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e circa 80 isole della Repubblica di Vanuatu, situata a circa 2000 km ad est delle coste australiane, sono disposte a formare l’Anello di Fuoco del Pacifico, con una più o meno costante attività vulcanica, da semplici tremiti a occasionali tsunami. In alcune isole, coperte da fitte foreste in gran parte ancora inesplorate, la terra erompe fuori dalle acque per innalzarsi a 2000 m sul livello del mare, in altre atolli corallini e isolette rocciose giacciono ad appena pochi metri sul suo livello. La terraferma non raggiunge la superficie totale dell’Irlanda del Nord ed è sparsa su un’area vasta come Germania, Francia e Svizzera messe insieme. Molte delle isole di Vanuatu sono state abitate per migliaia di anni, le più vecchie tracce in tal senso risalgono al 2000 a.C. Lo spagnolo Pedro Fernandez de Quiros mise per la prima volta gli occhi sulle isole nel 1606, chiamando la prima Nuestra Señora de Australia del Espirtu Santo, nota oggi semplicemente come Santo. Il suo alto obiettivo era di fondare una Nuova Gerusalemme nel Pacifico sulle rive di un fiume che chiamò Giordano. Ma le popolazioni di Fabio Manzione locali non volevano essere salvati e impedirono i vari tentativi di sbarco degli spagnoli. De Quiros vagabondò nel Pacifico, credendo che il suo fallimento avesse condannato gli ignari ni-vanuatu - come sono conosciuti gli isolani - a bruciare per l’eternità. Gli europei vi si stabilirono nel tardo XVIII secolo: fra i successivi esploratori, spagnoli, portoghesi e francesi, ci fu Louis Antoine de Bougainville, che scrisse di essere stato “trasportato nel giardino dell’Eden” e l’esploratore britannico Jemes Cook che visitò le isole nel corso del suo secondo viaggio in Oceania.

ANUATU L’isola della felicità e il culto del cargo

Jemes Cook

Da giardino dell’Eden… a pandemonium a si sa che la permanenza del genere umano nel giardino dell’Eden durò piuttosto poco: la felicità dei suoi abitanti si tramutò in atroci sofferenze. La storia più recente di Vanuatu è fatta di un gran numero di preti, volgari schiavisti e goffi burocrati coloniali. Alle calcagna degli esploratori arrivarono i cacciatori di balene, i raccoglitori di legno di sandalo e i missionari per raccogliere anime. Gli europei portarono epidemie di influenza e morbillo, malattie veneree e il mercato degli schiavi, e la popolazione di alcune isole, soprattutto al nord, non si è mai ripresa. La più grande sofferenza inflitta agli isolani fu sicuramente la tratta degli schiavi, pratica perseguita fino ai primi anni del ventesimo secolo. Migliaia di ni-vanuatu vennero convinti o rapiti per lavorare nelle piantagioni di zucchero e cotone del Queensland e delle Fiji, e molti non tornarono più.

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Gli inglesi e i francesi, spesso in guerra fra di loro nel XIX secolo, coabitarono con molto disagio nelle Nuove Ebridi, come era conosciuto l’arcipelago fino all’indipendenza, e diedero vita probabilmente all’amministrazione coloniale più strana che il mondo abbia mai visto. Nel 1906 la Francia ed il Regno Unito, nemici dichiarati, stabilirono alla fine un mandato congiunto con un protocollo Anglo-Francese (il “Condominio” a cui ci si riferisce ogni tanto come “Pandemonium”) stabilendo pari influenza per entrambi i poteri. La seconda guerra mondiale portò un massiccio afflusso di personale militare americano a Efate e Santo, che diventarono basi cruciali della guerra del Pacifico. Il paese fu invaso dal costume e dai dollari americani e molti ni-vanuatu guadagnarono vere paghe per la prima volta nella loro vita. Inoltre gli isolani osservarono i neri americani beneficiare dei beni e dei lussi permessi ai bianchi, e questo non ebbe un ruolo da poco nel loro desiderio di indipendenza. Nei tardi anni ‘60 il movimento Nagriamel cominciò ad attirare migliaia di persone, in maggioranza nelle isole settentrionali. Il suo leader era il presidente Moses (Jimmy Tupou Patuntun Stevens), che si limitò inizialmente a richiedere i diritti per la “boscaglia scura”, la terra che gli europei non avevano mai reclamato o su cui non si erano mai stabiliti. Nagriamel divenne sempre più politicizzato e, nel 1971, fece una petizione alle Nazioni Unite per un “atto di libera scelta” a proposito dell’indipendenza dell’arcipelago. L’Inghilterra e la Francia concordavano che sotto le leggi del Condominio nessuno dei due avrebbe potuto ritirarsi senza l’altro, e ciò divenne un motivo per l’inattività. Furono alla fine trascinati alla riforma costituzionale nel 1974-75, e, siccome gli isolani si agitavano per ottenere più diritti, concessero le elezioni. I burocrati del Condominio si erano resi conto della vergogna del colonialismo nel mondo moderno. L’indipendenza fu raggiunta nel 1980: le truppe anglo-francesi non poterono fermare la violenza e le razzie che ebbero luogo anche nelle città più grandi, e il governo locale alla fine chiamò le truppe da Papua Nuova Guinea per riportare l’ordine e dichiarare l’indipendenza il 30 luglio 1980. Gli anni ‘90 furono anni di instabilità politica. Nel 1996 fu ostacolato un piano da parte dei paramilitari della Vanuatu Mobile Force per rovesciare il governo e instaurare la legge marziale. Quello stesso anno furono diffuse accuse di frodi alle maggiori banche da parte dei membri del governo di Carlot Korman, e la continua instabilità politica portò una flessione dell’economia e una diminuzione degli investimenti stranieri, nonostante il costante flusso di capitale straniero grazie allo stato di paradiso fiscale del paese. Nel febbraio del 1997 il governo firmò un accordo con la Banca di Sviluppo Asiatico per ristrutturare in modo significativo l’economia con fondi di investimenti privati. Nel novembre 1997 il presidente di Vanuatu, Jean-Marie Leye, sciolse il parlamento e indisse nuove elezioni. Nonostante le elezioni del marzo 1998 e un nuovo governo, ci fu un nuovo cambio alla fine del 1999. Più o meno nello stesso periodo Vanuatu fu colpita da un terremoto e da una mareggiata che causarono ingenti danni nell’isola di Pentecoste.

La seconda guerra mondiale portò un massiccio afflusso di personale militare americano a Efate e Santo

Nagriamel

Un mosaico di culture e culti l territorio frazionato di Vanuatu ha dato origine a un caleidoscopio di culture e a più di 100 lingue indigene. Isolati gli uni dagli altri dal mare o da montagne invalicabili, sparuti gruppi di isolani hanno avuto centinaia o migliaia di anni per proteggere gelosamente le loro culture e lingue o per mescolarle con i vicini. La popolazione indigena è un insieme di melanesiani - i neri del Pacifico occidentale con legami con i papua e gli aborigeni australiani - polinesiani, il popolo dalla pelle più chiara del Pacifico orientale, e varie tonalità in mezzo. Mentre il bislama è il fattore linguistico unificante, sono anche comunemente parlati inglese e francese. In un paese che si riconosce prevalentemente cristiano, le credenze tradizionali vengono mantenute da una buona parte della popolazione. I missionari sono riusciti a imporre una fede aliena a un popolo che aveva già forti credenze, ma questo successo può essere in parte dovuto ad alcune notevoli similitudini tra la cristianità e le credenze locali. Molti

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isolani credevano in un creatore, Tahara, non molto diverso da Jehovah, in un Giardino dell’Eden dove il primo uomo e la prima donna mangiavano il frutto proibito dell’albero di mele e cadevano in disgrazia, e in un demone Saratau, del tutto simile a Satana. Il mondo dei ni-vanuatu è ancora popolato da spiriti e demoni, nonostante gli sforzi dei missionari per rimuoverli. Non fu difficile però far leva su una profonda convinzione: i melanesiani credono che tutti i beni materiali vengano inviati loro dagli spiriti. Vedendo che gli europei possedevano tante cose meravigliose, ardevano dal desiderio di adorare gli stessi spiriti adorati dagli europei. Per cui i primi missionari cristiani ebbero subito un enorme successo. L’impatto della civiltà occidentale sulla tradizionale religiosità popolare degli isolani ha prodotto anche in tempi più recenti delle curiose forme di culti in cui cristianesimo e paganesimo, sacro e profano si fondono per attribuire a beni materiali delle aspettative salvifiche di tipo messianico. Culti nati da una sorta di riflessione esistenziale degli abitanti di quelle contrade, che vedevano i loro mari e i loro cieli continuamente solcati da navi e da aerei carichi, a quanto sentivano dire, di ogni ben di dio, senza che di questo ben di dio a loro arrivasse mai una benché minima parte. E siccome costoro si consideravano, come chiunque, al centro di un Universo che, dopo tutto, era stato creato dagli dei loro antenati, il fatto che tanto benessere finisse in mano di altri, per esempio nelle mani dei coloni europei e americani, che pure non sembravano disporre di antenati divini di nessun tipo, tendeva ad apparire come una mostruosa ingiustizia, cui era necessario porre rimedio in qualche modo. Così sorse fra gli indigeni la credenza che, una volta tramontato il sistema vigente, rove-

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a remota isola di Manus, in Papua Nuova Guinea - luogo di studio della giovane antropologa Margaret Mead (si parla del 1929) alle prese con il gioco e le fantasie dei bambini più piccoli ed il modo nel quale diventavano adulti in quella società – è tornata di recente a far parlare di sé come centro di detenzione del dipartimento Immigrazione australiano. Manus è una delle isole del Pacifico utilizzate dall’Australia negli ultimi due anni nel quadro della ‘Pacific Solution’, consistente nel bloccare con navi della marina le imbarcazioni che tentano di entrare in acque australiane, e nel rinchiudere i boat people in campi di detenzione in isole del Pacifico, in attesa che siano esaminate le loro domande di asilo. Ultimamente però il carcere ospitava un solo ospite, un palestinese di 25 anni a cui facevano la guardia 30 persone fra agenti di custodia, addetti ai servizi, alle pulizie e alla manutenzione, con un esborso per le casse dell’erario equivalente a 2,6 milioni di euro! Ben prima che si diffondessero in quella zona i poveri “boat people” (che, a quanto pare, non hanno ispirato nessun culto e nessuna pietà ai già ricchi australiani…) anche a Manus il

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“culto del cargo” aveva i suoi adepti negli indigeni, ancorché divisi in due fazioni. Tra i profeti storici di questo fenomeno religioso si ricorda un certo Wapi. Costui era in concorrenza con un altro profeta, il temibile Paliau, e aveva bisogno di argomenti con i quali attirare sul suo movimento il favore popolare. Per cui, pensa che ci ripensa, diede del Culto una versione in base alla quale, considerando la bontà intrinseca degli antenati e la conseguente impossibilità che lasciassero perire i loro discendenti di inedia, l’unico modo di attirare le benefiche navi sulle coste di Manus sarebbe stato quello di non fare assolutamente niente. Bastava che i fedeli smettessero di lavorare e produrre e, una volta che avessero consumate tutte le risorse disponibili, gli antenati sarebbero stati in un certo senso costretti a mandare quei benedetti carichi, dando inizio in via definitiva all’era dell’abbondanza. Ahimè. Non successe niente di simile. Il wapismo si diffuse, sì, a macchia d’olio nella popolazione, gli adepti si affrettarono a consumare tutto il consumabile e smisero con scrupolo di produrre alcunché, ma le navi proprio non si fecero vedere. La cosa generò, com’era ov-

vio, una certa insoddisfazione e qualcuno espresse dei dubbi su una teologia così liberale, ma Wapi fu irremovibile. La prosperità sarebbe arrivata da un momento all’altro e guai se un solo devoto si fosse rimesso a lavorare: avrebbe rovinato tutto. Ma i manusiani, man mano che aumentavano i morsi della fame, erano sempre meno propensi a dargli retta: alla fine abiurarono in massa, lo denunciarono come falso profeta e negli inevitabili tumulti che ne seguirono trovarono - sembra il modo di fargli la pelle. Oggi il Culto del cargo, nell’Arcipelago Bismarck, sopravvive nella veste riformata che gli diede Paliau, secondo cui le navi degli antenati sarebbero arrivate, non ci pioveva, ma un pochino più tardi, e nel frattempo non sarebbe stato male rimboccarsi le maniche e rimettersi provvisoriamente al lavoro. Nel panorama culturale e religioso delle isole del Pacifico del Sud, attualmente, il “movimento di Paliau” rappresenta una delle comunità spirituali sulla cresta dell’onda, ma chissà se qualcuno, sotto sotto, non rimpiange i bei tempi in cui l’unico modo per assicurarsi il benessere era sembrato quello di oziare.


sciato l’ordine coloniale, ridotti in schiavitù o sterminati i bianchi, gli antenati sarebbero tornati, con tutte le proprietà degli europei. Allora le tante odiate piantagioni sarebbero state distrutte, perché non sarebbero più servite. Da qui le ragioni della diffusione di una serie di credenze, generalmente catalogate come “Culti del cargo” (presenti in forme diverse anche in altre isole della Melanesia, con particolare riguardo alla Nuova Guinea e agli arcipelaghi viciniori) che, pur nelle varie forme (circa 200) che assunse isola per isola (vedi Riquadro), si proponeva il fine comune di attirare sulle spiagge della Melanesia i vettori di tutti i beni di cui i melanesiani si consideravano a buon diritto gli unici destinatari. Il primo culto del cargo conosciuto fu il “Movimento Tuka”, iniziato nelle isole Fiji nel 1885. Altri tra i primi movimenti sono avvenuti inPapua Nuova Guinea, incluso il “Culto Taro” nella Papua settentrionale, e la “Pazzia dei Vailala” documentata da F. E. Williamas, uno dei primi antropologi ad operare in Papua Nuova Guinea. Il periodo classico di attività del culto del cargo è stato negli anni durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. La vasta quantità di materiale di guerra che è stata paracadutata sopra a quelle isole durante la campagna del Pacifico avvenuta contro l’Impero del Giappone ha significato un drastico cambiamento dello stile di vita degli isolani. Prodotti industriali come vestiti, cibo in scatola, tende, armi ed altri beni di utilità arrivarono in grandi quantità per rifornire i soldati e anche gli isolani che erano le loro guide ed ospiti. Alla fine della guerra le basi aeree furono abbandonate, e i ‘cargo’ non furono più paracadutati. In modo da far si che i carichi di beni tornassero ad essere paracadutati o anche portati per via aerea o per mare, gli isolani hanno iniziato ad imitare i comportamenti che hanno visto assumere dai militari occidentali. Hanno quindi fabbricato cuffie audio dal legno indossandole seduti dentro a finte torri di controllo da loro costruite. Hanno iniziato a mimare segnali di atterraggio per aerei, hanno acceso segnali di fuoco e torce per illuminare le piste di atterraggio amò di fari di posizione. In una sorta di magia simpatetica , molti di loro hanno costruito, con i mezzi a loro disposizione, riproduzioni a grandezza naturale di aeroplani e hanno costruito nuove piste di atterraggio simili a quelle occidentali, nella speranza che questo avrebbe attirato molti più aeroplani pieni di ‘cargo’. Una religione descritta come “culto del cargo” si sviluppò durante la guerra del Vietnam tra alcuni appartenenti al popolo Hmong dell’Asia Sudorientale. Il nucleo del loro credo era che la seconda venuta di Gesù Cristo fosse imminente, solo che questa volta sarebbe arrivato indossanto una tuta mimetica e guidando una jeep militare, per portali via nella terra promessa. Le origini sono sconosciute, ma si può supporre che sia stato estratto dalle immagini del nuovo potere che apparve loro in quel periodo, in forma di militari statunitensi e di missionari cristiani occidentali. Un caso più recente di questo tipo di comportamento si ebbe nel 1979, quando la nave taiwanese Lunchaun, che trasportava un grosso carico di componenti elettriche, si rovesciò nell’oceano polinesiano. Gran parte del carico rovesciato venne saccheggiata dagli isolani locali, che ricavarono dai detriti recuperati degli oggetti, alcuni di uso pratico, altri di uso rituale.

Il primo culto del cargo conosciuto fu il “Movimento Tuka”, iniziato nelle isole Fiji nel 1885

Una religione descritta come “culto del cargo” si sviluppò durante la guerra del Vietnam tra alcuni appartenenti al popolo Hmong

L’isola di Tanna e il culto del cargo A Vanuatu questa forma di culto risale al XIX secolo - nell’ambito di alcune associazioni segrete maschili (Dukduk, Iniet) - durante il quale fu temporaneamente proibito e riportato in vita una sessantina di anni fa. L’isola di Tanna è stata la culla di una delle forme di religiosità più strane al mondo ma, alla luce della storia di queste meravigliose isole, facilmente comprensibile ancor più da noi, occidentali di oggi, che sull’abbondanza e sul lusso abbiamo fondato quella religione pagana che esportiamo in tutto il mondo, ancor più facilmente della democrazia, grazie alla globalizzazione.

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Port Vila

Ma chi era John Frum? Secondo alcuni antropologi era un soldato americano o forse un collaboratore della Croce Rossa, che infatti è diventata il simbolo di questo culto

In quest’isola, a Sud dell’arcipelago di Vanuatu, si trovano i seguaci di John Frum i quali praticano una forma di culto del cargo ancora viva (a febbraio, si celebra addirittura il Giorno di John Frum con danze, parate e feste) ma che apparentemente comincia a creare frustrazione e quindi a contrarsi. L’attesa dura da sessant’anni. Hanno costruito rudimentali piste di atterraggio nella giungla, recinti di bambù lungo la costa per custodire i doni che arriveranno, torri di legno per avvistare navi e aerei, antenne radio fatte di lattine per annunciare il lieto evento. Ma finora lui - messia, spirito, eroe reale o fantastico - non è tornato, né la sua profezia si è avverata. Certo, in un paese dove manca l’elettricità, il telefono, la tv, dove non ci sono strade decenti, dove la sola acqua disponibile è quella piovana, dove le auto si contano sulle dita della mano, il benessere fa gola specialmente a coloro che lo hanno sperimentato durante l’occupazione americana degli anni Quaranta o durante i viaggi a Port Vila, la capitale. Il culto del cargo fece la sua comparsa in quegli anni, quando i ni-vanuatu credevano che il mitico John Frum li avrebbe liberati dagli europei in generale e dai missionari in particolare. Il movimento si accentuò con l’arrivo di più di 100.000 americani del personale di servizio durante la guerra. Essi abbagliarono i ni-vanuatu con i loro frigoriferi, i camion, il cibo in scatola, le sigarette e altri oggetti di lusso, che convinsero i locali che gli europei gli stessero di proposito tenendo nascosti quei beni. Ma chi era John Frum? Secondo alcuni antropologi era un soldato americano o forse un collaboratore della Croce Rossa, che infatti è diventata il simbolo di questo culto. Secondo la tradizione orale “Egli” differiva dagli altri uomini bianchi perché conosceva i dialetti e le usanze di Tanna ed era agli isolani che egli doveva la sua obbedienza. Alcuni nativi asseriscono che John Frum abbia fatto la sua apparizione all’inizio degli anni ’30 o più verosimilmente nei primi anni ‘40, tra la spiaggia e le pendici del vulcano dell’isola di Tanna: il misterioso visitatore aveva arringato gli anziani, spingendoli a rigettare le regole imposte dai missionari e a tornare al sistema tradizionale (il kastom) nell’attesa del benessere che sarebbe presto arrivato. La popolazione, a quel tempo, era di circa 6000 persone, di cui il 60% era presbiteriano, il 30% non cristiano e il resto in massima parte avventisti o cattolici. Era l’epoca dell’avanzata del Sol Levante nel Pacifico; i giapponesi avevano occupato le vicine Salomone e gli americani, per arginarli, le Nuove Ebridi, installando rapidamente la loro macchina da guerra, costruendo piste, strade, ospedali. E scaricando dai loro cargo (aerei e navi) non solo frigoriferi, radio, tabacco e cibi in scatola “doni degli dei”, ma anche stili di vita e comportamenti sociali. I melanesiani ebbero così l’occasione di sperimentare un cambiamento radicale rispetto ai bianchi che conoscevano, quei francesi e inglesi che si spartivano le isole da un paio di secoli: rimasero piacevolmente sorpresi - da “neri” del Pacifico - nel vedere il personale militare statunitense bianco e di colore usufruire dello stesso trattamento e degli stessi ben di Dio. Il movimento si diffuse su tutta l’isola di Tanna e la maggior parte delle missioni rimase deserta. Le stime sul numero attuale degli aderenti al culto del cargo variano considerevolmente: una piccola proporzione, forse il 5%, crede che l’età dell’oro di John Frum sia a portata di mano, ma circa il 99% crede che essi verranno premiati alla fine per aver creduto a John Frum. Proprio come nelle società occidentali,in una chiesa ci sono sia adoratori devoti, che credono al cielo e all’inferno, sia altri che considerano l’andare in chiesa come una specie di assicurazione contro gli imprevisti…

Un culto più diffuso di quanto sembri Se a Tanna qualcuno comincia a dubitare di John Frum e dell’arrivo dei suoi cargo, altrove questo tipo di credenze trova sempre più nuovi adepti.

