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(…) Ed io, minimo essere, ebbro del grande vuoto costellato, a somiglianza, a immagine del mistero, mi sentii parte pura dell’abisso, ruotai con le stelle, il mio cuore si sparpagliò nel vento. Pablo Neruda

Osvaldo Licini La dimora nel cosmo In occasione degli eventi organizzati a cinquanta anni dalla scomparsa di Osvaldo Licini Art&Art è andata nelle Marche. Il luogo dove è nato. Il luogo dove ha scelto di vivere. di Cristiana Coletti


Nel mondo di Licini abita la poesia. Ci dirigiamo verso un luogo geografico ben preciso. Arriviamo in uno spazio dove non c’è tempo. Non c’è confine. C’è ricerca. Mistero. C’è la personalità forte e libera di Osvaldo Licini. Per percepire l’opera dell’Artista vogliamo avvicinarci. Con la mente. Con lo sguardo. Due sono i binari che scorrono. Due i territori. Il linguaggio dell’indagine e della ricerca. La storia, le testimonianze, i saggi critici. E il linguaggio della pittura e della poesia. Inafferrabile.

Il viaggio del poeta Osvaldo Licini è uno fra gli Artisti più importanti della storia dell’Arte contemporanea in Italia, ma non soltanto. E’ filosofo, poeta, scrittore. Il suo è un nome conosciuto soprattutto da storici dell’arte e collezionisti. Resta poco noto al grande pubblico. Perché? La ricerca del motivo si lega in modo profondo con la storia di Licini. Col suo mondo interiore. Con le sue scelte. Con la sua libertà. Per questo decidiamo di non avanzare ipotesi a priori e di procedere nel nostro percorso attraverso la biografia, la critica. Attraverso le sue opere. Il suo poetico pensare. Osvaldo Licini nasce a Monte Vidon Corrado, paese dell’entroterra piceno, il 22 marzo 1894. Dal 1908 inizia a studiare all’Accademia di Belle Arti di Bologna, poi si trasferisce a Firenze. Negli anni di Bologna stringe amicizia con Giorgio Morandi. Conosce Vespignani e Mario Tozzi, che sarà per lui amico importante. Dopo la partecipazione alla Grande Guerra, della quale restano, in ricordo, i postumi di una ferita alla gamba, lasciata Firenze e lasciata la donna che dà alla luce Paolo, suo figlio, si reca spesso a Parigi dalla madre e la sorella, dove frequenta i caffè di Montparnasse, dove espone. Qui conosce, fra gli altri, Modigliani, Picasso, Cocteau, Cendrars, Kisling. Bologna, Firenze, Parigi. Licini si sposta continuamente e frequenta, nei primi decenni del novecento, gli ambienti più stimolanti, dove l’arte contemporanea andava nascendo. Dove l’arte contemporanea trovava i suoi sviluppi più interessanti. Il suo errare lo conduce a scoprire i nuovi linguaggi dei grandi maestri. A percepirne il carattere più intrinseco. A confrontarsi con esso, alla luce della propria personalità.

Osvaldo Vicini nella sua casa di Monte Vidon Corrado

Unica. “Eppure sbaglierebbe”- scrive, infatti, Elena Pontiggia nel suo saggio per il catalogo della mostra ad Ascoli Piceno- “chi vedesse nella sua ricerca solo (solo?) un incontentabile susseguirsi di stili: il primitivismo degli anni dieci, Espressionismo lirico degli anni venti, Astrattismo negli anni trenta, evocazione visionaria negli anni quaranta e cinquanta, geometria minimalista in certi esiti estremi.” Quando, nel 1926, dopo il matrimonio con la pittrice svedese Nanny Hellström, si trasferisce definitivamente a Monte Vidon Corrado, il suo errare assume con più evidenza il carattere della ricerca. Dell’interrogazione. Intima. Poetica. Cosmica. Lo testimonia l’im-

