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APRILE2011


ORA NE SIAMO CERTI, LA VERITÀ È QUASI BIANCA


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C H I S S À di Paolo Nori

Simone Weil, in una cosa che ha scritto nel 1943, che si intitola Nota sulla soppressione dei partiti politici, immaginava che il posto dei partiti politici, nel caso, da lei auspicato, della loro soppressione, l’avrebbero preso le riviste. La cosa, dopo, non è successa. Oggi, 68 anni dopo, abbiamo ancora i partiti politici (anche se hanno cambiato quasi tutti nome) e non abbiamo quasi più riviste, mi sembra. Ci sono, certo, dei settimanali: l’Espresso, Panorama, Oggi, Gente, però non mi verrebbe da dire che siano riviste. Cosa sono: rotocalchi? Non so. Se mi chiedessero: Dimmi il nome di una rivista, non saprei cosa dire. La rivista… Non so. La settimana enigmistica? Forse no. La settimana enigmistica cos’è? Un settimanale. Anche lei. Enigmistico. No, mi sembra che di riviste, oggi, ce ne siano più poche, quasi nessuna, e quindi la nascita di una nuova rivista, non so, se è un segno buono o cattivo. Credo di poter dire che Simone Weil sarebbe contenta. Però anche quello, chissà, bisognerebbe chiedere a lei.

…sure


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COSTOLAE La riflessione di Paolo Nori è stata molto stimolante: ci è venuto infatti da chiederci Che cos'è un partito politico? È forse quella cosa per cui delle persone si mettono insieme perché hanno ragione loro invece che gli altri? Poi ci siamo guardati e ci siamo detti che sì, che in fondo sarebbe stato meglio essere sicuri sulla questione della rivista e allora ci siamo chiesti Che cos'è una rivista? È forse quella cosa per cui delle persone si mettono insieme perché hanno ragione loro invece che gli altri? No. Non avevamo una risposta per entrambe le domande. L'unica certezza che avevamo era che una costola è dura ma flessibile; che le costole messe per benino insieme proteggono i nostri cari organi interni da traumi emozionali e da traumi non solo emozionali tipo le bastonate; che una costola se si rompe e, se tutto va bene, può ricalcificarsi. Quel che è, è che non l'avevamo mai visto un insieme così di racconti illustrati, perché è difficile vedere le cose così, come l'avevamo viste un attimo fa. Buona lettura, se credete.

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Matteo Marcheselli •

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• Fr a n c e s c o C a t t a n i

Giovanni Di Iacovo •

• Fa b i o M i r r o s

Collettivo Mensa •

• Collettivo Mensa

Pi p p o B a l e s t r a •

• Pa o l o C a t t a n e o

Diego Fontana •

• Ro b b e

Jacopo Nacci •

• Alessandro Baronciani

Gianluca Longhi •

• Stefano David

M i c h e l e Va c c a r i •

• Emanuele Giacopetti

Ro b e r t o M a n d r a c c h i a •

• Brochendors Brothers

Antonella Cagianelli •

• To n i D e M u r o

C o s i m o Pi e d i s c a l z i •

• Pa o l a Pa p p a c e n a

Matteo Comastri •

• Marco ‘About’ Bevivino

G i u l i a Fr a t t i n i •

• Silvia Giuseppone

Alessandro Ansuini •

• Simone Cortesi

Ro s a r i a M a d o n n a •

• Martina Merlini

Edoardo Cavazzuti •

• Daniele De Battè

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1/ CHISSÀ 2 / P R E FA Z I O N E 3 / C O S TO L E 4/ INDICE 5/ ALIENI 9 / I L V O LO D I V I C TO R 1 5 / E R AVA M O I N T R E , D U E C O R N U T I E U N G I G A N T E 17/ BAMBINA DENTI GIALLI 2 1 / C O M E S TA N N O L E O R T E N S I E 2 3 / U N A M AT T I N A A DA M O 27/ FERRO 5 2 9 / 1 1 9 - A M O R E I N O S S I DA B I L E 3 5 / C O R TO C I R C U I TO 37/ V 41/ SANDTWICH 4 3 / V U O I V E D E R E C H E È Q U E L LO ? 4 7 / P E N S A R E D I P OT E R S I N U T R I R E A U TO N O M A M E N T E 5 1 / F E N O M E N O LO G I A D I U N B U C O N E R O 55/ AMBIZIONI MALRIPOSTE 57/ ELETTROCUZIONE 61/ storie di retro copertina

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di Matteo Marcheselli illustrato da Francesco Cattani

La scena si apre in un pub dove, nonostante gli spessi vetri colorati, il sole filtra rifratto e rende surreale il fluttuare di microparticelle nell'aria. C’è quella calma da martedì pomeriggio presto. Da gente ancora in ufficio. Giulio siede di schiena aggrappato alla sua pinta necessariamente mezza vuota. Vago preludio all’aperitivo. Guarda il sottobicchiere distorto dal fondo in vetro spesso, mangiato dall’umidità della condensa. Dietro, poco lontano, c’è il rumore di parole accavallate e musica trasparente che contrasta lo spessore del legno. Una mano si infila in una busta da 25 grammi di patatine aromatizzate al pomodoro. Michele, il protagonista, è in bagno. È giusto dopo il bancone. A destra. Lo troviamo di spalle. In piedi davanti alla tazza bianca e disegnata. Qualche adesivo alla parete ci introduce a qualche nuova moda. C’è il nome di una band inequivocabilmente indie rock accompagnata da un sito internet. Sono passate da poco le quattro e l'odore tra quelle strette pareti piastrellate è ancora ragionevolmente sterile. Tipo collirio in blister monouso. Il solo rumore è di una timida pioggia acida invernale. L’immagine che Michele ha in mente è quella di un assorbente galleggiante in un mare limpido. Caraibi. Fuori, dentro il pub, poco è cambiato. Nelle televisioni aggrappate ai muri una cantante sculettante si è sostituita ad una ammiccante. Il sacchetto di patatine in un indefinito tavolo alle spalle di Giulio è ormai abbandonato divelto nella sua inutilità specchiata. Un vociare prosegue su argomenti semiseri. La birra di Giulio è ancora più vuota e calda. Il sole finto agonizza fuori dai vetri tinti e venati. Hanno i disegni delle mani dei vecchi segnate dall’atrofia dei tessuti sottocutanei. Michele, vedendosi veloce allo specchio, si sorride di lato senza scoprire i denti. Lava le mani con minuzia poi schiocca un "thcì!" con la lingua e spinge la porta con l'intero palmo della mano. Cammina veloce. Quindi raggiunge Giulio. Strano che nessuno si aspetti una invasione aliena. Michele solleva la sua birra e tocca il bicchiere con quello di Giulio. Nuovamente pieno. Brindisi. Giulio sorride. Prende un piccolo sorso inclinando impercettibilmente il bicchiere. Riprende a parlare di quella ragazza senza un braccio. La aggettiva come: “figa colossale” Auspica una: “scopata pazzesca” Risulta: ripetitivo. La ragazza in questione è Cristina. Dimostra una età tra i 22 e 27 anni e spesso passeggia con una qualche insignificante amica lungo Via Zamboni. Ha un fisico esatto come gli esercizi copiati dal libro delle soluzioni e due occhi blu da firma indelebile. Le manca un avambraccio, quello sinistro. Ha una passione per i vestiti scuri e per gli accessori viola. In ogni acquisto vive una critica alla concezione teatrale della vita: si beffa di tutte le maschere, le logiche dell’appropriatezza e gli aperitivi per sfuggire ad una inevitabile noia. C’è chi sostiene sia di una “pesantezza unica”. Per altri è originale. Per Giulio è un’ossessione. Per Michele un consumato argomento di discussione. Cristina ha una camminata a gambe tese da Gestapo. Enfatizza una austerità stemperata da una abbondante

