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COPIA OMAGGIO

anno 4 – N. 34, Febbraio 2017

GIORNALISMO INVESTIGATIVO 2.0 Ecco le nuove armi per le inchieste del futuro, dalla crittograf ia all’importanza del whistleblowing

Le indagini che hanno I grandi scandali, da “Datagate” smascherato potenti e società a “Panama Papers”

Il Consorzio Internazionale dei giornalisti investigativi


Indice del mese 4. La finestra sul crimine WIKILEAKS, I LIMITI DELLA VERITÀ A TUTTI I COSTI

12. Crimini ai raggi X

INCHIESTE 2.0, IL GIORNALISMO FRA “DATAGATE” E “PANAMA PAPERS”

20. Criminalistica

IL GIORNALISMO INVESTIGATIVO E LE SFIDE DEL FUTURO

24. Dossier Inchiesta

IL CONSORZIO INTERNAZIONALE DEI GIORNALISTI INVESTIGATIVI

28. Media Crime

LIBRO, FILM E PROGRAMMA RADIO CONSIGLIATI


ANNO 4 - N. 34 FEBBRAIO 2017

Rivista On-line Gratuita Direttore Responsbile Pasquale Ragone Direttore Editoriale Laura Gipponi Articoli a cura di Alberto Bonomo, Nicola Guarneri, Paolo Mugnai, Mauro Valentini Direzione - Redazione - Pubblicità Auraoffice Edizioni srl a socio unico Via Diaz, 37 - 26013 Crema (CR) Tel. 0373 80522 - Fax 0373 254399 edizioni@auraoffice.com Grafica e Impaginazione Federica Bonini Testi e foto non possono essere riprodotti senza autorizzazione scritta dall’Editore. Le opinioni espresse negli articoli appartengono ai singoli autori dei quali si intende rispettare la piena libertà di espressione. Registrato al ROC n°: 23491 Iscrizione al tribunale N: 1/2014 Reg. Stampa dal 15 gennaio 2014


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WIKILEAKS, I LIMITI DELLA VERITÀ A TUTTI I COSTI «L’autenticità dei documenti di WikiLeaks non è mai stata accertata» (The New Yorker, 2010)

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Partendo da Townsville, in Australia, Julian Assange aveva sicuramente previsto di vivere in un luogo protetto, recluso per la difesa della sua incolumitĂ . Almeno da quando nel 2006 decise di lanciare in rete i primi documenti che provavano il complotto internazionale per far assassinare membri del governo della Somalia, oltre ai tanti che vergavano i lati oscuri della guerra in Afghanistan.

Ma certo non poteva immaginare che alla fine la reclusione diventasse una sua necessità , una sua iniziativa per salvarsi dal carcere. Non per spionaggio, non per attentato alla sicurezza dei paesi coinvolti e sbugiardati dai suoi lanci in rete, ma per un’accusa torbida e posticcia di violenza sessuale nella patria della libertà sessuale per eccellenza: la Svezia.

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WikiLeaks, ecco il nome scelto da Assange e dai suoi collaboratori per la creazione di un sito che come una meteora ha attraversato l’informazione via web, cambiandola per sempre. Una raccolta di documenti e conversazioni tra i potenti e i faccendieri lanciate in rete senza commenti, carpita attraverso software protetti fanno tremare le banche, gli eserciti e i governanti del mondo occidentale.

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Questo perché la grande mole di file pubblicati in questi anni, catturati di nascosto (ma qualcuno sospetta anche regalati da avversari politici interni) ha sfregiato molte verità ufficiali riguardo alcuni controversi casi della storia recente. Come la gestione della prigione di Guantanamo e le atrocità compiute sui civili nei villaggi talebani in guerra. Quella di WikiLeaks è informazione o spionaggio al soldo di qualcuno? Se lo sono chiesti in molti in questi anni, a partire dai giudici di un tribunale californiano che nel 2008 ne aveva decretato la chiusura. Rimangiata subito dopo, perché una regolamentazione di questo fenomeno non c’è. Der Spiegel, il New York Times e The Guardian negli ultimi anni hanno attinto a piene mani da questo contenitore infinito di