portante corrispondenza conservata da amici cari e grandi sostenitori del suo lavoro, come Marchiori, che fu uno dei maggiori critici d’arte italiani del nostro secolo, e Mario Tozzi, che conobbe all’Accademia di Bologna. Lo testimoniano i ricordi di Luigi Dania, storico e critico d‘arte, che strinse con Licini lunga e profonda amicizia. Lo testimonia, infine, soprattutto, la sua opera. Durante gli anni trascorsi lontano dal mondo, a Monte Vidon Corrado, Licini viaggia spesso, con la moglie, con gli amici, fra i quali Dania, e resta sempre informato di quanto accade nel panorama internazionale dell’arte contemporanea. Ma non soltanto. “L’avidità di Osvaldo Licini nei confronti della conoscenza”- scrive Enrica Torelli Landini nel suo saggio per il catalogo della mostra ad Ascoli Piceno -“va oltre l’attenzione verso le nuove espressioni della pittura e si estende alla letteratura, alla filosofia, all’architettura, alla musica, ai miti, e persino a elementi figurativi semplici, come quelli della grafica pubblicitaria”. La sua avidità nei confronti della conoscenza è espressione di una curiosità forte. Del desiderio di percepire il pensiero dell’uomo. Un’indagine che porta, lungo le linee sinuose del paesaggio, oltre l’orizzonte. C’è un altrove che muove il suo cercare. Che anima il suo infinito viaggiare. E c’è il suo profondo pensare che si spinge verso lo spazio senza tempo di questa realtà altra. Una realtà che è poesia.

Amanti su fondo giallo - 1945 - Olio su tela cm. 15,5 x 20,5 - Milano, collezione privata


Personaggio su fondo scuro (o Notturno) - 1956 - Olio su carta intelata cm. 20 x 27 - Milano, collezione privata

Cerco senza mai trovarla Una certezza dove poter gettare tutte le forze di una mia lontana miracolosa vita forse sognata forse trascorsa un poco troppo col cuore nella mano, col cuore e col pensiero nella mano un poco troppo bella dell’anima ch’io cerco ancora senza mai stancarmi troppo sperando d’incontrarla un giorno. Osvaldo Licini Negli anni Licini partecipa, anche grazie agli amici che lo hanno sostenuto, a diverse mostre importanti. Ultima, la biennale di Venezia del 1958. L’anno della sua scomparsa. La partecipazione alle mostre sembra restare, tuttavia, evento marginale per Licini, che non cerca l’occasione. Che non cerca il successo. Anche se dimostra di voler percepire una risonanza, una risposta - come attestano le sue lettere, dove chiede, dove si informa su ciò che è stato scritto sulle sue opere esposte. Scorrendo la biografia che Enrica Torelli Landini pubblica nel primo dei “Quaderni Liciniani” e quella pubblicata nel catalogo della mostra di Ascoli Piceno, emerge, dalla storia

della sua vita, ai nostri occhi, un’apparente contraddizione: Licini fugge la contemporaneità. Perché è libero. Fugge, ma la penetra al contempo, nel senso più profondo, perché ne percepisce le istanze essenziali. Molto è stato scritto su Licini, nei decenni. “Questa nostra prima sala che raccoglie le opere dei 6 anni che precedettero l’”avventura” astratta di Osvaldo Licini è una documentazione così viva della coerenza colla quale il pittore è andato francamente verso se stesso (…)” dice il Bollettino della galleria Il Milione di Milano, già nel 1935. Nel 1958, scrivendo la recensione “Italia-Francia” al Valentino- L’Omaggio a Léger e la rivelazione di Licini”, Luigi Carluccio dice “(…) le altre mostre personali (…) appartengono con quelle degli altri già nominati alla vasta problematica dell’arte contemporanea, ma la mostra di Licini ha un significato diverso. (…)” Tra il 1935 ed il 1958 passano 23 anni. Anni in cui il mondo è stato, certo, sconvolto da una guerra. Questi due scritti sono, tuttavia, la testimonianza di quanto abbiamo percepito: L’unicità del linguaggio di Licini, da una parte. La sua apparente assenza dallo scenario