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scollatura. Spesso fuma una sigaretta di marchio Pall Mall. Quando Giulio la incontra rallenta attratto ed imbarazzato. Giulio continua. “insomma come si abborda una che non ha un braccio?” “basta non chiedere: “Scusa, mi dai una mano?” Michele beve un altro sorso. Pensa ad altro ma nemmeno lui sa dire cosa. Non è il vuoto completo. È più quella sensazione che spinge i topi ad abbandonare per primi una nave che affonda. Si sente stanco. Ha passato le ultime due sere appoggiato sul divano a casa di Giulio girando fronte/retro i boxer, rimediando una maglietta ed usando il dito come spazzolino. Come quando da piccolo rimaneva a dormire a casa di Marco dove c’era quel dentifricio alla menta talmente forte che sembrava gelare il respiro in gola. La conversazione prosegue e da lontano fa sorridere vedere Giulio appollaiato su di uno sgabello al bancone che parla e parla, incentivato dall’alcool e dal troppo tempo libero. Intanto alla coppia delle patatine fritte si sono sostituiti vari gruppetti multicolori sparpagliati aleatoriamente in giro. Immagine di muffe sulle cortecce degli alberi. Il chiacchiericcio si è fatto caotico ed il volume della musica è più alto. Colonna sonora da tramonto. C’è odore di primavera respirato da una camera chiusa. Una ragazza bionda ordina affrettata uno Spritz. È in piedi proprio accanto a Michele. Lui la guarda, lei lo ignora. Poco dietro la aspetta una sua amica seduta al tavolo da un buon quarto d’ora. Ha finalmente smesso di tormentare il proprio telefono. L’attesa in un pub è necessariamente nervosa. Si passa il tempo leggendo il menù, la composizione e le nere preconizzazioni dei nostri pacchetti di sigarette. Si beve tendenzialmente più in fretta. Spesso ci si finge impegnati col proprio cellulare mentre in realtà si scorre annoiati la rubrica.

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“ecco a te, …sono 3 euro” La bionda si allontana con il bicchiere pieno del suo liquido rosso Aperol allungato. Ora Giulio sta raccontando di quella festa in dove chissà come aveva fatto una veloce comparsata anche la ragazza senza braccio. “ti ricordi?” chiede. Michele non vuole ricordare. “no” dice. E lui prosegue. Logorroico come solo l’alcol lo sa rendere. Poi l’improbabile coincidenza della realtà di una città sostanzialmente piccola presenta il personaggio di Cristina dal vivo. La porta si chiude lenta dopo averla sputata dentro. Passa qualche luce tramortita del giorno. Giulio finalmente tace. Lei sfila verso alcuni amici poco lontano dal bancone. Le portano una Heineken in bottiglia. Giulio si domanda che fare. Michele legge un messaggio sul cellulare. Una situazione carica di divenire e lui si ritrova escluso. Roboante staticità. Il suo più grande desiderio è isolare il mondo continuare a bere, parlare di una poesia di Hugo ricordata proprio ora e, infine, dormire. Anche una bella bomba atomica non guasterebbe. Giulio ordina due birre. Surrogato di una iniziativa. Inghiotte e dice qualcosa. Capita a volte di tagliarsi con un foglio di carta. Ci si ferma increduli a guardare la falange bloccati in un dramma impiegatizio. C’è l’illusione che il cervello sbagli. Gli occhi diventano grandi e l’espressione più o meno grave. L’olfatto si annulla e l’udito peggiora. Si formano rughe sulla fronte. Quindi si disegna sottile il sangue sul dito asciugato da un kleenex. Spesso ci si aggettiva con la parola: “coglione”. È un momento in cui le leggi naturali si sintetizzano in un ossimoro. Così immagino possa sentirsi Cristina mentre aspetta di ordinare un’altra bottiglia al bancone. Quando Giulio finalmente la saluta con un approccio più o meno generico e le si seccano le parole in bocca. In quell’attimo in cui indovina di avere perso uno di quegli istanti in cui il correre parallelo delle vite si inganna attraversandone altre. Incrociandole significativamente. Cristina si tocca la cicatrice sotto il gomito sinistro, dove pochi anni prima proseguiva il braccio. Mette Giulio sulla difensiva. Lo imbarazza e non dice niente. Lo guarda cercando la voce e la sua innata vitalità. I dialoghi dei film si avvicendano ma non riesce a coglierne uno da riproporre. Da ricopiare per lo meno. Passa in rassegna i dvd ordinati su una scaffalatura verticale nella sua cucina. American Beauty, Il Favoloso Mondo di Amelie, Kill Bill Volume 1, Jules e Jim, American Graffiti, Il Posto Delle Fragole, The Beach, Natural Born Killers, Psycho. Pensa a quella scena nell’Armata delle Tenebre in cui il protagonista si infila una sega elettrica al posto della mano. Pensa che non la trova più molto comica. Pensa a quella volta che aveva visto Giulio ad una festa. A quella sensazione di ghiaccio sintetico sulle orecchie. Alla traccia nascosta dell’album “The Great Escape”. Si sente compressa in quella ripetitiva ninnananna da circo dissestato. Giulio perdendo fiducia nella sua mossa definitiva fissa un attimo la sua pinta e ne prende un sorso. Michele finge di non far parte della scena benché ne sia il protagonista. Poi arrivano gli alieni e muoiono tutti. Perché gli alieni sono cattivi.

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di Giovanni Di Iacovo illustrato da Fabio Ramiro Rossin

“La sua memoria si placa. Fino al prossimo plenilunio, nessuno turberà il professore né il carnefice senza naso di Hestas”. – Davvero un bel libro. Davvero. Meglio averlo letto tardi che mai. Così Victor chiude con enfasi quasi marziale l’ultima pagina de “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov. Tutto il resto della stanza è solo fumo e dipinti di gatti. Gatti spaventosi e terribili. Gatti che sembrano conoscere verità che l’uomo ancora ignora. Gatti, solo gatti. Victor nel tempo libero amava dipingere. Dipingeva sempre e solo gatti. Gatti fiabeschi e inquietanti. Gatti che conoscono verità che all’uomo sono precluse. Gatti a volte troppo grandi per essere gatti, o con sguardi troppo maligni per essere creature di Dio. A volte dipinge solo un particolare: una zampa, un occhio, una schiena inarcata che si staglia contro la tempesta, illuminata dai lampi oppure una coda che guizza in una camera da letto del futuro, lucente d’acciaio e fredda nelle geometrie. Victor ha solo la sua canottiera a coprirgli i tatuaggi sul petto. Si guarda le braccia. Anche i disegni più netti sono ormai grinzosi insieme alla pelle. – Ma quanti anni ho? – Si domanda Victor, accendendosi una sigaretta. I tatuaggi sono il suo diario di bordo. Ogni principale momento della sua vita se lo è marchiato sulla pelle. Ha ragionato su quali simboli potessero racchiudere quel fatto, quelle emozioni, quella tragedia, quel dolore o quel trionfo e poi se li è fatti tatuare. Con il suo piccolo spettacolo ha lasciato Valka per girare i continenti, e ha avuto modo di farsi tatuare da ogni tipo di persona. Vecchi avanzi di galera, ragazzine rockettare, clandestini, professionisti, una bella signora giapponese, un italiano alcolizzato e diversi di grassi bikers. L’unico tatuaggio che non guarda con piacere, l’unico contro cui neanche il severo passare degli anni sulla pelle ha potuto nulla, è quello lungo l’interno dell’avambraccio. Le dodici cifre con la data e l’ora del suicidio di Victoria. I suoi viaggi sono sempre stati affrontati con pochi euro in tasca, e lui chiedeva uno sconto in cambio dei biglietti per i suoi spettacoli o in cambio della restante metà della sua bottiglia di Rhum. A molti Victor faceva un’immensa pena, altri ne erano spaventati e coprivano gli occhi ai loro figli, disgustati non tanto dalla sua spaventosa magrezza e dai suoi tatuaggi quanto dalla sua schiena flessibile, snodabile, deformabile. Deforme. Proprio grazie ad essa lui ha raggiunto la fama nei freakshow delle periferie di mezzo mondo con il nome d’arte de Lo Straordinario Serpentino. Dovrebbe ringraziare la Centrale. Il giorno dopo che esplose, la madre di Victor, in cinta di lui, notò che Valka fu percorsa da un forte vento. Un vento che portava con sé le

