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Poste italiane s.p.a. Spedizione in abb. postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1; comma 1 - Roma • Non acquistabile separatamente da liberal

mobydick

SUPPLEMENTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

C’ERA UNA VOLTA LA TERZA PAGINA Giornalismo e cultura

di Filippo Maria Battaglia ccade raramente, eppure in questo caso c’è una data di battesimo - il zo dopo, il Corriere della Sera si adegua, e chiama a scrivervi alcuni dei più no10 dicembre 1901 - e un avvenimento ben individuato: la prima ti letterati dell’epoca: tra gli altri, D’Annunzio,Verga, De Roberto e la Dedello spettacolo teatrale della Francesca di Rimini di Gabrieledda. Cuore e simbolo della «terza» è l’elzeviro, l’articolo di spalla, L’invenzione posizionato sulla sinistra, che oscilla tra la prosa narrativa e la le D’Annunzio. È in quell’occasione che nasce la Terza risale a più rievocazione artistica, storica e persino onirica. Quell’insopagina. L’ideatore fa il nome di Alberto Bergamini, direttodi un secolo fa, ma oggi quella lita invenzione, tutta italiana, è destinata a restare re del Giornale d’Italia, che in un’anonima giornata di un’eccezione nel panorama editoriale, diventanpiù di un secolo fa decide di dedicare un’intera bussola che orientava con fermezza do durante il fascismo il rifugio ideale per alpagina (appunto, la terza) alla rappresentae autorevolezza di giudizio il lettore sembra cuni scrittori restii a compromettersi con il rezione. La motivazione è chiara: è «di non mismarrita. Nel labirinto della rete... gime ma niente affatto disposti a criticare esplicitanore importanza di un discorso dell’on. Giolitti ai mente Mussolini e i suoi gerarchi. Una zona franca, dunsuoi elettori di Dronero, o di una crisi ministeriale o di Due libri ne ripercorrono que, che mescola tratti del giornalismo e della letteratura, sotun concitato congresso socialista». L’invenzione è destinata a la storia e azzardano traendoli ai loro obiettivi definiti. restare nel tempo, presto imitata anche dalle testate che contendoprevisioni no al quotidiano la guida delle vendite, e a vivere con alterne fortune continua a pagina 2 per almeno mezzo secolo su quasi tutte le gazzette nostrane.Tre anni e mez-

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9 771827 881301

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ISSN 1827-8817

Parola chiave Trasgressione di Franco Ricordi Cinque ore con Hall & Oates di Stefano Bianchi

NELLE PAGINE DI POESIA

Il tenero canto di Gaspara Stampa di Francesco Napoli

Luigi XIV: il mito eclissa la storia di Franco Cardini Risate arcobaleno in “Soul Kitchen” di Anselma Dell’Olio

Cocito & Buratti, vita e arte di Marco Vallora


c’era una volta la terza

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Moravia, “Gli indifferenti” e le preveggenze di un critico di Pier Mario Fasanotti asciamo stare la nostalgia, che è meglio. E accantoniamo la tentazione di dire «ah, come erano più bravi quelli di un tempo!». Non possiamo tuttavia, scorrendo le pagine dei Meridiani Mondadori (finora quattro) dedicati ai grandi giornalisti del passato, rimarcare due cose: il gustodovere per la precisione (ricordiamo che non esisteva la televisione) e l’impegno, salvo ovvie eccezioni (vedi giornali durante il fascismo), a scrivere in autonomia intellettuale senza badare alle sirene del compiacimento o comunque al farsi «violini» dinanzi a chi magari poteva ricambiare il favore, o subito o poi. Il fatto che i Meridiani abbiano accolto nel loro pantheon letterario le pagine giornalistiche non significa altro che riconoscere dignità letteraria non solo a elzeviri, ma anche a reportage o a semplici cronache. Ci sono certi articoli che hanno immediatamente il piglio della novella. Orio Vergani seguì l’intricato e appassionante caso di Bruneri-Canella, l’uomo di Collegno (Torino) che smarrì la memoria o perlomeno si divise in due a seconda delle istanze dei parenti dell’uno e dell’altro uomo. «Si può vedere Canella?». «No. È proibito avvicinare Bruneri». In nemmeno due righe c’è già il dramma, con mirabile effetto scenico. A proposito di serietà critica, è interessante leggere quanto scrisse Giuseppe Antonio Borghese a proposito dell’e-

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segue dalla prima È passato ormai più di un secolo, internet e i nuovi media incalzano, l’e-book è alle porte. Che fine ha fatto allora quell’anomalo recinto letterario che ospitava scrittori del calibro di Bassani, Flaiano, Comisso, Buzzati, e accusato nel secondo dopoguerra di aver fornito l’alibi a molti intellettuali per non compromettersi con il fascismo? Quali sono i suoi eredi nel nuovo millennio? Giorgio Zanchini e Clotilde Bertoni se lo sono chiesti in due agili saggi da poco pubblicati dall’editore Carocci. Eloquenti, i titoli: Il giornalismo culturale (126 pagine, 10,00 euro) e Letteratura e giornalismo (144 pagine, 10,00 euro). Due libretti chiari ed essenziali, che ripercorrono le mille tappe di una lunga storia e che abbozzano anche qualche previsione. È inutile girarci attorno, dunque: almeno per ora, la sensazione è quella di una completa anarchia.

Il web la fa da padrone: frastagliato, sfuggente, onnicomprensivo, ha di fatto fagocitato tutto il resto, cultura compresa. Per fare solo un esempio: i blog oggi sono più di cento milioni. Difficile orientarsi, anche per uno scafato lettore. Eppure, per Zanchini, l’orizzonte è meno turbolento di quanto si possa immaginare: «indubbiamente l’accesso alla cittadella della cultura si è fatto più aperto, il campo culturale è uno di quelli in cui la struttura a rete della società dell’informazione sta dando buoni frutti». Tra i benefit del web il giornalista Radio Rai annovera l’assenza della «funzione mediatrice» dell’addetto ai lavori e, dunque anche «delle non rare collusioni tra recensori e case di produzioni». Un click, un motore di ricerca, migliaia di risultati. Per questo, si dice certo che comunque «tornerà la questione dell’affidabilità, del prestigio, della

MOBY DICK e di cronach

di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato a cura di Gloria Piccioni

sordio da romanziere di Alberto Moravia. Borghese parla bene degli Indifferenti, addirittura preconizza la storicità di un titolo, per la verità assai felice in quanto specchio della Roma di fine anni Venti. Di Moravia apprezza lo scavo psicologico, distante dallo «psicologismo sempliciotto» di molti suoi coetanei. Per rimarcare l’asciuttezza della prosa moraviana, Borghese sostiene che l’autore «ha un’arte di scrittura molto bella, perché depurata di ogni belluria, giusto il contrario del vescicante calligrafico, del falso e intossicato bello scrivere che ha ridotto tanta prosa e prosa poetica recente come se le avessero fatto un tatuaggio al vetriolo». Il critico tuttavia nota che in certi punti del romanzo c’è «un lirismo arbitrario non piegato alla disciplina della prosa», e non fa a meno di osservare che Moravia, verso la fine, fa «decadere» il romanzo con una fretta che male si coniuga con la realtà. Certi repentini cambiamenti paiono agganciarsi a «qualcosa di eccitato e di teatrale». Pare, infine, una staffilata elegante la conclusione: «…purché il Moravia sappia tradurre in forze liriche, in passioni, le sue statiche convinzioni morali».Verrebbe subito da commentare: che preveggenza! Moravia si mostrò, in seguito, un autore freddo, geometrico, non del tutto convincente quanto a sincerità e fuoco delle passioni. È vero che siamo nel 1924, quindi anno secondo dell’Era fascista, tuttavia Umberto Notari, a Mosca per i funerali di Lenin, si mostra arguto quando scrive, a proposito del «despota della Russia»: «A lui negammo sempre qualsiasi genio politico, egli non fu che la risultante di una grande sconfitta militare, complicata dalla speciale psicologia di un popolo affetto da infantilismo». E ancora: «…assisteremo al macabro spettacolo - non ignoto nemmeno nel mondo latino - dello sfruttamento oratorio di un cadavere».

gerarchia», e dunque anche il ruolo del giornalista culturale dovrà attagliarsi a nuove regole e a nuove opportunità. Zanchini, probabilmente non ha torto. Eppure, il problema non riguarda solo la tecnologia e i nuovi mezzi di comunicazione. È piuttosto connaturato al ruolo di critico e alle sirene della post-modernità. Proviamo a farci dare una mano da uno scritto di Guido Piovene, datato 1974. L’autore di La coda di paglia tiene a battesimo le pagine culturali del Giornale nuovo di Montanelli (pagine di cui è responsabile) e con l’occasione traccia una radiografia piuttosto precisa sullo stato delle belle lettere nella carta stampata. Impietosa, l’analisi. Si ha la sensazione, scrive Piovene, «di una perpetua incensatura, come nelle funzioni sacre, dove si vede sempre un prete che gira con turibolo e incensa gli altri a turno». Alla bella immagine segue spiegazione dettagliata: «ogni grande giornale, per ogni ramo importante della cultura, la letteratura inventiva, la saggistica, le arti, il teatro di prosa, la musica, più tardi il cinema, aveva un critico autorevole e insindacabile, su cui nemmeno il direttore osava intervenire. La sua era una cattedra, di cui difendeva il prestigio, sostenuto dalla città intera. Oggi, in alcuni rami, al posto di quel critico ve n’è uno sciame, la cattedra è svanita, la città ha altro per la testa, nessuno vuole compromettersi in queste condizioni». Certo, suona perlomeno passatista rispondere alle nuove (e fino a qualche tempo fa inaspettate) domande sulla terza pagina e sul giornalismo culturale con uno scritto apparso più di un trentennio fa su un quotidiano. Eppure, il discorso di Piovene regge ancora a distanza di diversi decenni. E il messaggio è chiaro: l’acceleratore va spinto tutto in direzione della necessità di un’autorevole mediazione, non verso un’anarchia rumorosa e incondizionata. Il problema non na-

Progetto grafico di Stefano Zaccagnini Impaginazione di Mario Accongiagioco Società Editrice Edizione dell’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano

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sce dunque dalla diffusione dei prodotti editoriali, ma dalla mancanza di una critica qualificata. Anche perché, per ottenere le informazioni essenziali di un libro (trama, titolo e personaggi) non serve alcuna figura professionale: basta solo la bandella pubblicitaria, un trailer, una presentazione o una qualsiasi ospitata televisiva. Il giornalista culturale (e, in modo diverso, il critico) devono invece fare molto di più e di meglio: orientare e mediare. Non è un caso che la prima crisi di un mestiere in via di estinzione si è avuta nello scorso secolo con l’uscita della scena di quei critici (Borgese, Pancrazi, Cecchi, e poi Baldacci, Pampaloni eccetera) che non erano certo «semplici segnalatori». Un’arte, questa su cui lo stesso Pampaloni aveva avuto modo di soffermarsi già vent’anni fa: «Una recensione si valuta a mio parere dalla scelta, dal florilegio, dal “prelievo” delle citazioni, attraverso le quali il cronista dà conto della sua lettura: l’itinerario del discorso dello scrittore, la qualità stilistica, la libertà inventiva, la coerenza. E al tempo stesso mette il lettore nella condizione di giudicare egli stesso se l’interpretazione è convincente o arbitrariamente personale».

Il critico e il giornalista culturale devono fornire una bussola chiara, che trasmette fermezza di giudizio e autorevolezza al lettore. Da troppo tempo, questa bussola molti critici l’hanno persa, e non vale neppure l’obiezione dell’attuale ipertrofia del mercato librario (utilizzata troppo spesso come attenuante generica) se si pensa che già un secolo fa, in Italia, si pubblicavano circa dodicimila libri l’anno. Per recuperare le coordinate non basta affidarsi solo alle nuove tecnologie. Più banalmente, sarebbe sufficiente confidare nelle solide architravi del mestiere di una volta: competenza, letture e soprattutto tanta buona fede.

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parola chiave

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TRASGRESSIONE è da distinguere: non si tratta di colpa e nemmeno di peccato. La trasgressione è qualcosa di diverso perché non si riferisce a un che di originario, tragico come la colpa o teologico come il peccato. La trasgressione è l’atto stesso della disubbidienza alle regole che l’umanità ha stabilito per se stessa, e che si è riverberata nella società sia in sede etica, religiosa e giuridica.Trasgressore è chi viola una legge, ma anche i costumi morali, civili. Non solo: anche chi attraverso l’espressione artistica e culturale intenda esprimersi in maniera che non risulti consona a quella che implicitamente si avverte come misura della comunicazione sociale. Tuttavia, proprio in questo ambito che potremmo definire estetico, la storia della trasgressione negli ultimi cinquant’anni è cambiata radicalmente: basti pensare al celebre film Ultimo tango a Parigi, all’epoca scandaloso, che oggi potrebbe essere trasmesso tranquillamente in televisione. Se infatti la trasgressione giuridica o religiosa è rimasta pressoché inalterata per tantissimi aspetti, lo stesso non si può dire per ciò che riguarda la trasgressione socioculturale, che ormai è stata ufficializzata dalla stessa impostazione dei canoni pubblicitari che ci assalgono quotidianamente. In tal senso ha visto bene Marcello Veneziani, quando ha affermato che ormai l’unica vera trasgressione è soltanto la tradizione. Personalmente ho avuto la stessa sensazione quando per la prima volta ho visto una esposizione degli artisti Gilbert e George, geniali ritrattisti di loro stessi, sempre rigorosamente vestiti in giacca e cravatta. Ecco, dissi finalmente a me stesso, questa è la vera trasgressione!

