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INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

TAMARA

UTTI PAZZI PER di Anselma Dell’Olio

amara Drewe di Stephen Frears è un simpatico e benaugurante film per buto culturale alla nazione: le sue ironiche strisce e graphic novel che s’ispirano l’inizio del nuovo anno. Esce in contemporanea con il tiepido pasai classici (oltre a Tamara il novel Gemma Bovery). Tamara è apparsa a satempo pseudo-metafisico Hereafter di Clint Eastwood, starpuntate sul quotidiano britannico The Guardian prima di essere pubDiverte e illumina ring Matt Damon. È distribuito in un tale numero di copie blicato come libro. Simmonds si è ispirata in modo non pedisseche sarà difficile evitarlo, mentre il nostro beniamino della quo al romanzo Via dalla pazza folla, anch’esso a suo tempo il nuovo film di Stephen settimana esce solo in sale di qualità. L’inglese Frears e pubblicato a puntate su un giornale, e che ha reso famoFrears, tratto dal graphic novel so lo scrittore e poeta inglese Thomas Hardy (Jude l’americano Eastwood hanno in comune l’essere registi prolifici e premiati di lungo corso, mel’oscuro, Tess dei D’Urbervilles). La rivisitadi Posy Simmonds, tratto, a sua volta, stieranti duttili che cambiano genere con dizione del romanzo nel graphic novel è meno da un romanzo di Thomas Hardy. sinvoltura, e di essere molto amati dagli sceneggiapessimistica della storia dark dell’originale, e nel Dialoghi spiritosi e colte, tori per la tendenza a valorizzare la storia senza rimetfilm la brava sceneggiatrice Monica Buffini, pur restantere mano al copione, cosa rarissima. (L’impulso a esercitare do realista e sanguigna in tono con Hardy, vira ancora più di ma non pretenziose, la proprio creatività senza rischi sul lavoro altrui è una tentazione Simmonds verso la commedia di costume, senza mai cadere nei citazioni cinefile cliché della rom-com. L’eponima protagonista è il personaggio centraquasi irresistibile). Tamara Drewe è una commedia tratta dall’omonile, e anche il MacGuffin o marchingegno attorno al quale si avvitano le molmo, delizioso romanzo a fumetti di Posy Simmonds, riverita cartoonist, inteplici fila della trama, perché il film è corale. signita dalla regina Elisabetta con l’Ordine dell’Impero Britannico per il contri-

T

Parola chiave Consumo di Sergio Valzania Betty Vittori, la nostra “voice” di Stefano Bianchi

NELLA PAGINA DI POESIA

D'Annunzio, le schiume del poeta-vate di Filippo La Porta

Le arance di Solzhenitzyn di Gabriella Mecucci Superare Pasolini con un gesto d'amore di Maurizio Ciampa

L’ineffabile Melotti di Marco Vallora


Tamara

tutti pazzi per

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per l’arrivo in paese di un’ennesima amante di Nicholas. Un’ospite, udendo la sfuriata, dice ai commensali: «Non sapevo che fornissero anche materiale d’ispirazione!». Il fedifrago seriale Nicholas avrà la sua giusta ricompensa in un finale tragico ed esilarante, perché la scrittura della Buffini ha la tonificante fragranza di esperienze femminili ben metabolizzate. Durante una conversazione con Glen, lo studioso che non riesce a finire l’analisi critica dell’opera di Hardy,Tamara gli confida di voler scrivere un romanzo di successo chicklit, tipo Diario di Bridget Jones. L’americano invidioso ironizza sull’inevitabilità di una folgorante carriera facile e superficiale per una strafica ambiziosa come lei. La navigata e consapevole ragazza replica: «Prima della scorciatina al naso non avevo alcun problema a essere presa seriamente come scrittrice; mi avessero tirato fuori il cervello insieme con quel pezzetto di cartilagine, che ne dici?». A proposito della tendenza maschile dimmidammi-fammi: Andy entra nella cucina di Tamara e butta lì: «Che cosa si deve fare da queste parti per avere una tazza di tè?». Lei ribatte secca: «Farlo» e indicando i pensili: «Tè, tazza, zucchero. Io vado a lavorare». Durante un incontro pubblico a un festival di letteratura, la ultra cornificata Beth smutanda Nicholas dalla platea: «Perché tradisci con persistenza tua moglie?». «Perché lei me lo permette», ribatte il marito. L’ultima scena, da non svelare, è d’un cinismo tonificante. Altro che prevedibili e sentimentali commedie romantiche. Lo spirito di Hardy aleggia leggero su questo film, che diverte e illumina senza pesantezze letterarie e con insolita franchezza: non si vedono spesso commedie romantiche con eroine che si portano a letto tre maschi diversi, di cui uno sposato. Non c’è alcun bisogno di conoscere l’opera di Hardy per godersi il racconto, ma come riflette il critico Roger Ebert, «quanto è divertente sapere cose superflue!». L’adattamento del graphic novel della Simmonds è estroso e stravagante, e ci sono solo piccole differenze tra il fumetto e il film. Se poi il film invoglia a leggere o a rileggere il romanzo del 1874, o magari a cercare il dvd del notevole film di John Schlesinger del 1967, con Julie Christie luminosa incarnazione di Betsabea d’Everdene (l’originale di Tamara Drewe), non è certo una disgrazia.

La conturbante Tamara (Gemma Arterton, sfiziosa e brava, con cosce da femmina, non da emaciata supermodella) torna nel paesino provinciale di Ewedon dov’era cresciuta, per restaurare e vendere la splendida casa di famiglia che ha ereditato dopo la morte della madre. Partita brutto anatroccolo goffo con un nasone che la rendeva oggetto di scherno, ritorna in trionfo con un lavoro da giornalista in ascesa, un nasino nuovo delizioso e un corpo tornito in short-shorts di jeans che fa sognare l’intera popolazione maschile della sonnolenta comunità rurale. La proprietà adiacente alla sua si chiama Stonefield, bucolica colonia per scrittori, gestita da Beth e Nicholas Hardiment; lei (Tamsin Grieg) è una bravissima moglie, massaia, agricoltrice e cuoca.Tollera con sofferenza le continue scappatelle del marito mandrillo, cinquantenne giallista d’enorme successo commerciale (Roger Allam). Nicholas si diverte a sfottere il colto scrittore e studioso di Hardy in residenza a Stonefield, Glen McGreavy (Bill Camp), afflitto dal blocco dello scrittore (e segretamente cotto di Beth) mentre l’altro si vanta di non riuscire a scrivere meno di «dieci pagine al giorno, o piove o tira vento». Finge modestia dichiarando la sua smisurata e redditizia produzione «thriller da aeroporto», mentre butta lì con malizia che i suoi libracci sono tradotti in 35 lingue straniere, tra cui «lo swahili e l’islandese». Andy Cobb (Luke Evans) è l’ex proprietario della casa di Tamara, la cui famiglia aveva perso tutto, costringendo l’agricoltore molto appealing a riciclarsi come giardiniere-tuttofare. Aiuta Beth a mandare avanti la fattoria e l’accogliente residenza a pensione completa, che offre un ritiro campestre e dolci fatti in casa a scrittori meno fortunati di Nicholas.

La figura di Tamara è fedele alle eroine di Hardy, autonome,volitive e indipendenti, incuranti della morale imperante che vorrebbe le femmine morigerate e sottomesse come Beth. Adora titillare i maschi che un tempo l’avevano respinta, e uno per volta li seduce. Chiede ad Andy, che un tempo aveva fatto un giro di valzer con lei, di dirigere i lavori di ristrutturazione in vista della vendita. La stangona intervista e s’incapriccia di Ben Sergeant (Dominic Cooper), batterista e rockstar col broncio d’ordinanza, occhi contornati di kajal, reduce da una delusione amorosa. Andy, cotto di Tamara, è costretto a ripiegare sulla gentile e comprensiva ostessa della locanda di paese. Chiudono la compagnia due annoiate teenager, le manipolatrici Jody (Jessica Barden) e Casey (Charlotte Christie), bramose di emozioni più travolgenti di quelle offerte da Ewedon. Jody è un’aspirante Lolita che sogna di fare la groupie di Ben e trama per sovvertire il suo rapporto con Tamara. Le ragazzine, come fatine ignoranti, combinano ogni sorta di malizia, sfruttando il cane indisciplinato di Ben e il computer diTamara quando lei è a Londra. La Buffini è una commediografa che intreccia con mestiere le varie avventure. Uno degli autentici piaceri del film sono i dialoghi spiritosi e impertinenti, con piccolissime e mai pretenziose citazioni cinefile, come l’esclamazione di Tamara quando scende dal taxi che l’ha riportata al paesino fuori mano: «Che posto di merda!» (What a dump!), frase scandita con le inconfondibili cadenze aristocratiche e sdegnose della diva per eccellenza Bette Davis). Parole celebri, tratte dal classico film noir super-camp Peccato (Beyond the Forest, 1949) di KingVidor, sfruttate da generazioni d’imitatori della Davis, che indossa i panni di una moglie di provincia annoiata che sogna la grande città. Sono molte le battute godibili buttate via con la disinvoltura inglese detta understatement: con gli scrittori borsisti intorno al tavolo all’ora di pranzo, in cucina volano parole grosse tra la coppia Hardiment anno IV - numero 1 - pagina II

TAMARA DREWE

- TRADIMENTI ALL'INGLESE GENERE COMMEDIA DURATA 111 MINUTI PRODUZIONE GRAN BRETAGNA 2010 DISTRIBUZIONE BIM DISTRIBUZIONE

REGIA STEPHEN FREARS INTERPRETI GEMMA ARTERTON, ROGER ALLAM, BILL CAMP, DOMINIC COOPER, LUKE EVANS

Frears ha una filmografia anche più invidiabile di quella di Eastwood: My Beautiful Launderette, dal romanzo di Hanif Kureishi, storia d’amore tra un pachistano inglese che ha investito in una piccola lavanderia e un punk proletario, ruolo che ha lanciato la carriera di Daniel Day Lewis; Le relazioni pericolose, con Glenn Close e John Malkovich, adattamento del romanzo di Choderlos de Laclos che ha surclassato Valmont di Milos Forman, uscito nella medesima stagione e tratto dallo stesso libro; Rischiose abitudini (The Grifters), dal bellissimo romanzo pulp di Jim Thompson (L’assassino che è in me), che ha rigenerato le carriere di Annette Bening e Angelica Huston, e per il quale Frears ha avuto la candidatura all’Oscar come miglior regista; The Snapper, deliziosa commedia su una ragazza-madre irlandese che non vuole svelare il nome del padre; Piccoli affari sporchi (Dirty Pretty Things) in cui un medico nigeriano scopre il lato oscuro dell’immigrazione clandestina a Londra; Lady Henderson presenta, commovente commedia su una signora della buona società (Judi Dench) che finanzia un teatro con spettacoli osé; The Queen con Helen Mirren nel ruolo della suocera di Diana, tragica principessa di Galles; Cheri dal romanzo di Colette con una ritrovata Michelle Pfeiffer in gran forma. Sei delle sue protagoniste sono state nominate all’Oscar: Close, Pfeiffer, Bening, Huston, Dench e Mirren, che ha vinto per The Queen. Pollice alto pure per Tamara Drewe. Da vedere.


