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INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

di Pier Mario Fasanotti ormai ricorrente una nostalgia. E questa si fa spesso lamentazione: oggi non esistono più intellettuali-giganti che, pur con cromatismi spinti ed esagerazioni metaforiche, puntano il dito direttamente sul nucleo vizioso di un’Italia che piace sempre meno a un gran numero di italiani. E si tirano in ballo nomi come quelli di Pier Paolo Pasolini e di Leonardo Sciascia. Qualcuno s’arrovella nell’immaginare la materia della quale i due si potrebbero scandalizzare, e magari come «urlare» con la loro voce pacata e sottile, contro la disastrosa deriva della cultura. Operazione difficile visto che dalla loro morte la televisione e il caravanserraglio dei premi letterari ha aumentato di molto i decibel o della volgarità o delle polemiche da cortile dove «i polli di Renzo» sono sempre ben più di due. È anche passato molto tempo da quando il marchio della critica era un oggetto impugnato da mani esperte, che fungeva quindi da sestante, Il j’accuse o più modestamente bussola, per i nache Giulio Ferroni viganti-lettolancia nel libro “Scritture

È

Un pamphlet contro la deriva culturale italiana

a perdere” è pesante: eccesso di libri e comunicazione del vuoto con poche isole felici che galleggiano in un mare inquinato. Mentre gli intellettuali tacciono, ri. È uscito in soggiogati dalla dittatura questi giorni un della tv pamphlet che mena fen-

LA LETTERATURA DEL NULLA Parola chiave Straniero di Maurizio Ciampa Phil Manzanera e la meteora 801 di Stefano Bianchi

NELLE PAGINE DI POESIA

Il Dolce Stil Novo ai tempi di Properzio di Roberto Mussapi

Fenomenologia di Miles Davis di Adriano Mazzoletti

Islam & Rock‘n’Roll notizie da Tribeca di Anselma Dell’Olio

denti a chi crede di essere o aspira a essere intellettuale. Senza alcuna distinzione faziosa tra destra e sinistra. L’autore è Giulio Ferroni, docente universitario, critico, pubblicista e scrittore, una delle menti più lucide ma soprattutto più indipendenti che tocca e annusa le macerie culturali del nostro paese (e non solo del nostro) e ne percepisce l’odore acre della putrefazione. Esagero nell’accennare a maleodoranti e velenosissime discariche, quasi simili a quelle descritte da Roberto Saviano in Gomorra?

Infanzia e visionarietà di Giosetta Fioroni di Marco Vallora


la letteratura del

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Credo di no, convinto (e non solo io) che la mediocrità, se è dilagante e infettante o se viene presentata come luccicante vetrina stracolma di griffes similoro, ha un odore ributtante. Ci si abitua, questo è certo, sed semper olet. Ferroni, in Scritture a perdere - La letteratura negli anni zero (Laterza editore), comincia il suo j’accuse con tono narrativo, descrivendo il proprio straniamento, che sfiora la nausea, all’uscita del Salone del Libro di Torino. Una passeggiata torinese («Dimmi: ove tende questo vagar mio breve…» per rammentare Dante) fino a piazza San Carlo, e qui sale lo stranissimo brusio, una commistione di voci stridule («che mi rapiva, senza intender l’inno»: sempre Dante) attorno a una donna bionda, Maria De Filippi, «la più ostinata educatrice delle giovani generazioni» intenta a organizzare la tenzone, targata Mediaset, dei nuovi «talenti». Un vociare in progressivo espandersi, con padri e nonni che portano i bambini ad ammirare l’ambizione e la smania di tanti a vivere, magari solo per qualche minuto, sotto i riflettori della seducente quanto effimera macchina televisiva, per dire poi «io c’ero». «Uno sgorgare di rilucente, squillante, imbecille paradiso», annota Ferroni, tra il basso stupore, o assuefazione, dei suoi amici che lo aspettano al ristorante. A questo punto s’impone una domanda. E Ferroni puntualmente sosta mentalmente cercando un collegamento tra libri e luna park televisivo. Si chiede: «C’è un legame tra l’eccesso dei libri e la comunicazione del vuoto, tra l’espansione illimitata della cultura e la sua evaporazione nell’illusione pubblicitaria, nell’insulsaggine spettacolare?». Ormai gli italiani paiono dominati da quella gestualità nevrotica che è lo zapping, così che «l’inflazione della cultura finisce per convergere proprio con l’invasione delle forme spettacolari più vuote, con ciò che più allontana da ogni coscienza critica e riflessiva».

Questo il punto, per Ferroni. Si perde il senso dell’essenziale. Lo si perde per «eccesso». Lo si perde per una comunicazione sempre meno «ecologica». Facile quindi smarrire il baricentro squisitamente culturale che consiste nell’operare distinzioni. La melassa diventa valanga, con l’aggravante che anche il libro, da molti considerato comunque un totem anche se scritto da attori comici, saltimbanchi della politica e veline, è in grado di «aggiungere ulteriore veleno a quello propinato da altri». A Ferroni, al quale piacciono le citazioni taglienti, viene in mente un verso del Belli: « Li libbri nun zò rrobba da cristiano: fijji, pe carità, nnun li leggete». Un paradosso satirico del poeta romanesco? Fino a un certo punto, visto che andrebbe applicato, pari pari, a un gran numero di libri. Quelli, precisa Ferroni, strettamente legati alla «letteratura che collabora allo scarto, che non fa altro che ruotare intorno anno III - numero 17 - pagina II

A sinistra, Paolo Giordano, vincitore a sorpresa del Premio Strega del 2008. A destra, la copertina del nuovo libro di Giulio Ferroni. Sotto, Maria De Filippi, Susanna Tamaro, Sebastano Vassalli e Alessandro Baricco alla comunicazione già data, che non fa che cercare occasioni di presenza, producendo materiale da consumare, offrendo scritture a perdere». Sono parole pesanti, pesantissime. Ma che c’è, se c’è qualcosa, nella sponda opposta del fiume con gli odori pestilenziali dell’inutilità? Lo storico e critico della letteratura sa bene che cosa c’è o che cosa ci dovrebbe essere: testi «che cercano l’essenziale, che scavano in questo eccesso di comunicazione, che fanno i conti con le lacerazioni del presente e chiamano in causa i limiti e le derive del mondo, ne interrogano il destino». A proposito sia di libri che di talk-show o reality-show, è in voga la tendenza di «trasformare la propria banale quotidianità in qualcosa di spettacolare», una giostrina dove ognuno propone se stesso come modello, magari unico, e sempre divertito-perché la cosa è gioiosa (sic) e «moderna» - dall’irrobustito diritto di ficcare il naso nelle altrui imbarazzanti intimità. Dicevamo poc’anzi dell’assenza di critici di grande caratura, capaci di separare l’attrazione verso il già sentito o le sirene gracchianti della moda del momento dall’esigenza emotivamente e intellettualmente pressante di scavare nell’essenziale. Non è un caso che, in assenza di «antichi maestri» i giornalisti culturali siano sempre più propensi a far parlare scrittori e scrittorelli. Un’intervista e via. Una presa di distanza, a volte iper-consciamente voluta, ma anche una resa alla legge del mercato che impone di parlare diffusamente di ciò che gli editori, con l’adrenalina del marketing copiosamente iniettata nelle vene, sbattono nelle vetrine fino ad arrivare a occupare la vetrina principe, ossia la classifica dei più venduti. Ecco la vera meta del rugby lobbistico, della lotta (non libera) delle corporazioni, dei vari «amici» votanti ai premi letterari. Ma gli intellettuali dicono qualcosa o sono muti e passivi? Domanda retorica: «No, non discettano nemmeno sulla propria sopravvivenza». Siamo alla vigilia dei grandi e piccoli premi letterari. C’è già un gran mugugno. Come del resto l’anno passato. E con abili e tristi scommettitori. Ricordiamo l’editore Elido Fazi quando nella tarda primavera del 2009 disse: «Lo Strega va fermato per un anno e ripensato, anche perché si sa già chi vincerà l’anno prossimo… molto probabile che vincerà Tiziano Scarpa (Einaudi) visto che il gruppo Mondadori dispone di 140 “Amici della Domenica” e di certo non se li farà sfuggire». Profezia avverata. E quest’anno? Le riflessioni condotte finora riguardano non tanto il valore dei cinque libri finalisti, quanto all’opportunità di calibrare l’avvicendarsi degli editori vincitori. È un tagliar le gambe al merito, è uno squallido manuale Cencelli che ingabbia la cultura nei giorni dei fasti, con ovvie ripercussioni sulle vendite. Per Ferroni i premi letterari si risolvono spesso nel «vario disporsi di una compagnia di giro che, specie sul finale volgere dell’estate, percorre il paese a manifestare il senso della cultura come presenza, transito orizzontale, proiezione di attualità:

nulla

invito a specchiarsi nella percezione di qualche valore, di qualche dato di distinzione, di qualche categoria in cui si coniugano i fondamenti dell’esperienza». E viene da ricordare quanto disse il poeta Andrea Zanzotto sulla «volgarità fatua e rissosa», che ci lascia «sospesi tra un mare di catarro e un mare di sperma, mentre intorno a noi enormi mutamenti sono in corso e scienza e tecnica ne trascinano il gioco, a loro volta giocate da tortuosi e occulti poteri economici». Zanzotto si scaglia anche contro la televisione che «è riuscita a scoordinare tessuti psichici molto profondi e a generare un’abitudine alla volgarità permanente, commista oggi alla fatuità del pettegolezzo». Certo: la tv è pertinente se si fanno considerazioni culturali in quanto fonte e certificazione della mediocrità.

Non poche sberle Ferroni le dà a certi giovani - o eternamente giovani - scrittori di successo. Parla di scrittura plastificata, e questo termine ci ricorda la diatriba che ebbe con Alessandro Baricco, il quale si era lamentato del silenzio critico di Ferroni sul suo ultimo romanzo, cadendo però in una colpevole distrazione visto che Ferroni era intervenuto eccome, e successivamente, con tono tra lo sconsolato e l’ironico, ebbe a obiettargli: «Vede che le parole dei critici non contano niente?». In ogni caso sono ceffoni ragionati quelli del critico, che considera gran parte della letteratura italiana di successo «desolante» e comunque «giocata su una scrittura neutra e priva di respiro o su artifici esteriori e ripetitivi». Ferroni ancora oggi si stupisce - o fa finta di stupirsi - della «vittoria a sorpresa» di Paolo Giordano allo Strega di due anni fa (con La solitudine dei numeri primi). Un titolo che è una furbizia editoriale visto che la scienza non c’entra proprio nulla, semmai c’entra la giovane età dell’autore e il fatto che si occupi, all’università, di matematica. Risultato? «… Una narrazione che scorre senza troppi intoppi, levigata e pettinata, con qualche accenno di sospesa malinconia, che si specchia in se stessa, nella propria impalpabile esilità, in una recitazione di incanto esistenziale, ma con frequenti cadute nella più disarmante banalità». Il fioretto del critico si fa spada quando aggiunge: «Versione laica e torinese di Va’ dove ti porta il cuore». Ovviamente tutti aspettiamo il film tratto dal romanzo. E con quanta ansia! Ma chi contrappone Ferroni ai pallidi autori che s’arrampicano sui pioli delle classifiche? Preferisce la forma breve del racconto, «che scava il senso dell’esperienza con tensione linguistica ed espressiva». Sarà che il racconto ci riconduce alla fonte primaria del narrare? Spesso è lo strumento più adatto a decifrare «quella complessità che tutti evocano ma che nessuno riesce ad afferrare e a definire». Il racconto come antagonista nobile della scrittura sciatta, fluviale e «informatica» (spesso composta da tanti «copia-e-incolla»). E Ferroni, infine, fa alcuni nomi: Sebastiano Vassalli, Giorgio Falco, Silvana Grasso, Nicola Lagioia, Emanno Cavazzoni, Laura Pariani. Rimane il fatto che queste isole felici stanno in un mare inquinato, dove «intellettuali e politici tacciono, subalterni a tutto ciò che passa in televisione, attenti soprattutto a starci dentro anche loro, con rispettosa deferenza al potere imperiale di certi registi e conduttori».