dell’Arte Contemporanea, dall’altra. Fra i più importanti storici dell’arte che studiano o hanno studiato la vita, la filosofia, l’opera di Licini ne vogliamo citare alcuni. Giuseppe Marchiori e Luigi Dania, presidente onorario del comitato scientifico organizzatore degli eventi in atto, che l’hanno conosciuto ed hanno condiviso con lui momenti importanti della sua vita. Elena Pontiggia ed Enrica Torelli Landini, che da anni si occupano dell’artista, approfondendo gli aspetti della sua lirica, ricercando i documenti che raccontano la sua storia. Stefano Papetti, che ha curato la mostra ad Ascoli Piceno, che promuove le ricerche e s’impegna per il riconoscimento dello spessore di Licini. Daniela Simoni, direttrice del “Centro Studi Osvaldo Licini”, che ha curato la mostra a Monte Vidon Corrado, che ha studiato e studia il significativo epistolario, la raccolta degli scritti, delle carte e i disegni e le tracce lasciate da Licini nel paese dove ha vissuto, in eremitaggio apparente, tanti anni della sua vita, insieme alla moglie Nanny ed alla figlia da lei adottata, Caterina Celi Hellström.


Angelo ribelle su fondo rosso scuro - 1951 - Olio su tela cm. 73,5 x 93,5 - Galleria Civica d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini”

LE MOSTRE Osvaldo Licini - Tra le Marche e l’Europa Ascoli Piceno - Galleria Civica d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” 18 aprile - 4 novembre 2008 Il manifesto rosso della mostra fluttua al vento di una giornata chiara d’estate sul colore tenue delle pietre di Palazzo dei Capitani del Popolo e la luce segna decisa le forme degli antichi edifici. Una linea orizzontale corre ai piedi della bella facciata del Palazzo. Corre, oltre i portici e le logge dei palazzetti rinascimentali, a chiudere la forma rettangolare della piazza. Corre, fino all’ingresso del duomo dalle morbide forme gotiche. E lo taglia. Tutto intorno si apre, luminosa, Piazza del Popolo. Semplice ma sorprendente, ci accoglie Ascoli Piceno. Prima tappa di questo nostro viaggio. La mostra è allestita negli spazi della Galleria Civica d’Arte Contemporanea. Non lontano da Piazza del Popolo. Oltre cento le opere esposte. Cento e dieci dipinti, tredici studi su tela e dieci studi su carta. Dentro le stanze che si aprono, lungo le pareti del museo, incontriamo momenti del pensiero di Licini. Viene verso di noi, deciso e determinato, il suo mondo. Forte e coerente. E noi non ci stupiamo mai di fronte al dipinto “astratto”. Non ci stupiamo mai per le geometrie, mai per gli spazi improvvisi ed infiniti davanti ai nostri occhi, accanto al segno

sintetico che tratteggia la passione degli “Amanti” o l’incedere fiero del “Gentiluomo Volante”. Mai per il paesaggio dipinto dal vivo che potrebbe sembrare silente per quanto fedele alla figura. Noi non ci stupiamo mai. Perché ovunque c’è un unico pensiero. Quello dell’uomo che stiamo incontrando. Un solo percepire. Quello del poeta che si relaziona al cosmo. Se la prima, immediata nostra sensazione è la coerenza, poi iniziano a parlare le linee. I tagli obliqui. Il colore. Gli elementi che abitano il quadro costruiscono uno spazio. La linea costruisce un infinito aperto. E ci troviamo, d’improvviso, in questa dimensione altra. Inattesa. Misteriosa. Forse inquietante, perché esitiamo un istante di fronte ad un vuoto che ci destabilizza. Perché abbiamo timore di fronte a ciò che ci libera, d’un tratto, dalle certezze che poggiano salde al terreno. Guardando lo svolgersi del pensiero viaggiamo da una dimensione all’altra. Percependo il gesto che costruisce lo spazio e lo libera. Non restiamo sorpresi, quindi, quando poi il pensiero si sposta da una situazione di osservazione, di contemplazione dello spazio, a quella, oltre la linea, del “volo”. Siamo lì, anche noi. Lasciata indietro la zavorra della contingenza. E, come un vento strano ma leggero, soffiano i pensieri. In questo spazio senza gravità incontriamo la grazia burlona e incantevole, a tratti inquietante e misteriosa, di una luna dal volto umano, ma che umana non è. Perché sta al di là del peso. Incontriamo


