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Poste italiane s.p.a. Spedizione in abb. postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1; comma 1 - Roma • Non acquistabile separatamente da liberal

mobydick

SUPPLEMENTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

MOSCA-BERLINO ANDATA E RITORNO di Francesco Cannatà ll’indomani delle elezioni che avevano visto la vittoria di Angela tornare alla contrapposizione ideologica della guerra fredda. Quella che circa Russia Merkel in Germania, Henry Kissinger, in una lunga intervista un anno dopo l’ideologo del Cremlino Vladislav Surkov, in una conferenapparsa in un settimanale tedesco, affrontava la novità za dedicata al 125 anniversario della nascita di Roosevelt, avrebbe e Germania rappresentata dal nuovo governo della Repubblica definito «democrazia sovrana», veniva così anticipata da Kissinhanno a lungo creduto federale, tracciava il bilancio del primo mandato del presiger: «L’Occidente si aspetta che Putin assuma le istituzioni dente russo Putin e descriveva «l’irrazionalità» che da occidentali e guidi la grande nazione slava secondo di poter percorrere una propria sempre accompagna i rapporti tra Mosca e Berstandard occidentali. Ma sulla Russia pesano “via speciale” contribuendo così alle grandi lino. Il massimo rappresentante del realismo ipoteche psicologiche pesanti. Non solo la ritragedie del XX secolo. Oggi i rapporti russo-tedeschi politico Usa dava atto alla Russia di «possedevoluzione comunista è andata persa, ma si re, per l’ennesima volta, quelle energie in grado di può dire che allo Stato siano stati sottratti trecento sono al centro di nuovi studi storici fare uscire il paese dalla crisi», che sembrano mancare anni di azione politica, trecento anni della sua storia. ma aprono interrogativi all’Europa indebolita dalla dissoluzione dello Stato nazionaMosca in quanto potenza, oggi si ritrova più o meno allo stessul futuro le. Primo tra gli osservatori occidentali Kissinger trovava naturale so punto dove era durante il tempo di Pietro il Grande. che dopo la dissoluzione dell’Urss, Mosca cercasse di darsi una «autoeuropeo continua a pagina 2 coscienza» che la distinguesse dal mondo euro-americano, senza per questo

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Parola chiave Gioia di Rino Fisichella Hucknall canta Bobby “Blue” Bland di Stefano Bianchi

NELLE PAGINE DI POESIA

Il cammino consapevole di Machado di Filippo La Porta

Sessant’anni fa sul set di “Ladri di biciclette” di Orio Caldiron Colpiti al cuore da “Once” di Anselma Dell’Olio

Antonio Basoli viaggiatore immobile di Marco Vallora


mosca-berlino andata e

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segue dalla prima D’altra parte lo Stato russo non ha dato mai molta importanza alle sue conquiste interne ma, al contrario, la sua autocoscienza si è sempre nutrita di ambizioni e avanzate imperiali. Oggi l’impero non c’è più, i russi lo hanno perso, e ora Putin deve guidare uno Stato che tende sempre a portare all’estremo la propria definizione di dominio. Io certamente non accetto tutte le manifestazioni dell’esercizio del potere putiniano, però in Occidente vi è, per quanto riguarda i giudizi sul presidente russo, una tendenza eccessiva all’autoreferenzialità normativa». Riguardo le relazioni tra Russia e Germania, per l’ex segretario di Stato americano il cuore del problema sta nel fatto che «i tedeschi hanno un comportamento ambivalente di fronte alla Russia. Vi è condiscendenza ma anche simpatia. L’opinione più o meno sempre presente è la seguente: se vanno bene i rapporti russo-tedeschi, va bene ai due paesi. Se le due nazioni si combattono, ne soffrono entrambe. Schröder aveva persino un’attitudine sentimentale nei confronti di Mosca, cosa che non è del resto una componente del suo carattere». Sebastian Haffner, un osservatore non banale degli avvenimenti berlinesi, ha condensato i rapporti russo-tedeschi tra prima e seconda guerra mondiale nella formula del Teufelspakt, il patto col diavolo. Un patto rotto da Hitler e vinto da Stalin anche se, dopo l’esplosione di gioia del maggio 1945, in Urss ricordare le prospettive aperte dalla vittoria equivaleva a sfidare il ghiacciaio staliniano. Solo nel 1965 Mosca tornava a celebrare in grande stile la disfatta nazifascista. A due decenni dalla fine della guerra mondiale e a dodici anni dalla scomparsa di Stalin, la posizione interna e internazionale dell’Urss era però cambiata radicalmente. Sette mesi prima, il plenum del Comitato centrale del Pcus che aveva privato Chruscev di tutte le cariche, aveva anche messo fine alle «giornate gloriose» della politica interna sovietica. L’atmosfera elettrizzante della fine degli anni Cinquanta, descritta da Vladimir Men’shov in Mosca non crede alle lacrime, da tempo aveva lasciato il passo a un futuro grigio e conformista. In politica estera, senza la megalomania di Stalin, la Russia-Urss iniziava ora a sfruttare al meglio il ruolo e il prestigio di superpotenza planetaria che le derivava dalla vittoria nell’ultimo conflitto mondiale. Poche settimane fa la celebrazione della vittoria contro le armate hitleriane è tornata sulle prime pagine dei media mondiali grazie allo sfoggio della ritrovata potenza del grande paese slavo e ortodosso. Eppure chi crede che attraverso le modalità

MOBY DICK e di cronach

di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa a cura di Gloria Piccioni

dei festeggiamenti del 9 maggio il Cremlino mandi messaggi al mondo, avrebbe dovuto prestare più attenzione a quanto accaduto nel 2005. Per il sessantesimo anniversario della grande guerra patriottica, sul palco delle autorità non vi erano solo gli ultimi sopravvissuti alla tragedia costata la vita a trenta milioni di cittadini sovietici. Mentre il giorno dopo sarebbe iniziato il vertice UeRussia, per la prima volta nella Piazza Rossa era presente anche il capo del governo tedesco. Il segnale di riconciliazione era chiaro, con la Germania innanzitutto, ma senza escludere l’Europa.

Dopo la fine dell’Urss, il riavvicinamento franco-tedesco e l’allargamento orientale dell’Unione europea, è giunto il momento del triangolo Europa-Russia-Germania? Secondo lo storico di Lipsia, Dan Diner, le costellazioni europee del passato prima di potersi dare un futuro devono porre fine alle proprie guerre civili. Anche in Italia, co-

me dimostrano pubblicazioni da poco in libreria, rinascita russa e rapporti con la Germania attirano l’attenzione di studiosi e pubblicisti. Andrea Graziosi in L’Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945 (il Mulino), analizza un periodo della storia dell’Unione Sovietica visto anche alla luce delle relazioni russo-tedesche. Uno dei momenti più drammatici dei rapporti tra Mosca e Berlino, l’invasione della patria del «socialismo in un solo paese» da parte delle truppe della Germania nazionalsocialista, è invece oggetto dei lavori di John Luckacs, 22 giugno 1941. L’attacco alla Russia (il Corbaccio) e Rodric Braithwaite, Mosca 1941. Una città contro le armate di Hitler (Mondadori). «Guerra come madre di tutte le cose», e ambiguità dei rapporti con Berlino che raggiungono il culmine nel patto Molotov-Ribbentrop e nella successiva «operazione Barbarossa». Questi i Leit-motiven dei tre volumi. Richiamandosi indirettamente all’affermazione di Eraclito, Graziosi vede nell’ultimo conflitto mondiale non solo l’affermazione definitiva dello stalinismo, ma anche l’inizio della sua dissoluzione. La guerra è vinta, nonostante gli errori di Stalin, grazie alle decisioni spietate del dittatore georgiano e ai taciti patti stipulati nel 1941-42 con la popolazione. I cittadini sovietici, smettendo di considerarsi «semplici ingranaggi» della macchina dello Stato totalitario, iniziano un percorso di liberazione che glasnost e perestrojka gorbacioviane tenteranno, invano, di soddisfare attraverso un neosocialismo riformato e più umano. La ferocia delle battaglie di Mosca e Stalingrado, in parte spegne la fase dei rapporti tra Russia e Germania segnata dall’illusione dei due paesi di vedere nell’altro il proprio alter ego. Attraverso lo zerkalo zapada, lo

A Graziosi il Premio Piemonte Storia 2008 i svolge oggi alle 15,30 al Castello di Pralormo (Torino), la cerimonia di premiazione del Premio Piemonte Storia Alessandro Paoletti Del Melle 2008 assegnato ad Andrea Graziosi per il libro L’Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945 (il Mulino). Il volume traccia la parabola dell’Urss dalle origini fino al suo trionfo sul nazismo. Attingendo alla documentazione resasi disponibile dopo il collasso dell’Unione Sovietica e alle ricerche condotte su di essa, l’autore ha potuto operare una ricostruzione nuova di una storia che ha affascinato e impaurito il XX secolo. Il premio speciale della Presidenza

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Società Editrice Edizione dell’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Tipografia: edizioni teletrasmesse Editrice Telestampa Sud s.r.l. Vitulano (Benevento) E.TI.S. 2000 VIII strada Zona industriale • Catania Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C Via Vitorchiano, 81 • 00188 Roma Tel. 06.334551

2008 è stato attribuito a Marina Cattaruzza per L’Italia e il confine orientale (il Mulino), dove l’autrice ha affrontato un tema fondamentale per la storia italiana, a lungo rimosso sia dall’opinione pubblica che dalla storiografia, dopo la lunga contesa con la Jugoslavia su Trieste alla fine della seconda guerra mondiale e la perdita di parte della Venezia Giulia e dell’Istria. Il volume affonta la complessa vicenda di quell’area divisa tra nazionalismi e identità contrapposte in un secolo e mezzo di storia, dalle contese tra l’impero austro-ungarico e l’Italia prima e tra questa e la Jugoslavia poi.

Diffusione e abbonamenti Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia (responsabile) Massimo Doccioli, Alberto Caciolo 06.69920542 • fax 06.69922118

Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 ISSN 1827-8817

ritorno «specchio» tedesco, per molto tempo, prima Pietroburgo e poi Mosca, hanno cercato di risolvere la questione dell’appartenenza o meno della Russia all’Europa. La Terza Roma doveva abbracciare i valori secolari dell’Occidente materialista, oppure, in quanto nazione eurasiatica, l’influenza negativa del razionalismo meccanicista e disgregante della civiltà capitalista andava evitata per volgere verso lo spiritualismo orientale? Alla domanda uguale e contraria, la Germania rispondeva con l’ambiguità di una via particolare per «l’aggregato culturale» tedesco. Nazione impregnata di elementi di cultura slava contrari alle idee dell’Illuminismo, la Germania se non apparteneva all’Europa orientale non poteva certo essere uno Stato occidentale. Il ripensamento tedesco partiva con la fine dell’altra storia, quella iniziata nel 1933. Per dodici anni i rapporti tra Russia e Germania sono stati un duello tra Hitler e Stalin, due diverse forme di «dispotismo antioccidentale», due diverse «passioni per il genocidio». Due grandi nazioni soggiogate da due personaggi dotati di straordinaria forza di volontà, audacia e fantasia, grande talento politico, gigantesca testardaggine e crudeltà senza scrupoli.

Finito Hitler, passato Stalin, l’attrazione russo-tedesca continua. Il lungo cammino verso Occidente ha fatto sì che le «cinque germanie» descritte da Fritz Stern, siano diventate una repubblica federale, democratica e ancorata all’Europa unita. La Russia, ambiguamente stabilizzata da Putin, può diventare un paese distinto ma non distante dalla comunità euro-americana? Il rapporto con la Germania sarà fondamentale. Berlino è stata la prima capitale occidentale visitata dal nuovo presidente russo. Non è certo un caso se proprio davanti agli imprenditori tedeschi, Medvedev si sia definito un russo «occidentalista» che vede nel suo paese un «ramo», insieme all’Europa occidentale e agli Stati Uniti, della «civiltà europea e della famiglia euroatlantica» e abbia parlato della «Grande Europa che va da Vancouever a Vladivostock» come di una «comunità di destino». Certo gli incontri in famiglia non sono mai «pranzi di gala» e Medvedev lo ha già fatto sapere. Subordinazione della Nato alle decisioni del Consiglio dell’Onu, relazioni di pari dignità, patto di sicurezza collettiva al posto del vecchio atlantismo, Osce politicamente rivaluta. Ecco cosa ha messo sul piatto della bilancia il nuovo leader del Cremlino. Nuova presidenza Usa e, soprattutto, un rinsaldato legame euro-americano, non dovrebbero temere di rilanciare. Per vedere cosa ha veramente in mano Medvedev i temi non mancano. In questa nuova partita a scacchi il comportamento tedesco sarà fondamentale. Come ha scritto François Furet, «russi e tedeschi sono stati i due grandi popoli europei incapaci di dare un senso al loro XX secolo». Il XXI secolo non potrà certo cancellare la storia russa e tedesca, ma dovrà sempre ricordare a Mosca e Berlino che non possono più incontrarsi da sole.

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MobyDICK

parola chiave

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GIOIA come gioia. Viviamo in un mondo che spesso sembra aver dimenticato la gioia; eppure, ne siamo quotidianamente alla ricerca. L’uomo è nato per essere felice e la gioia ne esprime la dimensione più intima, perché attesta che la felicità esiste davvero e si può raggiungere. Non sarà inutile liberare il campo da interpretazioni riduttive, visto che la gioia rimane come una delle esperienze più difficili da definire nonostante ognuno sappia in cosa consiste nel momento in cui la vive. La gioia non è solo uno stato d’animo o un sentimento passeggero; è qualcosa di più radicale e profondo. È il segno di aver realizzato una scoperta che rimarrà per tutta la vita, quella di essere soddisfatti e per questo sereni. La soddisfazione, infatti, è la corrispondenza che si ha quando si adempie un’aspettativa e la serenità d’animo ne è la sua conseguenza inevitabile. La gioia, quindi, permette di vedere se stessi realizzati in ciò che si desidera e verso cui si aspira; essa dà realmente il senso della pienezza e dell’armonia perché accompagna in maniera silenziosa, ma non per questo meno eloquente, il cammino verso il raggiungimento del senso della vita. La gioia, dunque, non è un mezzo per raggiungere qualcosa, ma il fine verso cui si tende; per questo la sua percezione è possibile e quanto mai reale, ma la sua definizione stenta a prendere corpo sia per l’incapacità del linguaggio a poter dire tutto sia per il senso che si sperimenta che trabocca sempre oltre ogni definizione si voglia dare. In una parola, la gioia la si vive e ogni definizione che si volesse dare la imprigiona in uno schema che ne umilia l’esistenza.

