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INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

“The Social Network” di David Fincher

INCHIODATI A FACEBOOK di Anselma Dell’Olio

ra un azzardo la collaborazione di Aaron Sorkin, autore di West Wing, dendo la differenza semantica tra amici «estranei» e conoscenti), colleghi, viciserie tv politica di sublime verbosità, e il cineasta di culto David Finni, compagni di scuola e persone con interessi simili, e di scoprire molti parAvvincente cher (Seven, Fight Club, Zodiac, Il curioso caso di Benjamin ticolari intimi sui medesimi. Il peggio della versione italiana avviene nella prima, importantissima scena, che stabilisce il tono del film, Button). The Social Network è storico e biografico - raccome un thriller la personalità e il carattere del protagonista. Mark Zuckerconta la fondazione e il fondatore di Facebook - generi noil film che racconta berg (Jesse Eisenberg, in una performance dirompente) toriamente difficili da rendere affascinanti e sfaccettala fondazione e il fondatore del celebre è in un bar con la fidanzata Erica (Rooney Mara). ti in due ore sul grande schermo. La prova della scommessa stravinta (già si prevedono candiIl prepotente, ossessionato, ambizioso hacker sito frequentato da 500 milioni di persone. dature agli Oscar) è che pur essendo un’opera non conversa con la ragazza, le scaraventa adSceneggiatura e dialoghi capolavoro. parlatissima da cima a fondo, e con un doppiaggio dosso pensieri, programmi, progetti e idee. Stanca Unico neo il doppiaggio italiano. italiano bislacco e sbagliato si segue attentamente fino aldel bombardamento parolaio, autoreferenziale e scarsamente interattivo, alla fine Erica lo scarica, tronca il rapporto. la fine. La storia ruota intorno al diciannovenne studente uniConsigliabile Il dialogo in italiano tra i due ha le voci mal sincronizzate: parole da versitario che in vari passaggi molto controversi, ha inventato il più vederlo in v.o. una parte, bocche da un’altra; il rapidissimo dialogo è tradotto, adattato noto sito web sociale. È quello che più d’ogni altro e per primo ha dato e recitato in maniera scarsamente comprensibile. la possibilità di ritrovare, gratuitamente, vecchi amici, farsene di nuovi (eli-

E

Parola chiave Nemico di Sergio Valzania Il nuovo romanzo di Sandro Veronesi di Maria Pia Ammirati

NELLA PAGINA DI POESIA

Diego Valeri, la vita in chiaroscuro di Francesco Napoli

Quella Psichiatra poco credibile di Leonardo Tondo Fede e nonsense il ritorno di Chesterton di Pier Mario Fasanotti

Icone del potere da Enrico VIII a Fidel di Marco Vallora


inchiodati a

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S’intuisce dalla conclusione - e dalle recensioni estere - che era una litigata. Adattamento e sincrono migliorano in seguito, ma il missaggio della colonna musicale è talmente forte che spesso le avvincenti battute sfuggono. È noto che l’italiano è meno sintetico dell’inglese, ma non si deve notare in un doppiaggio ben fatto; invece le voci italiane sembrano correre all’impazzata per far entrare tutti i vocaboli degli stupendi dialoghi. La musica troppo alta costringe lo spettatore a stare in tensione per cogliere tutti i contorni della complicata vicenda, un intreccio d’idee geniali simili, successi vasti di cui si contende la paternità, amicizie frantumate, accuse di furto intellettuale, richieste di risarcimenti miliardarie, udienze disciplinari, excursus sulle differenze di classe e di etnie a Harvard, algoritmi e software. Forse ci sbagliamo, ma una lunga esperienza nel campo insegna che qualcosa è andato storto nell’edizione italiana. Probabilmente si tratta di una mancanza d’aggiornamento sui sistemi sonori digitali, almeno per il missaggio. È superato il vecchio metodo usato per la registrazione analogica, con i doppiatori impegnati nella stessa scena che recitano insieme, e fanno i «campi» fisicamente (allontanandosi o avvicinandosi dal microfono a seconda degli attori sullo schermo) perché poi è difficile modularli in digitale. Con la nuova tecnologica è meglio registrare ogni doppiatore in colonna separata, con il microfono molto ravvicinato, non dall’altra parte del leggio; poi i «campi» si fanno in elettronica. The Social Network s’apprezza malgrado tutto, ma per un vero godimento è meglio vederlo in originale con i sottotitoli.

Lo script di Sorkin ha tutte le qualità. Riesce a intrecciare i molti fili e le complicate giravolte del racconto, i personaggi centrali e di contorno e, pur romanzando, a restare chiaro e complesso, e sostanzialmente fedele ai fatti realmente accaduti. Il copione segue a grandi linee il libro di Ben Mezrich, Miliardari per caso l’invenzione di Facebook, una storia di sesso, soldi, genio e tradimento (Sperling e Kupfer, 2010). La principale fonte è il facoltoso brasiliano Eduardo Savarin, ripagato con un ritratto simpatetico, che si presume meritato. Saverin (Andrew Garfield, una rivelazione) è oggi un imprenditore di successo: laureato a Harvard cum laude, possiede il 5% delle azioni di Facebook, dopo aver raggiunto l’accordo economico con i legali di Zuckerberg, del quale era il primo finanziatore e migliore amico. Garfield, di madre inglese e padre americano, era nel dimenticabile Leoni per agnelli, in Parnassus - L’uomo anno III - numero 40 - pagina II

che voleva ingannare il diavolo, noto più che altro per essere l’ultimo film di Heath Ledger, e L’altra donna del re, un godibile polpettone storico. Ora ha la strada spianata. Scaricato da Erica, Mark, hacker-genio con poche arti sociali, si scaraventa sul computer e ruba le foto di tutte le studentesse di Harvard dall’archivio elttronico, postandole sul blog: invita i maschi che le conoscono a dare a ognuna un voto per hotness (scopabilità) e posta i giudizi sulle ragazze accanto alle foto: un mercato delle mucche, una vendetta vile. La mostruosa invasione della privacy provoca in poche ore il crash del sistema operativo di Harvard per sovraccarico di contatti. È così che nasce Facebook: un maschio frustrato, solitario e assatanato, rovesciando il famoso detto, colpisce migliaia per educarne una. Ora le compagne sanno chi è, e lo detestano. Lo avvicinano due fratelli gemelli monzigoti, Tyler e Cameron Winkelvoss (interpretati alla perfezione dallo stesso attore, Armie Hammer). Wasp, biondi, aitanti, atleti olimpionici di canottaggio, della riserva old money di Greenwich, Connecticut, soci per diritto ereditario di tutte le più esclusive confraternite di Harvard, quelle chiuse al figlio di professionisti ebrei di White Plains, N.Y. I gemelli superariani offrono al nerd nasone di riscattarsi con le ragazze, aiutandolo a mettere a punto una rete sociale fichissima, HarvardConnection (oggi ConnectU). Gli raccontano le loro idee per allargare il raggio

di connessione con altre università, diversi codici e la password di accesso al sito. Sigillano l’intesa con una stretta di mano e un «accordo verbale», poi vanno ad allenarsi mentre il supermotivato Zuckerberg si chiude in camera a risolvere i problemi tecnici del progetto, facendosi vedere pochissimo in giro; finché i Winkelvoss scoprono che il loro «socio» ha depositato il marchio thefacebook, un sito molto simile al loro. Mark nega d’aver rubato e li sfida a ripetere l’exploit senza di lui. I gemelli indignanti portano la contesa davanti al presidente di Harvard. In un abile e riuscita stunt casting, Douglas Urbanski, produttore e personalità radiofonica che si definisce «cattolico, conservatore, capitalista», socio dell’anticonformista Gary Oldman (wow!), è un mirabile Larry Summers, (ora ex) economista in capo di Obama, allora a capo del rinomato ateneo, dal carattere diretto e urticante (fu costretto a rassegnare le dimissioni da Harvard nel 2005 per

aver detto che «le donne non sono discriminate in campo scientifico e matematico, sono solo geneticamente meno dotate ai massimi livelli»). Non è indulgente nemmeno con i gemelli patrizi (sicuri della loro influenza per antica discendenza da generazioni di harvardiani d’élite). Decreta la contesa inammissibile alla sua giurisdizione in quanto avvenuta in ambiente extra accademico.

Il film ha il ritmo e la tensione di un thriller, pur trattando questioni astratte e in teoria poco cinematografiche. Non ci sono inseguimenti, corse in automobile, sparatorie e morti ammazzati. Le sole cose che muoiono nel film sono le illusioni sulla natura dell’amicizia e la parola data. La sceneggiatura di Sorkin è un capolavoro, e Fincher ha girato e montato un film impossibile sulla carta, zeppo di chiacchiere, di nodose contese legali, di avvocati e tribunali, che coinvolge e avvince fino all’ultimo fotogramma, e

THE SOCIAL NETWORK GENERE COMMEDIA, DRAMMATICO

REGIA DAVID FINCHER

DURATA 120 MINUTI

INTERPRETI JESSE EISENBERG, JUSTIN TIMBERLAKE, ANDREW GARFIELD, RASHIDA JONES, ROONEY MARA, BRENDA SONG, JOSEPH MAZZELLO, MAX MINGHELLA, MALESE JOW, TREVOR WRIGHT, NATALINA MAGGIO, DAKOTA JOHNSON, LIAM FERGUSON

PRODUZIONE USA 2010 DISTRIBUZIONE SONY PICTURES RELEASING ITALIA

facebook

invoglia a rivederlo. Jesse Eisenberg ne esce come un attore di primo rango, capace di comunicare la freddezza, la complessità e la compostezza di un giovanotto che sa di essere molto più veloce di chi gli sta intorno, coetanei e adulti. Sa svuotare gli occhi e farli diventare buchi neri, tombe delle sue agghiaccianti lacune umane. Il film non guarda al suo passato per tentare di spiegare o giustificare l’ossessione monomaniacale e la ricerca di celebrità e promozione sociale. L’enorme intelligenza di Zuckerberg, a 26 anni il più giovane miliardario non per diritto ereditario della storia, è confermata dall’atteggiamento verso il suo impietoso ritratto. Pubblicamente ha detto solo: «Noi costruiamo prodotti visti da 500 milioni di persone; se 5 milioni vedono il film, è poca cosa». Un genio autentico. Sono parecchio disturbanti le figure femminili (escluso l’avvocato di Rashida Jones): spesso asiatiche (come l’attuale compagna di Zuckerberg, con lui dal 2010; i suoi rapporti durano poco evidentemente), con poche eccezioni pupe passive e provocanti che prestano il pancino ai geni per le linee di cocaina che sniffano. Forse era inevitabile per il percorso di uno che, come primo passo verso il successo planetario, ha polverizzato l’ego e l’amor proprio di migliaia di ragazze. Il comico Stephen Colbert gli ha assegnato «La Medaglia della Paura», «perché tiene molto alla sua privacy, e pochissimo alla vostra». Da non mancare.


