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SCRITTO ed ILLUSTRATO DA DARK GRAIMOND COPYRIGHT 2018 DARK GRAIMOND sitO: hellcomicsunderworld.altervista.org


DRAIK IL FUORILEGGE


La Taverna I flebili raggi della luna si allungavano come spirali sulle mura delle torri e sul campanile della chiesa del fuoco astrale; mentre la notte avvolgeva la città di Dansamur. Quelle piccole brecce di luce si insinuavano tra i tetti spioventi delle catapecchie e i muri crepati dei vicoli bui. Un uomo sbucò fuori da un vicolo, per poco evitò di calpestare lo sterco, ancora caldo, di qualche cavallo , e si intrufolò alla taverna del Borbottio. Un fumo opprimente invase i suoi polmoni, tossì mentre tratteneva con la mano destra il cappello a punta grigio che stava per cadergli. Un'atmosfera di fumo, sudore, sentore d'alcool, aleggiava per tutta la locanda impregnando le strofe strimpellate dei menestrelli; i volti delle meretrici, impegnate in danze erotiche per accalappiare polli da spennare; gli ubriaconi svenuti sul pavimento in legno; i giocatori d'azzardo che imprecavano per le loro sconfitte. L'uomo prese posto in un tavolo in penombra, sul lato est della taverna. Ordinò una brocca di vino, si versò da bere su un boccale, diede una sorsata rigenerante e tirò fuori da una borsa grigia una pipa intagliata in pino, che riempì con del tabacco nero. Mentre fumava roteava la mano sul pomo di smeraldo del suo bastone. Il brusio e le bestemmie dei giocatori d'azzardo, il rosicare delle ossa di pollo dei clienti, lo scoppiettio della legna che ardeva sul camino ferivano il suo udito ipersensibile tanto che intensificò lo sfregamento sul pomo del bastone. Prese la brocca e si apprestò a riempire un'altra volta il boccale quando avvertì che il suo compare stava per arrivare. Percepiva i suoi passi ancor prima che egli si avvicinasse alla taverna. Il respiro affannoso della sua cavalcatura, il tintinnio delle staffe che stridevano contro le protezioni in acciaio. Era lui, Draik Vaalard, il più grande ladro di questo secolo, a dire di molti, le cui imprese erano leggenda. Emetteva un'aurea particolare. L'uomo osservò Draik varcare la soglia della taverna. Era un tipo di media altezza, dalla lunga chioma castana che ricadeva sulle spalle, occhi azzurri, naso aquilino, sbarbato. Aveva l'occhio sinistro di vetro, dal bulbo completamente bianco, solcato verticalmente da una cicatrice. Indossava una cappa nera, gambesone nero, calzebraghe in cuoio nero e stivali lunghi con fibbie nere. Sul lato destro indossava protezioni in acciaio scanalate: un vambrace decorato da motivi a spirale, una cubitiera, uno spallaccio con tre placche borchiate sovrapposte e mobili legato ad un pettorale


borchiato. Un cinturone a tracollo in cuoio nero su cui erano foderati sette coltelli. Aveva anche una mazza frusto legata al lato sinistro del cinturone e sulla destra una spada a una mano e mezza con impugnatura in cuoio nero, pomo a disco e guardia a crociera. “Niente male”, mormorò l'uomo.

