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INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

SALVATORES Da ieri nelle sale

FORMATO FAMIGLIA di Anselma Dell’Olio

er amor di patria si scrive poco di cinema italiano in questa rubrica. È schermo del primo per entrare nel secondo. In Bellissima di Luchino Visconti, Bello piacevole perciò poter condividere il divertimento per Happy Faun vero regista (Alessandro Blasetti) fa il casting per una bambina che deve recitare in un suo film finto. Anna Magnani impersona una madre mily, il nuovo film di Gabriele Salvatores (Mediterraneo, Io è l’aggettivo nel vero film di Visconti, che porta la figlioletta (una vera attrice non ho paura). La storia è più ambiziosa nella costruzioche si addice ad “Happy nel vero film di Visconti) a fare un provino per il ruolo prinne che nei contenuti, poiché è un metatesto in cui il protafamily”, un metafilm cipale nel falso film di Blasetti. Ci sono infinite variagonista è anche lo sceneggiatore del film, come lui zioni per fare cinema che si rivela come tale in stesso ci comunica, parlando direttamente al in cui protagonista e sceneggiatore corso d’opera. Si diceva che è rischioso: svepubblico. Tirare giù la «quarta parete», quel sono la stessa persona. Girato con maestria, delicato lando il trucco, si rischia di rompere definitidiaframma virtuale che per tacito accordo esie divertente, ha tempi e ritmi perfetti. vamente l’incanto o «sospensione d’incredulità» ste tra il pubblico in sala e gli attori sulla scena, è azzardato e a rischio di fallimento, ma non è una novità. che ogni narrazione inventata richiede, perché chi assiUn’esplosione di energia vitale Senza aggrovigliarci nella teoria, basti dire che «metacinema ste possa calarsi in un mondo di fantasia. La sceneggiatura di color rosso che è fiction che medita su se stessa senza smettere d’essere fiction». Happy Family è di Alessandro Genovesi, nasce come testo teatraricorda Klee... le, e né l’autore né il regista hanno interesse a fare uno sterile gioco inLo ha fatto con successo Woody Allen in La rosa purpurea del Cairo, in tellettuale di «decostruzione» del testo. cui c’è un film «finto» nel film «vero», con personaggi che scendono dallo

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Parola chiave Vento di Sergio Valzania Tre monologhi dall’aldilà di Maria Pia Ammirati

NELLE PAGINE DI POESIA

Vinicius, Ungà e la saudade del tuffatore di Leone Piccioni

Jimi Hendrix, sciamano dell’utopia di Gennaro Malgieri L’amarcord di Gianni Brera di Pier Mario Fasanotti

Da Lenci all’informale il magistero di Torino di Marco Vallora


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tivi. Lei fa la traduttrice di guide turistiche e lui prepara costose barche da diporto e poi consegna le medesime ai proprietari in giro per il mondo. Perennemente abbrustolito («abbronzato» non rende l’idea), è un fricchettone attempato che fuma spinelli e veste camice hawaiiane e pantaloni da spiaggia in ogni occasione. Marta (una punk musona) odia la madre come tutte le teenager; il progetto matrimoniale di Filippo è una ciambella di salvataggio per lo smarrimento adolescenziale in cui si sente annegare. Non sono né ricchi né poveri. Nella calura estiva, Ezio il narratore-in-cerca-di-una-storia (o di un ubi consistam) girando in bicicletta investe Anna: lui finisce in ospedale con ferite lievi. Lei si sente in colpa perché stava attraversando col rosso, e per riparare lo invita alla cena organizzata per conoscere i futuri suoceri del figlio. Non succedono cose sconvolgenti e indelebili nel film; si sente molto l’ammirazione di Salvatores per il cinema di Wes Anderson (I Tenenbaum, The Fantastic Mr. Fox) in particolare Darjeeling Express del 2007, un on-the-road di tre fratelli americani, depressi, drogati e litigiosi, durante un viaggio in India dopo la morte improvvisa del padre, intrapreso per ritrovare la madre, diventata suora alternativa in un ashram, e l’unità perduta. Di quel film, Happy Family convoglia, a modo suo, il tocco leggero, onirico e grazioso, l’attenzione per bizzarrie e difetti dei personaggi, l’amore per la famiglia, e la difficoltà e di sopportarla e di farne a meno. È molto vicino allo spirito di Anderson la leggiadria generale e delle battute, spesso buttate via, raramente enfatizzate. Vincenzo corregge la madre svampita quando cerca di servire per la terza volta il primo: «Mamma, l’abbiamo già mangiato e pure il secondo, ora porta il dolce». E lei mormora, portando via il carrello: «Va bene, ma così la pasta si fredda».

Genovesi e Salvatores sembrano interessati sopratutto a gettare la maschera d’autore. Il protagonista del film è Ezio (il comico Fabio De Luigi), un ragazzone di trentotto anni che anche in giacca e cravatta sembra un letto disfatto; vive di rendita (il padre ha inventato quella pallina per il detersivo della lavatrice. Ogni volta che fate il bucato, lui incassa). La famiglia non c’è più, ed Ezio è solo, scaricato dalla fidanzata che lo accusa di essere un inetto, uno sfaticato che non ha mai lavorato un solo giorno, né ha combinato qualcosa in vita sua, un perdigiorno buono solo a consumare la tappezzeria e che lei si augura di non incontrare mai più. Ezio è desolato e si mette davanti all’unico strumento di lavoro che possiede - un computer - deciso a diventare uno scrittore. Prende una piega divertente quando, guardando in macchina, dunque rivolgendosi a «noi», butta lì «sarei anche a corto d’idee, ma non fa niente». Il pressbook spende molte parole per descrivere il film: «… confessione camuffata, diario smascherato, una commedia che parla della paura di essere felici, di cambiare la nostra vita per qualcosa che non conosciamo. Un esorcismo della noia di una lunga estate silenziosa in città, di desideri e paure, di essere troppo, di non essere nessuno». L’ultima è la frase che conta. Rende meglio la locuzione anglosassone to be at loose ends: essere sfilacciati, come stringhe di scarpe non annodate, o con espressione più cruda «un cane senza collare». Succede quando ci troviamo improvvisamente senza impegni, senza qualcuno che ci aspetta o che attende qualcosa da noi. Si apre un vuoto esistenziale che può mandare in crisi per la sparizione di ogni cosa che contribuisce a definire chi siamo e cosa campiamo a fare. E a mandarci in crisi, sempre ci riesce. Come dice Ezio nella sua narrazione, che non è fastidiosa né serve a nascondere lacune di sceneggiatura, ma n’è parte integrante: «Non avere niente da fare è la cosa più brutta che ci sia. L’altra è morire, ma non divaghiamo».

Forse perché Ezio non ha più ragazza né famiglia, ne inventa un paio, raccontando la storia di due famiglie, costrette a incontrarsi perché i rispettivi figli di sedici anni, Marta e Filippo (Alice Croci e Gianmaria Biancuzzi, esordienti) hanno deciso di sposarsi. È una bella trovata, insolita, che serve come gancio per entrare nel racconto e metterlo in moto. Ma come con il MacGuffin di Hitchcock, è un espediente che non ha molta importanza. Vincenzo e Anna Agosti sono i genitori di Filippo (il padre vero è un altro, ma dal giorno che se n’è andato il ragazzo non ne vuole sapere), un adolescente nato vecchio che detesta i compagni di scuola brufolosi e cialtroni, e vuole sposarsi non solo perché «ho trovato la donna della mia vita e non ha senso aspettare oltre», ma anche per differenziarsi dalla marmaglia d’impresentabili coetanei da cui si sente circondato.Vincenzo (un morbido Fabrizio Bentivoglio) ha una figlia di ventisette anni da un precedente matrimonio, Caterina (Valeria Bilello), una pianista classica di talento. È rientrata da poco in Italia da Londra, sola e depressa per la fine di un lungo rapporto; è convinta di puzzare «come tutti quelli di pelo rosso». Anna (Margherita Buy) è preoccupata perché da tre mesi non fa l’amore con Vincenzo: teme di non piacergli più. Il marito ha appena saputo di avere un tumore ma per ora tiene per sé la notizia. La mamma di Vincenzo (Corinna Augustoni) ha l’Alzheimer e ama cucinare. La famiglia Agosti è molto agiata. Marta ha Papà e Mamma (Diego Abbatantuono e Carla Signoris) senza altri appellaanno III - numero 12 - pagina II

famiglia

HAPPY FAMILY GENERE COMMEDIA DURATA 90 MINUTI PRODUZIONE ITALIA 2010 DISTRIBUZIONE 01 DISTRIBUTION

REGIA GABRIELE SALVATORES INTERPRETI FABIO DE LUIGI, DIEGO ABATANTUONO, FABRIZIO BENTIVOGLIO, MARGHERITA BUY, CARLA SIGNORIS

Durante la cena per le due famiglie ed Ezio, la nonna dimentichina è assistita da una coppia indiana in costume nazionale. Sono lì solo come omaggio al cineasta texano. In molti film del regista di I Tennenbaum è presente un personaggio indiano, spesso servitore e confidente dei protagonisti. (Darjeeling Express, poi, è girato interamente in India). Ancora più evidente è l’estrema cura del production design, merito di Rita Rabassini, bravissima; nei titoli è definita con semplicità «scenografa», con un’eleganza e un’abnegazione quasi sconosciuta nel cinema. Salvatores padroneggia bene i lati tecnico-artistici del suo mestiere. Gira con maestria; ogni inquadratura è composta come un quadro e mai in maniera leccata o leziosa.Tutto è al servizio della storia e degli attori. I colori sono quelli pastello dell’estate: Milano non è mai stata cantata in maniera tanto solare, soave, sognante. Piazze, palazzi, monumenti, impianti industriali, sono ripresi con infinito trasporto per la città e i suoi luoghi topici. In quasi tutte le scene è presente una piccola esplosione di rosso: negli abiti degli studenti a scuola, di Caterina e di altri personaggi, nei palloncini, nei semafori, nell’arredamento: il colore dell’energia vitale. Ricorda i quadri di Paul Klee, con quelle punte di rosso acceso che attirano l’occhio e mettono tutta la composizione a fuoco. La scenografia ha un ruolo decisivo nel racconto (come in Anderson); resta nella memoria più di tanti altri aspetti. Non è una debolezza ma la forza di un film delicato che sfiora l’evanescenza. Tempi e ritmi sono perfetti, si ride, e perfino la morte è trattata con garbo da questi personaggi in cerca d’armonia ed equilibrio. Finalmente si può dire «è bello», senza sentire la necessità di aggiungere «per un film italiano».


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parola chiave

l vento è una presenza costante nella nostra vita. I pesci nuotano nell’acqua; noi uomini e donne ci spostiamo sulla terra, ma sempre avvolti dall’aria. Quando vogliamo uscire dalla nostra biosfera, dalla sottile fascia atmosferica nella quale siamo adatti a vivere, per esplorare gli abissi del mare o le profondità dello spazio dobbiamo portarci dietro l’aria, che ci serve in ogni momento, letteralmente a ogni respiro. L’aria che si sposta, dolce nella brezza e impetuosa nell’uragano, è il vento. A stretto rigore si tratta di un movimento più che di un qualcosa dotato di esistenza propria. O di qualcosa che per esistere ha bisogno di un prima: è fatto dell’agitarsi di altro. Grande compagno d’avventure del vento è il mare. Che si tratti di materia da marinai è confermato dal fatto che a governare i grandi teloni che proteggevano il pubblico del Colosseo quando era in attività erano stati scelti uomini di mare, esperti nel maneggiare le vele.

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Il vento ha costituito la prima fonte di energia rinnovabile della storia. Popoli che hanno disboscato l’Europa e il nord dell’America per procurarsi il legname necessario al loro riscaldamento e alle loro industrie, oltre alla costruzione di case e navi, hanno conquistato il mondo spostandosi a bordo di navi a vela, mangiando un pane di grano macinato dai mulini a vento. Milioni di tonnellate di beni di ogni tipo hanno viaggiato sostenuti dal mare e sospinti dal vento. Le moderne pale eoliche ricostruiscono una sapienza all’uso del vento che nel Novecento si era spenta. Allora i mulini avevano smesso di funzionare costringendo Don Chisciotte a lottare con giganti nuovi come le dinamo e i generatori, le fucine e gli altiforni. Decisivo per il marinaio, il vento è importante anche per l’agricoltore, che deve conoscerlo e riconoscerlo. Dal suo arrivare e dalla direzione dalla quale si presenta il contadino sa che tempo farà e come va organizzato il lavoro dei campi. Per l’uomo di città la meteorologia ha perso d’importanza, la sua vita non cambia con il passare delle stagioni. Il vento è una scomodità quando rovescia gli ombrelli e uno strano incontro nei periodi di vacanza, al mare o in montagna, quando scompiglia i capelli in modo pittoresco o crea qualche fastidio sollevando le onde del mare e impedendo le gite in pattino. L’inurbamento aveva segnato anche per gli aquiloni una stagione di esilio dal cielo. Per fortuna sono ricomparsi. Le scritture furono redatte da uomini antichi, più prossimi di noi alla natura nelle sue manifestazioni primarie. Loro il vento lo conoscevano bene, era una presenza quotidiana, molti abitavano nelle prossimità del deserto, che in qualche modo è la sua casa, e spesso ricorrono a lui nello sforzo di parlarci del loro dialogo con Dio. Splendido l’avvio del Qoelet, dove attraverso il vento si dice della continuità del tempo nel quale l’uomo si dibatte in cerca di una ragione per il proprio essere. «Il

VENTO

È una presenza costante nella nostra vita, sempre avvolta dall’aria. Ed è la prima fonte di energia rinnovabile della storia. Del resto gli antichi, così prossimi alla natura, lo conoscevano bene. Tanto da ricorrere a lui per parlarci del loro dialogo con Dio

L’abbraccio del Padre di Sergio Valzania

Molti eventi narrati nella Bibbia si devono ai suoi effetti: l’ottava piaga d’Egitto, l’attraversamento del Mar Rosso da parte degli Ebrei in fuga. Spesso utilizzato come metafora, nel Qoelet è il simbolo dello smarrimento e della confusione degli uomini. Mentre nel Nuovo Testamento… vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna» (Qo 1,6). Questa entrata è seguita dalle riprese che fanno da contrappunto alla riflessione sulle vanità del mondo. «Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento» (Qo 1,14); «Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, è ho compreso che anche questo è un inseguire il vento» (Qo 1,17); «Ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è alcun vantaggio sotto il sole» (Qo 2,11). Il tema è ripreso ancora in seguito, creando una parte della magia poetica

di questo libro della Bibbia interpretato nei modi più diversi. Secondo alcuni contrassegnato dal più cupo pessimismo e secondo altri gioioso canto alla vita, fragile e dal significato oscuro, ma parte del grande progetto divino. Molte volte nella Bibbia Dio agisce proprio attraverso il vento, suo strumento operativo, verrebbe da dire, nella liberazione degli Ebrei dalla prigionia in Egitto e nel loro accompagnamento attraverso il deserto. È il vento a portare l’ottava piaga d’Egitto: «Il Signore diresse sul paese un vento d’Oriente per tutto il giorno e tutta la notte. Quando fu mattina, il vento d’Oriente aveva portato le cavallette» (Es 10,13). Di nuo-

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vo è il vento a consentire agli Ebrei l’attraversamento miracoloso del Mar Rosso: «E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’Oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero» (Es 14,26). Il dono del cibo è portato anch’esso dal vento: «Intanto si era alzato un vento, per ordine del Signore, e portò quaglie dalla parte del mare e le fece cadere presso l’accampamento» (Nm 11,31). La maggior parte delle volte che compare nelle scritture, il vento è però utilizzato come metafora. La sua natura profonda pare essere quella esplicativa: basta nominarlo e per tutti è chiaro il senso di quello che si sta dicendo. La sua immagine è netta, fa parte della quotidianità dell’esperienza, pur conservando un carattere elusivo. È il tatto il senso con il quale ne riconosciamo la presenza, ma i suoi effetti sono evidenti alla vista e all’udito, se ci troviamo in campagna all’aperto. Quando passa, le foglie degli alberi si agitano e nei momenti di violenza arriva a sradicare i tronchi. Il profeta Osea minaccia in un modo divenuto proverbiale: «E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta» (Os 8,7). Nel libro dei Proverbi troviamo «Chi crea disordine in casa erediterà vento» (Pr 11,29) e «Il gocciolio continuo in tempo di pioggia e una moglie litigiosa si somigliano; chi la vuole trattenere, trattiene il vento» (Pr 27,16).