C’

Non si può fare a meno di avvertire, in questa nostra epoca di conformismo di massa, un vero e proprio annullamento della trasgressione, il rischio anzi di una sua mistificazione proprio nell’ambito di una normalizzazione. Certo le recenti vicende che hanno sbattuto in prima pagina i vari scandali sessuali, hanno ulteriormente contribuito a una sensazione di trasgressione normalizzata, che viviamo e vivremo sempre di più. E allora bisognerà riflettere su quella che si può chiamare trasgressione nel senso più autentico, anche nella storia artistica e letteraria, per poi rapportarla ai nostri giorni. Solo così potremo capire questa crisi della trasgressione che in qualche modo viviamo. Non si tratta infatti soltanto di un eccesso di libertà che la società occidentale ha conferito a se stessa, e per la quale si possa nutrire anche un senso di nostalgia dell’epoca in cui eravamo repressi. C’è qualcosa di più sottile in questa estensione della trasgressione nel quotidiano, nella massa: e si tratta di una patologia moderna che,

È un atto di disubbidienza alle regole che l’umanità ha stabilito, ma la sua storia, negli ultimi cinquant’anni, è cambiata radicalmente. Oggi è più norma che eccezione, il che rende il suo opposto, la tradizione, il vero scandalo del nostro tempo

Il nuovo conformismo di Franco Ricordi

Il minimalismo che ha sostituito le ideologie del ’900 riuscendo a decantare la delusione storica della Sinistra, ha appiattito le prerogative di una sana trasgressività, memore di grandi esempi letterari: da Paolo e Francesca di Dante, a Macbeth di Shakespeare, ai Demoni di Dostoevskij attraverso il minimalismo che ha sostituito le ideologie del Novecento, ha contribuito a un vero annientamento dell’autentica trasgressione. L’avvento del minimalismo ha ucciso la trasgressione. Il grande freddo ideologico, seguito alla caduta delle illusioni, ha determinato un’epoca culturalmente bloccata nelle ansie quotidiane di un minimalismo che inibisce la grandezza delle vera trasgressione. Il minimalismo, che è riuscito in qualche maniera a decantare e salvaguardare la delusione storica della Sinistra novecentesca, ha completamente appiattito le prerogative di una vera e sana trasgressività, memore di una letteratura che certo non mancava di grandi esempi. Dai lussuriosi Paolo e Francesca di Dan-

te al trasgressore per eccellenza di Shakespeare, Macbeth. Dal Prometeo di Eschilo alla trasgressione metafisica di Nietzsche. Dai Masnadieri di Schiller ai Demoni di Dostoevskij fino a risalire alla terribilità del mito di Medea o del Tieste di Seneca, la letteratura e la filosofia occidentale ci hanno fornito in tutte le epoche esempi straordinari in cui la grandezza della trasgressione si è imposta anche come fondamentale messa in crisi dell’umanità, dubbio costante e metodologico della sua evoluzione e avventura. In questo senso è evidente come la trasgressione, nella sua grandezza, possa essere considerata come un concetto assolutamente positivo e dinamico dell’esistenza. Ma proprio per questo ci appare più che mai preoccupante l’epoca

di trasgressione di massa che stiamo vivendo, in una inibizione sempre più evidente delle sue prerogative, che impedisce la possibilità di una sua grandezza anche concettuale. La trasgressione, soprattutto nelle arti, rischia di non esistere più: è ridotta ai minimi termini, quasi che fosse qualcosa di implicito, ovvero rapportabile a piccoli episodi quotidiani, ormai riprodotti in serie dalle varie realtà televisive. E in questo senso l’Avanguardia è responsabile di un sempre più pervicace e univoco percorso dissacrante, che ha finito per rendere sterile la sua stessa ancestrale protesta. Ma ancor più responsabile di questa mistificazione è stata certa critica ideologica che ha inteso ufficializzare la trasgressione, soprattutto attraverso una impropria apologia dell’omosessualità, che è divenuta in certi casi conditio-sine-qua-non della stessa espressione artistica. E se D’Annunzio e Pasolini ci hanno lasciato, in maniera antitetica, testimonianza di una grande trasgressione poetica ed esistenziale, non c’è cosa peggiore di chi ne poi ha emulato le tendenze, anche in questi casi rimanendo assai lontano non solo dall’originale ma dalla stessa tragicità che ne ha segnato la quintessenza. La trasgressione è tragica, essenzialmente tragica: e tende necessariamente a una accettazione delle peculiarità tragiche che sono state peraltro decantate anche in contesti anti-tragici, come anzitutto nel cristianesimo ma anche lo stesso marxismo.

Ma il problema della nostra epoca è che la trasgressione si è fatta spazio ideologicamente, sostenuta da una Sinistra che l’ha sempre incrementata per accaparrarsene poi tutte le prerogative politiche, ed è finita per costruirne addirittura un sistema di potere, per lo meno all’interno del mondo artistico e culturale. Così, assediata da un lato da una tecnologia pubblicitaria che non finirà mai di volerci accalappiare con la sua forza trasgressiva in sessantaquattresimo, e dall’altro sempre più ideologizzata da un post-marxismo che se ne arroga grottescamente le prerogative politiche, ecco che la trasgressione sta ormai diventando una sorta di barzelletta, sta scomparendo. Che c’è di veramente trasgressivo oggi? Forse è vero: soltanto un rigoroso ritorno alla tradizione, alla quintessenza di ciò che dobbiamo al passato, a ciò che ci lega a esso, forse soltanto una nuova considerazione del nostro essere padri e figli, in un recupero di quello che ha caratterizzato le origini dell’Avanguardia, ci può indicare la via per una rinnovata idea trasgressiva. La crudeltà teorizzata da Artaud, uno dei padri profondi della trasgressione novecentesca, è «anzitutto rigore». E non sarà proprio questo «rigore ontologico» il miglior viatico per ripensare l’autentica trasgressione?


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cd

musica

Ebony and Ivory cinque ore con Hall & Oates di Stefano Bianchi n quanto a coppie pop, hanno surclassato Simon and Garfunkel e gli Everly Brothers. A cantarlo sono le cifre: ventidue singoli piazzati nella Top 20 del settimanale americano Billboard, di cui sei al primo posto; sei dischi di platino e altrettanti d’oro. Daryl Hall & John Oates, di volta in volta etichettati blue-eyed soul, rock and soul e sound of Philadelphia, sono l’apoteosi del bianco/ nero condensato nella voce di Hall (classe 1946, da Pottstown in Penn-

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sylvania, ideale sintesi di Marvin Gaye e David Ruffin) e nella chitarra di Oates (1949, New York), pizzicata e qualche volta graffiata in simil hard rock. Coppia indistruttibile (malgrado le scappatelle soliste di Daryl Hall e le produzioni discografiche di John Oates), non sarebbe probabilmente mai nata se i due non si fossero incontrati una sera del ’67 nel montacarichi dell’Adelphi Ballroom, a Philadelphia. Stavano sfuggendo a una colossale rissa fra gang, dopo aver suo-

in libreria

nato nella Battle of the Bands: Daryl in forza nei Temptones, John coi Masters, all’indomani della gavetta come sessionmen per gruppi soul come Delfonics e Stylistics. Nel ’69 si riacciuffano nel progetto-meteora dei Gulliver, dopodiché si salutano e si ritrovano nel ’72 per incidere l’album di debutto, Whole Oats. Via libera, da qui in avanti, a Daryl Hall & John Oates in un susseguirsi di ellepì ad alto tasso di cuore, muscoli, ritmi, romanticismi: da Abandoned Luncheonette (’73) a Do It For Love (2003) passando per War Babies (’74), Bigger Than Both Of Us (’76), X-Static (’78), Private Eyes (’81), Big Bam Boom (’84) e altri piccoli capolavori d’eleganza e perfezione sonora. Setacciando tutta la carriera del pluripremiato duo (dal 1966 al 2009), i quattro cd racchiusi nel cofanetto Do What You Want, Be What You Are - The music of Daryl Hall & John Oates propongono settantaquattro brani di cui sedici inediti fra incisioni live, in studio e versioni remixate. Pescando un po’qua e un po’là, ecco gli esordi schiettamente rhythm & blues con Temptones (Girl I Love You, Say These Words Of Love) e Masters (I Need Your Love); il passaggio non traumatico dal folk alla black music che scandisce I’m Sorry, Fall In Philadelphia e Lilly (Are You Happy); la felice sintesi di pop, rhythm & blues, folk e jazz che contraddistingue Las Vegas Turnaround e She’s Gone; l’uso intelligente delle orchestrazioni in Back Together Again; i due pezzi a mio giudizio più belli in assoluto: Sara Smile (speziato di soul) e Rich

mondo

Girl, esempio d’orecchiabilità al top; Lady Rain, Beanie G. And The Rose Tattoo, Better Watch Your Back, Abandoned Luncheonette e When The Morning Comes splendidamente catturati dal vivo, nel ’75, al New Victoria Theatre di Londra e, sempre in concerto, l’ariosa Everytime You Go Away (’96, da Tokyo), il «medley »The Way You Do The Things You Do / My Girl (’85, Apollo Theater di Harlem, New York) intonato con David Ruffin e Eddie Kendrick dei Temptations e Me And Mrs. Jones di Gamble & Huff (2003, John Jay College, New York). E ancora, l’alternanza black & white fra magistrale soul music (Wait For Me), sublimi rivisitazioni (You’ve Lost That Lovin’ Feeling dei Righteous Brothers), rock ma con moderazione (Private Eyes, Maneater, Family Man), ritmi sincopati (I Can’t Go For That), tentazioni discotecare (Adult Education, Out Of Touch) e ineffabili giri melodici (One On One). Una vera pacchia, dal’inizio alla fine, per quasi cinque ore d’ascolto. Daryl Hall & John Oates, Do What You Want, Be What You Are - The music of Daryl Hall & John Oates, Legacy/Sony Music, 44,90 euro

riviste

FENOMENOLOGIA DI “MALAFEMMENA”

KESHA, LA PIÙ SCARICATA

«F

emmena, si tu peggio ’e na vipera, m’e ’ntussecata l’anema, nun pozzo cchiù campà. Femmena, si ddoce comme ’o zucchero, però sta faccia d’angelo, te serve pe ’ngannà...». Incisa nel 1951 ma mai cantata in pubblico da Totò, Malafemmena è rimasta per molti anni nel mistero. Chi era la misteriosa destinataria dell’amorosa invettiva? Per lungo tempo si è creduto di rintracciare in quei

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a un nome che ricorda vagamente l’afflusso di contanti e un volto indistinguibile da quello delle varie Britney Spears, Christina Aguilera e Shakira. Kesha Rose Sebert, più conosciuta come Ke$ha, è la nuova reginetta del download americano. Il suo brano più famoso, TiK ToK, ha appena scollinato i seicentomila alla voce pezzi più scaricati, il miglior risultato femminile di sempre a par-

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Dietro le quinte della canzone di Totò: genesi e retroscena analizzati da Lorenza Fruci

Il suo brano “Tik Tok” contende il primato dei download Usa a “Right Round” di Flo Rida

La metal band inglese (trentacinque anni di attività) annuncia un nuovo disco dal titolo enigmatico

versi rancorosi e teneri a un tempo, il rifiuto opposto al principe da Silvana Pampanini. Ma Liliana De Curtis ha di recente svelato l’arcano: la canzone nacque in seguito alla fine del matrimonio tra Antonio De Curtis e Diana Rogliani, che abbandonò il comico al suo destino esasperata dal suo libertinaggio. Genesi, retroscena e quadro storico che ispirarono una delle più amate canzoni del repertorio italiano del dopoguerra sono ripercorsi da Lorenza Fruci in Malafemmena - La canzone di Totò (Donzelli, 176 pagine,18,00 euro). Lavoro di gradevole impianto e precisione storica, che riporta sul proscenio, oltre il gossip minuto, il prezioso legame che da sempre congiunge l’artista alla Musa.

tire dal 2003, anno in cui le vendite su internet si guadagnarono il rilevamento ufficiale delle industrie discografiche. Un grande debutto, che però non vale ancora alla Sebert il primato assoluto. Al numero uno resta infatti nella web hit Flo Rida con la sua Right Round, che vede comunque Ke$ha partecipe come corista. Per l’aspirante soubrette cantante in salsa Spears un debutto con i fiocchi. L’album d’esordio, intitolato Animal, è naturalmente sui blocchi di partenza. Quattordici tracce di raro pop- conformismo: zuccherini, beat tamburellante e moine campionate.

do le ultime indiscrezioni riportate da eutk.net, il gruppo londinese tornerà in studio per registrare il nuovo album. L’attuale chitarrista del gruppo, Janick Gers, ha fatto sapere alla Bbc che i primi otto pezzi del lavoro in uscita l’anno prossimo sono già stati arrangiati nel corso di alcune session a Parigi tra novembre e dicembre scorso. Dal canto suo invece, il batterista Nicko McBrain ha svelato che si tratterà di un disco «differente dal precedente» A Matter of Life and Death, dato alle stampe nel 2006. Enigmatico il titolo prescelto per la nuova fatica: Tba, acronimo che in alcuni codici aeroportuali sta a indicare (To Be Announced) un’operazione da definire. Cento milioni di dischi venduti, e non sentirli.

a cura di Francesco Lo Dico

RIECCO GLI IRON MAIDEN erca di capire... non sprecare il tuo tempo sempre e solo per ritrovare i tuoi anni persi... alzati datti una mossa... ma ricorda che stai vivendo i tuoi anni d’oro». Così cantavano in Wasted Years gli Iron Maiden. E la metal band britannica che quest’anno taglia il nastro delle trentacinque primavere di attività, in tema di carpe diem non si è mai lasciata pregare. Nei prossimi giorni, secon-


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zapping

LA PRIMA DECADE? Nel segno di Autotune di Bruno Giurato ual è l’artista del decennio? A botta calda si direbbe che non è stato un gran decennio, e anzi le classifiche/sondaggio non aiutano. Rolling Stone vota personaggi come Black Eyed Peas e Linkin Park, una nullità scientifica come Alicia Keys e perfino un produttore-praticone come Jay-Z. In Italia ci sarebbero Tiziano Ferro, Caparezza, i Negramaro e perfino i Baustelle (no, i Baustelle no). Da queste parti restiamo fermi su Eminem e Amy Winehouse. Poi passeremo per consumatori di ecstasy perché citiamo i Daft Punk e per ignobili poseroni perché Chinese Democracy dei Guns ’n Roses ci sembra un grande disco. E parlando dell’Italia si corre il rischio di passare per quelli che si ficcano nell’occhio il monocolo, dato che il gruppo più potente sono senz’altro gli Zu. Ma appunto, chi li conosce gli Zu? E allora torniamo a bomba, perché nel sentimento popolare il suono del decennio non è stato segnato da un artista in carne e ossa (come potevano essere gli U2 per gli anni Ottanta o i Nirvana per i Novanta) ma da una macchina, anzi da un software. È Autotune, il programma che corregge le stonature e che serve all’occorrenza per rendere la voce un po’ robotica e un po’ plastificata. I fan di Cher si ricordano la prima plateale espressione di Autotune, il brano Do you belive in love. Ma tutto il suono degli anni Duemila è stato dominato da quest’algoritmo. Mica per fare i maniaci della tecnologia, ma i fatti sono fatti. Autotune è la metafora perfetta del tempo, una mano di vernice rutilante sulle melodie della voce, un surrealismo vendibile, un po’ di estasi che non stravolge la cantabilità. Da Jay Ho (da The Millionaire) a Umbrella di Rihanna, alle prime dieci ora in classifica su Billboard, è stato il decennio di Autotune.