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Non c’è dubbio che si fa esperienza anche del limite, della tristezza e del male. L’uomo di oggi vive drammatiche situazioni di tristezza che denunciano con evidenza l’inganno che si racchiude in molte proposte vacue. In un momento in cui il primato dell’effimero sembra avere la meglio è facile verificare quante situazioni di «gioia» labile, caduca e veloce vengono vissute, tanto da lasciare perplessi se sia veramente gioia. Alcuni non attendono altro che il fine settimane per rincorrere poche ore di gioia in una chiassosa discoteca o tra le braccia agghiaccianti di qualche allucinogeno o droga di ultima invenzione; illusione mortale. Questo senso di gioia passa e porta con sé l’amarezza del risveglio e la delusione per la fatica quotidiana a cui si è sfuggiti per qualche ora. Amiamo sempre tanto farci del male che non riconosciamo più il vero volto della gioia; quello che sa accompagnarsi con la serenità davanti al dolore o che non ti lascia mai neppure nei momenti di maggior delusione. È sufficiente avere il coraggio di entrare

Il nostro mondo sembra averla dimenticata anche se ne siamo sempre alla ricerca. Ma il suo vero volto si rivela solo se si è capaci di guardare all’essenziale, se si ha passione per la verità. Nella salvezza che trova compimento in Dio

L’uscita dal labirinto di Rino Fisichella

Dà serenità nel dolore e certezza al senso di infinito che alimenta ogni nostro atto. Non sappiamo definirla ma ognuno sa riconoscerla. Per viverla e per non smarrirsi nei vicoli ciechi dell’esistenza, è necessario prendere coscienza che non si vive soli e che si è parte di un mondo in attesa di gesti d’amore. Gratuiti, sinceri, generosi... in un reparto infantile di oncologia per rimanere meravigliati e stupiti nel vedere il volto sorridente di tanti bambini ammalati che lottano con gioia per la vita e con la loro forza danno coraggio agli stessi genitori. Non potremmo mai aspettarci che una simile

gioia possa avere il sopravvento sul dolore; eppure sono i bambini a insegnarlo a noi adulti. Come è difficile definire la gioia, così diventa complicato esprimere la tristezza. Questa sembra avere la meglio là dove la delusione regna incontrastata per la

pochezza delle proposte che vengono fatte. Parlare di gioia in un contesto in cui spesso ne viene negata l’esistenza sembra impossibile. Eppure, per paradossale che possa sembrare, la gioia può abitare in casa anche nel momento del dolore, della sofferenza, della confusione e dell’incertezza, se solo si sa guardare all’essenziale e si ha passione per la verità. Tutto ciò che sembra negarne l’esistenza diventa, al contrario, la sua dimostrazione più lampante. Questo volto della gioia, l’unico di cui noi cristiani abbiamo fatto dono al mondo, è quello che parla di salvezza.

Sì, la gioia si realizza là dove si è salvati. Dove ognuno percepisce il bisogno di aprire se stesso e di abbandonarsi all’altro, non per un attimo ma per l’intera vita. La gioia di inabissarsi nel mistero e scoprire che ogni volta la profondità che si tocca è sempre e solo una tappa per una conoscenza ulteriore di ciò che siamo. La gioia di vivere fin d’ora la pienezza della vita che l’amore sa dare nel momento in cui è vissuto per sempre. La gioia di avere una certezza: quel senso di infinito che alimenta ogni nostro atto trova compimento in Dio. Non siamo abbandonati a noi stessi da ricercare con ansia una gioia che non giunge; siamo, invece, accolti in un orizzonte sempre più ampio di amore che genera la gioia per la sovrabbondanza con cui si è gratuitamente amati. La domanda di senso a cui dare risposta giunge proprio nel momento in cui si scopre la genuina felicità a cui aspiriamo. La gioia diventa il segno concreto che quanto si sta perseguendo, porterà a dare una risposta definitiva alla ricerca lenta ma costante di realizzazione di se stessi. La gioia per la verità non è passatempo per pochi, ma la chiave di volta per entrare nel mistero di noi stessi e dare una soluzione all’enigma. Il labirinto in cui la vita inserisce pone molte volte nella condizione di rimanere ingabbiati in vicoli ciechi; la tentazione diventa quella della presunzione di poter trovare la strada da soli senza alcun aiuto. Icaro non avrebbe potuto superare l’ostacolo se Dedalo non gli avesse dato delle ali benché di cera. Aveva ragione Gesù: vi è più gioia nel dare che nel ricevere. Per vivere di questa gioia, tuttavia, è necessario prendere coscienza che non si vive soli, ma inseriti in un mondo che attende segni di un amore gratuito, generoso e sincero. Solo se si mantiene ferma la convinzione che l’uscita dal labirinto della tristezza è possibile e concreta allora l’entusiasmo non abbandona e la gioia ritorna a farsi sentire più forte di prima, perché irrobustita dalla prova. La gioia è vera e ognuno la riceve in dono se rimane vigile e la desidera come compagna di strada.


ROCK e ha fatta un mucchio di strada, il rosso. Ha setacciato gli anni Ottanta e Novanta a colpi di soul e di rhythm & blues, di Holding Back The Years e di Something Get Me Started. Togliendosi lo sfizio d’interpretare Cole Porter Say (Ev’ry Time We Goodbye) e Harold Melvin and the Blue Notes (If You Don’t Know Me By Now). Che ugola, quella del rosso. Fiammeggiante, passionale. Mai più sentito nulla di simile, in arrivo dall’Inghilterra. Mick Hucknall, Red per gli amici, dopo 23 anni dice addio ai Simply Red. Con calma, però. Tour finale nel 2009-2010 e poi basta per davvero. Perché il rosso, a 48 anni, ha ancora una gran voglia di rimettersi in gioco. Una decina d’anni fa, a Milano, la prima svolta. Dopo aver degustato un Barolo di razza, capì che il vino gli avrebbe rivoluzionato la vita. Infatti. Non solo è diventato ambasciatore del «gran vin de Bordeaux» ma il rosso se lo produce in casa, alle pendici dell’Etna, coltivando uve autoctone. Un rosso d’eccellenza per Mick il rosso. Che ora (seconda svolta) si rilancia da solista: Hucknall (solo il cognome) e niente Simply Red. Mica uno scherzo, dopo una carriera baciata dal successo: era l’85 e l’album Picture Book fu un debutto coi fiocchi, per il «semplicemente rosso». Ma adesso, voltata pagina con l’ugola bel-

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musica Mick Hucknall MobyDICK

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jazz, dentro di sé. Un grande artista, che ha influenzato il mio modo di cantare esprimendo un dolore e una tristezza avvolgenti». Il rosso, giostrando la voce dal graffio, al crooning, al falsetto, cambia radicalmente punto di partenza: se coi Simply Red orecchiava la black music anni Settanta, in questa dozzina di «classici» privilegia i Cinquanta e i Sessanta tuffandosi nel ritmo percussivo e nelle inflessioni jazz di Farther Up The Road (brano già portato al successo da Eric Clapton), sgomitando tra i fiati ruggenti di Ain’t That Lovin’ You, afferrando l’esplosiva miscela di rhythm & blues e rock & roll che promuove a pieni voti Poverty, metabolizzando gli scintillanti cromatismi di I Wouldn’t Treat A Dog (The Way You Treated Me) e gli afrori funkeggianti di Yolanda. Ed è da applausi, Hucknall, quando ghermisce la parte più vellutata e soul di Bobby Bland: negli avvolgenti «guancia a guancia» di I’m Too Far Gone (To Turn Around) e di Chains Of Love, nell’insinuante I’ll Take Care Of You, nella melodicissima Lead Me On. Ci divertiremo, insomma, quando il rosso riconquisterà i palcoscenici: 19 luglio ad Aosta, 20 a Brescia, 22 a Ostia, 23 a Lucca. E magari, fra un pezzo e l’altro del sanguigno tributo a Bobby, infilerà qualche nostalgia griffata Simply Red.

dai Simply Red a Bobby “Blue” Bland di Stefano Bianchi

la pimpante, è tempo di Tribute To Bobby: «Un disco che ho inciso anzitutto per me stesso», ha dichiarato Mick. «È la mia personale odissea, un nuovo inizio. E poi, sinceramente, mi

in libreria

sento molto più a casa, fra queste canzoni». Vale a dire nel repertorio dell’afroamericano Bobby «Blue» Bland, classe 1930, precursore del soul e del rhythm & blues «con quel pizzico di

mondo

Hucknall, Tribute To Bobby, Nunflower/Edel Italia, 20,60 euro

riviste

LA MUSICA “LIQUIDA” DI SIBILLA

GLI EUROPEI DEL ROCK

SPIRITUALITÀ DI SPRINGSTEEN

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al walkman all’iPod, dal vinile ai file condivisi di BitTorrent, dai video di Mtv a quelli di YouTube. Sono i temi su cui si è misurato il caporedattore del portale Rockol.it Gianni Sibilla, che in Musica e Media Digitali (Bompiani) ha ripercorso la storia recente della musica registrata «smontando gli stereotipi che sottendono all’avvento della così detta ”era digitale”». «Un’evolu-

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er chi è in cerca di un’alternativa all’Europeo del pallone, Virgin Radio ha dato vita a un originale torneo parallelo. Niente campi e casacche però, ma soltanto un’appassionante sfida all’ultimo riff. Suddiviso in cinque fasi proprio come l’omologo campionato austro-viennese, il tabellone comprende dodici nazioni rappresentate ciascuna da due brani scelti dal panorama rock di ciascun paese. A decidere le aspre

n The rising un pompiere corre verso l’altro, nelle mai nominate Twin Towers. L’uomo risponde alla croce della sua chiamata e si protende verso un sogno di vita, fino a trovarsi faccia a faccia con la luce incandescente del Signore». È così che il mensile Jesus, consultabile anche on line al’indirizzo www.stpauls.it/jesus simboleggia il percorso musicale di Bruce Springsteen, rocker dall’inesauribile vena poetica e

Dal walkman all’iPod, dai vinili a Mtv: la più completa analisi delle evoluzioni musicali

L’originale torneo parallelo a quello di calcio di Virgin Radio. 12 nazioni in gara con due brani

“Jesus” esalta il cantautore americano: un cammino pieno di ombre ma anche di speranza

zione - spiega - che con il periodo “analogico”precedente presenta forti elementi di continuità pur nella trasformazione dei modelli di produzione, distribuzione, comunicazione e consumo». In 300 pagine, il volume fa il punto sulle implicazioni della musica “liquida”, illustrando le teorie con esempi concreti tratti dalla cronaca e dall’esperienza quotidiana dell’autore. Che alla fine ci lascia con una domanda che mette in guardia dai pericoli e dall’inutilità del sovraccarico di informazioni: «Chi di noi ascolterà mai le 10 mila canzoni contenute in un iPod?».

sfide che incoroneranno la vincitrice dell’Europeo del rock saranno ovviamente le preferenze degli ascoltatori, che di voto in voto decreteranno il cammino delle canzoni verso la finale. Detto dell’Italia, i cui colori sono difesi da Fantasma dei Linea 77 e da una sicurezza come Quello che non c’è degli Afterhours, appaiono temibili anche i convocati della favorita Inghilterra (Pigeon Detectives e Babyshambles), ma va prestata attenzione alla possibile sorpresa Finlandia, che schiera gli emergenti Him, e alla granitica coesione dei tedeschi Rammstein. L’appuntamento per la canzone rock più bella d’Europa è fissato all’11 luglio.

cantore di un’America dolente, capace negli anni di attingere dal fondo di se stesso un rapporto sempre più vibrante e commosso con la spiritualità. Il bell’articolo di Luca Miele, Dio e il suo Boss, rivisita il lungo viaggio di Springsteen attraverso la «notte nera come la pece» di Stolen car (1980) e le ombre di un conflitto paterno irrisolto tracciato già dai tempi di My father’s house. Un cammino durato trent’anni, che ha permesso al Boss di liberare i suoi fantasmi, e restituire ai personaggi delle sue canzoni la speranza e il riscatto, laddove prima regnava lo scacco e la finitezza di un’esistenza segnata.

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zapping

IL SECONDO MESTIERE di Francesco De Gregori di Bruno Giurato er brevità chiamiamolo artista. Quindi ti aspetteresti un artista, magari un po’ gigione. E invece apri il domenicale del Sole 24 ore e ti accorgi che Francesco De Gregori, rispettabilissimo hidalgo della canzone italiana, oggi dà il meglio di sé come teorico, critico musicale, e infine critico della cultura. Su Bob Dylan De Gregori si esprime così: «Dylan ha raccontato la storia, come ad esempio Goya» e poi «mi considero fortunato a essere suo contemporaneo». Incontestabile. Sul rapporto tra testo e musica nel cantautorato De Gregori è ancor più netto: «alcuni pensano che definire poeta uno che fa il mio mestiere sia un complimento, per me invece è come chiamare falegname un idraulico». Parole sante. Per non parlare del discorso sulla contaminazione di culture in musica: «non mi piace la contaminazione a meno che non nasca dal basso. Non mi piace la contaminazione studiata a tavolino». Si può solo esser d’accordo, sperando che non lo sentano le varie orchestre multikulti e gli organizzatori di festival in cui la contaminazione fa man bassa di pubblici finanziamenti. De Gregori è corretto anche con De André: «Forse non mi sarebbe mai passato per la testa di scrivere una canzone se non avessi conosciuto le prime canzoni di De André». E va bene così. La malignità dell’ascoltatore malmostoso suggerirebbe che quando la vena artistica si secca un po’ si acquista in cambio una meravigliosa vena critica, una bella visione storiografica, una ricca consapevolezza teorica. Ma sarebbero appunto malignità. Invece noi qui ci limitiamo a suggerire un titolo per il prossimo disco di De Gregori. Sull’esempio di Montale: «Il secondo mestiere».

