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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

Carte he di c a n o r c

Straborghese di Ferdinando Adornato

pagina 12

Sergio Ricossa

polemiche IL BLUFF DEL SALARIO MINIMO pagina 8

Giuliano Cazzola

russia

Se l’Udc corre da sola cambia tutto il nostro sistema politico

Ma la corruzione dilaga

Se il rublo fa boom

Poste italiane spa • Spedizione in abbonamento postale d.l. 353/2003 (conv. in L. 27-02-2004 n.46) art. 1; comma 1 - Roma

Francesco M. Cannatà pagina 10

economia

Crollano i consensi del leader francese: un avviso

Quattro poli alle pagine 2, 3, 4

VENERDÌ 15

FEBBRAIO

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2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

alle pagine 2, 3, 4 e 5

5

NUMERO

26 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

PRIVATIZZAZIONI, L’OCCASIONE DI ALITALIA pagina 18

Alberto Mingardi

sport BUFERA SUGLI ARBITRI: QUANDO SBAGLIAVA CONCETTO LO BELLO pagina 21

Italo Cucci

80215

9 771827 881004

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Tutti gli effetti della scelta dell’Udc di difendere simbolo e autonomia politica

In realtà c’è un solo partito e tre coalizioni mascherate di Renzo Foa e la scelta compiuta dall’Udc ha il senso di difendere il valore della presenza dei moderati nella politica italiana rifiutando di nasconderla in un’alleanza trasformata improvvisamente in un listone unico, si può cominciare a immaginare l’impatto che potrà avere. A immaginare, cioè, che la tutela di un simbolo non è solo dovuta a motivi di orgoglio, ma ad aprire la prospettiva di un altro polo, omogeneo per principi di riferimento, per ispirazione, anche per interessi sociali. Le ragioni contingenti della scelta sono quelle dell’aut aut di Berlusconi. Ma dietro c’è un percorso. Quando Casini sosteneva senza deflettere una legge elettorale fondata sul modello tedesco, certamente pensava alla costruzione di un soggetto capace di rappresentare una novità nei processi innescati dall’esaurimento del bipolarismo. La novità di un’area moderata capace di contribuire a rimettere in moto il sistema politico, superando la logica del muro contro muro e trasferendo la sfida dai bunker dei due schieramenti ad uno spazio aperto. Guardando al futuro, questo era il modello tedesco. E non a caso altri avevano la stessa convinzione. Penso a D’Alema e a Rutelli, entrambi in sofferenza in un sistema bloccato, come era quello in funzione fino alla crisi del governo Prodi. Sistema che resterebbe in gran parte bloccato, se l’epilogo di questo passaggio fosse l’instaurazione di un bipartitismo con i due «grandi partiti» presenti ora sulla scena. Quando ci chiediamo cosa siano effettivamente il Pd e il Pdl, aldilà dell’immagine che viene loro costruita attorno, la risposta non è certo quella dell’annuncio di una stabilità ritrovata.

Il discorso sulla creatura di Berlusconi e Fini è ancor più crudo. Appare al momento un po’ un colpo di immagine un po’ una scorciatoia elettorale. Alleanza Nazionale e Forza Italia manterranno le proprie strutture. Il passaggio da accordo di lista a partito organizzato avrà probabilmente tempi molto lunghi e non si preannuncia indolore. Ma è l’integrazione dei cespugli a completare un disegno che anche in questo caso rivela che si tratta di una coalizione ristrutturata. Perché, anche pensando ad un unico gruppo parlamentare, dovrebbe funzionare meglio che in passato?

Partiamo dai democratici. È vero che sono nati da un tormentato processo di fusione tra Ds e Margherita. È vero che c’è stato il passaggio delle primarie. Ma è anche vero che a prevalere resta sempre l’immagine del leader, che resta quella della promessa. Veltroni è sempre stato una promessa. E oggi il Pd è la promessa di una forza dalla «vocazione maggioritaria» che però resta una miscela difficilmente amalgamabile di culture, di personale politico, di poteri. O, meglio, un contenitore dove c’è spazio per tutti, ma ad una condizione:

Il bipartitismo che è stato preannunciato dalla trattativa diretta tra Veltroni e Berlusconi per la riforma elettorale e che ha preso forma, grazie ad un’intensa campagna mediatica, nel momento della caduta del governo Prodi non sembra offrire quelle garanzie di stabilità e di governabilià che tutti inseguono. Il clima più disteso e il linguaggio meno polemico sembrano solo propedeutici al raggiungimento di accordi sulle nuove regole , anche, a parlare ad un’opinione pubblica sulla cui stanchezza verso il bipolarismo

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quella di sciogliere i problemi, solo nel momento in cui diventano ineludibili. Era dunque ineludibile la rottura con l’area che oggi è diventata «Sinistra arcobaleno», era ineludibile «andar da soli», escludendo i cespugli radicali e socialisti, ma accogliendo solo Di Pietro, attraente in quanto rappresentante dell’antipolitica benché pesante quanto a simbolo. Ed era e resta ineludibile anche la scelta di non strutturare compiutamente il Pd, di preferire un mix movimento-leader, per mantenere la natura di un contenitore allargato, più simile quindi ad una coalizione che ad un vero e proprio partito, perfino ad un partito leggero.

blindato è già stato scritto tutto e il contrario di tutto. Paradossalmente si parlava di un bipartitismo futuro, senza tener conto della «Sinistra arcobaleno». In fondo si sarebbe dovuto parlare di tripartitismo, visto che l’area guidata da Fausto Bertinotti e composta da quattro soggetti è stata condannata a mettersi insieme e a prospettare un salto verso il futuro, con equivoci simili a quelli che fanno da zavorra al Pd e al Pdl, a cominciare dal primo, cioè di essere una coalizione sotto mentite spoglie. Il terzo meeting point fissato dopo il fallimento di un’esperienza di governo che è stata anche il fallimento di una legi-

Casini ha davanti una campagna elettorale difficile. In primo luogo dovrà contrastare la paura che un suo buon risultato possa favorire la sinistra slatura (fortunatamente breve), ma che è stata soprattutto il punto di massima crisi nel rapporto tra politica e pubblica opinione. C’era un rischio vero: che nonostante il cambiamento di sigle e nonostante la semplificazione delle rappresentanze, in realtà il sistema non fosse destinato a cambiare.

L’autonomia che l’Udc ha affermato, difendendo il proprio simbolo, può in questo quadro diventare la novità destinata a rimettere in movimento la politica. Non si tratta in questo caso di una coalizione, per quanto piccola, che si offre all’elettorato. È semmai il contrario. Davanti a forze che hanno rinunciato alla propria identità – è successo a tutte, da Rifondazione, ai Ds, alla Margherita, a Forza Italia, ad An e così via – il partito di Casini ripropone la sua identità. È l’espressione intanto del ritorno della questione del voto cattolico, anche se in termini completamente diversi rispetto ai tempi della Dc. In questo quindicennio il cattolicesimo italiano si è profondamente trasformato, soprattutto ricostruendo un forte impianto culturale. Abbiamo trattato l’argomento sul numero di liberal di ieri.

Ma, sul piano più strettamente politico, il fatto più rilevante è la riproposizione di un’identità centrista, dopo la stagione del bipolarismo blindato. È la possibile alternativa alla soluzione, prospettata in questi mesi, di uscire dalla crisi con un bipolarismo soft, ma con gli stessi protagonisti (salvo il ritiro di Romano Prodi). È la possibile alternativa ad improvvisazioni politiche di cui è difficile capire la cultura. Quale è la cultura del Pd? Qualle quella della «cosa rossa»? E quale quella del Pdl? È, in altri termini, la novità del possibile quarto polo di un sistema quadripolare, desinato a ridisegnare il sistema aldilà delle intenzioni di Veltroni e di Berlusconi. Un quarto polo, appunto centrista, tra l’«arcobaleno», la connotazione del Pd come forza di centrosinistra e l’immagine che alla fine ha assunto il Pdl più schiacciata sulla destra che sul centro.

L’Udc è arrivata a proclamare la sua autonomia in condizioni difficili. Dopo un aut aut del principale alleato. Fra sondaggi sfavorevoli. In un sistema mediatico che finora ha scommesso sul bipartitismo. È riuscita comunque a dimostrare un temperamento, che è diventata merce rara nella politica italiana. Non ha avuto paura di sparigliare i giochi, scegliendo tra l’ammucchiata del listone e la propria identità. Ha davanti una campagna elettorale difficile, in cui dovrà parlare tanto alla grande platea berlusconiana quanto al moderatismo che ha scelto il Pd e che si sente rassicurato da Veltroni. Deve spiegare fino in fondo che per quello che riguarda i valori di riferimento e le opzioni di governo resta ferma la continuità con il passato. Deve convincere di non rappresentare un piccolo partito di «guastatori», ma di avere anch’essa una vocazione maggioritaria, guardando oltre l’appuntamento elettorale di aprile. Deve smantellare l’immagine, che cercheranno di cucirle addosso, di essere una «terza forza» ballerina. Deve contrastare la paura che un suo buon risultato possa favorire il Pd. Ma dalla sua ha un punto di forza: la libertà che le deriva dalla scelta che ha compiuto nello staccarsi da una pratica politica che guarda solo all’immediato e che non sa mettere in gioco i vantaggi del presente per scommettere sul futuro.


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Questo sistema elettorale non favorisce l’operazione Berlusconi-Veltroni

Pdl-Pd: un bipartitismo fragile colloquio con Angelo Panebianco di Riccardo Paradisi

ROMA. La formula magica era: semplificazione del quadro politico italiano. L’orizzonte verso cui sembravamo marciare l’inveramento del bipolarismo perfetto. Nel momento in cui scriviamo sono almeno quattro i poli in campo. Che cosa è successo? Ne abbiamo parlato con il professor Angelo Panebianco editorialista del Corriere della Sera. Professore sembra che si possa andare incontro a uno schema quadripolare del panorama politico. È un quadro rappresentativo della società italiana? Noi abbiamo ereditato dalla fine della prima Repubblica una grande frantumazione partitica. Il problema italiano è la ricomposizione del sistema politico, la sua semplificazione. La questione della rappresentatività viene sempre posta da chi difende i sistemi proporzionali. Ma i sistemi elettorali, secondo me, non devono tendere a rappresentare, devono piuttosto aggregare opinioni e posizioni, consentendo capacità e stabilità di governo. E questo sistema elettorale secondo lei è in grado di farlo? No. Questo sistema semmai fotografa ed esaspera la frammentazione, certamente non la cura. Tanto che un tentativo di semplificazione sembra sia avvenuto per via politica, grazie a un gioco di imitazioni reciproche. Da una parte il Partito democratico che nasce e corre da solo nell’impossibilità di non poter ripresentare la coali-

zione precedente, dall’altra il centrodestra che si sente obbligato ad accelerare. Ma è un’operazione fragile proprio perchè non è aiutata dal sistema elettorale. Che infatti incentiva le scissioni: il caso Mussi e il caso Storace sono significativi. Come giudica l’esclusione dell’Udc di Casini dall’intesa tra An e forza Italia? A me non sembra casuale che malgrado le violente polemiche di solo qualche settimana fa si siano aggregati An e Forza Italia e che questo nuovo soggetto unitario sia riuscito a trovare un accordo con la Lega e non con l’Udc. Casini non ha mai nascosto di volere una riforma in senso proporzionale del sistema elettorale per superare l’assetto bipolare e tornare a un assetto a forte vocazione centrista. Questo è il vero nodo del centrodestra: una delle formazioni non ha nessun interesse in prospettiva di rinunciare alla ricostruzione di un centro. L’Alleanza tra Forza Italia e An non rischia però di apparire agli occhi di un elettorato moderato un’alleanza di destra e non di centrodestra con l’Udc escluso? Certo, questo è possibilissimo. E alla fine infatti vincerà chi tra Veltroni e Berlsuconi conterà un voto più dell’altro per far scattare il premio di maggioranza. E questi voti sospesi saranno strappati dall’elettorato di centro da Berlusconi, nell’elettorato di confine tra la co-

«Se l’Udc resta fuori dal centrodestra si avvantaggia il Partito democratico: a sinistra ha un solo competitore» sa rossa e il Pd da parte di Veltroni. Queste elezioni si giocano su un’elettorato di frontiera. Sull’elettorato di confine di sinistra per il Pd, sull’elettorato di confine di centro a destra. È diverso È molto diverso certo. Però non credo fosse possibile tenere insieme ancora a lungo forze politiche che hanno disegni di lungo periodo opposti. Il leit motive di questa campagna elettorale è: non basta vincere, occorre essere abbastanza forti per governare. Secondo lei il centro, dopo le elezioni del 13 aprile, sarà ancora necessario per avere i numeri e la sicurezza per governare?

Il centro nei sistemi politici ben funzionanti non è occupato in permanenza da qualcuno, il centro è occupato dall’elettorato che sceglie di volta in volta le due parti. Il centro è il luogo di convergenze tra la parte più centrista dello schieramento di destra e quella più centrista dell’elettorato di sinistra. Domani, dopo le elezioni, Veltroni e Berlusconi potranno trovare accordi intendendo il centro come luogo di quell’accordo. Se però i due poli non riescono a coinvolgere il centro liberando il suo spazio naturale, quello spazio resta occupato. Se un partito che si autodefinisce di centro supera le soglie elettorali alla Camera e al Senato avrà una sua rappresentanza. Altrimenti il centro resta un luogo che verrà riempito dalle coalizioni di destra e di sinistra che vi convergono operando le proprie proposte politiche. La domanda strategica resta sempre la stessa: deve esistere un partito di centro o il centro deve essere vuoto, terreno di conquista e di confronto tra un centrodestra e un centrosinsitra? Casini sarebbe entrato dentro il soggetto unitario An-Forza Italia se avesse avuto un battesimo diverso. Beh sarebbe entrato col simbolo, ma questo significava mantenere la propria autonomia con la possibilità poi di riproporre linee strategiche divergenti. È la storia del governo

Berlusconi dove c’erano due linee strategiche talmente marcate che si parlava di subgoverno che metteva assieme Udc e An. Adesso il superamento della divisione tra Berlusconi e Fini mette a nudo il problema meno componibile: lo ripeto il centro deve essere o no occupato da una forza politica? Il nodo vero è questo. Un altro nodo sembra quello dei cattolici. Rischiano secondo lei la marginalizzazione politica? A me sembra che i cattolici abbiano ampio ascolto presso entrambe le coalizioni, non vedo questo rischio di emarginazione dei valori cattolici. Certo, noi siamo figli di una storia che è quella della Dc. E capisco il riflesso di chi assiste alla fine della centralità politica di quell’esperienza. Ma la storia della Dc è chiusa. Mi sembra, piuttosto, che il fatto nuovo nell’ambito cattolico sia l’iniziativa di Ferrara. C’è grande confusione sotto il cielo avrebbe detto il presidente Mao. C’è n’è più sotto quello del centrodestra o sotto quello del centrosinistra? La sinistra ha un solo competitore, la cosa rossa, il centrodestra ne avrà diversi. Il Pd parte svantaggiato nei sondaggi ma il fatto che l’Udc resta fuori dalla coalizione di Berlusconi potrebbe avvantaggiarlo. Più marchi in concorrenza creano senza dubbio più confusione sotto il cielo dei moderati.


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Alla direzione tutti d’accordo a non rinunciare al simbolo

L’Udc è compatta ma il rebus Lombardo anima la partita di Susanna Turco

ROMA. A guardarla da dentro il palazzo della Confcooperative, alla direzione nazionale Udc, sembra che sia già tutto deciso. L’Udc che corre da sola, lo scudocrociato bene in vista, Casini che fa il candidato premier. Eppure alle undici e trenta della mattina, quando l’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro esce dalla direzione nazionale adducendo «motivi familiari», svolta l’angolo e si mette a parlare per un’ora con Raffaele Lombardo, leader dell’Mpa reduce dall’incontro con Silvio Berlusconi, si intuisce che qualche fondamentale tassello deve andare ancora al suo posto, prima che Pier e Silvio stabiliscano una volta per tutte che le loro strade elettorali si dividono. Tra le poltrone in pelle giallo uovo della Confcooperative, intanto, l’Udc sta celebrando l’ebbrezza della corsa solitaria, con una compattezza che non vedeva da tempo. Complice anche il venir meno dei cespugli più riottosi, la direzione nazionale approall’unaniva mità, con standing ovation, la relazione che definisce «irrinunciabile» la presenza del simbolo nelle schede e chiede a Casini di candidarsi premier. «Un sacrificio», lo definisce il segretario Lorenzo Cesa. Del resto, la linea del partito è addossare la responsabilità della rottura a Berlusconi, sottolineando in ogni modo la propria fedeltà al centrodestra. Proprio su questa strada, Rocco Buttiglione finisce per fare una mezza rivelazione: «Posso dirlo Pier? Per lealtà nei confronti del centrodestra ha fatto fallire il tentativo di Marini, rinunciando anche alla proposta di fare il presidente del Consiglio». Casini alza le mani. Poco dopo spiega : «Siamo pronti ad una collaborazione con il Pdl, non ad una annessione». Quanto alla premiership, chiede qualche ora: «Voglio ancora parlare con Berlusconi», dice, «perché sia chiaro che la volontà di dividere questo popolo non è» dell’Udc «ma di chi pretende l’immissione forzata nel proprio partito». Qual-

che ora, o qualche giorno, è il segno che uno spiraglio ancora c’è.