la virilità, la violenza dell’”Angelo Ribelle”, che si pone fiero e feroce fra i lembi di un paesaggio indefinibile e lo spazio che a tratti s’infiamma. In questa dimensione non c’è confine. La tela non chiude. Non è una finzione. Non siamo di fronte ad un dipinto con personaggio. Siamo dentro una realtà altra. Di fronte al cosmo l’uomo interroga le istanze più profonde del proprio io? Se lo fa, procede dimenticando la sua particolare storia di individuo. Scindendo. E liberando il pensiero in una dimensione che è universale. Qui abita la poesia che Licini percepiva. La poesia che rima versi infiniti e scorre eterna. Perché, in questo luogo, non c’è oggi, non c’è ieri. Non esiste il problema del domani. In questo luogo non c’è un uomo. Né un nome. C’è l’inquieto pensiero e l’eco infinita della sua voce. È l’accolta dei mali il suo elemento; Volando tra le cupe nubi, Ama i fatali e gli uragani, Schiuma di fiumi e fragore di selve; Ama le notti annuvolate, Le nebbie, la pallida luna, Ama i sorrisi amari e gli occhi Che non san lacrime né sonno. (…) MichaIl Jur’evIC Lermontov Quelli dell’”Amalassunta” e dell’”Angelo Ribelle” sono, secondo noi, i dipinti più difficili. Perché troppo immediata ne è una facile e stanca lettura. Perché troppo immediata e facile e stanca ne è la trasformazione in vuota e sterile icona della pittura di Licini. Nel percorso. Nel viaggio da una dimensione all’altra. Nell’attenta e libera osservazione. Qui avviene l’incontro. Qui avviene una prima percezione. Perché l’universo della pittura e della poesia di Licini è un universo determinato ma complesso. Un universo che non si lascia facilmente afferrare e tradurre in parola. Il voluminoso catalogo della mostra, che è fonte di ricerca importante, cita molti nomi. Tante sono le personalità che compaiono. Noi decidiamo di incontrare il responsabile del coordinamento e della direzione della mostra. Il Prof. Stefano Papetti, docente di museologia presso l’Università di Camerino e Direttore delle Raccolte Comunali di Ascoli Amalassunta su fondo blu - 1955 - Olio su tela cm. 73 x 91,5 Galleria Civica d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini”