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Qualcuno penserà che in fondo si tratta solo di bizzarre forme di culto proprie di popoli primitivi, incapaci di separare il sacro dal profano. Eppure nelle nostre odierne società industrializzate, evolute e smaliziate, quanti individui sono immersi in una religione del consumo di beni materiali? Quanti sono in attesa dell’ultima novità di telefonino, di computer, di automobile che promette di surclassare i concorrenti e di consentire al possessore uno status che lo eleverà al di sopra della media? Messia mediatici ci bombardano dagli schermi televisivi o dalle pagine delle riviste patinate per condizionarci all’acquisto di beni che quasi mai ci faranno… del bene ma che, anzi, ci spingono in una spirale di dipendenza che per alcuni ha già raggiunto le sembianze di un vortice di compulsività al punto tale da classificare il malcapitato nella più recente forma di patologia psichiatrica. I nostri John Frum sono gli imbonitori televisivi e non che ci convincono a comprare cose di cui non abbiamo bisogno per soddisfare bisogni che non abbiamo o che si soddisfano con cose che non si possono comprare. I nostri John Frum sono quei personaggi politici che fanno promesse che sanno di non poter mantenere, che profetizzano un benessere facile da avere perché non è necessario conquistarselo con fatiche e rinunce ma che ci arriverà grazie alla fortuna: un “apparizione” televisiva, un gioco a quiz, un “gratta e vinci”, forse. Così sono in molti a sperare che all’orizzonte della propria vita arrivi il cargo che aspettano, la “manna” dal cielo o il Messia che li salverà… Ma è giusto sprecare la propria, unica, originale, irripetibile Vita sulla base di aspettative create da altri, in attesa di una simil-vita “tutto bene”, solo sognata in un videogioco o rincorrendo i gossip sulle vite dei “famosi” sulle pagine dei rotocalchi o sugli schermi televisivi? q

Bibliografia AA.VV.. Gli isolani di Tanna (Nuove Ebridi). In: “I popoli della Terra”. Vol. 1. Mondadori, 1975 AA.VV. I popoli dell’Oceania. In: “Globus. Il pianeta dei popoli”. Vol. 13. Mondadori 2006 AA.VV. Voci: Vanuatu; Culto del Cargo. Da: Wikipedia. 2006. http://it.wikipedia.org/wiki/ AA.VV. Voce: Vanuatu. 2006. Da: www.edt.it/lonelyplanet Ladischensky, Dimitri. El pueblo mas feliz. El Pais Semanal. 2006 Jebens, Holger (ed.). Cargo, Cult, and Culture Critique. Honolulu: University of Hawai’i Press, 2004. Kaplan, Martha. Neither cargo nor cult: ritual politics and the colonial imagination in Fiji. Durham: Duke University Press, 1995. Lawrence, Peter. Road belong cargo: a study of the Cargo Movement in the Southern Madang District, New Guinea. Manchester University Press, 1964 Lindstrom, Lamont. Cargo cult: strange stories of desire from Melanesia and beyond. Honolulu : University of Hawaii Press, 1993. Worsley, Peter. The trumpet shall sound: a study of “cargo” cults in Melanesia. London: MacGibbon & Kee, 1957. Harris, Marvin. “Cows, Pigs, Wars and Witches: The Riddles of Culture”. New York: Random House, 1974. Inglis, Judy. Cargo Cults: The Problem of Explanation. Oceania vol. xxviii no. 4, 1957. K, E. Read. A Cargo Situation in the Markham Valley, New Guinea. Southwestern Journal of Anthropology. vol. 14 no. 3, 1958.

melanesiani

Così sono in molti a sperare che all’orizzonte della propria vita arrivi il cargo che aspettano, la “manna” dal cielo o il Messia che li salverà

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di Fabio Manzione

VERTICE MONDIALE SUL CLIMA: 60 PAESI A RISCHIO

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iù lo si studia, più il cambiamento climatico del pianeta diventa sempre più un allarme serio. Dai dati contenuti nel recente rapporto intergovernativo sui cambiamenti climatici (frutto del lavoro di circa 2.500 scienziati di 130 nazioni in sei anni) aggiornato con gli ultimi sviluppi sull´evoluzione dell´effetto serra, c´è poco da stare tranquilli, soprattutto per una sessantina di Paesi poveri di Africa, Asia e America Latina, che corrono rischi enormi già nel breve periodo. Il gruppo di esperti del Giec nel loro incontro a Parigi, alla fine dello scorso gennaio, hanno previsto un aumento delle temperature medie nel 2100 tra +2 e +4,5 gradi rispetto a quelle medie del 1990. La temperatura della superficie terrestre continuerà inesorabilmente a surriscaldarsi, salendo in media di oltre 6 gradi nei prossimi dieci anni, senza un contrasto efficace alle emissioni inquinanti. Il surriscaldamento della superficie terrestre produrrà inoltre sempre più fenomeni catastrofici, soprattutto nei Paesi del Terzo mondo: cicloni e precipitazioni di intensità record, inondazioni, siccità, erosione delle coste. Di qui il rischio di cronica mancanza di cibo e acqua, e quindi di incontrollabili ondate migratorie verso i Paesi più sviluppati. Uno scenario catastrofico che ha un orizzonte temporale molto vicino: i primi effetti, infatti, si materializzeranno già entro i prossimi 20 anni. I primi ad avere problemi seri saranno milioni di cittadini latinoamericani e africani. Più in là, dal 2050 circa, sarà la volta dell’Asia, dove addirittura fra poco più di 30 anni si porrà il problema dello scioglimento dei ghiacciai della catena dell’Himalaya. Dal 2080, poi, se non si interverrà per invertire la tendenza, gli esperti prevedono che il 20-30% delle specie animali e vegetali saranno minacciate di estinzione. E riesploderanno malattie tropicali ora sparite o tenute sostanzialmente sotto controllo.

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«Di fronte alle prospettive disegnate dagli scienziati - ha detto all´apertura dei lavori il premier belga Guy Verhofstadt - i politici dovranno prendere misure impopolari nei loro paesi» per evitare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici sull’ambiente, sulla salute, sugli habitat e sull’economia. Il commissario Ue all’Ambiente Stavros Dimas ha sollecitato, a livello internazionale, l’azione di Usa e Australia - che non hanno ratificato il protocollo di Kyoto - e, a livello europeo, ha annunciato che la Commissione presenterà nel giro di qualche settimana un libro verde sulle strategie per affrontare il problema del cambiamento climatico, che comprenderà anche le misure necessarie da prendere nell’Ue.

BUONE PRATICHE: SCUOLE “AMICHE DEL CLIMA” IN 7 MOSSE

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er affrontare positivamente la sfida energetica e la lotta ai cambiamenti climatici anche in classe, Legambiente ha individuato 7 azioni in cui investire per potersi definire a tutti gli effetti una scuola eco-sostenibile: 1. Utilizzo di fonti energetiche rinnovabili – installazione di pannelli solari termici per la produzione di acqua calda, di impianti fotovoltaici per la produzione di energia e acquisto, per il fabbisogno rimanente, di energia certificata proveniente da fonti pulite. 2. Efficienza energetica – utilizzo di caldaie a condensazione o centrali di microgenerazione, valvole termostatiche sui termosifoni per regolare il riscaldamento, isolamento termico degli infissi, sostituzione delle lampadine a incandescenza con quelle fluorescenti compatte che danno un risparmio dell’80%. 3. Risparmio di risorse – raccolta differenziata dei rifiuti, uso di materiali riciclati per le attività scolastiche, riduttori di flusso ai rubinetti e scarico differenziato nei wc, recupero delle acque piovane.


4. Impianti e materiali – uso di materiali isolanti termici e acustici, esclusione dei prodotti per l’edilizia contenenti sostanze nocive, attenzione alla salubrità dell’aria attraverso la realizzazione di tetti ventilati, vespai areati e drenaggi. 5. Sicurezza – adempimento delle norme previste dalla legge 626, acquisizione della certificazione di agibilità statica e di quella igienico-sanitaria. 6. Salubrità e qualità ambientale – cura dell’arredamento degli interni con attenzione ai criteri della bioarchitettura, monitoraggio della qualità dell’aria, eliminazione dell’amianto e messa in sicurezza, realizzazione o ampliamento delle aree verdi di pertinenza dell’edificio, diffusione di cibi biologici, lontananza da sorgenti d’inquinamento. 7. Organizzazione – individuazione della figura dell’energy manager, organizzazione di reti di scuole per realizzare al meglio le azioni necessarie, coinvolgimento di studenti e famiglie per diffondere comportamenti virtuosi dentro e fuori dalla scuola, uso delle strutture per attività extrascolastiche.

EUROPA: NIENTE OGM NEL PIATTO

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l Parlamento Europeo ha votato per regole più rigorose sui prodotti alimentari biologici, richiedendo alla Commissione che il limite massimo della contaminazione accidentale da materiale Ogm sia fissato allo 0.1% (la soglia di rilevabilità strumentale), contro lo 0.9% previsto per i prodotti convenzionali, che la proposta di regolamento della Commissione prevedeva come soglia anche per i prodotti biologici. Il Parlamento tuttavia ha deciso di non votare una risoluzione finale sulla materia, dato che la Commissione Europea rifiuta di assegnare al Parlamento il diritto di co-decidere sulla legislazione. Il dossier, quindi, è stato ritrasmesso al comitato agricoltura del Parlamento europeo e dovrà essere riconsiderato. Perché la posizioni diventi legge nella Ue, manca ancora la parola, determinante, dei ministri dell’agricoltura. I 27 su questo punto sono al momento divisi. La maggioranza delle capi-

tali la pensa diversamente dal Parlamento, ma Italia, Grecia, Austria ed Ungheria stanno cercando di convincere la Polonia a sposare lo 0,1%, in modo da avere i voti sufficienti per creare una minoranza di blocco che obblighi gli altri Stati membri a mediare verso l’approvazione di una soglia di contaminazione più bassa per il biologico.

PER UNA “DECRESCITA” CONSAPEVOLE: IL PROGRAMMA DELLE 8 R

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a “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vi-

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vere. Questo processo comporta otto obiettivi interdipendenti, le “8 R”: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica. Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, cioè suscitati e stimolati dal sistema che a loro volta contribuiscono a rafforzare. Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione. Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato. Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infra-

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strutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico). Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”. Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose. Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”. Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.

OMS: NUOVE LINEE GUIDA CONTRO LA MORTE PER SMOG L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato una sfida a tutti i governi del mondo per migliorare la qualità dell’aria nelle loro città e proteggere la salute dei cittadini. L’appello giunge con la pubblicazione delle nuove linee guida dell’OMS sulla qualità dell’aria, in cui i limiti per gli agenti inquinanti sono decisamente più bassi. Secondo l’OMS, abbassare la soglia per un particolare tipo di inquinante (noto come PM10) può ridurre i decessi fino al 15% l’anno nelle città inqui-


nate. Le linee guida, inoltre, abbassano sostanzialmente i limiti raccomandati per l’ozono e per il biossido di zolfo. A seguito delle crescenti evidenze sugli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute, l’OMS ha aggiornato le linee guida esistenti per l’Europa estendendole per la prima volta a livello mondiale. Queste linee guida si basano sulle più recenti ricerche scientifiche e stabiliscono degli obiettivi di qualità dell’aria che proteggerebbero la grande maggioranza degli individui dagli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute. Tali obiettivi sono molto più severi dei limiti nazionali attualmente in vigore in molti paesi, e in alcune città consentirebbero di ridurre gli attuali livelli di inquinamento di oltre tre volte. Si stima che l’inquinamento dell’aria sia causa ogni anno di circa 2 milioni di morti premature nel mondo. Più della metà avvengono nei paesi in via di sviluppo. In molte città, la media annuale dei livelli di PM10 (la cui fonte principale deriva dalla combustione di carburante fossile e di altri tipi) supera i 70 microgrammi per metro cubo. Secondo le nuove linee guida, per prevenire malattie questi livelli dovrebbero essere al di sotto

dei 20 microgrammi per metro cubo. «Riducendo l’inquinamento da particolato da 70 a 20 microgrammi per metro cubo, come stabilito dalle nuove linee guida, stimiamo una riduzione dei decessi di circa il 15%», dichiara Maria Neira, Direttore OMS per la Sanità Pubblica e l’Ambiente a Ginevra. «Abbassando i livelli dell’inquinamento atmosferico possiamo aiutare i paesi a diminuire patologie quali infezioni respiratorie, malattie cardiache e cancro ai polmoni, che altrimenti si diffonderebbero. Inoltre, gli interventi per la riduzione dell’impatto diretto dell’inquinamento atmosferico hanno anche l’effetto di diminuire le emissioni di gas che contribuiscono al cambiamento climatico, favorendo in tal modo ulteriori guadagni in salute». «Queste nuove linee guida sono state stabilite attraverso una consultazione mondiale con più di 80 esperti e si basano sulla revisione di migliaia di studi recenti effettuati in tutto il mondo. Esse forniscono quindi la valutazione più aggiornata e ampiamente condivisa degli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute, e raccomandano limiti di qualità dell’aria che riducono significativamente i rischi per la salute. Siamo impazienti di lavorare con tutti i paesi per assicurare che queste linee guida diventino parte della normativa nazionale», afferma Roberto Bertollini, Direttore del Programma Speciale Salute e Ambiente dell’OMS Ufficio Regionale per l’Europa. Molti paesi nel mondo non hanno regolamentazioni sull’inquinamento atmosferico, il che rende virtualmente impossibile il controllo di questo importante fattore di rischio per la salute. I limiti nazionali esistenti variano in modo sostanziale e non assicurano una protezione adeguata per la salute. L’OMS, pur accogliendo la necessità che i paesi hanno di stabilire limiti nazionali che tengano conto delle loro esigenze specifiche, ha prodotto delle linee guida che indicano livelli di inquinamento al di sotto dei quali il rischio per la salute è minimo. Le nuove linee guida dell’OMS forniscono dunque a tutti i paesi una base per definire i loro limiti di qualità dell’aria e le loro politiche a sostegno della salute con solide evidenze scientifiche.

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di Fabio Manzione

ACQUA, ORO O DIAMANTE BLU?

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a voce ormai ha fatto il giro del mondo. In un grande magazzino londinese hanno messo in vendita delle bombolette con una strana etichetta: “Aria pura di montagna”. “Respirate a pieni polmoni senza temere lo smog” recita uno slogan ad effetto. Vi pare assurdo acquistare dell’aria? Eppure è già successo con l’acqua. In quei contenitori di plastica, che faticosamente ci portiamo a casa, è racchiusa una ricchezza naturale, un bene comune, che arriva a costare oltre un euro al litro. Ce l’hanno data a bere per decenni, fino a convincerci che le bollicine fanno addirittura ringiovanire. Nell’età dell’oro blu, nell’Italia del primato europeo del consumo di acqua minerale (185 litri a testa all’anno), sembra una storia di ordinaria follia contemporanea. In un Paese che vanta un discreto patrimonio idrico (circa 47 miliardi di metri cubi) e una qualità al rubinetto da far invidia a tante acque imbottigliate, il grande successo dell’acqua minerale appare strano. Il settore ha un peso economico enorme: il fatturato sfiora i 3 miliardi di euro, più della metà del valore di tutto il mercato del ciclo idrico integrato in Italia che comprende l’acqua potabile, la manutenzione delle fognature e la depurazione. Probabilmente è per questo che sulla stampa non si trovano quasi mai notizie che possono mettere in pericolo il lucroso business. Il “Made in Italy” detiene la posizione leader nel mercato mondiale dell’acqua minerale, con 177 imprese e 287 marchi, 12 miliardi di litri imbottigliati di cui oltre un miliardo esportato. Gli stabilimenti sono circa 190. Esistono quindi più marchi che impianti di imbottigliamento. Come si spiega? In queste fabbriche dell’acqua si possono miscelare più sorgenti o utilizzare più fonti per diversi marchi che possono avere lo stesso tipo di acqua. In ogni caso, ci sono impianti da un milione di litri all’anno, per lo più per un consumo a livello locale, e strutture più imponenti che possono produrre oltre un miliardo di litri. Si tratta di grandi stabilimenti industriali che servono a imbottigliare note marche apprezzate da americani e canadesi, grandi consumatori di acqua minerale italiana. Nel mondo si consumano 120 miliardi di litri di acqua imbottigliata, con un mercato che vale circa 80 miliardi di dollari. L’Europa occidentale consuma un terzo del totale pur avendo solo il 6% della popolazione mondiale, e produce circa 38 miliardi di litri. Eppure quell’acqua che sgorga pura dagli anfratti calcarei dei Sibillini o che emerge dalle profondità sabbiose della pianura padana fa parte dei cosiddetti beni comuni, anzi è una risorsa del demanio. Un’acqua che se zampilla dai rubinetti costa meno di un euro al metro cubo (1000 litri!) e che, quando finisce in una bottiglia di plastica, diventa “oro”, arrivando a costare oltre 300 euro al metro cubo. Nonostante le Regioni pretendano sempre di più come tassa di concessione, i produttori pagano ancora l’acqua meno di un centesimo di

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euro al litro, mentre una Regione, per smaltire le bottiglie di plastica, spende 20-25 milioni di euro all’anno. Continuando con i numeri, è utile fare un confronto con i costi della confezione. Secondo un calcolo di Legambiente, la colla usata per attaccare l’etichetta costa di più del contenuto. Vediamo per curiosità quanto incide il resto. La bottiglia di plastica (chiamata “preforma”) può costare 5 centesimi di euro; il tappo meno di un centesimo così come l’etichetta. Si potrebbe obiettare: quell’acqua “pura e cristallina” arriva però sulle nostre tavole, anzi nei supermercati, sempre pura e incontaminata come se fosse appena sgorgata dalla fonte: è un servizio/lusso che si deve pur pagare. La vera forza di questo prodotto così trendy deriva da un immaginario collettivo che il marketing e la pubblicità sono riusciti a intercettare con grande successo. Inseguendo il fascino delle bollicine, negli Usa si è arrivati a commercializzare un’acqua minerale per cani, gatti, criceti e uccelli (con un’etichetta che avverte che non è adatta al consumo umano) al costo di 1,49 dollari per una bottiglietta da un quarto di litro. Un’attività che va a gonfie vele: nel giro di nove mesi, le vendite sono passate da 1300 bottiglie al mese a oltre 50.000. E, adesso, l’acqua minerale per animali si può acquistare anche su Internet. Negli ultimi tempi, tra marchi noti della moda e del design, sembra spopolare una tendenza tanto di moda quanto antidemocratica: nobilitare un oggetto semplice, nella forma e nella sostanza, con il logo e con il design e, di conseguenza, farlo entrare nell’Olimpo del super lusso. L’esempio più eclatante è quello dell’acqua minerale Bling H2O: prodotta in quantità limitata, in bottiglia satinata con tappo di sughero, è decorata con qualche cristallo simil-diamante e nasce dall’ispirazione di un produttore cinematografico di Hollywood che, sul set di lavoro, si è accorto dell’importanza che gli attori attribuivano alla veste esterna della bottiglia. Risultato? La confezione meno cara costa 25 dollari, per la più sfiziosa se ne possono pagare anche 450! Se poi si decide di versare l’acqua nelle apposite formine da ghiaccio per il freezer (naturalmente griffate da una nota casa di moda italiana) si rischia di dover aggiungere al budget altri 70 dollari. Questa particolare acqua, a quanto pare, è esente da sodio e nitrato: l’assoluta mancanza di “sale”… in “zucca” è, del resto, prerogativa di questa categoria di consumatori. Sugli effetti su altri organi del corpo concordiamo con quanto affermava un certo Jean Jacques Rousseau: «Il ricco non ha lo stomaco più capace del povero né digerisce meglio di lui». q

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GRANDI OPERE? SI, MA NON QUI… Fabio Manzione

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l caso TAV (Treno Alta Velocità) in Val di Susa esploso in modo drammatico alla fine del 2005, non è che un esempio emblematico, seppur eclatante, dei numerosi impianti e infrastrutture che vengono contestati dalle popolazioni locali. Sono circa 200 le opere oggi contestate in Italia: impianti per lo smaltimento dei rifiuti, centrali elettriche e a carbone, ripetitori, siti industriali, antenne per la telefonia mobile, cave, parchi eolici, termovalorizzatori, rigassificatori, elettrodotti, ferrovie, autostrade. Dal Piemonte alla Sicilia il fenomeno Nimby, acronimo dell’espressione inglese Not In My Back Yard (“non nel mio cortile”) si allarga a macchia d’olio. Le manifestazioni si intrecciano, Internet fa da acceleratore. Le battaglie proseguono in tribunale, e a volte conquistano le pagine dei giornali: i “No Tav” in Val di Susa, i “No Mose” in Veneto contro il sistema di dighe mobili in laguna per salvare Venezia dall’acqua alta, le proteste contro la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, i “No coke” contro la centrale a carbone a Ci-

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vitavecchia, le contestazioni al deposito di scorie nucleari a Scanzano Jonico, in Basilicata, o contro i termovalorizzatori in Campania. La “sindrome” – definizione che non piace agli ecologisti – Nimby nasce negli Usa a metà anni Cinquanta, all’epoca delle Freeway Revolts di Santa Rosa, in Florida, e nei Sessanta, ai tempi dei sit-in per bloccare la costruzione delle autostrade intorno alla baia di San Francisco. Con il passare degli anni, il fenomeno si è radicalizzato e gli acronimi moltiplicati: Banana Build absolutely nothing anywhere near anyone (“Non costruire nulla in nessun luogo vicino a nessuno”); Cave - Citizens against virtually everything (“Cittadini contro tutto”); Nope - Not on planet Earth (“Non sul pianeta Terra”) e così via.

Persuasione o contrattazione? Se i rapporti con i cittadini fossero impostati in maniera più aperta – anche in accordo con la legge


2001/42/CE che invita gli amministratori a consultare e informare i cittadini nel caso di opere a grande impatto ambientale – probabilmente molti casi di proteste e opposizioni sarebbero mitigati, e altri forse sarebbero riconsiderati dai proponenti, dato che a volte grandi opere vengono approvate prima di una seria valutazione di impatto ambientale (come è avvenuto recentemente quando il governo belga, a seguito dell’opposizione delle amministrazioni locali, ha sospeso alcuni progetti ed ha accettato di rivedere la propria strategia generale per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi). «Un progetto, prima di essere promosso o bocciato – afferma Alessandro Beulcke, Presidente del Nimby Forum – va conosciuto senza pregiudizi ideologici. Spetta ai proponenti preparare il terreno di confronto: le istituzioni devono attuare una corretta programmazione, le imprese gestire bene la commessa dal lato ambientale e sociale. Rispetto ad altri Paesi, purtroppo, in Italia ci sono scarso senso dello Stato, scarsa fiducia nelle istituzioni e una normativa poco chiara sulle garanzie di informazione e comunicazione». In Francia, all’inizio dei lavori per la Tav, hanno costruito un museo di 700 metri quadri e un punto informativo sul progetto che ne racconta peculiarità, finalità, impatti ambientali e tecnologie per ridurli, stato d’avanzamento. Con metodi analoghi (informazione continua, concertazione, partecipazione alle scelte e benefici compensativi a favore delle comunità locali), sempre in Francia (Centre de l'Aube) è stata costruita un’area di stoccaggio di scorie nucleari da 1.000.000 m3 senza particolari opposizioni. In Austria, prima di ampliare l’aeroporto di Vienna, sono state proposte alternative e creati gruppi di lavoro per identificare interlocutori e argomenti da sviluppare. Altro metodo usato all’estero per decidere queste cose è quello di contrattare con la popolazione locale per la realizzazione dell’opera. Talvolta – non sempre – è possibile monetizzare il disagio creato dall’opera alle popolazioni interessate; in quel caso la contrattazione stabilisce che gli abitanti della tale valle si prendono il disagio e in cambio ottengono qualcosa. Se il problema della sindrome Nimby può essere interpretato come frutto dell’egoismo di una comunità locale nei confronti dello sviluppo economico di un’intera nazione (e quindi di tutti i suoi cittadini), il metodo risolutivo della “contrattazione” ha il pregio di dare un peso agli “egoismi” delle due parti e provvedere una compensazione.

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In Francia e in Spagna hanno risolto così il problema dei depositi di scorie radioattive.

Cercasi comuni per rigassificatori In Italia, si sa, tira un’aria diversa. Nimby fa fioccare proteste e azioni giudiziarie. Contro il rigassificatore del porto di Brindisi, l’impianto della British Gas che dovrebbe essere pronto nel 2008, lottano Regione, Provincia, Comune, comitati civici e associazioni: la Corte europea di giustizia e la Procura di Brindisi hanno aperto due inchieste.