notizie, alcune anche poco politiche e più pruriginose, come le esternazioni di Hillary Clinton riguardo a Berlusconi e alle sue lacrime offese. Ma di lacrime ne sono state versate tante, da chiunque sia stato a vario titolo coinvolto in quello che è soprattutto emerso sulle nefandezze perpetrate in nome della democrazia e della “Pax Populi”. Ma come funziona WikiLeaks? Il procedimento è semplice, chi ha un documento scottante e lo vuole render pubblico non deve far altro che cifrarlo e inviarlo attraverso un sistema anonimo al centro dove sono ospitati i server: il “Pionen White Mountains” di Stoccolma. Un ex rifugio anti atomico che Assange ha rilevato a questo scopo. Tali documenti sono valutati dal gruppo di lavoro responsabile del sito che quindi, arbitrariamente, se li ritiene validi li lancia in rete.

Il tutto gestito da Stoccolma. Tutto converge in questo raccordo di riservatezza e di segreti, segreti che portano per esempio nel 2010 all’arresto negli Stati Uniti di Chelsea Manning, soldatessa che aveva consegnato video riservati sulla guerra in Iraq. Ed anche insopportabili per l’opinione pubblica, come quel filmato di quindici minuti in cui si vedono elicotteri Apache statunitensi colpire civili iracheni e due giornalisti Reuters scambiati per terroristi.

Truppe americane in Afghanistan

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Collateral Murder il titolo del video pubblicato, che arriva al cuore del mondo se anche uno come Barack Obama è costretto a creare un organismo all’interno del Dipartimento di Stato denominato Interagency Policy Committee for

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Wikileaks per contrastare eventuali pubblicazioni di altri documenti trafugate dalle segrete stanze dell’intelligence americana. Non basta però, perché altri ne usciranno da lì, documentando torture e violazioni internazionali sempre in quegli scenari, sempre legati al torbido rapporto tra potenze occidentali (non solo USA quindi) e governi arabi al soldo delle stesse, tanto che si può ragionevolmente dedurre, anche per stessa ammissione dei leader delle rivolte, che la “Primavera Araba” sia anche e soprattutto figlia di WikiLeaks, con tutte le conseguenze che sta comportando in questi ultimi anni. Eppure, proprio il paese che ha dato una casa sicura a Julian Assange, è da anni il suo più acerrimo nemico. Una presenza troppo scomoda la sua? Può darsi, fatto sta che proprio nel 2010, nel momento più esplosivo delle rivelazioni il giornalista viene arrestato a Londra su mandato di cattura internazionale spiccato da un giudice svedese. L’accusa è di stupro e di molestie sessuali contro due amanti di Assange, che avendo scoperto l’una dell’altra lo denunciano, accusandolo di aver avuto con loro rapporti non protetti, circostanza che basta per


incriminarlo. E così, appena ottenuta la libertà condizionale Assange chiede asilo nell’Ambasciata dell’Ecuador, si nasconde lì per tutti questi anni, e di fatto la spinta distruttiva di WikiLeaks in nome della verità viene depotenziata. Nel novembre del 2016, dopo sei anni in cui il procedimento è stato in bilico, senza proscioglimento né incriminazione ecco che finalmente da Stoccolma arriva un giudice a Londra per interrogarlo nella sede diplomatica dove si è autorecluso. I tempi misteriosi di una Giustizia che invece è la più veloce del mondo per procedimenti penali. Il procuratore Ingrid Isgren si è preparata ben sei anni per fare alcune domande in riferimento al caso. Quale sviluppo potrà esserci per quei reati che rischiano di per sé già la prescrizione non è ancora dato saperlo e sono intanto passati altri quattro mesi. Nel frattempo

altri documenti scottanti sono pronti alla pubblicazione. Ma è indubbio che questo limbo senza via d’uscita ha reso un favore enorme all’establishment mondiale che nel frattempo ha attivato anticorpi di segretezza.