Nel Nuovo Testamento il vento appare più raramente. In Matteo c’è un racconto di tempesta. I discepoli salgono su di una barca per attraversare il lago di Tiberiade. Con loro è Gesù, che durante la traversata si addormenta. Allora si scatena il maltempo, in modo così violento da spaventare gli apostoli, alcuni dei quali pure sono pescatori. Svegliano il Cristo e lo supplicano: «Salvaci, Signore, siamo perduti!» (Mt 8,25). Una scena di affidamento, ma anche di sfiducia. La presenza fisica di Gesù al loro fianco non sembra sufficiente a garantire la salvezza. Gli uomini sono deboli, hanno sempre bisogno di un conforto ulteriore, di un gesto miracoloso, di un segno esplicito. La loro fede è sempre incerta. Gesù lo fa notare ai discepoli, prima di comandare alla tempesta di placarsi. La fiducia degli apostoli è tanto dubbiosa che al gesto miracoloso segue lo stupore ed essi si dicono l’un l’altro: «Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?». Giovanni riporta un’occasione, spesso citata, nella quale è Gesù stesso a utilizzare la metafora del vento, mentre parla a Nicodemo, spiegandogli che per vedere il Regno di Dio occorre «rinascere dall’alto». Alla richiesta di spiegazioni «Come può un uomo rinascere quando è vecchio?», il capo della sinagoga si sente rispondere che «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8). Quello che nel Qoelet è il simbolo dello smarrimento e della confusione degli uomini si è trasformato nel grande abbraccio con il quale Dio accoglie i suoi figli.


Spoon un nome, uno stile MobyDICK

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cd

musica

di Stefano Bianchi

abbè. Non è che le posso conoscere tutte, le band dell’orbe terracqueo. Capita, ogni tanto, che me ne sgusci via qualcuna. Le cose sono andate così: il 4 marzo, in tivù, nella parte conclusiva del David Letterman Show dedicata come d’abitudine al rock dal vivo, entra in scena un quartetto che attacca con un pezzo tirato e senza fronzoli: drumming bello potente, chitarra che dopo un po’ se ne va in distorsione, contrappunti di tastiere, voce acidula. Perbacco. Si chiamano Spoon, hanno appena eseguito Got Nuffin, arrivano da Austin (Texas), raccolgono meritati applausi e Letterman consiglia di acquistare il loro album intitolato Transference. Mai sentiti prima.

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Bravi, dico fra me e me, per essere debuttanti. Dopodiché faccio una rapida ricerca su Internet (così, per scrupolo, saltellando fra Wikipedia e il loro sito) e scopro che non sono absolute beginners: esistono dal 1993 e il nome (cucchiaio) è un affettuoso omaggio ai krautrockers tedeschi Can, i quali inserirono Spoon nel long playing Ege Bamyasi del ’72. Quel brano, in seguito, fece da tema principale del thriller televisivo Das Messer trasformandosi in un grande successo. Vado avanti, nella convinzione che Transference sia (a dir tanto) la terza o quarta incisione dei quattro, di cui nel frattempo ho raccolto nomi, cognomi e strumenti: Britt Daniel (voce, chitarra),

Eric Harvey (chitarra, tastiere, percussioni), Rob Pope (basso), Jim Eno (batteria). E invece, con Transference fanno sette dopo Telephono (’96), A Series Of Sneaks (’98), Girls Can Tell (2001), Kill The Moonlight (2002), Gimme Fiction (2005) e Ga Ga Ga Ga Ga (2007). E mica ci possiamo dimenticare The Nefarious EP del ’94: un poker di brani tanto per gradire, di quando il gruppo era appena sbocciato con Britt Daniel e Jim Eno reduci dall’esperienza rockabilly negli Alien Beats. Gli Spoon, insomma, hanno un curriculum che tanto di cappello. E caspita se funzionano, in questo disco che ha debuttato al quarto posto della classifica americana Billboard 200 vendendone cinquantatremi-

la copie nella prima settimana dall’uscita. Oltreoceano, c’è chi ha definito la loro musica spoon-ish, quasi si trattasse d’una categoria a parte. Io, invece, la classifico asciutta e immediata: un azzeccato crossover di rock, schegge di new wave, funk e chi più ne ha più ne suoni. Tant’è che iniziano acustici e ossuti, con Before Destruction, tirando in ballo il folk e un canto che insegue Michael Stipe dei R.E.M. Cambiano registro col passo spinto (molto british, poco americano) di Is Love Forever? e Trouble Comes Running , che culminano con un non so che di Beatles, e voltano ancora faccia funkeggiando alla grande con The Mystery Zone: giro di basso stile Another One Bites The Dust dei Queen, fusione a freddo di Cake e Talking Heads. E se Who Makes Your Money, felpata e avvolgente, punta alla soul music, il lessico di Written In Reverse (pianoforte da brividi, voce da John Lennon) e di I Saw The Light è limpidamente blues. Apro parentesi: quest’ultima, si blocca all’improvviso per poi ripartire come una jam session frullando elettricità e psichedelìa. E sa tanto di work in progress anche Nobody Gets Me But You con quell’avvicendarsi di funky, discomusic, technopop anni Ottanta e il piano che a un certo punto fila in dissonanza con la chitarra elettrica. Mi piacciono, gli Spoon. Li ho scoperti fuori tempo massimo? Vabbè, vorrà dire che per punizione mi procurerò gli altri dischi. Spoon, Transference, Anti-Records/ Spin-Go!, 17,90 euro

in libreria

mondo

riviste

DIARIO DI UN MELOMANE

ARRIVA L’UNIVERSAL DISCOUNT

UN CAJCOVSKIJ D’ANNATA

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ercava la novità perché inseguiva lo stupore; e sentiva l’esigenza inderogabile di cambiare e trasformarsi perché si trovava in continuo divenire, sempre in stato larvale. Quando la musica assumeva le ali magnifiche della farfalla, la lasciava cadere per ricominciare da capo». Il famoso giudizio di Gianfranco Salvatore coglie appieno l’incessante lavoro di ricerca di

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na discesa inarrestabile, che nel primo trimestre del 2010 ha segnato un ulteriore calo di vendite del 14,5 per cento. Il mercato musicale continua a contrarsi, e le major corrono ai ripari con colpevole ritardo. Visto il fallimento di operazioni promozionali dai risultati incerti, che sempre avevano dribblato l’annosa questione dei costi, la Universal ha deciso di affrontare la

a mia Ouverture sta andando avanti sempre più velocemente; la maggior parte è stata già imbastita e una parte considerevole di quello che tu mi suggeristi di fare è fatta. In primo luogo, la trama è vostra: l’introduzione che ritrae il frate, il combattimento-Allegro, e l’amore-il secondo soggetto». Così scriveva Cajkovskij al collega Milij Balakirev, in seguito alla visita

Miles Davis racconta la sua parabola artistica nella nuova edizione della sua autobiografia

La major americana affronta per prima la crisi discografica: nuovi cd in vendita a sei dollari

“Amadeus” presenta la prima versione del “Romeo e Giulietta”: dirige Vladimir Jurowski

Miles Davis. Una persistente evoluzione stilistica, intimamente legata alle tormentate vicende personali narrate dal musicista in Miles - L’autobiografia (Minimum Fax, 579 pagine 20,00 euro), da pochi giorni in libreria in versione arricchita da contenuti extra. Gli amici, le donne, la famiglia, il vicolo cieco dell’eroina, la costante battaglia contro i pregiudizi razziali: tutto trova posto in pagine che sembrano evocare un grandioso kolossal hollywoodiano ricco di grandi coprotagonisti, da Charlie Parker a John Coltrane, da Jean-Paul Sartre a Ronald Reagan. Una lunga cavalcata dal bepop alla fusion, che abbina piglio battagliero e formidabili nozioni creative.

questione: i nuovi cd dell’etichetta saranno messi in vendita a un prezzo tra i sei e i dieci dollari. Dietro la retromarcia, c’è la constatazione che tenere alti i costi o maggiorarli nel caso di poco appetibili contenuti extra, è una strategia giurassica. La casa discografica venderà pertanto oltre i dieci dollari soltanto prodotti di particolare pregevolezza, mentre il catalogo in rete non subirà rincari. I vertici di Universal fanno sapere infine che agli esercenti spetterà il venticinque per cento a disco. Dopo l’ostinato testacoda, le major indulgono a più miti consigli.

che ispirò al compositore russo la prima stesura di Romeo e Giulietta. E proprio la versione originaria dell’opera, poi riveduta e corretta nell’estate del 1870, è al centro delle attenzioni di Amadeus. Riproposta sotto la direzione di Vladimir Jurowski, e suonata magnificamente dalla Russian National Orchestra, anche la prima edizione dell’opera presenta molti punti di interesse: a partire dall’incipit, dove fagotti, violoncelli e bassi intessono melodie alquanto sobrie: nulla a che vedere con la fascinazione corale che i clarinetti seppero immettere nella stesura definitiva. Una pietra miliare, che pure in foggia di diamante grezzo, non risparmia incanto e trasporto.

a cura di Francesco Lo Dico

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zapping

Wenders e la Calabria: UN EQUIVOCO VOLATILE di Bruno Giurato l Volo di Wim Wenders è un film volatile. Il cortometraggio realizzato per mostrare al mondo che i paesi della Calabria sono un modello mondiale di integrazione tra i popoli (e su cui Agazio Loiero sta spendendo la campagna elettorale dopo il disastro di Rosarno), al momento non si può vedere. C’è stata un’anteprima romana, ma a quanto ci dicono dalla Calabria Film Commission, non ci sono copie disponibili in dvd e si sta ancora lavorando sulla distribuzione. E ci sarebbe da chiedersi una cosa riguardo al contenuto del film: nei paesi calabresi in oggetto (Badolato, Riace, Caulonia, Stignano) questa benedetta integrazione c’è davvero, oppure si tratta della solita trasfusione di soldi pubblici che serve a tenere in piedi politiche sociali stentate? Ed è davvero possibile l’integrazione dove non esiste un tessuto sociale ed economico in grado di inserire i nativi, figuriamoci gli immigrati? Interrogativi di un certo peso. Ma a noialtri musicanti, e per di più con la moglie bella, interessa il lato sonoro del film. Arriva in Calabria Wim Wenders, quello di Ray Cooder, quello che con Buena Vista social club ha regalato una vecchiaia economicamente serena a tanti geni poveri habaneri, arriva Wenders in Calabria e come minimo dovrebbe affidare la colonna sonora a musicisti locali, che ci sono, e hanno lavorato bene a livello nazionale. Dai Quartaumentata agli Scialaruga, dai Marvanza a Mimmo Cavallaro, da Mujura all’Arlesiana Chorus Ensemble. E invece, a quanto ci dicono, la colonna sonora è stata registrata da Alfio Antico. Bravissimo senza dubbio, e senza dubbio siciliano di Lentini (Sr). Siamo a livello spaghetti con polpette in un italian restaurant del Midwest. È uno dei tanti equivoci del Volo, film volatile, molto volatile.

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teatro

Se la divinità si svela nello squallore di Enrica Rosso iaggio al centro dell’uomo dove la solitudine regna sovrana. Quattro atti profani di Antonio Tarantino, premio Ubu per la regia di Valter Malosti. «Io credo, ho sempre creduto che gli dei, i miti, gli eroi non siano mai scomparsi dal nostro mondo… è molto più facile incontrare divinità e figure mitiche tra gli ultimi, tra coloro che non dovendosi rappresentare come entità mondane, come figure rivestite di abiti di scena, di costumi atti a rendere possibile la recita della vita sociale, possono anziché rappresentarsi semplicemente presentarsi e rendersi trasparenti: coloro cioè che lasciano che la luce li trapassi. Sono costoro divinità ignare».Tarantino traccia con una scrittura convulsa, dirompente, dilagante, una mappa degli invisibili in quattro tempi: Stabat Mater, Passione secondo Giovanni (per i quali ha vinto il Premio Riccione nel 1993), Vespro della Beata Vergine, Lustrini. Malosti li ricompone e affida a interpreti eccellenti. Maria Paiato vincitrice del Premio Duse è Maria Croce ha il suo quartier generale in una ex-cabina telefonica ed è una barbona/battona di gran cuore, «un giro di tette non si nega a nessuno», che «tiene il cruccio del figlio» perché «il dottor Ponzio se ne lava le mani e il figlio non torna più». Ben conscia che «l’intelligenza ai poveri non gli fa bene, è un danno», si consuma nell’attesa di Giovanni. Lo stesso Malosti incarna un malato di mente: salta fuori da un tombino e affida la sua sopravvivenza all’autocelebrazione: è convinto

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di essere «Lui» (Dio), vorrebbe tanto fumarsi una MS e spera di tornare a casa per Pasqua; nel frattempo, per ingannare l’attesa parla con un teschio e si fa le pugnette. Mauro Avogadro è invece un padre chiamato a dare l’ultimo saluto al figlio travestito morto in terra straniera; un

monologo catartico di forte impatto. L’ultimo quadro vede in scena Michele di Mauro e Mariano Pirrello come don Chisciotte e lo scudiero Sancho Panza, ma anche come il Gatto e la Volpe. Cavagna, «il re dei gratta, il re dei bugiardi, il re dei coglioni», indossa una collana col Sacro

Cuore di Gesù trafitto da sette siringhe e Lustrini, un povero demente violato in giovane età ed emarginato per sempre, lo segue come fosse la luce dei suoi occhi roteando nell’aria il boa di piume. In un’immaginaria bidonville di ultima generazione ideata da Botto e Bruno, una sconnessa stratificazione di resti urbani, simboli dismessi di un’organizzazione sociale di base, trovano humus adeguato le cinque creature che popolano la tetralogia delle cure. Un luogo non luogo, un letamaio per anime semplici infilzato da pali della luce come fossero le tre croci su cui campeggia la scritta I.N.P.S. Una montagnola formicaio da cui emergono concentrati d’infelicità doppiata dalla follia. Uno squallore animato da bagliori improvvisi di oggetti che si animano o che finiscono di morire, scariche elettriche come stelle comete del degrado che, per un attimo, illuminano (Francesco dell’Elba) e segnano una tregua nelle esistenze cortocircuitate dei protagonisti. Su tutto incombe un cielo multicolor, un orizzonte livido, fotografia di un altrove distante e sciapo si direbbe portatore di disgrazie. Gli intarsi musicali di Giupi Alcaro mediano il trascorrere del tempo e l’apparente illogicità dei fatti.Vestiti da Federica Genovesi con il sapore della libertà, indossano pezzi di vite dismesse, in un trionfo di personalità.