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parola chiave

8 gennaio 2011 • pagina 13

CONSUMO onsumare appare come un’attività di natura magica. In barba alla terza legge della termodinamica e al principio entropico dell’universo, è attraverso il consumo che si creano la ricchezza, il benessere, la massa degli oggetti del consumo stesso, in una circolarità che stordisce. Si tratta di una delle evidenze del mondo contemporaneo. Il carattere delle società sviluppate consiste nella capacità di produrre molto e di consumarlo tutto, e se possibile di più, in una rincorsa continua e non ci sono dubbi che una qualche verità si annidi in questo apparente paradosso in base al quale è il consumare e non il creare a farci ricchi. Imboccando con decisione, anche se in modo inconsapevole, la strada della produzione, e quindi dei consumi, di massa, una parte sempre più estesa dell’umanità si è liberata dalla fame e dalla povertà endemiche, ha allungato a dismisura la propria speranza di vita, ha conquistato persino una dignità individuale che prima le veniva negata dalla diffusa indigenza. Né vale sostenere che in pochi hanno consumato quello che apparteneva a molti, che alcuni uomini si sono impadroniti anche delle ricchezze che appartenevano alla massa dei deboli. Non solo l’area dello sviluppo si estende sempre di più, anche l’aumento della produzione mondiale, globale e pro capite, pur nelle mille storture con le quali si presenta, è un’evidenza innegabile. La questione sta semmai nel fatto che il consumo sembra aver concesso, almeno alle regioni più economicamente progredite del mondo, tutto quello che era in suo potere. La legge del valore marginale dei beni ci dice che il primo bicchier d’acqua disponibile sul mercato ha un prezzo elevatissimo, ma che il milionesimo ne ha uno molto inferiore, nessuno lo vuole e non vale nulla. Lo stesso capita all’intensità delle soddisfazioni che il consumo di qualunque genere di bene è in grado di offrire. Esso non può che decrescere con l’insistenza nel consumo stesso. Il terzo gelato al pistacchio non ha il sapore del primo.

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La critica al consumo non condanna lo spreco, in modo moralistico. Sostiene semplicemente che arrivati a un certo punto consumare non serve più, anche se si è in grado di moltiplicare i beni in maniera esponenziale non se ne ricava piacere. Al contrario si rischia di entrare in una spirale negativa, si ha tutto quello che si desidera senza che il desiderio si spenga. Cresce l’attesa e non arriva mai la soddisfazione. Ci rendiamo conto che la felicità che può derivare dal benessere

È una delle evidenze della contemporaneità, che rischia di imprigionarci nella sua implacabile circolarità: acquisizione di un bene, soddisfazione inferiore alle attese, dediderio di un bene ulteriore...

La ricerca della felicità di Sergio Valzania

L’esperienza suggerisce che le vere gioie provengono dal conseguimento di obbiettivi strutturati e complessi. Ma l’inquietudine che serpeggia nelle aree opulente della nostra società, in particolare in quella europea, testimonia la difficoltà a individuarli, ad avanzare proposte in modo convincente non aumenta all’infinito, anzi. Forse smette addirittura di aumentare con la maggior disponibilità di beni: l’abitudine al consumo arriva a produrre assuefazione, insieme ad altri sottoprodotti dalla natura inquietante. Almeno per quello che riguarda le facoltà alte dell’uomo, spiritualità e capacità di ragionamento, rispetto alle quali si manifestano evidenti fenomeni di ottundimento se non proprio di inibizione della funzione. Il circolo vizioso dei consumi genera insoddisfazione quando si innesta la sequenza: acquisizione di un bene, suo godimento, delusione per una soddisfazione inferiore a quella attesa, desiderio di un bene ulterio-

re e così via, con la frustrazione che cresce e il piacere che tende a scomparire. La componente fisica di quest’ultimo ha una variabilità molto contenuta, bevuto il primo bicchier d’acqua non ho più sete e non provo interesse per il secondo, ma la capacità di desiderare oggetti, di moda, di lusso, di prestigio, quasi non ha limiti. Essi si pongono sull’altro versante del processo, su quello relativo al piacere che si può trarre dalla disponibilità di un oggetto, bello o importante che sia. Di più immediata soddisfazione è un desiderio maggiore, è la probabilità che essa risulti incompleta, vuota, ovvero che dimostri l’inconsistenza del

desiderio stesso. L’esperienza suggerisce che le vere gioie provengono dal conseguimento di obbiettivi strutturati e complessi. All’interno dei quali si pongono ad esempio quelli alimentari, che però hanno insito il loro limite: una volta mangiato non ho più appetito. La via che porta alla felicità inizia con la capacità di selezionare e organizzare i desideri indirizzandoli verso obbiettivi che meritano la fatica di impegnarsi nel perseguirli. Raramente si tratta di obbiettivi di consumo.

In un contesto di sofisticazione del desiderio l’abbondanza di beni materiali è in grado di offrire come privilegio reale solo la libertà dai bisogni primari, ossia la possibilità di indirizzare i propri sforzi verso la conquista di beni ulteriori, superando l’iterazione di quelli basilari. Non è questione di materiale o immateriale, dato che la nostra natura, fondata sul mistero dell’incarnazione, ci regala la possibilità di cogliere soddisfazioni realizzate sui due piani, interconnessi, del corpo e dell’anima, o della mente se si preferisce. Così che siamo in grado di apprezzare un tramonto, un oggetto d’arte, un sorriso o un bicchiere di vino incontrandoli con modalità articolate. L’inquietudine che serpeggia nelle aree opulente della nostra società, in particolare in quella europea, più antica e matura nella riflessione, credo abbia anche il carattere che le deriva dall’incertezza degli strumenti da usare nella ricerca della felicità. In questo contesto il consumo di beni sembra aver esaurito quasi del tutto le proprie possibilità di appagamento, ma non è facile individuare gli attrezzi ulteriori per individuare desideri più maturi e per soddisfarli. Qualcuno ripete che lo studio, la meditazione, il lavoro, la preghiera aprono la strada a felicità più intense, complete e complesse di quelle del consumo, ma non riesce ad avanzare la propria proposta in maniera convincente. Forse perché si tratta di pratiche riservate a pochi, almeno nella loro dimensione di occasioni formative, e per di più vissute in forme elitarie, sembra quindi difficile che entro breve si rivelino concorrenziali rispetto all’evidenza materiale degli oggetti, con la loro annessa capacità di essere consumati. Il problema però esiste e forse è persino in via di parziale soluzione. Mi piace pensare che i pellegrini che incontro affaticati ma sorridenti quando cammino verso Santiago o percorro la via Francigena siano una sorta di avanguardia posta davanti a una moltitudine, capace di apprezzare piaceri ulteriori rispetto a quelli che offre il consumo.


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Pop

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di Stefano Bianchi entornata voce. Senza lifting, come quelle d’una volta. Pastosa e fiammeggiante, è la voce di Betty Vittori che in Border Life si fa accarezzare/pizzicare dai Secret Flame: contrabbasso di Giulio Corini, chitarre di Vladimiro Leoni e Simone Boffa. Per noi che avevamo vent’anni negli Ottanta, Betty Vittori è un mito: l’anima di quei Volpini Volanti/Flying Foxes che Carlo Massarini battezza in tv a Mister Fantasy. Se i due ellepì Volpini Volanti (’84) e Flying Foxes (’85) scandiscono una musica succosa cucita addosso alla prodigiosa voce di Betty, pezzi come London Town, So Close e Together la mettono sulle tracce di un agile funky e di un sapido technopop. Lei, di nota in nota, si muove con nonchalance mettendo a frutto l’esperienza jazz acquisita nell’ensemble della Targata Brescia e facendo tesoro dell’intuizione di Alberto Fortis che l’aveva voluta come corista negli album La grande grotta (’81) e Fragole infinite (’82), con tanto di registrazioni agli Abbey Road Studios di Londra, memori dei Beatles. E siccome Vittori vuol dire fiducia, viene contattata a destra e a manca: incide di nuovo per Fortis (El niño) e va con Zucchero (Zucchero & The Randy Jackson Band), affianca Red Canzian in vacanza dai Pooh (Io e Red) e l’amica corista Rossana Casale (La via dei misteri), si concentra sul rock della Premiata Forneria Marconi (Miss Baker) e sul repertorio intimista di Mimmo Locasciulli (Clandestina), passa da Giorgio Gaber a Gino Paoli, da Ornella Vanoni a Enrico Ruggeri. Studi d’incisione e concerti: una miriade, sui palchi d’Italia e d’Europa. Ritmi e tempi scanditi da un’artista vera. E

B

Betty Vittori

The Voice made in Italy

Jazz

musica

adesso, dopo un’assenza che pareva eterna, ecco Border Life: parole e musica scritte da lei, arrangiamenti dei Secret Flame e special guests come il sassofonista Amedeo Bianchi (compagno d’avventura nei Flying Foxes), i percussionisti Riccardo Biancoli e Cesare Valbusa, il trombettista Fulvio Sigurtà e Rossana Casale, corista impeccabile in The Taylor At The 5th Floor. Comincia suonando il pianoforte, Betty, e il suo canto sul filo del jazz incornicia il fascino di The Core Of The Earth. Poi si abbandona al ritmo della bossanova, con Border Life, assecondando il pizzicato della chitarra. Dentro The Hairdresser e fra le pieghe di The Lovers’ Book, invece, la sua voce coglie l’essenza della melodia e del jazz sottopelle, mentre The Meaning è una ballad al colmo della dolcezza che pare uscita dal canzoniere di Burt Bacharach. Sublime, poi, la metamorfosi di The Taylor At The 5th Floor: da composizione classicheggiante, ad accelerazione funky. E infine, ecco i virtuosismi armonici e vocali di Daniel B. con le toccate e fughe del sax soprano di Amedeo Bianchi, che preannunciano il blues jazzato di Do You Feel My Love?, maliardo e tentatore. Scrive Carlo Massarini nel libretto del cd: «La voce di Betty è come i suoi capelli: colorata, scivola giù e si arrampica sulle note con naturalezza evidente, con accento e accenti impeccabili. Si vede che le canzoni sono modellate sulla sua voce, e se ne vanno a braccetto come se non esistesse l’una senza l’altra». Gli fa eco Alberto Fortis: «Ci siamo riuniti sul palco pochi giorni fa e nello “spazio di un gesto” abbiamo riacceso anni di lavoro insieme. E so che quella fiamma era ed è esattamente la stessa con amori, percorsi e capitoli della vita che ci trasportano come l’acqua del fiume nei nostri personali oceani». Bentornata, Betty Vittori. Betty Vittori & The Secret Flame, Border Life, Self, 10,90 euro

zapping

LE BALENE di Charles Mingus di Bruno Giurato

ominciare l’anno con un pazzo. Ci sarà bisogno di creatività e inventiva pazzesche per sfangarla anche in questo 2011, e vuoi o non vuoi siamo assicurati dal cadere a nostra volta nella pazzia dall’uso di psicofarmaci: Benzodiazepine per dormire e stare calmi, ipnotici come il Trittico, antistaminici (con pesanti effetti collaterali di sonnolenza) come il Farganesse. Come antidepressivi ci sarebbero il Cipralex e l’Entact e l’Efexor, per non dimenticare il vecchio, caro, Zoloft. Siamo quasi come il Cristo di Damien Hirst, con le pillole incastonate nella Croce. L’aggancio al nostro mondo non è più la sofferenza, ma l’insofferenza: la medicina del cervello. Le cadute nella follia sono scongiurate. Possiamo permetterci il contatto con l’insania, e appunto cominciare serenamente l’anno con un pazzo. Charles Mingus fa al caso nostro. Il contrabbassista, compositore geniale e pazzo netto (1922-1979). Nero e ossessionato dal razzismo, decise di primeggiare. Dopo gli studi di musica classica diventò il miglior contrabbassista del mondo. Quando scoprì che un collega aveva vinto il referendum di Down Beat al suo posto, negli anni Sessanta, lo minacciò di prenderlo a pugni. Dal 25 gennaio troveremo in negozio un cd, Original album Classics, Charles Mingus. Sono classici del jazz e della pazzia a cura di Mingus. E qui vogliamo segnalare anche un altro disco in serena attesa del 25 gennaio: Mingus plays piano. Difficilotto da trovare, si scarica agevolmente. Lì Mingus suona da solo uno strumento non suo come il pianoforte. Tra qualche andamento bizzarro (ricorda un po’ Monk), infinita dolcezza e cattiveria atroce, anche in questo disco c’è l’essenza mingusiana. Il giorno della morte di Mingus (5 gennaio 1979, morbo di Lou Gehrig) sulla spiaggia di Acapulco si arenarono 56 balene. Contagio di pazzia cosmica? Tanto, noialtri, siamo al sicuro.