Una delle partite ancora da chiudere, quella più strettamente intrecciata con le alleanze nazionali, sta proprio dietro l’angolo del palazzo della Confcommercio. Dove Cuffaro e Lombardo, dopo aver inutilmente girato tra un hotel e l’altro, tra quelli dall’apparenza ambigua nei dintorni della stazione Termini, stabiliscono che la loro meta è il caffè Washington. E nel seminterrato, accanto ai bagni, tra finti busti di marmo e finti broccati color bordeaux i due parlano per un’ora di quella Sicilia che come dice Cuffaro può trasformarsi nella «Catalogna dell’Udc» e che per Raffaele Lombardo si è confermata ancora una volta la gallina dalle uova d’oro, la pietra angolare della sua ragion politica. Non è un segreto per nessuno, infatti, che la candidatura di Lombardo al-

Nel suo intervento Buttiglione rivela: «Posso dirlo Pier? Per lealtà nei confronti del centrodestra tu hai fatto fallire il tentativo Marini rinunciando anche alla proposta di fare il presidente del Consiglio» la presidenza della Regione Sicilia faccia gola sia all’Udc che al Popolo della libertà. Ma la novità di ieri è che né l’uno né l’altro partito offre al leader dell’Mpa un piatto abbastanza ricco. Risultato: «La notizia è che la mia candidatura alla Regione Sicilia è confermata e sarà appoggiata dall’Mpa e da una lista autonomista», dice Lombardo, «gli altri accordi passano attraverso l’accordo nazionale sulle politiche». E, in fondo, le richieste del leader Mpa sono chiare: la possibilità di «mettere il simbolo sulla scheda», e la «presidenza della regione». Berlusconi, interessato a svuotare la cassaforte siciliana dell’Udc, non dovrebbe avere problemi sulla prima richiesta, visto che l’Mpa è un movimento regionale come la Lega. Difficoltà verrebbero invece dalla seconda, perché Lombardo vorrebbe che fosse sgombrato il campo della candidatura di Micciché, e invece l’ex viceministro

continua a dire che lui un passo indietro non lo fa. Ma in fondo non è solo questo.

A c o mp li ca r e ul t er i o r mente la partita, infatti, c’è il legame con Cuffaro, in apparenza inscindibile. E se è vero quel che l’ex governatore siciliano andava ieri ripetendo ai quattro venti, ossia che lui resta fedele all’Udc finché morte non li separi, non si può escludere l’ipotesi che Lombardo, giocando al rialzo la sua stia partita, contemporaneamente lavorando sugli stretti margini che esistono per un accordo in extremis tra Pdl e centristi: «Alla provincia di Catania io ero abituato a stare in coalizione con An, Forza Italia e Udc», ha ricordato ieri. Il finale di partita riserverà sorprese? Può darsi. Di certo, Casini si è preso qualche ora e Lombardo dice di voler chiudere tutto «in un paio di giorni»: ha già stabilito infatti che lunedì tornerà a incontrare il Cavaliere. Per allora, la situazione potrebbe essere tutta diversa.


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d i a r i o

d e l

g i o r n o

Ecco il decreto per l’election day Con una breva riunione, il Consiglio dei ministri ha varato ieri il decreto sulla legge elettorale che fissa l’election day per il 13 e il 14 aprile. Oltre a determinare l’anticipo delle elezioni amministrative alla stessa data delle politiche, la norma è indispensabile anche per andare subito al voto nei Comuni i cui sindaci si dimettono per candidarsi al Parlamento. Prevista anche la presenza degli osservatori internazionali in conformità agli impegni assunti dall’Italia nell’ambito dell’Osce. Fissate anche nuove regole per il voto all’estero.

D’Alema: larghe intese improbabili «È assolutamente impensabile che all’indomani delle elezioni si possa costituire un governo di larghe intese». Lo ha sostenuto ieri Massimo D’Alema durante la registrazione di ”Porta a porta”. Il vicepremier si è anche detto convinto che «ci saranno i numeri per poter governare. Il Paese sarà governato da chi vince e senza il peso di alleanze scomode». D’Alema si augura però che «si mantenga almeno l’impegno preso prima del voto: di fare le riforme e di farle insieme».

Napolitano: basta con i sospetti tra politica e magistratura

Un sondaggio sulla base delle politiche 2006

Al Senato: almeno otto decisivi seggi di Errico Novi

ROMA. Nel 2006 la maggior parte dei sondaggisti fu costretta a fare ammenda. Giocare con i numeri prima del voto è complicato, con questo sistema elettorale. Eppure oggi, a due mesi esatti dalle elezioni, c’è almeno una valutazione che non appare insensata: al Senato l’Udc dovrebbe avere una sua pattuglia di eletti non irrilevante. Che potrebbe corrispondere a più di un terzo dei 21 seggi ottenuti nel 2006 a Palazzo Madama: almeno 8. Questo viene fuori da uno studio scrupoloso che il dipartimento elettorale di via dei Due Macelli ha compiuto nelle ultime ore. L’analisi si basa sui risultati di due anni fa corretti secondo le ultime scomposizioni nei due Poli. E ovviamente presenta indicazioni ancora condizionate da diverse variabili, a cominciare dall’incertezza del quadro in Sicilia. Se salta la coalizione tra Udc e il resto dell’ex Cdl, i moderati di centro si aggiudicheranno comunque 3 seggi. Ci sono altre due regioni meridionali in cui lo scudocrociato con la vela può superare la fatidica soglia dell’8 per cento: Puglia e Calabria. Nel primo caso si parte da un dato del 2006 abbastanza confortante: quasi 180mila voti. Venisse mantenuto quel consenso il seggio

Dovrebbero arrivare tre eletti dalla Sicilia, uno da Puglia, Calabria, Lazio e, a sorpresa, da Piemonte e Veneto sarebbe ampiamente acquisito. In Calabria il risultato dell’Udc alle ultime politiche è stato di poco inferiore al limite d’ingresso, il 7,2. In questo caso entra in gioco il potenziale di crescita al Sud che un sondaggio riservato dell’Opn Lorien consulting prevede per Casini. Secondo lo studio, alle politiche del 13 e 14 aprile l’Udc conquisterà nel Mezzogiorno il 33,5 dei propri consensi. Al Sud dovrebbe essere compensato il calo in altre zone d’Italia, in modo da ottenere un dato nazionale del 5,6 per cento. Se il mercato elettorale fosse utilizzato fino in fondo, scatterà anche il seggio calabrese. Una possibilità sottovalutata nelle analisi fatte fino a pochi giorni fa riguarda il Lazio. Qui il risultato del 2006, per via dei Due Macelli, è stato del 7 per cento. Rispetto ai numero di senatori in palio, 27, si po-

trebbe arrivare addirittura a 2 posti conquistati. Ma bisogna tenere conto del premio di maggioranza, che abbassa la torta da dividere tra i partiti che non lo ottengono. E, soprattutto, nel Lazio l’Udc dovrà garantirsi la ricomposizione con la Rosa Bianca. Un patto che le consentirebbe di superare la soglia dell’8, e ottenere comunque un senatore. Ancora più sorprendente è la prospettiva che riguarda Piemonte e Veneto, regioni in cui il dato 2006 dei centristi è rispettivamente del 6,4 e del 7,9. Riguardo alla prima, il partito di Casini ha indicazioni riservate che fanno prevedere una crescita notevole. In Veneto come si vede la soglia di sbarramento non è lontana. È da queste due regioni che arriverebbero gli altri 2 senatori per raggiungere quota 8. A via dei Due Macelli per ora non si spingono oltre. Ma fanno notare una cosa: se in una delle regioni più grandi il voto d’opinione ribaltasse i rapporti di forza, non solo l’Udc rafforzerebbe le chances di rappresentanza, ma si abbasserebbe anche il distacco tra Pdl e Pd. Rendendo decisivi i senatori dell’Udc. Visti gli errori nei sondaggi di due anni fa, non si può escludere nulla.

«Bisogna dissipare la duplice cortina di pregiudizio e sospetto fra politica e magistratura». Lo ha detto ieri il capo dello Stato Giorgio Napolitano, davanti al plenum al Csm da lui presieduto. Il presidente della Repubblica ha richiamato chi svolge attività politiche e ed è chiamato personalmente in causa, «a non abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata» contro i giudici. Ma «un analogo complesso di diffidenza e di reattività difensiva», ha aggiunto Napolitano, «si coglie talvolta anche negli atteggiamenti di quanti operano nell’amministrazione della giustizia».

L’alleanza tra Pd e Di Pietro? Per Bertinotti è «incoerente» «Una scelta incomprensibile dopo aver detto che i programmi devono essere omogenei». Così il presidente della Camera e candidato premier della Sinistra arcobaleno, Fausto Bertinotti, definisce l’intesa tra Partito democratico e Italia dei valori. «È un’alleanza che Veltroni dovrà giustificare davanti agli elettori», sostiene Bertinotti, «perché contraddice la rivendicazione di correre soli in nome dell’omogeneità dei programmi: sbaglio o il Pd è stato a favore dell’indulto mentre Di Pietro era contrario? Questo è solo uno dei tanti esempi di diversità tra la linea del Pd e dell’Idv in questi anni», ha detto il leader della Sinistra.

Livia Turco in piazza per la 194 «Quello che è accaduto a Napoli non deve più accadere». Lo ha detto il ministro della Salute Livia Turco parlando con le centinaia di donne che hanno dato vita ieri a un sit-in in difesa della legge 194 davanti al ministero e che poi sono partite in un corteo spontaneo verso Largo Argentina. La Turco si è anche detta favorevole a una grande manifestazione per l’8 marzo in difesa della normativa sull’aborto. «È una legge importante», ha dichiarato il ministro dimissionario, «per affermare la responsabilità e l’autonomia delle donne» Il capo della Procura di Napoli: «Ci siamo mossi nella legge dopo una telefonata anonima, nessuna irruzione».

De Magistris: ho detto no a Di Pietro Il sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Luigi De Magistris, arriva a ipotizzare azioni contro il Corriere della Sera per smentire le voci su una sua candidatura. «Ribadisco per l’ennesima volta che voglio fare il magistrato e non entrare in politica. Il dottor Di Pietro diversi giorni fa mi ha chiesto, con cortesia, se volessi candidarmi in Parlamento con Idv. Con altrettanta cortesia», aggiunge De Magistris, «gli ho risposto di no».Antonio Di Pietro a sua volta conferma che è stato il magistrato a declinare l’invito e che nessuno ha posto il veto su una sua discesa in campo.

Tricolori alle finestre per Giovanni A poche ore dal ritorno in patria della salma di Giovanni Pezzulo, i familiari del militare italiano ucciso in Afghanistan hanno proposto di esporre, come gesto di solidarietà, un tricolore alla finestra. Una richiesta dovuta, dicono, all’attaccamento che Giovanni ha sempre mostrato per il tricolore.


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politica

I primi passi della campagna elettorale

Montecitorio, seduta inaugurale dell’Assemblea Costituente, 25 giugno 1946

Dalla demonizzazione alla pacificazione E poi alla Costituente di Gennaro Malgieri alla demonizzazione alla pacificazione? Sta accadendo davvero o rischiamo di prendere un abbaglio? I primi passi della campagna elettorale ci inducono a ritenere che la ragione ha ripreso finalmente ad operare tra le forze e gli schieramenti politici. Non si sentono, almeno per ora e ci auguriamo per sempre, i toni crudi e crudeli delle precedenti competizioni. Sembra che nessuno abbia più voglia di incanaglirsi attorno a polemiche personalistiche tese ad infamare l’avversario. Si punta sulle grandi questioni che attengono alla vita futura del Paese, alla sua ricostruzione, all’utilizzo delle risorse che la società italiana è in grado di esprimere. Insomma, ci inoltriamo, non senza piacevole stupore, in una campagna elettorale del tutto “normale”, come non se ne vedevano da tempo immemorabile. È un buon segno.

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Un segno da raccogliere e coltivare perché non si fermi sulla soglia del 13 aprile, ma apra prospettive più ampie e di lungo termine che vadano oltre la data delle elezioni, quando ognuno sarà tentato di arroccarsi nella propria cittadella e curare i suoi stretti interessi politici. Se ciò dovesse accadere anche il buon clima che si sta creando dovremmo derubricarlo ad episodio estemporaneo dettato dall’opportunismo politico. La pacificazione, in altri termini, deve agire da collante tra i soggetti in campo per instaurare, in maniera permanente, un vero e proprio dialogo al fine di costruire ciò che tutti si attendono: un paesaggio nuovo dove vi sia posto per tutte le idee e le proposte tese a modificare sostanzialmente gli assetti costituzionali e dare vita all’agognata Nuova Repubblica, questa volta senza incertezze, tentennamenti, idiosincrasie. E, soprattutto, con il concorso di tutti coloro i quali ritengono

la Grande Riforma come la priorità delle priorità al fine di rivitalizzare un Paese paradossalmente solido nelle sue strutture economiche, imprenditoriali, creative, ma debolissimo in quelle istituzionali che dovrebbero supportare le prime nel quadro di un ordine civile da instaurare affinché le crisi di legalità non abbiano ad inficiare le potenzialità espansive del Paese. Ecco perché sarebbe ingeneroso, e miope forse, non salutare positivamente il clima costituente che si sta creando, almeno a giudicare dai primi segni. Se il comunismo non viene più utilizzato come una clava per riproporre in maniera impropria l’uso della storia nel confronto politico e l’antiberlusconismo (per non dire dell’antifa-

mani della consultazione elettorale. Tuttavia quel che sta accadendo ha, in un certo senso, del “miracoloso”. Ascoltare i maggiori protagonisti, in questi giorni, non è come nel recente passato quando dietro ogni parola s’affacciava il tentativo di demonizzare qualcuno. Non credo sia fair play peloso ed occasionale: il nuovo atteggiamento mi pare piuttosto dettato dalla consapevolezza che la gente non ne può più della disputa eterna tra guelfi e ghibellini; tra due Italie, inevitabilmente una migliore dell’altra anche a dispetto dell’evidenza; tra due poli che si vorrebbero per forza militarizzati. Gli italiani impoveriti, disincantati, un po’ anche disperati pretendono ben altro dalla classe politica, la quale se non

È ora che, senza ipocrisie, da parte di tutti, si ammetta che la crisi del sistema è profondissima. E rischia di pregiudicare lo sviluppo sociale scismo militante) non è più il collante di partiti deboli sotto il profilo argomentativo, vuol dire che qualcosa nel profondo della politica italiana sta cambiando. Dopo quindici anni, era ora.

Ed è quindi tempo che, senza ipocrisie, da parte di tutti si ammetta che la crisi del sistema è profonda e pericolosissima. Che essa pregiudica lo sviluppo sociale e la vita delle giovani generazioni. Che rischia di farci diventare irrilevanti agli occhi del mondo condannandoci a recitare una parte secondaria quando abbiamo la possibilità di coltivare l’eccellenza in molti campi e primeggiare sul piano dell’innovazione, della ricerca, della stessa organizzazione sociale che nel Novecento, in alcuni momenti, ci ha visto all’avanguardia tra le nazioni europee. È presto per dire, naturalmente, se la stagione costituente potrà davvero aprirsi all’indo-

riesce ad entrare in sintonia con le loro aspirazioni, con i loro desideri, con i loro piccoli o grandi drammi è destinata a ripiegare negli anditi dell’irrilevanza perché circondata dall’ostilità generale. Sicchè dove non ha operato per tempo la ragione, adesso sembra che operi la necessità. Poco male, se il risultato è quello che tutti si auguravano. Perciò, fermarsi alle prime battute della campagna elettorale tanto per dire che la politica sta diventando più matura (e naturalmente lo si vedrà realmente soltanto alla fine), è un po’poco.

Ci attendiamo che si prema maggiormente sull’acceleratore e si creino le condizioni perché un clima costituente, dialogico, di confronto si crei e resti sullo sfondo quale elemento permanente di un paesaggio politico che deve riguadagnare la perduta civiltà dei rapporti, quella cha abbiamo conosciuto

nei primi decenni della storia repubblicana, quando l’ordine internazionale autorizzava i peggiori radicalismi evitati, perché sapientemente governati, da una classe politica che dall’estrema sinistra all’estrema destra, era consapevole della fragilità di un Paese che non poteva diventare qualcosa d’altro rispetto a quel che era storicamente, culturalmente e socialmente. La contesa, insomma, per quanto aspra, può essere regolata. E di regole, paradossalmente, necessita il conflitto per essere fecondo. Può apparire bizzarro a qualcuno, ma è proprio così. L’alternativa è il caos, l’indistinto generalizzato, l’approdo nichilista che in politica può avere, come tante volte abbiamo sperimentato, effetti devastanti. Dalla stagione costituente alla Grande Riforma, dunque, il passo è più breve di quanto si possa immaginare. Basta sapere ciò che si vuole. Raccontarci la favola della modernizzazione del sistema, evitando accuratamente di mettere i piedi nel piatto, non è più sufficiente. Dalle enunciazioni di principio bisogna evidentemente passare alle proposte concrete. Esistono, come si sa, molte opzioni sul tavolo. Ma finora sono state maneggiate più dai politologi che dai politici. Qualcuno ci ha provato, nel recente passato, ad irrompere con idee forti nel dibattito costituzionale. Penso a Gianfranco Miglio, a Bettino Craxi, a Mario Segni, per andare più lontano a Giorgio Almirante.

Ide di ieri, si dirà. Per niente. Immaginavano, loro come altri protagonisti, una democrazia decidente e partecipativa, forme di intervento statale non invasive, perfino lintroduzione della sussidiarietà in un sistema sclerotico e consunto dall’assistenzialiamo e dall’arroganza partitocratica.Temi di ieri o di oggi? Temi attualissimi rispetto ai quali si sta diffondendo un’attenzione nuova che speriamo sfoci in una fattiva operazione di restauro della Repubblica, recuperando, innanzitutto, quel senso di responsabilità che è a fondamento delle democrazie compiute. Se il contesto muterà, si potrà dare corso all’istituzione di un’Assemblea costituente che metta mano, al di fuori delle logiche di maggioranza ed opposizione, dii sostenitori ed avversari del governo, alla Grande Riforma. Un’Assemblea eletta dai cittadini, con sistema rigorosamente proporzionale, nella quale si confrontino per uno o due anni tutte le tesi possibili e ne esca una nuova Carta costituzionale. Sarebbe la fine della transizione, dello scontro permanente, del disordine istituzionalizzato. Non siamo dei sognatori, ma cittadini che toccano con mano, quotidianamente, i progressi della decadenza del nostro Paese. Una prospettiva di questo genere, immagino, farebbe rifiorire la speranza e favorirebbe l’affermazione di una nuova cultura: la cultura della speranza che abbiamo smarrito da troppo tempo.


politica

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Risposta a Carlo Casini sul tema dominante della politica del nostro tempo

Il partito della vita c’è già di Rocco Buttiglione to alla vita e questione della famiglia sono strettamente collegate. Stiamo costruendo una società nemica delle madri, nemica dei bambini e nemica della famiglia.

