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mobydick

SUPPLEMENTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

Si apre la Biennale di Architettura

BASTA ASTRAZIONI! di Claudia Conforti a nascita, nel 1895, dell’esposizione artistica internazionale biennale di guna nel 1895 il primo riconoscimento internazionale. Nel 1910 la Biennale apre A Venezia si inserisce tra le iniziative dei Padri Fondatori per tradurre con una retrospettiva di Courbet, una personale di Renoir e una di Klimt, giudicare l’acerba unità politica italiana nella coesione culturale dell’iche espone Il bacio, scandaloso per l’esplicito erotismo che fonde in dentità di patria. In definitiva, sotto il profilo politico, la unica sagoma, ieratica come un’icona, i corpi scintillanti d’oro dedal titolo, “Out Biennale d’Arte di Venezia, sulla scia della Triennale di Mongli amanti. Un’opera che colpisce il giovane Felice Casorati, There: Architecture za (poi trasferita a Milano) e dell’Esposizione di Torino, anch’esso in mostra accanto a Lawrence Alma Tadema. beyond Building”, anche l’edizione è finalizzata alla costruzione di un’identità cultuLa manifestazione veneziana viene potenziata dal di quest’anno sembra privilegiare rale collettiva capace di trasformare lo Stato fascismo, che ne coglie la valenza propaganitaliano unificato in Nazione e Patria comune. distica internazionale. La presidenza di Giuuna dimensione concettuale attraverso Ideata per celebrare, nell’aprile del 1893, il venticinseppe Volpi di Misurata apre la mostra al cinema, il cui è difficile individuare quennale delle nozze di re Umberto I e Margherita di Sacui festistival annuale, che dal 1932 si svolge all’Hotel Exle necessità e i problemi voia, la manifestazione venne inaugurata solo nell’aprile del celsior del Lido, diventa l’appuntamento più popolare della 1895, e aprile resterà a lungo la data della manifestazione. Carattemanifestazione, a cui si aggiungono la prosa e la musica. del nostro rizzata da un colto internazionalismo, la Biennale diviene un prestigioso tempo continua a pagina 2 osservatorio mondiale dell’arte. Non è un caso che i Preraffaelliti trovino in la-

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9 771827 881004

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ISSN 1827-8817

Parola chiave Linguaggio di Sergio Valzania Tricky e la fine del trip-hop di Stefano Bianchi

NELLE PAGINE DI POESIA

Quel che Montale deve a Boine di Francesco Napoli

Ritratto di Mishima, l’ultimo patriota di Gennaro Malgieri Festival del Cinema: bilancio deludente di Anselma dell’Olio

La Torino di Guarini Juvarra e Antonelli di Marco Vallora


basta

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astrazioni!

L’Italia cerca casa

11 settembre inaugura, nel quadro dell’XI falo suggerisce un’analisi seria della questione caMostra Internazionale di Architettura sa, dal recente passato al presente, al prossimo fudella Biennale di Venezia, la sezione naturo, attraverso tre diverse forme di indagine e di zionale nel Padiglione Italiano che dal presentazione. Il percorso muove dall’oggi: un vi2006 è allestito in un capannone ottocentesco deldeo del regista Maki Gherzi, con l’animazione grale Tese delle Vergini all’Arsenale di Venezia, antico fica dello studio Kalimera, proiettato sul vano ellitdeposito di carbone per le imbarcazioni a vapore. tico illustra con sorprendente immediatezza visiva Lo spazio rettangolare di 108 metri di lunghezza e dimensioni e statistiche del «problema casa» in 15 di larghezza, coperto a capriate, è suddiviso in Italia elaborate da Giovanni Caudo. due ambienti espositivi: uno rettangolare allunga«L’eredità controversa della casa popolare» volge to e un vano ellittico montato da Franco Purini in invece lo sguardo all’Italia di ieri attraverso una occasione della precedente edizione 2006. grande installazione che distende sulle tre pareti Per la scelta del curatore la Parc, direzione generaimmagini di quartieri, grandi edifici residenziali e le per la qualità e la tutela del paesaggio, l’archispazi pubblici, la cui ricerca storica si deve a Maritettura e l’arte contemporanee ha indetto un constella Casciato, mentre la resa visiva compete a corso tra cinque italiani, selezionati da un ComitaMario Lupano. La sezione futuribile è quella più di Marzia Marandola to ministeriale tra architetti che associano ricerca estesa ed è affidata a dodici architetti che si misuteorica e professione: i romani Carrano con il riuso abitativo dell’esimen Andriani e Francesco Garofalo, i stente, per evitare ulteriore consumo siciliani Maria Giuseppina Grasso di territorio. Cannizzo e Marco Navarra e il milaTra i gruppi in mostra, i giovanissimi nese Cino Zucchi, che ha però decliveneziani dello studio Salottobuono nato l’invito. «Il recupero del patrimopropongono abitazioni nel complesso nio esistente, con particolare attenDel Favero di Cagliari; Andrea Branzione alle grandi aree urbane» è il tezi, dei gloriosi Archizoom fiorentini, ma su cui i candidati hanno confronillustra il progetto della Casa Madre; tato ipotesi culturali ed espositive. In Mario Cucinella, recente vincitore del tempi ridottissimi: a marzo 2008 la concorso per il nuovo Campidoglio, consegna delle proposte, ad aprile presenta una casa ecosostenibile al l’aggiudicazione del vincitore; con un costo contenuto di centomila euro; il budget risicatissimo di 178 mila euro, gruppo romano Stalker propone il il curatore deve attivare la complessa modello di un’abitazione per zingari macchina organizzativa, completare metropolitani. Nel complesso il tema la ricerca e il successivo allestimento. dell’abitare è affrontato con piglio inSi è affermata la proposta di Francenovativo e immaginazione, anche se, sco Garofalo, dello studio Garofalo date le circostanze, non può che preMiura Architetti, incentrata sul tema valere l’approccio concettuale rispetdell’abitare, tornato drammaticamento a ipotesi concretamente operative. te al centro dell’attenzione politica e disciplinare dopo decenni di oblio. Padiglione Italiano, Biennale di VeL’Italia Cerca casa/Housing Italy: sotnezia, Tese delle Vergini all’Arsenale, fino al 23 novembre 2008 to l’apparente levità del titolo, Garo“La casa Madre” di Andrea Branzi. In copertina il progetto del gruppo veneziano Salottobuono

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segue dalla prima Rimane esclusa l’architettura. Nel dopoguerra la biennale artistica guarda soprattutto alle avanguardie, il cinema ondeggia tra sperimentazione e industria, scompaiono la musica e la prosa. Per vent’anni continua a rimanere assente l’architettura.

Gli spazi espositivi della mostra sono localizzati fin dal principio nei giardini Napoleonici nel Sestiere di Castello, detti perciò di Castello che, in funzione della Biennale, verranno divisi in due parti: una di 18.000 mq rimane giardino pubblico, l’altra di 42.000 mq, destinata alle mostre, viene corredata da un palazzo dell’Esposizioni che nel 1932 sarà trasformato nel Padiglione Italia. Progressivamente le nazioni chiamate a esporre si dotano di spazi autonomi: padiglioni nazionali, talvolta progettati da architetti famosi, che hanno sedimentato nel parco una mostra permanente di piccole e spesso squisite architetture: valgano per tutte i padiglioni del Venezuela di Carlo Scarpa e della Finlandia

MOBY DICK e di cronach

di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa a cura di Gloria Piccioni

di Alvar Aalto. Anche il cinema, abbandonato il prestigioso ma poco funzionale Excelsior, nel 1937 ha un proprio Palazzo costruito con eleganza razionalista e balneare dall’ingegnere Luigi Quagliata, lo stesso che quindici anni dopo nel 1952 provvederà all’ampliamento, con il mediocre inserto della facciata. Nonostante la presenza di edifici preziosi costruiti in funzione espositiva, l’architettura resta esclusa dalla manifestazione veneziana fino al 1974-76, quando Vittorio Gregotti, architetto di fama internazionale, è nominato direttore delle Arti visive, finalmente integrate dall’architettura. Gregotti aggancia a concrete evidenze disciplinari la nuova sezione, che dispiega temi diversi: dal riuso dei neogotici mulini Stuky, un’imponente struttura industriale veneziana dismessa, a mostre sull’architettura moderna, dal Werkbund al razionalismo italiano; dai centri storici in Europa e in America al design «eversivo» di Ettore Sottssas. La mostra conclusiva di Gregotti nel 1978, mentre recupera i magazzini del sale alle Zattere come spazio espositivo, dando il via al riuso di an-

Impaginazione di Mario Accongiagioco Società Editrice Edizione dell’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Tipografia: edizioni teletrasmesse Editrice Telestampa Sud s.r.l. Vitulano (Benevento) E.TI.S. 2000 VIII strada Zona industriale • Catania

tichi spazi industriali (le corderie e le artiglierie dell’arsenale) dà conto dell’architettura italiana contemporanea, raccolta sotto il titolo, vagamente enigmatico, di «Utopia e crisi dell’antinatura». Il Teatro del Mondo, il fiabesco teatro natante ideato da Aldo Rossi nel 1979 per la mostra «Venezia e lo spazio scenico», organizzata dal registra Maurizio Scaparro e da Paolo Portoghesi, lega nell’immaginario collettivo le sorti dell’architettura italiana a Venezia e alla Biennale, mentre la Strada Novissima, una strada architettonica effimera ideata da Portoghesi e magistralmente montata dai tecnici di Cinecittà nelle grandiose corderie dell’Arsenale, chiama in scena protagonisti del calibro di Frank Gehry e Rem Koolhaas.

Francesco Dal Co, direttore dal 1988 al 1991, coniuga una visione critica cosmopolita con progetti di altissimo livello, come attestano, ancora ad anni di distanza, i risultati dei concorsi per il Padiglione Italia, il Palazzo del Cinema e la Porta di Venezia. Nel 1991 si inaugura ai giardini il padiglione del libro Electa di James Stir-

ling; alle Corderie si allestisce un vivace confronto tra 42 scuole di architettura di tutto il mondo e nel Padiglione Italia si dispiega un ampio panorama dell’architettura italiana. Dal 1996, con l’architetto austriaco Hans Hollein, l’architettura in mostra assume una dimensione dichiaratamente tematica e astratta, che verrà sostanzialmente replicata dai direttori successivi, che non difettano certo di prestigio: da Fuksas a Forster, da Sudjic a Burdett. Less Aesthetics, More Ethics; Next; Metamorph; Città architettura società: sono i temi criptici e siderali sotto cui si radunano immagini rutilanti come pubblicità commerciali, tra le quali si stenta a riconoscere le coordinate del progetto e la flagranza critica dei problemi disciplinari a fronte della crisi energetica, della mondializzazione e dello squilibrato sviluppo tecnologico. A giudicare dal titolo dell’attuale edizione diretta da Aaron Betsky: Out There: Architecture Beyond Building, sarà ancora la dimensione astratta dell’architettura, quella che si colloca addirittura al di là degli edifici, a farla da protagonista. Per l’ultima volta, speriamo.

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parola chiave

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LINGUAGGIO l linguaggio è lo strumento con il quale i popoli interpretano il mondo e lo raccontano a se stessi. Per questo la lingua non è un elemento neutrale, ma rappresenta un punto di vista soggettivo e originale, diverso da qualsiasi altro. George Steiner chiarisce che le parole non sono etichette appiccicate agli oggetti che ci circondano, serie complete, sovrapponibili e intercambiabili per indicare oggetti, azioni, relazioni e persone. Al contrario ogni lingua organizza la realtà e i processi che in essa si realizzano in modo originale. È il punto di arrivo di un percorso che razionalizza l’esperienza, compiuto da migliaia, a volte persino milioni, di uomini e donne, corretto, modificato e integrato di generazione in generazione. Esso manifesta le speranze di una comunità e nello stesso tempo ne veicola la storia, portando in sé la memoria di incontri passati e di abitudini scomparse. La lingua non è solo uno strumento di comunicazione, nello stesso tempo è l’occasione e il deposito per le scoperte intellettuali e per l’affermazione di nuovi concetti. Nelle lingue arcaiche ritroviamo la vitalità del duale, che nelle coniugazioni dei verbi ricorda l’importanza decisiva dell’agire in coppia. Proprio nella parola coppia, come in paio, rimangono tracce della forza del concetto, mentre dozzina rimanda a un modo di contare non ancora flesso alla diffusione del sistema decimale.

