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INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

di Livia Belardelli he la scrittura non paghi non è una novità. Lo sanno anche i muri che vivere facendo lo scrittore è un lusso per pochi. A potersi permettere questo privilegio sono solo i grandi da oltre 100 mila copie all’anno, corteggiati e adulati dalle case editrici. L’esordiente di rado supera le 4 mila questa è la media - e il più delle volte fa fatica a raggiungere addirittura le tre cifre se si esclude la nutrita schiera di parenti e amici a cui viene imposto l’acquisto. D’altronde allo scrittore in erba che si affaccia al mondo dell’editoria si para davanti uno scenario spesso desolante. Una giungla di carta, fatta di sedicenti editori che, pur di guadagnare qualche spiccio, accarezzano ego e vanità dell’esordiente con proposte che sono, troppe volte, truffe in piena regola. L’aspirante autore - diversi i profili che mirano all’approdo letterario: si va dal giovane ingenuo al vecchio professore, dal professionista con il pallino della creatività al pensionato annoiato - non solo comprende con fulminea e trasparente certezza che non si campa con la scrittura ma addirittura, ed ecco qui il paradosso, si trova a dover pagare per scrivere. Insomma, è come dire «vuoi lavorare? E allora paga!». Uno stipendio al contrario, il dipendente che retribuisce il datore di lavoro. Tante sono infatti le piccole case In America editrici che, ricalcando l’autore che pubblica l’eufemismo utilizzato nelle letproprie spese è visto come

C

ALLA FIERA DELLA

VANITY PRESS

a uno che investe su se stesso. Da noi, salvo poche eccezioni, è guardato con commiserazione e ignorato dalla stampa. Breve guida per orientarsi tere di risposta in una giungla di carta inviate agli autori, (e di imbrogli…) chiedono «un contributo

per la pubblicazione». Funziona così. «Gentile esordiente, le scriviamo dopo aver letto con interesse la Sua Opera che ci ha ben impressionato. Da qui la convinzione che il Suo lavoro sia pronto a entrare nel nostro progetto di pubblicazione e lancio di nuovi autori». Segue batticuore per l’ignaro e ingenuo scrittore che, per un attimo, vede avverare i propri sogni di gloria e immagina, lievemente superbo, il proprio testo nella vetrina di una grande libreria. Segue un elenco scritto di tutti i servigi offerti dalla casa editrice, distribuzione e promozione in ogni dove, radio, televisione, grandi fiere. Fin qui tutto bene.

Viaggio nell’editoria a pagamento

Parola chiave Declino di Gennaro Malgieri Anna Calvi? Grande come Patti Smith di Stefano Bianchi

NELLA PAGINA DI POESIA

Rispetto per Mameli, un romantico per niente vacuo di Francesco Napoli

C’era una volta a Napoli il ballo dei re di Gabriella Mecucci Quel vento di primavera che spazzò gli ebrei di Anselma Dell’Olio

Meglio gli ori antichi delle finte retrospettive di Marco Vallora


alla fiera della Vanity

pagina 14 • 29 gennaio 2011

Fino a quella frase che, all’istante, porta il moderno Icaro a bruciarsi le ali e a scendere giù in picchiata. «Per chiarezza e correttezza» continua la letterina - chiarezza che, inspiegabilmente, poco viene utilizzata in trafiletti e annunci pubblicati dalla suddetta casa editrice per adescare sprovveduti da spennare - «teniamo a precisare» - sul precisare vale quanto detto sopra - «che i nostri accordi di edizione prevedono che l’autore acquisti un quantitativo prefissato di copie del proprio libro». Così, a talento e creatività, si sostituisce il criterio del portafogli. Acquistare 200/300 copie del proprio libro significa sborsare 2500/3000 euro, anticipatamente alla pubblicazione del libro stesso, dunque senza avere alcuna certezza sull’editing, la distribuzione e la promozione del volume. Insomma, si paga per dare forma cartacea al proprio manoscritto, e la casa editrice si tramuta in nulla più di una tipografia - tra l’altro affatto a buon mercato visto che per le 200/300 copie una tipografia chiede in media trai 600 e i 1000 euro - perdendo le caratteristiche di selettività e autosufficienza che dovrebbero contraddistinguerla. Ma allora perché questi ibridi esistono e sopravvivono? Una possibile risposta è efficacemente rivelata nella traduzione inglese del fenomeno, dove all’italiano «editoria a pagamento» (Eap) si sostituisce un binomio di grande potenza espressiva: Vanity Press. Perché gli abusivi confezionano e vendono borse di marca taroccate in mezzo alla strada? Semplicemente perché qualcuno le compra. Così, se la Eap sopravvive è colpa anche di chi è disposto a pagare per compiacere il proprio narcisismo. In sostanza l’editoria a pagamento è figlia della vanità dello scrittore e, a volte, dell’ingenuità dell’esordiente oltre che dell’esigenza bruciante di comunicazione. Il motore dell’editoria dovrebbe essere il talento, la casa editrice un imprenditore che investe su questo talento assumendosi dei rischi. Difendersi parlando di democratizzazione, accusando le case editrici affermate di chiudere le porte in faccia agli esordienti, è una contraddizione bella e buona.

Una grande casa editrice come Longanesi riceve tra le 15 e le 30 proposte editoriali a settimana ma pubblica con il contagocce. Minimum Fax ne riceve 6-7 al giorno, per un totale di circa 2000 testi all’anno e ne pubblica un paio. Una a pagamento è disposta a stampare l’80% dei dattiloscritti che le arrivano, immettendo sul mercato - si fa per dire - anche 100 titoli in tre mesi senza alcuna selezione. Si può parlare di democratizzazione? La pubblicazione non è un diritto inalienabile dell’essere umano. E non è forse più democratico premiare il talento anziché la disponibilità economica? E magari evitare di ingolfare un mondo già saturo di opere con volumi di dubbio spessore letterario che, in questo caso per fortuna, non avranno alcuna visibilità. «Mettere un filtro editoriale e limitare il numero dei pubblicati significa fare il bene dell’autore» chiarisce Nicola Lagioia, scrittore ed editor di Minimum Fax. Gli autori che si pubblicano vanno seguiti e maggiore sarà il numero dei pubblicati, minore sarà l’attenzione che la casa editrice potrà assicurare loro. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Giuseppe Strazzeri, vicedirettore editoriale di Longanesi, che spiega come la pubblicazione di un nuovo autore sia un lavoro oneroso. «L’esordiente è la più bella sorpresa per l’editore ma anche il più alto rischio, è un percorso professionale completamente da costruire, è un autore da rendere noto partendo dall’assolutamente ignoto». È una sfida in cui si crede. Per questo il numero degli esordienti non può essere così elevato, perché non si possono lanciare troppi neo-autori se non si può assicurare loro un’adeguata comunicazione e promozione. «Un’uanno IV - numero 4 - pagina II

nica circostanza fa eccezione» dice Strazzeri, «e si tratta dell’editoria che ha un basso bacino d’utenza. Nel caso dell’editoria accademica il contributo può essere lecito, ad esempio per pubblicazioni scientifiche di alto valore ma che, a causa della loro specificità, sono indirizzate a una piccola nicchia di esperti del settore.Tutto ciò però non vale assolutamente nel campo della narrativa». Un altro mondo a parte è quello della poesia. Anche lì, a causa del limitato bacino d’utenza, il contributo è un biglietto necessario, a meno di non essere autori di chiara fama. «Soltanto le grandi case editrici come Mondadori, Einaudi, Guanda e poche altre possono permettersi di pubblica-

PER SAPERNE DI PIÙ

- Editori a perdere, Miriam Bendia, Antonio Barocci, Stampa Alternativa - La guida 2010 degli editori che ti pubblicano, Leonardo Pappalardo, Delos Books - Come pubblicare un libro, Andrea Mucciolo, Eremon Edizioni - I mestieri del libro, Oliviero Ponte di Pino, Editrice TEA - Editoria. Guida per chi vuole pubblicare, Alessandro Gusmano, Editrice Zanichelli - Il pendolo di Foucault, Umberto Eco, Bompiani - Come si scrive un Racconto, Gabriel Garcia Marquez, Giunti - Come non scrivere un romanzo, Howard Mittelmark, Sandra Newman, Corbaccio - Lettera a un giovane scrittore, Claire Delannoy, Ponte alle Grazie

press

re gratis», spiega Loretto Rafanelli, autore di libri di poesia ed editore dei Quaderni del Battello Ebbro. «Anche in questo settore però si può parlare, se non di malcostume, di malcostume a metà. È vero che la poesia è difficile da distribuire ma è vero anche che tanti editori domandano contributi all’autore gonfiando una legittima e necessaria richiesta in maniera eccessiva senza tra l’altro assicurare una distribuzione adeguata». Conclude Lagioia sottolineando un aspetto importante: «Il libro non è un film, per rientrarci basta vendere 2000-2500 copie». E questo traguardo deve essere raggiunto grazie al lavoro dell’editore che, in quanto tale, deve prendersi un rischio che, a giudicare dalla tiratura, non è nemmeno così gravoso da necessitare l’intervento monetario dell’autore. La questione, sempre più dibattuta, trova spazio nel luogo principe della libera comunicazione scritta, il web, dove tanti utenti hanno messo su un vero e proprio circuito di informazione sull’argomento. Così nascono siti salvagente per scrittori alle prime armi che, grazie alle indicazioni di varia natura presenti su internet, possono orientarsi nel mondo virtuale come nella giungla cartacea dell’editoria. È il caso di Writer’s Dream, Scrittori in causa, Galassia Arte, Scrittori sommersi e tanti altri ce ne sono, che segnalano case editrici più e meno virtuose e danno voce alle esperienze di chi, per vanità o ignoranza, si è trovato ad avere a che fare con editori poco seri.

I blog sul web rimandano anche ai cugini cartacei consigliando diversi libri sull’argomento. Tra questi compare quello di Andrea Mucciolo, fondatore del portale di arte e letteratura esordiente Galassia Arte, Come pubblicare un libro, seguito ideale di Come diventare scrittori oggi. Senza impegnarsi in giudizi morali sull’editoria a pagamento, Mucciolo fornisce un’agile guida per districarsi tra gli ingarbugliati percorsi che possono condurre alla pubblicazione, analizzando gli errori più comuni nella ricerca di un editore, le truffe a cui si può andare incontro, i modi di tutelarsi, il tutto in maniera schietta e oggettiva, senza lasciarsi trasportare da malumori e nemmeno dal piagnisteo un po’ becero tipico dei «truffati» del web. Un atteggiamento vittimistico che, mi dice, è prerogativa degli italiani. «Nei Paesi anglosassoni, negli Stati Uniti in particolare, è assente il piangersi addosso che contraddistingue molti dei nostri compatrioti aspiranti scrittori» spiega. D’altronde anche negli Usa si è diffusa la «piaga» dell’editoria a pagamento, mi conferma Antonio Monda, scrittore, giornalista e docente alla New York University. «Non è nemmeno una prerogativa dell’editoria, ciò avviene in tutto il mondo dell’arte. Ho diverse testimonianze di amici a cui è stato chiesto di “partecipare alle spese” quando hanno cercato di pubblicare cataloghi o hanno proposto mostre in gallerie». Eppure la situazione americana, benché analoga alla nostra, suscita atteggiamenti e pensieri differenti. «Negli Usa l’autore che pubblica a proprie spese è visto come una persona che investe su se stessa, nel pieno spirito di intraprendenza del “pioniere” americano, il Self-published man. Nel nostro Paese invece un autore che pubblica a pagamento è visto come uno sfigato, completamente ignorato dalla stampa», ribadisce Mucciolo. Effettivamente l’editoria statunitense è più indulgente nei confronti degli esordienti, con librerie che vendono soltanto libri pubblicati in proprio dagli autori. In più «ogni potenziale scrittore è informato e soprattutto ha molta più autoconsapevolezza sul significato di un marketing puro» conclude. E allora forse sarebbe necessario ripartire proprio da qui. Anziché demonizzare case editrici e compatire esordienti ingenui l’autore dovrebbe prima di tutto diventare imprenditore di se stesso puntando, se il talento creativo alla base è presente, su tenacia, capacità e costanza per raggiungere il faticoso traguardo della pubblicazione.


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parola chiave

scolto una sinfonia di due secoli fa e il pensiero corre a che cosa abbiamo perduto rinunciando a coltivare la bellezza, la sapienza, la spiritualità, l’armonia delle forme. Due secoli di razionalismo hanno prodotto devastazioni che fanno ormai parte del paesaggio che ci circonda e ci fanno accettare, come se fosse naturale, di discutere della «morte del romanzo», della «fine della politica», della «crisi dell’arte», della «paura di misteriose malattie», della scomparsa dell’Occidente, dell’annichilimento del pensiero europeo incapace di esprimere qualcosa di meno caduco dello stile di vita, della moda, della gastronomia che pure non vanno disprezzati, né sottovalutati. Ma una volta, prima che la decadenza s’impossessasse delle nostre menti e contaminasse le nostre anime, che producesse meccanismi infernali dei quali siamo prigionieri, c’era un’idea di grandezza alla quale si sacrificava perfino la vita e la si offriva all’Eterno, come estremo atto d’amore. Oggi chi può dire che la generosità coincida con la gratuità, in senso metafisico prima che materiale? Ecco perché anche le espressioni migliori della letteratura risentono di una mediocrità difficile da nascondere poiché le resistenze sono state abbattute, negli ultimi decenni si sono affermati pensieri oggettivamente poveri che hanno trasmesso il rumore della modernità a tutti i popoli, perfino a quelli che erano rimasti al riparo dalle trasformazioni del razionalismo materialistico, introducendoli in un universo meccanicistico e deterministico banale ed elementare nel quale la sinfonia è una rara armonia perduta e il frastuono è la colonna sonora della nostra vita. Lo chiamano «declinismo» questo rapido trascorrere da una visione edenica della realtà e dell’immaterialità a una accettazione postribolare dello svolgimento dei rapporti umani fondati sull’«egualitarismo inintelligente», come è stato definito sul Corriere della Sera del 23 gennaio scorso da Andrea Carandini che senza scomodare nessun apocalittico del Novecento, ha semplicemente riproposto un tema che le istituzioni culturali sono assolutamente refrattarie dall’affrontare: la decadenza, appunto, quale espressione di un momento storico tra i più deprimenti della vicenda umana, almeno dalla caduta dell’Impero romano.

