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INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

LA VITA IN BURLESQUE “Tournée” di Mathieu Amalric

di Anselma Dell’Olio ournée è un film di Mathieu Amalric, autore e protagonista te», ma non è così. Più volte vediamo un avventuriero dal carattere complicato Premio del film che ha vinto il premio per la regia a Cannes nel 2010. È stain cerca di riscatto, prendere l’occasione e smantellarla con le sue mani in ta una bomba al botteghino francese, ma potrebbe avere più diftempo reale. È opportunista e spavaldo, bugiardo impenitente, uno alla regia ficoltà all’estero, dove il regista è meno noto e il film senza scrocca soldi e spinte che non dice mai grazie, né tanto meno si a Cannes nel 2010, star. Joachim Zand (Amalric), ex produttore tv, torna in patria scusa per il panorama di rovine che lascia sul campo. Al il film su un impresario dopo una lunga assenza come impresario di una troupe contrario, si ripresenta sul luogo del delitto e chiede di spogliarelliste della New Burlesque - cinque donaltri favori, dopo aver puntigliosamente distrutto di una troupe di insolite spogliarelliste ne (e un uomo) autodidatte, orgogliose della lol’amor proprio dell’interlocutore che dovrebha una carica esplosiva di tutto rispetto. ro autonomia, con corpi generosi e affascinanbe aiutarlo. Amalric nei titoli si è cavallereti nella loro stravagante, sfacciata, sensuale imperscamente messo dopo le sue star, ma non vi è Dietro cui si può leggere eroismo fezione. Sono persone mature, con fallimenti alle spalle dubbio che il suo vero obiettivo è la figura del produtanarchico anticonformista con e, come Zand, in cerca di una seconda chance. Il retroterra tore, strafottente e spocchioso anche quando chiede aiuto elementi del miglior a gente che ha bistrattato e fregato in passato. Le sue «ragazdelle girls è appena accennato (ma impresso su corpi e visi) ma è ze», però, illuminano l’avvitamento coatto di un uomo esuberante, chiaro che Zand se l’era svignata lasciando dietro di sé terra bruciata e femminismo... scorticante, originale e dannato. macerie fumanti. Si è scritto che la sua caduta era «per ragioni mai chiari-

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Parola chiave Timore di Sergio Valzania Blake, il nuovo uomo-macchina di Stefano Bianchi

SAGGI

A come amore (da Pompei a Jeff Koons) di Pier Mario Fasanotti

Attilio Piccioni, la scelta occidentale di Gabriella Fanello Marcucci Torna Pennacchi di “Mammut” di Maria Pia Ammirati

Al Luna Park con Caravaggio di Marco Vallora


la vita in

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Ricorda lo straziante e bellissimo Il padre dei miei figli di Mia Hansen-Love, basato sulla biografia di Humbert Balsan, produttore di canaglie d’essai come Lars von Trier; dopo il fallimento della sua Moon Film nel 2005 si è tolto la vita. Amalric dice di essersi ispirato a questo e altre fonti, tra cui il libro di Colette sulle sue esperienze di cabarettista che si esibiva nuda, L’envers du Music-Hall, e Assassino di un allibratore cinese. Nel film di John Cassavetes (1977), Cosimo Vitelli (Ben Gazzarra) è padrone di un locale di striptease. Zand, come Vitelli, porta la camicia sbottonata sul petto e quando ha qualcosa di intimo da dire alle ballerine, usa il microfono. Dall’autrice di Chéri, il regista ha preso l’affetto per donne fuori misura e fuori dei binari borghesi, che apprezza per l’attaccamento al lavoro, l’ordine e la pulizia che riescono a mantenere in vite zingaresche, e per l’indipendenza, la normalità e il buon senso di anticonformiste doc. C’è il femminismo migliore in queste spacciatrici di sensualità, come negli affettuosi e mai sentimentali ricordi di Colette, che celebra la liberazione da «mariti contrariati per la cotoletta troppo cotta». Se l’impresario s’azzarda a criticare le loro performance, le ballerine lo azzittiscono; ha solo pagato i biglietti aerei.Tutto il resto: copricapezzoli a elica, l’enorme pallone copritesta con scoppio orgasmico e tutto il resto, è roba loro e solo loro. Le ha scritturate così e il pubblico le adora; i suoi apprezzamenti può ficcarli dove non batte il sole (sono severi ma mai triviali). Da adulte, non rispondono nel merito (riconoscono l’insulto come un pretesto per dominarle) ma lo rintuzzano sul metodo, offensivo e maschilista.

La troupe è capeggiata (perché ha più spazio nella storia) da Mimi Le Meaux (la big blonde Miranda Colclasure), dalle burrose curve tatuate e gli enormi ventagli di piume; poi c’è Kitten on the Keys ossia Micio sulla tastiera (la bruna/rossa Suzanne Ramsey), stripper e pianista comica, Dirty Martini (Linda Maraccini, biondona), con il nome d’arte più spiritoso e le nappe rotanti sulle zizze, Julie Atlas Muz (Julie Ann Muz), discola impertinente, Evie Lovelle (Angela de Lorenzo) bruna e sinuosa, e Roky Roulette (Alexander Craven), unico artista maschio che si spoglia vestito da Louis Quatorze. Li incontriamo appena sbarcati in Francia per una serie d’ingaggi lungo la costa occidentale: Le Havre,Toulon, La Rochelle, Bordeaux, Nantes e Charente Maritime. Vediamo i fantastici (e autentici) numeri nei diversi teatri, un comico, carnale, variopinto rivisitato burlesque, che poi discende dal music hall gallico. (Amalric dice d’aver scelto le americane poiché «le francesi non hanno sense of humour», e la dialettica America-Francia, ottimismo naif contro cinismo perverso, è un sottotesto del film). anno IV - numero 11 - pagina II

Amalric ha organizzato un’autentica tournée per riprendere dal vivo lo spettacolo «fatto più per piacere alle donne che agli uomini» come dicono le pupe. Il pubblico femminile che accorre si sente legittimato (empowered si dice oggi) dall’allegro, spudorato carnevale di grazie femminili. Le loro forme materne e morbide sono lontane dalle immagini di donne levigate, toste, efebiche e ritoccate col photoshop, abitualmente propinate come modello unico universale. Il loro sexy show è più casto del sudato sesso simulato intorno al palo della lap dance; ottengono lo stesso risultato, ma con spirito e gioia di vivere. Le tifose gorgheggiano: «Ho rifatto il tuo numero per mio marito; è quasi svenuto dal piacere. Grazie!». Il ritorno in patria è tutt’altro che una marcia trionfale per l’impresario che sogna la risalita. La delusione più dolorosa per Joachim è il ritiro del teatro in cui lo spettacolo doveva debuttare nella capitale. Era l’esca che aveva convinto le sue dive a seguirlo in Francia, e per lui un rientro alla grande. Non ci riesce, perché prima di chiedere aiuto a suo fratello François, produttore tv anche lui, lo insulta («I tuoi programmi fanno schifo») e poi insolentisce Chapuis (Pierre Grimblat), il padrone del teatro che gli serve per lo show e al quale in passato ha dato dei bidoni. Con François (Damein Odoul) finisce a cazzotti e Joachim le prende, com’è giusto che sia. Non s’ammazza come Balsan, ma è causa del proprio mal come lo era l’elegante ex ragazzo di buona famiglia (a differenza di Zand sempre gentile e garbato, ma come lui fissato e frenetico) andato in rovina perché non esercitava sufficiente polso con i capricciosi autori che ammirava e subiva e che lo dissanguavano. Non sembra questo il difetto di Zand, anche se la sua soluzione per tutti i problemi, specie se si tratta d’insubordinazione della truppa, è comprare più champagne («Mettilo in conto alla mia camera» dice al suo assistente Ulysse - Ulysse Klotz - quando è a Parigi e le riottose ragazze vogliono fare le ore piccole invece di andare a dormire; «oppure in conto alla tua, tanto è uguale»). Come il suicida, però, è sempre attaccato al telefono, sempre in mezzo a guai finanziari, debitori incavolati e persone utili che ha mortalmente offeso. È proprio quello che succede con la funzionaria tv (ed ex fidanzata) che passa a trovare in clinica e dalla quale vorrebbe una mano. È appena stata operata per un cancro al seno («Me li hanno tagliati, zak. Il culo ce l’ho ancora intatto però», dice. Non proprio il momento per chiedere un favore). Lei gli domanda (si domanda) perché Joachim l’ha strapazzata. Lo amava, credeva in lui e per ringraziamento si era comportato come uno stronzo. La visita per chiedere aiuto a una ex appena uscita da un intervento devastante (e mai più rivista dopo averla strapazzata) è la ciliegina sulla torta dei suoi rapporti umani

burlesque bislacchi. È un padre disattento, distratto e spesso assente di due maschi di otto e dieci anni: Balthazar e Baptiste (Joseph e Simon Roth). Li va a prendere al bar sotto casa, dove la madre, che non lo vuole vedere, li ha lasciati. Il barman offre ai ragazzi dei panini e Zand li respinge offeso: «Offro ai miei figli una colazione vera», ma poi li porta in un fast food a papparsi Kentucky Fried Chicken (a Parigi!). Non hanno nessuna voglia di andare col padre, che non vedono da chissà quanto. Li porta in provincia dove la troupe non ha apprezzato l’improvviso abbandono, ma quando Baptiste si fa beccare dalla polizia in giro da solo di notte, decide di rispedirli a casa prima del previsto. A quel punto i pischelli sballottati non hanno voglia di tornare dalla mamma («Ci venga a prendere lei se le manchiamo tanto») ma il paparino niente; li mette sul treno da soli con imbarazzanti cartelli intorno al collo con nome e recapiti in caso d’emergenza o smarrimento. La sua vera famiglia, se ne ha una, è il lavoro, la sua ossessione.

TOURNÉE GENERE COMMEDIA, DRAMMATICO

DISTRIBUZIONE NOMAD FILM DISTRIBUTION

DURATA 111 MINUTI

REGIA MATHIEU AMALRIC

PRODUZIONE FRANCIA 2010

INTERPRETI MATHIEU AMALRIC, JULIE FERRIER, ANNE BENOIT, DAMIEN ODOUL

Amalric è un bravissimo attore (tre Cesar, gli Oscar francesi) che abbiamo amato in Il re e la regina e Racconto di Natale di Arnaud Desplechin (di cui è musa e alter-ego), Munich di Steven Spielberg e molto altro, ma è come protagonista di Lo scafandro e la farfalla che traccia un altro magnetico, brillante, egocentrico di talento, abbattuto dalla famigerata tegola in testa. In quel caso non era un fallimento, ma una sincope che lascia Jean-Dò Bauby, direttore rampante e donnaiolo, vigile e prigioniero dentro se stesso. Quello di Julian Schnabel era un film «di regia» come Tournée, e ha avuto lo stesso premio a Cannes. Il film di Amalric è episodico, un susseguirsi di piccoli eventi con effetto cumululativo, e un tormentone che ci affratella: Zand non sopporta l’inquinamento musicale onnipresente in bar, ristoranti, alberghi, ma farlo togliere è un’impresa. Con la crisi, i dipendenti sono paurosi. Ci sono siparietti sublimi: uno coinvolge una commessa che impreca e scaraventa confezioni di yogurt contro l’impresario che rifiuta di lasciarla spogliarsi per lui alla cassa del supermercato; poi un duetto con la cassiera di una stazione di servizio. Un rimorchio mancato malizioso e divertente è una scena che smaschera il roué, disarmato e spaventato da una donna disinvolta quanto e più di lui. Tournée è un film insolito, debordante fascino, fantasia, melanconia e un’energia esplosiva. I critici francesi hanno visto in Joachim un eroe anarchico in ribellione contro il conformismo, fissato con l’éternel feminin. Ma Zand delude le artiste promettendo la gloria a Parigi, dove non arrivano mai; Amalric ha offerto loro solo un giro nelle retrovie e alla fine le ha portate in trionfo sulla Montée des Marches a Cannes. Da non perdere.