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STRANIERO arola dirompente, straniero, parola densa di tensione, polo d’inquietudine. Da sempre. Da quando l’Occidente è l’Occidente. «In una piccola cerchia familiare, serena, accogliente, è entrato all’improvviso un forestiero - uno straniero . Era un tipo apparentemente comune, insignificante, eppure ha suscitato un senso di turbamento. Costui non soltanto ha turbato la lieta serata, ma la pace, la felicità dell’intera famiglia, e per molto tempo». L’osservazione di E.T.A. Hoffmann, scrittore e musicista attivo fra Settecento e Ottocento, è solo uno dei tanti documenti di una storia lunga e stratificata che s’identifica con la storia stessa della civiltà occidentale. Molti i passaggi e le sequenze, ma potrò attraversare solo quelli che mi sembrano d’irrinunciabile importanza.

P

Prendiamo due date più vicine a noi dentro il paesaggio vasto dell’età contemporanea: 1908, 1919. In mezzo un decennio di accentuata instabilità, di «tellurica inquietudine», in cui le parole, dice Hofmannstahl nella Lettera di Lord Chandos, sono «vortici che turbinano senza sosta».Vortici, zone di turbolenza che attestano una trasformazione dal ritmo bruciante. Cambia, con il primo conflitto mondiale, la mappa del mondo, e cambia anche la mappa della mente. L’uomo diventa uno straniero a se stesso che abbandona ogni patria mentale, taglia ogni sua radice. Un’ampia storiografia, che si è sviluppata negli ultimi venti-venticinque anni, ha letto la prima guerra mondiale e tutto ciò che le sta attorno, prima e soprattutto dopo, come un processo di traumatica trasformazione dell’esperienza umana. La grande guerra e la memoria moderna di Paul Fussell o Terra di nessuno di Eric Leed sono fra le opere più importanti di questo indirizzo storiografico. Ma consideriamo un’altra fonte, Walter Benjamin, il grande pensatore e scrittore tedesco della prima metà del Novecento. In Esperienza e povertà, del 1932, Benjamin parla dell’impoverimento dell’esperienza umana a seguito della prima guerra mondiale, da cui gli uomini sono tornati ammutoliti, isolati in un silenzio che non consente loro di dar nome alla propria esperienza. Torniamo ora alle due date: 1908, 1919. Del 1908 la Sociologia di Georg Simmel; del 1919 il Perturbante di Sigmund Freud. Qui le nozioni di straniero ed estraneità sono radicalmente ripensate. E aprono nuove possibilità interpretative. Lo straniero di Simmel non è il nemico e non è il barbaro, si muove dentro i nostri confini, nello spazio delle nostre comunità. Straniero interno, dice Simmel, espressione in sé contraddittoria, quasi in tensione con se stessa, comunque di estrema mobilità, pericolosamente dinamica, e collocata ai confini dell’identità sociale. «Lo straniero interno - dice Simmel - non è colui che viene oggi e domani se ne va. Ma è quello che viene oggi e domani rimane». Un esempio lo possiamo trovare nel Castello di Franz

Viene da fuori, è “nessuno” ma è “qualcuno” molto vicino a noi. Un termine in cui si condensano le paure e le forze che sfaldano la convivenza, ma anche la speranza di riuscire ad abbattere muri e recinti

Una sonda nell’anima di Maurizio Ciampa

La fonte della nostra inquietudine o della nostra angoscia, quella più difficile da interpretare, non sta nella massa oscura dell’ignoto, come comunemente si crede. Ciò che ci inquieta si cela nell’ordinario: è lo strano fiore della familiarità. Ma una familiarità che cambia di segno... Kafka, uno dei grandi monumenti della letteratura del secolo passato. Poche righe, ma significative. A parlare è la locandiera, si rivolge all’agrimensore con tono aspro, ma rassegnato: «Lei non è del castello, non è del villaggio, non è nessuno. Anzi, sfortunamente, anche lei è qualcuno, e cioè un estraneo, uno che è sempre fra i piedi, uno che è causa di continue seccature». Che ibrida creatura lo straniero: è «nessuno» ed è «qualcuno», non fa parte della comunità del villaggio, viene da fuori, ma, al tempo stesso, è lì, «sempre fra i piedi». A guardar bene si muove come lo straniero interno disegnato da Simmel e, a sua volta, non è

che la proiezione della persona di Franz Kafka, segnato da una costante fluttuazione fra essere e non essere. Non è ebreo Kafka, o perlomeno non lo è pienamente, non è interno alla comunità degli ebrei praghesi, sicuramente non è cristiano, e, allo stesso tempo, non partecipa neppure al «grande avvenire virile», come dice in un passaggio dei Diari. È dunque fuori posto, semplicemente uno straniero. «Per quaranta anni ho errato fuori dalla terra di Canaan», scrive nel 1922 a soli due anni dalla morte, quasi per restituire o cogliere sinteticamente il senso della sua esperienza umana. Una sorta di dichiarazione testamentaria:

Franz Kafka è stato uno straniero. A sé e agli altri. Ma ha fatto dell’estraneità scrittura e conoscenza, una sonda dentro l’umano. Ho lasciato da parte il perturbante di Freud, decisiva ramificazione della figura dello straniero. Comunemente si pensa che la fonte della nostra inquietudine o della nostra angoscia, quella più difficile da interpretare, stia nella massa oscura dell’ignoto, di ciò che non conosciamo. Non è così per Freud che spezza la linearità di questa equazione: ciò che ci inquieta si cela nell’ordinario, è lo strano fiore della familiarità. Ma di una familiarità che cambia di segno, un po’ come nella novella di Hoffmann ricordata all’inizio in cui l’arrivo dello straniero pare rompere per sempre la quiete familiare. Lo straniero è ciò che ci è più vicino. Di qui probabilmente l’allarme che ne deriva, segnalato nell’ordine simbolico ancor prima che in quello sociale. Seguiamo, a passo veloce, un’altra strada, una strada che viene da più lontano rispetto a quella percorsa fino a questo punto. Non un sentiero, ma una grande via dove s’incrociano molti diversi cammini. Punto d’avvio: il valore della fede cristiana, che riattraversa, dall’origine e lungo tutta la sua storia, lo scosceso territorio dello straniero, colui che non ha patria in se stesso, può essere il folle, può essere l’idiota, chi comunque esce da sé attratto da un altrove. Enzo Bianchi, importante voce del cristianesimo dei nostri giorni (un suo libro s’intitola Da forestiero) ricorda che i cristiani seguono un viandante, «uno che non ha dove posare il capo» secondo l’espressione evangelica. Gesù vive come straniero e, al tempo stesso, chiede di diventare straniero, chiede la Xeniteia, l’uscita dal proprio suolo, dalla propria terra. Come accade nell’Esodo. E Mosè, che ha portato gli ebrei al di fuori dei confini dell’Egitto, non entrerà nella terra promessa, morirà da straniero.

Come l’ebreo, il cristiano non è colui che sta, ma è colui che si distacca dalla terra seguendo una promessa. Gesù, secondo l’immagine dello scrittore francese Christian Bobin, è l’«uomo che cammina», l’uomo che non riposa. Non ha casa e si mette costantemente sulla strada. Esattamente come uno straniero, un clandestino di questo mondo. Allora se ha senso richiamarsi alla radice cristiana è proprio in virtù di questa parola - straniero - dalla lunga e accidentata memoria. Parola nella quale confluiscono e si rispecchiano le tante paure - reali e immaginarie - che attraversano il nostro tempo. In quella semplice complessa parola si condensano le forze che possono arrivare a sfaldare l’edificio della convivenza, ma si ritrovano anche le speranze, l’umano desiderio di ascoltare e accogliere l’altro senza costruire muri e recinti. Questo viene dalla radice ebraico-cristiana e dalla storia che ne ha fatto seguito. Essa c’impegna a guardare all’identità - oggi così reclamata - attraverso la figura dello straniero.


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Pop

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anni fa. C’è la fusion tagliente di East Of Asteroid, fatta d’improvvise accelerazioni; il passo felpato e prezioso di Rongwrong; l’etnomusica jazzata di Sombre Reptiles; la filastrocca che declina la semplicità di Golden Hours; la melodia latina che scandisce Diamond Head. C’è la voce di Brian Eno, soprattutto: adorabilmente isterica, fra gli schizzi funky di Baby’s On Fire e Third Uncle; gelida, fra le glaciali armonizzazioni di Fat Lady Of Limbourg; fremente, nel rock psicopatico di Miss Shapiro. E c’è il gusto proibito della rivisitazione: ascoltare per credere Tomorrow Never Knows di Lennon & McCartney che Manzanera e soci riplasmano, elasticizzano, travasano in una nuova psichedelìa. E poi You Really Got Me dei Kinks: ovvero gli anni Sessanta reinventati a colpi di rock tagliente (e orecchio a quel sintetizzatore un po’ sbruffone). Ma siccome un cd non era

di Stefano Bianchi opo aver scandito con un vortice di sperimentazioni e intellettualismi il bello del Glam Rock, nel 1976 i Roxy Music non sanno più che pesci pigliare. Decidono che è meglio sciogliersi, in attesa di tempi migliori. A Bryan Ferry, con quella voce di velluto, non par vero di continuare a fare il dandy solista. Andy Mackay (il sassofonista) incide un disco che fatalmente intitola Resolving Contradictions. Phil Manzanera (il chitarrista) s’inventa un progetto temporaneo che chiama 801, dal refrain del brano The True Wheel (We are the 801, we are the central shaft) composto dallo stratega elettronico Brian Eno. Londinese, classe ’51, madre colombiana e padre inglese, adolescenza trascorsa in Venezuela, Colombia e Cuba, Philip Geoffrey Targett-Adams inietta sabor latino nei suoi stratosferici assoli.Tant’è che si fa chiamare Manzanera in omaggio al bolero del messicano Armando Manzanero. Oltre a Eno, chiama a raccolta Bill MacCormick (basso e voce, ex Quiet Sun e Matching Mole), Francis Monkman (tastiere, ex Curved Air), Simon Phillips (batteria), Lloyd Watson (chitarra) e organizza solo tre concerti. 801 dovrà essere una meteora, ma destinata a incollarsi nella memoria di chi andrà ad ascoltare la funambolica band. La data finale, 3 settembre ’76 alla Queen Elizabeth Hall di Londra, viene registrata e si trasforma in 801 Live. Ricordo d’averlo acquistato in tempo reale, quell’ellepì. A occhi chiusi, da fedele «roxyano» con un debole per Manzanera. E adesso che me lo ritrovo fra le mani (rimasterizzato, racchiuso in un cofanetto con la scritta Collectors Edition che mi fa dar di matto, rock-feticista come so-