Hillary Clinton

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Dal 2013 al 2016 i quattro scandali che hanno smasc Le nuove strade del giornalismo online per scoprire col

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cherato potenti, società e multinazionali del profitto. llusioni e malaffare: la nuova pelle dell’informazione

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Nell’epoca della “connessione” e di un mondo che corre nel web, passo dopo passo anche il Giornalismo si adatta ad un presente in cui l’informazione, la ricerca, l’inchiesta e gli scandali corrono su fibra ottica. Datagate Lo scandalo Datagate prende corpo attraverso un’inchiesta giornalistica del 2013 allorquando Edward Snowden, ex consulente della NSA (National Security Agency), entrato in possesso di numerosi file scottanti su una vera e propria “sorveglianza di messa” messa in atto – appartenenti a un’azienda che collaborava con i servizi d’intelligence

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statunitensi – decide di far pubblicare il contenuto di questo materiale. Il Datagate rivelerebbe una serie di attività nei confronti sia dei cittadini statunitensi sia di cittadini stranieri fino al 2011. I numeri sarebbero mastodontici facendo emergere grossi e importanti profili d’incostituzionalità e forse d’illegalità in quanto le disposizioni previste dal Patriot Act (la legge antiterrorismo) e dal Foreign Intelligence Surveillance Act (la legge sullo spionaggio) avrebbero, sì, concesso la possibilità di un’attenta analisi dei flussi di comunicazione, ma molte delle restrizioni su ciò che la NSA avrebbe potuto fare risulterebbero aggirate, andando ad attingere ai dati esteri persino direttamente con filtri per l’intercettazione del traffico web e delle comunicazioni internazionali. Come se non bastasse, la zona d’ombra più tenebrosa e inquietante si materializza in alcune indiscrezioni che parlano di un serrato spionaggio della NSA ai danni dei presidenti francesi Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy e François Hollande tra 2006 e il 2012; sui telefoni della cancelliera tedesca Angela Merkel (Der Spiegel avrebbe rivelato che il telefono della Merkel sarebbe stato controllato per oltre 10 anni).


Luxemburg leaks Scoppiato nel 2014, è tra i più grossi scandali dell’ultimo decennio al punto di coinvolgere e accusare Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea. Circa 26.000 pagine di documenti tracciano i contorni di una storia che vede protagoniste centinaia di aziende da tutto il mondo. La cooperazione di 80 giornalisti di 26 paesi diversi coordinati dall’International Consortium of Investigative Journalist di Washington avrebbe portato alla luce il meccanismo azionato dal potente funzionario lussemburghese Marius Kohl, il quale avrebbe garantito attraverso tax rulings (accordi fiscali anticipati) e con il presunto tacito consenso dell’autorità lussemburghese, decisamente flessibile, l’investimento da parte di grosse Corporation (circa 350 multinazionali) di centinaia di miliardi di dollari in Lussemburgo. Un chiaro tentativo di disinvestire in determinati paesi fiscalmente duri e di conseguenza un chiaro escamotage per eludere le tasse. I dati parlano chiaro: ogni anno dai conti dell’Unione sarebbero spariti 1.400 miliardi di euro. Il Granducato, in tal

modo, sarebbe diventato a tutti gli effetti un paradiso fiscale. Solo nel 2013 su 326,6 miliardi di euro d’investimenti esteri diretti in tutta l’UE, 240 miliardi sarebbero arrivati nel piccolo Stato. La Commissione Europea attraverso un’indagine capillare proverà a definire le responsabilità di ogni protagonista, punendo ogni sorta di attività illecita.

Jean-Claude Juncker

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Swissleaks Scoppiato nel 2015, lo scandalo riguarda un enorme sistema di evasione fiscale che sarebbe stato avallato dal gruppo bancario svizzero HSBC Private Bank. L’inchiesta prende forma quando ad alcuni prestigiosi clienti sarebbe stato concesso di eludere le tasse nascondendo in tal modo milioni di dollari al fisco. Le informazioni divulgate sono state definite dai quotidiani internazionali come «la più grande fuga di notizie nella storia del settore bancario svizzero».