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Non si rivendica qui un’eredità difficilmente riproponibile, ma quantomeno la riappropriazione di una misura dell’esistenza fondata sulla cultura diffusa, sul riconoscimento del bello, sul rispetto delle tradizioni. Non c’è niente da fare: si possono invocare tutti i sostegni che si vogliono alla produzione della conoscenza, ma senza idee non ci sono risorse che bastino a far mutare l’orizzonte spaventoso in un giardino delle delizie. Perciò Carandini, sconcertando tardo-illuministi che non coltivano la sacra religione del pessimismo eppure immalinconiscono nell’osservare i segni del deperimento della civiltà occidentale ed euro-mediterranea (solo per limitarci al

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DECLINO Molte delle cose che oggi ci circondano hanno contribuito a formare una macchia indelebile sulla coscienza dell’umanità: la decadenza che si è impossessata delle nostre menti e delle nostre anime

La visione del vuoto di Gennaro Malgieri

ti». Un pianto antico che dovrebbe commuovere perfino chi questo linguaggio non lo comprende poiché il dolore di queste parole è un atto d’amore verso tutto ciò che abbiamo perduto e paradossalmente di fiducia in una possibile rivolta che induca le poche élites rimaste in piedi, reazionarie per disperazione, a continuare nell’opera di richiamo allo smarrito universo morale e civile dal quale potrebbero venir fuori le armi per combattere la decadenza. Dobbiamo crederci per quanto sia difficile. I cicli storici hanno un inizio e una fine. L’incognita è se quello che stiamo vivendo evolverà in meglio o in peggio. I segni, a essere sinceri, non sono incoraggianti. Scuola, università, ricerca, editoria, televisione, cinema, prosa, tecnologie non offrono modelli tali da farci ritenere che possa essere alle viste una riconquista di ciò che abbiamo perduto o che si sta progressivamente deteriorando. Se il sesso e il denaro sono i soli feticci ai quali dedicare l’esistenza e se i modelli di vita che la pubblicità e la letteratura ci propongono rimandano ossessivamente a essi, come fare per risalire la china? Davvero il destino che prepariamo alle generazioni che verranno è intriso dei veleni che abbiamo interiorizzato?

Su questo interrogativo

Il tramonto dell’Occidente e dell’Europa e la disarticolata umanità sono manifestazioni della stessa malattia interiore che può essere vinta con un unico farmaco: il riconoscimento della sacralità della vita. Solo questo risveglierà la sapienza, punto di equilibrio per vivere secondo i bisogni reali dell’uomo caso nostro), ha scritto: «Dopo generazioni di egualitarismo, che ha pericolosamente ravvicinato l’asino al sapiente, la qualità culturale si è straordinariamente abbassata». Con chi vogliamo prendercela? Con la politica? E sia: tanto, è come sparare sulla trincea più fragile e sguarnita. Con le accademie? Va bene. E così pure con il sistema delle comunicazioni, con le grandi agenzie di orientamento, con lo sfruttamento della natura a fini meramente economicistici neppure immaginando che dal rapporto equilibrato con essa dipende la rinascita della persona nel contesto armonico delle forme esistenti. I responsabili sono tanti. E tutti insieme hanno contribuito a formare

una macchia indelebile sulla coscienza dell’umanità che si chiama appunto decadenza. Dice, sconsolato e pessimista fino al sublime Carandini: «Le qualità umane da eccellenti diventano mediocri e - peggio - si diffonde un amore sconsiderato per la mediocrità: come è bello essere ignoranti, protervi, urlatori, volgari! Un tempo si scrivevano romanzi in cui la formazione era lo scopo di una vita. Il merito nella ricerca era il solo metro di giudizio per l’avanzamento negli studi. Libri, archivi, antichità, belle arti, monumenti, paesaggi costituivano il serbatoio nazionale della memoria su cui si edificavano persone e personalità, che ora si plasmano invece su insistenti pubblicità e costumi sempre più inattraen-

credo si debbano fermare tutte le diagnosi - politiche, artistiche, culturali, economiche, sociologiche - che siamo in grado di fare. Se non si comprende che l’avvelenamento è come un fiume che diventa sempre più impetuoso, fino a trascinare in un nero oceano di disperazione ogni cosa, è impossibile immaginare un avvenire diverso da quello che non è difficile ipotizzare. Certo, ogni tramonto prevede un’aurora. Ma se si resta rinchiusi in una sorta di bunker cullandosi nell’illusione che sia perfino confortevole restarci, con tutti i gadget che si hanno a disposizione, perché bisognerebbe attendere una nuova alba? Ecco, il declino è la visione del vuoto che consapevolmente si accetta per dare alla vita mortale l’illusione dell’eternità. La grandezza, al contrario, è consapevolezza di essere partecipi di un’altra vita, di una storia che non finisce con un ultimo respiro. Lo sapevano gli antichi dai quali non abbiamo appreso nulla che non fosse lieto per un breve momento. Eppure so che la sinfonia che sto ascoltando avrà ancora poche note, ma non per questo morirà per sempre. Al contrario, ritornerà fino a quando la bellezza sarà capace di tendere delicatamente la sua mano a chi saprà riconoscerla. Il declinante Occidente, la decadente Europa, la disarticolata umanità sono manifestazioni diverse della stessa malattia dell’anima che per essere vinta necessita del solo farmaco che si conosca: il riconoscimento della sacralità della vita che sola può garantire il risveglio della sapienza quale chiave dell’equilibrio indispensabile per poter vivere conformemente ai bisogni reali dell’uomo. Il resto appartiene alle illusioni della modernità tra le quali affoghiamo le nostre avide pretese di immortalità.


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Pop

musica

Viva Van Halen, GIUSTO DEL ROCK di Bruno Giurato

di Stefano Bianchi hioma fiammeggiante, labbra scarlatte, voce maiuscola, chitarra dagli effetti stranianti, Anna Calvi è l’artista dark che ci voleva e meno male che è arrivata. Lo dico e se volete lo ripeto, innamorato come sono del suo disco d’esordio. Ma a dirlo, soprattutto, sono stati Brian Eno e Nick Cave. E scusate se è poco. Eno, dopo che un amico l’aveva vista esibirsi al Luminaire di Londra raccontandone mirabilie, l’ha invitata a pranzo, è diventato il suo mentore e ha esclamato: «È la cosa più bella dopo Patti Smith». Cave, dopo aver ascoltato i suoi provini e la rivisitazione di Jezebel, canzone portata al successo da Edith Piaf, l’ha voluta come supporter nei concerti dei suoi feroci Grinderman. Ventidue anni, londinese, padre romano e madre svizzera, Anna Calvi non ha paura di confrontarsi con la sua parte più oscura. Tant’è che ha scritto testi e musica di queste nove incredibili canzoni che prediligono, spiega, «gli spazi vuoti e le pause per poter raggiungere atmosfere suggestive. Ogni strumento, come ogni parola, deve saper raccontare una storia. E ogni singola nota ha la sua importanza. Non ce ne devono mai essere troppe, ma solo quelle necessarie». Anna Calvi (intitolato semplicemente così: nome e cognome), prodotto da quel Rob Ellis che di dark lady se ne intende (leggi PJ Harvey), è disco melodico e possente, sussurrato e deragliante, velenoso e impressionista. Dentro, ci sono evidenti, spontanei rimandi a Nick Cave (quello più romantico e decadente, d’inizio carriera), a certe bizzarrie musicali che hanno scandito le colonne sonore di Twin Peaks (David Lynch) e Pulp Fiction (Quentin Tarantino), alle rivoluzionarie partiture classiche di Olivier Messiaen,

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Jazz

zapping

bbene sì, come nella celebre poesia di Jorge Louis Borges, anche nella musica esiste un insieme di giusti che magari non sanno di esserlo, ma salvano il mondo agli occhi del creatore. Qualche nome è arrivato perfino ai cuori incalliti e alle ’ricchie afone. Sono quasi tutti autodidatti. I famosi «talenti naturali». Gente stra-nota come John Coltrane, Paco De Lucia, Charlie Christian, Ornette Coleman, Santana. Gente un po’più d’essai come Nusrat Fateh Ali Khan, Salif Keita, Massimo Urbani. Musici sconosciuti e oscuri come Mica Cozzucoli (che una volta fece dire a De André: «Se sapessi cantare come questa donna sarei felice») e perfino un chitarrista ignoto che si trova nel romanzo L’uccello che girava le viti del mondo di Murakami. E alla categoria appartengono anche certi musicanti fragorosi. Il più potente, festoso, esilarante, chitarrista del mondo è Edward Van Halen. Noto come virtuoso (ma come tale superato da ipertecnici ferratissimi come Steve Vai, Paul Gilbert, Bumblefoot) in realtà è un giocherellone vulcanico. Oggi che l’assolo di chitarra è provato, riprovato, tagliato e incollato, nei dischi di Van Halen colpisce che alla partenza dell’assolo la chitarra d’accompagnamento scompaia. Segno che l’olandese trapiantato a Los Angeles suona tutto il brano dall’inizio alla fine, non ritocca né aggiunge niente. Il suo cameo chitarristico in Beat It di Michael Jackson venne registrato «buona la prima», come si conviene a un rocker. E insomma, il fatto che, dopo 26 anni i Van Halen siano di nuovo in studio con il cantante originale David Lee Roth, e che stiano mettendo mano (e volume) a un nuovo disco conforta non solo noi. Ma (ditelo a bassa voce) anche il Creatore. Vivat.

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Anna Calvi? Grande come Patti Smith Claude Debussy e Maurice Ravel, a leggendarie voci femminili (da Edith Piaf a Nina Simone, passando per Maria Callas) che Anna ha ascoltato e riascoltato: «Ma sono cresciuta», tiene a sottolineare, «anche con le voci sublimi di Jeff Buckley e David Bowie». Però la sua, di voce, preferisce non svelarla subito. E allora se ne sta volutamente in disparte, come un coro, nell’enfasi crepuscolare di Rider To The Sea che il tocco di una chitarra flamenca contribuisce a impreziosire. Poi, libera e audace, segue le tracce di No More Words e First We Kiss che dagli anni Sessanta (con un doveroso orecchio a Burt Bacharach) indietreggiano fino al decadentismo mitteleuropeo. E se Desire, vocalmente parlando, è puro e impetuoso istinto che ricorda Patti Smith e Siouxsie Sioux, la più crepuscolare Su-

zanne & I ondeggia fra il rock esistenziale degli Smiths e il vellutato pop di Scott Walker. Nel sepolcrale blues di The Devil, invece, Anna riesce addirittura a sdoppiarsi sfoderando una nebbiosa interpretazione alla Nico (la chanteuse che rese inimitabile il primo disco dei Velvet Underground) e sfoggiando impeccabili acuti da soprano. E dopo essersi goduta l’ubriacante galoppata sonora di Blackout, eccola a proprio agio nelle sfaccettature di una I’ll Be Your Man che dopo aver citato Stand By Me di Ben E. King ed essersi abbandonata al tipico twangy sound chitarristico stile Duane Eddy, si fa avvolgere dal Nick Cave più tenebroso. E la tenera e insinuante Morning Light, che chiude magicamente il disco, sarà senz’altro fra le cose più belle che Anna Calvi proporrà in concerto: il 9 aprile al Locomotiv di Bologna, il 10 al TreeSessanta di Gambettola (FC), l’11 al Circolo degli Artisti di Roma. Anna Calvi, Anna Calvi, Domino Recording/Spin-Go!, 14,90 euro

Quando Miles, Keith e John suonavano al Cellar Door estività e tempi di regali sono ormai un ricordo, ma i ritardatari e gli irriducibili ammiratori di Miles Davis, non potranno privarsi di un cofanetto recentemente pubblicato da Sony e Bmg, importato in Italia e reperibile nei più importanti negozi. La splendida confezione in pelle chiara è corredata da un volumetto di ben 96 pagine riccamente illustrato con quaranta foto dello stesso Davis e dei musicisti che si ascoltano nei sei cd contenuti nella raccolta, e raccoglie le registrazioni provenienti dalle esibizioni che il gruppo di Davis diede dal 16 al 19 dicembre 1970, in un locale di Washington (DC), il Cellar Door. In quell’occasione Davis dirigeva un gruppo con il sassofonista Gary Bartz, il chitarrista John McLaughlin, il giovanissimo bassista Michael Henderson, il percussionista Airto Moreira e due musicisti che di lì a poco avrebbero preso il volo con le loro ali, il

