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ComunitĂ  Pastorale Maria Madre della Speranza

anno I - n. 0 ottobre 2012


Notizie Utili spiritualmente e chiamiamo i sacerdoti Nascita: Quando nasce un bimbo in famiglia si per i Sacramenti. avvisi il parroco; verranno suonate le campane per rendere tutti partecipi di Funerali: Il modo migliore per rimanere in comuquesta gioia. nione con chi ci lascia è partecipare Battesimo: all'Eucaristia, professando la fede in I battesimi vengono amministrati la pri- Gesù, Risurrezione e Vita. ma domenica del mese a San Macario, la seconda a Verghera, la terza a Sa- Confessioni: marate, a Cascina Elisa su richiesta. Ogni sabato pomeriggio in parrocchia Prendere contatto col parroco per la si confessa. Sul territorio sono presenti anche due chiese penitenziali sempre a preparazione. disposizione: la Basilica di Gallarate e la Chiesa dei Padri Gesuiti all'Aloisianum. Matrimoni: Chi desidera sposarsi in chiesa si presenti almeno un anno prima a parlare Incontri personali coi sacerdoti: col parroco. Chi desidera parlare coi sacerdoti è sempre ben accetto sia in chiesa che in Malati: Quando un fratello e una sorella sono in casa, ma prenda appuntamento telefograve pericolo di vita, assistiamoli anche nando.

Orari SS. Messe festive: sabato 18:00 a Verghera 18:30 a Samarate e a San Macario 20:30 a Cascina Elisa domenica 8:00 a Samarate 8:30 a San Macario e a Verghera 9:00 a Cascina Costa e a Verghera in Convento 10:00 a San Macario e a Cascina Elisa 10:30 a Samarate 11:00 a Verghera 11:30 a San Macario 18:00 a Samarate e a San Macario (chiesa di S. Giuseppe)

Orari SS. Messe feriali:

8:00 8:30 8:30 8:30 9:00 20:30 20:30 20:30

a Verghera in Convento: lunedì, martedì mercoledì, venerdì, sabato a Samarate da lunedì a venerdì a San Macario: lunedì, martedì, giovedì, venerdì a Cascina Elisa: mercoledì, giovedì, venerdì a Verghera: lunedì, martedì, mercoledì a Cascina Elisa il martedì a San Macario in Oratorio il mercoledì a Samarate e a Verghera il giovedì

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Oratorio: E’ aperto a tutte le ragazze e i ragazzi che vogliono fare un cammino per la Catechesi, per l'amicizia, per il gioco, per lo sport. E' il luogo di incontro e di crescita per i giovani di tutte le età. Contattare don Giuseppe o le Suore. Suore e Scuole Materne Le giovani famiglie prendano contatto con le Suore per notizie sulle Scuole Materne e per consulenza educativa. Consultorio per la Famiglia Le parrocchie hanno attivato questo prezioso servizio alla famiglia per tutti i bisogni. Sono presenti professionisti per ogni problematica. La sede è a Gallarate Via Postcastello n° 9 Tel. 0331-775859 - Fax 0331-771491

Recapiti Sacerdoti/Religiose: don Quirino Daniotti, parroco tel. 0331.220014 - cel. 3385245752 mail: parrocchia.samarate@virgilio.it don Giuseppe Cattaneo tel. 0331.220162 - cel. 3388813836 mail: don.giuse@libero.it don Giorgio Maspero tel. 0331.234695 - cel. 3381493928 mail: sanmacarioparrocchia@libero.it don Giuseppe Tedesco cel. 3491114898 mail: dongiusted@libero.it don Sante Ambrosi tel. 0331.223409 mail: ambrosisante@alice.it Comunità suore Samarate tel. 0331.220111 mail: maternasamarateilo@libero.it Comunità suore San Macario tel. 0331.234267 - fax 0331.238518 mail: smsanmacario@alice.it Comunità suore Verghera tel. 0331.220222 - cel. 3337417847 mail: verghera@ismc.it Foto copertina di Emilio Colombo


Editoriale

Cari fedeli, la pubblicazione che avete tra le mani è “senza nome”, senza titolo. Vedete in copertina uno spazio bianco non utilizzato. Non perché siamo smemorati o gente anonima che vuole nascondersi. Il motivo è diverso. Vogliamo fare una cosa nuova! Chiediamo a tutti i lettori di pensare loro un titolo da dare a queste pagine. Un titolo che tenga conto di alcuni fattori. Anzitutto che siamo una Comunità Pastorale, la Comunità Pastorale “Maria Madre della Speranza in Samarate”. Esperienza appena nata, tra difficoltà, polemiche, sogni e speranze… Il nome sappia in primo luogo esprimere il desiderio di comunione crescente, il fervore che accompagna la vita ai suoi inizi. La Comunità Pastorale non è un atto di obbedienza cieca ai superiori... ma la “volontà di Dio” che oggi ci viene chiesta attraverso la Chiesa in questo frangente storico. Se è così, allora l’entusiasmo non può mancare! Stiamo cercando di fare quello che Dio vuole; ce lo domanda per bocca del Vescovo. Il nome contenga, se possibile, l’idea che dobbiamo avere una sola voce, frutto di un unico sentire, di un unico cuore, nel desiderio condiviso di essere “una cosa sola”. Il nome tenga anche conto che c’è alle nostre spalle un storia. Ci sono quattro parrocchie che sono cresciute per anni, o decenni, o secoli, in modo quasi autonomo. Chi non ricorda la battuta di alcuni vecchi parroci: Nella mia parrocchia sono parroco, vescovo e papa? Era una mentalità così. … Ma dentro questo mondo religioso un po’ chiuso sono nate esperienze forti, storie importanti. Non si possono non ricordare! Chi le ha vissute se le porta nel cuore come realtà ancora vive (o quasi). Tra le tante cose fatte nelle parrocchie c’erano sicuramente anche delle pubblicazioni o dei giornalini. Vorremmo, se possibile, coglierne l’eredità. Oltre alla storia del nome (vedi anche box all’interno del giornale) vorrei aggiungere altre tre cose. 1 Avete in mano una pubblicazione “senza nome”, ma non “senza testa”. Queste pagine sono state pensate da una redazione. Una redazione composta da vecchi volponi con l’esperienza acquisita nei giornalini parrocchiali… ma anche da nuovi volti, nuovi volontari. Volontari che potrebbero aumentare. Con questo numero usciamo infatti a cercare collaboratori. Se qualcuno si sente di dare una mano è ben accetto. Basta dirlo. Pensiamo ai singoli, dai piccoli ai grandi, ai nonni; ma pensiamo anche ai gruppi, come la Caritas, i Gruppi Missionari, le ACLI, gli Oratori, le organizzazioni sportive… Potrebbero essere impegnati con una rubrica fissa su ogni numero. Sarebbe utile per tutti. Se non potete impegnarvi direttamente, potete offrire i vostri suggerimenti e le vostre idee. Per intanto, accettate questo numero del giornale come è venuto e abbiate pazienza. Si tratta di un numero di “rodaggio”. “senza nome” - 3