Qualche giorno fa, il 12 febbraio, sul Il Foglio è uscita una lettera aperta di Carlo Casini rivolta a Cesa, Buttiglione, Pier Ferdinando Casini, Tabacci, Baccini, Pezzotta e Giuliano Ferrara. Questa è la risposta di Rocco Buttiglione che Il Foglio fino a ieri non aveva ancora pubblicato.

aro Carlo, quello della vita non è un tema, pur se importante. Quello della vita è il tema della nostra politica. È il tema dominante della politica dell’Udc ma anche il tema dominante della politica del nostro tempo. Diceva una volta il mio Maestro ed Amico Augusto Del Noce che nella nostra epoca la filosofia arriva alla politica, di modo tale che questioni che una volta erano semplicemente filosofiche diventano politiche. Adesso il problema del nostro tempo è “chi è l’Uomo”. Uomo è quello che io riconosco come tale, a cui io, con un atto della mio arbitrio, mi lego accettandolo come persona e conferendogli quindi con la mia decisione dei diritti; oppure l’Uomo c’è già, esiste indipendentemente dalla mia volontà ed io non ho altra alternativa che riconoscerlo per quello che è? Se volete questo è il problema dell’eguaglianza. È eguale chi ha la forza o la grazia di farsi riconoscere come eguale? Oppure eguale e quindi titolare di eguali diritti è ogni individuo della specie umana per il semplice fatto di essere individuo della specie umana? L’argomento più forte della posizione abortista è in fondo questo: io non lo sento, non lo riconosco come un uomo ed un soggetto di diritti. Lo sento, lo avverto, lo riconosco semplicemente come un ostacolo ed una minaccia al mio progetto di vita e quindi per me non esiste. Oggi noi tendiamo a riconoscere come uomo solo chi ha la forza di imporsi.

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Diceva Spinoza che ciascuno ha tanto diritto quanto potere. Il bimbo non nato non ha nessun diritto e quindi non ha nessun potere. Il potere, badate, non è solo quello della forza. È anche, perfino di più, il potere del consenso, il potere dell’immagine, il potere di suscitare la nostra compassione ed i nostri sentimenti. Il bambino non nato non ha nessuno di questi poteri: non si vede, non è in rapporto con nessuno se non con la madre che non lo vuole. Il suo diritto è il più debole di tutti. Accettare, tuttavia, che questo diritto venga annullato è una scelta gravida di conseguenze per tutti noi. Dopo il bambino non nato verrà la volta dell’anziano abbandonato e non è forse già oggi il tempo dei popoli che vivono nella fame o nell’oppressione? Se non è più vero che ogni uomo (individuo della specie umana) ha diritto alla vita per il semplice fatto di essere uomo, allora chi avrà diritti e chi no? E chi deciderà chi ha di-

Non si può parlare di centralità della persona umana se la persona non è garantita nel bene primo e fondamentale: il diritto di vivere. Ma per questo c’è già l’Udc ritti e chi no? Una volta la teologia della liberazione chiedeva una scelta preferenziale per gli ultimi, per gli emarginati, per i poveri. Giustamente Giovanni Paolo II ed il card. Ratzinger hanno sanzionato quella scelta. Per questo in tutto il mondo la sinistra li ha lodati. Essi hanno però contemporaneamente ricordato: non è possibile scegliere per gli ultimi se ci dimentica dell’ultimo degli ultimi, di colui che è radicalmente senza potere per far valere il proprio diritto. Dalla posizione che si prende davanti al tema del diritto alla vita dipende allora un atteggiamento generale verso la vita e la società, dipende una idea della eguaglianza dei diritti.

Tutto questo non significa affatto sottovalutare i problemi della donna alle prese con una società nemica della maternità e nemica dei bambini, che è l’ultimo anello della catena su cui si scarica il peso della mancanza di solidarietà del padre del bambino, della famiglia di origine e della società tutta. Non vogliamo imporre la maternità alla madre con la minaccia del carcere. Vogliamo liberare la madre dal sistema dei condizionamenti culturali e sociali che le impediscono di essere se stessa e la inducono ad infliggere a se stessa la peggiore delle ferite. L’Udc è un partito popolare di ispirazione cristiana. Per noi la questione della vita è centrale e dirimente. Non si può parlare di centralità della persona umana se la persona non è garantita nel bene primo e fondamentale, che è il dirit-

to di vivere. Per questo accogliamo volentieri la formula che tu proponi: il partito riconosce il diritto alla vita di ogni essere umano fin dal concepimento e ritiene suo dovere giuridico primario proteggerlo. Tu sai bene che fin dal tempo delle dolorose divisioni che hanno attraversato l’area dei cattolici impegnati in politica la mia scelta di schierarmi in alternativa alla sinistra è stata guidata dalla consapevolezza che quella della vita era questione centrale e strategica, che essa dipendeva da una visione generale della realtà e la condizionava. Un certo cattolicesimo di sinistra, generoso ma in ritardo quanto alla analisi delle tendenze della società contemporanea, riteneva allora che questa fosse una questione importante ma in fondo settoriale, e che fosse possibile metterla fra parentesi per perseguire insieme alla sinistra un ideale comune di giustizia sociale. I fatti hanno dimostrato che non è così. La questione della vita è questione espansiva perché in ogni singolo problema si riflette la visione dell’uomo che affermiamo quando scegliamo per o contro l’aborto. I poveri di oggi sono le famiglie che non si sottraggono alla gioia ed al dovere di dare e di accogliere la vita dei propri figli. Questo è il proletariato del nostro tempo, qui è la nuova “questione sociale”. Chi assicura la continuità della vita della nazione è vilipeso, è emarginato e nessuno si cura di dargli il sostegno a cui pure ha diritto. Come è evidente questione del dirit-

Di recente Giuliano Ferrara ha preso l’iniziativa di proporre una moratoria in materia di aborto. Per quello che ne so l’unica iniziativa politica concreta per dare seguito a questo appello è stata la mia proposta di mozione parlamentare per vincolare il governo italiano a promuovere una Risoluzione delle Nazioni Unite contro l’aborto obbligatorio, contro l’aborto usato come strumento di selezione della razza o come strumento di scelta del sesso del nascituro, contro l’aborto come strumento di controllo delle nascite. Se non fosse sopravvenuta la crisi del governo Prodi il dibattito su quella mozione avrebbe già avuto luogo e così avremmo modo di vedere quali sono le posizioni concrete che nei fatti le diverse parti politiche si sentono di assumere su questo tema. Già da tempo io avevo anche presentato una proposta di legge per dire no all’aborto dopo la ventesima settimana di gravidanza. Davanti ad un piccolo essere umano che si sforza di respirare e di vivere c’è poco da discutere: è un essere umano e come tale va tutelato. Ho visto con piacere che lungo una linea analoga si sono avviate le regole interne di alcune importanti cliniche ginecologiche e della regione Lombardia. Ricordo questi fatti per mettere in evidenza il fatto che su questi temi siamo concretamente presenti, con il mio partito, e non da ieri. Giuliano Ferrara ha avanzato la proposta di una lista elettorale per la vita. La proposta è meno peregrina di quello che può sembrare. Se la questione della vita è la pietra di paragone di un atteggiamento generale verso l’uomo non è impossibile pensare che dalla scelta per la vita derivi una posizione politica di carattere generale, un modo di fare politica che influenza la visione di tutta la società. A quella idea io ho solo due obiezioni. Il riassestamento in atto del sistema politico punta verso la diminuzione del numero dei partiti e delle liste. Mi sembra che una simile operazione rischierebbe di fallire e di dare l’impressione di un interesse solo residuale nell’elettorato per un tema che è invece centrale e dirimente. L’altra obiezione è che a me sembra che l’Udc sia già il partito della vita, il partito che assume questa questione come dirimente e qualificante per la sua identità politica. Non disperdiamo energie. Troviamoci, parliamone, con la disponibilità ad aprire le liste, a coinvolgere tutti, ad impegnare tutte le energie di cui disponiamo per la battaglia in difesa dell’uomo. Credo che nessun altro partito possa dire la stessa cosa, testimoniata con un impegno costante e fedele.


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pensieri

L’INTERVENTO

Veltroni predica il “nuovo”, ma propone idee vecchie

Salario minimo. Walter, tutto qua? di Giuliano Cazzola he delusione! Si chiami Unione o Pd, corra in compagnia o da solo, quando arriva il clou la sinistra finisce sempre per «rammendare le solite vecchie calze». L’esordio di Walter Veltroni a “Porta a porta”ha lasciato intendere che, durante la campagna elettorale, il suo “nuovo” partito insisterà parecchio sul tema, ormai “vecchio”, dei precari. La proposta forte sarà quella di riconoscere a questi lavoratori un salario minimo - sono parole di Veltroni - di 1.0001.100 euro mensili. E pensare che quando avevamo letto i nomi degli intellettuali presenti nella Commissione presieduta da Enrico Morando e mobilitati per redigere il programma (che Veltroni illustrerà domani dopo le anticipazioni fatte in tv), ci eravamo preoccupati. Alcune tra le migliori intelligenze del Paese - ci eravamo detti elaboreranno delle idee interessanti, tanto da mettere in difficoltà il PdL che, per sua natura, non è molto attento a tale dimensione della lotta politica. Ma se i risultati sono quelli enunciati da Vespa possiamo dormire sonni tranquilli; salvo

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doversi misurare con i guasti provocati dalla demagogia e con le tentazioni imitative che essa suscita.

Ma perché è sbagliata la proposta di Veltroni sull’introduzione di un salario minimo legale a favore dei lavoratori precari? Innanzi tutto, di che cosa si tratta? Il salario minimo legale è un livello retributivo, stabilito per legge, al di sotto del

Se dipendesse dalle sue politiche del lavoro, la sinistra non produrrebbe una diminuzione della precarietà, ma soltanto un calo dell’occupazione quale non è possibile remunerare i lavoratori alle dipendenze. La proposta è criticabile, innanzi tutto, per quanto riguarda il modello delle tutele (legislative e contrattuali) consolidato in Italia. Nei Paesi in cui è vigente un sistema di salario minimo non è praticamente operante un assetto di contrattazione collettiva esteso, onnicomprensivo e “pesante” come da noi. Tanto che la giurisprudenza si è orientata da decenni a considerare applicati i principi di cui

hi avrebbe mai pensato che una ricerca bibliografica potesse dirci qualche cosa in più sulla personalità politica più in vista del momento? Un giovane scrittore italiano attento alle cose del mercato editoriale del nostro Paese ha rilevato un’anomala presenza di scritti di un noto politico italiano. Per questo il poco più che trentenne romano Christian Raimo ha controllato un certo numero di libri e ha fatto due calcoli. Sbalordito dai risultati ha inviato un messaggio ad un noto scrittore Tiziano Scarpa che lo ha pubblicato sul sito www.ilprimoamore. com. Di quale notizia sconvolgente si tratta? Walter Veltroni è autore di ben 66 prefazioni di libri pubblicati in questi ultimi anni. Una media di circa nove prefazioni l’anno. Da questo conto vanno esclusi naturalmente i libri che il segretario nazionale del Pd ha scritto e gli articoli pubblicati su quotidiani e riviste. Non basta. Per i lettori di liberal abbiamo provato ad analizzare in profondità la produzione “prefatoria” di Veltroni. Con grande stupore ci siamo accorti che Raimo ha, per così dire, usato fonti incomplete. Da una ricerca condotta con gli strumenti messi a di-

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all’articolo 35 della Costituzione («Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa») quando vengono erogate le retribuzioni minime stabilite dai contratti nazionali. Si dirà che il salario minimo legale sarà istituito solo per i lavoratori precari proprio perché

essi non si avvalgono della contrattazione collettiva. Non ha senso, però, che una forza politica convinta del fatto che i collaboratori siano, nella grande maggioranza dei casi, lavoratori subordinati con rapporti fasulli, finisca per prefigurare percorsi regolatori distinti e diversi (che, in altre realtà, si elidono vicendevolmente) per le due fattispecie. Ci sono poi degli interrogativi a cui prima o poi Veltroni dovrà rispondere: perché il salario minimo legale deve valere solo

per i precari e non anche per tutto il lavoro dipendente, compreso quello strutturato e contrattualizzato? Soprattutto quando il minimo di 1.100 euro mensili (ovviamente lordi) è assolutamente competitivo con livelli retributivi disposti da fior di contratti nazionali.

Del resto, ad osservare le statistiche dell’Inps il livello retributivo medio degli iscritti in via esclusiva alla Gestione separata è superiore a 15mila euro all’anno, a prova del fatto che l’istituzione del salario minimo migliorerebbe di ben poco la condizione dei lavoratori, danneggiando invece i datori, i quali sarebbero chiamati a misurarsi con un limite in più. Ormai il disegno è evidente. La sinistra - moderna o antica - intende accelerare la “soluzione finale” dei collaboratori, messa in cantiere da tempo dal governo Prodi (con qualche responsabilità pregressa di Giulio Tre-

Il leader del Pd “benedice” un libro al mese

Il sindaco prefatore ha battuto tutti i record di Andrea Capaccioni

sposizione dal Servizio bibliotecario nazionale (www.internetculturale.it) e da un primo parziale riscontro con la lista precedente risultano ben altri 20 interventi (prefazioni, introduzioni, ecc) scritti dal nostro per libri pubblicati tra il 2000 e il 2007. La media sale dunque alla cifra non trascurabile di 12 contributi l’anno. Una prefazione al mese. E la stima, come si dice in questi casi, è destinata a salire. Qualche esempio

monti). Dopo il forte aumento contributivo avvenuto nella legislatura precedente, anche in quella appena terminata è stato inferto un altro colpo di piccone ad un istituto che bene ha meritato - nonostante tutto nell’interesse della maggiore occupazione: l’accelerato incremento delle aliquote contributive, dal 2007 al 2010, ben 9 punti in più (4,8 miliardi di maggiori entrate in valore assoluto). Se dipendesse dalle sue politiche previdenziali e del lavoro la sinistra finirebbe per rendere proibitivo il ricorso alle collaborazioni, col pretesto di una loro protezione più adeguata. Solo che, alla fine di tutto ciò, non vi sarebbe un posto di lavoro stabile in più, ma un occupato in meno. Intanto, Fausto Bertinotti e la Sinistra Arcobaleno sanno soltanto riproporre l’abolizione della legge Biagi. E poi dicono di voler mandare al potere la fantasia…

tratto dai nuovi titoli.Veltroni non si accontenta di offrire un suo scritto per un “Dossier Lennon” (Milano, 2007) così, forse per bilanciare un eccessivo spostamento a sinistra, ha partecipato con un contributo alla raccolta di tutte le canzoni di Baglioni (Torino, 2005) e ha aggiunto una introduzione alle memorie di Nino Castelnuovo (2005). Una chicca: la presentazione ad un manuale di polizia municipale (Roma, 2005); ma anche alcuni interventi seri in volumi sull’ebraismo a Roma o sulle figure di Berlinguer e Robert Kennedy, tanto per citare alcuni esempi. Rimane un dato: una produzione esagerata. E negata. Se si vanno infatti a controllare le biografie ufficiali non c’è traccia di questo impegno così gravoso. Nel sito del Pd, ad esempio, la nota biografica è quasi per metà occupata dalle imprese librarie, cinematografiche (da intendersi: recensioni), musicali del segretario ma non c’è una parola una su questa intensa attività di prefatore-introduttore-contributore. Modestia? Imbarazzo? Ai moralisti l’ardua sentenza. Ai bibliografi di buona volontà invece il compito di controllare l’attività di altri politici in vista, provo a fare un nome: Fausto Bertinotti.


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parole

edele alla linea. Detta così e considerando la sua quarantennale militanza nella sinistra italiana, di Sergio Chiamparino rischierebbe di venirne fuori l’immagine guareschiana di uno di quei comunisti, o ex o post, trinariciuti e ottusi, tutto ideologia e disciplina di partito. Nulla di più lontano dalla realtà. E non solo perché il sindaco di Torino da quando aveva i calzoni corti ha frequentato quasi tutte le eresie di quel piccolo mondo antico – è stato giovane operaista dei Quaderni Rossi di Panzieri e Alquati, ammaliato dalle tesi di Tronti, sedotto da Ingrao, per un attimo persino tentato dall’estremismo di Potere Operaio, fino ad approdare in maturità verso i lidi dell’ala migliorista, la destra riformista del Pci, a lungo landa minoritaria nel gruppo dirigente del Bottegone – ma soprattutto perché massimalismo, ortodossia e rigidità intellettuale è quanto di più rifugge in politica.

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La linea del 52 sbarrato che porterà

SERGIO CHIAMPARINO da Torino a Roma di Bruno Babando

Non ha mai lesinato critiche al quartier generale, a costo di rompere l’unanimità del gruppo dirigente, peccato grave che gli procurò l’esilio come portaborse a Bruxelles. Con pari temerarietà unita a una buona dose di azzardo, si è sbizzarrito, agli albori di Tangentopoli a congegnare alleanze inedite, tra Pds e la borghesia dei salotti finanziari subalpini, incarnati da Enrico Salza, dando vita ad Alleanza per Torino, gruppo antesignano dell’Ulivo, contrapponendo il Pds a niente-popò-di-meno-che Diego Novelli, storico sindaco in odore di santità, scandalizzando nel contempo compagni e benpensanti. E se i suoi blaterano di integrazione e multiculturalismo, lui invoca poteri speciali, maggiore presenza delle forze dell’ordine e controlli severi su campi rom e clandestini. Eppure anche questo Pierino sabaudo ha mantenuto un’intima coerenza, la fedele adesione a una linea, anche se non precisamente politica, almeno non in senso tradizionale. La sua linea è quella del 52 sbarrato, il bus che quand’era studente collegava il centro di Torino con Moncalieri, cittadina dell’hinterland in cui è nato e abitava. Lo ha raccontato lui stesso: «Sono sempre stato affascinato dal confronto estremo sulle idee, però poi tornavo a casa sul 52 sbarrato e mi chiedevo: ma tutto quello che abbiamo discusso cosa c’entra col fatto che siamo qui, sull’autobus, con queste quattro o cinque persone e con la loro vita di tutti i giorni?». Ecco la matrice del chiamparinismo, il tratto distintivo di quel mix di analisi spesso sofisticate e di proposte spesso azzardate, quella combinazione di elaborazione e concretezza, e già che ci siamo: la sintesi di prassi e teoria, che l’hanno imposto all’attenzione nazionale, come possibile ministro di un (improbabile) governo Veltroni, “ma anche” in un esecutivo di larghe intese o quello che (se) sarà a guida centrodestra. Industria, Attività produttive, Lavoro, Innovazione: sono alcuni dei dicasteri che ogni giorno gli vengono affidati. Un Chiamparino bifronte che reduce dalla popolarità macinata in due mandati a Palazzo Civico (l’ultimo stravinto al primo turno con un diabolico 66,6 per cento dei consensi) proietta ora le proprie ambizioni sulla scena dalla grande

Il sindaco più amato dagli italiani ha capito che ”non ci si divide più fra destra e sinistra, ma tra l’antipolitica e la politica del fare” politica, smarcandosi dagli ex compagni della sinistra radicale, arrivando a prospettare nuove maggioranze in nome del “fare” in grado di sbloccare un Paese ingrippato da veti incrociati, rendite di posizione, scorie ideologiche. «L’elettorato non si divide più tra destra e sinistra, ma tra l’antipolitica e la politica del fare. I cittadini chiedono ai politici di mettersi insieme e di fare qualcosa di buono». Con queste parole ha lanciato la sua personale provocazione in una recente intervista all’Espresso, suscitando il solito vespaio di polemiche da parte di alleati che sempre più apertamente gli rimproverano una leadership troppo solitaria e autoritaria, un eccesso di spregiudicatezza e una sconsiderata sintonia con i poteri forti della città. Cipiglio decisionista che infastidi-

sce la vecchia nomenclatura partitocratica e che, forse, sta all’origine della sconfitta all’elezione del segretario regionale del Pd, assegnata per un soffio da Gianfranco Morgando, ex democristiano imposto dalla fronda diessina. Sotto la Mole ci scherzano su e (con) fondendo Longanesi e Totò hanno coniato una pungente, benché non proprio originalissima, massima: Chiamparino ha sempre ragione, a prescindere.

