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UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TORINO ———

FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA

Corso di Laurea in Comunicazione per le Istituzioni e le Imprese

Tesi di Laurea in: Storia dei mezzi di comunicazione

Riti notturni: il concerto rock dagli anni Cinquanta ad oggi

Relatore: Prof. Peppino Ortoleva

Candidato: Alessandro Amendolara

____________________________

ANNO ACCADEMICO 2007/2008


Indice

Indice

2

Introduzione

5

1. Storia ed evoluzione dei concerti e dei festival rock

16

1.1 Anni Cinquanta: le origini

16

1.2 Anni Sessanta: la nascita di una (contro)cultura

23

1.3 Anni Settanta: il decennio lungo del secolo breve

36

1.4 Anni Ottanta: dall’edonismo di MTV all’impegno umanitario

51

1.5 Anni Novanta: dalla globalizzazione alla rivoluzione digitale

68

1.6 2001, Odissea a New York: “Cancella il debito!”

86

2. Il concerto come rito sociale di aggregazione 2.1 Analizzare i fenomeni della musica leggera: un paradigma teorico

101 103

2.1.1 Alcune definizioni di “cultura”

103

2.1.2 Cultura di massa o cultura pop?

107

2.1.3 Il pop e la cultura giovanile secondo Adorno

113

2.2 Sopra e sotto al palco: il concerto come rituale

128

2.2.1 La socialità dell’evento

128

2.2.2 Un punto di vista prossemico

137

2.2.3 Il valore del rito nel lungo periodo

148

2.3 Riti paralleli della “gente della notte”: dalla discomusic al rave party

3. Economia e gestione del concerto 3.1 L’ organigramma del sistema musica

166

181 182

3.1.1 L’artista

182

3.1.2 Il manager

187

3.1.3 Assistente Personale, Legale/Finanziario ed Ufficio Stampa

189

3.1.4 Le case discografiche

191

3.1.5 I mezzi di comunicazione

208


Radio e televisione

210

La stampa

216

Rivoluzione digitale e nuovi media

219

3.2 La produzione del concerto

230

3.2.1 Il valore sociale ed economico del concerto

230

3.2.2 La produzione artistica ed industriale del concerto

235

3.2.2.1 Organizzazione dell'evento

237

3.2.2.2 Promoter

242

3.2.2.3 Circuiti di musica live

250

3.2.2.4 Concerto e mass-media

251

3.2.3 La gestione finanziaria del concerto

259

Conclusioni

268

Appendice al Capitolo 1

273

1952: “Moondog’s Rock and Roll Party”

273

1967: “Monterey Pop Festival”

274

1969: “Woodstock Music & Art Fair: 3 days of peace & music”

277

1970: “Isle of Wight Festival”

281

1985: “Live Aid”

285

2005: “Live 8”

289

Appendice al Capitolo 3

300

1. “L’Italia dei concerti”

300

2. Mappa dei concerti e top ten dell’anno 2007

301

3. Dati complessivi SIAE relativi al settore spettacolo nel 2007

302

4. Vendita di musica in Italia

303

5. Vendita di musica negli Stati Uniti

305

6. “Digital Music Report” 2007/2008

306

Bibliografia

308

Sitografia

309

Video/Discografia citata

311


Introduzione “We're Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band We hope you will enjoy the show We're Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band Sit back and let the evening go…” (The Beatles, 1967)

Posti di fronte a termini come “concerto” o “festival” rock, qualunque sia la nostra fascia anagrafica, i due vocaboli ci rimandano immediatamente a significati abbastanza uniformi: relativamente al primo termine, intenderemo, perciò, un'esecuzione musicale dal vivo, vocale e/o strumentale, di un artista o di un gruppo musicale, con una durata media di circa novanta minuti, [che può aver luogo in una struttura] adibita per poterla ospitare, normalmente su di un palcoscenico (collocato all'interno di un teatro, uno stadio, una piazza, un parco, un palazzetto dello sport, una discoteca, ecc.) dove vengono sistemati i vari strumenti musicali necessari per l'esecuzione dal vivo, gli impianti audio/luci, le scenografie, le apparecchiature per gli effetti speciali1; si tratta invece di un festival, o di megaraduno che dir si voglia, una manifestazione ruotante principalmente attorno allo svolgimento di concerti, in uno o più giorni [che], più d'ogni altra tipologia di festival, e soprattutto negli ultimi anni, è divenuta in più casi un contenitore per ulteriori attività extramusicali quali per esempio il cinema, la danza, la performance, la letteratura, la poesia2. Ma andando oltre alla semplice definizione enciclopedica dei due termini che prenderemo in considerazione lungo le pagine di tutti e tre i capitoli della 1 2

http://it.wikipedia.org/wiki/Concerto_(evento_musicale) http://it.wikipedia.org/wiki/Festival_musicale