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CLASSICA

Pestelli, i settant’anni di un Maestro di Jacopo Pellegrini iorgio Pestelli ha compiuto 70 anni: una cifra tonda che, laddove la cultura vanta ancora qualche diritto, s’accompagna a colonne su colonne in giornali e riviste, festeggiamenti e celebrazioni pubbliche, infine all’inevitando volume di saggi e testimonianze «in onore di», le cosiddette Festschriften. Siffatte iniziative editoriali non scarseggiano neppure da noi, anzi, loro fine precipuo essendo quello di esibire al mondo accademico la rete di alleanze e amicizie sulle quali il festeggiato può contare. Una manifestazione di potere, insomma. Sarà per questo che Pestelli - spirito retto come pochi, e per di più alieno da ogni forma d’ostentazione, giusta la secolare tradizione torinese -, essendo riuscito a sventarne una qualche anno addietro, ha fatto divieto ai suoi divotissimi allievi di mai confezionargliene una. Ma c’è da augurarsi che il veto cada prima o poi in prescrizione. Giacché pochi studiosi e docenti universitari meriterebbero quanto lui il dono votivo per i meriti accumulati in oltre un quarantennio di attività. Formatosi alla scuola di Massimo Mila, allievo per il pianoforte di… Lessona, Pestelli esordì negli studi musicologici dando alle stampe la sua tesi di laurea sulle Sonate per tastiera di Domenico Scarlatti (1967). Contemporaneamente intraprendeva l’attività di critico militante sulle pagine della Stampa, dapprima «vice» del suo maestro, succedendogli poi nella titolarità della rubrica. Una duplice «carriera» condotta sotto un’unica insegna: dietro il Pestelli-giornalista e il Pestelli-storico ce ne sta un altro, che li sussume entrambi - il musicista. Il rapporto fisico colla pratica sonora lo distingue dalla gran parte dei colleghi, anche da quelli che vantano studi musicali serissimi. Quando, nel corso d’una conferenza, Pestelli siede alla tastiera, si ripete un fenomeno già descritto nello Ione di Platone: suonando il rapsodo (nel caso nostro, il pianista) diviene strumento del daimon, perde temporaneamente le facoltà razionali, fa ciò che la divinità gli ditta dentro. Sto esagerando, si capisce, ma neanche troppo. L’amore carnale per la dimensione concreta, fattuale dell’elemento musica accomuna Pestelli, assai più che a Mila, ai suoi maestri ideali, Fedele d’Amico e Mario Bortolotto, l’uno e l’altro, non a caso, esecutori di prim’ordine. Ne consegue una contraddizione felice: restio a occuparsi d’interpretazione musicale in quanto disciplina autonoma (il discorso vale anche per Bortolotto: un residuo d’idealismo crociano?), Pestelli ha saputo donarci ritratti definitivi

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Al Brahms corale Giorgio Pestelli ha dedicato uno studio: “Canti del destino”, vincitore di un Premio Viareggio

d’innumerevoli interpreti in virtù di un orecchio pressoché infallibile. Lo stesso impiegato anche nei lavori di mole: l’opus musicale viene sempre passato al vaglio della critica, da intendersi non quale mero giudizio di valore, bensì come possibile chiave per penetrarne l’essenza estetico-spirituale, ciò che lo rende grande ed eterno al di là dei dati costruttivo-formali. Cade perciò ogni distinzione tra articoli stilati a caldo (si vedano le antologie Di tanti palpiti, La pulce nell’orecchio, Gli immortali) e scritti a lungo meditati, siano essi i volumi sul Giovane Stravinskij, sulle Passioni bachiane, sull’Età di Mozart e di Beethoven, sul Brahms corale (Canti del destino, Premio Viareggio…), i saggi sul Settecento strumentale e operistico, su Chopin, Schumann,Verdi e su molto altro ancora, o il progetto e la curatela, con Lorenzo Bianconi, della Storia dell’opera italiana. Nel comunicare le sue «scoperte» Pestelli può anche contare su uno stile ideale per limpidezza di lingua e costrutto, arricchito da un bagaglio di immagini altrettanto perspicue che belle (merito delle origini fiorentine?). Caso raro, il Maestro, in aula (insegna nell’ateneo torinese) come nella ricerca, va di pari passo coll’Uomo: un vero gentiluomo all’antica e, consentitemi la chiusa personale, amico amico amico.

JAZZ

Quando Pollock illustrò Ornette Coleman

di Adriano Mazzoletti l cd è morto? Viva il long playing! Da molte parti, specialmente dal mondo discografico, giungono notizie spesso contraddittorie sulla salute del compact disc. Sembra sia in crisi, il suo gradimento non è più così alto come lo era fino a poco tempo fa, a volte rivela problemi tecnici, spesso - troppo spesso - il supporto in plastica che contiene il disco si rompe e i libretti d’accompagnamento, scritti con caratteri minuscoli, non sono di così facile lettura. Ma ciò che preoccupa i discografici è il calo nella vendita della musica riprodotta. Colpa del prodotto, del supporto oppure della libera offerta su Internet? Molti gruppi pop hanno deciso, dai prossimi mesi, di non offrire più gratuitamente la loro musica ai navigatori di Internet, ma di far pagare. Lo stesso sta succedendo anche nell’ambito della musica classica, come nel negozio virtua-

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sparsi in tutta Italia, le della Deutsche bensì di dischi nuovi Grammophon o in fiammanti. In parte riequello della Verve, i cui dizioni conformi agli cataloghi sono ricchisoriginali, ma anche simi di capolavori, ornuove incisioni che le mai introvabili, che case discografiche vengono messi in vendita e che possono eshanno preferito porre sere scaricati. Ciò consul mercato nella dusente ai nuovi appasplice veste: cd e long sionati di jazz o di muplaying. Sono stati sosica classica di procuprattutto gli appassiorarsi incisioni di grannati di jazz ad aver acde rilevanza. colto con entusiasmo il Ma i frequentatori dei ritorno al vinile. Ini“White Light” di Pollock apparso negozi di dischi, quelli sulla copertina di “Free Jazz” di Coleman zialmente spagnoli e reali ovviamente, giapponesi. Oggi anavranno già notato nuovi scaffali in cui che in Italia il 33 giri ha fatto la sua ricomsono improvvisamente riapparsi i long parsa per soddisfare un mercato certaplaying con le loro copertine in cartone. mente di nicchia, ma non di trascurabile Non si tratta di preziosi cimeli apparte- importanza in questo momento di crisi. nenti al mondo dell’usato che possono es- Perché il ritorno all’antico? Le ragioni sosere trovati nei molti mercati domenicali no molteplici. Prima di tutto perché il vi-

nile è indistruttibile, inoltre le copertine hanno da sempre affascinato ed attratto. Fin dal suo apparire grande attenzione veniva data alla parte grafica. Le copertine cercavano sempre l’originalità e molte erano realizzate da grandi fotografici del jazz come Herman Leonard o Francis Wolff o da artisti che a volte erano gli stessi musicisti. Ornette Coleman pose una sua splendida pittura sulla copertina del disco Blue Note, The Empty Foxhole. Jackson Pollock destinò il suo White Light al microsolco Free Jazz sempre di Ornette Coleman. Una straordinaria fotografia di albatros in volo appariva sulla copertina di Free Form di Donald Byrd ancora per Blue Note. Un disegno di Andy Warhol per il disco The Congregation di Johnny Griffin. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Tutto ciò con il cd era scomparso. Bentornato, dunque, caro vecchio long-playing.


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NARRATIVA

libri

Giochi di bambole tra realtà e finzione di Maria Pia Ammirati iocando su una doppia identità del titolo, La casa madre, la scrittrice Letizia Muratori lascia a questo suo ultimo libro il beneficio di opera aperta. Alla sua terza prova narrativa la Muratori non abbandona il punto di vista «dal basso», cioè dalla parte dei bambini che fa parte oramai di un suo codice privilegiato. Guardando l’infanzia e facendola parlare in prima persona, la scrittrice svela un mondo sordo-muto, popolato di oggetti, depotenziato o privato da sentimenti. Intanto questo libro non è un vero romanzo (anche se forse aspira a esserlo) ma è costituito da due lunghi racconti costruiti a specchio che mimano, nei loro incastri di rifrazione, una costruzione narrativa più articolata. La casa madre, il primo racconto che dà il titolo al libro, ha i toni vagamente surreali di un mondo bambinesco e femminile. Questa prima storia è singolare e vale la pena darne cenno. Siamo durante le feste di Natale e Irene, la protagonista, riceve il suo regalo desiderato: una bambola. Non una normale bambola ma una Cabbage, uno di quei giochi tormentoni lanciati in maniera planetaria che divengono le ossessioni di intere famiglie. Le bambole Cabbage impongono una serie di regole e rituali che condizionano la vita sociale delle bambine. La prima regola delle bambole, per esempio, è partorirle imitando un scena di parto, seguono scene di accudimento completo da parte delle proprietarie divenute madri. Irene divienta madre a Natale di una Cabbage di nome Peppina: «Dalla fine di novembre giravo con un cuscino addosso, tenuto su dall’elastico, mi carezzavo l’addome e fingevo di avere tanto male alla schiena. Lo portavo anche a scuola. Durante l’ora della ricreazione, io Marta e Clementina … ci misuravamo le pance». Come si legge, le bimbe che frequentano la seconda elementare riproducono un microcosmo infantile

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deformato su quello adulto: odi e rancori, solidarietà e rivalità sociali, insomma una realtà complessa che ci arriva diretta senza intermediazioni genitoriali o altro filtro. Un mondo originario che costruisce per sé regole a loro volta continuamente messe in discussione. Il racconto non finisce bene non solo perché l’universo delle bambine, e in particolare di Irene, si sbriciola proprio sulla mania di possesso delle Cabbage, ma soprattutto perché nel finale è il mondo degli adulti, fino a quel momento lasciato in secondo piano dalla voce narrante, che entra in maniera prepotente e drammatica in primo piano. La madre di Irene, a sua volta madre di una «pupazza» che ha una casa madre che le produce senza sosta, si uccide. Il secondo racconto ha la voce narrante di un ragazzino più o meno dell’età di Irene. Anche in questa breve narrazione la realtà è immediatamente riportata dal basso. E anche in questo caso il bambino mescola vero e falso attraverso il gioco e le figure prevalenti dei giochi contemporanei (con i loro strascichi di marketing e prodotti pubblicitari), fra tutti le Winx, fatine che si esprimono per lo più con la lotta. Ma mentre nel primo racconto il grado di surrealtà sostiene un mix di crudeltà e inverosimile, il secondo racconto risulta, nel suo complesso, poco credibile e forzato nel rigido comporsi di bene e male. Il mondo adulto è spesso sordo, abitato da gente alienata incapace di amare in maniera aperta e libera. I figli sono appendici gestite da altro: pubblicità, scuole, tate, sistemi di comunicazione globale. I bimbi sono vittime ma anche agenti, attori di un sistema in cui loro stessi riproducono innocenza e malvagità. Letizia Muratori, La casa madre, Adelphi, 114 pagine, 16,00 euro

riletture

Le premonizioni di Guènon sulla crisi dell’Occidente di Gennaro Malgieri

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uando, giovanissimo, m’imbattei nel libro di Renè Guènon, La crisi del mondo moderno, non potevo immaginare che dalla lettura ne sarei uscito trasformato. Il saggio è di quelli che lasciano il segno e ti fanno percepire la realtà nel profondo. La negazione della dimensione spirituale presiede la modernità, la caratterizza, le dà il tono, come si dice. Lo studioso francese, nella seconda metà degli anni Venti, quando diede alle stampe il suo volume, era già consapevole del disfacimento prodotto dal mito del progresso e dai numerosi corollari da esso discendenti. E provò a mettere nelle buone coscienze degli europei del tempo un sentimento: la decadenza. Nella speranza, naturalmente delusa, che essi l’accettassero e

provvedessero a scrollarsi di dosso il mantello del nichilismo che li avvolgeva. Il crepuscolo della civiltà era nell’aria. Si sarebbe manifestato pienamente decenni dopo. Noi viviamo l’ultima fase, come preconizzò Guènon. E da essa siamo incapaci di uscirne. Inaccessibile a ogni compromesso, come notò Evola nella prima edizione italiana del 1937, lo scrittore francese lanciò con la sua Crisi l’allarme più compiuto che completa, insieme con quelli lanciati da Spengler, Keyserling, Massis, Benda, una sorta di morfologia della dissoluzione. Diagnosi che attengono alle grandi questioni irrisolte del nostro tempo, come il rapporto tra Oriente e Occidente; la conoscenza e l’azione; la scienza sacra e quella profana; l’invadenza dell’individualismo; le degenerazioni del democratismo in populi-

smo e totalitarismo; il materialismo connesso al determinismo e al relativismo. Insomma un breviario delle contraddizioni che animano la nostra epoca non meno di quanto animassero l’epoca in cui le riflessioni guenoniane presero a circolare. È naturale iscrivere questo libro nella storia delle idee legate alla crisi dell’Occidente. Ma sarebbe ingiusto non ricordare che in esso l’autore si produce anche in formulazioni propositive circa la riapparizione dell’autorità, della religiosità, della spiritualità quali fondamenti della vita civile. Sarebbe ingiusto, perciò, relegare La crisi del mondo moderno tra le anticaglie intellettuali che non dovrebbero neppure più essere citate. Al contrario, la fioritura di studi attorno a Guènon è impressionante e il suo pensiero conosce una vasta diffusione come provano le molte edizioni dei

suoi libri pubblicati da Adelphi in Italia. Forse una piccolo risarcimento postumo, dopo anni di oblio. O, più verosimilmente, la forza di un’idea che s’impone malgrado il progressimo dominante. Comunque sia, Guènon era consapevole che una possibilità di rinascita tra le rovine del mondo moderno esisteva: «Coloro che fossero tentati di cedere allo scoraggiamento - scriveva - debbono pensare che nulla di quanto viene compiuto in quest’ordine può mai andar perduto; che il disordine, l’errore e l’oscurità possono trionfare solo in apparenza e in modo affatto momentaneo; che tutti gli squilibri parziali e transitori debbono necessariamente concorrere alla costituzione del grande equilibrio totale e che nulla potrà mai prevalere in modo definitivo contro la potenza della verità». Allora e per sempre.


