SIMONA BRAMATI - Lachesi, la filatrice del destino

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S I M O N A B R A M AT I L ACHESI, LA F I L AT R I C E D E L D E S T I N O






MOSTRA PROMOSSA DA

VALENTINA CONTI

SEGRETERIA

SIMONA CARDINALI MAILA COLTORTI

A CURA DI

LORETTA MOZZONI e CHIARA CANALI

RIPRODUZIONI FOTOGRAFICHE

EUGENIO GIBERTINI PROGETTO ARCHITETTONICO

RICCARDO BUCCI

RODA, 2007 - FOTO SAM

PROGETTO GRAFICO E COMUNICAZIONE

FOTOLITO E STAMPA

CREATIVE-PROJECT.IT RITRATTO VIDEO

SERGIO MARCELLI RITRATTO FOTOGRAFICO

ILARIA FERRETTI DISEGNO SONORO

DAVID MONACCHI

GRUPPO MANSERVIGI - MONSANO EDIZIONI

COMUNE DI JESI TRADUZIONI A CURA DI

DANIELA GAGLIARDINI UFFICIO STAMPA

MAURO LUMINARI


Pinacoteca e Musei Civici di Jesi

PROMOSSA DA

CON IL SOSTEGNO DI

REGIONE

MARCHE

assessorato alla cultura

CON IL FONDAMENTALE CONTRIBUTO DI

SPONSOR

SPONSOR TECNICI

PROVINCIA DI ANCONA

assessorato alla cultura

COMUNE DI CASTELPLANIO



S I M O N A B R A M AT I LACHESI, LA FILATRICE DEL DESTINO

a cura di Loretta Mozzoni e Chiara Canali

Assessorato alla Cultura Pinacoteca e Musei Civici



I FIGLI DELLA NOTTE La Notte a luce die’ l’odïoso Destino, la Parca negra, la Morte, il Sonno, fu madre alla stirpe dei Sogni (né con alcuno giacque per dar loro vita, l’Ombrosa). Poi Momo partorí, la sempre dogliosa Miseria, l’Espèridi, che cura, di là dall’immenso Oceàno, hanno degli aurei pomi, degli alberi gravi di frutti, e le dogliose Moire, che infliggono crudi tormenti, Atropo, Clòto e Làchesi, che a tutte le genti mortali il bene, appena a luce venute, compartono e il male, e dei trascorsi le pene agli uomini infliggono e ai Numi. Né dallo sdegno tremendo desistono mai queste Dive, prima che infliggano a ognuno la pena com’esso ha fallito. Nèmesi a luce anche die’, cordoglio degli uomini tutti, la tetra Notte; e a luce poi diede l’Inganno, la Foia, la sciagurata Vecchiaia, la Contesa dal cuore animoso. Dalla “Teogonia” di ESIODO

CHILDREN OF THE NIGHT   “Night to Light doth give scornful Destiny, the black Parca, DeathSleep, mother to the off-springs, Dreams, Not even doth Shadow lie with any to give to light, And then Mono gaveth Light to ever painful Distress, Esperidi, cures far beyond the immense Ocean, Bearing golden-apples, the trees overburdened with fruit And the Moires in labour do inflict cruel torments Clotos, Lachesi and Anthropus, to all mortals, Good, who to light hath come,giving birth to Evil, and with time inflict suffering to Man and to Neither. The tremendous disdain do the Divas desist to whom they inflict their condemnation. To each other and unfulfilment of all, Almesis, to light too doth give, sorrow to all Mankind, the gloomy Night, and then to Light doth give Deceit, Lust, wretched Old-age, Discord in the braveheart.” from “Theogony” by ESIODOS




PRESENTATION by Valentina Conti Councillor of Culture from the Municipality of Jesi

A TALENTED YOUNG WOMAN. This simple affirmation should be sufficient to explain the reason for holding an exhibition. Naturally, not all words bear the same meaning. YOUNG. Amongst the most ephimeral attributes, this one itself lacks all merit. But at the same time it is full of promises for the future, which help us look into the forthcoming years convinced that the generation-change does not only represent hope, but it is a reality which we can perceive if we only had to look around us. Artists from the region of the Marche (Central Italy) have for centuries being key figures in a Diaspora, reasons for which are to be traced way back into ancient times. And so it is forthcoming to see a tendency in the other direction, which unites key figures in art from the Marche to their land of origin, with the firm conviction that a centre and a periphery in this contemporary world no longer exists except for in the minds of those who seek after big centres as the springboard for their commercial success, and not for a stimulus for expression. WOMAN. Of course, it’s purely incidental. But in an era when the issue is still to be solved, midway between high percentages of post-graduates and merchandised intermediary models, Simona Bramanti’s experience appears rather pragmatic in the cultural circumstance which has victimised us all. She herself had expressed doubts on her own capability of being able to conduct her painting as it is still perceived as a purely male activity. But the misunderstaning has basically helped her gather around her painting an expressive quality which on canvass transforms into pure energy. Just as strength is not to be considered a purely masculine quality, so is delicacy not to be considered a quality of the gentle sex, as long as this is free from all commonplaces and stereotypes. ON TALENT. Finally, we have now touched the heart of the question. Without talent, age, gender and place of residence is useful information for the Registrar Office but quite useless for an art exhibition. Talent is an asset when presenting the work of an artist with the conviction that the artist knows how to instantly transmit the contents of its work. Her pictures are able to comunicate with everyone, because true art touches those who have a heart and mind to look and love them. The world of art, by far too unqualified for having offered disconcerting shows poor in linguistic and expressive qualities, and above all which are so far from common feelings of all, Bramati’s works come as a breath of fresh air. It is difficult to fit her into any art genre. Like for all artists who are sure of themselves and of their own capabilities, Bramati’s extraordinary capacity lies in making contents match with means and creates a unique system of expressing herself which are made of myths and leggends, that are narrative and formal in synthesis. This very same truth in tones and fascination that her magic creations know how to exert, have already exercised an undistructable bewitchment on those who have offered to cooperate in this exhibition. A thank you to you from the Administrative Municipality. 12


PRESENTAZIONE di Valentina Conti Assessore alla cultura Comune di Jesi

GIOVANE DONNA DI TALENTO. Basterebbe questa semplice frase a spiegare il perchè di una mostra. Certo non tutti gli elementi verbali hanno lo stesso peso. GIOVANE. Tra tutti è l’attributo più effimero, e di per sé privo di qualsiasi merito. Ma nello stesso tempo è il più carico di futuro, quello che consente di guardare ai prossimi anni con la convinzione che il cambio generazionale non è solo una speranza, ma una realtà che basta guardarsi intorno per cogliere. Gli artisti marchigiani sono stati protagonisti per secoli di una diaspora che ha radici e motivazioni molto antiche. E’ dunque da salutare con soddisfazione una tendenza inversa che lega i nuovi protagonisti della figurazione marchigiana alla loro terra d’origine, nella assoluta convinzione che nel mondo contemporaneo non esiste più un centro e una periferia, se non nella testa di chi cerca la grande città come palcoscenico di successi commerciali, ma non di nuovi stimoli espressivi. DONNA. D’accordo, è un puro accidente. Ma in un’epoca di irrisolta questione femminile, a metà strada tra percentuali altissime di laureate e mercificati modelli mediatici, la vicenda di Simona Bramati appare paradigmatica di una situazione culturale di cui siamo ancora vittime tutte noi. E’ lei stessa a confessare di aver dubitato della propria possibilità di esercitare la pittura perchè percepita come attività esclusivamente maschile. Ma l’equivoco in fondo le è stato utile per raccogliere intorno al suo linguaggio pittorico una tonicità espressiva che si trasforma sulla tela in energia pura. E così come la forza non sta al genere sessuale maschile, la delicatezza non riguarda l’inclinazione sentimentale femminile, almeno se si è disposti al ragionamento libero dagli stereotipi e dai luoghi comuni. DI TALENTO. Finalmente siamo arrivati la cuore della questione. Senza il talento, l’età, il genere e la residenza sono particolari buoni per l’anagrafe, ma del tutto inutili per una mostra d’arte. Il talento è la premessa obbligatoria per presentare con assoluta convinzione il lavoro di un’artista che sa comunicare con tanta immediatezza i contenuti del proprio lavoro. I suoi quadri arrivano a tutti perchè è proprio dell’arte vera raggiungere chiunque abbia cuore e cervello per guardarli e amarli. In un mondo dell’arte fin troppo squalificato per aver offerto spettacoli di sconcertante pochezza linguistica ed espressiva, oltretutto così lontani dal sentire comune, la pittura della Bramati appare come una boccata d’aria fresca. Difficile cercare di inquadrarla in un qualunque genere pittorico. Come tutti gli artisti sicuri di sé e dei propri mezzi, la Bramati espone una straordinaria capacità di far coincidere i contenuti con i mezzi e costruisce un proprio sistema espressivo fatto di mito e leggenda, di capacità narrativa e sintesi formale. Questa verità di accenti, insieme al fascino che le sue figure magiche sanno esercitare, hanno già operato una irriducibile fascinazione in chi si è proposto di lavorare per questa mostra. A tutti loro va il ringraziamento dell’Amministrazione Comunale.