CONOSCERE PER CAPIRE

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arebbe riduttivo liquidare la “sindrome Nimby” come l’atteggiamento contestatario di chi si oppone aprioristicamente allo “sviluppo” o di chi usufruisce dei risultati del “progresso” senza voler in alcun modo sopportarne i disagi che provocano. Tant’è che le istituzioni hanno cercato di coglierne il significato, promuovendo studi e ricerche per capire il fenomeno e definire delle linee di azione. Nel corso del 2005, tra i numerosi eventi in tal senso, si segnalano in ordine cronologico: a) la presentazione della Ricerca su informazione sui temi ambientali, com mis sio na ta dal Mi ni ste ro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, effettuata dall’ISPO - Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione; b) il Convegno di presentazione dei risultati della Prima edizione del Nimby Forum;

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«La nostra città – spiega Doretto Marinazzo, il consigliere nazionale di Legambiente che ha promosso il coordinamento con comitati, associazioni e organizzazioni – è ad elevato rischio di crisi ambientale, fra le prime 14 zone di interesse nazionale per la bonifica di siti inquinati. L’interramento di 20 ettari di mare per la costruzione del rigassificatore – 110 gasiere da 130-140 mila tonnellate e otto miliardi di metri cubi di metano l’anno – è incompatibile con lo sviluppo sostenibile del territorio, le attività turistiche, commerciali e industriali». Secondo gli oppositori nessuno ha previsto la Valutazione d’impatto ambientale (Via) prima della costruzione della piattaforma «che – per dirla con le parole del Presidente regionale Nichi Vendola – grava su una zona già martoriata dalla presenza di pesanti insediamenti industriali». Forse solo i pugliesi ricordano che il 26 settembre di 30 anni fa (poche settimane dopo l’incidente che sparse una nube di diossina a Seveso) l’esplosione del reattore del petrolchimico di Manfredonia inquinò con diecimila chili di anidride arseniosa il territorio circostante, lasciandosi dietro, anche dopo la sua chiusura nel 1988, una coda di terreni contaminati da bonificare, ad un costo per la collettività di decine di milioni di euro, una bonifica mai completata, estranea alla popolazio-

c) il Workshop finale della Ricerca effettuata dallo IEFE (Istituto di Economia e Politica dell’Energia e dell’Ambiente) dell’Università “L. Bocconi” di Milano, su Informazione e partecipazione pubblica in campo ambientale. I 3 studi, seppur indipendenti per obiettivi prefissi e metodologie impiegate, sono comunque tra loro correlati. a) La prima ricerca dell’ISPO, che, da maggio a novembre 2004, ha monitorato il livello di sensibilità nei confronti dell’ambiente, ha denunciato che gli italiani: - considerano l’ambiente il tema più importante su cui impegnarsi (65% degli intervistati); - ritengono la situazione ambientale molto o abbastanza critica (l’80%); - reputano che la propria azione può fare una reale differenza (57%);

- si preoccupano maggiormente di inquinamento dell’aria, del nucleare, della gestione dei rifiuti; - non sono per nulla o poco informati sui temi ambientali (52%). b) La seconda indagine, quella dell’Osservatorio NIMBY Forum sul tema dei conflitti territoriali ambientali, ideato e promosso da Allea (Società di consulenza nel settore della comunicazione e delle relazioni istituzionali), ha analizzato 2.760 articoli apparsi sulla stampa italiana nel periodo giugno 2004 – maggio 2005. Dai risultati è emerso che: - gli impianti più contestati sono quelli legati al ciclo di trattamento dei rifiuti, che rappresentano il 65% degli impianti contestati (per lo più termovalorizzatori), contro il 22% nel comparto elettrico, l’8% di infrastrutture; - le principali motivazioni delle opposizioni territoriali riguardano per i timori per la salute (il 18% dei casi), per gli


ne. Se però l’Italia per l’energia dipende dall’estero, qualcuno dovrà pur ospitare gli impianti di rigassificazione.

Nimby come… atteggiamento mentale L' acronimo’ Nimby denota un atteggiamento che si ritrova nelle proteste contro opere di interesse pubblico e attività che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sul territorio in cui verranno realizzate. L’atteggiamento consiste nel riconoscere come necessari, o comunque possibili, gli oggetti del contendere, ma, contemporaneamente, nel dichiararli indesiderabili per via delle fastidiose controindicazioni degli stessi sull’ambiente locale. Per qualcuno si tratta di una iattura. Per altri del risveglio della partecipazione. Alcuni (spesso i sostenitori della realizzazione di un’opera) arrivano a chiamare questo atteggiamento una sindrome, e a squalificare in questo modo ogni opposizione alla realizzazione dell’opera, comprese le critiche che mettono in discussione i vari aspetti del progetto e della procedura di attuazione.

effetti sull’ambiente (17%), per qualità della vita (6%); - i quotidiani locali costituiscono il 73% degli articoli raccolti ed analizzati, seguono i quotidiani nazionali (16%) e quelli politici ed economicofinanziari (9%); - la voce più riportata dai media analizzati è quella degli amministratori locali (43%) dei casi, seguita subito dopo dai comitati spontanei di opposizione (19%); - nel 72% dei casi viene fornita una presentazione parziale dei fatti della situazione, mentre solo nel 28% abbiamo una presentazione completa; - solo nell’1% degli articoli viene riportata la notizia di campagne di informazione territoriale e solo nel 3% dei casi risulta siano state avviate iniziative di consultazione o di coinvolgimento delle comunità locali. I dati dell’Osservatorio Nimby Forum parlano quest’anno di 171 impianti contestati (dove per impianti si intende il complesso di insediamenti indu-

Altri (spesso i detrattori della realizzazione di un’opera) mettono in discussione l’intero processo che ha portato a decidere la realizzazione dell’opera, e sostengono che l’accusa di essere Nimby serva solo ad impedire una discussione serena ed approfondita sull’argomento. Per chi predica una visione laica dei problemi sociali, il Nimby è un fenomeno radicato nelle trasformazioni della società contemporanea, con le comunità locali sempre più pronte a mobilitarsi contro progetti di valore collettivo ma percepiti (non sempre a torto) come una minaccia per i propri interessi e per la propria identità. «Nimby è un problema generale delle democrazie occidentali – spiega Luigi Bobbio, docente di Analisi

striali, infrastrutture viarie e ferroviarie, centrali per la produzione di energia, rigassificatori, impianti per il trattamento dei rifiuti, ecc.) contro i 190 censiti nel corso della scorsa edizione. Tuttavia, il numero di articoli di stampa censiti sull’argomento è schizzato dai 2.760 dell’anno scorso ai 4.020 di quest’anno, con punte massime di 66 articoli al giorno (contro i 45 dell’anno scorso) e una media di 309 articoli al mese contro 251. Senza contare le numerosissime trasmissioni di approfondimento giornalistico televisivo che hanno ripetutamente trattato questo tema nel corso dell’anno. Si rileva quindi che, pure a fronte di una diminuzione in termini assoluti delle opere contestate, si è assistito ad un incremento notevole dell’attenzione, da parte dai media e del dibattito politico, a questo fenomeno. Tra le cause principali di questi processi oppositivi, il Nimby Forum ha messo in evidenza:

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- carenze nella programmazione e gestione del territorio; - scarsa alfabetizzazione ambientale; - mancanza di informazione e di coinvolgimento della popolazione; - insufficiente responsabilità delle imprese; - inadeguatezza normativa; - carente ruolo dei media e della comunità scientifica. c) Il terzo lavoro, quello dello IEFE durato ben 2 anni (2003-2005) e svolto in due fasi, ha riguardato: - la domanda di informazione; - gli strumenti di accesso e diffusione dell’informazione ambientale; - l’applicazione delle politiche di e-government in campo ambientale; - la partecipazione al decision-making ambientale. Dallo studio, che ha coinvolto 100 soggetti tra Regioni, Province, Comuni al di sopra dei 50.000 abitanti, ARPA, Autorità d’Ambito, Consorzi e

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delle politiche pubbliche all’Università di Torino –. Rispetto a 30 o 40 anni fa i cittadini si sentono più forti, e così reagiscono alla minaccia al loro stile di vita, al cambiamento da cui non traggono benefici. In Italia si va per le spicce: quando si progetta una nuova opera non si fa attenzione alle comunità locali. Da parte dei proponenti c’è una rigidità terribile. Così, quando presentano il piano al pubblico, tutti protestano, ma loro non riescono più a modificarlo: hanno investito troppo».

Quale ruolo per le amministrazioni pubbliche? Come in altri campi, le amministrazioni pubbliche sono chiamate a affrontare nuove problematiche relative alla comunicazione e alla negoziazione. Le analisi mostrano che sono nella maggior parte dei “casi Nimby” sono le amministrazioni pubbliche a portare avanti il dialogo con i media. Ma troppo spesso manca un coordinamento della comunicazione con gli altri soggetti coinvolti, imprese in primis. Si crea così un deficit comunicativo che contribuisce a diffondere

Camere di Commercio, si evidenzia che: - quasi il 50% delle autorità pubbliche non rende accessibili dati su procedimenti e controlli ambientali in atto; - il 44% delle autorità pubblica una relazione sullo stato dell’ambiente, ma solo il 21% certifica la gestione dei dati ambientali; - il 48% delle autorità dichiara che le informazioni relative a ispezioni e controlli non sono accessibili nel timore di infrangere la normativa sulla privacy, mentre la normativa prevede che tali informazioni siano rese pubbliche; - solo il 9% detta una disciplina specifica per l’acceso alla informazioni ambientali all’interno del regolamento generale per l’accesso agli atti amministrativi; - solo il 4% del campione ha adottato un apposito regolamento per l’accesso alle informazioni ambientali; - solo il 25% dispone di un elenco delle banche dati che possiede;

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una percezione negativa dell’impianto. Altrettanto cruciale diventa la capacità dell’amministrazione di riuscire a gestire con competenza e cognizione di causa il processo decisionale. Nei casi di Nimby e dintorni, alle amministrazioni pubbliche si chiede di coinvolgere nel processo negoziale tutti i soggetti del territorio potenzialmente interessati dalla decisione. In particolare, se il processo informativo e partecipativo sui temi ambientali, previsto dalle normative, è carente o assume aspetti di criticità in tutte le pubbliche amministrazioni, risulta “spiacevole” quando a commettere le omissioni sono amministrazioni ed enti che hanno volontariamente aderito ad Agende21 Locali e, quindi, ai loro processi e alle loro azioni, e tra gli obiettivi dei quali c’è anche una Pianificazione sostenibile e partecipata. Troppo spesso gli amministratori, viceversa, confondono l’“informazione” con la “partecipazione”. “Illustrare” il progetto di un impianto di trattamento dei rifiuti o “presentare” un piano di assetto territoriale, non significa coinvolgere la comunità in scelte che riguardano il loro presente e il futuro dei propri figli e nipoti. La partecipazione informata e consapevole dei cittadini passa attraverso la possibilità offerta loro di

- solo il 40% sa come sono stati raccolti i dati disponibili. “Anche quando i processi partecipativi vengono realizzati - ha spiegato il vicedirettore e coordinatore dello studio IEFE, Edoardo Croci, durante la presentazione - spesso si riducono a semplice rito burocratico, piuttosto che rappresentare un’opportunità di miglioramento dei processi decisionali e possibilmente di condivisione delle soluzioni”. Da quanto sopra riportato sembra che possa affermarsi che NIMBY, più che una preconcetta opposizione dei cittadini a qualsivoglia infrastruttura venga progettata nel territorio in cui vivono, sia l’estrema difesa degli individui che acquisiscono la consapevolezza che in processi e progetti di pianificazione e programmazione ambientale non sono coinvolti, mentre quei progetti li riguardano direttamente. Da più parti si riconosce che c’è bisogno di riequilibrare i ruoli tra autorità e cittadini in tema di decisioni sul territorio, anche per evitare che assenza di

informazione e scarsa partecipazione possano indurre a prese di posizione scientificamente infondate; al contempo, però, la pubblica amministrazione si comporta ancora in modo poco trasparente, limitando di fatto l’esercizio di specifici diritti dei cittadini che nuove normative hanno loro attribuito: - Convenzione di Aarhus, ratificata dall’Italia; - Direttiva 2003/4/CE sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale, attuata in Italia con il D. Lgs. n. 195/ 2005; - Direttiva 2003/35/CE sulla partecipazione del pubblico nell’elaborazione di taluni piani e programmi in materia ambientale (non ancora recepita); - Legge n. 241/1990, sui procedimenti amministrativi, come modificata dalla Legge n. 15/2005; - Aalborg Commitments (2004), per le amministrazioni ed enti aderenti a Coordinamento Agende 21 Locali.


oltre che del PIL, di fattori quali benessere, qualità della vita, salute. Proprio per evitare che si creino dicotomie, si è assunto l’aggettivo sostenibile accanto al termine sviluppo, intendendo quella crescita continua della produzione e dei consumi, non superiore però alle capacità di rigenerazione e di assorbimento del territorio. I cittadini su questi temi attendono delle risposte perché sono sempre più consapevoli di essere portatori di informazioni e interessi che non sempre collimano con quelli dei decisori politici e degli esperti tecnico-scientifici e, di conseguenza, non vogliono più essere semplici “auditori”. Solo una partecipazione effettiva può favorire la maturazione di opinioni fondate su elementi concreti di conoscenza, dando anche maggior credibilità a chi tali processi ha promosso. q

Bibliografia contribuire sulla base di idee e conoscenze, anche di tipo culturale, alla realizzazione del progetto, fatte salve le scelte che autonomamente gli amministratori prenderanno, dopo aver valutato attentamente la reale necessità delle opere rispetto ad un piano di sviluppo programmatico, nonché risorse e costi finanziari necessari. Solo queste effettive forme di partecipazione garantiscono al contempo un completo processo decisionale che riduce le possibilità di intraprendere azioni erronee e permette la legittimazione delle decisioni assunte. Certo, le questioni da affrontare non sono facili, in special modo oggi che le problematiche di localizzazione di insediamenti ed infrastrutture tendono a superare la dimensione comunale per assumere quella di “Area Vasta”. Proprio per superare le criticità connesse alla diversa strumentazione è “necessario organizzare forme di coinvolgimento, ineludibile, della comunità sulle scelte riguardanti direttamente il loro futuro”, obiettivo che si è posto correttamente il Gruppo di Lavoro “Città sostenibile” del Coordinamento Agende 21 Locali italiane. I cittadini hanno il diritto di sapere se quelle opere ed infrastrutture produrranno vero “progresso” o semplice “sviluppo”. I due termini solo lessicalmente sono sinonimi, nella realtà assumono concetti diversi. Lo sviluppo, inteso come crescita economica e fonte di benessere per tutti, poggia sul paradigma: più infrastrutture - più consumo - più produzione - più lavoro. Il progresso, con la connotazione di civiltà, tiene conto,

E. Coen (2006): Nimby boom. DWeb AA.VV. (2006): Sindrome Nimby o amministrazioni poco trasparenti? Regioni & Ambiente, n. 1-2 G. Nebbia (2006): Arsenico e vecchi merletti? Nuovo Consumo, settembre 2006 G. Barbacetto (2005): Noi della Valsusa? Siamo fuori dal tunnel. Diario della settimana, n. 45. M. Pagliassotti (2005): L’importanza dei capelli bianchi. Diario della settimana, n. 48. E. Blanchetti, E. Conti (2005): Nimby Forum. Allea. G. Viale (2005): Ambientalismo – Quando gli ecologisti dicono solo no. La Repubblica, 13/12/2005 D. Greenberg (2005): Contro la dittature della tecnologia. La Repubblica, 13/12/2005 A. Boitani (2006): Per battere Nimby né decisionismo né tavoli perpetui. Il Sole24Ore, 13 agosto 2006 G. Dossena (2006): Duello tra Regioni sui gassificatori. Corriere della Sera, 17 agosto 2006 J. Giliberto (2005): La difficile vita dei “Si-TAV”. Il Sole24Ore, 14 dicembre 2005 G. De Filippi (2005): Per la TAV tradimento montanaro. Il Tempo, 10 dicembre 2005 P. Forcellini (2005): Treni ad alta follia. L’Espresso, 8 dicembre 2005 M. Fumagalli (2005): Divisi dalla tangenziale - Le due tribù di Cortina. Corriere della Sera, 7 dicembre 2005 E. Pomelli (2005): Civiltà? No grazie. CorrierEconomia, 17 gennaio 2005 F. Rendina (2006): Gas, il Governo accelera. Il Sole24Ore, 1 settembre 2006 L. Cillis (2006): Dal Mose al rigassificatore, quelle 129 trappole a sinistra. La Repubblica, 14 febbraio 2006 W. Sofsky (2006): Rischio e sicurezza. Einaudi. M. Ricci (2006): Rigassificatori e giacimenti: gara a ostacoli per l’Italia. La Repubblica, 5 gennaio 2006

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NAZIONI UNITE:

GLI “OTTO OBIETTIVI PER LO SVILUPPO” TRA TEORIA E PRATICA Fabio Manzione -

A

ll’avvio del nuovo millennio (nel settembre del 2000) i leader mondiali, riuniti nella sede ONU di New York, approvarono la Dichiarazione del Millennio, un documento dettato dalla volontà di realizzare sostanziali progressi in tema di diritti umani, welfare, pace e sicurezza. In essa si riaffermavano i principi e i valori che 55 anni prima avevano portato alla creazione dell’ONU quali i diritti umani, la non belligeranza, l’autodeterminazione dei popoli, ma soprattutto la pace. Infatti nella Dichiarazione troviamo riferimenti:

• al dovere e responsabilità collet-

• •

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tiva nell’affermazione di principi di dignità umana, uguaglianza ed equità; al dovere di costruire una pace giusta e duratura in tutto il mondo; alla necessità di garantire che la globalizzazione diventi una forza positiva per tutti i popoli del pianeta; ai valori fondamentali che debbono caratterizzare la vita di ogni individuo, tra cui la libertà, l’uguaglianza,la solidarietà, la tolleranza, il rispetto della natura e la responsabilità condivisa.

Con questa risoluzione i Capi di Stato e di governo non si impegnarono solo a livello teorico ma si diedero una scadenza temporale, l’anno 2015, che avrebbe dovuto essere testimone del raggiungimento di otto specifici obiettivi di sviluppo, i Millennium Development Goals (MDGs), e fu istituito un gruppo di lavoro di 250 membri che delineò un piano d’azione per il raggiungimento di tali obiettivi, lo United Nations Millenium Project (UNMP). Gli Obiettivi non sono troppo ambiziosi né utopistici, anzi, come dicono gli esperti del settore, sono tecnicamente ed economicamente abbastanza modesti in relazione a ciò di cui si avrebbe realmente bisogno. Quel che manca, allora come adesso, è la volontà politica di porli al centro delle politiche locali, nazionali e internazionali.

Un primo bilancio dopo 5 anni Nel settembre 2005, nel Palazzo delle Nazioni Unite, i leader di 189 nazioni hanno dato vita al World Summit dove si è discusso di pace, sicurezza e giustizia. Analisti, esperti di policy, accademici e leader della società civile hanno espresso pareri, avanzato proposte, formulato promesse (il testo completo del documento è disponibile in lingua originale sul sito del

Vertice: www.un.org/summit2005). Ed hanno fatto un primo bilancio dello stato di avanzamento dei lavori per il raggiungimento degli otto Obiettivi del Millennio, a cinque anni dalla loro adozione, un terzo del tempo che la comunità internazionale si è data per raggiungerne gli scopi. Secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2005 - pubblicato dall’UNDP (United Nations Development Programme) e presentato ai Capi di stato e di governo una settimana prima del loro incontro al Vertice delle Nazioni Unite - nonostante alcuni risultati positivi ottenuti, “non c’è molto da gioire” (UNDP, 2005). Nel Rapporto (che analizza il processo di sviluppo dei paesi del mondo nel periodo 1990-2003) si evidenzia che gli obiettivi prefissati nel 2000 per il miglioramento delle condizioni economiche, sanitarie e sociali dei paesi del terzo mondo sono ancora lontani dall’essere raggiunti. Molto è cambiato dal 1990. Mediamente le popolazioni dei PVS stanno meglio, sono più istruite e meno povere, hanno più possibilità di vivere in sistemi democratici, la speranza di vita si è allungata di due anni, si contano 3 milioni di decessi infantili in meno ogni anno e 30 milioni di ragazzi scolarizzati in più. Nel 2003, rispetto al 1990, ben 18 paesi, con una popolazione di 460 milioni di abitanti, hanno fatto registrare progressi nell’indice di sviluppo


umano (IHD). A fronte di questi risultati restano ben 10,7 milioni di neonati che nascono ogni anno senza avere la speranza di arrivare al quinto compleanno. Più di un miliardo di persone vive al di sotto della povertà assoluta con meno di 1 dollaro al giorno. La causa del recesso dell’indice di sviluppo umano ha un nome ben preciso, si chiama AIDS: nel 2003 tre milioni di individui sono morti a causa di questa malattia, con gravi conseguenze sulle infrastrutture sociali ed economiche dei paesi colpiti. Le ineguaglianze nel mondo sono aumentate sia tra i Paesi che al loro interno, fra le classi sociali, e sotto diversi aspetti (speranza di vita, discriminazione sessuale, morte per fame e povertà). Ecco alcuni esempi: ai nostri giorni la speranza di vita di un abitante dello Zambia si attesta attorno ai 30 anni, gli stessi livelli della Gran Bretagna del 1840; il tasso di mortalità infantile è in diminuzione, ma il fossato tra paesi ricchi e paesi poveri è aumentato; le disparità nel reddito interagiscono con altre disparità attinenti le condizioni di vita. Nascere in una famiglia povera diminuisce le possibilità di vita dei 2/3 rispetto ai coetanei nati nel 20% più ricco delle famiglie.

Il Rapporto UNDP 2005

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l Rapporto UNDP 2005 evidenzia sostanzialmente tre questioni fondamentali: 1) il ritmo attuale degli interventi non consentirà, malgrado i progressi registrati, il raggiungimento degli obiettivi; 2) le ineguaglianze – tra paesi e all’interno dei singoli paesi, compresi quelli ricchi – sono uno scandalo morale e costituiscono un freno allo sviluppo; 3) la necessità di ripensare la cooperazione internazionale, allargando il suo raggio d’azione al commercio equo e alle questioni della sicurezza. Ecco sinteticamente quali dati preoccupanti emergono dal Rapporto: •50 paesi con una popolazione complessiva di circa 90 milioni di persone stanno rimanendo indietro su almeno uno degli obiettivi. 24 di questi paesi si trovano nell’Africa Sub-Sahariana. •Altri 65 paesi con una popolazione complessiva di 1.2 miliardi rischia di non raggiungere almeno un obiettivo prima del 2040. In altre parole, per un’intera generazione. •Obiettivo di dimezzare la povertà: nel 2015, se continua così, ci saranno 827 milioni di persone in estrema povertà, 380 milioni in più di quanto sarebbe se l’obiettivo fosse raggiunto. Un altro miliardo e 700 milioni di persone vivranno con 2 dollari al giorno. •Con i trend attuali, l’obiettivo di ridurre la mortalità infantile sotto i 5 anni verrebbe raggiunto nel 2045 e non nel 2015, 30 anni più tardi. Nei prossimi dieci anni, il costo umano del mancato raggiungimento dell’obiettivo si tradurrà in 41 milioni di bambini morti in più. •Nel 2015, 47 milioni di bambini non avranno ancora accesso alla scuola, di cui 19 milioni nell’Africa SubSahariana.