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jazz

classica

Uno snob alla corte di Stefan George di Pietro Gallina desso che la serie dei quattro dischi della Chandos con composizioni di Cyril Meir Scott è stata completata, si ha la possibilità di ascoltare una parte sostanziosa della musica di questo autore che raramente viene eseguita o radiodiffusa. L’ultimo cd presenta in prima registrazione assoluta il Cello Concert e la Symphony n. 1. Scott era figlio di un ricco uomo d’affari - anche studioso di greco ed ebraico - e di una pianista dilettante. All’età di dodici anni, nonostante l’iniziale riluttanza del padre, fu avviato allo studio della musica non in patria, ma al Conservatorio di Francoforte. Scott (1879-1970) fa parte di quella generazione di raffinati borghesi della Gran Bretagna fin de siècle che andavano a studiare composizione in Germania, considerata, dopo Wagner, la nuova patria della musica. Da adolescente era talmente ricercato nei modi - più snob che dandy - che finì per attrarre su di lui il falco della poesia esoterica tedesca di allora, Stefan George, il quale lo corteggiava considerandolo tra i giovani più belli del suo entourage. Scott, anche se affascinato dal poeta, non accettò mai le sue avances e George accettò il confine naturale del loro rapporto senza andare oltre il lecito. La pressione del sacerdote dello spirito non tardò però ad avere i suoi effetti marcando la sensibilità artistica di Scott e introducendolo a nuove conoscenze come l’occultismo, interesse che seguì per tutta la vita. Dal versante della composizione fu sempre nel circolo di George che ottenne di poter eseguire con l’Orchestra dell’Opera di Darmstadt l’8 gennaio del 1900 la sua Simphony n. 1, diretta per la prima volta da Willem de Haan. In quell’occasione, Scott, appena ventenne, comprese di non aver la stoffa per dirigere l’orchestra e fu così che cedette la bacchetta a de Haan. Egli ritirò in seguito la Symphony n. 1 e la Suite Eroica perché considerate deboli, affermando di trovare il vero inizio della sua carriera di compositore per orchestra nelle Due Passacaglie, scritte nel 1912 e dirette per la prima volta da Thomas Beecham nel 1916. Molta della sua popolarità come compositore è data, tuttavia, dalla lunga serie di suggestivi brani piani-

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stici e canzoni. Celebre la versione per violino e pianoforte del pezzo op. 47 n. 1 The Lotus land interpretata da Fritz Kreisler. Opere più complesse non hanno avuto una pronta accoglienza di pubblico e successo di mercato. Il suo Concerto per pianoforte ha segnato il culmine dei suoi sforzi nel periodo giovanile della sua vita e fu abbastanza noto al pubblico nel 1915 quando lo diresse meravigliosamente Beecham, con il compositore al pianoforte. L’anno dopo la fine della Grande Guerra, Scott comincia a riscuotere un buon successo, in particolare in Germania, dove alcune composizioni avevano trovato discreta accoglienza. Nel 1925 la sua opera The Alchemist è stato presentata a Essen, nonostante l’ostilità di alcuni cantanti. Definire la musica di Cyril Scott è compito assai arduo. Certo è da George che proviene la sua convinzione di sostenere l’ideale l’art pour l’art. Certamente innovatrice è la sua musica, tutta tesa a un esotico/esoterico «impressionismo» di profumi, luci e sfumature orientali, tanto che egli a volte è citato ingiustamente come il «Debussy inglese». C’è piuttosto nei suoi lavori un colorismo che rimanda a Delius e contemporaneamente alle nostalgie orientali simili a Holst e Bantock; alcuni suoi lavori mostrano il suo interesse per le novità armoniche certo di Debussy, ma anche di Skrjabin. Quello che affascina ascoltando il Cello Concert e la Symphonia n. 1 è la sua grande capacità di strumentazione, originalissima e densa per il primo Novecento, degna di accostarsi ai grandi orchestratori dell’epoca: da Rimskij a Strauss, Malher, Bartók, Stravinsky e Ravel. La Bbc Philarmonic Orchestra diretta da Martyn Brabbins ha dovuto lavorare sodo per ricreare i suggestivi impasti timbrici davvero non comuni, i quali spesso si sposano felicemente a melodie orientali, fatte uscire dai club esclusivi della fumosa Londra: artefice del successo dell’incisione anche la dolcezza del violoncello di Paul Watkins.

Scott: Concerto for Cello and Orchestra/Symphony No. 1, Bbc Philharmonic Orchestra diretta Martyn Brabbins, Chandos

Quella sera di maggio, a Roma, nel 1973

di Adriano Mazzoletti

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uando il 23 maggio 1973, RadioRai organizzò a Roma una importante riunione degli esperti jazz di tutte le radio pubbliche europee decidemmo di offrire ai numerosi colleghi presenti nella Capitale un evento musicale che ebbe un grande successo artistico e di pubblico. Ebbi l’idea di far venire dagli Stati Uniti due celebri solisti italoamericani, il trombonista Frank Rosolino, la tromba Conte Candoli che uniti a Tony Scott anch’egli italo-americano, il cui vero nome era Anthony Sciacca, a Roma ormai da tempo, diedero un memorabile concerto all’Auditorium della Rai al Foro Italico, gremito di pubblico che decretò ai tre musicisti, ahimé ormai tutti scomparsi, una vera e propria ovazione. Ad accompagnare Frank, Tony e Conte Candoli fu una grande orchestra che, per l’occasione, comprendeva i migliori solisti e uomini di sezione delle tre orchestre

cosiddette di musica leggera della Rai, anch’esse purtroppo definitivamente sciolte, le due di Roma e quella di Milano, radunati sotto la denominazione Orchestra della Radiotelevisione Italiana. I solisti, oltre ai tre ospiti, erano il trombonista Dino Piana, i sassofonisti Gianni Basso, Attilio Donadio e Salvatore Genovese, le trombe Oscar Valdambrini e Cicci Santucci, il pianista Antonello Vannucchi, il chitarrista Enzo Grillini. A dirigere l’orchestra e i tre illustri ospiti oltre a Tony Scott, l’unico che aveva grande esperienza di direzione d’orchestra, anche tre musicisti italiani, il pianista e arrangiatore Puccio Roelens, il triestino Zeno Vukelich e Roberto Nicolosi. Il programma venne stabilito di comune accordo con Tony Scott, con i tre direttori italiani e Piero Piccioni che per l’occasione fornì la sua preziosa consulenza per l’intero concerto. Tony Scott, fece un po’ la parte del leone - era stato per otto anni consecutivi il numero uno dei clarinettisti nei referenda delle mag-

giori riviste americane - chiese di inserire tre sue composizioni e arrangiamenti, Jazz Theme and Variations, Nina’s Dance dedicato alla giovane figlia e Jazz Tarantella omaggio alla sua terra d’origine. Puccio Roelens scrisse per l’occasione Thinkin’ of Anita, Zeno Vukelich A Piece of Peace e Roberto Nicolosi diresse Opus Jazz splendida composizione di Piero Piccioni. Ma il programma comprendeva anche una medley di celebri standard eseguiti dai tre ospiti americani, Conte Candoli in Darn That Dream, Frank Rosolino in Sweet and Lovely e Tony Scott Sophisticated Lady oltre a un incredibile e divertentissimo duetto vocale fra Rosolino e Scott che improvvisarono cantando scat in The Gosspers. Quel concerto andato in onda in diretta sulle frequenza della Rai, fu ritrasmesso dalle emittenti radiofoniche di Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Norvegia, Olanda e Svezia, venne nuovamente ritrasmesso nella rubrica «Jazz Concerto» che tenevo allora sul

Secondo Programma e a Natale del 1973 la Direzione relazioni pubbliche della Rai lo pubblicò in un longplaying, a tiratura limitata, da distribuire in omaggio. divenuto da tempo una rarità per collezionisti, dal titolo Jazz Concerto. Recentemente la casa discografica Jazz Lips ha pubblicato in cd quelle registrazioni sotto però il titolo Frank Rosolino, Conte Candoli, Tony Scott Live in Rome 1973. La Rai ne è al corrente? Misteriosamente nelle note di copertina sono scomparsi i nomi dei compositori dei singoli brani e la mia presentazione è stata sostituita con una di Mila Reus. A parte queste considerazioni il cd ripropone, trentasette anni dopo, un evento importante e soprattutto una musica di grande significato, quella degli arrangiatori e compositori, dell’orchestra Rai e dei solisti americani e italiani.

Frank Rosolino, Conte Candoli, Tony Scott Live in Rome 1973, Jazz Lips, Distribuzione Egea


narrativa

apà diceva sempre che io ero un cielo del mare del Nord. Volubile. Imprevedibile. Capace di passare in un batter d’occhio dal riso al pianto, dal grigio carbone all’azzurro»: questo ricorda Marie, una trentenne che abita con marito e due figli nella Francia settentrionale. Dopo essere stata licenziata come cassiera di un supermercato, si occupa (male) della casa e dei bambini, avverte crescente il disagio esistenziale e la sua mente torna alla morte violenta della sorella maggiore. Quel che ha attorno è l’angoscia: «Milioni di case identiche con i muri dai colori smunti, beige, rosa, milioni di imposte con la vernice scrostata, di porte di garage difettose, di giardini nascosti sul retro…. milioni di televisori accesi nei salotti Conforama… milioni di uomini e donne, invisibili e smarriti, di esistenze impercettibili e dissolte. La vita banale dei comprensori moderni». Questi pensieri non li condivide con il marito Stéphane, un conducente di uno scuola-bus. Lui non capirebbe. In questo grigiore conturbante irrompe la terribile realtà dei rifugiati, che la gente, con ignorante quanto frettolosa approssimazione, chiama «i kosovari». Provengono dall’Iraq, dall’Afganistan, dal Nord Africa. Patiscono il freddo e la fame. La polizia - sì, la polizia della civilissima douce France - li massacra di botte poi li scarica alla periferia di varie città. Un mondo marginale che urla di disperazione anche quando sta zitto, a capo chino. Marie s’imbatte per caso in uno di loro, che l’aiuta a cambiare uno pneumatico. Poi entra in un centro di accoglienza, sopportato ma non aiutato dalle autorità. La tragedia degli altri, vistosa e squassante, la distrae, la spinge automaticamente verso la ricerca di una ragione per vivere. Fa molto per gli «umiliati», tra l’indifferenza-diffidenza della popolazione e il «sorriso schifoso e soddisfatto» di molti poliziotti, bambinoni cresciuti male, aguzzini con gli ultimi del mondo, molti dei quali anelano a raggiungere l’Inghilterra. Marie, convinta che «non c’è mai niente che distingue nessuno» in quel mondo piccolo borghese dove ciascuno «è ingoiato dal divano», trascura pericolosamente la famiglia e sposa freneticamente la causa di quei cenciosi che subiscono tutto, lontani da una casa che li ha respinti. Dà soldi a un giovane iraniano con moglie e figlia a Manchester, già incarcerato e torturato dal regime di Teheran, salvo poi vederlo in una pozza di sangue. Dall’altro lato della strada i gendarmi con i fucili

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libri Urla nel silenzio MobyDICK

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della douce France

di Pier Mario Fasanotti spianati, i passeur in manette. L’autore, nato nella periferia parigina, descrive crudamente la vita degli immigrati clandestini e anche quella di chi li aiuta cristianamente (e illegalmente!) a sopravvivere. Marie si accorgerà che le tenebre dell’esistenza umana sono dita lunghe, scenderà nel «cuore dell’inferno», la bolgia degli umiliati, costantemente offesi da condizioni di vita che a tutti parrebbero insopportabili. La donna non sa amministrare la sua generosità, si spinge oltre, sospinta dal proprio smarrimento, e si chiederà, a un certo punto, se davvero sia sull’orlo della follia. La comunità francese, crudelmente reazionaria, se la prenderà con i suoi figli bollandoli come i «bambini della donna che va a letto con i kosovari». L’edificio familiare, anche per vicende legate alla stabilità emotiva di Stéphane, il marito, scricchiola pericolosamente. Marie non riesce a essere madre se non pensando ai figli come a neonati, da coprire di baci e di carezze. Ri-

corda quando il suo primogenito era sdendato e puzzava di latte. Lei si prodigava, teneramente, gli baciava la pancia e i piedi, «se lo teneva addosso da mattina a sera». Nitida è la sua sensazione: «Allora non ero mai sola. Allora ero piena e completa». La vita normale e banale della cittadina la soffoca: «Avevamo tutte la stessa vita, avevamo dei figli i i debiti che si accumulavano, non se ne vedeva la fine. Perché la vita si sciupa così?». L’urlo della sua coscienza viene da lontano. Dal lutto per la scomparsa della sorella. Da un presente coniugale che esclude l’intimità di pensieri oltreché di corpi. Ecco perché la nebulosa dei «kosovari» la scaraventa in imprese possibili solo in teoria. Marie incorrerà in un episodio violento e da allora cadrà in una sorta di stato catatonico. Si staccherà per un attimo dal guanciale dei sedativi, guarderà fuori e si dirà che un giorno riabbraccerà i suoi figli. Di una sola cosa è certa: le mancano. Olivier Adam, Al riparo di nulla, Bompiani, 180 pagine, 17,00 euro

riletture

Zamjàtin e il Grande Fratello che viene dal freddo di Franco Palmieri

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uando nel 1963 uscì per Feltrinelli Noi (My), il romanzo - definito «satirico avveniristico» di Evegènij Ivànovic Zamjàtin, nell’Urss cominciava a farsi strada la «letteratura del disgelo» con Yuri Bondarev, Abraham Terz e altri. Il XXII Congresso del Pcus (1961) aveva già aperto le segrete del bolscevismo staliniano e qualche idealismo frustrato cercava spazio nelle strettoie dell’ideologia comunista. Anche se in quegli anni il sindacato degli scrittori italiani viaggiava a Mosca per incontrare i colleghi del Rapp (Associazione russa degli scrittori proletari), il contenuto fortemente allegorico di Noi verso gli esiti della rivoluzione del 1917 non ebbe presa presso la nostra letteratura, nemmeno in chiave critica, perché il convegno di Palermo del Gruppo ’63 e poi l’antologia di Angelo Guglielmi Vent’anni d’impazienza - sempre da Feltrinelli - avevano

innescato un circuito che veicolava una tendenza definitivamente critica verso la cosiddetta letteratura neo-realistica e impegnata (Znadovista in Urss) del dopoguerra, cinema compreso. Il contraccolpo del ’68 e la degenerazione violenta del decennio degli anni di piombo nonostante la riedizione di Noi nella Garzanti del 1972 - tolse al romanzo di Zamjàtin lo spazio che avrebbe meritato. Noi è una metafora tragica e grottesca della condizione umana sotto un regime coercitivo, dal quale si tenta di sfuggire; lo storico della letteratura russa Ettore Lo Gatto così riassume il libro nell’edizione Garzanti: «L’azione romanzesca si svolge intorno al 2000, quando l’intero universo terrestre sarà dominato da uno Stato unico e gli uomini ridotti a semplici numeri chiusi in celle attrezzate dove tutto è controllato e guidato». Nato nella provincia russa nel 1884, educato in una casa borghese e laureato ingegnere, «cresciuto sotto il pianoforte della madre musicista», co-

me racconta Lo Gatto, Zamjàtin aveva fatto della letteratura l’interesse primario. Dall’Otto al Novecento aveva visto nascere lo sviluppo industriale e l’elettricità, l’auto e l’aereo e dal suo viaggio in Inghilterra aveva riportato l’impressione di un futuro dominato dalla macchina. Ma la rivoluzione del 1917 e il potere affetto da una visione ideologica della società imposta dalla realtà bolscevica, lo avevano deluso. Nonostante il credito letterario che aveva raggiunto, per intercessione di Massimo Gorkij presso Stalin ottenne di lasciare Mosca e si trasferisce in Francia. Idealisti dell’Ottocento - Owen, Fourier, Thomas Moore - avevano forse lascato un segno più forte nel giovane Zamjàtin, ma la sua visione, tra speranza e apocalisse, anticipa il mondo robotico prefigurato nell’opera R.U.R. del praghese Karel Capek e quelle successive di Aldous Huxley Il mondo nuovo e di George Orwell 1984. Noi - che uscì in Inghilterra e in Francia e mai nell’Urss - ritaglia

dalla società sovietica post-rivoluzionaria quel mondo borghese che non si schiera né a destra (le dittature europee già incombevano) né a sinistra, rivendicando quella autonomia critica che ha sempre contrassegnato la nascita dei movimenti che si sono battuti contro le dittature dai quali sono poi scaturiti gli assetti sociali verso la democrazia. L’attualità di Noi, certamente letteraria e precorritrice di visioni fantapolitiche successive, si innesta in quel filone critico il cui pensiero ricerca consenso negli ideali e non nel soccorso delle ideologie. Quando Noi uscì in Inghilterra, il contraccolpo nella Russia di Stalin portò Zamjàtin all’ostracismo volontario. Morì a Parigi. Aveva solo 43 anni. Ma è tragico notare che mentre Zamjàtin fuggiva dalla Russia stalinista, gli antifascisti italiani cercavano riparo a Mosca. Emilio Guarnaschelli (Una piccola pietra) e Dante Corneli (Il redivivo tiburtino) ne hanno lasciato disperate testimonianze.