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NEMICO e non hai nemici, come puoi rispettare il comandamento di amarli?» si chiede Alfredo Sartoris. La questione dell’inimicizia è complessa e insidiosa. In nessuna tradizione sapienziale viene detto di non avere nemici, semmai vengono date ammonizioni su come comportarsi nei loro confronti. Gesù stesso avverte dell’esistenza di due schieramenti al lavoro per obbiettivi contrapposti. In Matteo gli sentiamo dire: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» (12,30). Le stesse parole sono riferite anche da Luca (11,23) che però in un altro passaggio ricorda che Giovanni, quando dice a Gesù di aver impedito a degli estranei di scacciare i demoni in suo nome, si sente rispondere: «Non lo impedite, perché chi non è contro di noi è per noi» (9,50). Il medesimo passo compare anche in Marco (9,40).Viene da domandarsi se le due formulazioni in apparenza orientate in senso opposto non siano meno lontane di quanto possa sembrare e lo spazio dell’agnosticismo non si riduca a un accidente trascurabile.

«S

La questione vera sta altrove, nell’atteggiamento da tenere nei confronti del nemico, dopo averne riconosciuta l’esistenza. Qui le indicazioni sono chiare e univoche. Il comandamento prescrive «amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44) e anche «fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male» (Lc 6,28). In Matteo la spiegazione di questo invito è trasparente e consiste nel semplice riconoscere che tutti amano gli amici e coloro che li trattano bene, «Non fanno così anche i pagani?» (Mt 5,47), mentre la ricerca della perfezione consiste nel superare questo atteggiamento del tutto naturale e umano. In Luca il tema viene approfondito. Gesù ci dice «fate del bene e prestate senza sperare nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi» (6,35). La benevolenza annunciata è stupefacente, quasi incredibile. Come può Dio essere così aperto e tollerante da rivolgere la sua benevolenza proprio verso gli ingrati e i malvagi, verso coloro che gli sono lontani e nemici? Non è forse sommamente ingiusto comportarsi in questo modo, trascurando i buoni e i giusti? La questione va forse affrontata da una diversa prospettiva. Chi sono questi ingrati e malvagi? Chi può puntare il dito e indicarne uno dicendo «lui è peggiore di me»? È difficile cre-

È del tutto naturale amare gli amici e chi ci tratta bene ma la questione dell’inimicizia è complessa e insidiosa. Chi sono i buoni e chi i cattivi? Siamo proprio sicuri di essere sempre dalla parte del giusto?

La ricerca della perfezione

Gesù ammonisce: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6,37). Astenersi dal giudicare significa incamminarsi lungo un percorso che comporta il riconoscimento nell’altro, in qualsiasi altro, di qualcosa che merita di essere amato e che quindi ha il diritto di esserlo. Questa confessione costringe a riconsiderare per intero la natura di un rapporto negativo, a sforzarsi di uscire dal circolo vizioso della conflittualità. Di fronte al nemico non bisogna concentrare l’attenzione giudicante sui motivi del contrasto ma andare alla ricerca amorosa di ciò che ci può aiutare a superarlo.

di Sergio Valzania

Il comandamento di Cristo non è

Il rapporto di ostilità vive tra due poli. E non c’è via di uscita, se non si compie uno sforzo iniziale in vista della riconciliazione, se non si accetta di sospendere il giudizio. Solo sforzandosi di uscire dal circolo vizioso della conflittualità si può intendere il comandamento “amerai il tuo prossimo come te stesso” dere che qualcuno possa superare l’esperimento immaginario di stare davanti al tribunale dell’Altissimo, nel giorno del giudizio, e denunciare un ingrato senza temere di divenire a sua volta oggetto di denuncia per la stessa colpa. In altre parole, quanto ci è estraneo il nemico, e soprattutto chi è il nemico? Siamo sicuri di essere sempre e continuamente dalla parte giusta mentre gli altri stanno da quella sbagliata? Quando si pregano i Salmi ricorre la richiesta della liberazione dal persecutore: una modalità di lettura di questi passi li interpreta come la richiesta di un costante esame di coscienza relativo ai nostri comportamenti persecuto-

ri nei confronti altrui. Quei passi ci spingono a riflettere sul fatto che se qualcuno è nostro nemico noi siamo a nostra volta il suo. Del resto è ben difficile immaginare di poter amare il nostro nemico se ci convinciamo che egli è altro da noi, che noi siamo i buoni e altri sono i cattivi della storia, di quella grande come di quella quotidiana. Il rapporto di ostilità vive sempre tra due poli. È una situazione senza via di uscita, irrisolvibile, se da una delle due parti non si compie uno sforzo iniziale in vista della riconciliazione, se non si accetta almeno di sospendere il giudizio. Poco dopo aver invitato ad amare i nemici,

affatto un invito al masochismo o alla sopportazione passiva. Al contrario è un invito alla costruzione faticosa della pace e dell’amicizia, che non si creano da sole, a una atteggiamento progettuale e profetico in vista di una ricomposizione felice dei rapporti umani, fra i singoli e fra le comunità. Coscienti del fatto che i due piani sono interconnessi. Gesù indica la chiave di ogni possibile rapporto umano positivo in un legame affettivo, prima che d’interesse, presupposto necessario a quell’insieme di scambi, spirituali ma anche di natura materiale ed economica, che rendono migliore la nostra vita quotidiana. A chi gli domanda come fare per meritare la vita eterna Gesù ricorda fra l’altro il comandamento del Pentateuco «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lc 10,27). Alla richiesta di specificare chi sia il prossimo indicato dalla legge mosaica il Cristo risponde in modo strano, attraverso la parabola del buon Samaritano, che si conclude con la domanda su chi sia stato il prossimo dell’uomo aggredito mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico. Nella risposta «Chi ha avuto compassione di lui» (Lc 10,37), il prossimo è la parte attiva del gesto d’amore gratuito, si realizza l’inversione di ruoli che sta alla base del messaggio evangelico: l’amore che Dio prova per ogni essere umano ne fa di per sé una meraviglia e ne manifesta il valore assoluto. Perciò la chiamata all’amore per gli altri, per tutti gli altri, non pretende un atto contro natura ma il semplice riconoscimento, francescano, dello splendore del creato e della ricchezza di ogni singola esperienza umana. Diceva Borges che l’umanità vive ancora nel paradiso terrestre e che il peccato originale consiste nel non accorgersene più.


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Rock

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musica

LA MUSICA NON PAGA anzi, ne paga 30 mila di Bruno Giurato

di Stefano Bianchi hi l’avrebbe mai detto: anche a Scandiano ci sono i mod. Cresciuti a pane e Who, lambrusco e Paul Weller, piadina e Oasis. I fratelli Marco e Matteo Montanari (chitarra e voce il primo, tastiere il secondo), Michele Smiraglio (basso) e Francesco Micalizzi (batteria), sono la via emiliana del movimento Mod (abbreviazione di Modernism) nato a Londra alla fine degli anni Cinquanta, strafamoso nei Sessanta

C

Jazz

l crimine non paga era l’adagio di una volta, e ora sappiamo che nemmeno la musica paga. La crisi del mercato discografico, l’opera una volta unitaria che era il disco o cd spezzettata in tante canzoni in vendita low cost o in scambio gratuito, i locali live che rendono routine la scena di Blues Brothers in cui sonavano per saldare il conto del bar. La musica, proprio come il crimine, non paga (se non ad alti livelli). Oggi MySpace, blog e siti Web ospitano milioni di artisti e di band musicali: sarebbero meno di 30 mila, però, quelli che si guadagnano effettivamente da vivere, secondo una statistica elaborata da Songkick (sito inglese contenente un enorme database di musica dal vivo) e ripresa da Ian Rogers, ceo di Topspin, durante una conferenza dello scorso weekend a Santa Barbara, California. La stima si basa su un’analisi delle band censite da Songkick, in base al tipo di locali in cui suonano abitualmente. E sappiamo che in Italia è peggio. Mentre negli Usa c’è una fascia media di gruppi e artisti che sopravvivono dignitosamente, da noi la struttura e la congiuntura hanno accoppato proprio i medi. Cioè l’elemento più vitale, proteico ed enzimico della fauna suonante e cantante. Ragazzini e big non risentono più di tanto della situazione, per ovvi opposti motivi. Chi vuole fare il musicista comunque consideri che: 1) la sua principale occupazione sarà trasportare grandi scatole nere da una parte all’altra della città; 2) come prestigio sociale, economico, e di conseguenza artistico, la professione è sempre più vicina alla pratica dell’accattonaggio; 3) ma di criminali e prostitute onesti il mondo avrà sempre bisogno.

I

Ecco Elizabeth, i mod made in Scandiano (Quadrophenia, film di culto, è ambientato nel 1964), a tutt’oggi più che mai vivo e vegeto. Si chiamano Elizabeth, garantito che girano in Vespa o in Lambretta, nel loro guardaroba hanno almeno un giaccone parka e sulla copertina di Ruggine, l’album di debutto, hanno stampato il simbolo della Royal Air Force (l’aviazione inglese) che è il logo istituzionale dei modernisti. Dopo aver suonato in ogni posto possibile, e al diavolo nebbia e zanzare, il quartetto s’è inventato canzoni dal refrain vincente e dalla prosa schietta del tipo «Mi sono perso e non riconosco più la strada. Ciò che uccide è ciò che non si conosce, però l’abitudine è una lurida malattia. Ti brucia il cervello, è meglio evitarla» (Disinfettante); «Ma perché c’è chi prende sempre la vita come sfida? E c’è anche chi sta buono e zitto al proprio posto? Ma perché c’è chi ti prende in giro e chi non sa come confonderti? Ci vorrebbe una rivoluzione» (Certi giorni); «Bisogna tuffarsi dentro ogni singola opportunità. Non c’è più niente da perdere, si rischia sempre di sedersi e adattarsi alla meglio peggio. Io

zapping

preferisco provarci» (Opportunità). Che i ragazzi sappiano dove andare a colpire lo dimostra anzitutto il rock battente, quasi punk di La mia generazione che tira in ballo l’illustre My Generation (‘65) di Pete Townshend, chitarrista degli Who, senza esserne la rilettura bensì una verace «italianizzazione». La tempra mod, poi, è chiara e limpida in Disinfettante: energica, muscolare, ben sintonizzata su Who e Oasis con la chitarra elettrica che si mette a inseguire Stanley Road di Paul Weller. Ruggine, inciso all’Esagono Recording Studio di Rubiera, vicino a Reggio Emilia, ha dalla sua freschezza, spontaneità e un buon dosaggio d’adrenalina e relax. Un mondo per me, ad esempio, coinvolge: elettrica, orecchiabile, polposamente melodica; così come Opportunità, folk-rock effervescente con un ritornello che sa di anni Sessanta, e l’acustica Piove su Milano (ripresa come You Are My Light, in inglese, come bonus

track del disco) che viene giostrata dal pianoforte per poi trasformarsi in un rock sempre più tosto, nello stile di Ligabue (non si scandalizzino, gli Elizabeth: capita anche fra i migliori mod, ogni tanto, di andar d’amore e d’accordo coi vituperati rocker). C’è poi da riferire della voce calda e persuasiva di Marco Montanari: a proprio agio sia nelle ballate elettriche (Schizofrenia, Si è fatta quell’ora e Norlevo, coi preziosismi di un’arpa), sia nel cocciuto rockeggiare di Certi giorni; nelle sorprendenti atmosfere pseudo-country di Io convivo con me («… e ci sto pure bene, anche se a volte ci sono alti e bassi», recita il lunatico testo) e nell’essenzialità di Elisa, sempre qui, per chitarra acustica e percussioni soft. Quand’è di antica data, sostengono gli Elizabeth, la ruggine è compatta come la polvere che ricopre i vecchi ellepì. Ma nulla, giurano, potrà mai intaccare o corrodere la musica modernista. Inclusa, ovviamente, quella che risuona nella pianura emiliana. Sorbole, che bravi questi ragazzi. Elizabeth, Ruggine Mescal/Universal, 17,90 euro