C

Francesco Cafisio, un altro talento messo in fuga rancesco Cafiso (Vittoria, Ragusa, 24 maggio 1989) è stato considerato uno dei talenti più precoci del jazz e non solo italiano. Oggi, prossimo a festeggiare i ventidue anni, il sassofonista siciliano non è più una promessa come venne considerato al suo debutto ufficiale nel corso del festival di Pescara del luglio 2002, quando all’età di tredici anni fu notato da Wynton Marsalis che lo volle con sé per il tour europeo dell’anno successivo. Da quel momento quel ragazzo siciliano che si era innamorato del jazz sei anni prima, quando ascoltò alla radio una incisione di Phil Woods, è passato da un successo all’altro, da un festival all’altro, New Orleans, Montreal, Melbourne,Tokio, Londra, Ouro Preto in Brasile,Tallinn,Vienna, North Sea in Olanda, Vienne e Marciac in Francia oltre a quelli italiani, fra cui Umbria Jazz, mentre dal 2008 dirige, con grande successo, il «Vit-

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di Adriano Mazzoletti toria Jazz Festival», che si svolge nel mese di giugno nella sua città natale. Ma sono le sue ultime due esibizioni ad averlo reso celebre anche fuori dal mondo del jazz. Il 19 gennaio 2009, su segnalazione di Wynton Marsalis, ha suonato a Washington durante i festeggiamenti in onore del presidente Barack Obama e del Martin Luther King Junior day. Nel 2010 infine si è esibito in Cina durante il festival «The Best of Italian Jazz» in occasione dell’Expò 2010 a Shanghai. Ma non solo, lo scorso anno si è esibito a Torino, presso l’Auditorium Arturo Toscanini, accompagnato dall’Orchestra Sinfonica della Rai e ha conseguito con lode e menzione speciale, la laurea specialistica di II livello in jazz presso il Conservatorio Corelli di Messina. Moltissimi musicisti americani, oltre Wynton Marsalis, lo han-

no voluto al loro fianco. Uno per tutti, Dave Brubeck che ha trovato nel giovane sassofonista italiano un degno sostituto di Paul Desmond. I suoi dischi, quattordici in tutto, fra cui gli ultimi due, gli splendidi Travel Dialogues (Jazzy Records) e 4Out (Abeat Records), dimostrano le indubbie qualità di un solista, forse tra i migliori che oggi possa vantare il jazz. La rivista francese Jazz Magazine nel 2005 lo ha incluso tra i 125 talents pour demain et aujourd’hui, che comprende i più significativi jazzisti del mondo «under 40». Nello stesso anno la rivista americana Down

Beat ha inserito il concerto eseguito al Pescara Jazz Festival nel luglio 2002, in duo con il pianista Franco D’Andrea, tra i 25 più importanti eventi della storia del jazz. Lo stesso non succede in Italia. In una recente intervista Cafiso ha dichiarato «che purtroppo in Italia non c’è la stessa cultura per la musica e il jazz che c’è in Francia. Roma e Parigi non sono paragonabili a livello di club, scuole, produzione di concerti. La Francia è purtroppo molto più avanti dell’Italia per tantissime cose, tant’è vero che molti musicisti fuggono dall’Italia, quelli che restano fanno fatica ad emergere».


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arti

Mostre L’ineffabile Melotti

arola di Melotti. «La visita al castello, depositati in guardaroba ombrello e macchina fotografica, viene guidata dal custode-cicerone. Ma è stanco. Dice:“Vada pure da solo. Percorra i saloni le gallerie i cortili. Se le avvengono incomprensioni sulle pitture sugli ambienti, incertezze, non le butti, le conservi. Il mistero aiuta il ricordo. E il ricordo è tutto”». Come non essere d’accordo? Qui dentro c’è l’ironia tragica di Kafka, il pensiero bergsoniano di Proust, un po’ delle Botteghe color cannella di Schultz e magari anche qualcosa della Classe morta di Kantor. Certo, il ricordo è tutto. Ma che fare della nebbia dell’oblio che sale, salutare? È sempre Melotti che parla, in quella piccola, sarcastica Bibbiolina meravigliosa che è Linee, consegnato a fatica e pudori all’editore Adelphi. «La verità è che io non ricordo niente», scriveva. Un consiglio quasi, una ricetta morale, da parte dell’indomito ottuagenario (così scrivevo tempo fa... lo so che non si deve, ma mi torna comodo citarmi e spiegherò perché), un vademecumino portatile, per aiutarci a penetrare meglio in questi suoi lunari giardini, appesi al cielo dell’immaginario, a questi suoi interrotti pensierini crudeli, di gesso e immaterialità. Il gesso

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8 gennaio 2011 • pagina 15

Moda

di Marco Vallora

che cancella, rimanendo polvere di se stesso. Mi cito, perché son tornato a rileggere quello che avevo scritto anni fa, anzi, quello che avevo fatto dire a lui, cucendo con euforia alcune delle sue formidabili citazioni, ebbene, avevo resettato via quasi tutto, tabula rasa, ma via via che ora rileggo, mi torna al witz del cervello la gioia, l’emozione di quella sua sottile, effervescente, decapitante ironia. Però che vale, se tutto si cancella? «La verità è che io non ricordo niente»: quasi un augurio, però, di obliante dormire. Anche se non è vero, nel fondo. Perché poi, si sa, si ricorda anche senza ricordare. E lo ammette lui stesso, dopo pochi aforismi: la sua solitudine di Minotauro triste, «è sempre inquinata dalle memorie». Anzi vive, si nutre, parassitariamente, degli scarti, degli esiti, delle esitazioni categoriali, che i manuali dell’arte han lasciato dietro di sé, comete moleste, vergognati escrementi di giumente accademiche. La cacca degli ismi. Perché sempre «le licenze poetiche vivono con un complesso di colpa». Una sorta di strascico-coda, vergognata. Sì, anch’io in parte mi tingo di paonazzo interiore, perché mi è già successo troppe

volte di uscire dalle mostre di Melotti come felice ed esilarato, ma poi è come se non avessi memorizzato nulla, come se avessi vissuto un sogno beato. Tutto si dissolve e imborotalca nella felicità dell’«io non ricordo più niente».Vaghe memorie, sì, di dischi oro-volanti, frenati in gabbie provvisorie e macilente; vacillanti stabbi per stinti aquiloni, strappati e laceri, come dopo una battaglia in camere di collegio, alla JeanVigo. Animalucci quasi-Lenci (l’amicizia con Giò Ponti torna a galla) anemici e biancastri, entro presepi senza più gesubambini, frammenti glassati di ceramiche tra Fontana e Leoncillo, con teatrini ridotti al silenzio e imbiancati da storie dimenticate, gessi decolorati e graffiati di noia, che non curano nessun osso fratturato. Amnesie che si fanno falsi monumenti al nulla di passaggio, turismo morigerato, ma come mi piace la libertà del divagare e dell’andar padroni di nulla, per il mondo. Così anche, adesso, di fronte alla sapientissima mostra, quasi museale che ha appena chiuso i battenti e che affettuosamente la famiglia Repetto gli ha dedicato, nelle magnifiche stanze ariose della galleria di Acqui Terme, ebbene, quasi mi fossi immerso

in un bagno termale arcaico, etrusco, è come se quelle meravigliose ombre-orme di materia, sculture senza corpo, monumenti al filo che si sfila, fiati d’immaginario, sfilati dalla sua beethoveniana cornetta di sordo, e svolazzanti verso cieli intonacati di color angelicato e paradisiaco, nulla, non s’attaccano alla memoria, non prendono terra: svirgolano, svicolano, salgono verso il nulla celeste, come astronauti senza ruolino di marcia, come acrobati senza più gravità, e men che meno gravitas, nel senso latino e pomposo del termine. Stiribaccole e falbalas, di tolla. Ferrei scudi di don chisciotti, che han la faccia tonta e bucata della luna, stufa di fare la leopardiana. «E che volete che faccia la luna? Guarda». Ho divagato, ma almeno ho evitato di rischiare quella «retorica dell’entusiasmo» che lui detestava: di fargli dire assolutamente qualcosa, magari di «messaggistico», di chiuderlo in un significato, di leggerlo «criticamente», afferrandolo per il rotto del garretto, che sfugge, viscido, su per quelle scale sbilenche, che lo portano verso la salvezza redentrice dell’aria. O sono le scale salvifiche del sogno di Giacobbe? Leggo altri splendidi aforismi scelti in catalogo, ascolto la parola di Enzo Bianchi, la voce di Cacciari e della kenosis. Un Melotti «escatologico». Per me rimane quello dello sberleffo. «Per starsene con gli angeli, bisogna prendere a calci i diavoli. E credere a queste cose incredibili».

Il fascino discreto (e pratico) degli anni Cinquanta di Roselina Salemi a macchina del tempo è partita e chi la ferma più? Sono tornate le ghette, impermeabili, di Karl Lagerfeld, firmate Chanel, sulle décolleté di plexy (per lei) e in montone (per lui) di Giorgio Armani. Sono tornate le forme rotonde, da pin up, le scarpe a punta, il trucco fatale, è tornato il rossetto-rosso alla Marilyn, il fascino un po’misterioso che Monica Bellucci, barricata dietro grandi occhiali neri, dispensa nello spot Martini Gold. È tornata la lacca (per lei) come nei manifesti in cui Freida Pinto sembra Audrey Hepburn, e la brillantina (per lui): Grease vi ricorda qualcosa? Un altro mondo, non solo quando John Travolta era magro. E riecco i guanti, quelli lunghi, di Gilda, anche in versione sexy- burlesque e quelli di stoffa, con i bottoncini. Siamo destinati a celebrare il passato, le icone della tradizione, gli anni Cinquanta, quando la guerra era finita e il mondo era nuovo, c’era ancora tanto da inventare e da scoprire. Il vintage impera. E la

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tradizione, si sa, è il bene rifugio meno costoso che ci sia. Manipolabile, oltretutto. Da Marisa Tomei ad Anne Hathaway, il red carpet detta legge: volant, romantici abiti a ruota, vita strizzata: basta guardare Scarlett Johansson nella campagna autunno-inverno di Mango. O Madonna in quella di Dolce&Gabbana: pizzo e pois, tacchi vertiginosi. Chi non ha visto Mad Man, serie cult sul mondo della pubblicità che ha trionfato agli Emmy Award, gli Oscar della tivù americana, dovrà dedicarle un corso accelerato e studiare i protagonisti per copiare le cravatte sottili di Dan Draper e i vestitini bon ton di Betty, i guanti color crema, i giri di perle, e soprattutto le pettinature romantiche con le onde, genere Veronica Lake, lo chignon o addirittura i capelli cotonati. Il bello è che per le ragazze d’oggi è tutto nuovo, nessuna ha memoria di questi Cinquanta, ma certo l’abito di Louis Vuitton con il fiocco di velluto in vita abbinato alle spalline, è seducente, come le gonne di Prada, copiate e ricopiate

dai colossi fast fashion. Non si tratta, però, soltanto di operazioni-nostalgia. Quel che rimane, nelle citazioni più o meno furbe, è l’aura della practical grace, uno speciale mix di eleganza, funzionalità e creatività che in parte la moda ha perduto, e perciò offre abiti geniali, ma insensati, cerebrali ma immettibili, preziosi, ma più da museo che da festa, pratici, ma spesso orrendi. (C’è stato un momento felice in cui, semplicemente, mademoiselle Coco ha inventato la borsa matelassè con la catena, un cult ormai, e il tailleur di tweed con la giacchina corta…). C’è chi sostiene che guardare indietro aiuti a rinnovare lo spirito creativo e chi pensa che il passato sia soprattutto rassicurante. Gli abiti della festa, dai monospalla di Giorgio Armani a quelli corti, bordati di piume, di Ermanno Scervino non raccontano più il presente. Raccontano un tempo che non c’è e forse non c’è mai stato, un non luogo dove rifugiarsi mentre ripetiamo i gesti di sempre. Gli anni Cinquanta sono in questo lungo inverno, il nostro altrove.


