Page 1

mobydick

SUPPLEMENTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

IL DELIRIO DI BORROMINI di Claudia Conforti

Già San Carlino alle Quattro Fontane, oggi considerata un capolavoro, fu giudicata un’infamia. Ma nell’età moderna si moltiplica il numero delle opere ostracizzate: come la torre Velasca o l’Ara Pacis... Ecco perché

Parola chiave: Vino specchio del creato di Sergio Valzania

9 771827 881301

80607

ISSN 1827-8817

Poste italiane s.p.a. Spedizione in abb. postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1; comma 1 - Roma • Non acquistabile separatamente da liberal

Architetture ripudiate dal Seicento a Meier

Maresìa, il Brasile di Stefania Tallini di Adriano Mazzoletti

a storia è costellata di architetture controverse: in genere sono edifici pubblici, carichi di rappresentatività collettiva e contrassegnati da forme inusuali e sperimentali, che vengono percepite come trasgressive e provocatorie, e in quanto tali rifiutate.Tuttavia spesso alle origini del rifiuto, che può trasformarsi in avversione violenta, si intrecciano ragioni diverse, che hanno a che vedere con fazioni politiche, con teorie artistiche, ma anche e soprattutto con invidie professionali: un sentimento di cui generalmente si tace per pudore, ma che brucia l’animo di artisti anche eccelsi. Nel 1638 Francesco Borromini, ormai quarantenne, progetta la chiesa dei Trinitari spagnoli, in un lotto, veramente minuscolo, tra via Pia (oggi via del Quirinale) e via delle Quattro

L

NELLE PAGINE DI POESIA

Mallarmé il suono della voce e il valore del silenzio di Francesco Napoli

Fontane. Il sito è appartato tra i giardini delle ville e dei conventi, ma vicino alla corte del Quirinale e a palazzo Barberini, edificato per la famiglia di Urbano VIII. La chiesa è intitolata a Carlo Borromeo, vescovo della diocesi milanese dalla quale trae origine Borromini che, proprio per devozione al Santo, ha mutato il suo cognome Castelli. Per Borromini è un’occasione decisiva: per la prima volta è responsabile di un progetto che, seppure di dimensioni modeste, gode di ottima visibilità. Esso infatti sorge nel punto nevralgico del rettifilo, tracciato da SistoV, che dal Pincio punta direttamente alla basilica di Santa Maria Maggiore, meta di intensi flussi di pellegrini.

Il romanzo d’esordio di Elvira Seminara di Roselina Salemi Mario Schifano il grande zero di Marco Vallora

continua a pagina 2

“Quando tutto cambia” di e con Helen Hunt di Anselma Dell’Olio


il delirio di

pagina 2 • 7 giugno 2008

Ara Pacis una questione aperta dal 1936

borromini

di Marzia Marandola

Pacis, l’altare innalzato tra il 13 e il 9 a.C., tra piazza del Parlamento e piazza in Lucina; i frammenti scolpiti sono montati in una struttura scatolare, completata con pannelli di gesso, che viene esposta nel lato di piazza Augusto, verso il Tevere. Vittorio Ballio Morpurgo è il progettista dei portici in travertino e del padiglione in cemento armato che protegge l’Ara. Per mezzo secolo l’Ara, protetta in una teca anonima e climaticamente inadeguata, stretta tra una piazza deserta e il traffico del lungotevere, è dimenticata dalla città, che non ha mai riconosciuto come propria la nuova piazza. In questo contesto l’opera di Meier, completata nel 2006, irrompe fragorosamente e apre l’Ara al godimento collettivo, in una preziosa e imponente teca trasparente, che la rende visibile all’esterno e permette di attraversare con lo sguardo i due fronti lunghi, dallo piazza al lungofiume alberato. Il nitido volume ospita, oltre allo spazio espositivo e agli uffici al piano terra, un elegante auditorium di circa 150 posti. L’Ara viene dunque restituita al pubblico che, nonostante sia visibile interamente dall’esterno, attira all’interno ogni giorno circa duemila visitatori, attestandosi come il terzo museo più visitato di Roma. La

l museo dell’Ara Pacis di Richard Meier ha suscitato da subito numerose polemiche, che persistono ancora e anzi si sono infervorate con l’affermazione della nuova giunta capitolina di centrodestra, storicamente avversa al progetto. In realtà i severi giudizi suscitati dal progetto sono imputabili non tanto alla soluzione architettonica, quanto alla poca trasparenza dell’incarico, assegnato all’architetto americano nel 1996 direttamente dall’allora sindaco di centrosinistra Francesco Rutelli. Per comprendere meglio come nasce la questione Ara Pacis, può essere utile fare un rapido resoconto della storia del sito nel XX secolo: a piazza Augusto Imperatore tra il 1934 e il 1937 si abbattono 120 case, cancellando l’auditorium, strade e vicoli, liberando 27 mila mq. Mussolini in persona avvia i lavori a colpi di piccone, improntando l’impresa su un evidente, quanto improbabile, parallelismo tra l’imperatore Augusto e se stesso, nuovo Dux romano, ossia tra fascismo e romanità. Le demolizioni accompagnano lo smantellamento delle sovrastrutture con l’intento di far emergere più maestosamente il Mausoleo, che però, una volta denudato, appare come un rudere di circa 87 metri di diametro, privo di marmi, e sprofondato rispetto alla nuova piazza. È necessaria allora una riqualificazione del monumento funerario che l’architetto Muñoz trasforma in un verde cipressaio, sui lati del quale sono realizzati fronti porticati in travertino, che si alternano con le absidi di tre chiese (San Carlo, San Rocco e San Gerolamo degli Illirici), venute allo scoperto. Contemporaneamente altri scavi fanno emergere le fondazioni dell’Ara

scatola muraria dell’altare elaborata da Meier è idealmente scomposta nei piani di travertino scabro delle pareti interne, nelle lastre lucenti di vetro e di intonaci candidi che si librano nello spazio e compongono una lanterna architettonica che cattura la luce e custodisce il prezioso manufatto antico, protetto da uno scintillante scrigno della modernità.

I

segue dalla prima Inoltre l’affaccio diretto della chiesa sulla via Pia ne aggancia prospetticamente la facciata al Quirinale, il palazzo pontificio frequentato da tutti i principi della cristianità. Il singolare impianto della chiesa, dalle fluenti pareti curve regolate da coppie solenni di colonne corinzie, si proietta nella stupefacente alternanza di superfici concave e convesse di facciata, che sembrano assorbire nella pietra pulsante il respiro dinamico della città. Oggi San Carlino alle Quattro Fontane è ritenuto un capolavoro dell’architettura sacra: ma non è stato sempre così. L’uso spregiudicato e originale degli ordini architettonici esibito da Borromini, l’inusuale facciata ondulata, l’irriducibilità dello spazio a geometrie elementari, hanno sconcertato fin dall’inizio, soprattutto i teorici e gli intellettuali, che si sono scagliati con giudizi severissimi contro la chiesa e il suo nordico autore. Giovan Pietro Bellori, teorico e critico contemporaneo di Borromini, giudica la chiesa «brutta e deforme», e taccia l’architetto di «gotico, ignorantissimo et corruttore dell’architettura, infamia del no-

MOBY DICK e di cronach

di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa a cura di Gloria Piccioni

stro secolo. Chi ha fatto questa architettura è o ignorante o maligno. San Carlino con il convento è di miserabile architettura». Circa un secolo più tardi, in piena risacca neoclassica, Francesco Milizia liquiderà la chiesa come «il delirio maggiore» di Borromini, dando per scontato che anche il resto dell’architettura borrominiana è delirante, mentre l’abate classicista Angelo Comolli nota perfidamente che «i molti capricci dell’autore sarebbero stati molto meglio nel gabinetto di una galante Madama». Nonostante gli acuminati attacchi, non risulta che si sia mai presa in considerazione l’ipotesi di demolizione o di delocalizzazione della chiesa che, a dispetto dei feroci detrattori, ha suscitato anche l’ammirazione di molti architetti, soprattutto tra i sudditi della Spagna, che ne hanno propagato la grazia danzante nelle architetture del Regno di Napoli e nei paesi dell’America Latina. Diversa sorte è toccata ai due campanili, edificati nel 1626-1628 da Carlo Maderno sulle estremità laterali del portico del Pantheon. Subito ribattezzati dai numerosi detrattori «orecchie d’asino», le piccole torri campanarie cupolate sopravviveran-

Società Editrice Edizione dell’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Tipografia: edizioni teletrasmesse Editrice Telestampa Sud s.r.l. Vitulano (Benevento) E.TI.S. 2000 VIII strada Zona industriale • Catania Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C Via Vitorchiano, 81 • 00188 Roma Tel. 06.334551

no, con il loro ironico appellativo, fino al 1882, quando il purismo archeologico ne reclamerà la demolizione, commentata con sollievo dallo storico berniniano Stanislao Fraschetti: «Ora non urtano più con le ibride loro forme la solennità del tempio romano». Assai più breve fu l’esistenza del campanile, il primo di una coppia che non vide mai la luce, eretto sull’estremità meridionale della facciata di San Pietro da Gian Lorenzo Bernini nel 1641. Come ha puntualmente ricostruito Sarah McPhee nell’avvincente Bernini and the Bell Towers (Yale University Press 2002), le sorti del campanile berniniano si intrecciarono fatalmente con gli scontri politici conseguenti all’avvicendamento dei papi, da Urbano VIII Barberini a Innocenzo X Pamphili, e soprattutto con le invidie dei cortigiani e degli artisti meno fortunati, oltre che con le insidie del terreno di fondazione della basilica Vaticana, che dopo la costruzione del campanile parve minacciare rovina, a detta di alcuni non disinteressati architetti. Fatto sta che meno di cinque anni dopo la costruzione, il campanile, traforato da un doppio ordine di colonne corinzie e composite, verrà

Diffusione e abbonamenti Ufficio centrale: Luigi Dulizia (responsabile) Massimo Doccioli, Alberto Caciolo 06.69924747 • fax 06.69925374

Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 ISSN 1827-8817

smantellato e definitivamente cancellato dalla facciata della basilica. La sua immagine tuttavia, tramandata dai disegni e dalle incisioni, ispirerà con tutta evidenza i campanili gemini che Cristopher Wren addosserà, più di trent’anni dopo, alla facciata di Saint Paul, la cattedrale di Londra ricostruita in seguito al disastroso incendio che divampò in città il 1 settembre 1666. L’architettura moderna moltiplica i detrattori e le opere ostracizzate. La più celebre è certamente la torre in ferro che l’ingegnere Gustave Eiffel innalzò nel 1889 a Parigi per il centenario della rivoluzione. Ma anche in Italia gli esempi abbondano. Dalla contestatissima la stazione di Firenze del 1935, poi consacrata capolavoro dell’architettura moderna, alla parrocchiale di Longarone del 1968, che ancora oggi suscita risentite condanne. Alle due opere, entrambe di Giovanni Michelucci, se ne possono aggiungere molte altre: dalla torre Velasca dei Bbpr, la Bottega di Erasmo di Gabetti e Isola, il complesso residenziale del Gallaratese di Aymonino e Rossi, fino al museo dell’Ara Pacis di Meier. Spetta ai giri di boa dell’architettura suscitare rifiuto e scandalo?

La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni via della Panetteria 10 • 00187 Roma Tel. 06.69924088 06.6990083 Fax. 06.69921938 email: redazione@liberal.it Web: www.liberal.it


MobyDICK

parola chiave

l vino è uno dei più sofisticati prodotti della cultura mediterranea. Sembra che l’addomesticazione della vite e l’inizio dell’enologia vadano situati attorno all’8000 a.C. nella penisola anatolica, l’attuale Turchia, non lontano dal monte Ararat dove Noè, che la Bibbia dice essere stato l’inventore del vino, andò ad arenarsi dopo il diluvio con la sua Arca. Quale sia la parola per definire l’acquisizione del vino fra i prodotti dell’uomo è controverso: fu scoperto o inventato? In teoria, il procedimento enologico potrebbe realizzarsi anche da solo, senza stimolo né controllo umano. L’uva anche malamente schiacciata contenuta in un recipiente inizia da sola il processo di trasformazione degli zuccheri in alcool, il lavoro viene svolto dai lieviti, i saccaromiceti, che si trovano naturalmente sulla buccia del frutto. Quando lo zucchero manca e il tasso alcolico sale la popolazione dei lieviti muore e il vino è pronto. In una situazione particolarmente fortunata le bucce e i raspi, venendo a galla nel mosto in fermentazione, possono creare un tappo che impedisce l’ossidazione del vino e gli permette di conservarsi per qualche tempo. Così, in un angolo appartato della capanna di un contadino mediorientale di diecimila anni fa potrebbe essere apparso da solo il primo bicchiere di vino.

I

In realtà l’itinerario che porta alla produzione della bevanda più difficile da ottenere che l’uomo conosca non è affatto semplice: la stessa vigna da uva è il risultato di un processo di selezione artificiale durato molto a lungo e il vino è il punto di arrivo di un’elaborazione culturale e gastronomica millenaria e tipica dell’area mediterranea. Altre conquiste dell’uomo, il denaro come il linguaggio, l’arte e la cucina, il mito e la letteratura, i riti per onorare i defunti e l’abbigliamento sono sorte in maniera indipendente in varie parti del mondo per poi ritrovarsi e ibridarsi all’epoca delle grandi scoperte geografiche, quando in un paio di secoli la terra divenne una realtà unica e interconnessa, sebbene all’inizio con qualche lentezza e difficoltà. La globalizzazione era comunque già alle porte. Per il vino non è stato così. Dove è arrivato è sempre stato portato da qualcuno: prima dai romani, poi dai cristiani e infine dai conquistatori europei. I nuovi Stati produttori fanno tutti parte dell’ultima grande migrazione enologica. La prima, della quale ci sono tuttora tracce evidenti, fu quella stimolata dall’avanzata delle legioni romane. Risalendo lungo le valli dei grandi fiumi europei gli uomini del Mediterraneo si portavano al seguito i loro usi e le loro tradizioni, fra le quali quella di bere vino. Quindi il Reno e la Mosa, il Danubio e la Loira sono divenuti vettori della diffusione verso Nord della viticultura, che in quei luoghi non è stata abbandonata con la scomparsa dell’impero romano. Questo avvenne

7 giugno 2008 • pagina 3

VINO Materia prima necessaria al rito fondamentale della religione cristiana, è una sostanza viva che anche nelle Scritture è trattata con consapevolezza: dalla metafora della vigna, alle nozze di Cana, alle parole di Benedetto XVI nel giorno della sua elezione

Lo specchio del creato di Sergio Valzania

Dove è arrivato è sempre stato portato da qualcuno: prima dalle legioni romane, poi dai cristiani incamminati sulle vie della predicazione e infine dai conquistatori europei. Furono i missionari castigliani inviati in America a introdurre la sua coltivazione in California e Cile, mentre gli inglesi piantarono vigneti in Sud Africa e Australia anche perché mentre si spegneva l’impeto delle legioni nasceva in Europa una pulsione più forte al proselitismo enologico, legata in modo potente e inestricabile a quello religioso. Nel sacramento centrale della cristianità, che ripete il gesto fatto da Gesù nell’ultima cena e ripropone in forma concreta il mistero dell’incarnazione, nell’Eucarestia, il vino interpreta un ruolo decisivo,

insieme al pane, di produzione ben più agevole. Missionari cristiani, monaci e sacerdoti, si incamminarono sulle vie della predicazione portando al seguito la materia prima necessaria al rito fondamentale della religione cristiana: il vino, e gli strumenti per la sua produzione. Così la vite ha raggiunto e tentato in ogni modo di superare i limiti fisico-climatici della sua area di adatta-

mento. Prima in Europa, poi nel mondo. Furono i missionari castigliani inviati in America a introdurre la sua coltivazione in California e in Cile, mentre gli inglesi cominciarono, all’inizio con poca fortuna, a impiantare vigneti nelle zone che giudicavano più adatte dell’impero che stavano costruendo: il Sud Africa e l’Australia.