Bearzatti, note di sassofono in omaggio a Malcom X ontana provincia dell’impero del jazz italiano, il Friuli, si sta rivelando come una delle regioni più interessanti anche se pochi appassionati e cultori di questa musica conoscono Romano Todesco, Nevio Basso, Bruno Cesselli, punti di riferimento per tutti i musicisti di Pordenone. A questi è doveroso aggiungere Juri Dal Dan e alcuni altri della generazione precedente, Glauco Venier, Giovanni Maier, U.T. Gandhi che in passato hanno ottenuto, malgrado il jazz non avesse all’epoca la visibilità di oggi, un successo anche internazionale. Sulla situazione friulana l’eccellente sassofonista Dal Dan ha scritto: «C’è da dire che negli anni Ottanta esistevano diversi Jazz Club nel raggio di una quarantina di chilometri, con programmazioni costanti e durature. Posso dire che sono uno dei pochi che ha avuto il privilegio di respirare un’autentica at-

L

di Adriano Mazzoletti mosfera jazzistica: fumosa e trasgressiva. Con gli anni i locali via via hanno chiuso, e le occasioni per suonare sono diventate sporadiche, almeno per un musicista che è passato dal suo ambiente naturale, club appunto, all’accademia. In parte ciò ha permesso ai musicisti locali di presentare i propri lavori anche se non è così automatico che questo accada. Mi riferisco al ruolo dei direttori artistici, che privilegiano, per ragioni economiche, musicisti noti». Questa la ragione della scarsa o nulla visibilità dei musicisti friulani, che però hanno grandi capacità spesso superiori a quella di colleghi romani o milanesi. Uno di questi, che negli ultimi tempi ha sconvolto positivamente la realtà musicale friu-

lana, è Francesco Bearzatti. «Negli anni Ottanta andavo ad ascoltarlo - ricorda ancora Dal Dan - in un famoso Jazz Club della periferia di Pordenone, “Lo Stato di Naon”, dove Bearzatti dimostrava già quelle doti che in seguito lo avrebbero portato al successo internazionale». Diplomato in clarinetto al conservatorio di Udine, si trasferisce presto a New York dove incontra il sas-

sofonista George Coleman che dopo aver collaborato con Miles Davis dirigeva, all’epoca, un suo complesso. L’influenza esercitata sul giovane musicista italiano è stata determinante per la formazione del suo stile, anche se come ricorda lo stesso Bearzatti: «Da giovane ho suonato molto blues, rock e pop e questa musica rappresenta un’influenza ancora oggi molto evidente e a volte mi viene naturale andare a pescare nel mio passato extra-jazzistico». Musicista brillante dallo stile originale, più conosciuto a NewYork e a Parigi, dove è di casa, che non da noi, sarà presente con un suo concerto dedicato a Malcolm X, martedì 23 alla Sala Petrassi dell’Auditorium di Roma per il 34° festival del jazz. Un’occasione per conoscere questo importante solista.


arti Mostre

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essun dubbio che, in dialogo con le mostre al piano nobile di Palazzo Strozzi, le labirintiche rassegne che hanno ripreso vita nei sotterranei a cripta di quella che da sempre viene chiamata, un po’ sinistramente, la Strozzina, siano le mostre più intelligenti e concrete del sinistrato mondo e farraginoso della contemporaneità. Da un lato la serietà della curatrice o coordinatrice, Franziska Nori, una delle poche curators intelligenti e preparate che navigano per il nostro Paese dall’intelligenza di piattissima bonaccia, dall’altra il tema intelligente scelto ogni volta, che ha a che fare con i problemi dell’estetica contemporanea e che dunque propone sempre artisti rilevanti e mirati al tema, non casualmente aggregati, per ragioni mercantili di scuderia o come interscambiabili riempitivi di parete. Qui ogni proposta ha invece un senso ben riconoscibile e il filo logico si dipana assai chiaro ed evidente. Ci riferiamo questa volta alla mostra che ruota intorno al tema non meno rilevante del rapporto tra il potere e la sua rappresentazione iconica, nell’arte ma anche nella pubblicità e nella politica. Offrendo, in modo non innocente, e sotto le volte medicee del palazzo, l’icona quasi benedicente, imbalsamata, dell’ultimo, incrollabile divo senile della rivoluzione al tramonto: Fidel Castro. Ma se si guarda con attenzione, nell’elaborazione fotografica di Sugimoto (il grande artista giapponese, che abitualmente privilegia il vuoto immobile degli schermi cinematografici orfani d’immagini o l’apparente fissità stregata d’un’onda che si sta per frangere, come in un verso di Valery) Fidel Castro, oppure il Papa, o addirittura l’immarcescibile EnricoVIII dello scisma, tradiscono una fissità inquietante e di caucciù, ch’è tipica

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N

Architettura

Icone del potere

da Enrico VIII a Fidel di Marco Vallora del mortifero lifting esistenziale del Potere. E infatti essi vengono ripresi non dal vero, come pare, bloccati in una gestualità sacrale e funerea, alla Madame Tussaud, ma direttamente in un museo delle cere, dov’essi hanno già smesso la loro vitalità, come un abito usurato, e protraggono soltanto la loro mortifera apparenza d’un carisma svanito. Né è un caso che Sugimoto si decori, come il miglior «fotografo del Sedicesimo secolo», certo dialogando con la pittura di Cranach e di Holbein, e facendoci riflettere quanto questa mostra sia sensata e riverberi con quella, magnifica, ospitata al piano nobile, dedicata alla ritrattistica di potere di Bronzino e Pon-

tormo. Questa mostra non si limita, però, alle solite prevedibili immagini fotografiche dei big della politica, registrati con genio mutevole dai big dello scatto, per dire gli Helmut Newton in dialogo «quasi sexy» con il sorriso inatteso della iron lady Margaret Thatcher. Oppure Annie Leibowitz, in tensione con la Regina Elisabetta, che non vuole deporre a nessun costo la propria corona. Ma ci sono anche video sorprendentemente intelligenti, progetti socio-etnografici, montaggi concettuali di stilemi fotografici, come in Clegg & Guttmann, che sbarcando con coraggio dentro il mondo paludato della borsa mondiale, rovesciano l’abituale rapporto tra committente e

Le “nozze d’oro” di Busiri Vici & Co. di Claudia Conforti al 1983 l’Ordine degli Architetti di Roma si è fatto promotore di un’utile iniziativa editoriale e documentaria che, a cadenze necessariamente irregolari (1992, 2004, 2006), intende dare conto dell’attività dei più consolidati studi professionali della città e della provincia. La selezione avviene su base anagrafica: quando uno studio di architettura di Roma e dintorni sfiora i cinquant’anni di attività («le nozze d’oro» con l’architettura), l’Ordine, con la fondamentale collaborazione della Soprintendenza Archivistica del Lazio, procede a un primo censimento dell’archivio professionale. L’atto conoscitivo è la premessa della redazione di una scheda critica che, delineata da giovani studiosi di talento, come Giulia Ceriani Sebregondi, sintetizza l’itinerario formativo e l’attività progettuale dell’architetto di lungo corso. I risultati convergono in un volume a stampa che quest’anno riunisce ben settanta progettisti, tra i quali rappresentanti di illustri dinastie professionali romane, come Giancarlo Busiri Vici, elegante interprete di ville, e Pietro Barucci, il sapiente coordinatore dell’insediamento popolare di Tor Bella Monaca, oggi tanto (vanamente?) vituperato. A ogni progettista sono dedicate quattro pagine: la prima, corredata da un ritratto fotografico, delinea la biografia professionale; le rimanenti sono votate all’illu-

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strazione grafica e fotografica di architetture, piani urbanistici, oggetti di design, selezionati tra i progetti e le opere di mezzo secolo di professione. La presentazione di questo quinto volume è all’origine di una giornata di studi, che si terrà lunedì prossimo 15 novembre alla Casa dell’Architettura, intitolata La memoria degli Architetti. Nuovi strumenti e metodi per la tutela e la comunicazione. Le sfide poste dalla documentazione digitale. Gli architetti documentati nel volume, a eccezione di pochi esempi come Eduardo Vittoria, che si forma a Napoli, e di Gabor Acs proveniente da Budapest, sono tutti laureati in architettura alla facoltà romana di Valle Giulia e sono nati nel decennio tra il 1925 e il 1935. Una generazione che, seppure si è formata nell’insegnamento accademico di professori piuttosto conformisti, come Enrico Del Debbio, Plinio Marconi, Attilio La Padula, affiancati da insegnanti più sperimentatori come Gaetano Minnucci e Pier Luigi Nervi, ha tuttavia imparato soprattutto dai «maestri fuori dall’università». Per esempio le esperienze professionali compiute negli studi di Monaco e Luccichenti, dei Passarelli e di Paniconi e Pediconi, atelier di affermata professionalità, sono condivise da molti, tanto che, sfogliando le pagine del volume, emerge un comune e condiviso approccio al progetto. Un progetto fortemente intriso di ideologia e di teoria compositiva derivata dalla lezione del maestro americano Frank Lloyd Wri-

artista, trasformandosi loro nei veri padroni del look di questi loro potentissimi «sottoposti», e giocando con consapevolezza con i simboli montati, allegorici e neo-medievali, della sovrastruttura economica: le mani parlanti, i nodi della cravatta, la prossemica retorica dell’inganno finto-innocuo. Ma c’è anche la presenza della musica, in un sottile lavoro del compositore Fabio Cifariello Ciardi, il quale ha avuto la trovata stimolantissima di scegliere tre discorsi simbolici (di Bush sull’esordio della guerra in Iraq, di Blair che interrompe il G8 per un’emergenza in Scozia e infine quello bellissimo di Obama, al Cairo, sulla necessità di superare i conflitti stereotipi della cosiddetta «guerra di civiltà») non già elaborando elettronicamente la loro voce, che sarebbe più prevedibile, ma trascrivendo musicalmente, per strumenti, il loro eloquio e l’inflessione retorica del messaggio subliminale. Così, ascoltando il loro messaggio, ma sovraesposto alla musica d’un clarinetto brillante, che può accompagnare per esempio, la tournure affettuosa del discorrere di Obama, oppure il trombone pomposo dell’ipocrisia mascherata di Bush, la linea segreta e criptata della sostanza politica risulta più che evidente: denudata. L’opera più felice e poetica ci pare però quella di Christoph Brech, che sceglie per il suo video un’area simbolica, quale quella occupata del misterioso yacht, che si ancorò davanti alla Punta della Dogana già di Pinault, durante la Biennale 2009. Ma non per spiarvi divi e segreti da gossip, semplicemente guardandola attraverso gli occhi d’alcuni operai, che detergono con spugne e saponi il fianco della barca, creando un effetto action painting o Cy Twombly, davvero lirico-polemico e soggiogante.