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ultime scorie del fallout radioattivo. I tatuaggi erano una delle poche cose che Victor amava del proprio corpo. Tatuaggi, il suo diario sulla pelle. – Dio che bel libro. Abbozza un sorriso, mentre dallo stereo sfumano tra i raggi del mattino le ultime veloci note di Lust for Life. – Dovevo leggermelo prima, tanti anni prima. Avrei anche fatto colpo su Victoria. Mi avrebbe chiesto se conoscevo Bulgakov e io le avrei risposto: “Ma certo, tesoro. Ricordo anche a memoria l’ultima frase de “Il Maestro e Margherita”. Senti qua…” E le avrei trafitto il cuore. Bah, non diciamo sciocchezze. Un freak è solo un freak, anche se ha letto Bulgakov. Victor è in piedi ad infilarsi la sua camicia preferita, quella viola che gli ha regalato Victoria quando lo ha ospitato per un mese in Germania. Si abbottona con calma, poi prende le sigarette, esce dall’appartamento e sale le scale fino alla terrazza sul tetto. La terrazza sul tetto. Ampia e vuota. Il cielo è terso, di un grigio uniforme gravido di luce. Fa freddo. Odore di smog e d’immobile indifferenza. Non troppo lontano, oltre il cavalcavia dell’autostrada, fiancheggiata da alti cartelloni pubblicitari, si stagliano le nere macerie della torre di Radio Valka attraversate da un velo di nebbia appena percepibile. Lo sguardo di Victor è, però, fisso sul complesso di fronte a lui: il mostruoso stabilimento della Painstav, la fabbrica che dà lavoro a tutti i giovani e le giovani e i meno giovani di Valka. – Grande bastardo di quindici piani, mi hai privato della luce per tutti questi anni. E sputa giù. Poi si accende una sigaretta ammirando quel brontosauro di lamiere annerite e tubi tra i quali si stagliano tre lunghe sporche ciminiere come tre nere dita mozze. Il cuore di tenebra di questo paesino di metallo, ruggine, fumo, freddo, fame, carbone, radioattività, violenza, sesso clandestino, malattie dell’apparato respiratorio e un ridicolo cartello alle porte della città: Benvenuti a Valka-Comune amico del Nucleare Estinta la sigaretta, sputa il mozzicone. Poi si sfila l’anello. Un sinistro anellino di metallo coronato da un acuminato uncino. Lo getta di sotto. – Prego, prima tu – sibila tra i denti. Settimo piano, l’attico. Mentre Victor precipita, i suoi occhi vengono feriti per un istante dalla sfavillante luce riflessa nel collier di una sfavillante Mary Timonov che alza il calice sfavillante in sintonia con suo padre, il colonnello Timonov e con una ventina di sfavillanti ospiti. Lo sfavillìo incantevole sul collo di Mary si riflette nello sfavillìo del sorriso di Armand, il portaborse di suo padre. – È fatta Sindaco! Ora comandiamo noi, ce l’abbiamo più duro di tutti! Lo sfavillare incantevole della luce della gioia di Armand si riflette sullo smeraldino in bocca alla testa di leone d’oro che troneggia sull’anello d’oro dell’anziano Guntis. Guntis ha imbustato e spedito insieme ai suoi tre figli

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figli quattromiladuecentodue lettere agli elettori e ha poi distribuito migliaia di sfavillanti santini elettorali per il candidato sindaco colonnello Timonov al mercato nel parco, poi sulla piazza del Cavallo di Ferro, all’uscita della fabbrica Painstav, alle scuole, davanti alla chiesa di padre Nicolaj, dentro al bar Edgar Allan e ovunque transitasse qualcuno che abbia diritto di voto. Da quello sfavillante smeraldino la luce si riflette sulla sfavillante montatura d’oro degli occhiali di Srecko, fidanzato storico della figlia nonché autista del neo-sindaco Timonov. Srecko guarda la sua fidanzata con occhi colmi d’amore e soddisfazione pensando: – E se manco adesso mi sposi, puttana alcolizzata, ti passo sopra con la macchina tante di quelle volte che finalmente potrai farci credere di essere dimagrita. La montatura degli occhiali del buon Srecko sfavilla incantevolmente fino alle unghie smaltate d’argento di Nataljia Timonov, moglie ufficiale del colonnello Vladimir Timonov che pensa: – Dio, ora che torno da quell’arpia di commessa che non voleva farmi lo sconto, ora che ci torno che sono la moglie del nuovo Sindaco di Valka, mi faccio leccare i piedi fino alla prossima legislatura. Finché lo sfavillìo giunge al capolinea, infrangendosi nei magnifici lucidi occhi vincenti del nuovo sindaco, il colonnello Vladimir Timonov. – Ho vinto io. E ora che mi levo dalle palle ‘sta mostra–mercato di zerbini umani, andrò a far sentire a Sibilla come scopa un vincente! Sesto piano. – Finalmente – pensa in un istante Victor, mentre prosegue la caduta – finalmente vedo quel diavoletto. Victor non aveva mai visto in faccia il bambino che viveva al sesto piano, ma lo beccava sempre a sgattaiolare via dal suo appartamento dopo aver svaligiato il suo frigo quando lasciava la porta aperta per andare a portar giù l’immondizia. Il piccolo Ivan, avvolto in una lacera giubbetta militare di un qualche ex–esercito smantellato, ha la testa fasciata, un lato della faccia gonfio e il labbro rotto. Trema scosso da brividi e suda appoggiato con le braccine al davanzale. Aspettando il corpo di Victor. Come Victor viene giù, Ivan gli fa cenno con la mano, sorridendo. – Ciao Serpentino. E Grazie di tutto. Quinto Piano. Al quinto piano la saracinesca è abbassata. Peccato pensa Victor. In ogni caso Lo Straordinario Serpentino non avrebbe potuto dare il suo fulmineo saluto al vecchio Dimitri poiché il suo cadavere si sta decomponendo sul letto ormai da nove giorni. Maru, il figlio, lo chiama solo a fine mese, quindi se ne accorgerà tra circa un paio di settimane. Ogni venerdì il vecchio manifestava delle brutte macchie alla base del collo e sui polsi. Sempre e solo di venerdì. – Roba di vecchiaia – pensava Maru limitandosi a obbligare il vecchio a non fumare più la pipa solo per esercitare su di lui un po’ di autorità. In realtà ogni giovedì pomeriggio Dimitri invita Jelena a fargli visita nel suo appartamento. In realtà Jelena si chiama Sibilla, ma il vecchio preferiva chiamarla con il nome del suo primo amore di quando frequentava la Scuola Primaria di Tomsk. Non rivide più quella Jelena, ma lei crebbe comunque nel corso degli anni nei suoi pensieri e nell’albergo del suo cuore, collocandosi nella suite di “colei che sarebbe stata la donna giusta, la donna che mi avrebbe reso felice”. E se finalmente, dopo tutti quegli anni, il vecchio Dimitri era riuscito a sedurre Jelena, di certo non poteva