Draik si fece strada e notò, dall'occhio buono, un vecchio dall'aspetto bizzarro che indossava una lunga veste grigia e un cappello a punta. Una folta barba nera e gli occhi dello stesso colore. Doveva essere il vecchio, l'uomo che lo aveva contattato. Lo raggiunse al tavolo e prese posto a fianco a lui. “Così siete voi il vecchio che ha avuto l'ardire e l'abilità di contattarmi.” Il vecchio dal cappello a punta abbozzò un sorriso compiaciuto. “In pochi possono usufruire dei miei talenti. Sono molto onerosi. Il tuo anticipo lo è stato ma hai corso un bel rischio”, sulle labbra di Draik si formò un ghigno irridente. “Tuttavia, a differenza dei mascalzoni, io ho un codice da rispettare. Quindi dimmi, come possono esserti d'aiuto le mie doti? E a quanto ammonterebbe il resto del compenso?” Le labbra del vecchio si allargarono a formare un sorriso beffardo. Afferrò la brocca e versò il vino nel suo boccale e poi in quello ancora vuoto di Draik. “Dritto al sodo. Noto con piacere che le dicerie sul suo conto non si discostano poi tanto dal vero, Sir Vaalard. Io mi chiamo Endremond Graimond e non sono vecchio. Sono il più potente negromante di questo secolo.” “Se lo dite voi, Sir Endremon”, rispose sornione Draik. “Quindi a cosa vi serve un umile ladro se stregoni come voi riescono a far apparire ciò che desiderano al sol schiocco delle dita?” Endremon tamburellò con le dita sul pomo del bastone, fissò Draik e disse: “Non deridermi, ragazzino e bada a come parli. Non sono uno sciocco. Ho vissuto più anni di quelli che credi. Sono stato il discepolo del grande maestro Usandur, il signore della magia nera.” “Calma, non volevo offenderla. Vorrei solo avere delle spiegazioni. E che diamine, diamoci del tu...” Endremon svuotò con un sorso breve e deciso il suo boccale, si passò una mano sulla lunga barba, prese la pipa dal tavolo, tirò una boccata ed espirò una volata di fumo in cerchi che si dissolsero nell'aria già viziata. “Allora ascoltami bene. Sei a conoscenza dell'esistenza delle armature di Mondragon e Maldibor e del loro potere? Forse no, dato che le loro esistenze si sono perse negli albori del tempo. Mi ascolti?” Draik smise di bere il vino dal boccale e con un sorriso che gli si allargava da sinistra a destra


rispose: “Certo vecchio, sono tutto orecchie. Armature, armi, bacchette magiche, la solita solfa da maghi. E scommetto che vuoi che rubi una bella bacchetta per te.” Endremon, furioso, sbatté il pugno sul tavolo crepato da linee e scritte. “Come osi trattarmi con questa superficialità?” Draik si protese verso di lui avvicinando il viso e gli sussurrò: “ Ma è così, vero?” Il vecchio tossì e aggrottò la fronte. “Certo! Sei un fottuto ladro, cosa dovrei volere da te? La tua compagnia? C'è molto di più, però. Ascoltami bene.” Draik allungò le gambe, incrociandole, sprofondò nella sedia e fece un cenno di assenso con il capo. “Più di tremila anni fa uno stregone di nome Mordarius forgiò un'armatura tramite la sua magia oscura, essa era l'incarnazione stessa della magia nera. Venne chiamata Mondragon. Fu un impresa rara dato che Mordarius non usò la fucina di un armoraro ma solo la magia. Fino ad allora solo armi e bacchette erano state create. Solo un uomo, figlio di uno stregone o di una strega, dotato di profonda conoscenza e potere, poteva riuscire in questa impresa.” “Credevo foste sterili voi stregoni. Insomma che l'arnese non vi funzionasse”, disse Draik soffocando una breve risatina. “Sono stupide leggende, sciocco. Altrimenti ci saremo estinti, non credi? È vero alcuni maghi sono sterili a causa della magia, ma altri riescono a figliare, non tra loro, ma con persone comuni. E a volte capita che il nascituro riceva in eredità i poteri del padre o della madre, acquisendo capacità magiche. Alcuni di questi diventano molto potenti, come Mordarius. Io del resto sono figlio di Usandur.” Draik afferrò il suo boccale dal tavolo e lo alzò rivolto ad Endremon: “Figlio d'arte, quindi. Scommetto, allora, che avete progettato qualcosa per uscire dal cono d'ombra di vostro padre.” “Non prenderti gioco di me, Vaalard. Sono mosso da sentimenti nobili. I vostri sentimenti da piccolo uomo non rispecchiano i miei.” Il vecchio portò la mano alla barba e iniziò a lisciarla in tutta la sua lunghezza. “L'armatura di Mordarius può essere indossata solo dal figlio di uno stregone o di una strega con poteri innati. Un mago divenuto tale solo per studi e figlio di una coppia comune verrebbe annientato all'istante. L'armatura dona a chi la indossa poteri straordinari come la telepatia, la veggenza, l'immortalità, oltre ad una smisurata forza, abilità e agilità. La capacità di teletrasportarsi, di divenire invisibile, e la capacità di resuscitare i morti. Potere che Mordarius usò per creare un esercitò di non morti, che ingrossava le sue file ogni qualvolta un loro nemico veniva ucciso. Egli riuscì a costruire un impero, che durò per più di cinquecento anni. Finché non nacque un mago che si ribellò a tale...” “Vecchio, che vai cianciando? Morti che si risvegliano, armature che rendono forti come gli dei e