D

Classica

musica

Phil Manzanera e la meteora (splendente) 801

no) non posso che ribadire quel che penso da allora: 801 Live è uno dei dischi dal vivo più belli in assoluto. Non esagero e vi invito ad ascoltarlo. Dentro ci troverete una musica imprevedibilmente obliqua che pizzica rock e tardo Progressive, titilla suoni latinoamericani e freme d’elettronica. Dal pazzesco, «hendrixiano» strumentale Lagrima si dipana tutto il resto. Che è geniale e rivoluzionario, oggi come trentaquattro

sufficiente, eccone un altro che documenta le prove dei concerti effettuate il 23 agosto ’76 agli Shepperton Studios. Medesima scaletta, ma con una gran voglia d’improvvisare in più. Da applausi. L’anno dopo, per capitalizzare l’inaspettato successo, Phil Manzanera richiama gli 801 (senza Lloyd Watson, ma con l’aggiunta di altri virtuosi fra cui Tim Finn, Kevin Godley e Lol Creme) e pubblica l’album in studio Listen Now. Dopodiché arriverà il ’79 e i Roxy Music si riuniranno per incidere Manifesto. Ma quella è un’altra storia. Phil Manzanera, 801 Live, Expression Records, 28,90 euro

zapping

IL ROCK GERIATRICO del genio Lou Reed di Bruno Giurato

ondogliamo condogliamo. Nella sua rubrica sul Foglio Stefano Pistolini si affligge per le attività extramusicali di Lou Reed. Sembra infatti che la colonna dell’Art Rock, il soggetto che ha insegnato le passeggiate sul lato selvaggio (e anche l’oggetto delle bordate maligne di Lester Bangs, il più gran giornalista musicale di sempre insieme a Boris Vian) abbia ideato un programma per l’iPhone, denominato Lou Zoom. ’Sto Lou Zoom «non è un tuffo nell’inconscio, nel peccato, nel sesso» (citiamo Pistolini) ma è una applicazione che permette a chi ha problemi di vista di ingrandire i numeri sul display: una roba da terza età. Rock geriatrico. Il fatto fa ammosciare gli spiriti a Pistolini, che corre a rifugiarsi tra i vecchi dischi di Lou per far girare il grande amarcord generazionale. Condogliamo condogliamo, per carità, anche se eravamo già stati svezzati dal fatto che Pete Townshend degli Who dai centodieci decibel e dallo sfascio delle chitarre fosse passato al cornetto acustico. Ma infine ci sarebbe un fatto: è fondamentale che la rockstar sia giovane e faccia cose giovani? Da bluesman e/o jazzman: era bello Miles pure ammalato, e Ornette Coleman da vecchio ci pare meglio di tanti anni fa. Ma come termine delle nostalgie, dei bric à brac e bibelots di liberazione (ma da che?) ci sarebbe un fatto. Il rock non è solo sociologia giovanile, il rock sarebbero note, anzi forse addirittura musica, più o meno come la musica classica (sic!). E il significato «liberatorio» potrebbe essere tutto interno all’opera. Tenere in piedi la nostalgia per le pose giovani, per una trasgressione ormai appannaggio di politici e conduttori tv potrebbe sembrare una sorta di linguaggio egocentrico. Spiace farlo notare, ma il fatto è che, ormai, il rock sarebbe un classico. E il legame tra rock e sociologia giovanile sarebbe da amarcord. Condogliamo condogliamo.

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Ventiquattro cherubini per una piccola messa solenne di Jacopo Pellegrini

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uando, nel 1902, i tecnici della Gramophone & Typewriter Company varcarono la soglia dei palazzi vaticani, Alessandro Moreschi contava 44 anni. Per i portabandiera del montante positivismo tecnologico l’ultimo evirato cantore della Cappella Sistina doveva sembrare più un fenomeno da baraccone che l’estremo rappresentante d’un’illustre prosapia: un dinosauro superstite, uno scherzo (contro)natura.Tra i brani incisi dal soprano (non sopranista, come alcuni degli odierni controtenori, che utilizzano un falsetto più o meno rinforzato) figura anche il «Crucifixus» della Petite messe solennelle composta da Rossini nel 1863, quando cioè Moreschi era già nato. Si tratta d’un assolo in cui a una parte vocale ad alto tasso patetico, fitta di cromatismi, si contrappone una parte strumentale (pianoforte e ar-

monium) ad accordi in staccato ostinatamente ripetuti, con quel tipico andamento marziale che, come un fil rouge minaccioso (la marcia evoca eserciti, guerre, violenze, morte), attraversa l’intera composizione. Questa coesistenza di elementi diversi e in conflitto tra loro (canto/accompagnamento, melodia/ritmo) può essere letta come la manifestazione, una delle tante, di quell’ironia antifrastica che regge l’intero edificio, e che balza all’occhio fin dal titolo, per quell’accostamento di «piccolo» e «solenne». Laddove il dato quantitativo allude all’organico prescritto dall’autore: «Dodici cantori dei tre sessi, uomini, donne e castrati, basteranno alla sua esecuzione, vale a dire otto per il coro e quattro per i solisti, in totale dodici cherubini» (com’era avanti Rossini, già parlava di «terzo sesso»!). I nostri conservatori di musica godono di scarsa considerazione; in molti casi, non a torto. Quello di Parma, intitolato ad Arrigo Boito (che ne

fu il direttore su segnalazione di Verdi), cerca tuttavia di tenere alto nome e blasone anche attraverso un fitto programma di concerti e seminari tenuti da musicologi e musicisti illustri sì, ma soprattutto capaci. L’avvio è stato nel nome di Rossini, e consisteva appunto nell’esecuzione della Petite messe solennelle secondo la nuova edizione critica curata per Bärenreiter dal primo dei filologi rossiniani (e non solo), Philip Gossett. I cherubini «planati» su Parma non erano 12, bensì 24 (un numero comunque inferiore alla prassi corrente), e ovviamente tra di loro non figuravano gli amati (da Rossini) castrati. Questo mannello d’italiani ispanici slavi orientali, tutti iscritti alle classi di canto, componeva il neonato Coro da camera del Conservatorio Boito, addestrato, previo apposito masterclass, da Martino Faggiani, maestro del coro al Teatro Regio della città emiliana. Le sue lezioni (pare durissime) hanno avuto un esito sorprendente, de-

gno del massimo encomio per l’emissione sempre limpida, l’impasto morbido e leggero, la dizione ben curata, la dinamica sfumatissima. I solisti, diversi per ogni numero, uscivano di volta in volta dalla massa corale ed esibivano, com’è ovvio, tassi di talento diversificati; costante la voglia di far bene e la padronanza stilistica. La revisione di Gossett, oltre a espungere dal corpo della Messe l’inno «O salutaris hostia» (introdotto da Rossini in una fase successiva), interviene soprattutto sulla componente strumentale per due pianoforti e harmonium: ritornelli accorciati, segni di articolazione e fraseggio corretti e integrati. I pianoforti impiegati a Parma (li suonavano l’eccellente Massimo Guidetti, Pina Coni e, in alcuni casi, lo stesso Faggiani; all’harmonium Davide Zanasi) erano strumenti francesi, adattissimi, per il loro timbro chiaro e pungente, a rendere l’inarrestabile processione degli staccati.


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arti Mostre

ignificativo, ma non sorprendente, che il portentoso volumone Skira che Germano Celant dedica all’opera omnia (et caetera, perché la sappiamo quanto mai attiva) di Giosetta Fioroni, si apra, in copertina, con un’immagine seriale e stampigliata d’una reiterata mannequin, le falde della mondanità (o mondità?) che garriscono come al vento d’una passerella ininterrotta. E si chiude - su un retro bilingue ove non compare la cifra del prezzo - con una delle classiche, recenti figure ceramificate dell’eterna ragazza romana, che è insieme l’artista, la sua modella e il suo viaggiante immaginario. Quasi una bambola-manichino da abbigliare post-modern, dopo la guerra estenuata della cultura di massa e dei sessi, rudere elegante e laccato d’una sognificata Piazza del Popolo che non c’è più, ma riverbera i suoi lumini laici, scialbati di memoria. Non tanto la materia formata che (fuori)esce e si risolidifica da quell’iniziale, piatto carta-modello mentale, che è l’orma schifaniana e dissanguata della golosità del vedere, che tronfa in prima copertina e che ha nei Sillabari di Goffredo Parise il portolano sentimentale dei punti cardinali argentati, per smarrirsi con melanconica voluttà. E nemmeno la banalità di ricordare che Celant, con le sue frequentazioni Prada e l’orgoglio d’aver portato Armani e la déesse Moda al Guggenheim, prediligerebbe questo tasto, tra i tanti della polifonia vorace che Giosetta Fioroni, soprattutto in questo voluminoso centone di cose e progetti e memorie, persegue, cambiando continuamente registri al suo organo portativo della mutevole nervosità manuale. Pur restando fedelissima alla sua martellante vocazione adolescenziale (figlia d’uno scultore, nel «disordine vitale» del suo atelier di crete e materie, coperte nella notte da manti protettivi dell’umida fecondità, come una coorte di fantocci. E poi d’una mamma burattinaia estrusca, di Tarquinia, che le fa conoscere

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Architettura

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Infanzia

e visionarietà di Giosetta Fioroni di Marco Vallora Cardarelli, nella farmacia avita). Commistione, che stampa il suo immaginario semprinfantile: «in tutto il mio lavoro c’è una specie di matrice comune che è l’infanzia, vissuta tra elementi molto legati alla visionarietà». E come è già Giosetta, quella pupattola insoddisfatta, che posa bambina con un «copricapo russo», come una Paolina poco napoleonica, su una chaise-longue di midollino para-liberty, le scarpette della già avviata contestazione tranquillamente sul cuscino di mamma, complice papà, pronte a scapparsene verso le sue creative scarabattole, prima ancora d’incocciare in un maestro decisivo, come Toti Scialoja. Ma sullo sfondo, sempre, l’imprimée a paillettes d’una strega-marionetta, che strega e stampa il suo immaginario, come un’imprinting indelebile, sia pure slavato. E la memoria che si stinge d’argento, come una tintura casalinga, nel tinello maldicente e avvelenato d’una fantasia che sarà presto ceronettiana. Il rapporto tra i due artisti è ovviamente ben documentato in questo regesto, che contempla fotografie, docu-

menti, memorie di cataloghi e di collaborazioni e di amicizie, con Parise, in primis («nel ’64 conobbi da amici Goffredo e cominciammo una complicata ma ap-

passionata vita comune») e poi con Twombly, con Zanzotto, con i pittori popitaliani di Piazza del Popolo, con il gallerista della Tartaruga De Martiis, con Pascali, con il cane Petote e il Gruppo ’63, con Erri de Luca e Franco Marcoaldi, e con l’inseparabile Arbasino: «Giosetta dipingeva le fiabe leggendole secondo l’interpretazione psicoanalitica di Bruno Bettelheim», che poi si scoprì che picchiava i suoi figli e li terrorizzava, e tutto questo torna, con questo universo scosso e talvolta ammaliato e dolcemente, polverosamente criminale (gli archivi assassini di Duesseldorf, l’Acephale batailliano, le saponificatrici industriose e littorie di Ceronetti). Una scrittura azzoppata e frammentata del figurativo («Io ho sempre avuto passione per lo scrivere amanuense. Quello che Restany chiama “la scrittura di Giosetta Fioroni” è appunto un misto di calligrafia e di segni e disegni ideogrammati, che vanno a comporre una particolare scrittura, una scrittura-calligrafgia emotiva»). L’emotività e la colla del ricordo, visto magari attraverso lo spioncino di questi teatrini, che ricordano più Cornell che non Duchamp. Curiosamente Celant, che abbandona il suo rigore arte povera e il suo internazionalismo, che sinora si era piegato solo su Melotti, Vedova, Accardi e poche altre cose italiane, la prende da lontanissimo, in un dotto preambolo che deve molto all’Informe di Rosalind Kraus e che poco sembra a che fare con la Fioroni, ma la nobilita come uno di quegli imprescindibili «tasselli indispensabili per completare la visione globale» cui appunto si è appena abbandonato. Germano Celant, Giosetta Fioroni, Skira, 456 pagine, 140,00 euro

A Santa Sofia, dove tutto raffigura l’estasi…

n vero inno alla più indescrivibile bellezza», diceva Procopio, è il tempio dedicato alla Divina Sapienza, Hagia Sophia, edificato in un profluvio di luce e in sublime policromia come immenso atto di devozione alla Sacra Presenza.William ButlerYeats ha scritto di Santa Sofia come di una costruzione ove «tutto raffigurava l’estasi», e, in Byzantium, nel 1930: «una cupola accesa dalle stelle o dalla luna, disdegna/ tutto ciò che l’uomo è,/ tutte le complessità/ la furia e il fango delle vene umane». Per Yeats l’arte impersonale è fase della perfetta bellezza, ed è portatrice di una unità della cultura ove naturale e sovrannaturale sono uno. In questa fase sono uniti, nella storia, edificio e simbolo. La grandezza immanente della fusione di potenza e bellezza agisce nella Megàle ekklesìa come «spettacolo che supera ogni aspettativa»: absidi, esedre, capitelli e arcate, mosaici incrostati d’oro e marmi dalle screziature cremisi bianche e verdi concorrono, con la cupola, alla ricchezza profusa della visione; l’architettura è il veicolo del sacro splendore della divina sapienza. Artemio di Tralle e Isidoro da Mileto, architetti-scienziati e mitici costruttori,