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parola chiave

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TIMORE erché dobbiamo temere Dio, se è infinitamente buono? In cosa consiste il timore di Dio che da tante parti e così di frequente siamo invitati ad avere? Il cristianesimo è una religione positiva, della liberazione dalle paure, basata sulla promessa di una vittoria già ottenuta sulla morte attraverso la resurrezione del Cristo, evento che il vangelo di Giovanni ci avverte avere una dimensione che trascende la nostra esperienza fisica, dato che è «per mezzo di lui che tutte le cose sono state create». Papa Giovanni Paolo II scelse come motto del suo pontificato il celebre «Non abbiate paura» e prima di lui Cristo aveva rassicurato i suoi discepoli con le bellissime parole «Non temere piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto darvi il suo regno» (Lc 12,32). Eppure pochi capoversi prima di questa frase tanto rassicurante troviamo un’ammonizione più complessa, relativa al timore e alla direzione verso la quale è opportuno indirizzarlo: «Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono più far nulla, temete invece “Colui che dopo aver ucciso ha il potere di gettare nella Geenna”» (Lc 12,5). Sembra che in questo caso Gesù si riferisca proprio a Dio Padre per segnalarlo come motivo di un timore giustificato. Il senso del versetto pare confermato dalla frase successiva «Sì, ve lo dico, temete Costui» (Lc 12,5).

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L’invito non potrebbe essere più chiaro e si rifà a una tradizione sapienziale antica e consolidata, che ha prodotto decine di ammonizioni a temere il Signore. Nel Libro dei Proverbi il concetto è ripetuto di frequente, in forme diverse ma fra loro collegate in maniera stretta. «Il timore del Signore prolunga i giorni» (10,27); «nel timore del Signore è la fiducia del forte» (Pr 14,26); «con il timore del Signore si evita il male» (Pr 16,6). Il libro del Siracide è forse persino più ricco di raccomandazioni in questo senso. «Il timore del Signore è gloria e vanto» (Sir 1,9); «il timore del Signore allieta il cuore» (Sir 1,10); «nulla è meglio del timore del Signore» (Sir 23,27). Riferendosi a Sion, Isaia avverte che «il timore di Dio è il suo tesoro» (Is 33,6). La tradizione si trasmette dal Vecchio al Nuovo Testamento nel Magnificat, quando Maria dice «di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono» (Lc 1,50), che la Bibbia di Gerusalemme collega al versetto 17 del Salmo 103 «la grazia del Signore è da sempre, dura in eterno per quanti lo temono». Quindi il timore di Dio è una inclinazione positiva, da coltivare dentro di sé, che non va confusa con la pura e semplice paura. Fra i due sentimenti esiste uno scarto, una distanza. Il timore di Dio non deve essere accostato alla preoccupazione di ricevere una punizione, come scolari impreparati e timorosi di essere scoperti dal maestro e messi in castigo dietro la lavagna. Non penso neppure che il senso dell’emo-

Nelle Scritture è un concetto a cui si accosta sempre un’inclinazione positiva: fiducia, gloria, grazia, misericordia. Non a caso il motto del pontificato di Karol Wojtyla è stato «Non abbiate paura»

In confidenza con Dio di Sergio Valzania

Credere nel Signore è un’operazione razionale alla quale non si associano immediatamente delle emozioni. Temerlo è piuttosto un fatto fisico, quasi animalesco, è il rendersi conto della presenza di un essere superiore e sentirsi mancare il respiro per questo. La sensazione è la stessa dell’amante che vede giungere l’amato zione positiva individuata con tanta insistenza dalle scritture vada ricercato in un’area semantica prossima al rispetto. Non c’è niente di formale nelle ammonizioni bibliche a riguardo. Preferisco allargare la ricerca ai territori che collegano la filologia alle religioni arcaiche. Nel panteismo greco-romano Pan è la divinità agreste, ancora primitiva, suona una siringa di canna, ricordo di un’avventura erotica mancata. Nella calura del mezzogiorno estivo la presenza del dio, secondo gli antichi, si avvertiva in modo molto for-

te e produceva il timor panico, la paura di Pan, sentimento irrazionale suscitato dal confronto immediato con la natura e la sua misteriosa immensità. L’aggettivo panico si è trasformato in sostantivo per significare proprio la paura immotivata e incontrollabile. In un grande romanzo di fantascienza, Guida galattica per autostoppisti, Douglas Adams dà al timore panico una dimensione universale. Con la visione profetica del grande letterato, con quaranta anni di anticipo prevede l’esistenza degli e-book e immagina

che lo schermo dell’apparecchio che contiene l’Enciclopedia Galattica, sintesi caotica di ogni possibile sapere, si accenda facendo comparire la scritta Don’t Panic, il wojtyliano «Non abbiate paura». Il timore del mistero esiste ed è dovunque, è parte dell’esperienza umana e gli antichi collegavano alla presenza del dio la manifestazione di questo sentimento. Credo che il senso che la locuzione timore di Dio intende esprimere non sia lontano da qui. Ossia dall’essere consapevoli che «a prolungare i giorni» e ad «allietare il cuore» è la consapevolezza dell’esistenza di Dio e della sua presenza immanente. Anche se per alcuni aspetti i due concetti appaiono sovrapponibili, temere Dio è qualche cosa di più caldo e coinvolgente che credere in Lui. La sfumatura sta nella sensibilità di ogni persona e anche nel contesto culturale nel quale essa è inserita. Credere in Dio è un’operazione razionale, che vediamo collocata nella testa dell’uomo, attività mentale e astratta, alla quale non si associano immediatamente delle emozioni. Temere Dio è piuttosto un fatto fisico, quasi animalesco, cardiaco, è il rendersi conto della presenza di un essere superiore e sentirsi mancare il respiro per questo. La sensazione fisica è la stessa dell’amante che vede giungere l’amato. Una consapevolezza di questa natura, la cui intensità può raggiungere la violenza estatica narrata da santa Teresa d’Avila, è la base migliore per la costruzione di un atteggiamento religioso, quando non ne è addirittura il fine, poiché quello che Dio invita l’uomo a fare è proprio amarlo come lui per primo ci ama. Se il timore di Dio è la capacità di percepire con tutto il proprio essere la presenza divina esso è il punto di arrivo di ogni approccio spirituale o mistico. Per i buddisti l’illuminato è colui che è entrato in contatto diretto con l’essenza della realtà, dopo aver superato la barriera dell’apparenza. Ha raggiunto il timore di Dio e quindi, come ammonisce il Cristo, non teme nulla. A questa interpretazione segue la consapevolezza che al timore di Dio ci si possa, e quindi ci si debba educare, dato che non si tratta di una qualità fisica, come l’altezza o il colore degli occhi. Al contrario, la capacità di percepire la presenza di Dio, di riconoscere, di confessare la propria piccolezza di fronte al Creatore, o anche solo alla creazione, passa attraverso una presa di coscienza faticosa. Il passo ulteriore, l’ultimo, quello più difficile, consiste nell’accettare con abbandono l’amore di Dio. Alla fine dell’episodio della trasfigurazione Dio si manifesta in una nuvola luminosa e parla a Pietro, Giacomo e Giovanni, che «caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore». Gesù «si avvicinò e, toccatili, disse “Alzatevi e non temete”» (Mt 17,6-7). Il Cristo è le Via attraverso la quale Dio entra in confidenza con l’uomo.


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Pop

musica

LE COSE BELLE di Yorke & soci di Bruno Giurato

di Stefano Bianchi giudicarlo dalla foto, pensavo d’essermi imbattuto nell’ennesimo, melenso cantautore di belle speranze: vocina, chitarrina e via andare, verso dove non si sa. Poi l’ho osservato sulla copertina del suo primo album: ritratto fuori fuoco, e la testa che vibra su se stessa. Mi sono detto: meglio dargli un ascolto, non si sa mai. E non solo ho scoperto che il ragazzo ha una gran bella voce, ma padroneggia l’elettronica ai massimi livelli. James Blake, incidendo James Blake, ha dato vita al nuovo capitolo del romanzo uomo-macchina. Dopo i Kraftwerk e Laurie Anderson mi pare logico nominare proprio lui, che si porta appresso quella faccia timida e pettinata da giovane Rupert Everett. Ventidue anni, londinese, James Blake è produttore, musicista e disc jockey. Se cercate ulteriori informazioni via web, scoprirete che a sei anni ha iniziato a studiare pianoforte e che ha frequentato il corso di Popular Music alla Goldsmiths University di Londra. Influenzato dalla musica nera di Stevie Wonder, Sly & The Family Stone e D’Angelo, si è dato all’elettronica dopo aver scoperto il duo Digital Mystikz specializzato in dubstep (estremizzazione underground della dance music) e apprezzato le scarne atmosfere dei concittadini XX. Air And Lack Thereof, il primo extended play, lo pubblica nel 2009; seguono, nel 2010, The Bells Sketch, CMYK, Klavierwerke e il singolo Limit To Your Love, rivisitazione dell’omonimo brano della cantautrice canadese Leslie Feist che James riempie di calde intonazioni, bassi profondi e un battito elettronico figlio del trip-hop. Il pezzo, che ovviamente fa la parte del leone in questo disco, dà già l’idea di come si muove il buon Blake: fra il ritmo sincopato del 2step indurito nel grime, certe atmosfere dark dei Massive Attack, il minimalismo dei Portishead, il camaleontismo di Björk, le inquietudini di Thom Yorke

