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Lamberto Aliberti

Il mondo vede un crescente inarrestabile enorme divario nella ricchezza fra le persone.

2 – Italy vs. US benchmark. 10 ottobre 2011

Fonte: Altromedia

Nel precedente articolo “ 1 – Ce ne importa? “ emergeva che la distribuzione tra le famiglie del reddito sta diventando sempre più iniqua, in importanti paesi del mondo, guidati dagli Stati Uniti d’America. Qui vediamo se la situazione si ripete da noi, confrontandoci con chi sembra alla testa dell’involuzione in atto, cioè gli americani. La fonte principale è quella citata allora. L’analisi. Verte sulla distribuzione del reddito. È chiamato income o market income. In italiano, la traduzione più corretta sarebbe incremento annuale di ricchezza delle unità familiari. Comprende: • stipendi, salari e pensioni; • professionisti e partite IVA (self-employment); • compensi imprenditoriali (entrepreneurial income), cioè dividendi; • remunerazione capitale (capital income), cioè interessi attivi; • rendite; • plusvalenze finanziarie (capital gains), derivanti dalla compra-vendita di titoli. I soggetti (tax units) sono capifamiglia, con persone a carico, coppie e single. Insomma contribuenti, esposti alle imposte dirette, indipendentemente dal fatto che debbano/facciano o no la dichiarazione dei redditi. Si intendono pari al totale degli adulti di 20 anni e più. I segmenti. Immaginiamo le dichiarazioni dei redditi annuali ordinate: da quella col massimo valore imponibile in giù, in sostanza dal contribuente più ricco al più povero, in termini di ricavo e non di patrimonio. i segmenti TOP Quindi si raggruppino le unità, in frazioni del totale # nome da % a % dei contribuenti. In questo studio si definisce Top il Top 10-5% 1 90 95 primo 10% dei contribuenti, che in Italia nel 2004 2 Top 5-1% 95 99 voleva dire quasi 4.7 milioni. L’altra parte, cioè il 3 Top 1-0.5% 99 99.5 90% dei contribuenti si definisce Bottom. Nel 2004 Top 0.5-0.1% 4 99.5 99.9 erano appena più di 42 milioni. L’aggregato 5 Top 0.1-0.01% 99.9 99.99 (segmento) Top è ulteriormente diviso in frazioni, Top 0.01 6 99.99 100 con lo stesso criterio.


Lamberto Aliberti Il confronto. Le serie storiche dell’Italia vanno dal 1974 al 2004. Giocoforza sarà questo il nostro orizzonte temporale. Cominciamo con la quota di reddito, detenuta dai segmenti, cioè l’incidenza % di ciascuno sul totale dell’anno. L’indagine sarà totalmente visiva. Ci affideremo alla statistica più avanti, affrontando temi che la richiedono. Top 10%. Analizzando le 2 serie, Stati Uniti (US, rossa) e Italia (ITA, bianca) emergono somiglianze e differenze. Nei valori puntuali: i ricchi dei 2 paesi all’ inizio assorbono frazioni di reddito totale prossime, un 32% US, poco più del 30 ITA. Nel 2004 i primi arrivano al 43%, i secondi al 33%. Una differenza di 10 punti, che non sono pochi, su valori, che sono, in un caso e nell’altro, minacciosi. Una fetta di ricchezza molto grande nelle mani di pochi. Se denaro vuol dire potere si tratta di una condizione sinistra. In termini dinamici, le differenze sembrano accentuarsi: nel periodo 1974-1983, in Italia la quota dei ricchi perde più di 4 punti percentuali; negli Stati Uniti, è praticamente stabile. Quindi, in entrambi i paesi, comincia la corsa verso porzioni maggiori, con un passo decisamente diverso: ITA non corre, però ha anche poche minime pause, tanto da guadagnare alla fine poco più di un 1%, rispetto la partenza; US volano, in particolare tra il 1986 e il 1988 (il dono finale della presidenza Reagan?), successivamente anche loro camminano, fino a guadagnare un buon 10% rispetto all’inizio, con pause comunque decisamente accentuate, vere e proprie crisette, se non crisi. L’incognita. In tutte e due i paesi, c’è un fattore a minare qualunque impronta ottimistica del quadro offerto: la tassazione. Negli US << l’abbiamo accennato nel precedente capitolo >> i 2 tagli di Bush alle imposte federali, fatti sulle esenzioni, sui coefficienti e sull’imposizione marginale, cioè sull’ultimo dollaro, secondo l’IRS (Internal Revenue Service, ente governativo corrispondente, grosso modo, alla nostra Agenzie delle Entrate) portarono ad una riduzione dell’aliquota media sul reddito, dal 15.26% del 2000 all’11.90% del 2003, in sostanza 3.36% in meno, che risale per meno di mezzo punto negli anni successivi. Frutto della teoria della supply side, bandiera del liberismo, i provvedimenti sono varati con la promessa di un sostanziale incremento della prosperità nazionale, in base al ragionamento per cui: “meno tasse, più consumi, più produzione (la supply side), più lavoro, più reddito e alla fin fine anche maggior gettito fiscale”. Nulla di ciò si è verificato. In