«U

di Guglielmo Bilancioni hanno saputo inscenare il trionfo della struttura e dei meccanismi sperimentali che la autosostengono. Uno spazio «semplice e geniale», ha detto Krautheimer, ove uno spazio-universo che riproduce la volta celeste provvede a una emanzione, dal centro, della Gloria. L’edificio, teatro di sacre liturgie e di complicati rituali di potere, è il luogo dell’incontro, stringente e critico, fra gerarchie ecclesiastiche e politiche. L’apertura del libro su Santa Sofia di William Richard Lethaby, scritto con Harold Swainson, del 1894, è molto decisa: «L’edificio più interessante sulla superficie della terra». Su tale costruzione è stata pubblicata presso Electa la monografia di Rowland J. Mainstone, uscita a Londra nel 1988. Il lavoro di Mainstone unisce analisi strutturale e interpretazione storica, studia antecedenti e riferimenti - Pantheon, Domus Aurea, Spalato, Minerva Medica, San Vitale, Santi Sergio e Bacco - risolve arcani tecnologici e rivela le complicate stratificazioni di volte e di sostegni,

prodotto di continue decisioni in corso d’opera, descrive archi e cupole nelle loro tensioni e nella distribuzione delle forze, elabora teorie sugli sviluppi iniziali dell’opera e fornisce tutti i testi di riferimento delle descrizioni antiche. Come quella di Paolo Silenziario, mistica e tecnica a un tempo: «Una parte mirabile a vedersi, come se niente la sostenesse, stava sospesa nell’aria». Parte importante del libro sono disegni e fotografie, opera dell’autore, che aveva iniziato a lavorare sui rilievi di Santa Sofia assieme a Robert van Nice negli anni Sessanta. Gli elementi fondamentali che armonizzano simbolo ornamento e struttura, in Santa Sofia come in ogni altro grande edificio classico, sono le colonne: «La bellezza sorrise sul pavimento dell’intero tempio - ancora Silenziario - quando si innalzarono le colonne sulle basi ben levigate». E il Sacro appare, assieme al mito di Bisanzio. Di notte migliaia di lampade sospese, sostenute da un anello sotto la cupola detto Polycandelion, e un mare di luce sopra i fedeli rifletteva l’oro dei mosaici e infiammava le volte. Un profluvio di luce, dal carico mistico, una luce autogenerata, aurea. In quegli istanti tutto era chiaro. Sapienza divina è la divina proporzione: «là l’uomo con Dio coesiste». Rowland J. Mainstone, Santa Sofia, Electa, 301 pagine, 110,00 euro


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NON AMAVA SENTIRSI DEFINIRE “MITO” MA ALLA SOGLIA DEI TRENT’ANNI ERA GIÀ STATO DETERMINANTE PER L’EVOLUZIONE DEL JAZZ, SEBBENE IL SUO GENIO

MobyDICK

il paginone

Fenomenologia

AVREBBE PRODOTTO ANCORA INATTESE TRASFORMAZIONI. IN VISTA DELLE CELEBRAZIONI PER IL VENTENNALE DELLA MORTE, DUE LIBRI, TRENTA CD, QUATTRO DVD E MOLTO ALTRO ANCORA RICORDANO L’UOMO E IL MUSICISTA di Adriano Mazzoletti anno prossimo saranno trascorsi vent’anni dalla scomparsa di Miles Davis, ma il mondo del jazz continua a ricordarlo. Due libri, l’autobiografia scritta con Quincy Troupe e un approfondito studio sulla genesi di Bitches Brew, quattro cofanetti per un totale di 30 cd, due piccoli volumi a corollario di due dei cofanetti e altri quattro dvd è quanto oggi viene offerto agli appassionati di Miles Davis, senza dimenticare numerosi dischi, ancora in catalogo, registrati nel corso della sua lunga e importante carriera, e altri volumi di ormai difficile reperimento, una biografia critica dovuta alla penna della tromba inglese Ian Carr e Round About Midnight di Eric Nisenson; se a questi poi si volessero aggiungere Kind of Blue di Ashley Kahn e Miles Live in Studio di Richard Cook pubblicati da Il Saggiatore nel 2003 e 2008, musicisti, musicologi e appassionati avrebbero un panorama assai completo dell’opera regi-

L’

derò sempre così Miles e lo stesso farà il milione dei tuoi figli. Con quella incasinatissima voce da vecchietto lo so che stai alzando gli occhi al cielo in questo momento e stai dicendo (con un grugnito) So What? E allora?».

Nelle parole di Leroy Jones c’è tutto Davis. La sua storia musicale, ma anche il suo carattere. Ma era così scostante, scontroso, inavvicinabile, Miles? Nell’autobiografia egli scrive: «Ho sempre voluto essere accettato come un buon musicista perciò non facevo il clown come Armstrong e Gillespie. Questo non richiedeva sorrisi, ma solo abilità nel suonare la tromba. È quello che ho sempre fatto. Prendere o lasciare. Così a molti bianchi, giornalisti e non, non piacevo e non gli piaccio nemmeno adesso, perché mi vedevano come un piccolo negro borioso. Noi del Midwest guardiamo ai bianchi in modo diverso. C’era poi il fatto che arrivavo da un altro ambiente sociale

Scontroso, inavvicinabile. Una fama che derivava dalle sue origini benestanti che non lo fecero mai sentire inferiore per il colore della pelle. Si comportava come un bianco della sua stessa estrazione e questo gli procurò ostilità strata del musicista Davis e, attraverso l’autobiografia e il dvd The Miles Davis Story, la possibilità di meglio capire anche Davis uomo.

Questa è la terza edizione italiana del volume di Miles e Quincy Troupe. La prima venne pubblicata nel 1990 da Rizzoli a distanza di solo un anno da quando era uscita negli Stati Uniti. La seconda nel 2001 da Minimum Fax senza però le oltre cento foto delle prime edizioni americana, francese e italiana. Questa terza, sempre per i tipi di Minimum Fax si differenzia dalle precedenti per alcune parti aggiunte. Una intervista inedita di Alex Haley a Miles e l’orazione funebre che Amiri Baraka, nome musulmano del poeta e scrittore Leroy Jones, recitò nel corso delle cerimonia. «Tu eri già bop quando sei arrivato in volo con l’anima dalla testa umana. Poi sei diventato cool. Quella fu, come dire, la creazione di te stesso. Poi ti sei messo con Philly e quegli altri per suonare un bop più tosto. E poi ci hai scatenato addosso quel mostro totalmente visionario, Trane, in quella band per sempre classica, perfetta, meravigliosa. Fa che possiamo essere sempre in grado di ascoltare Straight no Chaser ogni volta che ci va. Lo so che negli ultimi anni t’ho sentito e t’ho visto vestito tutto di viola e roba del genere e la cosa mi ha spaventato un po’.Tutto quel rock’n’roll a palla non è che mi interessasse tanto, però senti fratello ho ascoltato Tutu e ci stavi dando dentro come il Miles che conoscevamo. Ti ricoranno III - numero 17 - pagina VIII

rispetto a quello di Louis e Dizzy, inoltre ero più giovane e non avevo dovuto passare i casini che avevano passato loro per essere accettati nell’industria musicale». Per comprendere a fondo l’animo di Miles e certi suoi atteggiamenti a torto considerati violenti è necessario considerare diverse ipotesi. A differenza dei musicisti neri della generazione precedente, Davis apparteneva a una famiglia benestante. Il padre era un medico conosciuto e apprezzato ad Alton (Illinois), sua città natale. Nel 1944, a diciotto anni, si era diplomato alla Lincoln High School e come la maggior parte degli studenti americani delle middle-class aveva iniziato a

suonare nell’orchestra della scuola per poi decidere di continuare gli studi musicali alla Julliard School, una delle più prestigiose degli Stati Uniti. Finché Miles fu un musicista come tanti altri la sua estrazione sociale così diversa da quella degli Armstrong, Parker, Gillespie tutti provenienti dal Sud e appartenenti a famiglie differenti dalla sua, non creò problemi. Questi iniziarono quando divenne una personalità di rilievo. Molti afroamericani della sua generazione e della sua stessa estrazione sociale che avevano la pelle fortemente scura, si ritenevano inferiori a causa dell’ostilità con cui venivano trattati. Se per molti ciò era considerato inevitabile, per Davis era intollerabile. Iniziò a comportarsi come un bianco della sua stessa estrazione. Elegantissimo, indossava vestiti e calzature italiane e quando giunse il successo anche economico, acquistò una Ferrari che utilizzava spesso per i suoi spostamenti professionali. Furono in molti a considerare tutto ciò come una forma di arroganza.

Quincy Troupe che con Miles scrisse non solo la biografia, ma collaborò a molte altre iniziative, racconta in un prezioso volumetto Io e Miles Davis,Vita e musica di un genio molti episodi relativi al carattere del trombettista che non tollerava intrusioni nella sua vita privata e soprattutto pretendeva di essere rispettato e non solo come musicista. «Una sera a cena a casa sua - racconta Troupe - suonarono improvvisamente alla porta. Il suo cameriere fece entrare un uomo sulla trentina, un nero. Appena Miles lo vide gli chiese chi fosse e che cosa volesse. Lo sconosciuto rispose che era venuto a lavorare come assistente di Gordon Meltzer, il road manager. Miles disse all’uomo che avrebbe dovuto aspettare l’arrivo di Gordon e gli ordinò di tornare giù ad aspettare. Quando Gordon arrivò portandosi appresso lo sconosciuto, Miles, irritato perché si era presentato senza farsi annunciare, disse subito che quel tale non avrebbe funzionato. Gordon che sapeva come prendere Miles disse che era uno bravo. Miles fissò Gordon per un attimo e gli chiese di dire all’altro di andare in cucina e di portare a tutti del gelato. L’uomo iniziò ad attraversare l’intera stanza. Miles sollevò gli occhiali da sole e scrutò attentamente l’uomo mentre camminava. Quando entrò in cucina Miles fece scivolare gli occhiali al loro posto, si girò verso Gordon e disse:“Non funzionerà”.“Oh Miles, ma perché?”, sbottò Gordon. “Perché cammina fuori tempo” rispose». Nell’autobiografia, nel libro di Quincy Troupe e nel dvd dedicato alla storia di Davis, so-


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a di Miles Davis

Alcune immagini di Miles Davis. A sinistra, il musicista con Louis Armstrong. Sotto le copertine dei suoi cd più celebri e due ritratti no innumerevoli gli episodi a volte divertenti, a volte sorprendenti, spesso drammatici come il pestaggio e conseguente arresto da parte della polizia di NewYork, perché si era rifiutato di farsi da parte mentre camminava su un marciapiede affollato di passanti. Davis era un uomo di carattere e se quando eri con lui non ti comportavi nel modo giusto, potevi subire almeno quattro punizioni. Poteva ignorar-

presa mia e di Grappelli si tolse i grandi occhiali da sole che non aveva fino a quel momento mai rimosso dal suo viso. Ma è il Davis musicista che rimarrà per sempre, nella storia della musica del Novecento. L’opera omnia è disponibile in quattro cofanetti di altissimo interesse. Il primo

Dischi come “Miles Ahead”, “Porgy and Bess”, “Sketches of Spain” fecero credere che avesse toccato i massimi vertici espressivi. Ma pochi mesi più tardi incise “Bitches Brew”, primo esempio di quella discussa “svolta elettrica” ti del tutto. Poteva togliersi gli occhiali scuri e fissarti con il suo sguardo come se volesse fulminarti. Poteva offenderti insultandoti con una sequela di parolacce. Se però, tutto sommato, gli piacevi, poteva mettersi a giocare con te come fa il gatto col topo. Personalmente ho avuto modo di incontrare Davis diverse volte. E l’ho sempre trovato gentile e affabile. Forse perché amava molto il nostro paese e la nostra gente.Voglio solo ricordare un episodio.