L

A

Jazz

zapping

Blake, il nuovo uomo-macchina

(Radiohead) ai tempi di Amnesiac. Al primo impatto, robotico e disturbante, James Blake non è un disco di facile assimilazione. Ma poi, ascolto dopo ascolto, arriva persino a farsi romantico, «da camera», svelando un cuore di purissima soul music e angeliche inflessioni gospel. Il tutto, giostrato da una voce talmente duttile e malleabile da farsi saturare dal vocoder (succede in Unluck, il pezzo d’apertura per pianoforte e ritmo elettronico fuori sincrono) o da esordire nuda, per poi stratificarsi in I Never Learnt To Share. O ancora, da somigliare come una goccia d’acqua al canto efebico di Antony Hegarty: negli anfratti jazz di Give Me My Month, nella crudezza espressiva di Why Don’t You Call Me. Che il ragazzo abbia coniato il gospel del Ventunesimo secolo, lo testimonia la delicatissima e accorata Measurements. E che nutra

una sincera passione per il soul (purché sia minimalista), lo dimostra The Wilhelm Scream avvitandosi attorno a un’unica strofa. Lindisfarne I e Lindisfarne II, invece, si attorcigliano sulla voce campionata (alla maniera di Laurie Anderson, all’epoca di O Superman) e sviluppano un folk di ghiaccio che ricorda Simon & Garfunkel, ma opportunamente ibernati. E se To Care (Like You), accigliato triphop, se la gioca alla pari col repertorio noir di Tricky, le sperimentazioni vocali di I Mind si fondono con un battito elettronico che imita le tablas indiane. Tenetevi liberi, il 21 aprile, per l’unica data italiana di questo incredibile talento: a Milano, Lambretto Art Project, ingresso libero fino ad esaurimento posti. James Blake, James Blake, A&M/Universal, 16,99 euro

a cosa bella dell’ultimo King of limbs dei Radiohead è che finalmente, in tempi di Arcade Fire che impazzano (e che il 7 maggio vedremo a Milano), abbiamo la possibilità di sentire un po’ di musica originale, non postqualcosa, ma invece frutto di una sentita ricerca. La cosa bella di Kol dei Radiohead è che ritorna Thom Yorke, con il suo occhio rappezzato dagli interventi chirurgici da bambino, con la sua solitudine di paranoide non androide, con le sue vacanze con famiglia in treno in Italia, con la sua voce alta, e con il suo odio per le risoluzioni armoniche. I brani del gruppo sono un lento sprofondo in cui ogni riposo sulla tonica viene eluso. La cosa bella di Kol dei Radiohead è anche la questione distribuzione. Già il disco precedente (In Raimbows) era disponibile solo sul sito del gruppo, a donazione libera. Visti i risultati l’ultimo è sempre disponibile solo sul sito (niente iTunes, Amazon ecc. ecc.), ma questa volta a pagamento. La cosa bella di Kol dei Radiohead è leggere le recensioni al disco. Quasi tutte parlano di minimalismo, della necessità di diversi ascolti per apprezzare l’ultima fatica di Yorke e soci. Molto viene risolto in chiave di mistero, quindi non viene risolto. E infatti cominciano a girare voci sul contenuto del cd, che sarà disponibile solo dal 9 maggio 2011. Ci saranno nuovi brani? I Radiohead stanno registrando ancora? Cosa succederà? Ma da parte nostra, apprezzata la ricerca e il genio per il marketing di Yorke, apprezzato tutto l’apprezzabile, il bello di The king of limbs è che per disperazione uno finisce per riprendere Ok Computer, il grande classico del gruppo del 1997. Potenza dei classici e della santissima riproducibilità tecnica.

Italiani al “Forma e Poesia”: il talento di Andrea Pozza opo mesi di assenza, il jazz sembra aver fatto una timida ricomparsa nella Capitale. Questa sera infatti Mickey Rocker, batterista nato a Miami settantanove anni fa, suonerà all’Alexander Platz. Rocker che nel corso della sua lunga carriera è stato a fianco di molti grandi del jazz da Mary Lou Williams a Milton Jackson, Sonny Rollins e soprattutto Dizzy Gillespie, è uno di quei batteristi cresciuti nel mito di Kenny Clarke, Art Blakey e Max Roach senza però raggiungere il loro livello. Quella di questa sera è però un’occasione per ascoltare uno degli ultimi esponenti del jazz classico, ancora in attività. Assai diversa invece la situazione a Milano, dove nel corso di questo mese si è potuto assistere a vari concerti di Uri Caine, Joe Lovano, Tuck and Patti, questa sera al Blue Note, mentre da martedì 22, per tre giorni, sarà ospite, sempre al Blue Note, l’ormai celebre jazz club mi-

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di Adriano Mazzoletti lanese, la cantante Dee Dee Bridgewater. Ma non solo, negli ultimi giorni di marzo il club ospiterà concerti di Larry Coryell e Stanley Jordan. A Cagliari invece è stata inaugurata giovedì scorso la XIV edizione di Forma e Poesia nel Jazz dedicata quest’anno al jazz italiano. Fino al 7 maggio al Teatro Massimo saranno presenti alcuni fra i giovani musicisti che hanno dimostrato qualità straordinarie, il sassofonista Francesco Cafiso, il pianista Dino Rubino, il sassofonista Francesco Berzatti, il trombonista Gianluca Petrella, il

sassofonista Sandro Satta che suonerà con Famoudou Don Moye - batterista ex Art Ensemble of Chicago - e ancora Fabrizio Bosso, Rosario Bonaccorso, Andrea Pozza e molti altri. Quest’ultimo ha pubblicato per l’etichetta Dejavu due dischi particolarmente riusciti. Nel primo, con Aldo Zunino al contrabbasso, Sagoma Everett alla batteria e il cantante Alan Farrington, sono compresi cinque brani di sua composizione (Drop that Thing, Like in Nigeria, How Do You Can Call It, Sir Pent, Push the Pedal) da cui risulta la sua ca-

pacità di costruire temi di grande musicalità.Nel secondo disco, recentissimo, Pozza conferma la sua intelligenza e sensibilità nella difficile arte della composizione, ma anche nella capacità di dare una veste nuova e personale a temi che appartengono al grande repertorio, come Blue Daniel di Frank Rosolino, Children Games di Antonio Carlos Jobim e il celebre The Duke di Dave Brubeck. Infine una notizia che riguarda Roma. Giovedì 14 aprile sarà inaugurato uno nuovo spazio per il jazz. È la Domus Talenti, un ex convento che si trova al 113 di via Quattro Fontane, dove ogni giovedì avranno luogo concerti, proiezioni di cortometraggi sul jazz e conferenze a tema. Un modo nuovo per ascoltare e parlare di jazz e tutto ciò che a esso è collegato. Andrea Pozza, Drop this thing, Dejavu; Blue Daniel, Dejavu


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arti Mostre

aravaggio, sempre e solo Caravaggio, basta Caravaggio, non se ne può più (anche se poi finiamo di parlarne pure noi, speriamo con costrutto polemico). E anche se è pur sempre il grande e temerario Caravaggio. Ma bisogna vedere quale «prodotto-Caravaggio» ci viene poi propinato, raschiando il barile (con ogni assessore regionale che vuole la sua particina di torta-Caravaggio). Sarà pure l’anno-anniversario (e ci permettiamo anche di non ricordare quale, nel bailamme delle date che mutano, vorticando e scambiando talvolta dati biografici, anche decisivi) ma non è sensato dover subire questi continui «attacchi» espositivi, che deprimono l’artista, lo insultano, come minimo lo svalutano, sfruttandone il cosiddetto (parola orrenda) brand. Il marchio pubblicitario, come d’un boxer malizioso o d’una scarpa da ginnastica, pittorica. E traviano, soprattutto, a quanto pare, il pubblico, che però ogni volta cade nella trappola del nome acchiappa-allodole. Anche se poi, divenuto ragionevole giocoforza, finisce per non prestarsi più alle truffe. Magari penalizzando mostre più serie, non appariscenti e spettacolari o gonfie di finte-tele, ma importanti soprattutto filologicamente, documentariamente, come quella in corso all’Archivio di Roma, che permette di spostare in modo decisivo le date d’arrivo di Caravaggio a Roma, dopo il fondamentale apprendistato «naturalistico» in Lombardia. E soprattutto non subito nella bottega del Cavalier d’Arpino, come si pensava sino a poco tempo fa, a macinar dettagli di nature morte, magari anche nelle tele d’altri colleghi, ma bensì nell’oscura bottega d’un pittore minore, d’origine siciliana (curioso incrocio di sughi stilistici). Peccato solo che in mostra a Sant’Ivo non ci sia nemmeno un esempio di pittura di questo poco noto Lorenzo Cardi (che avrebbe

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Architettura

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Al Luna Park con Caravaggio di Marco Vallora permesso di capire molte più cose) mentre c’è un ritratto di papa Borghese del Caravaggio, ancora sub judicio. E per fortuna ch’era uno scapestrato sul serio, e non simulava delitti mediatici tipo soap opera televisiva, ma gli assalti li faceva davvero, e rubava pure i mantelli dei feriti sui luoghi del crimine, così veniva arrestato, e per fortuna le deposizioni dei suoi sodali di meren-

de rissose, o dei suoi rivali, invogliati a deporre, ci permettono di conoscere molte più cose sul suo modo di vivere e di rapportarsi alla pittura e agli artisti, grazie ai verbali di polizia, che non alle elucubrazioni tendenziose degli storici dell’arte coevi.Vasari dunque sostituito dagli inquisitori dell’epoca: tenendo poi conto che il suo biografo Baglioni o il Bellori avevano rancori in sospe-

so con lui, dunque meglio dar fiducia a un garzone-testimone di vita, più fresco, sincero e ciarliero, che non a un tecnico partigiano. Già, è proprio sulle incredibili mostre «virtuali», sparse per l’Italia (volere e non potere?) che vorremmo fermarci, perché ci pare un discorso estetologicamente (che parola sontuosa) interessante. Incredibile, infatti, che l’artista più realistico e concreto, plastico e tattile che ci sia, sino a darti l’illusione tangibile di poter toccare con gli occhi e le dita le foglie, i pampini, i pani, gli elmi e i monili, che vivono e respirano nella sua pittura quasi a trompe l’oeil, debba subire poi questo contrappasso grottesco, quest’inganno, davvero da truff’occhio, che però pare disneyanamente incontrare la gioia del pubblico. E infatti queste stesse mostre negative, ahimè, vengono prorogate e prorogate. Ahimé, perché non sono poi così educative. Si prenda per esempio quella di Milano, a Palazzo della Regione, ove si mostrano, simulando, tutti i suoi più o meno autorizzati capolavori, epperò soltanto ingranditi a fotografia, quasi immaginando una fruttuosa pinacoteca esclusiva e integrale della sua arte contraffatta. O quella di Roma, ove si fa ancora di peggio, ricostruendo in stile Museo delle Cere, ma in modo molto molto rudimentale e paesano (cinecittà de’ noantri) il suo immaginario atelier. Da non credere, ma meglio vedere, per credere. Ma un conto è leggere certi documenti, interpretare certe letture d’epoca, incontrare delle descrizioni affascinanti, un conto esser buttati dentro queste contraffazioni da luna park, che sono imperdonabili, in un luogo serio come Palazzo Venezia. E un titolo così ambizioso come: La bottega del genio. Ci spiace, ma il discorso è troppo serio per non doverlo affrontare in un’altra puntata. E così Caravaggio vince ancora un volta!