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I verbi avvertono della difficoltà incontrata dall’uomo nella concezione del futuro come di un tempo del quale sia possibile disporre. Le lingue indoeuropee coniugavano l’ottativo, il modo del desiderio e della possibilità. L’inglese moderno conferma questo uso quando costruisce il futuro attraverso gli ausiliari del volere e del desiderare. La lingua ci appartiene, ma nello stesso tempo vive prima e fuori di noi. Forse si potrebbe dire perfino che le lingue sono infinite e ciascuno ha la propria, appresa all’interno dell’ambito familiare e di necessità mediata in occasione di tutti gli incontri vissuti dopo l’uscita dal cerchio degli affetti primari. Nessuna madre riesce a imporre per intero e per sempre la propria lingua ai figli e anche se ci riuscisse la vedrebbe modificarsi al momento del loro incontro con la società e l’articolazione degli ambienti che essi frequentano, e con i quali comunicano, per le necessità più diverse. Ogni generazione scolastica crea il proprio lessico. Impostazioni culturali diverse richiedono vere e proprie scelte, soprattutto se la lingua diviene strumento d’uso per attività qualificate. Cesare e Cicerone furono coevi, eppure il latino dei loro scritti ci appare lontano, nonostante tutti e due provenissero e frequentassero un ambiente composto da poche decine di migliaia di persone al

La lingua ci appartiene, ma vive prima e fuori di noi. Essa manifesta le speranze di una comunità e ne veicola la storia. Ma più che l’unità linguistica, tentata in origine dalla scuola pubblica, è la molteplicità delle lingue il vero dono concesso agli uomini…

Sulla torre di Babele di Sergio Valzania

La grandezza di Manzoni sta prima nell’aver inventato una lingua e solo dopo nell’averla impiegata in modo eccelso. Ma l’accademia continua a sgridare la televisione perché insegna l’idioma vivo e mutevole della società e non quello aulico e immutabile dei grammatici massimo, quanti erano i maggiorenti dell’antica Roma. I racconti di guerra del generale e le lettere politiche piene di astuzie, e di malignità, del grande avvocato erano rivolti a pubblici diversi, ma questa non è l’unica spiegazione per un atteggiamento diverso nei confronti del linguaggio. Cesare usa per quanto possibile quello naturale, mentre Cicerone si picca di parlare un latino alto, una lingua raffinata, artificiale, scritta. La contrapposizione fra lingua naturale e lingua artificiale ha una lunga storia e le declinazioni più diverse, soprattutto per quello che riguarda le commistioni successive verificatesi fra le due o imposte all’uso quotidiano. In senso stretto i simbo-

li matematici e più ancora quelli della logica pretendono di descrivere in maniera compiuta e generale tutto ciò che può essere espresso in termini razionali.A modo loro sono una lingua perfetta, anche se solo scritta, capace e necessitata a venir tradotta automaticamente dall’uno all’altro dei linguaggi naturali, i quali a ben guardare naturali non sono affatto. Sono passati poco più di 500 anni da quando la prima grammatica castigliana venne presentata a Isabella la Cattolica, che non comprese la potenza dello strumento che le veniva offerto all’interno della politica della Reconquista che si andava completando. I suoi successori si rivelarono più

smaliziati, soprattutto dopo che si fu reso disponibile quel poderoso strumento di diffusione linguistica che si rivelò immediatamente essere la stampa a caratteri mobili.

Fino alla seconda metà del Quattrocento la scrittura era stata appannaggio di pochi uomini di cultura, che si esprimevano in latino, rimasto lingua franca per tutto il mondo cattolico. Ancora Petrarca era convinto che il proprio capolavoro fosse il De Africa, scritto nella lingua di Cesare e la cui memoria è oggi riservata a pochi specialisti. Furono sufficienti pochi decenni di libri a stampa per modificare il panorama linguistico in modo radicale. Insieme alle nazioni emergono le lingue nazionali, che con loro condividono pregi e difetti. Il linguaggio mette in mostra allora tutto il suo carattere di strumento di potere. Uno degli elementi costitutivi degli Stati moderni è la popolazione che parla una lingua comune. Quando questo non avviene, come non è possibile che accada dato che le culture non seguono le stesse vie che la spada impone nella forma di acquisizioni territoriali, il potere centrale si ingegna a creare unità dove essa non esiste, a distruggere tradizioni e a impiantarne di nuove. Uno dei compiti principali, quasi esclusivo, affidato in origine alla scuola pubblica obbligatoria, oltre a quello di formare cittadini atti alle armi, fu la creazione dell’unità linguistica. Essa nello stesso tempo è invocata come elemento dimostrativo dell’unità nazionale e ricercata a garanzia della sua difesa. La grandezza del Manzoni sta prima nell’aver inventato una lingua e solo dopo nell’averla impiegata in modo eccelso. Dante aveva fatto qualche cosa di molto simile mezzo secolo prima. La lingua proposta dalla scuola pubblica era di necessità formale e formalizzata, chiusa in una grammatica immobile e in forme da considerarsi immutabili. Con in più il limite grave di venire trasmessa solo nell’esperienza scritta, l’unica disponibile nell’Ottocento. Il progetto non ebbe successo. I dialetti sono sopravvissuti nell’uso comune familiare di tutti i paesi europei fino agli anni Sessanta, quando l’unificazione linguistica di ogni nazione fu realizzata dalla televisione. Invidiosa, l’accademia continua a sgridare la televisione perché la lingua insegnata è quella viva e mutevole della società e non quella aulica e immutabile dei grammatici. Col tempo si abituerà, magari riflettendo sulla lettura particolare che il piccolo George Steiner faceva dell’episodio biblico della Torre di Babele. Poliglotta fin dall’infanzia il bambino credeva che la molteplicità delle lingue rappresentasse uno dei più bei doni fatti da Dio agli uomini.


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rock

di Stefano Bianchi l blues? Non riuscirà a mettere all’angolo il trip-hop facendogli fare la figura del pugile suonato. Eppure è successo, con la complicità di un pianoforte jazzy, in Puppy Toy. Che guarda caso è il pezzo (memorabile) d’apertura di Knowle West Boy, l’ottavo disco di Tricky. La storia, nel giro di pochi mesi, s’è dunque ripetuta. Dopo Goldfrapp e Portishead, protagonisti di quell’inconfondibile battito elettronico, anche Tricky ha deciso che il triphop è finito. Proprio lui, che su quella musica ci ha costruito la carriera a partire dal 1995 con quel miracolo dark di Maxinquaye. Adrian Taws (all’anagrafe suona così) il trip-hop lo ha sperimentato, slabbrato, reso apocalittico. Indigeribile, quando occorreva: come la sua faccia da galeotto, complice di quegli Angels With Dirty Faces che intitolarono l’album del ‘98. E adesso, reduce dalla «disintossicazione» da successo (quello che ti fa perdere la bussola e addio) vissuta fra New York e Los Angeles, il quarantenne di Bristol mezzo giamaicano, un quarto africano e un quarto gallese ha pensato bene di ritornare (se non altro con lo spirito) nella periferia degradata di Knowle West, dov’è nato. «Mi sono accorto di non avere scritto nulla per la gente con cui sono cresciuto», ha dichiarato. «Una volta ho conosciuto un tipo a Notting Hill che mi ha confidato di come le mie canzoni lo avessero aiutato quand’era in prigione. Sembra incredibile, ma io non avevo mai fatto musica per quelli come lui e come me. Per chi ho conosciuto da ragazzino». Il Knowle West Boy, dunque, ri-

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Tricky e la fine del trip-hop in libreria

COSÌ È BENNATO… SE VI PARE

musica

mondo

pensa all’adolescenza vissuta nel ghetto, sul filo del rasoio e della discriminazione razziale, e ci consegna un cd pieno di chiaroscuri e contrasti violenti che mette a nudo rock, soul e ragamuffin riveduti e corretti da una profonda sensibilità artistica. Il trip-hop vecchio stampo, oscuro e riverberato, riaffiora in Joseph e in Past Mistake. Ma sono passi d’addio. Nostalgie sottopelle. Tricky, che volentieri lascia spazio a una gamma di splendide voci femminili («Non potrei mai incidere un intero album puntando esclusivamente sul mio canto», ammette) si spinge ben più in là: nell’hiphop granuloso e sperimentale di Coalition; fra le reiterazioni orchestrali di Bacative e le percussioni tribali di Veronika; nel rock sinceramente pacchiano, come glam comanda (C’mon Baby) che coincide con una psichedelìa satura di effetti elettronici (Council Estate). Tricky, ora che il trip-hop non è più un obbligo, si diverte a spiazzare l’ascoltatore: passando dal pizzicato d’archi di Cross To Bear all’elettricità di Slow, coraggiosa rivisitazione di un successo senza infamia né lode di Kylie Minogue. E se Far Away ricorda l’elettronica più gelida dei newyorkesi Suicide, la conclusiva School Gates sfuma sorprendentemente nel country. A questo punto, mancano all’appello solo i Massive Attack. Cioè gli inventori del triphop. Destinati, forse, a ucciderlo per sempre. Ne riparleremo, quando finalmente si decideranno a pubblicare il nuovo disco. Tricky, Knowle West Boy, Domino/Spin-Go!, 16,90 euro

riviste

I LED ZEPPELIN DI NUOVO INSIEME

GLI INGANNI DEL BRIT POP

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a storia di Edoardo Bennato raccontata dal suo amico d’infanzia Aldo Foglia, conosciuto in cortile a Bagnoli e tuttora suo collaboratore. Dagli inizi ai trionfi negli stadi, dalla laurea in Architettura all’interesse per i viaggi. Questo e molto altro, compreso un cd con i grandi successi e tre brani inediti del noto cantautore italiano, in Così è se vi pare (Baldini Castoldi Dalai edito-

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ulla falsariga dei Police, sembra ormai cosa certa la storica reunion dei Led Zeppelin, a quasi trent’anni dalla morte del batterista John Bonham. Assenti dalle scene dal lontano 1980, Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e Jason Bonham, figlio di John torneranno a infiammare i palcoscenici in occasione di un concerto dedicato al loro ex manager Ahmert Ertegun. I

rett Anderson, ex leader dei mai fin troppo dimenticati Suede, pubblica a giorni il secondo album da solista intitolato Wilderness e prova a rinverdire i brevi fasti di una carriera modesta con il revisionismo scaltro di chi, fuori dalle scene musicali, ne depreca intonazioni e mood artistici. La tenaglia di Anderson si stringe questa volta attorno al Brit pop degli anni

La storia e le canzoni del cantautore italiano raccontate dal suo amico di infanzia Aldo Foglia

Secondo i tabloid britannici, Plant e soci sono già a lavoro su materiali inediti: tour in vista?

Brett Anderson, ex leader dei Suede, spara a zero sulla scena musicale degli anni Novanta

re, euro 16,50). La storia incomincia dall’infanzia di Edoardo, che con gli amici del cortile è cresciuto all’ombra dei Campi Flegrei, nel quartiere popolare di Bagnoli, a Nord-ovest di Napoli, tra il fumo delle acciaierie Italsider e il mare. La sua Napoli, che pur non rispecchiandosi in modo classico nei testi delle sue canzoni, è comunque sempre presente nella sua vicenda artistica e umana. Poi la narrazione fedele dei momenti più importanti della sua carriera artistica, dall’inizio a oggi, corredata di fotografie inedite, disegni, fumetti e testi delle canzoni. Un vero e proprio viaggio nella storia di Bennato.

tabloid britannici favoleggiano anche di un imperdibile tour mondiale programmato nei prossimi mesi. Gli storici componenti della band pare abbiano trovato l’accordo e starebbero addirittura lavorando per produrre del materiale inedito. Le ultime indiscrezioni riportate dal Guardian avvertono però i troppi entusiasti che Robert Plant nutre sul grande ritorno più di qualche dubbio legato alla sua brillante carriera di solista. Uniti dal 1968 al 1980 ininterrottamente, i Led Zeppelin avevano ricevuto innumerevoli sollecitazioni affinché ricomponessero il gruppo. Forse l’agognato momento di pacificazione è arrivato.

Novanta, che pure gli regalò pochi bagliori e molti abbagli. Extra music magazine, (disponibile all’indirizzo www.xtm.it) ne riporta alcune dichiarazioni trascelte dal quotidiano inglese The Guardian: «Noi (i Suede) non abbiamo mai partecipato alla festa, e il Brit pop è stato come un grosso party: con la gente che si dava le pacche sulla schiena, tutti fatti di birra e nazionalisti. Non ci è mai interessata tutta quella sceneggiata di ubriaconi». Anderson fa sapere inoltre che a un certo punto ha dovuto scegliere tra una vita inconcludente o la musica. Purtroppo ha optato per la seconda.

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zapping

IL TORMENTONE DI GIUSY nel paese di Nonna Speranza di Bruno Giurato i sa che l’orecchio dell’ascoltatore estivo non va accarezzato, va violentato. E il brano Non ti scordar mai di me di Giusy Ferreri ha violentato l’Italia in questa estate 2008: non c’è chiosco di gelati che non l’abbia sparato dagli altoparlanti gracchianti, non c’è stata notte di follia non accompagnata dai vocalizzi della cantante sicula, finalista di XFactor ed ex cassiera (lei a ogni buon conto non si è licenziata dal supermercato dove lavorava, si è solo messa in aspettativa). Ma se la Ferreri ha vinto la gara del tormentone estivo, stracciando vari concorrenti (per primi i Negramaro, Giuliano Palma, e un’improbabile canzone dal titolo American Boy) non è un caso. Non ti scordar mai di me è una fotografia dell’Italia del 2008, un calco di abitudini, speranze e frustrazioni collettive, rappresenta lo spirito del tempo e del luogo meglio di un sondaggio di De Rita. Primo dato: è una canzone (e un’Italia) nostalgica. Si parla di un amore finito, che vive, si spera, almeno nel ricordo. Canzone ben poco godereccia, non invita a cogliere les roses de la vie, ma si appella a una quasi disperata preghiera di riconoscimento: «non ti scordar mai di me/ di ogni mia abitudine/ in fondo siamo stati insieme». Idealmente la cantano tutti quelli che riciclano auguri via sms, quelli che ti girano l’ennesima mail di una qualche catena di S.Antonio, quelli insomma che farebbero di tutto per far sapere al mondo che ci sono. Poi è una canzone ottocentesca nel linguaggio (chi userebbe l’apocope «scordar» o l’aggettivo «incantevole»?) scopertamente al servizio di carenze affettive, forse epocali. A conti fatti il trionfo di Giusy testimonia che nell’Italia senza ideologia il cuore non batte più a sinistra, ma dalla parte di Nonna Speranza.