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permettersi le figuracce dell’età. Per questo motivo ogni giovedì s’imbottiva di Viagra. Mostrò ben presto, però, i sintomi di un’allergia che si fece sempre più aggressiva. L’allergia al Viagra lo aveva messo in guardia tante volte con quelle macchie alla base del collo e dei polsi, ma il vecchio Dimitri non poteva deludere la sua Jelena, che lo ha aspettato per oltre sessant’anni, e non voleva rinunciarci per nulla al mondo. Nove giorni fa, poco dopo che Jelena-Sibilla era tornata a casa, lui iniziò a sentirsi la pressione particolarmente bassa e la laringe sembrava gonfiarsi rapidamente fino a ostruirgli il respiro. Senza telefono né cellulare, crollò a terra cercando di raggiungere la maniglia della porta con le mani che diventavano sempre più scure e gonfie. Comprendeva bene che lo shock anafilattico lo stava uccidendo, ma nei suoi occhi brillava ancora, invincibile e inossidabile, la soddisfazione di aver avuto, seppur negli ultimi mesi di vita, la donna dei suoi sogni, la donna giusta, la donna che amava fin dall’adolescenza. – C’è gente che vive, lavora e poi crepa senza mai averla avuta ‘sta fortuna. Si disse Dimitri prima di soffocare. Quarto piano. L’appartamento di Victor. La porta d’ingresso si apre e Dola, sua figlia, fa capolino all’interno. Per un maledetto frammento d’istante, il suo sguardo incrocia quello del corpo del padre che precipita. Cadrà in ginocchio, si getterà a pancia a terra e non avrà più il coraggio di rialzarsi. Lo shock la condurrà a trascorrere il resto dei suoi giorni nella casa di Cura di Villa 122, costantemente distesa sul freddo pavimento di mattonelle grigie, senza mai più volersi alzare. Per paura di cadere anche lei. Terzo piano. L’appartamento è completamente vuoto tranne per un robusto gatto rossiccio che attende in un angolo. Uno dei “modelli” preferiti di Victor. Nell’aria filtra del jazz in filodiffusione. Fly me to the moon And let me play among the stars Let me see what spring is like On Jupiter and Mars Anche stavolta, alla vista di Victor, il gatto rimane fermo immobile come un vero professionista. Secondo piano. La finestra è aperta su una stanza buia, un telefono squilla a vuoto. Un paio di forbici luccicano ai piedi di un grosso specchio tribale, triangolare, con la cornice di ebano nero intarsiato. Nell’istante in cui precipita, Victor si riflette nello specchio, e si vede morire.

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Primo piano. Al primo piano le finestre sono aperte su una tendina gialla maltrattata dal vento con il logo di una marca di patatine. Il divano è lacero in più punti, le pareti sono dipinte d’azzurro da un pennellaccio che pare affetto da alopecia. Accanto al frigo, tempestato di magneti colorati come se avesse il morbillo, era appeso un grande quadro fatto da Victor. Raffigura una sinuosa gatta moschettiera che mena un fendente all’aria con tanto di cappello nero a falda larga con piuma, indossando provocanti stivali di pelle nera. Sibilla dormiva beatamente davanti alla grande Tv a cristalli liquidi, regalo del colonnello Vladimir Timonov, che, poggiata su una colonnina di finto marmo venato, trasmetteva a volume troppo forte un reality show dove uomini e donne in pigiama ridono a crepapelle per il peto di uno di loro. Sibilla non partecipa a questa ilarità, perché il suo corpicino di ventenne, che ne dimostra a volte quindici a volte quaranta, riposa languidamente tra le braccia di Morfeo. L’unico che non le abbia mai chiesto di fare sesso. Almeno fino ad oggi. Beatamente dorme, Sibilla, usando come improvvisato cuscino il vestito di Jelena che le faceva sempre indossare il vecchio Dimitri. Dolcemente dorme Sibilla, ma non sogna né principi azzurri né una vita migliore. Sogna solo una grande, gigantesca, immensa coppa di gelato alla stracciatella e cocco con due belle cialde conficcate come due antennine. Sogna quella bella coppa di gelato, la celebre “coppa super-gusto” che la mamma le comprava ogni domenica d’estate. E lei non doveva pensare a niente. Solo sorridere e mangiare e sporcarsi e sorridere e poi mangiare ancora. E lei non doveva pensare a niente, né a piacere, né a guadagnarsi da vivere, né a scorticarsi via di dosso l’odore di quei porci né a nascondere bene i soldi, né a medicarsi i lividi. Doveva solo affondare quel cucchiaione nel gelato, che gli colmava gli occhi di bontà e di golosa bellezza, e tirare su quel cucchiaione bello buono colmo di gelato e mangiare e mangiarselo tutto felice, sotto gli occhi felici e colmi d’amore di sua mamma, che non diceva nulla se non “è buono, vero, tesoro mio?”. E lei non doveva pensare a farsi i test dell’Hiv ogni tre settimane per sapere se era viva o morta e non doveva fingere di essere una giovane ebrea da interrogare per il colonnello Vladimir Timonov, e non doveva immaginarsi che faccia potesse avere suo figlio, oggi che avrà sei anni da qualche parte nel mondo, e non doveva pensare che quello psicopatico che chiama sempre alle 23.10 potrebbe entrare dalla finestra adesso e sgozzarla con un filo di nylon come le ha sempre promesso di fare. No. Lei doveva pensare solo a nuotare felice in quella bella grande coppa di gelato che nessuno le offrirà mai più. Nuotare in quella grande bella coppa di gelato, lei piccola indifesa con la mano nella mano della mamma, e quando il gelato finiva, sarebbe tornata a casa a mettersi comoda per godersi due ore di colorati cartoni animati e la felicità e le risate e lo stupore proseguivano stringendo sempre il caldo tepore della mano della mamma e tutto questo la faceva sorridere nel sonno, la faceva un po’ sorridere nel sonno ma le avrebbe reso insopportabilmente più amaro, molto più amaro l’odiato risveglio. Victor in quell’istante ha voglia d’innamorarsi di Sibilla. Ma lui non ha bisogno di lei, ne di nessun’altra, perché è Lo Straordinario Serpentino e domani tutti i suoi fan e tutti i suoi spettatori e tutti coloro che l’hanno deriso, amato, umiliato o reso famoso piangeranno per lui. Ed è con questa speranza che Victor dedica a tutti loro un ultimo, definitivo, violentissimo bacio d’addio contro l’asfalto.

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ERAVAMO IN TRE, DUE CORNUTI, E UN GIGANTE. scritto e disegnato da Collettivo Mensa

