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INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

di Filippo Maria Battaglia no su due potrebbe sembrare un caso, due su cinque una combinazione. Ma nove su dodici, no: indica senz’altro qualcosa di più significativo ed è una proporzione che forse invita a qualche riflessione. Prendiamo la dozzina di romanzi selezionati per il premio Strega, dai quali lo scorso giugno è stata scelta la cinquina che ha visto vincere qualche giorno fa al Ninfeo di Villa Giulia a Roma Antonio Pennacchi con Canale Mussolini. Ebbene, se si escludono Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino (Feltrinelli) e Bambini nel bosco di Beatrice Masini (Fanucci), tutti, ma proprio tutti, ruotano attorno al tema della famiglia. Non vi dedicano uno scorcio, una descrizione corriva, un accenno smozzicato: padre, madre, figli (e, a volte, affini) sono l’elemento centrale della narrazione, un perno irrinunciabile e molto spesso ultimativo. Non importa se la storia sia ambientata nei grigi casermoni di via Stalingrado a Piombino, in una Milano ricca e annoiata o in una Torino illuminata dai riflessi della Mole Antonelliana. Perché stavolta il contesto storico può anche apparire un ingrediente rilevante (come nel caso di Lorenzo Pavolini e del suo Accanto alla tigre, pubblicato da Fandango), eppure la triangolazione - o il duetto - della narrazione si svolge sempre dentro le mura di casa o lungo il filo della memoria che fa da trait d’union tra una o più generazioni. In Tutta mio padre, pubblicato da Bompiani e ingiustamente escluso dalla cinquina dello Strega, Rosa Matteucci racconta «la storia di una famiglia felice come tante e di una famiglia come una sola, l’unica famiglia che conosca: la mia». La scrittrice nata a Orvieto, certamente la più talentuosa narratrice italiana della sua generazione, aveva già affrontato il tema, spinoso, della figliazione in Cuore di mamma, ma stavolta il crinale è ancora più scosceso, complesso e autobiografico.

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INTERNI DI FAMIGLIA La nouvelle vague della narrativa italiana

Il suo modello tradizionale sarà forse naufragato, ma certo è che nove dei dodici romanzi candidati alla cinquina dello Strega (vinto nei giorni scorsi da Pennacchi) ruotano intorno a temi legati alla più antica comunità del mondo...

Parola chiave Babele di Maurizio Ciampa Kate Nash atto secondo di Stefano Bianchi

NELLA PAGINA DI POESIA

La “guida in versi” di Rocco Scotellaro di Francesco Napoli

Ronis in marcia verso l’armonia di Diego Mormorio

Ironie pacifiste su Osama bin Laden di Pietro Salvatori

Terra e incantesimi, due scultori a Pienza di Leone Piccioni


interni di

pagina 12 • 10 luglio 2010

La «storia vera di blasone nobiliare, uno scudo con nove palle e una corona» finisce così col trasformarsi in un destino se non comune, di certo condivisibile. E nonostante lo stile si faccia alle volte beffardo, apparendo spesso irriguardoso nei confronti del capofamiglia (che poi tanto capofamiglia, in fin dei conti non è), il romanzo della Matteucci pagina dopo pagina si traduce in un laico e appassionato Te Deum alla figura paterna. Un approccio decisamente diverso da quello di Matteo Nucci in Sono comuni le cose degli amici, edito da Ponte alle Grazie. La vicenda è quella di Lorenzo, di suo padre Leonardo e di un’elaborazione di un lutto più complessa e sofferta del previsto; i toni, stavolta, virano però nell’esistenziale e frenano una narrazione che a tratti può sembrare prigioniera di una descrizione troppo lirica.

Se la perfezione nasconde la tragedia di Pier Mario Fasanotti l titolo originale è Un homme tragique. Quello proposto dall’editore Jacobelli è Una famiglia perfetta. In questo aggettivo c’è un carico insopportabile di dolore e di ironia: la «perfezione», inseguita come paravento esistenziale, diventa «tragedia»: per se stessi e per i familiari. L’uomo in questione è il padre dell’autrice, Silvia Ricci Lempen, romana di nascita, ma ormai svizzera di adozione e narratrice in lingua francese. Il suo è uno dei tanti testi importanti, e a volte dimenticati, del Novecento che l’editore laziale recupera e ripropone al pubblico, in quanto chiavi di lettura di una certa realtà sociale e familiare. Un romanzo dalle marcate e sincere tinte autobiografiche, che tuttavia si eleva dalla singolarità quotidiana per diventare arazzo rappresentante epoche che si succedono, a partire dalla prima guerra mondiale fino al disordinato ed esaltante periodo della contestazione giovanile. L’autrice ripercorre le tappe, tutte dolorose, della sua esistenza (e non solo la sua) per approdare a quel che c’è di meglio nelle battaglie femministe: il recupero del sé, la libertà come gioia responsabile, il coraggio sereno dell’autonomia. L’homme tragique è una persona che ha una tale ossessione della razionalità da arrivare a essere dittatore con se stesso e con i familiari. I guasti causati nella psiche dei figli sono inimmaginabili. Silvia Ricci Lempen cammina a ritroso nella storia e ricorda la figura del nonno materno, costretto a indossare la divisa fascista e ad assistere a tutte le barbarie inflitte sugli individui, colpevoli proprio perché individui. Famiglia e nazione procedono a braccetto: il declino fisico del padre coincide con quello dell’Italia, un paese che danza sulla deriva, «giullare grottesco dell’Europa».

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Non soffre di simili problemi Un anno fa domani di Sebastiano Mondadori, un romanzo in cui - come ha scritto Cesare Segre - «chiacchiere da bar e immortalità dell’anima sono accostate con noncuranza (ed eleganza)». Al centro della storia, Vittorio, dietologo milanese di origini pugliesi che fa la spola tra Milano e Roma fino a quando deve vedersela con la morte tragica della moglie. Di lì in avanti, è un tourbillon di sensi di colpa e di trilli di telefoni inopportuni, di lacerazioni e di battute sconvenienti, di considerazioni sull’aldilà e di Negroni scolati al bar, in un frullato narrativo imprevedibile, dominato dall’ossessione di affrontare un tema delicato come la vedovanza nel solito cliché affogato di retorica. la figlia «dal balcone, dopo pranzo, quando Il rapporto padre-figlia può non era di turno alla Lucchini» e che la seavere mille declinazioni, scigue e la studia «attraverso le lenti del binovolare nell’imbarazzo o, colo da pesca», mentre la moglie, a trentapeggio, nell’indicibile. La tré anni, pensa alle sue coetanee in disconarrativa contemporanea teca e nel frattempo la sua bellezza di rase ne fa carico, come peralgazza meridionale finisce «in mezzo ai detro era già capitato in pastersivi» è un’immagine che non richiede sato, ma stavolta in modo commenti, note o chiuse convincenti. più garbato e scarno dei Convince invece decisamente meno Prenpiù recenti tentativi. Succede in Non ti voglio viciditi cura di me di Francesco Recami, che no di Barbara Garlaschelli, partiva da un’idea e una storia convincenti: il rapporto pubblicato da Frassinelli e tra una madre vecchia, malaambientato nel secondo dota e sospettosa e un figlio poguerra, e succede con ininerte, frustrato e aggrappato sospettabile delicatezza nel all’ultimo, miserabile scopo della romanzo dell’esordiente sua vita: agguantare il gruzzoletSilvia Avallone, Acciaio, to materno nella vana speranza su cui la Rizzoli ha puntadi svoltare. Il carico delle aspetto molto. In questo caso, tative del lettore si infrange prele novità sono due: la sto in una tenuta fragile dell’im(giovanissima) età della pianto narrativo, soccorsa però autrice e la maturità inda qualche scorcio introspettivo trospettiva che dimodi rara efficacia. Efficacia narratistra nell’affrontare teva che trova una sua conferma mi così insidiosi, speanche in Canale Mussolini (Moncie se la si paragona a gran parte della dadori) di Antonio Pennacchi, al narrativa contemponetto del fortissimo impianto ideologico della ranea, incapace storia che la innerva. La saga dei Peruzzi e quasi sempre di sudella bonifica dell’Agro pontino sembra Antonio perare una visione storicizzare una comunità e, insieme a esPennacchi ombelicale e autosa, un fittissimo legame di rapporti che, e la copertina referenziale dei se rapportato con gli altri romanzi pubdel suo libro, propri problemi. blicati in questi mesi, fa risaltare un paravincitore Il padre che spia del Premio Strega gone stridente e discorde sia nei toni che nelle reanno III - numero 27 - pagina II

famiglia

Un episodio, apparentemente marginale, illumina il carattere del padre che da vittima della storia (tornò dalla campagna d’Albania coi nervi e il fisico a pezzi) diventa carnefice. Un giorno scompare il cane. Dopo attese e affanni, un contadino lo riporta a casa. E lui non ha alcuna reazione. È come se avessero per sbaglio suonato alla porta. Assenza di emozioni, o meglio paura di farle affiorare, di sondarle, di convivere con esse. Il risultato è la dittatura di stampo niciano sui familiari. Non a caso l’autrice cita spesso il filosofo nichilista: «In realtà, amici miei, io mi aggiro in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti e membra degli uomini! E questo è spaventoso ai miei occhi: trovare l’uomo in frantumi e sparpagliato come su un campo di battaglia e di macello». Ma il padre di Silvia pare non accorgersi di camminare su un’umanità in frantumi, semmai vuole ricomporre in ogni istante i brandelli di un massacro per far ordine in un casellario che è soltanto immaginario - quindi dispotico - e imposto dalla paura di deragliare, di sbandare, di saggiare altri percorsi. Ovviamente il Sessantotto è, per lui, in primis sbandamento, ceffone criminale al volto dell’ordine costituito. L’autrice si confronta con Nietzsche negli anni universitari, contraddice il docente, si sofferma su un passo di Volontà di potenza, laddove si afferma che è normale che l’uomo, di tutti gli animali, sia il solo a saper ridere, perché è il solo che soffre abbastanza da aver dovuto inventare l’allegria.

lazioni. Ma qual è il risultato di questo ritratto di un interno familiare abbozzato dalla più recente narrativa contemporanea? Di conclusioni unanimi e condivise, non vi è neppure l’ombra. È comunque evidente, come ha ricordato su queste colonne qualche tempo lo stesso Sergio Belardinelli (in «Parola chiave», Mobydick del 12 giugno, ndr), che il modello tradizionale sembra ormai naufragato. Così come appare indubitabile che l’oleografia della famiglia del dopoguerra abbia mostrato i suoi limiti e la sua precarietà. Eppure, dietro le tante venature - alcune delle quali messe pietosamente in mostra dalle ultime opere dei narratori contemporanei - l’impianto centrale della più antica comunità del mondo sembra restare inattaccabile e solo parzialmente contestato.