Lamberto Aliberti compenso, dell’alleggerito carico fiscale complessivo, si calcola che abbia beneficiato, per il 65%, il 20% dei più ricchi. Che il 38% sia andato ai superricchi, pari all’1% dei contribuenti. Mentre l’80% delle famiglie si sgrava solo del 38% del totale. Vedremo che questo corrisponde alle quote di reddito detenute. Insomma, sancisce, se non accentua, l’iniqua distribuzione. Col sospetto che l’ossequio alla teoria fosse in ultima analisi una manifestazione del potere di una piccola minoranza, in virtù dell’assioma che chi ha più soldi comanda, alla faccia della democrazia. In Italia non è stato certo lo stesso, ma è automatico pensare che la fetta di ricchezza, diretta a una ristretta frazione di popolazione, sia, in misura notevole, sottostimata, stante l’enorme volume di evasione fiscale, che dovrebbe annidarsi soprattutto in quei ranghi. D’altronde nel nostro paese, col carico che ci ritroviamo sulle spalle, si può diventare ricchi, pagando le tasse? Bottom 90%. È il complemento del precedente. Quindi non ci dice nulla di nuovo, evitandoci però la fatica di immaginarci valori puntuali e dinamiche al contrario: il netto allontanamento delle curve dei 2 paesi e la perdita di peso sul reddito in entrambe, per gli Stati Uniti pressoché continua, pur se a velocità differenti nel tempo; per l’Italia, significativa, se si tiene conto che c’è stata un’epoca (gli anni ’70, fino al 1982) di netto guadagno (più di 4 punti %), marginale (poco oltre l’1%), se si si guarda l’intero orizzonte temporale. Top 10-5%. Dei segmenti top è quello che sta in fondo, raggruppando redditi posizionati tra il 5 e il 10 % del totale, che si lasciano, se si preferisce, il 90% dietro, ma hanno davanti il 5% di quelli più ricchi. E assomigliano di più


Lamberto Aliberti a questi ultimi, che agli altri. Cominciamo comunque col notare che lo spazio del diagramma è decisamente inferiore ai precedenti: 3% in tutto, con gli Stati Uniti, racchiusi in meno di un punto, e l’Italia, escludendo un anomalo sbalzo nel biennio ’75-76, in meno di un terzo di punto %. Tuttavia quest’ultima << ecco l’appartenenza al segmento Top >> presenta due trend differenti: fino all’86 discesa (1 punto e mezzo perso), dall’86 salita (1.2% di guadagno). Per gli altri, il trend è unico, la pendenza della curva molto simile (un po’ meno di 1%), la volatilità però è alta. Ed è soprattutto per quest’ ultimo carattere che il segmento si guadagna l’appartenenza ai Top. Top 5-1%. Una dimensione appena inferiore al precedente, in quanto raggruppa chi si è classificato al di sotto dell’1% dei superricchi e al di sopra del 5% del segmento Top, lasciandosi cioè dietro il 95% dei contribuenti. Da notare subito che la scala verticale del diagramma si amplia decisamente rispetto al precedente: un 5% abbondante. Portandoci a una prima conclusione: Italia e Stati Uniti si stanno decisamente divaricando, come frazione di reddito totale assorbito. Le differenze sulle dinamiche portano a considerazioni mai fatte prima: l’Italia mostra sempre 2 andamenti, prima in rapida discesa (2%), poi in continua salita (3%), dal 1982 fino al Nuovo Millennio, che determina 4 anni di lenta riduzione di quota (circa 2 decimi di punto %). Gli americani presentano all’inizio una sostanziale stabilità (1974-1982), per continuare con una lenta salita, che li porta all’acquisto di circa un 2%, con stabilizzazione alla fine e mostrando sempre oscillazioni significative. Top 1-0.5%. Il segmento raggruppa un’esigua frazione di contribuenti, che hanno al disopra il mezzo % più ricco e al disotto il 99% rimanente. L’asse verticale è molto ristretto e le considerazioni sono