Tecnica, scienza e bellezza al museo dei Fiori di vetro Harvard Museum of Natural History a Boston è il museo più visitato della prestigiosa città universitaria nordamericana. Esso raccoglie ed espone le raccolte di zoologia comparata, di mineralogia e di botanica, formatesi in special modo nell’Ottocento, per uso scientifico e soprattutto didattico, in funzione dei corsi di studio universitari rivolti alle scienze applicate. Alla fine del secolo scorso le antiche collezioni scientifiche furono raggruppate e riallestite secondo i criteri moderni della museografia, per mostrare a un pubblico più vasto e non necessariamente specializzato, gli innumerevoli reperti e manufatti delle collezioni universitarie, fino ad allora riservate a studenti e professori. Lo spazio espositivo è stato sistemato nel medesimo edificio che ospita anche il Peabody Museum of Archaeology and Ethnology. Si tratta di un imponente palazzo costruito nel 1859 dagli architetti Henry Greenough e George Snell, con i tipici mattoni rossi della tradizione locale, che conserva i modi e il gusto coloristico dell’edilizia olandese sei e settecentesca. All’interno dell’edificio ottocentesco, improntato a

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di Marzia Marandola un sobrio eclettismo rinascimentale, è conservata ed esposta per parti, in periodica rotazione, una delle più sorprendenti raccolte erbarie esistenti. Si tratta di un campionario di 4.400 modelli tridimensionali di specie botaniche con inflorescenze plasmati in vetro fuso e soffiato, talvolta rinforzato da invisibili fili metallici. Il naturalismo davvero iperrealistico dei colori di fiori, foglie, pistilli e radici, riprodotti a grandezza naturale, è tale da indurre in inganno anche l’occhio più allenato. In un suggestivo ambiente in penombra, che deve salvaguardare la qualità dei fiori di vetro, sono disposte stilizzate vetrine orizzontali e verticali, che mostrano le meraviglie cromatiche e morfologiche delle piante, letteralmente cristallizzate in una fioritura perenne. Questa stupefacente collezione, nota come «i fiori di vetro di Harvard», nacque nella seconda metà dell’Ot-

tocento dall’esigenza didattica del direttore dell’Orto Botanico di Harvard, George Goodale che, insoddisfatto dei tradizionali erbari, dove i fiori disseccati, erano ridotti a due dimensioni, volle modelli pienamente tridimensionali, analoghi a quelli in uso per studiare il mondo animale. Proprio dall’osservazione di alcuni modelli di invertebrati modellati in vetro da due abilissimi artigiani di Dresda, Leopold Blaschka e suo figlio Rudolf, gli venne l’idea di trasferire all’universo botanico quella stessa tecnica di rappresentazione a tutto tondo. Nel penultimo decennio del XIX secolo iniziò così un intenso scambio, destinato a durare circa cinquant’anni, tra Harvard e Dresda, dove i due Blaschka ricostruirono con meticolosa e fedelissima passione un fittizio mondo botanico, più vero del vero e destinato, nonostante la fragilità della materia, a una secolare freschezza di vita. Un’impresa di questa natura e di così lunga durata ha richiesto naturalmente capitali ingenti che, come è nella più nobile tradizione americana, furono messi a disposizione da privati cittadini. Nel caso specifico da due private cittadine bostoniane Elizabeth C. and Mary Lee Ware, madre e figlia che, in ricordo del rispettivo marito e padre, dispensarono una ragguardevole fortuna per arricchire il patrimonio scientifico di Harvard, ma anche per offrire al mondo una portentosa fusione di tecnica, scienza e bellezza.


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il paginone

Segretario della Democrazia cristiana nel ’48, la sua opera fu decisiva per l’esito elettorale del 18 aprile che segnò per sempre il destino del nostro Paese. Una biografia, appena edita da liberal, ripercorre la vicenda umana e politica di un padre dimenticato della nostra Repubblica: dal suo primo impegno nel dopoguerra a Torino, come assessore al Lavoro, agli ultimi incarichi come riconosciuto garante della scelta occidentale di Gabriella Fanello Marcucci Pubblichiamo un brano tratto dal IV capitolo del libro “Attilio Piccioni - La scelta occidentale” (liberal edizioni , 528 pp., 22 euro).

alla definitiva chiusura della Costituente al temine della campagna elettorale intercorrono poco più di settanta giorni. La campagna elettorale si preannuncia quindi serrata e con forze combattive in ogni settore politico. La scena internazionale è ormai molto mutata dalla fine della guerra e l’accordo tra i «tre grandi», come è noto, si è trasformato nella «guerra fredda» che sempre più divide il mondo in due blocchi, l’Ovest sotto l’influenza degli Stati Uniti, l’Est sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. E mentre in Occidente i diversi Paesi - anche l’Italia che è un Paese vinto - stanno ricostituendo gli istituti democratici, in Oriente nei Paesi dell’Est dell’Europa, anche laddove il Partito comunista ha ottenuto nelle elezioni solo posizioni di minoranza, l’Unione Sovietica guida l’assunzione autoritaria del potere.

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In Italia, sebbene l’informazione dai Paesi dell’Est non giunga che filtrata, si comincia ad avere la netta sensazione della dipendenza dei socialcomunisti dagli ordini di Mosca. Il ricordo della dittatura fascista e del dominio nazista è ancora vivo nella memoria degli italiani e la libertà riconquistata è vista come un bene inalienabile. Subentra il timore che una eventuale vittoria delle sinistre possa far ripiombare l’Italia in un’altra dittatura, addirittura più dura e più cupa di quanto non lo sia stato il fascismo. D’altra parte Togliatti e Nenni non fanno niente per fugare questa sensazione. Stringono un patto elettorale che dà vita al «Fronte Democratico Popolare per la Libertà, la Pace, il Lavoro» che assume come simbolo elettorale la testa di Garibaldi; stilano perfino una sorta di statuto di quel Patto, nel tentativo di far credere anno IV - numero 11 - pagina VIII

agli elettori di aver dato vita a una formazione politica autonoma. Ma il loro linguaggio rimane duro, il loro atteggiamento - specialmente in alcune zone d’Italia - appare quello della prevaricazione e della violenza. I socialcomunisti pongono l’accento sulla giustizia sociale che, a loro dire, regna nell’Unione Sovietica. Dimenticano però che in Italia, pur permanendo vivi e numerosi i problemi sociali, si cominciano a vedere - anche grazie agli aiuti americani - degli spiragli di ripresa e si comincia a nutrire la speranza di poter presto uscire dall’emergenza. Di fronte a tutto questo la Democrazia cristiana, con la segreteria politica di Piccioni, offre un atteggiamento pacato che non nasconde il timore condiviso da parte della maggioranza degli italiani di un pericolo che viene dall’Est, ma si offre di affrontarlo, attraverso il concorso determinante degli elettori, con la forza della democrazia. (…) Negli italiani si diffonde dunque la sensazione di trovarsi di fronte a un bivio. Da una parte c’è una realtà che, pur tra molte difficoltà, appare in cammino verso tempi migliori: è quella interpretata dalla Democrazia cristiana e dai suoi alleati che si estrinseca nel governo in carica. Dall’altra ci sono le promesse

Attilio Piccioni pagna elettorale della Democrazia cristiana. Ma al di là delle impressioni, c’è invece in quel periodo, un’azione sapiente e psicologicamente raffinata, da parte delle Democrazia cristiana guidata da Piccioni. Quest’azione si costruisce sulla conoscenza ambientale che il segretario politico ha raggiunto negli anni di presenza al vertice del partito. Nel momento della campagna elettorale del ’48 sono infatti quasi tre anni che egli si occupa a tempo pieno del partito, dapprima come vice segretario politico, con un ruolo che può essere definito «vicario» e poi in prima persona come segretario

Nel libro (di cui anticipiamo un brano) l’autrice cede spesso la parola all’uomo politico, riproducendo testualmente i suoi interventi per mettere in contatto i lettori col suo pensiero acuto, spesso premonitore che, alla fine dei conti, indicano come meta il paradiso sovietico, la cui positività è tutta da verificare e desta anzi molti interrogativi. Alla Dc si affiancano, nella campagna elettorale, i Comitati Civici organismi nati nell’ambito dell’Azione cattolica (promotore e presidente ne è Luigi Gedda, vice presidente centrale della stessa Azione cattolica, che si dice abbia

avuto una sollecitazione in tal senso dal pontefice) con lo scopo di sostenere il partito in quella che viene definita una «battaglia di civiltà». La loro presenza si avverte soprattutto in un’intensa campagna murale condotta attraverso manifesti di particolare efficacia (…) che nella memoria collettiva rimarrà maggiormente impressa, a proposito della cam-

politico dal settembre 1946. In questo lungo periodo Piccioni pur svolgendo come si è visto intensamente il suo compito di deputato costituente - ha costruito un proprio «modello» di partito, non accentrato, ma anzi fortemente decentrato, nel quale tutti i dirigenti periferici sono corresponsabili. Si potrebbe definire un partito coordinato e condiviso,

nel quale il maggior peso, forse, non l’hanno tanto le strutture centrali (consiglio nazionale e direzione), ma piuttosto i contributi di conoscenza che vengono da coloro che, vivendo a contatto quotidiano e attento con le diverse realtà sociali del Paese, possono meglio di ogni altro descriverne i problemi e le esigenze e valutarne gli orientamenti. Un partito così costruito, la fiducia reciproca che lega i segretari provinciali e regionali al segretario politico, hanno come risultato una potenzialità operativa particolarmente efficace. In sintesi, quella che affronta il difficile confronto elettorale del 1948 da parte democristiana, può essere definita una macchina complessa ma sapientemente coordinata. (…)

Nei giorni della campagna elettorale Piccioni si divide tra piazza del Gesù e le diverse località d’Italia dove si reca a tenere comizi e discorsi. Dosa attentamente i suoi interventi, resistendo alla richieste di coloro che chiedono insistentemente di ascoltare la sua parola. Egli sa, infatti, quanto sia importante la sua presenza a Piazza del Gesù, al suo posto di «comando», nel suo ruolo di «regista». Il 1° marzo egli parla a Genova, al Palazzo Ducale. Esordisce ricordando il punto di forza della nuova Italia: «Le lotte dei venti anni trascorsi e la


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L’ultimo appello agli elettori di Attilio Piccioni oi sapete bene che il Fronte vuol dire comunismo, vuol dire bolscevismo sovietico, vuol dire dittatura, cioè negazione di ogni libertà e di ogni democrazia. Volete le prove di questa affermazione? Ebbene, sono lì, chiare, evidenti, lacrimanti in tutti i Paesi di Europa dove il comunismo, attraverso l’espediente del fronte democratico si è insediato al potere. Le prove? Ma le offrono, insieme a noi democristiani, il socialismo libero e democratico, gli spiriti indipendenti di tutto il mondo. Cittadini, elettori ed elettrici che amate la libertà e la democrazia, non votate, dunque, per il Fronte. Io sono sicuro che voi volete la ricostruzione economica del nostro Paese, il riassetto del nostro apparato produttivo, una più vasta opera di impiego, di lavoro. Di lotta contro la disoccupazione; un più alto livello di vita per tutti, specialmente per le classi lavoratrici. Ma per ottenere tutto questo non bastano le nostre risorse, né quelle delle altre Nazioni libere di Europa a noi collegate: sono necessari gli aiuti americani razionalizzati attraverso il Piano Marshall. […]. Ma il Fronte cosiddetto democratico popolare non gradisce gli aiuti americani, non vuole il Piano Marshall perché la Russia non li vuole, reputandoli contrari alla sua volontà di espansione e di conquista dell’Europa. Ma non basta: degli aiuti americani del Piano Marshall non possono, per evidenti ragioni di libertà e di difesa

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democratica, beneficiare i Paesi dominati dai comunisti. Sarebbe troppo pretendere di spianare l’avanzata russa in Europa con gli stessi aiuti americani. Elettori ed elettrici che volete la ricostruzione economica del Paese, che aspirate a un migliore tenore di vita e paventate la fame, non votate, dunque, per il Fronte. Io sono sicuro che voi, come noi democristiani, volete la pace, odiate la guerra, deprecate la guerra. Ma domandiamoci: da quale parte viene un pericolo di guerra? Dall’Occidente no. Dagli Stati Uniti no, essi tendono alla ricostruzione economica dell’Europa, la sola base vera della pace e dell’indipendenza. Non viene forse dall’Oriente e dalla Russia, dove - contraddicendo ogni mèta di elevazione, di liberazione umana e sociale - si è scatenata la più sfrenata volontà di espansione e di conquista; dove la teoria dello spazio vitale trova la più fredda e implacabile applicazione? Sono dodici le Nazioni, già libere e indipendenti costrette con la violenza e con la frode a subire il dominio imperialista russo. [ … ]. Elettori ed elettrici, voi che come me volete la pace e odiate la guerra, non votate, dunque, per il Fronte. Vi sono forze veramente democratiche e libere e italiane nel nostro Paese, e tra di esse, in primissimo piano, compatta, forte e libera e indipendente, la Democrazia cristiana.