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jazz

festival

Ballare il tango libera la mente di Enrica Rosso er tutti coloro che ancora non hanno esaurito la voglia di atmosfere sensuali e fascinose, l’appuntamento è all’Auditorium della Musica di Roma. Da oggi, fino al 18 settembre, l’eclettico spazio disegnato da Renzo Piano cambia pelle per ospitare il Buenos Aires Tango festival. Prodotto dalla Fondazione Musica per Roma con il sostegno del Ministero della cultura della città di Buenos Aires, il programma che viene presentato è ricco di presenze di spicco selezionate direttamente nella capitale argentina. Per capire visceralmente il fenomeno tango nulla di meglio che l’approccio sul campo con le lezioni che verranno tenute con cadenza quotidiana dai protagonisti del festival. Qualsiasi sia la vostra familiarità con questo ballo non perdetele. Non lasciatevi intimorire dall’eccezionalità dei maestri, c’è posto per tutti: principianti, intermedi, avanzati. Per riposarsi ci si potrà spostare allo Studio 2 e assistere alla rassegna dei film dedicati al mitico Carlos Gardel, figura misteriosa e sfuggente, nella cui vita ancora oggi rimangono zone d’ombra. Dotato di grandissimo carisma personale è considerato la voce per eccellenza del tango. A seguire niente di meglio che la mostra fotografica di Eduardo Torres allestita nel foyer Sinopoli: evocativa raccolta di scatti in bianco e nero e colori, dedicati alla natura più intima del tango. Le foto sono frutto di un paziente lavoro quinquennale per rubare l’essenza del ballo filtrando i gesti dei mostri sacri colti in momenti diversi del loro «darsi» al tango, dall’insegnamento all’esibizione. Chi vorrà immergersi nelle atmosfere porteñe potrà recarsi al Teatro Studio per godersi, dalle 21.30, musicisti di varia formazione (impossibile nominarli tutti) ad altissimo livello, che sul modello dei locali argentini, daranno il meglio in un susseguirsi di serate irripetibili lasciando largo spazio all’improvvisazione. Per finire ci si ritroverà dopo le 22.30 alla Milonga, alias Cavea, per balla-

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re e per guardare, per cogliere comunque il senso bellissimo di un ballo mosso da inquietudini dalle movenze sinuose e sguardi in cui si agitano mondi, dove l’argentino Negro Juan proporrà le infinite variazioni del tango: dal repertorio classico al più ardito. Durante i fine settimana musica dal vivo con le star del festival. Questo il contorno, mentre il piatto forte verrà servito alla sala Sinopoli alle 21.30. Oggi e domani la voce sontuosa di Adriana Varela in concerto con il suo storico trio (piano, bandeoneòn e chitarra), il 9 Milonguero Viejo un’eccezionale incontro di musicisti e ballerini superbi, nel rispetto della tradizione. Danzarin vedrà in scena l’esibizione contemporanea di tre diverse coppie di splendidi tangheri e Tangos 2x4 sarà l’elogio delle differenze di stile accompagnate dal Quartetto Decarisimo. E ancora: il 14 Historia del Tango, godibilissima storia del tango per neofiti e non, a seguire Tango Nuevos concerto spettacolo sull’attualità del tango, il 16 Tangos a fuego lento serata imperdibile con la storica Orquesta Tangovia di Buenos Aires fondata da Orazio Salgàn e diretta per l’occasione dal figlio Cèsar. Per chiudere in bellezza Tangos Clàsicos concerto spettacolo di grande impatto emotivo. Un’ultima cosa: «Il tango è liberazione del corpo per le sue infinite possibilità dinamiche e della mente perché le sue radici sono nell’improvvisazione e l’improvvisazione è giocare e il gioco libera la mente» (Ignacio Gonzàles). Info: tel.06/80241281- www.auditorium.com

La scomparsa di Caymmi, emblema della bossa nova di Adriano Mazzoletti erso la fine di agosto è giunta improvvisamente la notizia che il 16, a Rio de Janeiro, era morto all’età di novantaquattro anni il grande compositore e cantante bahiano Dorival Caymmi. Può sembrare strano che in una rubrica dedicata al jazz si parli di lui. Ma tanto strano non è perché Caymmi, il patriarca della musica brasiliana ha esercitato, fin dall’inizio, una grande influenza sulla bossa nova e sappiamo quanto la musica di João Gilberto e Antonio Carlos Jobim sia stata a sua volta influenzata dal jazz nord-americano. Le sue canzoni iniziarono a essere conosciute nel mondo intero quando Carmen Miranda nel 1938 le cantò nel film Banana da Terra, ma all’epoca la bossa nova non era ancora apparsa e il samba era la musica brasiliana per eccellenza. La musica di Caymmi, nato a

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São Salvador de Bahia de Todos os Santos (questo il nome completo della città che ha visto nascere fra i tanti altri, anche Jorge Amado) nel 1914, era però assai differente dal samba carioca. A Bahia è la canzone nelle sue diverse forme (Toadas, Modinhas, Cançoes, Praieras - canzoni di pescatori - Pontos

de Candoble - canzoni di invocazione) che compone il mondo musicale di una città che guarda verso l’Atlantico al di là del quale vi è l’Africa occidentale con il Gana, la Nigeria, l’Angola. Da questi paesi giunse la maggior parte delle popolazioni nere portate in schiavitù nel Nuovo Mondo da schiavisti portoghesi. A Bahia è stata però la tradizione portoghese, più che quella africana come è avvenuto in altre città del centro e del sud America, L’Avana e Rio de Janeiro, a predominare. Tuttavia la tradizione africana vi ha portato danze acrobatiche come la Capoeira e strumenti come il Berimbau (proveniente dall’arco uti-

lizzato dalle tribù africane). Da questo ambiente musicale nasce Dorival Caymmi, nipote di un emigrato italiano, che non ha certo conservato nulla di Mediterraneo. La sua cultura è ben radicata in una terra in cui bianco e nero con infinite sfumature sono al centro della vita sociale e musicale. A ventiquattro anni, mentre sta ancora cercando uno spazio nell’ambito della musica bahiana, inizia a lavorare per alcune stazioni radiofoniche e il suo nome e le sue canzoni si diffondono prima nel ristretto ambito dello Stato di Bahia, poi in tutto il paese.Tantoché uno dei primi brani da lui composti, Samba da minha terra, lanciato dalla Banda da Lua, il complesso forse più celebre di quel periodo, fu un successo immediato e straordinario. Quel samba così diverso, vent’anni dopo verrà interpretato da João Gilberto che ne farà il manifesto della Bossa Nova.


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narrativa

libri

Quel romanzo d’appendice firmato C Fallaci

hissà se nella prosa lucida ma arrabbiata, forte e rancorosa degli ultimi libri di Oriana Fallaci contro l’islam, non ci sia anche quel germe di fastidioso controcanto che il giornalismo di razza pratica contro l’istituzione letteraria e l’establishment critico. L’essere giornalisti è un vantaggio in termini di tempo e velocità, in rapidità di esecuzione e spesso di sguardo, di un certo disincanto e di accomodamento nel tempo, ma fa a pugni e a calci con lo scrittore sedentario e di professione e con chi sottilmente tira la riga tra la buona scrittura e quella cattiva. L’ultimo romanzo della Fallaci, 850 pagine postume sulle quali sarebbe interessante fare una rigorosa ricostruzione filologica, apre ancora il caso del buon giornalismo scritto, fermo a un passo dalla soglia della letteratura. Cosa manca per l’accesso, cosa decreta un grande romanzo? Ci sarebbero già i numeri per un grande romanzo corale nel Cappello pieno di ciliege (Rizzoli), la poderosità del tomo, l’articolazione capitolare, la struttura complessa, la lunga fuga diacronica che dal ‘700 napoleonico arriva ai nostri giorni, la costruzione del romanzo familiare attraverso quattro o cinque generazioni, i personaggi forti e catalizzanti, un rigoroso lavoro di fonti storiche e familiari, fatti storici importanti su cui le figure umane si stagliano come icone esemplari e rappresentative della storia con la s minuscola. Un libro che ha l’apparenza di essere stato faticoso per la quantità e qualità del materiale ricercato, e che come tale ha avuto bisogno di un lungo lavoro di revisione e controllo. Di fronte a un testo così non si può essere lapidari, non si procede cioè con l’accetta, la gente che lo compra, e fa la fatica di leggerlo, è tanta se in meno di un mese le classi-

di Maria Pia Ammirati

fiche lo citano come primo libro venduto, e vi trova un po’ di tutto dalla storia alla geografia, dalla morte alla violenza, dall’amore alla rapina, dalla guerra alla pace. Il cappello fa riferimento all’impianto del romanzo d’appendice, il romanzo dove appunto trovi tutto e dove il ritmo dell’avventura e della storia si accende con piccole micce in sequenza. Questo non limita l’apporto del romanzo che ha il più vistoso freno in un’indugiante autoreferenzialità: la mia casa, la mia famiglia, i miei antenati e la citatissima cassapanca del ‘44, mentre per il resto il testo è composto da un grande scenario familiare dove trovare anche fulminanti e suggestivi racconti. A scrivere di questa grande prosatrice, perché l’impianto della Fallaci è quello, buona prosa, ricercata, efficace, ironica e con punte di sana cattiveria, non si riesce a non pensare alla sua vita e a quello che sarebbe stato questo suo romanzo, che le appartiene perché deliberatamente «autobiografico», se lei fosse stata viva. Come avrebbe accolto le critiche e le punture avvelenate dei critici? Poi però, per tornare al romanzo d’appendice e alla sua capacità di satura, cioè di metter dentro tutto, valga per tutti la citazione del personaggio, aperto e sfrontato, dell’arcavola Caterina, un portento assoluto trattato da figura mitologica: partorisce a terra più di dieci figli, ne vede morire alcuni, fa la stilista ante litteram di biancheria per signora, cavalca a pelo, zappa, munge, cucina e impara anche a leggere e scrivere. È sicuramente il miglior personaggio, ma anche il più anticonformista, il più ribelle. Buon sangue non mente, sottolinea beffarda l’autrice. Oriana Fallaci, Un cappello pieno di ciliege, Rizzoli, 859 pagine, 25,00 euro

riletture

Come Wagner cambiò la musica

di Giancristiano Desiderio

Q

uanto la nuova musica ha dietro di sé la vecchia musica? Che cos’è la nuova senza la vecchia? La vecchia è realmente vecchia? Quanto la nuova musica è ascoltabile? Non si ritorna spesso e volentieri, soprattutto nella bella stagione estiva che è gran parte della stagione musicale e dei festival, ad ascoltare ciò è stato suonato dieci, cento, mille volte? Domande. Scrive Mario Bortolotto nel suo recente Fase seconda (Adelphi): «Nuova Musica significa epifania del materiale, cioè illuminazione: in cui fin l’ultimo barlume si spenga della violenza soggettiva». Il compito della musica e dei suoi autori/interpreti è quello di «ascoltare questo materiale». La criti-

ca musicale sembra essere un ascolto dell’ascolto. Un concerto che si legge. La pagine di Bortolotto fa questo effetto. Ed è giusto quanto è stato osservato, che il libro di Bortolotto sta alla «nuova musica» come la Filosofia della musica moderna di Adorno sta all’opera di Schönberg, di Berg e di Webern. È il vostro terzo orecchio, quello che non sapevate di avere e che ora vi permette di ascoltare quanto prima era inascoltabile. La parabola della Nuova Musica dura vent’anni: 1946-1964. il centro musicale fu Darmstadt e qui ogni estate si ascoltavano molte prime non solo di Boulez e Stochausen, ma anche di alcuni compositori italiani, da Nono a Evangelisti, da Clementi a Donatoni, da Bussotti a Berio, a Castiglioni. Riascoltare quelle note oggi è non facile. Qui il ruolo del li-

bro di Bortolotto che rende ascoltabile ciò che era inascoltabile, senz’altro indecifrabile. Ma ritorniamo alle nostre domande lasciate in sospeso: quanto, in generale, la nuova musica ha dietro di sé la vecchia musica? La fase secondo presuppone una fase prima? Qualche anno fa uscì sempre per Adelphi un altro testo di Mario Bortolotto: Wagner l’oscuro. Un libro che metteva sotto esame un Wagner poco noto, poco conosciuto, forse ignoto, sconosciuto, oscuro. Andando oltre il wagnerismo e i wagneriani, impresa non semplice, Bortolotto compie in questo libro un viaggio nel mondo musicale e filosofico di Wagner cercando di capire ciò che non sempre si lascia capire, ciò che non sempre è da capire, ciò che non ha nulla che va veramente capito. Il Wagner mitopoietico, lettera-

to, filosofico, il «Wagner farceur» che provoca oltre il provocabile ritenendo la Cappella Sistina una «mostruosità». L’oscurità wagneriana ha come sua fonte di ispirazione e composizione l’ascolto del materiale. L’armonia di Wagner è ricca e strapiena di alterazione e il suo principio di fondo è l’equilibrio tra consonanza e dissonanza, diatonico e cromatico. Wagner cambia la musica e il suo ascolto. Bortolotto è chiaro: l’ascoltatore pre-wagneriano era attivo in quanto prevedeva il corso musicale, ma con Wagner è invece privato di tale facoltà e forzato ad attendere la soluzione dell’enigma: «Un passo verso la radicale passività dell’ascolto proposta nella sue decisioni estreme dalla Nuova Musica». Un dubbio di Wagner confessato a Cosima: «Cosima, se l’arte del futuro fosse solo un’illusione?».


