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storie di carta

racconti dal sociale

ABITARE OVUNQUE E COMUNQUE

L’ESPERIENZA DI POLIS AD EXPO CASA 2018

2008/2018 DIECI ANNI CON LE PERSONE


BASTIA UMBRA (Perugia) Cinque momenti-spazi di vita

che ruotano attorno al concetto di abitazione, di casa come luogo in cui vivere e non solo dimorare. La cooperativa sociale Polis porta il suo vissuto all’interno di Expo Casa, all’Umbria Fiere di Bastia Umbra, negli spazi di Piazza Tecla con “Metafisica della città: gli spazi del sociale”. Ha introdotto Simone Bori, dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia, con l’intervento di Cristiano Schiavolini, educatore di comunità Polis.

Casa è dove abitano i corpi e risiedono le anime, le emozioni, le certezze e le paure. L’esperienza di Polis parte

dalla visione utopica della città ideale del Rinascimento per giungere al concetto di dimora contemporanea,

di spazi fisici che si relazionano con quelli mentali. Ripensare o concepire spazi, quindi, attraverso momenti di vita reali, legati al disagio, alla malattia, alla memoria, che abbiano al centro l’uomo: guardare con occhi nuovi e progettare con la testa e il cuore.

Attraverso il racconto di Cristiano Schiavolini si incontrano gli occhi di Mattia,10 anni, che sa pronunciare solo “mamma”; il suo mondo finisce con quella parola e nello spazio amico di casa. Per questo Polis ha pensato a “Il Centrino” come un luogo in cui replicare la sicurezza intima della propria abitazione, per dare una risposta a Mattia e agli altri ragazzi che hanno il diritto di trovare uno spazio accogliente per nuovi percorsi di socializzazione.


Altri occhi, quelli della memoria, sono, invece, quelli di Antonio e della nebbia che si è portata via il suo mondo familiare, della malattia che ha cancellato la sua vita, come quella di tanti altri. Rimangono dei fili, annodati, ingarbugliati, ai quali attaccarsi. Nasce così il Caffè Alzheimer a Panicale, uno spazio che accoglie persone che vivono questa dimensione, pensato e concepito come un salotto e angolo cucina, un luogo familiare. C’è lo sguardo di Ambra, colmo del disagio e della paura di passare le giornate chiusa in camera. Poi è arrivata l’esperienza al centro ricreativo di Magione. Uno spazio nuovo, fuori dagli schemi dell’assistenza, dove luminosità e arredi sono concepiti per dare spazio ad un lavoro creativo, sperimentando con tempi e modi adeguati linguaggi nuovi come pittura e cinema. In questo viaggio ci sono gli occhi di Josef, lasciato solo, abbandonato da tutti. Un corso di formazione per la ristorazione e un ambiente adeguato come “La casa della Tartaruga” di Pozzuolo hanno ridato vita a Josef e ai tanti giovani provenienti da realtà difficili e disperate che sono passati in quelle vecchie aule, ora pagine colorate con i colori scelti dai ragazzi. L’ultimo spazio ha gli occhi dei bambini del nido Tantetinte, con le stanze pedagogiche che si affacciano tramite ampi finestroni su un giardino e su un portico che rimanda al rinascimentale Ospedale degli Innocenti di Brunelleschi, per accompagnare il bambino nell’esplorazione del mondo come un continuo interscambio tra


L’armonia del singolo porta all’armonia della collettività, mentre gli spazi della città non sono solo

collegati tra loro tramite strade, ma soprattutto da relazioni sociali, culturali ed emozionali. Abitare gli spazi fisici e mentali, quindi, significa anche riflettere sulla loro progettazione pensando al disagio, alla malattia e ai bisogni legati alla disabilità. Da qui la necessità di progettare gli spazi, pubblici e privati, mettendo in relazione, armonica, il sociale e i luoghi, le strutture e le persone. È questo il messaggio emerso nel corso dell’incontro

