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edele alla linea. Detta così e considerando la sua quarantennale militanza nella sinistra italiana, di Sergio Chiamparino rischierebbe di venirne fuori l’immagine guareschiana di uno di quei comunisti, o ex o post, trinariciuti e ottusi, tutto ideologia e disciplina di partito. Nulla di più lontano dalla realtà. E non solo perché il sindaco di Torino da quando aveva i calzoni corti ha frequentato quasi tutte le eresie di quel piccolo mondo antico – è stato giovane operaista dei Quaderni Rossi di Panzieri e Alquati, ammaliato dalle tesi di Tronti, sedotto da Ingrao, per un attimo persino tentato dall’estremismo di Potere Operaio, fino ad approdare in maturità verso i lidi dell’ala migliorista, la destra riformista del Pci, a lungo landa minoritaria nel gruppo dirigente del Bottegone – ma soprattutto perché massimalismo, ortodossia e rigidità intellettuale è quanto di più rifugge in politica.

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15 febbraio 2008 • pagina 9

La linea del 52 sbarrato che porterà

SERGIO CHIAMPARINO da Torino a Roma di Bruno Babando

Non ha mai lesinato critiche al quartier generale, a costo di rompere l’unanimità del gruppo dirigente, peccato grave che gli procurò l’esilio come portaborse a Bruxelles. Con pari temerarietà unita a una buona dose di azzardo, si è sbizzarrito, agli albori di Tangentopoli a congegnare alleanze inedite, tra Pds e la borghesia dei salotti finanziari subalpini, incarnati da Enrico Salza, dando vita ad Alleanza per Torino, gruppo antesignano dell’Ulivo, contrapponendo il Pds a niente-popò-di-meno-che Diego Novelli, storico sindaco in odore di santità, scandalizzando nel contempo compagni e benpensanti. E se i suoi blaterano di integrazione e multiculturalismo, lui invoca poteri speciali, maggiore presenza delle forze dell’ordine e controlli severi su campi rom e clandestini. Eppure anche questo Pierino sabaudo ha mantenuto un’intima coerenza, la fedele adesione a una linea, anche se non precisamente politica, almeno non in senso tradizionale. La sua linea è quella del 52 sbarrato, il bus che quand’era studente collegava il centro di Torino con Moncalieri, cittadina dell’hinterland in cui è nato e abitava. Lo ha raccontato lui stesso: «Sono sempre stato affascinato dal confronto estremo sulle idee, però poi tornavo a casa sul 52 sbarrato e mi chiedevo: ma tutto quello che abbiamo discusso cosa c’entra col fatto che siamo qui, sull’autobus, con queste quattro o cinque persone e con la loro vita di tutti i giorni?». Ecco la matrice del chiamparinismo, il tratto distintivo di quel mix di analisi spesso sofisticate e di proposte spesso azzardate, quella combinazione di elaborazione e concretezza, e già che ci siamo: la sintesi di prassi e teoria, che l’hanno imposto all’attenzione nazionale, come possibile ministro di un (improbabile) governo Veltroni, “ma anche” in un esecutivo di larghe intese o quello che (se) sarà a guida centrodestra. Industria, Attività produttive, Lavoro, Innovazione: sono alcuni dei dicasteri che ogni giorno gli vengono affidati. Un Chiamparino bifronte che reduce dalla popolarità macinata in due mandati a Palazzo Civico (l’ultimo stravinto al primo turno con un diabolico 66,6 per cento dei consensi) proietta ora le proprie ambizioni sulla scena dalla grande

Il sindaco più amato dagli italiani ha capito che ”non ci si divide più fra destra e sinistra, ma tra l’antipolitica e la politica del fare” politica, smarcandosi dagli ex compagni della sinistra radicale, arrivando a prospettare nuove maggioranze in nome del “fare” in grado di sbloccare un Paese ingrippato da veti incrociati, rendite di posizione, scorie ideologiche. «L’elettorato non si divide più tra destra e sinistra, ma tra l’antipolitica e la politica del fare. I cittadini chiedono ai politici di mettersi insieme e di fare qualcosa di buono». Con queste parole ha lanciato la sua personale provocazione in una recente intervista all’Espresso, suscitando il solito vespaio di polemiche da parte di alleati che sempre più apertamente gli rimproverano una leadership troppo solitaria e autoritaria, un eccesso di spregiudicatezza e una sconsiderata sintonia con i poteri forti della città. Cipiglio decisionista che infastidi-

sce la vecchia nomenclatura partitocratica e che, forse, sta all’origine della sconfitta all’elezione del segretario regionale del Pd, assegnata per un soffio da Gianfranco Morgando, ex democristiano imposto dalla fronda diessina. Sotto la Mole ci scherzano su e (con) fondendo Longanesi e Totò hanno coniato una pungente, benché non proprio originalissima, massima: Chiamparino ha sempre ragione, a prescindere.

Saranno pure lazzi di invidiosi che rosicano dell’inarrestabile popolarità, frizzi di chi teme il suo debordante potere, sarcasmo a buon mercato di cicisbei frastornati dalle repentine sterzate dallo status quo, eppure sembra crescere il malcontento e persino un certo risentimento, per la verità tutto interno agli apparati e al ceto. Resta il fatto che il Chiampa è il sindaco più amato, e non solo in riva al Po: ogni sondaggio lo mette ai primi posti, se non al primo, per gradimento e capacità amministrativa. Una bella soddisfazione per chi si è ritrovato sulla poltrona di primo cittadino quasi per caso, nel 2001, quando si trovato suo malgrado a prendere il testimone da Domenico Carpanini, candida-

to stroncato da un infarto alla vigilia della competizione. Da allora un crescendo, da destra e da sinistra. Più da destra, verrebbe da maramaldeggiare, a giudicare gli attestati di stima che quotidianamente gli rivolgono gli esponenti del centrodestra, da Baget-Bozzo a Letta, da Fini a Casini.

Ovvio che se rupture sarà, chi meglio di lui che della rottura di consuetudini, di luoghi comuni, di appartenenze ne ha fatto uno stile politico e una cifra intellettuale saprebbe interpretare al meglio, sui banchi del governo, il nuovo clima? In fondo, è la risposta sabauda, quindi con molto understatement, al generone romano, al piacione da terrazza sul Pincio, e pure al sciur Brambilla, alle ganassate meneghine. Allo stesso modo, la summa del chiamparinismo, riassumibile nell’esageroma nen, non esageriamo, non è come potrebbe apparire l’invito alla morigeratezza, quanto piuttosto a stare con i piedi per terra, a non fasciarsi la testa di fronte alle difficoltà, a cogliere con coraggio la sfida. «Il coraggio della moderazione, la temerarietà della moderazione, la radicalità della moderazione». È la linea del 52 sbarrato.

2008_02_15  

russia S S e e l l ’ ’ U U d d c c c c o o r r r r e e d d a a s s o o l l a a c c a a m m b b i i a a t t u u t t t t o o i i l l n n o o s...