Lamberto Aliberti analoghe al precedente. Top 0.5-0.1%. Siamo fra il 5 e l’1 per mille contribuenti. Possiamo quindi dire di essere finalmente entrati nel ristrettissimo novero dei superricchi. E il quadro presenta cambiamenti netti. Innanzitutto per un segmento così esiguo (in Italia i contribuenti erano poco più di 187mila, in America circa 576mila, nel 2004) l’altezza dell’asse verticale è notevole, circa 3.2%. Nel 1974 i due paesi erano vicinissimi (meno di mezzo punto), del 2004 decisamente lontani (più di 2 punti di reddito assorbito). Altre novità sul piano dinamico: la crescita degli Stati Uniti, che inizia, come prima, nel 1987, ha un passo decisamente svelto per 2 anni, praticamente si ferma, con vistose pause, per 7, riprende, torna incerta a partire dal 2000; l’Italia invece conferma 2 tendenze, e, nella seconda, dal 1983, procede con passo decisamente più lento. Top 0.5-0.1%. Stiamo entrando nell’empireo dei paperoni, compresi fra l’1 per mille e l’1 per diecimila. L’asse verticale si mantiene decisamente largo. Ormai stiamo raggiungendo la prova che i due paesi differiscono soprattutto per la cuspide della piramide, che va nella stratosfera, per gli americani, si ferma ad altezza del Monte Bianco per noi. Tutto questo ottenuto con l’accaparramento di una frazione crescente di reddito, a partire dagli anni ’80, pienamente riuscito da parte loro, contenuto, silenzioso e lento, ma continuo, per noi.


Lamberto Aliberti Top 0.01%. Ecco il paradiso degli arrampicatori sociali. Gli eletti, un adulto su 10mila, nel 2004 erano in Italia meno di 4mila700, negli Stati Uniti, 14mila400. L’asse verticale è notevolmente ampio in proporzione all’esiguità del segmento. Ma soprattutto è notevole il distacco che viene a stabilirsi tra noi e loro alla fine del trentennio, partendo da posizioni vicinissime. E più che in ogni altro diagramma emergono le dimensioni inquietanti dell’ineguaglianza. In effetti, se è già un po’ preoccupante << ma per molti una sfida esaltante, neh, caro cugino Roberto >> che 1 italiano su 10mila assorba circa 6 parti su 1000 del reddito, scoprire che la stessa frazione di nordamericani si porti a casa quasi il 3% un po’ di brividi li mette, pensando al potere nelle loro mani. È così improbabile che non ne facciano uso, quanto meno non si attrezzino per difenderlo e siano già “scesi in campo”, magari con forme più discrete e sottili del loro ruspante omologo nostrano. Le distanze. Rivediamo il quadro complessivo sotto il profilo del rapporto noi/loro, effettuato segmento per segmento, sempre relativamente alle frazioni di reddito detenute. La lettura del diagramma richiede qualche sforzo, ma rivela che: • la distanza cresce col crescere del reddito; • è significativa per i segmenti più ricchi, molto meno per gli altri;


Lamberto Aliberti • infatti raggiunge le 5 volte nei Top 0.01% e le 2.5 volte per i Top da 0.1 a 0.01% • arriva al massimo nella seconda metà degli anni 80, poi scende. Conclusione. Il confronto fra Stati Uniti e Italia circa la distribuzione del reddito rivela indubbie corrispondenze: principalmente che in entrambi i paesi è in atto un approfondimento del solco fra 2 gruppi: i pochi fortunati? privilegiati? meritevoli? Meno del 10% della popolazione contro la massa del 90% e oltre. L’altra analogia è che il 5% circa degli eletti ha cominciato a distanziarsi da tutti gli altri dagli anni 80 in poi. Ci sono di converso significative differenze: principalmente che il gap tra i ricchi e gli altri in Italia è molto inferiore a quello degli Stati Uniti. E in tutti i segmenti la distanza fra noi e loro è aumentata sensibilmente nel trentennio, ma recentemente sembra diminuire. Siamo destinati a raggiungerli? E le pronunciate pause nella dinamica degli americani segnano per loro il raggiungimento di un plafond? Non dimentichiamo che nel 2000 scoppia la bolla tecnologica, con una drammatica caduta dei valori azionari, soprattutto legati ad Internet, e i segmenti del 5% Top entrano in turbolenza, oscillando tanto più, quanto sono posizionati in alto in classifica. È dunque pensabile una reazione diversa alle dinamiche del reddito totale. Bisognerà dunque portare l’analisi anche sui valori assoluti, in modo separato però. Qui basterà un inquadramento a livello generale, che proporremo subito dopo la sintesi del confronto. La sintesi. Ecco a confronto le quote di reddito assorbite dai 3 aggregati

ITA US

Bottom 90% 67.36 56.89

Income share % 20004 Top 90- Top 9999% 100% tot 23.61 9.03 100 27.03 16.08 100

principali nel 2004. La differenza di peso dei Top, a favore degli Stati Uniti è netta, soprattutto nella cuspide della piramide, ma la somiglianza indubbia. I valori assoluti. Ci servono per stabilire il peso delle 2 economie. Adotteremo quindi il PIL (Prodotto Interno Lordo somma del valore di tutti i