Nel 1980 ricoprivo la carica di direttore artistico di uno dei maggiori festival italiani, quello di Pompei, che si svolgeva nel Teatro agli scavi che in quel periodo ospitava con grande successo anche le Panatanee. Per uno dei concerti ebbi l’idea di fare esibire nella prima parte Grappelli, nella seconda Davis. Quando Miles seppe che Stéphane avrebbe suonato prima di lui, pretese di venire in teatro a inizio concerto. Si sedette fra le quinte e per oltre un’ora seguì con grande attenzione il violinista francese. A un certo punto mi chiese per quale ragione avessi scelto il trio di Stéphane per il primo set del concerto. Il violinista all’epoca suonava con un trio a corde - violino, chitarra, contrabbasso - naturalmente acustici. Davis utilizzava già all’epoca strumenti elettrici ed elettronici. Gli spiegai che trovavo una grande affinità fra la sua musica e quella di Grappelli. Mi guardò sorridendo e alla fine del concerto chiese di fare una fotografia, lui, Stéphane e io. E con grande sor-

racchiude in quattordici cd tutte le registrazioni da lui effettuate fra il 1954 e il ’56 per Prestige. Tre anni straordinariamente intensi per il suo lavoro in studio di incisione e per le molte tournée negli Usa e in Europa. È sufficiente scorrere i nomi dei suoi partner di quel periodo per avere l’idea di come Davis, alla soglia dei trent’anni, fosse stato determinante per l’evoluzione del linguaggio jazz alla metà degli anni Cinquanta. Con i pianisti John Lewis,Thelonious Monk e Horace Silver, i contrabbassisti Percy Heath e Oscar Pettiford, i batteristi Art Blakey, Kenny Clarke e Max Roach, i sassofonisti Lucky Thompson, Jackie McLean, Sonny Rollins e soprattutto John Coltrane realizzò, in quel periodo, quei quattordici album con una lunga serie di capolavori, Oleo, Four, Half Nelson, Tune Up. Fu anche la straordinaria triade di grandi musicisti - Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones - che lo accompagnarono in quel periodo, a modificare radicalmente il ruolo della sezione ritmica nel jazz.

Impossibile scegliere fra i quasi novanta titoli incisi in quei tre anni i più riusciti. Ai già citati si dovrebbero ancora aggiungere Dr. Jackle e Bemsha Swing che si ergono come capolavori assoluti. Nel corso della seduta in cui venne inciso quest’ultimo, Davis chiese a Thelonious

Monk di non accompagnarlo durante gli assolo di tromba, lasciando solo al contrabbasso e alla batteria il compito di suonare, fatto questo che rende l’atmosfera più ampia e ariosa. Un secondo cofanetto con sei cd e un volume di oltre novanta pagine con la minuziosa descrizione delle varie sedute, contiene tutte le incisioni realizzate da Davis con Gil Evans per Columbia dal 1957 al 1968. L’importanza del rinnovato rapporto con quel grande arrangiatore che era stato uno degli artefici delle famose sedute del 1949, in seguito raccolte nell’album Birth of the Cool, appare evidente fin dalla prima seduta: non più un complesso di cinque o sei elementi, ma una grande orchestra al servizio del più geniale solista espresso dal jazz in quel momento.

Dischi come Miles Ahead, Porgy and Bess, Sketches of Spain fecero scorrere fiumi di inchiostro. Critici americani ed europei ritennero che la musica di Miles avesse toccato i massimi vertici espressivi. Non potevano prevedere che pochi mesi più tardi con organico rinnovato e con musicisti più vicini ai suoi nuovi interessi musicali - Wayne Shorter, Joe Zawinul, Chick Corea, Herbie Hancock - Davis avrebbe inciso Bitches Brew, primo esempio di quella «svolta elettrica» che divise il mondo del jazz. Non c’è dubbio che Bitches Brew sia un capolavoro, come hanno recentemente spiegato assai bene Enrico Merlin e Veniero Rizzardi nel loro corposo volume edito da Il Saggiatore, dedicato a quest’opera. Forse non «il capolavoro» di Davis in senso assoluto, come asseriscono i due autori, ma sicuramente un momento di grandissimo significato per ciò che Bitches Brew determinò nella successiva evoluzione del jazz. Il quarto cofanetto (pubblicato da Sony) raccoglie sei dischi per un totale di ventotto brani realizzati tutti fra il 16 e il 19 dicembre 1970, quando Davis con il suo gruppo comprendente, fra gli altri, John McLaughlin, Keith Jarrett e Jack DeJohnette, era ingaggiato in un locale di Washington (Dc), il Cellar Door. Oltre sei ore di registrazioni live con Davis, ormai un mito, in splendida forma. Ma sul fatto di essere definito un mito, non era troppo d’accordo. «Un mito - soleva ripetere - è un vecchio col bastone che viene ricordato per quello che faceva una volta. Io lo sto ancora facendo».


Narrativa

MobyDICK

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John Banville LA LETTERA DI NEWTON Guanda, 126 pagine, 12,50 euro

ulla copertina dell’ultimo romanzo (tradotto) di John Banville, l’editore Guanda ha deciso di riportare una frase del Sunday Times: «Come far capire ai lettori che La lettera di Newton è qualcosa di straordinario?». Assicuriamo i colleghi inglesi che a noi italiani, almeno quelli che si allontanano dal clima di superficialità e dal fetore di discarica che oggi si sente qui, non può sfuggire un testo come questo. Un romanzo breve e intensissimo che conferma, se ce ne fosse bisogno, il talento di uno dei più grandi narratori delle isole britanniche (è nato in Irlanda nel 1945). Che c’entra Isaac Newton? L’io narrante è quello di uno storico che trascorre un’estate nel paese di Fern con l’intento di ultimare un saggio sullo scienziato. Lo «scopritore» della gravità a cinquant’anni si fermò, turbatissimo. Non potendo continuare a esplorare «gli assoluti» prestò orecchio a sé e al comune sentire degli uomini. Quando un incendio distrusse i suoi ultimi scritti, assicurò i preoccupati amici che non era scomparso «nulla». Lo storico che prende alloggio presso la famiglia Lawless pone le sue carte sul tavolo ma, come lo scienziato inglese, non scrive un rigo. In quella casa di campagna ci sono la quarantenne Carlotta, suo marito Edoardo, ubriacone e rozzo, la nipote Ottilia, ventenne, e il bambino Michael (di chi sia figlio è un mistero). È con la ragazza che il protagonista s’infila in una «stregoneria frenetica dei sensi», ben sapendo che l’amore è come una nuvola: passa e magari non torna nello stesso spicchio di cielo. S’accorge invece di amare Carlotta Lawless: «Una donna di mezza età, decisamente sposata, con mani di mezza età, rughe intorno agli occhi e un tenue accenno di baffi, che mi aveva rivolto non più di venti parole… e tuttavia eccola seduta nel letto con me, con ancora il vestito che indossava alla festa e un sorriso imprudente: amore». Se Ottilia, che quando si spoglia pare si denudi del suo stesso corpo, è «un abbozzo, sull’oboe, del tema a venire», Carlotta è una luce che rimane nella foto della memoria. L’uomo non riesce a trovare parole per descriverla e anche quando pronuncia

S

libri

Amore

e altre storie sulle orme di Newton Nel romanzo di John Banville i turbamenti dello scienziato e quelli di uno storico alle prese con un saggio a lui dedicato

Riletture

di Pier Mario Fasanotti

il suo nome, «esso suona come un’esagerazione».Tutto della donna gli sta bene. E tutto va a finire sotto quella lente d’ingrandimento che è l’amore. Passione della mente, spaventosamente dilatata. Poco importa se certe volte non ricorda il colore dei suoi occhi. La famiglia Lawness è un insieme di bizzarri frammenti che lasciano un’orma, e tutto riconduce a Carlotta per la quale lo storico di Newton nutre un continuo e silenziosissimo spasmo. L’amore esiste «per darci un nuovo concetto di noi stessi». Ma c’è anche Ottilia, le cui frequentazioni notturne non cessano. Lei però comincia a immaginare un futuro, sia pure nebulosamente. L’ospite confessa a se stesso che della curiosità amorosa verso di lei «non era rimasto molto, tranne lussuria, fastidio e una sorta di scontrosa compassione». Il gioco erotico continua, ma perverso, spietato e «orribilmente piacevole». Un giorno la ragazza, sola nella casa, invita l’amante nella sua stanza, ma rivela poi di aver barato sul luogo. Tutto è sfumato e Banville penetra delicatamente nella complessità dei sentimenti umani: Ottilia ha forse capito che l’uomo ha bisogno di «sentire» Carlotta? L’estate a Fern diventa un tempo all’interno del tempo.Tra l’intellettuale e Carlotta c’è praticamente un solo scambio di battute: la donna si meraviglia apprendendo che Newton «lasciò perdere». E per questo esprime rammarico: i suoi occhi sono «addolorati», ma non tanto per lo scienziato, quanto per quello sconosciuto che poco tempo prima ha bussato alla sua porta. Null’altro Banville aggiunge, tratteggiando con mano leggera l’intuizione di Carlotta dinanzi alla resa, questa volta anche sentimentale. Intanto il rapporto tra i due amanti è sempre più intriso dalle allusioni e dal taciuto. E non sarà esplicitamente avvertito il lettore sul passo che lui farà quando verrà a sapere che Ottilia ha in sé il germe di un futuro. È probabile, ma non certo, che lo storico sarà «un tutt’uno con le cose e le persone» al pari di Newton dopo la crisi che lo distanzierà dalla speculazione.

Del Giudice e quello scintillio dei fuochi d’artificio no spazio breve per dire pur sommessamente di un’opera letteraria che avrebbe comunque bisogno di ampi margini critici: quella di Daniele Del Giudice (1949). Dal primo libro Lo stadio di Wimbledon (’83), quando apparve suscitando molto interesse, è tale la forza della sua narrativa, le diverse tematiche che tocca anche con grande sapienza tecnica, rara e non facile per la sua forza stilistica, che è davvero difficile valutare la misura delle sue potenzialità non certo ancora espresse del tutto, malgrado i sei libri pubblicati fino al 2009. Uomo di studi e di grande cultura classica e moderna, Del Giudice si presenta con tutto il suo ricco bagaglio narrativo con una esperienza tecnica che varia ogni volta in latitudine: navigatore (e il riferimento va a Orizzonte mobile, 2009); pilota di aerei con una profonda conoscenza anche dei temi e dei tempi della navigazione aerea (Staccando l’ombra da terra, 1994), incentrandosi in Atlante occidentale del 1985 con un personaggio chiave come un esperto che lavora a un acceleratore nucleare (e anche qui è formidabile la sua conoscenza pratica e teorica), non ci sarebbe da stupirci se ci offrisse in futuro una tematica narrativa legata a un mondo siderale o a un mondo matematico

U

di Leone Piccioni o altra cosa ancora. Del resto alcune esperienze le ha fatte sulla sua persona viva, navigando più volte fino all’Antartico, prendendo dopo tante esercitazioni il brevetto di pilota e aggiungendo certamente (e ancora ne aggiungerebbe) studi e specializzazioni. Ma si badi bene: tutti questi elementi tecnici e teorici non sono di impedimento per il lettore, sono perfettamente restituiti nell’ambito di una narrativa umanistica e sentimentale tale da catturare sempre chi legge portandolo in un porto di quiete e di soddisfazione.Talvolta con il rimpianto che un racconto sia già finito: questo avviene per esempio sia in Orizzonte mobile che in Atlante occidentale. Questo rapporto tra conoscenza tecnica e invenzione narrativa, Del Giudice poteva averlo conosciuto anche in uno scrittore come Primo Levi che ha molto amato e per il quale ha introdotto presso Einaudi l’edizione delle opere, con particolare riferimento alla Chiave a stella. In Atlante occidentale si confrontano due personaggi di grande rilievo (e già qui comuncia l’avventura aviatoria): uno si chiama Brahe e l’altro Epstein: il primo, un tecnico che lavora a un acceleratore nu-