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di Adriano Mazzoletti pianista Keith Jarrett e il batterista Jack De Johnette. Formazione per certi versi di transizione, in quanto Davis dopo aver avuto al suo fianco per lunghi periodi, Sonny Rollins, John Coltrane e Wayne Shorter, aveva sostituito l’ultimo con Steve Grossman e successivamente con Gary Bartz che era già stato a fianco di Max Roach e Art Blakey e che rimase con Davis per circa un anno, quando nel gruppo si alternarono Dave Liebman, Sonny Fortune, Carlos Carnet e altri, senza che Davis riuscisse a trovare un partner degno dei precedenti. Keith Jarrett, che si ascolta in tutte le registrazioni, aveva già fatto parte dei Jazz Messengers di Art Blakey, del quartetto di Charles Lloyd e aveva da

poco costituito un trio con Charlie Haden e Paul Motian. Preferì però accettare l’offerta di Davis, e per un certo periodo suonò a fianco di Herbie Hancock. Quando, lasciato Davis per costituire un suo nuovo trio con cui ottenne la celebrità, chiese a De Johnette di unirsi a lui, Davis lo sostituì con Al Fo-

ster. Le registrazioni contenute nel cofanetto Sony-Bmg sono di notevole importanza. Infatti la presenza del chitarrista inglese John McLaughlin, con esperienze nel pop-rock, l’utilizzo da parte di Jarrett del piano e organo Fender preludono al periodo cosiddetto «elettrico». Sarà però solo all’inizio degli Ottanta, dopo un lungo periodo di silenzio dovuto a problemi di salute, che Davis invaderà l’attualità del jazz, suscitando molte polemiche e concludendo la sua carriera nel 1991 a soli sessantacinque anni. I ventotto brani compresi nei sei cd, fra originali e standards del jazz, per un totale di oltre sei ore, vanno ad aggiungersi ai dischi e alle registrazione, molte delle quali ancora inedite, di un periodo di grande interesse nella storia musicale di Miles Davis. Miles Davis, The Cellar Door Session 1970, Sony-Bmg


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arti Mostre Meglio gli ori antichi

o, non vi consiglieremo la mostra di Eleonora Brigliadori, che pure andrebbe vista (occhioni stellari con lagrima a goccia, nudi primordial-stratosferici, e la pretesa cosmica di un’inaugurale Ewolwing Art!), che pure andrebbe delibata, per capire sin dove si spinge la soglia della liceità espositiva (al Vittoriano!). Ove invece in simultanea si sta spegnendo un’affascinante mostra (piena di documenti, cimeli, borderò, fotografie e lettere, le lettere straziate a «Gabri D’Annunzio») della Duse in tournée (ottima curatela e catalogo di Maria Ida Biggi).Vi consiglieremo invece di salire al piano nobile e affrontare la discutibile Vincent van Gogh. Campagna senza tempo. Città moderna? Basta il titolo a far capire che qualcosa scricchiola. O meglio, ripartiamo da capo. Da tempo ritengo che un critico serio debba, al di là di opportunismi o ipocrisie, «lavorare» con onestà, come si fa con un amico caro, che ti telefona e ti dice: «Ho due ore libere a Roma, che faccio, vado a vedere, Chagall, Van Gogh, il punk a Villa Medici?», spesso è sintonizzato sulle onde lunghe della critica pubblicitaria.Allora sei sincero e rispondi: certo, Chagall, anche se è preoccupantemente discontinua, come è stato lui in vita. Una corsa in discesa verso il peggio, senza freni. E non scegliere, come sai, è pericoloso. I risultati si vedono. Il punk, se vuoi, per curiosità. Ma soprattutto per capire che cosa sta diventando Villa Medici, con un direttore a dir poco eccentrico. Certo, se tornasse redivivo Balthus, ri-morirebbe stecchito sulla soglia: nemmeno un sospiro di obbrobrio. Ma non è questo: però, che senso, far invadere l’austera villa da delle grafiche gridate e da dalle Regine Elisabette, con labbra sigillate da spille da balia, e altri prevedibili vilipendi sessuo-rockettari, quando fra poche settimane quelle pareti ritroveranno il silenzio paludato delle tele di Poussin? Benissimo

N

29 gennaio 2011 • pagina 17

delle finte retrospettive di Marco Vallora

svecchiare, alternare, ma che vuol essere questo? Un bocca a bocca estremo, salvifico, per portare un po’ di sangue alternativo, «figlio dei fiori», tra le mura decrepite, e far sostanzialmente dispetto a Papà? Non è un po’ infantile e altezzoso, tutto ciò, tipo i pugnetti in tasca vent’anni o più dopo? Come la pretesa dell’épater a tutti i costi. Però poi guardi queste grafiche, soprattutto di dischi hard, efficaci, non c’è dubbio, talvolta geniali, ma t’accorgi che

Architettura

tutto è già stato fatto, che tutto ha un debito, tutto in fondo è «antico». Per esempio in rapporto con la cultura costruttivista russa, che si fa un baffo di tutta questa pretesa sovversione. Vuoi rompere con l’accademia, ma in fondo sei già tu accademia. Triste. «Allora devo salire a Van Gogh, oppure no?». Certo che sì, ci mancherebbe: basta un solo disegno, e ci sono ovviamente (talvolta ancor meglio di troppi olii discontinui) alcuni schizzi a china, a rapida stenografia di penna, che meriterebbero una salita a piedi anche su un grattacielo. Però bisogna pure esser sinceri: certo che gli sforzi, declinati in pompa magna dagli organizzatori, ad apertura del catalogo Skira, ci sono, con trionfalismo un po’ esagerato (allora che dovrebbe dire Marco Goldin, con le spesso ingiustamente vituperate sue mostre?), ma che può significare una mostra così, almeno ci si lasci dire bizzarra, per un pubblico che non ha avuto la fortuna di conoscere a fondo ed equilibratamente Van Gogh? Gliela puoi «vendere» così, come se fosse una retrospettiva esaustiva e basta? È il solito problema: certo, meglio che niente. Ma non saranno anche svianti e diseducative, queste finte-retrospettive, monche e discontinue? Peccato anche che latitino le didascalie: che

ha senso esporre la lettera manoscritta a Aurier, senza spiegare che è quella in cui lui dice, «lasciatemi stare, non “scopritemi”, non me ne importa nulla del successo, badate piuttosto a Gauguin, che ha molto più talento di me, lasciatemi nel mio brodo»? Allora, se proprio devo essere sincero, e hai un’ora soltanto, vai a vederti la prodigiosa mostra degli Ori antichi della Romania: ci sono pezzi formidabili, a dimostrare che la modernità è un’invenzione friabile.Tra Sciti, Moldavi,Traci, che tracimano con un’eleganza «selvaggia» senza fine, capisci davvero perché «gotico» derivi dai Goti. Sì, penso che sia la mostra più consigliabile a Roma, e senza snobismo. Magari da accoppiare a quella del Quirinale, dedicata al misterioso e svelato Magnifico Cratere. E poi, ci può essere una definizione più bella di: «cratere laconico con anse configurate»?

Ori Antichi della Romania prima e dopo Traiano, Roma, Mercati di Traiano, fino al 3 aprile; L’Italia e il restauro del Magnifico Cratere, Roma, Palazzo del Quirinale, fino al 6 febbraio

Gizmo, il coraggio di rompere gli schemi

eyner Banham nel 1965 scriveva in The Great Gizmo: per migliorare la situazione umana occorre impiegare piccoli attrezzi, potenti e di solito compatti. «L’uomo che ha cambiato la faccia dell’America aveva un gizmo, un gadget, un aggeggio o un arnese, in mano, nella tasca di dietro, ai lati della sella, alla cintura, nel rimorchio, attorno al collo, sulla testa, o dentro un silo rinforzato». Gizmo era il fornello a gas, il cappello Stetson, il motore fuoribordo, il walkietalkie, la bomboletta spray e il rasoio elettrico senza fili. Oggetti piccoli e intelligenti, davvero utilissimi nelle situazioni difficili. Gizmo, ora, è un sito internet di grande impatto culturale centrato sull’architettura contemporanea, condotto da Marco Biraghi, Silvia Micheli e Gabriella Lo Ricco: www.gizmoweb.org È in libreria l’annuario del sito, MMX (Zandonai, 301 pagine, 26,00 euro). La sigla significa 2010, pur evocando acronimi diffusi fra gli architetti come S, M, L, XL o MVRDV o SKNE. Il logo scelto è il bersaglio, target, degli arcieri. È una pacifica bomba al fosforo - luce improvvisa di intelligenza - gettata con garbo nello stagno paludoso custodito dai tromboni accade-

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di Guglielmo Bilancioni mici, depositari da sempre di inerzia e mediocrità, dediti a riprodurre l’inoperosità nel bandire le idee brillanti, i collegamenti che insegnano, le teorie e, in fin dei conti, la cultura che dicono di trasmettere. MMX mette in discussione una critica asservita alla merce e le riviste nelle quali la grafica prevale su qualità inesistenti, ed evidenzia, invitando all’approfondimento, le parole-chiave del nostro tempo: ecologia, contesto, crisi, rendering, restyling, icona, idea, identità. Il volume è suddiviso in Zone: aree all’interno delle quali vengono indicati e decriptati alcuni fenomeni, segnalati come emergenze sensibili: la città, l’architettura, la Zona Verde, la Teoria, la delicata e ormai fragile Zona Storia. (Vi sono molti storici che, come diceva Karl Kraus, «si occupano della Storia con l’intento di sottrarla all’umanità»). Un Indice indagatore rimanda, come un link in ogni pagina, a tutte le altre pagine che hanno analogia con l’argomento indicato. E con un grande Pollice Alzato viene siglata

la sezione «L’architettura che mi piace» ©, dove molti studiosi uniscono gusto e giudizio e argomentano una loro predilezione. Gli attivisti di Gizmo, con una veste elegante e idee combattive, varcano confini: quelli fra arte contemporanea e architettura contemporanea, fra idee e forme, fra moda e astrazione, fra storia e progetto. Sono veri Space Invaders, portatori addestrati, reagenti estetici e politici; sono i calmi agitatori di una critica militante, e anche divertente, e di una visione seria e riconoscibile dell’attualità. Il panorama dell’architettura, oggi, ne aveva proprio un grande bisogno. Se si accende questo libro-dispositivo si può sorridere e riflettere, e lo si può fare nello stesso momento, come quando ti viene presentata una pubblicità, che ricorda il glorioso Hara-kiri francese, di una sedia tubolare di acciaio con una presa usb (!!) per mantenerla calda. Nell’editoriale di apertura, «Ciò che manca», gli autori dicono quel che vogliono, affermando con chiarezza che oggi «manca il coraggio di rompere gli schemi, la forza e il coraggio di prendere posizione, la capacità di sottoporre a critica il sistema dominante, onestà, integrità, agilità, intelligenza, sensibilità, interpretazione, immaginazione». Grazie: moltissimi sono pronti a ricevere in dono un poco di tutto questo e a cercare il resto dentro di sé.


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il paginone

1960: nell’anno che mise fine al dopoguerra la città partenopea, dove si svolgevano le regate olimpiche, celebrò il ritrovato ottimismo con una festa grandiosa, mondanissima. Imbandita dai Serra di Cassano nel loro storico palazzo, vi convennero oltre mille invitati: fu un tripudio di re, di nobili storie, di ricchezza, di cervelli. Un libro rispolvera oggi quelle memorie, non per nostalgia ma come viatico per ritrovare l’anima di una grande capitale europea di Gabriella Mecucci ra una bella serata di settembre del 1960 quando Napoli visse un’esplosione di felicità, di ottimismo, di eleganza. Erano già iniziate le regate olimpiche, che si svolgevano nel Golfo, e le celebrazioni per «il suo ultimo e gentile poeta», Salvatore di Giacomo: fu una cerimonia «in uno splendore di stelle e di mare». Davanti al porto erano ormeggiati gli yacht miliardari, a partire dal Cristina di Aristotele Onassis. Mentre Roma, listata a lutto per i funerali di Mario Riva, assaporava l’impossibile e cioè la prima grande vittoria olimpica di un italiano in una gara di velocità: Livio Berruti «bruciò» sul filo di lana le «antilopi nere», Napoli visse la «notte dei re». Era una città ricostruita, almeno in parte, dopo le immani catastrofi della guerra e percorsa da una carica di vitalità e ottimismo tanto da far tornare in mente l’entusiastica definizione di Stendhal: «Sola capitale d’Italia, la più bella città dell’universo». A questa recupero di identità e di immagine partecipò anche l’aristocrazia e in particolare quella parte di essa che nel lontano 1799 aveva capeggiato la «rivoluzione giacobina» e la «Repubblica partenopea». Palazzo Serra di Cassano il 3 settembre del 1960 aprì il suo storico portone principale per una grandiosa festa. Era rimasto chiuso per un secolo e mezzo, dopo che l’illustre antenato Genna-

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ro era uscito di lì per essere condotto al patibolo, condannato a morte dai Borbone insieme all’eroica Eleonora Fonseca Pimentel. Rovesciata la Repubblica con l’aiuto determinante di Orazio Nelson, Ferdinando sedette di nuovo sul trono. E scattò la sanguinosa vendetta.