Intanto, nella vecchia Europa, i francesi sfruttavano la riorganizzazione conseguente al disastro della filossera, il parassita venuto dall’America che aveva distrutto le vigne del vecchio continente, per realizzare un capolavoro culturale: l’invenzione del vino nella sua forma moderna, con tanto di certificazioni e controlli di qualità. Per due secoli, l’Ottocento e il Novecento, la Francia è rimasta all’avanguardia nella produzione enologica, modello indiscusso per tutto il resto del mondo. Da qualche decennio però il suo primato viene insidiato, e forse già non esiste più. In California, in Spagna, in Portogallo, in Grecia, in Cile, in Australia, in Tunisia, ma soprattutto in Italia è nata e si è sviluppata una cultura nuova del vino, dinamica e innovativa, che ha proposto gusti nuovi e tecniche di produzione modernissime. Ormai il sapere enologico è enorme e si trova liberamente a disposizione di chi intenda investire nel settore e disponga di un terreno vocato al vino. Quello che occorre aggiungere è un’attenzione maniacale ai dettagli e una passione assoluta per il prodotto. Il vino, ancorché risultato di un processo studiato nei minimi dettagli, rimane una sostanza viva, e questo è il suo elemento di fascino maggiore. La sua produzione comporta una serie di scelte praticamente infinita, nei tempi e nelle modalità operative di ciascun passaggio, che ogni anno deve essere ricostruita con le varianti imposte dal clima e suggerite dall’esperienza accumulata. Il produttore non è come un ingegnere che può organizzare sulla base di scelte autonome un complesso industriale, ma piuttosto come l’alchimista che si confronta con le forze della natura, lotta con loro e insieme le lusinga, cerca di assecondarne il corso e nello stesso tempo di fletterlo ai propri desideri. Anche nelle scritture si avverte la consapevolezza del processo enologico come partecipazione a un progetto ampio e complesso, un microcosmo nel quale il creato si riflette con particolare trasparenza. La metafora della vigna, dell’uva e del vino è ricorrente, il simbolismo esplicito. Nel Vangelo di Giovanni la predicazione di Gesù inizia con il miracolo delle nozze di Cana, la trasformazione dell’acqua in vino, il Cristo ripete più volte «Io sono la vite, voi siete i tralci», e Benedetto XVI ha ricordato al momento della sua elezione i molti passi evangelici relativi al tema, quando ha scelto come frase d’avvio del suo pontificato «Sono un operaio nella vigna del Signore».


MobyDICK

pagina 4 • 7 giugno 2008

CD

musica

Rock-non-rock, il marchio degli

Sparks di Stefano Bianchi

i voglio raccontare, citando Lucio Battisti, le discese ardite e le risalite dei californiani Ron e Russell Mael, fratelli tutt’altro che coltelli. Accomunati, sotto la scintillante sigla Sparks, da un granitico affiatamento che ha permesso loro di snobbare stili e mode più o meno effimere con la forza d’un repertorio che potremmo definire Popera: pop + opera (il riferimento da cui partire, per rendere l’idea, può essere la Bohemian Rhapsody dei Queen) con contorno di inni marziali e marce nuziali, music hall e cabaret, Brecht & Weill, Beach Boys. Assurti nel 1974 agli onori dell’art rock incarnandone l’anima più còlta insieme a David Bowie, Lou Reed e Roxy Music, l’impomatato e professorale Ron (tastiere) e il più easy Russell (voce) non hanno mai snaturato il loro identikit (più europeo che americano) fatto di paradossi e colpi a sorpresa, nonsense e umorismo tagliente. Tant’è che a Londra stanno eseguendo in concerto, canzone per canzone, i loro 20 dischi (uno a sera, da Halfnelson/Sparks del ’71 fino a Hello Young Lovers del 2006) con première finale, il prossimo 13 giugno allo Sheperds Bush Empire, del ventunesimo e fresco di registrazione Exotic Creatures Of The Deep. Fatali liaisons di voci swinganti, chitarre heavy e interludi cameristici. L’inconfondibile cifra sonora degli Sparks (fin dai tempi del primo grande successo del ’74, This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us) passa anche da qui. E viene gioiosamente ribadita, col dovuto restyling, da Strange Animal che si candida fra i pezzi forti del nuovo cd. Rock-non-rock, in soldoni. Che poi, però, scrollandosi di dosso viole e violini scimmiotta alla grande il glam rock dei T. Rex di Marc Bolan (I Can’t Believe That You Would Fall For All The Crap In This Song) e prende per i fondelli l’ex leader degli Smiths (Lighten Up, Morrissey). Ron e Russell Mael,

V

come da copione, saltano di palo in frasca col chiodo fisso di «teatralizzare», spettacolarizzare la musica. Si danno al vaudeville e al cabaret (Good Morning); sottolineano toccate e fughe coi loro scioglilingua giostrati in falsetto (Let The Monkey Drive, Likeable); sfoggiano snobismi sinfonico/elettronici (I’ve Been High) e si producono in titaniche citazioni «wagneriane» (Photoshop). Ti disorientano con uno dei loro classici, bislacchi minuetti (This Is The Renaissance) per poi lasciarti lì come un fesso, col fiato sospeso, nell’atmosfera «hitchcockiana» di The Director Never Yelled «Cut». Bisogna fidarsi, degli Sparks. Farsi prendere per mano dai Mael Brothers. Riascoltare più e più volte questo disco, accorgersi che come loro non c’è nessuno (Franz Ferdinand e Mika hanno tentato invano d’imitarli) e procurarsi gli altri album che hanno contribuito a renderli così speciali. Almeno 3: Kimono My House (’74: il più mitteleuropeo e glam), N° 1 In Heaven (’79: pop elettronico, con la partecipazione «disco» di Giorgio Moroder) e Lil’Beethoven (2002: sinfonico e avanguardista). Bene, bravi, bis. Sparks, Exotic Creatures Of The Deep, Lil’Beethoven/Universal, 20,00 euro

in libreria

mondo

riviste

SERGIO CAPUTO... “IN RITARDO CANE”

L’EREDITÀ DI BO DIDDLEY

PER I RADIOHEAD UN’OTTIMA ANNATA

A

utore, compositore, musicista e interprete di successi senza tempo, Sergio Caputo torna dal suo affezionatissimo pubblico stavolta in veste di scrittore. Anzi, di romanziere. È infatti appena uscito per la Mondadori Disperatamente (e in ritardo cane), un divertente e agile lavoro che mescola verità autobiografiche e guizzi di fantasia per raccontare l’epopea di un personag-

«L

a storia appartiene ai vincitori e negli annali del rock & roll, tre uomini sono emersi come vincitori: Chuck Berry, Little Richard e Bo Diddley, una santissima trinità che era presente quando tutto è iniziato», scrisse qualche anno fa Rolling Stone. E ora che la storia di Bo Diddley, ottantenne sofferente che ha voluto calcare i palchi di tutto il mondo fino all’ultimo, si è conclusa, non

L

Semi-autobiografico il primo romanzo appena pubblicato dell’artista italiano. Alla vigilia del tour

Maestro ideale dei Rolling Stones e degli U2, lascia in dote hit intramontabili. A cominciare da “I’m a man”

“Elephant Talk” stende la top list delle classifiche internazionali. Scendono Springsteen e Neil Young

gio che, dice Caputo, gli somiglia moltissimo: un artista affermato del passato poi fuggito dal palcoscenico per dedicarsi una parentesi umana. L’artista e scrittore si è servito della propria memoria, «in particolare delle emozioni», per dar vita a un romanzo «di vita vera» e condito con «profonda ironia». Ma Caputo fa comunque sapere di non voler rinunciare alla sua prima e vera passione: la musica. Dal 1 al 20 luglio, infatti, lascerà la California per tornare in Italia ed esibirsi in tour. Le informazioni necessarie? Sul suo sito e blog ufficiale: www.dherin.com.

resta che la leggenda di un uomo che ha scritto le prime pagine della storia del rock. Inventore del cosiddetto «Diddley Beat», studioso di violino e appassionato di chitarra, musicista di strada e maestro ideale di Rolling Stones, U2 e Bruce Springsteen, Diddley fu capace di creare un ritmo travolgente che lo rese riconoscibile nell’arco di tutta la carriera a partire da I’m a man. Imitato e continuamente rimaneggiato fino ai giorni nostri, Diddley lascia in dote al secondo millennio hit intramontabili come Pretty Thing, Mona, Who Do You Love? e You Can’t Judge a Book by Its Cover.

album, i Radiohead di In rainbows, disco promosso e venduto on line a offerta libera in totale controtendenza con le logiche delle major. Piazza d’onore per Neon Bible degli Arcade Fire, band canadese che giunta al secondo album si è riconfermata ad alti livelli. Scivolano invece verso posizioni inconsuete per il loro calibro Bruce Springsteen e Neil Young, accolti in maniera meno entusiasta dal grande pubblico, mentre crolla Devendra Banhart, fenomeno folk che aveva spopolato negli ultimi anni, risucchiato nell’ultima stagione nelle zone grigie della hit parade. Buone conferme invece per Robert Wyatt e Robert Plant.

iberamente scaricabile in formato pdf, l’ultimo numero di Elephant Talk (disponibile all’indirizzo www.burioni.it) conduce un’attenta disamina dell’ultima annata musicale, alla luce di classifiche internazionali e indici di gradimento del pubblico. Una stagione non del tutto straordinaria nel complesso, ma puntellata da alcuni buoni esiti e da qualche novità di spessore. A guidare la top list, giunti ormai al settimo


MobyDICK

7 giugno 2008 • pagina 5

zapping

NOSTALGIA DEGLI SQUALLOR primi, veri antipolitici di Bruno Giurato arlando di quel fenomeno tutto italiano a cavallo tra i due secoli chiamato antipolitica, letti i discorsi, guardato il girato, tirate le somme non resta che una cosa da dire: «era meglio quando c’erano gli Squallor», citando appunto una canzone degli Squallor. Gli antipolitici di oggi, i vari Beppe Grillo, sono rivoluzionari senza ideologia che si avvitano su se stessi fino alla parodia involontaria. Il Grillo che chiede con grinta catoniana che gli uffici dei ministeri smettano le costose linee telefoniche tradizionali e si affidino a Skype fa molto più ridere del Grillo che si arrabbia perché gli pubblicano la denuncia dei redditi. «Era meglio quando c’erano gli Squallor», quindi. Il gruppo di Alfredo Cerruti, Daniele Pace, Giancarlo Bigazzi, Totò Savio, il gruppo di Arrapaho e di Uccelli d’Italia (l’ornitologia non c’entra, ovviamente), è stato ben altro che una espressione goliardica. È stato invece una affermazione di pessimismo, giocata in uno stile a mezzo fra il trivio e la bottega di barberia. Gli Squallor, loro sì, sono i veri «antipolitici» (o schietti anarchici), in quanto dissacranti del contratto sociale. Col loro computer Amadeus nato «da un acchioppamento di capitali venuto dall’Est», con il personaggio di Torre Annunziata «donna bellissima e famelica», con il feroce Pierpaolo, ragazzino che ricatta il padre ricco e imbroglione, istigano alla sfiducia nelle istituzioni e in generale alla sfiducia nell’uomo. Cattiveria pura, altro che goliardia. L’ascoltatore ne troverà conferma nel cd Squallor, I grandi successi (Rhino Records), in cui l’aria da cabaret e da sbraco rende perfino gradevole tanto pessimismo. Era meglio quando c’erano gli Squallor.