Lamberto Aliberti beni e servizi finali, prodotti all’interno dei confini del Paese, in un certo periodo di tempo, nel caso l’anno. È un indice discusso, con più di una licenza logica, certamente inadeguato a misurare la qualità della vita, però è il più usato per fotografare l’attività economica complessiva di un paese. Lo dovremo però trattare per rendere omogeneo il confronto, tenere cioè conto di differente popolazione, dinamiche dei prezzi e tassi di cambio. Nel primo caso il trattamento è semplice: pro capite, cioè valori assoluti divisi per la popolazione. Per ovviare agli altri limiti, faremo uso del PPP, Purchasing Power Parity, studiato per superare l’inadeguatezza dei tassi di cambio a riflettere il reale valore, come potere d’acquisto, di grandezze espresse in monete diverse. Per il calcolo si può far ricorso a criteri empirici, il più famoso dei quali è il Big Mac Index. In effetti l’orrendo prodotto è uguale in tutto il mondo, grazie a ricette, applicate con cura maniacale. Inoltre sono non meno rigorose le politiche di marketing dell’azienda. Per cui il rapporto dei prezzi in paesi diversi viene considerato l’esatta fotografia del diverso potere d’acquisto. Altri criteri fanno appello alla statistica, operando sugli indici di prezzo di ogni paese. Abitualmente li si trasforma poi in dollari, attraverso il tasso di cambio, ottenendo così serie a parità di potere d’acquisto. Di questa categoria è il Geary-Khamis dollar, adottato dalla World bank ed impiegato qui. Per un’idea del suo peso, consideriamo l’India (2010): al cambio il suo Prodotto Interno Lordo era circa 1milione700mila dollari, e la collocava al decimo posto nel mondo, applicando il PPP, diventa di 3milioni600mila e passa al quarto posto. È comunque ovvio che nessun coefficiente dia garanzie assolute << d’altronde nessuna statistica può darcele >>. Nel nostro caso la questione diventa particolarmente ardua considerando il passaggio dalla lira al dollaro e tutte le polemiche che il tasso di conversione e gli indici di prezzo al passaggio hanno suscitato. Pertanto non andremo troppo indietro nel tempo. Però approfitteremo di una serie storica più breve ed accessibile per spingerci un po’ più avanti nel tempo di quanto si è fatto finora. Confronto PIL. La fonte è World Bank, che ha aggiornato le sue stime all’inizio di ottobre. Nell’orizzonte 1991-2010 la rilevante analogia nelle dinamiche del PIL dei 2 paesi salta subito all’occhio. Come il peso decisamente superiore dell’economia americana. Il diagramma tuttavia misura troppo grossolanament e lo scarto. È necessario un po’ più di


Lamberto Aliberti dettaglio, perché anche questo tipo di gap è di primaria importanza per la nostra indagine. Allo scopo introduciamo lo scostamento % tra PIL US e IT, sottraendo il secondo dal primo e rapportandolo al valore assoluto dell’Italia. Pur con qualche pausa la crescita della nostra distanza con loro è costante e significativa: col 2010 arriva a sfiorare il 60% in più, partendo da un 30%, vent’anni prima. Che l’Italia stia soffrendo, quanto meno dagli anni 90 di un problema di crescita prende la massima evidenza, tanto più che il confronto con un’economia, la cui espansione è giudicata insoddisfacente dagli stessi americani. Ai nostri fini possiamo aggiornare un’osservazione precedente: crescita e ineguale distribuzione della ricchezza sembrano interrelate. Se così, c’è da chiedersi se sia il gruppo degli eletti a far muovere l’economia, come pretende il liberismo, o se sono solo questi ultimi ad approfittare dell’accresciuto benessere. Dal quadro precedente, in particolare dal diagramma dedicato ai Bottom 90%, sembra che comunque la massa non ne approfitti mai, né quando l’economia gira bene, né quando va male. Una conclusione indubbiamente da confermare o confutare, entrando nel dettaglio dei singoli paesi. Di importanza peraltro fondamentale, da sola in grado di giustificare la fatica di percorrere montagne di statistiche.

Avanzamento. È stata un'orgia di diagrammi e ci scusiamo della fatica, anche se sappiamo che chi ci segue ha capito la necessità di stare ai fatti, come necessario scotto da pagare, per penetrare un fenomeno misterioso, per non dire incomprensibile, comunque ben poco coerente con la cultura moderna europea, dalla Rivoluzione Francese in poi, o quasi << per gli americani potremmo dire: “ hai voluto la bicicletta, il liberismo sfrenato dei Reagan e dei Bush, ora pedala” >> Dal prossimo articolo cambiamo metodo e ci soffermeremo solo sui fatti salienti, confinando in una sede propria i dettagli, peraltro fondamentali per chi vuole andare a fondo delle cose e magari farsi un'opinione propria in materia. (continua)


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