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VETRO E FERRO di Loretta Mozzoni

L

’ossessiva contemporaneità del mito sposta la barra dell’analisi critica verso seduzioni di segno letterario che, se per un verso sostengono l’abilità narrativa della pittura di Simona Bramati, dall’altro contribuiscono ad uno spaesamento evocativo. Nei suoi quadri infuria un eccesso di luce, tanto più paradossale in una tavolozza che elabora le mille possibilità dei grigi diversamente orientati dalla prevalenza dei bianchi o dei neri, ma sempre corrisposti da un’inclinazione atmosferica d’ambiente lunare e di vento astrale. Vibrazioni che animano i fondali scuri su cui scorrono girali decorative che sostituiscono i motivi a niello del gotico fiorito con le tappezzerie borghesi, i fondi oro della tradizione trecentesca con gli apparati da lutto della tradizione mediterranea. Laddove l’oro stava ai maestri medievali come il luogo del Paradiso, il nero sta a Simona Bramati come il luogo del Destino, lo spazio della Necessità che non permette interpretazioni individuali del proprio percorso esistenziale e che corrisponde ad un unico imperativo, peraltro sconosciuto e minaccioso. Esiste una perfetta coincidenza tra la realtà psichica evocata dalle sue figure alate – Fate per nulla vicine al mondo dell’infanzia, ma al contrario esecutrici del Fato - e il linguaggio figurativo prescelto che si compone di pochi elementi formali di fortissimo impatto comunicativo. Figure che procedono di lato per entrare nel campo visivo a passo di danza, che appaiono come sospese in una incorporeità nervosa, fatta di tendini tesi e gesti rallentati; altrove la fisicità appare dominante, dilatata al centro dello spazio figurativo quale presenza assertiva e perentoria. Gli incarnati opachi e lunari, la consistenza carnale mai perfettamente soda pur nella magrezza dominante, denunciano una malinconia dello spirito resa patente vuoi dalle inquadrature ravvicinate che impongono tagli inusuali di visi e busti, vuoi dagli sguardi sfuggenti ed obliqui, vuoi dall’impaccio di sé, della propria fisicità avvertita come un limite. Gli improvvisi inserti cromatici accendono un universo reso monocromo dalle ombre della notte entro cui rimangono imprigionate le figure, compresse tra un piano limite di vetro ed un orizzonte di ferro. La metamorfosi della materia permette di far corrispondere ad ogni affermazione di forma il suo contrario ed ad ogni affermazione di sostanza il proprio corrispettivo in negativo. E’ una specie di partita doppia tra il dare e l’avere, in cui il primo termine sta per suggestione comunicata ed il secondo per emozione restituita. A patto di non lasciarsi più di tanto confondere dal gioco incrociato di rimandi, la forza della pittura della Bramati consiste nel costruire una cosmogonia che prevede un centro ed una periferia entro cui individuare traiettorie intermedie. Al centro c’è la Regina, espressione di una femminilità assertiva e vittoriosa, proclamata tale dal corso inevitabile e necessario delle cose. Insediata su di un trono diamorfico, metà cassettone intarsiato e metà specchiera fiorita e dorata, espone ai suoi piedi l’animale totemico della Bramati, la gallina nelle diverse declinazioni dell’animale adulto e del pulcino, significativamente morto. Sulla spalliera del trono compare una colomba bianca, evoluzione sofisticata dei pennuti da cortile non a caso disposti la prima in posizione preminente di vertice e i secondi a terra, ma non defilati. La figurazione corrisponde ad una separazione netta tra una parte superiore in cui trovano posto la spalliera elaborata del trono, la colomba dalle piume soffici e bianchissime, la testa e il busto della Regina ben acconciata nei capelli raccolti, negli orecchini con i pendenti di perla e nella tunica di pizzo. Ma il mondo dell’iperuranio cessa all’altezza del pube della Regina sfrontatamente esibito come attributo identificativo non di genere, ma di potere. O meglio di un potere che scaturisce dal genere. 14


Insieme alla posa scomposta delle gambe, è l’affermazione perentoria del lato oscuro dell’universo, dello stesso impasto di cui sono fatte le diverse declinazioni della materia, le pulsioni erotiche, gli istinti irrazionali, l’ottusa bellezza delle galline. Sull’altro versante si pone il mondo delle idee, dell’eleganza dello spirito, del controllo razionale di sé. Ma un’identica legge governa le due metà di cui solo la Regina, in quanto donna ed in quanto regnante, conosce i segreti. L’Uomo - l’unico uomo - è perdente e destinato al disfacimento. La sua carne si decompone martoriata da infinite e minuscole ferite. Come un novello S.Sebastiano offre il suo corpo ad un martirio di cui non si conosce la natura, doloroso e inesorabile. La sua consistenza carnale è destinata a mutarsi in sostanza piumata, rigida e soffice insieme, e simile alla tensione legnosa dei rami ed alla consistenza flessuosa delle foglie dei paradisi che lo accompagnano, incorniciandone la figura. Alla carne, piagata e febbricitante, fa riscontro la temperatura fresca della metamorfosi alare che abbassa la tensione e trasforma il dramma della decomposizione nella festa della rinascita. Mentre la Regina ci guarda con tranquilla tracotanza, lo sguardo dell’Uomo è già altrove, vede lontano e non può fare a meno di esporre se stesso alla puntura della malinconia e del rimpianto. Nei quadri di Simona Bramati sta sempre per succedere qualcosa, ma cosa? Sappiamo che nulla sarà come prima, che il mutamento è irreversibile, ma non sappiamo in ordine a quale legge di natura, a quale imperativo ineludibile. Le stesse Parche, che di quel destino sono le uniche custodi ed esecutrici, obbediscono ad una forza superiore, estranea ed ostile, che le obbliga a filare il filo della vita e a determinarne la durata e la fine. Làchesi canta il passato, Clòto il presente, Atropo il futuro accompagnate dal canto delle sirene: così le immagina Platone ammaliato dall’ipnotico fluire del tempo misurato a fili. Le Parche di Simona Bramati sono giovani donne pallidissime e lunari, Figlie della Notte di cui indossano il nero mantello, chiamate ad un compito che solo la diversa espressione del viso, la divergente direzione dello sguardo e la sagace disposizione delle mani rende esplicito. Le crudeli ed indifferenti Moire della mitologia greca si sono trasformate nelle consapevoli esecutrici di un triste compito da cui dipende l’ordine cosmico che risponde solo al principio di necessità cui anche gli dei sono soggetti. In un successivo cerchio intermedio si muove la corte ancillare composta da creature alate, anch’esse Figlie della Notte. Sono ninfe, esperidi, sirene, naiadi dalle ali diversamente determinate dalla sostanza spumosa delle piume colorate o dalla consistenza trasparente delle libellule. Ma mai, in nessun caso, le ali servono per volare. Una funzione impedita non a caso anche alle amate galline. Come per un gioco crudele, quelle penne che pian piano sostituiscono le braccia o che spuntano sul dorso, invece di favorire lo slancio verso l’alto sembrano impacciare i movimenti. Nello scoprirne l’assoluta inutilità ci si sente defraudati di un’illusione vuoi della esaltazione del volo, vuoi della presenza di un angelo vicino a noi, vuoi della possibilità offerta a qualcuno di evadere dal cerchio impenetrabile della Necessità esistenziale. Alle figure alate rimane la consolazione di poter danzare al suono della musica provocata dal lento ed incessante movimento degli astri, contente di un destino al quale non possono chiedere altro. Una Bambina nuda, dagli occhi inquietanti e consapevoli gira le spalle ad un cadavere. Non è indifferente e neanche morbosa. Semplicemente prende nota. Un altro filo è stato consumato, un’altra vita è stata recisa. Non credo che lei sia lì per prendere il posto di chi se n’è andato. Credo piuttosto che sia la Regina, nella versione bambina, che ancora una volta ha vinto. Ma è l’ultima illusione. La tradizione iconografica occidentale prende di nuovo il sopravvento e sconcerta per la potenza della suggestione che riesce ad esercitare sul codice espressivo della Bramati che introduce, improvvisa e folgorante, una sintesi del racconto biblico che collega l’Eden al Golgota. Un albero, di evidente ascendenza cristologica, sorge dal teschio di Adamo e sorregge tra i suoi rami scheletriti la mela rossa del peccato. Ma a differenza della tradizione giudaico - cristiana, il sacrificio della croce non redime: il teschio è concime e la mela è più vermiglia che mai. 15