Saranno pure lazzi di invidiosi che rosicano dell’inarrestabile popolarità, frizzi di chi teme il suo debordante potere, sarcasmo a buon mercato di cicisbei frastornati dalle repentine sterzate dallo status quo, eppure sembra crescere il malcontento e persino un certo risentimento, per la verità tutto interno agli apparati e al ceto. Resta il fatto che il Chiampa è il sindaco più amato, e non solo in riva al Po: ogni sondaggio lo mette ai primi posti, se non al primo, per gradimento e capacità amministrativa. Una bella soddisfazione per chi si è ritrovato sulla poltrona di primo cittadino quasi per caso, nel 2001, quando si trovato suo malgrado a prendere il testimone da Domenico Carpanini, candida-

to stroncato da un infarto alla vigilia della competizione. Da allora un crescendo, da destra e da sinistra. Più da destra, verrebbe da maramaldeggiare, a giudicare gli attestati di stima che quotidianamente gli rivolgono gli esponenti del centrodestra, da Baget-Bozzo a Letta, da Fini a Casini.

Ovvio che se rupture sarà, chi meglio di lui che della rottura di consuetudini, di luoghi comuni, di appartenenze ne ha fatto uno stile politico e una cifra intellettuale saprebbe interpretare al meglio, sui banchi del governo, il nuovo clima? In fondo, è la risposta sabauda, quindi con molto understatement, al generone romano, al piacione da terrazza sul Pincio, e pure al sciur Brambilla, alle ganassate meneghine. Allo stesso modo, la summa del chiamparinismo, riassumibile nell’esageroma nen, non esageriamo, non è come potrebbe apparire l’invito alla morigeratezza, quanto piuttosto a stare con i piedi per terra, a non fasciarsi la testa di fronte alle difficoltà, a cogliere con coraggio la sfida. «Il coraggio della moderazione, la temerarietà della moderazione, la radicalità della moderazione». È la linea del 52 sbarrato.


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mondo Sgomento internazionale

Ucciso il procuratore anticrimine Con la sua fama di magistrato incorruttibile si era fatto molti nemici: è stato ucciso la scorsa notte con due colpi di pistola Ievgheni Grigoriev, 48 anni, procuratore della regione di Saratov. I colleghi non dubitano del fatto che l’omicidio, portato a termine sotto casa del magistrato con un’arma munita di silenziatore, sia legato alle inchieste della vittima. L’anno scorso Grigoriev aveva istituito un comitato contro la corruzione che aveva portato di fronte ai giudici 132 funzionari pubblici. Era inoltre promotore di un progetto di prossima discussione per vietare la vendita notturna di superalcolici.

La disinvoltura economica di Putin fa galoppare il Paese, ma la corruzione dilaga

Quando è il rublo a fare boom di Francesco Maria Cannatà econdo i dati della Banca centrale russa nel 2007 il Paese crescerà dell’8,1 per cento, superiore di due punti a quanto previsto. È una Russia in forte crescita che non riesce però a liberarsi dalla corruzione. Secondo Alexander Buksman, vice procuratore generale russo, alla fine del 2006 la cifra scomparsa nel labirinto burocratico-criminale russo, era pari a 240 miliardi di dollari. Nei soli primi otto mesi del 2006 la polizia ne aveva denunciato 28mila casi. Per il centro studi Indem, nel 2005 la “mazzetta” media era di 136mila dollari. Nonostante questo flagello, da Putin sempre messo al centro dei suoi discorsi sullo stato della nazione, l’economia russa cresce. I motivi dell’ultimo boom non vanno cercati nelle esportazioni delle materie prime. Infatti le importazioni russe, molte in euro, vanificano i vantaggi dovuti ai prezzi di gas e petrolio. L’attuale crescita è invece dovuta alla trasformazione struttuale del settore dei servizi moderni che si sono aperti a negozi, banche, distributori di benzina. Una dinamica che ha visto il ceto medio solo come

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consumatore. Ma radicandosi e innestando un circuito virtuoso, il processo coinvolgerà anche gli strati sociali intermedi. Il saldo positivo della bilancia commerciale è il carburante dell’economia nazionale. Nel 2007 l’attivo - in crescita dal 1998 - ha registrato un calo del 50 per cento rispetto al 2006. Si presume che la crescita delle importazioni - dovuta all’aumento del reddito, alla conseguente crescita dei con-

circa otto volte. L’inflazione è invece un tema scottante. Nel 2007 quella reale, al 12 per cento, è stata superiore a quella programmata dell’8,5 per cento. Si è così invertito il trend del calo dei prezzi che durava dal 1998.Tutti gli studi rilevano che l’aumento costante del livello dei prezzi è la prima preoccupazione della Federazione. Le cause sono diverse. Primo, l’aumento dei prezzi dei beni di

strada costa più in Russia che in Finlandia. Una politica deflazionistica è difficile. I tentativi dirigisti sull’economia, come il blocco dei prezzi, sono falliti. La politica monetaria della Banca centrale russa cerca di raffreddare l’inflazione e frenare la rivalutazione reale del rublo. La valuta russa è solo nominalmente stabile rispetto a dollaro ed euro, ma in una economia fortemente “dollarizzata”ciò è in linea con le aspet-

Il debito estero è sceso dai 130 miliardi di dollari del 1999 ai 38 attuali. Il volume delle valute pregiate è aumentato del 300 per cento e lo stipendio medio è aumentato di circa otto volte. Il tasso di inflazione invece aumenta sumi interni e alla scarsa competitività di molte merci russe proseguirà fino ad azzerare l’avanzo commerciale. La rivalutazione del rublo spingerà verso il mercato globale. Il Cremlino ha saputo fare buon uso del surplus. Il debito estero è sceso dai 130 miliardi di dollari del 1999 ai 38 attuali. Dal 1999 il volume delle valute pregiate è aumentato del 300 per cento e, sempre riferendosi all’anno più difficile per l’economia della nuova Russia, lo stipendio medio è aumentato di

prima necessità: un terzo del consumo russo proviene dal mercato mondiale. Secondo, gli alti e inaspettati ricavi delle esportazioni: l’aumento conseguente della spesa pubblica e della massa monetaria in circolazione è avvenuto nel momento forse meno adatto. Infine, il Paese vive una fase di surriscaldamento dell’economia. La grande città soffre della mancanza di forza lavoro qualificata, così aumentano salari e stipendi. Secondo stime finlandesi, costruire un auto-

tative. Oltre che per l’inflazione, il problema del cambio è rilevante per il flusso dei capitali. Il Cremlino vorrebbe il Paese destinatario di investimenti diretti, stabili e di lungo periodo, moderne tecnologie, knowhow e competenze manageriali indispensabili per esportare di più. Nel 2007 il flusso degli investimenti diretti è aumentato in modo massiccio, ma grazie a pochi imprenditori che investono molto nel settore energetico. La costante crescita dei costi e la rivalutazione del ru-

blo possono convincere che la Russia non sia adatta per l’esportazione. Le nuove zone economiche speciali, simili ai settori di eccellenza tedeschi, ma con meno università, meno sviluppo tecnologico e più capitale, sono un tentativo di attirare investimenti con forti incentivi fiscali. Una prima iniziativa è però «completamente fallita», come ammesso dal vice ministro del Tesoro. Nonostante l’inflazione, l’equiparazione del prezzo interno del gas a quello da esportazioni andrà avanti. Lo stadio di netback non si dovrebbe raggiungere prima del 2011. E dunque, non potendo aumentare il carico fiscale sulle materie prime, il miglioramento della efficienza energetica sul mercato interno sarà la questione centrale dell’economia del futuro. Calo del surplus commerciale, aumento degli investimenti pubblici, diminuzione degli introiti fiscali sulle materie prime: la “torta” destinata alle clientele putiniane diminuirà. Forse l’era Medvedev potrebbe segnare un nuovo inizio. Anche se sullo sfondo rimarrà Putin. E la corruzione. Direttore Quadrante Europa


mondo

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La Nato appronta una nuova struttura contro le guerre virtuali

Con la Cyberwar i soldati sono nella rete di Francesco Guarascio e guerre tradizionali prendevano mesi. Le guerre moderne settimane. Per le guerre virtuali che si combattono su internet bastano pochi minuti o secondi». A parlare è Jaak Aaviksoo, ministro della Difesa dell’Estonia e reduce di una delle più intense guerriglie elettroniche finora registrate, così intensa da spingere la Nato a rivedere il suo sistema di difesa per includervi una nuova struttura dedicata a far fronte ai pericoli provenienti dalla Rete. Aaviksoo aveva appena assunto le redini dell’apparato difensivo del suo Paese quando lo scorso maggio si è trovato a far fronte ad un black-out generalizzato che ha messo fuori uso i computer delle banche più importanti e numerosi siti internet di autorità pubbliche. L’attacco virtuale è giunto durante le proteste russe per lo spostamento in un cimitero della statua di un soldato dell’Armata Rossa per anni posizionata nel centro di Tallinn, la capitale. Per diversi giorni i cittadini estoni non hanno potuto accedere ai servizi su Internet, in un Paese dove il 90 per cento delle dichiarazioni dei redditi si fanno via web. Mosca è stata subito additata come la responsabile dell’attacco che, secondo le autorità estoni, è stato sferrato da computer collegati a server del governo russo. Qualcuno a Tallinn ha paragonato l’attacco all’11 settembre di New York. «Gli eventi nella rete ci possono colpire duramente proprio come quelli reali, nel momento in cui sono percepiti come minacce alla sicurezza di un Paese», ha sottolineato Aaviksoo. E non si tratta di esagerazioni. Se l’effetto principale di un attentato

«L

gli attacchi possono essere pianificati in un Paese, ma poi eseguiti con computer posti in qualsiasi parte del mondo è quello di mettere fuori uso infrastrutture sensibili in un Paese e diffondere il panico, quello che è accaduto in Estonia la scorsa primavera non differisce di molto. La Nato creerà una nuova struttura dedicata alla prevenzione e al contrasto di nuovi attacchi virtuali. L’occasione giungerà con il vertice dei capi di Stato e di governo dei Paesi Nato che avrà luogo in Romania, dal 2 al 4 aprile prossimi. «A Bucarest avvieremo una nuova struttura con il compito di condividere intelligence e di agire in modo coordinato contro guerriglia o guerra virtuale», ha affermato il generale della Nato, Georges D’Hollander. L’attività di intelligence sarà la priorità della nuova

struttura, anche perché risulta difficile capire da dove a da chi proviene l’attacco. Tallinn accusa Mosca per il black out di maggio, ma a detta dello stesso Aaviksoo «non abbiamo trovato ancora nessuna pistola fumante. Nel web non ci sono impronte digitali». I casi di errate diagnosi si sprecano. «Un recente attacco contro siti delle autorità britanniche è stato inizialmente attributo a terroristi basati in Corea del Nord o in Lettonia, per poi scoprire che a mettere in crisi il sistema era stato un hacker londinese di sedici anni», ha spiegato il professor Peter Sommer che insegna Sicurezza dei sistemi informatici alla London School of Economics. Di fatto gli attacchi possono essere studiati in un Paese, ma poi essere eseguiti con computer posti in tutto il mondo. In gergo sono chiamati botnet, o soldati della rete. Si tratta di pc sequestrati tramite software infiltrati come moderni cavalli di Troia nei sistemi operativi. Al richiamo dei loro controllori (e all’insaputa degli stessi proprietari dei pc), portano attacchi virtuali. «Si stima che almeno il 2 per cento dei computer nel mondo agiscano da botnet», ha affermato Aaviksoo. Di fronte ad un esercito virtuale talmente possente la Nato dovrebbe creare un sistema di server capaci di intervenire congiuntamente in aiuto dei siti attaccati. «Questo implica però un’estensione dell’attuale protezione del sistema di comunicazione interno dell’Alleanza ad una rete ben più grande. Le complicazioni non mancano», ha ammesso un funzionario della Nato.

Botnet, i «commando» del web I BOTNET, OVVERO I ROBOT della rete, sono computer infetti controllati a distanza e spesso all’insaputa dei proprietari. Alcuni analisti ne contano circa un milione nel mondo. Altre statistiche fanno riferimento ad almeno il 2 per cento di tutti i computer collegati alla rete. Si calcola che solo negli Stati Uniti si trovino oltre un terzo (34 per cento) di tutti i computer infetti. Un’altra sostanziosa fetta e’ localizzata in Cina (31 per cento). La Russia segue a distanza con circa il 10 per cento. In Italia sono di meno, ma in crescita. Le attività illegali effettuate tramite questi moderni cavalli di Troia sono varie. Innanzitutto, i software installa-

ti a distanza possono agire direttamente a danno degli stessi computer in cui sono infiltrati, sottraendone per esempio dati sensibili o impedendone le normali operazioni. Si aggiungono poi i danni arrecati a computer terzi. Lo spam, cioé l’invio di e-mail indesiderate, è spesso effettuato tramite computer controllati a distanza. Quando si trasformano in botnet, le macchine arrivano poi a presentare minacce concrete non solo per gli utenti privati ma per interi governi. Secondo le stime del ministero della Difesa estone, l’attacco dello scorso maggio è costato al Paese milioni di euro.

d i a r i o

d e l

g i o r n o

Kosovo 1/ Usa e big Europa danno ok L’Italia e gli altri big europei coinvolti in prima linea nel dossier Kosovo annunceranno l’intenzione di riconoscere l’indipendenza di Pristina già da lunedì, al termine della riunione dei ministri degli Esteri dei 27 a Bruxelles. Lo riferiscono fonti diplomatiche, rivelando che i governi di Roma, Londra, Berlino, Parigi, insieme agli Usa, non lasceranno passare più di 24 ore prima di accettare la secessione del Kosovo dalla Serbia. Nel frattempo, venerdì allo scadere della mezzanotte arriverà il via libera operativo all’invio della missione civile Ue in Kosovo.

Kosovo 2/ Serbia, nessuna umiliazione La Serbia non si farà umiliare sul proprio territorio con «uno Stato fantoccio». Lo ha affermato il primo Ministro serbo Vojislav Kostunica. «Dobbiamo concentrarci su decisioni di portata storica e annullare, una volta per tutte, ogni atto dei separatisti albanesi».

Kosovo 3/ Putin: no a doppi standard L’appoggio unilaterale all’indipendenza del Kosovo è un atto «immorale e illegale», e l’Europa dovrebbe smettere con i doppi standard: lo ha detto Vladimir Putin ieri, nella sua ultima conferenza stampa annuale da presidente russo. «Non vogliamo scimmiottare l’Occidente, se qualcuno prende decisioni stupide e illegali, non significa che dobbiamo farlo anche noi», ha detto Putin. «Ma lo interpreteremo come un segnale e reagiremo per garantire i nostri interessi. Abbiamo già pronto un piano e sappiamo cosa fare».

Hezbollah dichiara guerra a Israele Hassan Nasrallah, leader degli Hezbollah, ha dichiarato «guerra aperta» a Israele durante un discorso fatto al funerale del capo militare della milizia sciita, Imad Mughnieh, ucciso a Damasco da un’autobomba. «Se i sionisti vogliono la guerra, allora l’avranno», ha detto Nasrallah durante la cerimonia funebre avvenuta a Beirut.

Bosnia, perduto l’accordo di Dayton L’originale dell’accordo di pace di Dayton, che ha messo fine alla guerra in Bosnia, non c’e’ nell’archivio della presidenza bosniaca e non si sa dove sia finito. Lo ha annunciato l’attuale presidente della presidenza tripartita bosniaca Zeljko Komsic.

Fratelli musulmani: 36 arresti in Egitto Le autorità egiziane hanno annunciatoi l’arresto di 36 membri della Fratellanza musulmana, il maggior partito d’opposizone al governo di Hosni Mubarak. Le operazioni di polizia sono state eseguite nelle città di Manufiya e Sharqiya, sul delta del Nilo, e a Fayun a sud del Cairo. Nelle elezioni del 2005 il partito, dichiarato illegale, presentando i propri candidati in liste indipendenti, aveva conquistato un quinto dei seggi.

Libano: un milione in piazza per Hariri Un milione di libanesi, rispondendo all’appello della maggioranza parlamentare antisiriana, hanno manifestato nel centro di Beirut in occasione del terzo anniversario dell’omicidio delll’ex primo Ministro Afec Hariri. La notizia è pervenuta attraverso il minstro degli Interni libanesi che perevede un afflusso di ulteriori 500mila persone nella piazza dei Martiri della capitale libanese.