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LETTERATURE

altre letture

La difficile ascesa del romanzo di Pier Mario Fasanotti a faticato molto, in Italia, l’affermazione del romanzo come genere letterario. Tante le cause. Citiamo per esempio l’elitarismo tenace di certi intellettuali così poco sensibili a «rinsanguare l’area asfittica delle repubblica delle lettere». Oppure il retaggio ingombrante di una tradizione umanistico-rinascimentale che allontanava sistematicamente tutto ciò che non rientrava nelle poetiche della classicità. Vittorio Spinazzola, docente di Letteratura a Milano, ripercorre le tappe del romanzo dall’inizio del Novecento a oggi ed esamina un «genere che spezzava gli equilibri atavici del sistema letterario, concedendosi an-

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che ai gusti di un pubblico non educato umanisticamente». La svolta avviene con il Neorealismo cui va il merito di «riconnettere psicologismo e sociologismo, riferimenti a condizioni di realtà documentaria e percezioni o emozioni soggettive». Ma lo slancio espansivo si attenua ai primi anni Sessanta, anche per la contestazione del Gruppo 63 che accusava di «lialismo» un po’ tutti, da Bassani a Moravia, da Pasolini a Cassola. Il movimento sessantottino, poi, nutriva vaste diffidenze per le opere di finzione: alla ricreazione ludica provvedeva semmai il fumetto. Non importa se in quegli anni comparvero autori importanti come Luigi Meneghello o Gavino Ledda. Fu infine la volta del romanzo poliziesco come

variante del romanzo d’avventure, ma a sfondo sociale e civile. Basti pensare alle opere di Leonardo Sciascia e a La donna della domenica di Fruttero e Lucentini. Alla fine irrompe nello scenario italiano la letteratura di intrattenimento: prodotti leggeri ma di buona confezione artigianale, «aliena da cerebralismi» ma dotata di una qualche dignità letteraria. A poco a poco dunque il romanzo assume una posizione centrale, con conseguente allargamento della fascia dei lettori non necessariamente laureati in materie umanistiche. La grossa spinta la dà la nevrotica (a volte) ricerca del bestseller da parte dei grandi gruppi editoriali. Ci si chiede a questo punto: la poesia è penalizzata? Spinazzola dice di no, anzi so-

stiene che il romanzo ha influito positivamente attenuando la rarefazione lirica e ampliando il pubblico che apprezza i versi, diventati «più affabilmente discorsivi». Vittorio Spinazzola, L’egemonia del romanzo, Il Saggiatore, 330 pagine, 19,00 euro

AUTOBIOGRAFIE

Marta Morazzoni: la mia vita con i libri di Giovanni Piccioni arta Morazzoni consegna al lettore un’originale e felice autobiografia letteraria dal titolo 37 libri e un cane. Vi si racconta lo svolgimento di differenti modalità esperite di lettura, di memorie, suggestioni e scoperte attinenti al leggere in una forma in cui prende corpo la vocazione narrativa dell’autrice, che pure si propone come «svagata» lettrice. In realtà sono due i cani del libro: il primo si chiama Effi, una «piccola, indefinita bastarda», cui la Morazzoni assegna il nome della sfortunata protagonista del capolavoro di Theodor Fontane, Effi Briest. Il cane godrà di un avvenire migliore di quest’ultima: diverrà il compagno inconsapevole del tempo dedicato alla lettura e condividerà i periodi della creazione. Dopo quindici anni Effi morirà e verrà sostituito da un altro cane, Danny, scomparso anch’egli, cui sono dedicate le pagine di questa singolare autobiografia.

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Una differenza di fondo ha informato il modo di leggere della scrittrice, implicando una nuova idea della letteratura. Già nell’Introduzione si viene avvertiti che l’età dello stupore, la partecipazione alla storia dei protagonisti sono finite. Il tema viene sviluppato nel capitolo dedicato a Pavese: c’è stato un tempo in cui il libro esisteva autonomamente, con i personaggi che riempivano concretamente la storia, mentre la biografia dell’autore appariva irrilevante, a vantaggio dell’invenzione. L’incontro con Pavese rappresenta «il giro di boa»: l’approccio si concentra ora sull’autore più che sui personaggi, e un senso affettivo illumina lo scrittore. A questo versante più prossimo ai creatori appartiene il «ciclone» Proust, nel quale autore e personaggio si sovrappongono. Come scrive la Morazzoni, con Proust «…ho fatto esperienza di quel singolare antropomorfismo che fa di un libro una persona». L’egocentrismo della Ricerca del tempo perduto o respinge o attrae il lettore; in quest’ultimo caso esso diviene familiarità e fonte di incontri e scoperte: Ver-

meer, Ruskin, il Giotto degli Scrovegni. Fra i molti e complementari spunti c’è quello relativo all’intreccio tra leggere e viaggiare, quando gli spazi visitati e la letteratura si influenzano reciprocamente. Accade così nella Focide, là dove si compie la prima parte della tragedia di Edipo: qui l’autrice ci dà una delle pagine più intense, in cui mito e realtà si fondono, nel luogo che appartiene a tutta l’umanità occidentale. Le considerazioni finali sono amare. Il mondo della cultura occidentale è vicino al tracollo, e la letteratura è uno degli oggetti più esposti alla rovina. Gli studenti non leggono, ma le responsabilità maggiori ricadono sui docenti, ansiosi di andare al passo con il mondo della gioventù. Chi legge questo testo sente però che Marta Morazzoni affida alle sue pagine un messaggio più fiducioso, grazie alla vita dei libri e degli scrittori serbati nella memoria e attualizzati. Marta Morazzoni, 37 libri e un cane, Filema edizioni, 103 pagine, 10,00 euro

FILOSOFIA

Ma i leoni non hanno il libero arbitrio di Riccardo Paradisi parlare di diritti degli animali, richiamandosi volutamente ai diritti dell’uomo di Tom Paine fu, nel 1975, Brigid Brophi in un articolo comparso sul Sunday Times, mentre il filosofo australiano Peter Singer addirittura coniò la formula di liberazione. Posizioni che potevano sembrare stravaganti quando trent’anni fa presero il largo nel dibattito pubblico ma a cui oggi va riconosciuto, assieme all’ecologismo, il merito di aver risvegliato una sensibilità generale verso le crudeltà inutili cui gli animali sono stati sottoposti per secoli. Ma da qui a dire come fanno oggi

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sempre più agguerriti e popolari movimenti che tra l’uomo e l’animale non esisterebbe una vera differenza ontologica, beh ce ne passa. Roger Scruton, filosofo conservatore britannico, affronta questo problema in un pamphlet che sposta i termini della domanda: sfidando il politically correct, il pensatore inglese si chiede se sia possibile formulare una coerente tavola dei diritti degli animali. Se sì, allora si porrebbe il problema di far rispettare questi diritti agli animali stessi.Al leone si dovrebbe impedire di mangiare la gazzella che a sua volta dovrebbe essere salvaguardata a tutti i costi. Un’assurdità evidentemente, visto che la razionalità e la morale

di cui è potenzialmente dotato l’homo sapiens non è rinvenibile nel mondo animale. «Il problema - dice Scruton - è che le vecchie idee di anima, libero arbitrio e giudizio di-

vino - che rendevano la distinzione tra uomini e animali così importante e chiara - hanno perso la loro autorevolezza e nulla di conforme a siffatta esigenza le ha sostituite». Ma questa è una considerazione filosofica. Una più pratica taglia la testa al toro - metaforicamente parlando, per carità: «Non si può uccidere un anziano malato per sfamare un’orda di topi affamati, ma si può uccidere un manzo sano per nutrire un anziano malato e, in certe circostanze, se non si vuole agire male, si deve farlo». Roger Scruton, Gli animali hanno diritti?, Raffaello Cortina editore, 156 pagine,16,50 euro

Poche figure di principi, re o imperatori poterono vantare una così vivida e ricorrente presenza nell’immaginario collettivo quanto Federico II di Svevia, figlio di Enrico VI e di Costanza D’Altavilla. Crociato e scomunicato, celebre per la sua sensibilità poetica e per le sue curiosità scientifiche Federico autore tra le altre cose di un fondamentale trattato di falconeria - si trovò impegnato in un confronto politico durissimo con il Papato e i comuni della Lega Lombarda. Massimiliano Macconi nel suo Federico II (Ecig, 132 pagine, 10,50 euro) delinea una panoramica delle sfumature della sacralità del potere che circondavano questa personalità carismatica: la nascita divina, il culto solare, il concetto politico religioso di lesa maestà, il mito della regalità eterna. Sullo sfondo: il Medioevo europeo. Nati e cresciuti senza avere nemmeno respirato il ’68, snobbati dalla politica e dai media, definiti generazione X (anonima, senza identità collettiva, sconosciuta), i trentenni italiani sono simpatici per tutti questi motivi. Milioni di giovani uomini che vivono e lasciano vivere, senza pretendere di insegnare al prossimo come si pensa, di raddrizzare il legno storto dell’umanità. Di loro adesso parla anche Pierluigi Diaco in un pamphlettino un po’ frettoloso dal titolo Trent’anni senza il ’68, (Aliberti editore,108 pagine, 12,00 euro) dove il giornalista ex Dj lancia un appello alla sua generazione: «farsi avanti, rischiare, mettersi in gioco, fare quello che l’attuale classe dirigente fa troppo raramente. Spesso senza rendersene nemmeno conto». Senza nemmeno rendersene conto? «Questi gemelli eterozigoti, comunismo e nazismo benché nemici derivanti da una storia differente hanno numerosi tratti in comune. Ma l’elemento che li rende più simili è l’essersi arrogati il diritto, e addirittura il dovere di uccidere: e l’hanno fatto entrambi con metodi che si somigliano, in proporzioni prima d’ora sconosciute». Sono le parole, politicamente scorrettissime, di Alain Besançon, tra i primi a osare comparare l’orrore nazista a quello comunista. Le edizioni Lindau, ripropongono in questi giorni, con una prefazione di Vittorio Mathieu il saggio di Besançon diventato un classico della critica storiografica ai totalitarismi: Novecento, il secolo del male (164 pagine, 14,00 euro).


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anniversari

SESSANT’ANNI FA SUL SET DI “LADRI DI BICICLETTE”

LA SCENEGGIATURA FU COMPLETATA NELLA PRIMAVERA DEL ’48, DUE GIORNI DOPO LA VITTORIA ELETTORALE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA SUL FRONTE POPOLARE. UNA LAVORAZIONE COMPLESSA E FATICOSA, UN FILM GIRATO QUASI SEMPRE PER STRADA, CON POCHI SOLDI, UN SOLO TAXI, UN SOLO CAMION E UNA SOLA SEDIA PER IL REGISTA. TUTTO NACQUE DA…

Quel vulcano di Zavattini di Orio Caldiron l 1947 comincia a Roma nel segno della speranza. La polizia annuncia di avere concluso un accordo con i boss della borsa nera, una tregua che dovrebbe assicurare la pace sociale e il ritorno alla normalità. Solo fino a pochi mesi prima la situazione era inquietante. La delinquenza minorile, la prostituzione, il gioco d’azzardo, il vagabondaggio dominavano lo scenario della capitale in cui il banditismo rendeva malsicure le strade. Ma la tregua è di breve durata. Già da febbraio le notizie di cronaca sembrano altrettanti bollettini di guerra, pieni di bische clandestine, borseggi, aggressioni, furti, rapine, truffe, risse e tafferugli, scontri tra agenti e borsari neri, conflitti tra bande rivali. Spariscono dai mercati generali milioni di uova, quintali di zucchero e di burro, che i carabinieri ritrovano dopo un’indagine sulle pasticcerie. Scoppiano scandali d’ogni genere, dallo smercio della valuta falsa al traffico della penicillina, dalla vendita all’estero di olio e bestiame al riciclaggio delle automobili rubate. La realtà tumultuosa della capitale, dalla piaga di piazzaVittorio, sbalorditiva esibizione di mercanzie di dubbia origine, alla precarietà delle borgate, in cui tra cumuli di immondizie, buche e pozzanghere mancano strade e servizi, conflui-

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se, su scelte più rassicuranti. L’avventura era cominciata l’anno prima con l’uscita di Ladri di biciclette di Luigi Bartolini, una picaresca fotografia della Roma dell’occupazione in cui lo scrittore-pittore, protagonista e io narrante, appare con i suoi atteggiamenti anarchici e beffardi insieme con le modelle, le prostitute, i ladri, nella colorita bohème che attende la liberazione della città. Cesare Zavattini lo segnala a Vittorio De Sica, dicendogli: «C’è da prendere il titolo e lo spunto». Subito conquistato dal progetto, De Sica fa il giro dei produttori. Si immedesima in tutte le parti, piange, ride, si commuove, si sbraccia, ma nessuno abbocca. Neppure i produttori stranieri che avevano fatto i soldi con Sciuscià hanno voglia di ritentare. Soltanto quando, dopo una disastrosa puntata a Londra, sta ormai per rinunciare, si fanno avanti tre amici pronti a finanziare il film, assicurandogli il modesto budget di cui ha bisogno.