o della Libertà guerra di liberazione ebbero come base ideale l’aspirazione alla libertà». E forse per la prima volta ricorda esplicitamente in un discorso pubblico il valore che ha avuto, nel cammino verso la libertà, la scelta istituzionale: «Noi volemmo la repubblica soprattutto perché in essa vedevamo incanalato questo profondo concetto di libertà sociale e politica». Rivendica dunque il concorso determinante che a tale scelta ha dato la Democrazia cristiana, anche se, egli aggiunge, in molti l’hanno dimenticato o volutamente ignorato. (…) Gli italiani il 2 giugno 1946 hanno dato un mandato di fiducia alla Dc, per concorrere in modo determinante alla approvazione di una Carta Costituzionale affinché «i rapporti economici e sociali della nostra società, non ancora sufficientemente progredita, fossero riveduti, trasformati, indirizzati verso forme di rapporti economici e sociali che realizzino una più severa, più ampia e profonda giustizia sociale [ … ]». Ora il nuovo Parlamento dovrà provvedere all’attuazione delle riforme industriali, agrarie, bancarie che sono state approvate anche con il consenso dei socialcomunisti. È un compito gravoso che i democristiani sono pronti ad assumere. Sarà una società e saranno riforme profondamente diverse da quelle realizzate in Ce-

coslovacchia o in altri Paesi di influenza sovietica. Non, sottolinea Piccioni, perché nel nostro Paese saranno conservati i privilegi esistenti, ma nell’interesse delle classi lavoratrici, che sarebbero danneggiate da «uno Stato mostruosamente accentratore e iperbolicamente capitalistico». La prova che la Dc non ha fatto gli interessi dei capitalisti, è nel fatto che vengono proprio da quella parte «i lamenti maggiori e gli alti lai» per la politica finanziaria ed economica condotta, con la guida di Einaudi, dal governo De Gasperi. Piccioni infine tocca l’argomento degli aiuti americani, che costituiscono motivo di polemica con i socialcomunisti i quali accusano De Gasperi di avere asservito l’Italia agli Stati Uniti. Con pacatezza egli ricorda: «per la ripresa economica del nostro Paese, per le necessità alimentari, noi abbiamo accolto con dignità di Stato libero e indipendente ma con il riconoscimento di cristiani, l’esempio altissimo di solidarietà umana, che l’America ha fornito al mondo». (…) E con ironia Piccioni prosegue: «Dicono i nostri avversari: ma voi accogliete tali aiuti con troppa umiltà. Loro li vorrebbero accogliere con la faccia feroce, ma li accoglierebbero anche loro indiscriminatamente, tanto è vero che l’on.Terracini ha detto a Napoli:“Anche se cambia

il governo, si spera che l’America gli aiuti continui a darli”». L’America in cambio di questi aiuti chiede solo che gli altri popoli siano rispettosi del sistema democratico e della libertà. Di fronte all’imperialismo ideologico e militare dell’Unione Sovietica l’obiettivo dei popoli liberi è quello di salvaguardare l’umanità da nuovi conflitti mondiali. Il presunto imperialismo americano, prosegue Piccioni, si basa invece sul piano Marshall, che è un programma organico di aiuti per ricostruire, nella pace, i Paesi devastati dalla guerra.

Due giorni dopo, il 3 e 4 marzo si tiene il Consiglio nazionale della Dc. (…) Particolare attenzione viene data alla definitiva approvazione del testo di un «Appello della Democrazia cristiana al Paese», che ha come titolo «salvare la libertà». Contrariamente a quanto di solito avviene (...), nel 1948 l’appello della Dc agli italiani viene pubblicato un mese e mezzo prima delle elezioni, il 3 marzo. (...) I democristiani sono convinti che se la decisione del voto sarà attenta e meditata, la Dc sarà favorita. Gli argomenti introdotti dall’appello sono quelli sui quali già da un po’il partito richiama l’attenzione degli elettori. In primo luogo si fissa (come già nel titolo) l’attenzione sulla «libertà» come il bene fondamenta-

le che è in gioco, così si sostiene, il 18 aprile. E si sottolinea che non si tratta solo della libertà istituzionale, ma anche e soprattutto di «tutte le libertà elementari dell’uomo»: «la libertà di scegliere il proprio campo di lavoro, la libertà di educare i figli secondo le proprie convinzioni, la libertà di professare la fede dei padri». Dalla pubblicazione dell’appello fino a tutta la prima metà di marzo, Piccioni non si spende più in uscite pubbliche e in discorsi per così dire ufficiali. La sua giornata, per oltre dieci giorni, la trascorre tutta a piazza del Gesù, nel suo ufficio, dove legge rapporti e risponde a quesiti, dà direttive e corregge alcune iniziative che non condivide, ha numerosi colloqui, per telefono o personali con dirigenti periferici che si rivolgono a lui per risolvere anche i problemi locali. Egli segue tutto nei minimi particolari, ma la direttiva principale che a tutti impartisce è quella di conservare la calma, di non raccogliere provocazioni, di non farsi portare su un terreno di sterili polemiche e di offrire ai cittadini, insomma, la testimonianza di una forza politica che opera, che è impegnata a co-

struire, che è tollerante ma ferma con gli avversari, che si sente sicura di un maturato programma politico che si appresta a rendere operante, che guarda al futuro con serena speranza. (…) Nella seconda quindicina di marzo, la prima uscita pubblica del segretario politico, il 16, è a Pistoia, dove i suoi elettori e i suoi amici ne reclamano da tempo la presenza; il 18 parla a Roma, il 21 a Firenze. Poi trascorre ancora una settimana interamente a piazza del Gesù, per mettere a punto gi ultimi quindici giorni di campagna elettorale, mentre il clima si infuoca sempre di più, il Fronte popolare riempie le piazze con i comizi dei suoi maggiori leader, a cominciare da Togliatti e Nenni. Ma le piazze sono gremite anche quando parla De Gasperi il quale dalla fine di marzo fino al 16 aprile percorre instancabilmente l’Italia. (…) Dal 7 al 15 aprile Piccioni è ancora al suo posto di lavoro a Piazza del Gesù, dove segue minuto per minuto a contatto con la periferia lo svolgersi degli avvenimenti. Non si stanca di raccomandare a tutti la calma, la pacatezza, la serenità, che sono le forze fondamentali della democrazia. Gli italiani devono toccare con mano la differenza anche comportamentale con i socialcomunisti del Fronte. Infine il 15 aprile rivolge agli italiani, alla radio, un appello finale. In esso la sua prima preoccupazione sembra essere non tanto il voto per la Democrazia cristiana, ma un voto per la «democrazia»: occorre dunque non votare per il blocco socialcomunista. Le motivazioni che egli adduce sono esplicite.


Narrativa

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libri

Antonio Pennacchi MAMMUT Mondadori, 188 pagine, 17,00 euro

arà rimasta nelle orecchie, e nella memoria, di Antonio Pennacchi quella letteratura industriale di PaoloVolponi per indurlo a dare un taglio netto alla letteratura industriale, con una scrittura «dal vero» della fabbrica e della fabbrica degli anni Settanta. Sarà rimasta anche come primo punto di riferimento di una scrittura che vorrebbe cambiare il mondo partendo da un mondo preciso come quello degli operai della fabbrica. Ma tanto tempo è passato da allora e tanto tempo è passato dalla prima scrittura di Mammut, oggi ristampato da Mondadori dopo che, come premette l’autore nella sua giocosa e ironica Introduzione, dall’87 fino alla prima edizione di Donzelli, riceve in otto anni 55 rifiuti da tutte le case editrici: «55 rifiuti da 33 case editrici diverse… tutti gli editori italiani dai più grossi ai più piccoli». Mammut, scritto a penna all’età di trentasei anni, è il primo libro di Pennacchi, il vero esordio narrativo testo scritto e riscritto, dopo che lo scrittore di Canale Mussolini lascia la fabbrica, la Supercavi-Fulgorcavi di Latina-Borgo Piave, per poter studiare Lettere e scrivere. Il testo uguale a quello di quasi trent’anni fa, a cui Pennacchi non cambia per ostinata volontà una virgola, nacque quando «c’era ancora l’unità sindacale… l’Unione Sovietica e i Paesi del blocco socialisti… il sindacato era ancora unitario in Italia. Cgil, Cisl e Uil non si sarebbero mai sognati di andare a firmare un contratto o un accordo ognuno per conto suo». Cioè un altro mondo, un mondo dove un accordo raggiunto a Mirafiori tra fabbrica e Azienda, dopo un referendum come accaduto pochi mesi fa con la Fiat di Marchionne, sarebbe stato impossibile da immaginare. In realtà questa rivoluzione di fabbrica, questo processo di cambiamento era stato già percepito e stigmatizzato dal protagonista del romanzo di Pennacchi, una sorta di alter-ego, un rude e intelligente rappresentante sindacale dei lavoratori della Supercavi di Latina, Benassa. L’uomo che incarna la passione della Fabbrica come luogo fisico e come simbolo, l’uomo pronto a tutto, a occupare e a trattare con dirigenti e padroni, terrore dei direttori del personale, temuto per la verve paroliera ma soprattutto per i comunicati che compone come fosse poesia, ma che hanno la forza e l’energia di vere e proprie «mazzate a rotta di collo sull’Azienda».

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La classe operaia non va in

Paradiso Una settimana in fabbrica ai tempi dell’unità sindacale con il compagno Benassi: torna l’opera prima di Pennacchi

Riletture

di Maria Pia Ammirati

Benassa incarna la parabola della classe operaia, segue le contorte anime delle fabbriche legate alla produttività italiana, le ambigue vie della politica, l’anima post-contestataria degli anni Sessanta che incrociano gli anni Ottanta dell’edonismo. Il romanzo segue la traccia di una settimana di fabbrica di Benassa e compagni, tra tinelli familiari, tresche amorose, turni notturni ma soprattutto occupazioni e manifestazioni contro i Padroni o la Politica. Benassa è l’anima di tutto, lo stratega e il trascinatore fino al giorno in cui sente che il mondo sta cambiando e non solo perché come succede a quasi tutte le industrie intorno, la crisi arriva di soppiatto e trancia di netto il tran tran della vita degli operai. Certo c’è anche lo strano effetto che il padrone non è più così padrone (è il primo che tenta di salvare la fabbrica rimettendoci di suo), ma è la classe operaia che è cambiata, c’è una nuova generazione che preme che non può più appartenere a quella classe. Benassa decide di raggiungere un accordo con il personale e di uscire dalla fabbrica per dedicarsi allo studio, non prima di aver però arringato i compagni prevedendo una nuova era, la vecchia si lascia dietro grandi carcasse come quelle dei mammut: «L’egemonia operaia? Siamo una classe estinta. Ci siamo estinti già da un pezzo. Come il bisonte dell’Europa. Come i mammut… Ci siamo estinti. Culturalmente. Politicamente. Numericamente. Come i mammut». Forse per questo Pennacchi ha voluto ristampare un testo stilisticamente così diverso dai suoi testi più maturi, perché la testimonianza non è meno importante dell’arte.