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il paginone

Raccontare con la profondità “leggera” della letteratura le verità che tanti saggi ci hanno descritto sull’Urss. È quanto fa Serena Vitale, grande conoscitrice della cultura slava, in un libro dedicato all’Unione Sovietica di Breznev, dove lei approdò per ragioni di studio nel 1967. Una cronaca fedele e a tratti divertente di una realtà in cui «una strana amalgama di dolore, speranza e bisogno conferiva alla menzogna la dignità del plausibile» di Gabriella Mecucci n Paese grande e infelice. La Russia può essere commovente, struggente e terribile. La sua storia degli ultimi cento anni è un rosario di tragedie. Eppure la «vecchia madre» aveva e ha tanti amanti appassionati. Serena Vitale, grande conoscitrice di quella cultura, innamorata dei suoi luoghi, della letteratura, delle genti, ha pubblicato di recente A Mosca, a Mosca! (Mondadori) che è una cavalcata nel tempo e nei sentimenti di un mondo: dalla «guerra fredda» a oggi. E soprattutto nei suoi dolorosi affanni che, come gli esami, «non finiscono mai».

U

L’autrice arriva a Mosca nel 1967, in pieno breznevismo. Sono con lei altre tre italiane: tutte e quattro hanno imparato ad amare la letteratura russa seguendo le lezioni di Angelo Maria Ripellino, il più grande slavista italiano. Serena e le altre si rivolgono al professor Gheorghij Brejtburd, consulente per l’Italia dell’Unione degli scrittori, per avere l’autorizzazione a dimorare e a studiare nella capitale sovietica.

cinque volte. Sino a quando il suo interlocutore comincia ad agitarsi sulla sedia e a emettere fonemi incomprensibili. Poi, dopo qualche minuto di suspense, tira fuori un articolo dell’Espresso, firmato dall’illustre slavista italiano, che raccontava della sua partecipazione al congresso degli scrittori sovietici. Brejtburd, sfoderando un buon italiano, comincia a leggerlo: «Ritengo che non mi accadrà mai più di vedere una così folta adunanza di mummie sincronizzate. Scrittorelli, scribi, scrivani, imbrattacarte di tutte le risme… liste di nomi, stralci di annuario, cataloghi dei benvoluti, dei probi, degli obbedienti, ossia, per i non citati, liste di proscrizione». Bastarono queste poche righe perché apparisse chiara a Serena la causa dell’agitazione del suo interlocutore. A quel punto c’era poco da fare: le quattro ragazze temettero di venir rispedite in Italia o di essere mandate a studiare in chissà quale landa dell’immensa Russia. Mentre aspettavano, rassegnate, il peggio, arrivò la notizia che potevano restare tutte e quattro a Mosca. Fu festa.

Le arance di S no chiuse «in un fodero di austera ufficialità, di riserbo, di compunzione, di cautela. Nel poco che trapelava dalla maschera di irreprensibile servitore dello Stato, indovinavo ansia, trepidazio-

ceva menzogne nel tentativo di nascondere la drammatica realtà che viveva la Russia. Consenso? Malinteso senso della dignità nazionale? «Una strana amalgama di dolore, speranza e bisogno -

Fu grazie a una retina di agrumi che la studiosa riuscì a portare in Occidente una panciuta bobina che conteneva un inedito dell’autore di “Arcipelago Gulag” sfuggito al controllo della polizia di frontiera Su Serena cade l’onere di fare la portavoce del gruppo. Appena si trova di fronte a Brejtburd, cerca di farsi largo fra la sua diffidenza raccontandogli che lei e le sue compagne sono venute in Russia su consiglio del professor Ripellino. E ripete il concetto quattro o

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L’episodio, raccontato all’inizio del libro, consente di inquadrare la figura dell’intellettuale sovietico di allora. Accanto alle spie del regime e ai fanatici, e accanto a pochi e coraggiosi dissidenti, c’era una folta schiera di persone «a loro modo perbene», ma che era-

ne, un perenne stato di allerta». Forse era causato dalla paura delle possibili persecuzioni o forse dalla voglia di occultare almeno alcuni dei guasti insanabili del Paese, o forse da entrambe le pulsioni. Sta di fatto che Brejtburd, come molti intellettuali russi, di-

scrive SerenaVitale - conferiva alla menzogna la dignità del plausibile». È un passo particolarmente bello del libro questo perché esprime la più dura condanna del regime a suon di parziali comprensioni. E perché restituisce tutta intera la tragedia del mondo

della cultura, costretto a privarsi di una caratteristica che ne costituisce l’essenza, e cioè l’intelligenza critica.

A Mosca, a Mosca! ha il pregio di regalare con la profondità «leggera» della letteratura le verità che tanti saggi ci hanno raccontato sull’Urss. Serena Vitale tratteggia la situazione economica di fine anni Sessanta senza scrivere una cifra. Basta un po’di autobiografia. Basta narrare di come i moscoviti cerchino di acquistare tutto ciò che lei ha. E di come lei venda tutto, ricavandone un sacco di rubli. Con la ragguardevole somma raggranellata potrà acquistare libri, quadri e chissà che altro? Nemmeno a pensarci, con i soldi incassati, non può comprare proprio nulla. Perché non c’è nulla. E quel po’di In alto, Solzhenitzyn, manifesti dell’epoca sovietica e la copertina del libro “A Mosca, a Mosca!” di Serena Vitale (sopra). A sinistra, la Piazza Rossa. Nella pagina accanto, vicino al sommario, una parata militare e Breznev


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Solzhenitzyn merce che circola è per i turisti, quindi, si può avere solo coi dollari. Incredibile a dirsi, ma il colosso comunista, che si presentava come il più feroce nemico dell’imperialismo americano, era vivibile solo se si possedeva moneta americana. Una sorta di legge del contrappasso. E del resto nella Cuba castrista, poverissima e irriducibilmente anti yankee, di fine anni Novanta, l’infinita teoria di accattoni di tutte le età che popolava le vie dell’Havana, si avvicinava al turista chiedendo:

Solzhenitzyn. La polizia ha forse avuto qualche soffiata e comunque teme quella giovane studiosa: il treno dove è salita, viene fermato e perquisito, due terribili virago la sottopongono a una maldestra visita ginecologia. Ma nessuno trova nulla. L’aiuta il medico di frontiera,Valentin, a cui lei affida, prima di essere chiusa in una sorta di camera-prigione, la retina con le arance. Dopo nuovi accertamenti, Serena Vitale può finalmente ripartire alla volta dell’I-

paci. Ma la brava gente non è scomparsa: in una società fatta di menzogne e di paura, miracolosamente sopravvive l’intelligenza e la generosità.

Serena Vitale ritorna diverse volte in Urss: viaggi per la campagna russa, permanenza a casa dell’amico Aljosha: 22 metri quadrati, una ventina di persone accatastate in ogni dove. Un cesso in comune, occupato quasi per-

E di ironie che sfociano nel sarcasmo. In mezzo alla sofferenza per la Russia ridotta in uno stato pietoso, squillano le risate per le tante barzellette sul Cremlino, su Stalin, su Beria e su Bresnev. Eppure ci sono ancora cani e gatti che si chiamano Lenin c’è ancora - alla fine degli anni Sessanta - un sacco di gente che ritiene criminale intrattenere rapporti con un borghese in cappotto di lapin. Andate e ritorni dall’Italia. Poi, di nuovo a Mosca per un lungo periodo, nel 1980. C’è il clima delle Olimpiadi, la capitale è tirata a lucido. La polvere è stata messa sotto il tappeto, ma c’è ancora. Affiora dietro ogni angolo la catastrofe del socialismo reale. Il tassista commenta: «Per l’Ottanta ci avevano promesso le meraviglie del comunismo, in cambio ci stanno regalando le Olimpiadi». E il solito intelligentissimo Aljosha, una sorta di alieno nella società comunista: «Da voi in Occidente ci sono tante forme di governo: monarchia, repubblica, dittatura; da noi ce n’è solo una: il potere». A questo raffinato intellettuale toccherà di scoprire solo nel 2007 dove è stato sepolto suo padre, catturato dalla Nkvd nel 1937. Lo avevano portato a Kommunarka dopo averlo caricato in un camion con su scritto «pane». Le pagnotte venivano scaricate, fucilate e fatte sparire tre metri sotto terra. Serena la prima volta che arrivò a Mosca vide un barbone morire ubriaco. L’alcol e i russi sono come una coppia inseparabile. E quando l’autrice porta in Italia un suo amico scrittore, che stava disintossicandosi, si dimentica che da noi nelle camere d’albergo ci sono i minibar: trova Afanasij in stato comatoso, dopo che si è scolato tutte le bottigliette possibili. Gorbaciov cercherà di aggredire questo temibile morbo, ma non avrà la forza nemmeno di sconfiggere l’alcoli-

capitale. L’enclave plutocratica, eretta sulle ceneri del comunismo non è altro che un insieme di villaggi costruiti lungo una strada a scorrimento veloce. Nel 1664 lo zar Aleksej Mikhajlovich proibì la costruzione di opifici e manifatture in quelle terre per tenerle al riparo dai miasmi della civiltà. Prima ci edificarono le loro dacie gli alti burocrati del partito. Raccontano che a Nicolina Gora, cittadella della show business e dell’intellighenzia, sempre in zona Rubljovka,Vyshinskij avesse una splendida dacia ma che gli piacesse di più la villetta del commissario popolare Serebrjakov, bolscevico della prim’ora. Un giorno se lo ritrovò sul banco degli imputati. È facile indovinare come andò a finire: Serebrjakov condannato ed espropriato, la villetta finita a Vishinskij.