Aiuti…in armi Le responsabilità dei paesi ricchi si concentrano in tre campi d’intervento: aiuti, conflitti locali e commercio. È stato stimato che il 40% della popolazione mondiale, circa 2 miliardi e mezzo di persone, vive con meno di 2 dollari al giorno, pari al 5% del guadagno mondiale. Per far fronte a queste emergenze, i paesi sviluppati dovrebbero raggiungere entro il 2015 l’obiettivo di destinare ai paesi poveri aiuti pari allo 0,70% del PIL. Attualmente, la media è dello 0,25%. Da notare che agli ultimi posti si registrano Stati Uniti, Giappone e Italia. A questa “avarizia” negli aiuti fa da contraltare la spesa nell’industria militare dei paesi del primo mondo: per ogni dollaro inviato nei paesi poveri, se ne spendono almeno 10 in armamenti. La guerra è un importante ostacolo allo sviluppo dei paesi poveri. Degli ultimi 32 Stati nella classifica di sviluppo umano, ben 22 sono stati coinvolti in un conflitto dal 1990 ad oggi. Si tratta di guerre locali che colpiscono specialmente le popolazioni civili.

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•Invece di dimezzare il miliardo di persone che non hanno accesso all’acqua potabile, con questi ritmi nel 2015 ci saranno ancora 210 milioni di persone senza. Più di due miliardi non avranno ancora impianti igienici, la maggioranza nell’Africa SubSahariana. Il Rapporto è composto da 5 capitoli e, come viene sintetizzato nell’Introduzione al Rapporto, focalizza l’attenzione sui 3 pilastri della cooperazione internazionale: •assistenza allo sviluppo: sono fondamentali in questo campo gli aiuti internazionali, ma ci sono due problematiche da risolvere se si vogliono raggiungere gli obiettivi del Millennio: il cronico sottofinanziamento e la qualità degli aiuti. C’è stato un avanzamento su entrambi i fronti ma rimane ancora molto da fare. •commercio internazionale: nelle giuste condizioni può essere un potente catalizzatore dello sviluppo umano. Gli accordi di Doha nel WTO, stipulati nel 2001, furono un’importante opportunità per creare queste condizioni ma a distanza di quattro anni niente di sostanziale è stato fatto, continuano ad esserci politiche di commercio (soprattutto nel mercato agricolo) sempre più ingiuste e pesanti. Più degli aiuti il commercio ha il potenziale di accrescere la partecipazione dei paesi più poveri al benessere globale. •sicurezza: i conflitti sono una violazione dei diritti umani e una barriera al progresso nel raggiungimento degli Obiettivi del Millennio. Nuove minacce sono emerse e serve una cooperazione internazionale più efficace. Il progresso nel raggiungimento degli Obiettivi del Millennio dipende dal progresso che si attuerà in ciascuno di questi tre ambiti. Focalizzando l’attenzione su questi tre pilastri il Rapporto si propone di individuare i problemi che devono essere affrontati e i passi critici che devono essere compiuti, e invita i governanti a prendere una decisione immediata per mettere in pratica le riforme necessarie.

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Le armi utilizzate, raramente sofisticate, provengono dai paesi sviluppati. Nel Rapporto si evidenzia chiaramente il paradosso di quei paesi che, da una parte, inviano aiuti per lo sviluppo, mentre dall’altra finanziano i conflitti locali e vendono armi che provocano malnutrizione e distruggono i sistemi sociali, sanitari e di istruzione. In un mercato globale degli armamenti che cresce anno dopo anno, l’88% degli apparati bellici vede come venditori i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) e, come destinatari, i Paesi in via di sviluppo, che assorbono il 67,6% del valore di tutte le armi commercializzate: gli USA sono i primi fornitori di armi a Paesi africani e asiatici, a Medio Oriente e America Latina. Già il Rapporto UNDP del 2004 evidenziava una cifra assai eloquente: a fronte di una spesa mondiale di 58 milioni di dollari per gli aiuti ufficiali allo sviluppo, vi erano annualmente 956 milioni di dollari di spese militari. Anche senza rivoluzionare l’attuale sistema, sarebbe sufficiente ridurre di un decimo le spese militari per raggiungere gli Obiettivi del Millennio (S. Segio, 2005).

Un commercio… iniquo e poco solidale Paradossale è anche la disuguaglianza di trattamento che si registra nel commercio mondiale. Un dato su tutti: la regione sub-sahariana, con 689 milioni di persone, ha un export pari a quello del Belgio, 10 milioni di abitanti. Le cause non sono tanto imputabili alla povertà delle terre, quanto ai sussidi e alle barriere doganali imposti dai paesi più ricchi. I produttori di cotone del Burkina Faso, per esempio, competono con i loro colleghi statunitensi che ricevono più di 4 miliardi di dollari all’anno in sussidi. L’Unione europea, da parte sua, chiude di fatto i propri mercati (come quello dello zucchero) alle merci straniere, imponendo dazi esorbitanti. Si critica, inoltre, il fatto che gli aiuti allo sviluppo vengono spesso condizionati, dai paesi donatori, all’acquisto di materiale prodotto da loro stessi o all’accettazione di programmi economici ultraliberisti che lasciano poche speranze alla crescita endogena dei paesi più poveri. Gli aiuti allo sviluppo, del resto, vengono annullati dalle ingiustizie nel commercio internazionale. Nel 2003 i PVS hanno perso circa 70 miliardi di dollari di entrate dell’export a causa delle sovvenzioni agricole accordate, dagli USA e dall’Ue, ai propri produttori, 30

una cifra equivalente all’aiuto allo sviluppo ricevuto da questi stessi paesi. Molti paesi, specie in America Latina, sono costretti a firmare accordi bilaterali con i paesi ricchi: accordi molto più svantaggiosi di quelli internazionali multilaterali.

Le carenze nel campo dei diritti umani La Dichiarazione del Millennio è un documento che afferma chiaramente il valore dei diritti umani. Vi si legge che donne e uomini «hanno il diritto di vivere le proprie vite e crescere i propri figli con dignità, liberi dalla fame, dalla paura della violenza dell’oppressione e dell’ingiustizia». La dichiarazione riafferma inoltre il dovere di rendere «il diritto allo sviluppo una realtà per chiunque e liberare l’intera umanità dal bisogno». Ma nella pratica i diritti umani sono stati decisamente trascurati, anche già nella definizione degli stessi MDGs. Si pensi al primo obiettivo, che chiede il dimezzamento della percentuale di popolazione mondiale che soffre povertà, fame e malnutrizione. Ma se qualunque essere umano ha diritto a non soffrire fame e povertà, su quale base può essere scelta la popolazione presso cui intervenire e quella da abbandonare al suo destino? I diritti umani non si applicano “a metà”. Ed è sempre realistico (come dimostrato in alcuni casi dal Rapporto dell’UNDP) il rischio che i paesi donatori scelgano di intervenire in favore di un paese piuttosto che un altro sulla base di considerazioni politiche che nulla hanno a che vedere con il rispetto dei diritti umani. Ancora, tanto la Dichiarazione del Millennio quanto gli MDGs non fanno menzione di due diritti umani ampiamente riconosciuti nel diritto internazionale, come il diritto al lavoro o il diritto alla sovranità che i popoli e le nazioni hanno sulle loro risorse naturali.

La libertà di chi? Il rapporto del Segretario Generale ONU sulla Dichiarazione del Millennio e sullo stato di attuazione degli MDGs si intitola: “Per una maggiore libertà: verso lo sviluppo, la sicurezza e diritti umani per tutti”. Ma di quale libertà si sta parlando? Della libertà di sviluppare monopoli delle multinazionali nel cosiddetto “libero mercato”? Oppure della libertà delle persone povere, i cui diritti sono stati negati e che

sono state escluse dai processi sociali e di sviluppo impostati dai governi? È necessario rivedere il dibattito sulla povertà e sulla crescita economica, troppo legato a concezioni neo-liberaliste che non sono in grado di portare soluzioni. Governi già di per sé deboli sono stati costretti da politiche imposte dall’esterno a indebolire la loro azione in favore dei diritti sociali dei più poveri. È necessario rivedere lo stesso concetto di povertà, legato quasi esclusivamente a parametri economici: definire povero chi guadagna meno di un dollaro al giorno è riduttivo, perché non tiene conto degli aspetti sociali della povertà, non considera la mancanza di libertà di partecipare alla vita di una comunità e di una nazione. Inoltre, avrebbe più senso valutare quanto e cosa una persona riesce a mangiare ogni giorno, anziché quanti soldi guadagna.

Ascoltare i “poveri” Non si può parlare di diritti umani senza parlare di partecipazione e condivisione. Eppure nei cinque anni trascorsi dalla Dichiarazione del Millennio si è discusso di povertà senza coinvolgere chi ne è maggiormente colpito. Esclusi dalla discussione coloro che più sono coinvolti nei temi affrontati a New York: gli 800 milioni di persone che ogni sera vanno a letto affamate, le famiglie i cui bambini muoiono, al ritmo di 30.000 ogni giorno, per malattie facilmente curabili. Tra giugno e agosto 2005 ActionAid International ha parlato con più di 340.000 tra queste persone, 153.935 delle quali donne, in 5.000 villaggi di 18 paesi (Afghanistan, Bangladesh, Brasile, Cambogia, Etiopia, Guatemala, Kenya, India, Malawi, Nepal, Nigeria, Pakistan, Rwanda, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Tanzania, Vietnam). La loro voce mette in evidenza lo stridente contrasto tra la retorica utilizzata dai Capi di Stato e di governo e la realtà dei fatti. Negli ultimi cinque anni le condizioni di vita delle persone ascoltate da questa ONG non sono affatto cambiate, in alcuni casi sono addirittura peggiorate. Nel 64% dei villaggi visitati gli abitanti soffrono costantemente la fame. Nell’83% dei casi, ogni anno per alcuni periodi non c’è disponibilità di lavoro. All’incirca la metà dei villaggi non usufruisce di alcun servizio sociale. Le donne, quando lavorano, vengono in genere retribuite meno della metà degli uomini. Nel 71% dei villaggi i bambini, raggiunti i 5 anni di età, lavorano per contribuire agli introiti familiari. Quattro bambine in età scolare su cinque non sono mai entrate in un’aula scolastica.


GLI OBIETTIVI DI SVILUPPO PER IL MILLENNIO 1. SCONFIGGERE LA POVERTÀ E LA FAME ESTREME Da dove si parte - Oltre 1,2 miliardi di persone, un quinto della popolazione mondiale, sopravvive con meno di 1 dollaro al giorno. 448 milioni di bambini sotto i cinque anni sono sottoalimentati. Dove si vuole arrivare - Dimezzare entro il 2015 (rispetto al 1990) la percentuale di persone il cui reddito è inferiore a un dollaro USA al giorno. Dimezzare, entro il 2015 (sempre rispetto al 1990), la percentuale di persone che soffrono la fame. Rwanda - «Per più di dieci anni siamo riusciti a mangiare una sola volta al giorno, ma il 2004 è stato ancora peggio - dice Mateo Jummane di Ksisi -. Nell’estate del 2004 le famiglie del villaggio non sono riuscite neanche a fare un pasto al giorno. Quasi in ogni famiglia c’era almeno un bambino che soffriva di denutrizione e malattie dovute alla fame cronica, e abbiamo perso centinaia di bambini a causa di questa lenta agonia. Ogni giorno c’è un funerale al villaggio. Siamo rimasti senza alternative e abbiamo iniziato a nutrirci di piante selvatiche e radici, e spesso qualcuno mangia tuberi velenosi e muore. La situazione è peggiorata talmente che dobbiamo chiedere cibo ai campi dei rifugiati». 2. ASSICURARE L’ISTRUZIONE PRIMARIA UNIVERSALE Da dove si parte - Ancora oggi 121 milioni di bambini si vedono negare il diritto all’istruzione. L’Africa subsahariana presenta il numero più alto di bambini in età scolare che non frequentano la scuola elementare: 45 milioni; nella stessa regione il numero di bambine che non frequentano la scuola è salito da 20 milioni nel 1990 a 24 milioni nel 2002. Dove si vuole arrivare - Come traguardo di lungo termine si vuole assicurare che, entro il 2015, i bambini di ogni luogo, ragazzi e ragazze, siano in grado di concludere un ciclo completo di scuola primaria. Cambogia - Chhorn Phaly è una donna che in Cambogia intreccia ceste, spesso deve fare molti chilometri per reperire il bambù di cui ha bisogno. Chhorn ha un marito e un figlio, Nak (con una malformazione alla mano destra), che ha cercato di nutrire adeguatamente e mandare a scuola affinché non crescesse analfabeta. Ma le condizioni di sussistenza della famiglia sono deteriorate al punto che Nak, dopo qualche anno di scuola, ha deciso di andare a Phomn Phenn a chiedere l’elemosina, con cui raccoglie 2,5 dollari al giorno, mentre suo padre in una giornata lavorativa ne guadagna solo mezzo e in molti periodi dell’anno è disoccupato. 3. PROMUOVERE EQUITÀ DI GENERE E IL RUOLO E L’AUTONOMIA DELLE DONNE Da dove si parte - Il 60% degli 840 milioni di adulti analfabeti sono donne. Nel Sud del mondo la manodopera femminile è stimata attorno al 60-80% del totale, a seconda dei Paesi, ma gli stipendi percepiti dalle donne corrispondono a un decimo di quelli degli uomini. Dove si vuole arrivare - Eliminare la disuguaglianza di genere a tutti i livelli di istruzione entro il 2015. Promuovere pari opportunità e maggiore influenza per le donne in tutti i diversi aspetti è un obiettivo fondamentale della Dichiarazione del Millennio, anche se l’eliminazione delle disuguaglianze nelle scuole elementari e secondarie è l’unica meta esplicitata. Malawi - Khuzi è un villaggio nel distretto di Ntcheu, regione centrale del Malawi. Come in altre aree del paese, esistono molte difficoltà nel campo dell’istruzione, in particolare per le ragazze. Nonostante la scuola non sia gratuita ormai da diversi anni, la qualità dell’insegnamento lascia molto a desiderare. Ci sono pochi insegnanti qualificati (in alcune scuole c’è un insegnante ogni 70 bambini) e le infrastrutture didattiche sono spesso inesistenti. Essendo poi una zona isolata e arretrata, la condizione delle bambine e delle ragazze è ancora più discriminata. Gli insegnanti approfittano di questa situazione e le denunce di abuso non sono rare. Le ragazze in particolare subiscono molestie sessuali, il che le demotiva a continuare gli studi. Fiona Jangaza racconta: «Ho cominciato a frequentare la scuola a 6 anni, quando ne avevo circa 13 un mio insegnante mi ha detto di essersi innamorato di me. Io l’ho respinto e allora mi ha minacciato di bocciarmi e così è successo. Ho chiesto aiuto ai miei familiari che si sono rivolti alla scuola, ma il comitato degli insegnanti non mi ha creduto. Gli episodi di molestie sono continuati anche l’anno successivo, con altri 6 bambini e 2 bambine; ci è stato detto apertamente che non avremmo mai superato l’anno scolastico se non avessimo ceduto alle avances. Non solo, l’insegnante si è perfino rifiutato di darmi una lettera di trasferimento per proseguire gli studi in un’altra scuola. E così sono stata costretta ad abbandonare la scuola senza poter arrivare al diploma». q

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Questi sono solo alcuni numeri che mettono in evidenza il contrasto esistente, sul tema della povertà, tra le dichiarazioni retoriche e i fatti concreti. Le persone faticano a sopravvivere e quando ci riescono sono spesso costrette a rinunciare a diritti fondamentali come l’istruzione e l’assistenza sanitaria. Alle oltre 340.000 persone contattate da ActionAid International, era la prima volta che veniva chiesto un parere su argomenti che le riguardavano in prima persona. Negli ambienti politici, diplomatici e accademici si discute molto di povertà, di metodi statistici sempre più raffinati per valutarla. Forse sarebbe ora di smetterla di contare i poveri e iniziare ad ascoltarli.

Diritti delle donne Nel 51% dei villaggi le donne sono proprietarie terriere. Nella grande maggioranza dei villaggi le donne capofamiglia che posseggono terreno sono meno del 30%. Nel 77% dei casi censiti, le famiglie guidate da una donna non ricevono alcuna forma di sussistenza né in termini di fornitura di cibo, né di risorse finanziarie, né pensionistici. La situazione lavorativa delle donne riflette in molti casi la struttura patriarcale e discriminatoria della società in cui vivono. Nel 47% dei villaggi le donne non hanno accesso a un impiego oppure ce l’hanno per meno di dieci giorni al mese. In un altro 17% dei casi il lavoro è accessibile alle donne per meno di quindici giorni al mese. Quando lavorano, nel 70% dei casi le donne, a parità di lavoro, vengono retribuite meno degli uomini, nel terzo dei casi addirittura meno della metà. L’attività che le donne svolgono a tutela di bambini, malati e anziani consiste in una vera propria occupazione, né retribuita né riconosciuta. Nonostante queste varie forme di discriminazione, è riconosciuto che le donne lavorano mediamente il 30-40% in più degli uomini. Le donne sono vittime di una violenza che assume varie forme, anche nell’ambito famigliare: stupri, aggressioni, abusi di natura fisica e psichica, percosse.

Istruzione e formazione L’obiettivo di assicurare l’istruzione elementare universale a tutti i bambini sembra davvero molto lontano. Le bambine appaiono ancora più discriminate, visto che rappresentano ben 2/3 dei cento milioni di bambini che non frequentano la scuola. La stragrande maggioranza delle persone con cui ActionAid International ha parlato assegna all’educazione un ruolo di primaria importanza. Anche i più poveri cercano, quando possono, di mandare i propri figli a scuola. Le 32

4. RIDURRE LA MORTALITÀ INFANTILE Da dove si parte - Ogni anno nel mondo muoiono oltre 11 milioni di bambini prima del compimento dei 5 anni. Dove si vuole arrivare - Ridurre di 2/3 il tasso di mortalità infantile al di sotto dei 5 anni d’età entro il 2015 (rispetto al 1990). Somalia - Ahmed Abdi è un settantenne somalo con due mogli e quindici figli. A causa dei conflitti in corso nel paese, il suo gregge di 300 pecore e 6 cammelli è stato decimato: ora è rimasto con 25 ovini. Per fame sono già morti tre dei suoi familiari. Nessuno dei suoi figli può lavorare e la famiglia sopravvive con le derrate alimentari distribuite per le emergenze. 5. MIGLIORARE LA SALUTE MATERNA Da dove si parte - Ogni minuto una donna muore per complicazioni relative alla gravidanza o al parto per mancanza di assistenza medica: 1400 donne al giorno. Ogni anno 580mila donne muoiono per questo motivo, il 99% delle quali nei Paesi del Sud del mondo. Una ogni sedici: è il rapporto fra le donne africane che muoiono a causa di complicazioni insorte con la gravidanza o con il parto e quelle che sopravvivono. Negli Usa la percentuale è una ogni 3.700. In Africa orientale solo il 33,6% dei parti è assistito da personale qualificato. Dove si vuole arrivare - Ridurre il tasso di mortalità materna di 3/4 entro il 2015 (rispetto al 1990). India - Muthaya appartiene alla casta degli intoccabili e vive nel villaggio di Vegadesapuram, nella regione del Tamil Nadu, una delle aree dell’India più ricche e sviluppate. Muthaya ha 74 anni e vive costruendo cornici di fiammiferi; guadagna circa 5 dollari al mese. Ha cresciuto quattro figli e una figlia e ha lavorato a lungo in condizioni di schiavitù. Nonostante dica di aver visto miglioramenti nelle condizioni di vita degli intoccabili, negli ultimi anni i suoi figli non si sono emancipati dalla condizione di discriminazione nella quale ha vissuto lui. I quattro maschi vivono anch’essi facendo cornici di fiammiferi mentre la figlia si offre come manodopera per lavorare la terra, ma anche quando riesce a trovare un ingaggio viene pagata meno del minimo sindacale. 6. COMBATTERE L’HIV/AIDS, LA MALARIA E ALTRE MALATTIE Da dove si parte - Sono 40 milioni le persone colpite dall’Aids, 37,2 milioni delle quali adulte, 17,6 milioni donne e 2,2 milioni bambini sotto i 5 anni. Nel 2004 sono morte, a causa dell’AIDS, 3,1 milioni di persone, 510mila delle quali bambini sotto i 15 anni. Nel 2004 4,9 milioni di persone sono state infettate da questa pandemia, 640 mila delle quali bambini sotto i 15 anni. La FAO calcola che nella sola Africa sub-sahariana saranno circa 20 milioni gli “orfani da AIDS” nel 2020. La malaria uccide un milione di persone ogni anno, il 90% delle quale in Africa. 2,4 milioni i nuovi casi registrati nel 2004. Dove si vuole arrivare - Arrestare e invertire entro il 2015 la tendenza alla diffusione dell’HIV, della malaria e di altre malattie come la tubercolosi. Malawi - «Ci chiamiamo Achinga e Kondwani Achini, abbiamo 8 e 6 anni e viviamo nel villaggio Mchacha, nel distretto di Nsanje. Non siamo mai andati a scuola. I nostri genitori sono morti di Aids nel 2002. Poiché nessuno si poteva prendere cura di noi, siamo andati dai nonni, ma anche lì non avevamo molte possibilità. Allora abbiamo deciso di andare a vivere nella foresta, in una tenda che veniva usata per cuocere i mattoni, e ogni mattina ci recavamo al villaggio per chiedere l’elemosina. Una notte ci siamo fermati lì e abbiamo dormito nella veranda di una casa del villaggio che apparteneva ad una anziana donna di nome Gogo Nabanda. Quando ci ha trovati, al mattino, ci ha fatti entrare in casa e nonostante non sia una nostra parente ha deciso di prendersi cura di noi. Ma con il nostro arrivo, il numero di orfani che lei aiuta è cresciuto da 10 a 12, per cui le è molto difficile nutrirci e vestirci adeguatamente. A causa di questa situazione non andiamo a scuola. Non abbiamo coperte per la notte e vestiti per andare a scuola. Sopravvivere in questo stato è molto difficile. Pensiamo spesso ai nostri genitori che ci hanno lasciato tre anni fa. Nessuno ci aiuta, a parte Gogo».