GLASS AND IRON by Loretta Mozzoni

T

he obsessive contemporaneousness of myth moves the barrier of critical analysis towards seductions, worked by literary signs, which if on the one hand sustain the narrative ability of Simona Bramati, on the other, they contribute to evoke loss. Her works kindle excess light, and all the more seemingly absurd, on the table which elaborates thousands of possibilities in the shades of grey; each orientated either towards more white or more black, but all corresponding to a lunar-atmosphere or astral wind. Vibrations giving life to dark backgrounds, where decorative gyrates run through, replacing the “miello-motif” of the flowery Gothic style with Bourgeois tapestries. Golden-hued backgrounds in the 13th Century tradition, bearing mourning apparatus in the Medittaranean style. There where for the Medieval masters, gold stood for Paradise, for Simona Bramati, black stands for the place of Destiny, the space of Necessity, that makes no space for individual interpretations of her own journey through life corresponding to a unique imperative, nonetheless threatening and unknown. A perfect coincidence exists between psychic reality evolved by her winged-creatures. Fairies by no means close to the world of infants, but on the contrary, executives of Fate, figurative language composed of few formal elements having a strong impact on communication. Creatures that enter sideways to fall under the visual range at a dancing pace, that appear suspended in an embodiment of nerves made up of tense tendons and slow gestures; elsewhere, physical lines appear to be dominant, stretched out from the centre of the figurative space, assertive and final. The opaque and lunar incarnations, the consistency of the flesh never being solid, predominantly slim, denunciating melancholy in the spirit; rendered obvious by close-ups imposing unusual cuts on faces and busts, either by fleeing oblique glances or by her own physicality perceived as a limit and which obstructs the way. The unexpected chromatic assertions light up a universe rendered “unchromatic” by the shadows in the dark, that trap the creatures compressing them between limiting glass-plane and iron horizon. The metamorphisis of matter allows each and every affirmation of form to have its exact opposite, and every affirmation of substance its own negative opposite. It’s something like a double-game between “giving and having”. The former stands for suggestion communicated and the latter for returned emotion. As long as one does not get confused by the giving-and-having game, the strength in Bramati’s works lie in building cosmogony which contemplates a centre and a periphery, where intermediate paths can clearly be singled out. The Queen, her expression of assertion and victory so proclaimed by the inevitable and indispensable, is in the middle. Seated on a diamorphic throne represented by a half-engraved bench and flowery-gold decorations, exhibits at her feet Bramati’s totemic animal, the Hen in the various declinations of the adult animal and chick, symbolically lifeless. At the back of the throne is a white Dove representing the sophisticated evolution of court-birds that are not per-chance occupying a prominent position at the top, while the other two are on the ground but not in line. The representation represents to a net separation between the superior part, where the elaborate back of the throne is, the white and soft-feathered dove, the well-groomed bust of the Queen, wearing pearl ear-rings and lace tunic have found their place. But the Hyperion world ceases at the height of the Queen’s pubis ostentatiously exhibited as an attribute, not to identify gender but power. Or rather power that derives from a gender-type. Along with the indecent pose of the legs, it represent peremptory affirmation of the darker side of the universe, the same composition which goes to make up the different declinations of matter, the erotic pubation, 16


irrational instincts, the narrow-minded beauty of the hens. On the other hand, is the world of ideas, elegance of the spirit and rational self-control. But the same law governs both halves - only the Queen as woman and ruler is familiar with its secrets. The man-the only male-figure is a loser and destined to self-destruction. His flesh decomposes following martyred minute injuries. As a novel St.Sebastian, he sacrifices his body to martyrdom whose nature is unknown, painful and relentless. His carnal consistency is ordained to transform itself into both a rigid and soft substance of feathers, similar to the woody tension of the branches and supple consistency of the leaves of the heavens that accompany it framing the figure. In contrast to the wounded and feverish flesh, the fresh temperature of the winged metamorphosis diminishes the tension and transforms the drama of decomposition into a celebration of Rebirth. While the Queen’s gaze is posed on us in tranquil arrogance, the man’s gaze is turned elsewhere- he sees the future and cannot help being exposed to the sting of melancholy and regret. In Bramati’s works, something is always about to occur-but what exactly does occur? We know that nothing is never like before-the change is irreversible but we do not know in what order nature’s law may follow, or to which unavoidable commands it adheres to. The same “Parche” who are the only custodians and executers, Fate obey to a superior estranged and hostile force that obliges her to yarn the thread of Life and determine its end. Làchesi sings of the Past, Clotis the Present, Athropus the Future accompanied by the wooing of the sirens: this is the way that Plato envisages them, he himself being bewitched by the hypnotic passing of time measured by threads. The “Parche” of Simona Bramati are represented by young and pale lunar-woman, Daughters of the Night, whose black cape they wear, each called to fulfil a task which only the different expressions in the face, the diverging glance of the eyes and “wise” manner of the hands, are rendered explicit. The cruel indifferent Moire in Greek mythology have been transformed into executors of a sad task-a task which the cosmic order fully depends on, which responds only to the principle of necessity, to which the gods themselves are subject to. On a successive intermediate order, the court of maid-servants composed of winged-creatures-Daughters of the Night - are in movement. They too are nymphs, sirens, naiads, espers having different wings determined by the frothy-coloured feathers or transparent as those of the Dragon-flies. But the wings are in no way to be used for flying- something which was also not accidentally denied to the beloved hen. As by a cruel joke, those same feathers, which gradually went to replace the arms, or which “sprout” out of the back seem to hinder the movements rather than stimulating the flight towards the sky. On discovering their absolute uselessness, they feel deceived of an illusion, be it owing to their exaltation for flying or for the mere presence of an angel, or the possibility of being able to escape from the impenetrable circle of Necessity in Life. The winged-creatures are soothed by the thought of being able to dance to the music played by the relentless, slow movement of the stars, content with their own Destiny, to whom they could not ask for more. A naked young girl with knowing unquiet eyes turns her back on a corpse. She is not indifferent to it neither is she morbid, she simply takes note. Another thread has been used up-another life has been torn. I do not believe she has been put there to take the place of whom has left. I believe she is the Queen herself as a child and who once again is victorious. But it is the last illusion. Western icon tradition is again to have the upper hand and the power of suggestion that it is able to exercise on Bramati’s code of expression, which in a dazzling and unexpected manner introduces in synthesis the biblical narration linking Eden to Golgotha. The tree, of obvious Christian origin, springs out from the skull of Adam and sustains amongst its withered branches the red-apple of sin. However, in contrast to the Jewish-Christian tradition, the sacrifice of the cross does not bring redemption: the skull is only manure and the red apple vermillion than ever before. 17


DESTINO COME FORMA SENSIBILE NELL’OPERA DI SIMONA BRAMATI di Chiara Canali

I. PREMESSA. OPERA COME FORMA SENSIBILE L’opera d’arte, secondo l’assunto estetico di Henri Focillon formulato dalla studiosa Maddalena Mazzocut-Mis1, è materia che non prescinde mai da una forma, è processo di formazione, concretamente visibile e analizzabile, vissuto con la partecipazione attiva della mano, del corpo, dei sensi nella loro più effettiva e coinvolgente realtà. L’opera così intesa è forma sensibile, che nasce da un fare che a sua volta segue i ritmi della mano e gli andamenti del corpo. Essa detta regole e nello stesso tempo è fatta di materia e di carne; impone forme e figure, modelli e soluzioni e nello stesso tempo vive solo del contatto fisico che si attua attraverso la mano dell’artista come tramite di tutti quei valori tattili che, in Focillon, non preludono ad alcun guardare distaccato dell’occhio, a nessuna visione da lontano, ma che, al contrario, radicano la vista in quel sentire carnale e immediato che è proprio del tatto. In questo senso diventa di assoluta importanza la tecnica dell’artista, correlata alla forma dell’opera: la tecnica non è routine, ma pensiero estetico, non coercizione, ma libertà: libertà di corpo e di anima. II. PREMESSA. TECNICA COME POSSESSO DI MATERIA E SPIRITO L’autonomia morfologica a cui allude Focillon ha a che fare con il possesso della materia per mezzo della tecnica artistica, per mezzo della mano dell’artista, del suo tocco, che plasma un materiale che è già immediatamente forma. In tale contesto tecnica e materia possono essere considerate l’azione e la realizzazione dell’artista. La tecnica è anche cuore e passione. La materia, come la tecnica, non è mai passiva, ma è portatrice di forme e di senso. Lo spirito non vive che nella materia, nella tecnica e nella forma. Materia e tecnica non sono assoggettate al volere dell’artista, ma è piuttosto l’artista ad ubbidire ad esse. PRELUDIO ALL’OPERA DI SIMONA BRAMATI Queste due premesse, desunte dall’estetica francese, sono indispensabili per comprendere il retroterra in cui si forma la ricerca di Simona Bramati. Fin dalla formazione accademica, l’artista ha dimostrato una forte sensibilità nei confronti delle tecniche, degli stili e dei materiali correlati alla pratica artistica, che l’hanno portata nel tempo a dedicarsi con assiduità alle varie forme del restauro. La sua attrazione verso materie e strumenti è sempre stato un modo per superare il dualismo tra la solidità della materia e l’essenza misteriosa e creativa del suo spirito. Si è per così dire verificato, nel percorso di Simona Bramati, uno strano e indispensabile scontro tra tecnica e spirito, tra tecnica e sentimento, o una sorta di lotta interna fra sentimento e stile, che ha portato l’artista a ideare un metodo pittorico unico e personale, fondato sui canoni artistici della tradizione: ella mescola e stempera i suoi pigmenti, prepara il fondo delle proprie opere piuttosto che lavorare a tele già pronte e spesso utilizza la tecnica del craquelé, una fitta rete di crepe che le consentono di conferire alla trama un effetto di invecchiamento. Dal punto di vista della figurazione anatomica, la Bramati ritrae con cura minuziosa le forme del corpo umano direttamente dal vivo o da modelli fotografici, secondo una consuetudine che le deriva da accurati studi sul corpo condotti durante gli anni accademici, che si sono completati con la stesura di 18