Nato: decidiamo noi, non la Russia I 26 Paesi membri della Nato sono «i soli» che devono decidere sull’adesione di nuovi Stati all’Alleanza atlantica, Ucraina inclusa. Il portavoce James Apparthurai replica così al preseiodente russo Vladimir Putin, che ha minacciato di puntare i missili contro Kiev nel caso in cui decidesse di aderire alla Nato. L’ingresso del Paese slavo, sostenuta da presidente Viktor Yushchenko, ma osteggiatao da almeno metà della popolazione, non è al momento nell’agenda politica di Kiev.

Elezioni ceche, Klaus deve aspettare Vaclav Klaus, presidente uscente della Repubblica Ceca, la vittoria in tasca pensava di averla già la scorsa settimana. Ma se la situazione rimarrà quella di ieri, il brindisi è stato soltanto rimandato. La nuova votazione che inizierà oggi al Castello di Praga, infatti, potrebbe decretare facilmente la rielezione dell’attuale capo di stato.


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APPROFONDIMENTI

Carte

STRABORGHESE di Sergio Ricossa Per gentile concessione dell’Istituto Bruno Leoni pubblichiamo alcuni brani di Straborghese, un pamphlet scritto da Sergio Ricossa nel 1980. Un piccolo grande omaggio al pensiero liberale. Una straordinaria galleria di uomini, storie, idee e valori. l borghese è essenzialmente chi vuole farsi da sé. I tratti principali per riconoscerlo sono l’individualismo, lo spirito di indipendenza, l’anticonformismo, l’orgoglio e l’ambizione, la volontà di emergere, la tenacia, la voglia di competere, il senso critico, il gusto della vita. Sconfina nel-

I

l’eccentrico, nell’avventuriero, o egualmente bene nel martire, eccezionalmente. Martire fu, appunto, Tommaso Moro; «decapitato (scrive Praz) per tener fede alla propria coscienza», contro l’acquiescenza, «che Enrico VIII, il re toro, pretendeva non già per motivi religiosi, ma solo per poter ripudiare una vacca in favore di un’altra». Avventuriero fu Casanova, di cui il principe di Ligne diceva: «È fiero perché è nulla»; fierezza che lo fa esclamare: «L’uomo nelle sue relazioni intime e morali non deve conto delle sue azioni se non a sé stesso quaggiù, e dopo morte a Dio». Ma il borghese normale è un

moderato, che diffida sia dell’eroismo, sia della mancanza di scrupoli. Sa che sovente «l’eccesso è segno del contrario di ciò in cui si eccede» (Elémire Zolla). Il borghese non accetta le caste, ma neanche l’egualitarismo. Nel Settecento lo sentiamo dichiarare: «Gli uomini nascono eguali», ma il significato è soltanto che non conta nascere nobili o plebei. Conta quello che si fa della propria vita. Il borghese crede nella gerarchia, non nelle classi sociali: la sua gerarchia è individuale. Non sente la solidarietà di classe, perché anzi è abituato alla concorrenza coi suoi pari. Sente poco la solidarietà in gene-

Il borghese non accetta le caste, ma neanche l’egualitarismo rale, perché pensa che se egli si fa da sé, senza aiuti, tutti debbano farsi da sé. Lottatore, nega tuttavia la «lotta di classe». Non s’intruppa volentieri nemmeno per ricavarne vantaggi. «Che superbia», sentenzia il prossimo. Non si riesce a dargli un partito: «Erasmus est homo pro se». Ciò risulta incomprensibile alla gente che non può vivere senza un partito.

N e l l a c a t t i v a f o r t u n a , il borghese morirebbe di fame pur di non chiedere l’elemosina. Perciò il mendicante non lo impietosisce oltre misura. È disposto a imputare a sé stesso il proprio eventuale fallimento, senza cercare scuse. Perciò il fallimento altrui non lo disturba più di tanto. La morale borghese si fonda sulla responsabilità indivi-


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Carte THOMAS MORE Meglio noto con il suo nome italianizzato in Tommaso Moro fu scrittore e politico umanista. Cattolico, nato a Londra nel 1478 fu condannato a morte da Enrico VIII per il suo rifiuto di accettare la supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra

ERASMO DA ROTTERDAM Nome latinizzato di Geert Geertsz, è stato un profondo teologo, umanista e filosofo olandese. Firmò i suoi scritti con lo pseudonimo di Desiderius Erasmus. L’opera più conosciuta è l’Elogio della follia

JONATHAN SWIFT Scrittore irlandese del’700, autore di romanzi e pamphlet satirici. È considerato tra i maestri della prosa satirica in lingua inglese, con cui si occupò di politica e religione. Scrisse i Viaggi di Gulliver

GIACOMO LEOPARDI Il maggior poeta del romanticismo italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale. Fu anche filosofo e saggista. Visse a Recanati, ma si spense a Napoli nel 1837

duale, sulla colpa individuale e sulla punizione individuale. Egli passa talvolta per uomo senza cuore, egoista, spietato, ma non chiede agli altri più di quanto chieda a sé stesso. Ama competere lealmente, e che vinca il migliore. Ma se vi sono vincitori, è fatale che vi siano perdenti. Ama il rischio calcolato, e più raramente quello spericolato. Sente poco l’invidia perché riconosce a tutti il suo stesso obiettivo di eccellere. Ma disprezza chi è avanti senza merito, per privilegio, o chi dà via l’indipendenza per avere protezione. Volendo essere rispettato, rispetta gli altri. Non vuole ricevere senza dare, non vuole dare senza ricevere. Egli scambia. Il suo diritto è il

contratto privato, la sua economia è il mercato. Dice: «lasciatemi fare». Preferisce di gran lunga il lavoro indipendente al lavoro subordinato. Le professioni o arti liberali lo attirano. Il commercio non lo disgusta, pur quando è disprezzato dai benpensanti. Se il «ben pensare» è quello del gregge, meglio il «mal pensare»: il borghese Leopardi aveva appunto scelto come pseudonimo «il Malpensante». «Vendo, non mi vendo», dice il borghese mercante. Nel Livre des manières di Etienne de Fougères il mercante è praticamente equiparato alla prostituta; siamo nel 1170. Otto secoli dopo c’è chi sostiene che la prostituta sia più rispettabile

Il suo diritto è il contratto privato, la sua economia è il libero mercato del mercante. Il borghese se ne dispiace, ma non esageratamente: gli basta sapere che non vende il suo corpo né soprattutto la sua anima. Si narra che, avendo l’imperatrice Teodora ceduto alla tentazione di finanziare un carico marittimo, l’imperatore Teofilo fece bruciare la nave perché l’operazione era indegna della sua sposa. Il borghese, invece, se è il caso diventa imperatore finanziando

la marina mercantile, e inventa le assicurazioni contro il rischio che i mariti brucino le navi alle mogli.

«Bottegaio,

affarista»:

così lo ingiuriano. Ma il successo gli piace assai più del denaro. Il denaro è per lui importante solo perché è un segno del successo, oltre che una garanzia di indipendenza: perciò il borghese lo cerca, l’accumula. Col cervello,

però, non col cuore (segue la raccomandazione di Swift). Secondo le regole borghesi, chi ha, è. «Avido, avaro», dice la gente. Eppure il borghese si contenta spesso di pochi agi, ed è generoso nei doni, che testimoniano il suo successo. A Firenze, il Duomo, Santa Croce, Santa Maria Novella furono costruite con le donazioni dei grandi borghesi locali. Oggi, la borghesia dona ai musei, alle università, agli ospedali; almeno finché non le si dice che il mecenatismo e la beneficenza sono cose riprovevoli. (Ma si vede raramente che un antiborghese rifiuti i milioni offertigli da un borghese).

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JORGE LUIS BORGES

BERNARD GROETHUYSEN

GIACOMO CASANOVA

Argentino, scrittore tra i più influenti del secolo scorso. È famoso per i suoi racconti, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i temi del fantastico

Scrittore e filosofo politico. È conosciuto soprattutto per aver scritto Filosofia della Rivoluzione francese nel 1967 ed Origine dello spirito borghese in Francia nel 1964

Visse a Venezia nel ’700. Fu avventuriero, scrittore, diplomatico, e agente segreto. Ma soprattutto fu il più grande seduttore della storia

segue da pagina 13 La borghesia odia però gli sprechi anche solo una briciola nella fase dell’accumulazione e questo in nome dell’efficienza. Allo scopo inventa la contabilità, perchè nulla le sfugga. La nobiltà non borghese si vanta invece di non saper fare di conto, che è confessione stupida, e perde terre e palazzi. Farsi da sé è una sfida al mondo intero, una sfida al destino: nella dura fase iniziale, non si ammettono leggerezze, distrazioni, pause. Les affaires sont les affaires, come intitola Octave Mirbeau.

lui, di carattere come e più di lui. La moglie nobile e non borghese è un lusso pericoloso: lo sapeva George Dandin.

F u M a r x a dire: «La borghesia ha avuto da svolgere nella

industriale è ovviamente creazione borghese, benché nessuno l’abbia preannunciata: ed è la rivoluzione più rivoluzionaria della storia, al cospetto della quale la rivoluzione sovietica è minuscola, imi-

Umanista poco incline al collettivo

Farsi da sé è una sfida al mondo intero, una sfida al destino Preso dagli affari, sovente in viaggio, il borghese recita la parte del cornuto in innumerevoli satire. Ma egli non ci bada soverchiamente, e talvolta tende a considerare le donne un altro segno di successo: un segno o un mezzo (coi matrimoni di interesse). Ha ben altre cose in mente che i piccoli sentimentalismi: sta di continuo facendo la «rivoluzione». Ma anche a lui può capitare di innamorarsi. II padrone delle ferriere, il personaggio di Giorgio Ohnet, sposa per amore l’altezzosa Clara di Beaulieu, sebbene sia rimasta senza dote: lo si consideri pure un esempio di eroismo borghese, se si vuole. Quasi sempre, il marito borghese ascende perché ha una moglie e collaboratrice degna di lui, borghese come e più di

quando non lo è. Un grande imprenditore italiano, oltre che propugnare l’uso dei metodi americani più avanzati di management, non assumeva un collaboratore senza prima conoscerne l’oroscopo. D’al-

storia un compito sommamente rivoluzionario». Il borghese crede che il mondo sia sempre da cambiare, da migliorare: non si contenta mai, non si rassegna. Ma sempre su scala individuale, senza vaneggiare di palingenesi sociali. Se fa le palingenesi è senza pianificarle: le ottiene senza premeditazione, come somma di innumerevoli atti indipendenti di innumerevoli individui liberi; gradualmente, a tentoni, e di solito sono le uniche palingenesi non catastrofiche. Gli piace creare, non demolire, si sente artefice, e in questo non differisce dall’artista. I critici lo accusano di emarginare la sensibilità, la fantasia, l’utopia, per lasciar posto alla razionalità. La questione è più complicata: il borghese crede di essere razionale anche

tronde, se fosse stato del tutto razionale, avrebbe forse fatto il burocrate, non l’imprenditore, e per giunta in Italia. Comunque sia, gli artisti borghesi sono legioni anche fra i maggiori. Sono legioni le cose inventate dal borghese e che vanno molto al di là del suo individualismo. Egli inventa il mercato: macchine e organizzazioni, nuovi prodotti, nuovi modi di vivere. Ma inoltre, quando la campagna feudale gli diventa troppo stretta, inventa il comune, la città libera (di qui il suo nome: da «borgo cittadino»). Quando la fiscalità del sovrano gli diventa troppo oppressiva, inventa la democrazia (quale ironia che nel tempo il parlamento, invece di controllare il sovrano, si sia fatto più fiscale e torchiatore di lui). Inventa la pace imperiale per trafficare meglio. Come scrive Lidia Storoni, la borghesia romana «era il ceto che aveva creato l’impero per la sicurezza dei suoi traffici, l’espansione delle sue imprese». L’impero britannico non avrà origine molto diversa. La rivoluzione

e di male. Perciò l’umanesimo borghese è intinto di pessimismo. Crede nel miglioramento (arduo) del singolo, non in quello della specie umana, della natura umana. Di qui un certo paradossale conservatorismo borghese, che però non è assolutamente la voglia di conservare i privilegi, bensì un modo di innovare senza farsi illusioni. Il borghese può scrivere l’Utopia, come Tommaso Moro, senza essere utopista sul serio (può scrivere l’Elogio della pazzia senza essere matto). Può scervellarsi a imparare l’econometria, senza poi applicarla veramente.

Ha fede in Dio, crede in Lui, ma non può ammettere che l’altro mondo sia tutto tativa, benché più sanguinaria. La rivoluzione sovietica non sarebbe stata nemmeno concepita senza la rivoluzione industriale borghese di un secolo prima. La Russia, per difetto di borghesia, non riusciva a industrializzarsi spontaneamente, o non si industrializzava abbastanza in fretta: ci fu chi cercò crudeli surrogati politici nel comunismo.

I l b o r g h e s e h a f e d e in sé stesso e poco altro. Non ha nemmeno molta fede in sé stesso. Si studia intensamente, si conosce senza ipocrisie, vede le sue debolezze. L’individualismo si occupa dell’individuo reale, come è, non dell’uomo in astratto. E se l’uomo in astratto può parere puro, l’individuo concreto e sempre un miscuglio di bene

Le scienze sociali gli appaiono «secchissime», per dirla con Leopardi, e pensa con lui che esse, «anche ottenendo i loro fini, gioverebbero pochissimo alla felicità degli uomini, che sono individui e non popoli». Il borghese ha fede in Dio, il Dio creatore, ma gli sfugge una dimensione del cristianesimo. Non può ammettere che il mondo terreno sia nulla, e l’altro mondo sia tutto. Al contrario, il borghese ama la vita, questa vita. La vuole gustare tutta, vuole trarne tutte le possibilità, e così facendo crede di rendere omaggio a Dio, crede di pregare. Si immagina che pure Dio sia un po’ borghese: «Dio, vecchio abbonato del “Figaro”», come dice Pauwels, che naturalmente collabora a quel giornale.


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Carte Giudica suo dovere, un dovere assegnatogli dal Creatore, di scoprire e sfruttare le infinite meraviglie del creato, di moltiplicarle, di godersele, di assaporarle fino alla golosità (dopo la fase dura, inventa la belle époque). Il borghese, fattosi scienziato e tecnico, ritiene di continuare l’opera divina per incarico divino. Ovviamente è convinto che il futuro sia indeterminato, e che tocchi a lui cercare di determinarlo il meglio possibile. Ripudia lo storicismo secondo il quale la storia ha un decorso fatale, tanto che lo si può profetare. Il borghese è tutt’altro che un profeta, è uno sperimentatore, è un seguace di Popper anche se non lo ha mai letto. È liberale e liberista perché vuole la libertà di tentare, di provare (e, se è onesto, sulla sua pelle, non sulla pelle di altri che non vogliono). Se dunque vi sono per il borghese dei problemi religiosi, li risolve in un modo o nell’altro. Il cattolicesimo si è varie volte adattato alla mentalità borghese, forse più di quanto questa si sia adattata a quello. Gli scolastici cominciarono cercando il «giusto prezzo» e finirono con lo scoprire il prezzo del mercato di concorrenza. I francescani cominciarono condannando l’usura e poi la praticarono di tanto in tanto. La Chiesa ricorse in modo lampante alla mentalità borghese

dio.Vivere e lasciar vivere. I religiosi e i moralisti lo accusano di adorare Mercurio dio dei ladri, e di fomentare il vizio pur di far quattrini. È talvolta vero. Ma sfugge a costoro il nesso tra il profitto e la libertà, o peggio essi privano di valore la libertà stessa. Il borghese pensa che Dio voglia gli uomini buoni non per forza, ma per loro libera scelta. Pensa inoltre che il mercato non sia immorale, ma amorale, perché lascia la moralità al singolo consumatore che domanda. Come commenta George Stigler, i camerieri non sono responsabili dell’obesità dei loro clienti. E l’obesità non nuoce ad altri che agli obesi. Tuttavia, non appena il vizio lede gl’interessi altrui, ecco insorgere il borghese. Gli stessi critici, che lo accusano di furto continuato, lo accusano allora di eccedere come severità nelle leggi contro il furto e a protezione del diritto di proprietà. «Sono incontentabili», dice il borghese, e se ne infischia (nemmeno Dio riesce a contentare tutti).

Il futuro è indeterminato quando, nel 1240, Gregorio IX concesse l’equivalenza tra il voto di combattere la crociata e il versamento di una somma monetaria nella borsa papale. Ma già nel concilio di Reims (92 -924) era stato approvato un tariffario in denaro in sostituzione delle penitenze. Un altro caso curioso di accosta-

È liberale e liberista perchè vuole la libertà di tentare, di provare

mento tra cattolicesimo e borghesia riguarda l’organizzazione del tempo. La puntualità è virtù borghese. Il borghese è l’uomo che guarda sempre l’orologio; ma i primi a esaltare il rigore nell’orario furono gli ordini monastici. Con la riforma protestante, poi, la borghesia riesce a dimostrare che il successo terreno ha l’approvazione di Dio: un tema fin troppo trattato nella letteratura. Resta il fatto che, come osserva Groethuysen, presto o tardi «l’incredulità si fa borghese». Il borghese è diffidente, vuol fare di testa sua, vuol toccare con mano. Non capisce il dog-

matismo, è facilmente scettico. Il borghesissimo Giotto dipinse Cristi, Madonne e Santi tutta la vita: questo gli concesse di fare soldi a palate, e non gl’impedì di manifestare qualche dubbio sull’Immacolata Concezione. Il borghese è scarsamente missionario: la gente faccia quel che vuole, purché non dia fasti-

Per lui, la vita è sacra perché riguarda l’individuo, è la sua prima proprietà intoccabile. Il borghese non può ragionare come Napoleone, che sul campo di battaglia, circondato di cadaveri, pare esclamasse: «Una notte d’amore a Parigi è sufficiente per rimediare a questa».