È un risultato paradossale, ma che trova conferma anche nella narrativa. Così, nella Casa di Angela Bubba, un’altra giovanissima esordiente che col romanzo pubblicato da Elliot è stata una dei dodici scrittori in lizza per entrare nella cinquina del premio Strega. Nel racconto delle alterne vicende di una famiglia calabrese è il linguaggio a diventare definitorio e a ridefinire tutto, daccapo, quasi fosse in rivolta con tutto ciò che lo circonda e lo circoscrive. Eppure, al netto delle sinestesie e dei giochi retorici, La casa resta sempre lì, con le sue complicità e con i suoi rancori, anche quando diventa «tenda d’Oriente». Insieme alla famiglia calabrese che ne anima la storia e a una comunità che, al di là del grimaldello postmoderno, può essere criticata ma non abbattuta.


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parola chiave

rocede veloce il narratore del Libro della Genesi: la sua misura del tempo non è la nostra. Procede veloce e in un’incalzante successione di vertigini. Soltanto sette capitoli separano l’incipit della creazione («In principio Dio creò il cielo e la terra») dal rovinoso manifestarsi della distruzione («Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato»). Come se la creazione si ripiegasse su se stessa. Come se il suo spazio si dissolvesse in quell’apocalisse liquida che è il diluvio. E questo accade in sette brevi capitoli, soltanto poche pagine, certamente fitte, della Bibbia. In quell’arco tutto muta, mutano le parole e i gesti. La soddisfazione del sesto giorno che scivola nella benedizione del settimo precipita poi nel colpo d’occhio dolente sul paesaggio di corruzione offerto dall’umanità intera. Non qualche suo sporadico rappresentante, ma «ogni uomo» e, appresso a lui , per contaminazione, ogni vivente: «sono pentito d’averli fatti!», dice il Signore, prima appagato tanto da concedersi il riposo, ora pentito. E addolorato. Pentito e addolorato a tal punto da volersi correggere. E lo farà. Non manca di sintesi il nostro narratore, il suo sguardo abbraccia il mondo, la sua origine, la sua controversa evoluzione. In quei sette brevi capitoli stipa l’inizio e la fine, la creazione e la distruzione, il bene che esalta il creato e il male che lo insidia e lo deturpa. Si capisce ben presto che la storia umana proietta la sua parabola come fossero gli effetti di una caduta. Si capisce, ad esempio, con l’episodio di Caino e Abele, che fra il male e l’uomo c’è una stretta fatale, una mortale intesa. Non solo si frequentano, ma, in definitiva, si piacciono. Dunque nulla di nuovo. Nulla di nuovo se non l’estensione: «la malvagità degli uomini era grande sulla terra… e ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male». Se il male è l’infezione che ha intaccato l’intera «pianta umana», non c’è altro rimedio se non la chirurgia radicale, l’annientamento di «ogni carne, in cui è alito di vita». Attraverso il dilagare delle acque, il diluvio, Dio cancellerà la sua creazione. Resteranno i nomi dei viventi, precarie colonne dell’essere, ma resteranno come vuoti simulacri.

P

Con il defluire delle acque, la vita tornerà a fermentare, ma anche il male riprenderà la sua strada tornando a incrociare il cammino degli umani. Accadrà a Babele, attorno alla sua mitica torre. Dopo il diluvio, Babele. L’episodio occupa pochissime righe (Genesi 11, 1-9), quasi una parentesi nel mezzo del racconto su come la popolazione della terra si distribuisce dopo il diluvio. Vale la pena rileggere le righe se non altro per capire il lungo percorso fatto nei meandri dell’immaginazione umana, almeno apparentemente, senza grandi variazioni nel tempo. Babele è il luogo della dispersione e della confusione delle lingue, il nuovo scenario della protervia umana e del suo azzardo, dove la molteplicità delle forme non

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BABELE La cultura del ’900 è disseminata di Torri come quella biblica. Gesti di ribellione, protervie intellettuali erose dalla rovina e finite in polvere come in quell’antica vicenda. Dal Libro della Genesi a Ground Zero...

L’azzardo e la misura di Maurizio Ciampa

Victor Hugo, Roger Caillois, Franz Kafka, Jorge Luis Borges e Paul Auster. La parabola della città dove le lingue si confondono e si disperdono dando origine all’incomunicabilità, si è incuneata nella letteratura del secolo scorso. Solo Zumthor ne ha riscattato la radice oscura esplorando il nostro desiderio di essere e dire è più governata. E tale resterà. Da sempre, o da allora, la torre spezzata di Babele è lì per segnalare il limite superato, la misura trasgredita, l’eccesso intrapreso dall’umano, cui fa seguito un nuovo impeto distruttivo nonostante l’impegno che il Signore si era assunto dopo la devastazione del diluvio: «Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo… né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto». Maledirà invece e nuovamente colpirà, anche se su un’area più circoscritta. «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’Oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono.

Si dissero l’un l’altro: “Venite facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”… Poi dissero:“Venite costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome per non disperderci su tutta la terra”. Ma il signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si

chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra». Questa è la Babele tratteggiata nel Libro della Genesi, dopotutto non troppo lontana dall’immagine che si è andata stratificando nel tempo fino a oggi. Quando nell’immediato dopoguerra (1946), Roger Caillois, uno degli esponenti di spicco del movimento surrealista da cui poi si distaccò, mette mano al suo Babele, è poi questo che immediatamente estrae dal coacervo delle immagini accumulate: l’azzardo, la sfida, il progetto al limite del pensabile. Insomma l’assalto al cielo, il gesto di ribellione che sovverte le regole della geometria e le leggi della fisica. E perché mai un surrealista si prende tanto a cuore le articolazioni della razionalità costruttiva? Forse Roger Caillois non è più un surrealista! La guerra (Caillois si era impegnato nella liberazione della Francia dall’oppressione nazista) ha mutato le prospettive. Quante torri sono crollate! Quanti umani progetti hanno rivelato il loro cuore vuoto! L’Europa è un ammasso di rovine. Si tratta allora di guardare diversamente alle tante torri di Babele disseminate nella cultura del Novecento, ai gesti di ribellione, agli azzardi intellettuali erosi dalla rovina e finiti in polvere come quell’antica torre. L’intelligenza delle cose che si è andata temprando in quel drammatico passaggio storico è chiamata a una profonda revisione. L’azzardo ora è questo. Ora l’azzardo è la misura. Babele di Caillois segna questo nuovo corso denunciando lo smarrimento dell’intellettuale nella confusione di lingue che si sono andate disgregando e svuotando.

«Questo libro è il resto spaventoso di Babele, è la lugubre Torre delle cose, l’edificio del bene, del male, delle lacrime… È l’epopea umana, aspra, immensa, crollata», dice Victor Hugo nella Legende des siècles alla metà dell’Ottocento. E nel primo ventennio del secolo Franz Kafka, che a lungo si è andato accompagnando all’immagine della Torre, quasi fosse un’ombra, un suo personale fantasma, Franz Kafka parla della «fossa di Babele». La Torre non c’è più e non ci sono più neppure le sue rovine, ma c’è il segno tangibile del fallimento, il punto circoscritto del crollo ormai avvenuto, un immane Ground Zero che va a occupare tutto lo spazio del secolo. Termina qui la parabola di Babele? Essa s’incunea nella letteratura del Novecento, ne invade l’immaginazione e procede anche oltre, tra Borges e l’americano Paul Auster. Forse c’è una sola straordinaria eccezione, quella della Babele di Paul Zumthor, grande studioso di letteratura medievale, che a Babele ha dedicato la sua intera vita (il libro è uscito, postumo, nel 1997 e tradotto in italiano da Il Mulino). Perché eccezione? Perché Zumthor riscatta le tenebre di Babele, la sua radice oscura, che diventa piuttosto esplorazione dell’incompletezza e della frammentarietà, la parte viva del nostro desiderio d’essere e di dire.


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Pop

pagina 14 • 10 luglio 2010

ne’s A Victim, mentre la Fiction Records dà alle stampe Foundations che raggiunge il secondo posto della Top Ten inglese. Confusa e felice, la ragazza è finalmente pronta con l’album, Made Of Bricks:

di Stefano Bianchi fodera una voce rabbiosamente timida (o timidamente rabbiosa?) come quelle di Sinéad O’Connor e Dolores O’Riordan. Talvolta, ascoltando i suoi pezzi, verrebbe da dirle vola più basso, non strafare. Ma lei è fatta così: timida e rabbiosa come My Best Friend Is You, il suo secondo disco. Londinese, ventitre anni, incapace d’accettare consigli come gran parte delle novelle (e un tantino spocchiose) cantautrici, Kate Nash è capitata nella musica più o meno per caso. D’accordo, da piccola prende sporadiche lezioni di pianoforte ma la sua ambizione è recitare. Tant’è che da teenager si presenta all’Old Vic Theatre School di Bristol per un’audizione, ma floppa. Smaltita la delusione, il destino le fa lo sgambetto facendola cadere dalle scale. Il piede, fratturato, la costringe all’immobilità ma non alla noia, esorcizzata dalla chitarra elettrica che mamma le regala. Kate strimpella, abbozza canzoni e una volta guarita decide di proporle ai frequentatori di un pub. Debutto incoraggiante, dopodiché il mini repertorio va in rete, su MySpace, apprezzato e cliccato dalla community. Nel 2007, tra febbraio e giugno, l’etichetta indipendente Moshi Moshi le pubblica in mille copie e solo su vinile il singolo Caroli-

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musica

basso, sintetizzatore) ed Elliott Andrews (batteria), la Nash alle prese con pianoforte e chitarra passa con scioltezza dal disimpegno all’impegno. Se Paris è svolazzante e impaziente, I Just Love You More è rumorista e lunaticamente rock come certe cose di PJ Harvey. Se Kiss That Grrrl è danzerina come le canzoni da

Con rabbia e timidezza: Kate Nash atto secondo

Jazz

primo in Gran Bretagna, ottavo in Irlanda, trentaseiesimo in America. E un brano del disco, Merry Happy, non solo fa da colonna sonora a un episodio tivù di Grey’s Anatomy ma trova spazio nella fiction italiana Amiche mie. La consacrazione, infine, arriva a febbraio 2008: nel giro di un paio di settimane Kate Nash si porta a casa un Brit Award come miglior artista femminile e un Nme Shock Award come miglior solista. Date le incoraggianti premesse, ci voleva un nuovo album che «spaccasse», come si suol dire. Kate, allora, ha scelto di farsi produrre My Best Friend Is You da Bernard Butler (ex chitarrista degli Suede) e ha sviluppato brani eclettici, qua e là sperimentali, che imboccano rabbiosamente e timidamente parecchie direzioni. Accompagnata da Brett Alaimo (chitarra), Jay Malholtra (chitarra,

festa scolastica anni Cinquanta ed Early Christmas Present ha il guizzo di un’ariosa filastrocca, I’ve Got A Secret svela un’identità mistica e psichedelica. E via così, fra trascinanti sfumature folk (Don’t You Want To Share The Guilt?) e parole incazzate che dialogano col ritmo tribale (Mansion Song); spensieratezze anni Sessanta che fanno rima con un’altra cantautrice, Duffy (Do-Wah-Doo) e l’apparentemente folk (perché punk nella sostanza) di Take Me To A Higher Plane. Posso permettermi, talentuosa Kate, un consiglio? Dai un seguito, in futuro, alle veraci emozioni di Later On; all’intimismo di Pickpocket che ti fa somigliare come una goccia d’acqua a Suzanne Vega; alla disarmante dolcezza per voce e chitarra acustica di You Were So Far Away. La rabbia, se puoi, lasciala perdere. Nel tuo caso, suona un po’ stonata. Fai vincere la timidezza, piuttosto. Ne varrà la pena.