2 La nostra intenzione sarebbe di preparare tre o quattro numeri all’anno, più il Calendario pastorale. Vorremmo uscire in occasione delle grandi solennità (Natale e Pasqua), appena prima della festa della Comunità Pastorale (primi di maggio) e a inizio settembre, col calendario del nuovo Anno pastorale. Il numero delle pagine sarà variabile. Potrà avere 24 pagine, oppure 32; stampate a colori, con un formato leggermente più grande del precedente giornalino. Normalmente non porterà pubblicità, ma voi potete sempre dare qualcosa per coprire le spese. … La pubblicità verrà concentrata sul calendario pastorale. Quanto alla distribuzione, vorremmo far giungere il lavoro a tutte le famiglie della città. Stiamo pensando come fare per raggiungere ogni casa; sarà anche possibile che venga chiesto il vostro aiuto. 3 Questo numero del giornale esce in occasione dell’inizio dell’Anno della fede. Trovate nel giornale spunti di riflessione e richiami ai documenti ufficiali del Magistero. Già il Consiglio Pastorale ha tenuto una giornata di riflessione sul tema (8 luglio a Castelletto di Cuggiono) e ci lavorerà nei prossimi mesi. Tra le iniziative pensate ricordo come salienti l’invito a Monsignor William Shomali, Vicario del Patriarca di Gerusalemme, che sarà nostro ospite alla Festa della Comunità Pastorale in maggio; verrà a portare la testimonianza di una comunità cristiana (quella della Terra Santa) la cui fede è spesso “nel mirino”. Ricordo l’invito a Monsignor Piero Marini, ex cerimoniere papale, che verrà a parlarci della fede di un Pontefice indimenticabile: Giovanni Paolo II. E ricordo anche l’avvio della Catechesi per adulti, espressamente richiesta da Papa Benedetto XVI nella lettera “Porta fidei” (La porta della fede); è questo il motivo della foto di copertina: la porta della chiesa della SS. Trinità socchiusa, che lascia entrare la luce da fuori, come deve verificarsi con la fede che entra nella nostra vita. … Don Quirino

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Chiesa

Anno della fede La Porta della Fede. Cosa significa “Credere”. Riscoprire il Catechismo. Come già annunciato lo scorso anno dal Papa, Benedetto XVI, sta iniziando “L’Anno della fede”. Vale la pena di ripercorrere brevemente la “Lettera Apostolica in forma di motu proprio” con cui veniva indetto l’anno della fede. La lettera si intitola “Porta fidei” ossia “La porta della Fede” che è una porta che ci introduce a Dio e permette l’ingresso nella Chiesa. E’ una porta sempre aperta. Dopo di essa inizia un cammino che dura tutta la vita. “L’anno della fede” inizierà l’11 ottobre, che è il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà il 24 novembre del 2013, festa di Cristo Re. Al tempo stesso è anche l’anniversario della pubblicazione del Catechismo della Fede Cattolica, testo promulgato da Giovanni Paolo II nel 1992. Chi è ormai anziano di età ricorda che nel 1967 era già stato indetto, dal Papa Paolo VI, un “anno della fede, nel diciannovesimo centenario del martirio dei santi Pietro e Paolo”. Quell’anno della fede si concluse con la “Professione di Fede del Popolo di Dio” il famoso “Credo di Paolo VI”, con cui il Papa si esprimeva con chiarezza e autorevolezza per attestare quali fossero i contenuti essenziali della fede... proprio (eravamo nel 1968) in un momento in cui tutto era messo in dubbio e discussione. Possiamo sintetizzare il documento del Papa, ma sarebbe utile leggere il documento tutto per intero, attorno a questi interrogativi: “In chi credo, cosa credo, perché credo, come posso espri-

mere la mia fede?” Molto sinteticamente si può rispondere. Noi crediamo “in Cristo”, unico Salvatore del Mondo. La fede è un dono del suo amore; ma il suo dono della fede cresce e si rafforza solo credendo. Noi crediamo “Cristo” Dio fatto uomo, che è l’oggetto della nostra fede. Perché la fede non è solo affidamento a una Persona, ma anche comporta l’adesione ad alcune verità espresse in una forma concettuale (le formule del Credo, il Catechismo…). “Esiste,infatti, una unità profonda tra l’atto in cui si crede e i contenuti a cui diamo il nostro assenso”. Noi crediamo “a Cristo”: il fatto di credere in Cristo e credere Cristo, significa che la persona che crede viene, con ciò stesso, trasformata nel proprio intimo. L’azione della Grazia cambia il cuore dell’uomo. Credere a Cristo comporta anche comprendere le ragioni per cui si crede L’adesione alla Fede implica una testimonianza ed un impegno pubblico. Il credere non è un fatto privato. “Chi crede ha anche una responsabilità sociale di ciò che si crede”. Con il dono dello Spirito Santo la nostra Fede deve essere testimoniata in modo franco e coraggioso, in modo personale, ma anche comunitario. La lettera del Papa si sofferma anche su un suggerimento e consiglio operativo: invita ad “un corale impegno per la riscoperta e lo studio dei contenuti fondamentali della fede che trovano nel Catechismo della Chiesa Cattolica la “senza nome” - 5


loro sintesi sistematica e organica”. In altre parole: è opportuno riprendere in mano e ristudiare, da soli e in forma collettiva, il Catechismo… forse ancora fermo alla nostra prima Comunione e alla Cresima. Solo ristudiando il Catechismo potremo rispondere “agli interrogativi che provengono da una mutata mentalità che riduce l’ambito delle certezze razionali a quello delle conquiste scientifiche e tecnologiche”. La Chiesa non ha mai avuto timore di mostrare come “tra fede e autentica scienza non vi possa essere alcun conflitto perche ambedue, anche per vie diverse, tendono alla verità”. Altre iniziative pratiche sono demandate alla Congregazione della Dottrina della Fede, che ha emanato un apposito documento su cui varrà la pena di soffermarsi in un altro momento. A complemento dell’iniziativa del Papa, secondo alcune voci e indiscrezioni, ma questa volta provenienti da persone autorevoli (il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone), il Santo Padre starebbe preparando una Lettera Enciclica proprio sulla Fede. Dopo la prima enciclica sulla Carità, (“Deus Charitas est”) e l’enciclica sulla Speranza (“Spe salvi”) Benedetto XVI vorrebbe completare la Trilogia con una parola autorevole sulla Fede. 6 - “senza nome”

Siamo in attesa della sua parola chiarificatrice. L’anno della fede che si apre è un anno per tutti: per chi crede, per chi ha “messo la sua fede ...in frigorifero o, peggio, nel congelatore”, per chi è in sincera ricerca e non aspetta altro che qualcuno gli annunci e testimoni la sua fede, perché come dice San Paolo (“Fides ex auditu”) la Fede viene solo dall’ascolto e perciò è necessario che qualcuno gli annunci “la Fede”. Piero Caloni