Quattro atti profani, Teatro Duse di Genova fino al 28 marzo, info: tel. 010 5342202 - www.teatro-di-genova.it

jazz

Il ritmo dello stalliere sciancato: alle origini del blues di Adriano Mazzoletti iunge in libreria la riedizione di Blues. La musica del Diavolo che Giles Oakley scrisse nel 1976 e che ebbe una prima edizione italiana due anni dopo, da tempo introvabile, per i tipi dell’editore Gabriele Mazzotta. Il lavoro di Oakley, uno studioso inglese produttore di programmi alla Bbc, è forse l’opera più attenta e completa sulla nascita e lo sviluppo del blues. L’autore non si limita ad analizzare il blues nei suoi diversi aspetti, da quello primitivo alle forme più recenti, ma dedica ampio spazio a quella corrente ancor poco studiata e analizzata conosciuta come Nigger Minstrels. A questo proposito ricordiamo solo alcuni articoli di Jean-Christophe Averty pubblicati, negli anni Sessanta, dalla rivista francese Jazz Hot. Anche il ben noto Harold Courlander nel suo importantissimo Negro Folk Music Usa, non cita

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Edwin Christy e i suoi Christy Minstrels, Dan Emmett e i Virginia Minstrels e Tom Rice che già nel 1828 eseguiva un motivo dal titolo Jump Jim Crow ispirato, sembra, dall’andamento di uno stalliere sciancato di Louisville nel Kentucky. L’epiteto Jim Crow (Jim il Corvo), all’epoca, non aveva ancora assunto la sinistra connotazione razzista che ebbe negli anni successivi. Oakley dedica diverse pagine del suo lavoro al periodo che possiamo individuare fra il 1820 e il 1850 quando alcuni bianchi avevano iniziato a interessarsi ai diversi aspetti della cultura nera. Si trattava della prima di una serie di ondate di assimilazione alla quale molte altre sarebbero seguite. Innanzitutto l’interesse per gli spirituals che «per molti - scrive Oakley - divennero il simbolo di un popolo nobile appena liberato. Negli anni Settanta del secolo XIX, i Fisk Jubilee Singers

con i loro spettacoli presentati con modi accattivanti nelle sale da concerto di tutto il mondo, contribuirono a creare una immagine della musica nera ben diversa dall’originale». Come fece in seguito Paul Robenson, il cui stile era così diverso da quello autentico di Mahalia Jackson o Sister Rosetta Tharpe. Nel capitolo dedicato ai Niggers Minstrels e ai Coon Songs - canzoni sulla vita dei neri

delle piantagioni - l’autore riporta molti dei raccontini che i Minstrels eseguivano nel corso dei loro spettacoli. All’inizio erano bianchi travestiti da neri con faccia e mani tinte con il nerofumo, labbra grosse, naso piatto, orecchie e piedi grandi, capelli crespi e lanosi. E rappresentavano tutti gli stereotipi devianti che all’epoca erano applicati ai neri: vanitosi, pigri, bugiardi, chiacchieroni. Successivamente gli stessi neri crearono i loro spettacoli, presentandosi come Black Minstrels, continuando a prendere in giro se stessi. Volume di straordinario interesse, con capitoli dedicati ai tent shows, ai circuiti Toba, ma anche ai grandi bluesmen, da Ma Rainey a John Lee Hooker. Giles Oakley, Blues. La musica del diavolo, Shake Edizioni, 340 pagine, 18,00 euro


libri Moro, Lady D. e il Poeta MobyDICK

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narrativa

tre monologhi dall’aldilà di Maria Pia Ammirati

ome imparare a essere niente, ovvero come imparare a morire lentamente. Tre monologhi sul crinale dell’inferno della vita prima della fine, la messa in scena della morte violenta di tre icone del nostro tempo, eroi dell’epoca contemporanea forzati alla morte, quasi immolati. È il libro di Alessandro Banda, lo scrittore di Merano conosciuto per le sue prove finemente letterarie concentrate geograficamente in Alto Adige. Un romanzo di voci monologanti che si allontana dai temi e luoghi più usuali, ricordiamo tra gli altri La città dove le donne dicono di no, per affrontare la scabrosa materia della morte violenta ricostruita nelle sue ultime fasi, senza risparmio di particolari. Ma chi muore in questo libro colto, citazionista, saturo di prosa cesellata? Tre nomi importanti che hanno segnato le cronache del secolo scorso: Aldo Moro, Pier Paolo Pasolini, Diana Spencer detta lady Diana. Tre personaggi, mai citati con il loro nome ma denominati come il Presidente, la Principessa e il Poeta, accomunati dalla tragedia di una morte «chiassosa» e crudele, fra loro distanti e diversi. Introdotti da una voce di traghettatore, un anonimo contabile di provincia incaricato di squadernare i fatti così come son stati, comprese le versioni diverse e discordanti, l’uomo si fa mediatore di «parole provenienti dall’aldilà» che arri-

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vano in genere «tra il primo e il due novembre», ma anche in altri momenti perché «i defunti sono imperiosi e poco delicati». Si comincia con l’attacco folgorante della voce di Aldo Moro, la ricostruzione dei fatti di via Fani, la mattanza della scorta paragonata per la velocità e la concitazione dell’azione a un set di un film americano dove gli attori cadono sotto i colpi delle pistole e dei mitra, con improvvisi squarci di involontaria comicità quando il Presidente ricorda che le armi si incepparono più volte, prima di scaricarsi sui cinque uomini della scorta. Il canto del Presidente si modula sul rancore, il rammarico e la pena. Più che di ricordo la voce del morto, il Presidente, narra la prigionia come una situazione dell’assurdo, il rapporto d’ambuiguità con i terroristi (gli uomini barbuti), che si occuparono della detenzione e che ebbero a che fare con Aldo Moro nei mesi della prigionia, fino al giorno dell’assassinio in una mattina ancora scura tra le dune di sabbia. La seconda voce mortale, quella della Principessa, ha il tono languido della donna inconclusa, in realtà vittima del proprio tempo come dei propri

rapporti familiari. Anche qui l’attacco entra d’impeto nei fatti, nella biografia del personaggio in quel preciso dato che caratterizza il destino, che prefigura la morte. Lady Diana ha sposato un uomo ridicolo, disinteressato al suo amore, un uomo che la tradisce ben prima del matrimonio, «il matrimonio del secolo», che nasconde come una facciata di panna bianca la sofferenza e la solitudine della Principessa. L’affannosa ricerca dell’amore è la carrellata di uomini che finisce con la folle corsa nelle strade di Parigi verso una morte ridicola, per mano di un autista ubriaco. Le versioni anche qui s’accavallano: fu attentato o solo sbadataggine, tutto può essere a esercizio dei posteri mai paghi di avere una sola verità. L’ultima voce è quella del Poeta, il poeta maledetto che si presenta nell’ipertrofia tipica che lo caratterizza, attraverso la reiterazione dell’Io. L’ossessione del sesso, la centralità del pensiero come àncora sui fatti del mondo e la spaventosa morte fredda dell’idroscalo declinata nei modi in cui fu e in come avrebbe potuto essere. Alessandro Banda, Come imparare a essere niente, Guanda, 152 pagine, 14,50 euro

riletture

Leo Longanesi e l’Italia del tempo che fu di Claudio Marabini in da ragazzo ho voluto un gran bene ai lunari, al libro dei sogni, alle carte da gioco, alle etichette delle bottiglie, ai ricami ottocenteschi della nonna e a tutte quelle cose che ormai sono giù di moda. Nella vecchia casa dei nonni in Romagna, dove io sono nato il 30 agosto 1905, si conservano ancora sotto campane di vetro i pettirossi e i martin pescatore imbalsamati: là io sono cresciuto, là ho letto le vite dei grandi briganti, là ho imparato i proverbi, là ho saputo che Garibaldi aveva fatto l’Italia, là ho bevuto il primo bicchiere di vino, là, in cucina, fra i vasi di ceramica bianchi, le “mazzette”, i finti piatti cinesi, i bicchieri di vetro verde, fra odore di salvia e di prezzemolo, ho imparato a essere italiano…». Così scriveva di sé Leo Longanesi sull’Italiano del 24 dicembre 1926. E io, con tutto quello che Longanesi ha scritto, mai ho dimenticato quella Romagna,

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quella di Bagnacavallo che per metà almeno è stata della mia famiglia, vicinissima alla città dove da sempre abito. E mi torna in mente un brano dalla Sua signora, un «taccuino» introdotto da Indro Montanelli, dove si legge un brano rapidissimo: «Una casellante, ferma al passaggio a livello, tiene in pugno la bandiera rossa. Sta a gambe larghe, solida, solenne, senza grazia come la Romagna». Sfoglio ancora. Il libro è un veloce viaggio in luoghi diversi. Ci troviamo a Imola, è Natale. Siamo nel ’56. «Sole sui tetti, cappone in tavola, malumore. Il cappone è insipido come la noia… “Quella lì”, dice mia madre, “porterà via anche metà del cappone…”.“L’economia familiare è più forte della parola di Gesù”, dico». Estrema curiosità, anche questa alimentata dal ricordo. Sfoglio: «Ci salveranno le vecchie zie». «Perché è l’amicizia, è la confidenza che, in Italia, tesse le stoffe, fonde i metalli e stampa la latta: è l’unione di più influenze, il fascio di più amici-

zie, l’accordo di più interessi che crea quella forza che piega la legge, che corrompe i costumi, che spezza la concorrenza; è la “pastetta”, la sola, la vera, la grande capacità che domina il mercato». Non so bene perché ogni tanto negli anni sento il bisogno di ritrovare Leo Longanesi, la sua parola, i suoi libri, il suo modo di capirci, di intuire come siamo. La mia impressione è che uno spirito come quello che ci regalarono «maestri» (ci sarà concessa la parola?) come lui e Montanelli non alligni nella nostra «casa»… Qualcosa è venuto meno, siamo tanto cambiati, diversi da quello che eravamo? Il paese è cambiato anche nei ricordi? Ma c’è da chiedersi se l’Italia che «viviamo» ogni giorno, che «sentiamo» alla televisione, che ci «viene incontro» sui giornali e riviste sia quella che vogliamo, che seguiamo con attenzione e con qualche affetto, per non dire con amore. Leo Longanesi non era tipo comodo: ma il paese che lui «sentiva» era sicuramen-

te quello che noi almeno facemmo in tempo a incontrare. Ci basta rileggere La sua signora, L’elefante, quelle indimenticabili Zie di un certo libro che noi facemmo in tempo a godere, anche se i tempi già stavano cambiando: ma non tanto da cancellare il «vecchio» dal «presente» che era intorno a noi, quel «vecchio» che noi desideravamo veder mutato ma in cui eravamo cresciuti e che malgrado tutto amavamo. C’era stato il fascismo, certo. E il mondo - il «nostro» mondo era quasi cancellato. Dovevamo aspettare il nuovo, forse presentendo che il presente sarebbe stato di ardua lettura. Longanesi torna come un vecchio maestro, forse antico ma vivo, vivissimo, che rimane ricco di un presente che a tratti sentiamo come se gli anni non fossero passati. Ma nasce in noi una domanda, profonda e inquietante: quel presente è così vivo in noi da farcelo sentire come un peso, quasi una lunga e indimenticata condanna? E cosa resta dell’Italia che Longanesi amava tanto?


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personaggi

L’agonia di Rimbaud raccontata dalla sorella di Angelo Crespi n una foto del 1908, Isabelle compare di mezzo profilo, le mani giunte sul grembo. È ormai una donna anziana. Da quasi vent’anni suo fratello Arthur è morto. Di lui ci rimane l’effige dell’aeternus puer, dell’eterno giovinetto scapigliato, capace nel giro di una manciata di mesi di cambiare la storia della poesia. Per sempre. Isabelle, invece è destinata a invecchiare. A sopravvivere all’amato familiare di cui nessuno all’inizio aveva ben compreso il genio. Nata nel 1860, di quattro anni più vecchia di Arthur, Isabella nel 1917 morirà dello stesso tumore che aveva ucciso il fratello nel 1891. Dobbiamo a lei la cronaca serrata e sen-

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società

za troppi fronzoli, e per questo ancora più convincente, degli ultimi giorni del poeta dalla vita leggendaria, straordinario scrittore tra i 16 e i 20, e poi girovago in cerca di se stesso tra Europa, Oriente e Africa fino al tragico epilogo a Marsiglia. L’agonia di Rimbaud è descritta con lucidità, quasi fosse un’anamnesi. Dopo un lungo viaggio dall’Africa alla Francia, Arthur viene amputato di una gamba e poi trasportato a Roche nella casa della sorella. Nonostante fosse luglio il clima è rigido come d’inverno, «i campi di grano si erano ghiacciati», il 10 agosto grandina, Arthur lotta con la malattia, alterna fasi cupe a improvvise euforie, medita di ripartire per la lontana Harar, fa progetti nonostante la

diminutio fisica, vuole farsi costruire un arto in legno, prova a usare le stampelle, poi cade in depressione, a volte è annoiato, calmo, altre più tranquillo, e allora racconta di quei suoi meravigliosi viaggi dove la vita vissuta ha preso il sopravvento sulla vita raccontata e sulla poesia. Proprio la poesia. Racconta Isabelle che Arthur in Africa aveva compreso di poter emergere come «letterato» in Francia, ma si rallegrava di non aver portato avanti l’opera intrapresa in gioventù perché «era male». Intanto le sue condizioni peggiorano. Dopo un ultimo trasbordo allucinante, Arthur ritorna a Marsiglia, dove viene alloggiato nell’ospedale de la Conception sotto il nome di Jean Rimbaud. Dai primi di ottobre

inizia la sua personale agonia, magro, pallido, lontana l’energia di un tempo, giorno dopo giorno viene scavato dalla malattia e muore il 10 novembre. In seguito Isabelle annoterà: «Coricato per sempre, soffrendo senza sosta sul suo letto di dolore il più crudele martirio, dal fondo della sua piccola camera d’ospedale, oscurata dalla contiguità di un portico e da folti platani, quali insegnamenti mi ha donato. In quattro mesi mi ha insegnato più che altri in trent’anni. Devo a lui se oggi so che cosa sono il mondo e la vita, la felicità e il dolore. Distingue che cos’è vivere, soffrire, morire». Isabelle Rimbaud, L’ultimo viaggio di mio fratello Arthur, Edizioni Via del Vento, 36 pagine, 4,00 euro