Era notte fonda quando gli oltre mille invitati al «Ballo dei re», a cui presero parte teste co-

Famiglie reali, aristocratici italiani, industriali sfilavano tra due ali di folla, che teneva meglio di ogni altro la scena: il popolo napoletano con la sua intima grandezza, felice di risentirsi al centro del mondo ronate, monarchie in esilio, aristocratici di tutte le risme, grandi borghesi, artisti, intellettuali, cominciarono a varcare lo storico portone dei Serra di Cassano. Un tripudio di nobili storie, di ricchezza e di cervelli. Napoli quella sera, fra le Olimpiadi e la grande festa dei Serra di Cassano, si presentava come una città in pieno fermento cosmopolita. Di nuovo vicina a capitali come Parigi, Londra,Vienna. Arrivarono uno dietro l’altro i reali di Grecia, in testa l’aitante Costantino, che avrebbe vinto nel mare antistante la medaglia d’oro per la vela, e il giovane e bellissimo

Juan Carlos, che proprio allora conobbe la futura moglie Sofia, la regina d’Olanda con le figlie, le principesse svedesi e quelle danesi, nonché gli Aosta, mentre i Savoia - compresa Maria Gabriella - disertarono. C’era un giovanissimo Karim Aga Khan, i duchi di Windsor, ma anche Onassis e Callas nonché un super eccentrico Salvator Dalì, il raffinatissimo creatore di moda Roberto Capucci, Gianni e Umberto Agnelli con le mogli. E poi una scarica di aristocratici italiani - su tutti la splendida e mondanissima Myrta Barberini - e di grandi industriali. Quasi

nessuno aveva detto di no all’invito dei duchi. Mancava solo Reza Pahlavi perché la moglie Farah Diba stava per dargli il sospirato erede. L’assenza di Grace e Ranieri di Monaco nasceva invece da uno spiacevole diktat di Federica di Grecia: «Non desidero incontrarmi con un’attrice che gioca a fare la regina».

Ma chi teneva meglio di ogni altro la scena era il popolo napoletano, mai privo di una sua intima grandezza. Due ali di folla si radunarono ai lati di via Monte di Dio, in cima alla quale era piazzato il settecentesco palaz-

zo dei Serra di Cassano, progettato dall’architetto San Felice. Qualcuno temette che i più poveri insorgessero davanti a tanta ricchezza, ma il cosiddetto popolino partenopeo si entusiasmò, applaudì, conquistato dall’eleganza e dal risentirsi al centro del mondo. Non c’era servilismo. Anzi. La sensazione della dignità riconquistata inebriava la gente rendendola disposta alla generosità mescolata con la benevola ironia. Le migliaia di persone stipate intorno a Palazzo Serra di Cassano gridarono ai superfusti blasonati e alle principesse al loro braccio un rassicurante: «Come siete belli». Non dimenticarono nemmeno la loro fede monarchica e, quando arrivò Maria Cristina d’Aosta, cento mani afferrarono, accarezzarono la sua gonna di faille rosso degradé per renderle omaggio. Il racconto di quella splendida serata si ricava da un


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C’era una volta Napoli no, che sorvolava l’Unione Sovietica per fotografarne gli obiettivi, fu abbattuto e Krusciov bloccò il riavvicinamento fra Est e Ovest. L’incontro dei quattro grandi a Parigi si risolse in un disastro. Ma nonostante ciò il mondo intero credeva nel cambiamento. In Urss c’era il «disgelo» e la gente assaporava con piacere i segnali d’apertura di un regime che era stato ferocemente totalitario. Negli Usa intorno alla candidatura di John Kennedy si erano uniti tutti coloro che volevano un mondo meno rigido e una gestione della società più umana. In Italia si sperava che il nascente centrosinistra portasse riforme, una nuova solidarietà, un vento di modernità nel costume, mentre già da qualche anno il boom economico aveva migliorato la vita degli italiani. La creatività era alle stelle, in quell’anno - tanto per

Alcuni scatti tratti dal libro “1960 L’anno dei re a Napoli - Il ballo a palazzo Serra di Cassano, le Olimpiadi, la Dolce vita”, a cura di Masha Prunas Hobart, Francesco Serra di Cassano, Amedeo Palazzi, Peter Glidewell e Fabio Nicolucci (edito da Electa) bel pezzo di Francesco Serra di Cassano, scritto per un libro dal titolo: 1960. L’anno dei re a Napoli. Il ballo a Palazzo Serra di Cassano, le Olimpiadi, la Dolce vita, edito Electa (172 pagine, 50,00 euro). È un volume elegante con 150 splendide foto e numerosi scritti di chi partecipò all’evento. Ce n’è uno di Capucci che descrive la moda dell’epoca quando «nei balli si portava un abito largo mai aderente, stretto in vita senza le maniche, oppure con una piccola manica cortissima… I colori erano in prevalenza chiari, luminosi: rosa, celeste, verde acqua, lilla, giallo, mai il nero: i guanti erano d’obbligo… Le scarpe erano sempre della stessa tinta dell’abito e spesso anche della stessa stoffa; le borsette mai a tracolla come oggi, si portavano al polso per favorire i movimenti e il ballo. Di corredo all’abito le meno giovani indossavano la stola sempre della

stessa stoffa dell’abito per nascondere il décolleté. I capelli non erano mai sciolti, si portavano di taglio corto o acconciati… Sui gioielli un discorso a parte: prevalentemente di famiglia e talvolta interamente conservati nel patrimonio… Il trucco leggero e semplice».

Basta la descrizione dei dettami della moda per rendere evidente quanto il mondo sia cambiato da allora. Il modo di abbigliarsi è quasi opposto. E anche il clima che regna in Italia e nel mondo è profondamente diverso: il 1960 fu un anno cruciale - come racconta nel breve saggio che apre il volume Nicola Caracciolo. «Si può dire senza timore di sbagliare che fu l’anno che mise fine al dopoguerra tra grandi speranze e grandi pericoli». La distensione sembrò scivolare su una buccia di banana e rischiare di bloccarsi: un aereo spia america-

venimento giusto nel momento giusto. Entriamo nel palazzo e sbirciamo nei saloni di quella splendida festa. L’architettura era stata riportata al suo antico splendore dopo ben cinque anni di restauri, fra il 1955 e il 1960, che avevano cancellato le «offese» della guerra e del tempo. Rappresentava così sia il simbolo dell’antica grandezza della città, che l’intenso lavoro per la sua ricostruzione. Tornato bellissimo, carico di storia (acquistato dai Serra di Cassano nel 1679) e di gloria, il palazzo era l’emblema stesso che il peggio era passato e che si apriva un periodo migliore. Re, principesse, duchi e super ricchi salirono l’antico scalone e si fermarono al fresco della loggia esterna per salutare la folla venuta a vederli. Simbologia nella simbologia, il Palazzo era ed è un’isola di bellezza e potenza,

Sartù di riso. E poi c’era la Cupola di crepes Serra di Cassano, ripiena di deliziosi frutti del Golfo maritati a una delicatissima salsa vellutata al pesce, i fritti misti alla napoletana con al centro le Uova della monachina. Dal mare alla terra con i Medaglioni di vitello del conte, le Granatine Castagneto, i Fricadoncini alla Pavoncelli, la Parmigiana di melanzane e i Carciofi alla Gerace. Una teoria di piatti tipici della cucina napoletana colta. Su questo i duchi avevano puntato, anche se non mancavano caviale, aragoste, galantine, gelatine e alla fine grande pasticceria e champagne. Quando la notte era ormai avanzata e le fatiche del lungo ballo si facevano sentire, apparvero i maccheroni «aglio, uoglio e peperoncino». Al loro ingresso scoppiò l’applauso. Quell’evento mondanissimo interpretò, dun-

Mentre a Roma Berruti bruciava le “antilopi nere”, l’evento napoletano interpretò l’atmosfera dinamica e ottimista che si respirava in Italia, già baciata dal boom economico e con una creatività alle stelle fare un esempio - uscirono tre grandi film: la Dolce vita di Federico Fellini, L’avventura di Antonioni, Rocco e i suoi fratelli di Visconti. E a Napoli? La città partenopea partecipava del clima del Paese: ricostruzione, condizioni economiche migliori, vivacità culturale. In politica, era ancora l’epoca di Achille Lauro sindaco, ma era forse il momento migliore del suo regno. E poi i napoletani si erano entusiasmati all’idea di essere una delle sedi olimpiche: si sentivano apprezzati e insieme sfidati. Avevano quindi dato il meglio di loro. Non potevano sfigurare di fronte a Roma. La città resse a meraviglia il confronto. Il ritornare sulla scena europea e mondiale, dove era stata per due secoli, le dava un brivido di vita, quasi una vertigine. I Serra di Cassano interpretarono col «ballo dei re» l’atmosfera dinamica e ottimista che si toccava con mano sia in Italia che nel Golfo: fu l’av-

che domina uno dei quartieri più antichi e più decrepiti della Napoli spagnolesca.A pochi metri in linea d’aria «si sparge» la simil casbah del «Pallonetto» e la famosa via Egiziaca a Pizzofalcone, uno dei più vecchi vicoli napoletani, calato nel buio perpetuo.

Le lussuose auto attraversarono due ali di folla del «Monte di Dio», gli invitati scesero con smoking e abiti da favola ed entrarono nel Palazzo trovandovi uno straordinario spettacolo. Due orchestre, in una delle quali cantava un giovanissimo Peppino di Capri, e una cena davvero da re: cibo e vini squisiti. I Monzù - così si chiamano i grandi cuochi napoletani - avevano dato fondo alla fantasia e alla succulenta gastronomia locale. I saloni illuminati da 350 candelabri contenevano tavoli addobbati di fiori e carichi di Timballi flammand, Paté delle due Sicilie,

que, lo spirito del tempo. Oggi un libro a più firme e tre mostre ce lo ripropongono. L’obiettivo è dichiarato: «Cinquant’anni dopo, quanti vissero quel momento felice stentano a riconoscere una città avvilita e devastata - si legge in apertura del volume - dalla speculazione edilizia. Nello scorrere le immagini del ballo sembra davvero di vedere un mondo scomparso. Ma questo libro non vuol essere solo un documento nostalgico. Ci piace pensare che dopo tante umiliazioni, proprio come all’epoca del ballo, si ritrovi la voglia di vivere nella bellezza… Se una città italiana può dare l’esempio, questa è Napoli». La più ferita, la più oltraggiata, la più sola fra le nostre città può avere la forza di ricominciare? Può uscire dal cliché di Calcutta del Mediterraneo? Sepolta sotto l’immondizia e travolta dalla criminalità c’è ancora l’anima di una capitale europea.


Narrativa

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libri

Ed McBain L’UNIVERSO DEL CRIMINE Einaudi, 420 pagine, 17,50 euro

nche per coloro - ma io credo pochi che avessero solo un’idea vaga di Ed McBain è da consigliare la sua raccolta di racconti, usciti oggi a cinque anni dalla scomparsa di uno dei migliori maestri del genere poliziesco americano. Letteratura popolare, o pulp, dicono certuni. D’intrattenimento, senza dubbio, ma la sua è, scorrendo soprattutto i racconti, letteratura e basta. McBain in realtà si chiamava Salvatore Lombino (classe 1926). Dopo un buon apprendistato come autore di racconti usciti sulla rivista Manhunt, nel 1954 firma con il nome di Evan Hunter il romanzo che lo rende celebre: Il seme della violenza (The Blackboard Jungle). LombinoHunter cambia nomi. Si firma Hunt Collins e Richard Marsten, ma anche McBain, e con questo pseudonimo inventa quel poliziesco corale, o di squadra, che è la saga dell’Ottantasettesimo distretto (Cop Hater), nel quale spicca la figura, empatica e umanissima, del tenente Steve Carella. Quasi cento romanzi, ambientati, a partire dal 1956, a New York, città in disarmo, dove dominano la notte, la pioggia, la sporcizia, la solitudine, la discesa all’inferno per causa della droga, delle bande violente, dei senzatetto. Non più un solo, tribolato e a volte spaccone detective, ma un intero gruppo. L’autore si allontana dal consueto ed esasperato individualismo investigativo, un genere che tuttavia non morirà mai. McBain si accosta, per qualità narrativa, alla celebrata triade dei noir: Jim Thompson, Cornell Woolrich e David Goodis. Polizieschi o noir puri, in ogni caso pagine che descrivono il dramma, la mediocrità, le paure, le ossessioni e le piccole o grandi speranze dell’umanità. Significativo è il racconto intitolato Agonia. Un ragazzo di sedici anni, Andy, esce dalla sala da ballo per comprare le sigarette.Vuole tornare dentro, se non altro per stare vicino a Laura, la ragazza dei suoi sogni e dei suoi progetti. Ma alcuni coetanei lo aggrediscono e lo feriscono mortalmente con una coltellata. Tutto è dipeso dal fatto che Andy indossa un giubbotto con la scritta Royal, la banda con cui guerreggia quella dei Guardian. Sta quindi per morire per un’insulsa e puerile appartenenza. Il suo corpo è a terra, sotto la pioggia. Cerca di emettere parole, ma dalla sua bocca viene fuori solo un

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Questa è la vita… Parola di McBain Non un maestro di genere ma un narratore puro. Leggere per credere i racconti raccolti con il titolo “L’universo del crimine”

Il bibliofilo

di Pier Mario Fasanotti

grugnito o una bolla di sangue. All’inizio non immagina di morire, ma a poco a poco gli cade addosso la consapevolezza della fine prossima. E così addio a Laura, addio alla tanta vita che gli rimarrebbe da vivere. Gli si accosta un tale che scherzosamente gli offre alcol da sorseggiare, senza accorgersi della sua agonia. Poi passa nelle vicinanze un’anziana donna con un ombrello rotto e andatura regale. La quale fruga nell’immondizia dei cassonetti ma, essendo un po’sorda, non sente il flebile richiamo di Andy. Una coppia di ragazzi inizia ad amoreggiare nell’oscurità di un vicolo, salvo poi accorgersi di lui, che perde sangue. Il menefreghismo, la voglia di non immischiarsi in pericolose storie tra bande faranno sì che i due si allontanino. Il perbenismo e la paura non affrontano la morte di un estraneo. Intanto Andy cerca, disperatamente, di sfilarsi il giubbotto. Vuole essere solo Andy e non uno dei Royal. Vuole morire o sopravvivere come individuo. Alla fine lo scorge la sua Laura, ma è troppo tardi. Accorre un poliziotto, che però segna nel suo taccuino Royal e non Andy. Nel racconto Piccolo omicidio c’è una bambina di non più di otto mesi trovata senza vita (strangolata) sulla panca di una chiesa. Il poliziotto incaricato delle indagini fa di tutto per risolvere il caso: il suo superiore lo pressa per evitare che l’opinione pubblica possa accusare la polizia di ignorare un episodio tanto raccapricciante quanto pietoso, immaginando già i titoli taglienti della stampa popolare. Le ricerche della madre e del padre vanno spedite. Si viene a sapere che il papà della bambina, imbarcatosi su una nave da guerra, è morto in combattimento. Alla fine il detective Levine, dopo vari appostamenti, incontra davanti alla chiesa la madre della bambina morta. Perché l’ha fatto? La donna confessa in tono neutro, come se fosse travolta da una micidiale stanchezza esistenziale: piangeva, l’ho ammazzata per questo, del resto dopo la morte di mio marito che cos’altro potevo fare? Una vita spezzata. Perché piangeva troppo. McBain non ha bisogno di tanti aggettivi o contorcimenti psicologici: i fatti sono lì davanti, nudi e crudi. Questa è la vita, caro lettore.