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nostra dissertazione, quali sono le dimensioni entro cui questi possono essere ulteriormente determinati in maniera ancor più esaustiva? Una prima modalità con cui è possibile analizzare un fenomeno è quella storica, ed è appunto la via che abbiamo intrapreso con il primo capitolo, intitolato “Storia ed evoluzione dei concerti e dei festival rock”, dove, procedendo in ordine cronologico fino ai nostri giorni, si tenterà di mostrare le varie tappe del processo che ha portato il concerto da semplice esibizione di gruppi musicali all’interno di modeste sale, fino alla forma attuale di mega-evento spettacolare, eseguito da rinomate band e da professionisti del settore. La nostra partenza, perciò, non potrà diversamente essere collocata che negli anni Cinquanta, il periodo in cui negli Stati Uniti il rock and roll vide i propri natali. Questo genere musicale porta con sé una propria particolare estetica e tutta una serie di mode correlate, tra cui quella di riunirsi in sale e ballarlo sulle note dei gruppi che lo suonavano dal vivo durante queste occasioni: è la prima forma nota di concerto rock. Con l’istituzionalizzazione di questo genere da parte delle radio e dei dischi incisi, il rock and roll non è più fenomeno di nicchia, ma diventa il tratto distintivo dei giovani di quegli anni, americani e non. Per questo motivo il rock and roll comincia a circolare in varie forme tra cui proprio quella del concerto, i cui tratti tipici vengono esportati anche al di qua dell’Atlantico, raggiungendo per prima l’Inghilterra e poi il resto dell’Europa. Con gli anni Sessanta, la musica diventa la voce ufficiale di una nuova generazione in fermento, la controcultura hippie, che sulla base di principi come il pacifismo, l’esotismo, le droghe, il sesso libero e, appunto, la musica rock, fecero di questo decennio la culla ideale per il proliferarsi di una nuova forma utopica per considerare la società, che non si limitò agli ambienti musicali, ma andò a lambire i campi più disparati, da quello più prossimo come l’arte, fino a quelli della comunicazione e della politica. In

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questo decennio, dunque, i concerti diventano un momento ideale per ascoltare sia la musica, sia il messaggio che gli artisti lanciavano al proprio pubblico; e se gli artisti sembravano tutti coalizzati a favore dell’ideale hippie, cos’altro meglio di manifestazioni di più giorni che univano la loro musica, la lettura corale di poesie, le proiezioni di documentari e, in generale, la messa in atto di ogni forma d’arte possibile e immaginabile, avrebbe potuto attrarre orde di giovani impegnati nel movimento? È la nascita dei festival, di cui Woodstock è l’emblema supremo. Gli anni Settanta, invece, segnano la consapevolezza della fine del sogno di pace e amore del decennio precedente, a favore di una più concreta e individuale cognizione per cui il futuro diventa sempre di più un’incognita. Sono comunque anni di estrema sperimentazione musicale, durante i quali sorgono nuovi grandi gruppi e soprattutto nuovi e più disparati generi musicali, in aggiunta o in opposizione al rock canonico. Se quest’ultimo vede tutta una serie di varianti come il progressive, il glam o l’hard rock, sono i nuovi generi, e l’estetica che si portano appresso, a caratterizzare i Settanta: si tratta del punk, del reggae e della discomusic. Ognuno di questi tre, a modo suo, cerca di dare una personale risposta alla domanda su cosa possa portarci il futuro: totalmente distruttivo il punk, vagamente positivo il reggae e alquanto incantata e disimpegnata la Disco. Anche il concerto, salvo rari esempi, segna un passo indietro rispetto alla magnificenza del decennio precedente. Con gli anni Ottanta si giunge ad un decennio ricco di contraddizioni fra il consumismo sfrenato ed edonistico del mondo occidentale, contrapposto all’emergere delle condizioni di estrema indigenza del cosiddetto Terzo Mondo. Al primo polo si possono accostare, quindi, la nascita di MTV, la prima televisione con un palinsesto totalmente musicale, che fece del videoclip e della totale adesione all’estetica dei nuovi idoli pop che essa veicolava, la linfa vitale della propria esistenza. Al secondo polo, di