Le lacrime dei filosofi da Talete a Hegel

uel gran libro di Miguel de Unamuno che è Del sentimento tragico della vita è costruito su una contraddizione: l’eternità dell’essere e la mortalità umana. Fin dal primo rigo Unamuno dichiara di volere la salvezza della vita. Dunque, non l’essenza ma l’esistenza. Ma l’esistenza non si lascia salvare e il suo sentimento tragico è proprio la consapevolezza della contraddizione tra il pensiero dell’essere che non muore e l’esistenza finita dell’uomo. La vita umana è per sua condizione tragica e la filosofia ha cercato di metterci una pezza con il logos. La rilettura che vi voglio proporre non riguarda il libro di Unamuno - che rileggere non fa male - bensì un altro testo che guarda alla storia della filosofia come alla storia dell’idea di salvezza in Occidente. Il libro ha un bel titolo: Le lacrime dei filosofi (Marietti). Ne è autore Giuseppe Cantarano. La rilettura che Cantarano propone della storia del pensiero da Talete a Hegel - e la periodizzazione non è casuale - prende spunto a sua volta dall’interpretazione che Emanuele Severino dà dell’inizio e del senso della nascita della filosofia nell’epoca tragica dei Greci. La filosofia nasce in-

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di Giancristiano Desiderio fatti dal thauma, ossia dal sentimento di meraviglia e stupore per le cose che appaiono, si manifestano e «sono». Ma in questo stesso sentimento di meraviglia si insinua da subito un pericolo: il nulla. Le cose, infatti, per apparire devono anche scomparire, per mostrarsi devono anche ritrarsi, per essere devono anche non essere. E allora quella che è la ricchezza e la varietà delle cose che sono - l’Abbondanza dirà Feyerabend - è anche per quell’essere che ha coscienza dell’essere, l’uomo, una situazione di rischio, pericolo la cui massima espressione è la morte. L’origine più vera del pensiero filosofico è dunque non la meraviglia, ma il terrore, l’angoscia, il dolore e ciò che può salvare i mortali dalla fine a cui appaiono sottoposti i fenomeni è la verità che si mostra proprio come ciò che è sempre stabile e luminosa. Fin da subito la filosofia ha questo programma di salvezza: salvare i fenomeni. Platone lo dirà chiaramente, sia pure in contrapposizione all’Essere di Parmenide che li salva perché li divora: ma al di là delle differenze tra pensatori, il programma di salvezza è il mede-

L’idea di salvezza in Occidente in una storia del pensiero compilata da Cantarano

simo. La verità salva perché in essa le cose che appaiono essere e non essere sono da sempre già salve. La filosofia ha dunque una sua dimensione archeologica perché ha a che fare con l’arché: il principio che è l’origine e il fine delle cose. La conoscenza del principio archeologico permette all’uomo - i filosofi - di avere uno sguardo di dominio sulle cose in cui il senso non è l’imprevisto ma il pre-visto perché pre-vedibile. La storia del pensiero occidentale da Talete a Hegel è tutta attraversata da questa visione che si riassume nella formula hegeliana: il reale è razionale, il razionale è reale. Formula affascinante che si può rendere anche in altro modo: l’essere è l’ideale, l’ideale è l’essere. Il che significa che le cose sono sensate e il senso è nelle cose stesse. La fede filosofica è la fede nel senso della verità. Dopo Hegel la filosofia rinuncerà, almeno apparentemente, all’arché o proverà a ripensarlo. Nietzsche dirà che la verità è una favola, Schopenhauer che è una rappresentazione, Heidegger che è un’immagine. Qualcun altro che è storia e nient’altro che storia. Ma i filosofi, con gli occhi velati di lacrime, altro non potranno fare che continuare a pensare il sentimento tragico della vita e la contraddizione tra l’essere e il divenire.


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Storia

pesso ci dimentichiamo che nel periodo risorgimentale esistevano i giornali. Ridotti per numero e per diffusione, certamente, ma c’erano. Il libro che qui proponiamo, edito dalla Mondadori, è utilissimo per dare uno sguardo alle cronache di allora. Cronache un po’ monche, anzi molto rispetto a quelle cui siamo abituati oggi. Gli inviati dell’Ottocento non si muovevano, o non si potevano muovere, come quelli odierni. Per esempio, alla battaglia di Solferino, tra le più sanguinose del periodo con quasi cinquemila morti e oltre ventimila feriti, si seppe di molti uomini lasciati morire sul campo. Il resoconto del filantropo svizzero Jean-Henry Dunant contribuì alla nascita della Croce Rossa (1865). In ogni caso le corrispondenze dal fronte non erano così frequenti e così dettagliate. I giornali accoglievano nelle loro pagine bollettini, proclami ufficiali, ordini del giorno, ma erano carenti nel racconto della guerra. Inevitabile una secchezza stilistica. A proposito di Solferino un cronista scrisse: «Dalla parte degli austriaci sono stati impegnati sette corpi d’armata, ossia 140 mila uomini. La battaglia è durata dalle sei del mattino sino alle sette di sera. Gli austriaci si sono ritirati oltre la linea del Mincio». Più avanti la confessione dell’impotenza giornalistica: «La mia narrazione si basa su ciò che ho visto e su ciò che ho raccolto dalle autorità competenti e, sebbene non sia possibile delineare un quadro così completo come avrei desiderato, credo comunque che nelle sue linee generali la mia relazione sarà tollerabilmente corretta». Capitava spesso che la «copertura» delle notizie avvenisse in modo rapsodico: cronache parziali su certe gazzette di provincia (come Il Corriere del Lario, settimanale stampato a Como), altre nei maggiori quotidiani di Torino e Genova, magari a giorni di distanza dai fatti. Scrisse un inviato: «Nemmeno stamane notizie della guerra: è una desolazione mancar di particolari». Il quadro completo di una battaglia veniva poi fuori, magari sull’Opinione, ma di giornalistico, in senso vero, aveva ben poco perché era una collazione di documenti ufficiali dello stato maggiore dell’esercito sardo.

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Esordi

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ALTRE LETTURE

INTERNET CI RENDE STUPIDI? di Riccardo Paradisi

se la rete invece di renderci più facile la vita, accrescendo la nostra capacità di assumere informazioni, ci rendesse semplicemente più stupidi? Se lo chiede il giornalista scientifico Nicholas Carr nel suo Internet ci rende stupidi? (Cortina, 317 pagine, 24,00 euro), un saggio che lancia l’allarme sulle implicazioni psicologiche, sociali e cognitive del web. Abituati infatti a scorrere freneticamente dati tratti dalle fonti più disparate, siamo diventati tutti più superficiali. La rete inoltre ci sta riprogrammando a sua immagine e somiglianza, arrivando a plasmare la nostra stessa attività cerebrale anche perché l’uso distratto di innumerevoli frammenti di informazione finisce per farci perdere la capacità di concentrazione e di ragionamento.

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Notizie dalla battaglia

di Solferino di Mario Donati

Ragionamenti a margine, registrazione di umori e pettegolezzi non mancavano. Per esempio allo scrittore e critico musicale Giuseppe Rovani, padre della giovane scapigliata milanese, toccò il compito di vagliare le ragioni che avevano indotto Napoleone III ad accogliere la proposta di tregua avanzata da Francesco Giuseppe, la qualcosa mise il freno a mano alla liberazione del Lombardo-Veneto. Tra i più attivi con la penna c’era il pugliese Giuseppe Massari, esponente illustre dell’immigrazione politica risorgimentale, che divenne poi addetto stampa e portavoce del primo ministro sabaudo. Era assai informato in quanto frequentatore assiduo delle «stanze dei bottoni» piemontesi. Il Massari, dopo la richiesta di Vienna, annotò che a Milano, «città tutta un fermento», molti stracciavano le bandiere francesi, staccavano dai muri i ritratti del sovrano di Parigi, e «ai bastioni i soldati gridano Vive la République». La conquista del Meridione dava lo

spunto a studi e reportage su odiose pratiche ben attive in Campania. L’Opinione spiegò ai lettori come era fatta la camorra. Si legge nella prima puntata: «Il regno del camorrista è limitato, egli non può uscirne. Fuori il luogo ove vive, non è più riconosciuto, i suoi lucri cessano d’un colpo, e finisce il prestigio di cui godeva; e basta spesso rimuoverlo da un rione all’altro della stessa città». Questo quadro napoletano ovviamente è cambiato, e molto. A proposito del Sud, all’iniziale entusiasmo subentrò un velenoso scetticismo. Uno dei giornali più devoti ai Savoia come la Patria scrisse: «Non giova dissimulare che l’unità italiana è mal fatta, che è piena di lotte interne, di turbamenti, d’incertezze per l’avvenire: in questi sforzi d’un popolo che cerca le condizioni definitive della sua indipendenza, l’unità è una prova, ma non è una riuscita».

Cronache dell’Unità d’Italia (articoli e corrispondenze, 1859-1861), Oscar Mondadori, 440 pagine, 10,00 euro

FRATELLI D’ITALIA SOPRATTUTTO IN CUCINA *****

identità italiana prima di coincidere con le sue forme politiche si realizza nei modi di vita, nei gusti artistici, soprattutto gastronomici. Se pensiamo la cucina italiana come rete di saperi - dice Massimo Montanari nel suo gustoso saggio L’identità italiana in cucina(Laterza, 97 pagine, 9,00 euro) - come reciproca conoscenza diffusa di prodotti e ricette provenienti da città e regioni diverse, è evidente che uno stile culinario italiano esiste fin dal Medioevo. Soprattutto negli ambienti cittadini che rielaborano la cultura alimentare delle campagne e la mettono in circolazione. Si forma così un’identità concreta e quotidiana, fatta di sapori, di prodotti, di gusti. L’unità politica del Paese accelera questo processo.

«L’

Brentani: nel nome di Berto con la lente del grottesco ella morte - spesso - vale la pena ridere: il dialogo con la morte di Brancaleone alle Crociate, per dire, è un capolavoro di scrittura e recitazione, proprio perché non si capisce se ci sia più da ridere o da piangere. Allo stesso modo si resta interdetti (positivamente, inquietantemente interdetti) di fronte a un piccolo romanzo che segna il buon esordio di Alfronso Brentani, trentenne sardo che ha pubblicato Per oggi non mi tolgo la vita con la piccola ed elegante casa editrice romana Exòrma. L’autore dice chiaramente di voler rendere omaggio con questo suo breve romanzo - al capolavoro di Giuseppe Berto, Il male oscuro. Ma forse si tratta di un omaggio sghembo: ho trovato nel romanzo di Brentani molta più autoironia - al limite del grottesco - che non nelle pagine dolenti del grande scrittore veneto. Per il semplice motivo che il quasi mezzo secolo che ci divide dal Male oscuro (è del 1964) ha travolto la percesione stessa del male interiore. Nonché della funzione della psicoanalisi nella società. E nella lette-