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spy story

Un rebus per il Mossad tra Libano e Tel Aviv di Pier Mario Fasanotti nche se il romanzo di Michael Sfaradi, italiano d’origine israeliana, ha alcune ingenuità narrative che inficiano il ritmo, questo pare un testo pronto per il cinema. È una spystory che sposta i protagonisti da un continente all’altro. Ovviamente la base, per così dire, operativa è a Tel Aviv dove uomini del governo, con il premier in testa, devono sciogliere un rebus. È in pericolo la sicurezza nazionale. Israele vive sull’orlo della guerra, la sua quotidianità è un conflitto strisciante. Dietro all’apparente normalità - quando c’è - si muovono i servizi segreti e gli apparati militari. E, come in tutti i paesi,

A

filosofia

a volte le braccia governative non fanno movimenti sincronici. Che cosa si sa veramente di Martin Landau, maggiore del Mossad (servizio di spionaggio israeliano) sparito da tempo e ritrovato in pessime condizioni al confine col Libano? Niente, e lui non può parlare. È una patata bollente per Tel Aviv, che conosce il suo intricato dossier, e anche per il Shin Bet, il controspionaggio. Il colonnello Luz viene incaricato di risolvere il mistero. È riluttante, non ha la stoffa dello 007. Ma agisce con puntiglio, sa confondere i suoi inseguitori («gli artisti da strada», in gergo), scova particolari nella vita di Landau, implicato in un vasto contrabbando di droga. I primi sospetti riguardano il comporta-

mento emotivo dell’agente ferito: tempo prima aveva consegnato le targhette militari di due suoi compagni d’armi. Senza alcuna commozione, come se avesse in mano non il ricordo di due caduti ma fogli burocratici. Il colonnello raggiunge la madre di Landau a Nizza e conosce particolari scottanti sulla vita coniugal-sessuale di Martin. Che spiegano il perché abbia scelto una via piuttosto che un’altra. Nel

sud del Libano, occupato dagli israeliani, agiva un centro di smistamento della droga diretto da un cristiano maronita. Uomini con perfetta padronanza della lingua araba vanno da lui per recuperare dossier lasciati da Landau. E sarà sangue. Come in ogni thriller classico spunta poi una «talpa». Il plot s’infittisce. Michael Sfaradi, Il sorriso della morte, Fratelli Frilli editori, 305 pagine, 12,00 euro

di Renato Cristin l trasferimento di una lingua in un’altra, ciò che Benjamin definì «il compito del traduttore», viene concepito da Paul Ricoeur come un vero e proprio paradigma filosofico-culturale, perché la traduzione non è «solo un lavoro intellettuale, teorico o pratico, ma anche un problema etico». Egli parte dal seguente assunto: lo strato originario e fondamentale di ogni lingua rappresenta quel livello di opacità che rende impossibile una traduzione perfetta ovvero assoluta. In questo senso, il mito di Babele esprime la volontà e lo scacco della traduzione, perché la questione della molteplicità delle lingue si situa fra l’assunto della totale intraducibilità e quello della possibile traduzione. Poiché dunque non c’è una lingua originaria alla quale tutte le lingue nelle loro diversità possono riferirsi, una buona traduzione può mirare soltanto a «un’equivalen-

storia

za presunta». Inoltre, poiché il tentativo di tradurre si accompagna sempre al rischio dell’errore, il traduttore deve trascendere il proprio ambito metodologico e pensare al suo lavoro in una più ampia prospettiva gnoseologica ed etica. Qui risiede ciò che Ortega Paul Ricoeur chiamò «miseria e splendore» della traduzione, che diventa per Ricoeur «tradimento creativo dell’originale, appropriazione altrettanto creativa da parte della lingua di accoglienza, costruzione del comparabile». Questa costruzione avviene «al livello del senso», sul piano cioè in cui un testo viene tradotto sia secondo la lettera sia secondo lo spirito. Qui è in gioco la verità del tradurre, in un confronto duro e implacabile che Ricoeur defini-

sce «fedeltà versus tradimento», nella quale ci si avvicina, come colui che interpreta, «agli arcani della lingua viva». Come diceva Gentile, «il traduttore è sempre un traditore del suo autore», e tuttavia non si può evitare di tradurre perché non si può fare a meno di interpretare. Questa è la condizione, dilemmatica e paradossale, dell’intersoggettività umana, in cui si mostra l’aspetto ermeneutico del tradurre: tradurre è interpretare, qualcosa di più complesso della, pur ardua, trasposizione linguistico-letterale da una lingua in un’altra. Paul Ricoeur, Tradurre l’intraducibile. Sulla traduzione, Urbaniana University Press, 167 pagine, 12,50 euro

a tesi tranquillizzante secondo cui nell’affaire Moro sarebbe stato tutto chiarito e l’esito tragico del suo rapimento sarebbe stato iscritto in una logica ineludibile viene smentita da un libro inquietante del giornalista francese Emanuel Amara: Abbiamo ucciso Aldo Moro. Si tratta di un’intervista uscita in Francia nel 2006 e tradotta per le edizioni Cooper in Italia nel trentennale dell’uccisione di Moro, dove per la prima volta un protagonista delle trattative con le Br dice che il presidente della Democrazia cristiana doveva scomparire: «Abbiamo fatto in modo che il presidente morisse con le sue rivela-

L

Mentre crescono le tensioni internazionali e l’Italia mussoliniana si prepara alla guerra con l’Abissinia nella città di Massa vengono commessi due omicidi. Un noto imprenditore e un impiegato di banca vengono trovati decapitati. I sospetti si concentrano su agenti del Negus Hailè Selassié coinvolti in sanguinosi scontri di frontiera con le truppe italiane. Ma il maggiore Morosini dell’arma dei Carabinieri non è convinto di questa versione e cerca altre piste investigative con l’aiuto del fedele sottoufficiale Barbagallo e dello scium-basci Tesfaghì. Un noir eritreo solido e intenso Morire è un attimo (Edizioni Anglo Canzoni, 218 pagine, 14,00 euro) di Giorgio Ballario, ambientato con acuta percezione storica in una cornice - quella dell’Italia coloniale - che chissà perché la nostra narrativa ha sempre rimosso.

25 novembre

Le rivelazioni di Pieczenik sul caso Moro di Riccardo Paradisi

La sera del 19 aprile 1897, a Parigi, nella sala della Società geografica, quando Leo Taxil, uno dei più grandi mistificatori della fine dell’800, pronunciò la sua ritrattazione, scoppiò il finimondo. Anticlericale furibondo, massone fallito, riconvertitosi poi al cattolicesimo cominciò una violentissima campagna contro la massoneria descrivendo riti satanici e perversi che si sarebbero celebrati nelle logge. Il mondo fu investito da un’ondata di sospetti, incertezze, dichiarazioni, confessioni. Taxil arrivò addirittura a essere ricevuto dal pontefice Leone XIII. Fino alla sua crisi e alla conferenzasvelamento del grande imbroglio. Che Ecig edizioni ripubblica in 90 fitte pagine a 7,50 euro, con il titolo La grande mistificazione antimassonica. Eritrea 1935.

Tradurre? È una questione etica

I

altre letture

zioni».A pronunciare queste parole, che darebbero corpo ai peggiori sospetti alimentati dai retroscenisti dell’affaire Moro è Steve Pieczenik, l’esperto di terrorismo del Dipartimento di Stato americano che pochi giorni dopo la strage di via Fani arriva in Italia con il compito di gestire la trattativa con le Brigate rosse che tenevano prigioniero l’esponente democristiano. Nell’intervista di Amara, Pieczenik avoca a sé la decisione di avere indotto le Brigate rosse a credere che la fermezza fosse una scelta solo di facciata e che la trattativa fosse impossibile. Non solo, rivendica anche di avere convinto il governo italiano a inviare dopo un mese dal sequestro il segnale definitivo ai brigatisti che lo Stato non

avrebbe mai trattato con loro. A questo scopo sarebbe servito il falso comunicato numero sette, quello che annunciava l’avvenuta esecuzione di Moro e la presenza del suo

cadavere nel fondo del lago della Duchessa. Una simulazione per preparare emotivamente l’opinione pubblica a quell’evento. È la verità quella di Pieczenik? È questa la chiave per interpretare i misteri del caso Moro? Chissà. Certo Pieczenik non è il Vangelo e anzi in questi personaggi dalla vita multipla, abituati alla simulazione, la vecchiaia porta spesso a deliri narcisistici e a una generale perdita di equilibrio. Ma certo su Moro, sui 55 giorni del suo rapimento, le indagini, le trattative, la sua morte, agli italiani continuano a essere nascoste molte cose. Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro, Cooper editore, 203 pagine, 12,00 euro

1970, quartier generale della base militare di Ichigaya, a Tokyo. Yukyo Mishima si uccide facendo seppuku, il tradizionale suicidio per sventramento. Pochi minuti prima, con l’aiuto di quattro membri del Tatenokai (l’associazione paramilitare da lui fondata nel 1968) aveva preso in ostaggio il generale a capo della guarnigione e aveva incitato inutilmente le forze armate alla ribellione contro la progressiva occidentalizzazione del Giappone. Henry Scott Stokes, inviato del Times a Tokyo e amico intimo di Mishima, fu l’unico occidentale a poter assistere al processo che ne seguì. Un’occasione per raccontare il personaggio Mishima (di cui pubblichiamo nelle pagine seguenti un ritratto di Gennaro Malgieri), amalgamando esperienze vissute e testimonianze raccolte. Una biografia che Lindau pubblica con il titolo Vita e morte di Yukio Mishima (432 pagine, 24,00 euro).


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ritratti

YUKIO MISHIMA

CON IL PASSARE DEL TEMPO, LA COMPRENSIONE DEL SUO PENSIERO E LA SUA FAMA SONO CRESCIUTE A DISMISURA E LA SUA IMPRONTA SULLA LETTERATURA E SULLE IDEE CONTEMPORANEE È VIVISSIMA. COME TESTIMONIANO ANCHE UN SUO INEDITO, APPENA PUBBLICATO DA MONDADORI, E UN AFFASCINANTE LIBRO CHE NE RICOSTRUISCE LA VICENDA PRENDENDO SPUNTO DALLA SPADA CHE UTILIZZÒ PER IL SUO GESTO ESTREMO

L’ultimo patriota di Gennaro Malgieri lcuni scrittori nascono «postumi». È il caso di Yukio Mishima. Con il passare del tempo la comprensione del suo pensiero e la sua fama sono cresciute a dismisura. Dei quarantesei volumi della sua opera, quasi tutti sono stati tradotti in Occidente e in particolare in Italia. Qualche anno fa Mondadori pubblicò i suoi romanzi più significativi, consacrandolo anche in Italia come uno degli scrittori più importanti del Ventesimo secolo. Adesso lo stesso editore propone un inedito dello scrittore giapponese, Abito da sera (214 pagine, 9,80 euro), che è stato a lungo considerato uno «svago» letterario, mentre è un veritierio e, per certi versi, agghiacciante ritratto della nuova borghesia nipponica, uscita dalla guerra e alla ricerca di uno status differente da quello che aveva. Ne viene fuori anche una sottile satira che Mishima non mancherà di ampliare, riproposta

A

ne al volume dei Meridiani, infatti, afferma senza imbarazzo che Mishima «rappresenta la tradizione giapponese più autentica». Ma nello stesso tempo riconosce che è anche lo scrittore più moderno del suo paese che, tra l’altro, prima che apparisse la stella di Oe Kenzaburo, ha saputo conciliare la sua anima orientale con l’assimilazione della cultura occidentale, «fino a farne parte integrante del proprio messaggio poetico». Un paradosso? Soltanto in apparenza. In realtà l’innato senso della bellezza, che lo scrittore coltivò fin dalla più tenera età, gli fece scoprire che l’analogo sentimento era il fondamento della cultura classica occidentale, soprattutto greca. Ed è per questo che Mishima può, giustamente, considerarsi scrittore di due mondi, interprete di una tradizione universale, il cui stile può essere compreso anche dagli europei dai quali ha imparato molto, so-

Lo spettacolare “seppuku” con il quale si tolse la vita per richiamare il suo paese alle devastazioni della decadenza causata dalla perdita delle tradizioni è un capolavoro letterario oltre che esistenziale e politico negli scritti più importanti. Il romanzo venne pubblicato su una rivista femminile tra il 1966 e il 1967 contribuendo a imporre lo scrittore anche come osservatore del costume del suo paese.

Tra romanzo, saggio e memoria è il libro di Christopher Ross, La spada di Mishima (Guanda, 281 pagine, 17,00 euro) che ricostruisce attraverso un personalissimo e originale viaggio nel Giappone moderno, la vicenda di Mishima legata alla perdita della spada che utilizzò per il suo gesto estremo. Un libro affascinante e, a tratti, tormentato, enigmatico e non privo di fascino, che testimonia a distanza di tempo come l’impronta mishimiana sulla letteratura e sulle idee contemporanee è vivissima e anzi addirittura ingigantita dal passare del tempo. Sullo sfondo, comunque, quando si ha a che fare con Mishima resta il suo ultimo atto, compiuto il 25 novembre 1970, quasi un capolavoro letterario prima che esistenziale e perfino politico: lo spettacolare seppuku al Quartier generale dell’Agenzia di Difesa giapponese con il quale intese richiamare il suo paese alle devastazioni della decadenza dovuta allo smarrimento delle tradizioni, al senso profondo di una visione della vita che i suoi connazionali stavano smarrendo. Maria Teresa Orsi, nell’introduzio-

prattutto «frequentando» D’Annunzio e Huysmans, Dostoevskij e Mann, Wilde e Baudelaire, ma anche Raymond Radiguet e Friedrich Nietzsche. «L’Occidente - ha notato la Orsi - peraltro è un richiamo immediato, che impone di confrontarsi con esso, di scandagliare fin dove esista la possibilità di dialogo e forse di intesa». I romanzi confermano questa considerazione. E, stilisticamente, sono appunto per questo alcuni ritenuti «scandalosi», innovatori di una tradizione letteraria che fino all’apparire di Mishima sulla scena aveva avuto come punti di riferimento Junikiro Tanizaki e Yasunari Kawabata. L’altro «scandalo» fu la sua morte volontaria a quarantacinque anni, un’età di semina per gli altri, per lui il tempo del raccolto più maturo e paradossalmente più amaro: aveva già fatto tutto, non gli restava che il capolavoro e lo trovò in una fine consapevole, atto d’amore per la tradizione del suo paese e di coerenza estrema con quanto aveva sostenuto in tutti i suoi scritti. Non a caso, prima di togliersi la vita, quella stessa mattina, inviò al suo editore l’ultima parte della tetralogia del Mare della fertilità: più che un ordinario romanzo, un testamento. La vita spirituale e letteraria di Mishima ha coinciso con l’essenza stessa della cultura giapponese talvolta, come si è detto, attraversata da suggestioni occidentali. In

Giappone, faceva notare lo scrittore ai suoi interlocutori, vi era la tendenza a dare maggior peso alle arti, simboleggiate dall’immagine del crisantemo, piuttosto che agli aspetti guerrieri rappresentati dalla spada. Su questa apparente dissociazione si fondava l’incomprensione dei contemporanei verso la tradizione giapponese che invece era fondata sulla «miracolosa» convivenza dei due momenti. Mishima si propose di sanare questa frattura. E cominciò subito, a vent’anni, ottenendo la consacrazione letteraria quando era poco più che un ragazzo. Fu Confessioni di una maschera (1949) che lo fece riconoscere come astro nascente della letteratura giapponese: «Capolavoro dell’angoscia e allo stesso tempo dell’atonia», secondo MargheriteYourcenar. Il romanzo è l’autobiografia dello stato d’animo di una generazione pervasa da uno struggente desiderio di annullamento e insieme di erotismo inappagato. La sintesi, insomma, della stessa vocazione di Mishima che riuscì a far coincidere l’amore e la morte in un quadro di bellezza personale. Vennero poi altri lavori, come Sete d’amore, Colori proibiti, La voce delle onde, Il padiglione d’oro. Negli ultimi due nichilismo e religiosità, sentimento tragico della vita, esaltazione del bello e sentimento di purificazione sono motivi che si rincorrono e rivelano un’anima inquieta che sta precisando il suo percorso verso un Destino che giorno dopo giorno si va delineando.