Ritratti del potere, Firenze La Strozzina, fino al 23 gennaio

Sartogo Architetti Associati, chiesa del Santo volto di Gesù a Roma

ght, mediata dall’impetuosa interpretazione di Bruno Zevi. Architetti che hanno esordito nella Roma degli anni Cinquanta e Sessanta, quando il dibattito disciplinare, incanalato dalle associazioni di settore quali Inarch e Inu, era incandescente e partecipato, mentre l’architettura, coniugata all’urbanistica, sembrava in grado di forgiare un nuovo mondo e una società migliore, eticamente ed esteticamente. Di questa illusione generazionale restano tracce, più o meno felici e convincenti, nei progetti e nelle opere che scorrono, come fotogrammi di un documentario sull’edilizia romana (e italiana!) degli ultimi decenni, talvolta toccante, talaltra patetico. Ma sempre molto interessante e rivelatore del nostro passato più prossimo.

50 anni di professione, V Volume, Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia, 383 pagine, s.i.p.


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il paginone

Umorismo non solo come risata, ma come approdo metafisico alla realtà, come modo nuovo di vedere le situazioni e le persone. Ecco l’arma micidiale usata per affrontare i temi eterni dell’uomo, a cominciare dalla lotta tra il bene e il male, da Gilbert Keith Chesterton. Anglicano di nascita poi cattolico convertito, uomo e scrittore vitalissimo, tornato oggi all’attenzione degli editori italiani di Pier Mario Fasanotti n attesa che qualche grande editore si accorga della straordinaria opportunità, continuano a emergere segnali del grande ritorno di uno scrittore vitalissimo, Gilbert Keith Chesterton. La maggior parte dei lettori lo associa solo alla sua creatura letteraria più famosa e più popolare - anche grazie al cinema e alla televisione - ossia a Padre Brown, il prete investigatore che poco, davvero poco, ha a che vedere con il pallido e mieloso Don Matteo dell’omonima serie tv. Vitalissimo, dicevo. Chesterton ha sempre dato di sé un’idea di straripante energia, autore di quasi cento libri, giornalista, polemista capace di

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prendere posizioni scomode e originali, attivo nelle iniziative editoriali. Ce lo vediamo ancora davanti a noi, questo vulcano la cui lava scorre lungo i canali dell’ironia, l’arma micidialmente efficace con cui l’inglese, anglicano di nascita e poi cattolico convertito, affrontava i temi eterni dell’uomo a cominciare dalla lotta tra il bene e il male. Satana, per usare un’allegoria, lo prendeva in giro rovesciando gli stereotipi della lotta frontale e furiosamente retorica.

Chesterton era sanguigno e positivo, mai lugubre o apocalittico. Il male, per rubare un’espressione cara a Bernanos, è

dello scrittore. Che non si ferma al duello millenario tra bene e male, ma scandaglia il sistema e la modalità del «combattimento». Lo scontro, quindi, si sposta tra ottimismo laico e ottimismo cristiano. In un suo saggio, Ortodossia (di recente ripresentato dall’editore Lindau di Torino) chiarisce così: «Tutto l’ottimismo di quest’epoca è stato falso e scoraggiante, per questa ragione: che ha sempre cercato di provare che noi siamo fatti per il mondo. L’ottimismo cristiano invece è basato sul fatto che noi non siamo fatti per il mondo». La qual cosa non deve indurre nell’errore di credere alla fideistica potenza dell’uomo. Chesterton era idiosincratico verso il «superuo-

Secondo l’autore di Padre Brown (e non solo), è il binomio essenziale per accedere alla verità, all’anima delle cose. Un ordigno che fa esplodere le categorie della logica senza rinunciare all’etica certamente un’entità dal «collo taurino», ma dev’essere osservato, studiato e contrastato con estrema calma. E, soprattutto, con ironia. Senza per questo sottovalutare gli artigli dell’avversario. In uno dei più celebri suoi romanzi, L’uomo che fu Giovedì (1908), indica la felicità come obiettivo vero dell’uomo. Raggiungibile, in toto o in parte, attraverso la contrapposizione al male. Scriveva: «Il male è troppo grande e non possiamo fare a meno di credere che il bene sia un accidente, ma il bene è tanto grande che sentiamo per certo che il male potrà essere spiegato». Qui il punto nodale della visione

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mo» e verso tutte le teorie che gli ruotavano attorno, compreso l’«umanitarismo» di Bernard Shaw, suo amico e rivale. «L’adorazione della volontà è la negazione della volontà. Non è possibile ammirare la volontà in generale perché l’essenza della volontà è nell’essere individuale».

Dicevo del ritorno editoriale di Chesterton. L’editore Lindau ci offre la monumentale autobiografia che Chesterton (nato il 29 maggio 1874 a Londra) due anni prima di morire (1936) scrisse. Uscì postuma e per quarant’anni non è mai comparsa sugli scaffali italiani. Nello stesso tempo l’editore Rubbettino, i cui libri non sono sempre facili da trovare in libreria, ripubblica alcune delle sue opere, accanto a

Fede e n un lucido studio sull’autore in cui si legge che Chesterton era una sorta di cantore dell’amore umano, delle cosiddette «pastorelle di terracotta», del sorriso dei bambini. In Il bello del brutto (traduzione libera di The Defendant, uscito nei tipi della Sellerio) sosteneva con vigore che la realtà di tutti i giorni, tra amarezze e difficoltà, non è altro che un lungo appuntamento tra la Creatura e il suo Creatore, ossia il Dio invisibile. Che si trova, appunto, nelle cose più materiali se l’occhio non è colpevolmente distratto. E non era certamente distratto padre Brown. Le edizioni San Paolo hanno da poco mandato in libreria I racconti di padre Brown (909 pagine, 28,00 euro). Il personaggio è stato modellato sul profilo di monsignor John O’Connor, un prete dello Yorkshire che nel 1922 aveva accolto Chesterton nella Chiesa cattolica ed era diventato suo grande amico. In un’Inghilterra spiccatamente protestante uno come Brown, oltre al suo autore, risultò alquanto rivoluzionario. È una sorta di ac-

cento straniero in patria. Non a caso qualche critico mise in evidenza l’anomalia dello scrittore in quanto dotato di un’anima inglese e di un’intelligenza latina. Fatto salvo, ovviamente, il sense of humour tipicamente britannico. Chesterton aveva fama di bonaccione, di tollerante, di amante della vita, di uomo sempre pronto a cogliere il lato comico di una situazione e a riderne. Ridere e mai deridere, attenzione.

Chesterton disse sempre che la sua era stata «una vita immeritatamente felice». Le sue ultime parole prima della morte furono rivolte alla moglie: «Ciao, mia amata». Era di statura imponente: circa un metro e novanta di altezza e 130 chili di peso. La sua bara venne fatta calare dalla finestra troppo perché grande per le anguste scale di casa. L’orazione funebre, nella cattedrale di Westminster, fu tenuta da Ronald Knox, pure lui un convertito e pure lui scrittore di gialli. Padre Brown s’immerge nella vita e nell’esistenza degli altri. Solo in questa maniera può capire ciò che succede. In uno dei racconti tiene a precisare che sbagliano davvero quegli scienziati che «considerano


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nonsense l’uomo dall’esterno e lo studiano come se fosse un insetto… quando uno scienziato parla di un “tipo”, egli non intende mai se stesso, ma sempre il suo prossimo, e probabilmente il suo prossimo più povero». Ecco una delle tante sferzate dell’autore. E ancora: «Io non cerco di guardare l’uomo dall’esterno, cerco di penetrare nell’interno di un assassino. Anzi, molto di più, non le pare? Io sono dentro un uomo… aspetto di essere dentro un assassino… finché penso i suoi stessi pensieri e lotto con le sue stesse passioni… finché vedo il mondo con i suoi stessi biechi occhi… finché anch’io divento veramente un assassino». In L’innocenza di padre Brown c’è un’affermazione così chiara da diventare categorica: «Sono un uomo e perciò ho il cuore pieno di diavoli».

Il cercare sempre di capire era il tratto più significativo di Chesterton. Il quale, come ho accennato prima, usava disin-

voltamente la spada dell’ironia. Come risposta alla menzogna. Per contrastare settarismi, eresie sciocche, religioni con pericolose deviazioni come il buddismo e l’islamismo. Per Chesterton la menzogna assume spesso il volto dell’ipocrisia. Ecco allora che l’ironia va a colpire al cuore ciò che è l’effetto più vistoso dell’ipocrisia, ossia la malafede. Sosteneva lo scrittore: «Il mentire potrà servire alla religione, ma sono sicuro che non serve a Dio». E alla larga dal mistero descritto e rappresentato come satanicamente misterioso e tenebroso: è il diavolo, non Dio, a corteggiare questa stranezza, «con complicata e bizzarra fantasticheria». Il disprezzo verso i falsi misteri è ben chiaro nel racconto La parrucca rossa. Chesterton intitolò il suo primo romanzo Il Napoleone di Notting Hill, racconto visionario e marcatamente autobiografico in cui si immagina che la democrazia sia morta per l’indifferenza dei cittadini e venga soppiantata da una «ti-

semmai la segnaletica di carattere etico viene rimpiazzata dall’allegoria. O meglio, da quel genere di umorismo tanto caro a Chesterton, il nonsense, che lui riteneva «destinato a essere la letteratura del futuro» in quanto verrà «in alla soccorso concezione spirituale delle cose… sono secoli che la religione cerca di far gioire gli uomini delle meraviglie del creato, ma s’è scordata che non c’è niente che possa davvero apparire meraviglioso finché continuerà a essere sensato… il nonsense e la fede, per quanto strano possa apparire il connubio, sono le due supreme affermazioni simboliche di questa verità: non è possibile estrarre l’anima delle cose con un sillogismo». Il nonsense quindi è l’ordigno che fa esplodere le soffocanti categorie della logica. Chesterton per certi versi anticipò quella letteratura dell’assurdo che sarebbe nata soltanto dopo la seconda guerra mondiale. Umorismo non solo come risata, ma come approc-

In Italia, Paese che molto amò, fu lanciato da Emilio Cecchi che lo pubblicò su “La Ronda”. Anche Borges fu un suo affezionato lettore: «... Nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton» rannia morbida». Non c’è più il re, ma un qualsiasi grigio impiegato eletto sovrano, il quale come per divertimento ripristina l’indipendenza degli antichi sobborghi di Londra. Un nuovo Medioevo, insomma. Ci si potrebbe chiedere: un movimento no global ante-litteram? No, non c’è un anacronistico elogio del campanilismo, magari di sapore leghista. Il messaggio di Chesterton vola più alto, indica cioè che non si possono avere a cuore le sorti del mondo se non si avverte l’esigenza morale di difendere quelle quattro mura che ci hanno visti crescere. Come si fa, del resto, ad amare il Terzo Mondo quando si ignora o addirittura si disprezza il borgo nel quale siamo nati e cresciuti? C’è forse il rischio della «predica»? Assolutamente no,

cio metafisico alla realtà, come modo nuovo di vedere le situazioni e le persone.