Kate Nash, My Best Friend Is You, Polydor, 15,90 euro

zapping

La fenomenologia DI GEMMADELSUD di Bruno Giurato

ei per la condivisione del sapere? Sei per l’abbattimento delle gerarchie? Sei contro le mediazioni che impongono scelte una volta almeno egemoniche ora sordidamente mercantili, e invece hai un climax etico quando pensi alla libertà peer to peer e alla Rete, luogo della Libertà? Allora beccati Gemmadelsud, l’idolo di youTube. Fai una ricerca, troverai i suoi video dove canta le canzoni di Anna Tatangelo, Lady Gaga, ma c’è anche una preziosa versione di Unni mi chiovi mi sciddica. Ogni video di Gemmadelsud scatena fiumi di commenti, anzi a essere precisi di insulti che post-modernamente potrebbero valere come elogi. Perché la nostra Gemma è davvero fuori dal comune. Canta sdraiata sul letto, balla rotolandovisi in modo che qualche angolo della scollatura parta per traiettorie inverosimili, stona come se avesse appena respirato il gas del palloncino più ammoniaca. Gemma si chiama Francesca, è minorenne, ha un fidanzato geloso che le cancella i video postati. Tempo fa su Yahoo answers ha chiesto come incastrarlo con una gravidanza indesiderata. Ma questa sarebbe cronaca, mentre a noialtri interessa la simbolica. Cioè il fatto che il «paese senza» che diceva Arbasino, cioè lo spiccio mix tra pratiche e stili di vita diversi, l’Italia come culla del postmoderno ante litteram, nel postmoderno ricade. Perché tanta gente si prende la briga di guardare Gemmadelsud? Perché alla fine gode della propria superiorità. Un po’ il meccanismo di cui parlava Umberto Eco a proposito di Mike Bongiorno, ma potenziato grazie alla Rete, ai commenti, all’interattività. Immersi nell’euforia del relativo guardiamo l’orrendo. Perché nel fondo petto di ognuno c’è una Gemma che urlacchia.

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Ottanta memorabili minuti con Jo Jones & Co. cco un disco ripubblicato di recente che non ci stancheremo mai di consigliare a tutti, appassionati e musicisti. Sono incisioni che risalgono a oltre cinquant’anni fa, ma che conservano tutta la freschezza e la straordinaria vitalità che possedevano quando le case discografiche Vanguard ed Everest le misero sul mercato a nome del batterista Jo Jones. Originalmente pubblicate in due diversi dischi a 33 giri, ora sono state raggruppate in un unico cd della durata di quasi ottanta minuti. Nelle due occasioni l’illustre batterista Jo Jones - che aveva trascorso la sua vita nell’orchestra di Count Basie - si circondò di alcuni fra i migliori solisti dell’epoca, le trombe Emmett Berry e Harry Edison, i suoi colleghi di sempre, il contrabbassista Walter Page e il chitarrista Freddie Green, ma anche musicisti giovani e di stili più avanzati come il trombonista Benny Green, il pianista Tommy

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di Adriano Mazzoletti Flannagan, il contrabbassista Tommy Potter e il sassofonista tenore Thompson, Lucky grande personalità del jazz la cui influenza su John Coltrane è stata determinante. Il cd dal titolo Jo Jones Special Septet è pubblicato da una nuova etichetta che si presenta sul mercato con il nome di Poll Winners Records. Iniziativa assai lodevole in quanto le incisioni vengono scelte solo sulla base dell’eccellenza desunta dal giudizio che avevano ottenuto al momento della loro uscita. Infatti i due long playing furono recensi-

ti dalla rivista americana Down Beat, con la qualifica di «eccellente». La presenza di Lucky Thompson - il cui stile originale lo ha reso uno dei più interessanti sassofonisti tenori di ogni tempo rende le incisioni inserite nel cd preziose per lo studio di questo musicista la cui difficile vita si è conclusa tragicamente il 30 luglio 2005 in un ospedale di Seattle, nello Stato di Washington, dove era stato ricoverato a causa dell’Alzheimer che lo aveva colpito anni prima, riducendosi alla miseria, vagabondo senza casa

né lavoro. Già nel 1975, però, dopo un periodo felice passato in Europa (Francia, Svizzera, Italia dove aveva partecipato a diverse trasmissioni tv), tornato negli Stati Uniti si era ritirato, a soli cinquant’anni, dall’attività musicale, disgustato dall’atteggiamento che riteneva discriminante nei suoi confronti da parte del mondo del jazz che in quel periodo aveva subito un grande cambiamento. Ma Lucky era uno dei musicisti che più di ogni altro aveva contribuito a modificare lo stile del jazz, collaborando prima con Charlie Parker e Dizzy Gillespie, in seguito con Miles Davis, ed era altamente apprezzato. La depressione che lo colpì in un momento importante della sua carriera musicale, forse era dovuta alla malattia che stava iniziando il suo inesorabile percorso.

Jo Jones Special Septet, Poll Winners Records, Distribuzione Egea


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arti Mostre

i è inaugurata a Pienza la mostra di due artisti locali di grande personalità: Emo Formichi e Piero Sbarluzzi. La mostra resterà aperta tutta l’estate presso la Galleria d’arte «Terrecotte artistiche pientine». Più noto e con risonanza nazionale, con opere distribuite in tante città, chiese, musei anche fuori d’Italia, lo Sbarluzzi. Scultore forte e vigoroso con un piglio plastico che si può far risalire sia nell’antico tempo toscano che in certe opere contemporanee come quelle di Giacomo Manzù. Suoi i grandi pannelli sui lavori agricoli, i suoi nudi, i suoi ritratti in presenza, quando vuole, anche di un sottile sentimento di liricità (si vedano certi ritratti di bambini) e comunque di grande partecipazione umana. Sul terreno della ispirazione religiosa è anche Maestro. Memorabili i suoi «Cavalli e cavalieri» che si incontrano frontalmente, e il suo «Cavallino», che fa come da insegna alla sua mostra permanente nella sua bottega di splendide ceramiche. Graziella Magherini, che presenta la mostra, scrive per Sbarluzzi della sua «pienezza di figure e un’armonia di forme, in stasi e movimento di carettere narrativo di grande impatto visivo ed emotivo». Nel catalogo della mostra, assai bello, edito da Nicomp a cura di Alfiero Petreni e Roberto Vigevani, scrivono di lui tra gli altri Antonio Paolucci, Enzo Carli,Vittorio Sgarbi, Mario Guidotti e altri. Tempo fa anch’io ho scritto dell’opera dello Sbarluzzi dicendo di un suo «percorso raro ed esemplare, con una linea ininterrotta che va dal lavoro artigianale a quello artistico generando linfa che da un lato all’altro si diffonde e si arricchisce generosamente». Secondo Vittorio Sgarbi per questo scultore bisogna fare riferimento alla Toscana: «Troppi, e troppo stretti sono i legami di Sbarluzzi con la sua terra - scrive Sgarbi - culturali e materiali. Sbarluzzi ha concepito il suo mestiere come avrebbe fatto un artista rinascimentale toscano in un senso innanzi tutto

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Moda

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La terra e gli incantesimi, due scultori a Pienza di Leone Piccioni artigianale, facendo pratica fin dalla giovane età nella fornace paterna a Pienza, e poi nella Scuola Sociale di Chiusi allestita da Don Coltellini».Tutt’altra la presenza di Emo Formichi. Da molti anni lavora con umili e consueti oggetti come forchette, coltelli, zappe, vecchi tubi di scappamento, cucchiai, marmitte di vecchie auto e altri materiali ancora, sia di piccola che di grande dimensione. Nessun uso, dunque,

del normale materiale per la scultura. I risultati sono di una sorprendente felicità. Il Formichi quando guarda pare che passi sempre attraverso un incantesimo. Il suo sguardo è penetrante non meno forte dell’immaginazione. E per incantesimo ecco i suoi uccelli, le ballerine, i Pinocchi, i cavalli, le macchine un po’ reali e un po’ inventate fino a una vera e propria descrizione della battaglia partigiana di Monticchiel-

lo. Tutto questo risulta da una sua innata eleganza. Ha scritto di lui molto bene Piero Torriti, ma molti e importanti sono i critici che si sono interessati alla sua opera, tra questi anche Mario Luzi. «Emo Formichi scrive il Torriti - già ottimo artigiano restauratore e creatore di mobili d’epoca giunge da un suo personalissimo modo di fare Arte a un linguaggio e quindi a forme che ti si aprono all’improvviso come un incanto». E si citano sia Calder che Picasso. «Da questi sforzi l’artista sembra torni alle origini della natura che attraverso millenni dominò il Caos primigenio sino a giungere a immagini liriche come il mattino di primavera o il tramonto d’autunno».

Un uomo al passato rivisitato con spudoratezza

a giacca di Marlon Brando nel film Il Selvaggio e, per i più colti, quella di Bruce Chatwin con la tasca dove infilare una moleskine (l’ha fatta Henry Cotton’s), la maglia a righe di Picasso, il Mountain Parka di Robert de Niro nel Cacciatore, i pantaloni militari con lacci, tasche e zip di Tom Hanks in Salvate il soldato Ryan, la felpa di Sylvester Stallone-Rocky. Dal Pitti alle sfilate uomo di Milano, passando per le presentazioni e le vetrine, è tutto un incrocio di ammiccamenti e citazioni cinematografiche che trasformano l’influenza del vintage in novità. Dal giaccone di John Wayne (però in cotone gommato) alla Google Jacket di C.P. Company, riedizione di quella creata per la grandiosa Mille Miglia del 1869, si celebra il ritorno al passato, data l’incertezza del futuro. E mentre da un lato si schierano uomini veri con rudi tenute sportive, rubate ai biker, ai velisti, ai golfisti, rivisitate nei mate-

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Dalla collezione Scervino

di Roselina Salemi riali e nelle forme, rese più glam e pensate per contenere gli indispensabili iPhone e iPad, dall’altro torna il foulard annodato al collo, molto anni Settanta (Gucci, Zegna) , torna la seta stampata, torna il taffettà e sbucano colori, come un acceso turchese (Calvin Klein, Jil Sander), che non si vedevano da un pezzo. Il lato positivo è che quest’uomo disorientato potrà scegliere tra il minimalismo di Prada (blusa con le maniche corte, taglio camice da chirurgo, pantaloni e giacche blu, forte citazione della tuta da operaio con il marsupio che sembra un sacchetto porta attrezzi da agganciare alla cintura) e la svolta «cattiva» di Emporio Armani: pelle tagliata al laser e lavorata a squame, bermuda da portare con i leggins neri - novità per la moda maschile - e catene alla vita. Tra le belle giacche di Ermanno Scervino, da osare a torso nudo, e i pantaloni a vita alta di DSquared2 (l’ispirazione cinematografica è American Gigolo) , i quadrettini Vichy di D&G e le camicie di Etro in georgette, tutto ultraleggero. Il lato negativo è che per vestirsi così ci vuole il fisico, l’età e un’indispensabile spudoratezza, tanto è vero che si comincia già a discutere sul limite anagrafico consentito ai bermuda in città.