Comunità Pastorale

Nostra intervista a: Stefano Pasetto Il 29 settembre il nostro concittadino Stefano Pasetto ha ricevuto l’Ordinazione Diaconale nel Duomo di Milano. Come è nata la tua vocazione? La mia vocazione è nata nella quotidianità: non è capitata alcuna caduta da cavallo e neppure ho avuto “colloqui” col Principale. Ho sempre cercato di vivere da cristiano, fin dalla mia giovane età (che ancora, modestamente, ho), interrogandomi su chi fosse per me questo Gesù di Nazareth. Così, tra le mille e più domande e i miei dubbi, ho iniziato a frequentare a Venegono, in seminario, degli “incontri vocazionali” che, a partire dal Vangelo, mi hanno aiutato a leggere la mia vita insieme a Gesù fino al punto di decidermi a donaglierla. La mia vocazione non è nata un giorno in particolare, ma continua a nascere ogni giorno sempre più e con maggior forza; per dirla alla San Paolo “caritas Christi urget nos” (l’Amore di Cristo mi preme). Cosa significa essere diacono? Molti di noi forse non conoscono quale sia il significato di questo termine; ci puoi dare una mano a conoscerlo e comprenderlo meglio? L’intuizione che ho è quella di una persona che ha scelto di vivere la sua fede nel servizio attivo ai fratelli. Il termine stesso greco, diakonos, significa servizio. Quindi, il diacono è una persona al servizio della co-

munità, che si occupa dei poveri e degli emarginati della nostra società moderna alla maniera dei cristiani “diaconi” dei primi secoli del cristianesimo (come Santo Stefano e San Lorenzo). Credo che, all’interno delle nostre comunità cristiane, sia necessario avere qualcuno che scelga di vivere la sua quotidianità con un pizzico di pazzia: oggigiorno viviamo in una società spersonalizzata e che, per la maggior parte dei casi, pensa al proprio. Avere, dunque, persone che hanno una personalità definita e che pensano agli altri, credo che sia la cosa più originale e trasgressiva che possa accadere nel XXI secolo (ecco perché quando un ragazzo dice “sono in seminario”, oppure quando un uomo, adulto e sposato, dice “intraprendo il

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cammino per il diaconato permanente”, la gente dice “davvero!” con un pizzico di incredulità). Come pensi che i sacerdoti oggi debbano affrontare la missione della nuova evangelizzazione? Questa domanda è tosta. Come i preti debbano affrontare la missione nella nuova evangelizzazione? Io credo che il primo modo sia quello della semplicità: quello che serve, prima di qualsiasi tipo di discorso teologico, è la semplicità di cuore. Chi ti ascolta parlare di Gesù deve percepire, prima della tua cultura, il tuo affetto smisurato per il Signore. Molte persone, oggi, non riescono a vivere legami affettivi stabili o duraturi e questo è dato da quella che viene definita una società liquida che vive di un’amore liquido: ora, sentire parlare uno di un amore che non ha fine potrebbe essere rassicurante e incoraggiante; vedere poi che, chi parla, l’amore senza fine lo sta vivendo e in questo ci crede a tal punto da giocare la sua vita, potrebbe evangelizzare. Insieme alla semplicità, la missione oggi, a parer mio, dovrebbe essere vissuta nel totale abbandono al Signore: bisogna imparare a fidarsi di questo Gesù (del resto se non ci fidassimo di Lui che è morto per noi, di chi dovremmo fidarci?). La nostra storia recente e il nostro presente conoscono l’intolleranza anticristiana in paesi del medio ed estremo oriente e il dilagare dell’indifferenza al messaggio evangelico nella vecchia Europa; cosa pensi di questo fenomeno che sembra quasi una contraddizione della tradizione? Intolleranza e indifferenza sono due tra i tumori peggiori della nostra società e, 8 - “senza nome”

quello che è peggio, è che, a volte, siamo proprio noi cristiani ad averli scatenati e alimentati per puro interesse politicoeconomico. Comunque, per l’intolleranza c’è da dire che non è un qualcosa del nostro periodo storico, ma è ormai parte della storia antica (che però ancora oggi ci perseguita): persecuzioni, attentati, leggi civili di soppressione religiosa mostrano come il cuore dell’uomo sia ancora resistente alla “buona notizia”. Ma più dell’intolleranza, ciò che è peggio è proprio l’indifferenza: un popolo che rinnega le sue radici è come un figlio che rinnega i suoi genitori. Noi, che ancora ci crediamo, abbiamo il dovere di contrastare l’indifferenza con una testimonianza (a partire dal nostro piccolo e dalle nostre comunità) che sia bella, attiva e forte: non abbiamo più bisogno dei cristiani “per sport”, di quelli che di-


cono sono credente ma non praticante. Abbiamo bisogno di cristiani che credano veramente in quello che fanno e che dicono. Quindi, abbiamo bisogno anche di guide capaci di innestare nel cuore dell’uomo la passione bruciante per il Vangelo. Questa è la sfida che viene affidata a me e ai miei compagni di cammino (come dice bene il nostro motto di classe): diventare preti che siano in grado di ANNUNCIARE IL NOME di Gesù AI FRATELLI (Sal 22,23). In 2Cor 12,9 Paolo parla della sua spina nella carne, spina che ognuno di noi ha nella propria. Pregando il Signore di liberarlo da tale dolore riceve questa risposta: “Ti basta la mia grazia. Infatti, la mia potenza si compie nella debolezza”. Come leggi nella tua vita e in quella degli altri questa rivelazione del Signore al suo servo? La risposta del Signore a Paolo è molto rassicurante: “Ti basta la mia grazia”. Per vivere nella fede, anche attraversando difficoltà, da figli di Dio, bisogna abbandonarsi a Lui consapevoli che Lui solo potrà rafforzare la nostra fede e aiutarci a convivere con le prove e le difficoltà che la vita pone inevitabilmente davanti al nostro cammino. “La mia potenza si compie nella debolezza”: bellissima frase che ci mostra come la potenza di Dio si esprima non nei gesti eclatanti (miracoli, apparizioni, etc…), ma nella semplicità-difficoltà della debolezza (che è la cosa più umana che ci sia al mondo).

Tutto ciò rileggo nella mia vita in questo modo: affidarsi al Signore incondizionatamente significa, per me, lasciarsi andare tra le braccia del Padre che ha conosciuto la fatica e la debolezza tipica dell’uomo, per cui anche quando la mia vita venisse attraversata da momenti di fatica, paura o sconforto, non temerò perché consapevole che insieme a me c’è un compagno di viaggio, il Signore, che sa cosa significa avere paura, sentirsi sconsolato o abbandonato. Sapere che c’è qualcuno che ti capisce e ti sostiene (a Suo modo, donandoti ciò di cui hai bisogno) nel cammino è la cosa che ti fa sopportare la “spina nella carne” (mi verrebbe da dire: cascasse il mondo, ma non sarò mai solo!). Cosa ti ha donato la comunità di Samarate che custodisci nel tuo cuore con particolare riconoscenza e affetto? Beh, mi ha donato una cosa importantissima e che mi ha permesso di essere quello che sono (e che sarò): la fede. Insieme alla mia famiglia, la mia comunità mi ha donato ciò per cui posso dirmi