P

CLASSICA

Ives, un radicale in giacca e cravatta di Pietro Gallina i Charles Edward Ives (Danbury, 20 ottobre 1874New York, 19 maggio 1954) - compositore statunitense geniale e sicuramente tra i primi nella storia della musica americana a ottenere fama internazionale - si suggerisce di procurarsi alla svelta l’appena stampato cd A Radical in a suite and tie, edito dalla casa El Record, che contiene tre importanti lavori recuperati dai vinili delle prime registrazioni assolute: Sonata n. 1 per pianoforte, William Masselos pianista, Columbia Records del 1953; Sinfonia n. 3 (Camp Meeting) Richard Bales alla direzione della National Gallery Orchestra, 1950 (Wcfm) e la suite orchestrale Three places in New England, con l’American Recording Society Orchestra diretta da Walter Hendl incisa nel 1953 da Ars. La musica non era la fonte di sopravvivenza per Ives, tanto che il suo lavoro fu quello di assicuratore: si è più liberi nell’arte quando le proprie creazioni non sono quelle commerciabili che forniscono il pane per vivere, altrimenti i compromessi diventano tanti e si finisce per perdere in autenticità preoccupati dalle vendite. E quindi quando si dice Ives, non si deve pensare a un musicista tradizionale o accademico, al contrario le sue doti erano quelle dell’originalità spesso bizzarra e dell’invenzione stravagante fuori da ogni canone o riferimento, sia locale, sia europeo. Durante tutta la sua vita la sua musica fu quasi totalmente ignorata e così molti dei suoi brani non sono mai stati eseguiti. La sua tendenza alla sperimentazione e l’impiego di dissonanze senza compromesso non furono ben viste, ma ugualmente non mancavano formali complimenti dopo l’ascolto di singolari brani. Secondo Ives una delle parole peggiori per descrivere la musica era «carina» e quindi non si sarà certo sorpreso per la sua non popolarità. Fu tra i primi compositori a parlare di musica sperimentale e di tecniche musicali quali la politonalità, poliritmia, l’applicazione di clusters, i quarti di tono e aleatorietà, prefigurando quindi tutte le maggiori innovazioni del XX secolo. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento le fonti di continua ispirazione nel immaginario creativo di Ives, furono le melodie bandistiche, gli inni e le canzoni popolari, i canti patriottici e le danze del sabato sera, come infine i temi trionfali delle parate del New England. Divenuto famoso in tarda età e ancora più dopo la morte, Ives con brani come Piano Sonata No. 2: Concord, Mass., 1840-60, The Unanswered Question, le Simphonies e i Songs, sicuramente merita un posto tra gli innovatori del

D

XX secolo quali Schoenberg, Strawinsky e Bartok. Lo stesso Schoenberg ha dedicato un breve scritto in onore di Ives alla fine della sua vita. I soli punti di riferimento musicale del giovane Ives furono suo padre, discreto musicista e direttore di banda e gli amati scrittori/filosofi del movimento trascendentalista del New England, come Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau, Nathaniel Hawthorne a gli Alcott - cioè la famiglia del filosofo e pedagogista riformista Amos Bronson Alcott e sua figlia Louisa May; da tutti Ives fu ispirato, dedicando loro molte composizioni e notevoli saggi di critica letteraria. Il fatto più importante della sua carriera fu la direzione della prima esecuzione della Sinfonia n° 3 nel 1946. Fatto che portò l’anno seguente alla decisione di concedergli il Premio Pulitzer per la musica. Si erano pubblicamente accorti di lui a 73 anni di età. Regalò la metà dei soldi vinti a un giovane amico, Harrison, dicendo: «I premi sono fatti per ragazzi e io sono già abbastanza cresciuto». Charles Ives morì nel 1954 a New York. In segno di riconoscenza, l’Unione Astronomica Internazionale gli ha intitolato il cratere Ives, sulla superficie del pianeta Mercurio. Charles Edward Ives, A Radical in a suite and tie, El Record

JAZZ

L’odore del mare che viene dal Brasile

di Adriano Mazzoletti rentenne, bellissima, allieva di Enrico Pieranunzi, musicista raffinata, originale e di notevole talento, Stefania Tallini è oggi una delle realtà più interessanti del jazz italiano. Le sue qualità di pianista non sono certo inferiori a quelle di compositrice. Alcune sue splendide melodie sono state anche incise dal suo maestro e dalla cantante Ada Montellanico. Pieranunzi scelse December Waltz e When All Was Chet per gli album Multiple Choice e Ballads. Ada Montellanico invece fu colpita da Deseo che Stefania scrisse su testo poetico di Garcia Lorca e che Ada inserì nel cd Zorongo. Diplomata in pianoforte al Conservatorio Santa Cecilia di Roma nel 1990 e nel 2001 in Composizione e Arrangiamento per Grande Orchestra a quello

T

di Frosinone, dove da tempo esiste una cattedra di jazz tenuta da Gerardo Iacoucci, iniziò a farsi conoscere nel 2000 quando con il suo Trio vinse a Milano il concorso Viva il Jazz. Ma non sono i numerosi premi da lei vinti e le altrettanto importanti partecipazioni alle più significative manifestazioni italiane ed europee a far di questa interprete uno dei nuovi talenti del jazz italiano e non solo. In sette anni, Stefania ha infatti realizzato solo quattro dischi a suo nome oltre a diverse partecipazioni a incisioni con altri musicisti. Grande capacità dunque nell’amministrare con intelligenza il suo estro. Etoile del 2002, New Life dell’anno successivo e Dreams nel 2005. Dischi che hanno avuto una notevole diffusione anche in Germania e in Francia,

dove un suo concerto al Duc de Lombards, uno dei più noti jazz club della capitale francese, è stato anche trasmesso in diretta da Radio France. Anche la Radio Vaticana, che da molti anni ha aperto le porte al jazz - ricordiamo antiche trasmissioni con Nunzio Rotondo - ha presentato Dreams commentandolo assai positivimente. Ecco ora finalmente pubblicato il suo quar-

to lavoro, Maresìa, con quindici temi tutti da lei composti ispirati alla musica brasiliana. Uno dei brani che da anche il titolo al disco è Maresìa. I brasiliani indicano con questa espressione la «dolcissima sensazione - dice Stefania - quando all’improvviso, la mattina presto e poi, più tardi al tramonto, arriva come a ondate e in modo molto più forte del solito, l’odore del mare. È una percezione che nel sorprenderti all’improvviso ti avvolge, ti scalda il cuore e ti emoziona». Se il suo punto di riferimento principale è stato Bill Evans che fu anche l’ispiratore iniziale di Enrico Pieranunzi, oggi Stefania Tallini ha saputo creare uno stile cantabile, lirico, ma anche ritmico sui tempi veloci, immediatamente riconoscibile. Stefania Tallini Quartet, Maresìa, Alfa Music


MobyDICK

pagina 6 • 7 giugno 2008

NARRATIVA

libri

Indecenze di coppia sotto le ceneri dell’

Etna

di Roselina Salemi è una casa malata, infelice. C’è un giardino impazzito che diventa inquietante e crudele, pronto a infilarsi nei muri, a divorare le sedie di ferro. C’è un trauma irrisolto, con il nodo ambiguo della maternità. E c’è una coppia che ha smesso di parlarsi, di fare l’amore, (e non ricorda neanche quando è successo l’ultima volta) una coppia senza empatia, dove il silenzio è un solco sempre più profondo. In questo universo chiuso, che vive sul filo del non detto, con l’unica certezza dei gesti quotidianamente ripetuti, entra un’estranea. La nuova colf ucraina, stupita dallo splendore del mare, una ragazzina con le trecce bionde e gli occhi blu, piena di innocenza e di desiderio, pedina del gioco. Ludmila, subito diventata Ludmi. Basta poco per alterare l’equilibrio già precario della coppia, la personalità complessa e sofferente della protagonista, il suo stato già ondeggiante fra torpore e allucinazione. Poco, perché tutte le presenze simboliche del libro, l’Etna, il vulcano che vomita cenere sulla città oppressa, il caldo soffocante dell’autunno siciliano, il giardino che dovrebbe restituire allegria con i suoi colori, e invece esprime un inconscio ferito, facciano rotolare dolcemente la storia verso un finale di follia e distruzione. L’indecenza, romanzo di esordio di Elvira Seminara, pubblicato da Mondadori e già molto ben accolto, è un racconto di sentimenti, materiale infiammabile e difficilissimo, perché la banalità è sempre in agguato. Eppure in questa vicenda di ordinarie disillusioni (quanti matrimoni tristi dentro bellissime case, quante colf a tenere in ordine la superficie, mentre sotto si agita il delirio), la scrittura è affilata come un coltello e procede tagliando uno strato dopo l’altro fino alla verità. Alle radici del dolore più profondo. «Ma tu mi ami?», chiede lei. «Che doman-

C’

de sono?», risponde lui. La Moglie, da sempre la Grande Aggiustatrice, capace di trovare la colla per rimettere a posto ceramica, cotto e marmo, capace di nascondere anche le crepe, si aggira impotente fra i relitti della casa, tazze senza manici, coperchi senza i pomelli, statuine senza naso, simbolo della sua esistenza mutilata. Così la ragazza ucraina dall’intollerabile bellezza diventa il catalizzatore della crisi, oggetto di invidia, rabbia e desiderio. L’indecenza che dà il titolo al romanzo è la parola che Ludmi non riesce a pronunciare. Dice «incedente» o «incidente». Chiede scusa, perché una sera, per una cena in casa con gli amici della coppia (voleva fare bella figura, essere «affascinosa»), si è vestita da discoteca: top di pizzo, gonna corta, calze a rete, reggicalze e stivaletti con il tacco a spillo.Tutti hanno fissato, ipnotizzati, quella gioiosa esibizione di freschezza, quasi fosse un’offerta. Erano indecenti anche i loro sguardi, umidi, collosi, avidi. Dopo quella sera è chiaro che la coppia non ce la farà. Ludmi è la prova vivente della loro impossibilità di incontrarsi, della loro crescente estraneità, ma l’epilogo prevedibile, la fine del matrimonio, è superato da un colpo di scena che trasforma il dramma psicologico, il contorto scavare dentro se stessi, in un vero e proprio noir. L’oggetto che ha turbato l’equilibrio, fragile, ma pur sempre equilibrio, non può che uscirne in frantumi. E tutto questo tra regali di Natale e latte di mandorla, ricerca di gioielli perduti e sussulti di gelosia, tutto questo con la grazia placida delle cose che accadono inevitabilmente, ed è inutile che nell’aria restino domande. La vita non dà risposte. Elvira Seminara, L’indecenza, Mondadori, 181 pagine, 17,00 euro

riletture

L’estasi giapponese di Goffredo Parise

di Leone Piccioni offredo Parise (1929-1986) iniziò la sua importante carriera di narratore con Il ragazzo morto e le comete del ’51, prova eccellente di un giovane con tante frecce al suo arco e capace di creare un’atmosfera stilistica rarefatta con una luce breve e con vicende tra fiabesche e surreali. Nei pochi anni della sua vita scrive molti altri libri di narrativa coronati sempre da successo e conclude - direi - la sua parabola, molto più intensa sentimentalmente con le due edizioni dei Sillabari: la prima nel ’72 e la seconda nell’82. Ma molta e interessante è anche la sua vocazione per i libri di viaggio. Cerca punti caldi nel mondo: in Cina nel ’66, nel Vietnam nel ’67, nel Biafra nel ’68 e nell’82 il libro sul Giappone intitolato L’eleganza

G

è frigida che ora viene ristampato da Adelphi. Il titolo si riferisce all’importanza determinante che ha l’etichetta sociale e formale di cui i giapponesi sembrano avere l’assoluto predominio. Ma c’è frigidità in quegli atti… Eppure Parise del Giappone non affronta gli aspetti legati all’economia (gli effetti problematici del colosso economico) o all’organizzazione sociale.Vede piuttosto il Giappone per immagini, per sensazioni, essendo sempre più assimilato e colpito da quelle visioni fino ad andare (come vedremo) addirittura in estasi. In uno dei capitoli finali incontrerà anche i grandi uomini delle aziende e delle organizzazioni aziendali, ma è come se ritornasse per pochi momenti sulla terra dalla sua mirabile esaltazione dei sensi e della mente. Al mondo giapponese paragona sempre «il paese della Politica» (il suo eviden-

temente, «sconvolto per millenni da furti, ricatti e assassini»), mentre il Giappone figura per lui come un «pianeta rotante nel silenzio e nella solitudine della volta celeste». (Solo qualche volta riconosce al paese della Politica una specie di maternità anche se vi prevale la materia sullo spirito). Fa brevi cenni per differenziare, ad esempio, la Cina dal Giappone: lo deduce in un caso dall’uso delle bacchette per mangiare. Definisce il Giappone come il luogo della «timidezza e curiosità». Partecipa allo scandalo nazionale perché un treno velocissimo a lunga distanza arriva con venti minuti di ritardo a una stazione. È ammirato e commosso di fronte alla capacità degli artigiani di preparare kimoni e altri bellissimi manufatti e trova in Giappone questo grande contrasto tra l’organizzazione americana da una parte e l’u-

so artigianale dall’altra. È a Kioto e visita uno dei giardini più belli che rendono famosa la città per la loro originalità e freschezza. «Fece qualche passo e girò ad angolo retto, egli si trovava nella terrazza esterna e qui la vertigine che aveva provato prima si moltiplicò fino a diventare quella che egli riconobbe come la più grande emozione estetica della sua vita». Il giardino era pieno di turisti, «ma si sentì del tutto solo in estatica ammirazione per non dire ipnosi» ed estasi.Visita altre città e in un capitolo viene a contatto s’è detto - anche con tre grandi industriali giapponesi così come fa visita a grandi scrittori di quel paese, la cui fama è corsa per il mondo fino ad arrivare a noi. Il protagonista «sentiva che nel vasto mondo il Giappone era il solo paese di cui sarebbe diventato con gioia figlio adottivo».