7. ASSICURARE LA SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE. INTEGRARE I PRINCIPI DI SVILUPPO SOSTENIBILE NELLE POLITICHE E NEI PROGRAMMI DEI PAESI E INVERTIRE LA TENDENZA NELLA PERDITA DI RISORSE AMBIENTALI. Da dove si parte - Il degrado del suolo è un problema che tocca quasi 2 miliardi di ettari di terra, danneggiando il sostentamento di almeno 1 miliardo di individui che vivono sulla terraferma. Oltre 1 miliardo di persone nei Paesi impoveriti non ha accesso all’acqua potabile, ovvero 1 persona su 5. Dove si vuole arrivare - Garantire la sostenibilità ambientale. In particolare: integrare i principi di sviluppo sostenibile nelle politiche dei Paesi e nei programmi, e arrestare la distruzione delle risorse ambientali; assicurare acqua potabile e strutture sanitarie migliorate per tutti; dimezzare entro il 2015 la percentuale di persone prive di accesso sostenibile all’acqua potabile; raggiungere entro il 2020 un significativo miglioramento nelle condizioni di vita di almeno 100 milioni di abitanti nelle periferie. Oggi, almeno un miliardo di persone vive in baraccopoli. Guatemala - Nella comunità di Yalchati, nel distretto di Verapaz, vivono 54 famiglie, per un totale di circa 330 abitanti. Il villaggio si trova a circa 40 chilometri dalla città più vicina, Chisec. Poiché non esistono infrastrutture, la comunità si trova praticamente isolata. C’è solo una sorgente d’acqua, che però è contaminata. Anche il terreno è contaminato a causa degli scarichi della vicina raffineria, così come le coltivazioni, il che provoca continui problemi di salute agli abitanti. Il centro sanitario e la scuola secondaria si trovano a Chisec, mentre le scuole elementari sono dall’altra parte del fiume e non servono pasti agli alunni. Domingo vive coltivando fagioli e granturco e riesce a ottenere anche due raccolti l’anno. L’intera famiglia, compresi moglie e otto figli, vive lavorando la terra. Con il surplus del raccolto, dopo che la famiglia si è sfamata, Domingo riesce a comprare un po’ di zucchero e di sapone, nonché a mandare i figli maschi alle scuole secondarie. La famiglia lavora dal lunedì al venerdì e si reca in città solo il sabato. I ragazzi studiano nella speranza di avere un futuro migliore; come da tradizione, alle ragazze non è data la possibilità di frequentare la scuola. 8. SVILUPPARE UNA PARTNERSHIP GLOBALE PER LO SVILUPPO Da dove si parte - Nel sottoscrivere gli MDGs nel 2000, gli Stati membri dell’ONU hanno esplicitamente riconosciuto che la povertà può essere sconfitta solo attraverso precise politiche di partenariato globale per lo sviluppo. A cinque anni di distanza, l’APS stanziato dai Paesi ricchi è però lungi dal raggiungere l’obiettivo dello 0,7% sul PIL, come indicato nella Dichiarazione del Millennio e confermato dalla Conferenza sulle risorse per lo sviluppo del 2002. Nel 2004 l’Italia ha visto addirittura la sua percentuale scendere allo 0,15%, rispetto allo 0,17% dell’anno precedente, tornando al valore del 2001. Il debito dei Paesi poveri più indebitati è un altro punto negativo per il nostro Paese: nonostante il carattere innovativo, la Legge 209 del 2000 è stata attuata solo per un terzo rispetto alla sua iniziale formulazione. Infine, i sussidi concessi dai Paesi ricchi ai loro prodotti agricoli e manifatturieri, assieme alle barriere doganali imposte per ostacolare l’importazione di beni e merci provenienti dai PVS, costituiscono un freno decisivo allo sviluppo del Sud del mondo. Dove si vuole arrivare - Entro il 2015 i Paesi ricchi devono attuare una serie di interventi soprattutto in tre aree: risorse per lo sviluppo, cancellazione del debito e riforma del commercio internazionale. Nella cooperazione allo sviluppo, i Paesi dell’Ue pre-allargamento devono raggiungere il livello minimo dello 0,7% nel rapporto APS/PIL. Per quanto concerne il debito estero dei Paesi poveri altamente indebitati, i Paesi ricchi devono arrivare alla cancellazione totale. Per il commercio internazionale devono essere eliminati i sussidi e ogni dazio nei confronti dei PVS. I sussidi alle esportazioni agricole provocano forti distorsioni dei prezzi sul mercato mondiale, diminuendo la competitività dei produttori agricoli del Sud del mondo e distruggendo le comunità rurali. Infine deve essere favorito il trasferimento tecnologico dal Nord al Sud del mondo, anche attraverso la revisione della normativa internazionale sui brevetti (TRIPs). Tanzania - Robin, in Tanzania riusciva a vendere il caffè a 1 dollaro al chilo. Ma questo succedeva prima che il governo smettesse di fornire sussidi per le materie prime. Successivamente due aziende – una tedesca e una britannica – intervennero nel paese e sostituirono il governo nel fornire sussidi e aiuti. Inizialmente gli agricoltori come Robin accolsero gli stranieri con favore. Ma le corporation dedussero i sussidi dal prezzo del caffè e, avendo fatto sì che tutti i produttori dipendessero dai loro aiuti, riuscirono a fissare come volevano il prezzo del caffè. Ora Robin vende i suoi prodotti alla metà di quello che riusciva a fare in precedenza. q

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testimonianze raccolte documentano una situazione difficile (in cui il diritto all’istruzione è ostacolato dalla mancanza di strutture e trasporti) nonché il fatto che spesso l’aver avuto accesso all’istruzione non costituisce un vantaggio per la ricerca del lavoro. Solo il 61% dei villaggi ha all’interno dei suoi confini scuole che forniscono ai bambini l’istruzione primaria. Nel 10% dei casi, invece, i bambini devono percorrere più di un chilometro e mezzo per raggiungere la scuola. La situazione è decisamente più grave nel caso dell’istruzione secondaria: solo nel 29% dei casi le scuole sono all’interno del villaggio e il 27% degli studenti deve percorrere più di tre chilometri per giungere all’edificio scolastico. Anche se l’educazione primaria il più delle volte è libera e finanziata dallo Stato, a ostacolare la possibilità di istruzione sono i costi che le famiglie devono sostenere per i vestiti, i libri, i viaggi per raggiungere la scuola. Inoltre molti bambini non possono andare a scuola perché con il loro lavoro contribuiscono in modo determinante al reddito famigliare.

Ribaltare il fallimento Ridurre l’azione in favore degli MDGs a una semplice questione di aiuto allo sviluppo è riduttivo. Si tratta di intervenire in modo concreto e determinato affinché i poveri possano vedere rispettati i loro diritti fondamentali ed essere coinvolti nelle attività in loro favore. Il diritto al cibo, al lavoro, a una casa, all’acqua, alla salute, all’istruzione devono diventare una priorità di tutti i governi, così come il coinvolgimento di tutti i cittadini nella vita sociale del paese. I governi devono riconoscere che gli obiettivi su formazione e salute - che prevedevano il raggiungimento di alcuni risultati già entro il 2005 - sono ben lontani dall’essere raggiunti. La partnership globale approvata al Summit del Millennio ha impegnato paesi ricchi e poveri in una serie di definite responsabilità. I paesi poveri si sono impegnati a migliorare le loro istituzioni e a riformare le loro politiche, destinando le proprie risorse al raggiungimento dei primi sette Obiettivi. I paesi ricchi hanno promesso di garantire un aiuto maggiore, più rapido e di miglior qualità, di assicurare una maggiore riduzione del debito, di garantire più opportunità commerciali con regole di mercato più eque e di incrementare il trasferimento di tecnolo34

gie verso i paesi poveri (Obiettivo 8). I paesi poveri non possono raggiungere i propri obiettivi se i paesi ricchi non fanno la loro parte ben in anticipo rispetto al 2015. Sappiamo che un patto è giusto solo quando gli impegni di entrambe le parti sono bilanciati. Dunque questa partnership globale ha un grave squilibrio: mentre i paesi poveri si sono impegnati ad obiettivi specifici e con scadenze precise per raggiungere i primi sette Obiettivi, non c’è alcun meccanismo di monitoraggio né alcuna esplicita scadenza per l’Obiettivo 8.

Le promesse dei Paesi sviluppati I Governi dei paesi sviluppati, nel corso di questi anni, si sono “impegnati” su tre fronti in particolare per facilitare l’attuazione dei Millennium Development Goals. Questi tre ambiti sono: a) il debito estero; b) gli aiuti allo sviluppo; c) il dumping. Per quanto riguarda il debito estero, molti PVS hanno difficoltà a migliorare le proprie economie anche perché su di esse gravano debiti e relativi interessi, che si protraggono da anni, con organizzazioni come Fondo Monetario Internazionale (FMI) e Banca Mondiale (BM), oltre che con i singoli Stati o privati. Il problema principale del debito estero è che i PVS che si sono indebitati in passato, lo hanno fatto in dollari, in quanto la loro moneta non era stabile; nel giro di pochi anni il rapporto tra il dollaro e la loro moneta è cambiato, facendo sì che ormai gli interessi sul debito sono arrivati a superare il capitale preso in prestito. In più, ogni anno gli interessi che non si riescono a pagare vengono sommati al capitale rimasto, così l’anno successivo gli interessi vanno calcolati sulla nuova somma, che è data dal capitale più gli interessi non pagati: questo è ciò che viene chiamato “spirale del debito”. Tale situazione nasce negli anni ‘70 e alcuni paesi stanno ancora pagando il debito maturato in questo modo. La soluzione che si profila da tempo, senza che però trovi una concreta attuazione, è la cancellazione del debito per alcuni dei paesi poveri più indebitati. L’ultimo incontro dei G8 tenutosi nel luglio 2005 a Gleneagles, in Scozia, sembrava dover segnare un passo in avanti verso questo obiettivo, ma ha dato risultati deludenti. Solo 18 paesi hanno otte-

nuto la qualifica alle condizioni poste dai G8, anche se uno studio recente ha dimostrato che ben 62 paesi richiederebbero la cancellazione totale del debito - oltre agli aiuti e ad un mercato giusto - come primo passo verso il raggiungimento dei MDGs. Tra l’altro, l’accordo è sui debiti che i paesi poveri hanno contratto con BM, FMI e Banca dello Sviluppo Africana, escludendo in questo modo alcuni paesi sudamericani che sono indebitati con la Banca Interamericana di Sviluppo. La cosa più preoccupante è il modo in cui i paesi del G8 troveranno i fondi per la cancellazione: il sospetto è che gli Stati preleveranno i soldi, che servono per il debito, dalle casse dei già esigui aiuti allo sviluppo. Praticamente, non ci sarebbero nuove risorse spese per i PVS, ma solo un rimescolamento delle carte in tavola per fare bella figura e prendersi gioco della società civile. In che modo si sono impegnati i paesi più avanzati (quelli del G8) per promuovere l’aiuto allo sviluppo? Alcuni di loro hanno assicurato che avrebbero raggiunto lo 0,7% del prodotto interno lordo: la Gran Bretagna (che intende raggiungerlo entro il 2013), la Francia (entro il 2012), l’Italia (entro il 2015). Il Canada ha fissato l’obiettivo dello 0,33% entro il 2010, la Germania ha sottoscritto quello dello 0,7%, ma solo se verranno introdotti nuovi meccanismi di finanziamento; Stati Uniti e Giappone non hanno sottoscritto alcun impegno. Alla riunione di Gleneagles, la Gran Bretagna ha riconfermato il proprio impegno; Italia, Francia, Germania hanno inoltre sottoscritto l’impegno elaborato in sede europea di giungere allo 0,51% (l’Italia e la Germania entro il 2010, la Francia entro il 2007). Stati Uniti e Giappone hanno annunciato alcuni incrementi e riallocazioni di fondi per lo sviluppo. La situazione attuale è però la seguente: la Francia destina all’aiuto allo sviluppo lo 0,36% del PIL (pari a 137 dollari l’anno per cittadino), la Gran Bretagna lo 0,36% (131), il Canada lo 0,26% (79), la Germania lo 0,25% (91), il Giappone lo 0,19% (69), gli Stati Uniti lo 0,16% (65) e l’Italia lo 0,15% (43). L’impegno dell’Unione europea di toccare la soglia dello 0,51% nel 2010 è “decisamente incoraggiante”, ma, anche se i previsti aumenti venissero realizzati, secondo l’ONU gli aiuti sarebbero ancora gravemente insufficienti a realizzare gli Obiettivi del Millennio: mancherebbero infatti 46 miliardi di dollari nel 2006 e 52 miliardi nel 2010.


RISULTATI DELLA CONFERENZA MINISTERIALE DI HONG KONG AGRICOLTURA Sussidi all’esportazione. La decisione politicamente più delicata riguarda l’impegno ad assicurare la parallela eliminazione di tutte le forme di sussidi all’export, da completarsi entro il 2013 e in modo che a metà del periodo di implementazione (2010 ?) sia già stata realizzata una parte sostanziale della riduzione. Si tratta da un lato di un “atto dovuto” dopo l’impegno all’eliminazione che era stato assunto a Ginevra nel luglio 2004; e dall’altro di una concessione che l’Unione Europea ha messo sul piatto della bilancia per ricevere adeguate contropartite nel prosieguo del negoziato con il parallelo impegno, ed un chiaro linguaggio, alla contemporanea eliminazione delle altre forme di aiuto all’export di Paesi come USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda (crediti all’export, imprese commerciali di Stato, aiuto alimentare). Sostegno interno. Di fronte a proposte radicali come quella degli Stati Uniti (riduzione del tetto massimo degli aiuti che ricadono nella blue box dal 5 al 2,5%) e del G 90 che avrebbero rimesso in discussione la riforma della PAC, l’Ue è riuscita a consolidare l’Accordo di Ginevra del 2004, che fa salva la distinzione tra forme distorsive e misure legittime di sostegno all’agricoltura. Il principio che la riduzione di tutti i sussidi distorsivi dovrà essere “superiore alla somma delle singole riduzioni” (livello consolidato delle Misure Aggregate di Sostegno totali, de minimis e pagamenti che ricadono nella Blue Box) pur non essendo esente da rischi, traduce il forte impegno dell’Ue a rappresentare il fronte più avanzato nelle riforme interne con il fine di fare pressione sugli USA affinché realizzino le necessarie riforme, visto che in questi anni non hanno ridotto, ma semmai aumentato i loro sussidi agricoli. Accesso al mercato. È il tema che dominerà la prossima tornata negoziale. L’Unione europea esce da Hong Kong avendo affermato il principio della formula delle riduzioni a 4 scaglioni progressivi, ed evitando che si quantificasse l’ordine di grandezza dei tagli tariffari. Hong Kong ha inoltre riconosciuto le speciali sensibilità di alcuni prodotti agricoli che andranno salvaguardati secondo criteri specifici. Parallelismo AMA-NAMA. Sul nuovo principio di proporzionalità nell’accesso al mercato per i prodotti agricoli e quelli industriali, sarà molto importante l’interpretazione che ne verrà data. La nostra interpretazione è che occorra ridurre il divario attualmente esistente tra i Paesi che hanno dazi elevati e quelli, come l’Europa, che hanno già liberalizzato. Questo parallelismo porterà maggiore reciprocità sia nei NAMA che in agricoltura, dove l’Ue si è impegnata con la propria offerta ambiziosa del 28 ottobre. Diversamente è da respingere un’interpretazione che dovesse ancor più penalizzare la nostra agricoltura senza poi portare anche benefici reali nei NAMA (e che sicura-

Analizzando con più attenzione le promesse dei leader del G8, si può notare che non hanno promesso nulla di nuovo. Praticamente, dai 50 miliardi di dollari di cui hanno parlato si devono sottrarre 25 miliardi promessi dall’intera comunità internazionale durante la Conferenza ONU Finanza per lo Sviluppo del 2002: rimangono quindi 25 miliardi. Di questi, 10 ne vanno tolti perché si deve tener conto che il PIL dei Paesi aumenta ogni anno e che quindi si deve applicare un adeguamento

mente porteranno avanti Brasile ed India). La questione sarà al centro della prossima fase negoziale. PACCHETTO SVILUPPO Accesso a zero dazio, e senza contingenti. Obiettivo dell’azione comunitaria è stato l’adozione da parte dei Paesi industrializzati e anche dei Paesi emergenti in grado di farlo, di un regime analogo al regolamento comunitario Everything But Arms (accesso a dazio zero e in assenza di contingenti a tutti i prodotti provenienti da tutti i Paesi Meno Avanzati). Giappone e USA hanno finito con il seguire l’esempio europeo con delle limitazioni sostanziali sulla copertura dei prodotti. Il negoziato si è concentrato sul numero dei Paesi e dei prodotti oltre alla data iniziale di applicazione, con l’Europa che ha mantenuto una posizione di assoluta leadership, seguita dall’insieme dei PVS, India e Brasile inclusi. Il risultato finale prevede l’impegno, su base permanente, ad eliminare ogni dazio e contingente sui prodotti provenienti dai Paesi Meno Avanzati (LDC’s) a partire dal 2008, con la possibilità di escludere, in caso di manifeste difficoltà, alcuni prodotti fino ad un massimo del 3%, ma con l’obbligo di porre in essere tutti i passi necessari per raggiungere progressivamente un impegno completo. Ma più importante ancora è il risultato politico di collocare l’Europa al centro di un gruppo di Paesi avanzati ed in via di sviluppo sulla questione cruciale del Round. Cotone. L’Europa, favorevole alla posizione dei Paesi africani produttori di cotone per la rapida eliminazione di tutte le forme distorsive di aiuto al settore cotoniero, ha accolto positivamente l’accordo raggiunto ad Hong Kong, che prevede l’eliminazione di tutte le forme di sostegno all’export entro il 2006. Per contro, sui sussidi interni, principale fattore di detrimento delle ragioni di scambio sul mercato internazionale del cotone, la strenua opposizione degli Stati Uniti è risultata in un impegno generico ad accelerarne la riduzione, a fronte anche dell’impegno americano a finanziare dei programmi strutturali nei Paesi produttori. In tema di accesso al mercato, terzo pilastro della strategia, i Paesi Meno Avanzati produttori di cotone, tra cui i quattro Stati africani promotori dell’iniziativa in occasione della Conferenza di Cancùn (Benin, Chad, Mali e Burkina Faso), hanno ottenuto che il cotone non possa essere escluso dall’iniziativa Dazio Zero e Senza Quote per i PMA. Aid for trade. Si tratta del pacchetto finanziario in favore dell’assistenza tecnica al commercio dei PVS. Anche in questo caso, con la presentazione di un pacchetto sviluppo approvato dal Consiglio Affari Generali il 12 dicembre, l’Ue ha svolto un ruolo catalizzatore rispetto agli altri grandi major player. La Dichiarazione riconosce l’importanza dell’assistenza tecnica al commercio ai fini dello sviluppo. Sulla base delle Conclusioni del CAGRE, l’Ue ha contribuito alla decisione di incaricare il Direttore Generale del WTO a consultare le IFI e gli Stati membri per reperire nuove risorse finanziarie. q

delle risorse da destinare in valore assoluto agli APS. Questo adeguamento corrisponde appunto a 10 miliardi. I 15 miliardi rimanenti fanno parte della promessa da poco fatta dall’Unione europea di raggiungere lo 0,51% del PIL per il 2010 e dell’aumento annunciato, ma ancora mai avvenuto, degli aiuti per l’Africa da parte degli Stati Uniti. Dunque, promesse, ancora promesse… L’ultimo punto era l’eliminazione della pratica del sostegno alle esportazioni, in

particolare di prodotti agroalimentari, detta anche del dumping. Dumping è un termine usato nella letteratura economica per indicare una situazione dove, come risultato di aiuti pubblici (sussidi), un prodotto è venduto in un dato posto e in un tempo preciso a un prezzo al di sotto del quale i competitori nazionali difficilmente possono competere. In pratica i paesi ricchi, grazie ai sussidi che danno ai loro produttori, riescono a vendere “sottocosto”. Tutto ciò ha conseguenze ne35

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fande per le agricolture povere dei PVS, ma anche dei paesi sviluppati. Vendere i prodotti ad un prezzo più basso del costo di produzione non solo è una pratica antieconomica e scorretta per qualsiasi paese, ma è indegna se la si applica a paesi poveri. Il dumping nei PVS ha provocato, oltre che l’abbandono da parte di molti agricoltori delle proprie terre (con la conseguente dipendenza dai mercati stranieri), an che un cam bia men to nell’alimentazione della popolazione, che ha preferito i nuovi cibi importati rispetto a quelli tradizionali, meno “alla moda”. Paradossale è anche la disuguaglianza di trattamento che si registra nel commercio mondiale. Le cause non sono tanto imputabili alla povertà delle terre, quanto ai sussidi e alle barriere doganali imposti dai paesi più ricchi. I produttori di cotone del Burkina Faso, per esempio, competono con i loro colleghi statunitensi che ricevono più di 4 miliardi di dollari all’anno in sussidi. L’Unione europea, da parte sua, oltre a chiudere i propri mercati alle merci straniere imponendo dazi esorbitanti, spende circa 3 miliardi di euro all’anno in sussidi all’export per smaltire le proprie eccedenze agricole sui mercati dei PVS. Per quanto riguarda i sussidi interni, nonostante l’Accordo sull’Agricoltura dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il sostegno al settore agricolo dei paesi OCSE rimane alto: i sussidi agricoli ammontano a 350 miliardi di dollari l’anno. Anche dopo l’incontro di Ginevra nel 2004, la maggior parte dei sussidi interni, in massima parte diretti al sostegno dell’agro-business e non all’aiuto ai piccoli coltivatori e di colture di qualità, sarà comunque mantenuto in vita. Molti condividono l’idea che una maggiore apertura dei mercati alimentari dell’Europa sia la soluzione a questo problema: anche il presidente Bush, al summit dell’ONU del settembre 2005, si è detto d’accordo all’apertura dei suoi mercati, con l’abolizione dei dazi in entrata, se anche gli altri paesi avessero fatto lo stesso. La reazione del Commissario europeo, Peter Mandelson, è stata secca: un conto sono le dichiarazioni generiche e senza seguito, un altro è negoziare per raggiungere tali ambiziosi obiettivi. Mandelson sembra voler affermare che l’Europa cerca di lavorare sull’obiettivo, problematico, di una riduzione dei propri dazi aumentando le possibilità di accesso al mercato per gli altri paesi. Ma dalle precedenti esperienze del libero mercato a senso unico (in cui le regole valgono solo per i PVS) si è visto che questo porta solo ad

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un aumento della povertà delle popolazioni del Sud del mondo. Inoltre nel comunicato finale del G8 del luglio 2005, non c’è nessun riferimento ad una data specifica per la sospensione dei sussidi ai produttori agroalimentari dell’Unione europea e degli Stati Uniti. In più, l’Unione europea, invece di impegnarsi in modo onesto nell’aiuto allo sviluppo dei PVS, cerca di ottenere un’ulteriore apertura dei mercati africani tramite i negoziati degli Economic Partnership Agreements con i paesi APC (Africa, area del Pacifico e Caraibi). Stati Uniti e Unione europea continuano a chiedere cambiamenti sostanziali sulle rispettive politiche agricole. I primi non accettano la politica protezionista europea, fatta di barriere tariffarie e non tariffarie sui prodotti agricoli in ingresso, l’Europa invece critica la politica di sostegno all’export attuata dal governo americano. L’accordo tra i due giganti rappresenta la condizione necessaria per far avanzare l’Agenda di Doha (S. Galiero, 2005).