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cristiano. Custodisco nel mio cuore ogni singola realtà della comunità pastorale di Samarate (avendo un ricordo particolare, nessuno me ne voglia, per Cascina Elisa) e prego per questa, perché ogni giorno possa crescere sempre più camminando dietro al Signore. Molto altro mi ha dato: un gruppo di adolescenti e giovani (miei coetanei) belli, attivi, svegli, disponibili e dal cuore grande; un’equipe di preti giovani (e meno giovani) appassionati del Signore; tante famiglie che mi trattano e mi hanno trattato come fossi un loro figlio; catechisti che sono stati capaci di inculcare nelle nostre teste e nei nostri cuori l’amore per la Chiesa (e se ci sono riusciti con me…). Molte altre cose mi sono state donate e, come potete vedere, i motivi per ringraziare il Signore sono tanti, dunque faccio un augurio a tutti e ciascuno (citazione dal colore “rosso cardinal Tetta…”) perché possano continuare su questa strada senza stancarsi mai: la fede che la comunità trasmette, insieme alla famiglia, è la cosa più bella e importante che ci possa essere. Come la nostra neonata Comunità Pastorale deve affrontare la novità e la complessità di una vita ecclesiale rinnovata? Io credo che fondamentale, per vivere la novità e la complessità di vita ecclesiale rinnovata dal modello della comunità pastorale, sia l’avere fiducia in tale prospettiva di vita e mi spiego meglio. Vivere la Comunità Pastorale lamentandosi dei cambiamenti, portando avanti il “gioco dei campanili” e tenendo un atteggiamento nostalgico (prima sì che andava bene, adesso…) certamente non aiuta a far crescere la comunità; mentre se imparassimo ad 10 - “senza nome”

affidarci di più al progetto di tale Comunità e alle guide che tale progetto ci propone, forse, nonostante le fatiche e le incomprensioni che pure ci sono, si riuscirebbe a rendere la Comunità Pastorale una nuova casa capace di dare più frutti di quanti ce ne aspetteremmo. Questo non vuol dire annullare la propria identità per far posto a un’altra più grande, ma semplicemente mettere in comune (essere comunione tra noi) ciò che abbiamo per rinnovarlo alla luce di una comunità più vasta. Difficile fare questo? Certamente. Impossibile? Per nulla. Come fare? Mi viene da prendere in esempio le comunità dei primi cristiani che mettevano tutto in comune per il bene della Chiesa e non della propria comunità ecclesiale. Ringrazio vivamente chi mi ha regalato queste domande, permettendomi di raccontarvi e ri-raccontarmi brevemente la mia storia e quanto ho riflettuto (e sto ancora riflettendo) in questi anni per imparare a crescere nella fede. Auguro a tutta la Comunità Pastorale Maria Madre della Speranza di non stancarsi di stare dietro al Signore e di continuare a donare a ogni suo singolo credente (piccolo o grande) l’amore per il Signore, la fede necessaria e, come dice il nome stesso, la speranza capace di spezzare e superare tutte le barriere che ci dividono, per renderci un solo corpo capace di comunione davanti al Padre di tutti noi. Grazie ancora e buon cammino. Con affetto, Stefano. Basilio Fabio Sipio


Comunità Pastorale

Una vita per la musica La corale Giuseppe Verdi festeggia i suoi primi 85 anni. Potremmo immaginare la nostra vita senza musica? Sarebbe forse come pensare il mondo senza colori, in bianco e nero. La Corale Giuseppe Verdi di Samarate si impegna da ormai 85 anni nello sforzo gioioso di colorare, con le sue note, la vita della nostra comunità ecclesiale e civile. Con il canto ha impreziosito innumerevoli eventi della storia samaratese, della comunità, come di ciascuno di noi, dando il meglio di sé durante i concerti e nel solennizzare la sacra liturgia. La “G. Verdi”, per festeggiare insieme a tutta la nostra comunità “Maria Madre della Speranza” l’importante traguardo dei suoi primi 85 anni, ha deciso di organizzare una serata di grande musica che si terrà sabato 13 ottobre, alle ore 21.00, presso la chiesa S.S. Trinità di Samarate. Durante il concerto si avrà modo di apprezzare non solo il canto della nostra corale, ma anche l’arte di diversi professionisti suoi amici. Tra questi ricordiamo: la soprano Hyummi Lee, che ormai da molti anni aiuta la “G. Verdi” nella ardua ma affascinante pratica del bel canto; il pianista, compositore e direttore d’orchestra Carlo Maria Arosio; e il flautista Sergio Zampetti. Alla serata parteciperà anche la Corale Arcadelt di Villa Cortese, in qualità di gradita ospite. Cosa hanno significato questi 85 anni? La nostra corale è nata dall’iniziativa del suo primo maestro, Livio Piva, che l’ha diretta con passione per decenni. E’ cresciuta grazie agli sforzi di tutti i coristi e di coloro che in molteplici modi l’hanno sostenuta e apprezzata. Oggi raccoglie un’eredità importante, ovvero tutta la ricchezza dell’esperienza dei suoi elementi più illustri, quelli che hanno contribuito fattivamente alla sua crescita, che hanno fatto la sua storia. E domani? Dato che il futuro si costruisce nel presente, giorno per giorno, la “G. Verdi” sta lavorando con impegno, insieme al suo attuale e brillante maestro Luca Biasio, per migliorare la qualità della propria musica al fine di offrire concerti sempre più piacevoli e curati sotto ogni punto di vista, e per valorizzare in modo adeguato la componente musicale di tutti gli appuntamenti liturgici. Per fare ciò nel modo migliore possibile è necessario che sempre nuove voci entrino nel gruppo, per trasmettere freschezza, passione, voglia di comunicare con la musica. In questa prospettiva la “G. Verdi” invita tutti coloro che volessero essere qualcosa di più che semplici ascoltatori, a farci visita e a provare il piacere del canto corale. Buona musica a tutti! La Corale Giuseppe Verdi, il suo Presidente Ezio Callegaro, il suo Consiglio Direttivo. “senza nome” - 11


Oratori

Siamo arriv

Questo è il numero dei r 2012 hanno frequentato gl Comunità Pastorale.

Hai un animo creativo? Ami il confronto e la competizione? Perfetto, ecco quello che fa per te!

Cerchiamo un nome

Chiediamo a tutti i lettori di pensare un nome ed eventualmente un pagine

Un titolo e un logo che tengano conto dei fattori espressi da don Quirino ne Alcune note tecniche. Lo spazio in cui andrà il tutto è quello bianco che vedi in copertina (170mm di altezza). Puoi realizzarlo con qualsiasi tecnica (a mano o con il computer). Dovrà essere flessibile alla riduzione e/o all’ingrandimento, senza che ciò c delle sue caratteristiche di comunicazione. Deve essere a colori, originale, distintivo, attrattivo, apartitico.

Sei interessato?

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Hai tempo fino al 15 novembre 2012 per dare poi il tempo alla r migliore da usare per il primo numero ufficiale di questo giornale prossimo Natale. Invia il tuo materiale al seguente indirizzo e-mail parrocchia.samar consegnalo a don Quirino (gli originali non verranno restituiti).


vati a 800!

ragazzi e ragazze che nel li Oratori Estivi della nostra

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el suo editoriale di pag. 3.