Il borghese è diffidente, vuol fare di testa sua, vuol toccare con mano

KARL POPPER

ELÉMIRE ZOLLA

GEORGE STIGLER

Filosofo politico austriaco, ma britannico d’adozione, fu difensore della democrazia e del liberalismo ed avversario di ogni forma di totalitarismo

Saggista, critico e filosofo, conoscitore di dottrine esoteriche e studioso di mistica. Nel 1959 pubblicò il saggio ”Eclissi dell’intellettuale”

Grande amico di Milton Friedman, è stato un noto economista statunitense, figura di spicco della celebre Scuola di Chicago


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Carte L’uomo borghese non è un numero e non è intercambiabile (proprio come l’uomo naturale, le cui cellule rigettano un trapianto di pelle altrui perfino se gli viene dal fratello). Ma il borghese non conosce altra realtà fuori dell’individuo. Non conosce la collettività: il popolo, la classe, e così via (ammette la famiglia per eccezione che conferma la regola). Non capisce gli enti astratti come lo Stato. Per lui, lo Stato non esiste; esistono degli uomini in carne e ossa, e fallibili come tutti gli al-

cratizzi: nuoce quindi alla burocrazia e a tutti quelli che, pur deprecandola, in realtà ne chiedono l’estensione continua. Nuoce ai fautori dello Stato assistenziale, che si occupa di noi «dalla culla alla bara» (Beveridge si pentì di avere ripreso da Bismarck questa formula totalitaria, che oggi trionfa nonostante il suo pentimento).

Il lettore può avere avuto l’impressione che la mia definizione di borghesia sia esagerata, onde potere abbracciare

Per lui, lo Stato non esiste; esistono degli uomini in carne ed ossa tri, i quali parlano e agiscono in nome e per canto dello Stato, che è una finzione giuridica. La giustizia «sociale» gli appare truffaldina, almeno nel vocabolario. L’ordine lo intende esclusivamente come un insieme di regole del gioco da rispettare, perché i concorrenti non barino. La legge deve tutelare la vi-

che tanta varietà sia perfino un bene. Credo però che un sia pur modesto allenamento permetta sempre di distinguere la borghesia dal sua opposto, che è il collettivismo, al quale sarà giocoforza riservare qualche pagina di confronto. Mi si può pure obiettare che i miei borghesi sono nient’altro che gli individualisti ai quali ho cambiato nome. Rispondo: quasi, non esattamente. I borghesi (e non se ne trovano due identici) sono individualisti più qualcosa e meno qualcosa. Più il buon senso e meno l’estremismo degli anarchici individualisti. I borghesi sono tentati dall’anarchismo e fanno sforzi per resistere alla tentazione. A ognuno di essi si attaglia la definizione data a Borges: «un liberale che crede sacrificare molto al socialismo non chie-

ceri siano abolite. I borghesi vanno in chiesa, a differenza degli anarchici. Adottano la divisa di Goethe: «Curiosità per il conoscibile, riverenza per l’inconoscibile». Rispettano le tradizioni, che preservano il meglio del passato e sono il regalo dei nostri avi. Conoscono la storia e l’economia un po’ meglio degli anarchici, e sanno che nulla va mai come dovrebbe andare. Perciò è inutile mettere le bombe, e ogni tanto conviene lasciare che il mondo segua la sua strada, starsene in

servizi provenienti da tutti gli altri viventi e vissuti. È certo così. Se un grande e ignoto inventore non avesse inventato il salame nella notte dei tempi, non potrei oggi godermi la merenda sul prato il primo giorno di primavera. A quel genio non dico nemmeno grazie. Il farsi da sé è sempre relativo. Ma il borghese chiede nulla alla società se non conta di restituire alla società, e di restituire con gli interessi. Egli vuole essere magari in credito versa la società, non in

Per abolire le carceri aspettano il giorno in cui non ci saranno più delinquenti

La vita come il salame, scoperta rivoluzionaria

debito, al momento di fare i conti. Farsi da sé non è farsi per sé. Andandosene da questo mondo (il più tardi possibile), il borghese ama lasciare ai posteri un regalo, così come egli nascendo ricevette un regalo dai predecessori. E il regalo che lascia lo ha accumulato in ogni istante della sua vita, cer-

OCTAVE MIRBEAU

JOHANN WOLFGANG VON GOETHE

MICHAEL FARADAY

Giornalista, critico d’arte, scrittore, libellista, romanziere e drammaturgo francese. Alla fine dell’800 riuscì a godere del favore delle avanguardie letterarie

Scrittore, poeta e drammaturgo tedesco. Fu una delle figure chiave della transizione dall’Illuminismo al Romanticismo

Illustre scienziato dell’800. È stato un fisico e chimico britannico. Sir Faraday ha contribuito ai campi dell’elettromagnetismo e dell’elettrochimica

ta e la proprietà, e poco altro. La privacy è una conseguenza dell’individualismo borghese, e va protetta. Ma il borghese, con tutti i suoi buoni propositi, spesso non si avvede che egli, senza volerlo, dà un tremendo fastidio alla gente. Non tutti sono borghesi, cioè disposti al dinamismo. Molti vorrebbero una società statica, senza rischi, dove si faccia carriera per anzianità. Il borghese, se lo si lascia fare, impedisce che la vita si buro-

una umanità estesa da Tommaso Moro a Giacomo Casanova, passando per Giotto e Leopardi e innumerevoli imprenditori, e poveri ancor più innumerevoli. Sono il prima ad ammettere che vi sono al mondo anche schiere foltissime di non borghesi e antiborghesi, e che anzi il loro numero è decisamente eccessivo per i miei gusti.Vi sono caratteri un po’ borghesi e un po’ no, caratteri indecisi, oscillanti. Non escludo

dendo l’anarchia pura». Non la chiedono, a malincuore, per spirito insopprimibile di moderazione, per scetticismo storico.Vogliono lo «Stato minimo» («severamente minimo», aggiunge Borges), più o meno quello teorizzato in filosofia da Robert Nozick, non lo Stato nullo. Per abolire le carceri aspettano il giorno in cui non vi siano più delinquenti, non si aspettano che non vi siano più delinquenti il giorno che le car-

casa, e mettere le pantofole. Nella famosa décou pure di Huber,Voltaire è in poltrona, le gambe accavallate, una pantofola ciondolante dal piede; gli si potrebbe mettere questo «fumetto»: «l’impegno è una bella cosa, ma in corteo non ci vado».

Infine, sento l’obiezione delle obiezioni. Nessuno può farsi veramente da sé, ciascuno di noi essendo beneficiario di

cando di fare della sua vita un capolavoro. Non tutti possono inventare il salame, anche perché più di una volta non lo si inventa. Ma tutti possono inventare qualcosa o almeno provarcisi. Qualcosa che, se non è grande, potrebbe un giorno forse diventarlo, dopo secoli. Quando si chiese a Faraday a che servisse una sua scoperta appena fatta, la risposta memorabile fu: «A che serve un bambino?».


Le idee migliori sono proprietà di tutti. Seneca

C A M PA G N A

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DELLE IDEE


pagina 18 • 15 febbraio 2008

economia

Secondo Renato Brunetta il centrodestra non si opporrà alla vendita ad Air France

L’occasione di Alitalia per far decollare le privatizzazioni di Alberto Mingardi de, a cominciare dall’anomalia del doppio hub. Gli avversari dell’opzione Air France sostengono che sia stato improprio trasformare il piano di Prato, nel piano di Air France. Cioè, interventi che sembravano sopportabili in virtù del senso del provvisorio di una compagnia sull’orlo del baratro, diventano indigeribili se rappresentano il passaporto per il rilancio. Gli imprenditori lombardi e piemontesi, spaventati per il futuro di Malpensa, fanno proprie preoccupazioni condivisibili. È ben vero che il numero delle

l richiamo del governatore della Banca d’Italia all’importanza delle privatizzazioni, per ridurre il debito pubblico, è suonato a molti come una sveglia. Nel disegnare soluzioni per l’Italia di domani, i candidati impegnati nelle elezioni politiche si dimenticano (maliziosamente?) della possibilità di ricominciare a privatizzare. Per reperire risorse, e per restituire al mercato e alla competizione una vasta gamma di settori, tutt’ora monopolizzati o comunque severamente presidiati dallo Stato.

vendita, un eventuale esecutivo di centrodestra non cercherà di tornare indietro. Rassicurante, perché le sirene dell’italianità di Alitalia, che durante i cinque anni in cui Berlusconi stava a Palazzo Chigi hanno convinto il centrodestra a rabberciare i bilanci della compagnia, ad evitare il fallimento e l’ipotizzata cessione della “best company” che sarebbe risorta dalle ceneri - hanno lasciato posto quelle del “salvare Malpensa”.

C’è, da questo punto di vista, una vicenda sulla quale è opportuno tenere ben fisso lo sguardo. È la vendita di Alitalia. Il 20 febbraio è fissata l’udienza per la discussione della richiesta di sospensione cautelare della trattativa in esclusiva tra Alitalia e Air France. Si saprà allora se Carlo Toto e la sua Air One hanno qualche fondata speranza di riaprire la partita. È rassicurante che, fra gli esponenti dell’attuale opposizione e probabile futura maggioranza, Renato Brunetta abbia chiarito che, in caso la trattativa voluta da Prodi e PadoaSchioppa superasse l’ostacolo del Tar e dovesse condurre alla

Gli imprenditori lombardi e piemontesi, spaventati per il futuro di Malpensa fanno proprie preoccupazioni condivisibili. Questa vicenda può essere l’occasione per il prossimo governo di dimostrare un cambio di rotta

I

Si possono avere opinioni radicalmente critiche sulla soli-

dità dell’offerta di Toto: come hanno spiegato Ugo Arrigo ed Andrea Giuricin (Università di Milano Bicocca - Istituto Bruno Leoni), Air One ha un fatturato pari alle perdite annuali di Alitalia, detiene una modesta quota di mercato pari al 7 per cento, concentrato per giunta in un segmento nel quale la concorrenza non ha ancora potuto dispiegare i suoi effetti. Ma non si può dubitare del fatto che l’imprenditore abruzzese è un

grande pierre di se stesso. L’essere riuscito a sovrapporre perfettamente il proprio destino, e quello dell’hub varesino, è un capolavoro di comunicazione. Quando il Tesoro aveva aperto la prima gara, andata fallita, per il vettore, Air One aveva giocato la carta dell’offerta “di sistema”: della sua offerta si parlava come di un progetto sponsorizzato da una banca che i maligni accreditavano di una certa vicinanza al presidente del Consiglio, una soluzione “italiana”, “al servizio del Paese”. Con riconosciuti pro-

blemi di Antitrust sulla rotta Linate-Fiumicino: ma che cos’è la concorrenza, davanti all’interesse del Paese?

Fallita la soluzione all’italiana ma “istituzionale”, siamo alla soluzione all’italiana, ma “sovversiva”. Le fiches ora sono tutte puntate sullo scalo lombardo. Il piano industriale approntato per Alitalia da Maurizio Prato mirava a rattoppare le voragini più profon-

rotte intercontinentali che lasciano Milano, a causa dello sgombero di Alitalia, è abbastanza modesto. Ed è altrettanto vero che non esiste un diritto al “volo intercontinentale diretto”in partenza sotto casa, e che parlare di Malpensa come aeroporto del Nord ha poco senso. Per i torinesi che hanno Caselle a due passi dal centro città è meno scomodo fare scalo a Francoforte che sciropparsi un’ora e mezza di autostrada.

Tuttavia, la Lombardia ha fame di infrastrutture, ne possiede di drammaticamente deficitarie, è doveroso che rifletta su come sfruttare meglio un aeroporto che può essere una risorsa fantastica. Ma se il presidente della Sea Bonomi dice il vero quando, come ha fatto ieri, afferma che “ci sono, senza esagerare, decine e decine di vettori interessati” agli slot lasciati liberi da Alitalia, non si capisce davvero il senso della protesta e dell’arrocco intorno a Toto. O Malpensa è già oggi attrattiva, e allora la Sea dovrebbe accompagnare con gusto Alitalia alla porta, oppure non lo è, e bisogna pensare a strategie affinché possa diventarlo (a cominciare da una privatizzazione che obblighi i gestori dall’aeroporto a comportarsi da operatori di mercato). In un caso, il problema non esiste. Nell’altro, l’addio di Alitalia è sintomo della malattia, ma non la causa. Il centrodestra che si accinge a tornare al governo del Paese ha spesso (e giustamente) biasimato i troppi “no” aprioristici della sinistra. La vicenda Alitalia/ Malpensa è la sua occasione per provare che è di pasta diversa.


economia

15 febbraio 2008 • pagina 19

Dopo Microsoft, dietro a Yahoo! spunta Google

Motori di ricerca: la guerra continua di Maurizio Stefanini

d i a r i o

d e l

g i o r n o

Banche, boom dei conti a zero spese Il VI Rapporto conti correnti a cura di Of-Osservatorio finanziario, istituto indipendente che monitora i servizi e i prodotti di home banking di 50 gruppi creditizi registra un vero e proprio boom dei conti a zero spese e un taglio del 27 per cento del costo medio annuale di tenuta, da 38 a 27,70 euro in media. In particolare, si legge nello studio, i conti a zero spese rappresentano il 40,5 per cento del campione, contro il 16 per cento di un anno fa e il 4 per cento di fine 2005.

Il lavoro flessibile è al 12-13 per cento «La flessibilità rappresenta il 12-13 per cento dell’occupazione totale in Italia», lo ha dichiarato il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, presentando la conferenza ”Flessibili, non precari”, che si svolge da oggi fino a sabato a Torino, per fare il punto sulla percezione giovanile del mondo del lavoro. Damiano ha inoltre ricordato che, in base alle rilevazioni Istat, ’in Italia il lavoro nero riguarda circa 3 milioni di persone, una quota che si somma ai dati sulla flessibilita’’.

Telecom, incontro Bernabè-sindacati L’amministratore delegato di Telecom, Franco Bernabè incontra oggi i sindacati per illustrare la riorganizzazione della rete e il futuro dell’informatica di Telecom. Fra i diversi dossier è archiviata, secondo quanto risulta ai sindacati, l’ipotesi di affidare a un gestore esterno la SSC (shared service center), che si occupa dell’informatica corporate e istituzionale.

Bonanni: rivedere paniere Istat

ROMA. “Motore di ricerca: un sito che mette a disposizione degli utenti di Internet un programma in grado di eseguire ricerche automatiche sulla base delle parole chiave indicate dagli utenti”. Una definizione semplice, per una delle maggiori rivoluzioni della storia umana. Nel 1966 ci fu la prima idea della rete, nel 1969 fu spedito la prima email, nel 1974 fu creato il protocollo che permetteva di collegarsi tra diverse reti di ordinatori, nel 1981 fu lanciato il primo personal computer, nel 1983 il protocollo divenne standard, nel 1989 fu creato il primo sito. Ma fu nel 1990 che la creazione del primo motore di ricerca Archie permise infine a ogni utente di arrivare dappertutto. Infatti, è dal 1991 che si inizia a parlare definitivamente di retre mondiale. Anche se poi bisogna aspettare il 1993 per il primo navigatore, e il 1996 per il grande boom di Internet. Adesso, è di nuovo attorno ai motori di ricerca che si combatte la grande battaglia sul futuro della rete. Yahoo!, creato nel 1994 da due studenti era in quel 1996 uno delle star di quella prima Internet. Assieme agli altri due big AltaVista e HotBot, e agli sfidanti Lycos, Excite!, WebCrawler, Infoseek: ognuno con i suoi trucchi, i suoi estimatori, e anche i suoi sponsor. AltaVista, in particolare, era aiutata dall’inserimento nel portale di Microsoft, che aveva già acquisito la sua posizione dominante tra i sistemi operativi. HotBot aveva invece dietro

Anche Wikipedia potrebbe entrare nella mischia. E c’è grande effervescenza nel mercato esterno agli Stati Uniti la rivista “Wired”; Lycos la Carnegie Mellon University; Excite! il browser Nestscape; WebCrawler il provider America on Line; Infoseek la Disney.

Poi nel 1999 venne Google. Inventato anch’esso a Stanford, attorno alla trovata di non dare più la classifica delle occorrenze attraverso le parole chiave fornite dagli autori dei siti, ma con un complesso algoritmo matematico che prende in considerazione il numero di altri siti che rimandano a quello reperito attraverso la ricerca. La democrazia del web, insomma, che impediva alla radice le manipolazioni, specie pubblicitarie, ormai imperversanti sugli altri motori. Una rivoluzione che negli ultimi nove anni ha spazzato via gran parte dei concorrenti, costringendo anche gli altri a copiarlo. Compresa Yahoo!, che pure aveva resistito a lungo nella sua nicchia proprio grazie al suo sistema diverso dell’indice sistenatico, sistemante le occorrenze per categorie. Al dicembre scorso Google aveva il 46,47 per cento della quota mondiale, contro il 17,16 per cento di

Yahoo!.Terzo il sistema cinese Baidu, lanciato dal 2000 con l’interessata sponsorizzazione del governo di Pechino, sempre alle prese con spinosi problemi di censura. Solo quarto il motore sviluppato da Microsoft, con il 12,87 per cento: malgrado il vantaggio di poterlo “impostare” sui computer venduti. Una quota, quella residua di Yahoo!, che non basta per sopravvivere, tant’è che stava ora licenziando un migliaio di dipendenti. Ma che accadrebbe se Yahoo! potesse sommarsi a Microsoft? Arriverebbero a un 30 per cento che permetterebbe infine alla società di Gates di iniziare l’attacco al primato di Google nei motori di ricerca; prima che una Google sempre più in espansione non sia tentata a sua volta di sfidare il primato di Microsoft nei sistemi operativi. Di qui l’offerta di 44,6 miliardi, che però Yahoo! giudica insufficiente. Anzi, le voci la vorrebbero piuttosto interessata a un’alleanza con Google. Ma c’è anche un terzo soggetto esterno che può crescere: l’enciclopedia Wikipedia, con i servizi Wikiseek e AskWiki. Fermi nelle loro nicchie il sito di vendita Ebay al 3,9 per cento, la Time Warner di America On Line all’1,6 per cento e Ask.com all’1,1. C’è però una grande effervescenza tra i motori fuori dagli Usa: a parte Baidu, il coreano Nhn sta al 4,71 per cento, il russo Yandex allo 0,9, l’altro cinese Alibaba.com allo 0,8. Mentre si aspetta il decollo dell’indiano Guruji e la partenza del franco-tedesco Quaero.

’Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, è ritornato sul significato del termine ”inflazione prevedibile” contenuto nella piattaforma unitaria di Cgil, Cisl e Uil sulla riforma dei contratti. «L’Istat non puo’ continuare - ha detto - a permettere che i suoi dati siano falsati, il meccanismo di formazione del paniere è da rivedere. Proprio quegli elementi su cui è più forte la tempesta inflattiva sono stati sterilizzati all’interno del paniere al punto tale che si ha più che il sospetto che il 2,9 per cento, dato di per sé preoccupante, non corrisponda esattamente al livello di inflazione che abbiamo».