Adesso lì intorno sono concentrati quasi cento miliardi di dollari. Ci abitano i superoligarchi: gli Abramovic, i Deripaska, i Fridman. Soldi, tanti soldi. E c’è tanta gente povera. La Russia - direbbero gli economisti marxisti - sta realizzando la sua terza «accumulazione capitalistica primitiva» con tutte le ingiustizie e i dolori che comporta. Non è mica come l’Inghilterra che ne ha fatta solo una anche se drammatica, come ha magistralmente raccontato Charles Dickens. La Russia di oggi è certamente meglio di quella comunista- brezneviana che Serena Vitale incontrò nel 1967: meno disperata, meno romantica, meno stralunata, e con una vita, tutto sommato, meno difficile e rischiosa. Detto questo, Putin fa il buono e il cattivo tempo. Allora c’era il regime e pochi dissentivano: i pochi o scappavano o finivano in galera. Circolava un manifesto emblematico del mood culturale dell’epoca: «Chiacchierare durante l’orario di lavoro è uno spreco. Quando lavori cuciti la lingua», ma se lo giravi appariva un’altra scritta: «Imparerei l’inglese soltanto perché è la lingua di Lennon», libero adattamento da Majakovskij: «Imparerei il russo soltanto perché è la lingua di Lenin». Oggi gli oligarchi all’ombra di Putin si arricchiscono, mentre esistono an-

Oggi Mosca appare “vetrificata” dai grattacieli voluti dai superoligarchi, eretti sulle ceneri del comunismo. Ma se sotto Putin c’è chi si arricchisce, esitono ancora ragazzi che vivono poco meglio di Oliver Twist «Avete dollari? Regalatemi, per pietà, un dollaro».

Serena Vitale racconta poi la società del sospetto, occhiuta e stupida, ben rappresentata in un episodio del suo rientro in Italia, dopo la prima esperienza moscovita. In una retina piena di arance, porta clandestinamente una panciuta bobina contenente un inedito di

talia. Il treno sbuffa e mentre già si muove, arriva di corsa Valentin con la retina e grida: «Avete dimenticato le arance». Lei apre il finestrino e il giovane medico le lancia il pacco clandestino che atterra nel corridoio del vagone. L’inedito di Solzhenitzyn arriverà in Occidente. Il potere è tanto ottuso per quanto ormai inefficiente, gli esecutori sono spaventati, zelanti e inca-

manentemente dalla «contessa», e una «comoda» di fortuna. I più fortunati hanno scambiato le loro due stanzucce con la «krusciospelonca» (le gelide case di pannelli che Khrusciov aveva fatto costruire per risolvere il problema degli alloggi) che raggiunge, se sei fortunato, i 35 metri quadrati. Eppure regna una strana, dolorosa allegria, fatta di vodka, di partite a carte e di libri, tanti libri.

smo. Figurarsi di riformare il comunismo! A quel fallimento segue la formazione dei nuovi ricchi e dei nuovi poveri. Quando Serena Vitale ritorna a Mosca la trova «vetrificata»: enormi grattacieli tutti costruiti in vetro popolano Moscow city, un cantiere di cento ettari sul lungofiume Presneskaja. E poi c’è da ammirare il nuovo paradiso, Rubljovka, una sorta di Svizzera alle porte della

cora ragazzi che vivono poco meglio di Oliver Twist. Gli imperi economici di chi non ha sufficientemente ossequiato e finanziato l’uomo del Cremlino rischiano di essere distrutti e i loro artefici, che non sono certo dei santi, possono finire in carcere solo perché invisi a Putin. L’autarca si scaglia contro alcuni oligarchi. Quanto alla democrazia… può attendere.


Narrativa

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libri Franco Scaglia LUCE DEGLI OCCHI MIEI Piemme, 306 pagine 18,50 euro

iciamo in sintesi che l’ultimo romanzo di Franco Scaglia, Luce degi occhi miei, associa per mimesi la forma dell’espressione a quella del contenuto e la storia, fortemente centrata sulla protagonista femminile, Maria, si fonde con la lingua e lo stile di un discorso narrativo svolto alla terza persona. Luce degli occhi miei è un omaggio alla lirica, al bel canto, al melodramma e anche per questa ragione la storia di Maria si confà al tema, si mimetizza anch’essa con il clima storico, con i grandi protagonisti della lirica che sempre furono e saranno. Temi popolari in cui le figure di primo piano, da Mimì, a Rosina, a Manon, passano nella storia come piccole grandi eroine di drammi familiari sullo sfondo della grande storia. Ecco quindi che nemmeno Maria sfugge al suo destino e, da aspirante soprano, si trova a vivere come personaggio da melodramma. Maria si presenta nelle prime pagine come una ragazzina speciale che attende i suoi tredici anni «come una tappa decisiva della propria vita». È il 1895, siamo a Firenze e la protagonista vive in casa con la nonna essendo rimasta in pratica orfana dei due genitori. Il papà è morto in scena per una caduta incidentale, la madre si è ritirata lontana dal mondo abbandonando ogni cosa. Maria attende i tredici anni come gli anni della svolta di un’esistenza protetta ma solitaria e tetra, e per festeggiare chiede alla nonna di andare a teatro a sentire, la sera del 2 aprile, l’Aida, con l’interpretazione di Angelo Masini nel ruolo di Radames e della Stolte in quello di Aida. Maria, che ha già una voce potentissima, ha prima di tutto una passione travolgente per il canto. Ma proprio come un’eroina del melodramma il 2 aprile consegna per sempre Maria alla condizione di orfana, la nonna Vittoria muore nella fredda mattina. Resta con la cameriera Euridice prima di scoprire di non avere più un soldo. Ma quando Euridice si suicida per disperazione, Maria viene presa in consegna da uno strano personaggio ottocentesco, emissario della madre Giuseppina. La prima tappa è un collegio a Napoli; altre avventurose tappe seguiranno in una vita difficile, costellata da lutti e mancanze. Ep-

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Il sogno di Maria nell’Italia che fu Il nuovo romanzo di Franco Scaglia racconta anche la storia del nostro melodramma e della piccola borghesia ottocentesca

Autostorie

di Maria Pia Ammirati

pure il lettore seguirà con stupore le vicende di un personaggio forte e tenace che antepone la passione del canto a ogni cosa, al punto da far pensare a uno dei personaggi minori che «a tredici anni lei aveva un bel caratterino. Erano morte in pochissimo tempo nonna Vittoria e Euridice e lei si preoccupava del pianoforte». Maria si preoccupa del pianoforte senza il quale non potrebbe fare esercizio giornaliero anche quando tutto sembra perduto: gli affetti, la famiglia, i beni materiali, i soldi. Il tono avventuroso del romanzo, che è lo stile più proprio di questo libro di Scaglia, trova forse la sua massima espressione in quella sorta di fusione tra finzione e realtà che è l’incontro della giovane protagonista con Pietro Mascagni, incontro fortuito in treno (vari sono gli spostamenti e vari i mezzi a sottolineare le peripezie dell’eroina), che coaugula le citazioni, di cui il romanzo di Scaglia è letteralmente attraversato, di testi del melodramma classico e della letteratura. E chiude il cerchio tra realtà e finzione, tra trama del romanzo e varie trame di storie del melodramma e dei suoi personaggi. Luce degli occhi miei si può leggere, infatti, anche come una storia romanzata del melodramma italiano, nonché come una storia della piccola borghesia ottocentesca. Non mancano straordinarie e minute descrizione di vestiti, cibo e riti dell’epoca: «La prima colazione di Maria consisteva in caffè d’orzo, latte, pane tostato, marmellata e burro. La marmellata era d’arancia, l’unica a disposizione della dispensa». La fine dell’avventura coincide con la realizzazione dei sogni di Maria (fra questi interpretare La Sonnambula e scoprire tanti misteri legati soprattutto alla madre), a cui va una sorta di bonario viatico del lettore: perché Maria appartiene alla storia di quei grandi e difficilmente dimenticabili personaggi del romanzo di tradizione.

Gli ultimi giorni della “Baronessa” da Torino a Barletta ome si è già avuto modo di osservare in questa rubrica, il genere on the road non viene di frequente praticato dai narratori di casa nostra. Per cui capita di sfogliare con non poca curiosità la nuova fatica letteraria di un quarantaquattrenne torinese, per notare quanto il terzo romanzo di Enrico Remmert sia imperniato sul procedere di una Punto che, con a bordo tre persone e un violoncello protetto nella sua custodia, parte dal capoluogo piemontese avendo come termine quello pugliese. Tanto che in premessa del libro (Strade bianche, Marsilio editore, 223 pagine, 17,50 euro) fa bella mostra di sé una schematica cartina della penisola, con segnato il lungo percorso che dovrà portare il composito gruppo sino a Bari, dove il giovane Vittorio ha ottenuto un contratto di violoncellista a tempo determinato e dopo la prima ipotesi di raggiungere la meta in compagnia di Francesca, la sua ragazza, con un viaggio in treno. Ma a loro decide di aggregarsi Manu, amica di Francesca, che possiede una Punto dismessa dall’autoscuola gestita dal padre, «con ancora sulle portiere Au-

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di Paolo Malagodi toscuola Pilone e i doppi comandi che costringono qualunque passeggero a starsene con le ginocchia in bocca perché se allunga le gambe e tocca un pedale al momento sbagliato si rischia la vita. Sali sulla Baronessa, questo è il soprannome della Punto, la accendi, esci dal garage, strade notturne illuminate, strade notturne buie. Una volta usciti dal traffico del centro imbocchi Corso Unità d’Italia, fino alla rampa della tangenziale, al traffico dell’autostrada. E qui cominciano le difficoltà, fra centinaia di camion giganteschi e con, al posto del clacson, le trombe dell’Apocalisse». Matura così l’idea di itinerari meno trafficati, lungo strade bianche non solo intese come vie secondarie, ma anche perché rese candide dalla neve di quella stagione invernale. L’autostrada viene spesso abbandonata per andare verso località minori, come avviene con la scelta di staccarsi dalla costa romagnola per visitare il castello dove venne rinchiuso Cagliostro. Una deviazione di circa venti chilometri, «per San Leo e la strada comincia a salire e

“Strade bianche”, terza prova narrativa di Enrico Remmert, questa volta “on the road”

la nevicata a farsi più seria e intorno i prati e i boschi sono perfettamente imbiancati e più si sale più viene giù forte, finché la neve comincia a far presa anche sul manto stradale e la macchina fatica». Lungo l’itinerario, scandito da una narrazione di tipo corale che dà voce a ognuno dei protagonisti, i pochi euro a disposizione si esauriscono. Inoltre cede il pedale della frizione, anche se si riesce in parte a rimediare con i doppi comandi manovrabili dal passeggero anteriore. Sinché, in prossimità del Gargano, il motore si spegne con un rantolo rendendo inutile ogni tentativo di rianimarlo. In preda allo sconforto è Vittorio, il violoncellista, a improvvisare un malinconico concerto seduto su un paracarro. Frangente che richiama l’attenzione di un automobilista di passaggio, il quale ingaggia i tre per fornirgli aiuto durante un imminente banchetto nuziale nella sua trattoria. Riccardo, così si chiama l’uomo, con un cavo d’acciaio collega saldamente al proprio furgone l’avantreno della Punto, trainandola sino a Barletta. Da qui, in treno, Vittorio potrà finalmente raggiungere Bari e la sua orchestra; mentre, una volta riparata, la Punto prenderà al contrario la strada, in direzione di Torino.


Personaggi Superare MobyDICK

Pasolini

con un gesto d’amore di Maurizio Ciampa i sono libri concepiti per delimitare, quasi con timore reverenziale, il proprio oggetto; altri che vengono pensati con la forza dirompente di un gesto di liberazione. Di questa forza vive il libro di Marco Belpoliti, Pasolini in salsa piccante (Guanda, 136 pagine, 12,50 euro), che continua a suscitare non poche discussioni e polemiche. Ed è giusto che sia così, per l’appassionata, ma ragionata radicalità che il libro sviluppa. Sono passati trentacinque anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, un terzo e più di secolo, un bello spicchio di storia politica e civile del nostro Paese. Davvero molta acqua sotto i ponti. I ponti non hanno ceduto, ma certo hanno vistosamente scricchiolato sotto la pressione di onde d’urto distruttive.