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rate@virgilio.it oppure La redazione

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Dalla missione

Abbiamo bisogno di questo “sviluppo”? Non conosco da vicino la situazione in Italia, so che si sta vivendo un momento duro. Un momento che, forse, è figlio dello stesso modello, proposto a varie latitudini, in vari modi, adattato alle varie tappe del “progresso” installato in ciascun popolo. Quello che chiamano sviluppo, qui da noi non ha il minimo sapore di novitá. Ripropone da 500 anni la stessa storia: saccheggiare le risorse della terra, il patrimonio di biodiversitá e la potenza delle grandi acque amazzoniche. Un simbolo di questo saccheggio, dettato dalla fame di materie prime e di profitti a basso costo, è il treno che attraversa le nostre terre. È il piú lungo del mondo: quasi 400 vagoni che passano 25 volte al giorno a fianco delle case e baracche della nostra gente. Trasportano ferro della miniera piú ricca del Pianeta: Carajás. Scavano nelle viscere della nostra terra per esportare 100 milioni di tonnelate di ferro ogni anno, lasciando nella zona delle miniere circa il doppio in scarti minerari. Abbiamo fatto il conto che ogni giorno questo treno trasporta ferro per un valore corrispondente a 40 milioni di dollari… mentre la gente che vive a fianco della ferrovia deve barcamenarsi e sopravvivere con circa 10 dollari quotidiani! Eppure, si dice, il nostro stato del Maranhão è cresciuto e dovrá crescere ancora di piú, per soddisfare la sete di nazioni straniere affamate di risorse: è in vista la duplicazione di tutto il sistema estrattivo, di trasporto ed esportazione. Le imprese ed i politici, deturpando il Vangelo, vogliono far credere che, nell’alimentare la fame di sviluppo di altri, molte briciole cadranno anche sul nostro piccolo tavolo. Costi quel che costi, dobbiamo obbedire al ritmo del progresso, che inevitabilmente, per sussistere, ha bisogno di alcune “zone di sacrificio”. Si tratta di periferie urbane o grandi aree rurali che vengono “sacrificate” in favore della produzione. Concentrare i danni in zone predeterminate è, un poco, come nascondere la polvere sotto il tappeto di casa; ammettere che, realmente, il progresso ha i suoi costi inevitabili e qualcuno deve pur pagarli, se vuole garantirsi lavoro, opportunitá, crescita. Non dovrebbe essere una prioritá della nostra profezia missionaria porre in dialogo permanente questi mondi tanto distanti? La sensibilitá della chiesa su questi temi sta crescendo molto. Noi Missionari Comboniani, figli di un profeta che ha lottato strenuamente contro le schiavitú della sua epoca, non dovremmo reagire con estrema sensibilitá ed impegno alle nuove forme di razzismo ambientale che si moltiplicano, benedette da questo modello di sviluppo che non accetta alternative, ma solo eventuali mitigazioni? Siamo nati con il carisma di affiancarci “ai piú poveri ed abbandonati”. Oggi, il grido dei poveri si fa sempre piú soffocato: la madre terra, con tutti i suoi figli e figlie, soffre violenza e raramente riesce a far ascoltare il suo grido. Masse di “migranti climatici”, costretti a fuggire dalle loro regioni in cerca di terre piú fertili, meno secche e piú accessibili, dimostrano che non si puó piú separare la difesa dell’equilibrio ambientale dalla giustizia sociale. Il corpo ha molte membra: quando una soffre, tutto il corpo ne risente. È urgente sviluppare una teologia che evolva dall’antropocentrismo alla promozione della vita in tutte le sue forme, come creatura di Dio dai mille volti interattivi. Non stiamo abbandonando l’evangelizzazione cosí come la si intende tradizionalmente: lavoriamo duramente, ad esempio, nel costruire le comunitá cristiane, formare leaders locali e proporre cammini di vita piena ai giovani che incontriamo. Ma sentiamo che la profezia della vita religiosa, oggi, è chiamata a dire qualcosa in piú, ad arricchire la pratica quotidiana dell’accompagnamento pastorale con una visione piú ampia ed inclusiva del Corpo di Cristo torturato, ucciso e risorto nella storia di oggi. È il nostro posto nella chiesa di oggi, lo credo e lo vivo con entusiasmo. Padre Dario dal Brasile 14 - “senza nome”


Uno sguardo al passato

Come era vissuta la religiosità? A differenza degli “inviati speciali” che inviano i loro reportage da luoghi lontani o sperduti in qualche parte del mondo, io, per questa intervista, mi sono dovuta spostare solo di qualche metro... ma, sapete, la mia è comunque un’intervista speciale... a una giovane di 94 anni! Ciao, mamma Antonietta! Entro nel soggiorno e interrompo la sua lettura. Lascia il libro (è sulla vita di De Gasperi!) e le chiedo di aiutarmi. Dovrei scrivere un articolo, ma non so da dove iniziare. Amabilmente, mi chiede quale sia l’argomento e glielo dico. Come si viveva la religiosità ai tuoi tempi? Beh, prima di rispondere, a beneficio dei lettori, parlerò un po’ della mia vita. Sono nata a Cardano al Campo, nel gennaio del 1918, l’anno in cui terminò la grande guerra, ultima di cinque fratelli; ero la piccola di casa: le tue zie erano già delle signorine; i miei genitori (i tuoi nonni) erano già piuttosto anziani. Ho avuto un’infanzia felice, nonostante una certa povertà che derivava anche dalla grave crisi successiva alla guerra. Devo dire però che proprio queste ristrettezze permettevano di dare a ogni cosa uno speciale valore; il fatto di ricevere in dono qualcosa o di conquistarla con fatica mi dava un senso di gratitudine e di gioia. Si riusciva ad essere contenti del poco che si aveva: la mia vita scorreva serena, anzi lieta. A cinque anni iniziai la scuola; fui iscritta per raggiungere il numero minimo delle allieve di prima

classe di quell’anno. A scuola me la cavavo bene e mi dispiacque quando, dopo la quinta, non potei più continuare. La mia maestra era un’ottima insegnante. Riuscì a portare alla licenza elementare molte bambine che la sua collega aveva bocciato. Ricordo che il livello culturale della gente era in generale molto basso: la maggior parte dei genitori non era in grado di seguire i figli nello studio, pur trattandosi di un livello elementare, e gli insegnanti cercavano di sopperire con lezioni supplementari spesso gratuite. Hai detto che nella tua famiglia veniva quasi spontaneo vivere certi valori, come la sobrietà e la semplicità. E quanto al sentimento religioso? Fin da piccola, sulle ginocchia di mia mamma, ho imparato a recitare le preghiere: i tuoi nonni erano dei buoni cristiani e la nonna lo era in particolare. Andava a Messa ogni mattina e quasi sempre faceva la comunione. Mi ricordo che al mattino, mentre si ravviava i capelli facendo una treccia che poi avvolgeva intorno al capo, recitava una serie interminabile di preghiere ad alta voce. Impossibile, quindi, che non mi restassero impresse nella memoria. A casa poi si recitava ogni sera il rosario. Mi hanno insegnato a confidare nel Signore. Una raccomandazione tipica di mia madre era questa: “sta tacaa alla broca da Dio”, frase che suona un po’ strana tradotta in italiano, ma che a me dava “senza nome” - 15