Sin dall’inizio viene messo da parte il narcisismo del pittore e il clima festoso e picaresco, le equivoche ambiguità degli anni di guerra, sostituiti con un’ambientazione postdatata all’oggi, con le strade sterrate della borgata diVal Melaina e i suoi cupi casermoni, i disoccupati che aspettano da-

Lo scrittore emiliano, motore dell’avventura, suggerì a De Sica di prendere titolo e spunto dal libro di Luigi Bartolini, una picaresca fotografia della Roma dell’occupazione. Il suggerimento fu accolto e la storia liberamente rimaneggiata, come gli accordi con l’autore prevedevano sce nella lunga gestazione del progetto di Ladri di biciclette, nella sceneggiatura dal vero scritta sulla pelle delle cose. Nei titoli di testa i nomi si moltiplicano, ma il mobilissimo motore del film è Cesare Zavattini, un vulcano di idee che segue contemporaneamente vari progetti sempre in conflitto tra mercato e utopia, tra le richieste della committenza e gli azzardi della sperimentazione più radicale. Nel suo Diario annota giorno per giorno le suggestioni della cronaca che potrebbero diventare film di grande attualità (come il caso del reduce che, travolto dalla disperazione e dall’indifferenza, annuncia il suo suicidio) e insieme le perplessità dei produttori che preferiscono puntare su storie più corpo-

vanti all’ufficio di collocamento, l’attacchino che disimpegna la bicicletta al Monte di pietà perché ha trovato lavoro, il furto proprio della bicicletta non appena prende servizio e sta attaccando un manifesto del film Gilda con Rita Hayworth, l’affannosa ricerca della bicicletta che padre e figlio compiono nell’indifferenza di una città estranea, ostile. L’accordo con Bartolini, che poi si rimangia la parola sentendosi tradito dal cinema e vorrebbe ricorrere ai tribunali, assicura la più totale libertà di rimaneggiamento. Zavattini prende le distanze dal romanzo, ma al tempo stesso compie una sorta di abilissimo smontaggio strutturale della ricca materia narrativa del libro e la riorganizza intorno alla sto-

ria, semplicissima e lineare, dell’operaio e della bicicletta, che in una serie di squilibri e dispersioni, rarefazioni e addensamenti diventa un racconto di grande modernità. La rielaborazione della storia si accompagna ai sopralluoghi che tra la fine del ‘47 e l’inizio del ‘48 De Sica fa con i vari collaboratori, soprattutto con Zavattini, con Suso Cecchi d’Amico, con Sergio Amidei, che a un certo punto passa la mano. «Vorremmo vedere, dare un’occhiata, per ragioni di cinema», dice Vittorio entrando nel postribolo di via Panico, dove si rifugia il ladro del film. La maîtresse, che era stata una nota fantasista del varietà, fa gli onori di casa dicendo al regista: «Siamo colleghi. Desidera vedere qualche stanza?». «Per ragioni di studio, studio di umanità», sussurra Vittorio. Quando se ne va, la direttrice lo saluta dicendogli: «Lei è padrone qui dentro, venga quando vuole, può studiare quello che vuole». Strepitoso è l’incontro con la Santona in una stradina di fronte a villa Torlonia. Non è una guaritrice, ma una che vede nel cuore delle persone, intuisce il loro futuro, le consiglia. Il personaggio è singolare, ha cinquant’anni, i capelli rossi, gli occhi spiritati. I clienti li accoglie nella camera da letto affollata. La Santona è seduta in una poltrona, ognuno racconta ad alta voce le sue pene davanti a tutti, lei si dondola un poco invocando Gesù e poi esprime il suo parere come se fosse in trance. Qualcuno della troupe si spaccia per l’operaio a cui hanno rubato la bicicletta. La Santona gli risponde che non vale la pena affannarsi nelle ricerche, tanto la bicicletta non la trova. La Santona non riconosce De Sica, che invece molti dei presenti salutano, e gli chiede come si chiama. «Cosa vuole il nostro Vittorio?». Il regista non ha il coraggio di parlarle del film e chiede consigli per un giornale che dovrebbe fare. Andrà bene o andrà male? La Santona gli dice che non dovrebbe avere incertezze nella vita. Suso Cecchi d’Amico non vorrebbe sottoporsi alla prova, ma viene spinta a forza dal gruppetto che accompagna il regista. Suso ammette esplicitamente di occuparsi di cinema. «Avevo visto che hai una faccia strana», commenta la Santona. «Ma il film che stiamo facendo andrà bene?». La risposta è che vanno bene le cose fatte a fin di bene. Quando escono, Vittorio, parlando con il tono dell’oracolo in trance, dice che se la parte della Santona nel film la facesse la Santona verrebbe fuori una cosa bellissima. Solo due giorni dopo, il 18 aprile 1948, che segna la clamorosa vittoria elettorale della Democrazia Cristiana nei confronti del Fronte d’unità popolare, è finita la


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sceneggiatura, dopo una serie di sedute di lavoro nel salotto della casa ai Parioli in cui Vittorio e Cesare si insediano al mattino per ricomparire solo all’ora dei pasti. Emy De Sica ricorda ancora che Zavattini, da buon padano, adora il parmigiano e ne fa fuori quantità spaventose in un periodo in cui è ancora un prodotto di lusso. Lo scrittore riporta nel Diario la versione definitiva della storia cui aveva cominciato a lavorare nell’agosto dell’anno precedente. Nel frattempo è cominciata la ricerca degli interpreti. Sin dai suoi esordi De Sica ha sempre avuto la mano felice nella scelta dei piccoli attori che appaiono nei suoi film, ma questa volta il bambino giusto non si trova, nonostante le centinaia di bambini carini, romantici, lisciati, imbranati che affollano i provini. Spesso si presentano in lacrime e si siedono su una sedia all’estremità della stanza. Nella fila dei genitori, De Sica vede un operaio che tiene per mano il figlio. Gli fa segno di venire avanti. Pieno di speranza, l’operaio spinge in avanti il bambino. «No, sei tu che mi interessi, non il bambino», gli dice il regista. Lamberto Maggiorani, il protagonista di Ladri di biciclette, è stato trovato così, dopo una cinquantina di provini insoddisfacenti. Avevano girato per mesi fra le impalcature delle case in costruzione in cerca della faccia giusta. Si era fatto un provino anche a Gabriele Ferzetti, allora giovanissimo e sconosciuto. Era bello e bravo, ma assomigliava troppo a Laurence Olivier. Si capisce subito che Maggiorani non è un attore, ma il suo modo di camminare, di muovere le mani callose conquistano De Sica che lo trova perfetto. Si fa promettere che dopo i tre mesi di lavorazione non si sarebbe montato la testa e sarebbe tornato al suo lavoro alle officine Breda. Sente di avere nei confronti dell’operaio, che ha moglie e tre figli, una grossa responsabilità e incontra anche il direttore dello stabilimento, che si impegna a riprendere l’operaio alla fine del film. Neppure le ricerche per la moglie del protagonista sono particolarmente fortunate. Almeno fino al momento in cui una giornalista insiste per incontrare De Sica. Quando la vede venirgli in-

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contro, dice a bruciapelo: «Ma questa è Maria». Sembra un’agnizione da feuilleton o una rivelazione da racconto confessionale. La risposta della donna rompe l’incanto e ci riporta sul set di un film in preparazione: «Non sono Maria, sono Lianella Carell, una giornalista che da giorni le chiede inutilmente di intervistarla. Il film non lo faccio, non sono un’attrice». Sembra che nulla possa farle cambiare opinione, ma non è facile dire di no a De Sica, che le prende la mano e le dice: «Il cinema ha bisogno di lei, del suo volto, lo ho bisogno di lei».

Le riprese cominciano (senza il bambino che non è stato ancora trovato) con la sequenza in cui Lamberto Maggiorani tenta di rintracciare Baiocco, l’amico che all’inizio lo aiuta a cercare la bicicletta. Non si può girare con tutti i curiosi che si affollano intorno per vedere il cinema. Quando si volta infastidito, De Sica vede una faccia tonda, un nasone buffo, degli occhi vivacissimi. «Questo me l’ha mandato San Gennaro», pensa il regista che si avvicina al bambino. «Vorresti fare del cinema?» «Sì», risponde Enzo Stajola, con la voce da adenoideo, gli occhi pieni di malinconia, il volto clownesco che ancora oggi conquistano gli spettatori. Luisa Alessandri, l’aiuto-regista della maggior parte dei film di De Sica, ricorda ancora che sul set di Ladri di biciclette vola anche qualche schiaffone. Il regista come al solito dirige i suoi non-attori impersonando tutte le parti. Nel gergo della troupe si dice che fa recitare anche le sedie. Ma quando l’esem-

ne di piangere. Non servono a niente i pizzicotti e gli schiaffi. Qualcuno della troupe si avvicina a De Sica e gli dice: «Gli abbiamo messo delle cicche nella tasca, faccia finta di scoprirle e lo chiami ciccaiolo». Il regista accoglie subito il suggerimento. «Aho’» gli dice inchiodandolo alla sedia con l’indice teso. «Ce l’ha con me?» risponde il bambino. «Sì, perché sei un ciccarolo». Stajola si mette istintivamente le mani nelle tasche e quando si accorge che sono piene di cicche scoppia a piangere. Prova a difendersi, ma la sua voce è rotta dai singhiozzi. Si mette a piangere disperatamente, perché l’essersi fatto trovare con delle cicche in tasca per lui è un dramma. L’aneddoto è uno dei tanti momenti della lavorazione complessa e faticosa di un film girato quasi sempre per strada, con pochi soldi, un solo taxi e un solo camion, una sola sedia per il regista. Il paradosso di Ladri di biciclette, come la maggior parte dei film neorealisti, è che il suono non viene girato in presa diretta assieme all’immagine, ma ricostruito al montaggio. Solitamente gli sceneggiatori non partecipano a questa fase, ma Zavattini è l’eccezione che conferma la regola: «Se si va a vedere certi film cui ho collaborato, come Ladri di biciclette, si vede che non c’è, mi pare, un fotogramma di più. E lì ci ho lavorato anche in sede di montaggio. Due mesi alla moviola. Perché avevo passione, poi una scontentezza, come a scrivere su un foglio di carta. Un fotogramma in più io lo sentivo come un peso». Ladri di biciclette - tra Oscar e Nastri d’argento, uno dei film italiani più premiati in assoluto - ha rischiato di avere se non proprio un sequel almeno una seconda puntata che paradossalmente rimette in discussione l’utopia neorealista dell’attore preso dalla strada, anzi dalla fabbrica. Certo, Lamberto Maggiorani è tornato alla Breda, dove ha ritrovato il suo posto, fedele alla promessa di non pensare più al cinema. Ma l’anno successivo, in un momento di recessione, è tra i primi a essere licenziato. Non sa dove sbattere la testa. Spera che De Sica possa aiutarlo, ma il regista gli ricorda che non è un attore, che gli ha prestato per tre mesi il suo volto, e che ora deve trovarsi un altro lavoro. Maggiorani non si arrende all’idea che nessuno voglia saperne di lui, che nessuno nel mondo del cinema lo possa aiutare con una piccola parte, giusto qualcosa per tirare avanti. A suo tempo De Sica aveva voluto proprio lui, Lamberto Maggiorani, rinunciando a Cary Grant che i produttori americani gli avevano imposto come condizione per finanziare il film. Ma De Sica aveva detto di no e aveva voluto Maggiorani. Possibile che non valga niente? Eppure le porte del cinema restano chiuse per il disoccupato di Ladri di biciclette, che pensa di rivivere come in un incubo la storia del celebre film. La storia di Maggiorani diventa nel 1952, subito dopo Umberto D., il soggetto di Tu, Maggiorani, che registra con i toni scarni e essenziali le peregrinazioni dell’operaio che vaga disperato per le vie della città che lo aveva visto protagonista per un giorno. È stanco e smarrito. Passa davanti al cinema Barberini dove si proietta Ladri di biciclette. Non vorrebbero farlo entrare, anche se è il protagonista. Ma finalmente entra e rivede il film. Si commuove e poi torna fuori, in mezzo a persone che non si accorgono di lui. La gente esce dal cinema, qualcuno si alza il bavero del cappotto, tut-

Il film, tra i più premiati in assoluto, ha rischiato di avere un sequel. Il soggetto, scritto da Zavattini e mai preso in considerazione dai produttori, si ispirava alla storia del protagonista di “Ladri di biciclette”, l’operaio della Breda Lamberto Maggiorani rimasto disoccupato pio e la buona volontà non bastano ci vuole un po’ di sadismo. Prende da parte Maggiorani e lo insulta, gli dice che è diventato un ladro agli occhi del figlio poliomielitico che ha a casa, che tiene per mano il figlio vero, non Stajola. Il transfert tra il figlio della finzione e il figlio vero produce l’effetto desiderato. Le lacrime dell’ultima sequenza sono di cocente umiliazione. Quando anche Lianella Carell non riesce a esprimere l’emozione prevista dalla storia, De Sica la prende da parte e con la sua voce suadente le dice: «Ricordati i tuoi guai! Tuo marito è scappato in Francia, vive con un’altra donna.Tu sei sola con i tuoi bambini, li devi mantenere». E giù lacrime.Anche il piccolo Enzo non vuole saper-

ti si avviano presso le case riscaldate dimenticando quello che hanno visto. Il soggetto è straordinario, uno dei più belli delle moltissime storie, e antistorie, che Cesare Zavattini ha scritto per il cinema e sono rimaste irrealizzate.Anche in Bellissima, il soggetto richiestogli da Luchino Visconti e realizzato nel 1951, aveva espresso tutta la sua disincantata amarezza per le favole cinematografiche. Ma in Tu, Maggiorani va più a fondo, il suo atto d’accusa è più radicale, più estrema la sua insoddisfazione per le false illusioni, le confortanti bugie del cinema tradizionale. Forse per questo è rimasto sepolto tra i soggetti nel cassetto, che i produttori non hanno mai voluto prendere in considerazione.


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TV

La recherche nera N di James Ellroy

web

video

di Pier Mario Fasanotti

on occorre essere superesperti per affermare che certi scrittori, ossessionati da drammi personali, sarebbero stati forse rinchiusi in una casa di cura o sottoposti a pesanti cure farmacologiche. Senonché la psicoanalisi vincente è stata la scrittura. Che non ha cancellato il demone, ma l’ha incanalato, sublimandolo, in un’operazione di fantasia. È il caso del californiano James Ellroy, considerato uno dei più bravi giallisti del mondo (sei romanzi, tra cui La Dalia nera, Mondadori). Il meccanismo della creazione narrativa, spesso contorta, viene esplorata da una bellissima serie televisiva (su Fox Crime) intitolata Nero su giallo. Finora Ellroy ha primeggiato. E non poteva che essere così. Basta riferire alcune sue confessioni: «Ho utilizzato la morte di mia madre per incrementare le vendite. È stato un progetto che mi ha descritto per ciò che sono, schiavo cioè di uno squilibrio morale interiore». Aveva dieci anni nel 1958 quando la madre, Geneva Hilliker Ellroy, separata dal marito, alcolizzata, sensuale e forse anche prostituta, venne trovata nel giardino di un liceo californiano. Strangolata da una sua calza e da una corda. E ancora: «Mia madre vestiva sempre in maniera succinta, io la desideravo e la odiavo, e volevo che morisse. La dipendenza da lei ha condizionato il mio rapporto con le donne». Morto il padre che lo accolse a Los Angeles, James attraversa dieci anni di degrado: alcol, donne spiate dalle finestre, intrusioni nelle case per curiosare nei letti, furti, risse, prigione. Il padre, subito dopo il fattaccio, gli aveva regalato un libro strano, il rapporto della polizia sulla terrificante fine di Elisabeth Short, chiamata la Dalia nera, trovata nel ’47 nuda e tagliata in due parti dopo essere stata torturata. La Dalia nera: questo il romanzo principale di Ellroy: «Elisabeth ha esercitato su di me lo stesso potere di mia madre. Sapevo che la scrittura mi avrebbe condotto a lei». A un rapporto morboso dove la seduzione e il sesso torbidamente desiderato sono in prima fila. Il caso di Geneva fu archiviato, le successive indagini, del figlio assieme a un ex detective, andranno a finire contro il muro del niente. «Quella storia - lui spiega poteva diventare solo un romanzo». Il giallista ci fa entrare nelle viscere della creazione letteraria. Fatta di turbamenti, di caparbietà onirica e investigativa. Una recherche nera attorno a un trauma infantile. Pochi serial entrano così profondamente nella ragnatela inconscia della scrittura.