Chesterton viaggiò molto in Italia, Paese che amava. I lettori italiani lo apprezzarono subito, a cominciare dalle traduzioni di Le avventure di un uomo vivo e dei Racconti di padre Brown. Lo lanciò Emilio Cecchi, che pubblicò svariati articoli dell’inglese nella sua rivista La Ronda. Certi suoi saggi uscirono sul Frontespizio, con recensione di Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI. Del narratore londinese ebbe a dire Jorge Luis Borges: «La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton». Il personaggio di padre Brown ispirò cinema e televisione. Lo «strano detective» ebbe il volto di Alec Guinness (1954), poi fu la volta di Renato Rascel con sei puntate a cavallo degli anni 1970-’71.

Gli aforismi di un uomo sottile C’è una strada che va dagli occhi al cuore senza passare per l’intelletto. Il vero modo per amare qualsiasi cosa consiste nel renderci conto che la potremmo perdere. La psicanalisi è una confessione senza assoluzione. Non esistono cose noiose: esistono solo persone noiose. La felicità è uno strano personaggio: la si riconosce soltanto dalla sua fotografia al negativo. Senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite. Tutti parlano dell’opinione pubblica, e per opinione pubblica intendono l’opinione pubblica meno la propria opinione. Un’avventura è soltanto una disavventura vista dal lato buono. La famiglia è il test della libertà, perché è l’unica cosa che l’uomo libero fa da sé e per sé. È l’odio che unisce gli esseri umani, mentre l’amore è sempre individuale. La dignità dell’artista sta nel suo dovere di tener vivo il senso di meraviglia nel mondo. L’ideale cristiano non è stato messo alla prova e trovato manchevole: è stato giudicato difficile, e non ci si è mai provati ad applicarlo. Le grandi opere letterarie sono sempre allegoriche: allegoriche di una qualche visione totale del mondo. La nostra civiltà ha deciso, molto giustamente, che stabilire l’innocenza o la colpevolezza delle persone è troppo importante per essere affidato a uomini istruiti allo scopo. Quando la nostra civiltà vuole essere illuminata su questa angosciosa questione, si rivolge a persone che in materia di legge non ne sanno più di me, ma che sono capaci di sentire quel che io ho sentito sul banco dei giurati. Quando la nostra società vuole catalogare i libri di una biblioteca, scoprire il sistema solare, o altre minuzie del genere, si serve dei suoi specialisti. Ma quando vuol fare qualcosa di veramente serio riunisce 12 uomini comuni. Se ben ricordo, il fondatore del cristianesimo fece lo stesso. L’uomo non vive di solo sapone. La donna media è a capo di qualcosa di cui può fare ciò che vuole; l’uomo medio deve obbedire agli ordini e nient’altro. Tutta la differenza fra costruzione e creazione è esattamente questa: una cosa costruita si può amare solo dopo che è stata costruita; ma una cosa creata si ama prima che esista.


Narrativa

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ovistando in una memoria pericolante affiora il ricordo di un genere denominato romanzo horror che nelle rigide classificazioni occhieggia tra noir e giallo. E così viene naturale pensare al nuovo romanzo di Sandro Veronesi come a un libro in cui il genere si appropria del plot. Certo ci troviamo di fronte a qualcosa di più che un denso noir, dove il meccanismo del mistero si tinge di fosco fino all’orrido serpeggiare della paura. Un romanzo offerto già nel titolo, XY, come allusione al genere, dove la specifica della diversità è anche tra maschile e femminile mentre non è detto che sia anche una spia, patentemente, letteraria. D’altra parte, non sfuggirà al lettore che a questo fa ampiamente eco la protasi, o nota iniziale dell’autore, che pur non richiesta, informa sul come e quando il romanzo è nato come idea e poi come sviluppo. Pronta risposta ha il titolo nella struttura binaria del romanzo, con doppio io-narrante, una donna psicanalista e un prete. Letture quindi di contrapposizione, in apparenza specchiate tra fede e ragione, in realtà le voci narranti spesso si sovrappongono tra loro e sembrerebbero completarsi. Il romanzo di Veronesi che arriva dopo qualche anno dal successo di Caos calmo, intanto prende avvio dalla prefazione che si intromette nella storia con una certa insolenza: l’autore tiene a specificare che il romanzo è frutto di una lunga gestazione che ha risentito molto della biografia dell’autore. E chissà forse nell’andamento della storia parte della vita dell’autore avrà fatto la sua parte. XY, in barba alle allusioni cartesiane, è un libro che sin dalle prime pagine precipita nell’incongruo, nell’irrazionale per due fatti che hanno a che fare col sangue e in cui i due protagonisti sono coinvolti. Entrambe le voci spingono subito l’accento sul pathos, entrambe catturano l’attenzione del lettore sul vivo (se non fosse troppo potremmo dire sulla carne), don Ermete introducendo al delitto (e al suo luogo), Giuliana aprendo il fronte della vita privata, quella intima.

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Sandro Veronesi XY Fandango 394 pagine 19,50 euro

La banalità del male secondo

Veronesi

Riletture

libri

Cinque anni dopo “Caos calmo”, una storia ambientata in un piccolo paese del Trentino dove si consuma un orribile delitto con undici vittime di Maria Pia Ammirati Entrambe s’aprono sul sangue. Uno s’apre sul sangue di innocenti, l’altro sul sangue innocente di un’antica ferita che si riapre. La storia è ambientata in un piccolo paese del Trentino, San Giuda: «borgo San Giuda non era nemmeno più un paese, era un villaggio. Settantaquattro case, di cui più della metà abbandonate… succedeva una cosa sola, d’inverno, a San Giuda: l’arrivo della slitta di Beppe Formento». In questo gioco a specchio delle due voci, don Ermete scoprirà l’orribile delitto avvenuto alle radici di un albero, il grande feticcio del romanzo, che campeggia ghiacciato e arrossato su un campetto innevato, dove undici persone giacciono morte. Giuliana si sveglia in un letto pieno di sangue fresco che esce

copioso da una ferita riapertasi dopo quindici anni. È possibile che si riapra una ferita ricucita e medicata dopo quindici anni? La risposta medica è no, tranne che non si alluda alle stimmate, cioè alle ferite che s’aprono sui corpi di santi. Mentre don Ermete scopre un macabro teatro spruzzato di sangue e di neve, Giuliana s’avvita su un dubbio che fa vacillare le certezze del medico. Un prete e una psicanalista, i percorsi sembrerebbero segnati dalla ragione e dalla fede, ma per entrambi una mattina qualsiasi inizia con il rovello del dubbio che mette in crisi ogni tipo di certezza. D’altra parte né la fede o la religione, né la scienza riescono a spiegare l’horror, inteso sia come paura sia come fenomeno inspiegabile. Lo sconcio dei cadaveri sta certo nello strano affare che undici persone siano morte contemporaneamente, nello stesso luogo, di morti diverse ed estranee tra loro (una di cancro, una decapitata, una addirittura azzannata da uno squalo), ma anche nel fatto che nessuno riesce a capire come questo fenomeno sia possibile e come si possa gestire. Tra fede e ragione spunta dunque la paura, una forza capace di reificare un nemico qualsiasi, ma soprattutto di mettere in luce il tratto più rozzo che è l’ignoranza. In preda alla paura e all’ignoranza tutti possono diventare nemici, soprattutto gli stranieri, i diversi da noi. Nella banalità dei tempi ecco spuntare, ancora una volta, la banalità del male.

Personaggi da Dolce vita con colonna sonora doc amilla Baresani mi è venuta incontro con un suo libro Un’estate fa (Bompiani) in occasione dell’ultimo Premio Rapallo: un romanzo che mi persuase delle sue doti. Non vinse ma entrò nella terna delle opere scelte da sottoporre al voto della giuria popolare. Ho poi ripreso un suo romanzo del 2002, con un titolo non felicissimo Sbadatamente ho fatto l’amore (Mondadori). Anche se lo spunto del racconto appare un po’ vistoso, il romanzo riserba un felice panorama degli anni romani della «dolce vita». La figlia di un «mostro» del tempo, pluriomicida - si racconta - cerca di scrollarsi di dosso questa identità partecipando a una vita non «dolce» ma degenerata. Il protagonista del romanzo, infatti, la incontra nel corso di un’orgia in una casa privata dove gli invitati devono essere tutti nudi. Parla con lei e la porta via dall’orgia, a casa propria, forse pensando che avrebbe fatto l’amore tranquillamente. Ma non lo fa: non certo per disgusto ma per una improvvisa crescita di pietà. Il protagonista che si presenta come un noto regista cinematografico a me pare di riconoscerlo in uno scrittore e sceneggiatore di quegli anni non uso alle orge

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di Leone Piccioni ma intrufolato con intelligenza e ironia soprattutto nel mondo dello spettacolo e nel mondo della musica di quel tempo (la Baresani ricorda quella bella musica e la identifica nei nomi dei compositori e artisti come Piccioni,Trovajoli, Kramer e, per colonne sonore dei film, specialmente indica Le mani sulla città di Francesco Rosi). Com’è d’uso, la Baresani mette le mani avanti per dirci che nomi, personaggi, ecc. sono il prodotto della sua immaginazione o aggiunge se «reali sono utilizzati in modo fittizio». La figlia del «mostro» sparisce d’un tratto, dopo un lungo periodo di notorietà pubblicitaria che a poco a poco, però, si dilegua. Da allora nel regista si insinua una curiosità, non si sa se morbosa o pietosa, che lo spinge ad avere sue notizie, per sapere dove stia e che cosa faccia della propria vita. Per indagare si affida (attraverso vicende che sarebbe lungo

Il secondo romanzo di Camilla Baresani, ambientato nella Roma degli anni Sessanta

qui raccontare) a una coppia di studenti, appoggiandosi specialmente alla ragazza Caterina per rintracciare la figlia del «mostro» della quale sapremo alla fine del romanzo che è ora sposata a Milano con un umile impiegato.Viene fissato l’incontro tra lei e il regista, ma tutto va nel verso opposto da quello ipotizzato: la ragazza lo scaccia e lo rimprovera acerbamente del suo passato e per come si è comportato nei suoi confronti. L’incontro insomma non poteva essere più disastroso. Tutto cambia nella mente di lui. Così d’un tratto si accorge che la vera donna che può amare (lui scapolo impenitente) è, malgrado la differenza di età, Caterina che acconsente. La pulizia, la purezza e la chiarezza della giovane ragazza riescono a distruggere tutto il torbido clima vissuto dal regista. Un solo rilievo: una certa ripetitività, con qualche pagina in meno il romanzo avrebbe acquistato di scorrevolezza. Ho riletto questo romanzo della Baresani nel clima di un’afosa estate: è stata una sferzata d’aria fresca. Qua e là belle battute. Una ad esempio: «Lo sa Dio che deve tanto a Bach?».