Esperienza tecnica e invenzione narrativa nelle opere dello scrittore

cleare; il secondo, scrittore prima noto per successi di genere popolare, poi tutto dedito a riferimenti di narrativa sul tempo e sulla temporalità degli oggetti. I loro incontri, i loro colloqui sono molto profondi e pieni di umanità. Ci sarebbe molto da citare ma mi limito a indicare le due scintillanti pagine che danno profonda emozione quando Del Giudice descrive uno spettacolo di fuochi d’artificio. Non diversamente, in Staccando l’ombra da terra Del Giudice si lega profondamente al lettore prima raccontandogli il suo primo volo come pilota pieno di pericoli e di difficoltà, sull’orlo vicinissimo della morte; poi descrivendo in un intero capitolo ambientato nella guerra, nel ’42, le avventure di una squadriglia di aereisiluranti italiani comandata dal colonnello Buscaglia, che attacca nel golfo di Bougie un porto pieno di navi da guerra e da carico degli alleati, con una insolita manovra provenendo da terra anziché dal mare sulla costa algerina. Anche qui una descrizione che ti prende, non ti lascia e commuove pensando alla sorte di tanti piloti deceduti. Del Giudice sa che l’Italia è scesa in campo senza «nessuna struttura alle spalle» ma con grandi talenti individuali, veri eroi che hanno pagato con la vita e che non si possono dimenticare. Mi tornano in mente, chiudendo queste brevi note, i fuochi d’artificio: quasi più belli - credetemi - a leggerli che a vederli!


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poesia

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Il Dolce Stil Novo ai tempi di Properzio di Roberto Mussapi

Q

uesti versi sono estrapolati da un elegia di Properzio (circa 50-15 a.C.), uno dei grandissimi poeti latini dell’età d’oro di Augusto. Sarebbe impossibile «estrapolare» (atto che comprende un’azione chirurgica di taglio) da un lirico come Catullo, di cui ogni poesia costituisce una fulminante e indivisibile unità assoluta, secondo la cifra dei lirici puri, Petrarca, Cavalcanti, Guinizelli, e aggiungerei Saffo, se non avesse provveduto il tempo, nel suo volto più crudele, a operare tagli feroci ai suoi versi, che ci sono giunti malauguratamente a frammenti. Che brillano però di lucentezza assoluta. L’opera di Properzio consente invece di estrapolarne delle parti, come quella di Omero o la Commedia di Dante, perché, pur trattandosi di un poeta lirico, le sue poesie compongono un libro più simile a un poema che a un canzoniere. Il canzoniere è uno scrigno che contiene un certo numero di gioielli, il poema è simile a una statua o un edificio in cui i gioielli si sono fusi nelle loro quintessenza alchemica, per generare una realtà diversa. Nel caso specifico l’opera di Properzio: il suo libro di Elegie costituisce una novità assoluta nella lirica occidentale, di cui amplifica e dilata, anche spiazzandolo, lo sguardo stesso del poeta e la sua voce conseguente. Catullo parla a se stesso, e nel suo Odi et amo o nel lamento per la morte del passero di Lesbia canta, nel suo io, il dolore universale. La grande lirica segue questo atteggiamento monologante in cui la sfera dell’io si fa cassa di risonanza delle pulsioni cosmiche.

Properzio non parla a se stesso, scrive lettere in forma di poesie: la sua è elegia epistolare. Le lettere sono principalmente indirizzate a Cinzia, la donna amata, simile alla Lesbia di Catullo per la passione lacerante che genera, per l’infedeltà che fa impazzire il poeta, per quella tragica irraggiungibilità ultima, definitiva, appagante, che nel mondo contemporaneo solo il cinema ha saputo riproporre con La mia droga si chiama Julie e altri film d’amore dello stesso grande François Truffaut. Ma Cinzia è, se vogliamo, ancora più presente di Lesbia, perché è lì, davanti, il poeta sta scrivendo poesie indirizzate a lei, che vediamo ascoltare, o scrollare le spalle, muta, anche a noi inarrivabile. Inarrivabile al poeta e a noi, e nello stesso tempo, come l’autore continuamente lamenta, fin troppo abbordabile da molti. Il paradosso della donna nella poesia d’amore latina. Nello stesso tempo Properzio scrive anche, meno di frequente, ad altri: amici, conoscenti, e a loro parla d’amore, mescolando le proprie pene personali alle tragedie e alle storie del mito. A volte scrive a se stesso, in ciò essendo comunque diverso dal lirico puro, da Catullo. Catullo parla in assolu-

il club di calliope

I lamenti sulla sua infedeltà, lei ti soggioga,

to, il suo io è il mondo. Properzio scrive a volte a Cinzia, a volte ad altri, a volte a se stesso. spesso pregarla per un nonnulla, spesso ti respinge, Il suo io non è assoluto, è come spezzato, vive e spesso roderti coi denti le unghie immeritevoli una condizione straordinariamente moderna. E modernissima è l’intuizione dello scambio, mentre l’ira ti agita i piedi irresoluti. o passaggio di identità: caratteristico dell’eleInutili gli unguenti sparsi sui miei capelli, gia di Properzio è di iniziare una poesia rivolgendosi a Cinzia, ma poi, nello svolgimento, e l’andatura si faceva cauta, i passi misurati. parlare ora a lei ora a se stesso, con mutamenQui non c’è erba che valga, né Citeide notturna, ti naturali che paiono inavvertiti, creando una straordinaria, geniale identificazione, doloroné gli infusi del sapiente Perimede. sissima, tra il poeta che ama e la donna oggetNon c’è falso veggente che io non ingrassi, to del suo amore. Non sappiamo più chi sia lui, se parli a lei o a se stesso, tanto l’amore né fattucchiera che non rigiri i miei sogni. travalica i limiti della persona individuale. L’amore è l’ossessione della poesia lirica delQuando non scorgi né le cause né le ferite aperte, l’età di Augusto, come lo era nei lirici greci, coda dove provenga tanto male è un mistero. me lo sarà nel Dolce Stil Novo. E similmente alla poesia del Duecento fiorentino, la donna Non di medici o di un letto ha bisogno questo malato, amata, vale a dire l’oggetto della poesia, in ule il mutare del cielo o del vento non lo sfiorano: tima analisi la realtà, è segnata da un destino di inarrivabilità ultima, definitiva: il poeta incammina, e gli amici vedono il suo funerale! tuisce che tale approdo coinciderebbe con la Questo è il mistero che noi chiamiamo amore. cessazione del vivere stesso, con il suo spasimo, l’amore definitivo e pacificato presuppone la morte. Ecco che la poesia si rivela il conSestio Properzio tinuo drammatico baluginante sfolgorio del rovello: per gli stilnovisti la donna è irraggiun(Traduzione di Roberto Mussapi) gibile, fonte di sofferenza, in quanto «angelicata», di una stoffa diversa da quella umana, per Properzio e in genere i lirici del suo temsua cultura e saggezza, ricorre alle fattucchiere, ai pratipo parrebbe, ma solo a occhi superficiali, il contrario. coni, a qualunque imbonitore prometta di lenirgli una peCinzia, in questo affratellata a Lesbia, è fonte di strazio na che egli sa irredimibile. Cammina come un morto, anche per i suoi continui tradimenti, per la sua esplicita mentre ambula gli amici vedono già il suo funerale. L’alussuria e infedeltà: che rapporto con la donna angelica- more distrugge, brucia, come avverrà in Cavalcanti, semta? Semplice. La similarità tra una donna del pre arso come un legno che sta incenerendo divorato dalmondo pagano e una dell’età cristiana. la passione. Il malato d’amore, incide nei suoi versi maQuell’aura che nelle donne di Caval- gnifici Properzio, non ha bisogno di un medico: quel macanti o del Dante delle Rime è an- le è più profondo, la scienza, ha intuito ed espresso il poegelica, in Catullo e Properzio è co- ta, non è in grado di guarire o anche solo compiutamenmunque il segno, il marchio di te conoscere l’uomo e i suoi mali. In tal senso le diagnosi un essere non propriamente del medico sono simili alle chiacchiere dei ciarlatani e terreno: la donna è un essere delle false veggenti: non raggiungono l’obbiettivo. La comisterioso, «demonico», nel noscenza avverrà per altre vie, ma non tocca al poeta senso letterale del termine (che scrivere la diagnosi, orientare la guarigione: al poeta tocnon c’entra niente col negativo ca vivere, testimoniare la nostra condizione. Cinzia è Cin«diabolico»), mette in relazione zia, certo, ma è, in quanto oggetto amato, disperatamente due mondi, quello noto e lumino- perché è inafferrabile fino in fondo, la realtà stessa a cui so del giorno, dell’Urbe, della Fa- l’uomo si accosta con gli occhi del poeta, gli unici in grama, della storia, e quello notturno, do di reggerne l’oscura incandescenza. Dove il medico buio dell’incubo, dello smembramento non arriva, dove si apre lo spazio del buio sconfinato, la dell’io, dell’anima che disperata cerca in fame d’amore. Il poema epistolare di Properzio non è un quel volto e in quel corpo il suo compimento.I ver- lamento, ma un inno alla forza divorante dell’amore che si qui proposti di Properzio fissano il momento tragico ha bisogno del suo stesso potere distruttivo per tenere acdell’agone: il poeta, uomo colto, celebre, famoso per la cesa la fiaccola della passione, della vita.

BELLEZZA E VERITÀ, GLI IMPERATIVI DI AMELIA in libreria

SIESTA

Moltitudini di sole assediano la casa e il tempo intimorito si trattiene di là dalle persiane verdi come canneti Al margine di tutto troviamo il nostro corpo come un’inutile postilla fin quando le campane traboccanti rovesciano la sera e umiliato il cielo s’inginocchia e noi indossiamo previsti paesaggi

di Loretto Rafanelli

ifficile trovare poeti che abbiano vissuto la propria esistenza così radicalmente per la poesia come Amelia Rosselli. In lei c’è un eroismo incessante che non solo la porterà a dire «la poesia è al centro della mia vita» ma la farà rinunciare a tutto ciò che poteva sviare da essa. Per questo confesserà: «Non ho mai voluto legarmi con una vera famiglia, per non togliere attenzione e tempo alla poesia». Un impegno totale alla ricerca «della bellezza e della verità», per la Rosselli gli obiettivi del poeta. Eroismo peraltro ben più pesantemente vissuto dal padre Carlo e dallo zio Nello, uccisi come si sa da sicari fascisti a Parigi nel 1937. Ma Amelia quelle traversie familiari se le porterà con sé fino alla fine, con il suicidio avvenuto a Roma nel 1996. Della poetessa, che Mengaldo considera «un fenomeno sostanzialmente unico nel panorama letterario italiano», possiamo ora conoscere il percorso biografico e il pensiero leggendo l’emozionante libro di conversazioni e interviste (dal 1963 al 1995): È vostra la vita che ho perso (Le Lettere, 394 pagine, 35,00).