INTERVISTA AL PROF. STEFANO PAPETTI Chi è Osvaldo Licini? Papetti: Osvaldo Licini è stato un sensibile interprete delle inquietudini che hanno segnato la prima metà del Novecento ed un intellettuale a tutto tondo, capace di coniugare l’apertura verso la realtà europea con le radici picene alle quali si mantenne sempre ancorato. Cosa ha significato per Lei- in qualità di esperto storico dell’Arte- occuparsi dell’opera di uno fra i più importanti Artisti della storia dell’Arte Contemporanea? Papetti: Come per la precedente esperienza leopardiana, è stato necessario leggere gli scritti dell’artista, penetrarne il senso e guardare le sue opere anche dall’interno, grazie alle riflettografie che ci hanno fatto capire come nascessero i suoi dipinti. Secondo quale criterio è stata allestita la mostra del Maestro Licini che Lei ha curato presso la Galleria Civica d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini”? Da dove vengono? Ci sono state delle difficoltà nel reperimento delle opere? Papetti: La mostra è stata allestita seguendo un filo cronologico, ma con qualche libertà al fine di far comprendere al visitatore la coerenza  che contraddistingue il percorso liciniano nel passaggio dal figurativo all’astratto: sono esposte 130 opere in parte proprietà delle collezioni comunali, ma soprattutto provenienti dai grandi musei italiani (Mart di Rovereteo, Gam di Torino, Cà Pesaro di Venezia, GNam  di Roma) e dai collezionisti più vicini a Licini. Mancano purtroppo le opere della famiglia Licini di Livorno che ha imposto condizioni inaccettabili, sotto il profilo scientifico; ma a detta di tutti i critici si tratta di una rassegna che restituisce una buona immagine dell’artista. Nel catalogo della mostra Lei ha pubblicato il Suo testo - “Recanati e Monte Vidon Corrado sono forse la stessa cosa?”: Giacomo Leopardi e Osvaldo Licini, due intellettuali marchigiani”Erranti, Erotici, Eretici”. In quale luogo si incontrano Leopardi e Licini? E in quale spazio del pensiero? Papetti: Leopardi e Licini si incontrano nei cieli della fantasia, nelle notti di plenilunio. Hanno in comune l’origine da un piccolo centro marchigiano, l’infermità fisica e la passione per la luna: entrambi sono stati poeti e filosofi capaci di dare voce alla condizione umana. Che rapporto c’è fra il paesaggio di Leopardi ed il paesaggio di Licini? Papetti: Il paesaggio descritto da Leopardi è quello delle colline marchigiane che volgono verso i Sibillini, analogamente Licini nei suoi paesaggi da sempre le spalle al mare e rappresenta i profili filanti delle montagne della sua zona, cariche di evocazioni magiche  e connotate dalla presenza della Sibilla Appenninica. Dopo la mostra per i 50 anni dalla scomparsa di Licini quali altri progetti? Papetti: Stiamo raccogliendo tutto il materiale documentario e fotografico di Licini che sarà presto catalogato e reso consultabile presso la nostra Galleria d’Arte Contemporanea, a lui intitolata, che sarà il punto di riferimento per gli studiosi dell’opera di Licini. Stiamo inoltre proseguendo con la Normale di Pisa l’indagine riflettografica delle sue opere.