La moda deve esorcizzare la noia. Perciò ogni stilista, anche nel classico-vendibile ha messo un pizzico di stranezza. Nelle corte giacche di Giorgio Armani, i bottoni tirano sul petto (servono a mettere in evidenza, si spera, un invidiabile torace ), la cravattina di Ballantyne è incorporata nel colletto e si estrae all’occorrenza, una finta fodera scende dalla gamba dei bermuda di Iceberg (che esagera con l’effetto vissuto, strappicchiato, mangiucchiato: topi?) e i giubbotti di maglia Moncler Gamme hanno il tascone portavivande sulla schiena. Questo, e molto altro, come i sandali francescani (un po’di penitenza ci toccherà), le babbucce di pelle stampata, il doppiopetto che sembra denim ma è cachemire e seta, e i pantaloni genere pigiama a righe (Ferragamo) portati con disinvoltura sotto una giacca formale, aspetta gli uomini alla prova guardaroba dell’estate 2011. Hanno un anno di tempo per prepararsi.

Dalla collezione Armani


MobyDICK

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il paginone

Geometrie del cuore: questo sono le fotografie di uno dei più grandi cacciatori di immagini del Novecento a cui Parigi dedica in questi giorni un’importante retrospettiva. L’ordinarietà della vita colta con garbo e partecipazione ma anche con gentile distacco, nell’attimo in cui tutte le cose sembrano trovare un perfetto equilibrio di Diego Mormorio

«Q

uando esco con la mia macchina fotografica non vado alla ricerca del Graal», diceva Willy Ronis. Ma a guardare le sue fotografie risulta chiaro che il Graal è sotto i nostri occhi. È evidente che egli lo ha trovato e ce lo porge con un candore che risulta straordinario nella famosissima fotografia della chiatta. Un’immagine per nulla eclatante. Anzi, di una semplicità disarmante. Si vede l’acqua della Senna scorrere verso la Manica, una chiatta scivolare su di essa e due bambini che, senza pensare alla vastità degli oceani o ai traffici degli uomini, sono soltanto presi dai pensieri che accompagnano il loro gioco. Ecco, il Graal è qui, una coppa in cui è contenuto tutto il mondo e dove ogni cosa sembra andare per conto

proprio, mentre in realtà va verso lo stesso luogo, quello della coppa che lo contiene, dove ognuno - senza sbagliare - sa di essere il centro. Nelle fotografie di Ronis (cui la Monnaie di Parigi dedica una grande mostra, ideata dallo stesso fotografo nelle settimane precedenti la sua morte, avvenuta l’11 settembre 2009) non succede niente di straordinario. La vita si presenta nella sua meravigliosa ordinarietà. Non c’è sangue né morti ammazzati. Tutto è detto con delicatezza, con garbo, con partecipazione e, al tempo stesso, con gentile distacco. Nel suo Sur le fil du hazard, uscito da Contrejour nel 1980 e pubblicato lo stesso anno in Italia da Jaca Book, Ronis diceva: «Le mie fotografie non sono una forma di rivincita contro la morte e non mi intendo di angoscia esi-

La marcia di Ro verso l’armonia

Morto due anni fa, appassionato di musica ma costretto agli studi di giurisprudenza, approdò al mestiere di fotografo nel negozio del padre ritrattista. Ma a 26 anni, nel 1936, gli preferì la strada stenziale. Non so nemmeno dove vado, so solo che cammino incontro - più o meno fortuitamente - a cose o a persone che amo, che mi interessano, mi disturbano o mi aggrediscono».

In realtà, più che verso ciò che lo disturba, Ronis va verso ciò che lo attrae, o più semplicemente lo incuriosisce. Soprattutto, egli è in marcia verso l’armonia. Nel disordine della realtà quotidiana, egli non cerca fatti eclatanti, ma, nel consumarsi del divenire, cerca degli attimi in cui tutte le cose sembrano trovare un perfetto equilibrio. «Trasformare il disordine in armonia, questa è la ricerca costante del cacciatore di anno III - numero 27 - pagina VIII

immagini», diceva Ronis. E aggiungeva: «Una foto significativa è una foto funzionale, nel senso più bello del termine. La funzione di una foto consiste nella sua capacità immediata di sintetizzare la propria intenzione. Il fotografo non passeggia, naturalmente, con la griglia della sezione aurea nel mirino, egli l’applica generalmente per intuito, con l’inevitabile e felice flessione nata dalla sua particolare sensibilità. La bella immagine è una geometria modulata dal cuore». Ed è questa una frase perfettamente rispondente alla celeberrima espressione di Henri Cartier-Bresson di qualche anno prima (1976): «Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio, il cuore». Riprendere fotografie, nell’accezione di Ronis, come del suo amico Cartier-Bresson, è essere consapevolmente dentro il divenire, oltrepassandolo. Per-

ché, per dirla ancora con le parole di Cartier-Bresson: «La fotografia è l’impulso spontaneo di un’attenzione visiva perpetua che capta l’istante e l’eternità». Per i fotografi come Willy Ronis, fotografare è cercare nell’attimo tutto il tempo passato e l’infinità del futuro; è vedere l’universo intero rispecchiarsi in una pozzanghera o negli occhi di un essere qualunque. E tutto ciò senza voler essere filosofi, con disarmante naturalezza. Questa, infatti, è l’arma dei grandi fotografi. In ogni punto del mondo, essi sentono di essere al centro, al principio e affacciati sull’interminabile. La fotografia vissuta con la loro intensità va oltre ogni limite, così come ogni arte. È, insieme, sperimentazione della finitezza e.dell’infinità. È un salto nella pozzanghera, appunto, un volo. Qualcosa che il grande pubblico deve ancora imparare a leggere.

L’arte non ha orario, si sa. Un artista è tale anche quando dorme. In ogni dove. Un fotografo resta tale sempre, anche quando non sta facendo alcun lavoro su commissione o nessuna ricerca particolare. Prima ancora che per necessità mate-

riale, egli fotografa per bisogno interiore. Fotografa perché, soltanto fotografando, vive l’esistenza del mondo. Per Willy Ronis le fotografie fatte sotto il tetto di casa non sono per nulla diverse da quelle fatte lungo la Senna, sotto il ponte di Austerlitz, in un circo o a Marsiglia. Due delle sue più belle immagini, direi fra le più indimenticabili, raffigurano fatti strettamente privati. Si tratta del Nudo provenzale e di Vincent (il figlio di Nudo provenzale), riguardanti la moglie e il figlio Vincent. La prima, una fotografia di un candore straordinario, fu ripresa a Gordes, in Valchiusa (che il fotografo ebbe cara forse non meno di Petrarca), durante le vacanze dell’estate 1949. Mostra la giovane moglie Marie-Anne nuda di spalle, mentre si sciacqua il volto in una bacinella. Ronis ricordava così la nascita di questa immagine: «L’estate del 1949 fu particolarmente torrida. Stavo facendo piccoli lavori nel granaio. Vincent, nove anni, dormiva nella sua camera. Per cercare un utensile che mi mancava scendo la scala di pietra che passa per la nostra camera. Marie-Anne, che


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Due ritratti di Willy Ronis a cui è dedicata fino al 22 agosto alla Monnaie di Parigi una grande mostra. Sotto il titolo, “Nudo Provenzale” e “Vincent (il figlio di Nudo Provenzale)”. A destra (dall’alto in basso): “Ballo all’aperto”, “Bruges”, “La chiatta dei bambini”, “Luna Park”, “Pioggia a Place Vendôme” e “Venezia”

Ronis ia

emerge dalla siesta, si rinfresca con l’acqua della catinella, giacché l’acqua corrente si trova solo nel lavatoio. Le dico: resta come sei e, prendendo l’apparecchio dalla cassapanca, risalgo di qualche passo e scatto tre volte; poi me ne dimentico perché c’erano molte foto da fare durante queste vacanze appena iniziate. Fu una bella sorpresa, una volta rientrati a Parigi, quando feci lo sviluppo, ma il destino di questa foto mi sorprende ancora».

L’altra immagine riguarda Vincent («il figlio di Nudo provenzale»), vale a dire di MarieAnne, ripresa nella stessa casa tre anni dopo. Stando all’interno della casa, il ragazzo ormai dodicenne, viene ripreso del padre, mentre gioca con un modellino di aereo in giardino. Si tratta, ripetiamo, di due immagini bellissime. E quello che Ronis dice a proposito del Nudo provenzale risulta particolarmente interessante. Veniamo a sapere con certezza che non si tratta né di una foto posata né di un’immagine colta al volo, ma di queste due cose insieme. Se non sapessimo che Ronis ha chiesto alla moglie di rimanere nella posizione in cui lui l’aveva sorpresa, potremmo pensare che Nudo provenzale sia un’immagine colta al volo. Allo stesso modo, se non sapessimo questo fatto e guardassimo con attenzione la luce e la sistemazione dei pochi oggetti che sono presenti nella stanza, potremmo pensare che si tratta di una foto posata: di un soggetto in una location. Normalmente, o il più delle volte, le fotografie appartengono all’una o all’altra specie, e molti sono convinti che il fotografo reporter debba portare a casa soltanto immagini prese al volo, e cioè nell’attimo in cui le ha viste, à la sauvette. Si è altresì convinti che solo queste ultime immagini dicano la verità. Così da diversi anni c’è un’accesa discussione intorno a una celebre fotografia di Robert Capa (anch’egli amico di Ronis): Il miliziano colpito a morte, ripresa durante la guerra di Spagna. Sembra accertato che il miliziano repubblicano non sia morto, cosicché alcuni sostengo che si tratta di un inganno. Caso ancora più significativo è stato quello di Eugene Smith (fotografo che anche Ronis considerava fra i maggiori del Novecento). Alcune delle sue fotografie non sono state riprese à la sauvette come si era supposto, ma sono frutto di una manipolazione costata all’autore molto lavoro. Il celebre ritratto del dottor Albert Schweitzer con l’uomo nero alle spalle è stato ottenuto sovrap-

ponendo due negativi (e aggiungendo gli elementi della sega e della mano in basso a destra); gli occhi delle donne della celeberrima veglia funebre del villaggio spagnolo sono stati ritoccati col ferrocianuro in modo che fossero rivolti nella direzione voluta dal fotografo; dalla fotografia del pazzo sono state cancellate le altre persone che erano presenti; sugli occhiali dell’operaio di Pittsburg sono stati inseriti i bagliori di una fornace; così come il bagno della piccola Tomolo di Minamata è stato illuminato da due flash elettronici. Dopo aver saputo ciò, alcuni hanno creduto che il valore di Smith dovesse considerarsi diminuito. In realtà ciò non toglie niente alla sua grandezza, perché ciò che conta non è come un autore sia giunto a certi risultati, ma semplicemente che ci sia giunto. Queste fotografie, infatti, continuano a dire la verità che Smith voleva dire, a suggerirci i sentimenti che voleva suggerirci. Allo stesso modo Il miliziano colpito a morte di Capa continua a sintetizzare il dramma della guerra di Spagna. La fotografia non è, come molti continuano a credere, una sorta di certificazione tribunalizia. È, come tutte le arti, un cammino

Dal loro matrimonio nel 1910 nacque Willy Ronis, precedendo di otto anni il fratello, dopo la cui nascita la madre abbandonò la professione di musicista, per dedicarsi interamente ai figli. Il fotografo crebbe, dunque, in mezzo alle discussioni musicali, suonando il violino e con una grande passione per l’arte, che lo portava quasi tutti i giovedì ad andare al Louvre, mentre la domenica, per il concerto dell’Orchestre Colonne, faceva la coda per prendere un posto nel loggione. Dopo il liceo dichiarò di voler diventare compositore. I genitori, che speravano per lui un futuro di funzionario, si allarmarono. Per rassicurarli Ronis affiancò alla musica gli studi di giurisprudenza, ma fu subito chiaro che il diritto non era nelle sue corde. Per pagarsi le lezioni di armonia faceva il «secondo violino» in un ristorante dei Champs Elysées. Dopo i disastrosi risultati universitari, parte per il servizio militare e, al ritorno, nel 1932, è costretto ad andare a lavorare nel negozio del padre, gravemente malato.