D

Jorge Luis Borges (da Fervore di Buenos Aires, Adelphi, 2010)


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molto convincente Lucrezia Lante della Rovere nella parte dell’ispettore di polizia Lisa Milani. La serie Donna detective è in prima serata su Rai1. Fa aumentare gli ascolti. L’attrice, con molte lentiggini (un pregio estetico) e con un fisico splendidamente ammorbidito dall’anagrafe, interpreta un ruolo cosiddetto moderno, quello della donna che lavora. Non solo, anche quello della donna che è in grado di coniugare famiglia (marito e tre figli) con un incarico di responsabilità, con un lavoro che notoriamente scardina gli orari impiegatizi della maggior parte di tutti noi. Per fortuna gli autori della sceneggiatura hanno evitato (almeno finora) il principale luogo comune che serpeggia, o addirittura si pone come caricaturale, tra i serial con donne con la divisa o comunque al comando. Ed è questo: frizzi e lazzi, mezzi sorrisi e furbe occhiate verso un «comandante» con i tacchi. Come se Donna detective anticipasse una realtà che tutti vorremmo, ossia senza battutelle da bar, una società nella quale il genere sessuale è del tutto laterale rispetto al lavoro. Qualcosa di assodato, insomma, alla stregua di un’abitudine comportamentale maturata da decenni. Il serial fa comunque l’occhiolino ai temi di cui si parla più diffusamente oggi. In primis il rapporto con i figli adolescenti. Nel caso specifico Lucrezia-Lisa deve sperimentarsi con la figlia Ludovica, già quasi donna ma ancora bambina nelle sue incertezze, collocata appunto a metà del percorso della crescita che punta alla maturità e all’autonomia. Lo si sa: gli adolescenti parlano poco, reagiscono bruscamente, sono pronti a scatti umorali verso chiunque. Una figlia, poi, ha spesso un rapporto più fluido con il padre. La coppia madre-figlia è un topos narrativo vecchio di secoli: dall’iniziale diffidenza e competizione si passa, ma sempre faticosamente, alla complicità e all’intimità mentale. Ed è solo in quest’ultima fase di vita che la donna più matura smette di essere un’antagonista, consciamente o no, per diventare un’alleata. Il padre si potrà fare un po’ da parte. Un altro elemento di più o meno forzata attualità è l’abilità della donna nel vestire

È

danza

Televisione

spettacoli DVD

Donna detective

sulle ali dell’attualità

QUATTRO PASSI NEL PAESE DELL’ARCOBALENO e can’t wait. Let’s go 2010», ripetono a ogni angolo di strada i cartelloni che annunciano i prossimi Mondiali di calcio nell’Eastern e Western Cape. Una festa di genti e colori diversi, quanto mai consona a quel Sudafrica che l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu ribattezzò Rainbow Nation. E proprio al paese dell’arcobaleno, è dedicato Sudafrica, bel documentario firmato Discovery che conduce gli spettatori alla scoperta di Città del Capo e della terra dei vini, della Garden Route e del Blyde River Canyon. Una gradevole ricognizione in una terra dal fascino naturalistico senza pari.

«W

CONCERTI

UN’ALTRA CAREZZA FIRMATA NEW TROLLS panni diversi a seconda dei momenti. C’è l’ispettrice che dà ordini a sottoposti uomini, c’è quella che fa la torta, c’è quella che dà il bacio della buona notte ai figli, c’è quella che fa la moglie e amante. Donna detective risponde inoltre all’epoca della narrazione gialla in cui l’indagatore non vive più da solo, o se proprio abita in un mono o bi-locale mostra, ai lettori o telespettatori, fette della propria vita sentimentale. Maigret aveva una moglie che più moglie di così non si poteva, Montalbano ha una fidanzata fissa (e noiosa assai) cui è fedele anche se tra mille mugugni, l’avvocato Guerrieri (creatura letteraria di Gianrico Carofiglio) è stato sposato e rimedia alla solitudine con «compagne» che si susseguono, l’ispettore Barnaby convive serenamente con consorte e fi-

glia. Il modello di Raymond Chandler o di Conan Doyle pare sia del tutto superato. Un’altra caratteristica della serie con la Lante della Rovere somiglia in tutto e per tutto a quella delle più recenti storie gialle: l’intrecciarsi del fatti pubblici, ovverosia criminali, con quelli privati. L’ispettrice Lisa è un Giano bifronte, specificatamente perché c’è una sua indagine che coinvolge, o sfiora, sua figlia Ludovica e la sua amica più grandicella e smaliziata. E quindi si aprono squarci sulla «malavita» fatta di approfittatori di minorenni, di consumatori di droga, di guidatori di auto pacchiane e potenti. Il ritmo della serie è serrato, piacevole per le pause «familiari». E anche per le straordinarie vedute dall’alto di Roma, che pare adagiata su una rigogliosa e confortante primavera. (p.m.f.)

ra il lontano 1967, quando Vittorio De Scalzi, Nico Di Palo, Gianni Belleno e Giorgio D’Adamo inaugurarono il progressive made in Italy. E da allora, i New Trolls si resero protagonisti di un beat psichedelico che ebbe nella trilogia del Concerto Grosso esiti artistici pregevoli. Gli stessi che dopo più di quarant’anni la band italiana riproporrà all’Auditorium di Roma l’otto maggio, in una serata evento che segna la storica reunion. Per l’occasione, il combo italiano in formazione originale sarà accompagnato dagli archi dello Gnu Quartet, dal basso di Francesco Bellia e dalle tastiere di Ricky Bolognesi. C’è da scommettere che saranno in molti, a portare via dalla serata un’altra indimenticabile carezza.

E

di Francesco Lo Dico

Sei solitudini si raccontano

io al centro. Sempre più spesso sono dei corpi solitari a riempire lo spazio e il tempo scenico; ma cosa si mette in scena quando si porta sul palco un proprio assolo? Dov’è la chiave di lettura per uno spettacolo che ruota intorno a un solo protagonista? La rassegna Soli al mondo?, ospitata dal centro teatrale La Soffitta di Bologna e organizzata in collaborazione con Teatri di Vita, tenterà di rispondere a queste e ad altre domande dal 3 al 14 maggio, attraverso spettacoli, proiezioni e incontri. In calendario, le performance di sei coreografi - Paola Bianchi, Francesca Pennini, Silvia Bugno, Alessandro Bedosti, Aline Nari, Sayoko Onishi - tutti radicati nella realtà italiana, ma con esperienze e percorsi artistici diversi, che porteranno sul palcoscenico altrettanti assoli danzati, pensati dagli autori per e su loro stessi. La sicurezza di un corpo familiare, ma soprattutto la necessità di esprimere l’idea di un sé culturalmente radicato, è il minimo comune denominatore delle performance presentate a Bologna; un’idea del sé che si manifesta diversamente nelle varie opere e che sottolinea le radici culturali e i percorsi artistici dei vari autori. In particolare, Quando vedremo un tuo ballo? di Alessandro Bedosti, Monoscritture retiniche sull’oscenità dei denti di Francesca Pennini,

L’

MobyDICK

di Diana Del Monte Formaline di Aline Nari, Uno. Frottola contemporanea di Paola Bianchi e Graffio della Bugno si mostrano allo spettatore come varie declinazioni di un unico grido individualista, necessario all’affermazione del singolo. Animal Science di Sayoko Onishi, invece, presenta l’interprete come il tramite di un pensiero collettivo, di una riflessione a più voci che si incarna nel singolo e in cui, memore forse della lingua natìa della coreografa - di origine giapponese ma italiana d’adozione -, il primo pronome personale scompare in un noi/io. La forma dell’assolo danzato, d’altra parte, è stata coltivata da coreografi e danzatori durante tutto il secolo scorso e, ancora oggi, continua a essere una soluzione frequentata spesso dagli artisti in ogni momento della loro carriera. Se da una parte, infatti, la dimensione individuale come espressione artistica risponde a un’ampia gamma di bisogni di natura puramente pratica, dall’altra questo genere di performance sembra mettere in scena una solitudine realmente e pienamente voluta, una sorta di ricercata necessità. Al di là delle non sottovalutabili esigenze economiche e di agilità organizzativa, in queste scelte di solitudine è pertanto possibile leggere altro oltre il mero bisogno;

per questo, Elena Cervellati, curatrice del festival, ha pensato di chiudere Soli al mondo? con una tavola rotonda, durante la quale critici e storici della danza si confronteranno con gli artisti ospiti per comprendere meglio le ragioni di questa scelta. Grazie al festival bolognese, dunque, si puntano i riflettori su una parte significativa della scena italiana e non solo; così, mentre ci prepariamo ad assistere a questa rassegna di individualità, viene naturale chiedersi: se l’io è al centro del palco è perché siamo soli al mondo?

Soli al mondo?, Bologna, Centro teatrale La Soffitta, dal 3 al 14 maggio


Cinema

MobyDICK

l Tribeca Film Festival, fondato da Robert De Niro per restituire alla vita i quartieri intorno a Ground Zero, demoralizzati e disertati dopo gli attacchi terroristici del 11 settembre di nove anni fa, rientra nel novero dei festival orientati più verso il pubblico che verso i critici: più simile a quelli di Roma e di Berlino che a Cannes o a Venezia, per intenderci. Tribeca offre un vasto buffet per tutti i gusti: una sezione per bambini, un drive-in a Ground Zero, film disponibili su canali a pagamento e sul computer, una sezione per film ed eventi sportivi e così via. Alla fine, però, sono i film che contano. Tribeca è un festival in cui i due concorsi principali (per film narrativi e per documentari) hanno un’importanza molto relativa. Lo dimostra il primo film di cui parliamo è Cairo Time (sezione Spotlight) della regista araba-canadese Ruba Nadda. Patricia Clarkson (Good Night and Good Luck, Whatever Works) è Juliette, arrivata al Cairo per una vacanza con l’amato marito Mark, funzionario dell’Onu, che però è bloccato a Gaza, dove segue un campo profughi. Il suo ex collaboratore e grande amico Tareq (Alexander Siddig), gestore di un caffè, si offre di fare da cicerone a Juliette. È il più classico degli incontri «magici» tra misterioso, raffinato Oriente e pragmatico, pedestre Occidente. La trama è esilissima. Una donna sposata gira sola o con un amico per le strade di un accarezzato Cairo in tutto il suo splendore iconografico: il Nilo a tutte le ore e in tutte le luci, i minareti, le piramidi, i maschi molestatori di donne con i capelli al vento, un marito che non arriva, uno scapolo sensuale e di mondo ai suoi ordini. Se non si legge prima di che si tratta, ci si accorge solo alla fine che è la struggente storia di un amore impossibile. È talmente sottotono l’innamoramento che la conclusione sembra un pochino forzata e disorientante; fino all’ultimo si è convinti che l’autrice desidera soprattutto trasmettere il fascino della città e di una cultura altra, vicina e pur tuttavia molto distante, voluttuosa e opaca. Nel film gli unici riferimenti all’inquietudine politica mediorientale sono una corriera fermata dalla polizia nel deserto, senza apparente motivo, una giovane donna turbata che affida una lettera delicata a Juliette e una frase di Tareq su due turisti ammazzati - un ammonimento a non fidarsi di estranei.