Intervista aLLA PROF.SSA Daniela Simoni Chi è Osvaldo Licini? Simoni: Osvaldo Licini è stato uno spirito libero del novecento. È stato un grandissimo Artista. Il fatto che ancora non sia riconosciuta la sua reale statura dal grande pubblico, credo, derivi proprio da questa sua libertà. La sua libertà mentale, che lo ha portato, da un lato, a re-interpretare in maniera personale qualsiasi suggestione culturale gli sia arrivata e, dall’altro, a fare delle scelte che erano poco commerciali. Lui ha scelto di vivere qui, a Monte Vidon Corrado, quando la vita gli aveva offerto la possibilità di vivere in tanti altri posti. A Parigi ha conosciuto la pittrice svedese Nanny Hellström ed insieme hanno deciso di non restare a Parigi, di non andare a vivere in Svezia, ma di trasferirsi a Monte Vidon Corrado. La scelta di vivere qui per lasciar decantare tutte le suggestioni culturali che lui, costantemente, raccoglieva e di non porsi in un rapporto commerciale col mondo dell’Arte, di fare a Monte Vidon Corrado, della sua casa, quello che lui chiama “un laboratorio di Arte sperimentale”. Questa scelta fa di Licini un Artista libero. Cosa ha significato per Licini Monte Vidon Corrado? Simoni: È stato per lui in punto di riferimento fondamentale. Da un lato per il legame con le origini, con il paesaggio inteso sia come dato naturale al quale rifarsi. Se andiamo a vedere la sua arte è tutta legata alla morfologia del paesaggio. Guardiamo le linee dei dipinti astratti, il bilico. È vero che da una parte rappresentano la geometria anti-classica, la geometria irrazionale che nasce dal cuore, ma dall’altra ci sono queste linee oblique che poi sono le linee del paesaggio. E chi viene a Monte Vidon riesce a percepire questa cosa. Dall’altro lato, il paesaggio inteso come stratificazione culturale. La sua Arte, di fatto, è anche la summa di quello che è la cultura di questo territorio. I precedenti. Pensiamo all’Arte del quattrocento qui nelle Marche o anche al mito della Sibilla. Le suggestioni della cultura del territorio sono forti, anche se non rimane, ovviamente, legato soltanto a questa dimensione, che resta, comunque, un punto di partenza significativo. Che rapporto aveva con la gente di Monte Vidon Corrado? Simoni: Il Centro Studi ha raccolto delle testimonianze di persone che lo avevano conosciuto e che ne parlano come di una persona “strana”. In effetti, per la Monte Vidon di 70-80 anni fa, la figura di quest’uomo risultava stravagante agli occhi della gente. Vero è anche, però, che per dieci anni Licini è stato sindaco di questa città. Ne riconoscevano, quindi, la statura culturale. La moglie, anche lei era molto intergrata nel tessuto locale. Dopo la morte di Licini lei è rimasta a Monte Vidon. Con Licini, Nanny condivideva, credo, la forte sensibilità per la natura, il paesaggio. Per la dimensione esistenziale di questo luogo che era quella ideale, poi, per mettere a frutto l’ispirazione artistica. Li legava un sentimento profondo. Secondo quale criterio è stata allestita la mostra di Licini qui a Monte Vidon Corrado? Simoni: Si tratta di una mostra sul periodo figurativo. C’era il rischio di ripetere una mostra già fatta o, peggio ancora, di fare una copia di una sezione della mostra di Ascoli Piceno. Il Centro Studi ha lavorato molto sullo studio del contesto in cui Licini è vissuto abbiamo cercato, alla luce di questo fatto, di dare alla mostra un taglio diverso. Tre chiavi di lettura. I dipinti: paesaggio, ritratto e natura morta. Scegliendo opere che mostrassero l’evoluzione del linguaggio, che avessero un legame con la biografia di Licini, ma che fossero anche poco inflazionate -abbiamo alcune opere, che è la prima volta che vengono esposte in mostra- volevamo dare un carattere all’esposizione. Poi ci sono le carte, che abbiamo in esposizione permanente, selezionate con attenzione pensando al tema della mostra. E poi c’è la casa. Il punto forte. E’ la prima volta che viene riaperta al pubblico, allestita. Per chi viene a visitare la mostra credo sia molto importante visitare la casa. L’allestimento è stato realizzato in modo che fosse poco invasivo, per lasciar percepire il vissuto dell’Artista, lo spirito vitale di Licini. E si sente. Credo che anche questo fatto abbia portato al grande successo che sta avendo questa mostra, molto visitata.