Obiettivi del Millennio e Organizzazione Mondiale del Commercio Al di là di tutte queste dichiarazioni di intenti e proclami di svolte “epocali”, solo a dicembre, in seguito al sesto incontro interministeriale del WTO (Hong Kong, dicembre 2005) si è potuto verificare cosa concretamente è stato deciso per il raggiungimento degli MDGs. Visto l’ambito in cui le vere decisioni vengono prese, niente lasciava spazio a illusioni di sorta. Dopo una settimana di negoziati accesi e aperti fino all’ultimo, i poteri forti che guidano l’Organizzazione Mondiale del Commercio hanno raggiunto un accordo per fare andare avanti la baracca. Dopo i precedenti di Cancùn e Seattle, un nuovo fallimento ad Hong Kong non era consentito. Alla fine della riunione di Hong Kong è stata adottata una Dichiarazione conclusiva piuttosto modesta nei contenuti, ma con alcuni progressi sostanziali che consentono di superare la situazione di stallo creatasi nelle settimane precedenti e quindi di garantire il proseguimento dei negoziati del cosiddetto Round di Doha. Ben lontani dallo storico scontro Nord-Sud avvenuto in Messico, Stati Uniti ed Europa sono riusciti questa volta a riavvicinarsi e a convincere Brasile e India ad accettare un accordo modesto, ma che permette a tutti di dire che il ciclo

negoziale di Doha ha finalmente superato il giro di boa e che si può avviare verso una conclusione, presumibilmente entro la fine del prossimo anno. Tranne gli Usa, che non hanno ceduto su nulla, ognuno del quartetto che guida il negoziato può avere qualcosa da recriminare, ma ha prevalso la real politik di un qualche accordo su ulteriori liberalizzazioni da raggiungere in casa cinese. I padroni di casa - temuti commercialmente dall’intero mondo - sono rimasti a guardare per l’intero negoziato, pretendendo solo che la vetrina mondiale del vertice non si chiudesse con un fallimento. I veri sconfitti, ormai in maniera definitiva, sono i paesi più poveri del fronte del Sud, ossia la maggioranza dei membri del WTO. L’anno 2005, costellato da una inconcludente retorica sullo sviluppo da parte del G8 e delle istituzioni internazionali, si è chiuso per le realtà povere del pianeta con la condanna senza appello ad essere tagliate fuori dai mercati globali e ad avere un ruolo subalterno nell’economia globale. Non si va oltre la solita promessa di aiuti che mai compenseranno i danni delle liberalizzazioni per i più poveri e a una riduzione delle tariffe per le importazioni dai paesi poverissimi. Nulla di serio riguardo ai meccanismi di difesa dei prodotti sensibili per i paesi poveri: sul dramma del cotone dei Paesi dell’Africa occidentale gli Stati Uniti promettono che negozieranno ancora il prossimo anno, nulla di più. Allo stesso tempo, contro l’opposizione del gruppo dei 90 Paesi poveri del Sud passano le nuove modalità più vincolanti per il negoziato sui servizi, il tutto con l’assenso delle economie emergenti. Infine, si prepara il grande scambio agricoltura-prodotti industriali, secondo una logica che vedrà un’apertura profonda dei mercati del Sud del mondo ai prodotti industriali in cambio di una eliminazione (solo nel 2013) dei sussidi all’export agricolo dell’Ue e forse in parte degli Usa. I poteri forti sono disposti a convergere pur di chiudere entro il prossimo anno, piuttosto che migliorare il risultato di Hong Kong. Così non saranno più obbligati ai negoziati multilaterali. Di fatto il round del millennio potrebbe essere l’ultimo, dal momento che sia gli Usa che le economie emergenti puntano ormai ai negoziati in via bilaterale o regionale. Il perdente di questa logica è l’Unione europea. Il WTO, sia per i liberisti sia per coloro che contestano l’ortodossia del libero mercato, rappresenta di fatto una


promessa mancata di multilateralismo funzionante. Troppa democrazia lo porta a collassare e le decisioni per essere prese richiedono la presenza solo di pochi ed influenti membri. In futuro il WTO potrebbe diventare solo un organo di risoluzione delle dispute, sulla base dello zoccolo duro del diritto commerciale internazionale che custodisce. In questo contesto è cruciale per il futuro dell’istituzione il suo allineamento con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), anch’essi in crisi di legittimità. Allo stesso tempo, l’alleanza del Sud del mondo in un fronte unico non tiene. L’accordo di Hong Kong si inserisce in una logica di negoziato politico tra le nuove e vecchie potenze del pianeta. L’obiettivo è definire una nuova «Yalta economica», nei prossimi due o tre anni, sia in termini di compiti di produzione nell’economia globale sia in termini di aree di influenza e peso politico. Brasile e India vogliono un posto nel consiglio di sicurezza dell’ONU, così come più quote nella Banca Mondiale e nell’FMI. La Cina ha già parte di questo riconoscimento istituzionale e, con o senza il WTO, emerge già oggi come l’unico competitor globale della superpotenza a stelle e strisce. Purtroppo anche questo 2005 rimarrà nella storia solo come l’anno delle buone parole e della buona musica per l’Africa e lo sviluppo, ma non come l’anno dell’inizio della fine della povertà.

Concludendo Più che mai… non c’è tempo da perdere. Secondo UNDP, gli obiettivi fissati per il 2015 si raggiungeranno probabilmente solo nel decennio 2040-2050. L’alternativa? La comunità internazionale ha davanti a sé una grande sfida: mettere in campo tutte le risorse possibili per fare dei prossimi dieci anni un vero decennio consacrato allo sviluppo. È nella responsabilità di tutti i paesi adoperarsi affinché le promesse possano concretizzarsi e relegare da qui al 2015 la povertà alla storia. La progressione verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio necessita di una condivisione della responsabilità tanto dei paesi ricchi che di quelli poveri, poiché nessun livello di cooperazione internazionale potrà compensare l’inazione dei governi che non accordano la priorità allo sviluppo umano e al rispetto dei diritti dell’uomo.

Purtroppo (o per fortuna), per uscire dall’impasse in cui i singoli paesi e l’intera comunità internazionale si trovano, è necessaria un’azione comune perché gli ideali degli uomini trionfino sulle meschinità della politica e dell’economia. E forse l’azione comune più immediata e condivisibile è, innanzitutto, continuare ad informarsi e ad informare - il più possibile oggettivamente e obiettivamente - sulla realtà del mondo, malgrado essa sia cruda e spietata.

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QUANDO FINIRÀ IL PETROLIO? Fabio Manzione A

Che cos’è il petrolio? O meglio: cosa credete che sia?

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l petrolio - il mitico oro nero - continua ad essere la chiave reale della politica, sia interna che internazionale. Il petrolio e gli altri combustibili fossili (gas naturale e carbone) sono la base della nostra civiltà e del nostro modo di vivere. Sappiamo che circa il 90% dell’energia primaria prodotta oggi in tutto il mondo (escludendo il legno) viene dai combustibili fossili: di questo, la fonte più importante è il petrolio greggio (circa il 40%), seguito poi dal gas naturale, dal carbone e, a distanza, dalle altre fonti. Dal petrolio derivano la benzina per le auto, il cherosene per gli aerei, la nafta, gli oli pesanti per i diesel, le fonti dell’industria petrolchimica (materie plastiche, gomme, fertilizzanti e così via). In pratica ne dipende l’intera vita delle società industriali, nei suoi aspetti privati (il riscaldamento) e pubblici. Al momento, il mondo consuma più di 80 milioni di barili di petrolio al giorno, 29 miliardi di barili l’anno. Questa cifra sta salendo rapidamente, come già accade da decenni e l’aspettativa generale prevede che continuerà a farlo nei prossimi anni: l’Agenzia internazionale per l’energia prevede entro il 2030 un consumo di 121 milioni di barili al giorno. Se pensate che il petrolio sia una sostanza prodotta ininterrottamente da qualche misteriosa forza geologica nelle profondità della Terra, non leggete oltre. Meglio conservare l’illusione che, mattina dopo mattina, continuerete a far girare la chiavetta dell’accensione per il resto della vostra vita. Se invece avete qualche nozione, seppur confusa, sul fatto che i combustibili fossili c’entrino in qualche modo con del materiale organico che una volta c’era e adesso non c’è più, anche voi sotto sotto sapete che, prima o poi, la pacchia è destinata a finire. Il problema è sapere quando questo momento arriverà e se e come saremo in grado di affrontarlo.

Qualche informazione utile Il petrolio è, in sostanza, materia organica liquefatta derivata dalla decomposizione di un immenso deposito di alghe e plancton che ri-


sale a cinquanta milioni di anni fa. Nel corso dei millenni il movimento di immense forze geologiche ha intrappolato e cotto ad altissima temperatura quella che può anche venire definita come energia solare condensata, concentrandola in alcuni giacimenti situati a profondità variabile in alcuni luoghi del mondo. A differenza dell’energia solare rinnovabile, i combustibili fossili si sono prodotti in un dato periodo e a date condizioni che non si sono presentate ovunque e che non si ripresenteranno mai più, motivo per cui simili fonti vengono dette, appunto, non rinnovabili. Lo sfruttamento di un giacimento si suddivide in tre fasi che possono variare a seconda di molti fattori – dalla qualità del petrolio alla quantità di gas presente nel “serbatoio” – ma che, sostanzialmente, sono sempre le stesse. Nella prima fase, detta di “recupero primario”, il gas presente nel giacimento tiene sotto pressione il liquido che, una volta trovata la via d’uscita, viene spruzzato fuori come lo champagne. In questa fase i costi di estrazione sono bassissimi, consentendo un rapido recupero delle spese iniziali. Il costo di estrazione di un barile di petrolio non varia molto nel tempo: in linea di massima, oggi si aggira intorno ai cinque dollari al barile (1 barile = 159 litri), sebbene ci siano delle differenze fra i diversi giacimenti, in base alla loro posizione geografica e alla stabilità politica dei paesi in cui si trovano. Dopo un po’ di tempo però, lo svuotamento del pozzo fa diminuire la pressione. Il passaggio alla seconda fase, nella quale si cerca di ristabilire la pressione ripompando dentro gas o acqua, diventa inevitabile e i costi cominciano a lievitare. Invece di limitarsi a raccogliere la manna bisogna procurarsi l’acqua – magari attraverso costosi processi di desalinizzazione, come in Arabia Saudita – iniettarla nel giacimento e poi separarla dal petrolio estratto dal sottosuolo. Più i pozzi sono vecchi e più la percentuale d’acqua aumenta – e con essa i rispettivi costi – mentre diminuiscono i ricavi: nei giacimenti texani bisogna tirare fuori dieci barili d’acqua per ottenerne uno di petrolio. Il che aggiunge un problema ambientale notevole se si pensa che, a livello mondiale, l’acqua di scarto raggiunge i 200 milioni di barili al giorno, quasi tre volte il volume del petrolio prodotto. A questo punto il gioco comincia a non valere più la candela. La terza fase di recupero è talmente costosa che basta un piccolo calo nel prezzo del greggio per rendere più conveniente chiudere il pozzo piuttosto che sfruttarlo. La qualità del petrolio si è deteriorata, il gas si è concentrato in una sorta di “tappo” che rende difficile ogni operazione di recupero e si finisce per pompare il petrolio meccanicamente, consumando tanta energia quanta se ne produce. Gli enormi progressi della tecnologia estrattiva hanno trovato soluzioni geniali a una miriade di problemi, ma non hanno alterato un processo che, al contrario, è stato notevolmente accelerato dalla gestione poco razionale di tutti i soggetti coinvolti, che fossero corporation private con smania di profitto o governi con interessi geostrategici precisi: invece di operare con l’obiettivo del lungo termine, tutti si sono quasi sempre mossi nel ristretto orizzonte del “tutto e subito”. Tecniche raffinate di gestione del ciclo dell’acqua sono state affiancate alle perforazioni orizzontali e, da qualche anno, si è cominciato a raccogliere il gas di scarto invece di limitarsi

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a bruciarlo nell’atmosfera, ma il risultato non cambia: prima o poi i giacimenti invecchiano, e muoiono. Ne è più che convinto Jeremy Legget, esperto geologo già consulente per l’industria petrolifera britannica ed ora direttore scientifico della sezione inglese di Greenpeace. Proprio la sua profonda conoscenza – scientifica ed operativa – e la consolidata esperienza

World Oil and Gas Review 2006

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el corso del 2005 le riserve mondiali di petrolio e di gas naturale sono aumentate rispettivamente dell’1,2% e del 2,1%, secondo quanto emerge dalla “World Oil and Gas Review” (la rassegna statistica mondiale realizzata da Eni su produzione, riserve, consumi, esportazioni e importazioni di petrolio e di gas naturale), presentata l’8 giugno 2006 a Roma dall’ENI (scaricabile dal sito www.eni.it). Le riserve provate di greggio su scala mondiale all’1 gennaio 2006 sono salite a 1.120 miliardi di barili, mentre quelle di gas sono cresciute fino a 1.838 miliardi di metri cubi, secondo quanto si evince dalla Review. La

nel mondo del petrolio lo hanno portato a scrivere un interessantissimo saggio, “Fine corsa”, in cui l’autore afferma, sulla scorta di dati e ricerche recentissime, che siamo già nella fase discendente dei rendimenti dei giacimenti mondiali, attuali o futuri, analoga a quella prevista per i giacimenti USA negli anni ‘50 dal geologo americano Hubbert.

concentrazione geografica di petrolio e gas rimane tuttavia immutata: se le riserve provate di greggio e di gas dei paesi industrializzati rappresentano meno del 10% delle disponibilità mondiali, quelle del Medio Oriente costituiscono invece ben il 66% di quelle mondiali di greggio e il 41% di quelle di gas. L’area mediorientale fa la parte del leone anche per quanto riguarda la vita utile delle riserve: i primi quattro posti nella graduatoria mondiale per anni di durata delle disponibilità sono occupati da paesi di quella zona. “World Oil and Gas Review” descrive uno scenario caratterizzato da importanti tensioni sui mercati petroliferi, dovute sia al peso crescente che nuovi attori in forte sviluppo economi-

co come Cina e India hanno assunto sul mercato internazionale e sia al perdurante squilibrio tra l’abbondante disponibilità di greggio di qualità “medium & sour” e una crescente domanda di prodotti medi e leggeri. La rassegna evidenzia, per il 2005, una crescita della domanda mondiale di petrolio di quasi un milione di barili al giorno (+1,2%), trainata in particolare dall’Asia e Pacifico (+1,8%) e dalla zona mediorientale (+5,1%). La Cina, in particolare, è il secondo consumatore al mondo con un consumo di 6,6 milioni di barili al giorno. L’India balza dal sesto al quarto posto con 2,6 milioni di barili al giorno di consumo. L’area OCSE e il Nord America si sono mantenuti sugli stessi livelli di consumo del 2004,


Il picco di Hubbert Nel 1956 M. King Hubbert, famoso geologo passato dalla Shell al Geological Survey statunitense, rese pubbliche alcune conclusioni tratte da modelli matematici estremamente elaborati e dalla sua esperienza sul cam-

con una crescita quasi nulla: un dato rilevante, specialmente per il Nord America, che negli anni passati aveva trainato la domanda di tutta l’area OCSE e che quest’anno ha risentito degli elevati prezzi petroliferi dei mercati internazionali e degli uragani che hanno colpito le coste del Golfo del Messico. La produzione mondiale di petrolio è cresciuta di oltre un milione di barili al giorno (+1,3%), sostenuta esclusivamente dall’OPEC, la cui produzione è salita a 34 milioni di barili giorno (+3,0%) registrando un altro anno di record dopo il 2003 e il 2004. In particolare, la rassegna evidenzia come il Nord America, anche dal lato della produzione, abbia risentito degli eventi naturali che hanno colpito il

po. L’oro nero, sosteneva Hubbert, avrebbe raggiunto la punta massima di produzione (il cosiddetto picco) verso la fine del Novecento, per poi diminuire in modo abbastanza repentino fino all’esaurimento. Sebbene all’epoca la teoria del picco venne liquidata come semplice catastrofismo, oggi nessun esperto si sogna più di negare la possibilità – anzi, la certezza – dell’approssimarsi del picco, ma continuano a dividersi sul quando. Il motivo principale della riabilitazione della teoria è uno soltanto: Hubbert aveva azzeccato la data del picco americano. Nel 1970, infatti, la produzione petrolifera statunitense raggiunse la punta massima, poi il flusso dei grandi giacimenti cominciò a diminuire, e così il numero dei barili prodotti ogni giorno. Naturalmente se conoscessimo il volume totale del petrolio a disposizione, sottraendolo a quello che abbiamo bruciato in questo secolo di pacchia (una cosa come 875 miliardi di barili), potremmo farci due conti. Ma su questa Terra non c’è informazione più segreta, sia per oggettive difficoltà (si lavora sempre alla cieca, a centinaia di metri di profondità), sia per le ragioni politiche e commerciali che spingono i principali attori a sovrastimare le proprie scorte. Ci sono le cosiddette “riserve accertate”, costituite dalle scorte delle compagnie petrolifere – che le sovrastimano per tenere alte le quotazioni in borsa – e da quelle di paesi come la Norvegia o l’Arabia Saudita – che possono sovra o sottostimare a seconda delle contingenze politiche. Al petrolio già scoperto ma non ancora sfruttato – secondo alcuni esperti circa 1700 miliardi di barili – bisogna

Golfo del Messico, causando la chiusura di piattaforme petrolifere e infrastrutture. Prendendo in considerazione tutta l’area OCSE, nel 2005 la produzione è infatti scesa a 20,3 milioni di barili al giorno (-4,4%), raggiungendo il livello minimo degli ultimi dieci anni e accentuando così la dinamica negativa in corso ormai da alcuni anni. A questo hanno contribuito anche fattori strutturali, quali il lento declino della capacità produttiva di alcune aree come quella del Mare del Nord. La domanda mondiale di gas, sulla base di prime stime, è cresciuta di circa il 2%. In particolare, quella dei Paesi OCSE ha continuato a crescere (+1,0%), indirizzandosi anche verso l’estero, con una maggiore

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richiesta di gas importato, sia via nave (GNL) che via gasdotto. Nell’area OCSE nel 2005 la produzione di gas è diminuita: negli Stati Uniti le calamità naturali hanno seriamente compromesso la capacità produttiva, peraltro già in una fase di declino come quella di Italia, Germania, Francia e Regno Unito. Complessivamente gli scambi internazionali di gas continuano a crescere. Le esportazioni mondiali di GNL sono cresciute dal 2000 ad un tasso medio annuo del 6,6% (+7,7% dal 2004). Tuttavia ancora oggi il gas esportato rappresenta meno del 30% della produzione totale, al contrario di quanto avviene per il petrolio, la cui produzione, per più della metà, viene esportata.


OTTIMISTI E PESSIMISTI

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e riserve di petrolio considerate certe sono valutate da 1 a 1,2 migliaia di miliardi di barili, cioè circa 150 miliardi di tonnellate, il che, ai ritmi attuali, equivale ad una produzione di una quarantina d’anni. Ma le analisi tecniche dicono che le cose potrebbero andare diversamente. Le stime delle risorse petrolifere mondiali sono affette da atre cause principali di errore in eccesso: a)ai paesi produttori conviene sovrastimare le proprie riserve per avere più rilievo in sede internazionale, attrarre gli investimenti e non perdere la capacità di ottenere prestiti; b)i paesi dell’OPEC hanno un interesse particolare a gonfiare le stime delle loro riserve dal momento che ciascun paese può esportare in proporzione alle riserve stimate; c)le compagnie petrolifere che operano sul mercato internazionale hanno interesse a sovrastimare le riserve di cui dispongono per elevare il valore del proprio pacchetto azionario e per

attrarre capitali. La ripartizione è molto diseguale: quasi due terzi si trovano in Medio Oriente. L’evoluzione delle riserve non permette, però, di prevedere quella della produzione petrolifera, i dati relativi alle prime provocano infatti vivaci scontri tra opposte scuole di pensiero, alcune ottimiste, altre pessimiste. Il gruppo degli ottimisti comprende quasi tutte le compagnie petrolifere, i governi e i relativi organismi, la maggior parte degli analisti finanziari e dei giornalisti economici. Come potete immaginare, con uno schieramento simile sono gli ottimisti ad avere il sopravvento nella contesa, nell’attuale stato delle cose. Gli ottimisti sono convinti che nei giacimenti rimangano ancora 2000 miliardi di barili di petrolio da sfruttare e confidano nella futura e, secondo loro, ragionevolmente prevedibile scoperta di nuove riserve. Fanno notare, come prima cosa, che le previsioni fatte in passato sulla dimi-

nuzione delle risorse sono sempre state smentite. Infatti, già alla fine del XIX secolo, molti esperti prevedevano la fine dello sviluppo industriale fondato sull’energia prodotta dal carbone, le cui riserve, stimate in base alla produzione dell’epoca, non sarebbero durate più di 20 anni. Gli ottimisti osservano poi che la maggior parte delle trivellazioni esplorative viene effettuata in paesi già abbondantemente perlustrati. Inoltre, le riserve ottenute con le moderne tecniche di produzione, o anche rivalutando le riserve di vecchi giacimenti, spesso costano meno, soprattutto in Medio Oriente, di quelle ottenute per esplorazione. Di conseguenza questa attività viene limitata anche nei paesi che invece offrono ottime prospettive per la scoperta di nuovi giacimenti. Le produzioni possibili, secondo gli economisti Morris Adelman e Michael Lynch, del Massachusetts Institute of Technology (Mit), sono il risultato di


aggiungere quello ancora da individuare – suddiviso a sua volta fra “probabile” e “possibile” – il cui calcolo è ancora più aleatorio. Secondo i più ottimisti (vedi scheda) ci sono circa 900 miliardi di barili ancora da scoprire che, sommati alle riserve accertate, danno la rassicurante cifra di 2.600 miliardi. Visto che il consumo mondiale si aggira sugli 80 milioni di barili al giorno e continua a crescere del 2 per cento l’anno (ma c’è chi dice di più), la riserva di 2.600 miliardi collocherebbe il picco globale intorno al 2030 o anche più avanti, se si riuscissero a comprimere i consumi o a rendere energicamente più efficiente la produzione industriale. Gli ottimisti inoltre continuano a sperare che vengano scoperti nuovi giacimenti giganteschi, anche se non succede da quasi trent’anni ed è considerato dagli esperti alquanto improbabile. Il motivo è molto semplice: fra tecnologia satellitare, prospezioni sismiche e chi più ne ha più ne metta ormai abbiamo setacciato la Terra palmo a palmo. Potremmo non aver scovato una piccola riserva, ma difficilmente ci può essere sfuggito un grande giaci-

una gara di velocità tra l’esaurirsi dei giacimenti conosciuti, da un lato, e il progresso tecnico che permette di accedere a nuove riserve, dall’altro. Finora, quest’ultimo ha sempre vinto, con alcuni esiti che portano a miglioramenti relativamente regolari: diminuzione dei costi di trivellazione, aumento dei tassi di recupero, migliore immagine del sottosuolo. Altre conseguenze sono più difficili da prevedere. Se restassero effettivamente più di 2000 miliardi di barili di petrolio, il picco arriverebbe dopo il 2030. I pessimisti (esperti che hanno lavora to nel cu o re del l’in du stria petrolifera, soprattutto in qualità di geologi) sono presenti, per la maggior parte, nell’Associazione per lo studio del picco petrolifero e gassoso (Association for the Study of Peak Oil and Gas, Aspo). A questi esperti si sta unendo un piccolo gruppo, sempre più nutrito, di analisti e giornalisti. Stando alle stime dei pessimisti, rimangono solo 1000 miliardi di barili di petrolio nelle riserve, se non di meno. Insistono molto sul carattere politico delle rivalutazioni delle riserve fatte

nel 1986-1987 dai mem bri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec), e sostengono che non si tratta di riserve certe. Ritengono che il picco della produzione mondiale si avrà tra il 2005 e il 2010, a un livello dell’ordine di 90 milioni di barili/giorno, cifra che comprende, però, tutti i tipi di idrocarburi naturali. Per suffragare la propria tesi, ricordano che finalmente disponiamo non solo di un accesso all’insieme dei dati di tutti i bacini petroliferi, ma anche di un campionamento sufficiente affinché le metodologie predittive delle riserve ancora da scoprire siano ormai ragionevolmente affidabili. L’incertezza riguarda dunque essenzialmente il futuro andamento della parte di volumi recuperabili, a partire dalle risorse date. Su questo argomento le conclusioni divergono: per gli ottimisti, il tasso medio di recupero di questi volumi potrebbe passare, nel corso dei prossimi cinquanta anni, dall’attuale 35% circa, al 50%, se non al 60%; per i pessimisti, al contrario, i miglioramenti, peraltro limitati, riguarderebbero soprattutto gli oli pesanti ed extra-pesanti. Una valuta-