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società

Il segreto della vita? Basta leggere Pezzi... di Angelo Crespi ezzi, per chi non lo ricordasse, era un veejay. L’inventore dello stile Mtv. Più bello di Fabio Volo, più intelligente di Bossari, più provocatorio di Camila Raznovich. Uno che se avesse continuato a fare quel mestiere, avrebbe guadagnato come Bonolis. Ed è questo che gli amici, o gli ex amici, rimasti a cinquantare ai microfoni delle varie radio gli rimproverano. Peraltro senza lesinare compatimento o presa per il culo, per uno che ha mollato tutto, fama e successo e donne, e ha deciso di cambiare vita. Ma non lo ha neppure fatto, come Paolo Brosio, es-

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letteratura

sendo stato illuminato in modo abbastanza comico sulla via di Damasco dalla fede, semmai a seguito di un percorso di studio e filosofico da vero intellettuale. Certo, molti gli rimproverano che alla base del cambiamento ci sia una sorta di guru e una non ben definita scienza, detta dell’Ontopsicologia, e poco serve che Pezzi ribatta che no, non è più neppure un adepto del sopracitato guru Meneghetti. Quello che a noi importa è che il libro è davvero un buon libro. Un manabile per giovani in cerca di se stessi e del segreto della vita. Fuori però dagli schemi di un giovanilismo d’accatto che tanta sociologia ci ammansisce quoti-

dianamente. Già, perché Pezzi - e qui sta l’incredibile - è uscito veramente dal mainstream di quella cultura di cui lui stesso fu idolo. Non pensa come Jovanotti o Volo distribuendo paccottiglia spirituale foderata di luoghi comuni e multiculturalismo, al contrario dice le cose come stanno e in un modo molto originale, con aneddoti di vita vissuta alternati a riflessioni più filosofiche, le spiega. Il bello della vita è riconoscere che il fine è la vita, scoprire se stessi fuori dal meccanismo perverso del nostro io, riscoprire l’essere, così come lo dice Heiddeger, e alla fine partecipare a questo grande gioco, liberi da frustrazioni e angosce e depres-

sioni. Facile dirlo, difficile farlo. Ma nel caso di Pezzi persino difficile dirlo visti i presupposti da cui è partito, e difficilissimo farlo perché il farlo presupponeva davvero abbandonare quello per cui gli uomini credono di essere stati programmati, e cioè il successo, la fama, il denaro… Ora Pezzi, ci dice, è padrone di se stesso e fa l’imprenditore nel campo che gli è congeniale, la multimedialità. La sua ambiziosa creatura, una specie di web video enciclopedia, si chiama Ovo. Tra non molto vedremo che animale esce. Andrea Pezzi, Fuori programma, Bompiani, 178 pagine, 10,50 euro

Dante, l’Inferno e la scienza di Esculapio di Mario Donati utti sanno che l’Inferno di Dante è un viaggio nel dolore. Si può rileggerlo con l’attenzione rivolta agli spasmi e ai sintomi. È un’operazione affascinante. Ed è proprio quella proposta dal medico-letterato Donatella Lippi, che nella prefazione ai versi della Commedia, commentati a margine con precisi riferimenti alla medicina, ci ricorda quanto dissero del dolore Ippocrate (una «disarmonia»), i cristiani del Medioevo e l’arabo Avicenna, il quale ne distingueva quindici tipi (seguiva i precetti del romano Celso). Quel che l’Alighieri propone, riguardo alla sofferenza dei dannati, ha straordinari agganci alla casistica terminologica attuale, come dice la studiosa. Il viaggio con a fianco Virgilio inizia con la paura, termine ripetuto

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filosofia

ben cinque volte nella prima parte del canto. Il poeta fiorentino prega il «collega» latino di salvarlo dalla lupa, il cui aspetto è così orribile che gli «fa tremar le vene e i polsi». L’Inferno è «città dolente», con varie gradazioni di patimenti. C’è il «dolore puntorio» degli ignavi, tormentati a sangue da mosconi e vespe, c’è il dolore «che strappa», «che raschia»: Cerbero «graffia, iscoia e isquadra». Nel decimo Canto c’è il dolore che brucia, riservato agli eretici ovviamente. Sulla riva del Flegetonte il dolore è «fulmineo»: i centauri lanciano saette a quelle anime che tentano di uscire dal sangue bollente. I falsari sono puniti con malattie ripugnanti e sono costretti a grattarsi continuamente, e inutilmente. Dolore «congelante» e «accecante» per i traditori. Caldo e freddo, malgrado le fiamme, si alternano, così che la voragine infernale diventa un’immensa scala

di valutazione ove si evidenziano i gradi progressivi dell’invalidità. «Vedrai li antichi spiriti dolenti/ ch’a la seconda morte ciascun grida»: ecco l’avvertimento di Virgilio. I condannati si lamentano («le disperate grida») e piangono. Le lacrime sono connaturate al dolore. Francesca, l’amante di Paolo, «piange e dice». Fa lo stesso il conte Ugolino («parlar e lagrimar vedrai insieme»). Pianti inutili, ma così strazianti tanto è vero che Dante dice: «li orecchi con le man copersi». Il fiorentino sapeva alquanto di medicina. Dà una definizione esatta dell’ombelico («quella parte onde prima è preso nostro alimento»), per poi alludere alla dottrina aristotelica e alle trasformazioni del sangue che sono dette «digestioni». Scientificamente perfetta è la descrizione che Dante fa dell’attacco malarico: l’uomo è preso da brivido intenso e da esso scosso con violenza, poi è vittima di febbre elevata, ha unghie livide, e tremore in tutto il corpo: la famosa «quartana».

Inferno di Dante, a cura di Donatella Lippi, Mattioli 1885 editore, 221 pagine, 30,00 euro

Il passato secondo Bernard Williams di Giancristiano Desiderio a premessa di Patricia Williams inizia così: «Filosofo da sempre interessato alla civiltà classica, era forse appropriato che Bernard morisse a Roma. L’ospedale si trova sul luogo di un antico tempio ad Asclepio, dio della medicina, ricordato anche da Socrate in punto di morte, stando al racconto di Platone». Patricia Williams era la moglie di Bernard Williams e la premessa è dell’ultimo libro di Williams pubblicato in Italia da Feltrinelli: Il senso del passato. Scritti di storia della filosofia (con una prefazione di Salvatore Veca). Ma chi era Bernard Williams? Era un ottimo

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professore di filosofia - ma vorrei dire semplicemente filosofo che insegnò a Cambridge, Oxford e Berkeley. La tradizione a cui apparteneva era quella della filosofia analitica anglosassone che ha le sue radici nell’empirismo classico britannico. Tuttavia, è difficile considerare Bernard Williams, amico di Isaiah Berlin, semplicemente un pensatore dell’area filosofica analitica. I suoi libri - non ultimo Il senso del passato, ma anche quello edito nel 2005 da Fazi Genealogia della verità - sono dei testi che attingono per loro natura, scopo e costruzione in più tradizioni filosofiche. La distinzione che Williams faceva e praticava tra «storia delle idee» e «storia

della filosofia» - che grosso modo corrisponde a storia e filosofia - testimonia di una formazione classica e di un’intelligenza viva capace di muoversi su più piani e livelli. Le due «storie», peraltro, non sono mai state concepite da Bernard Williams come dei compartimenti stagni, semmai era in uso tra loro il principio dei vasi comunicanti: in fondo, non si può fare storia della filosofia senza storia, come non si può fare storia delle idee senza filosofia. E Williams, pur senza dimenticare l’imperativo categorico della tradizione analitica - ossia, prima di tutto la chiarezza - sapeva benissimo coniugare storia e filosofia. Questi scritti di storia della filosofia lo dimo-

strano in modo esemplare. Eppure, c’è qualcosa di più. «Quando gli antichi ci parlano - si legge in questo libro - non ci parlano solo di loro stessi, ma anche di noi… possono dirci non solo chi siamo, ma anche chi non siamo: possono denunciare la falsità o la parzialità o le imitazioni dell’immagine che abbiamo di noi stessi». Il senso del passato è un grande libro di filosofia non solo per il sapere che vi circola e largheggia, ma per il senso delle cose umane per usare una buona espressione di Veca - che Bernard Williams dimostra di avere e curare. Bernard Williams, Il senso del passato. Scritti di storia della filosofia, Feltrinelli, 428 pagine, 45,00 euro

altre letture La nostra epoca è decisamente quella del paesaggio, della circolazione vertiginosa di immagini-paesaggio. Ostentato e svelato, discusso e adulato, conservato e protetto, venduto e rivenduto, il paesaggio oggi è diventato un fenomeno onnipresente e universale. Ma che cosa intendiamo oggi con il termine paesaggio? Michael Jakob in Paesaggio (Il Mulino, 142 pagine, 11,50 euro) fa chiarezza intorno a un dibattito che ormai investe ecologia, filosofia, letteratura, arte geografia, sociologia, antropologia e archeologia. Illustrando come si è venuto costruendo il discorso sul paesaggio come esperienza estetica in età contemporanea. A due anni dalla scadenza della profezia che addita nel 21 dicembre 2012 l’apocalisse della nostra civiltà, sul web e nel mondo gira una specie di febbre che addita la catastrofe prossima ventura. Ma su quali basi poggia la profezia? Su questo tema sono costruite le trame di 2012 l’apocalisse di Whintley Strieber (330 pagine, 12,90 euro) e L’ultima profezia 2012 il testamento Maya di Steve Alten (366 pagine, 14,90 euro), pubblicati entrambi da Newton Compton. Il primo mette in relazione la profezia del 2012 con la sparizione dell’uomo di Cro Magnon, spazzato via da una catastrofe inspiegabile e sostituito dalla specie cui apparteniamo tutti noi. Il secondo è un thriller archeologico che lega tra loro la Piramide di Giza, i templi indù di Angkor Vat in Cambogia e la Piramide del sole a Teotihuacan. Sarà perché è un fenomeno recente, ma la globalizzazione non ha ancora eliminato la diversità culturale. La storia mescola da secoli le nostre civiltà. Tuttavia il panorama culturale del pianeta mostra un livello di diversità complessiva elevato. Maurizio Maggi in Musei alla frontiera (Jaka Book, 158 pagine, 18,00 euro) analizza i diversi motivi di questa «resistenza». Siamo più sensibili alla diversità proprio perché scarseggia o perché abbiamo migliorato la nostra capacità recettiva; oppure ancora perché ordine e disordine culturale si creano insieme. Da questa idea Maggi conclude che nuove e più efficaci politiche museali dovrebbero essere più indirette, operare lungo la frontiera e occuparsi di modificare l’ambiente in cui si muovono. a cura di Riccardo Paradisi


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ritratti

LUIGI XIV IMMAGINIAMOLO DOVE ANCORA RISPLENDE (E DOVE UNA MOSTRA LO CELEBRA FINO AI PRIMI DI FEBBRAIO): A VERSAILLES, TRA I CANCELLI DORATI, LE FONTANE CHE CANTANO, LE GALLERIE DEGLI SPECCHI, I BRONZI, LE STOFFE PREZIOSE, I TROFEI GUERRIERI. E PROVEREMO PER LUI, TUMULATO SENZA ONORI SOLENNI, IL RISPETTO CHE SI DEVE A UN GRANDE SOVRANO…

Quando il mito eclissa la storia di Franco Cardini a via maestra per capirlo - è il caso di dirlo: la «Via Regia» - consiste nel lasciar perdere cronologie, biografie e soprattutto letteratura critica (certo: dopo averle lette e digerite) e andarlo a stanare là dove ancora risiede in spirito. Stavamo per dire: dove ancora risplende. Là, tra i cancelli dorati, le fontane che cantano, gli immensi bacini d’acqua tranquilla che si perdono all’orizzonte, le gallerie degli specchi, i bronzi e gli stucchi, le pietre dure e le stoffe preziose, le statue degli dèi e degli eroi, i trofei guerrieri.Vederlo nella bruma fresca del mattino, o nel trionfo della luce d’estate che fa risplendere il candore dei marmi; o nel silenzio delle giornate invernali di neve; o meglio ancora nelle magiche notti di tarda primavera o di primo autunno, inondate dalle musiche sprigionate tra i boschetti e dai fiori incandescenti dei fuochi d’artificio, là in cielo, che nascondono le stelle. Dimenticare un istante la storia, che del resto è lì che ti circonda e ti avvolge: e abbandonarsi al mito. Là, a Versailles, quell’immensa pianura un tempo malsana e aquitrinosa convertita in un folle, mirabile, dispendiosissimo paradiso: anzi, in un solare Parnaso sul quale incontrastato regnava Lui, lo Helios-Apollo incarnato.

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Luigi XIV in una scultura di Bernini (1665) e in un ritratto di Henri Testelin (1667). Nell’altra pagina Versailles in una raffigurazione del 1662

Il Re Sole. Eppure, sulle prime, nessuno avrebbe mai potuto preconizzare tanta gloria, tanta grandezza. L’ombra delle guerre tra cattolici e ugonotti, dell’assassinio di Enrico IV, della terribile epidemia di peste del 1630 e dell’interminabile guerra dei Trent’Anni - ch’era del resto ancora in corso - gravavano sulla corte di Francia quando Luigi venne al mondo, nel 1638, nel castello di Saint-Germain-enLaye, nell’anno del Signore 1638.