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contro, si può associare la persona di Bob Geldof, ideatore di vari movimenti ed associazioni a favore del recupero delle condizioni di vita dei paesi sottosviluppati: una su tutte il megaconcerto organizzato nel 1985, il primo, grande “Live Aid”, al quale ne seguirono alcuni analoghi, ma di portata sicuramente minore, nel corso di tutto il decennio rimanente ed oltre. L’ultima decade del Ventesimo secolo si apre con un magnifico concerto di Roger Waters (ex membro dei Pink Floyd) a Berlino, proprio per celebrare la caduta del Muro, con l’erronea convinzione che quello fosse il simbolo per una nuova e pacifica era che stava per aprirsi. Al contrario, gli anni Novanta si caratterizzarono per tutta una serie di sanguinosi conflitti bellici, dal Medio Oriente alla Jugoslavia, verso i quali il mondo della musica non poté fare altro che organizzare eventi per raccogliere fondi che in qualche modo aiutassero le popolazioni colpite a rialzare la testa. Sono anche gli stessi anni in cui sorgono movimenti contro la “globalizzazione”, ossia un fenomeno di crescita progressiva di scambi e relazioni a livello mondiale, il cui primo effetto è una decisa convergenza economica e culturale tra i vari paesi: tradotto, i paesi sottosviluppati, già ampiamente sfruttati da quelli più avanzati, verranno addirittura uniformati al modus vivendi dei loro “colonizzatori” commerciali. Tra le varie aziende che intraprendevano questo iter, cominciavano ad affacciarsi all’opinione pubblica anche quelle dell’informatica, che proprio durante questo decennio diedero il via a quella che venne definita come “rivoluzione digitale”, i cui effetti andarono a lambire ogni ambito della nostra società (musica compresa) e continuano ancora oggi. L’ultimo decennio preso in considerazione, quello che stiamo vivendo ancora oggi, è famoso perché si apre tragicamente con le vicende dell’11 settembre 2001 e degli attacchi terroristici a New York, per le quali il mondo della musica fu tra i primi a mobilitarsi per creare eventi che cercassero di donare nuovamente dignità e voglia di ricominciare alle

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famiglie che in prima persona avevano subito tale tragedia. La voglia di fare del bene sembra il tratto di unione di questo ultimo decennio, durante il quale il gap fra i paesi industrializzati e quelli sottosviluppati diventa sempre maggiore, ed è nuovamente Geldof, con l’ausilio di Bono degli U2, ad arrivare a stretto contatto con gli ambienti della politica internazionale sensibilizzandola ed allestendo un’immensa campagna a favore della cancellazione del debito contratto dai paesi del Terzo Mondo. Il culmine di questa iniziativa è un concerto storico, di proporzioni stratosferiche, che coinvolge tutto i paesi aderenti al G8 a raccogliere maggiori fondi possibili per le persone che hanno meno possibilità: è il “Live 8” del 2005. Il paragrafo si chiude, per ovvi motivi temporali, al 2007, con una manifestazione analoga, questa volta organizzata dall’ex vicepresidente americano Al Gore in favore della salvaguardia ambientale dell’intero pianeta, denominata “Live Earth”. Ciò che caratterizza maggiormente questo decennio è come la musica, in qualche modo, si sia sostituita alla realpolitik nelle questioni più importanti che affliggono il pianeta, e che nonostante tutto sia riuscita pragmaticamente a fare qualcosa, magari non del tutto risolutivo, al contrario del lavoro di molti degli uffici istituzionali. Con il secondo capitolo, invece, intitolato “Il concerto come rito sociale di aggregazione”, tenteremo di spingerci all’interno dei fenomeni che stiamo prendendo in considerazione per cercare di capire meglio quali siano le spinte psicologiche, le motivazioni storiche e sociali per cui un concerto può definirsi un rituale, al pari di cerimonie analoghe che avevano luogo in passato come le grandi messe itineranti del Seicento, o quelle cronologicamente più prossime, come le adunate oceaniche dei regimi totalitari del Novecento. Il tutto, non prima di avere brevemente definito in maniera più dettagliata e teorica alcuni termini largamente usati nel corso del primo capitolo come “cultura”, “cultura di massa” e “cultura pop”, facendoci soccorrere dall’aiuto dei riferimenti teorici delle scienze sociali e