un’importante tesi intitolata: Piccolo atlante anatomico interattivo ad uso degli artisti. Questa estrema attenzione rivolta alla tecnica espressiva, e alla sua materia, è in direzione della comprensione dell’opera come forma sensibile, che nella sua entità del tutto autonoma, nelle sue evoluzioni formali, nel suo farsi costruzione dello spazio e della materia diventa indice del destino dell’opera, modo della vita e dell’esistenza, espressione del suo carattere epifanico. LA NASCITA DI UNA COSMOGONIA MITICA E SIMBOLICA Se nello sviluppo iniziale della sua ricerca Simona Bramati ha assunto a categoria di riferimento il mondo del cinema e della fotografia per dare vita a ritratti impietosi e corrosivi dell’umanità, tra la satira sociale e l’interpretazione psicologica, in quest’ultimo periodo il lavoro dell’artista si è a poco a poco rivolto alla definizione di una genealogia umana mitica ed epica, che dalla narrazione favolosa sconfina nell’evocazione spirituale e nella risonanza psichica. Vediamo, nel vasto sistema cosmogonico della Bramati, le figure epiche delle Arpie, donne-uccello seducenti e ammalianti, che nella nudità delle schiene e degli arti lasciano intravedere le escrescenze piumate. Seguono le tre Moire (Clòto, Làchesi e Atropo), le entità femminili oscure e emaciate, che presiedono al destino dell’universo e dei mortali. Il mito delle Moire diventa la rappresentazione dello scorrere incessante del tempo, che lentamente consuma la vita dell’uomo; Clòto è la “filatrice” (le moire, infatti, per ogni mortale regolavano la durata della vita dalla nascita alla morte con l’aiuto di un filo che una filava, la seconda avvolgeva e la terza tagliava allorché la vita corrispondente era terminata); Làchesi, che significa per l’appunto “destino, sorte”, assegna a ogni uomo il suo destino; Atropos allude invece all’ “inesorabile” recisione dello stame della vita. Assisa sul suo trono e circondata da pennuti, la Regina del Regno Oscuro (Basileia) rappresenta la legge di natura, la necessità; è lei che determina il volgere ciclico delle stagioni e del tempo. Infine, in una posa analoga a quella tipica dell’iconografia di San Sebastiano, appare l’unica presenza maschile di questo mondo ultraterreno (Basileus) gli arti trasformati in piume e intrecciati dietro la nuca, mentre il corpo nudo mostra tangibili i tagli e le escoriazioni subite sulla pelle. Apre e chiude il ciclo la raffigurazione dell’Albero della Discordia, un albero rinsecchito con una mela rossa appesa, le cui radici si innalzano su di un teschio, quale forma simbiotica di dipendenza dall’essere umano, dal suo pensiero e dalla sua energia vitale. In questa narrazione mitologica si rivela pienamente la carica simbolica della ricerca dell’artista: la volontà di riportare in superficie l’irrequietudine legata alla precarietà del destino dell’uomo. Il filosofo tedesco Heidegger la chiama Geworfenheit, cioè “l’essere gettati” come un dado dal nulla nella vita. L’essere umano ha, da sempre, provato nell’itinerario della sua esistenza terrena più o meno breve, un sentimento di precarietà che ha espresso mediante speculazioni filosofiche, immagini artistiche, metafore letterarie e filmiche. Dietro il termine “destino” si celano infatti il timore e lo sgomento che l’uomo prova dinanzi all’ignoto, all’imprevedibile, all’irrazionale. Nel corso dei millenni è sempre stato forte il desiderio di compiere un viaggio nel Regno Oscuro, come è dimostrato dai miti, poemi, estasi e riti ad esso connessi. A questo punto si manifesta anche nell’artista l’esigenza di fornire un volto, seppure simbolico, all’irrazionale. Il destino viene per così dire personificato, celandosi dietro delle immagini iconografiche misteriose. Il destino, a differenza di altre divinità tipicamente antropomorfe, non ha una connotazione ben definita ma assume peculiarità molteplici, proprio come è mutevole e varia la sua natura. Qui, la presenza così ossessiva dei personaggi femminili, incarnazioni delle divinità infernali più oscure e demoniache, si relaziona al fatto che le donne, essendo più aperte alle apparizioni epifaniche e ai messaggeri dell’aldilà, dispongono di una maggiore disponibilità e sensibilità a questi fenomeni, e il sentire dell’artista ne è una personificazione. Le forme sensibili della sua narrazione sprofondano immediatamente negli abissi dell’animo umano, esplorando la solitudine, la paura, l’odio, la sessualità, la nascita e la morte con una tecnica unica e virtuosa. I suoi temi sono universali, e toccano lo spettatore nelle sue corde più intime. 19


Nel racconto visionario della Bramati è la forma a manifestarsi come destino, e perciò come vita. Il momento del destino non può essere altro che quello in cui le cose diventano forme, dove tutti i sentimenti e le esperienze che erano al di qua della forma, si mescolano e si coagulano in una forma sensibile. LA RILETTURA DELL’ANTICO COME SFIDA ALLA MODERNITÀ Nel creare i suoi drammatici e narrativi tableaux, la Bramati, come ho già menzionato sopra, usa raffinate tecniche pittoriche desunte dai maestri antichi, rileggendo i capolavori di artisti come Rembrant e Velasquetz, senza tralasciare Lorenzo Lotto, le cui opere ha potuto più volte osservare nella collezione della Pinacoteca di Jesi. Le tele della Bramati riflettono la loro influenza tecnica e stilistica sia per la tessitura cromatica delle vesti trasparenti e vibranti delle figure sia per gli effetti di luce che si stagliano sullo sfondo buio e oscuro della notte. Questa volontà di ricollegarsi alla lezione dei maestri antichi, in opposizione alle tendenze moderniste che avevano tentato di abbandonare la pittura a favore delle tendenze più concettuali e installative, si pone sulla scia del ritorno alla pittura, testimoniato a fine anni novanta dalla nascita del movimento della nuova figurazione. Una strada che aveva già intrapreso circa un decennio prima l’artista norvegese Odd Nerdrum, una figura controversa nel panorama dell’arte contemporanea, che si è rivolto ad uno stile pre-moderno e dal sapore rinascimentale per presentare delle tematiche incentrate su di una narrazione aneddotica ed evocativa. Nel suo manifesto “On Kitsch”, egli descrive la relazione che dovrebbe sussistere tra kitsch e arte: “Il kitsch è alla ricerca dell’intensità, non dell’originalità. Il fine è avvicinarsi il più possibile ai risultati migliori dei maestri antichi, in particolar modo l’ellenismo greco e il rinascimento. Un creatore kitsch cerca di sviluppare le sue abilità piuttosto che dare priorità al nuovo. Un creatore kitsch non impone la natura, ma la studia. La brama di elaborare la propria melanconia attraverso l’abilità manuale è requisito intrinseco del creatore kitsch” 2. Tutti intenti che certamente Simona Bramati condivide nell’essenza più intima della sua poetica. LA FAMIGLIA SPIRITUALE DEI VISIONARI La pittura, nella visione della Bramati, non serve a vedere il mondo esteriore, ma a crearne uno nuovo, a servire un nuovo stile, che non è solo un carattere comune alle opere di una scuola o di un’epoca, ma è “l’oggetto fondamentale della ricerca dell’arte”3. In particolare, facendo sempre riferimento all’intuizione di Focillon, la Bramati potrebbe benissimo appartenere alla famiglia spirituale dei visionari: essi “interpretano più che imitare, e trasfigurano più di quanto non interpretino”4. Anche l’ossessione eroica dei visionari, la loro immaginazione, non è altro che un “potere di trasfigurazione, che cerca e crea spontaneamente la propria tecnica”5. Le opere della Bramati introducono, nella regolarità e nella convenzionalità della vita quotidiana, “qualcosa di improvviso”, difficile da definire, dando grande rilievo all’innata energia, che si traduce immediatamente in disposizione tecnica. La sua opera passa attraverso un fondo mitico, che la fa essere non solo l’esplicitazione di un divenire formale, ma il luogo di significati altri. L’opera d’arte non è allora più imitazione della natura, ma “creazione del mondo”.