MobyDICK

7 giugno 2008 • pagina 7

SOCIETÀ

altre letture

Sul piombo non può calare il silenzio di Maurizio Schoepflin i fa presto a dire «mettiamoci una pietra sopra». In fondo si tratta solo di una metafora. Purtroppo, per nulla metaforiche sono invece le pietre poste sopra le decine e decine di tombe che hanno accolto le tante, troppe vittime del terrorismo che ha insanguinato per lunghi anni l’Italia. Si fa presto a dire «voltiamo pagina». Anche questa è una metafora. Ma quando, come nel caso dell’intenso libro di Renzo Agasso e Domenico Agasso jr, Il piombo e il silenzio, ogni pagina ricorda una o più persone che sono state ammazzate per mano di qualche assassino motivato ideologicamente, si fa davvero fatica ad andare oltre, a non soffermarsi a leggere e rileggere quei dati scarni, eppure così eloquenti, relativi a uomini e donne che non ci sono più a causa di quella che viene chiamata per comodità follia omicida. Ma davvero si tratta di follia? In un certo senso sì, perché uccidere è sempre un’azione folle. Però, se usiamo il termine follia per spiegare il motivo per cui l’Italia si è trovata (si trova?) per quasi un quarantennio sotto il ricatto della violenza terroristica, allora la parola appare decisamente inadeguata. Tale inadeguatezza risulta chiaramente percepibile quando si riflette, come fanno gli Agasso all’inizio del loro libro, sul modo in cui ancora oggi ci si confronta con il ricordo delle decine e decine di persone che hanno perso la vita a causa di azioni terroristiche: «Uccisi due volte. Dal piombo,

S

prima. Dal silenzio, poi. Sono le vittime del terrorismo rosso e nero. 356 morti. Caduti in una guerra dichiarata da una sola parte. Rischiano di venir ammazzati una terza volta. Dall’arroganza degli assassini e dall’oblio dei giusti». Uccidere degli uomini, dimenticarli e giungere quasi a giustificare i loro assassini: questo percorso, apparentemente assurdo, apparentemente folle, sembra in verità nascondere una ben più sofisticata operazione intellettuale e culturale, su cui sarebbe oltremodo necessario e opportuno sollevare il velo. Un aiuto prezioso in questa direzione ci viene dal bel libro di Enzo Peserico, Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, terrorismo e rivoluzione, che permette di chiarire alcuni aspetti essenziali delle vicende culturali e politiche italiane degli ultimi quarant’anni, gli anni in cui oltre 350 persone hanno perso la vita a motivo della «lucida follia» di alcuni che sapevano ciò che volevano. La tesi di fondo sostenuta da Peserico, scomparso all’inizio di quest’anno, non ancora cinquantenne, è la seguente: il Sessantotto prese due strade, una sfociò direttamente nel terrorismo, l’altra mirò a divellere le radici cristiane della storia italiana, al fine di mettere in crisi e cancellare l’identità di una intera generazione, che verrà poi consegnata al relativismo e alla disperazione.Tuttavia, non bisogna ritenere che queste due linee siano state divergenti: esse si sono costantemente intrecciate e

Peserico sottolinea con chiarezza il loro continuo intersecarsi. D’altra parte, come non ricordare che uno degli slogan più in voga nel Sessantotto era quello che affermava che «il personale è politico»? Si legge a questo riguardo nel libro: «Ciò che si constata è l’esistenza di un legame operativo, cioè il fatto che il terrorismo si radichi all’interno di quel ciclo di lotte giovanili studentesche e operaie - e la constatazione si fonda adeguatamente sul materiale documentario, costituito da una grande quantità di scritti, di memorie di biografie di terroristi, tutti convergenti a manifestare tale legame». Sono parole estremamente chiare che fanno giustizia dei tanti che, una volta lanciato il sasso del e nel Sessantotto, hanno teso e tendono a nascondere la mano, fingendo di non vedere quali sono stati gli effetti nefasti di una vicenda dai contorni spesso tragici. L’analisi di Peserico investe i più diversi ambiti e si estende anche alla vita della Chiesa, per la quale egli, esponente

di spicco di Alleanza cattolica, non esita a parlare di vero e proprio rischio di autodemolizione, quel rischio che allarmò e addolorò lo stesso papa Paolo VI che, non casualmente, nella celebre omelia del 29 giugno 1972, ebbe ad affermare che il fumo di Satana sembrava essersi insinuato nel tempio di Dio. Tuttavia, il libro di Peserico si chiude con un forte appello alla speranza, che si concretizza nell’invito a «costruire una civiltà naturale e cristiana, la civiltà della verità e dell’amore». Non v’ è dubbio che questo sarebbe il modo migliore per onorare la memoria dei 356 morti ricordati da Renzo e Domenico Agasso, quei morti su cui non è giusto né possibile mettere una pietra sopra. Renzo Agasso e Domenico Agasso jr, Il piombo e il silenzio, Edizioni San Paolo, 240 pagine, 15,00 euro; Enzo Peserico, Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, terrorismo e rivoluzione, Sugarco, 192 pagine, 18,00 euro

FILOSOFIA

La rivalutazione del sacro per frammenti di Renato Cristin uesto libro è «una raccolta di frammenti», di note e scritti brevi eterogenei quanto a tematiche ma omogenei rispetto a una finalità teorica. Frammentario è il reale, come sostiene Ortega, ma il pensiero deve organizzarne le parti per comprendere la realtà. E, in questo specifico senso, anche Mircea Eliade elabora i frammenti in una visione filosofico-spirituale connettiva che, attraverso una tessitura storico-universale, riesca a ritornare alla realtà cioè agli elementi costitutivi di quei frammenti stessi - con una consapevolezza di grado superiore. Il suo progetto è la rivalutazione del sacro, del simbolo e del mistero in un’epo-

Q

Mircea Eliade ca che li ha sviliti a concetti del senso comune. La «degradazione del mistero» corrisponde allo «stile» della cultura contemporanea, di cui

Eliade critica la dimensione di massa e l’arroganza divulgativa: «viviamo in un’epoca in cui il collettivismo lascia il suo suggello perfino sul mistero», con la pretesa di «laicizzare l’assoluto» e di ritenere che «chiunque sia in grado di decifrare il segreto del mondo». Lo stesso vale per il simbolo, come testimonia l’esempio dell’amuleto cinese di giada: per capirlo bisogna comprendere «la necessità organica» di «essere in contatto permanente con le gerarchie cosmiche». La giada non è dunque un semplice «gioiello» né tanto meno «un souvenir», ma è «il segno celeste sotto cui è nato e cresce l’individuo».Valorizzare le tradizioni nelle loro radici, anche simboliche, e nelle loro forme di trasmissione implica il recupero dell’oralità

ma esprime anche la centralità della scrittura. Infatti, pensare «con la matita in mano» (secondo l’espressione di Unamuno) significa «ripetere un rituale antichissimo» che segnala «il passaggio dalla frivolezza e dal caso alla meditazione e alla responsabilità». Queste sono le radici etiche della scrittura: «il flusso della vita psico-mentale è canalizzato, concentrato» e «il pensiero responsabile inizia con questo gesto volontario». Solo così l’etica può collegarsi a una tecnica che consenta «all’uomo moderno di utilizzare fonti sconosciute di energia e di contemplazione, di mettersi in armonia con le stagioni, con le rivelazioni». Mircea Eliade, Fragmentarium, Jaca Book, 187 pagine, 22,00 euro

Qualche anno fa il Dalai Lama ha soggiornato in Francia per una serie di incontri itineranti con autorità del mondo religioso, scientifico e culturale. Le sue conferenze di quel periodo, che hanno avuto oltralpe un clamoroso successo, vengono ora raccolte nel libro Oltre i dogmi (Lindau, 344 pagine, 22,00 euro). Dalle pagine del volume ci si accorge del fatto che il Dalai Lama, che si esprime come monaco buddista, come capo di Stato in esilio, come instancabile difensore dei diritti umani non abbadona mai un’apertura di spirito fondata sul rispetto e sulla compassione. Con questa attitudine risponde alle tante domande postegli dai suoi interlocutori sulla bioetica e la scienza, l’omosessualità e la sovrappopolazione, l’ambiente e lo sviluppo economico, l’integralismo religioso e i rapporti tra Cina e Tibet. All’inizio degli anni Cinquanta, nella vivace Parigi post-bellica, Alessandro Pizzorno, uno dei maggiori studiosi europei di scienze sociali, vive una stagione di straordinarie esperienze culturali che spaziano dall’antropologia alla musica al teatro. Da questo bombardamento di stimoli scaturisce un breve testo dal titolo Sulla maschera (Il Mulino, 114 pagine, 9,00 euro), in cui Pizzorno si interroga a partire dal tema della maschera sui modi in cui simboli, rituali, forme artistiche e oggetti quotidiani mediano tra ruolo e persona, tra esperienze intime e loro rappresentazione pubblica. Uno studio di profondità che tocca i fondamenti della psicologia umana. La storia assegna ad Augusto il posto di primo imperatore romano, l’inventore di un nuovo ordinamento governativo determinante per lo sviluppo dell’impero. Salutato come il restauratore della repubblica, ancora in vita venerato come una divinità, Augusto fu oggetto di emulazione da parte di molti suoi successori. Cesare Augusto, il saggio di David Shotter pubblicato dalla casa editrice Ecig, 137 pagine, 10,30 euro, colloca la figura di Augusto nel contesto dei suoi tempi, esplora i retroscena della sua ascesa al potere, esamina la riforma dell’ordinamento politico e valuta l’eredità lasciata ai successori. La conclusione di Shotter è che il successo del primo imperatore di Roma fu dovuto certamente alla complessità psicologica dell’uomo ma anche, in parte, alla peculiarità dell’epoca di passaggio in cui visse.


MobyDICK

pagina 8 • 7 giugno 2008

ritratti

MARIO SCHIFANO PREDILIGEVA L’ELEMENTARE E CONSIDERAVA L’IGNORANZA COME UN PUNTO DI PARTENZA, UNA FORMA DI CONOSCENZA. A DIECI ANNI DALLA MORTE, RICORDO DELL’ARTISTA AMATO DAGLI INTELLETTUALI CHE HA SEGNATO LA PITTURA ITALIANA DAGLI ANNI SESSANTA AI NOVANTA

Il grande zero he effetto rivedere Mario Schifano, nel video Schifano tutto (un titolo assai appropriato, perché dà come il polso di quella sua bulimia esasperata, espansa di vita) ben concertato da Luca Ronchi, con materiale ritrovato, e recentemente mandato in libreria da Feltrinelli. Rivedere per un attimo il giovane dandy, che per primo lanciò la moda dei jeans dilavati color delle sue pupille prensili, il bel volto arabo, levantino (la nascita in Libia, nel ‘34, contò pure qualcosa: lo chiamavano «il tripolino») le scarpe agili da ginnastica («per fuggire dai film di Andy Warhol prima che arrivasse la polizia», testimonia la sua amica del tempo, Anita Pallenberg).Troneggiante dentro la Mg scoperta, con cui, gradassamente e sornione, perlustrava Roma come New York, che per lui erano un grande unico paese, collegati insieme da una sorta di cordone ombelicale distrattamente pop. E portando in giro («patinato dal piacere di sentirsi una star», bellissimo profilo di Enzo Siciliano) quel suo «candore fulmineo», e un poco femmineo, se vogliamo evocare anche il bel ritratto di Goffredo Parise, che lo immortalò nell’icona del puma, con quel «languore felino, innocente e attonito», che con l’età si era come frollato, impinguato. «Un piccolo puma di cui non si sospetta la musculatura e lo scatto». Scattava ancora, negli ultimi anni, ma di urletti sgomenti, di rabbia intrattenibile, di ordini striduli, ingiunti a chiunque si trovava di fronte («sono stufo d’essere carino, di non essere peggio»). Comandi urlati, anche al piccolo figlio adorato: «Marco, corri subito qui, guarda che c’è una sorpresa!» e la voce poi che si spegnava, come un ramo rotto: «vieni c’è tuo padre che lavora». La sorpresa negata, pure a lui, il vero bambino - Io sono infantile, del resto, una delle sue opere e un titolo del tutto illuminante. Il figlio si metteva lì, più maturo di lui, anche se non ave-

C

vello vocale - insegna - è una persona esclamativa: un sì continuamente ripetuto, in ogni occasione della vita quotidiana, positiva in quanto espressiva». Qualcosa di assolutamente pop: dire sempre sì al mondo. Ma poco a poco, con malinconia, con accidia crescente. Ingrassarsi preoccupante delle cose. Che effetto rivedere il suo fantasma già sfatto, la voce sgranata e piagnucolosa, quei ciuffi di capelli snervati, che lo inseguivano come insetti molesti, sopra la faccia bolsa, spettrale, incatramata di colori, i suoi nei-sigla, dentro le guance allentate, smangiati da una carne inpinguata dal mal vivere e dallo sgomento inaccettato. L’ombra grassa, sudata di quello che fu. Me lo ricordo proprio così, intrattenibile e spento, pantagruelico e disarticolato, soprattutto in quella parola slabbrata, sfinita, che voleva dir troppo ed esplodeva in melanconici fuochi artificiali bagnati, quando negli ultimi anni ero tornato a trovarlo, nello studio-loft di via delle Mantellate, cosparso di giganteschi tubi-dirigibili, appesi in aria con aria minacciosa, che gli permettevano d’espeller fuori i miasmi delle vernici, che traspiravano dalle sue mille tele velocemente strigliate, che gli si moltiplicavano intorno, in serie, figlioletti inarrestabili, lui che saltellava calamitato ovunque, manovrando questi manici-stantuffi dai grandi delfini volanti d’alluminio, come il fuochista della Bête humaine di Zola-Renoir. Aprendo rumorosi sfiatatoi, e incollando grandi appezzamenti di carta da giornale sulle tele, che poi avrebbe violentemente asportato.

Mi ricordo sopratutto la sua voce querula e stridente, che scoppiava ogni tanto nella cornetta, in redazione, e mi guardavo intorno a spiare le reazioni degli assopiti redattori: «Ma perché non sei qui, dove sei, vola!», «Ma io devo farti l’Intervista», che ormai scrivo con la maiuscola, perché era

“Atleta dello sguardo” lo definì Moravia. Puma dal “candore fulmineo” lo descrisse Parise. Certo la velocità era una sua caratteristica. La sua “unica dignità”, come amava dire. E febbrilmente lavorava alle sue opere, perché “art happens”: bisogna pensarla a lungo ma realizzarla in velocità va ancora cinque anni, e dipingeva passeggiando liberamente sulle tele di papà. Che intanto strillava, ossesso: «giallo, no, no, non rosso, giallo, le stelle sono gialle, ma sei bravissimo». E poi, goloso di sé: «vieni vieni, guarda, ci sono già su internet». Internet antidiluviana, agli albori, contando ghiotto le sue presenze, ancora sparute: una, due, tre, dentro i macchinoni Sottssas dell’Olivetti. La vocina da gnomo, felliniana: quel Fellini che un giorno gli aveva telefonato: «oh come vorrei essere te e metter tutto un mio film dentro un’unica scena, come un grande quadro». Quei teleri dallo «splendore instabile» secondo Furio Colombo, ci convivi ma non li vedi più. Anche Moravia lo invidiava, per quella sua danza continua da «atleta dello sguardo». Ben diverso da star seduto a una scrivania. «A li-

una sorta di mantra immaginario, di vaticinio impossibile. Il mito di una intervista «definitiva», che forse sentiva non avrebbe più saputo imbastire e allora urlava, impotente, belva imprigionata. Perché ogni volta era promessa sempre più vasta, di qualcosa di grande, di incontenibile, epocale: «Ma io ti rovino con questa intervista, ti faccio grandissimo, ho un grande scoop, ti racconto di mio figlio»: come se fosse argomento degno d’intervista. Inceppato lì sopra. E poi ogni volta, agli incontri, ci si scontrava con grandi balzi stanchi, pirotecnie monosillabi, «ma non vorrai che adesso ti dica qualcosa», frammenti sparsi di vecchi pensieri, che ritornavano a ondate. Anche nel video di Ronchi c’è un match magnifico, non tanto con Ghezzi, ma con Fulvio Abbate, che viene perennemente bastonato in scena, con insulti cocenti