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di alcuni dei suoi autori che, in maniera più pertinente o meno, si sono spinti ad analizzare il mondo della musica leggera che li circondava: uno su tutti, l’esponente della scuola critica di Francoforte, Theodor W. Adorno. Il rituale vero e proprio del concerto, viene a sua volta analizzato sotto tre logiche differenti. La prima, che va ad esaminare la “socialità dell’evento”, tende a focalizzarsi su dinamiche ataviche che caratterizzano da sempre l’essere umano come il suo “bisogno di riunirsi” (per difendersi, per pregare, per divertirsi); quello di crearsi una ”aspettativa psicologica” che in qualche modo doti la propria cittadina, prescelta per l’evento, di una importanza inaspettata; la ricerca e il fascino della “figura della star”; e infine la “liberazione” dal quotidiano che il prender parte a questi eventi regala ai suoi partecipanti. Esiste poi una branca della semiotica, la “prossemica”, che studia il significato dello spazio e delle distanze nei rapporti comunicativi interpersonali, che può venirci comoda per la nostra analisi del rito. Infatti la metamorfosi del luogo quotidiano scelto per l’allestimento del concerto è un ulteriore spinta a quella particolare percezione di straordinario che questi eventi portano con sé: sarà dunque la “scenografia” utilizzata, il mutamento delle fattezze classiche del “luogo” prescelto, il “tempo” interno del rito e quello che a sua volta il rito crea all’esterno (tempo normale e tempo di festa), ed infine i ruoli e i rapporti che si creano tra chi sta sopra e chi sta sotto al palcoscenico, a rendere il concerto un’esperienza fondamentalmente unica per tutti gli appassionati che vi prendono parte. E proprio quest’ultimo aspetto, apre la strada al discorso sul “valore di questi riti nel lungo periodo”. Tutto ciò che è avvenuto durante quel particolare concerto, è un unicum oppure è semplicemente un canovaccio che gli artisti sul palco replicano ad ogni nuova data? Ma quale è, in fin dei conti, la corretta percezione di un concerto? Quella che si ha nel momento stesso in cui lo si sta vivendo o quella immediatamente dopo quando le luci

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si sono accese, tutto è finito e si torna a casa, e a mente fredda si ragiona su quello a cui si è appena assistito? E poi, il rito è quello che si vive individualmente, magari per la prima volta, oppure è quel sentimento di comunione e fratellanza che ci fa percepire come amici, come uno dei nostri, persone mai conosciute prima, delle quali tenderemo anche a copiare i loro comportamenti durante il concerto perché ci sembrano individui che sanno il fatto loro in termini di ritualità corretta? “Individualismo” e “collettività”, “vero” o “artefatto”, “novizio” o “habitué”, sono tutti termini che sorgono dall’analisi della ritualità del concerto ma che possono tranquillamente essere utilizzati anche in relazione ad una particolare ed ulteriore forma di aggregazione: la discoteca e il rave. Con questo terzo ed ultimo paragrafo del capitolo, tenteremo di fare un breve excursus riguardante la storia della “musica da ballo” moderna, partendo dal jazz negli anni Trenta e Quaranta, passando per il già citato rock and roll, e arrivando alla più convenzionale musica elettronica, dalla discomusic alla techno. L’analisi successiva va a toccare proprio il rito e le dinamiche che si mettono in pratica nelle discoteche o durante i rave, giungendo alla conclusione che se il concerto è dominato da una ritualità che predilige lo “stare insieme”, l’esperienza nei club è più da vedersi come una specie di catarsi dalle brutture del mondo esterno, ma in chiave intimamente individualista. Il terzo ed ultimo capitolo, infine, dal titolo “Economia e gestione del concerto”, cercherà di dare al lettore una visione totale del comparto della musica leggera, con tutti i suoi vari attori e le relazioni che intercorrono fra di loro. È il caso del primo paragrafo, che partendo dalla figura dell’artista e del suo staff più intimo (manager, assistente personale, legale/finanziario ed ufficio stampa), giunge al secondo gradino del sistema musica, quello industriale, formato dai due grandi pilastri dei promoter e delle case discografiche.