Fiere, l’Italia al secondo posto in Europa È stato presentato a Roma il calendario degli eventi fieristi del 2008 e sono stati resi noti i dati dell’Osservatorio Fiere CermesBocconi. Dal 1985 a oggi l’Italia è passato ad ospitare da 150 a oltre 190 manifestazioni fieristiche di livello internazionale. Rispetto al resto d’Europa, il nostro Paese occupa il 25 per cento della quota di mercato e siamo al secondo posto rispetto alla Germania, con il 37 per cento.

Le case più care a Firenze Sono circa 30 milioni le abitazioni censite dall’Agenzia del Territorio, che insieme a box auto e capannoni industriali fanno un totale oltre 60milioni di unità immobiliari. Insomma più di una casa per ogni abitante. Nella classifica per valore medio di mercato Firenze è al top con 384mila euro, mentre ultima in classifica è Catania dove una ”casa media” ha un valore di 159mila euro. L’Agenzia del Territorio continua intanto la sua ’mappatura’ del nostro patrimonio immobiliare che, entro l’anno, dovrebbe portare ad avere un quadro completo del patrimonio complessivo.

La Fed: l’inflazione destinata a rientrare Il presidente della Fed, Ben Bernanke, nel corso dell’audizione al Senato riferendosi alla situazione dei prezzi ha dichiarato: «L’andamento dell’ inflazione negli Usa dovrebbe segnare una flessione rispetto ai tassi di crescita attuali, mentre a tutt’oggi le aspettative di dinamica dei prezzi al consumo sul lungo termine sono rimaste ragionevomente ben salde».

Bce, troppo incertezza per la crescita La Bce lancia l’allarme: l’incertezza riguardo alle prospettive di crescita di Eurolandia ”è insolitamente elevata” e i rischi per l’economia ”sono stati confermati al ribasso”, anche se ribadisce che i fondamentali dell’economia ”restano solidi”.


pagina 20 • 15 febbraio 2008

cultura

Al Museo Archeologico di Napoli in mostra le opere di Alma Tadema

I neopompeiani e la nostalgia dell’antico di Adriana Dragoni

NAPOLI. Repubblica c’è cascata un’altra volta. Dopo un colto articolo scopiazzato da internet (con tutti gli errori), ecco la recensione della mostra Alma Tadema e la nostalgia dell’antico, scritta da uno dei suoi big, il quale si esalta davanti a un quadro (Il bagno di Domenico Morelli, 1861) che nella mostra non c’è.Ve ne è, invece, una riproduzione nel catalogo, di cui il big riprende pedissequamente i giudizi. Eppure, se avesse fatto un salto qui, al Museo Archeologico di Napoli, a guardare con attenzione l’esposizione, aperta fino al 31 marzo, ne avrebbe avute di osservazioni personali da fare. Perché questa mostra riguarda un periodo cruciale dell’arte, in cui la pittura, all’apice della sua esperienza tecnica nella rappresentazione della realtà, si vedeva superata dalla fotografia, nata proprio dagli esperimenti che, con le camere ottiche, avevano fatto i pittori. I quali si cimentarono nel rappresentare il passato. D’altronde si era in epoca romantica e la storia, dopo le astrazioni illuministiche e il cosmopolitismo andava riprendendo il suo peso e il suo fascino.

Fu tra i più affascinanti periodi storici quello in cui vissero Ercolano, Pompei e Stabia, prima di soccombere all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.. Le opere in mostra rappresentano il loro mondo, visto con gli occhi ottocenteschi di Lawrence Alma Tadema e di altri artisti “neopompeiani”. Raramente queste opere ricordano gli stilemi classicheggianti, perché mirano, invece, a “dare vita alla città dei morti”, nello spirito che Madame de Stael aveva espresso: mentre l’antica Roma attrae con la monumentalità delle sue architetture, Pompei affascina con la sua vita. E quando, più tardi, Tadema visitava Pompei, direttore degli scavi era Giuseppe Fiorelli, proprio colui che aveva inventato il metodo dei calchi:

Tre opere di Alma Tadema: sopra Leggere Omero; a sinistra Una baccante; a destra Un’udienza da Agrippa

Le opere puntano a dare vita ai morti e per il pittore olandese, inglese d’adozione, che fu esaltato da vivo, ma praticamente dimenticato da morto, l’antico è soltanto la patria del bello riprendeva, con il gesso, le forme dei cadaveri ritrovati tra le rovine, che rappresentano i più drammatici istanti di vita, gli ultimi, delle vittime dell’eruzione. Aveva all’epoca ancora grande successo il romanzo, scritto nel 1834 da Edward Bulwer Lytton, Gli ultimi giorni di Pompei, ripreso poi da tanti film, l’ultimo quello di Sergio Leone del 1959. Alcuni quadri della mostra ne figurano i protagonisti. Altri quadri illustrano episodi storici cruenti riportati da Tacito e Svetonio, e c’è sempre in evidenza il sangue, il ferito o il morto, con quel gusto della cronaca nera oggi diffusissimo.

Per Alma Tadema, invece, l’antico è soltanto la patria del bello. Questo pittore, olandese di nascita e inglese di adozione, aveva studiato all’accademia di Anversa trent’anni prima del conterraneo Van Gogh ma, diversamente da questi, mortificato da vivo ed esaltato da morto, è stato pressoché dimenticato dopo avere avuto in vita un grande successo. Nel suo ricchissimo palazzo londinese, con la facciata in stile pompeiano, teneva un salotto culturale frequentato dal milieu dell’Inghilterra vittoriana, che lo nominò baronetto. E proprio in questa occasione Tadema ag-

giunse al suo cognome quell’Alma latineggiante, che indica la sua aspirazione a una vita più spirituale. Innamorato dell’antico, ne riproduce, con precisione erudita, gli ambienti e gli oggetti nei suoi quadri, accanto ai quali, in mostra, sono posti gli originali conservati nel museo napoletano. Nella sua Galleria di Statue il pittore rappresenta se stesso e la famiglia in un retrobottega, ad acquistare gli oggetti antichi che appassionatamente collezionava. Forse così reagiva alla diffusione dei prodotti di quell’industria che, soprattutto in Inghilterra, allora si andava sviluppando. E, proprio in Inghilterra, William Morris (1834 1896), osteggiava questi prodotti seriali, oggetti senz’anima, e rivendicava il valore di quelli artigianali, fondando il movimento dell’Art and Crafts. Dal quale, per uno di quei processi solo apparentemente contraddittori, nascerà il disegno industriale e proprio Morris dipingerà una carta da parati poi riprodotta serialmente, dando

prestigio a quei “parati inglesi” tanto di moda fino a qualche tempo fa.

All’epoca si affermava anche il movimento dei pittori preraffaelliti che, vagheggiando un’arte fondata sulla purezza della natura, si volgevano alla rappresentazione di creature angelicate e di miti misticheggianti. Da questo intreccio di aspirazioni nasce l’atmosfera che permea molte delle opere di Tadema e di altri “neopompeiani”in mostra. Che rappresentano diafane fanciulle angelicate, muse che tengono per mano l’artista, estatici personaggi attenti ad ascoltare musiche armoniose. E’ un’atmosfera che mira ad una spiritualità elitaria, definita, peraltro, decadente. Perché esprime il desiderio di rifugiarsi in un’epoca diversa da quella di una civiltà industriale impostata su un arido e rozzo razionalismo e di immergersi in un mondo diverso, quello del nostro passato, che acquista il fascino della nostalgia.


sport

15 febbraio 2008 • pagina 21

Il re degli arbitri ammetteva con disinvoltura i suoi errori

Quando sbagliava don Concetto di Italo Cucci n godimento. La cercavo nella mia ricca memoria da “ancien prodige”– e già me ne rivelavo i contorni, i protagonisti – quando l’ho trovata VERA su You Tube che non rilancia solo monnezza. Come Spal-Napoli del 5 febbraio 1967, terminata con un 4-1 per il Napoli di Sivori, Altafini e Juliano. La cercavo subito dopo Catania-Inter, domenica sera, con l’arbitro Farina che se ne andava dal campo, beccato dalla folla che rumoreggiava ridendo, cosa a dir poco insolita nel campionato italiano e comunque straordinaria per quel campo che appena un anno prima aveva vissuto la tragedia dell’agente Raciti ucciso da pseudo ultrà assassini. Anche allora l’arbitro era Farina e il dettaglio non da poco doveva far capire, l’altra sera, la sua fuga non vile, ma preoccupata: aveva ancora negli occhi e nella mente le scene del dopo Catania-Palermo del 3 febbraio 2007.

U

Ho già rivisto Spal-Napoli, e son pronto a scriverne, ma incalza un altro ricordo – da manuale del calcio – legato a un Catania-Inter di quarantotto anni fa, passato alla storia per quel quasi/grido gracchiato da Sandro Ciotti nel microfono di “Tutto il calcio minuto per minuto”: “CLAMOROSO AL CIBALI!”. Era il 4 giugno del 1961 e il Catania aveva battuto l’Inter “quasi” Campione d’Italia. L’urlo strozzato di Sandro aveva annunciato il 2-0 di Calvanese, l’1-0 l’aveva realizzato Castellazzi, il portiere nerazzurro Da Pozzo distrutto, gli altri avviliti, Facchetti smarrito aveva sbagliato, uscendo, spogliatoio; e tutt’intorno si levavano canti ironici, proprio come domenica sera: “Herreracha-cha-cha”. Angelo Massimino, amico mio, detto anche El Rubio (il biondo) dopo avventure argentine, si guadagnò quella sera l’eterno amore dei concittadini che giunsero – in morte – a cancellare il “Cibali” ribattezzandolo “Massimino”. “C’è chi può e chi non può – mi direbbe Angelo se lo scomodassi, lassù - : io può”. Quel risultato fu drammatico per l’Inter che dovette lasciare lo scudetto – tanto per cambiare - all’odiata Juventus, appagata da un pareggio col Bari. C’era ancora in programma lo scontro frontale, reso inutile. Quel derby d’Italia si giocò il 9 giugno, a Torino, e l’Inter per protesta mandò una squadra di ragazzini dei quali Sivori (autore di sei gol) e Boniperti (all’ultima partita) e compagni non ebbero pietà: gli segnarono nove gol, quello della bandie-

ra fu firmato, per i nerazzurri, su rigore, da un esordiente secco e lungo, Sandrino Mazzola, figlio di Valentino.

Mio Dio, vedete come si fa presto a perdersi nei meandri del calciostory, un sollazzo per pochi privilegiati che – come me – queste

storie le han vissute. Dicevo di Farina. Dicevo dei cori ironici di Catania. Dicevo della fuga dell’arbitro che poi s’è scusato in tv. E arrivo al dunque: i cori e il pentimento mi hanno riportato alla mente Concetto Lo Bello. Il re degli arbitri. Il Grande Istrione. Don Concetto da Siracusa entrava in campo con la sua elegante mise noir su camicia bianca; il suo passo era lento, ma continuo, il portamento altero, la testa alta sovrastata da onde brillantinate, il baffo fremente; sul dischetto di centrocampo, prima del via, scaldava le gambe scalciando come un purosangue; poi, corsa leggera e sguardo fisso sul pallone, non sempre vicinissimo all’azione, ma preciso negli interventi, implacabile.

area spallina il gesto di protesta di un napoletano, fischia, s’avvicina a passo lento e, all’improvviso, indica il dischetto del rigore per la quarta volta: Altafini – sbalordito – segna il 4-1 finale. Il “Duce! Duce!”diventa tempesta, Lo Bello se ne va tranquillo, non corre e non tien conto della protezione dei poliziotti. Non è impermalito – come Farina – ma divertito. In tribuna stampa, s’accendono dibattiti: mai vista una scena così. Lo ripeto, un po’ agitato, al collega Marcucci del “Mattino”, mentre abbandoniamo il campo verso l’uscita e la folla tumultuante. Io scrivo per “Stadio”, il quotidiano sportivo bolognese, eppure un giovanotto dai capelli rossi mi scambia per napoletano e mi zompa addosso, lo schivo, scatto, scappo, difronte allo stadio c’è una chiesa, mi c’infilo e chiedo asilo al prete sbalordito mentre s’alzano cori che dal “Duce”son passati ad epiteti più pesanti. Solo a sera potei tornarmene a Bologna per raccontare le imprese di Concetto Lo Bello. Il quale, di lì

Il gol convalidato da Farina all’Inter contro il Catania riporta alla mente episodi da almanacco del calcio come il 4 a 1 del Napoli alla Spal grazie ai tre rigori dati da Lo Bello Senza errori. Oddio, così credeva. Qualche tempo prima di Spal-Napoli, a Firenze l’avevano beccato duro: “Duce!Duce!”, gridavano al “Berta”. E lui, a un certo punto gli aveva rifilato un rigore.

A Ferrara se l’erano ricordato subito quando, dopo lo 0-1 firmato dal giovane Juliano, Lo Bello aveva fischiato il primo rigore contro la Spal: gol di Altafini (0-2) e subito un coro timido “Duce!Duce!”; e allora un altro rigore, realizzato ancora da Altafini (0-3) e il coro più alto, stizzito: “Duce! Duce!”. Pausa: gol spallino, ma è un’autorete di Nardini (1-3). Lo Bello esibisce ancor più decisamente la sua padronanza del campo, sfottente, quasi arrogante, e il coro si fa isterico mentre in tribuna il presidente spallino Pavlòn Mazza è ormai rosso in viso come prossimo all’infarto: “Duce! Duce!”. Don Concetto, lontano dall’azione, coglie in

a qualche tempo, ricevette in quel di Siracusa la visita di ufficiali della Tributaria inviati da Luigi Preti, ministro delle Finanze e tifosissimo della Società Polisportiva Ars et Labor.

L’originalità, la disinvoltura, la sicurezza e la grinta irridente di Lo Bello l’ho spesso ricordata ai suoi colleghi, pochi giorni fa anche a Collina quando ho chiesto – per l’ennesima volta – che consentisse ai suoi arbitri di parlare. Lo Bello lo aveva fatto, fregandosene di ordini e regole, andando alla Domenica Sportiva e ammettendo davanti a Carlo Sassi, “inventore” della moviola, che sì, in Juve-Milan c’era un evidente rigore per i rossoneri e lui non l’aveva dato. Pazienza. Anche Farina ha ammesso – il lunedì – che il gol di Cambiasso al Catania era in fuorigioco. E prima Collina aveva segnalato altri due errori pro-Inter col Parma e l’Empoli. Dunque parlano, adesso, gli arbitri. E si pentono degli errori commessi. Si spera anche a favore di altre squadre, non di una sola.


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Nicolas Sarkozy: rupture o delusione? Altro che rottura col passato, soltanto atteggiamenti da cowboy A pochi mesi di distanza dalla sua trionfale elezione, Sarkozy nei sondaggi precipita a percentuali sempre più basse nel gradimento dei suoi connazionali. Dalla rupture alla delusione? Forse sì, forse ha ecceduto in esibizionismo. Certi atteggiamenti da cowboy durante il viaggio negli Usa, la telenovela con Carla Bruni, non gli hanno certamente giovato e di rupture - secondo i francesi - c’è stata solo quella con la moglie Cecilia. Altro che rottura con le abitudini, i conformismi e le insufficienze della vita politica tradizionale. Eppure sono convinto che i francesi finiranno per apprezzare il nuovo stile di proporsi del loro presidente. I risultati del resto cominciano ad arrivare: sontuosi trattati commerciali con la Cina già firmati, consistente riavvicinamento nella politica estera con gli Usa, la Francia di nuovo al centro della politica della Ue. Non è poco.

Luigi Marchi - Arezzo

Nessuna delusione, il presidente saprà decidere nel migliore dei modi Perché delusione? Sarkozy sta mantenendo le promesse. Quando parlava di rupture non intendeva dire rottura con la paludata politica di Chirac? E’ quel che sta facendo. Certo è fuor di dubbio che alcuni eccessi nel modo di proporsi ci siano stati, ma Sarko di politica se ne intende, e vedremo che presto tornerà a salire nel gradimento dei francesi. E’ un decisionista e saprà decidere nel migliore dei modi. Il calo di popolarità è anche dovuto alla solita propaganda di demonizzazione della sinistra. Lo capiranno anche i francesi. Magari averlo anche in Italia un Sarkozy.

Annalisa Minoli - Asti

Sarkozy è il nuovo che avanza, magari avessimo noi un politico come lui Magari l’Italia avesse un uomo di governo come Sarkozy. A parte i gossip, la Francia è veramente fortunata ad avere un politico come Sarko. Ha demolito i falsi miti della sinistra, ha riportato l’ordine, ha finalmente dato ai francesi un’idea di sviluppo e rinnovamento. E non ha dimenticato le problematiche sociali, l’emergenza delle banlieu e del mondo del lavoro. Non c’è dubbio: Sarkozy è il nuovo che avanza. Se saprà tenere a bada gli amici statunitensi, sicuramente rimetterà la Francia al posto che gli spetta nello scacchiere internazionale e darà fiducia al progetto europeo. Intanto i nostri politici dibattono su cose piccole piccole e fanno la corsa alla nuova Dc.

Vittorio Arrighi - Milano

Potrà anche risultare simpatico, ma da qui ad avere troppe aspettative... A me Sarkozy non è mai piaciuto. Meglio: non ho mai digerito l’innamoramento cieco di cui certa destra italiana è stata (è ancora?) affetta. A ridosso dell’incoronamento francese e subito dopo, per le vie della Capitale si potevano ”ammirare” manifestini targati An che salutavano con sfrenato favore l’arrivo dell’uomo nuovo. Quello tanto amato da Fini e che proprio a Fini avrebbe dovuto garantire una buona parola nei salottini europei. Lui, l’uomo nuovo, l’abbiamo visto ubriaco dopo un pasto con Putin. L’abbiamo visto tormentato dagli affari di cuore della regina di picche Cecilia. Ancora, lo abbiamo visto innamorarsi di Carla Bruni, che è la fotocopia appena appena ringiovanita dell’ex moglie. Insomma, Sarkozy potrà alla fine anche risultare simpatico. Ma da qui ad avere troppe aspettative...