Effetto Tenco, così nacque la canzone d’autore di Giancristiano Desiderio o ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io, tu e le rose in finale e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che chiarisca le idee a qualcuno. ciao, Luigi». È il messaggio che fu ritrovato nella stanza d’albergo dove Luigi Tenco si suicidò. Marco Santoro ne ricostruisce la vita, il talento, il sentimento, l’inizio e la fine nell’interessante libro Effetto Tenco. Genealogia della canzone d’autore. Ci si può suicidare per delle canzoni? Se solo avesse aspettato, Tenco avrebbe avuto il giusto riconoscimento. Lo si potrebbe dire con una delle sue più belle canzoni: «Vedrai,

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ricostruzioni

vedrai che cambierà, forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà…». Il bel giorno è venuto e Tenco è stato riconosciuto e celebrato come il cantautore. È pur vero, però, che viviamo in un paese in cui troppo spesso il riconoscimento arriva solo post mortem. Sarebbero tanti i casi che si potrebbero fare in letteratura. Il più noto è quello dell’altrettanto grande Guido Morselli. E non è l’unico. Il libro di Marco Santoro, che insegna sociologia a Bologna, è appassionato, rigoroso, stimolante, curioso, ho già detto che è interessante, insomma è un buon libro. Forse, è anche esagerato. In fondo, anche se si vuole sostenere il contrario, si sta pur sempre parlando di canzonette, di musica «leggera». O no? Comunque, per uno che si è occupato di notai, archivi e professioni simili è un bel salto, non c’è che dire. Ma Tenco? Tenco si sparò e il suo

suicidio produsse un effetto, «effetto Tenco», appunto. Per Santoro la morte sanremese di Tenco il 26 gennaio 1967 fu un «autentico evento» che produsse «una trasformazione profonda delle strutture insieme materiali e simboliche del mondo della canzone italiana». Per dirlo con un esempio ed essere chiari: se Tenco non si fosse ucciso, ci sarebbero stati De André, Paoli, Endrigo, Gaber, Guccini e poi De Gregori, Battiato, Conte, Fossati? Il sociologo sostiene di sì, ma in che modo sarebbero diventati ciò che sono diventati? Quale «effettivo» significato avrebbero avuto le loro canzoni? Come sarebbero state recepite, accolte, ascoltate, interpretate, apprezzate, criticate? La morte di Tenco - è la tesi del libro - ha prodotto, sia davanti a sé, cioè per il futuro, sia dietro di sé, cioè in retrospettiva, la canzone d’autore. Resta una domanda, inutile: ne valeva la pena? Marco Santoro, Effetto Tenco. Genealogia della canzone d’autore, Il Mulino, 280 pagine, 18,00 euro

Roatta e i Rosselli tra novel e storia

di Mario Donati l nostro paese, «l’Italia brava gente», ha sovente avuto «un uomo nero» o, per dirla alla Conrad, «un cuore di tenebra». È l’altra e orribile faccia della medaglia italica, fatta di bonarietà e di approssimazione. Durante il fascismo questo fantasma arrogante che amava imbracciare sempre il mitra si chiamava Mario Roatta, modenese (classe 1887), rapida carriera militare fino ad arrivare al vertice, potentissimo come capo del Sim (Servizio Informazione Militare) che a detta di molti, per efficienza e brutale disinvoltura si pose come modello per tante intelligence. Roatta è stato abilissimo a

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camuffarsi, nella storiografia e perfino da morto (il suo nome non c’è nella lapide). Fu arrestato, fuggì con complicità imbarazzanti, condannato all’ergastolo in contumacia, infine amnistiato dall’allora ministro della Giustizia Togliatti. E così, formalmente, non lo si può additare come l’uomo che, con furbesche trame, dette l’ordine di massacrare i socialisti Carlo e Nello Rosselli, su una strada della bassa Normandia. Erano le 19,30 del 9 giugno 1937. Il regime fascista non poteva permettersi un’azione simile a quella che eliminò Matteotti. La Francia di quel «cane rabbioso» di Léon Blum, «carogna di sinistra» come si diceva negli uffici di Ciano, ministro degli Esteri e gene-

ro del Duce, avrebbe scatenato una reazione internazionale. I papaveri in orbace non stimavano Roatta come stratega, ma sapevano che era l’uomo delle manovre subdole. Il giornalista Ulderico Munzi fa quel che lo storico non osa: scrive un récit, per dirla alla francese, e così la verità storica entra nella cornice della novel. Munzi ha buone fonti e ritrae un militare diabolico, pronto a tutto. Tante le accuse contro di lui. Ma scomodissime se tirate fuori per intero in un’Italia che già dopo il 1943 ballava il valzer dell’«inciucio». Roatta aveva fatto cose orribili. In Croazia avviò la pulizia etnica. Era stimato dal Francisco Franco, molto meno da Mussolini. Considerava Rosselli un

terrorista vestito da intellettuale, capace di sparare a tutti. E così ì due fratelli sono uccisi dalla setta fascista «La Cagoule». Notevole astuzia assoldare solo francesi. Era stato Ciano a chiamare Roatta. Non si poteva farli ammazzare in Spagna, né portarli in Italia. «I miei uomini conoscono il loro mestiere»: assicurò il generale. Compito difficile. Ma non era stato lui, in Etiopia, ad aver ingannato chi accusava l’ esercito italiano di aver usato gas vescicanti? Fino all’ultimo Roatta approfitterà di imbarazzi politici per salvare la pelle. La reputazione no, quella no. Ulderico Munzi, Il generale, Angelo Colla editore, 294 pagine, 18,00 euro

altre letture I complessi, conflittuali rapporti fra il capo del fascismo e il poeta condottiero Gabriele D’Annunzio vengono ricostruiti in un resoconto suggestivo di Carlo Delcroix: D’Annunzio e Mussolini (Le lettere, 95 pagine, 9,50 euro). Un libro scritto a metà fra la memorialistica e la ricostruzione storica, scritto nel secondo dopoguerra da un eroe della prima guerra mondiale. Un testo che costituisce una testimonianza importante rivelatrice delle illusioni, ma anche e soprattutto delle delusioni del mondo degli ex combattenti e dei mutilati. La prefazione di Francesco Perfetti contiene il carteggio inedito tra Delcroix e d’Annunzio.

Il cuore saggio di Jack Kornfield (Corbaccio, 470 pagine, 22,00 euro) è una guida accessibile alla psicologia buddista. Kornfield ha sperimentato di persona il potere di trasformazione degli insegnamenti buddisti sulla vita di chi li pratica. L’autore esamina la guarigione e il risveglio tramite le pratiche di consapevolezza, illustra come si trasformano le emozioni non salutari e spiega quali sono gli strumenti psicologici buddisti dal potere della concentrazione e della visualizzazione agli esercizi cognitivi. L’uomo è un lupo per l’altro uomo, diceva Hobbes. Per secoli filosofi, scienziati, psicologi ed economisti hanno contribuito a diffondere l’idea che l’essere umano sia per natura aggressivo e utilitarista, teso principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale. La storia quindi non sarebbe altro che una lotta senza quartiere tra individui isolati, uniti solo occasionalmente da ragioni di profitto. Ma negli ultimi decenni alcune scoperte nel campo della biologia e delle neuroscienze hanno evidenziato come negli uomini vi sia un corredo istintuale alla collaborazione e alla compassione. Alla luce di questo approccio Jeremy Rifkin propone in La civiltà dell’empatia (Mondadori, 632 pagine, 22,00 euro) una radicale rilettura del corso degli eventi umani. Fino ad aprire la possibilità a una società dell’empatia. a cura di Riccardo Paradisi


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ritratti

JIMI HENDRIX GRATIFICANTI SENSAZIONI, ANGELICHE APERTURE, ARMONIE TELLURICHE... QUESTO ANCORA SUSCITA LA SUA MUSICA, CHE CI RITORNA IN DODICI BRANI INEDITI, COMPOSTI TRA IL 1969 E IL 1970, RACCOLTI IN “VALLEYS OF NEPTUNE”. LA COLONNA SONORA CHE ACCOMPAGNÒ IL SOGNO DI UNA “NAZIONE” HIPPIE CON UN’AMBIZIOSA (E PURTROPPO PERDUTA) IDEA DI LIBERTÀ. UNA MUSICA ANCORA CAPACE DI DISEGNARE IL FUTURO…

Lo sciamano dell’utopia di Gennaro Malgieri apita di tuffarsi in un mondo sconosciuto, in un Oceano di possibilità irrealizzate e di intuizioni non verificabili, in una «nostalgia» (se così si può dire) che ti afferra facendoti inabissare nel futuro. In altri tempi, quando ero soltanto un ragazzo e lontano dal diventare il «ragazzo invecchiato» che sono oggi, avrei detto di essere immerso in un magma psichedelico, percorso da fremiti gioiosi e spinti da pulsioni ribelli. Quarant’anni dopo, chi lo avrebbe detto? Lo devo a un’occasione nella quale non speravo, semplicemente perché ignoravo che qualcuno la stesse approntando per tutti quei ragazzi che nel 1970 avevano diciassette anni. E così la sorpresa è stata più gradevole di quanto potessi immaginare. Ho ascoltato per ore i dodici brani di Valleys of Neptune e ho ritrovato, proprio come lo avevo lasciato, Jimi Hendrix. Se ne andò senza avvertire nessuno, dopo i trionfi di Monterrey, di Woodstock, di Whigt e, pur non avendolo dimenticato mai, tutto mi sarei aspettato tranne che ritrovarlo nei brani che compose tra il 1969 e il 1970, lasciandoli in un qualche studio di registrazione. La sorella Janie (come ha documentato su queste pagine in uno scintillante articolo Alfredo Marziano il 4 marzo scorso) ha rimesso le mani in questo lascito hendrixiano al solo scopo di ricordarci che la musica del genio di Seattle non è ancora finita, miracolosamente. Come non è finita quella Monk, di Davis, di Parker, di Mingus. Con una differenza: la musica di Hendrix è la sola «musica totale» (se il sommo Richard Wagner me lo consente) che al compimento del primo decennio di questo secolo possiamo considerare dell’avvenire, senza neppure provarci a definirla. Jazz, blues, rock, fusion? Tutto questo e niente di questo. Sensazioni. Gratificanti sensazioni di angeliche aperture su armonie telluriche.

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Così riconquistiamo l’Experience, senza dimenticare compagni di viaggio come Noel Redding, Mitch Mitchell, ma anche Chas Chandler e Billy Cox, compendio di una visione della musica che è letteratura, sogno, dolcissimo abbandono (Red House), per riprenderci l’Hendrix più visionario che ci aveva catturato con quattro album in vita e si ripropone oggi, come un «Otello bucaniere arrivato a Camelot», così scrisse Michael Thomas nel 1968, per non andarsene mai più. In effetti, a quattro decenni dalla scomparsa - ebbro, avvelenato e intorpidito dall’amore, mentre accanto a lui dormiva senza accoranno III - numero 12 - pagina VIII

gersi del suo precipitare nel buio Monika Danneman, nella notte tra il 17 e il 18 settembre 1970 - la musica che Hendrix ci ridona è la più moderna possibile dopo gli effimeri trionfi delle avanguardie post underground. A dimostrazione che quando sollevò le sorti di un rock stanco e ripetitivo con Purple haze, Hey Joe, Foxey Lay, Gypsy Eyes,Voodoo Chile - soltanto per citarne qualcuna - la fascinazione del mito colpì nel profondo chi immaginava la propria musica compiuta e definita: Clapton,

epoca, Room full of Mirror, si ascolta: «Vivevo in una stanza/ piena di specchi,/ tutto quello che riuscivo a vedere era me stesso». Lo specchio lo aveva fatto lui, mettendo in una cornice schegge varie, come racconta Charles R. Cross, per avere forse una visione deformata, come la vita di tutti noi, di se stesso, con una differenza: lui era capace di amare le proprie imperfezioni, di accarezzarle, di esaltarle perché umanissime, come umane erano le note di Hey Joe, un lungo struggente urlo, una richiesta di

Le convulsioni della modernità e la caduta degli ideali universali furono denunciati sul grande prato di Woodstock. L’angelo blu di Seattle, simbolo di quella rivolta pacifica, lo comprese prima di altri. Perciò è ancora così attuale McCartney, Townshend, Beck, Richard e tutto il Gotha del pop nella seconda metà degli anni Sessanta. Al punto che non ci fu nessuno a detestarlo, foss’anche per comprensibilissima gelosia.

E del resto che cosa si poteva invidiare a Hendrix, un talento non comune, una sensibilità che trasmetteva incandescenti sensazioni agli ascoltatori, la capacità di suonare il suo strumento come se fosse un’appendice del suo stesso corpo, di far vibrare l’anima di chiunque come mai era accaduto prima ascoltando i celebratissimi Beatles, Rolling Stones, Cream, Jefferson Airplane, Led Zeppelin, e via elencando? Di Hendrix resta la musica, le performance, ma anche i testi di canzoni che sembrano uscite dall’anima di Kerouac, di Ginsberg, di Ferlinghetti, di Corso; ma anche di Eliot e di Pound. In una delle ultime diceva: «La storia di una vita è più rapida di un battito di ciglia». La sua di sicuro. E nel secondo album, quello che si apriva con una versione entusiasmante della beatlesiana Sgt. Pepper’s Loneley Hearts Club Band, in un’altra che avrebbe fatto

comprensione, un mendicare brandelli di anima nel trionfo del nichilismo conformista. «Chiamami angelo blu selvaggio. Il selvaggio angelo blu», disse a chi doveva introdurlo in quello che sarebbe stato il suo ultimo grande concerto, a Wight, il 30 agosto del 1970. Poi volò a Stoccolma e a Fehmarn, in Germania: altre scariche andrenaliche, nonostante la depressione cominciasse a farsi sentire. E infine si fece davvero angelo, in una stanza d’albergo a Londra, in compagnia di Monika, l’ultima Electric Lady che si tolse la vita il 5 aprile 1996, dopo aver trascorso venticinque anni senza Hendrix dipingendo ossessivamente Hendrix in abbracci soprannaturali con lei.