Io guidavo, e non ero il gigante. Potenza, tarchettiana, col sudiciume e i lumaconi bolliti in broda nera, ci faceva l’occhiolino coi camini industriali e noi gli rispondevamo che sì, l’avremmo ucciso, o riempito di mazzate, insomma, quel tanto da renderlo inabile al lavoro, che poi. Quel lavoro. Tonino se l’era scelto proprio bene, senza dirci niente. Soldato, assoldato, venduto, per un soldo. Non ci avevano insegnato questo i nostri padri basilischi, i re invertebrati, quelli che non uccidevano con la beretta ma con lo sguardo e al massimo qualche colpo di lupara. La violenza legittima, legittimata, legalizzata in nome dello Stato Unitario, che quasi mi veniva da inneggiare ai borboni. Perché Tonino non aveva potuto fare come noi? Che ci voleva? Bastava frequentare le persone giuste e prima o poi ci sarebbe entrato in qualche filiale della ‘ndrangheta: era questione di gavetta. Che non l’avevano fatto tutti all’inizio? Bassa manovalanza per i massoni dell’Asl. Due, tre intimidazioni al mese, uno, due morti sporadici, e nel giro di cinque anni ti trovavi coi tuoi bei 2000 euro da consigliere comunale, un posto fisso e inculo alla flessibilità. Ma quello sputo di Tonino Hip Hop non ne voleva capire. Si credeva buono, lui la sua musica. Si credeva avanti, moderno, nazionale, addirittura. Ma quale Italia? Gliel’avremmo ricordato noi dov’era nato. E dove sarebbe stato abortito. La macchina procedeva imbastardita ad ogni curva per quel paio di chilometri di strada cantonale che tra parcheggi abusivi e dossi artificiali arriva fino a Pignola. Il gigante stava dietro, pensava agli affaracci suoi, ammortizzava col dondolio della testa i sobbalzi della macchina. Continuavo a fissarlo nello specchietto. La sua faccia era un casino: frastagliata e com’era di zigomi pronunciati, gobbe sul naso e incisivi sporgenti. Una testa spigolosa, assemblata alla cazzo di cane. ‘Seppino era un gigante, ma non era buono come nelle favole. Sapeva di essere il re della giungla, nonostante fosse una iena, e nelle giungle tipo i bar un carattere così risultava sempre vincente. Accanto a me, Vito il Losco armeggiava col mangiacassette, berretto di feltro duro in testa e sguardo da vedetta di Scampia. Aveva appena fatto partire Festivalbar ’96, lato b, modalità mono, che una cassa s’era rotta. Li avevo reclutati mezz’ora prima al bar. Papà me li aveva consigliati e istruiti sulla faccenda. Aveva fatto un paio di telefonate e oramai a Pignola ci stavano aspettando quasi con ansia. ‘Seppino lo conoscevo già di nominata. Ogni volta che salivo le scale per arrivare in piazza non mancava mai qualche dente spezzato, affogato all’amarena di chiazze di sangue. In città ormai lo sapevano al marcantonio: ‘Seppino si divertiva a palleggiare con le teste dei suoi avventori sui gradini della piazza, fino a fracassargli il muso. Era fatto così. E non ci si poteva fare molto. Se lo guardavi, chiccazztguard’, se non lo guardavi, s’offendeva perché non lo salutavi. Ma non per questo lo si poteva considerare un animo sensibile. Parcheggiai davanti all’entrata del circolo ricreativo anziani. I wuagliù, di dentro, giocavano a biliardino. Gli anziani, sulle panchine, spacciavano eroina con una flemma che quasi ti faceva passare la voglia. Scendemmo dalla macchina. Ci infilammo in fretta cappelli, guanti e sguardo sospettoso, pignolese, giusto per non destare sospetti. Lo Sputo era lì, di fronte a noi. Ecce Tonino Hip Hop: scrutava la scorrettezza e prendeva appunti. Tonino Hip Hop, divisa d’ordinanza: blu e bianca con poche cose dorate. Senza pistola, ma con la penna e il blocchetto che al più poteva sembrare uno stagista dell’ordine. Si destreggiava tra le Fiat Uno a controllare i dischi orari. Verbalizzava ogni malefatto e non voleva sentire

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ragioni. Ai bei tempi del ghetto – pantaloni sotto il culo e maglioni della nonna – gli avevamo insegnato a non farsi rispettare. A pagare da bere e a perdere a tressette. Tonino era uno di noi. Nelle spedizioni punitive contro le gang rivali di Abriola era il primo a farsi avanti, spinto a schiaffi nel cuzzetto dalla nostra comitiva ma che c’entra, quando si metteva male e tutti scappavamo coi trerruote lui restava lì, immobile e coraggioso, a terra in una pozza di sangue, e non scappava. Tonino Hip Hop che ascoltava solo i Public Enemy e che ora, col berretto impermeabile, ingozzava le tasche del Comune. E le ritorsioni nei confronti della famiglia non avevano funzionato. Dopo ogni contravvenzione andavamo a casa di sua madre, che in lacrime ci ridava l’importo della multa di tasca sua. “È una disgrazia”, piangeva disperata. “Meglio un figlio frocio che un figlio vigile urbano”, singhiozzava, e noi la consolavamo compassionevoli. Al bar non si parlava che di femmine e di quant’è stronzo Tonino Hip Hop: “L’avevamo capito che era uno strano, con l’orecchino e quei cauz’ caduti, ma che diventava accussì proprio non ce lo potevamo aspettare”. Le multe a Pignola nessuno le aveva viste mai. Due passi ed eravamo già in due, io e il gigante. Vito il Losco era andato un attimo alle panchine e stava ancora contrattando cogli anziani, ma pure in due ce l’avremmo fatta uguale. Ci mescolammo tra gli uomini che la domenica mattina affollano la piazza – Peroni in mano – che aspettano le mogli uscire dalla messa coi bambini, e ci facemmo largo, che tutti lo sapevano cosa dovevamo fare, pure il sindaco e il prete – che aveva mandato un chirichetto sul sagrato ad osservare la scena – e il maresciallo, che appena ci vide se ne andò lontano. Tutti quanti ci guardavano e sapevano, i bambini testedicazzo che boicottavano la chiesa stramazzavano a terra sorridenti, simulando un morto, e ci facevano l’occhiolino. ‘Seppino, forse, non ci aveva capito tanto e camminava dritto, guardando lontano come solo i giganti. Tonino Hip Hop era concentrato a ripulire dal fango la targa di una Seicento che non si leggeva bene, ed era chino con le salviettine sgrassanti a spazzolare l’ultimo numero di: PZ25344... “Hip hop corn’ di merd’!” Gridai a un tratto e la folla scomparve. Tonino alzò la testa e mi vide e mi sorrise pure, ma io a mia volta alzai lo sguardo al gigante e ordinai con gentilezza “Piglialo ‘Seppì”. “A Tonino Hip Hop?” “Eh” ‘Seppino che non era buono lo prese dalla nuca come i gatti e lo alzò, sollevandolo rigido e rannicchiato com’era, e io impugnai la spranga e lo gambizzai. Due colpi da whiskey alle ginocchia e “Può bastare così”. Vito era già in macchina. Riprendemmo la via mentre il rubanastro ripeteva che non era sempre estate e non c’era sempre festa. Qualche montagna sotto di noi, Potenza, transatlantica, galleggiava con le sue stelline elettriche come si fosse arenata da un pezzo su una secca rocciosa e ora stesse per spegnersi, lei, la modernità e i miei sogni vagamente antimilitaristi.

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B A M B I N A

D E N T I

G I A L L I

di Filippo Balestra illustrato da Paolo Cattaneo

- Ma dov'eri quando mi drogavo? - Guidavo --- --- --- --- --I due passeggiavano placidamente e sembrava già abbastanza, non si sarebbero mai aspettati di trovarsi nella fastidiosa incombenza di avere anche da parlare ma la presenza di molte persone vicino al muro di un palazzo fece scattare la domanda: - Cos'è tutta questa gente? - Basta, hai proprio rotto i coglioni. Non è possibile che ogni volta mi torni indietro con 'sta storia.. non hai ancora capito? Sono tutti qui per ascoltare la figlia del Merluzzi. Solo che ha i denti gialli. Te lo rispiego ma son convinto di avertela già raccontata almeno dieci volte. Mi dispiace ma tu ci sei rimasto amico. - Io? - Dimmi un po'. Che droghe hai preso quando non eri con me? Le stesse di quando eri con me? No perché se è così allora è normale che ci sei rimasto perché io quando non ero con te mi contenevo, mi davo una calmata, guidavo. - Io gridavo. - Eh? - Io gridavo - Beh. La figlia del Merluzzi ti dicevo: Tutto il giorno a canticchiare in cameretta, tutto il giorno a bassa voce, a denti stretti davanti allo specchio. Alla certa ora della sera, nel bel mezzo degli odori della cucina, c'era il rientro del lavoratore padre e proprio a quell'ora il canto diventava spudorato: gesti lirici, interpretazioni di un certo livello a metà corridoio, ginocchia vicine e schiena dritta o coinvolta in abduzioni, sottrazioni, finte meningiti. Bocca spalancata. - Ignazia. - Dimmi papà. - Hai i denti gialli. Per la figlioletta Ignazia non furono solo parole dette in un certo modo. Per Ignazia furono un contratto, firmato, con la vita. Per questo la sua decisione fu del punto e basta, non canterò più. Certo però che nulla si crea etcetc. Insomma l'energia che sfogava nel cantare doveva pur trasformarsi in qualcosa. E si trasformò: lavarsi i denti. Prima durante dopo i pasti, Ignazia si lavava i denti con un energia da campionessa olimpica, da body builder, da trapezista innamorata. Uno spazzolino al giorno, il suo obiettivo era accecare con un sorriso, essere considerata punto di riferimento del bianco dentale mondiale. Certo però, la sua voglia di cantare non poteva essere soddisfatta dal mero consumo di dentifricio. Il canto le

