiglio dei 103 presidenti degli Ordini provinciali dei medici: è l’accusa lanciata dal quotidiano dei vescovi ”Avvenire” contro la nota diffusa sabato - in nome dell’associazione dei camici bianchi - su aborto, pillola del giorno dopo, diagnosi pre-impianto nella fecondazione assistita e assistenza ai neonati estremamente prematuri. Si tratta «di un fantomatico documento», afferma il giornale cattolico: il consiglio nazionale della Fnomceo - spiega Avvenire - aveva in realtà approvato una riflessione in nove cartelle sul ruolo dei medici nella società. «Strane manovre - si legge nell’occhiello dell’articolo -: l’assemblea approva una relazione sulle politiche sanitarie in vista delle prossime elezioni. Invece alle agenzie di stampa ne viene inviata una su pillola abortiva e assistenza neonatale». ”Avvenire”attacca anche la candidatura dell’oncologo Umberto Veronesi nelle liste del Pd, come pure la presenza di radicali (il cui comitato nazionale ha dato nel frattempo il via libera all’unanimità alla mozione generale che prevede di dare ”immediata attuazione” all’accordo elettorale e politico con il Partito democratico). «È impossibile ignorare quale sia l’antropologia di Umberto Veronesi», si legge in un editoriale firmato da Francesco D’Agostino. «È impossibile - aggiunge - ignorare la visione libertaria (e non liberale, come viene spesso arbitrariamente presentata) di chi ha sempre militato nel Partito Radicale» (…).

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PAGINAVENTIQUATTRO di Priscilla Del Ninno ià da tempo l’universo alternativo di celluloide gli riconosce un valore ai limiti del mitologico che è valso alla singolare coppia di cineasti addirittura la definizione di “regista a due teste”. Ma da domenica notte, con la conquista di tre Oscar film, regia, sceneggiatura non originale – grazie a Non è un paese per vecchi, Hollywood ha solennemente consacrato gli irriverenti fratelli Coen maestri d’arte e geni dell’industria a stelle e strisce.

G

Grotteschi, corrosivi, destabilizzanti, i due eclettici talenti del Minnesota – Joel laureato in cinematografia alla New York University, e Ethan in filosofia a Princeton – da sempre mescolano alchemicamente grammatica cinematografica e lessico creativo astratto, paradossalità istrionica e iperrealistico superamento delle convenzioni autoriali. Anche per questo individuare la suddivisione dei ruoli nel corso della lavorazione di un loro film, è difficile almeno quanto definire il genere d’appartenenza del prodotto finito, sospesi come sono tra la sophisticated comedy e la pop art, ma al tempo stesso capaci di miscelare trasgressivamente sulla tavolozza del grande schermo le tinte fosche del thriller e la fosforescenza del plot parodistico, sintetizzando - specie in quest’ultima fase della loro carriera - i più disparati generi cinematografici.

DUE GENI DA OSCAR

E allora, da Barton Fink (del ’91) a Fargo (del ’96), passando per Il Grande Lebowski (1998) e L’uomo che non c’era (2001), e fino al pluripremiato domenica dall’Academy, Non è un paese per vecchi, i Coen, artisticamente nati sul finire degli anni Ottanta sotto la stella dell’impegno indipendente, e oggi incoronati con la palma dei migliori sulla ribalta più blasonata dell’industria cinematografica, tra trionfi cinefili del calibro di Blood simple (1985) o Crocevia

della morte (1990), e concessioni a un pubblico meno di nicchia tributate con titoli quali Prima ti sposo, poi ti rovino, (2003) e Ladykillers (2004), nel corso del tempo hanno strizzato l’occhio alla commedia musicale. Si sono addentrati fin nei meandri più reconditi del classico noir, per arrivare oggi con la loro ultima fatica a spingere fin sul crinale dell’estrema rivisitazione il western metropolitano, riletto con un crudo linguaggio pulp che si declina suggestivamente a surreali atmosfere crepuscolari.

Il loro schema narrativo, insomma, consiste proprio nel travalicare gli schemi, cambiando continuamente registro, non solo tra film e film, ma addirittura nell’ambito della

Il bis dei Ferretti Tra agonismo divistico e spettacolarità autocelebrativa questa 80a edizione degli Oscar ha premiato il talento europeo. A partire dai rappresentanti di casa nostra, i veterani Dante Ferretti e sua moglie Francesca Lo Schiavo, indiscussi maestri della scenografia mondiale, già vincitori dell’ambita statuetta per The Aviator di Scorsese, affiancati stavolta dal compositore toscano Dario Marianelli, per la colonna sonora di Espiazione. E se per Ferretti e signora, promossi dall’Academy per le ricostruzioni lugubri e misteriose della Londra ottocentesca del musical-horror di Tim Barton, Sweeny Todd, quella di domenica era la candidatura “n” e la vittoria bis, per il pisano Marianelli la conquista del titolo grazie al film di Joe Wright aveva tutto il carico di aspettative dell’esordio. A chiudere infine il palmares “europeo” di talenti trapiantati a Hollywood, il britannico Daniel Day Lewis (miglior attore con Il Petroliere); la francese Marion Cotillard, superba Edith Piaf ne La vie en rose (migliore attrice); e la scozzese Tilda Swinton per Michael Clayton, come lo spagnolo Javier Bardem, killer per i Coen in Non è un paese per vecchi, migliori interpreti non protagonisti.

I fratelli Joel e Ethan Coen soddisfatti per il successo di ”Non é un paese per vecchì”. A sinistra Dante Ferretti che con la moglie Francesca Lo Schiavo ha ricevuto l’Oscar per le scenografie

stessa partitura filmica, all’interno della quale accenti ossessivi e tonalità cupe lasciano imprevedibilmente il campo all’humour più dissacrante, all’illogicità più divertente. Manieristi quanto feroci, violenti quanto poetici, i fratelli Coen insomma hanno legittimato negli anni un loro originalissimo stile che, tra filosofia cinefila e maschere tragicomiche, ironia grottesca e spirito dell’eccesso; destrutturando gli archetipi tanto cari al cinema americano, confondendo i generi fino a superarli, affascina spiazzando e inquieta divertendo. Uno stile dal raffinato sapore europeo che, negli anni, è arrivato ad accattivare il pubblico americano, fino a sedurre gli ingessatissimi giurati del premio Oscar.


2008_02_26