Vecchi e nuovi, gli Esercizi «corretti» della Bemporad i sono autori che, per tutta la vita, si dedicano alla stesura di un unico libro. È il caso di Giovanna Bemporad, poetessa schiva e appartata, ferrarese di nascita ma da anni residente a Roma, che ha al suo attivo alcune memorabili versioni dall’Eneide e dall’Odissea. Con un gusto e un’ispirazione di taglio classico, sostenuti dal ricorso a un melodioso endecasillabo sciolto, la poetessa si dedica dall’«età regale» dell’adolescenza, in maniera rigorosa ed eccentrica, alla riscrittura dei suoi Esercizi, usciti originariamente in una piccola brochure edita a Venezia nel 1948 per i tipi di Urbani e Pettenello. Nel volumetto, che presentava nell’antifrontespizio un ritratto dell’autrice effettuato da Virgilio Guidi, sono presenti liriche e traduzioni della Bemporad maturate all’epoca del suo girovagare, ebbra di un «sonno non dissimile alla morte», nella Venezia spettrale del dopoguerra, alla ricerca di una poesia «sublime», ispirata ai modelli dell’antichità classica e del simbolismo ottocentesco. Il libro era originariamente diviso in due parti: nella prima figuravano le poesie scritte dall’autrice, in cui veniva sapientemente coniugato un registro alto, di

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di Pasquale Di Palmo ascendenza classica, al taglio visionario delle immagini; nella seconda confluivano le traduzioni, che spaziavano da Omero a Saffo, da Hölderlin a Baudelaire, da Valéry a Rilke. E proprio nel felice connubio tra nitore formale e libertà espressiva, anche se ricavata da modelli classici che rinviano a topoi abusati come quelli di Eros e Thanatos, risiede il fascino di questi «esercizi», concepiti alla stregua di uno strenuo corpo a corpo con la forma, levigata come quella di certe sculture che riescono a restituirci un’idea di levità da una materia lavorata in maniera assidua, esasperata. Non è un caso, d’altronde, che Pier Paolo Pasolini, amico e sodale in gioventù della poetessa, notasse, in una recensione apparsa nello stesso 1948, che «ci troviamo di fronte a una poesia “diretta”, che aggredisce i suoi argomenti nominandoli: si pensi a quante volte è nominata la “morte”». Esercizi fu ristampato nel 1980, in forma rimaneggiata, nella prestigiosa collana «verde» di Garzanti, con un’acuta presentazione di Giacinto Spagnoletti che rilevava come «alla Bemporad sem-

Usciti in origine in una piccola brochure nel ’48, ristampati nell’80, ritornano con variazioni e inediti

bra indispensabile tutta la poesia, l’intero suo corpo sensibile, altrimenti lei, così anticonformista rispetto alle mode correnti, non troverebbe come far vibrare la sua voce ad altezze inconsuete». Il merito dell’edizione garzantiana fu quello di far conoscere, in un’epoca ancora dominata dalle sperimentazioni avanguardistiche, una voce dal timbro inconfondibilmente composto e lieve, che si ricollega a quella linea prosodica che da Petrarca approda a Leopardi e infine a Penna. Ora la Bemporad licenzia, a distanza di trent’anni da quella garzantiana, un’ulteriore versione della raccolta, edita sotto il titolo di Esercizi vecchi e nuovi nella collana «Lumen Poesia» delle Edizioni Archivio Dedalus (236 pagine, 20,00 euro). La differenza sostanziale rispetto alle lezioni precedenti riguarda la struttura stessa della silloge che accoglie solo la parte creativa, opportunamente ritoccata e arricchita di nuove integrazioni. Soppresso lo specimen relativo alle traduzioni, il volume, articolato in varie sezioni dai titoli epigrammatici, ha il merito di presentare un mannello di inediti, oltre a una serie di testimonianze quanto mai preziose sull’attività della poetessa: da Pasolini a Spagnoletti, da Zanzotto a Pagliarani e Anceschi, ai più giovani Raffaeli e Trevi.


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poesia

15 gennaio 2011 • pagina 21

Mameli, un romantico per niente vacuo di Francesco Napoli ichele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo» canticchiava Rino Gaetano in una delle sue famose ballate, Sfiorivano le viole del 1976, e quel pezzo che i due scrissero altro non è che il Canto degli italiani, del 1847, noto ai più come Inno di Mameli. Il canto debuttò il 10 dicembre di quell’anno, quando fu presentato ai cittadini genovesi e a vari patrioti italiani in occasione del centenario della cacciata degli Austriaci dal capoluogo ligure. Le cronache del tempo riferiscono di una grande eccitazione nell’aria all’echeggiare di quelle note: mancavano pochi mesi al 1848 ed era stata abolita una legge che vietava assembramenti di più di dieci persone: così ben 30 mila persone ascoltarono l’inno imparandolo in breve tempo a memoria. Dopo pochi giorni, tutti conoscevano quel Canto che veniva modulato senza sosta in ogni manifestazione (più o meno pacifica). Durante le Cinque giornate di Milano gli insorti lo intonavano a squarciagola: il Canto degli italiani era già diventato un simbolo del Risorgimento. Quando si diffuse, le autorità savoiarde cercarono di vietarlo, considerandolo eversivo (per via dell’ispirazione repubblicana e antimonarchica); visto il totale fallimento, tentarono di censurare almeno l’ultima parte, estremamente dura con gli Austriaci, al tempo ancora formalmente alleati.

«M

In seguito fu proprio intonando l’Inno di Mameli che Garibaldi, con i suoi Mille, intraprese la conquista dell’Italia meridionale e quindi la riunificazione nazionale. Mameli era già morto, ma le sue parole, che invocavano un’Italia unita, erano più vive che mai. Anche l’ultima tappa di questo processo, la presa di Roma nel 1870, venne accompagnata da cori che lo cantavano al suono degli ottoni dei bersaglieri. Con buona pace di tanti leghisti, le tappe fondamentali dell’Unità d’Italia sono state accompagnate da questo inno e non dal pur patriottico e struggente Va’ pensiero verdiano. A proposito dell’inno certo non bisogna pensare ai capolavori dell’alta letteratura, come d’altro canto sarebbe forse impossibile anche per l’aria del Nabucco, ma la forza dei cadenzati senari di Mameli, l’invito insistito all’unità e al sacrificio in nome della patria, intrecciati ai ricordi di una grandezza passata, gli danno un’efficacia trascinante, una capacità di suscitare emozioni che è dote tuttora evidente e rag-

il club di calliope

guardevole, meritevole a mio avviso di gran rispetto e attenzione. Goffredo Mameli nacque a Genova nel 1827, dove compì gli studi, rampollo di una nobile famiglia sarda trapiantata in Liguria e degli aristocratici Zoagli di Genova da parte materna.Tutta la sua breve parabola si compì sul fronte del Risorgimento italiano. All’indomani dell’armistizio che sanzionò la fine delle Cinque giornate di Milano nel 1848, rientrato a Genova protestò contro l’accordo e redasse l’Inno militare che Giuseppe Verdi provvide a musicare, pur suggerendo al giovanissimo ed entusiasta poeta più d’una modifica. Morì nel 1849 durante la difesa della Repubblica Romana. I primi suoi versi furono tutti d’intonazione romantica e appassionata (La vergine e l’amante, Il giovine crociato, L’ultimo canto) ma a far data dal 1847, sull’onda della radicalizzazione dello scontro politico-militare nel nostro Paese, compose varie cantiche, come La battaglia di Marengo o l’ode Ai fratelli Bandiera, di elevato impegno politico che testimoniano l’orientarsi del poeta verso posizioni decisamente democratiche e repubblicane.

E al Mameli poeta probabilmente non giovò la leggenda della sua vita e quella parte della sua poesia che di tale leggenda costituisce l’eco più sonora, e allo stesso tempo più labile, perché stilisticamente indifferenziata e anonima. Di tutta la sua produzione patriottico-politica resta oggi solo il senso di un impegno eccezionale, impegno di moralità: e non già la generica moralità risorgimentale, ma quella che trovava radice nelle sue convinzioni mazziniane. Il suo ideale repubblicano, sebbene intinto di venature giacobine, la sua profonda religiosità laica, la sua resistenza alle posizioni neoguelfe dell’epoca, rivelano di Goffredo Mameli la serietà dei propositi, sia pure nell’entusiasmo che si respirava subito prima del ’48, e una visione concreta della storia e della politica italiana, che certo mancarono a molti moderati. Mameli resta, tuttavia, un lirico di qualità che certo avrebbe potuto approdare a ulteriori sviluppi, se si considera l’età in cui scrisse. Potrebbe destare una strana impressione al lettore - e intendo anche quello più avvertito - sentir dire che questo poeta minore dell’Ottocento non sia in realtà un fondo di biblioteca inerte e polveroso, ma abbia in sé un che di incandescente. Pertanto non mi sembra giusto collocarlo, come fatto da

CANTO DEGLI ITALIANI Fratelli d’Italia L’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa. Dov’è la vittoria?! Le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò. Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte; l’Italia chiamò Noi siam da secoli calpesti, derisi perché non siam Popolo, perché siam divisi: raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò. (…) Goffredo Mameli

Ferruccio Ulivi e Giorgio Petrocchi, in una mera dimensione di «vacuo romanticismo». Riconoscibile nella poesia di Mameli una sorta di meditazione della voluttà idealizzata in un indefinito sentimento di mestizia. Certo, in lui persistono tipiche astrazioni oleografiche ma sono ben visibili anche un morbido languore che nel quadro complessivo del primo Ottocento resta ignoto in Italia. E già lo stesso Carducci, che nell’Ottocento al medesimo tempo rappresentò un faro poetico e critico, riconobbe in Mameli fertili riecheggiamenti da Byron, Lamartine, Manzoni e Leopardi, per poi concludere come «al modo della intonazione, al colorir più questa che quella frase, a un accento di petto che a un bel tratto prorompe fuori, voi sentite quel che è l’uomo e quel che sarà l’artista, se avrà tempo e circostanza da svolgersi», tempo che non ebbe poi.

INCURSIONI NELL’IGNOTO, NAVIGANDO SUL FIUME SACRO in libreria

IL TANGO

di Giovanni Piccioni

Eri dietro la porta. Ti ho lasciato fuori, nell’infinita solitudine della piazza affollata. Ho finto di non sentire che stavi bussando, che chiamavi. (Dovevo saperlo ch’eri venuto a cercarmi) Ascoltavo le note ardenti di un tango, ero perduto, chiuso dentro il mio fango. Luciano Luisi (Da L’ombra e la luce, Casa Editrice Rocco Carabba)

l Fiume Sacro. Dieci anni nella poesia di Roberto Mussapi 1990-2000 di Ettore Canepa (Le Lettere, 18,00 euro) è un saggio che scandaglia e analizza con passione, ricchezza di riferimenti e particolari tematici quattro poemi di Mussapi: Gita meridiana (1990), Racconto di Natale (1995), La polvere e il fuoco (1997) e Antartide (2000). Il «fiume sacro» del titolo riprende un’immagine del Coleridge di Kubla Khan che è stata interpretata come una metafora dell’immaginazione creativa. I quattro testi di Mussapi costituiscono un progetto poematico complessivo, svolto nel segno dell’avventura e legato all’archetipo del viaggio dantesco. Con esso avviene un distacco dalla linea lirico soggettiva prevalente; il poeta si inoltra nell’ignoto, nell’altro da sé, rinunciando al protagonismo per fare spazio alla rivelazione dell’inatteso e del diverso. Creare è ricordare, e poetare significa avventurarsi nel mare della memo-

I

ria, nel «fiume sacro» del mondo dei morti. Una poesia così alta e complessa ha un substrato di cultura letteraria e filosofica molto articolato. Qui vogliamo citare il pensiero di Lévinas, secondo cui la persona va pensata come alterità sciolta da ogni legame con l’io e si fa rivelazione. Tale rivelazione si annuncia nel volto. «Il volto parla. La manifestazione del volto è già discorso». Il senso che può riempire la nostra vita dipende da una presenza concreta, che ogni volta ci confronta con la sua novità e imprevedibilità. È il confronto con il prossimo. Fra i molteplici spunti tematici individuati da Canepa segnaliamo quello ricorrente della donna, della presenza femminile, accesso privilegiato all’essere: «Nel buio del reclinante oblio del viso/ lei sconosciuta e silenziosa mi condusse al sonno,/ vidi il suo capo chinarsi come un declivio/ d’ombra mentre traversavamo Genova, il porto,/ le grandi onde…».