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dava vita e l'impulso era talmente forte, talmente irrefrenabile che sempre più spesso Ignazia usciva di casa e andava a nascondersi sulla terrazza a tetto del suo condominio, dove la gente una volta si incontrava per stendere i panni. Tutta inginocchiata in un angolino della ringhiera, cantava di nascosto nella bocca della grondaia: sembrava baciarsi con quella grondaia. “Ed era un bel canto. Molto malinconico ok. Ma era un bel canto. Te lo giuro, proprio un bel canto, soave, dolce, intenso...” - Hai detto che era un bel canto. - Sì cioè - Ci credo. Continua. - Sì perché il canto si diffondeva per le tubature del palazzo, fammi continuare: “Piaceva a tutti nei dintorni del condominio e tutti avrebbero voluto vederla ma no. Lei si nascondeva. Lo sapevano, avevano capito che era la figlia del Merluzzi, Ignazia, ma non l'avevano mai vista cantare. Solo qualcuno in terrazza l'ha potuta osservare per qualche secondo, di schiena, tutt'accucciata all'angolo con la faccia bassa, inframezzata alle sbarre di ferro della ringhiera” - Ma sai qual è il problema vero? - Lo so, era un grande problema. - Già qual’era? - Il problema. “ I denti: erano ancora gialli. E non solo, il suo smodato lavarseli con rabbia la portò ad avere una grande infezione alle gengive. Sopra i molari, i canini e tutti gli altri denti in fila, aveva uno strato di carne pulsante, rosso accesa, sgretolata via lentamente dall'impulsivo andirivieni di quello spazzolino. Una strage di piastrine disperse nel mare di sangue di quegli sputi biancorossi nel lavandino. Nessun superstite tra i globuli rossi e bianchi e checcazzo ne so, l'altra roba che c'è nel sangue. E nei pezzetti di carne grattugiata. Ignazia si accorse che la situazione non stava migliorando affatto quando una volta, a cena con i suoi genitori, suo padre le disse: “ Cazzo fai schifo cazzo. Almeno mangia quando non mangiamo io e tua madre” . Era proprio indignato il padre di Ignazia. Fatto sta che... sì, la carne delle gengive sgretolate nel lavandino. Beh, le conseguenze erano ovvie: adesso persisteva quel lieve giallore sui denti e in più aveva quel grave problema alle gengive, carne grattugiata, rosso pulsante. Era ancor meno guardabile. Antiestetica, come dicevano dei miei amici. E ancora adesso è così. Canta per ore alla grondaia, tutti la ascoltano ma nessuno la può vedere. Perché fa proprio schifo.” - Cazzo mi è venuta una visione. - E ci credo drogato come sei. Chissà che sostanze hai assimilato questa mattina, senza dirmelo. - Mi è venuta 'sta visione di quel che potrebbe succedere un giorno. - E allora dimmi, cosa potrebbe succedere un giorno? - Potrebbe succedere che un giorno infilano una videocamera su per la grondaia, ci riescono, le infilano su per il culo lo sai no?figurati se non riescono a infilarla su per una grondaia. Insomma la mia paura è che la possano riprendere e mettano il video su internet e tutti la seguono poi le fanno una specie di fan club, la fanno cantare nelle grondaie dei palazzi di tutto il mondo e finisce che diventa ministro dello spettacolo. A questo punto si è buttata in politica, perde la testa, fa conferenze e commenti su sondaggi e allusioni alla posizione di malafede del partito avversario, tutta una serie di constatazioni attraverso i tubi delle grondaie, capito? È possibile che negli anni diventi un personaggio pubblico e attraverso quelle grondaie, Voi fate schifo, Il nostro obiettivo, Cam-

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biate canale e tipo, tipo, Votate lui. Toh. Fino a diventare una boriosa, avida di potere, tres chic e quant'altro. Che ansia. Mi è venuta in mente questa cosa e non vorrei che potesse poi realmente succedere perché mi dispiacerebbe insomma, quella povera bambina... - Ma dimmi un po'. Cosa facevi quando non c'ero? - Te l'ho detto. Piuttosto tu, dov'eri quando mi drogavo? - Guidavo - ... - ... Sai chi mi ricordi? Quello della canna infinita. La conosci la leggenda della canna allucinogena infinita? - No. - Dice che c'era un tipo sempre gonfio. Se era preso bene era perfetto ma se gli salivano le paranoie diventava occhi lucidi, visioni di lucertole agguerrite, marmellate ovunque, televisioni, teleschermi, considerazioni avvincenti poco interpretabili. La leggenda e le malelingue dicono che esiste quest'uomo che è il detentore della canna allucinogena infinita che la puoi tenere in tasca perché non brucia ma allo stesso tempo non si spegne mai. Cioè. Hai capito? La prendi ci fai due tiri e la rimetti in tasca. - Esiste? - Ti giuro che esiste e tu mi sembri proprio quel tizio. Prendilo come un complimento. - Grazie! - Figurati, sai quanto ti voglio bene. - Anch'io ti voglio bene. - ... - ... - E dai Frankie. Fammi fare due tiri.

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COME STANNO LE ORTENSIE di Diego Fontana illustrato da Robbe

-Hai comprato dei fiori. -Sì, due ortensie, hai visto? -Sì. Due. Rincasando le aveva trovate sul pianerottolo, davanti alla porta d’ingresso. In un vaso oblungo, simmetriche come due polmoni al contrario, i gambi per trachea e i chiaroscuri tra un’infiorescenza e l’altra che sembravano alveoli. -Ti piacciono? - chiese, senza alzarsi dal divano. “Mi hanno fatto accapponare la pelle” fu la risposta che formulò il suo cervello. -Sì – disse - mi piacciono. Come stai? - chiese anche. Ottenne in cambio un sorriso. Riusciva a dormire, in quell’ultimo periodo. Ma non quella notte. Vedeva le ortensie viola, vedeva in dettaglio, come in una radiografia, le intercapedini nere che si creano tra un’infiorescenza e l’altra. -Come stai? – chiese di nuovo la mattina dopo. Sua madre si era già svegliata, ed era sdraiata sul divano. Verso sera si alzava per andare a letto, non le piaceva addormentarsi sul divano. Ci tornava al mattino, dopo aver gironzolato un po’ per la cucina. Quando non era troppo sfinita, faceva un giretto nel viale, si fermava a comprare qualcosa, o a salutare qualcuno. -Un’ortensia sembra già un po’ sfiorita – gli disse. Andò fuori a controllare, era vero. C’erano dei petali per terra, come macchie di sangue viola sul granito nero e bianco. -Ma cosa dici! – disse – stanno tutt’e due benissimo – e la madre sorrise. -Dici che avranno sete? – gli chiese. Riempì una caraffa di plastica che trovò dentro lo sportello delle pentole. Uscì e versò l’acqua nel vaso. Il getto, entrando in contatto con i gambi, fece ondulare i fiori, che persero ancora qualche petalo. Appoggiò la caraffa per terra, raccolse i petali con le mani e li chiuse nel pugno. -Come stanno le ortensie? – chiese alla madre il mattino successivo. Di nuovo un sorriso invece di una risposta. Una delle due era già mezza sfiorita. L’altra sembrava ancora in buono stato. Rientrò in cucina, prese di nuovo la caraffa e la riempì. -Non credo che serva più – disse la madre. Raccolse di nuovo i petali sul pianerottolo, e questa volta decise di gettarli dentro al vaso. Una parte di sé ricordava una vecchia lezione che risaliva forse alle scuole elementari: i petali caduti, marcendo, si sarebbero trasformati in concime per la pianta. Decise di credere a questo ricordo, per quanto distorto e confuso poteva essere. -Come stanno le ortensie? – quella mattina fu la madre a domandarlo. L’ortensia di sinistra era un cadavere scarnificato dall’interno, uno scheletro con appena qualche brandello sanguinante rimasto a copertura della carcassa. L’altra, guardata da una certa angolazione, poteva ancora sembrare intatta. Gettò via il fiore morto, ma prima sistemò l’altra ortensia in modo che se la madre fosse uscita a controllare, avrebbe notato per prima la parte migliore. -Mi porteresti un’altra coperta? Resto qui, questa notte. -Sul divano? -Sì. Resto qui. Oggi facevo più fatica a respirare del solito, non mi sento di alzarmi. -Resto anche io, c’è posto – era più una domanda che un’affermazione. -Non preoccuparti. Come stanno le ortensie? -Stanno benissimo, le ortensie.