Thriller

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di Pier Mario Fasanotti

nche per chi non era indovino, sarebbe stato facile prevedere che il romanzo giallo prendesse il sentiero psichiatrico. Ed è ciò che accade oggi. Si è passati dal poliziesco deduttivo di Conan Doyle, a quello di atmosfera di Georges Simenon, dagli enigmi alla Agatha Christie ai romanzi che in modo ossessivo si riconducono faccende autobiografiche (vedi James Ellroy: la morte della madre come canovaccio così insistente da sembrare un’autoterapia), dalle analisi anatomopatologiche di Patricia Cornwell all’indagine sulle ossa (vedi Kathy Reichs). Molto probabile che i serial televisivi, come l’ottimo Criminal Minds, abbiano influenzato i narratori. Del resto è l’uovo di Colombo: il delitto ha origine nella mente, quindi lo psicothriller va alla fonte. Per molte settimane è nella classifica dei più venduti il libro del tedesco Wulf Dorn, La psichiatra (Il Corbaccio). Concordo pienamente con l’intervento, qui in pagina, dello psichiatra Leonardo Tondo che, con arguzia e competenza, mette in luce la sciatteria del linguaggio, l’imprecisione di certi riferimenti clinici, per giungere alla conclusione che alcuni testi narrativi paiono sceneggiature e non pagine con un minimo di rilevanza letteraria. A parte alcune banalità inventive - come quella di chiamare Sigmund il gatto della protagonista psichiatra - occorrerebbe consigliare ai redattori della casa editrice di intervenire più spesso sul testo. A pagina 148 si legge: «…tremava come un’anziana centenaria». Francamente non conosco centenari giovani, ma fa niente. Eppure La psichiatra ha venduto e continuerà a vendere molto, in Italia e in altri Paesi. Lungi dall’azzardare giudizi sul livello culturale dei lettori, è comunque un fatto incontestabile che la maggior parte dei best-seller si aggrappa ad astuzie intramontabili: facilità di linguaggio, trama semplice, prevedibilità del finale (che è conforto per chi si «abbandona» allo snodarsi della storia abbassando la guardia critica), colpi di scena suggestivi e ripetuti. Chi legge è sostanzialmente conservatore, salvo eccezioni. Qualcuno di recente ha dichiarato di odiare il termine «scorrevole»: pienamente d’accordo. Anche se sono tanti gli esempi di romanzi non oscuri (come la prosa di Samuel Beckett, per esempio) ma intensi e innovativi, con invenzioni lessicali che lasciano tracce. Esistono, insomma, romanzi che forniscono piacere all’intelligenza (e alzano quindi la serotonina), e non solo soddisfano la voglia di intrattenimento. Tra questi - per rimanere nel genere giallo psichiatrico - campeggia per qualità La paziente delle quattro (Ponte alle Grazie, 243 pagine, 16,80 euro) di Noam Shpancer. Prima cosa da evidenziare: l’autore s’intende davvero

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Sulle orme di Criminal Minds

ALTRE LETTURE

RITORNO AI VECCHI RITI DELLA POLITICA di Riccardo Paradisi

erché, se la televisione è così potente, Berlusconi si è premurato di avere dei giornali che lo fiancheggino? E perché Massimo D’Alema dice di preferire la televisione, con cui si parla a tutti, mentre la sua influenza sugli affari politici è dovuta a messaggi in chiave affidati ai giornali? Dal 1948 a oggi - sostiene Carlo Merletti nel suo La repubblica dei media (Il Mulino, 153 pagine, 15,00 euro), spettacolarizzazione della politica e messaggi in politichese rappresentano le due facce della democrazia in Italia. E con la crisi economica, la possibilità è che si torni dalla repubblica dei media alla repubblica dei partiti e ai suoi rituali.

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ANDARE IN ESTASI CON MARTIN BUBER *****

a migliore presentazione alle Confessioni estatiche di Martin Buber (Adelphi, 256 pagine, 12,00 euro) è quella di Pietro Citati: «L’antologia di Buber resta il più bel breviario di mistica che io abbia mai letto. In una materia così difficile Buber conserva lo sguardo preciso, quando si rifiuta di spiegare la mistica “dal punto di vista psicologico, fisiologico o patologico”… La mistica è la suprema attività spirituale dell’uomo nel senso più semplice: il mistico attraversa con violenza il territorio della filosofia e della letteratura, della religione, della morale e dell’estetica… lo spezza ed esce al di sopra, in quel lago infinito dell’anima che egli solo conosce».

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della psiche essendo stato per tanti anni psicologo in un kibbutz israeliano e ora è docente alla Columbus University. La trama c’è ed è robusta, ma fondamentale è la figura del protagonista, psicoterapeuta credibile dall’inizio alla fine. Quest’uomo si trova ad affrontare il panico di una spogliarellista e, come con altri pazienti, esce dagli schemi dell’«eccentrico viennese» (Freud). Ci dice per esempio che si devono consi-

derare le «monetine», ossia «le nostre abitudini, la routine, il quotidiano; la loro somma ti dà la misura della vita di ciascuno». Guai a considerare l’uomo come una monade fatta di infanzia e poco più. È piacevole seguire le vicende di uno psicologo che non insiste più di tanto sulla nuresi infantile, ma spazia tra argomenti fondamentali come la memoria, l’identità, la paura. Noi siamo tutte queste cose.

Quella psichiatra poco credibile na bella lettura si giudica dal tempo sottratto al sonno per continuare a leggere oppure dalla velocità con cui vogliamo sapere come andrà a finire. Si è dormito pochissimo per finire le 2301 pagine (edizione italiana) della trilogia di Larsson per molti buoni motivi, ma sarebbe meglio prendersela con calma e riposare di più per La psichiatra di Wulf Dorn (Corbaccio, 395 pagine, 18,60 euro), assimilata frettolosamente alla serie thriller svedese. Il romanzo racconta la storia di una psichiatra tedesca che lavora in una casa di cura dove durante il nazismo si sarebbero fatti esperimenti e terapie non approvabili da alcun comitato etico (ma questo ha poco a che vedere con il resto). In questo luogo viene ricoverata una donna che scompare ma che, apparentemente, solo la dottoressa ha visitato. L’intreccio coinvolge parecchio e non è certo privo di suspence fra sospetti della donna sui colleghi, un suo fidanzato (anche lui del mestiere) che guarda caso parte per l’unico posto al mondo dove non sarebbe raggiungibile al cellulare e una grande voglia, mal spiegata, di risolvere tutto da sola. Il tut-

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di Leonardo Tondo to è condito con casi di altri pazienti che fanno atmosfera ma poi sono esclusi dalla vicenda centrale, poliziotti che pur essendo vagamente interessati alla scomparsa della paziente non vengono mai chiamati nei molti momenti in cui la loro presenza rassicurerebbe tutti, la protagonista per prima. Nella catarsi della storia, molti dei punti oscuri finalmente vengono chiariti, ma nel frattempo si scorrono centinaia di pagine con il fastidio per i comportamenti inspiegabili dell’investigatrice in erba spinta da un’irrefrenabile voglia di salvare la vita della donna e di cui si svelano tutti i pensieri lasciando zero spazio all’immaginazione del lettore. Si può capire che un profano della materia possa seguire la trama con un certo interesse e alla fine essere soddisfatto dal suo esito. Al contrario, se il libro capita tra le mani di un addetto ai lavori è probabile una certa delusione per il finale tanto prevedibile quanto improbabile, così come non mancano le perplessità sugli argomenti attinenti alla salute mentale. Da una parte l’implausibilità

delle storie si tocca con mano (peccato non poter dire di più per non svelare troppo della trama) e dall’altra, la psichiatria, come al solito, viene trattata male (figuriamoci se poteva mancare un riferimento inesatto e inutilmente critico verso l’elettroshock). Lo snodo critico della storia è nelle parole di una donna che verso la fine svela la chiave dell’intricata vicenda, pur non essendo stata presente al fattaccio. La lingua è in generale bistrattata, spesso fuori registro, l’aggettivazione è spesso superflua, i dettagli aggiungono poco o niente, i dialoghi risultano banali (colpa della traduzione o dell’originale?), ma il deficit letterario è talmente costante da considerarsi inevitabile nei thriller, dove la trama ha il sopravvento sulla forma e le parole scorrono velocemente sopra uno stile traballante. La storia è talmente cinematografica nelle sequenze che si può essere certi non si aspetterà molto prima di vederla sugli schermi. Anzi, si poteva benissimo evitare il passaggio su carta e renderla da subito per immagini, come invece sarebbe stato utile che non fossero usciti dalle loro pagine i tre romanzi di Larsson.


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di Diana Del Monte i è appena affacciato nel nostro Paese ed è già è pronto a lasciarlo. Out of Context - for Pina, lo spettacolo che Alain Platel ha dedicato alla memoria della coreografa tedesca, sarà in scena stasera e domani al Teatro Comunale di Ferrara per gli ultimi due appuntamenti italiani. Concepito dal coreografo belga subito dopo la scomparsa di Pina Bausch, lo spettacolo è un toccante addio tra colleghi e un omaggio privo di lacrime e retorica a una delle donne più importanti della danza novecentesca. Pervaso dalla figura della Bausch, Out of Context è tutto fuorché didascalico; all’esplicita dedica del titolo, infatti, fa da contraltare la sagace ironia con la quale Platel porta in scena i più svariati atteggiamenti, le abitudini motorie e posturali dell’essere umano. Al centro del lavoro ci sono i rituali della conquista e dell’abbandono, la scoperta del mondo circostante e le dinamiche di gruppo; l’interesse verso il gesto quotidiano ripetuto e posto fuori contesto si fonde, poi, con quello per le di-

S

Dedicato

Danza

MobyDICK

spettacoli DVD

UN SUDOKU DI NOME MACCHU PICCHU u scoperta cento anni fa, ma per quattro secoli era rimasta custodita dalla nebbia a quota 2400 metri. Macchu Picchu è oggi uno dei siti archeologici più preziosi del Pianeta. Ma anche uno dei più misteriosi. National Geographic si insinua nella fitta cortina del mito e della storia in un bel documentario dedicato all’antica città Inca, che nonostante le ricerche resta ancora oggi un autentico sudoku che incrocia scienza e leggenda, antropologia delle origini e soluzioni ingegneristiche all’avanguardia. Un fascinoso lavoro d’inchiesta, che ricapitola l’alfabeto della civiltà, direttamente dalla viva roccia.