D

di Nicola Fano ratura, naturalmente. Si deve essere più lievi, oggi: la parola depressione, che in realtà corrisponde a una malattia assai grave, ormai è un lemma mondano, quasi una chiave d’oro per entrare in società. Ovvio e saggio che Brentani usi la lente del grottesco per raccontare le ossessioni del suo personaggio: un giovane che lavora nel mondo dell’editoria e che tenta compulsivamente di suicidarsi, come se il togliersi la vita fosse la missione della sua vita (il paradosso è voluto). Il flusso dei pensieri su cui si fonda stilisticamente la narrazione è pieno di alti e bassi, di scatti ironici (un suicidio mal riuscito è sempre, in sé, amaramente comico) e di deliri dolorosi. L’omaggio a Berto si sostanzia proprio nella ricerca di un linguaggio che il più possibile possa rendere il senso del dolore interiore del personaggio. Certo, non bastano i farmaci, non basta la psichiatria (e probabilmente non basterebbe neanche la psicoanalisi) per risolve-

re l’ossessione del protagonista. E in questa impossibilità di salvarsi (o meglio nell’obbligo di imparare a conviere con l’orrore di sé) sta il tratto più interessante di questo debutto narrativo. Anzi, in questa chiave la depressione (quella vera) e il suicidio («continuamente interrotto», avrebbe detto Flaiano) sono solo espedienti letterari per raccontare lo stato d’animo di molti di noi. Non necessariamente depressi né aspiranti suicidi. Anni fa, uscì uno splendido film sulla violenza e l’alienazione nelle banlieue parigine: L’odio di Mathieu Kassovitz. Cominciava con l’immagine di un ragazzo che, precipitando da un grattacielo, ripeteva ossessivamente: «Fin qui tutto bene». Il dramma finale (il drammatico atterraggio del ragazzo) non arrivava mai. Ebbene, questa è la nostra condizione: fin qui tutto bene. O, come dice Brentani: «Per oggi non mi tolgo la vita». Alfonso Brentani, Per oggi non mi tolgo la vita, Exòrma, 123 pagine, 12,00 euro


Saggi

MobyDICK

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ossiamo parlare di miracolo ma anche di condanna. Se uno scrittore o un regista ha a sua disposizione il tempo per narrare l’amore, sentimento che si nutre di tempo, il pittore deve essere fulmineo.Vale l’istantanea, e questa in un certo modo deve racchiudere lo svolgersi del tempo. È su questo che ragiona Flavio Caroli nel saggio dedicato a questo tema (Il volto dell’amore, Mondadori, 90 pagine, 18,00 euro). Dice infatti l’autore, tra i massimi studiosi d’arte oggi in Europa: «Per la pittura tutto deve risolversi in una singola inquadratura, concentrata e potente proprio perché irripetibile». E attraverso l’esame delle tematiche amorose poste su tela o su muro, Caroli ha anche modo di raccontarci le varie stagioni storiche, le crisi, le esaltazioni, le speranze e i tormenti. «L’amore - egli dice - è un primario della vita», cui ovviamente si devono annettere le determinazioni «secondarie», o storiche, che appaiono sull’epidermide, e nelle viscere, delle civiltà nel loro evolversi. Straordinaria è l’avventura dell’uomo che vuole ritrarre l’atto d’amore. Anche quando la figura ritratta è unica, fissata nella sua solitudine, mai appare staccata dall’altro, cui continuamente rimanda. Questa riflessione non compare nelle pagine di Caroli, ma è implicita nella sua definizione di amore: «La possibilità di sanare, con un partner, le falle della propria anima». Le arti figurative hanno registrato una scossa profonda con la fisiognomica di Leonardo da Vinci, ossia la rappresentazione dei «moti dell’animo» attraverso i tratti del volto. Dunque il pensiero in figura. Dunque il cancello d’entrata della psicologia. Prima ancora di Freud, almeno a tratti.

P

A come amore

Il tema dell’amore è esplicito ed esplosivo nei dipinti di Pompei, sede privilegiata della grammatica amorosa che ritrae uomini e donne senza l’impaccio del pudore o della vergogna. Sui muri c’è il carpe diem, c’è l’inno a Venere e a Dioniso. Perché così tante rappresentazioni disinvolte dell’eros? Caroli risponde che le opere lascive furono prodotte per diversi usi: «In alcuni casi hanno una funzione comica legata all’eros e, soprattutto, intendono essere propedeutiche all’eccitazione sessuale, nell’ambito sia degli spazi privati che dei lupanari». Con l’avvento del cristianesimo tutto ovviamente cambia. Le regole «sui traumi e i limiti dell’amore» sono dettate da Sant’Agostino prima e da Dante e Petrarca poi. Il primo dipinto di compiuta felicità cristiana ritrae due coniugi con il Ritratto di Van Eyck con la moglie (1434). I due sono comunemente noti come «i coniugi Arnolfini». Lei è incinta, lui la guarda teneramente. A lato un cagnolino, simbolo della fedeltà coniugale. In seguito avviene appunto il miracolo della psicologia attraverso la fisiognomica, il tentativo di

(da Pompei a Jeff Koons)

Flavio Caroli risfoglia la storia dell’arte alla ricerca dei mille volti di Eros, così come nelle varie stagioni, tra crisi, esaltazioni, speranze e tormenti, gli artisti le hanno in modo fulmineo fissati nelle loro opere. «In una singola inquadratura, concentrata e potente proprio perché irripetibile»

ta la dimensione del “non-finito” o dell’”informalità”: l’”informalità” dello strazio». Il Settecento ha due tesori come Canova e Goya. Lo spagnolo rappresenta ciò che è eccezionale. «Siamo a un passo dall’inferno», ci avverte Caroli descrivendo la Maja desnuda, la donna sdraiata e svestita che pare dirci che potrebbe essere la nostra ultima possibilità di amare.

di Pier Mario Fasanotti

Attraversato il romantico Ottocento (ricordiamo il celeberrimo Bacio di Hayez), si torna all’interrogativo su cosa siano l’amore e la bellezza, e allora Renoir risponde con un groviglio di anime e di corpi. Il pennello s’intinge nella sensualità delle Grandi Bagnanti. L’oggetto del desiderio si fa crudele e faticoso per Edgar Degas, il pittore che ha inseguito la verità al femminile, l’artista che, minacciato dalla cecità, è approdato in un universo «splendente e desolato» ove s’impedisce agli occhi di distinguere i profili del visibile. Ecco dunque Bagnanti, con la donna il cui volto è coperto dai capelli. Toulouse-Lautrec, Modigliani, van Gogh, infine il nordico Edvard Munch, autore del Bacio ma anche dell’Urlo: incomunicabilità e lontananza, il contatto tra uomo e donna che è forse per desiderio e forse è per dirsi addio. L’inconscio non ha più alcun argine con Gustav Klimt: la sua Giuditta è eros e thanatos, è «un istante congelato di lussuria», è protervia della donna divisa tra furore, appagamento e voluttà. E nemmeno per Picasso, il cui cubismo «è strumento per scatenare le forme». Per lui l’amore e lavoro è tutt’uno. Quell’amore che l’americano Jeff Koons omaggerà con un cuore appeso (Hanging Heart), rosso prodotto di consumo. Flavio Caroli concede a Koons l’intenzione di parlare di amore. A noi sia concessa una più greve esclamazione: che banalità.

raffigurare quel nucleo problematico che è appunto il «profondo», per sua natura invisibile. O comunque sfuggente. Con Leonardo avanza l’uomo «complesso». A cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, in piena crisi culturale, «le energie utilizzate fino a questo momento per padroneggiare il mondo esterno e visibile - scrive Caroli - si rivolgono all’interno e all’invisibile, diventano una sonda, una telecamera puntata verso l’inconscio». E questa esplorazione pervaderà tutto il Cinquecento, il secolo dell’amore. Emblematico è il Doppio ritratto del Giorgione. Vediamo un ragazzo delicato, malinconico, concentrato sui propri sentimenti (come nella Melancolia di Dürer), e dietro un altro giovane dai tratti più grossolani e volitivi. Passi in avanti, e significativi, li fa poi Raffaello, l’urbinate che venne definito come «l’agrimensore della totalità», colui che si chiede se sia possibile vivere sempre nell’Olimpo delle idee, dandosi poi una sola risposta: no. Raffaello cercherà l’ossigeno della vita nei

vicoli di Roma. La sua Fornarina (1520 circa) è il riassunto pittorico dell’invito all’amore, un «vieni qui perché qui c’è tutta la felicità che puoi desiderare». Ci sarà poi Giulio Romano, ma anche quel «partecipe del neopaganesimo diffuso» che fu Tiziano: un effluvio di capelli, di cieli, di ori, di ombelichi, di luci. La vita fatta esplodere dall’amore. «Tiziano - ci avverte Caroli - porta sulle spalle Pienezza, Felicità, Classicità, sostantivi che appartengono più agli dei, o al mito, che al destino degli uomini». Nell’Amor sacro e Amor profano compaiono due donne simili nel viso, la prima vestita ma attraente, la seconda nuda quasi per intero. Il dipinto rimanda alle discussioni che si facevano nel Rinascimento su Venere: essere di amore o sentina di tutti i vizi? Un conflitto di coscienza. Risolto nella divisione di Venere in Venere Celeste (Urania) e Venere Terrena (Pandemos).

Impensabile accennare all’amore materno senza star davanti alla Pietà Rondanini di Michelangelo: «Cronaca di amore puro e disperato», scrive Caroli. «In meno di un secolo di vita, la fisiognomica delle passioni (nella fattispecie il lutto per la morte di un figlio) conquista territori addirittura oltremondani perché Michelangelo agguan-


Danza

MobyDICK

spettacoli

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di Diana Del Monte

uando si parla di danza contemporanea italiana, Virgilio Sieni è sicuramente una delle nostre firme migliori. La quantità e il valore dei progetti portati avanti con la sua compagnia e con l’Accademia del gesto, ma soprattutto la qualità e la verità della sua ricerca coreografica lo hanno reso negli anni un portabandiera d’eccellenza della nostra danza. Un ruolo che Sieni riveste molto bene e che è diventato particolarmente importante in un momento come quello attuale. A investirlo del «gravoso incarico», stavolta, è stato l’Istituto italiano di cultura di Toronto per la rassegna Spotlight Italy, un festival di due settimane (15-29 marzo) dedicato all’arte contemporanea del Bel Paese. Citando la presentazione ufficiale dell’evento: «In onore del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia vi presentiamo Spotlight Italy, due settimane caratterizzate dalle produzioni delle compagnie italiane più innovative, da una serie di eventi, classi ed esperienze che fanno onore alla cultura e all’arte italiana contemporanea». Un rapido panorama della creatività nostrana che va dalla musica al teatro, dalla moda alla cucina. Nella sezione teatrale, accanto a La natura delle cose di Sieni (1519/03), il palcoscenico del Canadian Stage ospita Basso ostinato di Caterina Sagna (22-26/03), Nunzio con la regia di Carlo Cecchi (15-19/03) e La festa di Gianfelice Imparato (22-26/03). L’Ontario è la regione canadese con la più alta percentuale di italiani residenti e con una comunità particolarmente

Q

Televisione

attiva nell’area urbana di Toronto. La scelta del Canadian Stage di collaborare con il nostro Istituto di cultura, aprendo per il primo anno la sua rassegna a una tematica incentrata su artisti stranieri, dunque, non sembra affatto un azzardo, soprattutto considerando l’importante ricorrenza. Particolarmente interessante e apprezzabile,

Eccellenze contemporanee, a Toronto il made in Italy

comunque, la scelta della programmazione sia di danza che teatrale. Sieni, infatti, mescolando coreografia e filosofia, danza e arte figurativa, movimento e architettura, non può certo considerarsi un autore facile. Nella

performance ispirata al De rerum natura di Lucrezio, il coreografo fiorentino porta avanti quella raffinata scoperta di temi inesplorati che da sempre contraddistingue il suo lavoro, attraverso una danza intesa come poesia fi-

sica. La natura delle cose (2008), primo atto della trilogia dedicata a Lucrezio seguita da Oro (2009) e da L’ultimo giorno per noi (2010) - mette in scena il principio epicureo del «nulla nasce dal nulla» in un ambiente ovattato, guidato dagli esametri lucreziani avvolti dalla voce di Nada. Questa sera, poi, l’ultimo appuntamento canadese di Sieni cede il palco a Basso ostinato di Caterina Sagna, coreografa italiana emigrata nel 2005 in Francia. In questo lavoro del 2006, molto poco rappresentato in Italia, la coreografa porta in scena un pezzo di vita ordinaria, soffocata da un lento processo di disfacimento: «È inutile fare resistenza, (i danzatori, ndr) possono solo accompagnare il processo di disfacimento che cresce nutrendosi degli scarti che esso stesso produce», spiega la Sagna. «Viene quasi la nausea. Meglio prendere qualcosa e inghiottire, illudersi di eliminare il disturbo, anestetizzarsi. Ecco il loro Basso ostinato». Un lavoro che appare quantomai attuale.