“La metafisica delle città: gli spazi del sociale”

promosso da Polis cooperativa sociale e svoltosi a Piazza Tecla, all’interno di Expo Casa al centro fiere di Bastia Umbra. Cristiano Schiavolini, educatore di comunità Polis, ha accompagnato il folto pubblico in un viaggio negli spazi del sociale, illustrando come questi possano essere rivisti in senso moderno e funzionale, mantenendo un rapporto con l’uso del passato. L’esempio viene dalle strutture che Polis gestisce: il nido

Tantetinte, il Caffè Alzheimer, Il Centrino, La casa della Tartaruga e il centro di Magione.

«Se guardiamo l’immagine della Città ideale vediamo che la composizione è armoniosa, ogni elemento è al suo posto, ordinato – ha detto Schiavolini – Se guardiamo Barcellona dall’alto notiamo una serie di elementi modulari che si compongono in moduli più estesi, ogni elemento trova forza nell’insieme modulare. Lo stesso


vale per le persone, ognuno trova forza nell’interazione con gli altri, nel rapportarsi con gli altri». Ed è quello che Polis fa ogni giorno, agendo per «il benessere della persona, per uno sviluppo armonioso personale e nel rapporto con gli altri – ha proseguito Schiavolini - Trovare l’armonia con se stessi come primo passo per rapportarsi con gli altri e poi nella società. La propria casa è il primo luogo di apprendimento della vita, per costruire un rapporto con gli altri bisogna uscire fuori, nel mondo. Gli spazi sociali permettono di costruire una continuità emozionale tra casa e struttura protetta, sperimentando il rapporto con l’esterno, così l’approccio al mondo avviene in uno spazio pensato e per non mettere paura e in difficoltà». A conclusione dell’incontro è intervenuto Gianfranco Piombaroli, presidente di Polis, il quale ha ricordato agli intervenuti come anche in una giornata festiva avrebbero potuto «fare altre cose, ma siete stati attratti dalla nostra proposta. Questo lavoro non possiamo farlo se abbiamo perso la capacità di emozionarci. Oggi sono emozionato. È un segno di attenzione verso gli altri, attenzione che mettiamo anche nei piccoli gesti come colorare una parete o sistemare un arredo in una nostra struttura. È segno di armonia che può diventare sinfonia, un lavoro corale che valorizza anziani, disabili, minori come umanità con la quale relazionarsi. E noi dobbiamo mettere in campo la capacità di creare relazioni diffuse, legami, mettere le persone in relazioni positive con l’umano. Questo vale anche nel concepire, pensare e collaborare nel creare armonia nell’abitare per il bene delle persone. Progettare bello, armonico e sociale non costa di più ed è l’approccio giusto per continuare a coltivare l’utopia di una società e una umanità


La sfida lanciata da Polis di portare il sociale all’interno degli spazi di Expo Casa, per ripensare e progettare gli spazi del sociale si può dire vinta. Successo anche per la tavola rotonda “Abitare il colore”, sui temi dell’architettura e del colore, dei monocromatismi assoluti e del benessere, alla quale hanno partecipato Maria Luisa Guerrini, presidente Ordine architetti di Perugia, Paolo Belardi, direttore ABA, Lucia Fiorucci (Ordine architetti di Perugia), Aldo Iori (ABA) Pietro Carlo Pellegrini, (Università di Pisa), Nicoletta Sensi (consulente pedagogica Miur) e Vicky Syriopoulou, colour designer Oikos. Il pomeriggio si è concluso con una lectio magistralis di Paolo Crepet, psichiatra, su “Il coraggio dei colori”. «Abitare ovunque e comunque è lo slogan che ha animato gli incontri a Piazza Tecla – ha detto Paolo Belardi, direttore dell’Accademia di Bella Arti “Pietro Vannucci” di Perugia – Per questo appuntamento con il colore abbiamo voluto iniziare con l’esperienza di Gaspare De Fiore, attraverso un viaggio per immagini, linee e disegni. De Fiore diceva che non si fanno disegni a colori, perché i colori si fanno sentire. Il suo piano di recupero di Portofino è un piano del colore e, anche se criticato, pur essendo passati tanti anni, di piani del colore come quello non ne abbiamo più visti. Come architetti progettiamo per collegare le persone e i sentimenti e per fare questo lavoro il colore e importantissimo».