Maria Grazia con la mamma Antonietta e il papà Mario

il senso di una fonte di acqua pura a cui dissetarsi, quella che Gesù definisce acqua che zampilla per la vita eterna. Devo dire però che la gente, pur avendo una fede certamente genuina, incontrava dei limiti nell’esprimerla a causa del basso livello culturale. La S. Messa era in latino e molta gente, non riuscendo a seguirla, recitava il rosario per tutto il tempo, interrompendolo solo nei momenti salienti. Inoltre spesso, innocentemente, incappava in grossi strafalcioni nella recita delle preghiere (a volte con effetti piuttosto comici!). Quindi sia le maestre a scuola che le suore, cercavano di insegnare la corretta pronuncia, benché spesso i loro sforzi non dessero buoni risultati. Penso però che il Signore, che sa leggere nel profondo dei cuori, apprezzasse ugualmente queste preghiere, per il fervore e la fede con cui erano recitate. La gente amava manifestare pubblicamente la fede attraverso le processioni. Nelle feste più importanti, come quella del Corpus Domini, noi ragazze parte16 - “senza nome”

cipavamo indossando tutte lo stesso abito nero cinto in vita da una fascia rosa con le iniziali M. A. cioè Maria Ausiliatrice. Eravamo orgogliose di poter rendere omaggio alla Madonna, seguendo il baldacchino del Santissimo per le vie del paese. Ricordo che partecipavano anche gli appartenenti alle confraternite maschili, vestiti con particolari abiti. Tuo nonno, ad esempio, portava una casacca bianca e una mantellina rossa: al collo portava un crocifisso e seguiva le processioni portando dei ceri accesi. Tutto il paese si animava in queste ricorrenze, che, oltre ad essere occasioni di festa e di preghiera, acquistavano anche una valenza civile. Infatti spesso partecipavano anche il sindaco e qualche possidente che in quelle occasioni donavano alla parrocchia cospicue somme di denaro. Che cosa ricordi di avvenimenti importanti come la Prima Comunione e la Cresima? Ho ricevuto prima la Cresima e l’anno dopo ho fatto Confessione e Prima Comunione. Ricordo che le suore preparandoci insistevano sull’importanza dei Sacramenti che avremmo ricevuto: studiavamo a memoria le “domande del catechismo” e alla fine c’era anche l’emozione di una piccola interrogazio-


ne da parte del parroco. Poi, un semplice abito bianco e la gioia di ricevere il Signore. Hai frequentato anche tu l’oratorio, come i nostri ragazzi di oggi? Sì, rispetto a oggi c’erano due oratori separati, il maschile e il femminile: con le mie amiche, la domenica, vestite ”della festa”, andavamo al nostro oratorio e qui potevamo giocare a palla o ad altri giochi, poi c’era un po’ di catechismo e infine si andava in chiesa per i Vespri. Le nostre suore erano molto attive: organizzavano il coro parrocchiale, spesso indicevano gare catechistiche e mettevano in scena qualche testo teatrale, di solito di argomento religioso. Si trattava ad esempio delle apparizioni a Lourdes o della vita dei primi cristiani. Io stessa ho partecipato; avevo i capelli lunghi e mi facevano interpretare spesso la parte di un angelo o di qualche giovane cristiana. In proposito, ricordo un episodio piuttosto divertente. Una mia amica il cui soprannome di famiglia era “Pastùa”, avendo lunghi capelli biondi, era stata scelta per interpretare la Madonna. Durante le prove dello spettacolo, quando l’amica che interpretava Bernadette, chiedeva “Bella signora, dimmi chi sei” l’altra rispondeva: “Sono... la Pastùa!” Inutile dire che, a questa uscita piuttosto irriverente, tutte scoppiavamo a ridere e che questo non accadeva se in quel momento... le suore erano presenti! Quando fui adolescente, cominciai a partecipare alle giornate di ritiro e scoprii la bellezza della meditazione. Trovavo affascinante questo modo di stare in compagnia del Signore. Spesso andavo in chiesa da sola, portando un libretto datomi dalle suore, e ci rima-

nevo per qualche ora a meditare. Era come entrare in un angolo di paradiso e sentivo che in quei momenti non avrei avuto paura neppure della morte. Mi stai dicendo qualcosa di bellissimo. Ma, dimmi, mi sembra di ricordare che a quei tempi era molto diffusa l’Azione Cattolica, e tu ne hai fatto parte... Sì, sono stata anche una delegata per un certo periodo: avevamo delle “adunanze” che si tenevano periodicamente nelle sale dell’oratorio femminile. A volte veniva una delegata anche da Gallarate. Noi giovani partecipavamo tutte con grande entusiasmo. Uscivamo da queste riunioni, in cui oltre a studiare catechesi e a discutere, si pregava, animate da grande energia, col desiderio sincero e determinato di agire nella società come un fermento di vita cristiana che l’avrebbe trasformata e resa più autenticamente umana. Pensavamo inoltre che ogni nostra attività, anche se banale e ripetitiva, poteva contenere quella forza ”trasformante” che deriva dall’essere unite al Signore. Ora la mamma tace, un po’ commossa, assorta nei suoi ricordi. Non avevamo mai parlato così tanto del suo passato. Penso che in questo modo mi abbia fatto un dono prezioso, mi ha rivelato le sue radici. Mi rendo conto improvvisamente di come, pur lasciandomi libera, si sia sempre prodigata perché la sua stessa fede, benché con modalità diverse, attecchisse anche in me e la ringrazio dal profondo del cuore. Maria Grazia Mazzucchelli “senza nome” - 17


Comunità Pastorale

Revisione degli orari delle Celebrazioni Eucaristiche Carissimi fedeli, la Comunità Pastorale si appresta a rivedere gli orari delle Sante Messe sia feriali che festive. Probabilmente avete avuto modo di seguire sui foglietti domenicali dell’estate l’elaborazione della proposta. Il punto cui siamo arrivati dopo tante discussioni non è “un dogma” che tutti sono obbligati ad accettare “perché è così” e basta! Tuttavia vorrebbe essere, se possibile, un punto di riferimento per i prossimi anni. In questo breve scritto presento i criteri fondamentali seguiti per elaborare la proposta. Non tutti, ma quelli che penso più importanti. Sullo sfondo c’è un lavoro che la Diocesi ha iniziato da tempo e che richiamo con una citazione tratta dallo scritto del Cardinale Tettamanzi del 2004 “L’Eucaristia della domenica accenda in noi il fuoco della missione”. A pag. 38 l’Arcivescovo invita ad avere il coraggio di intraprendere strade nuove e scrive: “Si verifichino il numero, gli orari e la distribuzione delle Messe sul territorio. Una riconsiderazione di questo aspetto, con la saggezza e il coraggio di prendere qualche opportuna o necessaria decisione nella linea di una riduzione del numero delle Messe e di una migliore distribuzione delle celebrazioni nei diversi momenti della giornata domenicale, non può che essere un modo concreto – certo non l’unico, ma neppure il più secondario – per favorire quell’alta «qualità celebrativa» dell’Eucaristia più volte richiamata”. Queste parole riecheggiano quanto era scritto 18 - “senza nome”

già nel Sinodo diocesano alla costituzione 141: “Il decano favorisca intese per l’omogeneità del rito, per il calendario liturgico, per gli orari delle celebrazioni festive, curando le opportune riduzioni”. La Curia Arcivescovile ci dà oggi questa norma: “Si cerchi di fissare gli orari delle Messe in maniera tale che un sacerdote ne celebri regolarmente non più di 2 nei giorni festivi e di 1 nei giorni feriali, anche per favorire le sostituzioni in caso di assenza o di malattia”. Il Cardinale Martini amava ripetere una battuta: “Quando celebro tre Messe alla domenica verifico questo: la prima la dico bene, la seconda la dico un po’ svagato, per celebrare la terza inserisco il pilota automatico!”. Tutti capiscono la differenza... Un’altra norma della Curia Arcivescovile recita: “E’ importante verificare gli orari con le parrocchie vicine in modo da non avere le Messe tutte nello stesso orario e offrire così maggiori possibilità di scelta su un medesimo territorio”. Infatti a cosa varrebbe avere tre o quattro Messe nelle nostre parrocchie tutte allo stesso orario? E’ bene che gli orari siano diversificati, in modo da dare alla gente un ventaglio di proposte più ampio. Qui è utile ricordare che nella Comunità Pastorale siamo ormai una sola comunità, per cui ci si può recare a Messa in una parrocchia diversa dalla propria senza crearsi problemi. “Ama la parrocchia vicina come la tua”, ripeteva il Cardinale Tettamanzi... La Comunità Pastorale conserva le singole