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Un arco temporale così ampio non ha per nulla placato l’irriducibile inquietudine che viene dalla vita e dalla morte del poeta friulano e dal nucleo critico della sua opera. Pasolini resta dove l’abbiamo lasciato, in quella tragica notte all’Idroscalo di Ostia e nei gesti, nelle parole, nelle immagini del suo lungo «scandalo». E, a guardar bene, anche la nostra capacità di comprensione è rimasta ferma dove l’abbiamo lasciata. Qualcosa l’ha imbrigliata, qualcosa ha ostacolato il suo sviluppo. D’altra parte, nulla pesa più di un corpo morto nell’oscurità, martirizzato da una violenza che non ha trovato, e credo non possa trovare spiegazione. Nulla pesa più di un emblema. È vero: le circostanze della morte di Pasolini non sono chiare, la loro ricostruzione, colpevolmente lacunosa, pare elaborata per aizzare dubbi e sospetti. Sono certamente legittime le reiterate richieste di una riapertura del «caso» e di un nuovo procedimento istruttorio. Ma ci possiamo fermare al «caso»? O c’è uno sguardo e c’è una parola da rianimare? Scoprendo il fondo di contraddizioni di cui Pasolini porta il peso, rimettendo a tema la sua omosessualità, che Belpoliti legge come la radice del suo pensiero e della sua azione. Il vasto entroterra dello «scandalo» pasoliniano non è ancora del tutto illuminato. Il libro di Marco Belpoliti può risultare importante, se non decisivo. Smuove acque morte, e forse per questo ha sollevato così tante polemiche, riavvia, attorno alla figura di Pier Paolo Pasolini, quel movimento che da tempo - forse da quella notte a Ostia

Come insegnava il poeta in “Uccellacci e uccellini”, occorre digerire i maestri, meglio se in “salsa piccante”. È quanto tenta di fare Marco Belpoliti in un libro che fa discutere ma che aiuta a fare i conti con un passato che non vuole passare. E a capire l’autore di “Scritti corsari” attraverso le accelerazioni del cuore - si era arrestato. Soprattutto offre un punto di prospettiva. Questo punto è la «salsa piccante» che compare nel titolo. Una strana espressione; sulle prime può suonare quasi fastidiosa, perché sembra macchiare il profilo stesso dell’emblema-Pasolini. Ma è di provenienza nettamente pasoliniana. Belpoliti la estrae da un passaggio di Uccellacci e uccellini, è il consiglio che il Corvo dà a Totò e al figlio Ninetto: «i maestri si mangiano in salsa piccante». Chiarisce Belpoliti: «piccante, se possibile, per digerirli meglio.Attuare il procedimento di cui il poeta è stato un maestro, quello di divorare chi ci ha preceduto in sapienza, intelligenza ed età: ingerire con il maestro anche il suo sapere e la sua forza… Amarlo fino al punto di divorarlo, e ingerirlo per digerirlo». Divorare, mangiare, vuol dire assorbire, assimilare, fare carne e sangue dell’irruenza simbolica che era propria di Pasolini, la capacità di capire attraverso le accelerazioni del «cuore» molte belle le pagine del capitolo forse più importante del libro: «Avere un cuore»), e dunque per salti, per rotture, non per linee di continuità. Proprio all’inizio del suo libro Belpoliti ricorda i versi delle Ceneri di Gramsci: «Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro di te; con te nel cuore,/ in luce, contro di te nelle buie viscere». Forse Pasolini - e questa è un’altra importante indicazione che viene dal libro di Marco Belpoliti - non capiva, se capire è solo un afferrare per concetti, ma vedeva, e, aggiungerei, sentiva. Su di sé e dentro di sé. E soffriva ciò che vedeva e sentiva. Il suo corpo minuto, teso, un corpo di ragazzo, era l’organo mobile del suo sentire. Il corpo con cui si metteva alla ricerca di un piacere sempre più difficile, sempre più rischioso. Pasolini - è cosa nota - ha visto e ha sentito che il profilo dell’Italia, fra gli anni Sessanta e Settanta, stava cambiando. In atto una metamorfosi mostruosa dei corpi, un’alterazione dei desideri. Nessuno studio sociologico ha fissato l’estensione e la profondità del mutamento con la stessa

precisione, per il semplice fatto che ogni scienza sociale trascrive i fenomeni solo quando diventano numericamente rilevanti. Ma prima? In quell’intervallo, in quello spazio vuoto in cui i processi sono latenti, e la trasformazione è una corrente sotterranea che procede per piccoli, impercettibili spostamenti, chi guarda nella voragine di ciò che non c’è ancora? Chi rischia, chi si espone, dando un nome alle cose quando le cose non hanno un nome? Chi rompe l’inerzia del silenzio? Lo ha fatto un poeta con tutta la sua paura e la sua disperazione, e proprio in virtù della paura, della disperazione, e della solitudine accumulate nel tempo. Pasolini in salsa piccante ci permette di «digerire» Pasolini capendolo e vedendolo attraverso la lenta stratificazione della sua intelligenza, dentro le strettoie della vita, a partire dal primo processo, nel 1949, in Friuli (con l’accusa di «atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minori»), i colpi di maglio degli Scritti corsari e delle Lettere luterane, fino al controverso Petrolio, l’ultimo libro (pubblicato postumo nel 1992).

Dicevo all’inizio della forza che emerge dal libro di Marco Belpoliti, la forza dirompente di un gesto di liberazione. Devo aggiungere che molti dei suoi libri più recenti (Il corpo del capo e Senza vergogna, sempre editi da Guanda) portano il segno di questa stessa forza. Pasolini in salsa piccante mette in questione la memoria macerata di un passato che fatica a passare per andare oltre. «Credo sia venuta l’ora scrive Belpoliti - di chiudere con quel decennio di cui Pasolini e Aldo Moro, forse non a caso, sono i due corpi simbolo… È ora di andare oltre un decennio che non finisce di finire nella testa di tanti, il che è un modo per restare legati al passato, quando, invece la discussione, anche a partire da Pasolini, dovrebbe procedere». Procediamo dunque, andiamo avanti, digeriamo, in «salsa piccante» o meno, Pasolini e quel decennio, i Settanta, sapendo che per procedere servirà il «cuore», sapendo poi che un gesto di liberazione, come indica il libro di Belpoliti, può essere anche un gesto d’amore.

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ALTRE LETTURE

QUANDO LA LIBERTÀ NON FACEVA PAURA di Riccardo Paradisi

al 1796 al 1870 c’è stato un tempo della nostra storia nel quale molti italiani non hanno avuto paura della libertà, l’hanno cercata e hanno dato la vita per realizzare il sogno della nazione divenuta patria. È stato il tempo del Risorgimento quando la libertà significava verità. Anzitutto sentirsi partecipi di un’Italia comune, non dell’Italia dei sette Stati, ostili tra loro e strettamente sorvegliati da potenze straniere. La conquista della libertà italiana - sostiene Lucio Villari in Bella e perduta, L’Italia del Risorgimento (Laterza, 345 pagine, 18,00 euro) è stata la rivendicazione dell’unità culturale, storica, ideale di un popolo per secoli interdetto e separato, l’affermazione della sua indipendenza politca, la fine delle subalternità alla Chiesa e al suo potere temporale.

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QUESTO NON È UN PAESE PER GIOVANI *****

a feccia che devasta Roma e assalta uomini e mezzi delle forze dell’ordine non è rappresentativa di una generazione: è appunto solo feccia, canaglia da strada si sarebbe detto nel primo Novecento. E come tale va trattata. Ma sarebbe stupido negare che esiste un disagio generazionale. Che i giovani oggi sono i grandi esclusi dalla rappresentanza politica, dal processo di produzione, dai circuiti culturali e mediatici. Una Generazione tradita la chiama Pier Luigi Celli (Mondadori, 134 pagine, 17,00 euro) da una politica immorale faziosa e strafottente, da un Paese in cui cultura e competenza sono requisiti trascurabili per accedere al mondo del lavoro e dove le aspirazioni di una generazione giovane vengono sacrificate a un sistema vecchio e malato.

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IL MISTERO DEL MALE SECONDO PADRE AMORTH *****

e possessioni sono superstizioni medievali, malattie psichiche travestite in forma religiosa o sono reali? Già porre la domanda è molto politicamente scorretto ma di essere politicamente corretto a padre Amorth, il più noto degli esorcisti italiani importa nulla. Tanto da scrivere con Roberto Italo Zanini un libro intervista proprio su possessioni ed esorcismi: Più forti del male (Edizioni San Paolo, 272 pagine, 14,00 euro), un faccia a faccia con il mistero del male dove Padre Amorth mette in guardia anche dal rischio di alcune forme associative dietro le quali possono nascondersi vere e proprie sette sataniche.

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pagina 20 • 8 gennaio 2011

di Enrica Rosso n mostra alla Casa dei Teatri di Villa Pamphilj, fino all’8 marzo, ottanta pezzi originali provenienti dalle collezioni private di Giorgio Ursini Ursic e Nicola Fano per raccontare la visione del Pulcinella sognatore di Emanuele Luzzati. Promossa da Roma Capitale Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione e Biblioteche di Roma è un’occasione giocosa per incontrare uno dei simboli dell’Italia nel mondo, nella rilettura di uno dei protagonisti del teatro del secondo Novecento. Luzzati ha preso a prestito i tratti salienti del Pulcinella, tradizionalmente diabolico, per riscrivergli una storia lieve e restituirci un buffo giocoliere, un tipetto in bilico tra cielo e mare, a cavallo di un sogno. Un mutante allergico alla noia, diabolico sì, nell’inventare rimedi per combattere il grigiore fuggendo a gambe levate da tutti coloro che vorrebbero imbrigliarlo prospettandogli una vita qualunque per tradurla in una formidabile giostra. Sagome a grandezza naturale, fantocci di pezza cuciti dall’autore, lo studio per una scenografia mai realizzata, sculturine lignee basculanti e soprattutto quadri a tecnica mista. Durante il periodo della mostra si potrà godere della rassegna di video on demand frutto della complicità di Luzzati e Giulio Gianini, regista e tecnico del colore nonché animatore delle immagini disegnate. Se Luzzati sta a Pulcinella come mastro Ciliegia sta al burattino Pinocchio, Gianini è la fata Turchina che ha regalato la vita alle immagini altrimenti statiche disegnate da Luzzati. Due grandi sognatori accomunati da una grande passione per il teatro dei burattini che non hanno mai smesso di giocare sul serio. Sono nati così, negli anni capolavori come Il flauto magico, 45 minuti di delizia assoluta su musiche di Mozart diretti da Karl Bohm, o la cosiddetta Trilogia Rossiniana reperibile in libreria dal 27 gennaio in un cofanetto contenente il dvd realizzato da Gallucci editore in omaggio al pittore, illustratore, scenografo genovese nel terzo anniversario della sua scomparsa, comprensivo di booklet a testimonianza del sodalizio artistico dei due creativi - compo-

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Danza

Teatro Il mutante Pulcinella riletto da Luzzati MobyDICK

spettacoli DVD

I SENTIERI SELVAGGI DELLO CHEF MASIERI u per le colline tra la Liguria e la Francia, un’auto si arrampica verso le Prealpi. Paolo Masieri, uno dei più innovativi tra i grandi chef italiani, ha posto lassù il suo orto, la sua casa di campagna e le sue erbe. È l’immagine chiave di Cuoco contadino, bel documentario che Luca Guadagnino dedica al gourmet nostano. Uno spaccato di vita rurale e silente, che ha lo stesso ritmo cadenzato e suggestivo della natura, protagonista insieme a Masieri di un viaggio nel tempo di grande delicatezza narrativa. Settanta minuti in full immersion nella grande tradizione culinaria italiana.