C’era e rimane il senso profondo dell’effimero nelle composizioni hendrixiane. Musica e poesia. Niente, soprattutto oggi, di più trasgressivo. Da qui la sua attualità. La sua stupefacente contemporaneità. Oggi suonerebbe e canterebbe così come lo ascoltiamo in questo album postumo. Perciò chi ebbe la ventura di assistere alla sua performance più riuscita, a Woodstock, ne fece un simbolo, tutt’altro che negativo di una generazione che Valleys of Neptune ci restituisce nella sua genuità. In quell’occasione, Hendrix impugnò come un’arma la sua mitica Fender Stratocaster bianca e, dopo essersi fermato varie volte per accordarla, si produsse in una interpretazione che sarebbe rimasta indimenticabile di The Star Spangled Banner, l’inno americano, sul ritmo di Voo-


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doo Chile. Dalla sua chitarra uscirono suoni distorti, scariche di rumori simili a lontani bombardamenti. Il bassista Billy Cox e il chitarrista Larry Lee stesero le braccia lungo i fianchi e si misero sugli attenti. Il brano catapultò gli spettatori nell’universo lacerato del Vietnam, in quelle paludi dove gli Stati Uniti stavano affondando e i suoi soldati, trasformati in vittime e carnefici allo stesso tempo, respiravano l’odore del napalm immergendosi nell’orrore. Hendrix ridestò così, la mattina del 18 agosto 1969, i superstiti della tre giorni di «musica, pace e amore» di Woodstock. Gli altri se n’erano andati, sotto un temporale improvviso che si abbattè sulle cinquecentomila persone convenute in quel luogo fino ad allora sconosciuto, vicino a Bethel, nella contea di Ulster, Stato di New York, e che fece rimandare di un giorno la conclusione della kermesse. I centottantamila rimasti s’illuminarono improvvisamente ed ebbero la percezione che Woodstock non era stata soltanto una straordinaria occasione d’incontro, un’esperienza tra le tante, come il Monterrey pop festival o la Summer of love a San Francisco, ma l’avvio di una «rivolta» pacifica contro tutto ciò che minava la possibilità esprimere i loro disagi, le loro ansie, la creatività di quella «nazione hippie» che si stava formando al di là delle convenzioni e di un «ordine» tanto sfuggente da sentirlo estraneo se non ostile.

A ventiquattro anni dalle fine della guerra mondiale, attraversati da altri due conflitti, quello in Corea e quello in Vietnam, sempre sul punto di dover prendere le armi contro il «nemico assoluto», l’Unione Sovietica, e in allarme per le installazioni missilistiche a Cuba, i giovani americani di quarant’anni fa più che esorcizzare la violenza che pervadeva le loro coscienze e voleva impossessarsi delle loro esistenze, immaginavano che un altro mondo era possibile. Ma non furono compresi. Così a Woodstock si ritrovarono il 15 agosto ragazzi e ragazze provenienti da tutte le contrade americane, richiamati dagli unici «eroi» che riconoscevano, muniti soltanto di strumenti musicali e di parole tutt’altro che «innocenti» per l’establishment che fati-

cava a comprendere il linguaggio e le aspettative di quei figli dell’America i quali si attendevano da un paese che aveva contribuito a liberare l’Europa di essere essi stessi liberati dai pregiudizi e dalla costrizione a combattere guerre che non li riguardavano: i diritti dei popoli non erano nell’agenda delle amministrazioni statunitensi le quali non avevano neppure l’alibi di voler esportare nelle risaie indocinesi la democrazia, ma soltanto assicurarsi un futuro in un Pianeta inquieto. Woodstock era stato ideato da Michael Lang, Artie Kornfeld, John Roberts e Joel Roseman, quattro «figli dei fiori» con vocazioni manageriali. Avevano in mente un’iniziativa commerciale legata alla costruzione di uno studio di registrazione da mettere su nel villaggio di Woodstock. Poi pensarono a un festival musicale da realizzare nello stesso luogo. L’impresa apparve immediatamente proibitiva. Se non fosse stato Elliot Tiber (che racconta il tutto nel suo libro scritto con Tom Monte, Taking Woodstock, Rizzoli), proprietario di un motel sul White Lake a Bethel, che si offrì di ospitare l’evento, probabilmente i giovani impresari avrebbero lasciato perdere. Ma il fondo di Tiber era troppo piccolo per ospitare una manifestazione ambiziosa. Il giovanotto non si scoraggiò e chiese a un allevatore della zona, MaxYasgur, di affittargli i suoi seicento acri (2,4 Km quadri) per 75.000 dollari. La notizia fece il giro degli Stati Uniti e la contea si trasformò in una bolgia che sorprese gli organizzatori, ma spaventò addirittura buona parte delle autorità e dell’opinione pubblica che vedeva nell’evento una gigantesca manovra «sovversiva».

Uno dei protagonisti di Woodstock, David Crosby, ha raccontato a Rolling Stone: «Pensavamo di essere tutti singoli hippie dispersi. Ma quando arrivammo là, cambiammo idea di colpo. Dal nostro elicottero vedevamo la NY State Thruway bloccata per una trentina di chilometri e una folla gigantesca di almeno mezzo milione di persone: la mente vacillava. Non era mai accaduto prima, pareva quasi che dal nulla fosse emersa una terra aliena». Al-

la tecnica dopo aver ritenuto di sconfiggere l’utopia delle ideologie e delle rivoluzioni. La sola liberazione è riconoscere la persona che agisce in una comunità di uguali cercando di sottrarsi ai condizionamenti dell’avidità. Hendrix lo aveva compreso prima di molti sociologi che, in quel suo tempo ricco di speranze nonostante tutto, non riuscirono a comprendere politicamente l’utopia di Woodstock. Per la sinistra mondiale, legata al mondo comunista, essa rappresentava una distorsione nella lotta contro l’imperialismo. Per i conservatori fu la manifestazione di un «disordine morale». Per Ernesto Assante e Gino Castaldo, che hanno rievocato quell’esperienza nel libro Il tempo di Woodstock, fu il primo grande laboratorio «di prove generali per un mondo libero». Forse fu semplicemente la realizzazione di un sogno che, comunque la si pensi, quarant’anni dopo continuiamo a portarci dentro, convinti che le convulsioni della modernità e la caduta degli ideali universali furono inconsapevolmente denunciati su quel grande prato dove si assiepò una «nazione» senza futuro.

A ventisette anni è troppo presto per morire. Ma quando si è vissuto come se ne fossero passati cinquanta, non si può che allargare le braccia e concludere che soprattutto gli ultimi quattro sono stati al di là di ogni gloria musicale possibile. Dal 1966 al 1970 Hendrix ha innovato radicalmente la musica del suo tempo. Forse si è ancora frastornati dai colori che produsse sui palchi di mezzo mondo per dare un giudizio compiuto di ciò che ha rappresentato. Quell’ostinato distorsore che dava alla Fender sonorità mai ascoltate, quella voce roca, stridula, dolcissima, tenera e graffiante a seconda del brano, quella fisicità che era spettacolare in sé e quelle note tirate all’estremo, dove mai nessuno era riuscito a portarle prima di lui e dopo di lui, quel pedale che diventava incandescente, quella vita che cercava stabilità senza di fatto volerla nella realtà: tutto questo e altro ancora resta di Jimi Hendrix, genio e tormento, rappresentazione di inquietudini plurigenerazionali, fascinoso padrone di cuori avventurosi, ribelle tra i ri-

Suonava la sua Fender come fosse un’appendice del suo corpo, tirandone fuori sonorità mai ascoltate. E le sue canzoni mendicavano brandelli di anima nel trionfo del nichilismo conformista. Per questo si fa ancora amare come un classico tro che un «incubo di fango e stagnazione» animato da «intrusi dall’aria freak», come scrisse il New York Times per correggersi qualche giorno dopo quando ammise che si trattava di «un fenomeno di innocenza» al quale quella massa enorme di giovani aveva preso parte «per avere il piacere di stare insieme, liberi di godere uno stile di vita che è in se stesso una dichiarazione d’indipendenza». C’era qualcosa di più, comunque, a Woodstock. La ricerca di fughe da una opprimente realtà piccolo borghese, per esempio, cui davano voce gli Who, Santana, Joan Baez, Joe Cocker, i Grateful Dead, Crosby, Crosby Stills Nash andYoung, Janis Joplin, i Creedence Clearwater Revival, i Jefferson Airplane, Sly and the Family Stone. E c’era anche il tentativo di denunciare, sia pure ingenuamente, la modernità, l’invasività della tecnica, il dominio dell’utile per un ritorno a un comunitarismo dalle radici rurali, a una certa idea della bellezza. Di tutto questo la musica di Hendrix era la colonna sonora. Lo è stata a lungo. Oggi è un richiamo a un modo impossibile nel quale è proibito sperare, sognare, forse addormentarsi come uomini liberi dai condizionamenti del-

belli. Perché, avvicinandosi l’età grave, non dovremmo continuare ad amarlo come si ama un classico? Me lo chiedo ascoltando Bold As Love e Gypsy Eyes e mi abbandono al sorriso e alla commozione avvicinando con la memoria adolescenziali e appassionati amori che un fuzz box (inquietante per palati deboli) esaltava rimandando melodie diversamente banali eppure appaganti per chi si accontentava di stupidi flirt, molto poco baudelairiani, molto poco hendrixiani. Diremo, noi sopravvissuti, di quella tribù guidata dallo sciamano del suono quanto gli dobbiamo. Ma è presto.Altri precursori hanno aspettato secoli per essere finalmente celebrati. Hendrix viene glorificato dall’industria discografica, ma non basta. Il mito o te lo porti dentro o lo dimentichi. C’è chi non vuole scordare neppure un accordo. Il 20 settembre 1970, su The Observer,Tony Palmer, dando conto delle lacrime di Bob Dylan, di Eric Clapton, di Mick Jagger, scrisse: «Qualsiasi cosa Mozart e Cajkovskij siano arrivati a significare per gli amanti della musica classica, Hendrix ha significato altrettanto, se non di più, per un’intera generazione».


pagina 18 • 27 marzo 2010

A più di quarant’anni dalla prima edizione, ritorna “Il corpo della ragassa” iene da dire «peccato». Peccato che Gianni Brera, il più inventivo ed estroso giornalista sportivo del Novecento italiano non si sia preso altre vacanze al mare, in quella Liguria che lui accostava al nativo Pavese cercando e ricercando anelli storici e dialettali, e non abbia fatto uscire dal suo pancione linguistico un altro romanzo come Il corpo della ragassa. Questo straordinario racconto di miseria d’anteguerra, un impasto di rugginoso rancore, di sensualità e di ottusità e povertà rurali, viene riproposto oggi da Book Time (189 pagine, 14,00 euro). Il Brera figlio del sarto-barbiere di San Zenone nel 1968 aveva un’urgenza tutta particolare: Lust zu Fabulieren, impulso a raccontare direbbero i tedeschi, lontano dalle osterie di Monterosso (Cinque Terre), piantato su una sedia del balconcino, sigaro in bocca. Piacere quasi carnale di scrivere con la sua Olivetti Lettera 22, dalle dieci di mattina fino alle tre di notte, ben sapendo che non poteva concedersi più alcuna dilazione. In venti giorni il romanzo è finito. In quelle pagine c’è il suo Po popolato di ghiaiadori, di urla dai barconi e dalle rive, invischiato dalla brina, avvolto dalla nebbia che in novembre fa in modo che quella Bassa lombarda, ruvida, acetosa e dolente, si trasformi nel paese più triste del mondo.

V

Palate di ghiaia, vino e gorgonzola, case senza il bagno, passi su scale di legno appesantiti dal vino che ottunde e slabbra i sogni, se ce ne sono, lenzuola col cattivo odore di troppi sonni, manate sul sedere di donne come se fossero asini da far trottare con tutto il loro gustoso carico di carne morbida, ragli e pianti, bestemmie e pudicizie, sesso come arma affilatissima, e unica, in dotazione alle femmine che altrimenti sarebbero solo bestie da soma. Il romanzo inizia con una sorta di indagine. Ma chi indaga si tiene dietro, non ingombra il palcoscenico dell’umanità affaticata e per fortuna sua non cosciente di alternative, sia pur modeste. Personaggi duri come il legno, se non sono donne, il cui imperativo è squallidamente semplice: vivere innanzitutto, godere di qualcosa, mangiare, lavarsi se si può, e fare l’amore.Tutto questo sotto lo scudo maledetto del lavoro che respinge il sole dell’immaginazione e dell’andare lontano. C’è l’orgoglio di denunciare se stessi come «poveri, ma non miserabili». Non sempre convince questo confine, eppure è rivendicato. San Zenone diventa San. Ma il luogo è quello, non c’è alcun camaleontismo geografico. È lì che sta Bibbiana Peroncini detta Binìn, figlia di un bracciante, maîtresse di una casa chiusa. È una quarantanovenne appesantita ma mai dimentica dei suoi «fianchi da signorina» quando faceva perdere la testa ai militari di Udine, bei tempi quelli. Dietro le persiane non ci sono solo profumi di basso costo e occhiate bovinamente maschili. No, non c’è solo carne da macello da consumare su materassi. Annota l’indagatore (alter-ego di Brera): «La gente

MobyDICK

L’amarcord

libri

di Gianni Brera di Pier Mario Fasanotti

Nel suo primo romanzo, il più inventivo giornalista sportivo italiano descrive il mondo dov’è nato e cresciuto. Un racconto di miseria, ottusità, sensualità e rancore, ambientato nella Bassa lombarda ruvida e dolente. Dove lo scrittore incontrò anche il calcio… banale taccia le puttane di grossolana idiozia, per avere sempre un lenone che le sfrutta. In verità, le sole di loro minimamente felici sono quelle che mandano i soldi a un uomo, chiunque egli sia. Così facendo si sentono vive e non proprio affogate nella professione». Binìn manda Francesca detta Cecchina, un gran seno che fa fischiare gli uomini, anche «all’americana», in casa di un ghiaiadore, tale Passlòn Aguzzi. Perché si riposi un poco. Passlòn, deformazione di Pasqualon, è un frequentatore del bordello visto che è vedovo da sette anni. Assieme a lui, in quella casa dove i bisogni bisogna farli fuori, c’è la vecchia zia e Teresa detta Tirisìn, diciannovenne. Cecchina, che conosce per istinto e per esperienza il fiato del desiderio maschile, riconosce nella ragazza la promessa di un’autonomia femminile. È il suo corpo, il «corpo della ragassa», la carta vin-

cente. Ma c’è da lavorarci sopra. Cecchina lo fa con malizia, diremmo proiettiva. In lei si specchia più giovane, a lei insegna non tanto la seduzione quanto la consapevolezza d’essere diversa da un uomo di osteria e da un mulo. Le indica un universo impreciso e lontano raccontando di quella modesta parte di mondo che lei stessa ha visitato, inventandosi un amore gentile (sarà smentita), insinuando nella mente della nuova amica che accanto all’atavica umiltà delle femmine ci può essere l’arroganza di un corpo, da giocare come un asso sul tavolo delle debolezze umane. Cecchina fa la smorfiosa, si muove con un languore connaturato ma ambiguo agli occhi di chi la osserva e la desidera. A poco a poco si adatterà a faticare lungo le rive nebbiose del «fiume traditore». Il sodalizio tra le due donne aumenta d’intensità e si impregna di complicità inusualmen-

te dolce. Tirisìn è per istinto sognatrice. Giorno dopo giorno s’accorge di molte cose. Che, per esempio, il bugliolo con il fango attorno non è cosa da signore. Che il viso può essere aggraziato dalla cosmesi. Che a ballare e a bere si può quasi perdere i sensi offrendo l’insolito spettacolo di sé. E Cecchina insiste, facendo perno sull’esperienza del proprio corpo sodo e abbondante: «Se non c’è l’amore, gli uomini sono peggio dei maiali». Eh sì, mica facile inventarselo l’amore tra fieno e ghiaia, tra faticose albe e sonni che schiantano pure l’anima. Ma c’è un girovago, un furbetto della Bassa. Erminio, sì, potrebbe essere lui.