A quel punto - considerata anche la «furia distruttrice» con la quale la madre aveva giudicato le su composizioni -

Diceva di non andare alla ricerca del Graal. Ma le sue opere sono una coppa in cui è contenuto tutto il mondo. Guardare “La chiatta dei bambini” per credere... Tutto iniziò con una Kodak 6,5x11 verso la verità e verso la bellezza. Indipendentemente dalla via. Questo Willy Ronis lo sapeva perfettamente, perché lo sperimentava quotidianamente. Così, con autentico candore, ha raccontato come è nato Nudo provenzale. Egli è stato fotografo dell’antiretorica per eccellenza e uomo di una schiettezza veramente rara, come mostra di essere nel ricordo della morte del padre, avvenuta nel 1936, quando lui aveva ventisei anni. «I problemi immediati della sopravvivenza mi aiutarono a superare il mio lutto. Il padre che avevo perduto era la mia vera madre e io conservo ancora per questo essere di una intelligenza assai mediocre, di una cultura assente, ma di un’allegria costante e di una infinità generosità, un culto di cui il peso degli anni non ha mai attenuato il fervore». Il padre di Ronis era un ebreo di Odessa, arrivato a Parigi nel 1901, all’età di ventinove anni, che grazie alle sue buone qualità professionali trovò lavoro come fotografo-ritoccatore nello studio di un fotografo ritrattista con una buona clientela nell’alta borghesia. Appassionato di «bel canto», due anni dopo, in un circolo musicale, incontrò una ragazza di origini lituane.

abbandona il proposito di fare il compositore. Aveva così davanti a sé la strada della fotografia, sulla quale, negozio a parte, si era incamminato sei anni prima, quando per il suo sedicesimo compleanno aveva chiesto al padre in regalo una Kodak 6,5x11, con la quale aveva ripreso le sue prime immagini, e ci aveva «preso gusto». «Ero cresciuto - dice Ronis -, ero maturato, e quello che solo molto confusamente avvertivo nei primi anni della mia giovinezza, scoppiò improvvisamente con violenza. Adoravo mio padre, ma detestavo la produzione dello studio. Papà era un santo. Lavorava da solo per sfamare quattro bocche, pagare gli studi dei suoi figli, i capricci di sua moglie e le nostre lunghe vacanze. Ma appunto i suoi sacrifici mi avevano formato un altro gusto, diverso dal suo, e quest’embrione di cultura aveva sviluppato in me un sentimento di rigetto per tutto quello che onestamente e ingenuamente lui considerava bello». A ventisei anni, nel 1936, alla morte del padre, Willy Ronis abbandonò il negozio e si mise sulla strada per diventare uno dei migliori fotografi del Novecento.


Narrativa

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a più parti, soprattutto in Germania e in particolare dopo che l’anno scorso le è stato riconosciuto il Premio Nobel, Herta Müller viene accusata di riscrivere sempre le stesse storie. Tuttavia, non si può non riconoscere il lavoro di cronista della quotidianità in regime di dittatura svolto dalla Müller, la scrittrice appartenente alla minoranza germanofona rumena e oggi residente a Berlino, dove giunse nel 1987 dopo essere fuggita dal proprio paese. Nata nel 1953 e cresciuta nella regione del Banat, dove fu presente una robusta enclave di lingua tedesca, la scrittrice ha vissuto la propria infanzia in Romania sotto il regime di Ceausescu come «scuola di paura», come lei stessa l’ha definita, e quell’esperienza ha finito col diventare il contenuto di gran parte delle sue opere. Dopo aver studiato all’università di Timisoara e aver lavorato per alcuni anni come traduttrice, una volta rifiutato il ruolo di collaboratrice della Securitate, la polizia politica del regime comunista rumeno, finì con l’essere licenziata: era il 1979. Costretta a vivere facendo uso della sua conoscenza del tedesco, nel 1982 le riuscì di vedere pubblicato il suo primo libro, Niederungen (Depressioni), ma solo perché parzialmente censurato. Dal momento della fuga nella Repubblica Federale Tedesca, Herta Müller ha dato voce alla propria memoria, raccontando al ritmo di un libro all’anno la quotidianità della dittatura rumena, in particolare nel romanzo Der Fuchs war damals schon der Jäger (La volpe allora era già il cacciatore), del 1992, come pure la complicata esistenza della minoranza tedesca del Banat e la difficile, spesso disperata condizione delle donne rumene. In realtà, oltre che per i vibranti contenuti, la Müller in Germania è tra le scrittrici più apprezzate grazie alla cifra stilistica della sua scrittura, tanto da essere ammessa fin dal 1995 nell’Accademia per la Lingua e la Poesia di Darmstadt, l’istituzione che assegna il Büchner-Preis, il più prestigioso premio letterario di lingua tedesca. Questo che è l’ultimo romanzo di Herta Müller, L’altalena del respiro (trad. di Margherita Carbonaro), è l’autobiografia fittizia di Leopold Auberg, deportato il 15 gennaio 1945, all’età di diciassette anni, nel campo di concentramento sovietico di Nowo-Gorlowka. La narrazione, come ricorda la stessa autrice nella postfazione, è fondata principalmente sui racconti dello scrittore Oskar Pastior, esso stesso deportato e morto nel 2006. Con Pastior, secondo un piano elaborato di persona dallo stesso Stalin, furono circa 80 mila i tedesco-rumeni a subire quel destino: «Nessuno di noi era stato in guerra - si legge nelle pagine iniziali del romanzo - ma in quanto tedeschi per i russi eravamo colpevoli dei crimini di Hitler».

D

Riletture

libri

Herta Müller L’ALTALENA DEL RESPIRO Feltrinelli, 255 pagine, 18,00 euro

L’angelo della fame nel racconto di Herta

Müller

Un’autobiografia fittizia dal gulag di Nowo-Gorlowka fondata sui ricordi reali dello scrittore Oskar Pastior di Vito Punzi

La summa dell’esperienza d’estraniazione, d’assenza di una patria e di lesioni dopo cinque anni di prigionia viene formulata dallo stesso Leo: «È il mio grande fiasco interiore, il fatto che io, ora che sono libero, sia irreparabilmente solo e mi scopra cattivo testimone a me stesso». Tuttavia, grazie alla lingua, dalla memoria di quel «cattivo testimone» il passato deborda, fino a diventare, attraverso la narrazione, intenso e plausibile presente. Per sessant’anni, dal momento del ritorno a casa, gli oggetti del lager hanno abitato le notti di Leo, con un dubbio terribile: «Da sessant’anni non so se non riesco a dormire perché voglio ricordarmi di quegli oggetti o se è il contrario». Così, i materiali di lavoro (carbone, cemento e sabbia) e le stesse, forzate azioni degli internati vengono descritti, anche negli effetti che producono sui corpi, con incredibile precisione, in un misto di acribia documentaristica e fantasmagoria indotta dalla fame. Le istruzioni date per spalare il carbone, che raggiungono il culmine nel confronto analogico con il tango, con il tirare di scherma e con il valzer, attraverso l’entusiasmo tragico con cui vengono descritte ricordano la necessità, per il prigioniero affamato, di economizzare ogni minimo movimento: «1 colpo di pala = 1 grammo di pane». È la fame, poi, a creare proiezioni allucinatorie: «Ogni oggetto, nella sua lunghezza, nella sua larghezza, nella sua altezza e nel suo colore assomiglia alla vastità della mia fame». Tanto più che questa non è condivisibile con gli altri, perché «è per ognuno una potenza estranea». «Angelo della fame» è il nome che lo stesso Pastior aveva dato nei suoi diari a quella potenza e nel riproporlo la Müller lo accosta ad altre metafore, utili per oggettivare processi interiori e esteriori, senza concessione a un qualsivoglia ludico gioco linguistico. L’intero romanzo va letto non come documentazione e tanto meno come un romanzo storico, piuttosto ha il valore di una «poesia esistenziale», come l’ha acutamente definita Michael Lentz. In questo senso lo si può considerare uno dei più importanti testi della letteratura tedesca contemporanea.

Il “di più” che ci fa uomini: la storia di Interlandi e Paroli lo guardò come un entomologo può scrutare un raro esemplare d’insetto. Con curiosità, ma anche con una sorta d’inconfessato desiderio, quasi un’avidità dell’intelletto, di poter scorgere in quello una qualche particolarità che ne facesse un insetto assolutamente unico, diverso dalla specie d’appartenenza e degno perciò d’essere annoverato fra gli scherzi della natura e d’esser tenuto in assoluta considerazione. Può esistere, insomma, un fascista che non sia una carogna?». È il momento in cui il socialista Enzo Paroli, avvocato liberale, entra nella cella dove è recluso il fascista Telesio Interlandi, direttore della rivista La difesa della razza. L’avvocato ha un compito: difendere l’indifendibile. Ma gli toccherà in sorte fare molto «di più»: nascondere per molto tempo nella cantina della sua abitazione Interlandi, la moglie Mariù e il figlio Cesare, accomunando così la propria vita al loro destino di morte e in ultimo, mostrando il coraggio - coraggio che nasce dalla pietà verso l’altro e verso se stessi -

«E

di Giancristiano Desiderio ,di salvare Interlandi e la sua famiglia dai «partigiani che credono d’aver vinto e invece hanno solo raccolto le ceneri d’un regime che si è suicidato e vogliono farsi giustizieri di tutti e di ciascuno…». Che cos’è questa storia? È una storia morale, che raccoglie la vita di una nazione intera e la interroga, e una storia che Leonardo Sciascia avrebbe potuto scrivere, ma giunto alla fine dei suoi giorni non poté farlo e quasi la consegnò, a mo’ di testimone, a Vincenzo Vitale che la fermò su carta e la pubblicò nel 1999 per Sellerio con il racconto civile In questa notte del tempo. Sono ottantaquattro paginette di grande intensità che si leggono in un’ora. Sono ottantaquattro paginette che in un’ora ti restano dentro attaccate all’anima. L’autore, Vincenzo Vitale, è avvocato e docente, ma soprattutto è uomo in cui il senso della giustizia s’incontra con il senso delle umane cose. La storia esemplare dell’incontro di Interlandi e Paroli, che è l’in-

Il rapporto tra il direttore della rivista “La difesa della razza” e l’avvocato socialista che doveva difenderlo

contro di due Italie e due coscienze che inevitabilmente si devono guardare in faccia e devono trovare un modo di convivere, meglio se muovendo da quell’umanità che ci accomuna nella vita e nella morte, è narrata da Vitale come da chi sa che la vita e la storia non si lasciano dividere in modo netto in due categorie: quella del bene e quella del male. Ma in queste pagine ce n’è una in particolare - oltre alla conclusione - che mi sento di indicarvi ed è la numero 56. Scrive l’autore facendo parlare la riflessione della coscienza di Paroli sull’intelligenza di Interlandi che «difende la razza» dalla «minaccia» degli ebrei: «Non bastava possedere un lucido intelletto per non inclinare al male e alla perversione, occorrendo qualcosa d’altro; qualcosa che bisognava trovare altrove, presso qualcuno che invece lo possedesse questo “supplemento d’anima”, perché altrimenti non avrebbe saputo come chiamarlo». L’intelligenza non basta a darci il bene umano. La civiltà non è fondata unicamente sull’intelletto. Perché ci sia umanità serve un «di più» soppresso il quale sprofondiamo nella perdita del dolore e dell’amore, nella notte del tempo.