Antonella, Flaminia, Debora... Storie di vita, non di veline hi scrive questa nota settimanale è stavolta particolarmente contento di segnalare un programma serio e utile.Va in onda su Rai 3 ogni domenica alle 12,55 e s’intitola Storie di vita. Improntato sulla sobrietà, è sobriamente condotto (negli studi di Napoli) da Giovanni Anversa, lontano dal dovere di «fare spettacolo» e poco incline a commozioni posticce o di rito. Una delle puntate è stata dedicata a coloro che sono affetti da Sclerosi Multipla. In Italia sono in 58 mila. Che non è poco. Nulla o quasi nulla si sa sull’origine della malattia invalidante, che colpisce, con un rapporto due a uno, soprattutto le donne. In studio è stata intervistata la «madrina» dell’Aism (Associazione italiana sclerosi multipla), l’attrice Antonella Ferrari, la quale ha raccontato d’essersi accorta che qualcosa nel suo corpo non andava quando, in periodo adolescenziale, faceva danza classica. Improvvise rigidità muscolari, inspiegabili cadute a terra. Allora i medici se la cavavano dicendo «è stress». La diagnosi precoce è arrivata molto

C

dopo. «È stata una specie di sollievo - ha raccontato la Ferrari - quando mi hanno rivelato ciò contro cui io dovevo lottare». Smessa la danza, ha studiato recitazione ed è diventata attrice di successo. La ricordiamo nella Squadra, in Centrovetrine, Butta la luna e anche in numerosi lavori teatrali. Le ricadute ci sono state, certo. E Antonella l’anno scorso è dovuta rimanere sulla sedia a rotelle, «schiava in casa» visto che le dimensioni dell’ascensore (poi cambiato) non le permettevano di uscire. «Non mi sono mai considerata una

malata a tempo pieno…», ha aggiunto. «Semmai il tasto più dolente è l’idea della maternità: i medici sono scettici, ma non è detta l’ultima parola». Chi invece mamma è diventata è la signora Flaminia di Roma. Malgrado gli attacchi di Sm fossero cominciati quando aveva 18 anni, ha continuato a studiare fino a diventare avvocato. Ma la vita in tribunale le risultò tropo faticosa. E anche perché voleva un figlio, s’è messa a riposo. C’è riuscita, grazie anche alla disponibilità affettuosa del marito. Oggi ha un bambino che, tra l’altro, conosce abbastanza bene il problema della madre e avvisa il papà o la nonna quando è necessario: «Mamma bua alle gambe, bua alla testa, non può alzarsi…». Il conduttore del programma ci

ha informati dei vari centri di riabilitazione. Il più avanzato in Italia è quello di Genova. Medici e fisioterapisti aiutano, spiegano. Sono disponibili e sorridenti, mai compassionevoli. Un’altra testimonianza, quella di Debora. Senese, laureata in Biologia evoluzionistica ma, per ragioni facilmente comprensibili, costretta ad accettare un lavoro in banca. Debora aveva 22 anni ed era fidanzata, ma «la diagnosi dei medici fece finire il rapporto sentimentale: lui aveva paura di assumersi delle responsabilità, di prendersi cura di me, anche se io agli altri chiedo soltanto un aiuto, una spalla, e non la soluzione di tutte le mie difficoltà». È quasi pleonastico, a questo punto, osservare che la televisione talvolta si deve occupare non tanto del dolore in sé, quanto della vita vera (che è anche dolore e tenacia). Che non è solo veline, pettegolezzi, tette e cosce in bella mostra, litigiosità, carrierismo vanesio o Il Grande Fratello che fa zoomate su uno sconfinato sciocchezzaio barattandolo per esistenza di (p.m.f.) tutti noi.


Essere&Tempo

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MobyDICK

ai confini della realtà nella cerchia dei famigliari, pari, amici o colleghi (ovviamente non sempre) e molto meno con chi è diverso per la pelle scura o gli occhi a mandorla, dando origine a reazioni di razzismo. Nella diversità includiamo chi appartiene a un’altra squadra di calcio (i tifosi parlano delle partite con il «noi» come se in campo ci fossero stati loro), religione, partito politico oppure orientamento sessuale. In quest’ultimo caso, la diversità è avvertita come minaccia alla propria sessualità ed è sentita non a caso quasi esclusivamente da maschi contro maschi. Invece, soltanto una forte attrazione (anche questa determinata geneticamente) per l’altro sesso permette di superare le difficoltà di identificazione che, però, si svelano appena possibile con atteggiamenti indiretti e spesso denigratori.

di Leonardo Tondo

i questi tempi si fa troppo presto a dire identità, un termine abusato in riferimento a presunte radici culturali che diventa l’alibi per giustificare chiusure intolleranti nei confronti degli altri, specialmente se immigranti. A questo tema già scottante di per sé, si è aggiunta la polemica tutta nostrana sulle celebrazioni dell’unità d’Italia richiamandosi, anche in questo caso, all’identità. Domanda immediata: se fosse stata una festa tanto importante perché ricordarsene dopo un secolo e mezzo? Poi, certo, commuove Benigni che fa l’esegesi dell’inno italiano e lo canta di fronte all’inutile pubblico dell’inutile festival di Sanremo come se fosse uno di quei soldatini ventenni nelle trincee delle guerre risorgimentali, ma questa è un’altra storia. D’altro canto, è indifendibile l’opposizione leghista verso la celebrazione unitaria che risponde a uno stitico desiderio di rinchiudersi nella Padania e adorare dei celtici, sposalizi con il Grande Fiume e altre banalità decorativo-mitologiche (ovviamente le motivazioni economiche sono le più importanti).

D

Ci troviamo a parlare di orticelli locali quando dovremmo preoccuparci dell’Europa che non decolla e che non riesce a prendere una decisione, una e univoca nei confronti degli sconvolgimenti epocali alle porte islamiche di casa. Anche quella europea è un’identità, ma almeno è allargata e ne include altre minori spesso di incerto significato. Eppure tutti pronti nel parlare di unità europea, di salvaguardia delle identità nazionali, regionali, linguistiche, fino ad arrivare ai formaggi e alle barbabietole. Il cammino dell’identità parte dal molto piccolo, le nostre cellule, per arrivare alla globalizzazione. Geneticamente abbiamo gli strumenti per riconoscere quello che appartiene al nostro corpo ed eliminare senza tanti problemi tutto quello che è estraneo. Ci sono delle cellule di vario tipo specializzate che proteggono la nostra identità (scritta nel Dna), capiscono quando un batterio o un virus sono nocivi, pertanto ospiti indesiderati, e li eliminano in vari modi. Quando non ce la fanno per le diminuite resistenze dell’organismo o per quantità e virulenza dell’attacco, l’infezione prende il sopravvento e si ricorre alla medicina oppure si muore. Ma le minacce possono venire dalle nostre stesse cellule che si sbagliano nella riproduzione e danno origine ad altre che non ci appartengono. Anche queste usualmente vengono riconosciute ed eliminate, ma ogni tanto il meccanismo si inceppa, vengono ospitate e lasciate crescere dando origine a tumori più o meno maligni (anche qui, o la terapia o la morte). Allargandoci all’individuo nella sua complessità, l’identità in senso psicologico è quella

Identità

istruzioni per l’uso Il termine è abusato e spesso diventa un alibi per giustificare l’intolleranza. Il suo cammino parte dalle nostre cellule e approda alla globalizzazione. Ma per diventare cittadini del mondo, solidi nelle proprie radici e capaci di entrare negli universi altrui, occorre molto esercizio... che ci aiuta a riconoscerci al mattino quando ci guardiamo allo specchio prima o dopo la doccia, con le occhiaie, assonnati ma con la certezza che l’immagine che ci viene restituita corrisponde a quella che abbiamo in una nostra carta d’identità cerebrale. Questo può non accadere in malattie gravi della psiche dove si perde quel senso di unitarietà che ci contraddistingue tanto da portare a pensare al non essere più che all’essere. L’autoriconoscimento è un’esperienza molto precoce che si sviluppa in modo complesso più tardi, a cui fa subito

seguito il riconoscere l’altro. È talmente forte questa esperienza e matura in momenti così poco razionali che rimangono in testa sapori, odori, emozioni verso cui si manterrà una forte nostalgia per tutta la vita e saranno la base della nostra cultura. Con il tempo si mette in atto il processo di ritrovarsi nell’altro a cui partecipano attivamente i neuroni specchio che aiutano a capire i tratti simili ai nostri in chi ci circonda avviando un meccanismo che è appunto di identificazione. Questo è più semplice con chi entrerà

La vita in comune non è semplice, ma sentiamo il bisogno degli altri come una necessità psicologica interna che non riusciamo sempre a spiegare; potrebbe trattarsi di un retaggio evoluzionistico che ci ha permesso di sopravvivere agli attacchi di altri gruppi ostili. Si fa anche in fretta a far parte di un gruppo, può essere quello di perfetti sconosciuti che si trovano su un autobus e reagiscono tutti insieme contro un taccheggiatore oppure quello di altri sconosciuti che sostengono una causa su facebook. Come è anche facile che gli stessi gruppi si sciolgano per riformarsi secondo convenienze economiche o di potere, come per i partiti politici. Ritorna sempre lo spirito tribale della competizione o della più matura cooperazione (più raramente). Fa parte della storia dei popoli e ha dato luogo a infiniti lutti e guerre. Neanche quelli che si sono aperti facilmente agli altri ne sono usciti bene. Se i pre-colombiani fossero stati più accorti e non avessero accolto gli spagnoli come degli dei in corazze d’argento, sarebbero probabilmente ancora presenti su questo mondo con un bel vantaggio per tutti (non è l’unico esempio). Mantenere un equilibrio fra accettazione per gli onesti e ostilità per i delinquenti sarebbe il compromesso più favorevole, ma bisogna scendere a patti con la spontanea diffidenza verso l’altro. Delle solide basi culturali contribuiscono a quella solidità di pensiero che dà la forza per consentire l’apertura verso l’altro, portano a uscire dai nostri confini mentali modesti e diventare sufficientemente sofisticati per entrare nei mondi altrui, forniscono gli strumenti necessari per mitigare delle nostre naturali tendenze di difesa, allargano il nostro panorama alle diverse esperienze facendoci diventare cittadini del mondo. Così come le mamme di una volta sapevano che i bambini devono essere esposti a batteri e virus (con cautela) per dar loro modo di organizzare delle resistenze naturali e non aggressive.

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Parola chiave Timore di Sergio Valzania Premio alla regia a Cannes nel 2010, il film su un impresario di una troupe di insolite spogliarelli...

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