Archivio Mario Schifano

di Marco Vallora

(oddio, non è che lui faccia molto per evitare le domande più irritanti) tallonato in un’intervista per l’Unità (dunque d’obbligo parlare di consumismo, di mercato, di alienazione) conversazione che non prende mai corpo, si morde la coda e non si conclude, con questa però magnifica epigrafe: «ma voi, signori lettori che state leggendo, ma vi prego, sappiatelo, non è colpa mia». Colpa del mondo in cui gli toccava vivere, esausto, sudato d’irritazioni. Quanto al mercato, a lui che interessava, ora ch’era diventato un «quadrificio» di se stesso, che regalava, svendeva, copiava se stesso, faceva sconti improvvisi, ti mandava a comprare le sue tele, appena scodellate, da un corniciaio vicino via dei Redentoristi, ove abitava il vecchio Palazzeschi, e spesso tramava anche scambi, baratti. L’idea del dono bambino, che lo ipnotizzava: tu mi dai quello e io ti regalo... tutto, per cui per decenza uscivi sempre senza nulla, ci mancherebbe. A me, su mia richiesta, per non sembrare avido, aveva poi regalato, dedicati, firmati, calpestati di graffiti e di bisticci grafici, i resti di quei giornali a strappo, che aveva arrotolato in un tubo così esorbitante, che nessuna pancia d’aereo li avrebbe accolti. Per cui li ho ricoverati da un amico editore, mai più ritrovato, chissà che fine avran fatto, quelle sindoni insultate di colori. Ad Abbate che gli domanda, figurarsi! se si rendeva conto di non saper selezionare le sue tele, sfornando troppo, senza mai un controllo di qualità, risponde, dopo debiti improperi: «ma che selezione! sono le persone che comprano, che fanno la selezione». Ovvero, tutto sta bene, «i soldi più dell’amore», canticchiando, a evocare una canzone rock. Poi sì, ammette, certe volte faccio «una cosa simpatica: quadri più distratti». Che è affermazione critica sacrosanta (basta vedere le mostre ora in circolazione, per esempio quella di Parma, per verificare che squilibrio ubriaco c’è, tra tela e tela. Non solo tra periodo e periodo). Distratto: perché la sua perenne presenza al tavolo di lavoro non voleva poi dire esser presente ai suoi quadri, che realizzava con una velocità febbrile e certamente talentata, lasciando correre le mani: «la velocità come


MobyDICK

7 giugno 2008 • pagina 9

tutti i suoi fuggitivi scarabocchi. Era il suo modo, tra Warhol e Proust, di non uscire più di casa, via le Mg, «odio le macchine, mai amate», mentiva, e di farsi venire il mondo in casa: «sì, la Tv sempre accesa, anche quando dormo. Io mi faccio cullare dalla tv, mi piace tutto». Solo quando incominciò a morire e non volle più vedere gli amici, disse, terribile: adesso è la tv che mi guarda. Mi ricordo benissimo i giorni della nascita del figlio, era trasformato, monomaniaco, l’intervista doveva essere concentrata sul bambino, non pensava ad altro, ma la cosa curiosa era che il neonato stava sempre «di là», come protetto da un velo, da uno schermo di garanzia. Era la prima volta

rennemente, i reperti. «Il passato per me è questo, reperti, però non da buttar via, recuperabili.Tanto è vero che ci lavoro attorno». Anche con le sue icone primordiali, in modo molto diverso dal cinico Warhol - lui ha sempre protestato la sua autonomia, magari risultando più vicino a certe sbavature da caratteri di cassa di Rauschenberg - per esempio con il logo della Coca Cola o della Esso, decapitate in modo molto simile ai giochi di smontaggio di Godard, lui ci girava intorno, li spolverava con lo sguardo, creava delle grandi cornici di vuoto, tra pennellate bianche e paraffi inventati e nervosi: i suoi magnifici Paesaggi anemici, le sue ninfee fluttuanti, i suoi sbaffati e colanti Narcissus double, dittici che han l’usura delle ante da vecchia bottega (non a caso si era ricordato del Fallimento di Balla: Balla e Picabia essendo i suoi pittori preferiti.

A Moravia, che gli proponeva di affibbiargli anche Rimbaud, tra le sue radici culturali, «ma tu mettici chi vuoi, se ti fa piacere. Solo che io non ho antenati»). All’inizio racconta d’aver cominciato con la terra e il fuoco, influenzato da Emilio Villa. Ma presto è la volta dei monocromi, molto diversi da quelli di Malevic, o del minimalismo, perché sono grondanti pittura ed esagitazione del corpo. «Fare un quadro giallo era fare un quadro giallo e basta». Contro tutte le scemenze «spalmategli» addosso dalla critica e il terrore di essere «inchiodato» alle etichette amministrative dei ma-

Simpatico “cascherino” di pasticceria, che consegnava a domicilio paste e torte o, al fianco del padre, al Museo di Villa Giulia, a spolverare i reperti. Dandy sulla Mg, con i jeans slavati, sempre alla ricerca di qualcosa di primario. Poi tv e legioni di polaroid in anni in cui il suo lavoro non gli bastava più…

Due opere di Mario Schifano: in alto, “Incidente D662” (1963); sotto, “Il bambino pittore” (1985). Archivio Mario Schifano mia unica dignità». Lo confessò a un suo collaboratore, di nuovo teorizzando: «il lavoro bisogna pensarlo a lungo e farlo velocemente. Art happens», così diceva, nel suo inglese un po’ inventato, alla Sordi.

Spesso il suo pensiero era calamitato e vinto (lo vedevi proprio: ti stava concedendo la sua «non» intervista e intanto balzava con gli occhi perennemente altrove) magnetizzato dalla miriade di televisioni accese, che respiravano e singhiozzavano accanto a lui, in continuazione, pappetta di telegiornali, sceneggiativi tv e prime soap frullate insieme (erano i tempi-Dallas) che lui piluccava e via, con gli scatticattura di fotogramma tv, che poi avrebbe saccheggiato, anno dopo anno, su tele emulsionate di vernice e cosparse di

monocromi dei primi anni Sessanta, la scelta di soggetti, temi e icone che lo hanno accomunato alla Pop art nei secondi anni Sessanta, la sperimentazione tra pittura e fotografia degli anni Settanta, il felice ritorno alla pittura nei cicli degli anni Ottanta e Novanta… Dal 12 giugno al 28 settembre la Galleria nazionale d’arte moderna di Roma rende omaggio a Mario Schifano (19341998) nel decennale della morte. Curata da Achille Bonito Oliva, la mostra tenta di offrire una visione d’insieme dell’opera di Schifano. La rassegna comprende infatti circa settanta dipinti, cronologicamente di-

I

che si vedeva una televisione a circuito chiuso, in una casa, e lui che rapito spiava il suo bambino dormire attraverso un video: come se «passasse» davvero alla Tv. Poi la voce del piccolo, vera, avrebbe fatto irruzione nella sua vita, spostando molte cose, ritornato infante anche lui. La sua infanzia non era stata granché. Sempre ammesso d’aver odiato gli studi e i libri, che amava come oggetti di vanità: la sua casa ne era piena, ma erano «scagliati» al di là d’ogni rischio di consulto, di contatto. «Non li leggo, qualcuno me ne parla. No, non ho mai avuto il coraggio di leggerli, vuoi leggermelo tu? Almeno me li riscrivo come voglio». Aveva sputato sulla cartella, in terza elementare, il fratello racconta nel film di quando era «cascherino», garzone di pasticceria, portava a domicilio paste e torte: «era simpatico a tutti, una cosa incredibile». Il padre, archeologo e restauratore d’arte etrusca, se l’era portato al museo di Villa Giulia, per salvarlo; lui spolverava gli oggetti, li copiava, misurava la planimetria delle tombe (e qualcosa, secondo certi critici, era rimasto, in quelle sue grandi tele che misuravano, vistosamente, il vuoto). S’era abituato soprattutto a toccare, pe-

Settanta dipinti per quattro decenni Dal 12 giugno una mostra alla Gnam stribuiti attraverso i quattro decenni di attività. La scelta ha voluto indicare i lavori germinali e rappresentativi di ogni ciclo, una sorta di esempio poi ripetuto in infinite varianti nel corso del tempo. Ne emerge una straordinaria varietà di temi, spesso legati alla storia e all’attualità che si traduce per il pubblico in

una spettacolarità continuamente rinnovata. Prevista anche una sezione di circa 50 disegni, selezionati tra i moltissimi fatti da Schifano, e una sezione dedicata alle fotografie e ai film. La mostra che dal 17 ottobre al 1 febbraio 2009 farà tappa a Milano negli spazi della Galleria Gruppo Credito Valtellinese, dell’Accademia di Brera e la Fondazione Stelline, da febbraio ad aprile 2009 verrà presentata a Saint Étienne presso il Musée d’art moderne, Saint-Étienne Métropole.

nuali. Amava il grado zero, l’elementare: «pensavo che dipingere significasse partire da qualcosa di assolutamente primario, quel che vedevo, i cartelli pubblicitari, la Coca-Cola, gli ovali con Esso, l’insegna della benzina. Dicevo: questi son “segni di energia”, “segni di propaganda”. Rifacevo i tracciati stradali, le linee bianche dell’asfalto». Niente psicologia. Quadri esagerati, «con dentro niente». Pochissime allusioni alla storia dell’arte, anche se diventa famoso con le sue Rivisitazioni. Improvvisamente s’è accorto che esiste e quanta. Gran parte «me l’ha raccontata»,Tano Festa, che lui fotografa «mentre si fa una pera» e frequenta insieme a Franco Angeli e Giosetta Fioroni, che sta con Parise. «I maestri del dolore», li chiama un perfido collega. «Ti dico la verità. Io penso all’ignoranza come a un punto di partenza: una forma di conoscenza». Uno zero «speciale», pieno di energia. «Tutto». Le sue case esagerate, magari sopra il Museo Napoleonico, sotto il professor Praz, responsabile di condominio, una battaglia continua. Le case-choc, ove si vantava di correre in bicicletta, le «cotolette alla Baudelaire», cioè hashish invece del pepe.Arriva la polizia, lo portano via per droga, quattro volte, va pure dentro, e piagnucola: i detenuti mi snobbano: «la prossima volta torna almeno per una rapina armata». Arrivano gli strozzini, gli portano via fin l’ultimo porta-cenere, lui felice: «finalmente senza nulla», non ama più nemmeno le mostre, preferisce andare a visitare i suoi quadri sul posto, dai collezionisti: «almeno sono amati». Poi la pittura non gli basta più: «non riesce a completarmi», si dà al cinema, «gli uomini assomigliano più al cinema che alla pittura», Ponti lo spedisce in America, non se ne farà nulla, solo una legione di polaroid. Preferisce girare un film che si chiama non «troppo» umano, niccianamente, ma Umano più umano. Grazie a lui abbiamo memoria visiva di Sandro Penna, le sue medicine, le ubbiè, i pitali. Schifano l’insoluto. A un visitatore inesperto che gli chiede: «ma tu hai lavorato negli anni Sessanta?», «ma che c… dici», biascica: «io sono gli anni Sessanta...».


MobyDICK

pagina 10 • 7 giugno 2008

TV

Quo vadis baby? Quando il cinema parla un’altra lingua

web

video

di Pier Mario Fasanotti n vero peccato: chi non è abbonato a Sky non può seguire una fiction in sei puntate: s’intitola Quo vadis, baby?, ed è fatta molto bene. Tutti ricorderanno l’omonimo film di Gabriele Salvatore del 2005 con Angela Baraldi nei panni dell’investigatore privato. Era tratto dal romanzo (edito dalla Colorado Noir), di Grazia Verasani, bolognese, versatile anche in altri campi come il teatro e la musica. Il film partiva dai fantasmi della protagonista, che s’interrogava sulle ragioni del suicidio della sorella maggiore Ada. La serie televisiva (prodotta da Sky e Colorado) è stata affidata al regista Guido Chiesa al quale Salvatores ha passato volentieri il testimone, con questa raccomandazione: «Fai quello che vuoi, io però non vorrei rivedere il mio film». Suggerimento rispettato. La serie televisiva si sgancia dall’intimismo del film e si apre a problemi sociali, a tematiche difficili. L’intensissima e mai manieristica Baraldi si muove in una Bologna che ormai siamo abituati a conoscere anche come fondale del crimine. Interpreta il personaggio creato dalla Verasani, ossia la detective privata Giorgia Contini: single di 39 anni, attratta dall’alcol, problematica, disincantata, cupa e testarda. Di questa serie tv Salvatores si dice entusiasta anche perché convinto che «il cinema deve ormai cambiare il proprio linguaggio». Qualcuno dirà: ma questa è una serie televisiva. Indirettamente potrebbe rispondere il grande Godard: tra i due schermi non c’è alcuna differenza, la tv è parte del cinema. La battagliera Contini, che ha il giovane Lucio (un omosessuale) come collaboratore, riassume in sé le connotazioni, talvolta forzate, della donna moderna. Non a caso dichiara: «Gli uomini sono un gran passatempo, e finiamola lì». Dietro tanta spavalderia ovviamente c’è solitudine. E anche il ricordo dell’amore provato per il commissario di Polizia Luca Bruni (un nome un po’ da fotoromanzo). La Contini ha inevitabilmente un amico cui aggrapparsi «a ogni ora del giorno e della notte», Johnny Riva, un uomo colto e ironico e con uno strano passato di attore porno. Questi è interpretato da Bebo Storti, che il cinema ha colpevolmente trascurato. La Baraldi/Contini fraseggia da uomo, quindi male (certe esclamazioni sono veritiere, sicuramente, ma anche appiccicate a un personaggio dai contorni già ben definiti), si tuffa nel torbido di certe vicende con l’ansia della giustiziera ma anche nel tentativo di sottrarsi al propri incubi: stavolta è la sorella minore Sara a entrare nei suoi sogni e a farle così da specchio scomodo.