Maddalena Mazzocut-Mis, Forma come destino. Henri Focillon e il pensiero morfologico nell’estetica francese della prima metà del Novecento, Alinea, Firenze 1998. 2 Jan-Ove Tuv, Odd Nerdrum, On Kitsch, Kagge, Forlag 2001. 3 Henri Focillon, Estetica dei visionari, e altri scritti, Edizioni Pendragon, Bologan 1998. 4 Ibidem. 5 Ibidem. 1

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DESTINY AS SENSITIVE FORM IN T H E W O R K S O F S I M O N A B R A M A T I by Chiara Canali

I. PREMISE WORK AS A SENSITIVE FORM Works of art according to Henri Focillon’s contemplation on Aesthetics, formulated by the scholar Maddalena Mazzacut-Mis1, is matter that is never to be considered apart from form, it’s a process in the formation, substantially visible and which can be analysed, experienced by the active participation of the hand, the body and its senses in the most effective and realistic involvement. Work of art as sensitive form springs from “creating” which in turn follows the hand’s rhythums and body-movements. It dictates rules an at the same time is made up of matter and flesh; it imposes figures and shapes, models and solutions, at the same time living only from physical contact which is brought to life by the artists hand, just as in those “valeurs tactils”, which according , according to Focillon, are not preliminary to any “glance of the eye, no glance at a distance, but on the other hand, the gaze is deeply rooted in the flesh directly, which is proper to tact. In this sense the technique of the artist becomes absolutely important, correlated to form in the work: Technique is not a routine, but aesthetic thought, not cohesion but freedom, freedom of the body and soul. II. PREMISE TECHNIQUE AS POSSESSION OF MATTER AND SPIRIT The morphological autonomy which Focillon alludes to has to do with possession of matter through the artist’s technique. His hands, his touch which moulds the material already taking shape, in this context, technique and matter can be considered as being the action and fulfilment of the artist himself. Technique also means soul and passion. Matter, like technique is never passive but is the agent carrying forms and senses. The spirit dwells only in matter, in technique and in form. Matter and technique are not subject to the artist’s wish, but rather it’s the artist himself that is subject to them. PRELUDE TO WORKS OF ART BY SIMONA BRAMATI The above mentioned premises contemplated by the French critic, are indispensable in understanding the background to Simona Bramati’s research-work. Since her academic studies, the artist has revealed a striking sensitivity to techniques, styles and materials correlating to practices in art, which have brought her with time to be assiduously devoted to various forms in restoration. Her fascination for instruments and materials has always been a way of overcoming dualism existing between solidity in matter and mysterious creative essence in her spirit, so it could be asserted, that a strange and unavoidable clash has taken place during her development, a clash between technique and spirit, a sort of inner battle between style and sentiment, that has brought the artist to idealise a method unique and personal to her own, founded on art canons dictated by tradition. She blends and untempers her hues, prepares the background of her works rather than working on canvasses already prepared using the “craquelé” technique, a dense network of crepes that permit her to bestow an antique effect on her theme work. As far as her anatomic figures are concerned, Bramati paints the forms of the human body with care and in all its detail, using live models or photographs, depending on the habit deriving from careful studies conducted on the body during her academic studies; which ended in the completion of an important thesis entitled: “Piccolo Atlante anatomico interattivo ad uso degli artisti” (Small Atlanta on interactive Anatomy for Artists). This profound attention focused on the expression of technique and on matter, and

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is directed to giving an understanding of art as “a sensitive form” which in its complete autonomous entity, formal evolutions, is its way to making room for and making matter become a token of destiny in art, a way of life and very existence, expression of the very epiphany of its character. THE BIRTH OF MYTH AND SYMBOLISM IN COSMOGANY If in the initial development of her research-work, Simona Bramati had referred to the world of cinema and photography that gave life to her impious and corrosive portraits of human-life between social satire and psychological interpretation, her work has lately gradually turned to defining a mythical and epic human genealogy, which borders on evoking the spirit and psychic resonance in fables. As can be contemplated from the vast cosmogenic themes in Bramati’s works, the epic-figures in “Arpie”, seducing and bewitching female birds consent from the nudity of their backs to catchig a glimpse of the feathers. The three “Moire” (Clotò, Lachesi and Atropo) follow revealing dark, emaciated female figures, that preside over destiny of the universe and mortals. The myths of Moire is representative of how time incessantly flies by, slowly consuming life of man: Clotò is the spinner (Moire in fact used to regulate the lifespan from its birth to its death with the aid of a thread yarned by one and which the other would wid and a third would cut thus putting an end to life); Lachesi which in fact means “Destiny; Fate” assigns to man his own destiny; Atropo instead alludes to the relentless cut of the thread of life. Sitting on her throne and surrounded by feathered-creatures. The queen of the Dark Realms (Basileia), represents nature’s law viz. necessity: it is she that determines the seasons of time. Finally, in analogical pose, typical to iconography of St. Sebastian, the only male figure (Basileus) from the outer worlds, his limbs turned into feathers and planted behind his head, his naked body revealing scars and cuts on his skin. The “Tree of Discord” opens and closes the representation: a withered tree bearing just one red apple, the roots climbing over a skull representing symbiosis between man’s thought and energy in life. This mythological narration clearly reveals the symbolic energy in the artist’s research-work: the german philosopher Hidegger call it Geworfenheit, the will to bringing out the restlessness linked to instability in man’s destiny viz. state of being thrown down like a dice coming from nowhere into life. The human-being has always endeavoured to express this sense of instability in either brief or long existence on earth by means of philosophical speculations, artistic creations, literary and film metaphors. Behind the theme “Fate”, lies hidden the fear and amazement that he experiences concerning the Unknown, the Unforeseeable, the Irrational, throughout millenniums, it has always been man’s wish to make a journey into the Dark Realms, as revealed in myths, poems ecstasies and associated rites. Fate, as would be said, is so personified, hiding itself behind mysterious iconographic images. Fate, in fact, in contrast to other anthramorphic divinities, bears a well-defined connotation but assumes multiple peculiarity with it, just as variable and fickle as its nature is. This is where obsessive female creatures, incarnations of “infernal divinities”, the most darkest and devilish, relate to the fact that women are more prone to epiphany- apparitions and messages from the world beyond, being more sensitive and open towards this phenomena, and the artist’s perceptiveness is a personification of this. Sensitive forms in her narration, immediately sink into the abyss of the human soul, exploring solitude, fear, hatred, sexuality, birth and death through the virtuous and unique technique of the artist. Her themes are universal, and touch the spectator in the intimacy of his soul. In the visual narration of Bramati, it is “form” which manifests itself as Destiny and thus as Life itself. The moment in Destiny can none other be than things that turn into forms, where all sentiments and experiences that are to be found there, blend and congeal to become a sensitive form. THE REVISITATION OF ANCIENT TIMES AS A CHALLENGE TO MODERN TIMES In creating her narrative and dramatic tableaux, Bramati, as afore-mentioned, makes use of fine painting techniques used by the ancient masters by revisiting works of Rembrandt and Velasquetz, without exception of Lorenzo Lotto whose works which she has been able to observe several times in the Art 22