Era un frutto tardivo e ormai nemmeno troppo sperato dell’a lungo sterile matrimonio tra Luigi XIII, figlio di Enrico IV e di Maria de’ Medici, e di Anna d’Austria, a sua volta figlia di Filippo III di Spagna. Rimase orfano di padre presto, nel ’43, quando aveva appena cinque anni; e, affidato alle cure del sacerdote Hardouin de Péréfixe, rivelò presto un carattere autoritario, capriccioso, imprevedibile. Ma dovette d’altronde sottostare alla reggenza congiunta della madre e dell’onnipotente primo ministro, il cardinal Giulio Mazarino, che superato il duro scoglio del-

Si congedò da questo mondo, a 77 anni, formalmente come vincitore anche se lasciò un paese stremato dal debito pubblico. Il suo regno fu il modello dello Stato moderno, ma gli ultimi, duri anni compromisero la sua gloria le due rivolte - rispettivamente popolare e nobiliare - dette «Fronde», tra ’48 e ’53, fu davvero l’arbitro delle sorti del regno che guidò imponendo la fine della guerra dei Trent’Anni con le due successive paci di Westfalia nel ’48 e dei Pirenei nel ’59. Il giovanissimo sovrano visse nell’ombra del potentissimo prelato e uomo politico fino al 1661, anno della morte di questi: e si trovò ventiduenne sovrano d’un paese che era ormai una delle principali potenze d’Europa ma al cui interno i dissesti, le sperequazioni e le inquietudini erano fortissimi. Luigi dimostrò di aver ben assimilato la lezione del suo maestro politico, il Mazarino: ne continuò difatti l’opera, sia perseguendo il traguardo dell’egemonia europea, sia tendendo a sostituirsi agli Asburgo come protettore della Chiesa cattolica. Ma fu molto più cinico del cardinale, specie nella sua politica nei confronti dei turchi. Fu merito del sovrano l’aver individuato come collaboratori personaggi di straordinario valore, che interpretarono con originale genialità i suoi voleri: così il ministro delle finanze Colbert, che riordinò le dissestate finanze del regno da un lato colpendo con rigore gli appaltatori delle imposte che si erano resi responsabili di furti e di

arbitrii - e tra loro cadde in disgrazia anche un ex grande favorito del re, Nicholas Fouquet -, dall’altro favorendo la razionalizzazione di compagnie di produttori e di esportatori secondo i principii protezionistici del «mercantilismo», da un altro ancora incoraggiando l’espansione del colonialismo francese verso la Nuova Francia (il Canada) e le Antille. Il re, assistito dal Colbert, mise mano anche alla riorganizzazione della compagine amministrativa e giudiziaria del regno, razionalizzandone molti aspetti, colpendo le irregolarità e gli abusi e conferendo al governo regio una struttura rigorosamente piramidale che faceva capo a un organo supremo, il conseil d’en haut, soggetto alla volontà del sovrano ma dotato di ampie prerogative di consulenza, e si giovava dell’autorevolezza degli «intendenti» ch’erano titolari di forti poteri.

Si giunse così, tra 1667 e 1681, a una serie di «ordinanze» che regolavano la legislazione civile e criminale, le acque, le foreste, il commercio, la «tratta» degli schiavi.Tuttavia, non fu possibile eliminare i due grandi ostacoli che si opponevano a una sistemazione veramente equa ed efficiente dei problemi amministrativo-giudiziaria: la «venalità negli uffici» (cioè la compravendita delle cariche) e la loro ereditarietà, che configurava una vera e propria noblesse de robe («nobiltà della toga», cioè degli uffici e delle magistrature) parallela e concorrente alla noblesse d’epée (la nobiltà d’origine feudomilitare), che già Richelieu e Maza-


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rino avevano saputo inquadrare e rendere docili ornamenti della vita di corte, presupposto questo fondamentale nella costruzione dello Stato assoluto moderno. La promozione di ceti medi colti e attivi, ambiziosamente vòlti a ottenere una «nobilitazione» che avrebbe concesso loro di entrar a far parte del privilegiato ceto aristocratico, fu parte di quello che un secolo più tardi sarebbe stato definito l’ancien régime, ma pose anche le basi d’una serie d’innovazioni nella società che avrebbero a lungo andare costituito il presupposto della stessa rivoluzione, che per molti versi non negò, bensì condusse alle estreme conseguenze lo sviluppo dello Stato accentrato e assoluto moderno. Con il governo di Luigi XIV, la città di Parigi cambiò volto e s’ingrandì, assumendo l’aria di una grande capitale; tuttavia il re non ne era soddisfatto e non se ne fidava. Cominciò quindi molto presto a far costruire la sua nuova reggia concepita come sontuoso palazzo, favoloso luogo di piacere ma anche, al tempo stesso, centro efficientissimo di potere e di governo. Con i primi degli anni Ottanta del secolo, la corte e gli organi governativi si trasferirono difatti a Versailles, lontani dai pericoli della grande città - il re era stato traumatizzato dallo spettacolo della rivolta durante il periodo delle «Fronde» - e riuniti in una nuova sede nella quale nobili e funzionari sarebbero stati costretti a vivere secondo un’etichetta rigidissima e un costante controllo. I principali artisti, letterati e musicisti del tempo lavorarono assiduamente a rendere sontuosa la vita di corte: dall’architetto Mansard a Racine, a Molière, a Lully.Tra spettacoli, cacce, balli e giochi, l’arbitrio e la voluttà del re vi regnavano sfrenatamente sovrani: l’economia e l’etica erano del tutto sottomesse al volere e al piacere del re, che per definizione non conoscevano limiti.

Centro di tutta la vita della corte e del paese come il sole sta al centro del paese - in questa simbologia regale che faceva del re l’astro diurno si rifletteva la moderna concezione eliocentrica che aveva ormai trionfato nella scienza -, Luigi non tollerava che niente gli sfuggisse: per questo regolamentò anche la vita religiosa e devota controllando severamente la gerarchia cattolica (fino a giungere ad

menti esibiti come prova della legittimità delle offensive militari. Il Re Sole procedette così a occupare i Paesi Bassi belgi strappandoli alla Spagna sulla base del «diritto di devoluzione» che li assegnava a sua moglie Maria Teresa (figlia del re di Spagna Filippo IV), il che condusse al suo possesso delle Fiandre con la pace d’Aquisgrana del 1668. Poco dopo, però, s’impegnò nella lunga «guerra d’Olanda», tra 1672 a 1678, che mirava a colpire il fiorente commercio olandese e a punire la gente di quel paese per averlo ostacolato durante la guerra precedente. Ma questo spregiudicato e prepotente comportamento non solo determinò l’accanita resistenza degli olandesi che giunsero a rompere le dighe e a far inondare il loro paese dalle acque oceaniche, ma provocò una vasta alleanza europea contro di lui che unì Spagna, impero e Inghilterra.

Dopo la pace di Nimega (1678-79), Luigi procedette d’altronde a occupare gradualmente i territori renani, togliendoli all’impero, e incoraggiando intanto i turchi ad assediare Vienna (1683) per distogliere l’imperatore Leopoldo I d’Austria-Asburgo dalla difesa dei confini imperiali occidentali.Tuttavia, verso la metà degli anni Ottanta quest’attività aggressiva e dispendiosa cominciò a mostrare i suoi limiti. La fortuna, fino ad allora propizia, dette segni di abbandonare il re. Le continue guerre (tra 1688 e 1697 quella della «Lega d’Augusta» per fermare l’espansionismo del re nelle terre d’impero, quindi quella di successione spagnola dal 1701 al 1714) avevano indebolito le finanze del paese e avevano finito col dissestarle: i tre quarti delle uscite in bilancio venivano divorati dalle spese militari, mentre quelle di corte incidevano pesantemente sul poco che rimaneva, obbligando il «controllore generale» del tesoro a ricorrere a prestiti a operosissimo tasso che peggioravano al situazione. L’indurimento del già gravoso e ingiusto prelievo fiscale (dal quale nobili e clero erano largamente esentati) fu un rimedio peggiore del male. Il paese fu inoltre colpito da una serie di cattive annate agricole e quindi da carestie continue, tra 1673 e 1710: il 25% dei francesi morì di fame in conseguenza di quei disagi. Piccole cerchie di privilegiati e di speculatori si arricchirono

Astro diurno, non tollerava che niente gli sfuggisse, per questo preferì a Parigi, che aveva reso una grande capitale, una nuova reggia concepita come favoloso luogo di piacere e al tempo stesso efficientissimo centro di potere e di governo

L’uomo, il re Seguire il consiglio di Franco Cardini, cioè accostarsi alla figura del Re Sole iniziando dalla sua reggia, Versailles, è ancora per poco meno di un mese possibile farlo approfittando della grande mostra dedicata al sovrano francese, Louis XIV l’homme e le roi, in corso nel castello di Versailles fino al 7 febbraio. Un’occasione speciale perché, come dichiara il titolo, del primo sovrano al mondo capace di capire l’importanza politica dell’immagine e di saperla usare in maniera strategica, viene rivelata anche la dimensione più intima, i gusti, le passioni…

aperte posizioni «gallicane», di minaccia cioè della costituzione d’una Chiesa reale e nazionale, come aveva fatto la monarchia britannica con l’anglicanesimo), sorvegliando l’ansiosa e inquieta attività dei «giansenisti» di portRoyal e revocando le prerogative dei sudditi calvinisti: ciò giunse nel 1685 alla revoca dell’Editto di Nantes, promulgato nel 1598 da Enrico IV a tutela dei protestanti; e determinò l’esodo di circa 300 mila probi e attivi sudditi francesi (specie commercianti e artigiani) alla vòlta di Germania, Svizzera e Olanda. Ciò costituì per il regno un danno obiettivo di amplissima portata. In politica estera, Luigi s’impegnò ad ampliare i confini del suo regno rivendicando diritti, spesso sostenuti da antichi documenti di natura feudale o da pretese annessionistiche d’ordine dinastico, che venivano elaborati da organi speciali, le cosiddette «camere di devoluzione» cui si affidava il còmpito di raccogliere e di’interpretare i docu-

sfruttando la crisi, ma il paese intero cadde in miseria, determinando il massiccio insorgere di fenomeni di disagio che andavano dal brigantaggio al contrabbando. Specchio di questa seconda fase del regno di Luigi XIV, caratterizzato da forti difficoltà, fu il mutare della vita di corte a Versailles che, sotto la severa guida della moglie morganatica del re, madame de Maintenon, divenne austera e oppressiva. Rifiorì al contrario Parigi, dove i teatri, le accademie e i salotti vivevano intensamente, preparando la grande stagione illuministica che ben presto si sarebbe aperta. Abbastanza longevo per il suo tempo, ma negli ultimi anni tormentato da molti disturbi, Luigi XIV si spense il 1° settembre 1715, a settantasette anni, lasciando erede il pronipote, il piccolo Luigi d’Angiò (gli altri erano tutti premorti al sovrano). Il Re Sole si congedava da questo mondo, formalmente, come vincitore: la guerra di Spagna si era conclusa con la conferma di suo nipote Filippo di Borbone sul trono di Madrid. Ma il debito pubblico era cresciuto in misura tale da assorbire ormai il 75% delle imposte, impegnando le entrate fiscali per i tre anni successivi. Allo spengersi dell’Astro di Versailles, la Francia era comunque la prima potenza d’Europa: il suo lungo regno era stato, per molti versi, il modello dello Stato moderno. Ma gli ultimi anni erano stati talmente duri e difficili che la sua gloria ne era uscita appannata. Il parlamento di Parigi ne disattese le indicazioni nominando tutore del piccolo Luigi XV il duca Filippo d’Orléans, che il re non aveva nominato. E il 9 settembre del 1715, mentre la sua salma veniva trasportata senza onori solenni nella basilica di Saint-Denis, molti fuochi di gioia vennero segnalati attorno a Parigi e in tutta la Francia. Sic transit gloria mundi; Miseriae regum. Eppure, era stato un grande sovrano. Il mito eclissa ancora la storia: continuiamo a ricordare ancora oggi il Re Sole nel fulgore del meriggio, come se la malinconia del tramonto non avesse mai sparso sulla Francia e sull’Europa i suoi ultimi, pallidi e deboli raggi.


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tv

video

Palinsesto 2010 Scamarcio C nella Dia e Dalla su SkyUno

onviene rassegnarci e gustarsi il meglio. A volte il meglio del peggio, altre volte il meglio del buono. Da quanto emerge dai sempre ottimistici uffici stampa delle varie reti televisive, il nuovo anno potrebbe essere riassunto così: piccole variazioni di temi già noti. Chi si aspetta, non dico la rivoluzione mediatica o seriale, ma soltanto una bella ventata di novità, è meglio che si metta il cuore, e gli occhi, in pace.

Informazione. Sta prendendo sempre più piede Sky TG24. C’è da sei anni (direttore Emilio Carelli), con ben 39 edizioni al giorno e otto rubriche di approfondimento. Sale il numero degli studenti che, sollecitati dagli insegnanti a vedere almeno un Tg al giorno, scelgono Sky. Non sono gli unici a essere intossicati dagli equilibrismi politici (noiosissimi e di poco servizio) sia della Rai che di Mediaset. Carelli continua partendo da un principio sacrosanto: «Viviamo in un contesto in cui tutto è diventato di destra o di sinistra. Noi scegliamo l’equilibrio, senza entrare nella mischia politica». I più giovani, e attrezzati, saranno tentati dal touchscreen, schermo elettronico che consente la lettura dei giornali. Non è poco. Mafia. In prima serata su Rai 1 ci sarà Il segreto dell’acqua, in sei puntate. Protagonista il continuamente bello (e per alcuni - ma non alcune - stucchevolmente bello) Riccardo Scamarcio, che sarà un agente della Dia (Direzione Investigativa Antimafia). Sede: non più Roma, ma Palermo. Intreccio emotivo familiare visto che suo padre è un capo-bastone locale.

Leggerezza. Non è una cattiva idea mettere insieme Giulio Scarpati e Nino Frassica. Saranno La strana coppia (12 episodi su Rai 1). Un riferimento esplicito e scontato all’omonimo prodotto americano con Jack Lemmon?Vedremo. Da quel che si sa, o s’intuisce, finora il canovaccio è simpatico, ma col rischio crudelmente in agguato di rovinare sul tappeto del melenso, del «volemose bene», dell’«amore che alla fine trionfa». Risate. La coppia Claudio Bisio e Vanessa Incontrada, genuinamente simpatica, (dal 19 gennaio su Canale 5: dieci serate) rimetteranno in moto il circo comico di Zelig. Ovviamente non mancheranno battute e battutine a sfondo sessuale (non ce ne libereremo mai, almeno di quelle scontatissime, ripetutissime e mediocrissime). La speranza è che il tocco umoristico sia di altezza superiore - ci vuol poco - rispetto a Colorado, la cui vedette Ros-

web

ANNO NUOVO ANCHE PER GOOGLE

games

sella Brescia, convinta d’essere la velina più sexy del mondo, è appena reduce da un programma osceno nel quale sono sfilate le ciccione: imbarazzo per chi le ha guardate, ma siamo ormai un paese televisivo da baraccone dove anche la «donna cannone» deve avere la sua par condicio.