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poesia

10 luglio 2010 • pagina 19

La “guida in versi” di Rocco Scotellaro di Francesco Napoli occo Scotellaro (Tricarico, Matera, 1923 - Portici, Napoli, 1953) ha vissuto poco ma quanto basta per affrontare due questioni così prossime ai costumi culturali e politici di questi giorni. Il sindaco-poeta, come è stato etichettato in seguito alla sua elezione alla massima carica cittadina nel 1946 con una lista frontista avente a simbolo l’aratro, non vide la sua massima raccolta (È fatto giorno) in libreria per Mondadori e nel 1950 si dimise in seguito a un’accusa di peculato dimostratasi falsa. Insomma: un giovane scrittore che non riesce a farsi notare dalla grande editoria e un caso di malagiustizia.

R

La vicenda che portò alla pubblicazione postuma del suo libro merita qualche dettaglio. Nel 1949 uno speranzoso Rocco Scotellaro si reca da Carlo Muscetta alla sede Einaudi di Roma al fine di proporre «un manoscritto quasi pronto per la stampa, che non solo nel titolo, ma anche nell’architettura, corrispondeva alla prima parte del libro uscito da Mondadori», ricorda lo stesso Muscetta a posteriori. Promesso che l’avrebbe sottoposto all’attenzione del famoso Comitato di Lettura presieduto da Giulio Einaudi, Muscetta dapprima mostrò a Scotellaro grande entusiasmo e certezza nella possibilità di portare a termine la stampa del volumetto, ma poi dovette arrendersi anche di fronte all’ostilità di Cesare Pavese, poco convinto che la casa editrice in rinascita dalla ceneri del conflitto mondiale si dovesse impegnare nella pubblicazione di titoli di poesia e tantomeno per il «Tricarico», come soleva chiamare Scotellaro nelle segrete stanze di via Biancamano. Passò un anno, Scotellaro ebbe perfino un anticipo di 35 mila lire. Ma nulla, da Torino non si mosse più foglia. E dire che non si sentiva l’ultimo arrivato se Carlo Levi da un lato e poi, sul fronte Mondadori, per lui si mossero prima

il club di calliope

LUCANIA M’accompagna lo zirlio dei grilli e il suono del campano al collo d’un’inquieta capretta. Il vento mi fascia di sottilissimi nastri d’argento e là, nell’ombra delle nubi sperduto, giace in frantumi un paesetto lucano.

Remo Cantoni e poi perfino Eugenio Montale, adeguatamente corteggiato per tramite della moglie. «Caro Scotellaro, (…) ho fatto leggere la sua lettera a mio marito - scriveva la Mosca (Drusilla Tanzi) di Montale - il quale farà di tutto per incoraggiare Mondadori a pubblicare i suoi versi». Arriva infine l’agognato sì, la firma sul contratto, ma per Rocco Scotellaro il tutto avviene venti giorni prima di morire. Sarà il mentore e «fratellastro» Carlo Levi a firmare nel 1954 una prefazione affermando che «il senso universale della vita riempie i suoi versi arricchiti di amorosa intelligenza; dove pure, in quella pienezza, è il presentimento della morte, e la grandezza di un destino breve».

Liquidato frettolosamente a sinistra, «è un poeta, abbastanza vivo, di una tradizione e di un passato ormai chiusi, non è certo il poeta dell’avvenire» (Salinari), Rocco Scotellaro ha avuto nel tempo significative rivalutazioni critiche, da Marco Forti a Silvio Ramat fino a una recente rilettura di Maurizio Cucchi che rileva l’importanza del sindacopoeta di Tricarico capace di «sostanziare la sua poesia, senza retorica e senza impacci volontaristici, di una materia tratta dal suo pieno coinvolgimento nel reale» che era, secondo il poeta milanese, quanto necessitava agli inizi degli anni Cinquanta. Ci sono dunque oggi tutti i termini per andare oltre gli schematismi e le pregiudiziali di allora: un giovane intellettuale trascinato nel vivo della lotta politica fra gli anni Quaranta e Cinquanta, sperimenta nel Mezzogiorno d’Italia forme di democrazia partecipata e oltre i miti burocratici orienta le sue scelte in chiave libertaria e antidogmatica. Rocco Scotellaro si svela nell’esemplarità di un’esperienza che, passata come una meteora, ha però

Rocco Scotellaro (da È fatto giorno)

lasciato segni visibili nel mondo letterario, «un centinaio di liriche che rimangono certo tra le più significative del nostro tempo» secondo Eugenio Montale, lettore non sospetto. È fatto giorno nella sua architettura complessiva sembra voler ambire a una forma poematica fondata su una continuità seppur scandita per momenti differenziati: una sorta di «guida in versi», come l’ha definita Franco Vitelli, il più autorevole studioso di Scotellaro, per chi volesse mettersi in viaggio nella complessa realtà del mondo contadino. Certo, l’autobiografismo è forte e penetrante, perché l’autore è parte e sostanza a un tempo di quel mondo, fine conoscitore della cultura e dei segmenti quotidiani di quella condizione. Arioso e surreale nel ritratto paesaggistico («Passeggiano i cieli sulla terra/ e le nostre curve ombre/ una nube lontano ci trascina», Campagna), quasi tutta la sua poesia sembra accompagnata, tra «nenie» e «tarantelle», da zampogne e tamburi, mirabile contrappunto musicale. La tematica politico-sociale è solo un momento della creazione di Scotellaro, a dispetto dell’eccessiva attenzione critica puntata su questo tema, dove l’aspirazione al possesso della terra veniva registrata nella sua componente dimidiata tra attesa e realizzazione («Sono i quotisti affamati/ nella processione notturna,/ ricercano con gli occhi tutto il piano/ ma si hanno ognuno un ennesimo lotto», Capostorno).

Ma è forse nel contrasto vissuto in prima persona tra città e campagna il massimo esito di Scotellaro, quando mimetizza nelle mitiche figure genitoriali un grido di rabbia trattenuto tra dolore e sconforto all’amara scoperta del peso di una civiltà millenaria da infrangere: «Come hai potuto, mia madre, durare/ gli anni alla cenere del focolare» (Casa) e quei versi ancora più emblematici di Al padre: «Io sento la pena del tuo ritorno/ del tuo carcere che durò nella bottega».

DIALOGHI CON LA MADRE CELESTE in libreria

RITORNA LA MIA LUNA

di Loretto Rafanelli

Con le mani mi rinasci il corpo restituisci al mondo la mia forma mi reintegri ai confini conosciuti e allontani quelli subdoli e sfaldati Quando manchi mi svanisco quando torni io ritrovo il modo di pensarmi tutta intera, di sapermi ancora vera... Di trovare luogo. Sei la parola che si è fatta storia, deposito della mia memoria, sei la presenza che si riconferma, il mio futuro e la mia traiettoria... Giovanna Rosadini

lessandra Conte, giovane poetessa (1978), è all’esordio con una raccolta forte, intensa e dolorosa, quasi una litania. Breviario di novembre (Raffaelli Editore,12,00 euro), è un colloquio con il sacro, o almeno un tentativo di dialogo con la Madre suprema, la Madonna ovviamente, depositaria del bene e del segreto estremo, la «madre celeste/ dei frutti acerbi portati via». Ella, la depositaria di tutte le parole interdette, viene incalzata incessantemente, vorticosamente, dalla poetessa, che a lei si aggrappa, per conoscere la propria via, la propria identità. È però il suo un canto laico, dove la Madonna, madre delle madri, «acqua lacrimata», diviene sorella («sorella delle parole/ di latte») e donna fra le donne, riportata agli affanni quotidiani e intenta a ricercare «la pietà e l’integrità/ del viso per sorriderci». La Conte si aggira pure nell’invocazione dell’origine, proprio quella dei luoghi che l’hanno aperta al mondo, ma soprattutto c’è la richiesta al Signore di un perdono, di una gioia, di una speranza.

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di Enrica Rosso no dei pochissimi appuntamenti che non sono stati penalizzati dai tagli alla Cultura è quello che riguarda la stagione del Silvano Toti Globe Theatre.Voluto dalla Fondazione Toti che lo ha donato alla città di Roma intendendo così festeggiare nel 2003 i cent’anni di Villa Borghese, nell’ambito di un più ampio progetto di impegno culturale sostenuto in onore del capostipite e mecenate, l’imprenditore Silvano. La sua realizzazione ispirata al celeberrimo Globe Theatre di Londra, il teatro (bombardato e ricostruito) in cui agiva la compagnia di William Shakespeare, è avvenuta in poco più di tre mesi a opera della società di famiglia. Situato nel cuore verde della Capitale il Silvano Toti Globe Theatre si sviluppa a pianta circolare con tre ordini di palchi per un’altezza massima di 10 metri, ed è interamente realizzato in legno massello di rovere francese. All’interno della sua circonferenza di 100 metri possono essere accolti più di 1.200 spettatori. La direzione artistica è affidata anche quest’anno a Gigi Proietti che auspica in un futuro non troppo lontano una compagnia stabile per questo spazio che unisce al fascino della struttura dell’unico teatro elisabettiano in Italia una location di soave bellezza. Cinque le produzioni proposte per una tenuta di quasi tre mesi. L’apertura avvenuta l’altro ieri ha visto il debutto di I due gentiluomini di Verona per la regia di Francesco Sala. L’allestimento gode della traduzione di Vincenzo Cerami che ha modernizzato e reso vivo un linguaggio antico con ritocchi e inven-