Museum of Jesi. The canvasses of Bramati, reflect the stylistic and technical influence both in their chromatic texture in the transparent and “vibrant” clothes of the creations, in the light-shade effects which “cut” through the dark background of the night. The wish to refer to the lessons given by the ancient masters, in contrast to the tendencies that endeavoured to neglect painting in favour of concept and installation, poses itself as a return of Art, experienced by the end of the 90’s with the birth of the movement of the new “figure” representation. A direction which already had been undertaken approximately a decade before by the Norwegian artist, Odd Nerdrum, a controversial figure in contemporary art, who turned to a pre-modern style, using renaissancestyled presentation of themes focusing on brief evoking sketches. In his manifesto “On Kitsch”, he describes the existing relation between art and “Kitsch”: “Kitsch Art” seeks intensity - not originality. The aim is to get as close as possible to the best results obtained by the old masters, especially as regards to Greek Hellenism and the Renaissance. A Kitsch creator will attempt to develop his ability rather than handing out new priorities. The Kitsch creator does not impose on nature, on the contrary, he studies nature. The yearn to elaborate his own melancholy across his manual ability represents an important asset in the Kitsch-artist2. All these intents are certainly part of and shared by Simona Bramati’ in the most purest essence of her poetry. THE SPIRITUAL FAMILY OF VISIONARIES Painting, as conceived by Bramati, does not serve as a means for seeing the external world only, but for creating a new one, for offering a new style that does not represent a common feature in works of art pertaining to a school or era, but is the fundamental object to research in art3. Referring to Focillon’s intuition in particular, it could be said that Bramati belongs to the spiritual family of visionaries, which “interpret more rather than imitate and transfigure more than what they interpret”4. The heroic obsession of the Visionaries as well, their imagination, is none other than the power to transfigure, to search and create spontaneously their own techniques5. Bramati’s works-of-art, introduce something unexpected in normal routine and conventionality of everyday life, which is difficult to define, conceding great importance to inborn energy translating itself into an immediate natural disposition towards technique. Her work passes through mythical backgrounds, that make her not only explicit in the development of forms, but in the definitions bearing other meanings. Works of art are thus not the simple imitation of art, but are rather the “creation of the world.”

1 Maddalena Mazzocut-Mis, Form as Destiny, Henri Focillon and the morphological contemplation in french aesthetics from middel ‘900, Alinea, Firenze 1998. 2 Jan-Ove Tuv, Odd Nerdrum, On Kitsch, Kagge, Forlag 2001. 3 Henri Focillon, Aestethetic of visionares, and other written, Pendragon Editions, Bologan 1998. 4 Ibidem. 5 Ibidem.

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OPERE / WORKS



È vero che JHWH ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino di JHWH ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, JHWH sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come JHWH, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.    (GENESI 3,1-7)

“Yea hath God said, Ye shall not eat of every tree of the garden?” And the woman said unto the serpent, We may eat of the fruit of the trees of the garden: ”But of the fruit of the tree which is in the midst of the garden, God hath said, Ye shall not eat of it, neither shall ye touch it, lest ye die”. And the serpent said unto the woman, Ye shall not surely die: “For God doth know that in the day ye eat thereof, then your eyes shall be opened, and ye shall be as gods, knowing good and evil”. And when the woman saw that the tree was good for food, and that it was pleasant to the eyes, and a tree to be desired to make one wise, she took of the fruit thereof, and did eat, and gave also unto her husband with her; and he did eat. And the eyes of them both were opened, and they knew that they were naked; and they sewed fig leaves together, and made themselves aprons.”    (GENESIS 3,1-7)




L’albero di JHWH 2008 tecnica mista su tela 180x120 cm 32


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Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non sarà laudabile. LEONARDO DA VINCI

“You would draw the figures in such gestures, which should be sufficient to show what the figure withholds in the soul, otherwise your art will not be worthy of praise.” LEONARDO DA VINCI



Parche I (Clòto) 2008 tecnica mista su tela 80x80 cm 36


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Parche II (LĂ chesi) 2008 tecnica mista su tela 80x80 cm 38


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Parche III (Atropo) 2008 tecnica mista su tela 80x80 cm 40


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Selene 2008 tecnica mista su tela 180x120 cm 42


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Era 2007 tecnica mista su tela 180x120 cm 44


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Roda 2007 tecnica mista su tela 186x126 cm 48


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Basileus 2008 tecnica mista su tela 300x150 cm 50


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Basileia 2008 tecnica mista su tela 300x150 cm 56


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“If mortals had to oppose me, drive me away or even reject me, though I be innocent, at least to their advantage, I should deplore their iniquity and injustice towards me; but in repelling me, they repel the source of all human bliss, so bringing on calamities of all sorts; I should rather sympathise with their ill-fortune rather than feel offended: while I would have preferred only being disdainful, I somehow find myself feeling sorry for their ill-fate and to have pity on them. In fact, it is quite inhuman to reject those who love us, it is being ungrateful opposing those who have done us good, it is being wicked tormenting the mother and the common “saviour”. On the other hand, does it not seem a sort of enraged madness in man to deprive himself with his own hands, of all those conferred blessings that I bring with me and to rather end up in such a deep den of evilness? It is right to be scornful of wretches, what else could one do other than sympathise with those seething with rage? There is in fact no further reason whatsoever, to have pity on them other than for the fact that they have no pity on themselves, and their supreme unhappiness is proof of their incapacity to realise the unhappiness they inflict, a first step towards healing is, being aware of the gravity of their own evilness. If, in fact, I be that Peace- boasted by the chorus of gods and men- the source, the generator, the foster-mother, the propagator and conserver of all that is good in the Heavens and on Earth: if nothing blossoms without me, if there be nothing certain, nothing so pure and holy, nothing so pleasant for man, or even to be grateful for to the gods: if, contrary to all this, war be a sort of ocean where all evils in the world blend: if the scourge of one, putrefies whatever has blossomed, dissipates whatever has grown, ruins all things solid, destroys all firm foundations, transforms sweetness into bitterness: and finally, if it be so profane to succeed like the unexpected pest for every form of mercy and religion, if for this only, nothing be more fatal to man nor be it more hateful to the gods, in the name of Immortal God I wonder who would ever believe that they are real human-beings, and that those who have conserved a grain of discernment are those who at their own expense, commitment, with cunning and ingeniousness, treatments and dangers, have taken the trouble to drive me away, being what I am, in order to purchase at such a high price so many misfortunes. Were it the beasts that despise me in this world, I should bear with it with more acquiescence, and as for the injustice done to me, I would blame Nature, for having inflicted a ferocious instinct on it: were I invisible to the obtuse herds, I would indulge in ignorance, knowing well that they have been denied that acumen, without which it is impossible to acknowledge my merits. But what is shameful and unheard of is the fact, that even though Nature has generated only one animal-type gifted with reason and capable of divine intellect, one only that has been ordained for mutual love and good-will, it would be easier for me to find refuge amongst the most savage of all beasts amongst the most horrid of all animals, rather than amongst men.” From “Lamentation of Peace” dated 1517, by ERASMUS FROM ROTTERDAM


Se i mortali mi osteggiassero, scacciassero e respingessero, benchè innocente, ma almeno con loro vantaggio, dovrei deplorare soltanto l’ingiustizia fatta a me e la loro iniquità, ma poichè nello sbandirmi cacciano lontano da sé la fonte di tutte le umane felicità e si attirano un oceano di sciagure d’ogni sorta, mi tocca compiangere piuttosto la sventura loro che l’oltraggio recato a me: mentre avrei preferito sdegnarmi soltanto, mi vedo costretta a dolermi della loro sorte e ad averne pietà. In effetti, è pur sempre disumano respingere chi ci ama, è da ingrato osteggiare chi ci ha fatto del bene, è da empio tormentare la madre e la salvatrice comune. D’altronde, non sembra forse negli uomini una sorta di pazzia furiosa questo privarsi con le loro stesse mani di tutti i benefici insigni che porto meco e procacciarsi in cambio una così cupa sentina d’ogni male? Sdegnarsi contro gli scellerati è giusto, ma che altro si può fare, se non compiangere questi invasati dalle Furie? Non v’è infatti, per commiserarli, ragione più forte del fatto che essi non hanno pietà di se medesimi, e la loro infelicità suprema sta nella loro incapacità di rendersi conto dell’infelicità che li affligge, visto che è già un primo passo verso la guarigione aver contezza della gravità del proprio male. In effetti, se io sono quella Pace vantata in coro dagli dèi e dagli uomini, fonte, genitrice, nutrice, propagatrice e conservatrice d’ogni cosa buona posseduta dal Cielo e dalla Terra: se nulla mai senza di me fiorisce, nulla v’è di sicuro, nulla di puro o santo, nulla di piacevole per gli uomini o di grato agli dèi: se, in contrasto con tutto ciò, la guerra è una specie d’oceano in cui si mescolano tutti i mali del mondo: se col suo flagello d’un subito fa imputridire ciò che fiorisce, dissipa ciò ch’era cresciuto, rovina ogni cosa salda, annienta ogni buon fondamento, tramuta il dolce in amaro: se, infine, è cosa tanto profana da riuscire come una peste subitanea per ogni forma di pietà e di religione, se, per questo solo, nulla è più funesto agli uomini né più odioso agli dèi, in nome di Dio immortale, io mi domando chi crederà mai che siano davvero esseri umani e che abbiano conservato un briciolo di discernimento coloro che si adoprano con tanta spesa, impegno, ingegnosità, artifici, cure e pericoli a cacciar via me, che son quella che sono, per acquistare a così caro prezzo tante sventure. Se fossero le fiere a disprezzarmi in questo mondo, lo sopporterei con maggior rassegnazione e dell’ingiustizia arrecatami incolperei la natura, che ha inflitto ad esse un istinto feroce: se fossi invisa agli ottusi armenti, indulgerei all’ignoranza, sapendo che fu negato loro quell’acume, senza il quale non è possibile rendersi conto dei miei pregi. Ma è vergognoso e inaudito il fatto che, pur avendo la natura generato un solo animale dotato di ragione e capace di intelletto divino, uno solo destinato al reciproco amore e alla concordia, mi sia più facile trovare asilo tra le più belluine delle belve, fra gli animali più bruti, piuttosto che in mezzo agli uomini. Da “Lamento della pace” del 1517, di ERASMO DA ROTTERDAM