Ma le vicende corrono e Teresìn si trova a servizio di un dottorone di Pavia, che vive con la sorella. Devoti, abitudinari, gretti. Teresa scopre com’è fatta una vera casa, spalanca gli occhi quando si trova in bagno e non sa come utilizzare ciò che le sta attorno. Il professor Ulderico Quario, cinquantenne, comincia a puntarla, dissimula la fretta, inventa un gioco teatrale segreto, ripetizione d’un copione già messo in scena nell’accogliente e dannunziana stanza da letto. E Teresìn, frastornata dai nomi francesi e dallo champagne, mostrerà tutto il suo essere «ragassa» all’untuoso, subdolo padrone di casa. La vista dei gioielli e degli abiti da sera la stordiscono: il mondo grossolanamente descrittole da Cecchina le si para davanti in versione lussuosa, ed è quindi più stordente di quanto lei potesse immaginare. La giovane donna si piega a voglie torbide, ma lo fa come un giunco delicatamente piegato da un vento sconosciuto (e ammorbante). Agisce per come è davvero, «candida fino alla bestemmia» secondo la diagnosi precisa e spudorata della sorella del medico-approfittatore. Poi la cronaca fa il suo corso, in mezzo ai «poveri che se sapessero di essere poveri sarebbero meno buoni». L’astuta tenutaria è regista occulta di tempi che rotolano fin troppo in fretta. Gianni Brera descrive il mondo dove è nato e cresciuto, dove i suoni dialettali sono anche segnaletica caratteriale. Si ricorda dell’infanzia, dei mobili del pianterreno che, per le alluvioni, erano sollevati di un metro con funi legate al soffitto, del frigorifero che non c’era ed era solo una cosa che si poteva ammirare nelle fabbriche di ghiaccio. Compare qua e là il ricordo della madre: «L’eccessiva fecondità l’aveva sfasciata, appesantendola molto. La mia infanzia è legata al ricordo scrisse il giornalista-narratore - dei suoi affanni di donna ormai vecchia e greve. Non stupisco, quindi, che mi lavasse in pratica due sole volte l’anno, a Natale e a Pasqua. L’estate non ne avevo bisogno, andavo ogni giorno al fiume». È in quella terra aspra e di stenti che Gianni Brera conoscerà il calcio, che in dialetto è fòlber. Davano calci a qualsiasi cosa, una qualsiasi gommaccia che per i mille bitorzoli rimbalzava in modo strano. Fece parte dei boy del Milan, ma il suo cuore s’intereriva quando segnava il Genoa.


video Atlantide MobyDICK

tv

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i parla poco, nei giornali, di un programma culturale snello e ben fatto. S’intitola Atlantide, storia di uomini e di mondi. Scarsa eco forse per il fatto che viene trasmesso, da La 7, a metà pomeriggio, fascia oraria inzeppata da talkshow, vecchi film e proposizione di cosette davvero marginali (senza accennare all’assenza di valide proposte per i ragazzi, almeno su Rai e Mediaset). Eppure Atlantide, sia pure supportato da mezzi non così ricchi, può competere dignitosamente con Ulisse di Alberto Angela.A condurlo è la sobria Greta Mauro, che fa da cerniera a vari interventi, perlopiù di storici e giornalisti stranieri, e non si pone mai come mattatore col dovere di stupire o far ridere: un gran pregio, oggi. Una delle più brillanti puntate della trasmissione è stata dedicata a Leonardo da Vinci, il genio poliedrico del Rinascimento italiano, in grado di passare da una sublime pittura a folgoranti intuizione di ingegneria che hanno anticipato l’odierna tecnologia. Leonardo parte con l’handicap d’essere un figlio illegittimo, figlio di un notaio e di una serva. Condizione che a quei tempi relegava un uomo o nel dimenticatoio o nella estrema difficoltà di affermarsi, anche perché nella Toscana dell’epoca chi era fuori da una Corporazione aveva la strada sbarrata. Il giovane Leonardo va a Firenze col padre e da questi viene presentato alla bottega di Andrea del Verrocchio. Qui impara alla svelta e si distingue per ingegno straordinario. Si interessa al problema di come far salire una sfera di due tonnellate sul Battistero, gli vengono affidate le commissioni di quadri, ed erano tanti visto che il Verrocchio era il principale «fornitore» artistico della famiglia dominante, i Medici. In un quadro, il «bastardo» di Vinci dipinge un angelo, di morbida fattura. Osservandolo e ammirandolo, il suo maestro, così dice una verosimile leggenda, deciderà di non prendere più in mano il pennello. La vita di Leonardo, per tutto il programma, viene spiegata e commentata da studiosi, perlopiù anglosassoni. Lo fanno con stringatezza. Forse la loro chiarezza non sarà mai eguagliata dagli accademici italiani, così proni a dissertare su strade laterali pur concettualmente interessanti. Nella Fi-

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I “pizzini” al tempo di Leonardo

web

EBAY, È L’ORA DI “MANI PULITE”

renze governata dai Medici serpeggiavano tradimenti e sospetti. Le dicerie diventavano presto condanne. La città del resto è sempre stata teatro di processi a volte inventati di sana pianta, di pettegolezzi, di ipotesi criminali.Vocazione alla maldicenza, non c’è che dire. Non a caso per le vie erano stati collocati dei «tamburi», una sorta di buca per le lettere anonime. A scadenze fisse le guardie raccoglievano i foglietti, i «pizzini» dei delatori. Poi si muoveva la magistratura, a caccia di prove. Come in altre città italiane era frequente vedere cadaveri per strada e impiccati nelle piazze. Leonardo osserverà il corpo penzolante e senza vita di un membro della famiglia Pazzi, reo di aver congiurato contro i Medici accoltellando mortalmente Giuliano, il fratello di Lorenzo (scampato miracolosamente all’agguato avvenuto in basilica). È uno dei primi autentici disegni leonardeschi, dove imperano la precisione, l’obbedienza ai particolari e la neutralità emotiva. Sarà proprio uno dei «tamburi» a mettere in difficoltà Leonardo, arrestato di notte «per crimini contro Dio», in realtà per sodomia. Accusato di aver avuto ripetuti rapporti carnali con un ragazzo di diciassette anni, l’artista-ingegnere viene processato ma poi assolto in mancanza di prove. Scriverà sui suoi Taccuini: «Nulla è più spaventoso di una reputazione rovinata». Sempre nei Taccuini si legge una frase-chiave che spiega il carattere e le abitudini dell’artista toscano: «Concepire un’idea è nobile, eseguire il lavoro è servile». Per questa ragione Leonardo non andrà a Roma. I Medici guarderanno distrattamente la sua pala d’altare sull’adorazione dei Magi. Contiene un’intuizione pittorica notevole (triangolo dentro un rettangolo), ma è incompiuta. Leonardo è stato forse assorbito dal nucleo concettuale del dipinto e non si è peritato di renderla opera finita. L’«omo sanza lettere», così come l’autodidatta di Vinci definiva se stesso, sarà un’occasione mancata sia per Firenze che per Roma. È Ludovico il Moro, della famiglia Sforza di Milano, a chiamarlo a corte. Dove resterà per ben diciassette anni.A questo punto una domanda: i nostri figli conoscono Leonardo daVinci? La sua straordinaria vita è considerata solo un vecchiume e una noia? Basterebbe proporre le puntate di Atlantide come materiale didattico. È così difficile o stravagante farci un pensiero, signor ministro? (p.m.f.)

games

dvd

SONY PRESENTA L’ANTI-EDIPO

NATURAL BORN DANCERS

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rofittatori e lestofanti hanno trovato nel web la nuova Mecca del raggiro, e per eBay è giunto il momento del classico giro di vite. I gestori del noto portale di e-commerce si avvarranno della collaborazione della National Retail Federation,per ripulire gli annunci malandrini presenti sul sito, e limitare le ingenti spese legali spesso derivate da operazioni di risarcimento in-

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iò che mai avevano osato Eschilo e Sofocle, lo hanno fatto alla Sony qualche tempo fa, quando Kratos tenta di colpire a morte il padre degli Dei, che se la scampa solo perché Atena offre la vita al suo posto. Riletture mitologiche tendenzialmente indifferenti al concetto di immortalità, che hanno fatto la fortuna dell’arcinoto God of war. E che animano anche il terzo ecla-

epigrafe che introduce la pellicola è quanto mai azzeccata: «Questo film non contiene immagini accelerate». Recita così l’incipit di Rize, applaudito documentario sui ghetti americani del celebre fotografo David LaChapelle. Un’indagine sorretta dal ritmo forsennato del krump, ballo che ha preso piede a partire dagli anni Novanta presso numerose comunità afroamerica-

Il portale di Pierre Omidyar lancia l’offensiva contro truffatori e riciclatori di merci illegali

Il terzo capitolo di “God of war” ripropone lo scontro tra Zeus e i Titani guidati dal figlio

David LaChapelle abbandona il jet set e filma i “krumpers” dei ghetti afro-americani

tentate dai clienti truffati. Alla bisogna, i vertici di eBay predisporrano inoltre una serie di controlli a tappeto e l’utilizzo di nuove tecnologie come Lerpnet e Proac, capaci di tracciare le manovre fraudolente e risalire alla provenienza delle merci. L’obiettivo è azzerare quasi del tutto l’ingente numero di prodotti spesso smaltiti illegalmente sul web perché frutto di rapine e traffici illeciti. Dopo l’appannamento registrato nei mesi scorsi, e la parziale risalita degli ultimi tempi, eBay punta tutto sulla sicurezza per riconquistare migliaia di clienti sempre più atterriti dalle compravendite sul web. È il momento delle pulizia di primavera. Garantisce Pierre Omidyar.

tante capitolo della saga. A nulla serve qui l’agnizione che fruttò a Edipo ben altri consigli: appreso che Zeus è in realtà suo padre, Kratos deduce che vuol fargli comunque la pelle. Cedevole alle lusinghe, l’episodio della trilogia ripropone gli archetipi che hanno fatto le fortune del titolo: adrenalina, iperrealismo e superomismo innalzato a vette da Olimpo. I più vanesi possono anche usufruire di un widget aggiuntivo: è possibile attribuire alla propria foto insospettabili fattezze da titano. Gli ammiratori di Annibal Caro, girino alla larga.

ne. Accomunati dall’hip-hop e dal malessere, i natural born dancers non si limitano a esibirsi in nome dell’effettismo televisivo, ma aprono uno squarcio su certi guasti della globalizzazione, che attraverso il merchandising spesso svuota di senso i fenomeni spontanei a vantaggio del puro entertainment. Le battles, autentiche tenzoni coreografiche tra gang, assorbono conflitti e sperequazioni di un mondo in cui il ballo è capace di salvare molti giovani dalla deriva. Fotografo vip, LaChapelle stavolta stupisce: «Ho sentito la necessità di filmare gente sconosciuta - ha spiegato - che vive in un ambiente problematico e che di rado è al centro dell’attenzione».

a cura di Francesco Lo Dico

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poesia

Vinicius e le parole della saudade di Leone Piccioni

(…) Ed amo te, ed amo te, amo te Come ama la bestia feroce a mordere, la femmina Come il mare allo scoglio si avventa demente. E in bramire si placa e torna sempre. Sei mia e do a te me valido e indissolubile Ogni volta afferrando fra quanto innervosisce, Dell’essere tuo l’imo, quel vortice assoluto Che fa si possa cogliere il grande fiore della tenebra.

stato annunciato che uscirà presto da Mondadori un Meridiano con tutte le traduzioni di Giuseppe Ungaretti: Omero, Shakespeare, Racine, Blake, Mallarmé, Esenin, S.J. Pers e altri, con poesia popolare e poesia dotta del Brasile con particolare rilievo per Vinicius de Moraes.Vinicius (1913-1980) era molto amico di Ungaretti e noi riprendiamo questa volta in mano il volume Poesie e canzoni (Vallecchi 1981) che contiene opere poetiche di Vinicius, con una nota e delle traduzioni dello stesso Ungaretti.Vinicius de Moraes, poeta dei maggiori del Brasile, inventore anche nell’area della musica brasiliana con Tom Jobim della «bossa nova»! Della sua poesia Ungaretti ha scritto tra l’altro: «La lontananza, l’assenza, una malinconia, crollo e inabissarsi, e pure rimasta a galla quasi lieve nebbia, velatura appe-

È

Di te amo i lunghi piedi, puerili ancora e lenti Nel tuo crearti, di te amo le aste tenere Che per soavi spirali adolescenti salgono Infinite, di esatto tocco e fremito. Di te amo le braccia giovani che abbracciano Fidenti il criminoso mio squilibrio Le disvelate mani, mani moltiplicanti Che accompagnano in frotta il mio incupito nuoto. Amo il tuo grembo pieno onda d’ombra e di piuma Onda lenta e solinga dove si va facendo esausto il mare Dove è buono affondare sino a rompermi il sangue E di amore affogarmi a piangere, piangere. In te amo i grandi occhi sovrumani Dove sondo, sommozzatore, la voragine buia Nell’ansia di scoprire, negli arcani più fondi Sotto l’oceano oceani e, più in là, la mia immagine. Ciò è anche più di quanto la poesia non osi Quando in seguito a molto mare ed in seguito a molto amore Emergendo da te, ah, che silenzio posa Ah, che tristezza cade sul tuffatore! Vinicius de Moraes dal Tuffatore (traduzione di Giuseppe Ungaretti)

na distinguibile, tale è, nonostante attorno imperversi solleone, la fonte di ispirazione della poesia di Vinicius, e una sensualità, una sessualità che lo svincola da tutto e lo annienta lungi da tutto, da se stesso, e, mentre dura, dal suo atto stesso che l’immedesima, amando nell’altra persona… Persino la donna, ossessione, incubo che perenne lo libera, gli è subito nella fantasia, nel grido carnale soffocato dall’anima pazienza disparita»: «In te amo i grandi occhi sovrumani/ dove sondo, sommozzatore, la voragine buia/ nell’ansia di scoprire, negli arcani più fondi/ sotto l’oceano oceani e, più in là, la mia immagine.// Ciò è anche più di quanto la poesia non osi/ quando in seguito a molto male ed in seguito a molto amore/ emergendo da te, ah, che silenzio posa/ ah, che tristezza cade sul tuffatore». Sono le due ultime strofe del Tuffatore nella traduzione ungarettiana.