La Tradizione, ancorché disconosciuta, può restare perennemente racchiusa nella memoria estetica di un popolo, di uno scrittore o di un guerriero? L’interrogativo sorge davanti al punto di svolta della vita di Mishima. Fino al 1960 egli aveva rappresentato il «disagio dei valori» nella società giapponese che stava perdendo la sua anima. Il Giappone non riconosceva più se stesso, la corruzione dei costumi dilagava, nessun principio spirituale veniva preservato. Prese forma in questo clima il romanzo Dopo il banchetto che segnò l’ingresso vibrante e consapevole di Mishima nella politica. Con questo libro, infatti, lo scrittore stigmatizzò duramente il mercanteggiamento elettorale a cui erano dediti i politici e i costumi dell’alta borghesia. Il successo che ottenne risarcì parzialmente Mishima dal fiasco di alcuni lavori prece-


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Alcune immagini di Mishima di cui è appena stato pubblicato l’inedito “Abito da sera” che è un veritierio e agghiacciante ritratto della nuova borghesia nipponica. Dedicato allo scrittore giapponese è il libro di Christopher Ross, “La spada di Mishima” (Guanda) denti e lo convinse che qualcosa era mutato nel suo Paese. Così prese a guardare con attenzione fuori di sé, scoprendo un mondo in febbrile agitazione, percorso da fermenti che indicavano la volontà di superare una volta per tutte il dopoguerra.

Con stupore Mishima constatò che in Giappone s’andava formando un’opinione pubblica che avversava quella parte della Costituzione che imponeva al paese la rinuncia delle sue prerogative militari. Resistenza che sfiorò la rivolta quando, nel maggio 1960, venne concluso il Trattato di sicurezza nippo-americano con il quale si sancì non tanto una collaborazione militare tra i due Paesi, ma una sorta di sudditanza del Giappone agli Stati Uniti dal momento che il primo era costretto a offrire basi militari agli Usa e a confermare la rinuncia a ogni intervento bellico. In cambio gli Stati Uniti si impegnavano a garantire al Giappone la loro protezione militare. Alla sigla del Trattato molti giapponesi reagirono violentemente: disordini si registrarono in tutto il paese. Mishima fu con i rivoltosi. Le sommosse stimolarono la sua fantasia e lo spinsero a scrivere Patriottismo, uno dei suoi racconti più belli e riusciti, nel quale l’estetica e l’etica bushido, unite a un sensualismo e a un erotismo straordinariamente raffinati, rivelano un Giappone segreto e seducente che, ancora oggi, colpisce per bellezza e delicatezza, elementi che formano l’essenza del vero eroismo. Patriottismo fu ispirato all’incidente di Ni Ni Roku del 26 febbraio 1936, quando il movimento dei giovani ufficiali preparò l’insurrezione di una parte dell’esercito contro il sistema asservito agli interessi dell’alta finanza; l’insurrezione era tesa a promuovere la restaurazione imperiale, una sorta di «rivoluzione conservatrice». Venti giovani ufficiali occuparono la zona dei ministeri adiacente il Palazzo imperiale e chiesero le dimissioni del governo considerato corrotto e traditore con l’avocazione di tutti i poteri militari da parte dell’imperatore. Il proclama venne respinto da Hiro Hito, inaspettatamente, perché, si disse, influenzato da quegli stessi ambienti economico-finanziari contro i quali i giovani ufficiali avevano inscenato il loro debole colpo di Stato. L’imperatore, inoltre, or-

dinò all’esercito di reprimere la rivolta. Mishima fu affascinato dalla vicenda sul cui sfondo situò la storia del protagonista di Patriottismo, un giovane tenente della Guardia imperiale, amico degli insorti, ma da questi tenuto all’oscuro della trama perché appena sposato con una giovane donna di incomparabile bellezza. Allo scoppio della rivolta, comandato di attaccare i suoi commilitoni, preferì togliersi la vita e con lui la moglie.

che non è altro che l’aspirazione all’Assoluto. Non credo che il popolo giapponese possa soddisfarsi con la felicità del relativismo». Mishima sottovalutava la capacità del relativismo di annichilire spiritualmente un popolo. Perciò la sua convinzione che la cultura, e in particolare la letteratura, avrebbe potuto ridestare i caratteri della «giapponesità» lo portarono a enfatizzare il valore fondante l’etica della Tradizione quando già i segni della decadenza erano evidenti: il bushido. Lo fece, soprattutto, riproponendo nel 1967 un testo nel quale ne è racchiusa l’essenza: l’Hagakure di Jamamoto Jocho. Ma anche dando vita all’Associazione degli Scudi (Tate no Kai) ispirati agli ideali spirituali, patriottici ed eroici della tradizione giapponese.

“Penso - dichiarò nell’ultima intervista - che anche il popolo ricerchi l’Assoluto. Non credo che possa soddisfarsi solo con cose relativistiche”. Tutta la sua opera è il tentativo di ridestare i valori della “giapponesità” Erotismo, eroismo e morte si rincorrevano ancora una volta. Dello stesso filone fanno parte altri romanzi nei quali lo scrittore esaltò in massimo grado i valori patriottici e la bellezza, come Il crisantemo del decimo giorno e, soprattutto, Le voci degli spiriti degli eroi. Nel secondo Mishima descrive una cerimonia scintoista immaginaria nella quale vengono richiamate le anime dei giovani ufficiali del fallito colpo di Stato e quelle dei kamikaze. Gli uni rimproverano all’imperatore il rifiuto di sanzionare la loro insurrezione; gli altri di aver tradito la loro fede e il loro sacrificio quando ha accettato il Ningen Sengen, la dichiarazione di rinuncia alla sua natura divina. In un’intervista concessa poco prima di uccidersi allo scrittore comunista Furubayashi Takasashi, Mishima disse: «Penso che anche il popolo ricerchi l’Assoluto. Non credo che possa soddisfarsi solo con cose relativistiche. Se guardiamo la storia giapponese è così. Il Giappone oggi vive in un perfetto relativismo, ma questo è un fenomeno molto recente, di appena una decina di anni. Se lo paragoniamo alla nostra lunga storia, è un periodo di tempo brevissimo. E in ogni caso la sostanza di questo relativismo non soddisfa. Perciò oggi cresce sempre più l’interesse per la filosofia, il buddismo,

Tra il 1965 e il 1970 la rappresentazione dell’equilibrio tra il Crisantemo e la Spada, Mishima la racchiuse genialmente nel suo capolavoro letterario, Il mare della fertilità, tetralogia sulla società nipponica del Ventesimo secolo, nella quale, per quanto devastata, lo scrittore coglieva elementi per una possibile restaurazione culturale e spirituale. I quattro romanzi del ciclo - Neve di primavera, Cavalli in fuga, Il Tempio dell’alba, L’Angelo in decomposizione - sottendono la nozione di reincarnazione. Ma è nel secondo volume della tetralogia, Cavalli in fuga, che Mishima esprime con metafore assai efficaci e in uno stile scintillante le sue idee politiche e religiose ponendole ancora una volta sullo sfondo dei violenti contrasti che caratterizzarono il Giappone negli anni Trenta. Alla fine della sua navigazione Mishima trovò il Grande mare che avrebbe solcato in compagnia delle tante anime del Giappone che aveva fatto rivivere nella sua opera letteraria. C’era infatti una tumultuosa, invisibile folla il 25 novembre 1970 nell’ufficio del generale Mashita al Quartier generale dello Jeitai quando il più grande scrittore giapponese del Ventesimo secolo si accasciava sul pavimento, con l’addome squarciato, mormorando per l’ultima volta «Lunga vita all’Imperatore»: qualcosa di più di un omaggio formale, quasi una preghiera.


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di Pier Mario Fasanotti he cosa ci sarà nella calza della befana televisiva che s’infilerà, quatta quatta, nei nostri salottini ormai rinfrescati? È un po’come le previsioni meteo: facile sbagliarsi. Piuttosto che dire che pioverà, preferisco annotare che ha piovuto o che c’è stata un’ottima ottobrata, come quelle proverbialmente romane. Ma non si può ignorare il ritorno di Raffaella Carrà, la quale prudenzialmente fa sapere di non essere drogata di tv, semmai pronta a divertirsi con un giocattolo, in tutto o in parte, nuovo. Nuovo però non è il titolo della trasmissione: Carràmba, che fortuna!. Pazienza. Il Carràmba è ormai un marchio. E sarà legato alla Lotteria nazionale. Ci sarà certamente qualcuno che «sociolizzerà» sulla bolognese di 65 anni con la voglia di sgambettare ancora. Diranno in tanti: «arieccola». Sotto questo aspetto, si dirà, la tv assomiglia alla politica e al calcio: che fatica ad avere facce nuove o in Parlamento o sulla panchina degli stadi. L’anzianità rassicura, non c’è alcun dubbio. Quando non si sa che fare si chiama Pippo Baudo. Sarà anche vero, ma bisogna essere signorili e obiettivi. Perché ridicolizzare Raffaella per il solo fatto che non è una velina di vent’anni e non ci sbatterà addosso - speriamo - un sedere di quelli aggressivamente sodi cui ci ha abituato la tv sudaticcia e balneare a tutti i costi e a tutte le stagioni? Se fate caso, in molti settori, editoria, cinema, ecc., l’Italia che per ringiovanirsi ha bi-

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games

sogno di natalità extracomunitarie sta assumendo il vizio di scommettere sbilanciate somme, anche emotive, su chi non ha un solo capello grigio. Il cordialissimo «largo ai giovani» degli anni Sessanta-Settanta rischia oggi di diventare la regola salva-successo. Poi ci sono cantonate formidabili, ma fa niente. Il ritorno di Raffaella è rassicurante per questo. Ed è sacrosanto vista la sua abilità di conduttrice, che ben si coniuga con una giovialissima banalità da schermo. Per fortuna diversa, anzi opposta in quanto a garbo, al gigioneggiare, per esempio, di quell’ex intrattenitore da spiaggia che è Teo Mammuccari (se trasloca a Iene, viene proprio da sospettare che l’accostamento dei nomi non sia quasi mai casuale). Vorrei esprimere poi un desiderio. Che la Rai acquisti il format di un programma tedesco intitolato Giusti senza pietà. I protagonisti sono due ispettori veri (un uomo e una donna) che, inseguiti dalla telecamera, vanno a scovare i «fannulloni»: anche in Germania il problema che sta affrontando tra mille polemiche il nostro ministro Brunetta, dunque esiste. Consolante il fatto che nel paese del rigore hegeliano ci sono i truffatori del Fisco o dei servizi sociali. Se i detectives fossero italiani, consiglierei loro di arrestare quelli dell’Isola dei famosi e quelli del Grande fratello, fannullonissimi,noiosissimi e costosi («e io pago», direbbe Totò). Scatterebbero le prime manette intra-televisive.

dvd

LE ASTE? DA OGGI SI FANNO AL RIBASSO

OLIMPIADI VIRTUALI (E ANCHE ONLINE)

L’ARMI E GLI AMORI DI JOE STRUMMER

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iete patiti di aste ma non sempre vi potete permettere l’acquisto di questo o quell’oggetto? Aste al Ribasso News (astealribassonews.it) fa decisamente al caso vostro. Nato come punto di incontro per tutti gli appassionati di questo fenomeno di compravendita, è basato sul curioso e decisamente economico principio del «vince chi offre di meno». All’interno del por-

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er tutti gli orfani dei Giochi Olimpici di Pechino, per tutti i nottambuli che hanno trascorso le loro ferie ad aspettare l’alba per assistere alle batterie dei 200 farfalla o le eliminatorie del torneo di badmington, c’è una sola possibile cura: il videogioco ufficiale di Beijing 2008, sviluppato da Eurocom (e distribuito da Sega) per personal computer, Sony Playstation 3 e Xbox 360.