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Teatro

spettacoli DVD

Un miracolo per Michelina

n nuovo spazio teatrale per Roma Capitale, una bella sala in grado di accogliere duecento spettatori, fresca di restauro, con i velluti dei tendaggi di un rosso brillante: è il Teatro Ambra alla Garbatella in piazza Giovanni da Triota 15. Nel cuore dello storico quartiere, non lontano dal Teatro Palladium, si svela affacciato su un cortile protetto da un ampio cancello di ferro. Gestito dai conduttori artistici dell’Ambra Jovinelli, offre al pubblico una stagione leggera ma non troppo con una spiccata vocazione per la drammaturgia italiana. Dopo l’inaugurazione della scorsa settimana propone come seconda uscita la ripresa di Michelina di Edoardo Erba che ne firma anche la regia, affidata in prima battuta ad Alessandro Benvenuti (ex Giancattivi). Tutto avviene nel profondo Nord. Lomellina, Oltrepò pavese: ovunque ti giri cieli grigi e pianura padana a perdita d’occhio, nebbia permettendo. Siamo nell’immediato dopoguerra e il cantante sentimentale Arturo Bonavia, già di suo non un astro del palcoscenico, si trova in ambasce perché la sua soubrette di punta, nota per la sua dirompente vitalità, si è invaghita di un carabiniere e l’ha mollato su due piedi, in piena tournée. Ma si sa, la fame aguzza l’ingegno ed ecco quindi che il nostro non esita a sostituirla con una bella mondina, la Michelina del titolo, incontrata per via. La istruisce sommariamente, le fa indossare un costumino discinto e la ingaggia per condividere con lui «la cinica e un po’ dispotica, scaramantica un poco ipnotica

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MobyDICK

Televisione

di Enrica Rosso vita dell’artista», ma ben altro destino era tracciato per lei in cielo. Intanto, non molto lontano, il Cardinal Dorigo è disperatamente alla ricerca della mondina che sola lo può aiutare a mandare avanti le pratiche definitive di una questione che gli sta tanto a cuore: la beatificazione di suor Ercolina Corbella. Michelina infatti è il testimone di punta del terzo, fondamen-

tale, miracolo necessario per l’assunzione in cielo della religiosa. Dopo un primo incontro, tra un numero di varietà e l’altro, i due scopriranno di aver altro da condividere e nello sgomento generale daranno una svolta comune alle loro vite. La scrittura scorre giocosa, a tratti scoppiettante, ritmata da battute brevi, spesso a effetto, in un susseguirsi di situazioni divertenti. La regia di contro langue, senza troppe invenzioni, affidata soprattutto ai tempi comici degli interpreti. Nel ruolo del titolo la sempre brava Maria Amelia Monti a fare i conti con la verve di Giampiero Ingrassia. Insieme capitanano un drappello di attori di provata esperienza: Amerigo Fontani, Mauro Marino, Gianni Pellegrino, Annalisa Amodio. Tutti chiamati a esprimere anche le loro qualità canore. Federico Odling firma le composizioni musicali che accompagnano alcuni momenti della commedia e che citano le melodie in voga del periodo. Paolo Macioci individua le zone dell’azione e le illumina. Il grande palcoscenico si offre in tutta la sua nera ampiezza ad accogliere i sogni di gloria e di amore dei due protagonisti (ma tanto nudo spazio non ci pare una scelta stilistica quanto una condizione sine qua non e di fatto non giova allo svolgersi dell’azione: risulta troppo vuoto, poco sfruttato, ingoia i personaggi e li svilisce).

Michelina, Ambra Teatro alla Garbatella, Roma, piazza Giovanni da Triora 15, fino al 30 gennaio, info: www.ambragarbatella.eu - tel. 06 81173900

IL VIAGGIO DANTESCO NEL MONDO DEI SOGNI opo aver «rovinato» la saga di Batman con The Dark Knight, film così riuscito da rendere superflue le prossime avventure dell’uomo pipistrello, Christopher Nolan ha realizzato il suo capolavoro firmando Inception. Il film sul dantesco viaggio nel mondo del sogno arriva ora in dvd in edizione limitata: un cofanetto contenente il film, un documentario e numerosi gadget (compresa la trottola, oggetto-simbolo della storia). Ciliegina sulla torta, la versione in blu-ray permette di attivare delle finestre che «spiegano» i passaggi più oscuri dell’intreccio. I fan di Lost moriranno d’invidia…

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WEB

GLI HOMELESS RACCONTATI DA TOM WAITS ra da anni che l’autore di alcune delle canzoni più «letterarie» della musica leggera americana prometteva la pubblicazione di un libro. Finalmente Tom Waits ha deciso di accontentarci, mettendo in vendita su internet - in soli duemila esemplari - un volume che racconta la dura vita dei senzatetto. Più che di un romanzo si tratta di una lunga ballata, ispirata ai ritratti che il fotografo Michael O’Breins ha realizzato tra gli homeless americani. Il fine è ovviamente benefico: il ricavato sarà destinato a due associazioni cattoliche che assistono le persone sospinte ai margini della società.

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di Alfonso Francia

Mistero: “patacche” per orfani di leggende

na delle frasi più belle di Albert Einstein è, a mio avviso, questa: «Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e della prima non sono sicuro». Se la applichiamo alla televisione, i riscontri non mancano. Su Italia 1 va in onda in prima serata Mistero. Scritto in caratteri pseudo-gotici, ovviamente. Come ovviamente il condu\ttore, il talvolta attore Raz Degan, è avvolto da nebbia prodotta da ghiaccio sintetico e collocato in locali che ricordano un castello medievale. La cornice vuole essere suggestiva. Il quadro, ossia il contenuto, è a dir poco modesto. Galleria di fatti curiosi trattati come se fossero tutti comprovanti l’esistenza di una realtà sfuggente, aliena, impenetrabile. In altre parole, qualsiasi fenomeno che non sia ancora stato studiato in modo approfondito dalla scienza viene collocato in uno spazio tale da far pensare a mondi paralleli o roba del genere. A far da «valletta» al programma c’è anche la scrittrice Melissa P., in abiti vedo-non vedo. Recita frasi a effetto. Per esempio: «La mente mette i limiti, il cuo-

U

di Pier Mario Fasanotti re li spezza»; «L’utopia non è limitata da nessun obbligo di pretendere risultati, la sua sola funzione è di consentire ai suoi adepti di condannare ciò che esiste in nome di ciò che non esiste». È la prima volta che sento parlare di «adepti dell’utopia». Veniamo a qualche spot misteri-

essere state provocate da «grattamenti». In ogni caso il conduttore di Mistero, assieme ai suoi collaboratori, insiste sulla tesi delle «scie chimiche». Detto volgarmente: effetto di elementi inquinanti, tanto è vero che, come ha dichiarato un biologo di Parma, nell’acqua piovana di

co. C’è Silvia, una ventenne che ha la pelle ulcerata e sostiene che da essa escono filamenti di natura incerta.Viene fatta visitare da un chirurgo plastico di Milano, il quale con molta prudenza lascia intendere che le ferite deturpanti potrebbero

Milano è stata trovata una quantità impressionante di quarzo. Peli alieni o semplice pollution? E a proposito di cose o esseri provenienti dallo spazio, Andrea Pinketts, giallista, si reca a Petrate, piccolo paese del centro-Italia, e qui incontra

Filiberto Caponi già noto (anche ai carabinieri) per aver fotografato una specie di Et alto circa 45 centimetri, con occhi molto simili a quelli che disegnano i bambini fantasiosi o ispirati dalla retorica ufologica. Il Caponi, che di mestiere fa il ceramista e il restauratore, a suo tempo fu accusato di aver fotografato una statuetta di creta, ovviamente di sua fattura. Gli uomini dell’Arma sequestrarono foto e altro materiale nel suo laboratorio (per sospetto di turbativa della quiete pubblica). Ma lui dice che comparvero anche uomini vestiti di nero. Men in black, come nel film comico. Il paese visitato da Pinketts con passo da detective ultranavigato è legato alla leggenda delle fate sibilline che si sarebbero incontrate con i pastori della pianura. Questi antichi abitanti si sarebbero poi accorti che le ancelle di Sibilla, belle e sensuali, avevano zampe caprine. Insomma, dal cielo mitologico casca il ciarpame moderno. Che si fa trasmissione televisiva. Per noi, ormai rattristati orfani di leggende, van bene anche le «patacche», per dirla all’emiliana.


Cinema

MobyDICK

29 gennaio 2011 • pagina 23

con rapida diffusione di tutte le malattie infantili: rosolia, scarlattina, varicella, morbillo e anche casi di tifo. Tra gli adulti qualsiasi cosa: casi d’appendicite acuta diventano, in pratica, sventramenti. Con solo due fornellini per sterilizzare gli aghi, ci vogliono 45 minuti per fare un’iniezione d’insulina. «Persino al fronte nel ’14 eravamo più forniti», dice un ex’ambulanziera di Verdun. Laurent era la ragazza ebrea che sfuggì allo sterminio della famiglia in Bastardi senza gloria e la violinista nell’amatissimo Il concerto. È un’attrice di enorme talento e grazia; rende onore all’altruismo eroico di Monod, sorella spirituale della filosofa Simone Weil, e la cui vita merita un film a parte. Ci sono difetti: si esagera nello sforzo di restituire onore ai francesi, e alcune scene chiavi sono tecnicamente deboli. L’epilogo sul dopoguerra e il ritrovamento di Joseph e Nono tolgono un po’ di forza alla sconvolgente soppressione della coscienza avvenuta nella culla dell’Illuminismo. Ci aiuta a non uscire carponi dal cinema, certo, ma non è detto che questo sia un bene. Da vedere.

di Anselma Dell’Olio

a Rafle è il titolo originale di Vento di primavera, che prende il nome dall’operazione Vent di printemps, pianificata per risolvere «la contaminazione ebraica» dell’Europa con la Soluzione Finale. Il 13 luglio 1942, dopo una serie di trattative tra i leader nazisti della forza d’occupazione tedesca e il regime collaborazionista di Vichy, parte l’ordine di arrestare, rinchiudere e deportare i 23 mila ebrei stranieri o apolidi residenti in Francia. Riescono ad arrestarne 13 mila: gli altri si nascondono con l’aiuto di cittadini francesi gratis o a pagamento. Circa 8 mila ebrei sono portati al Velodromo d’Inverno a Parigi, allestito come prigione provvisoria, prima della deportazione nei campi della morte in Europa dell’Est. Solo a Parigi, 9 mila tra poliziotti e gendarmi eseguono la massiccia retata d’ebrei, grazie allo zelo del Prefetto di polizia René Bousquet, più tardi amico mai rinnegato di François Mitterrand. La vergogna della nazione dei Diritti dell’uomo, terra d’asilo dei perseguitati, s’avvale d’un soprannome: la rafle du Vélo d’Hiv. Il film di Rose Bosch segue la storia degli ottomila che finiscono al Velò d’Hiv. L’ha colpita l’esistenza di una sola immagine dell’enorme retata: dei camion vuoti davanti al velodromo. Scopre così che solo 25 adulti e nessuno dei 4 mila bambini, di quei 13 mila tornano vivi, tranne un adolescente: Joseph, undici anni, perché scappa dal secondo lager a Beaune-La-Rolande, prima della deportazione a Est. Il film racconta la sua storia e quella di Nono, molto più piccolo, attraverso gli occhi e le esperienze condivise con gli internati di Annette Monod (Mélanie Laurent), un’infermiera protestante realmente esistita. Si comincia con la vita quotidiana delle famiglie ebree, sempre più condizionate dalle leggi razziali, dalla stella gialla sul petto, fino alla cacciata da tutti i luoghi pubblici: scuole, teatri, cinema, bar, parchi e area di ricreazione per bambini compresi. Bosch, ex giornalista d’inchiesta, ha fatto ricerche approfondite, contagiata dall’ossessione del produttore Ilan Goldman (La Vie en Rose), suo marito, per l’infamia. Il film inizia con la scritta: Tutti i personaggi del film sono realmente esistiti. Tutti gli eventi, anche i più estremi, sono accaduti in quell’estate del 1942.