la nascita di un impero la cui leggenda si è smarrita nei secoli. Credi davvero a queste stronzate? E io che sto a perdere tempo con te...” “Taci sciocco! Non sai nulla! Lasciami finire, stupido ruba carte!” Il vecchio riprese ad arricciarsi la barba mentre riprendeva la sua storia. “Anarius era il nome del mago che si ribellò, un mago dai poteri innati. Egli in gran segreto, forgiò un'armatura usando la magia bianca: la Maldibor. Essa forniva gli stessi poteri dell'armatura Mondragon, con due varianti: il potere di curare immediatamente le ferite e di liberare i non morti dalla loro maledizione. Anarius lottò contro Mordarius liberando i non morti e salvando chi era sul punto di perire e così sconfisse l'oscuro stregone. Alla fine si scontrarono, una dura lotta nella quale i due si annientarono a vicenda annullando le loro forze. Il servitore di Mordarius, Craspas, riuscì a portar via dallo scontro l'armatura del suo padrone e lo stesso fecero alcuni discepoli di Anarius. Il servitore dello stregone fondò una setta, la cabala di Mordarius, la quale custodisce la sua armatura in un luogo segreto in attesa di uno stregone che possa indossarla. Io voglio trovarli, dimostrare loro di essere il legittimo discendente di Mordarius e continuare la sua opera.” Draik lisciò il guanto in cuoio nero della mano sinistra e si drizzò sulla sedia: “Ammettiamo che la tua storia sia vera. Hai forse travisato il mio mestiere. Io non sono un cazzo di cane da tartufo, vecchio.” Endremon si lasciò andare ad una stridula risatina. “Non voglio che tu mi aiuti a trovare la cabala. Voglio che tu rubi la Maldibor. Ho scoperto dove si trova: nelle segrete del castello della capitale di Varzaard. Custodita dalla nobile casata dei Anarius dal discendente Re Datros. Prima di trovare la cabala devo impossessarmi della Maldidor per non finire come il mio antenato, togliere ogni possibile difesa al nemico, dato che oltre al re potrebbe esistere anche qualcun altro capace di indossarla, un mago dal cuore puro. Con il furto sarei sicuro.” “Perché non usi la tua magia per rubare l'armatura o costringere qualche servo del re a farlo per te?” “Se avessi potuto lo avrei già fatto. Il problema è proprio la magia. Ho scoperto che dieci arcani proteggono la Maldibor. Essi sono capaci di percepire la magia e verrei subito scoperto. Mentre tu, maestro dei travestimenti e della furtività, se solo sono vere le storie su di te... ti pagherò cinque volte il compenso che hai ricevuto per udire la mia proposta. E in seguito potresti aiutarmi a completare l'opera, e se io dovessi riuscire nel mio intento, magari diventeresti un generale. Cosa te ne pare?” Draik si grattò la fronte con l'indice della mano destra, si scrocchiò il collo piegandolo verso la sua sinistra: “Vuoi che rischi la mia vita intrufolandomi dentro il castello di un re per rubare un'armatura leggendaria che forse non esiste. Sembra la proposta di un menestrello.... cosa ti fa pensare che possa accettare?”