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U N A

M A T T I N A ,

A D A M O

di Jacopo Nacci illustrato da Alessandro Baronciani

È la sveglia del cellulare. È la sveglia del cellulare e devo allungare il braccio per spegnerla. Sono le 7 e 20, realizzo vago, e il sonno che vuole serrare assieme gli occhi e le palpebre è un argomento molto valido, un discorso convincente, persuasivo: devo alzarmi, altrimenti mi riaddormento ed è la fine. E invece mi sono già messo su una strada pessima: mi sono messo a pensare, e i pensieri di un uomo che ha sonno assomigliano al sonno tanto da chiamarlo a loro: desiderano tuffarsi nel sonno, per continuare a parlarsi, evocarsi, rispondersi nella quiete del letto, tanto soffice che scompare a se stessa, questi due cuscini che mi stanno sotto al capo e questa coperta che mi protegge dal freddo della stanza ma non dall’umidità della doccia che si spande per tutta la casa, essendo la casa questa stanza solamente, ed essendo l’acqua, dentro e fuori casa, l’unica realtà che finora non ho visto mancare in questa città, ché piove da quando sono arrivato e un fiume l’attraversa e la doccia schizza sempre dappertutto e l’acqua stagna e quando vado a letto le federe dei guanciali sono umide, o forse non sono umide, forse è a me che sembra tutto umido, ma la mattina mi sveglio con le scapole e il collo indolenziti. La mattina mi sveglio alle 7 e 20 e preparo il caffé e accendo il boiler aspettando che l’acqua si scaldi, e per le 8 cinque minuti in tutto d’acqua calda ce li ho: il tempo di godere il primo getto, poi chiudo il flusso, mi insapono, riapro il flusso e porto via il sapone e conto di godere ancora un poco dopo, ma mentre lascio scivolare via il sapone da in mezzo alle chiappe ecco che si avventa su di me l’acqua fredda e allora è meglio staccare, è meglio uscire e non pensare. Che ore sono? Le 7 e 25. Ho le spalle che mi fanno male e non voglio addormentarmi ma voglio stare qui perché fino alle 8 e 30 non saprò nulla, anzi fino alle 8 e 35. Con uno sforzo della volontà mi sradico dalla coperta e attraverso la stanza saltellando, accendo il boiler, mi rituffo nel letto e mi riavvolgo nella coperta, attendo che passino i brividi. Niente caffè, questa mattina, fa lo stesso Se chiamano chiamano dalle 8 e 30 alle 8 e 35. Se chiamano chiamano perché qualcuno s’è ammalato o ha preso qualche giorno, e ho l’opportunità di sostituirlo. Ho l’opportunità di farmi trovare in ditta a venti minuti dalla chiamata, indossare la cuffia con il microfono e aprire la diga, lasciare che precipiti la lunga cascata di telefonate. Buongiorno signora, chiamo dalla Calòria, lei conosce i vantaggi della climatizzazione? Lei signora è a conoscenza della possibilità di deumidificare la sua casa montando un climatizzatore? La consulenza, signora, è gratuita, il nostro tecnico può venire a casa sua e valutare area, ampiezza e disposizione, farle un preventivo gratuito e poi lei potrà decidere avendo ogni dato a sua disposizione. Questo succede se non perdo l’autobus delle 8 e 47. Se perdo l’autobus delle 8 e 47 non so cosa succede, finora non l’ho mai perso. Ma ho perso un giorno di lavoro, quello sì. Perché ero andato a trovare Eva, a Bologna, e non ce l’ho fatta, a non dormire da lei, e la mattina la Calòria mi ha chiamato e mi sono mangiato le parole per telefono, “Sono fuori città”, “Scusate”. Così ogni mattina mi sveglio alle 7 e 20 e accendo il boiler finché non è disponibile una riserva di calore liquido accettabile, il che avviene attorno alle 8, e mi chiudo nella doccia, e quando ne esco aspetto. Quando mi sono svegliato da Eva, quella mattina, ho fatto la doccia e sono rimasto sotto la doccia mezz’ora, nell’acqua bollente, nel vapore che saliva dappertutto, nel suo bagno pulito, e già asciutto dopo cinque minuti dal termine della doccia. La casa dove abitava Eva quando eravamo all’università era un po’ più umida, meno umida di quella dove vivo ora. Era una casa all’ultimo piano di una palazzina in centro, a Bologna. Si affacciava su un cortile in-