L

Prima della visione del film, ben girato in stile classico, senza bellurie cinefile, temevo il già visto. Dopo Schindler’s List di Steven Spielberg e Il pianista di Roman Polanski, opere di massimo impatto, e dell’esecrabile, popolare La vita è bella (tre Oscar di cui a Hollywood si sono pentiti subito, sentendosi storditi e turlupinati da una campagna miliardaria e una forma d’ipnosi collettiva), sarebbe stato difficile resistere a qualcosa di mediocre fattura. Ma lo sguardo del film si fa sempre più profondo e avvincente. Seguiamo il percorso delle vittime, e quello dei persecutori e mandanti: autorità tedesche e solerti politici e funzionari francesi. Scene come quella in cui Hitler presenta una Mercedes decappottabile di cioccolato a bambini biondi deliziati, mentre i bimbi ebrei soffrono d’inedia, hanno un effetto cumulativo

Quel vento di primavera che spazzò gli ebrei

potente. Si resta definitivamente incollati al racconto quando s’arriva all’interno dell’immenso velodromo, con bambini che corrono e giocano, malati in barella agonizzanti e la gente che s’abbandona sugli spalti senza alcun conforto, i cessi intasati, una puzza insopportabile, e senza acqua in piena estate. La fotografia è ottima e gli attori efficaci, in particolare la Laurent e Jean Reno nei panni del medico ebreo senza medicine, pochi strumenti e solo sei infermiere per curare 7-8 mila detenuti prelevati dalle loro case durante la notte, da ospedali, ospizi, manicomi, perfino dagli asili. Ci sono dieci decessi al giorno,

“La Rafle” è il titolo originale del film di Rose Bosh che rievoca la retata per eliminare la “contaminazione ebraica” dalla Francia. Uno sguardo profondo e avvincente sugli eventi estremi accaduti nel 1942. Da non perdere “Febbre da fieno”, teen-movie dell’esordiente Laura Luchetti prodotto dalla Disney

Febbre da fieno è l’opera prima di una giovane regista da festeggiare. Laura Luchetti ha scritto e diretto un insolito film di genere prodotto dalla Disney: non male per chiunque, specie se debuttante. La regista dice che voleva fare un film che, bello o brutto, si riconoscesse come suo. Temeva più d’ogni cosa essere omologata ad altri registi di film giovanili. Missione compiuta. Il film è molto gradevole e la cornice originale. Twinkled è un negozio di modernariato anni Sessanta-Settanta: abiti, parrucche, dischi in vinile, stivaletti, giubbotti, skateboard e oggetti casalinghi di design da collezionisti. Il proprietario Stefano (Giuseppe Grandini, un giovane-vecchio rotondo e simpatico alla Giuseppe Battiston) assume part-time Camilla (Diane Fleri, spigliata, mai leziosa e con un accattivante erre arrotata), studentessa che vive sola con il fratello down Gigio (Mauro Arsella, ottimo). Ci lavorano anche Franki (Giulia Michelini), insicura e innamorata persa di Jude Law, e Matteo (Andrea Bosca) di cui Camilla è cotta a prima vista. Ma il ragazzo si strugge per Giovanna, la ballerina che lo ha scaricato per una coreografa un anno prima. L’emporio ha una buffa clientela di spostati e nerds, i fissati che frequentano luoghi per dare una seconda chance a cianfrusaglie d’epoca. Il racconto ruota intorno all’indebitato e caramellaro Stefano, sua moglie Patrizia (Cecilia Cinardi) e al ritorno in scena di Giovanna, che vuole un figlio e sfarfalla intorno al suo ex, assai lusingato. Regia, scenografie e gli altri reparti tecnici sono di qualità, e diversissime dal tipico teen movie; c’è una Roma non banale, spesso ripresa dall’alto, e con una splendida sequenza girata al Maxxi, il nuovo museo d’arte contemporanea nel quartiere Flaminio, una scelta indovinata, e una colonna sonora non scontata, simpatica e mai sciropposa. Basta la galleria di piccole donne scanzonate, senza le mossette d’ordinanza, per apprezzare lo sguardo d’autore di Luchetti. Le auguriamo fortuna: ha re-immaginato il Young Adult movie, con personaggi atipici e un respiro internazionale. Gigio, il fratello down di Camilla, è un tocco felice; forse si poteva sfruttare meglio, ma trattarlo senza enfasi è una scelta di classe.Vedere per credere, insieme con i vostri ragazzi.


Cinema

MobyDICK

29 gennaio 2011 • pagina 23

con rapida diffusione di tutte le malattie infantili: rosolia, scarlattina, varicella, morbillo e anche casi di tifo. Tra gli adulti qualsiasi cosa: casi d’appendicite acuta diventano, in pratica, sventramenti. Con solo due fornellini per sterilizzare gli aghi, ci vogliono 45 minuti per fare un’iniezione d’insulina. «Persino al fronte nel ’14 eravamo più forniti», dice un ex’ambulanziera di Verdun. Laurent era la ragazza ebrea che sfuggì allo sterminio della famiglia in Bastardi senza gloria e la violinista nell’amatissimo Il concerto. È un’attrice di enorme talento e grazia; rende onore all’altruismo eroico di Monod, sorella spirituale della filosofa Simone Weil, e la cui vita merita un film a parte. Ci sono difetti: si esagera nello sforzo di restituire onore ai francesi, e alcune scene chiavi sono tecnicamente deboli. L’epilogo sul dopoguerra e il ritrovamento di Joseph e Nono tolgono un po’ di forza alla sconvolgente soppressione della coscienza avvenuta nella culla dell’Illuminismo. Ci aiuta a non uscire carponi dal cinema, certo, ma non è detto che questo sia un bene. Da vedere.

di Anselma Dell’Olio

a Rafle è il titolo originale di Vento di primavera, che prende il nome dall’operazione Vent di printemps, pianificata per risolvere «la contaminazione ebraica» dell’Europa con la Soluzione Finale. Il 13 luglio 1942, dopo una serie di trattative tra i leader nazisti della forza d’occupazione tedesca e il regime collaborazionista di Vichy, parte l’ordine di arrestare, rinchiudere e deportare i 23 mila ebrei stranieri o apolidi residenti in Francia. Riescono ad arrestarne 13 mila: gli altri si nascondono con l’aiuto di cittadini francesi gratis o a pagamento. Circa 8 mila ebrei sono portati al Velodromo d’Inverno a Parigi, allestito come prigione provvisoria, prima della deportazione nei campi della morte in Europa dell’Est. Solo a Parigi, 9 mila tra poliziotti e gendarmi eseguono la massiccia retata d’ebrei, grazie allo zelo del Prefetto di polizia René Bousquet, più tardi amico mai rinnegato di François Mitterrand. La vergogna della nazione dei Diritti dell’uomo, terra d’asilo dei perseguitati, s’avvale d’un soprannome: la rafle du Vélo d’Hiv. Il film di Rose Bosch segue la storia degli ottomila che finiscono al Velò d’Hiv. L’ha colpita l’esistenza di una sola immagine dell’enorme retata: dei camion vuoti davanti al velodromo. Scopre così che solo 25 adulti e nessuno dei 4 mila bambini, di quei 13 mila tornano vivi, tranne un adolescente: Joseph, undici anni, perché scappa dal secondo lager a Beaune-La-Rolande, prima della deportazione a Est. Il film racconta la sua storia e quella di Nono, molto più piccolo, attraverso gli occhi e le esperienze condivise con gli internati di Annette Monod (Mélanie Laurent), un’infermiera protestante realmente esistita. Si comincia con la vita quotidiana delle famiglie ebree, sempre più condizionate dalle leggi razziali, dalla stella gialla sul petto, fino alla cacciata da tutti i luoghi pubblici: scuole, teatri, cinema, bar, parchi e area di ricreazione per bambini compresi. Bosch, ex giornalista d’inchiesta, ha fatto ricerche approfondite, contagiata dall’ossessione del produttore Ilan Goldman (La Vie en Rose), suo marito, per l’infamia. Il film inizia con la scritta: Tutti i personaggi del film sono realmente esistiti. Tutti gli eventi, anche i più estremi, sono accaduti in quell’estate del 1942.

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Prima della visione del film, ben girato in stile classico, senza bellurie cinefile, temevo il già visto. Dopo Schindler’s List di Steven Spielberg e Il pianista di Roman Polanski, opere di massimo impatto, e dell’esecrabile, popolare La vita è bella (tre Oscar di cui a Hollywood si sono pentiti subito, sentendosi storditi e turlupinati da una campagna miliardaria e una forma d’ipnosi collettiva), sarebbe stato difficile resistere a qualcosa di mediocre fattura. Ma lo sguardo del film si fa sempre più profondo e avvincente. Seguiamo il percorso delle vittime, e quello dei persecutori e mandanti: autorità tedesche e solerti politici e funzionari francesi. Scene come quella in cui Hitler presenta una Mercedes decappottabile di cioccolato a bambini biondi deliziati, mentre i bimbi ebrei soffrono d’inedia, hanno un effetto cumulativo

Quel vento di primavera che spazzò gli ebrei

potente. Si resta definitivamente incollati al racconto quando s’arriva all’interno dell’immenso velodromo, con bambini che corrono e giocano, malati in barella agonizzanti e la gente che s’abbandona sugli spalti senza alcun conforto, i cessi intasati, una puzza insopportabile, e senza acqua in piena estate. La fotografia è ottima e gli attori efficaci, in particolare la Laurent e Jean Reno nei panni del medico ebreo senza medicine, pochi strumenti e solo sei infermiere per curare 7-8 mila detenuti prelevati dalle loro case durante la notte, da ospedali, ospizi, manicomi, perfino dagli asili. Ci sono dieci decessi al giorno,

“La Rafle” è il titolo originale del film di Rose Bosh che rievoca la retata per eliminare la “contaminazione ebraica” dalla Francia. Uno sguardo profondo e avvincente sugli eventi estremi accaduti nel 1942. Da non perdere “Febbre da fieno”, teen-movie dell’esordiente Laura Luchetti prodotto dalla Disney

Febbre da fieno è l’opera prima di una giovane regista da festeggiare. Laura Luchetti ha scritto e diretto un insolito film di genere prodotto dalla Disney: non male per chiunque, specie se debuttante. La regista dice che voleva fare un film che, bello o brutto, si riconoscesse come suo. Temeva più d’ogni cosa essere omologata ad altri registi di film giovanili. Missione compiuta. Il film è molto gradevole e la cornice originale. Twinkled è un negozio di modernariato anni Sessanta-Settanta: abiti, parrucche, dischi in vinile, stivaletti, giubbotti, skateboard e oggetti casalinghi di design da collezionisti. Il proprietario Stefano (Giuseppe Grandini, un giovane-vecchio rotondo e simpatico alla Giuseppe Battiston) assume part-time Camilla (Diane Fleri, spigliata, mai leziosa e con un accattivante erre arrotata), studentessa che vive sola con il fratello down Gigio (Mauro Arsella, ottimo). Ci lavorano anche Franki (Giulia Michelini), insicura e innamorata persa di Jude Law, e Matteo (Andrea Bosca) di cui Camilla è cotta a prima vista. Ma il ragazzo si strugge per Giovanna, la ballerina che lo ha scaricato per una coreografa un anno prima. L’emporio ha una buffa clientela di spostati e nerds, i fissati che frequentano luoghi per dare una seconda chance a cianfrusaglie d’epoca. Il racconto ruota intorno all’indebitato e caramellaro Stefano, sua moglie Patrizia (Cecilia Cinardi) e al ritorno in scena di Giovanna, che vuole un figlio e sfarfalla intorno al suo ex, assai lusingato. Regia, scenografie e gli altri reparti tecnici sono di qualità, e diversissime dal tipico teen movie; c’è una Roma non banale, spesso ripresa dall’alto, e con una splendida sequenza girata al Maxxi, il nuovo museo d’arte contemporanea nel quartiere Flaminio, una scelta indovinata, e una colonna sonora non scontata, simpatica e mai sciropposa. Basta la galleria di piccole donne scanzonate, senza le mossette d’ordinanza, per apprezzare lo sguardo d’autore di Luchetti. Le auguriamo fortuna: ha re-immaginato il Young Adult movie, con personaggi atipici e un respiro internazionale. Gigio, il fratello down di Camilla, è un tocco felice; forse si poteva sfruttare meglio, ma trattarlo senza enfasi è una scelta di classe.Vedere per credere, insieme con i vostri ragazzi.


Camera con vista

pagina 24 • 29 gennaio 2011

rrivo a Hong Kong in treno da Canton, due ore per 135 km, in orario. Sono emozionata, come la prima volta che vidi New York, come quando arrivi finalmente in una città leggendaria, sognata per anni. Le aspettative sono alte, insomma, anche se so perfettamente che vedere Hong Kong nel 2011 non è come averla vista, diciamo, una trentina, anche venti anni fa. Conosco troppo bene l’Oriente e i suoi scempi per farmi illusioni. Sarà rimasto in piedi qualcosa del mito? Così scendo dal treno e m’infilo in un taxi, di quelli rossi e bianchi uguali nel tempo, con la guida a destra che sembra di stare ancora sotto il dominio inglese. E finalmente i tassisti un po’ d’inglese - soltanto un po’- lo parlano e sono gentili, si fanno in quattro per capirti. Non come nella «vera» Cina, dove se non gli mostri subito l’indirizzo scritto in ideogrammi, ti fanno scendere senza complimenti. Il traffico è fuori misura, asfissiante. Ti chiedi come farai a emergerne e intanto, procedendo a passo di lumaca per strade e stradine, ti senti il peso dei grattacieli addosso, la baraonda di gente, scritte, negozi dentro i cinque sensi, tutti e cinque insieme, un inferno. Anche in albergo, una volta chiusa la porta della camera, non è proprio che si tira un sospiro di sollievo. Forse perché l’hotel non è un cinque stelle, la stanza - pur provvista di tutto, dalla Tv al collegamento wifi libero - è piccolissima, una scatoletta panoramica in cima a un grattacielo, in cima a una collina. Non mi piace stare così in alto e, no, non è un’impressione: sono giornate ventose e la stanza oscilla con l’edificio. Un senso si instabilità anche quando dormo si estende, nella mia immaginazione, a tutta la città, ne diviene simbolo e rappresentazione.