“Perché ami la sfida come tutti i ladri. E percepisco che sei uno che vuole mettersi alla prova e accrescere la propria leggenda. Ma penso che sia il compenso la parte che ti solletica di più.” “Affare fatto vecchio, mi hai colpito al cuore.” Draik porse la mano ad Endremond che la strinse sorridendo. “Io però non lavoro da solo. Ho la mia piccola combriccola di mascalzoni.Il mio branco.Devo contattarli.” Endremon accennò un gesto di assenso col capo. “Hai tempo cinque giorni per radunare i tuoi uomini. Partiremmo per la capitale via mare, vi attenderò lì con il mio vascello.” “Un vascello? Sei pieno di risorse vecchio.” Uscendo dalla locanda, Draik vide di fronte a sé un uomo tarchiato che stava prendendo a ceffoni e a pugni una donna; quella, piegata al suolo, sputava sangue. “Stupida Puttana! Come osi rifiutarmi solo perché non ho un soldo e puzzo d'alcool? Vai pure con i vecchi decrepiti e con me no? Ti ho detto che ti pagherò.” La donna cercò a fatica di alzarsi e guardando l'uomo ribatté: “Preferirei giacere con un ratto piuttosto che venire di nuovo a letto con te, bastardo!” L'uomo stava per sperarle un pugno dritto al viso ma Draik lo afferrò per il polso e gli torse il braccio, poi, costringendolo ad abbassarsi con una ginocchiata ben assestata, glielo spezzò. Infine si allontanò con il negromante, lasciandolo gemere al suolo. “Dopotutto sei un uomo dal cuore tenero, non uno spietato bastardo. Chissà se sei l'uomo giusto? Inizio ad essere perplesso.” “Solo perché detesto vedere una dolce donzella picchiata da un uomo burbero non significa che io sia un santo. Non troverai un bastardo come me in nessun luogo. Sono l'uomo che fa per te, vecchio.” “Vedremo ragazzo, vedremo.”


Il Branco JESAIBEL Il canto del gallo e il brusio per le strade del porto di Samdar ridestarono Jesaibel dal suo sogno. I raggi di un timido sole filtravano dalle tende della finestra in sottili strisce segnando il corpo nudo del suo nuovo amante, sfiancato dagli amplessi della notte scorsa. Si alzò dal letto, nuda, e si diresse verso la tinozza. Versò dell'acqua riependola fino all'altezza delle ginocchia ed entrò dentro.Prese una saponetta e se la passò su tutto il corpo. Poi si versò dell'acqua da un mastello sciaquando via il sapone.In fine s'immerse appoggiando la testa sul bordo,lasciando dondolare fuori la sua lunga chioma rossa. Le piaceva il contatto con l'acqua fredda perchè le tonificava il corpo.Non si sentiva affatto una meretrice, ma una donna libera e forte tanto da decidere chi portarsi a letto. Le donne dovevano avere le stesse opportunità degli uomini. Uguali in tutto: diritti, doveri e piaceri. Stirò le gambe fino ad appoggiare i polpacci ai bordi della tinozza mentre fissava avida la schiena abbronzata del suo amante, gocce d'acqua caddero sul pavimento in legno. Lui, colpito da un raggio di luce sul viso, mosse la mano contro un'invisibile creatura e poi rigirandosi sul letto si assopì. Jesaibel si alzò dalla tinozza, si asciugò con un telo di lino e si diresse verso il poggiolo di fronte allo specchio. Si spazzolò i capelli e mise del trucco sulle ciglia che ornavano i suoi profondi occhi verdi. Indossò una camicia di lino scollata con merletti, che le facevano risaltare la prosperosità dei seni; sopra il farsetto, le calzabraghe e un paio di stivali borchiati di cuoio nero. Nella parte sinistra della cintura infilò nella fodera la sua sciabola con guardia a crociera, pomo a mezza luna e impugnatura ondulata. Raccolse l'arco nero e la faretra e li legò al cinturone nero a tracollo. Si mise addosso la mantellina di lino nera e uscì dalla stanza. “Mia Signora Jesaibel Faaran, il padrone necessità del suo servigio per una nuova missione.” Jesaibel trasalì, si voltò e vide al lato della porta, sul corridoio che dava sulle scale per il salone, un piccolo uomo: pelato, con la parte destra del viso deturpata, avvolto da abiti di canapa nera e da una cappa nera.