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zione intermedia viene proposta da altre équipe di specialisti, in particolare quelle della United States Geological Survey (Usgs), per le quali le riserve ultime di petrolio convenzionale sarebbero dell’ordine di 3.000 miliardi di barili, di questi circa 1.000 sarebbero quelli già consumati, un po’ più di 1.000 corrisponderebbero invece alle riserve certe, mentre il resto farebbe parte delle riserve da scoprire. Questo ordine di grandezza corrisponde anche alle stime minime dei geologi de l’Institut français du pétrole (Ifp) effettuate a partire dai dati attualmente disponibili. Secondo tali stime, il massimo della produzione mondiale si avrebbe poco dopo il 2020. Con ipotesi un po’ più ottimistiche sia sui volumi da scoprire, non più minimi ma medi, che sulla crescita dei tassi di recupero, il picco potrebbe essere spostato verso il 2030. Se le stime dell’Usgs dovessero essere riviste al rialzo, come è successo in passato, con l’integrazione delle risorse non convenzionali, il calo potrebbe essere rinviato a dopo il 2030. q


mento. I pessimisti sostengono che fra petrolio accertato e quello non ancora scoperto le scorte non superino i mille miliardi di barili, collocando il picco globale intorno al 2010, ma ci sono analisti che, dati di produzione alla mano, pensano che il declino sia già cominciato e collocano il picco massimo di produzione nel 2004. Chi ha ragione? Un’occhiata ai giacimenti vale più di mille calcoli.

In via di esaurimento Vero e proprio bastione del petrolio non-Opec, l’Alaska sembra aver già imboccato la strada della pensione malgrado i miliardi di dollari investiti. Del resto anche nelle piattaforme del Mare del Nord il flusso è in netto calo: malgrado la scoperta di un nuovo giacimento la produzione del Regno Unito ha raggiunto il suo picco nel 2002, e ora conosce un rapido declino. Il Messico, ubbidiente fornitore degli Stati Uniti, potrebbe aver toccato il picco proprio quest’anno mentre la Nigeria, considerata dalla Casa Bianca una valida alternativa, potrebbe raggiungerlo nel 2007. E che dire del petrolio russo? Iper-sfruttato come unica fonte di valuta pregia-

ta, ha cominciato a ridursi già dal 2003 anche se, da quelle parti, nessuno è disposto a pronunciare la parola “picco”. Secondo gli esperti americani il petrolio non-Opec potrebbe “piccare” entro il 2015, lasciando l’Occidente in balìa delle riserve mediorientali, principalmente dell’inesauribile cornucopia dell’arabian light, come si chiama il più puro petrolio del mondo che si trova subito sotto al deserto dell’Arabia Saudita. Questa prospettiva, benché carica d’inquietanti implicazioni politico-militari, può considerarsi ancora moderatamente ottimista perché non fa i conti con lo stato dei giacimenti sauditi, informazione del tutto inaccessibile al di fuori di qualche membro della famiglia reale e dei tecnici che, materialmente, lavorano nell’area considerata la madre di tutti i giacimenti. I sauditi proclamano di possedere ¼ delle riserve mondiali di greggio e di essere in grado di estrarne sempre di più. Questa assicurazione è la polizza su cui il mondo conta per proseguire uno sviluppo basato sull’energia petrolifera. Ma nessuno ha mai potuto verificare queste affermazioni: i dati sul petrolio saudita sono segreti di Stato.


Fra la gran mole di libri pubblicati quest’anno sulla questione spicca “Twilight in the desert. The Coming Saudi Oil Shock and the World Economy” (Crepuscolo nel deserto) di Matthew R. Simmons, ex-consulente di Bush e capo della “Simmons & Company International” di Houston, una banca di investimenti specializzata in questioni energetiche. Per tentare di sbirciare nel “serbatoio del mondo” Simmons ha pensato bene di utilizzare le uniche informazioni affidabili sulla salute dei giacimenti sauditi, ovvero l’inesauribile mole di documenti tecnici pubblicati dalla Society of Petroleum Engineers, la società scientifica che raggruppa gli ingegneri petroliferi del pianeta. Dall’esame di circa 200 report in massima parte scritti per scambiarsi informazioni sulle innovazioni tecnologiche e per confrontarsi sui problemi che queste comportano, Simmons ha tratto conclusioni sulla salute dei giacimenti sauditi ben diverse da quelle fornite dalle istituzioni internazionali – l’Iea o l’Opec, tanto per citare le principali – o dallo stesso governo saudita. Viene fuori infatti che gli ingegneri stanno affrontando da anni problemi relativi alla gestione dell’acqua tipici della seconda fase di sfruttamento dei giacimenti, e anche le tecnologiche più avanzate – come i pozzi orizzontali – non riescono più ad arginare un calo della produzione che si registra anche nei giacimenti più grandi. Simmons arriva a conclusioni preoccupanti: quasi tutto il petrolio saudita arriva da non più di 4-5 megagiacimenti, metà da uno solo, Ghawar. Da oltre 30 anni nessun pozzo paragonabile è mai stato scoperto dai sauditi e quei supergiacimenti, sfruttati a pieno ritmo da oltre mezzo secolo, mostrano sintomi gravi e irreversibili di vecchiaia: pressione interna in calo, crescente intrusione di acqua, più alta presenza di gas. La dettagliata diagnosi delle condizioni di Ghawar, il più grande giacimento del mondo che si fa carico, da solo, della maggior parte dell’ingente produzione saudita, è a dir poco allarmante. La recente campagna mediatica condotta nel 2004 dalla compagnia di Stato, la Saudi Aramco, per rassicurare il mondo sulle potenzialità tecnologiche dell’azienda lascia il tempo che trova: i giganti del deserto sono avviati verso il declino malgrado gli sforzi dei tecnici e l’impiego di tecnologie fra le più avanzate del settore.

C’è vita dopo il petrolio? In “The long emergency” (La lunga emergenza), altro libro pubblicato nel 2005 con l’inquietante sottotitolo “Sopravvivere alle convergenti catastrofi del ventunesimo secolo”, James Howard Kunstler propone una lettura destinata a ribaltare completamente l’idea corrente di progresso tecnologico e di sviluppo economico. In sostanza, scrive Kunstler, «l’età del petrolio a buon mercato ha creato una bolla artificiale di abbondanza per un periodo non più lungo di un secolo». Una volta fuori dalla “bolla petrolifera”, secondo l’autore, ci ritroveremo nella dura realtà dei limiti materiali allo sviluppo, limiti che l’industrializzazione accelerata basata sull’energia a prezzi stracciati ci ha fatto ingenuamente sottovalutare. Che il picco sia già stato raggiunto come sostengono i pessimisti, o che manchino almeno trent’anni come sostengono i petrolieri, in fondo non cambia poi molto. Prima o poi ogni governo di questo mondo sarà costretto a investire ogni risorsa disponibile in una completa trasformazione del proprio sistema di produzione, di trasporto e di consumo per raggiungere la massima efficienza e sprecare meno energia – attraverso il risparmio energetico, la ristrutturazione della rete elettrica e degli impianti produttivi, la riconversione al gas naturale e la produzione di macchine ibride – per far durare le scorte il più a lungo possibile. Nel frattempo, oltre a cercare di far sopravvivere le proprie economie all’impennata della bolletta energetica (si prospetta, entro un paio d’anni, lo sfondamento del tetto dei cento dollari al barile), i governi dovranno

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mettere in moto a pieno ritmo la ricerca sulle fonti alternative (eolico, solare, idrogeno, biomasse, geotermico…) prima di approdare all’esaurimento definitivo. Il problema non è quindi “se”, ma “quando”.

L’altalena dei prezzi Le impennate del prezzo del petrolio non sono cosa nuova: a partire dal 1965 si sono verificati cinque picchi nel prezzo del greggio, ognuno dei quali è stato seguito da un periodo di recessione economica di diversa gravità. I picchi maggiori furono i primi due. Con il primo shock petrolifero, nel 1973, il prezzo del petrolio venne più che raddoppiato e raggiunse il corrispettivo attuale di circa trentacinque dollari al barile. La causa scatenante fu un embargo imposto dall’Opec (l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) e promosso dall’Arabia Saudita in risposta al chiaro appoggio offerto a Israele dagli Stati Uniti al tempo della guerra dello Yom Kippur. La fornitura di greggio si ridusse solamente del nove per cento e la crisi durò non più di qualche mese, ma il suo effetto fu semplice e impossibile da dimenticare per i testimoni dell’epoca: si scatenò il panico generale. L’embargo ebbe vita breve, in parte perché i Sauditi temevano che, se l’avessero prolungato, avrebbero dato vita a una depressione globale che avrebbe messo in ginocchio le economie occidentali e di conseguenza anche la loro. Di fatto, il pur breve embargo provocò una terribile recessione economica. Il secondo – e più tremendo – shock petro-

lifero fu innescato dalla deposizione dello scià di Persia nel 1979, e prolungato dallo scoppio della guerra fra Iran e Iraq nel 1980. Se il primo shock non fece salire il prezzo del greggio così in alto come in questi giorni, il secondo lo fece schizzare a più di ottanta dollari al barile in valuta attuale. Si diffuse nuovamente il panico, sebbene le forniture globali si riducessero solamente del quattro per cento. La crisi si concluse nel 1981, quando i prezzi precipitarono, fondamentalmente per tre motivi. Primo, l’Arabia Saudita aprì i rubinetti: grazie ai suoi enormi giacimenti, scoperti fra gli anni Quaranta e Cinquanta, era in grado di agire da swing producer, ossia poteva aumentare la sua produzione di petrolio per abbassare i prezzi oppure diminuirla per farli impennare, proprio come aveva fatto nel 1973. Secondo, arrivò sul mercato il nuovo greggio proveniente da giacimenti giganti collocati in regioni più stabili del pianeta, fra cui il Mare del Nord. Terzo, governi e compagnie private fecero largamente ricorso alle proprie riserve di petrolio. Questi tre motivi dovrebbero essere in cima alla lista delle ragioni per cui dovremmo allarmarci oggi, poiché se dovessimo affrontare un nuovo shock petrolifero, non potremmo più risolvere la situazione allo stesso modo. Come abbiamo visto esistono buone ragioni per credere che l’Arabia Saudita si stia avvicinando al proprio picco nella produzione di petrolio, o che l’abbia già raggiunto, e perciò non potrà più fungere da swing producer. In secondo luogo, i pessimisti temono che non ci siano più giacimenti giganti da scovare, né tantomeno


intere province petrolifere come il Mare del Nord. Infine, le scorte disponibili non sono sufficienti a soddisfare la domanda attuale.

Concludendo… Questi ultimi cinquant’anni di crescente dipendenza dal petrolio sarebbero difficili da comprendere persino se sapessimo di possederne riserve inesauribili. Tuttavia, ciò che rende ancora più sconcertante l’entità di questa assuefazione globale è che, per tutto il tempo in cui ci stavamo infilando in questa trappola, abbiamo sempre saputo che le riserve di petrolio sono limitate. Agli attuali livelli di consumo, il serbatoio mondiale inizierà ad andare in riserva – a fronte della crescente domanda di carburanti – molto prima della fine del secolo. È un dato di fatto indiscutibile, bisogna solo capire quando accadrà. Ma allora perché non ci siamo attivati per anticipare l’introduzione di fonti energetiche alternative alla dipendenza da petrolio? Idrogeno, biocarburanti, pile a combustibile e batterie più avanzate sono alcune delle tecnologie che in futuro potranno fornire energia per i trasporti, mentre l’energia solare e altre fonti alternative possono generare l’elettricità necessaria per scomporre l’acqua in idrogeno e caricare le batterie. Sappiamo anche questo da decenni, come sappiamo che se adottassimo norme di risparmio energetico e trasporti di massa innovativi potremmo risparmiare interi giacimenti di petrolio. Forse queste alternative non riusciranno a rimpiazzare il greggio né in tempi brevi né con facilità, se pensiamo allo spazio minimo che

occupano nei mercati attuali. Ma funzionano, e in gran parte dei casi attendono da anni un semplice via libera. Questa situazione, a prescindere dall’“ingenuità” umana, è stata creata ad arte: viviamo in una società che più di trent’anni fa è stata capace di mandare un uomo sulla Luna, siamo proprio sicuri che non avremmo potuto trovare un sostituto del petrolio se l’avessimo voluto veramente? Prima si smette di rimuovere il problema e si comincia a programmare la transizione, più garanzie ci sono che questa possa avvenire nel modo più democratico e meno doloroso possibile, anche se le rinunce, dal punto di vista dei consumi, non saranno poche. Rimandare le impopolari decisioni da prendere per affrontare la crisi, e anzi negare perfino l’esistenza del problema, significa lasciare il timone nelle mani di chi il problema lo conosce bene e ha già pronta una soluzione: difendere con le unghie e con i denti il proprio modello di consumo andandosi a prendere il petrolio dove c’è, e spremere fino all’ultimo i profitti da una riserva sempre più sovvenzionata (per cercare giacimenti probabilmente inesistenti) e sempre più redditizia (per via dell’aumento esponenziale del prezzo delle ultime scorte). q

Bibliografia Aldo Rizzo (2005): Le chiavi della geopolitica a colpi di barile. La Stampa, 12 ottobre 2005 Ugo Bardi (2003): La fine del petrolio. Editori Riuniti. Sabina Morandi (2006): Petrolio: fine dei giochi. Editoriale su: www.vasonline.it Paul Roberts (2005): Dopo il petrolio – Sull’orlo di un mondo pericoloso. Einaudi AA.VV. (2005): L’Energia. Vol. 1 – Enciclopedia della Scienza. Federico Motta Editore Guido Rampolli (2006): I giacimenti del potere – A chi appartiene oggi il petrolio. Mondadori S. Enderlin, S. Michel, P. Woods (2004): Pianeta petrolio – Sulle rotte dell’oro nero. Il Saggiatore Jeremy Leggete (2006): Fine corsa – Sopravviverà la specie umana alla fine del petrolio? Einaudi Nicola Pedde (2001): Geopolitica dell’energia. Carocci AA.VV. (2006): L’energia al potere. Aspenia, n. 32, febbraio 2006 Alessandro Volpi (2003): Le società globali: risorse e nuovi mercati. Carocci AA.VV. (2005): L’energia di domani per un futuro sostenibile. “Energetica” Roma, 21-22 giugno 2005. Somedia AA.VV. (2002): Le risorse energetiche. A cura di Carlo Bernardini. Le Scienze Quaderni n. 129. Dicembre 2002 Erich Follath (2006): La guerra delle risorse. Internazionale, n. 644, 2 giugno 2006 Ugo Spezia (2005): Energia: quale futuro? Le Scienze n. 442, giugno 2005 Colin J. Campbell, Jean H. Laherrère (1998): La fine del petrolio a buon mercato. Le Scienze n. 357, maggio 1998


di Fabio Manzione

Mar Mediterraneo: lo stato ambientale non migliorerà fino a quando non ci sarà la volontà politica di fare osservare la legislazione ambientale presente e futura. “Problemi prioritari nell’ambito del Mediterraneo”, una relazione congiunta dell’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) e del Piano d’Azione del Mediterraneo dell’UNEP, è stata diffusa in occasione di una recente riunione delle parti contraenti della Convenzione di Barcellona. Questa relazione, che affronta i problemi attuali ed emergenti legati all’inquinamento, oltre a delineare un quadro a livello regionale, fornisce anche un profilo per ogni paese del Mediterraneo. Oltre all’inquinamento derivante da fonti terrestri e dai trasporti marittimi, la relazione affronta le sfide emergenti all’ecosistema della regione. Tra esse si annoverano la rapida espansione dell’acquacultura - l’allevamento di molluschi e pesci, l’introduzione di nuove specie e le continue invasioni biologiche di colonie di alghe pericolose. Vecchie e nuove minacce alla salute del nostro mare necessitano di una legislazione più rigorosa per affrontare le sfide ambientali rivolte alla regione del Mediterraneo, anche se la relazione ammonisce che la legislazione futura rimarrà inefficace senza la volontà politica dei paesi coinvolti. “Il Mediterraneo, la più grande destinazione turistica presente sulla terra, evidenzia un processo di distruzione dell’habitat e di alterazione fisica che potrebbe andare al di là di quanto si è osservato. Per quanto sembri che il tasso di sfruttamento delle risorse marine si sia stabilizzato, il livello dei danni è allarmante. La prima priorità nella gestione ambientale nella regione del Mediterraneo è

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l’applicazione della legislazione ambientale esistente” afferma la professoressa Jacqueline McGlade, direttore esecutivo dell’AEA. Il principale problema nei paesi del Mediterraneo meridionale e orientale è il trattamento inadeguato dei rifiuti urbani, ulteriormente aggravato dalla crescita nel turismo. Qui, si riscontra la mancanza della tecnologia e delle condizioni economiche per affrontare problematiche di carattere ambientale. Nei paesi della sponda nord, sempre secondo la relazione, il principale problema è l’inquinamento dovuto ai prodotti chimici. Nel futuro delle coste del Mediterraneo c’é anche un mare fatto di cemento e affollatissimo. “Il 40% dei litorali è stato già cancellato e la stima è che entro il 2025 oltre il 50% delle coste sarà ricoperto dal cemento” ha spiegato Paul Mifsud, coordinatore del MAP/UNEP, il programma ambiente Mediterraneo delle Nazioni Unite in occasione della presentazione del rapporto sullo stato di salute dei litorali del Mare Nostrum. Secondo i dati riportati dal dossier, il numero delle città presenti sui litorali dei 21 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo è quasi raddoppiato dalla scorsa metà del secolo, passando da 318 nel 1950 a 584 nel 1995. L’Italia in questo caso detiene il primato, con 196 comuni, che rappresentano da soli quasi un terzo di tutti i territori urbanizzati presenti nel Mediterraneo. Con il cemento aumenta anche la popolazione: altri 20 milioni di abitanti,


entro il 2025, faranno compagnia ai 70 milioni gia registrati nel 2000. Cifra che diventa una vera e propria invasione se si pensa all’aggiunta del flusso di turisti, che tra vent’anni saranno in 312 milioni durante la bella stagione, contro i 175 ospiti fissi attuali. Una prospettiva nera per un contesto come quello del Mediterraneo, che con i suoi 46.000 km di coste ricopre solo lo 0,8% della superficie acquatica terrestre, ma contiene da solo il 7% di tutte le specie marine conosciute nel mondo. Ad affollare questo straordinario scrigno di vita sono 580 specie di pesci, 21 di mammiferi marini, 48 squali, 36 razze e 5 tartarughe, oltre a 1289 specie vegetali marine. Per questo la regione del Mare Nostrum viene annoverata tra i 25 punti nevralgici mondiali per la biodiversità, dove tanta ricchezza (il 75% di queste specie) si concentra proprio nella zona costiera, che fino a 50 metri di profondità costituisce solo il 5% dell’intero bacino. Secondo Mifsud: “Il rapporto AEA-MAP/UNEP potrebbe essere utilizzato per concentrarsi su opzioni politiche alternative per aiutare i decisori politici regionali e nazionali a sviluppare azioni di politica che potrebbero avere un effetto positivo sull’ambiente marino del Mediterraneo”. È possibile accedere alla versione online del rapporto “Priority issues in the Mediterranean environment” (Problemi prioritari nell’ambito del Mediterraneo) a questo link: http://reports.eea.eu.int/mediterranean2005

Aree industriali: sono 4.400 le aree inquinate in Italia, solo il 10% è stato recuperato In Italia le aree censite come potenzialmente inquinate sono circa 12mila, mentre quelle dove la contaminazione è già accertata sono 4.400. Di queste soltanto il 10% è stato finora bonificato, mentre il 60% è ancora fermo alla

fase di caratterizzazione (ovvero all’analisi preliminare) e gli interventi di bonifica sono stati effettivamente avviati solo nel 30% dei casi. Le tecnologie per il recupero dei siti contaminati non mancano, anzi sono sempre più avanzate, ma i costi per la loro applicazione sono ancora troppo elevati e la legislazione in materia non sempre adeguata. È quanto hanno riferito gli esperti in apertura della Conferenza internazionale sulla bonifica dei siti contaminati “Bosicon 2006”, svoltasi recentemente presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza di Roma. L’evento è stato promosso dal Centro Interuniversitario di Tecnologia e Chimica dell’Ambiente (C.I.T.C.A.) con il supporto del Ministero dell’Ambiente e il patrocinio della Presidenza della Camera dei Deputati. Le cifre delle aree inquinate (fornite dall’Apat, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici) si riferiscono al 2004 ma da allora la situazione del risanamento non ha fatto grandi passi avanti. In alcune zone della Penisola, soprattutto quelle ad alta concentrazione industriale, l’allarme resta alto. «Emblematico il caso della Rada di Augusta in Sicilia – afferma il professor Carlo Merli, direttore del C.I.T.C.A. – dove è accertato che le concentrazioni di mercurio sono 1.000 volte superiori ai limiti ambientali».