Piceno. Nel breve colloquio, in poche ma significative parole, Papetti approfondisce alcuni importanti aspetti e ne introduce dei nuovi: L’indagine riflettografica, che rivela, fra l’altro, il succedersi irrequieto degli interventi sulla tela, le significative correzioni, anche a distanza di anni, sta assumendo un ruolo fondamentale nella ricerca e nell’analisi delle opere. In catalogo è pubblicato il saggio di Papetti: “Recanati e Monte Vidon Corrado sono forse la stessa cosa? : Giacomo Leopardi e Osvaldo Licini due intellettuali marchigiani “Erranti, Erotici, Eretici”. Licini amò molto la poesia di Leopardi. Lettere e ricordi testimoniano la profonda risonanza che l’Artista percepiva fra il suo pensare e il mondo poetico di Leopardi. Il testo, che rappresenta un confronto interessante ed un interessante spunto di ulteriori riflessioni, cita, trasformandolo, il titolo di uno scritto di Licini: “Errante, Erotico, Eretico”. La risonanza fra Licini e Leopardi. Il paesaggio. Recanati e Monte Vidon Corrado. Ci spostiamo, in modo naturale, verso la nostra seconda tappa: l’altro polo dell’evento organizzato per i 50 anni dalla morte di Licini. Osvaldo Licini da Monte Vidon Corrado: La Stagione Figurativa, i Rapporti con il territorio Monte Vidon Corrado - “Centro Studi Osvaldo Licini” 18 aprile - 4 novembre 2008 Decidiamo di recarci a Monte Vidon passando per l’entroterra. Lungo infinite e sinuose curve. Fra le colline isolate nel verde ed i tanti piccoli paesi. Uno dei tanti piccoli paesi. Questo è il luogo dove Licini è nato. Il luogo dove ha vissuto in una casa in cima al colle. La casa posta nel punto più alto, pare al nostro sguardo che cerca di percepire anche qui la dimensione dell’Artista. Ci accoglie la Prof.ssa Daniela Simoni, storico dell’arte, direttrice del “Centro Studi Osvaldo Licini”, dove è allestita la mostra. Nel colloquio con lei veniamo a sapere molte cose sulla mostra. Molte cose ancora su Licini uomo. Sulla sua vita. Generosamente, con competenza e passione, la Simoni ci conduce attraverso le sale della mostra, raccontando, mostrando i segni della pittura, insegnandoci a riconoscere un tratto che si distingue dall’altro. Individuando i segni che denotano la coerenza all’interno del percorso di Licini. Ci conduce, infine, alla casa dell’Artista. Dove noi vediamo lo studio, le stanze e le finestre che si spalancano, splendide, su paesaggi dal lontano orizzonte, oltre le linee oblique dei campi e dei colli. La mostra ospita 21 dipinti dei primi decenni del novecento, tra il 1920 ed il 1931, che si dividono, per soggetto, in tre “ambienti”: il paesaggio, la natura morta, il ritratto. Numerose sono le carte - scritti, disegni e schizzi - conservati dal Cento Studi ed esposti in occasione dell’evento. Grande ne è il valore documentario e artistico. La carta, che mostra momenti meno noti, più personali e spontanei del pensiero e dell’arte di Licini, ha un fascino, un’autenticità ed un’immediatezza, così unici, da risultare insostituibile testimone e prezioso documento per lo studio, per la percezione dell’opera di Licini. Il catalogo della mostra, che è curata anche dalla Prof.ssa Simoni, è reso importante, oltre che dalle fedeli riproduzioni delle opere in mostra, anche da importanti saggi, che mettono in luce diversi aspetti. La pittura degli anni 1920-31, di cui si è occupata Elena Pontiggia. La figura della moglie e la sua vicenda di donna e di Artista, documentata dalle fonti, trattato da Enrica Torelli Landini. La casa - gli affreschi di


Importante è stato, inoltre, il contributo di Caterina Celi Hellström, erede della moglie di Licini, che ha permesso al Comune l’acquisizione della casa ad un prezzo particolare. Ha donato, inoltre, la collezione di disegni ed il mobilio della casa. Il viaggio dentro al mondo di Licini è un viaggio dentro la poesia. Attraverso la sua storia, il suo pensiero, le sue opere. Dietro l’orizzonte, oltre la linea del colle, inizia un infinito cercare. Qui abita Licini. In ogni suo gesto. In ogni segno o parola. Nel cosmo. Alla ricerca di Itaca. Monte Vidon Corrado

Licini, gli ambienti che raccontano lo svolgersi del suo pensiero o la storia del suo impegno politico – la collezione delle carte e dei disegni figurativi, di cui ha scritto Daniela Simoni. Il Centro Studi Osvaldo Licini nasce nel 1986 su iniziativa del Comune di Monte Vidon Corrado, grazie all’intervento di una Legge Regionale. Già nel 1978, però, era nata l’esigenza di conservare la memoria di Osvaldo Licini ed il Comune cominciò a raccogliere le testimonianze di chi l’aveva conosciuto. L’attività del Centro Studi ha promosso, negli anni, molte iniziative: mostre, convegni, giornate di studio, pubblicazioni. Da qualche anno, ci racconta la Prof.ssa Simoni, l’attività si è concentrata sulla raccolta dei documenti, al fine di creare un Centro di Documentazione consultabile, che sia il più possibile completo. Una grande fonte, in questo senso, è lo storico dell’Arte Luigi Dania. Marina - 1922 - Olio su tela cm. 31,6 x 46,8 - Tolentino, collezione privata

Servigliano - 1926 - Olio su tela cm. 59,5 x 105 Galleria Civica d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini”


Osvaldo Licini, La dimora nel cosmo_art&art