Riconobbe l'uomo e dopo avergli mollato una pacca alla spalla, disse: “Il padrone può aspettare, Calius, vecchio mio. È ora di fare colazione. Offro io, andiamo.”

Yuri Yuri attendeva il suo momento mentre accarezzava il pelo bianco del suo cane lupo Urss. Nell'umile villaggio di allevatori e pescatori di Salgator era il giorno della lotta tra i cani; un giorno di festa. Si riunivano i padroni dei migliori cani da combattimento di tutti i villaggi per partecipare alle lotte e vincere cospicue somme di denaro. Dentro al cerchio in terra battuta dell'arena in legno, un'alibratore girava circospetto fissando il pubblico urlante in attesa del nuovo combattimento. Yuri era pronto. “Miei cari signori! Adesso vedremo all'opera due bestie sanguinarie. Si affronteranno qui per voi: il pitbull Gaijo di Sir Dolman Carter e il cane lupo, Urss, del piccolo globin di montagna, Yuri. Le scommesse sono aperte.” Yuri sentì tutto il disprezzo di quella gente piombargli addosso come lame affilate. L'odiavano perché lui aveva la pelle grigia e, dicevano, fosse un'aberrazione, una mutazione dovuta all'intervento degli stregoni. Allora aveva deciso di vestirsi in modo da incutere timore a quell'insopportabile gentaglia. Era ricoperto di protezioni in acciaio nero provviste di spuntoni. Sul cinturone a tracollo portava un'ascia bipenne, diverse piccole ampolle e due daghe su entrambi i lati della cintura, come fosse pronto a scatenare l'inferno. Yuri si inginocchiò, i tre grandi orecchini per ogni lobo emisero un dolce suono, e sussurrò un verso all'orecchio di Urss; il cane lupo avvicinò il suo muso al lungo naso a punta di lui e gli diede una leccata colpendo con la lingua il grosso anello al naso e i tatuaggi del clan goblin che ricoprivano il viso di Yuri. Poi fece un balzo ed entrò nell'arena portandosi vicino al pitbull. Al segnale dell'alibratore i cani iniziarono la lotta. Urss si spostò lateralmente per schivare il tentativo di Gaijo di azzannarlo e lo graffiò sul ventre sinistro. Il pittbul emise un gemito e si preparò al contrattacco ma i suoi movimenti erano lenti e Urss poté nuovamente graffiarlo leggermente sul ventre. Questa volta Gaijo stramazzò a terra, come fosse stato letteralmente sventrato, gemendo e con la lingua di fuori. Un silenzio improvviso calò intorno all'arena dopo che il pitbull emise l'ultimo gemito prima di morire. Un sorriso sornione si dipinse sulle labbra di Yuri. Dalmat Carter inveì contro di lui: “Impossibile! La ferita del mio Goijo è superficiale. Deve