games

dvd

LA MACCHINA DEL TEMPO È ONLINE

IL MIRACOLO DI CIV

L’ENIGMA DEL POLLUCE

L

a macchina del tempo esiste. Almeno nel cyberspazio, dove non tutti sanno che è possibile sfogliare la storia del web, a caccia di pagine non più raggiungibili perché eliminate dai proprietari, ma in realtà ancora «vive» nei pertugi in pixel. Il super archivio che conserva i dati si può consultare sul www.archive.com dopo aver scaricato il programma Waybackmachine. Grazie

N

e avevamo già parlato qualche mese fa, ma adesso che - da anteprima - è diventato realtà, vale la pena di tornarci sopra. Con una speranza trasformata in realtà: Civilization Revolution è un capolavoro. L’incarnazione dell’epica saga di Sid Meier per le console next-gen (Xbox 360 e Playstation 3) approda su lidi distanti dal personal computer senza perdere un briciolo del pro-

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Su archive.com è possibile sfogliare la storia di Internet a caccia di pagine non più raggiungibili

Il capolavoro di Sid Meier approda su console e non perde il proprio smalto originario

Avvicente e rigoroso il documentario sul tesoro perduto del piroscafo affondato nel 1841

alla «macchina del Tempo» si potrà curiosare nella storia delle grandi Major e scoprire ad esempio la prima home page di Yahoo.it. Il sistema viene usato soprattutto per portare sul banco degli imputati il passato virtuale di una società. È il caso della Playboy Enterprise, che passa al setaccio la rete per scoprire se qualcuno si impossessa del suo marchio (il famoso coniglietto) o di immagini esclusive. Insomma l’avvertimento è chiaro: si può sbirciare il passato di chiunque ma occhio a scrivere in una pagina web quello che non scrivereste in una cartolina.

prio smalto di sempre. L’interfaccia, naturalmente, è semplificata. E alcune delle operazioni tipiche del gioco per pc vengono adesso svolte in automatico (la costruzione di strade per esempio). Ma l’anima di Civilization resta immacolata nella transizione su console. E questo, soltanto questo, interessava alle migliaia di fan di Sid Meier che aspettavano con impazienza questa nuova “rivoluzione” . Anzi, se possibile Civilization è ancora migliore, con la grafica hd, quando è possibile giocarci sdraiati sul divano invece che incurvati su un pc. Miracolo.

ca del tesoro perduto. Teso come una spy story, ricco di enigmi irrisolti e di contributi capaci di inquadrare la misteriosa vicenda alla luce della storia marittima dell’Ottocento, L’enigma del Polluce di Pippo Castellano riesce a coniugare il piacere del thriller con il rigore storico. Monete, vasellame, ceramiche e altri beni, trafugati e ritrovati, vendita d’informazioni, sub avidi e appassionati di antiche storie d’avventura salgariane. Intorno al relitto del Polluce si agita un’umanità inquieta e multiforme, che a vario titolo configura l’idea di che cosa possa essere un uomo di fronte al desiderio, frustrato e irredimibile, di ciò che è perduto.

ella notte del 17 giugno del 1841 il piroscafo Polluce cola a picco al largo dell’Isola d’Elba, urtato da una nave di una compagnia concorrente. Con lui si inabissa un prezioso carico di monete e gioielli, che resterà nei fondali marini per più di 160 anni. Nel settembre del 2001 Scotland Yard segnala alle autorità italiane il furto di alcuni reperti in acque italiane, e i Carabinieri Subacquei di Genova si mettono alla ricer-


cinema

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nce è un minuscolo film irlandese che ha vinto un Oscar per la canzone Falling Slowly nel 2008, e d’immenso impatto emotivo: senza il minimo sforzo apparente s’impossessa dello spettatore e fa strame della fortezza abilmente costruita negli anni a difesa del suo cuore. John Carney, regista e sceneggiatore, è un ladro alla rovescia: entra di soppiatto e al buio in quel muscolo vibrante e delicato, ma invece di sottrarne ricchezza vi deposita un tesoro incommensurabile; una sensibilità raffinatissima che una volta era nostra, ma che si era inavvertitamente smarrita nell’accidentato percorso tra adolescenza e maturità. Once («una volta») è quella rarissima compensazione sognata dai critici, che si sorbiscono ogni settimana chilometri di celluloide impressa con immagini che, quando va bene, si traducono in film più o meno vedibili; quando va male ammazzano ore preziose che non torneranno mai più.

O

La storia è di una semplicità disarmante. Un giovane suonatore ambulante (busker è la bella parola inglese) sta cantando una canzone d’amore a un angolo di strada a Dublino. Una ragazza ancora più giovane si ferma ad ascoltarlo e inizia a fare domande invadenti e disarmanti. «È tua la canzone? L’hai scritta per qualcuna che ti ha fatto molto male? L’amavi tanto? Hai scritto questa meravigliosa canzone per riconquistarla?». (I due protagonisti non hanno altro nome nel film: sono il Ragazzo e la Ragazza, una soluzione perfetta per un incanto di favola realistica, universale e senza tempo.) Il Ragazzo, che ha appena subito un tentativo di furto degli spiccioli accumulati nella custodia della chitarra per terra (rischio professionale, certo; ma prima di vederlo, chi ci aveva mai pensato?) e che finisce per regalare qualcosa al balordo pentito, invece di offendersi lascia che la Ragazza attacchi discorso. Non succede spesso che i passanti s’accorgano che le tue composizioni, uno, sono originali e, due, scaturiscono da fatti personali profondamente dolorosi. Lui le racconta che di giorno canta musica non sua, canzoni conosciute e amate dai più; di sera canta se stesso, in tutti i sensi. (Solo molto dopo ci si accorge della genialità di queste due scene iniziali: il tono del film, qualità evanescente e indispensabile, è stabilito sin d’ora senza farsene accorgere. Chapeau.) Nella più classica tradizione chapliniana, la Ragazza è una venditrice di rose ambulante: un’immigrata ceca che sbarca il lunario. Nella più classica tradizione emigrante, è pianista di formazione classica che vive di lavoretti umili e saltuari nella metropoli irlandese. Il Ragazzo, che viveva a Londra con la donna che lo ha tradito, è ritornato nella sua città natale dopo l’azzeramento della sua vita per leccarsi le ferite e dare una mano al padre, rimasto vedovo, nel laboratorio di riparazioni per aspirapolvere. La Ragazza, guarda caso, ha un aspirapolvere rotto. Prendono appuntamento per il giorno dopo, e mentre s’avviano al negozio di strumenti musicali dove le è concesso

Colpiti al cuore da Once di Anselma Dell’Olio suonare i pianoforti in vendita all’ora di pranzo, lei si trascina dietro sulle ruote quell’aspirapolvere, come fosse un cagnolino. La scena è buttata lì con disinvoltura, con l’incanto comico del found humour, l’umorismo trovato, accidentale, che nessuno ha programmato, l’incidente di percorso. Cosa c’è di più naturale e credibile che dover fare più commissioni portandosi dietro un elettrodomestico da riparare? Il Ragazzo è folgorato dalla sua bravura alla tastiera, e le chiede se ha voglia

perché la poco più che adolescente immigrata ha quell’aria composta e seria da donna molto più matura.Vive con la madre e la sua bambina piccola ed è separata dal marito, molto più grande di lei, rimasto in patria.

Scena dopo scena, il film accumula situazioni e avvenimenti talmente verosimili da non interrompere mai la sospensione d’incredulità necessaria per godersi fino in fondo un’opera di finzione. Ad esempio, mentre sono a casa

Un Ragazzo e una Ragazza sono i protagonisti di questa incantevole favola realistica. Vincitore al Sundance festival del “World Cinema Audience Award” e di un Oscar per la canzone “Falling Slowly”, il film di John Carney è un musical innovativo dove l’azione non viene mai interrotta dalla colonna sonora di collaborare con lui su alcune canzoni. Sta cercando di mettere insieme un album da registrare, il famigerato «demo disc» da portare in giro per agenti ed editori musicali, nel tentativo di riavviare la sua carriera interrotta. Lei è felice e lusingata di rientrare di sguincio nel suo mondo d’origine: la musica. I due vanno a casa di lei per ascoltare il nastro delle canzoni che la Ragazza dovrà completare. A sorpresa scopriamo

della Ragazza, arrivano dei vicini, immigrati boemi, per vedere la televisione, l’unica disponibile da una compatriota nello stesso stabile: più vero del vero, come piccolo evento quotidiano tra immigrati che si danno una mano tra loro. È ora di dire tutta la verità nascosta fin qui per non far fuggire potenziali spettatori da questo film unico e prezioso: è un musical. Ma sarebbe un errore gravissimo scartarlo per questa

ragione, perché è un musical innovativo, diverso, sui generis. In quelli tradizionali, l’azione d’un tratto s’interrompe e gli attori iniziano a gorgheggiare. Più sono riuscite, e più le canzoni «portano avanti» la storia, invece di commentarla e basta, come il genere delle origini; ma la messa in scena è sempre magistrale, grandiosa, iperbolica. Ma Once è tutta un’altra cosa. Il film è intessuto di musica dall’inizio alla fine e i due protagonisti si dicono tutte le cose importanti attraverso le parole e le melodie senza enfasi. Ma l’azione non si ferma mai e quasi non ci si accorge di cosa succede mentre metabolizziamo le incantevoli canzoni del film. Scoperto al Sundance festival, il film ne ha vinto la «World Cinema Audience Award», che va all’opera che ha colpito al cuore gli spettatori. Glen Hansard (il Ragazzo) è capo della banda irlandese The Frames; né lui né Marketa Irglova (la Ragazza) sono attori professionisti, ma compositori e musicisti di talento che collaborano nella vita reale. Anche il cineasta John Carney è musicista: suonava il basso nel gruppo di Hansard. Once non ha nulla di prevedibile né di sentimentale. È il racconto di due bambini cresciuti, con le ali rotte, che si aiutano a riprendere il volo. Se il film non vi spezza felicemente il cuore, non ne avete uno. Da rivedere.


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poesia

Machado: l’unico

VIANDANTE, NON È LA VIA… Viandante, non è la via che le tue orme, nient’altro; viandante, non ci son vie, la via si fa camminando. La fai tu mentre cammini, e se volgi indietro l’occhio vedrai il sentiero che non ritornerai più a calcare. Viandante, non ci son vie, solamente scie sul mare.

di Filippo La Porta orse nei versi di Antonio Machado più che in ogni altro poeta del Novecento si capisce che la poesia non è tanto spazio dell’irrazionale e dell’orfismo quanto pensiero concentrato, filosofia miniaturizzata. Né per questo si deve pensare a un poeta didascalico, cerebrale, noioso.Tutt’altro! Nelle poesie di Machado, nato a Siviglia, senti vibrare il flamenco o altri canti popolari del Sud ispanico. Devi immaginarle scandite da una chitarra andalusa, sensuale e malinconica, come potrebbe accadere in certi film di Buñuel. In altre occasioni ho indicato un filone poetico antinovecentesco, che tra gli altri comprende Saba, Kafavis, Auden, Brecht, nel senso di una antitesi al mainstream postsimbolista di Mallarmé e Valery, innamorato dell’oscurità come dogma e convinto della distanza vertiginosa della poesia dal mondo. Eppure Machado non si lascia annettere ad alcun raggruppamento. La sua poesia è o può essere diaristica, epica, narrativa, di impegno civile (ricordo che lui, antifranchista, morì in esilio) così come lirica, elegiaca e intimistica (basti pensare alla prima raccolta, Soledades, del 1903). De-

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Antonio Machado (Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

il club di calliope Presi dalla luce non ci accorgiamo di esistere dentro un Aldilà già consegnato ai posteri. Mentre sfiliamo in silenzio al museo che tiene la Chimera a guardia del giardino. Dove le tombe sono state traslocate. E le casette hanno cupole d’erba oppure l’edera ha invaso le capriate. Scendiamo sotto la terra giglia fra torba secca messa a seccare. Nel giardino delle tane e dei cunicoli l’anima può anche appartenere agli etruschi. Finché davanti ai due canopi neri siamo entrambi consegnati al silenzio. Le urne cinerarie di terracotta. Le terre rosse dentro un impero sgretolato. Immobili non ci guardiamo nello specchio. E dentro la vetrina sembriamo due anatre di plastica in un lunapark. Sotto il gran tendone a strisce verdi e blu. La testa sopra le ascelle. Il corpo mutato in vaso. Anatre nere senza ali pronte a ricevere il cerchio dei bambini. Per chi vincerà il nostro corpo. Mentre sfidiamo i secoli con il sorriso sulle labbra. Qualcuno forse vorrebbe ancora tamburellare le dita sul nostro corpo cavo. Farci il solletico. Vedere se siamo vivi oppure nati per essere i giocattoli morti nelle mani dei bambini. Due anatroccoli neri ci guardano con i nostri lineamenti. Incapaci di volare oltre l’orizzonte. Paolo Fabrizio Iacuzzi

scrive il mondo intorno a noi ma continuamente scava nella propria interiorità, che in quello si rispecchia (lo specchio è una delle figure del suo canzoniere).