U

games

dvd

SEMBRA GOOGLE MA NON È

GOW 2: PIÙ GROSSO E PIÙ CATTIVO

DIARIO DI TRE DONNE

È

attivo già da un po’ ma non tutti sembrano conoscerlo. Ha tutta l’aria di essere una delle ultime trovate dell’impero Google, ma non lo è del tutto, ed è il primo motore di ricerca in versione italiana a notevole risparmio energetico. www.scuroogle.it, questo il suo indirizzo all’anagrafe del web, è un portale che utilizza uno sfondo scuro sia nelle cosiddette pagine statiche, sia

U

scita prevista: novembre 2008. Probabilità di successo: 100%. Manca ancora qualche mese alla pubblicazione di “Gears of War 2” per Xbox 360, ma gli appassionati di first-person shooters sono già in subbuglio per le anticipazioni rilasciate in questi giorni dalla stampa specializzata. «Sarà più scuro, più grosso e più bastardo del suo predecessore», ha dichiarato il capo

a liberazione sessuale delle donne è il tema su cui ho insistito di più: sono presenti anche delle immagini specifiche, dei simboli della sessualità. Vogliamo anche le rose non è solo uno slogan femminista. Le rose sono ovviamente il dialogo, la bellezza, la poesia della vita». Dopo aver realizzato con Un’ora sola ti vorrei il documentario italiano più intenso degli ultimi dieci anni, Alina Marazzi ha presentato così

È arrivato www.scuroogle.it, primo motore di ricerca ”in abito scuro” e a risparmio energetico

Prevista per novembre l’uscita del sequel di “Gears of War”, capolavoro fps di Epic

In “Vogliamo anche le rose” la condizione femminile negli anni 60 e 70 raccontata da Alina Marazzi

quando vengono effettuate tutte le ricerche desiderate, un sistema piuttosto semplice ma che, a detta dei creatori e di alcuni esperti del settore, «permetterà di ottenere un sensibile e istantaneo risparmio energetico, con il minimo sforzo e con nessuna limitazione». Cosa c’entra Google? Molto, visto che l’etichetta compare già dalla pagina iniziale e che allo stesso marchio si viene rimandati al momento di scorrere i risultati delle ricerche. Un’ultima curiosità, la medesima operazione si può effettuare anche con Yahoo!, il secondo motore di ricerca più cliccato in Italia.

designer della Epic Games, Cliff Bleszinski. E i primi screenshot del gioco sembrano effettivamente rendere giustizia a tanta tracotanza. La storyline prende le mosse dal “Gears of War” originale, ma pare che sia stata accentuata l’introspezione dei personaggi grazie anche ad un nuovo sistema di inquadrature. Aggiungete una grafica eccellente, una giocabilità solida e un multiplayer di altissimo livello ed ecco che, a novembre, i possessori della console Microsoft potrebbero trovare un’ottima scusa per smettere finalmente di giocare a “Halo 3” e “Call of Duty 4”.

il suo nuovo lavoro passato nelle sale di sfuggita lo scorso marzo. Ideale prosecuzione del tema del confronto con la propria identità, Vogliamo anche le rose estende la biografia della regista dalla dimensione privata del rapporto materno, a quello storico e civile della condizione femminile negli anni 60 e 70. Rivisitate tramite i diari autentici di tre donne lontane nelle esperienze e nei luoghi di provenienza, le vicende di Anita, Teresa e Valentina testimoniano di un ventennio che ha cambiato prospettive e destini delle donne di oggi. Non del tutto liberate dal fondamento patriarcale della società italiana, ma senz’altro più libere.

«L


cinema ontinua il recente fenomeno di film incentrati sul ritrovato desiderio della società occidentale di figli e famiglie naturali, invece di scegliere, come in un self-service, tra inseminazioni eterologhe, madri surrogate o aborti sedicenti «terapeutici». Dopo Quattro mesi, tre settimane e due giorni, il film rumeno che ha vinto a Cannes nel 2007, Molto incinta, commedia Usa campione d’incassi, Juno, premio Oscar per la sceneggiatura e vincitore della Festa di Roma, arriva un’altra opera che sembra in volo verso sconsiderati scienziati che interferiscono con madre natura, ma con svolta a sorpresa. Quando tutto cambia, una commedia sullo struggente desiderio di maternità, è il debutto nella regia dell’attrice Helen Hunt, premio Oscar per Qualcosa è cambiato (1997); sensibile e con ottimi tempi comici, era la spalla perfetta del suo nevrotico spasimante Jack Nicholson, che ha giustamente vinto un Oscar anche lui per lo stesso, indimenticabile film. Raggiunta l’insormontabile barriera dei quarant’anni, età in cui, salvo rare eccezioni, un’attrice va in pensione come prima donna, Hunt si è rimboccata le maniche e ha adattato un romanzo di Eleanor Lipman del 1990 e poi si è battuta con successo per dirigerlo. Ha compiuto anche il doppio salto mortale scegliendosi come protagonista presente in quasi tutte le scene, e lo sforzo e la fatica sono visibili nella sua eccessiva magrezza e il viso tirato di chi ha dormito poco durante la lavorazione.

C

Per fortuna lo stress così visibile negli abbondanti primi piani che si è concessa la regista-interprete, s’adatta perfettamente al personaggio in crisi di April Epner, la trentanovenne maestra che desidera a tutti

costi un figlio, che si sposa nei primi fotogrammi. L’opera in originale si chiama Then She Found Me (E poi ha trovato me). Lo sposo è Ben (Matthew Broderick), un bamboccione mai cresciuto che al posto della luna di miele porta April sulle giostre al Luna Park. Il tono della dramedy neologismo composto dal matrimonio tra «dramma» e «commedia» - è stabilito all’inizio, quando April va in ospedale a festeggiare lo shabat con

MobyDICK

7 giugno 2008 • pagina 11

La drammedia di April Epner

di Anselma Dell’Olio

Helen Hunt regista e interprete di “Quando tutto cambia”, titolo che evoca “Qualcosa è cambiato”, per cui l’attrice vinse l’Oscar nel 1997. È la vicenda di una donna alla soglia dei quarant’anni che desidera un figlio a tutti i costi. Il cammeo di Salman Rushdie nei panni del ginecologo

la madre adottiva ricoverata (Lynn Cohen) e Freddy, il fratello medico (Ben Shankman), che è invece figlio naturale della donna. Il battibecco tra madre e figlia verte sulla cocciuta insistenza di April della superiorità di un figlio geneticamente proprio, mentre la mamma, forte del suo buon senso ebraico e dell’esperienza personale, insiste che adottare uno dei tanti bambini gettati metaforicamente (o meno) nei cassonetti del

mondo è la soluzione più sensata. Ma la tradizione vuole che le figlie si ribellino al fare come dice la mamma. Anzi, in questo caso April getta in faccia alla madre «lo sguardo diverso» con il quale accarezzava il maschio uscito dal suo grembo, mentre la mamma indispettita insiste che nel suo amore per i due figli non c’è alcuna differenza. Il giorno dopo il neo-marito Ben, insegnante nella stessa scuola della moglie, la accoglie al ritorno a casa con l’annuncio che il matrimonio non fa per lui: «Non voglio questa vita», sono le sue parole. «Torno da mia madre». (C’è un’ironia neo femminista in questa dichiarazione da sempre attribuita alle sposine scontente e capricciose.) Per tutta risposta, April si toglie l’impermeabile, svelando un completo intimo trillamaschio di pizzo nero. Non sembra nemmeno sentire le devastanti parole del marito, forte com’è del suo proposito, ragion per cui ha scelto sia l’insolita mise (è in fase fertile) sia l’improbabile candidato a futuro pater familias (era a portata di mano). I due, lui, probabilmente per vincere l’imbarazzo, lei, per procedere nel suo cocciuto intento, s’avvinghiano

sul pavimento della cucina, in una parodia dei manuali per una vita sessuale appagante delle coppie sposate: «Primo: almeno una volta l’anno fate l’amore in un luogo insolito». April corre dal fratello, il suo miglior amico, per farsi consolare, senza rendersi conto che Freddie ha un «movimento» in corso, fin quando non s’accorge che c’è una donna nel suo letto. Nelle drammedie, lo sghignazzo è sempre dietro l’angolo della peggiore tragedia. Infatti l’affranta maestra, dispiaciuta per aver interrotto una sveltina pomeridiana, rassicura il fratello smarrito e senza parole all’altezza della situazione: «Non ti preoccupare. Cosa può succedere di peggio?». Nella scena successiva, siamo al cimitero dove è in corso la sepoltura della mamma, con cerimonia ebraica. (Ecco un altro film con un Dio nascosto.) Non è l’ultimo dei colpi di scena in Quando tutto cambia, titolo indubbiamente scelto per propiziare gli stessi dei che hanno cosparso di polvere di stelle Qualcosa è cambiato, però calzante per la quantità d’imprevisti che colpiscono la già ansiosa April.

La maestra nel frattempo si reca disciplinatamente a scuola e scopre che l’ormai ex marito invece ha pensato bene di marinare. Un collega al corrente del suo trauma le grida consigli acquisiti col sangue: «Non prendere alcuna decisione finché non hai dormito! Non accettare appuntamenti al buio!». Si chiama Frank Harte, è il padre di una studentessa di April; ed è interpretato dall’accattivante attore inglese Colin Firth, ormai giustamente consacrato in ruoli da Mr. Darcy di austeniana memoria. Non ha ancora stancato, perché talmente bravo da rendere la parte ogni volta nuova. Mentre nasce la difficile storia d’amore tra due scaricati con i nervi sbucciati, April subisce altri due traumi travolgenti. Prima è rintracciata dalla madre naturale, un’efficace e misurata Bette Midler, nel ruolo di una mitomane invadente e spumeggiante, conduttrice di talk show Tv del dolore; poi scopre di essere incinta dell’uomo sbagliato. Da non perdere il cammeo di Salman Rushdie, per la prima volta sullo schermo come attore (è il ginecologo di April) e non nella parte di se stesso. Un film da vedere, in felice attesa della prossima opera che onora la vita e i suoi splendori naturali: Baby Mama, comico buddy movie al femminile, sulla trappola delle mamme surrogate, con la divina Tina Fey e l’esilarante Amy Poehler.


MobyDICK

pagina 12 • 7 giugno 2008

POMERIGGIO DI UN FAUNO EGLOGA

poesia

Mallarmé, il puro su di Francesco Napoli

IL FAUNO Quelle ninfe, io le voglio eternare. Così chiaro, il loro incarnato leggero, che volteggia nell’aria assopita da sogni fronzuti. Ho amato un sogno? Il mio dubbio, di notte antica ammasso, termina In un ramo sottile che, rimasto il vero Bosco medesimo, prova, ahimé! che io solo m’offrivo Per trionfo l’errore ideale delle rose. Riflettiamo… STÉPHANE MALLARMÉ da L’aprés-midi d’un faune

e oggi riusciamo a leggere l’intero corpus poetico di Stéphane Mallarmé lo dobbiamo alla disobbedienza di moglie e figlia che non presero in considerazione il testamento letterario del grande poeta francese. Mallarmé, infatti, il giorno prima di morire, in data 8 settembre 1896, aveva indicato alle sue donne di distruggere tutti i suoi scritti perché «non esiste eredità letteraria». Per fortuna le due donne non vollero (o non ebbero il tempo di) esaudire la sua ultima richiesta. Un episodio che dà in qualche misura la calibratura del personaggio e del pensiero di Stéphane Mallarmé (Parigi, 1842-Valvins 1898), il poeta che forse ha maggiormente influenzato il Novecento letterario, non solo francese. La sua formazione avvenne attraverso l’opera di Baudelaire e Poe che non a caso sono celebrati l’uno dopo l’altro in una corona di sonetti, Omaggi e tombe. Fu un’esistenza piuttosto travagliata la sua, tra lutti famigliari e scarsi riconoscimenti iniziali alle opere, ma una volta raggiunta la notorietà, poté abbandonare il frustrante lavoro di insegnante d’inglese

S

il club di calliope

e consolidare fama e fascino sulle nuove generazioni di poeti (celebri i martedì letterari nella sua casa), tanto che Paul Verlaine non esitò a esaltarlo come maestro includendolo in I poeti maledetti, opera che apparirà nel 1884, come il libro di Joris Karl Huysmans, A rebours, il cui personaggio principale, Des Esseintes, mostra viva ammirazione ai poemi di Mallarmé: due opere che contribuiranno non poco alla celebrità del poeta. Per l’Italia, poi, è stato il teorico più lucido della poesia simbolista e ha avuto un notevole influsso su tutta la poesia del XX secolo. I futuristi ne hanno mutuato l’interlinea dei corpi topografici e altri espedienti evidenti nell’ultima opera di un certo rilievo, Un coup de dés jamais n’abolira le hasard (Un tiro di dadi mai abolirà il caso, 1897), dove il titolo viene frantumato in una sorta di capitolazione del lungo poema e i versi sono disposti in pagina seguendo quasi un ordine visivo, presentando alcune innovazioni formali quali la rottura del sistema sintattico e del sistema grafico tradizionali. Gli ermetici, poi, lo hanno da subito adottato quale maestro

IL PIACERE DI ESSERE DENTRO LA VITA in libreria

di Loretto Rafanelli

Il paradiso terreno

liot affermava che la poesia necessita di un lavoro paziente, costante; che lo scrittore deve predisporre un suo laboratorio poetico, alla stregua di un abile artigiano, ad esempio un meccanico. Nulla a che vedere, quindi, con l’idea diffusa che il poeta sia uno stravagante personaggio che traccia con facilità e rapidità le sue parole e vorrei indicare un libro come Dentro alla vita di Angelo Ferrante (Moretti e Vitali, 130 pagine, 11,00 euro), per capire quanto avesse ragione il poeta inglese. Ferrante, che non usa scrivere in versi liberi, ma in rima (con i pericoli di semplificazione che essa comporta), fa ricorso a numerose raffinatez-

E

Sarà uno dei nostri ultimi giri, uno degli ultimi viaggi dentro al tuo paradiso terreno, ora, in questa mattinata gelida e così reale dell’inverno combattuto. Il viaggio è stato più lungo del solito. Alle estati abbiamo sostituito chissà cosa, alle noncuranze il secco greto dei furenti anni. Noi due aguirre* nel tuo verde iride lucente abbiamo attraversato dove tutto pare inesplorato verso il lago appuntito come ai primordi e quindi intorno al midollo verdastro di respiro cupo. È, pensavo, il tuo cerchio magico quello che sarà e mai sarà stato.