F

ligia, torna poi a rinchiudervisi dentro una delicata citazione agli artisti di strada - ed espone la fragilità umana, tanto amata dalla madre del teatrodanza tedesco, declinata alla maniera di Alain Platel. Si ride di tutto ciò, di cuore, soprattutto grazie all’estrema intelligenza del lavoro coreografico e all’alto livello di preparazio-

a Pina Bausch (con allegria) scrasie e le disfunzioni motorie che il coreografo belga ha iniziato a esibire nel 2006 con VSPRS. Qualità di movimento eterogenee, capacità motorie di varia natura analizzate e poste in scena come su binari paralleli, in assenza di gerarchia, e rivelatrici di tutta l’abilità del magistrale corpo di ballo. Accolto ovunque con entusiasmo, Out of Context è strutturato come un percorso che, partendo da una va-

Televisione

ne della compagnia. Il pudore col quale Platel sembra voler nascondere la dedica del titolo durante lo spettacolo diventa il senso di una profonda affinità tra il lavoro del coreografo e la visione artistica della Bausch che permea tutta la rappresentazione, esplodendo in chiusura con una Nothing compares to you di Prince resa quasi irriconoscibile, da capire e non solo da ascoltare. Dopo l’appuntamento ferrarese, Les Ballets C de la B continueranno la loro tournée all’estero; in Italia torneranno a febbraio, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, con una coreografia di Lisi Estaras, primero - erscht. La stagione di danza del Teatro Comunale di Ferrara, invece, volta pagina: con Out of Context, infatti, si chiude una prima fase del cartellone «Danza 2011» dedicata alla memoria e alla storia più recente della danza; dopo aver riportato sul palco Travelogue I Twenty to Eight di Sasha Waltz e Rosas danst Rosas di Anne Teresa De Keersmaeker, si apre un nuovo capitolo dedicato alle novità coreografiche, con Il quattordicesimo fiore di Giovanni Di Cicco e Francesca Zaccaria, in prima assoluta, e con Fuoristrada, la piattaforma rivolta ai coreografi italiani emergenti.

PERSONAGGI

SI SCRIVE BEADY EYE, SI LEGGE OASIS i scrive Beady Eye, ma si legge Oasis. Preferibilmente in una composizione tipo che esclude Noel dalla storia della band. Dopo un profluvio di chiacchiere e illazioni, il nuovo combo orfano del reprobo fratello Gallagher, ridebutta ufficialmente il 22 novembre con il singolo di lancio Bring the light, incunabolo al nuovo album che secondo tradizione includerà una b-side, Sons of stage. Nessuna innovazione anche nel cast, con Gem Archer, Andy Bell e il batterista Chris Sharrock, a fare da personale a tempo pieno. Forse è la volta buona per capire chi, tra i due geni, usurpava il talento dell’altro.

S

di Francesco Lo Dico

La regola suprema della natura: migrare per vivere i ha il desiderio, in questi tempi, di volare un po’ più alto, anche davanti al piccolo schermo. È fuori dubbio che le vicende italiane diano un senso di nausea, dallo squallore morale che nutre terreni di delitti (Avetrano) alle cronache sulle volgari abitudini di certi (anziani) politici, dai sempre rimandati problemi ecologici all’incuria colpevolissima che segna il nostro straordinario patrimonio artistico (Pompei). Per concederci uno stacco da questa mistura di farsa e tragedia il programma in sette puntate di National Geographic Channel (Fox in prima serata, con repliche a diverse ore) ci offre l’impareggiabile sguardo su una natura che è violenza e gioia, ma mai farsa. The Great Migrations s’intitola. Ed è davvero stupendo.Tutto imperniato su quella legge severa che è: «vive solo chi si muove». Nel Dna di tutti gli animali esiste un misterioso meccanismo che li

S

fa spostare: alla ricerca del cibo, dei luoghi di riproduzione, di climi più favorevoli. La nostra attenzione è quanto mai desta anche perché anche noi umani conosciamo le migrazioni. Da millenni. E chi le vuole negare o impedire va ottusa-

mente contro quel principio etico così bene espresso dal Pontefice allorquando parla di «unica grande famiglia mondiale». In terra africana gli gnu devono attraversare il fiume Mara, sfidando il

massacro, visto che i coccodrilli «sanno» quando e dove aspettarli. Cinque cuccioli di gnu su sei non arrivano a un anno. Le zebre femmine impauriscono i ghepardi più piccoli che poi, crescendo, apprendono il valore della pazienza predatrice. L’erba e le piogge muovono mandrie, molti soccombono. Dal cuore della foresta i granchi rossi dalle dimensioni di un piatto devono tornare al mare perché solo in quell’elemento è possibile l’accoppiamento. Lottano contro le formiche gialle pazze, contro il rischio della disidratazione, della fatica mostruosa. Vanno avanti i maschi, seguiranno le femmine. Qualcuno ha calcolato che ce ne siano 80 milioni. La riproduzione contiene sorpresa numerica e poesia. Ogni femmina ha centomila uova lucenti, che solo il mare (un mare rosa) e poi il bagnasciuga possono accogliere. Le nascite sono accompagnate da danze antiche, quasi tribali.Tra il fitto fogliame d’una zona messicana si

alzano in volo milioni di farfalle «monarca», dopo l’inverno. Sarà la terza generazione a tornare dal Canada, posandosi addirittura sugli stessi rami degli antenati. La mappa del viaggio è stampata nel loro Dna. Per tornare al sole del centro-America compiono tremila chilometri, con movimenti regolati da un campo magnetico per noi indecifrabile. Degna di un romanzo è la vita del capodoglio, il predatore (45 tonnellate) più dotato di denti che vive anche per 70 anni, 40 dei quali passati negli abissi. Nell’arco della loro vita i capodogli si spostano per due milioni di chilometri, ossia sei volte la circonferenza della Terra. Creature che vivono in solitudine.Tornano, poi, e hanno un commovente incontro con le femmine. I piccoli, che si muovono sotto l’occhio vigile della madre, devono attendere dieci anni prima di iniziare l’avventura oceanica. Storie di nomadi in una Terra che pare bisbigliare «migrate, migrate, vivete». La natura splendida e crudele che si autoregola. E non per un posto al ministero o in un (p.m.f.) carcere.


MobyDICK

poesia

13 novembre 2010 • pagina 21

Diego Valeri, la vita in chiaroscuro di Francesco Napoli

ALBERO Tutto il cielo cammina come un fiume, grandi blocchi traendo di fiamma e d’ombra. Tutto il mare rompe, onda dietro onda, splendido, alle fuggenti dune. L’albero, chiuso nel puro contorno, oscuro come uno che sta su la soglia, muto guada, senza battere foglia, gli spazi agitati dal trapasso del giorno. Diego Valeri da Poesie

l primo problema che la poesia di Valeri ci pone è di ordine storiografico. Dove collocare questa poesia, in un panorama del Novecento italiano? Con chi? A che punto introdurre il discorso?». Questi interrogativi che Luigi Baldacci si poneva alla Fondazione Cini di Venezia il giorno dei festeggiamenti degli 85 anni di Diego Valeri mi paiono più che mai attuali e provare a dargli una risposta, casomai anche continuando a farci aiutare dal critico toscano sempre lucido e attento ai percorsi «diversi» della nostra letteratura, permetterà di comprendere meglio questa solitaria ma caratterizzata voce che, almeno all’anagrafe, del Novecento è pienamente partecipe. Diego Valeri (1887-1976) nasce a Piove di Sacco (Padova) ed è il minore di tre fratelli, più grandi di lui, uno di quattordici, l’altro di sedici anni. Il piccolo Diego è molto timido e schivo, legato alla figura della madre con cui instaura un ottimo rapporto, mentre col padre, uomo di indole iraconda, ha difficoltà a relazionarsi. Ha solo pochi mesi quando la sua famiglia si trasferisce a Padova perché, a quanto pare, il padre, Abbondio, e la madre, Giovanna Fontana, non vanno d’accordo. Infatti, malgrado le agiate condizioni del padre, la madre e i figli preferiscono vivere a Padova in notevoli ristrettezze. Nel 1911 è intimamente provato da un grave lutto: il fratello maggiore, Ugo, muore suicida. Ugo, pittore incompreso dallo spirito tormentato, trasmette al fratello Diego l’amore per l’arte pittorica. «La tragica morte di mio fratello Ugo fu talmente dolorosa per me, che poi, per oltre cinquant’anni, non ho avuto l’animo di scrivere su di lui e sulla sua arte neppure una pagina».

«I

Inizia a insegnare nei licei ma il suo convinto socialismo e l’antifascismo intransigente l’obbligano, nei duri anni della Repubblica di Salò, prima a lasciare la professione e poi a rifugiarsi in Svizzera, e con lui sono esuli, al campo di Mürren, nello Jungfrau, Amintore Fanfani, Dino e Nelo Risi, Giorgio Strehler. Ricordando quell’esperienza tragica scriverà: «Percossi sradicati alberi siamo,/ ritti ma spenti, e questa avara terra/ che ci porta non è la nostra terra» (Campo di esilio). Ma l’esordio in poesia l’aveva già compiuto, nel 1913, con la prima raccolta, affidata alle cure editoriali del grande amico Piero Nardi mentre era in Francia ad approfondire i suoi studi: Le gaie tristezze. Siamo in piena temperie crepuscolare, certo, come il titolo denuncerebbe con evidenza, eppure l’Italia poetica dei tempi è anche futurista, ma ancora di Pascoli e D’Annunzio, e c’è da fare i primi conti con la persuasa ostinazione fuori le righe di Saba e l’incipiente arrivo di Ungaretti che sì, avrebbe davvero dato inizio al Novecento poetico. Dopo la guerra ottiene la revisione di uno dei concorsi universitari da cui era rimasto escluso per non essere iscritto al Partito fascista. Si classifica al

il club di calliope

primo posto ed è subito chiamato dalla Facoltà di Lettere dell’Università di Padova come professore ordinario di Letteratura francese e incaricato di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea. Era conversatore di amabile e finissimo eloquio, le sue lezioni universitarie hanno lasciato tracce durevoli in tantissimi discepoli. Gli anni Sessanta costituiscono la stagione più matura della sua vita. È ormai un poeta apprezzato, le sue raccolte di versi sono tradotte all’estero, riceve numerosi premi e riconoscimenti: gli viene concessa la Legion d’Onore dal governo francese e il 6 aprile 1965 riceve la laurea in Lettere honoris causa dall’Università di Ginevra. Nel 1967 vince il Premio Viareggio con la raccolta Poesie. A Roma si trasferirà quasi per forza, su suggerimento dei medici, dopo una vita spesa con amore sconfinato per la sua regione veneta, seguendo due amate figlie, poco prima di spegnersi ormai alla soglia dei novant’anni.

La poesia di Valeri è apparentemente facile, ma forse è difficilissima perché traduce in clarté quella cosa oscura chiamata vita. Costruita su versi che possiedono ritmo e colore a un tempo («Sotto la fuga leggera del vento/ s’apre il ventaglio del mandorlo bianco./ Alto sta un cielo di rosa e d’argento / ma il cuore è stanco»), risente sul piano della formazione letteraria di Pascoli, dal quale acquisisce in gran parte lessico, sintassi e forme metriche, ma anche del D’Annunzio di Alcyone e di alcuni amati francesi, in particolare Verlaine e i post-simbolisti. Al centro del mondo di Valeri vi è «un accordo sensitivo e sensuale fra l’io e la natura, o quella alleanza con la vita» (Debenedetti) nella latente opposizione tra «natura» e «mondo». L’io di Valeri allora tende a rinchiudersi con un movimento auto-protettivo dai mali dell’uomo stesso («Tra queste povere effimere cose,/ deboli, felici, paurose,/ chiuso dentro la legge del cuor mio,/ io sono io»). E ha ben ragione Baldacci quando sottolinea che il naturalismo di Valeri esclude, alla maniera di Pascoli, l’uomo e l’io, così come la bellissima lirica Albero lascia ampiamente intuire: «L’albero, chiuso nel puro contorno, oscuro come uno che sta sulla soglia,/ muto guarda, senza battere foglia,/ gli spazi agitati dal trapasso del giorno». Un poeta dunque Valeri, per rispondere ai quesiti posti all’inizio con una formula sintetica, antinovecentista perfino nell’Antinovecentismo italiano. Andrea Zanzotto sulle colonne del Corriere della Sera nel ricordare il suo conterraneo ha forse centrato con dovizia le qualità poetiche di Diego Valeri la cui poesia «così connivente con l’effimero, con l’appena detto, con ciò che emerge in sensazione delicatissima o pungente, è sempre stata attraversata dal senso di un mancamento» accompagnata poi da «una “strana”, particolare trasparenza delle cose, degli esseri, degli stati d’animo».