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CONCERTI

GO AHEAD! GLI EAGLES IN CINA uonano insieme dal lontano 1971, hanno avuto un successo planetario, ma è difficile immaginarli mentre fan dagli occhi a mandorla intonano Desperado con le lacrime agli occhi. Eppure, gli Eagles sbarcheranno in Cina a marzo. A rivelarlo, il chitarrista Joe Walsh ad alcuni giornali australiani: «In marzo andiamo in Cina e non ho idea di cosa attendermi, però non vedo l’ora. Non so se il pubblico rimarrà seduto a guardarci, e non so neppure se la gente sappia le parole delle canzoni. Faremo un classico concerto degli Eagles, poi vediamo che succede». Concerti in programma alla Mercedes-Benz Arena di Shanghai il prossimo 9 marzo e alla Wukesong Arena di Pechino il 12. L’augurio è scontato: Go ahead eagles!

S sta da L’Italiana ad Algeri - Pulcinella - La gazza ladra, gli ultimi due candidati agli Oscar nel ‘64 e nel ’73. In tutto 33 minuti, strepitosi. Pulcinella e il pesce magico - La ragazza d’oro - La palla d’oro sono gli ultimi tre titoli in visione alla mostra. In 29 minuti un mondo di colori e paesaggi incantati che sarà possibile ritrovare in libreria sempre edito da Gallucci. Non mancano oltre ai film di animazione pellicole illustri sulla maschera di Pulcinella: Carosello napoletano, Ferdinando I re di Napoli, Il viaggio di Capitan Fracassa, L’ultimo Pulcinella, Pulcinella su musiche di Stravinski. Ancora per oggi (10.30-12.30 e 14.30

16.30) e domani (solo la mattina) sarà inoltre possibile partecipare gratuitamente al laboratorio artistico per bambini dai 6 ai 12 anni. Un tetto massimo di 15 bambini per ogni gruppo che dopo la visita guidata alla mostra potranno creare i loro elaborati artistici guidati dall’esperienza di Danièle Sulewic, allieva del maestro Luzzati. Per non aver delusioni è consigliabile prenotarsi allo 06/45460693 o via e-mail all’indirizzo eventi.casadeiteatri@bibliotechediroma.it . Ultimo appuntamento annunciato alle ore 11.00 di sabato 12 febbraio, la tavola rotonda curata da Nicola Fano su I Pulcinella del Novecento.

I Pulcinella di Luzzati - dipinti, disegni, incisioni, sagome, sculture e oggetti, Casa dei Teatri fino al’8 marzo info: www.casadeiteatri.culturaroma.it

di Francesco Lo Dico

Lo Schiaccianoci nell’era della comunicazione di massa uale insano Natale sarebbe quello che non venisse festeggiato con il panettone, la tombolata con parenti e amici e Lo Schiaccianoci. Se quest’anno, dunque, il Teatro dell’Opera di Roma ha voluto lasciare la via della tradizionale messa in scena, così non è stato per il Balletto di Roma che dal 3 al 6 gennaio ha portato sul palco dell’Auditorium della Conciliazione la rielaborazione pensata da Mario Piazza per la compagnia romana nata dal sodalizio tra Franca Bartolomei e Walter Zappolini. In realtà, la rilettura contemporanea di Piazza si propone come un’alternativa molto apprezzata alla tradizionale coreografia di Petipa-Ivanov già dal 2007; sin dall’inizio, Andrè de la Roche, divo televisivo e rinomato danzatore jazz, ha generosamente prestato il nome al lavoro, richiamando un notevole interesse da parte del pubblico televisivo. Le edizioni

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di Diana Del Monte passate hanno, dunque, registrato spesso il tutto esaurito e nel 2010, per i cinquant’anni del Balletto di Roma, Lo Schiaccianoci, così come si conviene alle dive dopo molte fatiche, ha subito un piccolo restyle. Il carattere della coreografia è rimasto, comunque, il medesimo. Di forte impatto visivo, la scenografia di ispirazione baroccheggiante e i costumi di Giuseppina Maurizi donano al balletto un sapore un po’ dark, ristabilendogli il temperamento della favola di Hoffmann. Clara è una pre-adolescente contempo-

ranea immersa e persa in un labirinto pieno di stimoli contrastanti; la mescolanza di stili, dal jazz al balletto neoclassico, ricorda l’eclettismo di matrice televisiva - in una valuzione tutt’altro che dispregiativa del termine - ed è intrisa di una moltitudine di richiami a quell’immaginario collettivo alimentato dai mass media in cui Clara è costretta a crescere. Alla fine dell’Ottocento, il balletto su musiche di Pëtr Il’ic Ciajkovskij fu l’occasione per Marius Petipa di cavalcare l’onda del successo della sua precedente creazione, La bella addormentata nel bosco; il soggetto gli venne suggerito dal principe Vsevolojskij, direttore dei teatri imperiali, che del racconto di Hoffmann aveva letto la versione francese di Alexandre Dumas padre. Alleggerito dalle atmosfere cupe pensate dallo scrittore e compositore tedesco e con la coreografia di Lev Ivanov, che aveva dovuto sopperire alla malattia di Petipa, lo spettacolo andò in

scena per la prima volta il 18 dicembre 1892 al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo. Da allora, questo balletto è stato ricoreografato decine di volte, affermandosi, dal dopoguerra in poi, come uno degli immancabili elementi «profani» del rito natalizio. Dal 1950 i palcoscenici hanno ospitato, solo per citare i più noti, Lo Schiaccianoci di Georges Balanchine, Rudolf Nureyev, John Cranko, John Neumeier, quello punk di Mark Morris e quello biografico di Maurice Bejart, che vi trasmise una delle pagine più tristi della sua storia personale. Un olimpo difficile da scalare, dunque, sul quale Andrè de la Roche si arrampica interpretando un doppio ruolo, quello dello Schiaccianoci e della Fata Confetto; nel nuovo libretto di Riccardo Reim, infatti, la dolce fatina si trasforma in una novella e ancor più subdola strega Carabosse, personaggio originariamente en travesti della Bella addormentata nel bosco, pronta a trarre in inganno la giovane protagonista con false moine.


MobyDICK

poesia

8 gennaio 2011 • pagina 21

Tra le schiume del poeta-vate l lettore mi perdonerà se riprendo - per presentare Gabriele D’Annunzio - un suggerimento apparentemente goliardico, ma non del tutto inattendibile, di Elsa Morante. La grande scrittrice per spiegare la differenza tra «stupido», «imbecille» e «cretino» termini impropriamente considerati sinonimi - invitò a ripensare la triade poetica di fine Ottocento: Carducci, Pascoli, D’Annunzio. Ora, se definire Pascoli «imbecille» (nel senso etimologico di debole fisicamente, limitato) può apparire ingeneroso (mentre su Carducci come «stupido» - e cioè stupìto, inconsapevole di sé e della realtà, ci avviciniamo molto alla verità), credo che l’epiteto «cretino» si attagli perfettamente al poeta-vate. Almeno nell’uso corrente infatti «cretino» si è allontanato dalla propria etimologia («cristiano», «povero cristo») per acquisire una sfumatura morale che implica supponenza, e perfino un po’ di megalomania. D’Annunzio, versificatore sapiente e sublime plagiatore, che dà del tu ai miti antichi e tutto trasforma in ditirambo, mi appare affetto da una tipica - rigonfia cretineria fin de siècle.

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Ma vorrei subito scoprire le carte. A dieci anni sapevo a memoria un numero cospicuo di poesie dannunziane (oltre che pascoliane e carducciane), che poi recitavo alla canuta prozia molto liberty. Ora, rileggendo i suoi versi in età matura tutto mi suona falso, contraffatto, tutto mi appare manipolazione esibizionistica di materiali low budget. Va bene il poeta è un «fingitore», che finge perfino il dolore che sente (Pessoa), ma D’Annunzio a furia di fingere non sa più se un qualsiasi sentimento lo ha mai davvero provato. Matteo Marchesini in una introduzione al Piacere ha preso in prestito una tagliente definizione di Benjamin: «uomo ammobiliato». Lo stile diventa un parco a tema classicheggiante, e ci trasmette il brivido di star compiendo un’esperienza di alto valore estetico. Perfino il saggio su D’Annunzio di Giacomo Debenedetti (fine anni Venti), per quanto pieno di ammirazione, continua a sembrarmi una criptostroncatura. Ripassiamone le formule: «un poeta così irreparabilmente poeta… ci colpisce, ma non ci intriga. Non crea richiami d’aria. Con lui nessuna complicità», e se Stendhal lascia un margine di promesse «il D’Annunzio invece mantiene subito: prima ancora di aver promesso», e soprattutto: «la poesia dannunziana non tocca in noi la corda della nostalgia. Quelle immagini quei suoni quei colori bastano fervidamente a se stessi; ma non implicano d’esser prolungati in noi» (dunque una poesia turgidamente autistica!). Fino alla formula conclusiva: «Vive sempre nella luce, tutto in luce… nessuna delle sue opere è presente come laterale o minore», che è quasi una definizione del Kitsch (ogni scena è una scena madre). In Lungo l’Affrico, tratta da Alcyone, il grido breve delle rondini promette un bene che il nostro cuore ignora, e soltanto intuisce. D’An-

il club di calliope

di Filippo La Porta

LUNGO L’AFFRICO Nella sera di giugno dopo la pioggia

(…) O nere e bianche rondini, tra notte e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere ospiti lungo l’Affrico notturno! Volan elle sì basso che la molle erba sfioran coi petti, e dal piacere il loro volo sembra fatto azzurro. Sopra non ha sussurro l’arbore grande, se ben trema sempre. Non tesse il volo intorno a le mie tempie fresche ghirlande? E non promette ogni lor breve grido un ben che forse il cuore ignora e forse indovina se udendo ne trasale? S’attardan quasi immemori del nido, e sul margine dove son trascorse par si prolunghi il fremito dell’ale. Tutta la terra pare argilla offerta all’opera d’amore, un nunzio il grido, e il vespero che muore un’alba certa. (Settignano, fine giugno 1902) Gabriele D’Annunzio

nunzio, a differenza delle rondini, ci informa puntigliosamente su tutto ciò che promette. Riempie per intero, e dispoticamente, il nostro immaginario, un po’ come la pubblicità. Se nei grandi umidi occhi della luna «si tace» l’acqua del cielo (La sera fiesolana), e se «l’Arno porta il silenzio alla sua foce» (La tenzone) il

Vate non tace mai. Tutt’al più, come nell’incipit della Pioggia nel pineto intima all’altro «Taci…». Non tanto un dilettante di sensazioni (Croce) quanto un professionista dell’Ineffabile, amato da lettori ansiosi di intensificare la Vita che «non vive». E, aggiungo, un inesauribile promoter di se stesso: «Le mie parole/ sono profonde/ come le radici/ terrene,/ altre serene/ come i firmamenti,/ fervide come le vene/ degli adolescenti,/ ispide come i dumi,/ confuse come i fumi/ confusi,/ nette come i cristalli/ del monte,/ tremule come le fronde/ del pioppo,/ tumide come le narici/ dei cavalli/ a galoppo,/ labili come i profumi /(…)» (Le stirpi canore). La varietà merceologica è assicurata. L’Alcyone, terzo e più maturo libro delle Laudi, diviso in 88 liriche, è quasi un lungo poema panico-meridiano, con evidente ispirazione nietzscheana (in senso dionisiaco più che superomistico). Come spesso nella sua opera poetica la metrica è nascosta, oscillante tra forme regolari e forme libere: alla rime si preferiscono assonanze e rime imperfette, e in generale i rapporti numerici nella struttura compositiva - numero di strofe e versi, etc. - sono rigorosissimi, benché non percepibili a orecchio. In Lungo l’Affrico il poeta si rivolge al cielo dopo un temporale e gli parla come a una donna. Immaginate Zarathustra, ebbro di rivelazioni cosmiche, che contiene in sé un estenuato Casanova! Eppure la dimensione profetica (il vespero che prelude a un’alba), a differenza che nei romanzi, non suggerisce un kitsch vitalistico, ma si traduce in canto sognante e un po’ fiabesco.