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I

Islam & Rock‘n’Roll notizie da Tribeca di Anselma Dell’Olio Sex & Drugs & Rock & Roll (sezione Encounters) è un film biografico sulla vita movimentata di Ian Dury (1942-2000), uno dei fondatori del punk rock e animaWhen We Leave (Die Fremde), nel tore del New Wave, con la sua band The concorso principale (World Narrative Blockheads. Il punk, dalle sonorità ruviCompetition), è un film di Feo Aladag, de e dissonanti, migra da Detroit nel Reun’attrice austriaca al suo debutto come gno Unito negli anni Settanta, è noto per regista, sceneggiatrice e produttrice. Da gruppi e cantanti come i Ramones, i New festeggiare il ritrovamento dell’attrice York Dolls, i Sex Pistols, Malcolm MaSibel Kekilli, l’indimenticabile protagoClaren e Patti Smith. Ma Dury, paroliere, frontman e cantante principale, era un nista di La sposa turca, con il suo sguardo orientale enigmatico e il profumo di elemento fondante, con due successi a zolfo che emana per il lungo in cima alla suo passato in film hit parade britanniTre i film scelti dal festival organizzato da De Niro pornografici. Qui è co: Hit Me WithYour che si è appena concluso. “Cairo Time” Rhythm Stick, e Umay, una moglie con quello che ha dato il un piccolo di cinque su un incontro “magico” tra Oriente e Occidente. nome al film, inno anni, Cem; la incon“When we leave” sui delitti d’onore che sta al rock come triamo quando va a liconsumati contro le donne musulmane. E infine l’Internazionale sta berarsi di una gravial comunismo. Era danza ingombrante. il film biografico sul punk-rocker Ian Dury un artista colto e riLa giovane donna ha belle, colpito all’età per le mani un progetto ardito e irto di ostacoli, che mette in tana tedesca» che si è portata via il fi- di sette anni dalla poliomielite che l’ha atto subito dopo l’ennesima sfuriata del glio e vive da sola. Lo script ci conduce lasciato claudicante e furioso. Dury è un marito Kemal (Ufuk Mayraktar), un uo- per mano nei labirinti sociali e culturali formidabile Andrew Serkis (Gollum nel mo violento che infligge sganassoni a che partoriscono i delitti d’onore. Anche Signore degli Anelli) che interpreta e non lei e botte e confinamenti in sgabuzzini dopo aver intuito dove il film va a para- imita l’originale. Il film è una ricca serie bui al bimbo. Umay fugge con Cem re, si resta con l’ansia di sapere come di episodi non cronologici dalla vita (Nizam Schiller) da Istanbul a Ber- andrà a finire: Umay soccombe o si sal- estrema e sregolata del rockettaro: le selino, dove è cresciuta e dove vivo- va? È spacciata o il suo spirito di so- vizie di un’infanzia passata in un colleno i genitori, una sorella e due pravvivenza la porterà fuori dall’orro- gio per handicappati, il padre autoritario fratelli. La famiglia è felice di re? Umay ce la farà a costruirsi il suo che gli insegna a difendersi con i pugni vederla finché non scopre che sogno: laurea, carriera, una vita felice (il formidabile Ray Winstone), l’aristoha lasciato il marito. «Che co- con suo figlio e un uomo giusto? L’unico cratica moglie che partorisce mentre nelsa vuoi che siano due ceffo- fallimento del film, se di questo si tratta, la stanza vicina Dury fa scatenate prove ni?», ribatte il padre Kader è che la rappresentazione della famiglia con la band, il figlio Baxter affidato a un (Settar Tanriogen) quando la musulmana non riesce a comunicare fi- musicista affettuoso e drogato, l’amante figlia dice che il marito è no in fondo l’ira furiosa che porta alla Denise che alla fine lo lascia, stufa degli violento. Rientra nelle nor- condanna a morte di una figlia e sorella eccessi e del suo egocentrismo, e molto malissime prerogative di un amata e disobbediente. Può darsi che altro ancora, più scene animate nello sticapofamiglia musulmano. sia un compito impossibile far capire il le di Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Man mano che va avanti la perché di un simile orrore. In ogni mo- Club Band. Diretto da Max Whitecross storia, si capisce che la resi- do, il film è un’opera prima meritevole (The Road to Guantanamo) e scritto da stenza famigliare ad accettare legata ad Amnesty International e alla Paul Viragh, il film riesce piuttosto bene la fuga di figlia e nipote, è lega- campagna contro i delitti d’onore delle nell’impresa impari di ricostruire una vita all’ostracismo operato nei lo- infinite donne islamiche come Umay, ta avventurosa in due ore. Imperdibile ro confronti dalla coesa comu- ma noi lo consigliamo lo stesso. per gli appassionati del genere. La yankee chiede: «Perché sono stati uccisi?». Risponde lapidario Tareq: «Perché erano americani».

nità turca berlinese. Per evitare che il figlio sia riconsegnato a Kemal dal padre, Umay chiama la polizia tedesca e viene portata con Cem in una casa-alloggio per vittime di violenze domestiche. Studia, trova lavoro, un appartamento e un nuovo amore tedesco. Gli amici turchi non accettano più gli inviti della famiglia, inventando scuse per non essere contagiati. La famiglia del fidanzato di Rana, la sorella di Umay, rompe il fidanzamento perché non desidera essere legata a gente «disonorata» da una «put-


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ome ben si sa, in Italia il passato non passa mai: non solo quello storico con diatribe interminabili (il Risorgimento, la guerra civile 1943-‘45, Tangentopoli ecc.), non solo quello giudiziario (dopo decenni si riaprono casi famosi: da quelli nazionali come Mattei e Pasolini, a quelli più comuni come i delitti Cesaroni, Claps ecc.), non solo quello politico e/o di costume (in primis il mitico Sessantotto), ma addirittura quello della petite histoire culturale come può essere la fantascienza, o meglio la polemica politico-ideologica che scombussolò riviste professionali e amatoriali, autori, lettori e critici a metà degli anni Settanta. Insomma, roba recente di appena 35 anni fa, e di cui gli appassionati di oggi non sanno nulla, anche perché non erano ancora nati. Ora una antologia (Ambigue utopie, a cura di G.F. Pizzo e W. Catalano, postfazione di A. Caronia, Bietti 2010) ha pensato di riaprire il caso, quasi fosse un antico evento criminale, presentando diciannove racconti definiti di «fantaresistenza» a mo’ di risposta a una precedente antologia da me curata (Fantafascismo!, Settimo Sigillo, 2000). Ci hanno impiegato appena dieci anni a replicare, ma insomma ce l’hanno fatta grazie alla generosità di una casa editrice, la Bietti, che certo «di sinistra» non si può definire (e mi piacerebbe sapere se sarebbe stata possibile la situazione inversa). Diciannove racconti definiti di «fantascienza politica di sinistra italiana» (anche se non è esattamente così: le storie di Prosperi, Grasso e Cavallotti non mi sembra proprio che possano essere definite tali).

C

Ma il problema non è che sia stata edita una raccolta di racconti così orientata: come vien scritto, «siamo e vogliamo restare in un regime di libertà e pluralismo» (Pizzo) e tutti possono proporre la loro «visione» (della realtà e della fantascienza) ed esprimere chiaramente «con scelte nette e precise, senza mezzi toni»

MobyDICK

ai confini della realtà

I partigiani

della fantascienza di Gianfranco de Turris sceva «non solo dagli interventi critici della frange sinistrorse, ma, specularmente anche e forse più dalle elucubrazioni tradizionaliste e antimoderne - infarcite di riferimenti a Evola e Guénon o, bene che andasse, al Trattato di storia delle religioni di Eliade - con le quali i destrorsi amavano dottamente glossare e commentare testi spesso del tutto estranei alla loro vorace intenzione di fagocitarli e annetterli al magro patrimonio

le citando autori di ogni tipo e non esclusivamente quelli da lui citati con tanto dileggio (Jung, Rank, Zolla, Campbell, Spengler i primi che mi vengono in mente); che in quelle collane non si pubblicava soltanto fantasy e horror ma anche hard science fiction, nonché fantascienza «d’avanguardia» (Spinrad, Dish) al contrario di quel che lui scrive; che nulla vietava e vieta d’interpretare come si vuole un qualsiasi testo; e che nessuno

È possibile disquisire di un genere letterario in termini ideologici? A dar retta all’antologia “Ambigue utopie”, che raccoglie 19 racconti di “fantaresistenza”, pare proprio di sì. Ma la materia del contendere è il “passato che non passa” e che spesso, per ignoranza e protervia, viene equivocato... che si sta «da una parte o dall’altra della barricata … sperando che anche chi non ci condivide apprezzi almeno la sincerità delle nostre intenzioni» (Catalano). Certo che si condivide la «sincerità», quel che non si condivide affatto invece è una ricostruzione di quel «passato che non passa» di soli sette lustri fa assai faziosa e approssimativa. E poiché, bontà loro, son vieppiù volte chiamato direttamente in causa, quasi fossi stato l’unico «colpevole» di quelle preistoriche polemiche, son costretto a mettere qualche puntino sulle «i» per l’intervento di Catalano che è nella sostanza una copia carbone più ampia e polemica di quanto scritto in maniera sintetica da Pizzo. Tanto per cominciare Catalano affema che la «superficiale lettura» dell’epoca secondo cui la fantascienza era «di sinistra» e il fantastico «di destra», na-

culturale della propria parte politica». E quindi seguono le esemplificazioni del «fagocitamento» con Tolkien e Lovecraft, o l’aver «snobbato» la hard science fiction, nelle collane da me curate all’epoca insieme a Sebastiano Fusco. Inoltre, Catalano continua ad affermare con pervicacia degna di miglior causa, che la casa editrice Fanucci «finì per interrompere bruscamente la collaborazione» con il sottoscritto. Dispiace assai che egli sia così smemorato o talmente obnubilato dallo stare orgogliosamente dalla sua parte sinistra, al punto da ignorare molte cose: di allora e seguenti. Ad esempio, che quanto si scrisse in tali collane per tutti gli anni Settanta non aveva nulla a che fare con alcuna «parte politica»; che in esse si effettuava solo approfondimento cultura-

pensò mai di «annettere» alcunché a un «patrimonio» che solo Catalano può ritenere «magro» per pura ignoranza: non se ne aveva bisogno.

Quindi le sue accuse polemiche cadono, per il semplice motivo che noi non si prendeva di petto nessuno (al massimo si replicò alle critiche/accuse). Il fatto vero che nessuno ha mai ancora ammesso, è che il semplice fatto di scrivere analisi letterarie (non politiche) non conformiste, citando autori esclusi dai salotti buoni e radicali della sinistra, in quei bui anni ci assicurò gli strali e le accuse di «fascismo» da parte dei bravi democratici progressisti. Per il dopo: Catalano appare poco o nulla documentato sugli articoli, i saggi, le introduzioni, le interviste in cui si è spiegato a iosa quali erano le nostre intenzioni e riferimenti. In particolare sembra ignorare del tutto quanto scritto nelle introduzioni di Il vento dalle stelle (Agpha Press, 1998), «Albero» di Tolkien (Bompiani, 2007), L’orrore della

realtà (Mediterranee, 2007). Egli sembra fermo a quanto letto, e ai relativi pregiudizi, a metà degli anni Settanta senza ulteriore sforzo informativo. E nemmeno, a quanto pare, ha mai dato un’occhiata alla lunghissima intervista mia e di Sebastiano Fusco sulla rivista telematica Delos nel sito fantascienza.com e, addirittura in forma più ampia, nel sito del Catalogo della Fantascienza del compianto Ernesto Vegetti, per documentarsi sul nostro punto di vista. Così facendo continua a scrivere superficialità, approssimazioni e falsità come quella sulla «brusca interruzione» da parte della Fanucci con il sottoscritto, mentre fui io ad andarmene «bruscamente», come detto in svariate occasioni bellamente ignorate. Insomma, «di parte» ci si proclama e conseguentemente «da partigiani» si opera. Assai meglio, da questo punto di vista, la postfazione di Antonio Caronia animatore negli anni Settanta del fanzine Una ambigua utopia (di cui l’antologia riprende il titolo), il quale però, se dobbiamo seguire le classificazioni di Catalano, appare anch’egli lanciarsi in «elucubrazioni» del tutto antimoderne dato che si dichiara contro la globalizzazione, gli ogm e liberismo. Si meraviglierà Catalano di sapere da che «parte» stiail sottioscritto: proprio dalla sua «parte», in quanto non solo «antimoderno» ma anche «tradizionalista»! Ha un senso ritornare oggi su questo «passato che non passa»? A che pro? A quanto pare Pizzo e Catalano ne hanno sentito l’imprescindibile necessità covata per un decennio. Quindi alla domanda di Catalano: «Un’operazione arretrata e azzardata? Un nostalgismo di vecchi reduci superati dai tempo?». Senza ombra di dubbio la risposta è «sì», a palese dimostrazione che il «nostalgismo» è di una sinistra che vorrebbe che i vecchi bei tempi dell’egemonia non passassero mai…


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Parola chiave Straniero di Maurizio Ciampa Il j’accuse che Giulio Ferroni lancia nel libro “Scritture a perdere” è pesante: eccesso di libri...

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