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Punto d’incontro per gli appassionati, il portale si basa sul principio del «vince chi offre di meno»

Tornano i tempi di “Hyper Olimpics”, ma oggi è possibile sfidarsi anche su Internet

Caduta e rinascita del leader dei Clash affettuosamente documentata da Julien Temple

tale è possibile trovare articoli, recensioni, scadenze delle aste più rilevanti presenti nel panorama italiano, esperienze di gioco, consigli e molto altro ancora. Insomma tutti coloro che sono stati coinvolti dal turbinio del gioco dell’asta proprio non possono ignorarlo. Ogni articolo, poi, è commentabile senza nessuna noiosa procedura di registrazione: tutto secondo il principio «leggi, valuta e commenta» nel modo più rapido possibile. L’imparzialità e l’oggettività sono le colonne portanti nella stesura degli articoli, che sono inseriti quotidianamente e si alternano nella homepage del sito.

Ricordate i fasti, molto anni Ottanta, di «Hyper Olimpics» della Konami o dei «California Games» per gli home computer dell’epoca? Bene, tutto è rimasto come allora, compreso il rischio di distruggere - a scelta - joypad e tastiera o direttamente le proprie articolazioni. L’unica differenza, naturalmente, è una grafica al passo con i tempi (ma neppure troppo) che offre la sensazione di trovarsi effettivamente a gareggiare, anche online, contro i migliori atleti del mondo (e contro il cronometro) negli stadi cinesi che hanno i giochi. La cosa migliore è che potete gridare «Free Tibet!» senza essere arrestati.

sa, alla cronaca e al cordoglio dei molti intervenuti, da Bono Vox a Martin Scorsese. Melange a più fili cromatici capace di intessere la parabola personale dell’artista con i sommovimenti culturali del periodo, il sommesso documentario di Temple adombra la caduta e la sofferta rinascita di Strummer, busker dalle molteplici risorse prima, leader delle scene strapagato poi, e infine icona dimenticata che seppe ritagliarsi un piccolo cono di luce alla soglia dei cinquant’anni con il ritorno alle origini dei Mescaleros. «Nella vita - amava ripetere Strummer - devi essere capace di prenderti quello che vuoi, perché nessuno te lo regalerà mai».

ockumentary lanciato dalla clamorosa rinascita del biopic musicale, Il futuro non è scritto narra l’armi e gli amori di Joe Strummer, leader dei Clash e capopopolo di una rivolta generazionale che ebbe le ultime fiammate all’inizio degli anni Settanta. Nelle mani dell’amico Julien Temple, il mito del rocker dalle pennate rudi resta al riparo da tentazioni agiografiche, miscelandosi alla pro-


cinema

MobyDICK

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Bilancio deludente aspettando il verdetto di Anselma Dell’Olio saminando i risultati della 65esima Mostra internazionale dell’arte cinematografica di Venezia (e in attesa di conoscere i Leoni d’Oro che verranno consegnati stasera durante la cerimonia di chiusura) si rimane smarriti di fronte alla pochezza della situazione. Nel concorso principale, «Venezia 65», non s’è trovato un film da consigliare, tantomeno da sponsorizzare per un Leone d’oro, se si fa eccezione per Achille e la tartaruga di Takeshi Kitano, una spiritosa, ironica riflessione sulle tribolazioni di chi è consumato dal sacro fuoco di esprimersi come artista. Piluccando qua e là nei concorsi laterali, qualche cosa c’era, per esempio Pasto freddo, l’esordio di una giovane norvegese nella sezione «Orizzonti», che sarà approfondito più avanti. Il geniale vignettista-critico, Stefano Disegni, nella sua quotidiana striscia satirica su «Ciak in Mostra», il daily del festival, si è chiesto se la colpa di una rassegna deludente non sia del direttore artistico filo orientale: «Mueller si sfonda di sushi e poi sceglie i film?». L’unico film che sembra aver entusiasmato (quasi) tutti è Burn After Reading (A prova di spia, fuori concorso), una farsa ai danni della solita Cia, degli incontri galanti trovati su Internet, e della mania del corpo perfetto attraverso la chirurgia plastica. Le idee portanti non sono proprio fresche di giornata, e le cose migliori sono quasi tutti nel trailer, ma i Cohen sanno sempre giustificare il prezzo del biglietto e non annoiano, anche nelle loro opere minori. La vera ragione per vedere questo film è l’interpretazione di Brad Pitt, che interpreta un istruttore di fitness gaglioffo e vanesio, con i colpi di sole e una risata demenziale. Dimostra che come la moglie, Angelina Jolie, quando ci si mette sa recitare, e molto bene.

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Jerichow (Venezia 65) è un film tedesco che prende in prestito la trama di Il postino suona sempre due volte. Lenti l’inizio e la fine, mentre sono migliori i 40 minuti centrali in cui succedono delle cose degne di nota. Lunghi applausi hanno accolto Pa-ra-da (Orizzonti), di Marco Pontecorvo, direttore della fotografia passato alla regia e figlio del compianto Gillo. È la storia vera di Miloud, un clown franco-algerino che da molti anni si dedica al recupero dei «boskettari», bambini rumeni abbandonati a se stessi, che vivono di furti, droghe e prostituzione e dormono nelle fogne di Bucharest. Insegna loro a camminare sui trampoli, a fare i funamboli, i giocolieri, i clown e poi a guadagnarsi la vita allestendo spettacoli all’aperto in giro per la città. È girato bene e la fine è commovente, ma la sceneggiatura tende a esse-

Sopra le immagini di alcuni film in mostra al Festival di Venezia: “Il pranzo di Ferragosto”, “Un giorno perfetto”, “Burning Plain” e “Birdwatchers”

A Venezia quest’anno si rimane smarriti per la povertà delle proposte: difficile individuare chi premiare col Leone d’oro. Pochi i film da segnalare. Tra questi: “Pasto freddo” della norvegese Eva Sorhaug e “Il pranzo di Ferragosto” di Gianni De Gregorio re ripetitiva, con lentezze nella parte centrale che si potevano evitare approfondendo di più le storie personali del clown Miloud e di alcuni bambini. Lonsj (Pasto freddo, debutto nel lungometraggio della giovane e bella norvegese Eva Sorhaug, è il racconto delle avventure, in stile girotondo, di una serie di personaggi in un condominio periferico di Oslo. Tra i vari protagonisti di questo film corale, un padre e una figlia adulta paralitica, un ragazzo gay al verde che viene sfrattato per morosità e la sua odissea per trovare un prestito o un luogo dove poggiare la testa, una famigliola composta da un immobiliarista rampante e «normalmente» sadico, un bambino non programmato e la bella moglie masochista. Regista e sceneggiatore disegnano con pochi tratti semplici e profondi le vite nascoste di persone ordinarie. Per esempio il siparietto al tavolo della prima colazione, in cui un marito chiede con efficienza burocratica alla

moglie delle sue funzioni corporali: «Quantità? Colore? Consistenza? Soddisfacenti? Ottimo. Così possiamo dire di avere iniziato bene la giornata». La Sorhaug è dotata di uno sguardo femminile feroce e delicato insieme. Chissà quando vedremo un esordio di questo livello in Italia. E chissà se il film troverà un distributore italiano. Gran parte dei film della Mostra di quest’anno non ce l’hanno ancora e non se lo meritano. Pasto freddo sì.

Curiosamente uno dei film più belli visti quest’anno non è nuovo, ma fa parte della retrospettiva «Questi fantasmi» curata da Tatti Sanguinetti: Tutto e musica, di e con Domenico Modugno. Non è un tipico «musicarello» dell’epoca, ma un film d’autore bello e buono, che è stato definito avanguardia demenzial-pugliese anni Sessanta. Diviso per capitoli, racconta gli umori, le suggestioni, le ispirazioni e la musica di un autentico

artista, con uno sguardo d’autore su un’Italia che non c’è più. E senza un attimo di noia. Un altro film da non perdere è il documentario di Antonello Sarno Venezia 68, quella della contestazione e del dissenso generale. Costruito con materiale d’archivio e interviste fatte oggi ad alcuni dei protagonisti, è zeppo di chicche imperdibili e di imbarazzati mea culpa di quelli che hanno fatto di tutto per distruggere la Mostra, peraltro riuscendoci per quasi dieci anni, e senza riuscire a trovare una giustificazione decente se non per spirito di conformismo: essere annoverati tra i fighetti rivoluzionari e non tra gli «sporchi borghesi venduti».Tutto questo mentre i carri armati sovietici entravano a Praga e dalla sinistra italiana usciva un silenzio complice e colpevole. Da non perdere. Uscirà in dvd e forse in televisione. Dei film italiani visti finora, oltre Pa-rada è da segnalare Machan, debutto nella regia del produttore Uberto Pasolini (The Full Monty), curiosa storia vera di un gruppo di poverissimi cingalesi che per poter emigrare in Europa fingono di essere una squadra di palla a mano del loro paese, lo Sri Lanka. Originale, commovente e sarà distribuito dalla Fandango. Stendiamo un velo su Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek e, più dolorosamente, su Birdwatchers (La terra degli uomini rossi) di Marco Bechis, sulla devastazione operata dal «progresso» ai danni degli indios Guarani-Kaiowà. Non è fatto male, ma la drammaturgia lascia molto a desiderare. È piaciuto molto ai critici italiani, insieme con Il papà di Giovanna di Pupi Avati. L’unico film italiano che ci ha divertito senza riserve è Il pranzo di ferragosto di Gianni De Gregorio. L’unico da non perdere. Visto il livello dei concorsi, specie quello principale, i film italiani anche poco riusciti ci possono stare benissimo. Non è che ci fosse da buttarsi per terra per The Burning Plain di Guillermo Arriaga, con Charlize Theron e Kim Basinger. Bravi gli attori, ma è un peccato che lo sceneggiatore di Amores Perros, 21 grammi e Babel si sia diviso malamente dal regista Alejandro Inàrritu, per litigi su chi era il vero responsabile del loro successo. Era meglio se continuavano insieme. A chi addossare la responsabilità per la delusione della Mostra? Forse dipende da quel che offriva il cinema internazionale al momento della selezione. In genere è così. Ma va anche detto che Mueller quest’anno ha cambiato quasi tutti i selezionatori, asserendo di volere «gente nuova che non ha paura di contraddirmi». Se questo è il risultato…


poesia Quel che Montale deve a Boine MobyDICK

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di Francesco Napoli a generazione vociana, comprendente per lo più poeti e scrittori che si affacciano alla vita e alla letteratura nel primo decennio del Novecento, fu una generazione tormentata e inquieta, assillata da interrogativi pressanti, ribelle e innovatrice nel tentativo di creare nuovi linguaggi e stili quanto cosciente di una lacerazione epocale che esortava a una nuova moralità dell’atto poetico. Questi poeti, «maestri in ombra» secondo una felice definizione critica di Pier Paolo Pasolini, da Clemente Rebora a Michelstaedter, da Jahier a Sbarbaro e, perché no, a Campana, hanno regalato alla nostra storia letteraria un lascito in parte ancora da mettere in luce. E tra questi Giovanni Boine (Finale Marina 1887-Porto Maurizio 1917) merita sicuramente un approfondimento critico più attento di quanto fatto finora.

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Ci ha provato autorevolmente sulle colonne del Corriere della Sera non molto tempo fa Claudio Magris per il quale «la statura di Boine - uno dei veri, pochi grandi del nostro Novecento, oggi poco conosciuto forse perché così poco consumabile - deriva dall’asciutta forza, morale e poetica» anche se poi la sua analisi si concentra sul romanzo Il peccato perdendo troppo di vista, a mio avviso, i forti legami intessuti con gli altri liguri, Sbarbaro e Novaro in particolare, quelli della rivista Riviera ligure dove Boine pubblica i suoi primi Frantumi. Centra con acuta precisione il bersaglio Veronica Pesce, curatrice di una splendida edizione proprio dei Frantumi uscita di recente per il prestigioso ed elegante marchio delle Edizioni di San Marco dei Giustiniani.Giovanni Boine è stato uno degli intellettuali più eminenti del gruppo dei vociani e tout court del nostro primo No-

vecento. Studiò a Milano dove ebbe come compagni Clemente Rebora, che tanta parte ebbe nella sua formazione, e Antonio Banfi. Saggista e polemista di rango, assai rimpianto da Montale sia per la sua capacità di lettura («Era un critico d’oro nella rassegna spicciola dei libri») che per la sua poetica («un poeta che sapeva affascinare con certi moti e certi sospiri di stanchezza che sgorgavano dalle sue pagine tra linea e linea»), poetica alla quale il grande Nobel pur deve un tributo non solo e non tanto per i singoli prestiti, il «meriggiare» è tutto preso da Boine, quanto per «motivi generali ed elementi primi» come rileva Veronica Pesce. Negli anni così complessi e tumultuosi di inizi Novecento Boine aderì dapprima alle posizioni dei cattolici modernisti per poi staccarsene in una polemica decisa e proprio con i modernisti lombardi e vociani come Soffici e Papini partecipò in modo originale e personalissimo, talvolta contradditorio, al dibattito filosofico e letterario. Sin dal 1909 deve ritirarsi a Porto Maurizio, vicino Imperia, per i primi segni di quella tisi che lo porterà alla morte. Dall’eremo di quel lembo estremo d’Italia, però non rinunciò a vivere intensamente, tra amori turbolenti e attività culturali significative, mostrando alla vigilia della prima guerra, come la stragrande maggioranza degli intellettuali italiani dell’epoca, un fervente interventismo culminato nei Discorsi militari (1914) accesi e pieni di attese per un

avvenire che non ci sarà. Ed è dal 1914, e per due anni, sulla Riviera ligure di Mario Novaro, che Boine tiene quella rubrica di recensioni, «Plausi e botte» che gli valse l’ammirazione di tanti e l’odio di altrettanti. Perché Boine non guardava in faccia nessuno, stroncava o esaltava senza partito preso e, allo stesso tempo, senza rispetto di gerarchie precostituite. I suoi Frantumi appariranno postumi nel 1918 e proprio in queste pagine Boine dà sfogo pieno alla sua libertà inventiva e stilistica. Leggendoli ci si trova di

CAREZZA

fronte alle più coerenti applicazioni della poetica del poème en prose, certo non le prime prove in tal senso (aveva letto, ammirandoli, i Canti orfici di Campana), ma certo molto affini ai quasi coevi Trucioli di Sbarbaro seppur con una inusitata inclinazione al morale. Sono frammenti, ma frammentaria è l’epoca in cui Boine agisce; vi si riconosce appieno la statura della poesia ivi presente e la loro intrinseca liricità, così come la già ricordata Veronica Pesce osserva: «Lirica. Qui tutto è lirica. Tale vuole essere. Non valgono le distinzioni che pure sono state avanzate dalla critica». E Boine gioca d’azzardo anche sul piano linguistico, con certe formule dalle forti tinte espressioniste, già rilevate da Contini, e dalla forte energia stilistica, come quel «sgretolo-frana» letto nell’esemplare riprodotto. Tutta la sua opera, poi, nasce dal contrasto tra tensione anarchica, libertaria, e un’esigenza di organicità e ordine. Tra i vociani forse fu colui che sentì maggiormente la caduta delle certezze che derivarono dalla fine del Positivismo e ne dedusse una visione della vita priva di valori e significati, con un avvertito senso dell’imminente disfacimento della società contemporanea.