Musica. Su Sky uno una grande e buona novità: dal 16 gennaio Lucio Dalla condurrà dodici puntate in uno show intitolato L’angolo del cielo. Ci saranno inediti composti ad hoc, duetti e giochi tra amici (speriamo che non se la cantino da soli, come si suol dire). Epicentro del programma la carriera di Dalla, con immagini da repertorio, videoclip, filmati privati.A parlare di musica ci sarà anche Maurizio Costanzo, l’uomo che dice di abbandonare il piccolo schermo e poi non lo fa mai, non resiste a stare «dall’altra parte» come farebbero magari volentieri tanti settantenni come lui (a proposito: chi ha notizie di Pippo Baudo?). Una pausa non se la prende mai, e su Rai 1 (eh, torna a Viale Mazzini, prima o poi, dopo 25 anni di Mediaset, ci doveva tornare) propone una serata speciale dedicata al tenore Enrico Caruso. Piattaforma dell’uomo senza cravatta sarà il San Carlo di Napoli. Scommettete che spenderà parole romantiche e strappalacrime sul cuore dei napoletani? Gialli. Abbiamo già scritto, in questo spazio di Mobydick, d’essere un po’ sfiancati dai rebus criminali risolti in laboratorio, con tanto di autopsie, vetrini da microscopio, ricostruzioni al computer, esami chimici, eccetera. Col nuovo anno ci sarà adrenalina intelligente grazie alla nuova stagione del serial meglio strutturato e meno scontato: Criminal minds. Per chi ha nostalgia della garbata anticaglia poliziesca in stile Agatha Christie, una coppia di non più giovani signore inaugureranno Giardini e Misteri, lontano dal clichè americano, con un mix di suspense e humour. Rosemary e Laura alterneranno tazze di tè con indizi, pettegolezzi e passione botanica. (p.m.f.)

dvd

NEL MAGICO REGNO DI PANDORA

PASOLINI PROSSIMO NOSTRO

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ppena iniziato, il 2010 della rete sembrerebbe poter risentire dei morsi della recessione, ma rumors e scommesse sulle principali innovazioni che caratterizzeranno la nuova decade internettiana non sembrano indicare grandi affanni. A partire dalla ricerca, settore nel quale Google sta per accantonare il vecchio metodo di indagine basato sul Page Rank per dare vita al

A

pochi giorni dall’uscita dell’atteso Avatar, pellicola di James Cameron che sembra pronta a sbancare ogni record di incasso, Ubisoft propone la versione ludica del film per console Nintendo Wii. E in omaggio alle mirabilia grafiche che punteggiano il film, anche il videogame sembra annunciarsi come il nuovo confine dell’animazione digitale. Fedele al plot, Avatar condurrà il player nel magico regno di

o sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù». Pier Paolo Pasolini si raccontava così nei Dialoghi apparsi su Vie Nuove all’inizio degli anni Sessanta. E l’attualità del suo pensiero riemerge in tutta la sua com-

Il più grande motore di ricerca accantona il vecchio metodo di indagine e inaugura “Caffeine”

In attesa del film, “Avatar” diventa classico gioco in terza persona anche per Nintendo Wii

È il titolo del bel documentario in cui Giuseppe Bertolucci ricostruisce la figura del poeta friulano

nuovo Caffeine. Un motore nuovo di zecca che fonderà le sue query anche su parametri quali «reputazione» e «autorevolezza». E che renderà le ricerche sempre più simili a domande e risposte di quelle che si fanno tra amici. Il 2010 sarà inoltre l’anno della consacrazione dell’internet mobile, disponibile per cellulari a tariffe sempre più convenienti. E quello della definitiva affermazione dell’e-book, che l’anno scorso ha per la prima volta superato il rivale cartaceo nel volume di vendite di Amazon. Un dato che segnerà una sempre crescente diffusione dell’e-book reader, piccolo palmare riservato alla lettura di quotidiani e libri digitali.

Pandora, dove i Na’vi, popolazione indigena del pianeta, dovranno vedersela con i pericolosi colonialisti della Corporazione Rda in un conflitto che metterà in gioco la sopravvivenza della stessa civiltà. Ma rispetto alle versioni per PS3 e Xbox, la versione Wii consentirà di affrontare l’avventura anche con il contributo di un secondo giocatore. Action game classico in terza persona, Avatar rivela però, rispetto alle versioni per le console rivali, qualche limite nella gestione della grafica. La sensazione è che stavolta il cinema abbia lasciato al mondo dei games un distacco non facilmente colmabile.

plessità nel bel documentario che gli dedica Giuseppe Bertolucci: Pasolini prossimo nostro. A partire dalla lunga straordinaria intervista che lo scrittore concesse a Gideon Banchmann sul set di Salò o le 120 giornate di Sodoma, il regista monta una serie di foto e documenti capaci di riassumere metaforicamente la messa in scena della modernità pasoliniana. La critica alla società, la riflessione sulle lotte partigiane, gli accenti elegiaci in morte del fratello Guido. Tutto si compie nel 1975, in bilico tra profezia e memoriale. Pochi giorni dopo, mentre Salò è ancora in montaggio, i fatti dell’Idroscalo consegneranno Pasolini al mistero, e poi alla storia.

a cura di Francesco Lo Dico

«I


cinema di Anselma Dell’Olio atih Akin è un autore d’essai che fa film per il pubblico, che dio lo benedica. La sposa turca era un film drammatico su due turchi di seconda generazione ad Amburgo, città del regista. È una storia d’amore indimenticabile, complessa e straziante. Il primo film tedesco a essere premiato dopo quasi due decenni, ha preso l’Orso d’oro al Festival di Berlino 2004, il Davide di Donatello e molti altri riconoscimenti internazionali. Quella di Akin era una rivelazione, una voce e uno sguardo originali, passionali, coinvolgenti, la scoperta d’un autore multikulti senza piagnistei, autoincensamenti (si pensi a Saturno contro di Ferzan Ozpetek) e persecuzioni prevedibili. Il film successivo era un’altra storia drammatica, Ai confini del paradiso (con una splendida Hanna Schygulla matronale), con un intreccio più stretto tra tedeschi e turchi immigrati. Ha vinto il premio per la sceneggiatura a Cannes nel 2007. Ora esce il suo Soul Kitchen, un insolito heimat-film, rivisto e aggiornato per parlare della «casa» d’etnie miste che è la Germania di oggi. Torna a girare ad Amburgo, il vero heimat di Akin. Cambia registro, con una commedia circolare e corale, e un protagonista assoluto al suo centro. Adam Bousdoukos è Zinos Kazantakis, un accattivante orsacchiotto sensuale che sta per essere investito da una raffica di guai. Il film sembra la versione colorata e assai più gioiosa di A Serious Man dei fratelli Coen. Se quella è una commedia ebraica color pece, e se si ride è per disperazione, qui tutto combina per regalarci risate-arcobaleno su un greco-tedesco, parecchio alternativo ma pur sempre ein mensch, un uomo serio, gran lavoratore un po’ casinaro, che ha costruito il suo Soul Kitchen ristrutturando con le sue mani un fatiscente capannone sul porto. Il quartiere è industriale, scarsamente abitato e a buon mercato, pronto per finire nel mirino di uno speculatore in cerca di zone da riqualificare o «gentrificare», come usa dire, italianizzando l’inglese gentrification (da gentry = borghesia).

F

La storia inizia nella cucina caotica del ristorante, con Zinos alle prese con la lavapiatti, comprata al discount come tutti gli altri elettrodomestici, che si scatena in una rumba anomala che sbriciola le stoviglie, non d’eccelsa provenienza e nemmeno tutte della stessa foggia. I cocci rotti sono solo l’inizio del comico Götterdãmmerung che sta per abbattergli sulla testa. Ha una clientela alla buona, affezionata alla classica cucina demotica: fritti, hamburger, wiener schnitzel, bastoncini di pesce, patatine, pizza, tutti surgelati; qualsiasi altra pietanza, dagli spaghetti all’arrosto all’insalata, è condita o con la panna o annega nella maionese. Lucia (Anna Bederke, dalla frangetta assassina) è una smaliziata pittrice mora che sbarca il lunario facendo la cameriera; quando due toste clienti non consumano la grappa offerta dalla casa («Dobbiamo guidare») si scola i due bicchierini mentre sparecchia. Akin ha spesso una mano felice con il casting. In La sposa turca i due protagonisti, Bürol Ûnel e Sibel Kekilli, non potevano essere più perfetti come un Romeo e una Giulietta dannati, sui generis, e ostacolati più dai loro démoni interiori che dalle famiglie non incolpevoli. Della Kekilli si sono perse le tracce (si trova un

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Risate arcobaleno

nella cucina dell’anima sa la giacca di pelle, appestata dai fumi della friggitrice in uso perenne. («Se mi manca il tuo odore in Cina - dice Nadine - mi basta annusare patatine fritte».) Raggiunge il ristorante chic dove è messo in riga dall’altera famiglia Krüger, e assiste alla cacciata del cuoco Shayn (Ûnel) quando striglia un avventore che insiste per un gazpacho caldo. Nella speranza di partire anche lui per Shanghai, Zinos lo assume; le sue raffinate pietanze fanno fuggire la vecchia clientela, nostalgica del menù spazzatura.

Il nuovo film di Fatih Akin è una versione più gioiosa di “A serious man” dei Coen. Anche qui, sul protagonista (un greco tedesco che apre un ristorante ad Amburgo) si abbattono, a raffica, una serie di guai. Uno sguardo, non melenso, multikulti solo film successivo turco, uscito tra polemiche sul suo accento particolarissimo) e chissà se la decisione di rifarsi il naso non c’entri qualcosa, e ancor di più l’essere una donna libera di cultura islamica. Per fortuna nel nuovo film ritroviamo Ûnel, il fantastico protagonista di Gegen die Wand (Contro il muro era il titolo tedesco di La sposa turca) nella parte del raffinato, alcolico, fumino chef che porta una rivoluzione culinaria nel menù assai funky e intasa–arterie del locale. Poi c’è il fratello Illias (l’eccellente, yummy Moritz Bleibtraub), fantasioso mariuolo e funambolico ladro gattesco, che ha fatto due anni al gabbio e ora è in cerca di un lavoro (finto) per potersi godere la semi-libertà durante gli ultimi

mesi da scontare. Zinos opina che il fratello non ha mai faticato in vita sua e poi non gli serve personale; ma essendo un serious man che onora i legami famigliari, firma l’impegnativa. Nel frattempo l’inquilino moroso della rimessa per barche Sokrates (Demir Gökgöl) si lamenta che si sta gelando i gioielli di famiglia sotto la doccia: manca l’acqua calda. Zinos gli urla che pensi a pagare l’affitto, piuttosto. Mentre butta la spazzatura telefona Nadine Krüger, la fidanzata-fata filiforme e alto borghese: Zinos è in ritardo per la cena d’addio in suo onore, prima che la donna parta per Shanghai come corrispondente di un importante giornale. Mente dicendo di essere già per strada, e annu-

Un ex compagno di scuola, lo speculatore Thomas (Wotan Wilke Mõhring), per convincere Zinos a vendere l’immobile gli manda l’ufficio d’igiene. Entro un mese dovrà mettere a norma l’impianto elettrico disastrato, sostituire il tappeto in cucina (!) con piastrelle che devono rivestire tutte le superfici e comprare elettrodomestici in acciaio inossidabile; per soprammercato arriva una coppia di agenti delle imposte che esige gli arretrati e intanto si porta via l’impianto musicale. Spostare la lavapiatti procura a Zinos-Giobbe un colpo della strega, e non è assicurato. Parla con Nadine in Cina via Skype (usato benissimo) che lo aspetta con impazienza (doveva ragiungerla ma la ricerca di un gestore è stata interrotta dai contrattempi che non osa confessarle). Poi Nadine sparisce in Tibet e tronca ogni comunicazione. Allarmato, Zinos dà una procura generale per la gestione del locale a Illias, che dopo poco lo perde giocando a poker con lo scaltro immobiliarista. Le cose si complicano ancora, e le linee narrative si snodano e si riannodano in maniera imprevedibile. Ci si diverte, si ride, la colonna sonora è simpaticissima e contiene la spiritosa Fragkosyriani di Markos Vamvakaris e altre canzoni bouzouki, molto rock e soul di qualità e ben cinque versioni di La paloma (leitmotiv del film usato magnificamente). La storia mai melensa è adatta a questi epigoni di stagione natalizia, disavventure e sviluppi mettono più allegria che ansia, e il finale agrodolce lascia felici. P.S. Il cane-panettone Hachiko, da noi amato contro recensori-Scrooge, sta sbancando al box office. Buon divertimento.


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poesia

Il tenero canto di Gaspara Stampa di Francesco Napoli l canzoniere di Gaspara Stampa non attirò l’attenzione dei contemporanei, troppo letterati per gustare quelle disadorne rime, e poco sensibili alla commossa realtà umana; rimase obliato per circa due secoli, quando fu ridato in luce per la storica vanità dei discendenti di quel feudatario veneto che ella aveva amato ed esaltato nei suoi versi; e, in questa ricomparsa, venne collocato in luce alquanto falsa. E diversamente falsa fu anche la luce che vi riverberò la critica romantica o romanticheggiante, disposta a vedersi raffigurata la vergine illusa, ingannata, tradita e morta dallo schianto. Ma ora che si può leggerlo senza preconcetti sentimentalistici e moralistici, aiutati altresì dalle indagini degli eruditi su quei circoli della società veneziana nei quali Gaspara visse la sua calda e rapida vita d’arte e di amore, ha ripreso le genuine sembianze e piace in quello che vuol essere ed è: non già alta poesia, ma, come si è detto, un epistolario o un diario d’amore». Il giudizio di Benedetto Croce qui riportato con larghezza, coglie con precisione la multiforme qualità di Gaspara Stampa (1523-1554), una ragazza educata all’arte secondo i precetti voluti dal padre Bartolomeo, ricco borghese padovano scomparso quando lei aveva solo sette anni, e nel dar vita a un salotto in quel di Venezia con la sorella più grande, quella Cassandra che ebbe premura di stampare la prima raccolta delle Rime all’indomani della morte di Gaspara, e un fratello altrettanto dotato nel far versi, Baldassarre, amico di Francesco Sansovino, figlio dell’architetto Jacopo, morto di tisi a soli ventitré anni.