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A rischio anche la situazione dei 50 siti di interesse nazionale (Sin) su cui ha competenza il Ministero dell’Ambiente: corrispondono a circa il 2% dell’intero territorio nazionale e sono prevalentemente aree industriali utilizzate per produzioni petrolifere, petrolchimiche o minerometallurgiche, da Manfredonia a Porto Marghera, da Napoli Orientale a Taranto. Ma chi paga per il danno ambientale? «Il decreto 471/99 stabilisce l’obbligo di bonifica per il soggetto che ha provocato l’inquinamento, – prosegue il professor Merli – In alcuni casi le responsabilità sono certe, ma in presenza di una contaminazione generalizzata, come per esempio nel golfo di La Spezia, non è possibile risalire al diretto responsabile, perché le attività industriali nell’area sono molteplici e la contaminazione è presente da anni. Dunque gli interventi di risanamento ricadono sulle casse dello Stato». Gli esperti parlano di almeno 2.800 milioni di euro necessari al completamento delle principali attività di bonifica a livello nazionale, ma i fondi sinora stanziati dalla Pubblica Amministrazione ammontano a circa 550 milioni di euro.

Luci e ombre per i diritti umani nel mondo Segnali di speranza per i diritti umani, indeboliti dalle false promesse dei governi che hanno voce in capitolo emergono dal rapporto annuale di Amnesty international, presentatonei giorni scorsi. «I governi, da soli o collettivamente, hanno paralizzato le istituzioni internazionali - si legge in una nota - dilapidato risorse pubbliche per perseguire obiettivi di sicurezza limitati e di corto respiro, sacrificato valori in nome della “guerra del terrore” e chiuso gli occhi di fronte a violazioni dei diritti umani su scala massiccia». I dati sono allarmanti: almeno in 104 Paesi del mondo sono state registrate torture e maltrattamenti a opera di forze di sicurezza, di polizia e da parte di pubblici ufficiali, in

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21 Paesi per mano di gruppi armati. Sono state eseguire 2.148 condanne a morte in 22 Paesi, ne sono state emesse 5.186. In America è stata eseguita nel North Carolina la millesima condanna a morte dal 1997, anno di ripresa delle esecuzioni. L’Iran è l’unico Paese al mondo che nel 2005 ha continuato a eseguire condanne a morte anche nei confronti di minorenni. Nel rapporto di Amnesty International viene giudicata inadeguata l’azione delle Nazioni Unite e dell’Unione africana nel Darfur. L’associazione ritiene l’Iraq affondato in un vortice di violenza settaria, mentre Israele e i territori occupati sono scomparsi dall’agenda internazionale. L’organizzazione denuncia anche la brutalità e l’intensità degli attacchi dei gruppi armati che nel 2005 hanno avuto come conseguenza un alto tributo di vite umane. La richiesta di giustizia, però, ha fatto qualche passo avanti con i primi mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Uganda. Ai parlamentari della XV legislatura Amnesty invia una richiesta precisa per tutelare i diritti umani in Italia e nel mondo. A deputati e senatori chiede, dunque, di prevenire e punire la tortura, introducendo un reato specifico nel codice penale, di approvare una legge organica sul diritto di asilo che garantisca una protezione effettiva ai rifugiati, di mettere sotto controllo il commercio delle armi, di


confermare l’impegno contro la pena di morte, di assicurare che la normativa antiterrorismo sia in linea con gli standard internazionali sui diritti umani. E, ancora, di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani e promuovere una legislazione che favorisca l’eliminazione di ogni violenza contro le donne. Chiede, inoltre, di attuare lo statuto della Corte penale internazionale introducendo i necessari ritocchi al codice penale e a quello di procedura penale. A livello internazionale Amnesty chiede alle Nazioni Unite e all’Unione africana di affrontare il conflitto e gli abusi dei diritti nel Darfur, alle Nazioni Unite di avviare i negoziati per un trattato internazionale che regolamenti il commercio delle armi, all’amministrazione Usa di chiudere Guantànamo Bay e rendere noti nomi e luoghi di detenzione di tutti i prigionieri della “guerra del terrore”. L’invito al nuovo Consiglio ONU dei diritti umani è di insistere nel pretendere gli stessi standard di rispetto dei diritti umani da parte di tutti i governi.

Energia: risparmiare si può La Commissione europea ha recentemente pubblicato in sordina un piccolo “Libro Verde”, di 46 pagine, che espone una dettagliata guida alla sopravvivenza: una roadmap di ciò che ogni singolo individuo, famiglia comunità e paese può immediatamente iniziare a fare per attutire l’impatto dell’aumento del costo del petrolio. Si chiama semplicemente “The Green Paper on Energy Efficiency” (scaricabi le dal sito http://ec.europa.eu/energy/efficiency/doc/2005_06_green _paper_book_it.pdf). Il sottotitolo è accattivante: “Fare di più con meno”. Una ricetta in vari punti per ridurre di 1/5 i consumi energetici europei entro il 2020. E risparmiare tanti quattrini. Il “Libro Verde” elaborato dalla Commissione europea ha il pregio della concretezza: traccia la rotta di una metamorfosi da compiere a piccoli passi su tanti fronti, senza puntare su scoperte rivoluzionarie. In base al

rapporto, gli stati membri dell’Unione europea potrebbero da soli ridurre almeno del 20 per cento del loro consumo energetico con un risparmio netto di 60 miliardi di euro all’anno, attuando rigidi programmi di conservazione dell’energia, nelle case, negli edifici commerciali, nelle fabbriche e nei trasporti. Con notevoli benefici per i consumatori: lo studio della Commissione Ue afferma che la media delle famiglie europee potrebbe risparmiare fino a mille euro l’anno attraverso sistemi e stili di vita mirati alla riduzione dello spreco di energia, compensando così gran parte dell’aumento del prezzo del petrolio. Il “Libro Verde” dell’Unione europea è colmo di dettagliate informazioni su come rivedere ogni aspetto della nostra vita per ottenere una maggior efficienza energetica. Le proposte includono: incentivi all’acquisto di auto eco-efficienti, riduzione del limite di velocità nazionale a 90 chilometri l’ora, modificare l’edilizia abitativa e commerciale installando ad esempio speciali finestre isolanti e controfinestre, utilizzando lampadine elettriche a lunga durata, immettere nuovi software negli elettrodomestici per consumare meno. q

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a cura di Fabio Manzione

Italia: ricostruiti gli ultimi 200 anni di variazioni climatiche

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a più caldo e piove di meno. Questo è il quadro sintetico che emerge dall’analisi di un database proveniente da oltre cento stazioni meteorologiche, frutto di un lungo e paziente lavoro di recupero e “omogeneizzazione” dei dati meteorologici raccolti nei più antichi osservatori d’Italia nell’arco degli ultimi due secoli. Lo studio è stato condotto da Teresa Nanni e Michele Brunetti, ricercatori dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna, in collaborazione con Maurizio Maugeri dell’Università di Milano, e pubblicato sulla rivista International Journal of Climatology. Dall’analisi del database si è osservata una crescita della temperatura media dell’ordine di

1,7°C nell’arco degli ultimi due secoli. Il contributo più forte è dato dagli ultimi 50 anni, per i quali l’aumento è stato di circa 1,4 °C. L’anno più caldo è stato il 2003, dovuto alla forte ondata di calore estiva (l’estate 2003 è stata di oltre 4 gradi superiore alla media del periodo 1961-1990); mentre l’anno più freddo è stato il 1816, noto alle cronache come “anno senza estate”, preceduto da una lunga serie di eruzioni vulcaniche, la più potente delle quali fu l’esplosione del Tambora in Indonesia. “Studiando l’andamento delle temperature minime e massime giornaliere”, spiega Teresa Nanni dell’ISAC-CNR di Bologna, “si è osservato un aumento più forte nelle prime rispetto alle seconde. Se però si considerano solo gli ultimi 50 anni la situazione è capovolta, con le temperature massime che crescono più delle minime”. Ciò significa un aumento dell’escursione termica giornaliera nell’ultimo mezzo secolo. Per quanto riguarda le precipitazioni si è registrato un leggero calo nella quantità totale annua, dell’ordine del 5% ogni cento anni. Tale diminuzione è maggiormente evidente nell’Italia peninsulare. La ricostruzione del clima italiano proseguirà ancora in futuro, con la raccolta di nuovi parametri meteorologici quali la pressione atmosferica e la copertura nuvolosa, anche se qualche risultato preliminare è già stato ottenuto per il periodo più recente: gli ultimi 50 anni sono stati caratterizzati da un aumento della pressione al livello del mare e una diminuzione della copertura nuvolosa, in accordo con quanto registrato per le temperature e per l’escursione.

Antartide: più tempo per la chiusura del buco dell’ozono

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a chiusura del buco dell’ozono sull’Antartide potrebbe slittare di qualche anno, poiché le scorte ancora esistenti di sostanze chimiche che distruggono l’ozono sarebbero maggiori di quanto era stato previsto. Lo sostengono alcuni ricercatori della National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti in uno studio presentato al convegno dell’American Geophysical Union.

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Com’è noto, lo strato di ozono nell’atmosfera superiore blocca i raggi ultravioletti dannosi. Gli scienziati sono convinti che, in assenza di forti emissioni chimiche da parte dell’uomo, lo strato di ozono possa lentamente ripristinarsi da solo. Dopo il protocollo di Montreal del 1987, che metteva al bando la produzione di queste sostanze chimiche, la comunità scientifica aveva previsto che attorno al 2050 l’ozono antartico avrebbe nuovamente raggiunto i livelli del 1980. L’accordo, però, non vietava l’utilizzo delle sostanze chimiche già esistenti. In base ai dati presentati da John Austin e colleghi, queste riserve nei paesi sviluppati potrebbero essere maggiori di quanto si pensava inizialmente. Le loro emissioni, dunque, potrebbero rimandare al 2065 il raggiungimento dei livelli del 1980.

Cambiamenti climatici: cercasi collaboratori su Internet

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l primo, celebre, esempio è stato Seti@home. Messo a punto dall’università statunitense di Berkeley, il software consente di far parte di un progetto per analizzare segnali extraterrestri, alla ricerca di qualche forma di vita nello Spazio. In che modo? Usando la capacità di calcolo non sfruttata di tutti i computer (connessi a Internet) dei partecipanti al progetto. Ora è il turno del clima. L’esperimento si chiama Climate change e a metterlo in piedi è stata la britannica Bbc. Collegandosi al suo sito (www.bbc.co.uk/sn/hottopics/climatechange) in pochi istanti è possibile iscriversi e iniziare a partecipare al calcolo. Si tratta del più grande esperimento di previsione del clima mai pensato. Attualmente operazioni di questo tipo si fanno attraverso supercomputer che hanno il compito di analizzare miliardi di bit di informazioni (provenienti da satelliti, stazioni di terra e altri sensori) e trasformarli in previsioni di lungo periodo. Il principale problema di predire i cambiamenti climatici è infatti proprio la grande mole di dati (temperatura dell’aria o degli oceani, per esempio) che un calcolatore deve elaborare per essere il più preciso possibile. Per questo gli scienziati si affidano a supercomputer. “Ma il più delle volte tutte le informazioni sono difficilmente gestibili da una sola macchina”, spiega Paolo Sottocorona,

meteorologo di La7: “Per questo è meglio polverizzare il calcolo e affidarlo a più elaboratori”. Il progetto della Bbc è diviso in due fasi. La prima, subito dopo l’iscrizione: a ognuno dei partecipanti viene dato un modello che, partendo dal 1920, deve elaborare previsioni fino al 2000. I modelli che al termine della prima fase saranno vicini alla realtà accederanno alla seconda parte dell’esperimento, in cui i computer dovranno prevedere i cambiamenti climatici da oggi fino al 2080. I risultati finali verranno inviati all’università di Oxford per essere studiati. Secondo gli ideatori del progetto i computer più veloci impiegheranno fra i tre e i quattro mesi a completare l’esperimento, mentre quelli più lenti anche nove. Al momento gli iscritti sono quasi 100 mila, 300 in Italia. “Al di là degli aspetti scientifici e tecnologici”, continua Sottocorona, “mi sembra interessante la modalità che coinvolge il più ampio numero possibile di persone, ognuna delle quali offrirà un

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piccolo contributo per un progetto così grande. Credo che avrà molto successo, anche nel nostro paese, dove gli appassionati di clima e meteorologia non mancano di certo”. Un modello simile, infatti, potrebbe essere usato anche per previsioni a più breve termine. In Italia, per esempio, le stazioni ufficiali sono circa 100, ma molte di più sono quelle amatoriali. I proprietari di queste stazioni, attraverso forum on-line, si scambiano in continuazione le informazioni a loro disposizione per effettuare previsioni. “Purtroppo questo patrimonio di dati ancora non viene sfruttato al meglio ed è un errore”, conclude Sottocorona: “Un anno e mezzo fa, per esempio, alcuni appassionati, dopo aver fatto diversi calcoli, mi segnalarono che le previsioni dell’Enav nella zona di Linate non erano precise. Avevano ragione loro”.

“Terra Futura”: Mostra-convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità

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’emergenza gas scattata negli ultimi tempi, il crescente costo del petrolio, l’improrogabile necessità di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra e molte altre gravi problematiche ci impongono con urgenza una riflessione e ci sollecitano, oltre le questioni energetiche, a scoprire “strade alternative” a un modello socio-economico da più parti criticato. In questa direzione si impegna Terra Futura, la mostra-convegno sulle buone pratiche della sostenibilità che si tiene per il terzo anno consecutivo a Firenze, Fortezza da Basso, dal 31 marzo al 2 aprile 2006. Tre giornate dedicate a progetti, esperienze e iniziative che sperimentano modelli di sostenibilità sul fronte economico, sociale e ambientale; un modo per dimostrare che il “futuro che vogliamo” trae origine dalle azioni quotidiane e dalle scelte di enti e istituzioni, imprese, associazioni, privati cittadini.

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“La nostra Terra Futura: oltre il petrolio, oltre l’ingiustizia” è il titolo di Terra Futura 2006 (per informazioni consultare il sito web: www.terrafutura.it). Attraverso il suo programma culturale e le numerose iniziative e buone pratiche messe in mostra nell’area espositiva, Terra Futura vuole promuovere un nuovo modello socioeconomico-ambientale partendo dalla consapevolezza che le questioni sociali, ambientali ed economiche sono inscindibili. La tutela dell’ambiente non può prescindere dalla battaglia contro le ingiustizie, la finanza etica non può agire senza il rispetto dei popoli, i diritti dei lavoratori non trovano spazio senza abbattere lo sfruttamento. L’importanza di creare un percorso comune è dimostrato anche dall’impegno dei partner dell’evento: realtà molto diverse che, per la prima volta allo stesso tavolo, operano per individuare insieme risposte concrete a queste sfide. La “strada comune” a Terra Futura prenderà forma in tre spazi dedicati agli stimoli culturali: la Piazza dedicata ai convegni, dove relatori, esperti, responsabili istituzionali condivideranno la loro conoscenza, l’Arena, dove saranno presentate nella pratica le buone prassi per il cambiamento e il Circolo dove sarà dato libero spazio al dibattito e alla conversazione con i “portatori del nuovo pensiero”.


a cura di Fabio Manzione

Innalzamento del mare ed erosione costiera non riguardano solo le piccole isole

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itorna periodicamente, quasi come una notizia da festività estive ed invernali, il problema dell’innalzamento del mare e ci accorgiamo che il riscaldamento globale, che da noi fa sbocciare i ciliegi in inverno, è un dramma concreto per i 40 piccoli Stati insulari e costieri dell’Alliance of Small Island States che riunisce isole del Pacifico, dell’Africa e dei Carabi dai nomi esotici e difficili da rintracciare sulla carta geografica, ma anche isole grandi come Cuba, Papua Nuova Guinea, e nazioni continentali come il Belize, la Guyana e la Guinea Bissau che vedono avanzare il pericolo per i loro arcipelaghi, barriere coralline, foci di grandi fiumi e basse pianure costiere. Il recente caso dell’isola di Lohachara, cancellata dal reticolo di isole che dividono il delta del Gange dal Golfo del Bengala, è l’ultimo episodio di un abbandono graduale davanti al mare che avanza inesorabilmente e che sta provocando migliaia di profughi ambientali e la probabile sparizione di piccoli Stati insulari come Vanuatu, Kiribati, Toukelau, Maldive, Marshall, e di ampie pianure fluviali del Bangladesh e dell’Egitto, fino a sommergere grandi aree di città costiere. Ma non sono solo gli atolli corallini dell’Oceania e le coste più basse ad essere a rischio, perché all’innalzamento dei mari (e all’opera dell’uomo) si accompagna l’erosione costiera che procede sempre più rapidamente. Il problema riguarda anche la ricca Europa, dove quasi il 20% delle coste sono a rischio erosione ed il mare si mangia 15 km2 di terra ogni anno, con costi di “mitigazione” e ripascimento di spiagge che nel 2001 erano valutati intorno a 3 miliardi e 200 milioni di euro. Fenomeni che da noi hanno solo parzialmente origini naturali e che dipendono soprattutto dall’urbanizzazione della fascia costiera, dalle opere di regimazione dei fiumi, dalla riduzione della vegetazione costiera. In Italia si stimano 1.704 chilometri di costa in erosione e quasi 1.100 km di costa con protezioni artificia-

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li, delle quali la metà è già in erosione, ed un’urbanizzazione entro una fascia di 10 km. dalla costa veramente preoccupante: il 74% del territorio, il più alto tasso di urbanizzazione costiera d’Europa ed uno dei maggiori al mondo.

La vittoria dei Boscimani

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a corte di Lobate (Botswana) ha giudicato incostituzionale il programma di espulsione dei Boscimani dalla riserva del Kalahari, portato avanti dal governo nel 2002. Di conseguenza, il popolo più antico dell’Africa subsahariana ha il diritto di poter tornare nella riserva, abbandonando i centri abitati esterni alla riserva dove i Boscimani vivono ormai da 4 anni. Ormai poco più di mille, i Boscimani del Kalahari sono gli ultimi discendenti di una comunità di cacciatori che hanno vissuto in Botswana per 20 mila anni. L’arrivo dei Bantu dall’Africa centrale prima e dei colonialisti poi fu uno choc per le comunità cacciatrici del Kalahari, destinate a perire o ad essere assimilate. Oggi, circa 100 mila Boscimani vivono in Botswana e in Namibia, ma poco più di un migliaio continuano a seguire le antiche usanze. L’ultimo, decisivo colpo a questa antica comunità sembrava quello inferto nel 2002 dal governo, che aveva deciso di espellere dalla riserva i Boscimani perché, con il loro stile di vita, minacciavano l’ecosistema e la fauna della riserva. Una motivazione che i Boscimani hanno sempre respinto, accusando il governo di volersi appropriare delle loro terre per i ricchi giacimenti di diamanti ospitati nella regione. «Questa è la nostra vittoria, la vittoria del nostro popolo. È un tributo per tutti i Boscimani che sono morti per la causa. La terra è nostra, finalmente, e i nostri diritti sono stati riconosciuti. E per questo continueremo a festeggiare a lungo», ha commentato felice Jumanda Gakelebone, che negli ultimi quattro anni ha lottato per riavere la terra strappatagli dal


governo del Botswana. Il governo del Botswana ha accettato la sentenza, dichiarando che non si appellerà. Un’eventualità che, stando a Jumanda, non ha mai preoccupato più di tanto i Boscimani: «In questo momento vogliamo solamente festeggiare questo storico momento. Nessuno potrà più disconoscere i nostri diritti su quelle terre». In effetti la sentenza era vista alla vigilia come un test storico anche a livello internazionale, perché avrebbe stabilito un precedente sulla possibilità o meno dei governi di rimuovere legalmente una comunità dalla propria terra di origine. I Boscimani si augurano che la sentenza possa ora aiutare anche gli altri popoli indigeni che lottano per i loro diritti in tutto il mondo.

Approvata la legge salva-foresta in Brasile

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l presidente brasiliano Lula ha firmato una nuova legge per la protezione della foresta atlantica del Brasile, un habitat ad altissimo rischio di estinzione. La legge è arrivata alla dirittura di arrivo dopo ben 14 anni di estenuante iter parlamentare. La foresta (detta Mata Atlantica in portoghese) è una regione distinta dall’Amazzonia che si estendeva originariamente per oltre un milione di km² e occupava anche la parte orientale del Paraguay. Oggi ne sopravvive si e no il 7-8% . Lula, che un recente sondaggio ha consacrato come il migliore presidente della storia del Brasile, ha elencato i progressi ambientali degli ultimi quattro anni, tra cui la legge per la gestione pubblica delle foreste e la riduzione della deforestazione, che è stata ridotta del 52%. La nuova legge fornirà incentivi economici ai proprietari che conserveranno la foresta e che avvieranno il suo recupero e ridurrà lo sfruttamento economico della giungla a progetti di sviluppo sostenibile. È stato inoltre stanziato un fondo speciale per aiutare la rigenerazione di aree a rischio non ancora completamente distrutte.

Approvato REACH, il nuovo regolamento europeo sulle sostanze chimiche Il Parlamento Europeo ha licenziato il REACH, il nuovo Regolamento europeo sulle sostanze chimiche - destinato a sostituire la legislazione europea nata più di 40 anni fa - che avvia l’Europa verso un nuovo approccio alla regolamentazione delle sostanze chimiche. In Europa non sarà più consentita la circolazione di sostanze (prodotte o importate in quantità superiori a 10 tonnellate/anno per produttore) non registrate e prive di documentazione sui relativi rischi per salute e ambiente e sulle relative misure di prevenzione necessarie per evitarli. Si introduce un dispositivo di sostituzione per alcune categorie di sostanze chimiche pericolose - PBT [persistenti, bioaccumulative e tossiche] e CMR [cancerogene, mutagene e tossiche per la riproduzione] - con alternative più sicure, ove disponibili, ma anche in questo caso la loro sostituzione non è automaticamente obbligatoria. Le informazioni di sicurezza riguarderanno l’intero ciclo di vita della sostanza, che parte dalla produzione e attraversa l’utilizzo professionale, il consumo e termina con lo smaltimento. Gli utilizzatori professionali potranno richiedere e ottenere informazioni sulla presenza di sostanze chimiche pericolose nei prodotti. Anche i consumatori avranno accesso (su richiesta) a un certo numero di informazioni sulle sostanze presenti negli articoli di loro utilizzo, ma limitatamente alla presenza di sostanze molto problematiche. Le associazioni ambientaliste e quelle dei consumatori considerano REACH, nel testo approvato dal Parlamento, un passo necessario ma non sufficiente per tutelare la salute e l’ambiente dalle sostanze chimiche pericolose. Per i decisori politici europei si apre ora una partita decisiva: dovranno vegliare sulla nuova Agenzia europea delle sostanze chimiche, a Helsinki, affinché possa operare in modo corretto e garantire una piena applicazione del REACH.

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