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Televisione

Teatro

MobyDICK

spettacoli DVD

Shakespeare sotto le stelle

zioni per non far perdere la comicità dei giochi di parole del testo. Le musiche sono composte dal grande Nicola Piovani. La compagnia vede nei ruoli del titolo due figli d’arte: Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia. Dal 23 luglio al 1° agosto arriva a Roma, dopo il debutto al Teatro Romano di Verona, la seconda novità della stagione. Tradotta da Agostino Lombardo, La Tempesta per la regia di Daniele Salvo. Alessan-

dro Chiti firma la scena in cui si muove Prospero-Giorgio Albertazzi con la sua corte in balia delle onde. Seguono tre riprese di spettacoli particolarmente amati da un pubblico che sembra affezionato a questo spazio tanto da essere passato dalle 22 mila presenze del 2005 alle 36 mila del 2009. Dal 4 al 22 agosto (con una pausa per Ferragosto) ritorna per la terza stagione consecutiva Molto rumore per nulla. Loredana Scaramella ne ha curato la traduzione e l’adattamento insieme a Mauro Santopietro e ne firma la regia. Lo spettacolo vola sulle ali della pizzica salentina suonata dal vivo dall’italianissimo Trio William Kemp. Un altro atteso ritorno dal 25 agosto al 5 settembre è La bisbetica domata nella traduzione di Masolino D’Amico. Il regista Marco Carniti con la complicità dell’architetto Nicolas Hunerwadel ingabbia e dirige la Bisbetica Sandra Collodel e il Petruccio di Maurizio Donadoni in una sorta di palestra del pensiero in cui affrontare il match della vita, in questa commedia sulla manipolazione. Per finire un’altra messa in scena che ha già collezionato 25.500 spettatori nell’arco delle 34 repliche proposte al Globe dal 2007. Con debutto l’8 settembre torna il Sogno di una notte di mezza estate che chiuderà la stagione. Un altro capolavoro nella traduzione di Simonetta Traversetti e la regia di Riccardo Cavallo che trova in questo magico sito sotto le stelle un contenitore ottimale per il mondo onirico scatenato dalla scrittura. La stagione del Silvano Toti Globe Theatre di Roma, dall’8 luglio al 19 settembre, Info. 06 060608 - www.globetheatreroma.com

TRE MILIARDI DI ANNI PER FARE L’EUROPA aludi tropicali, glaciazioni, catastrofi, grandi civiltà estinte e altre nate sulle ceneri di quelle scomparse. Ci sono voluti milioni di anni, perché l’Europa assumesse i tratti geografici che ormai da secoli la caratterizzano. E La grande storia d’Europa ripercorre la genesi del Vecchio continente spingendosi fino a tre miliardi di anni fa. Un incredibile viaggio nel tempo, che le piacevoli animazioni in computer grafica scandiscono attraverso schermate di indubbio effetto, con un occhio di riguardo ai grandi fenomeni naturali che ne hanno scolpito la storia.

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TENDENZE

CANTA ANCHE TU SULL’AUTOSTRADA DEL SOLE essuna sorpresa se fermi al casello, doveste imbattervi in festosi cantori per nulla illividiti dall’afa e dai clacson. L’ultima frontiera degli amanti della vita on the road è la guida in modalità karaoke. Di buon auspicio per quest’estate di raccordi rincarati, il nome della frizzante novità è SingRing Happy Roads,, iniziativa che nasce da una partnership tra Digital Magics e Virgilio. Sul sito Fiat500.com saranno a disposizione di tutte le ugole improvvisate alcune playlist di canzoni classificate per genere e «umore» da scaricare sul proprio player. Gli automobilisti più temerari potranno anche registrare le proprie esibizioni e sottoporle al giudizio del pubblico. Astenersi perditempo.

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di Francesco Lo Dico

La scienza è gaia con l’anguria sul piattino

ivo nella mia propria casa/ Mai ho imitato qualcuno/ E derido qualsiasi maestro/ Che non si derida da sé»: questa frase compare come esergo nel libro La gaia scienza di Friedrich Nietzsche (scritto nel 1882). Ma ormai se si va a controllare su internet il titolo dell’opera filosofica del pensatore tedesco, in primo piano c’è il riferimento all’omonima frase che fa da titolo al programma condotto, in prima serata su La 7, dal professor Mario Tozzi, geologo di formazione, autore di saggi, divulgatore scientifico e dalla fine degli anni Novanta approdato in televisione come esperto brillante e autorevole. L’abbiamo visto in Gaia, il pianeta che vive, Geo&Geo, Che tempo che fa. È bravo a spiegare. Al suo fianco i comici del «trio Medusa», il cui compito è quello di alleggerire l’esame di certe tematiche. L’obiettivo di Gaia scienza è quello di attirare la slabbrata attenzione del telespettatore estivo su argomenti che sono seri, anzi serissimi,

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di Pier Mario Fasanotti ma che possono trovare applicazione divertente se coniugati con i comportamenti umani. Una delle puntate apre con il docente che, con l’ausilio di numeri ufficiali, spiega la drammatica stupidità umana: 1473 miliardi di dollari spesi ogni anno per gli armamenti (251 a persona), solo 27 miliardi impiegati per la pace (quattro a persona), otto miliardi spesi negli Usa per consumi voluttuari e solo sei per l’educazione. Basterebbero nove miliardi per risolvere i problemi sanitari e di acqua dei paesi più poveri. Curiosità: spendiamo ogni anno 17 miliardi di dollari per gli animali da appartamento. Una delle sette colossali portaerei a combustione atomica costa 6,3 miliardi di dollari: cifra che sarebbe sufficiente per fornire d’acqua l’Africa. Il pubblico applau-

de, con facce pensose. Poi si si rilassa con i comici che introducono - e qui si scivola sempre nello stesso terreno, manco fossimo un popolo di maniaci o di maliziosi ignorantissimi - il sesso. C’è un rapporto tra altezza dell’uomo e misura del suo organo riproduttivo? Smentiti tutti i miti, spazzate via le leggende

più amene. La gente (intervistati compresi) ride di cuore: è cosa assimilabile all’ilarità che suscita nei bambini il parlare di escrementi. Il «curioso ma vero» e la divulgazione scientifica si alternano. Tocca al professor Tozzi spiegare il pericolo delVesuvio. L’ultima sua eruzione (leggera) risale al 1944. E la prossima? Chi dice tra 20-30 anni, chi tra secoli. Sta di fatto che se quella bomba magmatica dovesse esplodere, carbonizzerebbe circa 800 mila persone che vivono in zone ad altissimo rischio. C’è un piano per l’evacuazione, ma poche sono state le esercitazioni, e scarsa è la sensibilità di fronte a un’immane minaccia. Le tragedie di Pompei ed Ercolano, se evocate, dicono che portano male. Gaia scienza: divertente e leggero, così come si vuole che sia un programma da seguire con l’anguria sul piattino.


Cinema

MobyDICK

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di Pietro Salvatori

cChrystal, comandante in capo delle truppe Nato in Afghanistan, si è dimesso. La causa? Un’improvvida intervista rilasciata al mensile statunitense Rolling Stone, nel quale il generale ha definito Obama uno sprovveduto e Biden, il vice-presidente, un signor nessuno. «È la stampa bellezza, e tu non ci puoi fare niente», diceva Humphrey Bogart a Ed Hutchinson nell’ormai dimenticato L’ultima minaccia, film del 1952 diretto da Richard Brooks, che a discapito delle ben 5 nominations all’Oscar come miglior regista viene ancora oggi confuso con il più celebre omonimo Mel, prolifico autore di parodie cinematografiche. Non è la stampa, ma di certo ambisce a esserlo, invece, Morgan Spurlock, quarantenne regista della Virginia Occidentale.Visetto scanzonato, ciuffo biondo sulla fronte alta, baffoni a manubrio, Spurlock è uno strano animale del mondo cinematografico statunitense. Batte infatti un territorio a cavallo tra il cinema di finzione e il documentario, pur non scendendo mai sul terreno del mockumentary, genere che definisce i finti documentari che, in realtà, narrano una storia frutto dell’invenzione dello sceneggiatore. L’ambizione di Spurlock è ben altra. Vuole raccontare delle storie concretissime facendo divertire il proprio spettatore tramite inserti che smorzino la tensione seriosa del racconto documentaristico. Le storie, poi, non sono mai realmente tali. Funziona così: il regista ha un’idea, si arma di cinepresa e va in giro, con molta abilità e spirito d’osservazione, a vedere se quel che pensa corrisponde al reale. Dopo anni di gavetta, il botto con Supersize me. La tesi? Il junk food, il cibo servito nei fast food come McDonald’s, fa male, tanto male all’organismo. Detto fatto. Telecamera in spalla e via di corsa a mangiare Big Mac per trenta giorni, pranzo e cena, documentando gli effetti disastrosi che aveva sul suo corpo. Miglior regia al Sundance Film Festival, nomination all’Oscar tra i documentari. Due anni, e Spurlock si getta su un nuovo filone d’indagine. La tesi, questa volta più audace: senza Osama bin Laden il mondo sarebbe più vivibile? Quale modo migliore per scoprirlo se non quello di farsi un giretto in Medio Oriente alla ricerca del nemico pubblico n° 1? Il regista prende lo spunto dalla notizia delle notizie: «Caro, sono incinta», gli confessa la moglie. Impossibile crescere il pargolo in un mondo minacciato da bin Laden. Un adeguato corso di sopravvivenza, esercizio fisico, rudimenti di lingua araba, e il nostro eroe è pronto a partire. Unico dubbio è sui biondissimi baffi che scendono fin sopra il mento. «Non darò troppo nell’occhio così?».

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La sfida tra Spurlock e il leader di Al Qaeda inizia dai titoli di testa. Uno straordinario videogioco ci mostra paradigmaticamente lo scontro tra i due come se fosse un combattimento di Street Fighter, con tanto di barra per l’energia in sovraimpressione. Ma quando Osama sta per soccombere, eccolo prendere il volo, in direzione di una remota caverna al di là dell’oceano. Ed effettivamente Spurlock è partito, microfono in mano, durante i primi mesi della gravidanza della moglie per Marocco, Siria, Egitto, Afghanistan e Pakistan, a domandare: «Hey, mi dite do-

Spurlock sulle tracce di Osama bin Laden

ve posso trovare bin Laden? Vorrei levarlo di mezzo, sapete, ho il mio primo bimbo che arriva e vorrei crescesse in un mondo più sicuro». Ovviamente l’atteggiamento scanzonato del regista tiene fino a un certo punto. E non si sa bene se questa sia una fortuna o una disgrazia per lo spettatore, che con il procedere della pellicola inizia a essere avvolto dal refrain dell’islamico moderato, del siamo tutti fratelli, del terrorismo non esiste e se esiste è colpa degli americani invasori, del vedete, ecco che bei visini hanno quelli che tanto odiamo, e via discorrendo. Sarà un caso, ma l’unico momento che il film ci mostra nel quale la presenza di Spurlock a girogavare non è stata gradita è avvenuto nella parte ebraica di Gerusalemme. In ogni altro posto, tra i commercianti siriani, tra i pastori afghani e i soldati pakistani, l’arrivo del regista è stato accolto come una benedizione. Vista la tesi iniziale, visto lo svolgimento, quale la sintesi del film? Beh, facile: eliminare Osama non vuol dire togliere di mezzo le idee estremiste che ha seminato. L’attecchire e il diffondersi di queste idee? Colpa degli americani ovviamente. Se tutti ci volessimo più bene, capissimo che siamo tutti fratelli, mettessimo dei fiori nei nostri cannoni, il mondo sarebbe un sacco più bello. A noi l’unico dubbio che è rimasto è il seguente: come pensano gli americani di vincere in Afghanistan se perdono tempo a scarrozzare per i villaggi di talebani gli Spurlock di turno? Al netto della facile morale pacifista, priva di problematiche e densa di soluzioni manichee, il vero problema di Che fine ha fat-

to Osama bin Laden? non è tanto quello di offrire a domande banali risposte ancora più banali, quanto quello di non divertire, non coinvolgere. Sarebbe bastato vedersi la scena videoludica iniziale, per poi andarsi a gustare magari un buon documentario della Bbc sul tema. Ne avremmo sicuramente guadagnato.