A

Dunque mi butto subito nel groviglio di vicoli, scalinate, scale mobili, gallerie a vetrata, aeree, per pedoni che attraversano le strade da un edificio all’altro: una ragnatela di scorciatoie in cui è facilissimo perdersi, ma che permette di percorrere la città evitando caos e frastuono. In mezz’ora (compresi gli errori di itinerario) arrivo al porto, allo Star Ferry, e m’imbarco per Kowloon, la parte di Hong Kong sulla terraferma, di fronte all’isola. Perché Hong Kong ha la particolarità di essere due in una: l’isola tutta dislivelli e la piatta Kowloon da cui ti godi lo spettacolo di uno dei più impressionanti skyline del mondo, una silhouette frastagliatissima, colorata, un cityscape molto sorridente. Ma basta questo per far pace con una metropoli iperconsumista dove i camminamenti pedonali non fanno che vomitarti da un centro commerciale all’altro, lussuosi e sterminati? Le griffe più famose del pianeta propongono uno via l’altro negozi che sono appartamenti trasparenti, a volte interi palazzi. Ristoranti semplici o chic (e che costano in genere molto poco)

MobyDICK

ai confini della realtà

Il senso del sacro

e una ciambellina di giada di Sandra Petrignani propongono le cucine di ogni Paese. Decor modernissimi negli interni dei grattacieli, percorsi da ragazze sofisticate e manager frettolosi, fanno da vertiginoso contraltare agli esterni vecchiotti, zeppi di mercatini, in cui oziano e trafficano cinesi di stampo tradizionale, quelli che nei parchi ancora praticano con lentezza ipnotica il Tai-chi Chuan. Sul traghetto per Kowloon l’atmosfera, invece, è familiare. Sarà il mare, l’ondeggiare tranquillo della barca, il cigolio del legno, i gesti antichi dei marinai: il lancio preciso della fune all’attracco, lo sferragliare della grata che si apre per permettere ai passeggeri di scendere. Non vedo

do a camminare. Purtroppo la traversata dura poco anche in traghetto, ma io ci torno e ci ritorno. Mi dirigo all’incrocio fra Salisbury e Nathan road dove sorge l’albergo più antico e fascinoso di tutta Hong Kong, il Peninsula, che mi ricorda il Taj Mahal Hotel di Bombay con i suoi ambienti coloniali, i marmi, la ricchezza ovattata. Naturalmente anche qui, nei sotterranei dell’Arcade, non si sfugge allo shopping: un centinaio di negozi, soprattutto gioiellerie, offrono abbaglianti souvenir per generosi nababbi e signore che vendono care le loro prestazioni. Quando un giorno mi spingo fino al lontano Jade Market, mi commuovo di tene-

Sì, l’abbiamo vista al cinema e in cartolina, ma la Hong Kong dalle mille luci che saetta i suoi alti palazzi dall’acqua al cielo nel buio della notte è la visione più clamorosa che una città moderna, eppure antica, possa offrire. Una nuova, sorprendente epifania… i manager incravattati e le bellissime in minigonna. Forse non usano il traghetto. Per andare a Kowloon scelgono i tunnel che attraversano lo stretto sottacqua, dove finalmente le macchine possono sfrecciare nella superstrada a più corsie. Oppure vanno in motoscafo e passano da una riva all’altra in un soffio. I giovani a Hong Kong hanno sempre fretta, se chiedi un’indicazione, te la danno continuan-

rezza per le affollate bancarelle da cui la modernità è distante come la terra dal sole, stracolme di giade forse vere, forse finte, riconoscibili solo agli intenditori. Finirò per comprarmi una ciambellina verde infilata in un cordoncino rosso, che mi convinco essere giada e non vetro, dato il prezzo, e dovrà portarmi fortuna. Una sera, con la mia giada al collo, prendo il tranvetto antidiluviano, tutto scricchiolii

di legno fine Ottocento, e salgo al Victoria Peak. Mi aspetto di vedere quello che ho già visto mille volte in fotografia: uno spettacolare panorama dall’alto della foresta di grattacieli illuminati, piantati fitti dalla collina alla baia, uno diverso dall’altro. La forma minacciosa dei paesaggi alla Blade Runner.

Ritengo di conoscere abbastanza Americhe del Nord e del Sud e tanti Orienti lanciati verso sciagurate speculazioni edilizie per non farmi meravigliare più di tanto. Invece l’emozione mi sorprende prima di arrivare in vetta. Mi taglia il respiro. La cremagliera sfrigola e sale. Il treno passa stretto dentro pareti di edifici altissimi che ci guardi dentro, nelle finestre. Vedi la vita della gente dentro gli appartamenti, dentro i grattacieli che sembrano pioverci addosso vicinissimi. Li vedi, dalla posizione in arrampicamento del trenino, come fossero piantati storti sulle fondamenta e in procinto di crollare, come replicanti torri di Pisa giganti, troppo inclinate e in bilico. Sbarchiamo, io e gli altri passeggeri, instabili sulle ginocchia. Stentiamo a riprendere la normale posizione verticale. E ancora non sappiamo cosa ci aspetta. Sì, uno l’ha vista al cinema e in cartolina, ma la Hong Kong dalle mille luci che saetta i suoi alti palazzi dall’acqua al cielo nel buio della notte, nel silenzio del Picco con le sue terrazzette fra gli alberi, i suoi bisbigli, i canti di misteriosi usignoli (veri, registrati?), è la visione più clamorosa che una città moderna, eppure già antica nella sua modernità, possa offrire, l’indicibile epifania di un nuovo senso del sacro.


Camera con vista

pagina 24 • 29 gennaio 2011

rrivo a Hong Kong in treno da Canton, due ore per 135 km, in orario. Sono emozionata, come la prima volta che vidi New York, come quando arrivi finalmente in una città leggendaria, sognata per anni. Le aspettative sono alte, insomma, anche se so perfettamente che vedere Hong Kong nel 2011 non è come averla vista, diciamo, una trentina, anche venti anni fa. Conosco troppo bene l’Oriente e i suoi scempi per farmi illusioni. Sarà rimasto in piedi qualcosa del mito? Così scendo dal treno e m’infilo in un taxi, di quelli rossi e bianchi uguali nel tempo, con la guida a destra che sembra di stare ancora sotto il dominio inglese. E finalmente i tassisti un po’ d’inglese - soltanto un po’- lo parlano e sono gentili, si fanno in quattro per capirti. Non come nella «vera» Cina, dove se non gli mostri subito l’indirizzo scritto in ideogrammi, ti fanno scendere senza complimenti. Il traffico è fuori misura, asfissiante. Ti chiedi come farai a emergerne e intanto, procedendo a passo di lumaca per strade e stradine, ti senti il peso dei grattacieli addosso, la baraonda di gente, scritte, negozi dentro i cinque sensi, tutti e cinque insieme, un inferno. Anche in albergo, una volta chiusa la porta della camera, non è proprio che si tira un sospiro di sollievo. Forse perché l’hotel non è un cinque stelle, la stanza - pur provvista di tutto, dalla Tv al collegamento wifi libero - è piccolissima, una scatoletta panoramica in cima a un grattacielo, in cima a una collina. Non mi piace stare così in alto e, no, non è un’impressione: sono giornate ventose e la stanza oscilla con l’edificio. Un senso si instabilità anche quando dormo si estende, nella mia immaginazione, a tutta la città, ne diviene simbolo e rappresentazione.

A

Dunque mi butto subito nel groviglio di vicoli, scalinate, scale mobili, gallerie a vetrata, aeree, per pedoni che attraversano le strade da un edificio all’altro: una ragnatela di scorciatoie in cui è facilissimo perdersi, ma che permette di percorrere la città evitando caos e frastuono. In mezz’ora (compresi gli errori di itinerario) arrivo al porto, allo Star Ferry, e m’imbarco per Kowloon, la parte di Hong Kong sulla terraferma, di fronte all’isola. Perché Hong Kong ha la particolarità di essere due in una: l’isola tutta dislivelli e la piatta Kowloon da cui ti godi lo spettacolo di uno dei più impressionanti skyline del mondo, una silhouette frastagliatissima, colorata, un cityscape molto sorridente. Ma basta questo per far pace con una metropoli iperconsumista dove i camminamenti pedonali non fanno che vomitarti da un centro commerciale all’altro, lussuosi e sterminati? Le griffe più famose del pianeta propongono uno via l’altro negozi che sono appartamenti trasparenti, a volte interi palazzi. Ristoranti semplici o chic (e che costano in genere molto poco)

MobyDICK

ai confini della realtà

Il senso del sacro

e una ciambellina di giada di Sandra Petrignani propongono le cucine di ogni Paese. Decor modernissimi negli interni dei grattacieli, percorsi da ragazze sofisticate e manager frettolosi, fanno da vertiginoso contraltare agli esterni vecchiotti, zeppi di mercatini, in cui oziano e trafficano cinesi di stampo tradizionale, quelli che nei parchi ancora praticano con lentezza ipnotica il Tai-chi Chuan. Sul traghetto per Kowloon l’atmosfera, invece, è familiare. Sarà il mare, l’ondeggiare tranquillo della barca, il cigolio del legno, i gesti antichi dei marinai: il lancio preciso della fune all’attracco, lo sferragliare della grata che si apre per permettere ai passeggeri di scendere. Non vedo

do a camminare. Purtroppo la traversata dura poco anche in traghetto, ma io ci torno e ci ritorno. Mi dirigo all’incrocio fra Salisbury e Nathan road dove sorge l’albergo più antico e fascinoso di tutta Hong Kong, il Peninsula, che mi ricorda il Taj Mahal Hotel di Bombay con i suoi ambienti coloniali, i marmi, la ricchezza ovattata. Naturalmente anche qui, nei sotterranei dell’Arcade, non si sfugge allo shopping: un centinaio di negozi, soprattutto gioiellerie, offrono abbaglianti souvenir per generosi nababbi e signore che vendono care le loro prestazioni. Quando un giorno mi spingo fino al lontano Jade Market, mi commuovo di tene-

Sì, l’abbiamo vista al cinema e in cartolina, ma la Hong Kong dalle mille luci che saetta i suoi alti palazzi dall’acqua al cielo nel buio della notte è la visione più clamorosa che una città moderna, eppure antica, possa offrire. Una nuova, sorprendente epifania… i manager incravattati e le bellissime in minigonna. Forse non usano il traghetto. Per andare a Kowloon scelgono i tunnel che attraversano lo stretto sottacqua, dove finalmente le macchine possono sfrecciare nella superstrada a più corsie. Oppure vanno in motoscafo e passano da una riva all’altra in un soffio. I giovani a Hong Kong hanno sempre fretta, se chiedi un’indicazione, te la danno continuan-

rezza per le affollate bancarelle da cui la modernità è distante come la terra dal sole, stracolme di giade forse vere, forse finte, riconoscibili solo agli intenditori. Finirò per comprarmi una ciambellina verde infilata in un cordoncino rosso, che mi convinco essere giada e non vetro, dato il prezzo, e dovrà portarmi fortuna. Una sera, con la mia giada al collo, prendo il tranvetto antidiluviano, tutto scricchiolii

di legno fine Ottocento, e salgo al Victoria Peak. Mi aspetto di vedere quello che ho già visto mille volte in fotografia: uno spettacolare panorama dall’alto della foresta di grattacieli illuminati, piantati fitti dalla collina alla baia, uno diverso dall’altro. La forma minacciosa dei paesaggi alla Blade Runner.

Ritengo di conoscere abbastanza Americhe del Nord e del Sud e tanti Orienti lanciati verso sciagurate speculazioni edilizie per non farmi meravigliare più di tanto. Invece l’emozione mi sorprende prima di arrivare in vetta. Mi taglia il respiro. La cremagliera sfrigola e sale. Il treno passa stretto dentro pareti di edifici altissimi che ci guardi dentro, nelle finestre. Vedi la vita della gente dentro gli appartamenti, dentro i grattacieli che sembrano pioverci addosso vicinissimi. Li vedi, dalla posizione in arrampicamento del trenino, come fossero piantati storti sulle fondamenta e in procinto di crollare, come replicanti torri di Pisa giganti, troppo inclinate e in bilico. Sbarchiamo, io e gli altri passeggeri, instabili sulle ginocchia. Stentiamo a riprendere la normale posizione verticale. E ancora non sappiamo cosa ci aspetta. Sì, uno l’ha vista al cinema e in cartolina, ma la Hong Kong dalle mille luci che saetta i suoi alti palazzi dall’acqua al cielo nel buio della notte, nel silenzio del Picco con le sue terrazzette fra gli alberi, i suoi bisbigli, i canti di misteriosi usignoli (veri, registrati?), è la visione più clamorosa che una città moderna, eppure già antica nella sua modernità, possa offrire, l’indicibile epifania di un nuovo senso del sacro.


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