Parlando di architettura e di colore non si poteva non citare Le Corbusier e Lucia Fiorucci ha ricordato l’importanza «della policromia in Le Corbusier, dell’uso del colore che è un rimando ai pigmenti naturali, ai colori di grande gamma che si collegano all’architettura con valori e significati specifici – ha riferito Fiorucci – Le due tavole del colore, del 1931 e del 1959, testimoniano il costante lavoro sui colori, sulla riduzione della gamma ad elementi essenziali, partendo dal confronto con la stagione del Rinascimento, e riflettendo su colori che creano spazio e classificano gli oggetti. Fino ad arrivare al concetto dei colori che sono lo specchio della persona e della psicologia, la combinazione dei quali dovrebbe portare all’equilibrio armonico».


Di colore come vita contrapposto al bianco delle rovine e delle ossa ha parlato Aldo Iori affermando che «parlare del colore, specie nell’arte è bellissimo. Parlare anche di un solo colore lo è. Purtroppo immaginiamo l’antichità in bianco e nero, quando invece l’arte antica era colorata, le statue lignee medievali e le vetrate sono colore puro. Nel nostro immaginario c’è un’arte dilavata dal tempo e riprodotta in bianco e nero nelle stampe e nei disegni. Un bianco che rimanda alle rovine e alle ossa. Eppure il bianco glorifica l’architettura e l’arte. Basti pensare al bianco assoluto, al colore monocromo mai mischiato. Ma c’è anche il nero del bitume di Burri, come esperimento unico al mondo di trasporto di materiali altri su tela. Oppure c’è il bianco della memoria collettiva con i cretti di Gibellina. Fino ad arrivare al monocromatismo di Fontana e di Klein».


Pietro Carlo Pellegrini ha incentrato il suo interven-

to sulle «sensazioni che vengono dal colore, sia come parte integrante dell’architettura sia come elementi essenziali di diversità e cambiamento. Il colore si sente, nella natura, nelle costruzioni. Il colore è elemento di accoglienza per chi andrà a risiedere in quei luoghi e quelle strutture. Il mattone, la pietra e la ceramica sono colori della nostra storia, come anche il vetro oppure il legno che cambia colore invecchiando nel tempo».


La pedagogista Nicoletta Sensi ha sottolineato come si faccia «esperienza con il colore e che il ruolo che lo spazio e il colore dovrebbero avere nella relazione educativa e nel mondo della scuola sia, purtroppo poco indagato. Quando i ragazzi oppositivi ti dicono che non sopportano lo spazio e i colori delle aule, che si sentono soffocare, dovremmo subito pensare che la costruzione dell’edificio scolastico dovrebbe essere il primo atto pedagogico. Lo spazio come educatore nella scuola è un’idea già presente in Maria Montessori. E tanti ricercatori ci dicono che i colori sono connessi profondamente con l’anima, che conducono all’interiorità e, quindi, possono dirci molto nel percorso educativo. Se il colore è parte della dimensione relazionale dovremmo aprire una riflessione sui temi educativi, dell’architettura, del colore. Eppure non sappiamo rispondere alla domanda: perché la scuola ha paura del colore e di fare degli spazi educativi dei luoghi accoglienti?». Di energia del colore ha parlato Vicky Syriopoulou e di come questo «influenzi l’anima, di come ogni pigmento scateni una reazione istintiva oppure come con il bianco tutti si soffermino a riflettere sulla forma degli oggetti»


. A conclusione dell’incontro, prima di presentare

Paolo Crepet, è intervenuto il presidente di Polis:

«Collegare mondi, competenze, culture, generazioni diverse. È un modo per costruire relazioni per affrontare la modernità con coraggio, quel coraggio che serve a coltivare le utopie. Se non lo facciamo non coltiviamo innovazione – ha ricordato Gianfranco Piombaroli, presidente Polis, intervenendo nel dibattito - Collegare Polis ad Expo sembrava difficile, ma abbiamo aperto strade tra mondi diversi, contaminandoci. Sembrava che gli argomenti della tavola rotonda non fossero legati e abbiamo scoperto che, invece, è tutto correlato e dobbiamo creare luoghi che accorcino le distanze, per confrontarci e comunicare, per costruire risposte per le persone che ci avanzano delle richieste. Per produrre cambiamenti in linea con le richieste delle persone abbiamo bisogno di un nuovo Rinascimento nei rapporti e nelle relazioni personali». «Le nostre case dicono molto più delle parole. I colori, gli oggetti, l’arredamento, descrivono la nostra personalità, le nostre bizzarrie molto più dei nostri discorsi. Io sono nato nel colore, in una famiglia di artisti, quindi mi piace navigare nella contaminazione, scoprire storie interessanti che sono quelle di confine, dove non si incontra la purezza, ma l’intreccio come ricchezza personale. Mi piace pensare alla bellezza dei colori dei mercati, dei bazar, all’esuberanza dei colori delle donne africane. Mi sento male, invece, se penso alla costruzione claustrofobica del maso, frutto di una cultura claustrofobica, che non si apre all’altro.


I colori emozionano, i colori ti seducono. I nostri politici non ispirano sono grigi, asettici. John Fiztgerald Kennedy vinse le elezioni perché si presentò in tv, alle prime trasmissioni a colori, con una camicia azzurra. Avete mai riflettuto sul perché i giocattoli siano colorati? Il bambino passa davanti alla vetrina e si inchioda perché il colore funge da catalizzatore. I mattoncini Lego sono l’esempio lampante del fatto che i bambini si nutrono di emozioni, sono polisensoriali, reagiscono agli stimoli interni ed esterni. Giocare con i Lego e giocare con gli smartphone non è la stessa cosa. È lo scontro tra il patrimonio sensoriale e l’autismo sensoriale. Di fronte a questo impoverimento culturale anche i luoghi di lavoro vanno sparendo, a vantaggio della casa nella quale sono cambiate gli spazi di utilizzo


Il lavoro adesso punta sul coworking che deve essere attrattivo, non deve assomigliare ad un ufficio specifico perché ospita professionalità diverse. Dove si incontrano le persone, però, nascono le idee. La tecnologia ci porta ad essere meno umani, a lavorare meno e a stare più in casa. Una volta il cinema era un luogo sociale, adesso sono vuoti; ma cosa mettiamo in questi spazi al posto delle emozioni? Siamo di fronte a un cambiamento antropologico importante, forse il primo vero cambiamento da secoli. Le emozioni sono ancora veicolate dai colori, ma nel futuro da cosa saranno veicolate? È una grande sfida».

Tutto cambia tranne la scuola, perché? «Me lo chiesi tanti anni fa anch’io e credo che la risposta sia nella differenzia che c’è tra costruire uno stadio e costruire una scuola: nel primo caso si fa anche senza saper giocare a calcio; nel secondo devi confrontarti con i pedagogisti, con i docenti, con i bambini, cioè è impossibile o manca la volontà. L’innovazione, invece, non è la tecnologia, ma saper costruire qualcosa di antico, come valori, che tra vent’anni sarà ancora valido». Le conclusioni sono spettate al presidente Gianfranco Piombaroli: «questi scenari influenzeranno sicuramente il nostro lavoro le nostre attività, ma noi dobbiamo avere il coraggio di fare Welfare con la capacità di essere visionari».


report di Umberto Maiorca, giornalista e storico

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