Facile morale pacifista nel film-documentario del regista americano che dopo aver raggiunto la notorietà grazie agli effetti devastanti del fast food, si dedica ora al leader di al Qaeda: sarebbe davvero più vivibile il mondo senza di lui? Un insolito Michael Keaton nella commedia adolescenziale “Laureata... e adesso?”

Se il disimpegno di Spurlock è solo apparente, quello di Laureata... e adesso? è sbandierato ai quattro venti. Una commedia adolescenziale classica: Ryden, la protagonista interpretata da Alexis Bledel, diventata celebre per essere stata protagonista della fortunata serie televisiva Una mamma per amica, dopo il college è costretta a tornare a casa, dove la attende un’eccentrica famiglia.Tra i soliti equivoci e le consuete incomprensioni tipiche della commedia di genere, Ryden è in attesa di una svolta nella vita: lavoro, amore, famiglia e tutto quello che si aspetta normalmente una giovane che sta per diventare donna. Dalla sua la commedia ha un paio di frecce: il marchio Fox Searchlight, solitamente sinonimo di qualità, e un insolito Michael Keaton, che ritroviamo a divertirsi in una commedia dopo essersi preso bonariamente in giro doppiando il Ken di Toy Story 3. Di contro, il totale flop negli Usa: costato 15 milioni di dollari, il film ne ha incassati poco più di 6. Colpa di una storia scialba, che poco aggiunge alle mille trame simili già viste sul grande schermo. Menzione d’onore ai titolisti italiani. In originale il titolo è Post Grad, vale a dire Laureata. Punto. Ma evidentemente confondere le acque nella locandina potrebbe essere efficace. Magari lo spettatore distratto potrebbe comprare il biglietto convinto di assistere a un bel documentario sul precariato italiano. Avremmo voluto parlarvi anche di My Son, My Son, What Have Ye Done, l’ultima pellicola firmata dal maestro Werner Herzog e prodotta da David Lynch, che sarebbe dovuta uscire ieri nelle sale. Ma non lo possiamo fare. One Movie, il distributore italiano, ha procrastinato l’uscita, speriamo per destinarlo a un periodo dell’anno nel quale l’affluenza in sala è più consistente che non in luglio. Fatto sta che per vedere il film, presentato ormai quasi un anno fa a Venezia, dovremmo aspettare ancora.


Fantasy

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siste un fantastico «italiano»? Vale a dire un fantastico che affonda le radici nella nostra storia, nella nostra cultura, nelle nostre leggende, miti, folklore? Questo problema lo sollevavo - scusate la autocitazione ma è necessaria per capirci - un tempo immemorabile fa quando scrivevo le introduzioni per le prime antologie italiane (cioè con storie inedite scritte da italiani) di fantasia eroica pubblicate nel 1982 (Le spade di Ausonia, Akropolis) e nel 1984 (Le armi e gli amori, Solfanelli), e di orrore «alla Lovecraft» nel 1990 (Gli eredi di Cthulhu, Solfanelli): lì affermavo come due fossero le strade per un nostro autore che si volesse cimentare in questi «generi»: o quella indicata dagli autori stranieri più significativi (Howard,Tolkien, Lovecraft ecc.); oppure, trovare spunti, suggestioni, ispirazioni nella nostra storia e nel nostro legendarium ricchissimo in ogni regione della Penisola. Tutte due legittime, quando ben scritte, ma sicuramente la seconda più originale.

MobyDICK

ai confini della realtà

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Di tempo ne è passato da allora, anche troppo, e pian piano sono usciti interessanti romanzi e racconti di entrambi i generi, ma quelli che mi hanno sempre soddisfatto di più sono di certo i secondi. Luigi De Pascalis è uno dei nostri autori che sin dall’inizio ha scelto la via di un immaginario «locale», sin dai suoi esordi, quando appunto nell’antologia di Akropolis pubblicò una rivisitazione della Chanson de Richard, un’epica cavalleresca ambientata in… Puglia, che si basava su un testo vero ma semisconosciuto. Proseguì con Viaggio per Lisa (protagonista Leonardo), che vinse il Premio Tolkien 1985, e Cielo d’autunno (ambientato in Abruzzo), che giunse primo al concorso dell’anno successivo. Ora ritrovo quest’ultimo racconto nella seconda parte di Il labirinto dei Sarra, pubblicato da un nuovo e coraggioso editore romano, La Lepre, che preannuncia l’uscita di altri romanzi di De Pascalis, editi e inediti. Di cosa si tratta? Innanzitutto non è, come imprudentemente è stato detto, l’opera del «Tolkien italiano». Con ciò si fa torto a Tolkien e De Pascalis. Il quale ha scritto un’opera autonoma che si basa su un immaginario italiano (abruzzese in particolare) e non ha creato certo una «Realtà secondaria» come la Terra di Mezzo, e che descrive personaggi contemporanei, ancorché legati al mito classico, e non personaggi simbolici di un mondo che vive in una dimensione immaginaria ancorché «tradizionale», e quindi in un certo senso «vera». Se proprio un qualche raffronto si deve cercare, lo vedrei in un certo Buzzati che non disdegnava di mescolare certe volte le divinità classiche al mondo moderno, e soprattutto al Giuseppe Bonaviri di La divina foresta, Notti sull’altura, L’enorme tempo, L’infinito lunare, nel senso dell’ispirazione e trasmutazione fantastica della mitologia siciliana, e non certo per lo stile perché Bonaviri lo ha barocco e complesso, mentre De Pascalis secco e lineare. Non mi pare nemmeno che il suo sia un «ro-

L’immaginario

made in Abruzzo di Gianfranco de Turris manzo di formazione», come anche qui è stato scritto: di certo invece un romanzo «di iniziazione» (che è una formazione del tutto particolare), come peraltro si legge nelle sue pagine: «Pareva quasi che tutte le ombre della famiglia si fossero alleate per spingerlo lungo un percorso iniziatico - sì, iniziatico, accidenti! - di cui la casa e i suoi abitanti erano parti essenziali». Vale a dire: mentre per

dei modi quando il giovane protagonista accompagna due vecchi zii nel paesetto abruzzese di Borgo San Rocco per decidere la divisione e la vendita della casa avita, Casa Sarra. Come in ogni bel romanzo fantastico, quest’ultimo s’insinua poco a poco a sconvolgere la Realtà di ogni giorno, fino a tracimare, a debordare e a riempire di sé la storia. Che ha al centro un’antica magione, proprio come

Borgo San Rocco (la location), un’antica magione custode di segreti millenari. Due protagonisti sacerdoti di un dimenticato rito dionisiaco e vittime consenzienti di un sacrificale d’amore. Ecco gli ingredienti del nuovo romanzo “d’iniziazione” di Luigi De Pascalis «formazione» in una storia romanzata s’intende in genere la presa di coscienza di un personaggio che raggiunge attraverso varie vicissitudini concrete, psicologiche, morali una sua maturità, per «iniziatico» s’intende meglio una presa di coscienza superiore, il raggiungimento di uno status molto diverso da quello di partenza sul piano spirituale e spesso esoterico, acquisizione di conoscenze che vanno oltre l’esperienza umana. E infatti si dice: «In quel palazzo lui e Ambra non erano semplicemente se stessi. Erano sacerdoti di un dimenticato rito dionisiaco e insieme vittime consenzienti di un sacrificale d’amore cui sensazioni fisiche, emozioni, sentimenti sarebbero serviti a risvegliare la dormiente di pietra e a nutrire le innumerevoli presenze che la abitavano». Chiaro, mi pare. Ma chi sono il protagonista, Alessandro, e Ambra? Tutto inizia nel più banale

nel fantastico classico, che si rivela essere custode di segreti millenari, insospettabili e incredibili, spesso negativi, ma nel nostro caso positivi.

Frugando tra vecchie e vecchissime carte della biblioteca, Alessandro troverà gli scritti e i disegni del prozio Andrea, scomparso misteriosamente all’inizio del Novecento, il che gli farà capire che proprio architettonicamente la vecchia casa custodisce un segreto di cui si era perso, a un certo momento nella storia familiare, il ricordo, e che la «sala dipinta» con i segni dello Zodiaco ha un suo preciso significato. E capirà anche alla fine chi è esattamente la bellissima e sensuale Ambra: e qui forse un parallelo tolkieniano non guasta pensando ai personaggi di Beren e Lùthien, e questo basti per non dire di più. Infatti, il recensore è nell’imbarazzo per non far scoprire troppo le

carte della narrazione e lasciare il gusto della stupìta scoperta. Qui è sufficiente dire che la famiglia Sarra è protetta da un semidio (e in quanto tale anche lui dopo millenni, mortale) che vive nel sottosuolo, custode di un qualcosa che gli uomini hanno da tempo immemorabile perso (forse l’introvabile tesoro di famiglia?), e che passerà il testimone della sua conoscenza al giovane Alessandro, l’ultimo dei Sarra, perché lui non avrà una discendenza. Una storia, quella dei Sarra, che come si scoprirà nella seconda parte del libro con resoconti che si riferiscono a vari momenti di questa vicenda antica ambientati nei secoli III, XVI, XIX e XX, ha inizio addirittura all’epoca di Aureliano, nel 270 d.C., l’imperatore che portò a Roma il culto del Deus Solis Invictus. Nel racconto che lo riguarda, di certo uno dei più emotivamente coinvolgenti, Scato il Marso è il protagonista di uno scontro fra divinità di varia origine che si combattono attraverso gli umani, quasi trastullo dei Signori del Gioco (gli «dèi che era proibito nominare», quasi gli Altri Dei di Lovecraft). Ma qualcosa va storto e si produce una specie di collasso cosmico che da allora peserà sul genere umano e sulla stirpe dei Sarra alla cui origine c’è Scato: «Troppe regole erano state infrante: le assi delle grandi macine del mondo s’erano arrestate. Anzi, erano uscite dalle loro sedi naturali. L’Universo barcollava alla ricerca disperata di nuovi equilibri. E forse, col tempo, li avrebbe anche trovati. Ma intanto gli dèi più antichi e potenti erano stati spazzati via da quel cielo improvvisamente ostile».Tutto comincia da qui e avrà la sua conclusione nel romanzo che dà il titolo al libro. Scritto, si deve dire per concludere, in uno stile asciutto, forse troppo, ma non per questo meno evocativo di antiche suggestioni, che trasuda nostalgia non tanto per “il bel tempo che fu”di una esistenza contadina più semplice, anche se più dura e travagliata, quanto per un universo ordinato in ben altro modo i cui valori di riferimento erano, spiritualmente e materialmente, diversi. Un bellissimo esempio di fantastico italiano.


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