La Chioma di Berenice 2008 tecnica mista su tela 180X120 cm 68


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Circe 2008 tecnica mista su tela 180X120 cm 72


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Emma 2008 tecnica mista su tela 180X180 cm 76


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Un’opera una volta terminata, mi deve sorprendere e rimandarmi più energie di quante ne ho impiegate per realizzarla. L’opera in questo modo è antietropica* e contraddice il secondo principio della termodinamica e si riappropria così del problema della morte e dell’immortalità del corpo senza delegarlo alla scienza. G. DE DOMINICIS *in termodinamica grandezza indicativa delle capacità di un corpo o di un sistema a evolvere verso uno stato di equilibrio. “Once I have completed a work of art, it should astonish me and bring forth more energy than what was implemented in creating it at the start. Only in this manner is it “antietropica*” (anti-heteropic) and rebuts the second principle on thermal-dynamics, so taking possession of the issue on death and immortality of the body without entrusting it to science.” G. DE DOMINICIS * thermal-dynamics stands for the indicative grandeur of the body’s capacity or of a system to evolve into a condition of equilibrium.



... Strofadi grecamente son dette l’isole del grande Ionio, che la sinistra Celeno abita e l’altre Arpie, dacchè fu lor chiusa la casa di Fineo e atterrite lasciarono le tavole antiche. Più tristo mostro di quelle non c’è, ne’ peggiore peste: e per l’ira divina dall’onde di Stige si alzarono. Virginei volti su corpi d’uccelli, puzzolentissima profluvie del ventre, adunchi artigli, pallida sempre la faccia di fame. Eneide III, 209-218, VIRGILIO

“… Strofadi so are they named in Greek The isles of the Grand Ionius, where the sinister Celeno doth dwell, and the other Arpie, to whom Fineo’s dwelling was closedand filled with terror abandoned the ancient tables. A meaner monster than those doth not exist, neither worse pest: and out of anger the waves of Stige rose high. Virgins turned on the corpses of birds, putrid streams from the bowels, hooked claws, the face always pale from hunger.” Eneide III, 209-218, VIRGILIUS


Arpie (I) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 82


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Arpie (II) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 84


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Arpie (III) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 86


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Arpie (IV) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 88


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Arpie (V) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 90


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Arpie (VI) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 92


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Arpie (VII) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 94


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Arpie (VIII) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 96


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Arpie (IX) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 98


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Arpie (X) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 100


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Arpie (XI) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 102


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Arpie (XII) 2008 tecnica mista su tela 34x34 cm 104


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PER SIMONA BRAMATI / FOR SIMONA BRAMATI


Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto. JORGE LUIS BORGES

“A man proposes himself the task of drawing the world. With the passing of years, he populates a space with images of provinces, kingdoms, mountains, bays, ships, islands, fishes, dwellings, instruments, stars, horses, and people. Shortly before passing away, he discovers to find that, that same unwavering labyrinth made up of lines, is none other than the image of his face.” JORGE LUIS BORGES


foto Ilaria Ferretti


SERGIO MARCELLI, AN EFFIGY ON BRAMATI by Chiara Canali

“An Effigy on Bramati” is an inedited and enigmatic portrait of the artist herself in video, compiled by the photographer and video-artist Sergio Marcelli (Ancona -1971) that thoroughly re-examines Simona Bramanti’s research-work, in the endeavour to bring to light the most profoundest and mysterious intrigues in her life and her art. The video, lasting 6 minutes and filmed in Super8 with digital pauses, starts with a photographic blackened-silver portrait- owing to an alchemy mix between light and hydrochine-is reminiscent of the poses assumed in end nineteenth-century dagherrotype oval portraits. The slow-moving photographic exposition immobilises the central figure, which is isolated from the rest of the whole context and burned by intermittent blaring lights, that move quickly over the face of the artist giving way to the film-sequence. The contrast between lighter and darker shades are sharpened in the subsequent frames till they become piercing; thus announcing the transition from Simona Bramati’s portrait to Basileia, the Queen of the Dark Kingdom, then sooner or later to Basileus, the King, so sanctioning a definite overlapping between realistic images of the artist and the ideal one of the figures that inhabit the universe alongside with her painting. Through the photos and the video, Sergio Marcelli reconscructs a visionary projection of the most profoundest psychic tensions inherent to human nature, discovering the existing bonds with an anti-realistic epical or utopian dimension which extends from here, physical and concrete, but which is pre-announced through it. According to Sergio Marcelli, a work of art, and specifically Simona Bramati’s work is a perfect example, is conceived like a quid which moves away from the mere representation of reality in order to examine a far and invisible dimension starting from space and temporal arrangement of the present. The solemn and deafening music, resounding more like a muffled whistle rather

foto di /photo by Sergio Marcelli

than an instrumental melody, introduces the misty daydream, associated with dreamlike visions in sleep. At this point, the empathy between author and subject, which had been frozen during the hypnotic vision in the dream, dwindles into a drastic return of reality of the present, which was embodied in the photograms of a green garden with real-like features where hens and cocks- that are part of the artist’s domestic lifeare moving. And just as the dream begins, so it is abruptly interrupted by the clear portrait of a domestic animal, the hen, which, as Sergio Marcelli has implied in his photographic analogy, represents the artist’s aspiration to escape into that visionary, mythical and memorable dimension that is art, through her tension to take wings.

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SERGIO MARCELLI, EFFIGIEM BRAMATI di Chiara Canali

Alcuni fotogrammi del video “Effigiem Bramati” Some fames from video “En Effigy of Bramati” umana, scoprendone i legami con una dimensione anti-realistica, epica o utopica, che esula dal qui ed ora fisico e concreto ma che si presagisce attraverso di esso. Per Sergio Marcelli un’opera d’arte, e quella di Simona Bramati ne è l’esempio, si concepisce come un quid che si discosta dalla mera rappresentazione del reale per indagare una dimensione lontana e invisibile a partire dalle coordinate spazio-temporali del presente. La musica solenne e assordante, più un fischio sordo che una melodia strumentale, introduce in quello stato di trance annebbiata che si associa alla visione onirica del sonno. A questo punto l’empatia tra l’autore e soggetto, che si era suggellata nel sogno ipnotico della visione, si stempera nel drastico ritorno alla realtà del presente, concretizzata nei fotogrammi di un giardino verde, dai tratti realistici, in cui si muovono le galline e i galli che appartengono alla vita domestica dell’artista. E come il sogno è cominciato, così si interrompe bruscamente con la proiezione nitida del ritratto di un animale domestico, la gallina che, come Sergio Marcelli ha sottinteso nel raffronto fotografico, prefigura, attraverso la tensione al volo, l’aspirazione dell’artista a fuggire nella dimensione visionaria, mitica e memoriale, della pittura.