La sua poesia più autentica la si ritrova soprattutto in alcuni frammenti di prosa descrittiva dove si vede lo sforzo nel cercare l’equilibrio tra il desiderio della lucidità, il controllo della ragione e la veemenza delle allucinazioni. In questo senso Giovanni Boine può forse essere visto come il più nietzschiano degli scrittori italiani, perfino più del conclamato superomista D’Annunzio, anche per quel suo deliberato allontanarsi dai rassicuranti schemi crociani. Si accostò allora con interesse a quelle filosofie irrazionalistiche che meglio gli apparivano in grado di soddisfare la sua problematicità critica ma anche di spiegare meglio la complessità di un’esistenza trascorsa quasi sempre in lacerazione e in urto col mondo intero: «gli uomini le cose: ci urto come a spigoli».

I ripugnevoli tempi che lo sgretolo-frana degli abbandoni, m’ha giù inerte varato per l’immobile belletta del nero disgusto, spente onde, giungono a volte le lente sere della malinconia, che vado zitto per l’ombre e, tutto è scordato. Quasi in dolcezza, dentro si levano i radi gemiti come il notturno canto del chiù. M’allacci allora senza parola, t’appoggi allora così lievemente, che appena ti sento, appena… Vuoi dir che ci sei? Ma torno piano dalla lontananza, ma tocco piano il dolce viso, guardo i fedeli occhi che guardano me.

Giovanni Boine da Frantumi


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il club di calliope

Si può scavare nella scena del giorno come l’occhio nel verde: basta un maestro piccolo, una guida alla volta - uno che è linea di montagna ramo di salice lavanda - fatti così perché lo spazio insegna a conquistare il cielo dietro e anche più dietro è libera pazzia che cerca ancora e scava dentro sé finché ti avvista. Silvia Bre

UN POPOLO DI POETI una tazza di tè cinese per poter parlare e la fiamma di una candela per continuare e una poltrona comoda mi manca solo un orologio coscienzioso, puntuale davvero non so come potrò rendere tutto il tempo preso in prestito ma ho la fiamma di una candela. e una tazza di tè per poter parlare e ho le mie penne e matite e fogli e foglie e conchiglie che cantano in tutte le lingue e pietre per voce sola, spero col tempo di fare un po’ d’ordine. ho anche tigri pelli penne e pinne da mare aperto e zampilli dai libri illustrati e ragni cavati dai buchi, davvero sono sincero persino un cervo mi ha seguito fin qui e un uccello impagliato anche se certo vola di rado, e gli alberi daranno a me le loro ultime foglie spero abbiano finito con tutti questi testamenti. Francesco Balsamo

Io vivo su un’isola Un’isola silenziosa Viene il vento E non si ferma mai

L’ANSIA (LEGGERA) PER L’INCONOSCIBILE in libreria

di Loretto Rafanelli i può parlare di una poesia di raffinata leggerezza nel caso di La verità del dubbio (Mondadori, 72 pagine, 12,00 euro), il libro di Mariella Cerutti Marocco, una scrittura che si pone in modo semplice e lieve, ma in una prospettiva lirica riccamente articolata. E sarei tentato di definirla poesia giovane, una formulazione che vuole sottolineare una genuinità veramente sorprendente, tipica

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«Ora il cielo è bianco nella sera/ i gelsi tra le fronde conservano/ l’eco intatta di quelle voci»), con quella sua convivenza di «grovigli psicologici, leggerezza, ariosità formale». Il libro, impreziosito dalle note di Giuseppe Conte e Maurizio Cucchi, fulminante in alcuni versi («Non resisteranno al temporale d’autunno/ il vento sfoglierà rapido le rose»), è come avvolto, allo stesso tempo, da un senso di malinconia e di feli-

Una scrittura semplice e lieve, ma in una prospettiva lirica articolata. È la poesia “giovane” di Mariella Cerutti Marocco nella raccolta “La verità del dubbio” dei poeti meno esperti. Ciò non contrasta con il fatto che la poetessa è una donna matura già autrice di diversi libri e approdata ora da un editore importante. Una freschezza la sua che si accompagna però a una ricerca attenta, pur rimanendo spontanea e non sacrificata a quel manierismo che a volte caratterizza alcune produzioni poetiche. Versi che peraltro ci hanno ricordato Giorgio Caproni («Lei camminava lenta tra gli alberi del viale…/ oltre l’angolo mi ha lasciata nel silenzio»;

cità (più rara), come capita di avvertire nei componimenti dei più giovani. Nelle poesie di viaggio, la raccolta è attraversata da un velo segreto, dove squarci fuggenti di volti, terre e città, interrogano su qualcosa che è difficile trattenere. Forse ciò che muove la Cerutti Marocco è l’ansia di conoscere l’inconoscibile o il desiderio di vivere in una dimensione straniera («Io sento il suo nulla attraversare/ il mio sguardo, vorrei rimanere/ per sempre»). Ma ciò che trova, sono le cose lontane, perdute.

Qualche volta porta Il profumo del Mediterraneo Qualche volta porta Il profumo della sabbia del Sahara Ma io so Che porterà da qualche parte Anche il profumo della mia isola

Capri Alberto La Femina

Le ali come gocce Ma combatte con occhi accesi E alla sera si china Sul suo piccolo Fisso negli occhi la ferocia Del giorno, chi va Nel silenzio della vita Non sa il suo ballo Lieto della sera Il suadente gabbiano Riposa in attesa del chiarore Mattutino Alberta Ognibene «Un popolo di poeti», che ogni sabato uscirà sulle pagine di Mobydick, è dedicata ai lettori. Chi voglia inviarci versi inediti, troverà accoglienza nella nostra rubrica. L’indirizzo al quale spedirli è: liberal Mobydick, Via della Panetteria 10, 00187 Roma


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mostre

Esplosioni mediterranee nell’esprit sabaudo di Marco Vallora on è vero che l’architettura sia così difficile da mostrare «in mostra», come vuole il luogo comune. Se si trova però qualcuno che sa il fatto proprio, nella fattispecie due affidabili esperti della materia come Giuseppe Dardanello e Rosa Tamborrino. Che hanno però anche il senso dell’esporre e del Trasmitting Architecture, come vuole il titolo un po’ pomposo, di questa Torino Capitale del Design, sede del (un po’ deludente) Congresso dell’Uia 2008, che ha offerto in fondo ben poche gioie. Salvo questa stimolantissima mostra Guarini, Juvarra e Antonelli che ci fa entrare, progettualmente, entro il laboratorio grafico e mentale d’una città così bella e scenografica e programmaticamente progettata, come gabbia dorata ed esatta, per una corte regia spettacolare, che vuole plagiare la sontuosità sfarzosa della Francia di Luigi XIV e risulta, tutti lo sanno, così regolare e perfetta e ossessiva, da far impazzire Nietzsche e inoculare in De Chirico il germe dello spaesamento metafisico (Casorati, lo sappiamo, ci viene appositamente, per trovare una città-greppia: «ordinata, geometrica e misurata come un teorema, enigmatica e inquietante come una cabala, astratta come una scacchiera»). Una scacchiera che genera ulteriormente fantasia, come certe rime poetiche, inflessibili, che stimolano perversioni fantastiche.

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arti

E bastano i tre nomi, il modenese prelato teatinoteatrale Guarini (che proviene da una rigida tradizione ingenieresca), il leggiadro messinese Juvarra (che esce da una famiglia di orafi e crea la sua fantasiosa gioielleria nel vuoto cilestrino del cielo) e l’antiscolastico Antonelli, con le sue follie della Mole, che porta il suo nome, e la «fetta di polenta» e la cupola novarese di San Gaudenzio, a farci capire che nel sussiegoso e rigoroso esprit sabaudo cova spesso una «corda pazza» mediterranea ed esplosiva, che collabora pure alla leggiadria pesante e misteriosa della città e all’interesse di questa mostra, affascinante e ricca di spunti. Torino, una città che cresce già sapendo di dover esser modello ad altre urbanistiche e status-symbol di pretenziosità monarchica. Non a caso Juvarra, che esordisce qui con l’austero e già moderno modello di Palazzo per gli Archivi finirà gloriosamente la sua carriera in Spagna. Perché Torino è una cittàarchivio, appunto, che vuole esser studiata mentre si fa e che si fa mentre ferve la teoria e cresce e si interroga. E in questo senso sono meravigliose le «prime idee» progettuali, che poi vengono via via modulate anche sulle esigenze della committenza, e tutto questo si sente, vivissimo, entro la polpa di disegni schizzati alla beve o ripassati nei minimi dettagli, talvolta con le «istruzioni» per le maestranze o i pentimenti del genio, che si lascia qui sorprendere a cervello scoperto. E senti quanto su di loro abbia potuto la lezione di Bernini, di Borromini, di Fontana (molti degli ornatisti o stuccatori di queste magnifiche «nudità» provengono da Lugano o dalla Svizzera). Una mostra ricamata di schizzi, disegni, progetti, maquettes, perfino gli strumenti voluminosi usati da Antonelli, a Novara (e le sapienti fotografie di Luca Pron, per snidare le sue eccentricità). Ove ascolti ancora la voce, moderna e capricciosa di questi geni talvolta poco conosciuti dal grande pubblico (ci sono anche il geniale Vittone, Benedetto Alfieri e si respira palpabilmente il passaggio dalle licenze barocche al rigorismo classicista-piranesiano di un Palagio Palagi). Si vede una città nascere nella testa e farsi carne, corpo, pietra («tanto di mattoni favellando, quanto di marmo»): meraviglioso Theatrum Sabaudiae. Raccomandabile catalogo Silvana.

Guarini, Juvarra e Antonelli, Segni e simboli per Torino, Torino, Palazzo Bricherasio, fino al 14 settembre

autostorie

Un viaggio tra amici lungo le strade del tempo di Paolo Malagodi mici miei è il titolo di un fortunato film di Mario Monicelli, costruito intorno alle «zingarate» di simpatici compagni che in macchina scorrazzano per le campagne toscane, alla ricerca di burle sempre nuove. Come nella brillante vicenda cinematografica, anche nella vita di tutti i giorni l’automobile viene utilizzata da gruppetti di amici per spostarsi lungo itinerari e verso mete più o meno precise. In ogni caso, per il piacere di stare insieme nelle più varie situazioni, mentre l’automobile li trasporta per le strade. Uno spunto che, dal punto di vista letterario, portò ad esempio Alberto Bevilacqua a raccontare (Anima amante, Mondadori, 1996) di uno scrittore di successo che decide di tagliare i pon-

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ti con un ambiente che reputa indegno, ricercando la compagnia di tre vecchi amici. «Ed ecco che una bella mattina» i nostri eroi partono da Roma in direzione della natia Parma, non con la lussuosa Ferrari posseduta dal protagonista ma stipati nell’abitacolo di una Y10. Nella quale, come annota Bevilacqua, «scoprivamo che ci piaceva stare ammucchiati, pelle addosso a pelle, altrimenti che amici per la pelle saremmo? Si andava verso la mia terra, la mia patria, dove mi intrufolavo col cuore ormai ridotto a formato Y10». Ambientazione iniziale su una piccola automobile che, pur con scrittura e trama diverse, si ritrova nella prima fatica letteraria di uno dei più celebri personaggi della musica leggera italiana. Con all’attivo best seller del calibro di Hanno ucciso l’uomo ragno e più di sei

milioni di dischi venduti è infatti Max Pezzali, nato a Pavia il 14 novembre 1967, a fare il suo ingresso in libreria con un romanzo (Per prendersi una vita, Baldini Castoldi Dalai editore, 224 pagine, 16,00 euro) che ha cavalcato a lungo le classifiche, promosso dalla notorietà dell’autore e assistito dalla qualità narrativa. Di una vicenda, che come premesso dalla vecchia Mini disegnata in copertina, si sviluppa nell’abitacolo di un’auto per la voglia di rifare, nel luglio del 2008, l’itinerario che nel 1998 portò un quartetto di amici, in viaggio premio per la superata maturità, a Londra per un concerto rock e con chiara scelta del tipo di trasporto: «Andremo in macchina. Nessuna prenotazione, vero spirito on the road, dividiamo le spese e ci stiamo dentro alla grande. La Mini è perfetta. Olio, fil-

tri e candele nuovi, gira come un orologio. Il modo migliore per arrivare a Londra è passare dalla Svizzera e dalla Germania, in totale sono circa milletrecento chilometri». Durante i quali gli amici si danno il cambio alla guida, affrontando i controlli della severa polizia elvetica o subendo l’assalto di un autotreno tedesco: «Un bestione che sull’enorme griglia anteriore aveva una lastra di metallo con un inquietante disegno ad aerografo accompagnato dalla scritta Der Teufel, il diavolo». Ma, dopo la pausa londinese, il ritorno è funestato dalla caduta di uno dei quattro dalla scogliera di Dover e il viaggio del 2008, su una più spaziosa Jeep Grand Cherokee, sarà solo di un terzetto che dalla sponda inglese della Manica ricorderà l’amico scomparso, nel tentativo di «archiviare definitivamente il passato, o almeno provarci».