esserci un inganno. Le sue ampolle contengono del veleno. Deve aver usato qualche stregoneria sugli artigli del suo cane. Prendetelo!” Alcune guardie del villaggio, armate di spade e scudi a mandorla, si mossero contro di lui, dopo il cenno dell'alibratore. Indossavano surcotti,camagli,gorgiere ed elmi barbuta. Yuri sguainò l'ascia bipenne preparandosi allo scontro. Compì due capriole scagliandosi contro una guardia, gli conficcò l'ascia sul cranio dopo che gli aveva fatto volare l'elmo. Fece un fischio e Urss si avventò su un'altra guardia. Qualcuno lo prese alle spalle sollevandolo da terra e lo scaraventò in aria facendolo sbattere contro una bancarella di verdura. Si rialzò da terra e vide cadere esanime la guardia che lo aveva fatto volare, colpita al collo da una freccia. Poteva scommetterci l'osso del collo che quella freccia era di Jesaibel. Una donna dai capelli rossi, insieme ad un piccoletto sfigurato sul volto, arrivarono al galoppo di due destrieri sul luogo della rivalsa. I due intimarono le guardie di lasciare libero il goblin. Yuri approfittò del momento di confusione, salì in groppa al cavallo del piccoletto e fuggì insieme a loro seguito dal suo cane lupo. “Mi spiace per i pregiudizi che ancora vi accolgono Sir Yuri”, disse il piccoletto. “Fidati Calius”, intervenne Jesaibel “Certi pregiudizi portano del vero. Il baro è la passione di Yuri e sono certa che le zanne del suo cane lupo erano avvelenate. Del resto è lui il nostro alchimista dei veleni. Peccato per il suo mutismo”. Yuri sorrise allargando le labbra e mostrando a Jesaibel la sua dentatura opaca formata da piccole zanne.

Dorn lostar e Draik Una pioggia torrenziale cadeva sulle tegole dei tetti di Dansamur. Draik ascoltava il dolce tamburellare delle gocce sul tetto della locanda del Buon Gusto, mentre sorseggiava del buon vino e fumava tabacco nella sua camera insieme al suo socio. Un uomo di colore, alto due metri, dai capelli corti e la barba folta. Sulla tempia destra aveva tatuato un drago nero. Indossava protezioni in acciaio nero: una corazza scanalata rivestita di motivi fiammeggianti e borchie tonde. “Dimmi, occhio di lince, come sono messi i nostri compari? Calius riuscirà a portarli qui entro la data pattuita?” Draik boccheggiò dalla pipa ed espirò il fumo dalla bocca. Poi passò la pipa al compare che la prese allungando la mano nel guanto borchiato di cuoio nero.


“Non temere, domani all'alba saranno qui. Ho detto a Calius di condurli direttamente al porto evitando qualsiasi deviazione. C'incontreremo alla contrada dei Pescaroli. ” Dorn sogghignò. “Sei sempre previdente. Scommetto che sei ancora invaghito di Jesaibel.” Draik accentuò un sorriso. “Siamo solo soci”, disse e prese la pipa dalle mani di Dorn. “Chissà se sei stato previdente accettando questo incarico. Un tipo che vuole rubare un'armatura per conquistare tutto ciò che gli aggrada non è proprio un tipo affidabile.” “È solo un vecchio pazzo. Ho dei dubbi sulla sua storia. Ciò che conta è che paghi. Se tenta di imbrogliarmi si ritroverà la mia lama sulla carotide. Qualcosa al castello c'è di sicuro data la presenza degli arcani. Gli porterò quello che trovo e se non lo aggrada...” “Condivido in pieno, occhio di falco. Se tutto va a buon fine potremmo cambiare vita. Comunque dobbiamo andare via in fretta. Si è sparsa la voce che Draik Vaalard viva a Dansamur e le guardie presto verificheranno. La nostra presenza qui si è protratta per troppo tempo. Dobbiamo cambiare rifugio, magari spostarci più al nord.” Draik si alzò e toltosi l'occhio di vetro lo ripose sotto un bicchiere, avvolgendolo con un panno umido. “Vedremo Dorn. Compiuta l'impresa decideremmo il da farsi. Ora meglio riposare.”