parrocchie, ma crea una “pastorale di insieme” che supera le singole parrocchie. Inoltre, anche i sacerdoti girano per le celebrazioni; così per i fedeli laici diventa normale frequentare le altre chiese senza difficoltà. Se non va bene l’orario della parrocchia cui si appartiene, si può andare in una parrocchia diversa dove c’è un orario più comodo. Ancora la Curia ricorda: “Si tenga presente che l’assenza dei diversi ministeri (lettori, organista, cantori, ministranti, raccoglitori delle offerte, ecc.) non può certo favorire una buona qualità celebrativa che conferisca alla Messa la doverosa dignità”. In questo anno passato a Samarate ho visto tante celebrazioni eucaristiche di buona o alta qualità celebrativa, in tutte le parrocchie. Ma ho visto anche Messe domenicali “buttate lì” solo per il precetto. Non è in primo luogo l’idea del precetto che

ci deve spingere in chiesa la domenica, ma il desiderio di incontrare il Signore che ci chiama. Il legalismo dei farisei non è mai morto in noi... Molti pensano di essere bravi perché alla domenica vanno a Messa e così santificano la festa, quasi che dipendesse da loro la santità della domenica... La domenica è già santa per conto suo, perché “è il giorno che ha fatto il Signore”! Si tratta di lasciarsi coinvolgere da lei! Ma come potrà avvenire questo con una Messa scialba, non servita da nessuno, celebrata in fretta perché la gente è stufa delle Messe troppo lunghe? Di che cosa sarà mai segno una liturgia simile? Diceva un vecchio slogan: “Meno Messe, più Messa”! Altro punto che i superiori sottolineano: “Tenere conto del futuro: non avremo per molto tempo il numero attuale dei sacerdoti nel nostro decanato e vale la pena preparare la gente a scelte inevitabili”. Il calo dei sacerdoti si fa sentire. Il prossimo anno non avremo più l’aiuto del sacerdote gesuita che veniva dall’Aloisianum per alcune Messe di Verghera (aveva 92 anni!) e il diacono che sostituisce don Gabriele non può celebrare la S. Messa fino a giugno, quando sarà consacrato sacerdote. Inoltre all’orizzonte si profila una scelta dolorosa: un solo prete giovane per tutti gli Oratori. Speriamo che questo non succeda tra un anno, ma tra parecchi anni... Sono alcune delle ragioni che ci hanno spinto a cambiare. Certamente ci saranno delle discussioni e delle resistenze. Ma tutto può essere positivo se si mettono in campo ragioni serie e fatti oggettivi. Don Quirino “senza nome” - 19


Chiesa

I miei ricordi, molto personali, del Cardinal Martini Quando arrivò all’Istituto Aloisianum una forte nevicata, vedendo quel manto di Gallarate, d’accordo con i medici del di neve fresca, chiese di uscire per cam“Centro del Parkinson” di Milano, ci minarci sopra e sentire il crepitìo che siamo occupati dell’aspetto riabilitati- gli faceva ricordare le passeggiate sul vo: un programma molto interessante, Monte Rosa. al quale il Cardinale teneva particolar- Era molto interessato alla situazione mente, perché affermava che, dopo la meteorologica e, tutte le volte che enginnastica, si sentiva molto più sciolto travo in camera sua, voleva che lo innei movimenti... formassi sulla temperatura minima e Ho molti ricordi di fatti che mi raccon- massima di quel giorno e se il cielo fostava in camera sua, durante la fisiote- se blu o coperto. rapia. Ultimamente, non potendo più parlare, Ricordo che, quando andavamo a pas- mi indicava con il dito la finestra, per seggiare nel parco, voleva camminare sapere come fosse il tempo quel giorno. sulle foglie secche perché desiderava Quando venivano i medici da Milano, sentire lo scricchiolìo sotto le scarpe e ci teneva molto a mostrare loro tutaffermava che, sete le sue prodezze condo lui, anche nell’eseguire i moquelle foglie potevimenti! E i medici vano comunicarci erano molto soddiqualche cosa... sfatti della sua auVoleva sempre tonomia. camminare all’inNon diceva mai di terno del parco perno. ché, passeggiando Andava sempre all’esterno, lo ferbene tutto; a volte gli mavano tutti e gli domandavo: “Faccio chiedevano mille molta resistenza cose... nei movimenti?” e Ricordo che un giorlui rispondeva: “Va no d’inverno, dopo bene così”. la seduta di fisioUna mattina volterapia, volle camle sapere se avessi minare all’interno visto il Monte Rosa dell’Istituto, sino dalla sua finestra e, alla fine del corridato che dalla sua doio dove si trova camera si poteva un bel terrazzo; 25 febbraio 1999: conclusione delle celebrazioni in osservare, tempo siccome c’era stata onore di San Macario nel XVII centenario del martirio. permettendo, tutta 20 - “senza nome”


la catena, mi chiese: “Si vede anche la cima più alta?”; gli risposi: “Sì, anche la Dufour! Il Mottarone, il Generoso, il Bisbino, la Grigna e il Resegone”. Lui affermò: “Quelle montagne le ho frequentate tutte...”. Quando arrivò a Gallarate gli chiesi: “Eminenza, come la devo chiamare?”. Lui rispose: “Chiamami Padre, come tutti gli altri”. Nel periodo in cui era in grado di celebrare la Messa, alle diciassette della domenica, dieci minuti prima dell’inizio, la chiesa era già stracolma di fedeli e durante l’omelia il silenzio era assoluto. Ascoltava molto la musica di Mozart e quando gli portai i cd della Corale di San Macario, li ascoltò con molto interesse e commentò: “Ma a San Macario siete così bravi?”; io ribadii: “Certo! Anche di più!”. Una domenica, durante la celebrazione della S. Messa, al Vangelo, mentre scendeva dall’altare per sedersi per l’omelia, inciampò sul tappeto e per miracolo non cadde! In chiesa ....si creò il gelo e da quella volta decidemmo, in accordo con Padre Cesare, il Padre Superiore, di evitare quel rischio; così continuò a celebrare la S. Messa nella cappella privata al terzo piano dell’Istituto Aloisianum. Nel suo appartamento venne poi installato un impianto di amplificazione, per permettere di ascoltare la sua voce all’esterno; per lui, non poter più parlare fu una grossa privazione. Era seguito da una logopedista, da un’ortofonista e dagli infermieri di Milano, a sua disposizione ventiquattro ore su ventiquattro. Un giorno, dopo la fisioterapia, mi comunicò: “Aspetto il mio amico prete-im-