C’è nella sua poesia, come nei versi delle canzoni, una intensa saudade tipicamente brasiliana che è insieme un accorato rimpianto ma anche una illusione commossa di felicità. Maysa, grande cantante del recente passato della musica brasiliana, ha scritto in una sua poesia di non conoscere la felicità pregandola dunque di mandarle una sua fotografia. La prima raccolta di versi di Vinicius è del ’33: Il cammino verso la distanza. Aveva vent’anni. Conobbe Ungaretti fin dal ’36 quando il nostro poeta era a San Paolo per la cattedra universitaria di Italiano (non era riuscito in Italia Ungaretti - e si chiacchiera del suo fascismo - nemmeno a trovare un posto di lavoro che gli consentisse di

mantenere la sua famiglia!). Ecco un’altra famosa composizione di Vinicius de Moraes: «Di mattina abbuio/ di giorno attardo/ di sera annotto/ di notte ardo.// Ad ovest morte/ gli vivo contro/ del sud captivo/ mio nord è l’est./ Gli altri computino/ passo per passo/ io muoio ieri// nasco domani/ vado ov’è spazio/ mio tempo è quando». Scritta a NewYork nel 1950. Entra nella carriera diplomatica e nel ’46 Vinicius parte per Los Angeles come vice console.Va in missione in più parti del mondo e anche a Roma (tra il ’52 e il ’54), a Parigi, in altri paesi del Sudamerica. Il suo amore per la musica popolare è immediato e fortissimo: di pari passo il suo lavoro di poeta procede con quello di inventore di una musica nuova. Nel ’69 decide di andarsene dal Brasile per ragioni politiche. Sono andati al potere i Generali, è stata ripristinata la pena di morte, nel paese persecuzioni e spionaggi. Dopo pochi mesi, per saudade, riparte per il suo paese dopo aver avuto qualche segnale di un vento meno tempestoso. Tornando si decise alla nuova carriera, al nuovo lavoro teatrale che da allora, infaticabilmente, lo ha portato in giro in tanti teatri del mondo. È il maggiore «paroliere» che si conosca nella musica popolare: «La felicità è come una piuma/ che il vento si porta per l’aria/ vola così lieve/ ma ha vita breve/ bisogna che il vento non cada».

A Roma Vinicius incontra di nuovo Ungaretti e lo conosco subito anch’io: diventiamo amici. Passiamo sere memorabili in casa di amici e di mio fratello.Vinicius suona la chitarra e canta le sue canzoni, Ungaretti le traduce: i giovani, le belle ragazze non possono fare a meno di seguire quel ritmo affascinante con passi di danza.Vinicius beve molto volentieri: nel suo divertente italiano dice che quando beve - non sempre si fa «vinti», «trinti» whisky al giorno. Quando esce dopo una nottata musicale porta con sé anche il bicchiere di whisky e lo beve per strada. Io certamente non gli sto dietro, ma in qualche modo partecipo ai brindisi. Ungaretti, ottantenne, ci dice: «Farete di me un alcolizzato!». Quando ho l’occasione di andare in Brasile, Vinicius mi fa affettuosamente da guida nel mondo musicale: conosco i grandi come Jobim, Elis Regina, Jorge Ben, i cantanti di Bahia guidati da Caetano Veloso e Gal Costa, un mito come Baden Powell. Vinicius ha impegni in tutto il mondo per i suoi canti: suona con Toquinho che «tocca» la chitarra in modo esemplare e con un ottimo complesso. Anche in Italia, al Sistina a Roma, o attraverso la radio e la televisione diventa molto popolare. Incide anche dischi, affiancato da Sergio Bardotti che traduceva i suoi testi in italiano, e in uno ha come corista Mia Martini. Predilige la voce di Sergio Endrigo. Sul tavolino del palcoscenico non mancano mai un bicchiere e una bottiglia. La vita sembra sgorgare da lui: la poesia, la musica, i figli, le donne, eppure Vinicius ha fatto ben poco per aggiungere anche un sol giorno al termine della sua esistenza terrena. È rimasto con noi con la sua poesia, con le sue canzoni e il suo ineguagliabile fascino umano.


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il club di calliope FARLO CAPIRE Farlo capire a chi potrà capire. Non si nasconde il carico degli anni ma l’amare è un istinto, ha la sua voce e i suoi modi, non vuole esser frainteso o respinto solo perché alla notte non manca molto. La notte concede zone di chiarore, la luna è rossa. Un cuore anche se titubante è un cuore. Cominciamo a pensare che si possa. Silvio Ramat 11 maggio 2009

UN POPOLO DI POETI Siamo dentro questo soffio Di fede in una vena d’amore, Siamo nella spiaggia del sole, Nel velo di luce, Un canto dolce che giunge Col vento di questa stagione, E ci fa stare vicini Insieme tra le verdi colline Che vediamo dal treno, Nella piana di pace c’è la speranza Che tutto ora non si fermi.

RISALENDO AL CASTELLO, A METÀ MATTINA in libreria

Mary Donci

di Loretto Rafanelli a casa rotta (128 pagine, 14,00 euro), è il secondo libro che Annelisa Alleva pubblica nelle edizioni Jaca Book, dopo Istinto e spettri, ma è bene non dimenticare che la Alleva è pure una nota traduttrice dal russo (Pu\u0161kin, Tolstoj) e ha curato la importante antologia Poeti russi oggi (Libri Scheiwiller, 2008). La casa rotta è un libro complesso, in alcune parti assai tortuoso, ma una traccia illuminante per avvicinarci a questo lavoro poetico ce la fornisce la quarta di copertina di Roberto Mussapi, allorché parla di «…un’amplificazione della realtà psichica e sentimentale, un’amplificazione perfettamente fedele alla fonte…». C’è infatti in queste poesie una singolare sintonia tra il disagio sofferto e la scrittura poetica:

L

dell’afflizione; la scrittura tuttavia non si incrina al dolore, non si lascia andare alla disperazione, al pianto, ma diviene la cronaca di un meticoloso sofferto inventario («Entrano e escono dalla tua stanza/ le scarpe bianche da fanciulla,/ il tallone nudo di una, la penna/ che sporge appuntata a una tasca,/ la martingala della dottoressa, la gala di una sottoveste che sporge/ dietro, dal camice di un’inserviente»). La seconda sezione, «La casa rotta», è quella più oscura e segreta, dove a volte il corso dell’opera assume quasi i contorni di una inquietante sinistra filastrocca («Vero che la sveglia scende coi tacchi sui gradini./ Vero che sui mobili la notte per ultima dispare./ Vero che stiamo stretti, anche nel letto./ Vero che la martire cristiana ripo-

Prima si guardava il cielo Nel vetro del respiro Andando sulla traccia della luna Mi chiedo cosa si ripone nelle tasche Del dubbio della storia di noi tutti Nella storia mia che non so.

Daniele Felloci

Nella seconda, complessa raccolta di Annalida Alleva, una singolare sintonia tra disagio e scrittura poetica: il verso assomiglia a un battito secco, il battito del dolore il verso ci appare come un battito secco, il battito del dolore. I versi sono brevi e incisivi, conclusi spesso col punto, quasi come ci fosse una indicazione obbligata. Come se ci fosse una lama che penetra nella più grande solitudine. Oppure la goccia della flebo che evidenzia la toponomastica di una malattia. Fino a divenire un incubo, un’ossessione. E il lettore non potrà che perdersi nel labirinto che la Alleva abita. Nella prima sezione, «Sogno chimico», a nostro avviso la parte più bella, c’è il racconto di una degenza di una persona amata in una clinica e il conseguente andare e venire dal luogo

sa…»), e il disagio appare più marcato e il linguaggio assume connotati marcatamente asfittici e dolenti. La terza parte, «Castellane», che ha anche una versione in inglese, scritta dalla Alleva nel castello di Hawthornden, in Scozia, dove la proprietaria ospita scrittori da tutto il mondo, pur venendo da un luogo suggestivamente chiuso, paradossalmente appare più distesa e lineare, la voce qui si fa più calma e distesa: «Nessuno potrà mai togliermi la felicità/ di scendere le scale che dalla biblioteca/ riportano al castello, sempre bagnate/ e costellate di licheni, a metà mattina…».

Quando un uomo solo dice io sono tutto allora stai attento mio piccolo figlio quando un uomo si incorona senza averne diritto stai attento non sai quando il sole sorgerà domani e dopo domani.

Renzo Priami

«Un popolo di poeti», che ogni sabato esce sulle pagine di Mobydick, è dedicata ai lettori. Chi voglia inviarci versi inediti, troverà accoglienza nella nostra rubrica. L’indirizzo al quale spedirli è: liberal Mobydick, Via della Panetteria 10, 00187 Roma


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pagina 22 • 27 marzo 2010

mostre

Da Lenci all’informale il magistero di Torino

è un «momento», nell’intelligente mostra su Torino Sperimentale 1959-1969, curata da Francesca Pola e Giorgina Bertolino, in cui il visitatore si trova, quasi fosse un diaframmaintercapedine epocale vivente, tra una magnifica opera, poco vista, di Fontana, Cielo di New York, Metallo 1962, sbrecciato e ferito dai colpi sventranti di martello (come si evince da foto storica, targata Gazzetta del Popolo) e un frammento del denso e complesso documentario Rai (altri tempi!) girato da Rossellini per l’evento anniversario Italia ’61. Con consulenza di Carlo Casalegno, sceneggiatura di Valentino Orsini e testo di Vittorio Gorresio, editorialista della Stampa. È il momento finale dell’intervista alla solita, povera vittima predestinata, nel ruolo espiatorio di Esemplare Emigrata Meridionale Che Non Sa Bene Dove Si Trova, una settantenne sdentata, che pare una centenaria d’oggi, e che dovrebbe a fiammifero reagire alle esigenze del petulante microfono sondante. Che vorrebbe in lei veder incarnarsi la Rappresentante Tipica del Disorientamento Geografico. Non soltanto è difficile cavarle una parola, a quelle (ri)inchieste per lei legittimamente ostrogote e moleste, ma è meraviglioso e commovente vedere come guarda rapita «come dondola», quell’insulso, stregante serpente del microfono antidiluviano. Che voleva pungerla e pinzarla con le domande sociologiche e ora, pendolarmente raggiunge i parenti, raccolti intorno a corona, così che vedendoli presentarsi, lei si mette a strepitare fuori sincrono, guastando la festa preparata all’intervistante. Che esalta il ruolo fiat et lux di Tori-

C’

arti

di Marco Vallora

no, schiusa da sempre ad accogliere a braccia aperte gli «stranieri», con la «buona moneta» della solidarietà e il «sacrificio» dell’imprenditorialità nobiliare. Forse bastava orientare di qualche grado la cinepresona, per scoprire i terribili cartelli anteleghisti che sconsigliavano ai meridionali di cercare accoglienza d’affitto in quelle case benportanti. Quello che è palpabile, il quel «momento» cruciale, è la distanza abissale tra un mondo antico e arcaico, pasoliniano, che s’avvia precipitosamente a industrializzarsi, selvaggiamente, e un’arte ipersofisticata e decadente, che cerca in qualche modo le sue violente vie di fuga (le martellate di Fontana parlano, anzi, risuonano chiare). E quel microfonoserprente, fantasma emblematico, è un segno magnifico e quasi sciamanico di bigamia impossibile (Beuys nelle vicinanze). Tutto questo alla mostra di Bolaffi, dedicata ad alcune opere sintomatiche, che segnalano vistosamente il ruolo innovatore, e forse non mai riconosciuto abbastanza, della Torino artistica post-guerra fredda. Che con mostre, cataloghi, proclami, fogli, film, gallerie private preveggenti e nuove istituzioni emergenti (la nascita della futura Gam) e una corona lussuosissima d’intelligenze spesso in guerra tra loro dialoga con l’arte e le forze rivoluzionarie internazionali, «lanciando» l’Arte Povera. Facendo conoscere precocissimamente, rispetto ad altre italiche città: Bacon, Hartung, la Nevelson, Vieira da Silva,

Mathieu e tutta la storia dell’informel cosmopolita (grazie al franco-torinese Michel Tapié, imparentato Toulouse-Lautrec). Vivacità di Torino, nell’editoria, nell’arte, nella musica, nella grafica, nell’architettura, nella storia della museografia, nel cinema sperimentale, nel design, nella filosofia, nella storia della regia e nei movimenti politici intorno al ’68. Ma non è una improvvisa novità e c’è un’altra mostra, a Torino, che, proprio perché paradossale, nel confronto, mette in luce un periodo precedente, ma assai importante del gusto e dell’imprenditorialità torinese, questa volta nella storia della ceramica da tinello (senza nessun intento dispregiativo) e del pre-design artigianale. Stiamo parlando della Ars Lenci (i collezionisti di pezzi déco e di modernariato sanno bene di che si parla), la stessa che lanciò intorno al 1919, anno di fondazione, le fortunate bambole di pezza e di panno (appunto Lenci), che fecero furore nelle stanze infantili delle case piccoloborghesi ma anche nelle riviste alla moda, del gusto casalingo. Non stupisce che a parlare per primi di questa micro-scultura da tavolino e specchiera da entrata, con coniglietti country e belve esotiche, sciantose vamp, scatole da cipra a dado in ceramica variopinta, Marlenes Dietrich in frac (negli stessi giorni del successo di Angelo Azzurro) e firmate tutte da artisti di nome, come Chessa, Sturani, Deabate, fossero proprio le riviste sofisticate d’architettura, come (ancora) Casa Bella e poi Domus, di quel Giò Ponti, designer-déco assai vicino a questi esiti, con la sua linea di porcellane Richard Ginori. C’è una frase pubblicitaria, coniata da Eco, che mi torna in mente e che non so se sia vera o solo lambiccata, e che sostiene che «l’Italia senza Torino sarebbe stata assai diversa, mentre non è dato esser vero il contrario». Non so se sia condivisibile, ma è facile capire che Torino, in effetti, con la sua imprenditorialità imprevedibile e la sua eccentrica originalità, nella storia del gusto moderno, ha un suo ruolo più importante di quanto forse si continui a pensare.