“Effigiem Bramati” è un inedito ed enigmatico ritratto dell’artista in forma di video-installazione, realizzato dal fotografo e videoartista Sergio Marcelli (Ancona, 1971) che rilegge la ricerca di Simona Bramati sviscerandone i profondi e misteriosi intrecci esistenziali tra vita ed arte. Il video, della durata di 6 minuti e girato in Super8 con interventi digitali, prende avvio dal ritratto fotografico in argento annerito per un alchemico miscuglio di luce e idrochinone, che richiama alla mente i ritratti in posa al dagherrotipo, di formato ovale, di fine ottocento. La durata lenta dell’esposizione fotografica immobilizza il soggetto, isolato dal contesto e bruciato a intermittenza da una fonte di luce abbagliante, che si muove con velocità sul volto dell’artista dando avvio alla sequenza filmica. Il contrasto luce e ombra si acutizza nei frames successivi fino a divenire lancinante, così da lasciar presagire il progressivo trapasso dal ritratto di Simona Bramati a quello di Basileia, la Regina del Regno Oscuro, prima e poi a Basileus, il Re, sancendo la definitiva sovrapposizione tra la reale immagine dell’artista e quella ideale delle figure che abitano l’universo parallelo della sua pittura. Attraverso la fotografia e il video, Sergio Marcelli ricostruisce una proiezione visionaria delle profonde tensioni psichiche insite nella natura

Sergio Marcelli ringrazia Simona Bramati, Dario Boldrini, Riccardo Bucci, Chiara Canali, Greta Duca, Mauro Luminari, Stefano Meldolesi, Loretta Mozzoni, Raf 113


BIOGRAFIA / BIOGRAPHY

SIMONA BRAMATI (Jesi, 26.06.1975), vive e lavora a Castelplanio (AN). E’ laureata in pittura all’Accademia di Belle Arti d’Urbino e diplomata all’Istituto Statale d’arte di Jesi e al Corso di Perfezionamento (sez. disegno animato) presso la Scuola del Libro di Urbino. (Jesi, 26,06,1975), she lives and works in Castelplanio (Ancona). She gratuated in painting from Urbino’s Accademia delle Belle Arti (Academy of Art); she got a diploma at the Istituto Statale d’arte (State Institute of Art) of Jesi and at the Advanced Training (animation drawing section) at the Scuola del Libro (School of Book) of Urbino.

MOSTRE PERSONALI

CONterraneoCONtemporaneoCONtrastante Galleria d’arte contemporanea Artessenza, Ancona.

2005

Collezione Villa Valentina a cura di Cristina Muccioli MAC, Marotta.

Seven Night in Blue a cura di Italo Bergantini e Gianluca Marziani Loft U.Pastorino, Milano.

Arte Italiana 1968-2007, Pittura ideata e curata da Vittorio Sgarbi Palazzo Reale, Milano.

MOSTRE COLLETTIVE 2008

Premio Arti Visive San Fedele 2006/2007 a cura di Andrea Dall’Asta, Angela Madesani, Daniele Astrologo, Chiara Canali, Matteo Galbiati, Chiara Gatti, Angela Orsini, Stefano Pirovano, Francesco Zanot Galleria San Fedele, Milano.

Digitale Purpurea a cura di Chiara Canali Palazzo Ducale, Genova. Figurati! Galleria Pittura Italiana Officina delle Arti, Reggio Emilia.

MiART Galleria Romberg, Latina.

Icons. The New Gothic Girl a cura di Chiara Canali Galleria In S. Lorenzo 3, Parma.

Bires-Bramati-Febbraio a cura di Italo Bergantini e Gianluca Marziani Galleria Romberg, Roma.

Figurati! Galleria Pittura Italiana, Milano.

2006

2007

Art(Verona 2006 Galleria Romberg, Latina. Stanze 2006 a cura di Umberto Palestini Palazzo Re, Giulianova.

Fondazione Aristide Merloni 2007 a cura di Riccardo Avenali, Ancona. La nuova figurazione italiana. To be continued a cura di Chiara Canali Fabbrica Borroni, Bollate, Milano.

Premio Italian Factory a cura di Alessandro Riva Casa del Pane Casello Ovest di Porta Venezia, Milano.

Art(Verona 2007 Galleria Pittura Italiana, Milano.

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BIBLIOGRAFIA / BIBLIOGRAPHY

MiART Galleria Romberg, Latina.

La Nuova Figurazione Italiana. To Be Continued… Catalogo della mostra a cura di Chiara Canali, Silvana Editore.

Sistemi Operativi 06 – Imperfetto Accademia di Belle Arti di Urbino Sala del Castellare, Palazzo Ducale, Urbino.

Arte Italiana, 1968 - 2007. Pittura. Catalogo della mostra a cura di Vittorio Sgarbi, SKIRA Editore Premio Arti Visive San Fedele 2007, IL MALE. Catalogo della mostra edito da Fondazione Culturale San Fedele, Milano. Testo critico Andrea Dall’Asta S.I. e Chiara Canali.

2005 I° edizione “Volti di Donne, Storie di Vita” Provincia d’Ancona.

Arte del Novecento in Vallesina, itinerari, riflessioni. A cura di: Loretta Mozzoni, Gloriano Paoletti, Attilio Coltorti. Edizioni Comune di Jesi.

“IL MALE, Esercizi di Pittura Crudele” ideata e curata da Vittorio Sgarbi Palazzina di Caccia di Stupinigi, Torino.

Stanze, Amicizia come antidoto. A cura di Umberto Palestini Catalogo della mostra.

2004

Premio Italian Factory x la giovane pittura italiana 2006. Catalogo della mostra edito da Italian Factory con il patrocinio del comune di Milano.

Ipertesi Ricerche fotografiche dall’Accademia di Belle Arti di Urbino, Sala Espositiva Comunale di Teramo.

Sistemi Operativi 06. IMPERFETTO. Catalogo della mostra Urbino 2006, Edizioni Accademia di Belle Arti di Urbino.

Ipertesi Ricerche fotografiche dall’Accademia di Belle Arti di Urbino, con il lavoro di tesi “Piccolo Atlante Anatomico Interattivo ad uso degli Artisti” Rocca Malatestiana, Montefiore Conca.

IL MALE, Esercizi di Pittura Crudele 1°Ed. Catalogo della mostra, a cura di Vittorio Sgarbi, SKIRA Editore Srl., Torino 2005.

Primo premio “Interfacce: Mediolab 2003” con “Piccolo Atlante Anatomico Interattivo ad Uso degli Artisti”. Università di Roma, Tor Vergata.

IPERTESI, Ricerche fotografiche dall’Accademia di Belle Arti di Urbino, a cura di C.Marabini, U.Palestini, M.Tosello, Catalogo Montefiore Conca 2004 Edizioni Accademia di Belle Arti di Urbino.

2003

39° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, a cura di Alessandro Borri, Catalogo di Pesaro Film Festival 2003.

39^ Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro con il cortometraggio “U.S.A.Mi”.

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Dedicato alla mia famiglia

Ringrazio la mia piccola regina Emma

Un grazie sentito a Morena Chiodi, Francesco Ramazzotti, Remo Giampaoletti, Roberta Moriconi, Sergio e Stefania Sbrega, Loretta Mozzoni & Chiara Canali, Valentina Conti, Fabio Badiali, Luigi Minardi, Carlo Pesaresi, Luciano Pittori, Simona Cardinali, Maila Coltorti, Francesco Tiberi, Sergio Marcelli, David Monacchi, Daniela Gagliardini, Federico Bravi e Francesco Cesaroni, Manuela Bedini e Luigia Possenti, Ilaria Ferretti e Riccardo Diotallevi per avermela presentata il 18 luglio 2008, Giovanni Gaggia, Andrea e Francesca Cardinaletti, Claudio e Alessandro Piccioni, inoltre e non per ultimo il mio inesauribile, instancabile e indispensabile staff composto da Mauro Luminari e Riccardo Bucci. Grazie al mio staff di animali composto da Giulio Cane, Jury Chechi ovvero il mio Gatto che mi hanno sempre tenuto compagnia durante questo viaggio chiamato Lachesi, inoltre la corazzata pennuta delle galline, pulcini e colombe che hanno posato realmente come dei veri modelli per la realizzazione dei loro ritratti indispensabili. Grazie a tutti quelli che hanno creduto in me sostenendomi.

Simona



SOMMARIO / SUMMARY

PAG. 12

PRESENTATION by Valentina Conti

PAG. 13 PAG. 14

PRESENTAZIONE di Vaentina Conti

PAG. 16

GLASS AND IRON by Loretta Mozzoni

PAG. 18

DESTINO COME FORMA SENSIBILE NELL’OPERA DI SIMONA BRAMATI di Chiara Canali

PAG. 21

DESTINY AS SENSITIVE FORM IN THE WORKS OF SIMONA BRAMATI by Chiara Canali

PAG. 27

OPERE / WORKS

PAG. 109

PER SIMONA BRAMATI / FOR SIMONA BRAMATI

PAG. 112

SERGIO MARCELLI, AN EFFIGY ON BRAMATI by Chiara Canali

PAG. 113

SERGIO MARCELLI, EFFIGIEM BRAMATI di Chiara Canali

PAG. 114

BIOGRAFIA / BIOGRAPHY

PAG. 115

BIBLIOGRAFIA / BIBLIOGRAPHY

VETRO E FERRO di Loretta Mozzoni


Assessorato alla Cultura Pinacoteca e Musei Civici