prenditore”; uscendo dalla camera, vidi che c’era don Verzé, il quale affermò che avevano scritto un libro insieme, “Siamo tutti sulla stessa barca”. Il giovedì era per lui giorno di svago; una volta gli chiesi: “Padre, vuole andare a mangiare un buon risotto dal mio amico Rocco?”; lui rispose “Certo!”. Tornando a casa, mi fermai da Rocco e gli dissi: “Guarda che oggi, verso le tredici, vengono delle persone importanti, tra cui il Cardinal Martini”. Il Cardinale rimase così soddisfatto e contento che tornò una seconda volta. Quando parlavo con lui di Milano e del Duomo, dovevo stare molto attento a come mi esprimevo, perché si emozionava; gli dicevo: “Ma mi dica Padre, quando saliva sul pulpito, il parapetto non era troppo basso per lei?” ...mi rispondeva con un sorriso. Aggiungevo: “Che impressione le faceva quando si trovava sul pulpito?”; e lui: “Arrivavo su e vedevo un mare di gente... ed era lì ad aspettare cosa dicessi...“ e, raccontandomi questo, mi strizzava l’occhio... Una volta gli chiesi: “Mi racconti un po’ della Nivola, che qualche anno fa sono andato a vedere con mia moglie Anna”; mi rispose: “E’ una ricorrenza che piace molto ai Milanesi e che risale a molti anni fa: mentre il coro del Duomo intona Vexilla regis prodeunt, questa piattaforma, che ha la forma di una nuvola (per i Milanesi la nivola), mediante un argano sale fino alla sommità dell’abside a prelevare il Sacro Chiodo, che viene poi messo per una settimana sull’altare maggiore, da me consacrato negli anni ’80, dopo il grande restauro del tiburio...”. ...avrei tanti altri ricordi...! Mario M. (il suo fisioterapista) “senza nome” - 21


Comunità Pastorale

Avvicendamenti nelle nostre Comunità Religiose A Verghera Da qualche settimana è iniziato un nuovo anno scolastico. La Scuola dell’Infanzia “Maria Consolatrice” di Verghera dà il benvenuto alla nuova Superiora Suor Piergiovannina (foto in basso) e a Suor Lucia. A loro il nostro cordiale e affettuoso augurio per il nuovo incarico. Tutte le insegnanti, il personale ausiliario e i genitori ringraziano Suor Paolilde (foto a destra) per il grande impegno e la laboriosità dimostrati durante la sua permanenza presso di noi.

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A Samarate Prima di partire da Samarate voglio esprimere ancora una volta un caloroso saluto e un ringraziamento a tutti. Tante sono le persone che ho conosciuto, incontrato, amato e con cui ho dialogato: le ex-allieve, i ragazzi della catechesi, i genitori della scuola dell’infanzia, le maestre, soprattutto i bambini della scuola e tante altre. Più volte ho ammirato i volti dei bambini ed ho colto in loro la cosa più bella che il Signore ha creato, dove Lui dimora. Ho pensato al loro futuro e mi sono detta: “quanta responsabilità abbiamo nell’educarli alla vita buona del Vangelo e alla fede vera in Gesù, l’unico che riempie di felicità la nostra e la loro vita e ci dona la forza di amare gli altri”. Un saluto e un grazie particolare alla Comunità delle Suore e al Consiglio d’Amministrazione della scuola, sempre attento a non far mancare niente ai bambini. Ai Sacerdoti, in particolare a don Quirino e a don Giuseppe, auguro che i loro desideri

di bene vengano tutti realizzati. A tutti dico che vi porto nel cuore e nella preghiera e andando a Pavia, nella mia nuova missione, non dimenticherò Samarate perché qui ho vissuto parte della mia vita. Sr. Piera Spotti

Un cordiale saluto a tutti. Sono Suor Luigia, una felice suora Salesiana, e da poco tempo mi trovo a Samarate in sostituzione della Direttrice Suor Piera. Con sincerità, devo dire che mi trovo molto bene e ritengo di essere fortunata perché so che siete brava gente. Affido a Maria Ausiliatrice ognuno di voi, sia Lei, la Mamma nostra, ad accompagnare i nostri bambini, ragazzi, giovani ed ogni famiglia, sulla via che conduce a Gesù. Con affetto Sr. Luigia Pogliani “senza nome” - 23


Amici che... partono A don Gabriele: 10 righe per dire che… 10 righe per dirti… ciao! Ma che sia solo un “arrivederci”, perché non ti libererai di noi, su questo ci puoi contare! 10 righe per dirti… torna presto a trovarci! Un posto a tavola per un pranzo o una cena ci sarà sempre per te. 10 righe per dirti… dai, se invece passiamo noi di là, fatti trovare! Probabilmente ti troveremo sul campo mentre mostri a tutti le tue “innate” qualità calcistiche… 10 righe per dirti… ci mancherai, questo è certo! Ma il vuoto che hai lasciato fisicamente, non l’hai lasciato dentro di noi! Come faremmo a dimenticare una persona speciale come te? 10 righe per dirti… che noi, tuoi adolescenti, abbiamo trovato in te una guida fondamentale per il nostro cammino di crescita e che …“là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”! 10 righe per dirti… che noi, tuoi giovani, speriamo di diventare buoni cristiani, educatori, adulti pieni di vita. E che, se lo vorrai, saremo sempre qui per te! 10 righe per dirti… che noi, tuoi meno giovani, riscopriremo invece l’essere bambini … E che ti ringraziamo per averci capiti, ascoltati e aiutati ad essere migliori. 10 righe per dirti... che vogliamo ringraziare Lui, perché ci ha dimostrato il Suo amore, regalandoci un grande Dono come te… perché se non ti avessimo incontrato, non saremmo così ora! 10 righe per dirti… un enorme GRAZIE per aver portato Dio in mezzo a noi, con il tuo essere prete, uomo, amico, confessore, confidente e compagno di cammino. 10 righe per dirti… hai visto? Avremmo dovuto scrivere 10 righe, ma non sono bastate per dimostrare l’immensa gratitudine che abbiamo nei tuoi confronti per tutto ciò che hai fatto per noi in tutti questi anni …Ciao DonGa, a presto!

Domenica 16 settembre Chiara Papaleo, sanmacarese, ha iniziato un’esperienza di vita in una Comunità di “Figlie di Maria Ausiliatrice”, per verificare la propria vocazione alla vita religiosa salesiana. Il suo cammino prevede quest’anno l’aspirantato, il prossimo il postulato e due anni di noviziato per arrivare ai primi voti di vita religiosa. “Scegliere di mettersi in cammino è un gesto che richiede corag- Don Gabriele e Chiara alle vacanze gio. È il desiderio di avere orizzonti ampi, di coltivare nel proprio estive 2012 cuore una speranza grande, di abbracciare la vita con fiducia, sapendo che la strada si apre ad ogni passo. Mettersi in cammino è scegliere. Scegliere di dare voce ai desideri che abitano il nostro cuore, di costruire la propria vita sulla roccia della Sua Parola.” Questa preghiera di accoglienza delle suore di Melzo descrive molto bene la realtà in cui ti trovi ora. Con coraggio e fiducia hai deciso di rispondere alla Sua chiamata e di intraprendere questo nuovo percorso che, anche se ti porta lontano da noi, ci riempie di gioia perché è la fonte della tua felicità! Perciò tutta la Comunità Pastorale di Samarate ti augura il meglio per il tuo futuro e ti sarà sempre accanto nella preghiera, felicissima di tenerti per mano in questo cammino. Un grandissimo augurio per un buon cammino Chiara!!!


la Speranza - Numero 0  

Periodico della Comunita' Pastorale Maria Madre della Speranza - Samarate

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