Merkel con Barack e Michelle Obama

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Lo scoop sarà del quotidiano francese Le Monde in possesso di molti documenti che attesterebbero le illegalità, anche se ben presto altre testate – coordinate dall’ICIJ di Washington – collaboreranno alla ricerca della verità; oltre 130 giornalisti a Parigi, Washington, Ginevra e in altri 46 Paesi; uno scandalo da 180 miliardi di euro, oltre 100.000 clienti (tra cui politici, sportivi e imprenditori), che andrebbero a comporre la famosa lista Falciani (dal nome Hervè Falciani, ex tecnico della HSBC di Ginevra). A completare il quadro vi sono innumerevoli società offshore, per una frode dalle dimensioni titaniche che avrebbe raggiunto il suo picco massimo tra il 2006 e il 2007. Nella lista sarebbero presenti anche più di 2.000 commercianti di pietre preziose. Tra di essi è ormai nota la presenza di nomi scottanti e trafficanti di diamanti usati per finanziare le guerre in diversi paesi africani come Angola e Sierra Leone.


Panama Papers Altro grosso scandalo internazionale, venuto alla luce nel 2016, “Panama Papers” trascina con sé una mole di circa 11,5 milioni di documenti racchiusi in 2,6 terabyte di dati. Probabilmente la più imponente fuga d’informazioni della storia, di gran lunga maggiore rispetto ai documenti trafugati da Edward Snowden nel 2013 o nel caso di WikiLeaks del 2010. “Panama Papers” è il nome della lunga inchiesta giornalistica nata dalla collaborazione tra Le Monde e l’ICIJ. I documenti oggetto dello scandalo contengono informazioni sul lavoro della Mossack Fonseca (una delle più importanti società del mondo che si occupa di creazione e gestione di società offshore) tra il 1977 e il 2015, in merito alle società (circa 214.000) nei paradisi fiscali da essa gestite contando 14.000 clienti, 143 politici da tutto il mondo e personaggi di spicco dell’economia mondiale. Lo scandalo ha portato alla luce un modus operandi preciso e ben rotato che avrebbe previsto autorizzazioni date ai clienti per il ritiro di mazzette di denaro il più delle volte in valuta straniera, la nascita di rapporti collusivi

per nascondere i conti oscuri alle proprie autorità nazionali o ancora il consenso (illecito) per esponenti della criminalità ad aprire conti personali.

Quelli raccontati sono quattro importanti scandali che hanno visto protagoniste società, banche e organizzazioni internarli. Eppure, un altro dato emerge dalle inchieste: il lavoro dei giornalisti, i quali hanno operato secondo modalità nuove. Una sorta di Giornalismo 2.0 che d’ora in avanti farà sentire sempre più il suo peso, forse tornando ad essere il “guardiano” dell’informazione e soprattutto dei meccanismi economici e finanziari alle spalle delle grandi multinazionali.

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IL GIORNALISMO INVESTIGATIVO E LE SFIDE DEL FUTURO Come sta cambiando il mondo del giornalismo d’inchiesta nell’era del web?

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Nell’immaginario comune il giornalismo investigativo è fatto da reporter sotto copertura, infiltrati in qualche organizzazione criminale oppure in un contesto scabroso, e dall’instaurarsi di un delicato rapporto con fonti confidenziali dalle quali attingere informazioni riservate di importanza pubblica. Nell’era di internet questi due approcci sono ancora necessari ma probabilmente non più sufficienti nelle loro strutture e funzionalità, le quali, seppure efficaci ed attuali devono comunque aggiornarsi ed allinearsi al contesto in cui si trovano immerse: l’oceano delle notizie virtuali. Le notizie del web hanno bisogno di ritmo, di poter essere passate da un capo all’altro del mondo in frazioni di secondo e ad un pubblico il più ampio possibile. La grande novità del giornalismo online è però l’interattività con la notizia, poterla condividere esponenzialmente, commentarla e, per quanto riguarda l’aspetto investigativo,