L’influenza di D’Annunzio, accanto a quella di Pascoli, sulla lingua poetica italiana del Novecento è innegabile, e non solo per l’uso del verso libero. Pier Vincenzo Mengaldo insiste sugli aspetti metrico-ritmici, su sperimentalismo (che tende a congelarsi) e registri monostilistici e poi, dal punto di vista lessicale, sui deverbali con suffisso «io» («sciacquio», «balenio») e sull’ossessione per i termini sdruccioli («capricorno sordido...», «sorvolano le rondini...») che diventa cristallizzazione di una trovata inventiva (si pensi alle canzoni di Battiato!). Nel poeta-vate ritroviamo il fonosimbolismo (solo l’inizio di La sera fiesolana: «Fresche le mie parole nella sera/ ti sien come il fruscio che fan le foglie») e un linguaggio aulico, lontano dalle successive contaminazioni di crepuscolari e futuristi («coccole aulenti» per «bacche profumate», «dimandare» per «domandare»…). Leggendo un brano di una lettera mandata all’editore Treves dalla foce dell’Arno mentre componeva Alcyone mi è venuto spontaneo confrontarlo con l’incipit di una poesia di Cesar Vallejo. Se D’Annunzio sottolinea che i suoi versi nascono dall’anima come «le schiume delle onde», per dire enfaticamente tutto il suo raptus creativo, il poeta peruviano annota più sconsolatamente: «Vorrei scrivere/ ma viene su solo spuma».

LA VOCE DEGLI ULTIMI E QUELLA DI BUKOWSKI in libreria

Molte volte ti guardo andare via e molti giorni ancora ti ho guardata distendere i capelli sulle spalle: un uccello reale. Non ti parlo e non so che punto della selva è il tuo profilo. Ma a volte nella notte ti ho condotta a parlarmi come si parla ai morti, per altri tempi e luoghi. Non qui, non questa volta. Daniele Piccini

di Giovanni Piccioni

utti gli annni buttati via di Charles Bukowski, pubblicato da Guanda nei «Poeti della fenice» (18,00 euro), tradotto con efficacia da Simona Viciani, con testo originale a fronte, comprende due raccolte: Mi prende il cuore tra le mani e Crocifisso in una manomorta. Sono poesie che vanno dal 1955 al 1965 e che occupano quindi una posizione centrale nella produzione del poeta e narratore americano, nato nel 1920 e morto nel 1994. Quello di Bukowski è un mondo peculiare: al centro del suo discorso ora dall’andamento narrativo, ora visionario, ora affabulatorio ci sono le esistenze di uomini e donne sconfitti, di luoghi sordidi e malfamati, contrapposti polemicamente, come simboli veritieri, alla trionfante e minacciosa società del benessere.

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Ma nelle bottiglie vuote, nelle bische, nei vicoli, nell’assurdità del dolore, nel mondo che illude e tradisce, nelle puttane e negli ubriaconi, negli artisti morti nell’anonimato, negli operai «senza volto», nelle dive distrutte dal successo, nei vecchi abbandonati, il poeta trova la dimensione della propria voce. La poesia di Bukowski sembra un tentativo riuscito di non abbandonare al loro destino, cui aderisce il destino dell’autore, gli esclusi e di mostrare la loro umanità attraverso il racconto della loro condizione e della loro vicenda. A volte uno scatto d’ironia solleva dalla tragedia, dal «…morire per niente/ come io/ ho / vissuto», dall’insignificanza, con «nessuna saggezza di vita, nessuna capacità di stare al mondo», allorché «la storia si toglie il vestito e diventa meretrice».


Essere&Tempo

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n un periodo in cui gli elenchi hanno trovato un loro spazio mediatico, eccone uno sui perché alcuni potrebbero simpatizzare con usi e costumi in voga negli Stati Uniti (perdonando alcuni paragoni isterici): Il Congresso americano è composto da 100 senatori (2 per Stato) fin dalla stesura della Costituzione nel 1787, per garantire una uguale rappresentanza per tutti gli Stati. Da noi i senatori sono 321 (315 eletti e 6 a vita), le cui modalità di elezione, su base regionale, sono state modificate nel 1994 e nel 2005 e sono attualmente quasi impossibili da capire. Gli Stati Uniti hanno anche 435 deputati (calcolati sulla popolazione di ogni Stato) per 300 milioni di statunitensi con un rapporto medio di 1 per circa 689 mila abitanti. Da noi siedono in Parlamento (neanche tanto spesso), 630 deputati per 60 milioni di italiani con un rapporto di 1 per circa 95 mila abitanti. Lo stipendio annuale di un deputato made in Usa è di 174 mila dollari (fonte: US Congress) pari a 132 mila euro e a quattro volte il reddito pro capite medio, che il parlamentare può spendere come vuole; mentre quello made in Italy è di circa 180 mila euro all’anno (fonte: Camera dei Deputati) e include indennità parlamentare, diaria, rimborso per spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori (sic), spese di trasporto e spese di viaggio, e spese telefoniche. La somma corrisponde a otto volte il reddito medio pro capite, un rapporto doppio rispetto a quello statunitense. Tutti i parlamentari possono decidere liberamente di diminuirsi lo stipendio e alcuni effettivamente lo fanno. Il diritto alla pensione scatta dopo almeno cinque anni di partecipazione attiva ai lavori parlamentari non prima dei 50 anni e con almeno 20 anni di servizio, oppure a ogni età con 25 anni di servizio o a 62 anni.

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Il rispetto per le idee, anche religiose, e la possibilità di esprimerle è sancito dal primo articolo della Costituzione (articolo 21 della Costituzione italiana che, invece, mette al primo posto il diritto al lavoro, per davvero). La class action ovvero la possibilità di un gruppo di cittadini di portare in tribunale privati, enti, istituzioni pubbliche o private è una legge negli Usa dal 1938. Da noi è entrata in vigore nel 2010 (sulla carta). La maggior parte delle ricorrenze festive vengono celebrate di lunedì, con un certo vantaggio per il turismo. Una proprietà comune è considerata di tutti e non di nessuno. Ne consegue un discreto rispetto per città, campagne, fiumi e mari. Una casa è mantenuta al meglio sia internamente che esternamente. Si costruiscono molti edifici in acciaio e vetri, che vengono regolarmente lavati. In uno stesso condominio, lo stile delle grate alle finestre non è alla creatività dei singoli inquilini: quadrati o rombi, cancellate spagnole, arabeschi, fiocchi e riccioli di ferro battuto. Lo stesso vale per il colore delle tende da sole. La pratica, repressiva di possibili atteggiamen-

MobyDICK

ai confini della realtà

Ventotto buone ragioni

per essere filoamericani di Leonardo Tondo ti artistici, è controbilanciata da un aumento del valore dell’immobile. Tutte le modifiche o gli usi condominiali (vedi stesura dei panni, anche se pittoresca) sono decisi dall’assemblea in riunioni discrete dove ognuno ha tempo e modo di esprimersi (vale anche per gli show politici televisivi). La fortuna altrui è perlopiù vista con simpatia e non con invidia. Il colore della pelle, la provenienza geografica, le preferenze religiose o sessua-

inversamente proporzionale all’ammontare della multa. Nel Paese del consumismo sfrenato per antonomasia, un pezzo di ricambio per l’automobile, la cucina elettrica, la lavatrice o l’aspirapolvere si può trovare dopo 25 anni. Le cartelline per raccogliere documenti (chiamate manila folder, perché fatte con fibre di abacà, un banano filippino), da almeno cinquant’anni sono sempre le stesse, delle medesime dimensioni e

In un tempo in cui gli elenchi hanno un loro spazio mediatico, eccone uno sul perché simpatizzare con usi e costumi in voga negli Usa. Dal rispetto delle idee a quello per il bene comune, dai comportamenti condominiali a quelli stradali, alla fornitura di qualunque servizio e pezzo di ricambio... li non sono mai elementi che compaiono in una notizia; così come non compare ogni aggettivo che possa essere percepito come peggiorativo. Religione e politica non sono argomenti di discussione a tavola. Quando vorresti attraversare una strada, l’automobilista si ferma, leggendo il tuo pensiero, a dieci metri dalla traiettoria del tuo possibile percorso - passaggio pedonale o no - evitando stridio di freni a un passo dai tuoi piedi (sempreché hai dimostrato con sicurezza il coraggio di attraversare). Dopo cinque minuti dalla fine della sosta a pagamento, sei sicuro di trovare una multa ma per un ammontare fastidioso e non punitivo. Il parcheggio in doppia fila è un uso in cui la frequenza è

tradizionalmente di colore beige. Dopo aver comprato un qualsiasi capo di abbigliamento, una valigia, un cacciavite, un servizio di piatti, un tavolo, le maniglie di una porta, un televisore e se, arrivati a casa, non vi piacciono più, si può tornare al negozio o grande magazzino e restituirli con la certezza che avrete il denaro indietro se avete pagato cash o il credito sulla vostra carta senza alcuna discussione o alcun buono per comprare altra merce nello stesso negozio. Se vi viene in mente un servizio, dalla riparazione di una sedia in paglia di Vienna alla stiratura delle lenzuola di lino, alla spedizione di un qualsiasi oggetto, all’apprendimento dello swahili, cercate e lo troverete (prima sulle pagine gialle, ora su internet). È difficile che in un uffi-

cio pubblico o privato, o una banca, l’impiegato o impiegata di turno non saluti, sorrida e ringrazi.

In una commissione per giudicare una ricerca se un candidato è amico di un commissario, quest’ultimo si alza e se ne va (oltre ad astenersi). Non soltanto per generico conflitto di interessi, ma anche per evitare di dover giudicare favorevolmente una proposta insufficiente o essere responsabile di fronte all’amico di un giudizio finale negativo. In un ristorante camerieri e cameriere controllano continuamente tutti i tavoli e basta alzare un sopracciglio per farli avvicinare. Un assassino, un ladro o il presidente degli Stati Uniti, alla radio o alla televisione, o sui giornali sono sempre preceduti da Mr. Nessuno di loro compare soltanto con nome o cognome e senza l’appellativo. Il segretario di Stato, Mrs. Hillary Rodham Clinton non è mai chiamata la Clinton. Il presidente, Mr. Barack Obama, dopo aver accettato controvoglia il compromesso (imposto dalla maggioranza dei repubblicani al Congresso) sulla diminuzione delle tasse anche a chi guadagna più di 250 mila dollari l’anno, è andato in televisione e su Facebook a spiegare le ragioni: il suo orgoglio democratico ferito non doveva ricadere sulle spalle della classe media americana (il suo partito non ha però gradito il compromesso).


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Le arance di Solzhenitzyn di Gabriella Mecucci Parola chiave Consumo di Sergio Valzania L’ineffabile Melotti di Marco Vallora Diverte e illu...

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