Torino Sperimentale, Torino, Sala Bolaffi, fino al 9 maggio; L’avventura Lenci. Ceramica d’arredo 19271937, Torino, Palazzo Madama, fino al 27 luglio

diario culinario

Trani, gusto e tradizione oltre la Procura di Francesco Capozza elle scorse settimane il nome di questa cittadina ha evocato per lo più uno strano mix tra politica e magistratura. Invece Trani è una città dove il cibo (il buon cibo) e il vino sono spesso una delle gioie più belle sia per i suoi cittadini che per i turisti. Certo,Trani vanta centinaia di ristoranti, pizzerie, ristorantipizzeria, taverne e trattorie, osterie e ovviamente hostarie, enoteche e wine bar e champagnerie, pub, birrerie, cervecerie, bodeguite, churrascherie, locande, agriturismi, sale banchetti, circoli privati, semiprivati, pseudoprivati con uso cucina, bistrot, brasserie, glieglierie, per un numero di coperti doppio rispetto a città del Nord o dell’interno di dimensioni quadruple: un fenomeno che va al di là di ogni umana

N

comprensione. Ovvio che per non sbagliare si mangi da mammà. Lo dice anche Carlin Petrini di Slow Food che per esperienze gastronomiche autentiche bisogna ormai rifugiarsi nelle case private, dove non entrano i vigili, l’ufficio igiene, le normative europee, le tasse, i clienti che chiedono gli gnocchi al salmone. Nulla di ciò che ha veramente valore può avere un prezzo e così le traneserie migliori si sono mangiate gratis: il polpo crudo a casa di un avvocato amico di famiglia, i totani ripieni cucinati nel forno a legna (d’ulivo) a casa di un noto farmacista, le cartellate col mosto cotto a casa di una lontana zia di amici e compagni di viaggio. Solo i dilettanti possono tendere al sublime, i professionisti devono far quadrare i conti. Una sera ogni tanto è perciò legittimo andarsene in giro per verificare i co-

stumi alimentari dei contemporanei. L’indirizzo giusto perché la conoscenza non diventi sofferenza è Corteinfiore, in via Ognissanti, tra la chiesa dei templari e Santa Teresa, nel cuore di Trani vecchia. Si mangia in un antico hortus conclusus, con alberi di agrumi e di altri frutti, che d’inverno viene coperto da un gazebo riscaldato. A parte certi scampi danesi enormi che se non ci fossero sarebbe meglio (ma che comunque vengono chiamati onestamente col loro nome, surgelati), tutto il resto è pesce pescato e sbarcato qui davanti ogni mattina. Si comincia col crudo: ostriche, ricci, cozze pelose, vongole, noci e tagliatella (seppia tagliata a listarelle), che in terra di Bari non prevede complicazioni e leziosaggini giapponesi. Unico condimento: il profumo del mare. Il pesce-pesce (rombi, sampietri, ombrine...) te lo mo-

strano prima di consegnarlo al cuoco, come da ottima regola in disuso. I primi sono di pasta fatta in casa da qualche loro signora, forse la stessa artefice di dolci meravigliosi come la sfoglia e l’amatissimo babà. Il vino: dimenticare il Riesling italico di un’aziendola nordica dal nome incitabile offerto come aperitivo, tralasciare certi rossi monumentali messi in carta senz’altra logica che quella perversa del «chillo ca costa ’e cchiù», lanciarsi invece sul Gravina di Botromagno, uno dei migliori bianchi pugliesi, o sulle bottiglie ischitane di Casa D’Ambra, in primis la Biancolella base che come c’era da aspettarsi è più scorrevole, spensierata e socievole della versione superiore,Vigna Frassitelli. Sui 35,00 euro.

Corteinfiore, Trani (Ba), via Ognissanti 18, tel. 0883 508402


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27 marzo 2010 • pagina 23

fotografia

Quei pionieri della riproduzione multipla

a selezionatissima e preziosa mostra allestita al Petit Palais, promossa dall’Atelier de Restauration et de Conservation des Photographie (Arcp) di Parigi, con la collaborazione della Fondazione per la storia della fotografia Alinari, ripercorre gli anni del pionierismo sperimentale della riproduzione meccanica (e chimica) della realtà, poco prima che essa assumesse la denominazione di fotografia. Questa parola infatti nasce e si afferma in concomitanza con l’invenzione del pro-

L

archeologia

di Marzia Marandola cesso negativo-positivo e l’adozione della carta come supporto in luogo del metallo: dunque nei tardi decenni dell’Ottocento. L’incubazione di questo processo è lunga e costellata di interrogativi: qual è il supporto che meglio e più a lungo conserva l’immagine? E quale conferisce maggiore qualità alle sfumature cromatiche e all’incisione dei contorni? Occorreranno decenni di esperimenti di appassionati, professionisti e dilettanti, prima di approdare alla fotografia stampata in positivo su carta da un negativo su supporto di carta cerata, di vetro o altro materiale. Antenati prossimi della fotografia sono il Callotipo, brevettato nel 1840-41, il Dagherrotipo, fotografia in copia unica impressa su un supporto metallico; il Collodion, un negativo impresso su una placca di vetro, brevettato nel 1851 da Frederick Scott Archer. Oggetto della mostra sono i primi esperimenti che si tennero in Italia, scrigno di tante opere artistiche, per tentare la riproduzione multipla di sculture, architetture e paesaggi. Si tratta di una riproduzione volontariamente soggettiva, dettata da una personale visione artistica del fotografo che interpreta la seduzione e si misura sulla bellezza del soggetto rappresentato. Esemplare di tale attitudine

è lo stupefacente negativo su carta di Vero Veraci, un artista fotografo fiorentino vissuto nella prima metà del XIX secolo, del quale è esposto il ritratto della statua in bronzo di Perseo di Benvenuto Cellini. Drammatizzata da un fondo notturno e da ritocchi di guache apposti sul retro dell’immagine, così da rendere ancora più evidenti le tensioni muscolari del magnifico corpo dell’eroe, l’immagine suggerisce impressionanti effetti di luce.

Ancora all’arte fiorentina fa riferimento la sorprendente riproduzione della cupola gonfiante di Santa Maria del Fiore di Brunelleschi stagliata su un cielo color rubino, negativo su carta di Eugène Piot datata al 1851. Accanto a opere di squisita eleganza artistica, che gareggiano con il soggetto da riprodurre, sono esposte immagini con un carattere più descrittivo e di testimonianza storica. È il caso della foto delle mura di villa Sciarra a Roma sbrecciate dai cannoneggiamenti del 1848 di Frédéric Flachéron o della porta Regia di Palermo parzialmente schermata da barricate improvvisate: 1860 è la data dell’immagine che si associa ai moti per l’unificazione nazionale. Accanto alle riproduzioni artistiche si affiancano ben presto anche ritratti, come quello di un trombettista o quello, venato di pittoresco, del pescatore. Complemento utilissimo dell’esposizione, che ha un efficace sottinteso didattico, sono le spiegazioni delle tecniche fondamentali di preparazione della carta per il negativo e il positivo, dello sviluppo, del lavaggio e della tiratura.

Eloge du Négatif. Les débuts de la Photographie sur papier en Italie 1846-1862, Petit Palais Paris Musées, fino al 2 maggio

L’aroma del vino nei simposi di Morgantina a Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma espone al Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo (fino al 23 maggio) uno straordinario complesso di argenti che compongono il «tesoro di Morgantina», dal nome della città siciliana dove furono portati alla luce da scavatori clandestini. E l’occultamento nella cosidetta Casa di Eupolemos (un nome scritto in greco) di questi argenti di epoca ellenistica che miracolosamente erano sfuggiti al saccheggio operato dai Romani nel 211 avanti Cristo, è stata una fortuna perché diversi studiosi hanno potuto dimostrare la loro provenienza dalla splendida polis siculo-ellenizzata di Morgantina che all’epoca faceva parte del piccolo e ricco regno di Gerone II (275-215 avanti Cristo). Secondo alcuni studiosi il tesoro sarebbe appartenuto a Hierofante, sommo sacerdote di Demetra e Persefone. Oggi il rientro in Italia dopo trent’anni, dal Metropolitam Museum of Art di New York dove erano conservati, è stato possibile grazie a un accordo tra il Ministero per i Beni e le Attività culturali e il museo statunitense. La storia pubblica di questi

L

di Rossella Fabiani argenti comincia nel 1984 quando il Metropolitan annunciò con grande clamore l’acquisizione dei 16 oggetti, risalenti al III secolo avanti Cristo, ritenuti tra i più raffinati argenti ellenistici noti della Magna Grecia, indicandone genericamente la provenienza da Taranto o dalla Sicilia orientale, e l’acquisto con una spesa di 2 milioni e 700 mila dollari dal commerciante Robert Hecht negli anni 1981-1982 e 1984. Le indagini del Nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri insieme alle ricerche archeologiche condotte da Malcolm Bell III e agli studi specialistici di Pier Giovanni Guzzo, hanno confermato l’identificazione della provenienza degli oggetti da scavi clandestini nell’antica città siculo-greca di Morgantina. Al valore effettivo che gli argenti possiedono si deve aggiungere quello storico, relativo cioè alla formazione della collezione nell’antichità, ai passaggi di proprietà, al modo di accumulare beni preziosi e farne tesoro, tanto da volerli proteggere in circostanze di pericolo. Infatti, è probabile che il proprietario li abbia nascosti sperando di poterli recuperare. Ma soprattutto questi argenti testimoniano l’espressione artistica del mondo ellenistico del III secolo avanti Cristo che aveva i due poli più importanti a Siracusa con Archimede e ad Alessandria d’Egitto con la prestigiosa Biblioteca e i suoi studiosi, tra cui Eratostene. I sedici manufatti del tesoro di Morgantina sono in argento dorato, alcuni composti da più elementi. I pezzi sono di produzione e cronologia diverse, for-

se acquisiti progressivamente, passando di mano, tesaurizzati e infine raccolti per essere nascosti. Nove degli oggetti sembrano destinati al simposio: le due grandi coppe (mastoi) con piedi a forma di maschere teatrali dovevano servire, secondo l’uso greco, a mescolare il vino con l’acqua e con altre sostanze aromatiche; la brocchetta (olpe) e l’attingitoio (kyathos) a servirlo, infine, le quattro coppe (tre con medaglione sul fondo, una con decorazione a reticolo) e la tazza a due anse (skyphos), a berlo. Ma ci sono anche: due contenitori

muniti di piede e di coperchio (pisside), uno con una lamina decorata a sbalzo con la raffigurazione di Demetra che tiene la cornucopia e Trittolemo, l’altro con la raffigurazione della Dea Sikelia in atto di lanciare un masso di pietra lavica; una brocca con il corpo allungato e l’imboccatura rotonda (olpe); un altare cilindrico e una coppia di corna. Dopo Roma, il complesso di argenti dal 4 giugno verrà esposto al Museo Archeologico regionale Antonino Salinas di Palermo per poi arrivare nella loro sede definitiva: Morgantina.


ai confini della realtà Do you speak cornish?

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i misteri dell’universo

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essuno conosce quale sia il numero di lingue esistenti nel mondo, e questo per due ragioni: la definizione di lingua in alternativa a dialetto è un problema complesso passibile di diverse soluzioni, ed esistono popolazioni isolate il cui linguaggio non è stato mai studiato. La tendenza generale è tuttavia verso la perdita della ricchezza linguistica per vari motivi. Una lingua parlata da poche persone e sopravvissuta per millenni in regioni isolate può essere perduta quando tale popolazione entra in contatto con altre più numerose e più «civilizzate»; allora spesso le giovani generazioni rifiutano la lingua degli avi.

N

Vediamo alcuni casi di perdita di lingue in tempi moderni. In Gran Bretagna è scomparso, da circa un secolo, il cornish, variante del celtico nella penisola di Cornovaglia; sopravvivono varianti nelle Highlands scozzesi e anche qui la scomparsa appare prossima (chi scrive, negli anni Settanta nel villaggio di Achnasheen, sentì parlare fra i locali solo tale lingua). In Irlanda il celtico è lingua ufficiale, con l’inglese, ma è parlato da una minoranza sempre più ridotta. In Italia, in Aspromonte, nell’Ottocento si trovavano villaggi dove la parlata era ancora il greco antico di migrazioni antecedenti l’epoca platonica, ben diverso dal greco relativamente moderno della cosiddetta Grecìa salentina, originato da migrazioni dopo la conquista turca di Costantinopoli. Anche queste parlate dell’Aspromonte sono ora perdute. Nella prima metà del Novecento esistevano in Unione Sovietica una trentina di lingue del gruppo ugrofinnico, dove le principali sono ungherese e finlandese. Alcune di queste erano parlate in sperdute parti della foresta russa da poche centinaia o addirittura poche unità di persone, e sono ora certamente Fuori estinte. Europa il quadro delle estinzioni è ancora più ampio, con tante lingue amerindie, africane e asiatiche scomparse. Cito due casi. Il primo, quello degli Ik, studiati solo brevemente e superficialmente da Colin Turnbull. Erano una popolazione africana non bantu, localizzata su un monte sacro al confine di Sudan, Uganda, Kenya. Erano cacciatori, ma quando gli inglesi trasformarono il loro territorio in un parco, fu loro proibita la caccia, dovettero divenire servi dei Masai e si fecero essenzialmente morire di fame. La loro lingua era una variante dell’egizio antico, le loro caratteristiche antropometriche simili a quelle degli

di Emilio Spedicato egizi. Forse, quindi, vivevano nella regione originaria degli egizi…

Ancora non minacciata di estinzione a breve, ma la cosa non si può escludere, è la lingua degli Hunza, localizzati in una valle, un tempo remota, fra Pakistan e Cina, ora accessibile con la Karakorum Highway. Questa lingua, detta Burushaski, è forse la più complessa lingua al mondo, in quanto, ad esem-

gno, proveniendo dalla regione dei monti Bororo del Kirghisistan, e che si sono installati nella valle che sembra corrispondere geograficmente al Giardino dell’Eden… Non meno notevole è il caso di villaggi nella regione del medio Fiume Giallo, dove le donne parlavano, ancora negli anni Cinquanta, un linguaggio proprio segreto, con una scrittura propria segreta. Tale scrittura e linguaggio, con l’arrivo

È una variante del celtico nella penisola di Cornovaglia, ma è scomparso da circa un secolo. Stessa sorte capitata a molte altre lingue conosciute dagli avi e rifiutate dalle giovani generazioni. Dall’Africa alla Siberia, alla Cina. Ne restano comunque 6909... pio, il nome di un oggetto non è fisso, ma dipende dalla sua relazione con gli oggetti vicini. Sino a qualche tempo fa la si riteneva una lingua unica e isolata, ora sono state scoperte delle relazioni con il basco e lingue similari in Siberia, quale il Na-Dene. Gli Hunza, che chiamano se stessi Bororo, sono solo circa 40 mila… e ci sono elementi per dire che arrivarono in quel luogo dopo essersi accodati ad Alessandro Ma-

del comunismo, fu rifiutata dalle giovani, e quel che resta è stato recuperato dagli studiosi dalle donne anziane. Un ritrovamento incredibile si è avuto con la scoperta di una tomba, datata oltre 4000 anni fa, dove questa scrittura segreta appariva, essenzialmente immutata. Scoperta che apre la questione di chi abbia originato la scrittura, forse qualche donna… Nel secolo passato si sono perdute

centinaia di lingue. Miracolosamente ogni tanto se ne scoprono, come avvenuto recentemente nelle regioni della Cina di più difficile accesso, in prossimità del Tibet, nelle province di Yunnan e Szechuan. Qui si sono ritrovate una settantina di nuove lingue, parlate da gruppi di qualche decina di migliaia di persone al massimo, localizzate in villaggi situati in vallate isolate e foreste. Isolamento che è stato fondamentale per la condi servazione queste lingue. Di questa scoperta è autore l’australiano Jamin Pelkey e la notizia è apparsa su un numero di Science. Il governo cinese ha quindi aumentato il numero delle lingue ufficiali della Repubblica da 56 a 134. Pelkey ha per ogni nuova lingua un dizionario di 1200 parole e sta traducendo la Bibbia in queste lingue, senza opposizione da parte del governo cinese.

Concludiamo osservando che secondo il volume Ethnologue delle lingue mondiali, queste sono attualmente 6909. Numero certo variabile, ma con un trend inevitabile orientato verso la diminuzione.a

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