poter interagire e partecipare fornendo la notizia stessa. Questa è la direzione che ormai da qualche anno il giornalismo investigativo e di denuncia stanno percorrendo. Molti di noi hanno aggiunto al proprio dizionario personale parole come Wikileaks, Datagate, Panama Papers, penetrate con prepotenza esplosiva nelle pagine dei principali media mondiali, ma abbiamo veramente capito cosa sono, qual è il loro contenuto informativo e come questo ha cambiato e sta cambiando il modo di fare giornalismo d’inchiesta?

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Whistleblower Una parola che descrive efficacemente uno dei concetti che sta dietro al giornalismo investigativo 2.0 è whistleblowing, letteralmente tradotto come fischiare un fallo o una irregolarità con un fischietto. Il concetto si riferisce a persone che decidono di denunciare situazioni di irregolarità e corruzione all’interno di aziende pubbliche e private, Stati e servizi militari, in maniera pubblica o anonima. Il whistleblowing nasce storicamente negli Stati Uniti a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70 portando a due scandali nazionali, il caso Pentagon Papers, che informava in merito a controverse operazioni militari condotte nella guerra del Vietnam, e il caso Watergate ovvero la scoperta di un’attività

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di intercettazioni illegali ad opera di uomini del Partito Repubblicano ai danni dei Democratici. Questi due scandali portarono alle dimissioni del presidente Richard Nixon e agli allori nazionali a chi quegli scandali aveva fatto emergere, rispettivamente Daniel Ellsberg per i Pentagon Papers e i giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein per il Watergate. Passano quasi 40 anni e con l’era di internet una serie di bombe del giornalismo investigativo e di denuncia vengono lanciate da una piattaforma virtuale diretta da Julian Assange, un giornalista ed attivista australiano. La piattaforma si chiama WikiLeaks (tradotto in fuga di notizie) e nel periodo compreso tra il 2006 e il 2010 pubblica centinaia di migliaia di notizie e documenti strettamente riservati e coperti da segreto di Stato, inerenti la guerra in Afghanistan e l’uccisione di civili, lo spionaggio contro l’ONU e molto altro ancora. Il funzionamento della piattaforma è semplice, chi è in possesso di documenti “scottanti”, dopo averli cifrati


con il software crittografico PGP, li invia in modo totalmente anonimo ai membri di WikiLeaks che dopo un’attenta analisi li caricano sulla piattaforma. L’impatto sull’opinione pubblica è notevole, ma ad avere la peggio è il fondatore di WikiLeaks, costretto a rifugiarsi dal 2012 presso l’Ambasciata dell’Ecuador di Londra. Nel 2013 è Edward Snowden il whistleblower del caso, così come lo saraà Hervè Falciani per il caso Swissleaks nel 2015.

raccolto tramite dei “leaks” ottenuti da un whistleblowing, per essere gestito e metabolizzato ha la necessità infatti di essere condiviso tra più giornali di inchiesta anche di nazioni diverse. Si crea così un gioco di squadra dove ogni testata analizza una parte delle informazioni, collaborando per arrivare in tempo rapidi ad un risultato investigativo ad alto impatto mediatico, caratterizzato da un’elevata qualità dei contenuti.

Crittografia La sicurezza dell’anonimato per chi fornisce i “leaks” è garantita dal software TOR, che permette di navigare nel web in modalità non rintracciabile. La garanzia dell’anonimato soprattutto ad alti livelli è fondamentale, infatti i whistleblowers che si dichiarano, vedono la loro vita completamente stravolta e spesso sono costretti alla fuga.

A questo punto tra whistleblower, fiumi di dati ed informazioni scottanti che scorrono attraverso i software di condivisione rigorosamente protetti da chiavi crittografiche, e il fiuto dei giornalisti d’inchiesta, siamo sicuri che non mancherà molto alla prossima fuga di nuovi e compromettenti leaks.