Andrea Gibellini *«aguirre» è il personaggio interpretato da Klaus Kinski nel film di Werner Herzog Aguirre furore di Dio

Nel laboratorio poetico dell’“artigiano” Ferrante. Tra rime, raffinatezze stilistiche, conoscenze tecniche e attente ricerche ze stilistiche, segno di un’ampia conoscenza tecnica e di ricerche attente e approfondite. Un autore colto, insomma, in grado di versificare in un «lirismo alto di ascendenza leopardiana», come dice Giancarlo Pontiggia nell’introduzione. I versi del poeta, per via della rima, ma non solo, sono sostenuti da una pregevole musicalità (a volte anche estesa), tanto che il dettato risulta frequentemente una litania dolorosa e tesa, dove la vita è come un moto di sorpresa, ma appare anche nella sua finitudine. Non mancano gli accenni civili, dove il bene e il male si confrontano senza che l’esito sia scontato. E c’è il tempo che scorre e lascia attoniti, sbigottiti, con le sue certezze: «E se ne sono andati, gli anni amore»; ma anche con le speranze: «A volte ci sorprende con l’illusione che non sia finita». Quindi la comparsa della neve: «Ma poi torna, la neve, sulle voci». La neve che scandisce le stagioni, il bianco che tutto copre, quel «buio di neve» che ci ricorda tanto Bonnefoy. Infine il palpitante sguardo all’incerto viaggio «col cuore avvolto dalla leggerezza / di essere ancora qui, dentro la vita». Un piacere, ci dice Ferrante, prezioso e unico.


MobyDICK

7 giugno 2008 • pagina 13

uono della voce e il valore del silenzio riconosciuto, più di Baudelaire o Rimbaud con i quali forma la formidabile triade della poesia ottocentesca d’Oltralpe, apprendendo da lui il valore del silenzio come cassa di risonanza attorno alla voce. Mario Luzi compì un lungo e meditato lavoro di analisi su di lui confluito nel 1952 in Studio su Mallarmé sottolineando in apertura di saggio, approvandolo di fatto, l’assunto teorico espresso dal poeta francese: «sto inventando una lingua che deve necessariamente scaturire da una poetica affatto nuova che io potrei definire in queste due parole: dipingere non la cosa ma l’effetto che essa produce». Così Ungaretti, che attese alla traduzione del francese confluita poi in Da Gongora a Mallarmé (i numi tutelari della sua rifondazione poetica all’altezza del Sentimento del tempo e cioè dopo la barbarie della guerra descritta in L’allegria dei naufragi), in un polemico articolo del 1927 (Per Mallarmé) rivendica il ruolo determinante del poeta francese allorquando afferma con forza: «Quanto a noi, lasciamo stare ciò che i Futuristi gli devono, ma mi sono spesso domandato se Versilia di Gabriele d’Annunzio avrebbe avuto quella potenza unica che ha, di evocazione e di

trasfigurazione, senza l’Après-midi d’un Faune», il lungo poema qui riprodotto nella strofa d’apertura (traduzione di Massimo Grillandi). E anche i cosiddetti poeti visivi gli sono debitori per l’estremizzazione delle sue intuizioni sino a ridurre la poesia a puro segno, a pura figura, a un messaggio che quasi non può più essere letto. Certo, le sue posizioni radicali sulla poesia e sull’essere poeta, con il senso di impotenza di fronte al Nulla, il Néant («scavando il verso a tal segno, ho incontrato due abissi che mi fanno disperare, Uno è il Nulla (…) e sono ancora troppo desolato per poter credere neppure alla mia poesia e per rimettermi al lavoro, che questo pensiero soverchiante mi ha fatto abbandonare») hanno alimentato il mito e l’equivoco di un poeta isolato dalla mondanità e rinchiuso in una sorta di torre eburnea alla ricerca dell’impossibile composizione del Libro, dell’Opera unica. Diversi i poeti che in Italia si sono cimentati nel tradurlo, oltre al ricordato Ungaretti, in ordine sparso si possono ricordare Ardengo Soffici, Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Diego Valeri, Luciano Frezza fino alle più recenti prove di Patrizia Valduga. Eppure alcuni conside-

rano Mallarmé uno dei poeti francesi più difficili da tradurre. Ci si riferisce all’implicita oscurità di molte sue composizioni, ma a una più accurata lettura dell’originale emerge che l’importanza delle relazioni sonore tra le parole nella sua poesia eguaglia, se non sorpassa, l’importanza dei significati comuni delle parole stesse. Ciò genera ulteriori significati nel testo parlato che non sono evidenti a una prima lettura. È questo l’aspetto del comporre di Mallarmé che è pressoché impossibile rendere con la traduzione, dato che sgorga dalle ambiguità inestricabilmente legate alla fonologia della lingua francese parlata. Si può anche dire che è questo aspetto di «puro suono» della sua poesia ad aver portato a ispirate composizioni musicali, Debussy, Ravel, Milhaud e Boulez si sono via via cimentati su testi mallarmeani. Ma, a prescindere da qualsiasi ulteriore considerazione, la stella di Mallarmé ha avuto una costante ascesa sull’orizzonte poetico. La purezza di chi «esibisce volentieri la sua incompetenza su qualunque cosa che non sia l’Assoluto» (Valéry) forse non ha ancora cessato di sedurre l’immaginazione dei nostri contemporanei.

UN POPOLO DI POETI < Come scorgere la sera della verde età? Seduto vedo autunnali foglie morire. Come disfatta erba non sono altro che, su e giù volando, fuoco di lucciola. Anche se non soffia vento d’autunno per questa strada nessuno cammina stasera. Se appena parlo le labbra sentono freddo. Torce la voce del mio lamento il vento d’autunno. Foglie d’autunno di Tommaso Santuari

< Madre indifferente al dolore dei propri figli Il tuo destino è di perderli tutti

< Cantava la bambina mentre io guardavo il sole, un sole fresco d’autunno,

Il primo verrà strappato da te Da differenti creature che lo divoreranno per il loro piacere Il secondo se ne andrà di propria volontà Per finire dilaniato da uccelli il cui destino è già segnato

guardavano la bambina la fila di persone e lei fece un alto salto e sparì nel segreto del mondo, nel freddo universo nel grande universo,

Il terzo morirà tra le tue braccia Infettato da migliaia di mali

ora sarà grande forse

Il più fortunato diverrà madre Per subire il tuo stesso destino

e gli occhi.

Mattia Nasci

e le brilleranno le trecce

Sara Pieri

«Un popolo di poeti», che ogni sabato uscirà sulle pagine di Mobydick, è dedicata agli autori ancora sconosciuti. Chi voglia inviarci versi inediti, troverà accoglienza nella nostra rubrica. L’indirizzo al quale inviarli è: liberal Mobydick, Via della Panetteria 10, 00187 Roma


MobyDICK

pagina 14 • 7 giugno 2008

MOSTRE

Restauri e restituzioni

da Lotto a Romanino G di Marco Vallora

ià la parola in sé, «restituzioni», ha un fascino più antico, elegante, quasi filosofico, che non l’abusato e ormai vieto termine-sovrano «sponsorizzazione»: a metà tra internazional-aggiornato, e per il resto soltanto becero. Sei sponsorizzato, dunque c’è già qualcosa che non funziona. Come a dire, sei un raccomandato, e questo non sta bene. E infatti, proprio riflettendo ai guasti, sotto gli occhi di tutti, benché ben mascherati e fardati dai comunicati-stampa, di troppi restauri-glamour e pelosi, all’ordine del giorno delle gazzette di questi anni, interventi strombazzatissimi per opere (di bene) pittoriche, che di restauri talvolta non ne han quasi nessuna necessità (ma regalano però tanta pubblicità di ritorno agli invasivi sponsor, che son venuti subito all’arrembaggio, annusando odor di grandi nomi) ebbene proprio ragionando a questi errori non più accettabili, da molti anni, ormai (questa è la quattrodicesima edizione) quell’istituto bancario, che un tempo aveva nome di Banca Cattolica del Veneto, e poi si è convertito in Ambroveneto e ora avanza come Intesa San Paolo, ha pensato bene di cambiare clamorosamente strategia, e di affidarsi a un comitato di esperti, che in tutta libertà e indipendenza, decide quale opera davvero, al di là del riscontro mediatico, abbia bisogno d’esser curata. Una task-force di esperti, che grazie ad attente disamine e ricerche oneste, che non sarebbero «sponsoricamente» remunerative, con la complicità fattiva di questo coraggioso istituto di credito, decide quale intervento non è più davvero rinviabile, e talvolta «risarcisce» anche importanti istituzioni di nome (questa volta si va addirittura dalla Pinacoteca di Brera al Poldi Pezzoli, dalla Galleria dell’Accademia di Venezia alla Cattedrale di Napoli) che dolorosamente hanno bisogno, comunque, di aiuto. Sì, pare persino che i Musei Vaticani ne abbiano bisogno. Poi, dopo aver festeggiato, con una cerimonia espo-

Carlo Crivelli, “Trittico di San Domenico”, particolare

arti

sitiva, come questa di Vicenza - che ha anche un raddoppio a Roma, alla Fondazione Memmo - le opere, silentemente, ma spesso sfarzosamente, perché sono dei capolavori assoluti e anche di gusto «difficile», tornano alle loro sedi, grate. Dunque l’Intesa San Paolo, questa volta, non espone i propri discutibili gioielli, però di gran nome, spesso pompato, come capita con i migliori istituti di «credito» (nel senso di credulità nei confronti dei loro dubbi consiglieri, e di credito che avanza da chi avanza di queste espertises) ma offre davvero un servizio di vera utilità culturale. Basterebbe questa edizione solenne, nello splendido palazzo Leoni Montanari, a dimostrarlo. Forse abbian perduto tempo nei preamboli, ma come trasmettere l’entusiasmo per delle opere così rilevanti, quali per esempio il mantegnesco Arco Trionfale di Alvise Vivarini o la Stauroteca, detta di San Leonzio, di manifattura palermitana, del XII secolo, con quel volto stupefatto di Cristo che da bizantino sta per diventare gotico-moderno. Non soltanto pittura, dunque: ci sono anche pezzi di scultura romanica, dunque, e reperti paleocristiani o longobardi, borse corporali e prodigi d’oreficeria, magari dal Tesoro di San Marco. Anche se i quadri han davvero qualcosa di straordinario, figurarsi, si passa da Lotto a Bramantino, dal Moretto a Crivelli, con una superba Madonna minerale che pare fusa nel piombo della devozione (e non è da meno il Garofalo). Poi Bernardo Daddi e un delicato Giampietrino; tenerissimo il Carpaccio ancora d’echi gianbelliniani, e il tempestoso Romanino: una sacra conversazione davvero superba, conosciuta, certo, ma tornata a miglior vita. Basterebbe poi la Carità di Sant’Antonino, del Lotto, tizianescamente benedetta dalla luce, ma animata da una nevrosi e da un dilaniarsi soccorrevole di mani, che è nevrastenia pittorica tutta lottesca, a giustificare una mostra realmente imperdibile, meglio, un museo instantaneo e pronto a disfarsi fra breve, ma che distribuirà presto via via vera euforia nelle varie sedi. Che attendono queste «restituzioni», con trepida riconoscenza. Ottima occasione, però, vedere tutto sapientemente affiancato, in un ambizioso progetto espositivo, che nobilita questa festa di pellegrinaggio a ritroso.

Restituzioni 2008. Tesori di arte restaurata, Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, Vicenza, fino al 29 giugno

autostorie

Isetta, Smart o Nano… city-car che passione! di Paolo Malagodi a qualche tempo, l’attenzione di chi cambia l’auto è sempre più rivolta a modelli di ridotte dimensioni, capaci di muoversi con agilità nel congestionato traffico urbano e di contenere, al tempo stesso, i costi di gestione. Una tendenza che, nelle aree di radicata motorizzazione spinge i costruttori a proporre city-car improntate, non di rado, alle utilitarie del passato e come è successo nel luglio 2007 per il lancio della Fiat 500, con la ripresa del nome e degli stilemi che hanno reso la versione del 1957, progettata da Dante Giacosa, una vera icona. Per le esemplari caratteristiche di auto con potenza e misure limitate, tuttavia capace di soddisfare le più varie esigenze di mobilità con un bicilindrico di nemme-

D

no mezzo litro di cilindrata che, a sbalzo sull’assale posteriore, permetteva alla tondeggiante carrozzeria di offrire quattro posti in soli 297 centimetri di lunghezza. Un successo della capostipite che l’attuale 500 sta replicando ma con diverso approccio al mercato, dalle dimensioni ora sopra i tre metri e mezzo ai motori da 1,2 a 1,4 litri; sino alla ricca dotazione di accessori, che rendono la moderna 500 un oggetto di moda, per clienti con buone capacità di spesa. Di tutt’altro profilo è, invece, il modello presentato nel gennaio di quest’anno da Ratan Tata, il titolare del più grande gruppo industriale indiano, con la massima semplicità costruttiva e il minimo costo di una vettura non a caso chiamata Nano e così pensata dal suo costruttore: «Osservando famiglie intere in sella agli scooter, mi sono chiesto se non fos-

se possibile concepire un mezzo di trasporto economico e adatto a tutte le condizioni meteorologiche». Considerazione che, pur riferita all’odierna realtà indiana, fa il paio con quella europea di oltre mezzo secolo fa, quando intorno al 1950 il processo di ricostruzione assorbiva gran parte delle risorse. Diverse case misero, allora, mano a veicoli di tipo utilitario e la stessa nascita della 500 fu guidata dall’assunto che «per quanto piccola - annotava l’ingegner Giacosa, con parole simili a quelle di recente usate da Ratan Tata - un’automobile sarebbe stata più confortevole di un motorscooter, specie nell’inverno e nei giorni di pioggia». Parallelamente alla grande industria, fin dall’immediato dopoguerra «una miriade di piccoli costruttori e di artigiani, poveri di capitali ma ricchi di

idee, si era sforzata di fornire una risposta alla crescente richiesta di motorizzazione popolare. Nacquero così centinaia di fantasiose macchinette, alcune destinate al successo, molte costruite soltanto in pochi esemplari, altre rimaste sulla carta». Come osserva Francesco De Cunto, autore con altri di un ben documentato volume (Macchinette, Palombi editore, 172 pagine di grande formato, 35,00 euro) su quel fenomeno, di piccole vetture per lo più sospinte da motori di derivazione motociclistica. Tra cui la più nota resta la Isetta presentata nel 1953, dall’inconfondibile disegno a uovo e con la geniale unica porta anteriore, che in appena 220 centimetri accoglieva due passeggeri e il bagaglio; prefigurando, per molti versi, i caratteri di moderne city-car come la Smart.