«I

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime, in questi mesti, in questi oscuri accenti il suon degli amorosi miei lamenti e de le pene mie tra l’altre prime, ove fia chi valor apprezzi e stime, gloria, non che perdon, d’ miei lamenti spero trovar fra le ben nate genti, poi che la lor cagion è sì sublime! E spero ancor che debba dir qualcuna: Felicissima lei, da che sostenne Per sì chiara cagion danno sì chiaro! Deh, perché tant’amor, tanta fortuna Per sì nobil signor a me non venne, ch’anch’io n’andrei con tanta donna a paro? Gaspara Stampa (Sonetto I da Rime)

I discendenti del feudatario cui allude Croce sono quelli di Collalto di Collaltino, «un giovane patrizio molto compiaciuto di sé, biondissimo, di struttura longilinea, barba corta e luminosa sul viso bianco» (Maria Bellonci). Per la nostra Gaspara è il motore del suo poetare, un amore bruciato nell’arco di tre anni fino al 1551, quando viene definitivamente abbandonata da Collalto al quale con impeti di passione vera non sa resistere, «Perché non debbo avere almeno un poco/ di ritraggerlo al mondo e vena e stile?», oppure poco più avanti nel medesimo sonetto si chiede «Perché non può con non usato gioco/ far la pena e la penna in me simile?/ E se non può per forza di natura/ puollo almeno per miracolo che spesso/ vince trapassa rompe ogni misura», con una originale equivalenza tra cuore e stile. Ella pur soffrendo amaramente di quell’abbandono non ne morì affatto, tanto che il suo canzoniere racchiude le poesie per Collalto, come quelle per Bartolomeo Zen che subentrò nel vivace cuore della donna all’abbandono di quel nobile senza creanza, ma ci rimangono composizioni d’occasione per diversi letterati e signori del tempo che testimoniano la vita di relazione illustre della poetessa e una parallela attività non dovuta solamente all’urgenza

del suo animo innamorato. Va però comunque precisato che è proprio in quelle composizioni per Collalto e non in queste, deboli, convenzionali e troppo affiliate al modello petrarchista, che la Stampa ottiene i suoi esiti migliori. La struttura dunque di questo diario d’amore è dichiaratamente petrarchesca: il canzoniere si apre con un sonetto proemiale, Voi, ch’ascoltate in queste meste rime, e le citazioni dal Petrarca sono innumerevoli, così come certi stilemi quale l’uso insistito di endiadi aventi funzione ritmica più che semantica («vago e purpureo», «aprica e lieta», «languidetto e vinto», «coperto e cinto», «s’erge e cresce», «virtute e vigor», «fiacca e smarrita»), ma l’interpretazione dei dettami petrarchisti della Stampa è assai personale. La lettura del canzoniere intero porta a vedervi una forte adesione al linguaggio e ai moduli del maestro riconosciuto e consacrato da tutti nel Cinquecento ma nell’inclinazione tipica della sua ispirazione tale adesione si risolve in una dimensione originale e cantabile, tenera, centrata su motivi alti e spirituali che essa non riesce ad adeguare e a esprimere originalmente quando tenta la via della solennità monumentale, come quella di Vittoria Colonna, o la drammaticità impetuosa di un Galeazzo di Tarsia o la meditativa composizione musicale di un Giovanni Della Casa.

È questo il punto che va chiarito: Gaspara Stampa non è una Saffo novella e tantomeno una spregiudicata cortigiana, come hanno voluto vederla alcuni suoi critici, non una semplice improvvisatrice, ma una poetessa di tenue e sincera sostanza poetica, di autentica ispirazione, la cui natura femminea e sentimentale si piega a un’omogenea ricerca di tenero canto aggraziato, di toni inclini al melodramma. Una femminilità che colpisce tanto la colta cadetta signora di Mantova Lucrezia Gonzaga che, dopo aver letto un sonetto composto dalla Stampa a messer Ortensio Lando, al dedicatario di quel componimento scrive che gli «è paruto sì meraviglioso e da sì bella vena procedere, ch’io sono stata in forse, se dovea credere che d’alcuna donna fosse stato composto», quanto Gabriele D’Annunzio che fa proprio un verso della Stampa, «viver ardendo e non sentire il male», attraverso Stelio Effrena, il protagonista dell’autobiografico Il fuoco. Nella sua consapevole perizia letteraria Gaspara Stampa sa volgere la sua forza espressiva verso risultati di piacevolezza in pieno senso cinquecentesco, le sue rime son veramente, come dice nel sonetto XVI, «scritte e cantate/ e fatte conte a mille alti intelletti», e il fine del canto è davvero la meta più genuina della sua poesia. Ed è perciò che anche la sua condizione di «virtuosa di canto e musica» sembra perfettamente corrispondente alla direzione essenziale della sua poesia che riecheggia ancora oggi quasi fosse lontana suggestione di una dizione accompagnata dall’arpa.


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il club di calliope E ADESSO E adesso non chiami, perché? Ti godi le ferie sei andata in crociera quale ergastolo ti divora? Questi silenzi sono un pozzo asciutto, un pezzo sano di cacciagione. Mangio avanzi cucinati dal freezer. Sono mesi che lucido scarpe, non appari su nessuna superficie. Cosa sarà successo, in quale vita, di così grave, tra me e te, per perderci? Ennio Cavalli

HESSE, “FIGLIO DI RE SENZA PATRIA”... in libreria

di Loretto Rafanelli ermann Hesse, autore di culto universale, soprattutto per il suo Siddhartha, che ha accompagnato intere generazioni al cospetto dell’assoluto, all’inizio, siamo nel 1896, quando egli ha 19 anni, è autore di liriche intense, dure e solitarie («Sono il mare che di notte infuria,/ il mare piangente… sono bandito dal vostro mondo…»). Hesse, scriverà nella sua vita alcune raccolte di poesia, ma certo è con la prosa che sarà conosciuto come uno dei massimi scrittori, Nobel nel 1946. Eppure per lui la poesia rimarrà sempre un esercizio fondamentale, l’esperienza creativa assoluta, scrive infatti nel 1918: «Una poesia è qualcosa di univoco: è un’esplosione, un grido, un ur-

H

Beckett, da Céline a Pound. Le poesie di Hesse sono tradotte da un giovane studioso, Massimo Baldi, che pone anche una sapiente e puntuale nota introduttiva, da cui prendiamo subito uno spunto che ci pare decisivo: egli definisce la poesia di Hesse «notturna e pensierosa». Crediamo che non si potrebbe inquadrare meglio la poesia dell’autore tedesco. Si fa infatti totalità l’oscurità della notte nei meandri della sua esistenza, in una poesia degli inizi dice: «Quando tutti i vicini sono andati a dormire/ e tutte le finestre sono buie,/ sono ancora sveglio con le guance calde,/ figlio di re senza patria». E si fa pesante il suono della tragedia in questo tremante notturno, nel segno della fine: «Ma per la not-

Raccolte in volume ventiquattro liriche che coprono l’intera esistenza dello scrittore tedesco: una poesia, la sua, “notturna e pensierosa” lo, un sospiro, un gesto, una reazione dell’anima… Essa parla dapprima solo al poeta stesso: è il suo respiro profondo, il suo grido, il suo sogno, il suo concitato difendersi». Se di Hesse poeta si vogliono conoscere alcuni tratti ci può aiutare una deliziosa plaquette (con 24 liriche che coprono l’intera esistenza dell’autore, l’ultima è del 1 agosto 1962, otto giorni prima della morte), pubblicata dalle edizioni Via del Vento (Figlio di re, 36 pagine, 4,00 euro), storica casa editrice pistoiese diretta da Fabrizio Zollo, che fa librettini di una preziosità unica e ha un catalogo assolutamente straordinario, che va da Whitman alla Cvetaeva, da Pessoa a

te…/ pieni di paura puntiamo le radici e lievi guardiamo/ se la morte ci raggiunge o procede al di là». È una poesia intima quella di Hesse, ma rivolta al mondo di cui coglie le esili caduche fibre, nella tristezza («Chi può sorvegliare il suo cuore/ in questo tempo crudele?/ Cadono fiori su fiori/ dall’albero della tristezza», del 1944), ma anche nel resistente fronte montato alla sciagura nazista che porta al massacro l’umanità: è una parola di luce che cerca di vedere una speranza: «Oggi è per noi che splende il giorno/ e per noi cantano gli amati uccelli/ uniti sediamo attorno a tavola e candele,/ per celebrare libando l’interminabile oggi».

UN POPOLO DI POETI Tu non potrai mai dire la parola che la mia angoscia allenti. Ah, come il centro della mia vita così lontano è dal tuo e da ogni centro! Da una comunione mozza le nostre spezzate lingue sono legate. e il fiore nel cuore di cieli vaghi profumato non molto aulisce o io non sento perché in abisso sprofondato.

In abisso sprofondato Antonio Lanza

Quando il vento dà la voce ai rami e alle foglie ne proviene un canto sommesso, intenso e profondo un silenzio rotto da uno squillare di violini, risate roche e amare di una musica che non pretende di essere tale ma solo viva

Il Vento Tra i Pini Alberto La Femina

Steso nel bosco ventoso L’inverno è feroce tra i rami E la falce nella carne aperta Fa male soffrire stanco nel canto Infinito della minaccia Quando a sera siedo con la testa Che guarda e non capisce La direzione del sole.

Aldo Fantacci

«Un popolo di poeti», che ogni sabato esce sulle pagine di Mobydick, è dedicata ai lettori. Chi voglia inviarci versi inediti, troverà accoglienza nella nostra rubrica. L’indirizzo al quale spedirli è: liberal Mobydick, Via della Panetteria 10, 00187 Roma


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mostre

L’immediatezza di Vittoria

on si guardano, non (ap)puntano il loro sguardo nemmeno introspettivamente. Sperdono il loro vedere nebbioso, in una lontananza interiore, che nel caso di lei ci attraversa e pure ci scansa, ci smaterializza. Lui in panni militari. Anno 1916 di guerra. Non sono ancora sposati, ma in fondo lo è la loro pittura, così «distante perché vicina». Giusto accostarli in una mostra, a cura di Pino Mantovani e della fervida Associazione Villa Vallero, secondo pannello (dopo Malvano-Marchesini) di Un incontro di vita e arte. Lei, con queste fattezze pungenti, da sfumata eroina, da pugnace virgo preraffaellita: «Giovanna d’Arco» l’ha definita un intrigato D’Annunzio. Il romano prismatico Ferrazzi la vede addirittura «di severità inaccessibile, quasi scostante»: ma non bisogna dimenticare che la vittoriosa Vittoria Cocito è una piemontese di tempra, ed è anche una fanciulla benestante e di belle speranze. Cui la famiglia concede, eccezionalmente, di dedicarsi all’estro casalingo della pittura, ma non di legarsi a un umile e colto figlio di stipettatio (ne fa fede il diaspro Ritratto del padre, di Buratti, in mostra, che vince premi accademici e attira la critica sofisticata, ma non vince la resistenza della famiglia di lei). Lei che l’ha scelto su tutti, come maestro di parole e di lezioni estetiche-epistolari, che per fortuna possiamo ancora leggere. E che poi coraggiosamente sposerà, nel 1920, dopo i disastri della guerra. Lui è stato al fronte, «operaio della guerra», ha visto negli occhi la cieca violenza del vivere intruppati («Qui la vita è un orribile poesia bella bella!») è stato catturato dopo la disfatta di Caporetto, deportato in Germania, al macello di Duelmen. Ci sono le lettere (per fortuna, ci verrebbe da dire: egoisticamente), lettere quietamente disperate, ma tutto poi va perduto, spazzato via: schizzi, appunti, non però il ricordo del campo. È come se ci fosse abituato: «Il mio destino, fare e perdere. Così tutta la vita!». È assuefatto anche alle sue melanconie, al sempiterno «molle settembre tiepido» della vita: «vanigliato di malinconia, che ricordo ed amo». «In questo periodo, tornai ai miei umori nero-fumo». Che sono gli stessi del colore-ambiente del petroso Ritratto del padre, quasi iperrealistico. «E mi son deliziato a diventar malinconico...». Perché c’è anche il piacere morbido, quasi morboso, del soffrire. In realtà sono vere crisi depressive, allora si chiamavano «esaurimenti». Macigni che immobilizzano la creatività, però screziati d’eccitazioni li-

N

arti

di Marco Vallora

riche e polari, che trapuntano pure queste belle, nobili lettere. Vittoria Cocito è la salvezza, la «sanità», che il «soldataccio giramondo», lettore di Nietzsche (oltre che di Soffici, Wilde, Renato Serra) va a cercare, come Zarathustra, sulle vette. Nella «pulizia» di monti immacolati, di paesaggi che han «la politezza e la chiarezza d’un cielo spazzato, scopato». È lo stesso mondo cataclismatico di Mahler, dell’Alpensinphonie di Strauss: «bellezza primordiale, eroica delle montagne, delle cose, quando l’uomo non era». È la necessità di risalire a galla, dopo la prigionia, dopo la malattia: della guerra e di sé. Perenne «necessità di costruire», in quella divinità terrestre, che è il far arte. «Rimane fermo ancora una volta per tutte, un dovere sacro, il mio ricostruirmi in un’opera». «Il lavoro mi ripiglia, come da ragazzo»: «saldamente costruire in un ritmo che forse intuii: eroico e più che eroico, preumano». Legge Carlyle, lo consiglia a lei, e le impone, lui, il melanconico, di spazzar via le ombre fumose dell’insoddisfazione. «Oh, non ha che a stradare le cose dell’arte, al ritmo della sua bella persona. Via le malinconie! Buon sabato, azzurro e verde, come il mare!». Sono diversi: lei ha un’immediatezza sognante, ossigenata, di cose tiepide di casa: nastri, strumenti musicali, bambole Lenci e figlie come bambole. Sarebbe una sciocchezza definirle «casoratiane», perché le radici sono altrove, in quei meravigliosi, misconosciuti artisti piemontesi, che si chiamano Bosia, Cesare Ferro, Evangelina Alciati. Quell’immediatezza istintiva, «come un mazzo di fiori», che lui non sa trovare, entro le sue fonde e burrascose inquitudini: «Vivere... tutti sanno vivere, anche le bestie. Descrivere no: descrivere è vedere, vederci meglio che si può, lo stesso che criticare. È una pulitura, a fatto compiuto, di sentimenti e di ragioni». Tanto la pittura di lei è diretta e frontale (e certe volte pare quasi più «vittoriosa») tanto la sua è pensata e trasversale, sempre riflessiva e misteriosa, avviata verso rischiosi cammini visionari (tra Bosch ed Egger-Lienz) che respirano sempre al di là dell’«ottusità dell’immediato» (Mantovani). «Pervedere» è il suo verbo: vedere dentro, attraverso. «E con l’immaginazione ci si foggia tutto, anche la felicità. La quale è al di là dei monti o dei mari, di là. L’imprevisto è un “di là”».