Sharing In un mondo interconnesso dove tutto viene condiviso tramite il web, il giornalismo d’inchiesta ha trovato uno dei suoi punti di forza nel cosiddetto sharing, ovvero la condivisione di documenti soprattutto tra testate giornalistiche. L’elevato quantitativo di dati, per esempio

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IL CONSORZIO INTERNAZIONALE DEI GIORNALISTI INVESTIGATIVI L’emblematico “Panama Papers” e il potere del lavoro di squadra internazionale nelle grandi inchieste

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L’enorme scandalo dei Panama Papers rientra in piena regola nel campo dei cosiddetti whistleblowing, ovvero quelle informazioni trapelate grazie all’intervento di anonime gole profonde, che venute a conoscenza di verità scomode, decidono di divulgarle al grande pubblico. La gola profonda dei Panama Papers è un fantomatico John Doe. Non si conosce la sua identità ma è probabile che faccia parte del sistema messo in piedi dallo studio legale “Mossack

Fonseca” e ne abbia voluto denunciare dall’interno tutte le nefandezze a cui dice di avere assistito negli anni. John Doe si è messo in contatto con due giornalisti del quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, Bastian Obermayer e Frederik Obermaier. Quello che Doe passa ai due giornalisti è una mole enorme di dati esplosivi sulle migliaia di società che la Mossack Fonseca gestisce a partire dagli anni ‘70. John Doe vuole in cambio soltanto l’anonimato.

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Nel frattempo i dati forniti aumentano ed i giornalisti del quotidiano tedesco non riescono a gestirli e richiedono l’aiuto all’International Consortium of Investigative Journalist (ICIJ). Il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi è nato nel 1997 con sede a Washington grazie al suo fondatore Charles Lewis e rappresenta una rete internazionale no profit di 165 giornalisti investigativi provenienti da 65 paesi, che opera per indagare sui reati transnazionali,

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sul fenomeno del contrabbando, sull’evasione fiscale e sul traffico delle armi. Le notizie raccolte in dossier dall’ICIJ vengono poi rilanciate dalle principali testate internazionali. Negli anni di attività il Consorzio si è battuto contro alcuni colossi dell’industria del tabacco, per smascherare i particolari meccanismi di propaganda instaurati per incrementare il fenomeno del contrabbando di sigarette. Altri dossier ad opera dell’ICIJ sono quelli riferiti al mondo delle società offshore e sono denominati SwissLeaks, Offshore Leaks e Luxemburg Leaks. Tornando ai Panama Papers, il progetto nato dalla collaborazione tra i giornalisti tedeschi del Süddeutsche Zeitung e l’ICIJ e che va sotto il nome di Prometheus, in onore del Dio greco ribelle che ha voluto rubare il fuoco agli Dei per donarlo agli uomini, ha messo in campo 378 giornalisti investigativi (anche esterni all’ICIJ) per lo


studio dei dati e l’utilizzo di un potente software di analisi realizzato da un’azienda australiana chiamato Nuix Investigator, produttrice del potente software Nuix. La piattaforma virtuale sulla quale collaborano i giornalisti legati al Consorzio è imponente e blindata da un sistema crittografico di sicurezza e di password speciali per proteggere i delicati dati contenuti al suo interno. La vicenda dei Panama Papers ha dimostrato con successo tutta la forza che un’istituzione come il Consorzio può apportare nel

campo del giornalismo investigativo. L’ICIJ funziona bene all’estero perché può contare sul finanziamento da parte di fondazioni americane ed europee. In Italia, come sostiene il giornalista de l’Espresso Leo Sisti (iscritto all’ICIJ), le testate non hanno soldi e tempo per dedicarsi a lavori di inchiesta che durano mesi e senza la certezza del risultato. In altre parole, anche se qualcosa si sta cominciando a muovere, sarà difficile al momento vedere la nascita di un Consorzio dei giornalisti investigativi tutto italiano.