La Fuga La pioggia notturna lasciò il posto alla brezza mattutina dell'alba. Draik svegliò Dorn e i due si affrettarono a lasciare la locanda del Buon Gusto. Varcata la soglia trovarono ad aspettarli una milizia di guardie che indossavano armature a piastre, elmi celata e bigoncia e surcotti rossi con l'effige gialla del leone del regno di Rodran. Erano armati fino ai denti: spade, mazze ferrate e chiodate, picche, balestre, berdiche e archi. Un uomo dal mantello rosso si fece avanti. Draik sapeva chi era. Erano nei guai. “Salve, sono Sir Duncar Farlowein, borgomastro della città e servo del re Datros. Come posso constatare, le informazioni in nostro possesso erano vere. Eccolo qui, il temerario Draik Vaalard. Siete in arresto. Non opponete resistenza e forse dopo un equo processo, il governatore sarà magnanimo, concedendovi solo le prigioni e non la forca.” Il borgomastro fece segno a due soldati di avvicinarsi. Draik si portò la mano verso l'occhio di vetro, era il segnale per Dorn. Estrassero simultaneamente le daghe e colpirono al collo le due guardie. Draik, poi, sguainò la spada mentre Dorn impugnò la sua mazza ferrata. Draik schivò con movimenti felini gli affondi con le spade di due guardie e con un solo colpo squarciò la giugulare di uno e infilzò al cuore l'altro. Vide Dorn spingersi in avanti nel mezzo della milizia mentre roteava la mazza, spezzare due picche, una berdica, fracassare il volto a tre guardie. Draik dietro di lui ne approfittò per uccidere altre due guardie. Poi urlò a Dorn di fuggire. I due iniziarono a correre sui loro destrieri come fossero in mezzo ad una radura, scontrandosi contro i passanti e cercando riparo tra assi e balconate, ogni qual volta sentivano partire i nugoli di dardi e frecce che le guardie sopravvissute allo scontro lanciavano contro di loro mentre li inseguivano. “Occhio di lince, che facciamo se i nostri compari non ci sono e non troviamo neanche il vascello? Che il vecchio ci abbia tradito?” Draik non rispose alle parole di Dorn e continuò la sua corsa verso il porto. Trovarono Jesaibel e gli altri che li attendevano all'angolo tra la via Pescaroli e l'imbocco per il


porto. “Voi due vi cacciate sempre nei guai, eh?” disse Jesaibel. Draik le fece segno di agire. Lei non se lo fece ripetere due volte, s'inginocchio e scoccò dieci frecce in rapida successione, uccidendo cinque guardie e rallentando il loro inseguimento. Poi si addentrarono nel porto in cerca del vascello. Draik notò che una sfera luminosa stava lievitando all'orizzonte e capì che quello era il segnale del vecchio. Il punto in cui il vascello era attraccato. Così fece segno agli altri di seguirlo. “A quanto pare sei in debito, Sir Vaalard. Vi ho salvato la vita”, disse il vecchio, quando ormai erano salpati e ogni minaccia si era dissolta. “Mi balena l'idea di ridurti il compenso”. Draik gli rivolse uno sguardo feroce che fece trasalire il vecchio. “Non scherzare vecchio. Non ho il senso dell'umorismo quando si tratta di denaro.” “Siete pronti per l'impresa che ci attende, Sir Vaalard?” “Siamo nati per questo, lo vedrai.” Draik volse lo sguardo all'orizzonte, il porto ormai era lontano e una nuova avventura lo attendeva con la promessa di una nuova vita.

Continua...............................


DRAIK IL FUORILEGGE


DRAIK IL FUORILEGGE  

Draik Vaalard, un leggendario ladro, viene contattato dal potente negromante Endremond Graimond, affinché lo aiuti a rubare un'armatura dai...

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