Ho scelto una poesia «gnomica» (moraleggiante), in cui riecheggia qualcosa della insuperabile saggezza del personaggio di Juan de Mairena, pseudonimo con cui Machado volle pubblicare epigrammi e aforismi. Ne ricordo solo uno, abbagliante: «Apprese così tante cose - scriveva il mio maestro, alla morte del suo amico erudito - che non ebbe tempo di pensare a nessuna di esse». E, sempre su questo delicato crinale tra poesia e prosa, vorrei sottoporre all’attenzione dei lettori almeno due dei suoi Proverbios y cantares (dedicati a Ortega y Gasset): «Si mente più del previsto/per mancanza di fantasia:/anche la verità s’inventa»; e «Oltre il vivere e il sognare/c’è quello che importa:/svegliarsi». Ma altrettanto rappresentative del suo stile sono le poesie che ci ripropongono l’immaginario corrusco di un Sud cattolico-pagano, con la luce del Mediterraneo, l’acceso cromatismo della sua terra, gli aranci («piazze vuote /dove crescono aranci

A CASAROLA CON ATTILO BERTOLUCCI in libreria

di Loretto Rafanelli asarola è un piccolo borgo dell’Appennino parmense sconosciuto ai più, ma noto al pubblico della poesia, lassù infatti per molte estati vi passò le vacanze Attilio Bertolucci, cioè uno dei più grandi poeti del Novecento, che dedicò a quella terra numerose poesie. Lassù, dove egli aveva la casa di famiglia, ci sono state le sue passeggiate, gli incontri con altri scrittori, la vicinanza con la piccola comunità locale, impegnata nei lavori dei campi, nel ciclo secolare delle esistenze, coi loro «gesti essenziali» e una «cristiana accettazione dell’ombra». Da questi incantati e solitari «luoghi della poesia», Paolo Lagazzi (La casa

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Paolo Lagazzi racconta le sue estati con il poeta emiliano trascorse sull’Appenino parmense. Una consuetudine durata 24 anni del poeta, Garzanti, 190 pagine, 12.50 euro), ci racconta con rara maestria i 24 anni di incontri estivi con il poeta (Casarola divenne pure per lui il luogo delle vacanze). E lo fa con grazia, leggerezza e tanta emozione. E attraverso vari e misurati frammenti ci restituisce la totalità del poeta, al modo del decantato Rembrandt. Lo fa con l’affetto e la gratitudine che merita un maestro unico come Bertolucci, capace con la sua sapienza e «l’amore per l’esistenza» di rivelare un percorso. Abbiamo così rivissuto le loro camminate, gli intensi dialoghi e quel guardarsi come solo potrebbero fare un padre e un figlio. Ne esce un prezioso libro, un «romanzo», dove vi sono finezze critiche (Lagazzi è il massimo esperto di Bertolucci), curiosità e notizie sul poeta, ma pure lo scenario selvaggio dell’Appennino, il contatto con la semplice gente del luogo (con la loro vita felice e tremenda, come la morte sotto il trattore di Walter, il giovane figlio dell’oste), le vicende personali. Sapevamo della sensibilità poetica di Lagazzi e della sua creatività, che ne fanno un critico ideale per ogni poeta, ma oggi sappiamo pure della sua perizia nella narrazione.


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sentiero si fa camminando che s’accendono/ dei loro frutti rotondi e vermigli») e limoni («l’albero dei limoni piega languido/il suo pallido ramo polveroso/ sopra l’incanto della fonte limpida/ e sognano là in fondo/ i frutti d’oro»), i pioppeti dorati e gli uliveti grigi tra i sentieri bianchi di polvere, lì dove «il sole ha bevuto/il colore ai campi». E ancora: la sua è una poesia impregnata di profumi di fiori, di «fragranza di menta e basilico». Machado appartiene alla generazione del ’27, l’anno in cui si celebra il terzo centenario della morte di Luis Gongora. Ma anche se conosce la sapienza barocca nell’intrecciare metafore e similitudini e immagini preziose la poesia di Machado non ha niente di ineffabile e anzi «tutto vi è accessibile» (Francesco Tentori Montalto) poiché è fatta di sentimenti quotidiani, benché portati a un estremo grado di intensificazione. La sua parola «essenziale» non allontana la realtà, né la fa sparire come quella di Mallarmé, ma di essa si alimenta. La celebrazione di persone, animali (ad esempio la poesia Le mosche: «Voi, esseri familiari/ineluttabili, golose,/voi m’evocate, volgari/mosche, tutte le cose»), oggetti umili e desueti, si sostanzia di una pietas nata dal senso estremo della mortalità e fi-

nitudine: «Il colpo d’una bara a terra è cosa/perfettamente seria» (da Per il seppellimento d’un amico). Mentre nella poesia prima citata, sulle mosche, scrive che queste si posano sia sulla lettera d’amore che sugli «occhi assorti dei morti…». Soffermiamoci sul suo rapporto con le metafore, così presenti nella tradizione spagnola, e sulla sua conseguente distanza dai miti della poesia moderna.

Nei Complementarios, quaderno di appunti non ancora tradotto in italiano, Machado osserva che le metafore non sono altro che un mezzo espressivo indiretto quando è carente il linguaggio multiuso della comunicazione diretta. Secondo lui Mallarmé ha capito solo in parte questa verità, tanto che nella sua lirica si avverte la «credenza superstiziosa nella virtù magica dell’enigma». Ma solo uno spirito triviale può creare enigmi artificialmente. E così conclude: «Tacere i nomi diretti delle cose, quando le cose hanno nomi diretti, che stupidità!». Se davvero il linguaggio della poesia, solo apparentemente superato, anacronistico, è invece congeniale, come qualcuno ha dimostrato, a Internet e agli ipertesti, dato che privilegia la non-linearità, la velocità,

l’essenzialità, allora suggerirei di imparare a memoria questi pochi versi del componimento di Machado e poi usarli come viatico per l’esistenza, come l’eco di una sapienza arcaica che può aiutarci a organizzare il caos della contemporaneità. La modernità è ibridazione, compresenza di tempi storici, di nuovo e di antico. Machado ci invita a pensare che non ci sono sentieri predefiniti. L’unico sentiero si fa camminando. Non c’è alcun sentiero, da nessuna parte. Nessuna fondazione metafisica del nostro agire. Siamo interamente abbandonati a noi stessi, sotto un cielo vuoto, anche se circondati da una natura varia e multiforme. Non si dà una essenza dell’uomo definita a priori. Meno che mai le famigerate radici (sempre illusorie, mitiche). Cinquant’anni prima di Sartre e Camus, Machado ci ricorda che l’esistenza precede l’essenza e che l’essere umano assomiglia a Sisifo. La vita si scrive sull’acqua. Solo accettando un fatto del genere potremo «camminare» a viso aperto e affrontare il destino come viandanti disillusi ma consapevoli. E, di più, Machado ci ricorda che la verità «s’inventa», nel senso che spesso per strappare alla realtà tutti i suoi veli occorre avere molta immaginazione.

UN POPOLO DI POETI < Le fronde spandevano una luna danzante, tremula, i corpi erano in un filo esteso, negli inverni dove la neve soffiava e oscurava tutto, girammo nel silenzio di assenzio, un grammo d’aria mancata, lì finì d’improvviso quella notte.

Gianni D’Urso

< Dimmi nel tuo verbo, preziosa fioritura d’un ramo di ciliegio, slegando il tuo pensiero nel soffio del maestrale. Parlami dell’onde, in gioielli di turchese, che il mare partorì nel ventre dell’aurora. Suonami il canto che desta il fiume di memorie, aprendo tra le rocce profonde feritoie. Dell’erbe, poi, donami il profumo che al mondo porta il suo risveglio, dopo fiocchi candidi di dolci nevicate narrami l’addio del freddo sonno. Narrami l’addio Claudio Cisco

< Volteggi di farfalla in volo libero. Oggi come ieri un olivo ci racconta di una terra e di un popolo… della loro storia. E la storia non è che un istante. Figure come pietre senza volto né pianto tra i fiori e i fili d’erba cristallizzati dai mille colori nella terra dei segni.

Francesco Bertini

«Un popolo di poeti», che ogni sabato uscirà sulle pagine di Mobydick, è dedicata ai lettori. Chi voglia inviarci versi inediti, troverà accoglienza nella nostra rubrica. L’indirizzo al quale spedirli è: liberal Mobydick, Via della Panetteria 10, 00187 Roma


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PITTURA

Antonio Basoli viaggiatore immobile di Marco Vallora on è certo una sorpresa, per chi ama le cose erudite di Bologna, e ha avuto la ventura di entrate nella bianca, stuccata, meravigliosa Aula Magna, appena restaurata, dell’Accademia delle Belle Arti, o conosce se non altro quel geniale alfabeto figurato egizio-babilonese, ove la «B» di Basoli si erge, tra fulmini e improperi e idoli pagani, come una Babele biblica di gigantesca ambizione (a fare il paio con le grecherie parmigiane del Petitot, sino alle evoluzioni Art Nouveau e lambicccate di Erté) non è certo una vera sorpresa il nome venerando di Antonio Basoli, «Ornatista, scenografo, pittore di paesaggio», come suggerisce questa raccomandabilissima mostra (non a caso prorogata sino a settembre, a furor di gradimento) e che ha un bellissimo sottotitolo: «Il viaggiatore che resta a casa». Perché davvero Basoli è uno di quei viaggiatori immobili, alla Xavier de Maistre, che non si accontenta però della propria stanzetta pascaliana ma che viaggia con l’immaginario e s’avventura grazie alla fantasia disegnativa tra le pagode della Cina, le carceri piranesiane, le scenografiche vallate bibliche colme di Sansoni e di David e il sentire cimiteriale e ossianico dei primi ripescaggi gotici (era un goloso divoratore di romanzetti neri, che s’appuntava visivamen-

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te nei suoi taccuini, com’era avido di sorbetti il Leopardi, suo vicino di gusto). Si sa che s’ama ripetere, meccanicamente, che il Romanticismo italiano non è mai esistito, ma allora che cosa è questo suo gusto visionario, che viaggia talvolta tra Fuessli e Flaxmann (che ben conosceva: lo documenta la sua vorace biblioteca) e che apre al visionario del romantik le danze dello spontiniano ma anche beethoveniano Viganò o gli anditi peccaminosi delle Semiramidi di Meyerbeer e di Rossini? Sembra forzato definirlo un Biedermeier, proprio perché coniuga in modo geniale le antiche pendici arruffatte della grafica rococò, con le novità napoleoniche

arti

del purismo neoclassicismo, che non omaggia pedissequamente, ma di cui è naturalmente figlio (décorateur alla moda, e dettagliatissimo - dalle modanature dei camini ai lambrichen delle tende, dalle seggiole retour d’Egypthe ai «gabinetti tutti rimessi di paglia all’uso cappucinesco» - Basoli, che pur ha avuto il suo periodo giacobino, a ridosso della Rivoluzione, è sempre in predicato di trasformare qualche villa locale in reggia per Napoleone, che come si sa «arriva, arriva», ma non arriva mai. E soprattutto ha un suo modo anticonvenzionale, per contrastare la noiosa precettistica dei Winckelmann e dei Mengs: «Bisogna trasferirsi al tempo, e al luogo, e ai costumi propri dei secolo in cui vissero. Non si mette l’Apollo di Belvedere in un edifizio di Babilonia». Macché, ghiotto, Basoli, l’amico di Pelagio Palagi e il maestro in fondo di Felice Giani e un plotone di emuli, si diverte proprio a fare questo, a dilettarsi di capricci, a disseminar solecismi storici e scrive: «La miglior influenza è di non seguir quel che comunemente si pratica» e: «l’invenzione è la facoltà di unire in una maniera nuova le idee ricevute». Magnifico. Così, se il Basoli vedutista, con le sue scenette un po’ diligenti e olandesi della vedute pittoresche di Bologna, magari sotto la neve o la cipria del crepuscolo, oppure degli interni pii delle chiese di città, è fin troppo noto e omaggiato in patria, questa spettacolare mostra, ispirata da Andrea Emiliani e ben concertata da Fabia Farneti e Eleonora Frattarolo, questo stendhaliano «viaggio teatrale» che riproduce sulle pareti la grafia paraffata del suo tutto documentare, e che ci dà l’impressione di entrare dentro la sua scrittura e la varietà sconfinata dei suoi interessi, è ammirevole proprio perché ci offre un ritratto inconsueto e anticonvenzionale del suo genio immaginoso.

Antonio Basoli, 1774-1848. Ornatista, scenografo, pittore di paesaggio, Bologna, Pinacoteca Nazionale, fino a setembre

autostorie

Tour in Portogallo con José Saramago di Paolo Malagodi ndubbiamente l’occasione è ghiotta, tanto da non lasciarsela scappare. Quella di accomodarsi a bordo di un’automobile condotta da un personaggio davvero fuori del comune, che per alcune settimane disegna un tortuoso itinerario sulle strade del proprio paese. Annotando, al tempo stesso, riflessioni e notizie sulle zone visitate in pagine di straordinaria scrittura, capaci di trasmettere al lettore la reale percezione di essere a bordo di una vettura il cui guidatore «attacca e stacca il tergicristallo, in un gioco che continua a svelare il paesaggio e subito dopo lo fa immergere, impreciso, come dentro a un acquario agitato». Mentre non di rado si affrontano pessime strade, sulle quali «stridono e protestano le sospen-

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sioni dell’automobile» e nella conseguenza di trovarsi magari con una ruota a terra, ma senza per questo turbare la serenità di un conducente che reputa simili episodi come «i normali incidenti di chi va in giro, soprattutto se per strade tanto brutte.Toglie la ruota, mette l’altra, pensando a cose bellissime, a com’è dolce la giornata, a com’è verde la pineta laggiù, e finalmente, concluso il lavoro, si rimette in cammino». Frangenti che, sia pure con minore capacità descrittiva, riguardano la vita di qualsiasi patentato e che possono anche portare, dopo pochi chilometri, ad accorgersi di non aver ben stretto i bulloni della ruota e nell’amletico dubbio se un tale avvertimento sia per caso «venuto da San Cristoforo o da Mercurio, tenendo conto che se in Grecia, dove il dio fu inventato, di automo-

bili non ce n’erano, non ce n’erano neppure in Siria, dove nacque il Santo».Garbata ironia che José Saramago, premiato nel 1998 con il Nobel per la letteratura, applica alle vicende del suo procedere in automobile attraverso il Portogallo e come viene narrato in un libro (Viaggio in automobile, Einaudi, 532 pagine, 12,00 euro) che descrive borghi conosciuti e luoghi apparentemente meno carichi di storia e di arte, ma che la profonda cultura di Saramago riverbera di sapienti note. «Affascinante esempio - come scrive Claudio Magris nel presentare l’edizione italiana - di un viaggiatore che procede, come nella vita, in una mescolanza di programma e casualità, mete prefissate e impreviste; sbaglia strada, torna indietro; è incerto su cosa visitare e cosa trascurare, perché

anche viaggiare, come scrivere e come vivere, è anzitutto tralasciare. Si sofferma su momenti gloriosi, capolavori d’arte e grandi personaggi, ma anche sulle persone incontrate per un istante; si arresta davanti al profumo di una mimosa che riscatta il misero vicolo di una cittadina». Sono questi i caratteri fondamentali di un itinerario che, alla sua conclusione, porterà Saramago a dire che «la fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre».