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Queste, generalmente suddivise in major ed indies, a seconda della loro ampiezza aziendale e soprattutto per la politica artistica che decidono di mettere in atto, sono il primo gradino che un artista ha per poter entrare dalla porta principale del sistema musica. Infatti una casa discografica, una volta optato per un certo artista, ha il compito di seguirlo, se è il caso svezzarlo, e dargli i migliori mezzi per la realizzazione del suo prodotto: per l’appunto l’album. La rivoluzione digitale, dalla metà degli anni Novanta ha totalmente scombussolato il sistema di lavoro delle etichette discografiche le quali stanno vivendo una fase di riadattamento delle vecchie logiche produttive e promozionali e, a fatica, stanno cominciando a fare proprie quelle del digitale e della sua “musica liquida”, i quali, da nemici, si stanno invece dimostrando una nuova forma di guadagno e promozione. È appunto la promozione l’ultimo gradino del sistema musica, quello formato, cioè, dai vari mezzi di comunicazione con cui un musicista potrà avere a che fare. Quello generalmente più amato dalla discografia, per motivi tecnici non indifferenti, è la radio che fa del suono il suo contenuto principale. La televisione generalista offre alla musica cospicue fette del proprio palinsesto, ma in generale non vede quest’ultima come un contenuto ottimale che le garantisca un’audience adeguata; di contro quelle specializzate, Mtv ed affini, seguono un iter molto simile a quello delle radio. La stampa, nonostante la propria caratteristica strutturale che le impedisce di veicolare il suono, ha nonostante ciò un’importanza ragguardevole in funzione delle recensioni, positive o negative, che i suoi giornalisti possono fare nei confronti dell’uno o dell’altro artista. Esistono, infine, i “nuovi media” figli della rivoluzione digitale (computer, i-pod, lettori

mp3,

cellulari

di

ultima

generazione)

che

assolvono

contemporaneamente a funzioni di riproduzione, promozione, ricerca e acquisto di musica, dando a quest’ultima una ubiquità ed una importanza che mai aveva riscosso prima.

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Oltre alle case discografiche, il secondo pilastro fondante del sistema musicale è quello della musica dal vivo e dei suoi produttori. Tra questi, esistono molte figure che si spacciano per organizzatori di eventi (multinazionali, enti pubblici, e aziende o soggetti che saltuariamente decidono di investire il proprio capitale in qualche manifestazione musicale) ma è senz’altro il settore privato, nella figura dei “promoter”, a svolgere al meglio questo tipo di lavori. Il compito di questa figura è quello di occuparsi in toto della perfetto funzionamento della macchina produttiva di un concerto, che può essere singolo, un tour oppure un festival. In questo caso il promoter dovrà, nell’ordine, occuparsi della ricerca e della stesura di un contratto con un artista o un gruppo, curare ogni singola fase della produzione del concerto vero e proprio (palco, sistema audio e luci, staff dei lavoranti, security, merchandising, logistica e permessi amministrativi), curare la promozione sugli altri mezzi ed infine occuparsi della gestione finanziaria del tutto. Ovviamente per fare tutto ciò si avvarrà dell’aiuto di altre figure professionali come promoter locali, tour manager e responsabili di produzione, ognuno con il proprio compito. Il lavoro dei promoter non è unicamente legato alla realizzazione di manifestazioni musicali tout-court, ma spesso si prestano a mettere in piedi eventi ulteriori, al cui interno si fondono linguaggi e modi operativi provenienti da altri settori dell’entertainment, che spesso si spingono ad una totale ridefinizione dell’archetipo di concerto: si tratta dei media-event, come possono esserlo diversamente il Festivalbar, l’Mtv Awards, la Notte degli Oscar o la manifestazione di apertura delle Olimpiadi. Il capitolo si chiude con un’analisi dettagliata dei singoli costi che un impresario dovrà accollarsi per la realizzazione di quello che abbiamo definito come un “concerto standard”, ossia un’esibizione che riesca a convogliare almeno quarantamila persone. Per un concerto di tale portata, dunque, le principali spese organizzative che un promoter dovrà sostenere

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saranno quelle per l’ingaggio degli artisti, la promozione dell’evento, l’impiantistica e l’attrezzatura per l’allestimento, l’affitto del locale scelto, i trasporti e la logistica, gli stipendi al personale impiegato e per ultime le imposte fiscali. Abbiamo ipotizzato che per un evento del genere, almeno nel nostro Paese, si debba disporre di una cifra di partenza che superi il milione e mezzo di euro. Essendoci dunque occupati del concerto rock sotto tre punti di vista completamente differenti l’uno dall’altro, ma in qualche modo strettamente correlati, abbiamo comunque optato per una chiusura quantomeno positiva della nostra dissertazione dato che, per i motivi precisi che troverete nel paragrafo dedicato alle conclusioni, siamo sicuri che “the show must go on”!

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Riti notturni il concerto rock dagli anni Cinquanta ad oggi