IL BATTITO PRIMORDIALE CELATO IN UNA ROSA in libreria

Parlava come al vento e al vento tornava senza altra dimora nell’ora che trema le sere fuggite i passi smarriti e l’amore l’amore restava come al vento ferito e al vento tornava ferito tornava Roberto Veracini

di Loretto Rafanelli

appiamo che uno dei temi privilegiati dai poeti è quello della madre, versi spesso emozionanti e confortanti, vogliamo ricordare ad esempio le belle poesie di Maurizio Cucchi in Vite pulviscolari o un’antologia recente come Io a sempre a te ritorno. Poesie per la madre edita da Crocetti, che raccoglie scritti di vari autori, da Pasolini a Penna a Poe, da Montale alla Pozzi («…la mamma che portava una lucciolina/ alla sua bambina malata»). In questa schiera che guarda al «battito primordiale», inseriamo volentieri anche Luca Nicoletti, che ha scritto una plaquette (Rosa-sarò, Raffaelli edito-

S

re), delicata e struggente, misurata e amorevole, in memoria della propria madre, morta di recente. Una figura per lui sempre presente e a cui dà voce, in prima persona, in questi versi: «sarò nei tramonti infuocati/ e nelle albe dorate,/ nelle onde del mare/ nei petali delle rose/ sarò sempre con voi». Nicoletti in alcune poesie parla dei fiori, per accostarli alla madre, in specie la rosa, che ne evoca il nome, Rosita. Egli la vede presente in ogni dove ed è un sospiro che riempie lo sguardo della propria vita, l’alito che saluta le stagioni («il raggio di sole tra le magnolie/ ha il tuo saluto di primavera»).


Fantascienza

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di Gianfranco de Turris

uando si parla di Ray Bradbury il pensiero va immediatamente ai suoi due capolavori, Cronache marziane (1950) e Fahrenheit 451 (1953), anche se lo scrittore ha ormai alla spalle una carriera settantennale (esordì nel 1941) nel corso della quale ha pubblicato storie di tutti i generi, e non solo quel particolare tipo di fantascienza che a suo tempo si definì «umanistica»: dal fantastico all’orrore, dal giallo al thriller, dal gotico alla semplice suspense, sempre caratterizzati da quel suo tocco personale, da quel suo stile unico, evocativo, dalla singolare aggettivazione, che avvolge il lettore senza che lui se ne accorga. Bradbury ha compiuto 90 anni il 22 agosto scorso e la ricorrenza è rimbalzata sui quotidiani nazionali rivelando al pubblico che questo scrittore, l’ultimo rimasto della grande «età d’oro della fantascienza», è ancora vivo e vegeto, ancorché bloccato su una sedia a rotelle da anni, e che continua a scrivere con regolarità pur se per interposta persona: ogni mattina per tre ore detta telefonicamente alla figlia Alexandra perché da tempo non può usare la sua vecchia macchina da scrivere meccanica a causa di un malanno al braccio. La città di Los Angeles lo ha voluto omaggiare con una settimana di festeggiamenti. Qui in Italia lo si sarebbe potuto ricordare degnamente, come da tempo chiedo, con una «edizione critica» dei due suoi capolavori: aggiornando le traduzioni del tutto invecchiate di Giorgio Monicelli e aggiungendo introduzioni e note adatte alla bisogna. Troppo costoso a quanto pare, dato che la Mondadori non è priva di gente all’altezza di questo compito.

Q

A suo tempo, negli anni Cinquanta-Settanta del Novecento, quando in Italia si sono conosciute anche le antologie dei suoi racconti, ciò che colpiva di Bradbury era la visione malinconica e tragica del destino dell’uomo contemporaneo e futuro, preda della massificazione totale, dello sradicamento dell’ego individuale e della sua personalità umana, succube di una macchinificazione della vita, intendendo per questo non solo i marchingegni meccanici e robotizzati, ma anche la virtualità che in America si stava già imponendo a metà del secolo scorso, mentre da noi ci si sarebbe accorti di tutto questo soltanto a partire dagli anni Ottanta con il moltiplicarsi dei canali televisivi. Non c’è dunque da meravigliarsi che oggi lo scrittore se la prenda con gli aggeggi elettronici che hanno invaso la nostra vita e la condizionano al punto tale che Ray Bradbury tra l’allora presidente Bush e la first lady, alla Casa Bianca: una foto che ha contribuito all’irritazione di molti fans dello scrittore americano. Sopra, la locandina del film e la copertina di “Fahrenheit 451”. In alto, un’illustrazione per “Cronache marziane”, altro capolavoro di Bradbury

MobyDICK

ai confini della realtà

Chi ha paura

di Ray Bradbury?

molti psicologi e sociologi affermano che il loro uso intensivo ci sta facendo diventare più stupidi (fa diventare soprattutto le nuove generazioni più stupide, dato che le vecchie ormai sono quelle che sono…). «Abbiamo troppi telefonini. Troppo internet. Dobbiamo liberarci di quelle macchine. Abbiamo troppe macchine, ormai», ha detto in una intervista per il suo compleanno al Los Angeles Time. Perché meravigliarsene come ha fatto qualcuno? È la logica conseguenza

quella del telespettatore, o reality show dove la gente comune diventa protagonista attiva (tema questo di molti suoi tragici racconti). È contro la pandemia televisiva che lo scrittore si scaglia in difesa di un altro tipo di cultura che questa cercava di sommergere e annullare, e non aveva affatto di mira il senatore McCarthy o una specifica dittatura parafascista o paranazista come volevano dare a intendere certi critici e lettori impegnati qui in Italia. Una tesi, questa, da me so-

“Fahrenheit 451” non è una critica alla censura di una dittatura parafascista (leggi McCarthy), piuttosto all’incultura televisiva che quel romanzo preconizzava. Parola dello stesso, ormai novantenne autore. Per la grande delusione (con proteste) dei suoi fan progressisti, che hanno da sempre equivocato... delle critiche che alla macchine Bradbury ha fatto in tutte le sue opere specialmente in Fahrenheit 451: anche cellulari, iPhone, iPod, lettori elettronici, smartphone lo sono e producono conseguenze. Delle chat e di facebook ha detto: «Perché tanta fatica per chiacchierare con un cretino col quale non vorremmo avere a che fare se fosse in casa nostra?». La sua crociata contro i deficienti e l’incultura risale ai primordi della sua carriera. Tutto sta in quel capolavoro antiutopico che è appunto Fahrenheit 451 che come si sa indica la temperatura in cui la carta brucia da sé (236 gradi centigradi). Un libro che è l’esaltazione dell’uomo e della cultura vera dell’uomo, quella trasmessa dai libri e non dalle finzioni virtuali della televisione. Già nel 1951-1953 Bradbury immaginava schermi grandi come una parete e la vita falsa che trasmettevano tramite quelle che oggi si chiamano sitcom e vanno avanti per decenni quasi fosse una realtà parallela a

stenuta anni fa sin da una conferenza a Ferrara e poi sulle pagine di liberal mensile, dati storici e riferimenti alle parole di Bradbury alla mano.

Adesso, con grande delusione di certi suoi fans, è lo stesso scrittore a confermarlo: nel 2007, sempre in una intervista al Los Angeles Times (che peraltro è un giornale conservatore), affermò che il suo famoso romanzo non si doveva interpretare come una critica alla censura o a una dittatura o specificatamente al senatore McCarthy, perché era piuttosto una critica alla televisione e al tipo di (in)cultura che essa trasmette: «La televisione ti dice quanto è nato Napoleone, non chi era (…) Ti riempiono con un sacco di roba priva di vera informazione finché non ti senti pieno». Insomma, Bradbury ce l’aveva e ce l’ha, contro la pseudo informazione, la pseudo vita, gli pseudo fatti, quelli che Gillo Dorfles ha battezzato fattoidi, e che sono ormai la «normalità» delle tv di tutto il mondo, ma in specie in Italia. In un’altra intervista ha detto: «I libri e le biblioteche sono davvero una parte importante della mia vita, perciò l’idea di scrivere Fahrenheit 451 è stata naturale. Io sono una persona nata per vivere nelle biblioteche». Scoramento profondo, quindi, di tutti i

suoi lettori e analizzatori progressisti: nessuna motivazione politica e/o ideologica dietro il famoso romanzo strumentalizzato in tal senso per decenni, anche se, leggendo bene quel che Bradbury diceva, non era affatto impossibile afferrarlo. Sicché è ovvio che sia stato scritto in un sito internet: «Delusione per intere generazioni cresciute nel mito di Fahrenheit 451. La condanna non era per i regimi che bruciano i libri, ma per la superficialità della tv. Lo ha voluto precisare lo stesso Bradbury». Di chi la colpa: dell’autore o dei suoi lettori ideologizzati? Era sufficiente saper analizzare senza paraocchi e non farsi condizionare dai propri punti di vista politici. Tanto è vero che spesso, negli Stati Uniti, Bradbury si è platealmente irritato quando qualcuno gli voleva spiegare quel che aveva scritto, le sue intenzioni (il che avviene anche in Italia). Delusione che era iniziata nel 2004 allorché Bradbury se la prese aspramente con il regista Michael Moore che aveva intitolato un suo film revisionista e complottista sulla catastrofe delle Torri Gemelle Fahrenheit 9/11, e poi si fece fotografare alla Casa Bianca con il presidente Bush e signora che un sito di delusi fantascientisti italiani così definisce: «Un presidente che non sarà certo ricordato per il suo contributo alla democrazia, ai diritti civili e alla libertà di informazione»… Come si vede la tanto apprezzata e semplicistica equazione fantascienza/progressista e fantastico/reazionario è una solenne sciocchezza, anche se purtroppo ancora qualcuno ci crede, magari forzando le tesi degli scrittori. Ovviamente ognuno può analizzare una storia fantascientifica e fantastica come meglio crede, con gli strumenti critici che vuole, ma da ciò a trarne regole generali ce ne corre. Bradbury è stato un sostenitore da sempre di una cultura umanistica e ci ha dato una fantascienza di questo genere con veri e propri capolavori: ma non sta scritto da nessuna parte che ciò sia sinonimo di progressismo ideologico e politico. Come lo definiamo oggi chi preferisce un libro di carta a un libro elettronico che si «sfoglia» su una «tavoletta»?

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Avvincente come un thriller il film che racconta la fondazione e il fondatore del celebre sito frequentato da 500 milioni di persone. Sceneg...

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