MobyDICK

7 giugno 2008 • pagina 15

DESIGN

Thomas Hope, il visionario del Regency di Marina Pinzuti Ansolini

el 1811, il re d’Inghilterra Giorgio III, dopo lunghi anni di regno oscurati dalla crescente infermità mentale, si ritira definitivamente dalla vita politica, dando luogo a quello che sarà, fino alla sua morte, nel 1820, il periodo Regency, ovvero il regno del Principe Reggente. È suo figlio Giorgio Augusto a ricoprire la carica, per dieci anni, fino alla morte del padre, quando diventerà il re Giorgio IV. Il principe è stravagante e raffinato, ama l’arte e la letteratura, frequenta i dandy londinesi, si circonda di oggetti preziosi e ricercati. Il Regency, oltre al suo regno, diventerà anche uno stile. In Europa dilaga il Neoclassico, ispirato all’arte antica greco-romana. Il Regency aderisce agli stessi temi, arricchito da influenze esotiche, egizie e cinesi. Il Victoria and Albert Museum di Londra dedica, in questi giorni, una mostra a Thomas Hope, protagonista e interprete visionario dello Stile Regency. Nato ad Amsterdam nel 1769, da famiglia di banchieri e collezionisti facoltosi, ebbe la fortuna di potersi dedicare, in tutta tranquillità, alla sua passione verso l’architettura e le arti decorative. Sono i favolosi anni del Gran Tour che lo porteranno a viaggiare, dal 1787 al 1797, attraverso l’Europa e il Near East, il Vicino Oriente. Ritornato in Inghilterra, acquista

N

ARCHEOLOGIA

Akhenaton e Nefertiti con una delle loro figlie fanno offerte al disco solare

una casa a Londra, in Duchess Street, Portland Place, e la ridisegna con una serie d’interni a tema, trasformandola in una sorta di Bibbia di interior design, inserendo elementi egizi, romani, indiani, accanto alla sua interpretazione dello stile Impero francese. Allora venne descritta come «il più raffinato esempio di autentico gusto inglese». La casa venne inaugurata nel 1802, alla presenza dello stesso principe reggente e in seguito aperta al pubblico a scopo divulgativo. L’ambizione di Hope di migliorare lo stile e il gusto dei contemporanei si conferma nella pubblicazione di un libro, Household Furniture and Decoration, completo di vedute della stessa casa e degli arredi disegnati in scala. Per la mostra Thomas Hope: Regency designer, sono state ricostruite, al V&A, tre delle stanze a tema della casa di Duchess Street. Nella Egyptian Room, Hope, appassionato sostenitore dell’importanza dell’Antico Egitto per la formazione della cultura occidentale, colloca pezzi autentici di scultura egizia accanto a elementi esotici di arredo disegnati da lui. Pareti e mobili sono dipinti nel giallo pallido e nel verde bluastro dei pigmenti naturali, contrapposti alla forza dell’oro e del nero dei dettagli decorativi. Nella Vase Room dispone una vasta colle-

zione di vasi greci, oggetti simbolo del culto del dio Bacco. Per la loro esposizione Hope realizza mensole e armadi decorati con teste scolpite del dio barbuto. Nella terza sala, l’Aurora Room, la statua della dea dell’alba è collocata al centro, riflessa attraverso un gioco di specchi. Alle pareti drappi di satin dalle tinte di fuoco, al soffitto un cielo azzurro intenso. Nella mostra sono esposti anche una serie inedita di deliziosi acquarelli stile Grand

Tour, vedute della Grecia, Turchia ed Egitto, le numerose pubblicazioni sull’architettura e alcuni pezzi della sua preziosa collezione.Tra questi una meravigliosa statua di Venere di Antonio Canova, commissionata dallo stesso Hope allo scultore, durante un soggiorno romano.

Thomas Hope: Regency designer,Victoria and Albert Museum, Londra, fino al 22 giugno

La fatwa contro la stele di Akhenaton di Rossella Fabiani parita. Rasa al suolo da una carica di esplosivo. Una delle quattordici steli volute dal faraone Akhenaton per delimitare i confini della città di Tell el Amarna non esiste più. Si trattava di quella più alta, più bella e meglio conservata. Una delle tre situate a ovest del Nilo. E se la memoria corre a Bamiyan, ai Buddha distrutti dai talebani afgani, non è certo un caso. Anche questo episodio fa seguito a una fatwa. Il Gran Mufti, Ali Gomaa, ha infatti espresso un parere religioso contro le statue e le rappresentazioni antropomorfe. Perché, come profetizzò Maometto, nel giorno del giudizio gli scultori subiranno tremendi tormenti. All’indomani della fatwa, archeologi e accademici sono stati gli unici a esprimere forti preoccupazioni per le conseguenze - catastrofiche - che la furia iconoclasta islamica potrebbe scatenare in Egitto. E forse proprio perché maledire le statue in Egitto è un concetto di per sé paradossale, la faccenda è stata presto dimenticata.Anche il Gran Muftì, in parte ritrattando, si è affrettato a specificare che le statue vietate erano soltanto quelle a figura intera, situate all’interno delle abitazioni. Ma, il forte peso del fondamentalismo islamico non ha permesso che la fatwa restasse inascoltata, va-

S

nificando lo sforzo, seppure limitato, compiuto dalla massima autorità religiosa del Paese di correggere il tiro. La stele di Akhenaton è, con ogni probabilità, soltanto la prima vittima egiziana della nuova furia iconoclasta islamica. Ma nel giorno dell’esplosione a testimoniare la perdita non c’erano telecamere né reporter. Nulla di quello che è successo il giorno che i Buddha di Bamiyan sono stati ridotti in ciottoli e polvere. E che ora l’Unesco vorrebbe ricostruire rimettendo insieme i pezzi (!). Singolare destino quello del faraone Akhenaton. Vissuto intorno al 1300 avanti Cristo, attirò su di sé l’ira dei sacerdoti al punto da essere definito il «faraone eretico». Il suo «peccato» è stato quello di aver introdotto il culto monoteistico del disco solare (Aton): il divieto di professare culti diversi, di adorare diversi dei, avrebbe sottratto una bella fetta di potere alla ricchissima classe dei sacerdoti. Fu proprio in onore del dio solare che il faraone decise di cambiare il suo nome da Amenhotep IV in Akhenaton e iniziò la costruzione di una nuova capitale, Akhetaten, nella località oggi conosciuta come Tell el-Amarna. A metà strada, tra l’antica Menfi e Tebe (l’attuale Luxor), a quasi 300 chilometri dal Cairo, Tell el-Amarna è un luogo

quasi desertico e nascosto del Medio Egitto scelto da Akhenaton per fondare la sua nuova capitale: Akhetaten («Orizzonte di Aton»), consacrata al dio Aton. La città è delimitata da stele confinarie, ai due lati del Nilo, per indicare i limiti della capitale che doveva diventare il centro politico e religioso dell’Egitto con templi dedicati ad Aton, il Palazzo Reale, edifici amministrativi, ville private, alloggi di operai, botteghe, stalle, edifici militari, posti di polizia e strade. La rivoluzione voluta da Akhenaton coinvolse anche l’architettura e le arti figurative. Sotto il suo regno, infatti, iniziarono a diffondersi anche ritratti rispondenti alla realtà: non più volti dai lineamenti squadrati e dagli occhi tesi verso le tempie, ma riproduzioni fedeli dei corpi. Compresi i difetti fisici. La stele che è stata distrutta, raffigurava il faraone insieme alla sua famiglia, sovrastati dal sole e affiancati da un’iscrizione. La città di Tell el-Amarna è unica e storicamente molto preziosa, poiché i resti di costruzioni civili sono assai rari in Egitto. Il Palazzo Reale era un centro cerimoniale: il suo luogo più importante era la Finestra delle Apparizioni da dove Akhenaten e Nefertiti si mostravano al popolo e il faraone distribuiva ricompense.


MobyDICK

pagina 16 • 7 giugno 2008

FANTASCIENZA è un signore con baffi e barba che fra poco partorirà. Si chiama Thomas Beatie, vive in Oregon e prima di sottoporsi a una massiccia dose di testosterone e di farsi asportare i seni si chiamava Tracy Lagondino. Non essendosi però fatta asportare anche l’intero apparato genitale e non potendo avere la sua attuale compagna un figlio, ha deciso di farsi inseminare (ma se voleva essere «uomo» perché ha sentito questo impulso?). Non è l’ermafrodito del mito, come ha vaneggiato la stampa italiana di sinistra, ma semplicemente un mostro che si è venduto alla pubblicità. Sempre in America, la Cornell University ha creato un embrione umano geneticamente modificato, un embrione-ogm che - si assicura - non potrà mai essere usato per la fecondazione assistita e quindi non potrà mai diventare un bambino. In Gran Bretagna pochi giorni dopo questo annuncio, il 20 maggio 2008, laburisti e corservatori della Camera dei Comuni hanno dato il via libera alla ricerca sui cosiddetti «embrioni chimera», cioè embrioni formati da Dna umano inserito in ovociti animali svuotati del loro Dna nucleare. Entrambe le ricerche, si afferma, sono indirizzate alla cura di malattie altrimenti incurabili, e tali embrioni sarebbero a un certo punto (quindici giorni?) distrutti. Ma se non lo fossero, e se qualcuno ne facesse un uso improprio, se gli embrioni genericamente modificati fossero utilizzati nascostamente per i design baby, cioè i bambini creati senza difetti in laboratorio? Chi ci può assicurare che ciò non potrebbe avvenire? E se avvenisse come sarebbe possibile accusare ancora i nazisti di essere i teorici di una «razza perfetta» e di aver fatto esperimenti in questa direzione?

ai confini della realtà vetta, il che permette adeguata selezione e programmazione dei nuovi nati (gli Alfa, Beta e Gamma). Il problema si verifica quando nasce e cresce un uomo al di fuori di questi canoni: nato per vie naturali da donna e non da una provetta. È il Selvaggio che, se non bloccato in tempo, può mettere in crisi il Mondo Nuovo: isolato alla fine su un faro e oggetto dell’attenzione morbosa della gente, non potrà fare altro che suicidarsi.

C’

I nipotini del dottor

Moreau di Gianfranco de Turris ma di sicuro non ci si fermerà qui: prepariamoci ad assai di peggio. Tutto, peraltro, previsto dai romanzi fantastico-filosofici, dalla narrativa d’anticipazione e dalla moderna fantascienza che da quasi due secoli mette in guardia dallo scienziato che si vuole fare dio e creare la vita artificiale, o

gli alchimisti; inutile ricordare il golem creato e poi distrutto, secondo la leggenda, dal rabbino praghese Loew. Parliamo invece del dottor Viktor Frankenstein che vuole far nascere la sua Cretura con pezzi di cadaveri rivivificati dall’elettricità: mal gliene incoglie a lui e al suo infelice es-

gressi e la paura che essa corra troppo e contro natura non è scemata, anzi si accresce, ma senza che questi inquietanti avvertimenti sembrino incidere in alcun modo sulla mentalità e sulla realtà. Infatti nel 1932 Aldous Huxley, nipote dell’Huxley che fu maestro di Wells, pubblica Il mondo

Sempre in Gran Bretagna la nuova legge sulla fecondazione, utilizzando il termine complessivo di «genitori» senza altre specificazioni, consentirà che un bambino abbia due madri e non più un padre e una madre. L’abbattimento del senso comune produce una tale babele al punto che, come ha scritto Assuntina Morresi, oggi sarebbe possibile arrivare al punto di avere due padri e quattro madri: il padre biologico e il padre sociale; la madre sociale, la madre che ha dato gli ovociti, la madre che ha dato i mitocondri e la madre che ha messo a disposizione l’utero. Il caos scientifico e sociale è al colmo,

Tutto era stato previsto dalla letteratura fantastica. Ma gli inquietanti avvertimenti della Shelley, di Wells, di Huxley, fino ai più recenti di Gemma Malley non sembrano incidere in alcun modo sulla realtà: la scienza continua a progredire contro natura spera di trovare la formula dell’immortalità, o superare qualcuno dei limiti posti all’umana natura. Inutile ricordare gli ibridi uomo-animale narrati dal mito, il loro significato simbolico e la loro nefanda fine per mano degli eroi (si pensi al Minotauro); inutile ricordare la ricerca dell’Elisir di Lunga Vita e l’homunculus de-

sere artificioso. E parliamo del dottor Moreau che nella sua isola crea una congerie orribile di ibridi innestando chirurgicamente uomini e animali, che alla fine si rivolteranno contro il loro creatore-padrone. Sono passati ottant’anni fra il romanzo della Shelley (1818) e il romanzo di Wells (1896): la scienza ha fatto pro-

nuovo, un romanzo che oggi sarebbe assai opportuno ripresentare convenientemente annotato e introdotto alla luce proprio di quanto sta avvenendo intorno a noi. Opera profetica quant’altre mai, essa descrive proprio un mondo in cui la stabilità politico-sociale è data dall’essere la procreazione esclusivamente in pro-

Naturalmente la fantascienza affronta anche gli aspetti positivi dell’ingegneria genetica proiettata in un futuro lontanissimo: tipico esempio i racconti poi riuniti nel romanzo Il seme delle stelle (1956) in cui James Blish immagina che l’uomo sia di volta in volta geneticamente moficato, assumendo così forme varie, per poter colonizzare i pianeti dell’universo in cui sussistono condizioni assai diverse da quelle terrestri. Idea ripresa vent’anni dopo da Brian Stableford nel romanzo The Florians. Il tema dell’ingegneria genetica è di grande attualità: fra le ultime opere che se ne sono occupate possiamo ricordare almeno I figli di Erode di Greg Brear (2003), in cui bambini geneticamente modificati diventano un pericolo per l’umanità che li ha creati e come tali tenuti sotto stretto controllo, e Next di Michael Crichton (2006), in cui il noto autore di bestseller, specializzatosi ultimamente ad andare contro il politicamente corretto, affronta in senso critico proprio i temi della bioingegneria, degli animali transgenici e della selezione di esseri umani con caratteri genetici superiori. Da ultimo, proiettando molto in là l’attuale modus cogitandi et operandi una giornalista economica inglese, Gemma Malley, ha pubblicato un romanzo, La dichiarazione, che uscito nel novembre scorso ha ottenuto subito un inaspettato successo e che in questi giorni vede la luce per Salani: in questa distopia si immagina il mondo del 2149 dove la scoperta di un Farmaco della «eterna giovinezza» ha sovraffollato tanto il pianeta da consideare illegali nuove nascite (un po’ il caso Cina a livello planetario): chi vuole assumere il Farmaco della longevità deve firmare una Dichiarazione con cui rinuncia ad avere figli. Ma non sembra proprio che tutte queste odierne denunce, proprio come quelle di cento o duecento anni fa, riescano a fermare la sindrome faustiana della scienza d’oggi.

06_07  

Mario Schifano il grande zero di Marco Vallora Maresìa,il Brasile di Stefania Tallini di Adriano Mazzoletti Il romanzo d’esordio di Elvira S...

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you