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LIBRO E PROGRAMMA TV

CONSIGLIATI

a cura di Mauro Valentini

WIKILEAKS La battaglia di Julian Assange per la sua libertà David Leigh e Luke Harding sono due giornalisti di The Guardian, il quotidiano britannico che ha collaborato con Assange nella pubblicazione di una grande massa di informazioni di cui Wikileaks è entrata in possesso. Soprattutto Harding ha un’esperienza del fenomeno della raccolta di informazioni riservate che lo ha portato in questi anni a seguire anche il caso Snowden. E questa sua, loro esperienza si raccoglie in questo libro non più recentissimo (in Italia è uscito da 4 anni) ma ancora attualissimo come Wikileaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di Stato (Nutrimenti Editore) da cui è stato tratto anche il film The Liar. Un’opera che si legge come un romanzo, attento ai dettagli ma con grande ritmo narrativo, che analizza le modalità di ingaggio sempre poco chiare con cui i grandi giornali del mondo (oltre al The Guardian, il New York Times e Le Monde per dirne solo alcuni) si accaparrano e decidono di raccogliere consenso e strali da queste pubblicazioni. L’aspetto della veridicità della verità è molto ben analizzato, così come gli effetti di questi documenti nell’opinione pubblica. Il libro è corredato da documentazioni originali e da note esplicative, e non si tira indietro nella questione centrale della vicenda giudiziaria di Assange: l’accusa di violenza sessuale ai danni di due sue amanti. È un nodo centrale questo, perché di fatto ha smarrito la rotta prefissata dal giornalista australiano che da quel mandato di cattura in poi si è dovuto nascondere nell’Ambasciata dell’Ecuador di fatto auto-relegandosi ai margini del caos che lui stesso aveva creato. Libro necessario per aver chiaro il “fenomeno” Assange. Perché «nulla sarà più lo stesso dopo WikiLeaks».

Diritto di Cronaca,

la nuova rubrica di politica ed attualità in onda ogni martedì e giovedì su Teleromauno (CH. 271). Tante le tematiche già affrontate, dal caso Cucchi al clan dei Marsigliesi, fino alle inchieste su sanità, sicurezza e criminalità. Tutte le puntate sono disponibili sulla pagina Facebook di “Diritto di Cronaca”, condotte dal giornalista Giovanni Lucifora.

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FILM E PROGRAMMA RADIOFONICO

CONSIGLIATI

a cura di Nicola Guarneri

BANDIDOS E BALENTES- IL CODICE NON SCRITTO Uno sguardo sul banditismo sardo, parte della nostra storia recente In uscita il 23 febbraio prossimo, Bandidos e Balentes – con la regia di Fabio Manuel Mulas – riporta alla memoria una storia troppo spesso dimenticata ma che per lungo tempo ha occupato le pagine dei quotidiani nazionali: il banditismo sardo. Il film è ambientato negli anni Cinquanta in Sardegna e racconta le pieghe spesso nascoste dei sequestri di persona. Una finestra sull’importanza della donna anche nelle dinamiche criminali – aspetto che molte volte è stato messo poco in risalto – ben rappresentata nella figura di Mintonia, che resta vedova con a carico due figli, Angheledda e Babore, dopo che marito e figlio le sono stati uccisi. I due sono incitati ad uccidere secondo le logiche della faida e parte del pregio del film è raccontare soprattutto le scelte dei due giovani, lasciando dunque un finale aperto.

In radio La Storia Oscura

Storia, crimine e criminologia su Radio Cusano Campus dal lunedì al venerdì dalle 13:00 alle 15:00 con “La Storia Oscura”, un programma curato e condotto da Fabio Camillacci. Conoscere la storia per capire l’attualità.

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Cronaca&Dossier34  

Come sarà il Giornalismo del futuro? Ecco gli scandali che hanno aperto a nuove prospettive per il Giornalismo investigativo. Dal cosiddetto...

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