Le inquietudini di Domenico

Vittoria Cocito - Domenico Buratti, Rivarolo Canavese (Torino), Villa Vallero, sino al 31 gennaio

autostorie

A lezione di sostenibilità da Honda e Toyota di Paolo Malagodi

Q

uanto è realistica l’aspirazione a un’auto del tutto «verde»? Parimenti, si può oggi affermare che esista il giusto percorso, già intrapreso dai grandi produttori? Sono questi i grandi temi alla base di un libro (L’auto pulita, Francesco Brioschi editore, 208 pagine, 16,00 euro) che «spiega con rara chiarezza da dove viene e dove va l’industria giapponese dell’automobile. Con gli occhi, cioè, del paese che è stato considerato per decenni il nemico cui sbarrare la strada con ogni mezzo, incluso un ferreo protezionismo». Così argomenta Mauro Tedeschini, direttore di Quattroruote, nella prefazione a un lavoro «scritto non per esaltare l’aggressività dell’industria giapponese, ma per raccontare la filosofia e gli uomini che

hanno portato i due marchi più prestigiosi del made in Japan, Toyota e Honda, a dare lezione al mondo in termini di sostenibilità ambientale. In una battaglia per il primato delle motorizzazioni ibride che, oltre a essere una grande sfida tecnologica, si è rivelata un’arma di marketing straordinaria per affermare la credibilità dell’industria di Tokyo soprattutto nel grande mercato americano. E l’autore ha il merito di raccontare questa grande partita cogliendone ogni aspetto: tecnico, economico, politico e umano». Come fa Yozo Hasegawa, giornalista dell’automotive e docente universitario, in una stesura che constata come le case, per ambire a posizioni leader nel XXI secolo, debbano ridurre l’impatto ambientale delle loro auto. Con una trattazione che parte dalle iniziative dei costruttori nipponici, ponendo altresì

in risalto l’impegno profuso dai gruppi automobilistici statunitensi ed europei. Ma con la sottolineatura dei traguardi raggiunti da Toyota e Honda, nella concreta applicazione di tecnologie verdi alla produzione di serie. A partire dalla presentazione, nel 1997, della Toyota Prius come vettura ibrida di grande tiratura e dal prezzo abbastanza competitivo: «spinta dall’abbinamento tra un motore a benzina e uno elettrico, la Prius vantava un rendimento energetico superiore, con emissioni allo scarico nettamente inferiori e si vendeva come il pane». Annota l’autore, in merito a un successo consolidato da altre vetture ibride, compresa la gamma di lusso a marchio Lexus del primo gruppo giapponese. Intanto due anni dopo, nel 1999, Honda dava avvio al modello Insight, «riuscendo così a proporre un sistema ibrido più compatto e per giunta

iniziava a vendere la Insight negli Stati Uniti in anticipo sulla Prius, esportata solo dal 2000». Dopo quei primi lanci, gli ingegneri di Toyota e Honda non hanno mai smesso di migliorare i rendimenti energetici, in associazione a nuove batterie, più compatte e di minor peso. Secondo un cammino che viene descritto da un libro che, dopo aver trattato anche i veicoli elettrici, introduce a quelli mossi «dall’elettricità generata dalla reazione chimica tra l’idrogeno contenuto in un serbatoio e l’ossigeno preso dall’aria. Poiché dal tubo di scappamento esce solo acqua, l’auto fuel-cell è spesso definita come la vera auto verde». Tuttora allo stadio sperimentale e come testimonia la Fcx Concept, presentata da Honda al Salone di Tokyo dell’ottobre 2005, poi prodotta in limitata serie per una piccola flotta circolante negli Stati Uniti.


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architettura

Il j’accuse di Silber contro le archistar

l titolo del piccolo volume - Architetture dell’assurdo - denuncia apertamente la posizione critica di John Silber verso l’architettura contemporanea e soprattutto verso le note archistar. Silber, classe 1926, è un noto professore americano di filosofia e di legge, ex rettore della Boston University, nonché brillante pubblicista per diverse testate giornalistiche quali The New York Times e The Wall Street Journal, solo per citarne alcune. È lo stesso Silber ad ammettere che forse «un professore di filosofia e di legge potrebbe non essere la persona più adatta a scrivere di architettura», ma la stretta collaborazione come disegnatore nello studio del padre

I

moda

di Marzia Marandola architetto e la sua costante attenzione all’architettura lo abilitano a un giudizio consapevole. Nel volume Silber analizza le opere di alcuni guru dell’architettura, evidenziandone gli errori progettuali, che talvolta determinano crolli, infiltrazioni di acqua, problemi gestionali, etc.. Nonostante gli evidenti e riconosciuti sbagli costruttivi, le opere che portano una firma autorevole, sono continuamente ristrutturate e consolidate, perseverando nell’«assurdo». Partendo dalla definizione di assurdo, desunta dall’Oxford English Dictionary, come «disarmonico, di cattivo gusto, ridicolo» SilLa Walt Disney Concert Hall ber riconosce ad a Los Angeles, alcuni architetti di opera di Frank Gehry operare in tale senso e avvalora la sua teoria con esempi specifici. A cominciare dalla discutibile proposta per Algeri, del maestro francosvizzero Le Cobusier (1887-1965), il cui piano del 1930 prevedeva la costruzione di una nuova città strutturata su grandi complessi, cancellando la minuta edilizia e i vicoli della città vecchia.

Gli edifici di Josep Lluís Sert (1902-1983), discepolo di Le Corbusier, realizzati per la Boston University School of Law (1960-65), riconosciuti come capolavori di architettura dalla critica di settore, sono progettati con sistemi di ventilazione adatti al clima mite della nativa Barcellona, ma non ai gelidi inverni di Boston. Infatti, ad esempio, la biblioteca Mugar ha un’entrata non protetta, aperta verso il fiume, dove venti forti spingono neve e acqua, rendendo impossibile l’ingresso, oggi spostato su un altro fronte; altri edifici del complesso hanno invece spaziosi e inutilizzabili cortili interni, che divengono luoghi di accumulo di montagne di neve. La Walt Disney Concert Hall (1989-2003) a Los Angeles di Frank Gehry, non è un progetto assurdo di per sé, ma per il fatto che nella costruzione non si sia tenuto conto che i pannelli in acciaio del rivestimento avrebbero riflesso fortemente la luce, recando danno al vicinato. In seguito alla denuncia di violazione della proprietà privata, mossa dai vicini le cui case sono surriscaldate e abbagliate dai raggi riflessi, i pannelli metallici di rivestimento della Sala da Concerto sono stati levigati con sabbia e in parte ricoperti con teli di metallina, per mitigare il fenomeno di riflessione della luce. Questo intervento ha causato notevoli costi aggiuntivi e un danno rilevante all’estetica del progetto. L’assurdità quindi, secondo Silber, sta nella tendenza contemporanea a considerare l’architetto come un «genio» assoluto, un artista stravagante che il committente non può che lasciar esprimere senza porre limiti di spesa e talvolta anche di pazienza! John Silber, Architetture dell’assurdo. Come il «genio» ha tradito un’arte al servizio della comunità, Lindau, 105 pagine, 18,50 euro

Quegli incerti oggetti del desiderio di Roselina Salemi

a sbornia dei saldi non è ancora finita con l’assalto rituale a stivali e cappotti, che, alla vigilia di Pitti Immagine, edizione numero 77, si ricomincia a parlare di primavera-estate. E, sotto la neve, le più previdenti sfogliano gli speciali sfilate, mentre il nuovo decennio si mette in moto. Potremmo anche condannare questa frivolezza incosciente, questo meditare su stili global chic e metrosexy, ma sbaglieremmo. Come hanno capito, prima di altri, i filosofi francesi, Foucault, Deleuze & Guattari, Baudrillard, Lyotard, il desiderio è la chiave di tutto e questo vale sia per l’individuo, sia per i mercati. Se le donne smettessero di aver voglia di vestiti nuovi, scarpe e borse, sarebbe, letteralmente, la fine di un mondo. Perciò assolviamoci se siamo tentate dai pizzi retro di Dolce&Gabbana, dai bustini di Dior, dai tagli un po’ fetish di Gucci, persino dagli abiti stampati con grandi ragni (so-

L

no di Giles), per uscire davvero dagli schemi. Non siamo vanitose, siamo benefattrici. Piuttosto, bisognerà che ci diamo un’identità. Per il momento la moda è dominata da un bipolarismo che rischia

continuamente di franare, ma tiene. Da un lato il minimalismo elegante: colori chiari, ma tenui, linee fluide, (Chloè, Hermés, Bottega Veneta), inquietudini ecologiche (Stella McCartney), tagli decisi (Jil Sander). Dall’altro il lusso: cristalli e strass (Prada), metri e metri di seta ricamata (Valentino), costumi teatrali (John Galliano) e barocche sovrapposizioni di camicie, gilet, gonnine a pieghe, piume, frange (Louis Vuitton). C’è spazio per tutte, per ogni tipo di desiderio, ed è concesso passare da uno schieramento all’altro (il cambio di look non implica tradimenti e abiure), semmai, il vero problema è quello del revival. Questo futuro sa molto di passato, visto che continuiamo inciampare negli zoccoli anni Settanta e nello stile militare, nei grafismi anni Ottanta che hanno fatto la fortuna di Gianni Versace ( e qualcosa si ritrova nell’ulti-

ma collezione) e nella cowgirl anni Novanta, come se mancasse la decisione di voltare veramente pagina e lasciarsi tutto alle spalle. Non si può, non ancora. Al Pitti, Gentucca Bini presenta un rethinking di abiti già esistenti, rappresentazione geniale (e simbolica) del nostro momento creativo. Le etichette di stile sono sempre più incerte (global chic, new softness, next age traveller, fashion-fusion, ecofriendly) e nel contenitore ci può essere qualsiasi cosa. Le vestali della moda internazionale invocano nomi nuovi, ca-

paci di esprimere the post show-off-era. Che non è solo una questione di orli, ganci e nastri, di colori di tendenza, di borse cult, ma, appunto, di desiderio. Forse per questo, la differenza la faranno le ragazzine che non hanno portato gli zoccoli e le spalline imbottite, quelle che stanno in fila sotto la neve (anche due ore) per entrare da Abercrombie a Milano, quelle che si innamoreranno degli abiti arcobaleno (Blumarine) e dei pantaloni rosa (Tommy Hilfiger), quelle che sognano già una nuova primavera (di moda).


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essere&tempo

ecologia, da asettica disciplina per lo studio dei rapporti tra i vari individui (umani e animali) e il loro ambiente, è diventata negli anni una sorta di religione per la sua difesa. Non a caso. Gli ultimi decenni saranno ricordati, sempre che vi sarà qualcuno a poterlo fare, come i peggiori di tutta l’esistenza dell’uomo sulla terra per il rispetto del pianeta. I suoi aderenti predicano un risparmio di energia (lampadine a basso consumo, no-Suv, risparmio d’acqua, giù le mani dalla foreste, tra i molti altri), un migliore rapporto con gli animali proteggendo il loro habitat e con il cibo (niente ogm o pesticidi e poca carne perché un chilo ne richiede 16 di mangime, con allevatori e coltivatori pochissimo divertiti) e, in testa a tutti, salvaguardia di aria e clima. Rimane il fatto che gli ecologisti sono un po’tristi e catastrofici pur avendo buone ragioni per esserlo. Se non lo fossero pochi darebbero loro retta. Il disastro incombente nonostante tutto tira e se non mandassero questo tipo di messaggio tutto rimarrebbe com’è, con qualche debole speranza nella Provvidenza. Se dicessero: «Vedrai che ce la facciamo», chi ascolta penserebbe: «Visto che se ne preoccupano loro io continuo come prima», oppure «Mi dicono che non c’è acqua ma se apro il rubinetto scorre che è un piacere» (senza andare lontano, in Sicilia non è così semplice; sì va bene, nell’isola l’emergenza non è climatica).

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ai confini della realtà

L’

È che psicologicamente ci colpiscono più le cattive notizie di quelle buone. Ci si appassiona più per un delitto che per un salvataggio. Ma spesso il risultato è che a sentir parlare Al Gore o si ha voglia di suicidarsi oppure, come molti fanno, di divertirsi più che si può, che di doman non c’è certezza aspettando che il mare arrivi fino a Roma. Intanto, i ministri delle Maldive in ottobre, per sollevare il problema, hanno fatto un consiglio dei ministri sott’acqua. Il cambiamento del clima è sotto gli occhi di tutti, un giorno è primavera e il giorno dopo nevica. Non bisogna essere vecchissimi per ricordare che non era così qualche anno fa. Sì, ma gli ottimisti dicono che i cicli di temperatura ci sono sempre stati mentre i climatologi non hanno dubbi sul riscaldamento per intervento umano. A Copenhagen pare che ogni paese abbia pensato che fosse il caso di fare qualcosa urgentemente. Certamente, ma non a casa loro. Per dire, le pale eoliche sono utilissime ma mica le voglio vedere dalla finestra del tinello. A proposito, il grande scandalo «Via con Vento» che ha coinvolto molti amministratori locali del sud Italia che lucravano sui fondi per le energie alternative è stato praticamente assente sulla stampa italiana, vai a sapere perché. Gli americani (in compagnia di Cina e India) che emettono più gas serra di tutti sono allergici a drastiche politiche di diminuzione del consumo di energia, anche perché il presidente non ha voglia di manifestazioni in cui è rappresentato come un pericoloso comunista, essendo già impicciato in varie grane. E i meno fortunati rispondono: «E bravi, dopo che avete usato carbone per secoli e vi siete costruiti la vostra sicurezza, adesso chiedete a noi di non farlo». Specie, pensando a India e Cina dove più di un miliardo di persone sono senza energia elettrica (dico, lampadine e

La politica verde dei piccoli passi di Leonardo Tondo

Gli ecologisti sono per natura catastrofici, ma non c’è da rallegrarsi per il meeting di Copenhagen lastricato di buone intenzioni. Intanto i “talebani” di Greenpeace qualche risultato l’hanno ottenuto: in concreto. Ferrero, McDonald’s, Kleenex, Apple hanno cominciato ad ascoltarli... frigoriferi). Anche le straricche ma fragili nazioni dell’Opec stanno con le orecchie dritte e chiedono compensazioni se per caso si proponesse una riduzione di consumo di petrolio. Saprebbero come farsi sentire e a loro i mezzi non mancano (chi c’era ricorda la crisi energetica degli anni Settanta con inflazione italiana a due cifre). La lotta ci sarà anche tra le industrie di energie alternative, i cui lobbisti sono sciamati a Copenhagen promettendo vari favori a

chi si metteva dalla loro parte. In questo panorama globalmente deludente dove i grandi della terra un accordo non lo troveranno fino a quando Manhattan o Shangai non saranno inondate, ci pensano le piccole (si fa per dire) organizzazioni. Greenpeace, per fare un esempio. C’è chi vede i suoi attivisti come talebani che vogliono farci tornare indietro di secoli mentre invece hanno il merito di aver rischiato anche grosso nell’interesse di tutti. Alcuni fat-

ti. La Ferrero ha deciso una moratoria nella distruzione delle foreste indonesiane, sostituite con palme da olio, quello necessario per produrre la nutella (bimbi meno ciccioni e consolazioni post-amorose da reinventare). McDonald’s ha sottoscritto un accordo per nutrire polli (e trasformarli poi in companatico) con alimenti alternativi alla soia proveniente da deforestazione amazzonica. Un po’ fissati con il tema, hanno raccolto un milione e mezzo di firme per la prima legge di protezione della foresta argentina dove vivono i pochi indigeni rimasti.

Le foreste boreali nordamericane hanno ricevuto protezione dalla minaccia di essere eliminate per la fabbricazione di Kleenex (la campagna è stata chiamata Kleercut, non male). La Kimberly-Clark d’ora in poi utilizzerà materiale riciclabile o cellulosa proveniente da materiale certificato dall’Ente Foreste locale. Su altri versanti, sempre questi terroristi fissati con l’ambiente hanno spinto affinché il governo tedesco mettesse al bando la coltivazione del granturco geneticamente modificato tanto sostenuto dalla multinazionale Monsanto (da ricordare che spesso i chicchi sono sterili e ogni volta devono essere ricomprati). E ancora, sono riusciti a bloccare le costruzione di una centrale a carbone in Inghilterra; i responsabili sono stati arrestati ma successivamente assolti da un giudice in favore della loro azione che ha fermato un più grande danno al cambiamento climatico. E poi sono riusciti a convincere Apple a togliere componenti elettroniche pericolose dai loro prodotti. Insomma, piccole azioni locali che hanno un effetto immediato più evidente dei grandi accordi internazionali, dove predominano posizioni talvolta legittime, spesso miopi e francamente egoistiche.


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