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moda

Il metalinguaggio della Stylestar Valentino di Roselina Salemi Ultimo Imperatore è un quasipensionato sempre abbronzantissimo, dal sorriso perfettamente disegnato, come i suoi abiti, come il suo inconfondibile rosso. Nell’ultimo anno, una sfilata dopo l’altra, ha dato alla moda un lungo addio. E ogni volta, una festa. Alessandra Facchinetti (ex Gucci) disegna le nuove collezioni per il marchio, più volte comprato e venduto, e lui le fa tanti auguri. Valentino, partito da Voghera (vedi la famosa casalinga) e arrivato a Parigi, nel castello appartenuto a Claude de Boullion, ministro di Luigi XIII, con tanto di Legion d’Onore, inaugura una forma di autocelebrazione della moda e culto della personalità che non restarà certamente isolata. The Last Emperor, il film documentario presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, non spreca la modestia. Ma è interessante, non solo per gli amici di Valentino Garavani, i biografi adoranti e la corte glamour che in quarantacinque anni è un pochino cambiata (i giovani non sanno che anni belli ci sono stati, il jet set, i panfili, i playboy…). È interessante per ciò che rappresenta. Il passaggio da un’arte all’altra. Il metalinguaggio. L’inarrestabile contaminazione dei generi. (Marco Müller l’ha definito la «non fiction più fiction» che ha visto di recente). O, se vogliamo, il funerale di un mondo che non esiste più, da Gstaad a NewYork, un’epoca non a caso scandita dalla personalità di due primedonne, tutte e due morte: Jackie Kennedy, poi Onassis, e Lady Diana, «la principessa del popolo». Anche se il glamour e la ric-

L’

archeologia

chezza ci sono sempre, da qualche parte e le nuove Jacqueline, come le nuove Lady D. spuntano come i funghi. Il film diValentino sconvolge un po’le regole. Gli stilisti sono presenti a Venezia, a Cannes o da qualunque altra parte, con una specie di transustanziazione, perché, anche nella moda c’è un po’di teologia.Vestono le celebrity e vivono la loro vita, respirano il loro respiro. Alla fin fine, è un conto bieco: quali star hanno scelto Armani e quali Prada, quanti piedi calzati Gucci camminavano sui red carpet e quante mani stringevano o facevano dondolare borsine preziose con elegante noncuranza. E invece si parla di Valentino, non per gli abiti da sera, ma

per il film. In assoluta sintonia con l’audace idea di Marina Garzoni, presidente dell’Associazione No Profit «Moda e tecnologia», che lancia il format di Stylestar, un ibrido tra stilista e star, tra moda e cinema, complice la tecnologia, benedetto dalla Bocconi di Milano. Un incrocio di saperi incarnati nello stilista-regista. Invece delle sfilate (che cominciano tra poco), il cortometraggio. Invece dell’evento, un film da far girare in tutto il mondo, a metà tra reality e fiction. Senza intermediari, come ha insegnato per l’informazione il mondo della Rete. Un accesso democratico alla favola del marchio, alla costruzione del mito collettivo, da qui all’eternità. Risultato finale dell’ossimoro, dello slogan forse troppo ottimista: «lusso di massa». Dopo l’Ultimo Imperatore, forse, anche nella moda, è tempo di repubblica.

A Vienna rivive il regno di Meroe di Rossella Fabiani ttraversata in quaranta giorni la regione di Elefantina e imbarcatoti di nuovo su un’altra nave, navigherai per dodici giorni, e poi giungerai a un’altra grande città che si chiama Meroe. Si dice che questa città sia la metropoli degli altri Etiopi». Questa descrizione di Erodoto del percorso dalla Prima cateratta verso l’alto Nilo, scritta attorno al 430 avanti Cristo, è la prima menzione a noi nota del città di Meroe nella letteratura greca. E proprio alla civiltà meroitica e al regno di Meroe, che si sviluppò in alta Nubia, (l’attuale Sudan) è stata dedicata l’undicesima Conferenza internazione di studi meroitici che si è appena conclusa a Vienna. L’incontro ha riunito, dal primo al 4 settembre, specialisti e studiosi che da tempo si occupano dell’antico regno africano di Kush. Le relazioni presentate hanno toccato diversi aspetti relativi ai periodi napateo e meroitico dando notizia dei più recenti ritro-

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In alto, il museo nazionale di Khartoum (Sudan). Sopra, Il cimitero reale di Meroe. A destra, Il tempio di Amon a Meroe

vamenti archeologici e delle nuove scoperte riguardo alla vita religiosa e civile di queste genti.Tra i partecipanti moltissimi gli studiosi di fama internazionale, molti dei quali pionieri nella loro disciplina di studi. Come l’italiana Luisa Bongrani, docente di antichità nubiane all’Università di Roma «La Sapienza», il primo ateneo in Europa ad avere una cattedra di studi nubiani. Dopo essersi a lungo occupata di studi egittologici, Luisa Bongrani negli anni Sessanta ha iniziato a occuparsi dell’antica civiltà nubiana indagando sui possibili influssi della civiltà africana sulla più nota civiltà egiziana. A distanza di quasi quarant’anni, la Bongrani ha dato vita a una scuola che ha formato molti studiosi di antichità nubiane (alcuni di loro hanno partecipato al congresso viennese). Ma all’inizio, come successe anche al professor Charles Bonnet, in tanti non capivano che cosa ci potesse essere di più importante delle piramidi d’Egitto in quei vasti deserti sudanesi. Ma la tenacia e il coraggio dei due accademici, insieme a Williams Y. Adams, Jean Leclant, Laslo Torok, Dominique Valbelle, Derek A. Welsby, Steffen Wenig, Dietrich Wilding e altri, hanno permesso di dimostrare l’evidente influenza della civiltà nubiana su quella egiziana. E quindi la sua importanza nella storia delle civiltà. Tra gli italiani intervenuti a Vienna anche Irene Vincen-

telli, Alessandro Roccati ed Eugenio Fantusati. Meroe si trovava a circa 200 chilometri a nord-est dell’attuale Khartoum, la capitale del Sudan, sulla riva destra del Nilo. Il centro del territorio era abitato da un popolo che, intorno al X secolo avanti Cristo, aveva ottenuto una posizione di supremazia nella valle del Nilo al di sopra della Prima cateratta. I Greci li chiamavano «Etiopi», oggi in base al nome del loro centro principale vengono chiamati «Meroiti». Il loro regno di Kush andò in rovina soltanto nel IV secolo dopo Cristo. Nei primi secoli del regno meroitico come centro religioso principale fu scelta la città di Napata, poco al di sotto della IV cateratta; qui si facevano seppellire i sovrani e i loro parenti più stretti, sebbene la famiglia reale abitasse già a Meroe. Dalla seconda metà del V secolo avanti Cristo, al più tardi, la città di Meroe compare nelle fonti scritte come residenza permanente dei sovrani; ma non è che dal 300 avanti Cristo circa che qui vengono sepolti anche i re. Tra i viaggiatori che hanno, per primi, descritto l’antica Meroe, James Bruce (1730-1797), lo scopritore delle sorgenti del Nilo Azzurro, e Frédéric Cailliaud (1787-1869). Con la spedizione prussiana guidata da Karl Richard Lepsius (1810–1884) furono eseguite le prime misurazioni e furono fatti i primi disegni del sito il cui valore è ancora attuale.


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fantascienza

MobyDICK

ai confini della realtà

Inghiottiti dai buchi neri? di Gianfranco de Turris l 10 settembre verrà «acceso» il più grande acceleratore di particelle del mondo, lo Lhc (Large Hadron Collider) del Cern di Ginevra, un anello di 27 chilometri sepolto a cento metri di profondità sotto la catena del Jura, tra Svizzera e Francia. Dovrà dimostrare molte cose: l’esistenza di altre dimensioni che accanto alla nostra realtà potrebbero esistere, cercare il Bosone di Higgs detto anche il Bosone (di) Dio perché considerato l’elemento decisivo per la costituzione della materia. In parole semplicistiche: si cercherà di riprodurre in laboratorio l’origine dell’universo (e della materia). Per ottenere tutto questo verranno fatti scontrare «pacchetti di particelle» di tale energia e a tale velocità che si genereranno dei mini «buchi neri». C’è chi teme che ciò potrebbe innescare una specie di reazione a catena che porterebbe alla distruzione graduale del nostro pianeta divorato man mano dai black holes: non solo due ricercatori americani, Walter Wagner e Luis Sancho, che hanno addirittura cercato di bloccare l’esperimento per vie legali, ma anche uno scrittore italiano, Angelo Paratico, che ha tempestivamente pubblicato presso Mursia quello che si potrebbe definire non un instant book quanto una instant novel, sul tema: un thriller scientifico-apocalittico ben congegnato come tematica e suspense dal titolo, appunto, di Black Hole.

I

La fantascienza, dunque, segue di pari passo la scienza e assolve la sua funzione non solo di anticipazione, ma anche di critica. Come detto in un precedente intervento in questa rubrica, ridurre la science fiction a pura e semplice anticipazione scientifica è molto riduttivo, se ne limitano le potenzialità e gli orizzonti. All’inizio è stata soprattutto questo, ma non solo, e nel corso degli ottanta e passa anni di vita ufficiale ha assunto molteplici aspetti. Parecchie cose non le ha previste, in altri casi ha sbagliato tipo di previsione anticipando troppo alcuni eventi, ma se si pone attenzione si nota che oggi si stanno realizzando, o sono state ipotizzate per un prossimo futuro, diverse speculazioni letterarie della science fiction.Vale la pena di citarne alcune: i robot innanzi tutto.Tutti li abbiamo visti all’opera, compreso quello giapponese che dirige un’orchestra. È il sogno di Isaac Asimov che si avvera: e infatti uno di essi è stato battezzato

proprio «Asimo» in suo onore. Ma c’è di più: da un lato è in costruzione nell’Istituto italiano di tecnologia di Genova iCUB, un robot, o meglio un androide, di un metro di altezza che potrà fare tutto ma proprio tutto, compreso parlare: «Un robot personalizzato», come ha detto Giorgio Metta a TuttoScienze: sarà un «umanoide da compagnia», un robot-colf o un robot-infermiere. Da un altro lato si cerca di creare microprocessori che al posto di carbonio o silicio abbiano materiale

corpo umano trasmettendo a un monitor esterno le immagini che verranno lette dal medico che curerà così il paziente dal suo stesso interno. La vera novità è che il medico potrà guidare la «pillola» là dove riterrà meglio.

Nel film di Richard Fleischer la «entronave» medica conteneva un equipaggio miniaturizzato. Se oggi non siamo ancora riusciti a rimpicciolire a volontà la materia, stiamo procedendo con enorme velocità nelle miniaturiz-

Il 10 settembre verrà acceso il più grande acceleratore di particelle del mondo, il “Large Hadron Collider” del Cern, che fa temere per la tenuta del nostro pianeta e su cui è già stata scritta una instant novel. Per consolidare i legami tra fiction e realtà... organico, specie di neuroni. Un ulteriore marchingegno risale anch’esso ad Asimov e al film del 1966, da cui egli trasse il romanzo dallo stesso titolo, Viaggio allucinante (in originale però Fantastic Voyage). Il tedesco Fraunhofer Institute ha creato una «pillola» con all’interno una microscopica telecamera e altrettanto microscopici diodi per illuminare il «panorama»: la si ingoia ed essa inizia un «viaggio fantastico» all’interno del

zazioni elettroniche sempre più avanzate: sono le nanotecnologie che hanno - anche se pochi ne sono a conoscenza - già innumerevoli utilizzazioni. Una di queste è la lotta contro i tumori: lo scrittore di fantascienza Barry Malzberg aveva immaginato nel suo Uomini dentro esseri umani miniaturizzati che combattevano direttamente le cellule tumorali all’interno del corpo umano, oggi si ricorre a nanoparticelle che possono trasportare un farmaco

specifico che opera in loco, direttamente contro le cellule neoplastiche senza danneggiare quelle sane perché potrebbe essere pericoloso se fosse diffuso in tutto il corpo. Infine, le «vele solari». Immaginate da molti autori di fantascienza, e fra essi Ray Bradbury (Cronache marziane), Arthur Clarke (Il vento dal sole) e lo straordinario Cordwainer Smith (La navigatrice degli spazi), ora la Nasa dopo vari tentativi falliti le sta ripensando. Immense e sottilissime «vele» di silicio e alluminio che si dispiegano nello spazio e ricevono la spinta del «vento solare». NanoSail D costruito dall’ente spaziale americano è un piccolo prototipo, ma servirà a dimostrare che anche grandi astronavi possono muoversi grazie alla radiazione solare e veleggiare nel cosmo, anche dove essa sarà debole, eliminando così i pesanti e costosi motori-razzo. Si manovreranno come le vele marine, ha affermato Edward Montgomery del Centro Marshall, e in tal modo si potrà governare la rotta. E così avranno finalmente un senso le definizioni di Marina Spaziale e di pirati dello spazio che spesso si sono lette nei romanzi di fantascienza e che, trattandosi di astronautica evoluzione dell’aeronautica, ci erano sembrate a prima vista incongruenti...

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