MobyDICK

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ARCHITETTURA

Portoghesi fa rivivere il mito di Palladio di Guglielmo Bilancioni a mano di un Artista è mano e occhio; in essa concorrono e agiscono gusto e giudizio, scienza e Sapienza, visione e calcolo, il talento e la Grazia. Palladio è un Maestro Antico, conosce i segreti del sapere degli antichi e ne compie una grandiosa sintesi, in forme sempre nuove: custodisce il sapere mentre lo trasmette, poiché la Tradizione agisce sempre al futuro. In questo è un architetto classico: la sontuosa semplicità delle sue opere, tratta dai modi di costruire dei Romani, mostra l’architettura come cosa in sé, di bellezza assoluta, dalle stabili regole, riflesso intelligente dell’ordine cosmico e delle sue leggi di armonia. Palladio è uomo di lettere: raccoglie e studia molti libri, ne scrive dopo lunghe preparazioni, ha «le seste negli occhi» e la Storia nella mente, vuole conoscere «tutti gli autori et historici antichi». Si dedica a un alto esercizio umanistico mentre si appassiona per la soluzione di un particolare. L’architetto è «Uomo Universale». Nel quadro delle celebrazioni per i cinquecento anni dalla nascita, è stato pubblicato - per i tipi eleganti di Allemandi un grande libro di Paolo Portoghesi, La mano di Palladio, illustrato da molte fotografie di Lorenzo Capellini. Il fine di Portoghesi è morale, forse anche pedagogico: l’architettura attuale - dice - sta attraversando nel mondo un periodo di «selvaggia vitalità», indifferente alle ra-

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dici e alla cultura; la riflessione su Palladio è per questo condotta da Portoghesi come «polemica attualità», eppure offerta con la sapienza gentile irradiata dal vero amore per le forme costruite e per la avvincente ricerca del loro significato. Con un incipit folgorante sui nessi fra Palladio e Borromini, le osservazioni profonde di Portoghesi ampliano le conoscenze su Palladio: plasticità e spazialità, i nodi angolari, risalti, accenti, ombre, fasce e cornici, e raccontano la storia di conquistate simmetrie, di «eminenti parti», di templi «dalla verità illuminati», della sensualità di una modanatura e di un «ordine generatore di ritmi». L’Ars Combinatoria di Palladio, la più difficile delle sue virtù, quell’arte che estrae il molto dal poco e sfugge a «strani abusi e barbare inventioni», inscena uno «spettacolo plastico affascinante» ove la «centralità con-cresce con la longitudinalità», in audace «discontinuità prospettica, come nel teatro». Evocando, del Maestro, il «modo elegante ed energico» e la «rapidità e icasticità del suo pensiero visivo», Portoghesi fa rivivere il mito di Palladio, mentre schizza in cantiere, sul suo ginocchio come unico appoggio, forme di capitale importanza. Impressiona sempre, nei grandi architetti, la fusione di ideale e pratico, di permanenze e mutazioni; essi sanno mettere assieme, come nella musica, ciò che è degno di imi-

tazione e ciò che è inimitabile, i tesori del passato e le belle possibilità del futuro. Sono capaci di «conciliare ragione e senso». Nel controllo di numero peso e misura, e nella costante attenzione ad «accomodarsi ai siti» Palladio ha formato il durevole modello della Villa perfetta, assoluta, che fonde in sé utilità e bellezza, e conferisce all’architettura il nobile carattere di «Alta Utilità». Agisce sullo spazio, su «spazi dentro spazi», in «aurea semplicità». È nella sapienza dell’Elemento che si distilla, ha scritto Ackerman, l’«alchimia della visione». Rigoroso e versatile, Palladio ha impersonato in sommo grado la qualità magica, rara e preziosa, dell’architetto che estrae la libertà dalla legge, l’espressione dal nu-

do limite, e la bellezza, che è uguaglianza, dall’ordine, in sofisticate armonizzazioni che tendono all’unità. Architettura è scienza esatta, esatto punto medio fra umano e divino. Nella colonna, «quintessenza dell’arte architettonica», dice Portoghesi, elemento costruttivo che Palladio costruisce a sua volta con il mattone primigenio, si celano, verticali e potenti, mètis e tèkne, e nel timpano triangolare si mostra, centrale e frontale, il Genio alato dell’Architettura. Condere, per i Romani, era fondare e celare. E Seneca spiega: «I grandi del passato non ci hanno lasciato invenzioni ma l’obbligo di cercarne». Paolo Portoghesi, La mano di Palladio, Allemandi, 264 pagine, 60,00 euro

FESTIVAL

Napoli, capitale (non convenzionale) del Teatro di Enrica Rosso apoli ha sbaragliato la concorrenza ed è Capitale del Teatro con il progetto triennale Napoli Teatro Festival Italia. Un evento di assoluto prestigio per la città partenopea che è riuscita a strappare la vittoria a città altrettanto belle e qualificate per la ricezione del festival come Genova,Venezia o Milano. La manifestazione voluta dal Ministero per i Beni Culturali si pone l’obbiettivo di riposizionare la cultura teatrale italiana in un ambito più allargato ed europeo. In quest’ottica la scelta di una città del Sud assume maggior sapore se comparata ai Festival di Avignone, Edimburgo o Salisburgo a cui si ispira in quanto rilancia il dialogo con realtà difficili e spesso scomode ma estremamente stimolanti. L’intera città si è trasformata in una gigantesca fucina artistica, una grandiosa e magica babele, un contenitore onnivoro capace di offrire lo spazio ideale a ogni proposta. Lo sforzo produttivo è notevolissimo e la commistione creativa ricchissima. Per questa prima edizione il direttore del Festival, Renato Quaglia, non si è limitato a interpellare le grandi realtà della scena internazionale, ma ha dato ampia accoglienza a progetti non convenzionali, che affiancheranno la scuola teatrale napoletana egregiamente rappresentata in tutte le sue correnti da nomi di spicco. Il maestro Roberto De Simone porterà in scena al Mercadante Lo Vommaro a duello, una fusione tra la farsa in musica di Paisiello e la commedia. Lina Sastri interpreta Reginella, concerto spettacolo incentrato sulla canzone napoletana tradizionale al Teatro della Villa Comunale che ospiterà anche L’opera di periferia, commedia musicale sul sogno di una vita migliore condotta da attori professionisti e non, che segna il debut-

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to, come commediografo, di Peppe Lanzetta. Carlo Cerciello scandisce tutto l’arco del Festival proponendoci England di Tim Crouch, dialogo a due allestito nelle varie gallerie d’arte della città, mentre alla Darsena Acton il cineasta Roberto Andò ambienta, con la complicità di

Lina Sastri al Teatrro Festival Italia di Napoli con “Reginella”

un centinaio di artisti, Proprio come se nulla fosse avvenuto, testo sullo smarrimento generato dall’abbandono dei luoghi conosciuti, dall’affrontare l’altrove. Cosa deve fare Napoli per rimanere in equilibrio sopra un uovo è il titolo del lavoro plurisensoriale fortemente ispirato alla realtà cittadina che Enrique Vargas propone coinvolgendo oltre alla sua compagnia di Bogotà vari artisti napoletani. Alla Certosa di San Martino Lei. Cinque storie per Casanova, progetto di Luca De Fusco che nasce come ideale controcanto femminile alle memorie del celeberrimo libertino, commissionato a cinque autrici italiane che affideranno le loro parole ad altrettante interpreti. Da non mancare la Medea africana riscritta in occitano e allestita da Jean-Marc Skatchko al Real Albergo dei Poveri. E ancora Cantata per lo sposalizio del Principe di San Severo, serata oratorio di Maurizio Baudrin che si svolgerà nella splendida Cappella di San Severo. Un’ultima segnalazione merita il Viaggio, Naufragio e Nozze di Ferdinando, Principe di Napoli per la regia di Carlo Pressotto che offre, prendendo spunto dalla shakespeariana Tempesta, un viaggio dedicato al cambiamento a opera di un folto gruppo di artisti dediti da sempre all’esplorazione del mondo dei ragazzi. Se ancora non siete convinti di fare una gita a Napoli ecco i numeri dell’operazione: 30 luoghi di spettacolo, 2000 artisti, 200 rappresentazioni, 40 debutti, 17 creazioni per il Festival, 14 coproduzioni, 24 giorni di spettacolo, 15 paesi coinvolti, 9 lingue parlate. Questo e molto altro con lo sfondo del Vesuvio.

Napoli Teatro Festival Italia, fino al 29 giugno, www.teatrofestivalitalia.it


MobyDICK

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CRISTALLI SOGNANTI

ai confini della realtà

Perché Harry Potter non è un eroe I

numeri parlano certamente a suo favore. Come si fa a criticare un prodotto editoriale che ha venduto fino a oggi oltre quattrocento milioni di copie ed è stato tradotto in quasi settanta lingue? Eppure la saga di Harry Potter, dal punto di vista dei contenuti, fa acqua da tutte le parti e il fatto che in molti ne siano appassionati e che le sue numerose trasposizioni cinematografiche abbiano sbancato il botteghino non fanno da attenuanti. E non mi riferisco alle polemiche innescate da alcuni ambienti del mondo cattolico. Francamente non trovo che Harry Potter e soci istighino all’ateismo o rappresentino un pericolo per la formazione religiosa delle giovani generazioni. Magari lo facessero, aggiungo provocatoriamente, perché almeno riuscirei a individuare uno scopo, per quanto negativo, nei fiumi di parole messi su carta dalla ormai miliardaria Joanne Kathleen Bowling. Purtroppo il motivo per il quale i sette libri della saga hanno così successo tra le giovani generazioni, e non solo, è da ricercare proprio nella vacuità dell’insieme. In realtà le storie di Harry Potter non indicano modelli comportamentali ma il modo per sfuggire a essi. Non c’è un richiamo di responsabilità archetipica e lo sviluppo delle ambientazioni, i profili dei personaggi e i contenuti delle storie, prodotti tutti da un sapiente collage di superficialità new age, consentono a chi legge di divertirsi senza riflettere. A questo punto capisco che sto rischiando la vita di fronte ai numerosi fan del maghetto di Hogwarts e allora provo ad argomentare.

Partiamo dal concetto di «soglia». Il passaggio dal mondo degli umani al mondo dei maghi avviene attraverso un luogo di congiunzione che non deve essere aperto attraverso prove di dignità. Basta conoscerne la collocazione spaziale che, nella fattispecie, è un binario di una stazione ferroviaria. Dunque per passare da

di Roberto Genovesi

un mondo a un altro basta il passaparola tra maghi destinati. E qui passiamo al secondo punto: i maghi destinati. Harry Potter, come tutti i suoi compagni di corso, non è un umano qualunque, dovremmo dire non è un «babbano» ma un umano speciale che nel dna ha in nuce la predisposizione a diventare mago. Come? Attraverso un corso scolastico. In questo mo-

tracciando perfino dei confini per non essere contaminata. Al disegno individualistico dell’uomo eroe che lotta e soffre per la sua gente, anche a prezzo della propria vita, si sostituisce il concetto di massa come struttura che amalgama i singoli in un progetto comunitario alternativo a quello del resto dell’umanità considerata normale e dunque inferiore. La saga, in questo

La vicenda del maghetto più amato del mondo manca del principale tassello di qualunque saga fantasy che si ispiri al concetto di Mito: il valore dell’assolutezza della diversità che giustifica il dono ricevuto e il sacrificio do la saga di Harry Potter perde il principale tassello di qualunque saga fantasy che si ispiri al concetto di Mito. Per arrivare al traguardo non c’è bisogno di intraprendere un cammino di crescita che distingua l’individuo prescelto dal fato dal resto della sua comunità perché è un’intera comunità che si distingue dall’altra

modo, acquisisce altri due elementi negativi: il concetto di massificazione dell’individuo tipico dei regimi da socialismo reale e il concetto di superiorità di gruppo che è cosa ben diversa da quello di superiorità individuale di evoliana memoria. In poche parole mentre il concetto archetipico dell’eroe può essere sviluppato in quello di

In mostra a Bari i disegni di Serena Riglietti arry Potter & Co. L’arte fantastica di Serena Riglietti è il titolo della mostra che si è aperta nei giorni scorsi a Bari, alla Sala Murat. Disegni, scenografie, proiezioni tridimensionali, realtà virtuali e altro sul maghetto più famoso di ogni tempo ma anche su altri personaggi delle fiabe che intrattengono da sempre i bambini - Il Mago di Oz, Peter Pan, Lo Schiaccianoci, Rosaspina, The magician’s boy - tutti reinterpretati nei disegni dell’illustratrice italiana di Harry Potter, Serena Riglietti. Attraverso boschi fantastici e con

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cantastorie accompagnatori, la mostra si articola in sei sezioni, che esaltano il mondo della fantasia ma che, didatticamente, riportano anche alla concretezza del prodotto libro: la sala del menabò infatti diventa un divertente laboratorio sulla complessità della costruzione di un libro illustrato. In mostra verranno raccolte libere offerte che, alla fine dell’evento saranno devolute alle Associazioni Apleti, Agebeo e Culla di Spago, attive nel settore del volontariato per bambini oncoematologici. Aperta fino al 31 luglio, ingresso gratuito.

aristocrazia del gesto e del pensiero in nome e per conto del resto dell’umanità, quello di società superiore (anche se di maghetti) riporta alla mente scenari razzisti di ben peggiore matrice.

Nel momento in cui l’inconsueto diventa consueto e il dono diventa per tutti, si perde il valore di assolutezza che la diversità dovrebbe avere in ragione del sacrifico dell’eroe. Se tutti possiamo accedere al Santo Graal perché gli strumenti per arrivarci sono distribuiti per nascita viene meno la motivazione del sacrifico e lo scopo finale della cerca. Il nome di colui che arriverà alla sacra coppa non dipenderà da prove superate gettando il cuore oltre l’ostacolo ma da una meccanica partita a scacchi in cui le regole sono perfino materia di normativa di Stato. Infatti, se guardiamo il contesto costruito dalla Rowling per giustificare la plausibilità della trama, ci ritroviamo di fronte non a un libro dei sogni ma a un libro di regole. I minori non possono effettuare magie al di fuori dell’area della scuola, per avvicinare un ippogrifo bisogna rispettare movimenti precisi, gli animaghi devono iscriversi nel registro ministeriale, è vietato smaterializzarsi dentro i confini di Hogwarts. In un contesto del genere a che serve un mago? Basterebbero Renato Brunetta e le sue regole sull’efficienza della pubblica amministrazione. In definitiva qual è la colpa peggiore della saga di Harry Potter? L’aver opposto al relativismo etico il relativismo mitico in cui l’alternativa al non trascendente è un trascendente in cui la burocrazia ha sostituito il sacrifico e in cui il risultato dipende dal rispetto di alcune regolette e non dalla necessità di essere diversi per trascinare il resto della comunità. E se il mondo non funziona che importa? I problemi della gente, che poi non è nemmeno la nostra gente, ce li possiamo lasciare alle spalle, oltre quel binario nascosto, perché noi non siamo mica babbani.


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