Gaia Miani - Roma

LA DOMANDA DI DOMANI

Quali donne vorreste nel prossimo governo?

Diffondiamo l’idea di un nuovo e diverso ’68 Sono stato sinceramente colpito dalla serie di articoli sull’analisi critica del ’68. Consapevole da sempre dello stretto rapporto tra i processi in atto nella società civile specie se di massa, ed il ’68 non solo lo è stato ma lo è ancora volenti o nolenti come giudizio, come mentalità, come comportamento, addirittura come tipo di espressività anche nell’uso dei vocaboli, e gli intellettuali che da sempre hanno il compito di lanciare il sasso di un processo che a poco a poco, come lava carsica si plasma nel tempo. Esemplificativo il rapporto naturaliter tra Illuminismo e Rivoluzione francese. Sono inoltre profondamente consapevole dello stretto rapporto non solo di accidentale vicinanza, ma di fattiva collaborazione, tra pensiero cattolico, o meglio ellenico giudaico cristiano, e liberale non giacobino sulla base di quel senso comune, di quel diritto naturale su cui si fonda la nostra vita. Penso inoltre alla grande opportunità e responsabilità che Fondazione liberal si è ritagliata nel costituire un movimento culturale (questo è infatti il grande difetto dei moderati, la debolezza culturale, basti soltanto pensare al ruolo cardine esercitato ahimé dal pensiero e dalla egemonia culturale gramsciana) per trasferire e diffondere quella pars costruens (un altro ’68 ma del tutto diverso e propositivo) nella società civile. Con vivo apprezzamento.

Pierfranco Morini - Torino

“Italia, rialzati!”, il pensiero di Luigi Einaudi Silvio Berlusconi propugna l’economia di mercato concorrenziale e il liberalismo sociale. Con l’appello “Italia, rialzati!”, riecheggia il grande pensiero di Luigi Einaudi. Egli rompe la congiura del silenzio su gulag, foibe e altri misfatti del comunismo realizzato nel mondo, responsabile di circa 100 milioni di morti. E’ uno spiri-

dai circoli liberal

Rispondete con una email a lettere@liberal.it

PENSIERO LATERALE Dopo l’ingresso in Europa, salutato come un grande traguardo, il nostro Paese è entrato in un tunnel dal quale non riesce più ad uscire. Ed infatti si parla di stagnazione della economia, di indici di sviluppo più bassi rispetto a quelli di Germania, Francia e persino Spagna e, per di più, dalla lontana America arrivano messaggi di una imminente recessione economica che sta colpendo gli States e arriverà in Europa. Diventa allora importante la risposta che si riuscirà a dare ai problemi indicati e la risposta sarà tanto più efficiente se dimostrerà di contenere idee nuove e innovative. Purtroppo la capacità di rinnovarsi che manifesta il nostro Paese non sembra tale da lasciarci fiduciosi sotto questo aspetto. Infatti registriamo in diverse occasioni la impossibilità o difficoltà delle generazioni più giovani a farsi largo nei diversi strati della nostra società; e questo accade a tutti i livelli, dalle classi dirigenti fino a quelle operaie e in tutte le aree geografiche. Tanto per fare un esempio, la televisione di Stato non si sottrae a questa abitudine. Nella gran-

de e variegata offerta di programmi un posto di rilievo ha il Festival di Sanremo. Ebbene anche quest’anno la celeberrima manifestazione che viene trasmessa in diversi Paesi del mondo, vede come conduttore un uomo che certamente non è alle prime armi. E questo è un caso emblematico della difficoltà che nutre questo Paese di dare possibilità concrete alle generazioni più giovani, di aiutare il Paese a sentirsi nuovo, fresco con una nuova luce. Edward De Bono, economista, conosciuto in tutto il mondo per il suo mitico “Pensiero Laterale” è, fra le altre cose, il fondatore di Want, la World academy of new thinking, i cui membri sostengono l’importanza di un nuovo modo di pensare. Appunto un “new thinking” che favorisce nuove percezioni e concepisce idee creative e concetti freschi, trovando soluzioni alternative applicabili in ogni campo del sapere e del vivere. De Bono ama ripetere spesso: “Le nuove idee sono la sostanza del cambiamento e del progresso in ogni campo, dalla scienza all’arte, dalla politica alla felicità personale”. Oggi, per utilizzare ancora pensieri del nostro creatore del

to decisionista, generoso e quasi stacanovista; parla chiaro e schietto; supera le ambiguità, la politica dei due forni e le “convergenze parallele”. Da 14 anni in politica, rappresenta il nuovo rispetto al vecchiume dei professionisti che non sanno fare altro e vi operano da circa 30 anni o più (pur essendo più giovani all’anagrafe). Innova rispetto ai conservatori statalisti, che ostacolano meritocrazia, azionariato popolare, elevamento dell’età pensionabile, adeguamenti stradali, Tav, termovalorizzatori, energia nucleare a fini pacifici, eccetera.

Gianfranco Nìbale

Il ministro dell’Economia? Spero che ritorni Tremonti E’ certo più facille dire chi non dovrà essere il prossimo ministro dell’Economia: non un personaggio schierato su atteggiamenti punitivi (Visco); non un professore onnipresente, vagante nel suo astratto mondo accademico (Padoa-Schioppa); non un ginecologo diventato ministro dell’economia (Geronimo). Non ho una conoscenza tale da potere indicare qualcuno: potrebbe essere il professor Tremonti, a patto che scenda dalla cattedra e che diventi un po’ più simpatico. Un altro, a naso, il professor Brunetta. Altri non saprei. Comunque possibilmente non un bocconiano. Saluti.

Ferruccio Bergomi - Milano

pensiero laterale, è arrivato il momento di “sparigliare le carte e rovesciare il tavolo”. A breve l’elettorato è chiamato a dare un indirizzo alle politiche non soltanto economiche di questo Paese, ed è arrivato il momento di dare spazio alle energie creative dei nostri leader, dei nostri manager, e di coloro che vogliono assumersi responsabilità. Francesco Facchini CLUB LIBERAL LEVANTE BARI

APPUNTAMENTI ROMA - VENERDÌ 22 FEBBRAIO 2008 Ore 11, presso l’Università Gregoriana, in piazza della Pilotta 4 Riunione mensile nazionale di tutti i Presidenti dei Circoli Liberal.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog all’assistenzialimo statale con i denari (degli altri) è in arrivo, con la complicità e la dabbenaggine degli elettori. Il peggior fritto misto indigeribile. A prescindere!

”Che follia scrivere di grammatica”

Paolino Di Licheppo Roseto degli Abruzzi (Te)

Le sole persone che difendono la lingua francese (o l’Esercito come durante l’Affaire Dreyfus) sono quelle che ”l’attaccano”. L’idea che ci sia una lingua francese, esistente al di fuori degli scrittori e che si debba proteggerla, è inaudita. Ogni scrittore è costretto a farsi una sua lingua, come ogni violinista è costretto a farsi un suo ”suono”. E tra il suono di un violinista mediocre e il suono (per la stessa nota) di Thibaut, c’è un infinitamente piccolo che è un mondo! Ahimè, non ci sono certezze, neppure grammaticali. E non è forse meglio? Perché così una forma grammaticale può essere bella essa stessa, perché può esser bello soltanto ciò che può portare il segno della nostra scelta, della nostra incertezza, del nostro desiderio e della nostra debolezza. Signora, quale triste follia mettermi a scrivere di grammatica e letteratura. E sono così malato! In nome del cielo non una parola di tutto ciò. In nome del cielo, al quale non crediamo né l’uno né l’altra. Marcel Proust a Madame Straus (1908)

Ma insomma, il tesoretto c’è o non c’è? Vi ricordate la precedente campagna elettorale di Prodi? Circa 280 pagine di promesse e minacce finite nel baratro.Veltroni sembra imitarlo molto bene: diminuire le tasse, aumentare gli stipendi, incentivi fiscali alle imprese. Con quali soldi? Secondo lui il tesoretto c’è. Secondo Visco c’è. Secondo Padoa-Schioppa non c’è. Quindi?

Alisia Tuscia - Viterbo

Se tornasse il centrosinistra ci imporrebbe altre tasse Temo che il buco ci sarà comunque, sia che l’extragettito esista o non esista. A fine marzo con la trimestrale di cassa PadoaSchioppa ci dirà che grazie alla lotta all’evasione fiscale ci sono tanti soldi di avanzo e comincerà - nonostante Almunia - la miserevole distribuzione dei pani e dei pesci che provocherà non pochi problemi al governo subentrante, probabilmente a Berlusconi e soci. Ma se per caso la sinistra dovesse vincere di nuovo, poco male. Porranno rimedio al loro buco con altre tasse. Viva l’Italia!

Pierpaolo Bianchi - Roma

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

Il buonismo di Veltroni è a dir poco indigeribile ”Ma quanto è noioso Berlusconi. Nonostante il rinfoltimento e il trucco, costretto a fare a meno dei suoi lati peggiori (insulti, minacce, menzogne e gestacci), appare ormai un patetico anziano che ripete il suo verso in tv: è una replica” (da l’Unità). Questa è la sinistra costruttiva, dialogante, nuova? La canzone ”Se sei brutto ti tirano le pietre, se sei bello ti tirano le pietre” dice niente da quelle parti? Giornalismo moderno, scattante, incisivo? No, il solito bla bla per insultare il nemico, che resta nemico a prescindere, come diceva Totò. Il buonismo veltroniano, misto al comunismo integralista, al cattocomunismo e

il meglio di

A Roma 30mila famiglie sono in emergenza abitativa Finalmente Walter Veltroni si è dimesso. Per Roma è davvero una liberazione. Ma di fatto questa città, dopo quindici anni, viene lasciata con l’anello ferroviario ancora da completare; con i cantieri della metropolitana ancora aperti (mentre in altre città, in quindici anni, si costruisce un’intera rete); con la drammatica emergenza sicurezza e la vergognosa esplosione di baraccopoli in ogni dove; con un Prg approvato sul filo di lana solo per sanare le arbitrarie varianti approvate in tutto questo tempo e non per pianificare il futuro, e senza destinare il minimo spazio all’edilizia residenziale pubblica. Il tutto in una città dove trentamila famiglie si trovano in piena ”emergenza abitativa”.

Carla Buoni - Roma

PUNTURE Silvio Berlusconi e Walter Veltroni per ora hanno raggiunto l’intesa della cravatta: blu a pallini bianchi. Però, quando si dice “avere lo stesso pallino”.

Giancristiano Desiderio

E’ terribile per un uomo scoprire all’improvviso che per tutta la vita non ha detto altro che la verità OSCAR WILDE

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei,

Giancristiano Desiderio, Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

PECHINO 2008: ANCHE SPIELBERG BOICOTTA Il regista statunitense rinuncia alla carica di “consigliere artistico” e accusa Pechino di non fare abbastanza per migliorare la situazione del Darfur. Anche un gruppo di vincitori del Premio Nobel invita il capo del governo Cinese a fare pressione sul Sudan. (…) La Cina per il momento controlla la metà dell’estrazione del petrolio sudanese e il 25% di quello angolano. Fra i primi dieci fornitori di greggio ai cinesi, oltre i colossi Arabi, cominciano ad apparire quindi svariati paesi africani. L’Africa sta quindi diventando il “nuovo medio-oriente”, ed è quindi in questa zona del mondo che si sta spostando lo scenario competitivo delle grandi potenze mondiali. Ma a differenza dei governi occidentali (…) il governo cinese ha sicuramente maggiore facilità di manovra potendosi permettere di ignorare impunemente qualsiasi critica proveniente dal suo popolo al quale ha cancellato ogni velleità di giudizio. Eccola quindi diventare il partner ideale per i vari signorotti africani che non aspettano altro che di stringere affari con governi che non ficchino il naso nelle loro faccende private. Dopo le dichiarazioni di Stallone dei giorni scorsi, la presa di posizione di Spielberg rappresenta un nuovo duro colpo per l’organizzazione dei giochi che viene a perdere un altro dei suoi pilastri fondamentali. Ringraziamo dunque il patinato mondo Hollywoodiano che, con la sua consueta cassa di risonanza, ci offre la possibilità di riportare nuovamente all’attenzione del mondo il fragile scenario di lucci-

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cante cartapesta che la dittatura cinese sta allestendo.

Oltre il silenzio unmadeinchina.wordpress.com

NON POSSUMUS Fa bene o fa male Giuliano Ferrara a voler presentare una lista pro-life e quindi a candidarsi al Senato? Ha fatto bene o ha fatto male Silvio Berlusconi a consigliare al suo consigliere (a Porta a porta) di lasciar perdere? Sono due domande solo apparentemente ordinarie, giacché sotto le mentite spoglie della cronaca politica quotidiana, sottendono problematiche maledettamente serie, come spero di riuscire a dimostrare prima della conclusione del post. Sono domande, cioè, alle quali si può tentare di rispondere seriamente solo dopo una riflessione sufficientemente approfondita e di ampio respiro. Quindi, per esempio, niente dietrologie: ce ne sono già che metà bastano in circolazione. (…)Morale: lista o non lista, che Ferrara vada solo o sia dentro o collaterale a qualcosa, importa relativamente poco. Quel che conta è che ha capito ciò che altri non sospettano neppure. Quasi altrettanto si può dire per quanto concerne le appartenenze politiche dei credenti: se uno deve assolutamente scegliere tra le “pretese” di Dio e quelle, così spesso contrapposte, della propria (ex)parte politica (che non è lo stesso che dire ”lo Stato”), finisce per prendere l’unica decisione sensata… E poi lasciamo pure che lo chiamino neoguelfismo o come pare a loro. La cosa interessa ancor meno del dilemma liste o non liste.

Wind Rose Hotel windrosehotel.blogspot.com

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e di cronach

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PAGINAVENTIQUATTRO

Il politicamente corretto

Il ministero dell’Istruzione britannico ha emanato una direttiva secondo la quale non si deve più parlare di “mamma” e “papà, ma di genitori” per non offendere le “famiglie omosessuali”. E che dire di Obama, che da “nero” è diventato “afro-americano”?

CI SEPPELLIRÀ di Gianfranco De Turris

na volta si diceva ironicamente: «Una risata vi seppellirà». Oggi credo non sia azzardato dire che «Il politicamente corretto ci seppellirà». Seppellirà l’Occidente, intendo. Che esagerazione... Non è così. Intanto, il politically correct è una imposizione dall’alto (di politici, intellettuali, giornalisti, amministratori pubblici), da caste, come oggi si usa dire, che vogliono governare governando il linguaggio. Inoltre, si tratta di una moderna forma di ipocrisia (ideologizzata) che ricorre ad eufemismi (moralistici) per nascondere una realtà che non piace ed in qualche modo cercare di modificarla: ci riesce, magari, ma solo a parole perché i fatti restano. A lungo termine, però, a forza di insistere e grazie all’abitudine acritica ed al conformismo mentale, può anche riuscire a modificare la percezione della realtà, non la realtà stessa.

fronta. Avendo paura del proprio passato storico (la mania del chiedere scusa, su cui addirittura Claudio Magris non è d’accordo) si perderà l’identità rispetto a coloro che invece esaltano il proprio passato storico

In terzo luogo è quella “cultura del piagnisteo” che, pensando di “non offendere”, cede le armi a chi ha pensieri, idee e valori più forti e saldi. In questo senso, l’Occidente verrà sepolto dal politicamente corretto ed aprirà la strada a tutti coloro che di esso se ne strafregano: in genere le culture o civiltà con cui oggi l’Occidente si con-

e vanno orgogliosi della propria identità. Rivedere, se non ribaltare il passato in nome di nuove regole di comportamento, di rapporto interpersonale e interculturale. Regole, però, nate dove? Nate in quei laboratori cultural-politici che vivono nell’astrattezza ideologica più totale, una specie di ingegnerie delle anime che a tavoli-

U

no devono ricostruire il modo di pensare e giudicare dell’Occidente. Due casi recenti, assurdi, ma non per questo respinti unanimemente, piuttosto sostanzialmente accettati dalla intellighenzia, sono sintomatici. Uno più noto, l’altro meno denotano l’assurdità in cui sta precipitando l’Occidente tutto: la matrice è anglosassone, americana, ma il dilagare di certa mentalità è generalizzato, così come l’immediato recepimento dei nuovi atteggiamenti. Il ministero dell’Istruzione britannico ha emanato una direttiva per cui non si deve più parlare di “mamma” e “papà” ma solo di “genitori” per non offendere le “famiglie omosessuali”.

Chi ha deciso che quei termini ancestrali siano offensivi? E una minoranza può stravolgere qualcosa di sempre esistente, può incidere sul modo di pensare della maggioranza? Ed una nazione democratica più inibire l’uso di certe parole? Forse, se è la nazione che ha dato i natali a George Orwell che in 1984 teorizzò l’uso della “neolingua”. Così, il prossimo passo sarà di non usare più i termini uomo/donna, maschio/femmina per non “offendere” il terzo sesso, i transessuali, le lesbiche, gli omosessuali. Vedrete che alla fine qualcu-

no penserà che sia una cosa giusta e buona fare questo ulteriore passo.

Il secondo caso rasenta la follia. Una cittadina americana ha deciso di cambiare il vocabolario inglese: manhole non va bene perché quel man (uomo) è discriminante, meglio usare un generico personhole valevole per tutti, non sesssita. Il fatto è che manhole vuol dire tombino, anzi esattamente foro del tombino! Facciamo un altro esempio dilagante nel giornalismo italiano: quasi all’improvviso Barak Obama è diventato un “afro-americano”: non certo “negro”, né “nero”, né tantomeno “di colore”, ma “afro-americano”. Allora la Clinton dovrebbe essere una euro-americana e magari gli antenati suoi e del marito sono giunti in America dopo quelli di Obama! Infatti, gli unici americani veri e certificati sono soltanto, nel Nord America, i pellerossa... Giustamente Michele Brambilla sul Giornale ha ricordato a questo proposito una frase di Chesterton: «Il guaio dell’uomo moderno non è quello di aver perso la fede, ma di aver perso la ragione». Noi andiamo più indietro: deus quos vult perdere amentat, come dicevano gli Antichi. A questo punto, parafrasando Heidegger, possiamo ritenere, che nemmeno un Dio ci potrà salvare, se non ci salveremo da noi stessi da questa demenza dilagante.


2008_02_15