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terno, prendeva tutto il sole del pomeriggio. Studiavamo filosofia antica, i libri della biblioteca dai testi in inglese aperti sul tavolo della cucina, sotto lo sguardo buono del sole, ascoltavamo Battiato e bevevamo tisane preparate in una bella, rotonda teiera di coccio. Leggevo Adkins, Irwin, Vlastos, Santas e sembrava, la vita, degnissima d’essere vissuta, uno stupirsi perpetuo del linguaggio, della natura, dei sentimenti, un vivere nella luce. Un’attesa. Avremmo presto avuto la nostra pace infinita, perché quella di allora era una pace bella e transitoria: avremmo avuto una casa vera e un lavoro bello, o magari non bello ma un lavoro, prati verdi intorno, cielo aperto, il sicuro sostegno di una forza fluente attorno a noi e dentro di noi. Ho il cellulare ancora in mano, l’ho afferrato quando sono tornato nel letto dopo aver acceso il boiler, non me ne sono nemmeno accorto: è un gesto automatico perché, caso mai dovessi riaddormentarmi e qualcuno dovesse chiamarmi, oltre al suono sentirei anche la vibrazione, così sono più certo di svegliarmi. Guardo il display: sono le 7 e 48, come passa il tempo, che fretta che ha, sempre. Ma qualcosa è andato storto. Ogni giorno faccio la doccia cercando di non far uscire l’acqua dalla tenda affinché non si allaghi tutto il bagno. La luce è scomparsa, la forza se ne è andata, qualcosa che ci proteggeva e ci infondeva sogni e sicurezza ci ha abbandonato o forse non può più fare nulla per noi. Talvolta indugio nel caldo dell’acqua che scende su di me, e anche se mi ero svegliato con un certo anticipo perdo tempo e mi addormento dentro la nostalgia, e l’acqua calda finalmente entra sotto la pelle e attraversa i muscoli e raggiunge le ossa, e mi ricorda il tepore che Eva sapeva farmi nascere dentro, e che mi nasce dentro ancora una volta, e resto così, nudo e in piedi, dimentico del presente, finché l’acqua calda non termina all’improvviso e nel giro di cinque secondi un getto ghiacciato mi esplode sulla testa e sulla schiena e mi espelle dalla doccia, oltre la tendina, gettandomi nel mondo quando non sono ancora preparato, in questa cattiveria che corre dappertutto e spinge, e spinge, fino a toglierti la forza di muovere le membra e la mente. Mi ero convinto, trovando questo lavoro, che mi avrebbe aiutato a vincere la mia timidezza. Falso. Mi sento ancora più inadeguato, imbarazzato d’esistere in questo modo, mi sento sempre più sbagliato e non voglio essere visto. Succederà anche oggi, in qualsiasi contatto, relazione, interazione, in qualsiasi mio essere esposto là fuori, se mai riuscirò ad alzarmi dal letto. Perché capita spesso: che innesco piccoli sonni di due, tre minuti, con il cellulare stretto in mano, e da ognuno di essi mi risveglio terrorizzato, credo di aver fatto tardi, credo siano le nove, le dieci, credo che non ho sentito una chiamata che sicuramente, dato che dormivo, è arrivata senza ricevere risposta, e ogni volta invece sono ancora le 7 e 41, o le 7 e 53. Quando sono trascorse le 8 e 35 e nessuno mi ha chiamato e so che quel giorno non lavorerò, il che succede sovente, provo un sentimento illogico: mi sento sollevato. Eppure non lo sceglierei mai: lavorerei tutti i giorni, se me lo lasciassero fare. Ma non riesco a non sentirmi più leggero quando non sono stato chiamato: meno contatti, meno esser veduto. Sono le 8, dovrei alzarmi per fare la doccia. Adesso, adesso lo faccio, adesso mi muovo. Tre mesi fa Eva mi ha lasciato. Ci siamo massacrati di sms e per un paio di giorni non ci siamo sentiti. Poi l’ho chiamata e lei mi ha detto che non ce la faceva più. Litighiamo di continuo, anche su come condire l’insalata, siamo sempre in tensione, i cuori si spezzano un paio di volte l’anno. Ho pensato che avrebbe dovuto fregarmi di tenermi stretto questo lavoro. Ma ieri, oggi, da tre giorni forse, non lo so più, non me ne frega niente. Non posso credere che la vita sia farsi rubare la vita, da soli, in stanze allagate, aspettando qualcosa che non viene più, con il cuore rotto e rattoppato alla cazzo fino a che non diviene freddo e incapace, e non sente più la mancanza di Eva che mi ha lasciato perché sono diventato una bestia, e l’ho logorata del mio logorìo, del mio girare come una trottola, una città all’anno, un appartamento all’anno, un lavoro precario stage in prova saltuario part time a cui rimanere appeso per i denti come un cane stronzo con i deboli e vigliacco coi potenti, con un noi in fondo all’orizzonte che non arrivava mai, che ci vedeva invecchiare e divenire imbarazzanti a noi stessi, e bestie tra noi, e bestia me per lei, insopportabile nervoso pieno d’ira, abbruttito: non ora, ora non posso, non lo vedi? non capisci? che devo fare qualcosa per il nostro futuro? ho il mal di testa. Avrei voluto che Eva mi prendesse tra le braccia, mi circondasse, mi stringesse, dicendomi “Va tutto bene, non avere paura, sono qui, che ti succede? perché fai così? calma, calma, senti questa carezza, questo è il fine, è già qui, ti amo”. Ma pugilavo con l’aria, e lei si ri-

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traeva in un angolo spaventata e silenziosa, fino a che colpivo lei. Sono le 8 e 19: non mi faccio la doccia, non puzzo così tanto, e anche se puzzo all’altro capo del telefono non si sente, e comunque non è quello il problema. Buongiorno signora, chiamo dalla Calòria, ha mai pensato di climatizzare il suo appartamento? non crede che sarebbe vantaggioso? pensi che il nostro consulente può recarsi gratuitamente presso di lei e illustrarle la soluzione migliore per la sua casa scegliendola assieme a lei da una vasta gamma di prodotti di alta qualità e tecnologia. “Non mi interessa, le ho detto che non mi interessa!” “Ma vergognati!” “Vaffanculo!” “Cercati un lavoro!”. Mi sono portato dietro questo libro di Santas, una raccolta di saggi su alcuni passi dei dialoghi socratici di Platone, avevo terminato la tesi prima di leggerlo tutto, ché si sa: lo scibile è infinito e a un certo punto tocca stringere. Ogni sera lo guardo, là sul comodino accanto alla lampada, e crollo, oppure comincio a leggere e dopo un po’ non leggo più, leggo sempre le stesse righe, e crollo. Il mese scorso Eva è partita e ha cambiato città, ci siamo lasciati tre mesi fa tra telefono e computer, e così non la vedo da quattro mesi. Di cosa sia accaduto ho meno comprensione di quanta ne abbia di ciò che doveva accadere: perché il futuro, ora scomparso non si sa dove, era il futuro naturale e necessario di un passato in cui vivevamo, tuttora è solido in me, coerente, stretto alla realtà con cavi di acciaio e di diamante. Perché ricordo i portici di via Saragozza che salgono dolcemente, la consistenza e la forma della sua mano nella mia, le velocità dei nostri passi regolate assieme dalla confidenza, dalla normalità dell’esser noi. Le risate nel sole, dietro San Domenico, l’ultimo anno di università, l’aria mite del maggio a Bologna. Cristo. Mi sono addormentato. Ho il cellulare in mano, lo sento. Lo porto alla vista. Il display prima è sfocato, poi diviene nitido. Sono le 8 e 55. Nessuno ha chiamato. Respiro. Non so se essere contento o scontento: oggi non si lavora. Ah, certo, ora ricordo, un lampo. Non si lavora no: oggi è il primo maggio. E allora dormo. Resto qui sotto la coperta. Però, penso, prima dovrei spegnere il boiler, ché così consuma inutilmente. Lo guardo. Consuma, gli dico, consuma pure. Abbruttisci il mondo.

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di Gianluca Longhi illustrato da Stefano David

È stato certamente il titolo “Come sedurla con 10 ricette d'artista” a fargli baluginare la malsana idea di rapire uno chef per conquistare Claudia. Se avesse incontrato un amico, questi l'avrebbe fatto desistere da un progetto così azzardato. Ma Luca non aveva amici, tanto meno la voglia di pagare per iscriversi ad un corso di cucina. Facile rapire uno chef, ci sono professionisti più appetibili per il mondo dei sequestratori, così non si prendono provvedimenti per la salvaguardia della loro incolumità. Luca mica pensava alla gravità del gesto o alle conseguenze legali che un sequestro lampo a scopo culinario avrebbe potuto implicare. Il suo obiettivo era convincere Claudia che era un uomo pieno di qualità, e la cucina è in genere virtù assai apprezzata dalle single lavoratrici che hanno superato la trentina. L'avrebbe presa per la gola con deliziosi manicaretti e lei sarebbe caduta languidamente tra le sue braccia. Tutto ciò che concerne la legge, il Codice Civile e Penale, la Costituzione ed i Dieci Comandamenti non è mai passato per la testa di Luca, così com'era infatuato per questa donna che tra l'altro conosceva da un paio di settimane appena. Amerigo Santonoceto era lo chef di uno dei migliori ristoranti della città, segnalato dalla guida Michelin e dal Gambero Rosso. Anni prima aveva partecipato ad una trasmissione in una televisione privata preparando coppe di pompelmo rosso con polpa di nasello e olive taggiasche. Robe che, solo a vederle, facevano venire l'acquolina alla gola. La sera Luca andò al ristorante dove lavorava Amerigo. Con la scusa di volergli regalare pregiati libri di cucina che aveva ereditato da uno zio cuoco, e che abitava a soli due isolati di distanza, lo condusse all'appartamento dove viveva coi genitori, prima che questi venissero abbandonati in un ricovero per anziani. In casa, mentre Amerigo stava visionando un libro di nessun valore messo lì come esca, Luca gli recapitò una sonora padellata in testa facendolo accasciare per terra privo di sensi. Al risveglio Amerigo Santonoceto era incatenato e imbavagliato nella cucina. “Devi preparami i migliori e più stuzzicanti piatti che conosci per farmi conquistare una ragazza. Solo in tal caso ti lascerò libero di tornare alla tua vita e al tuo ristorante” gli sbraitò addosso Luca minaccioso. Amerigo capì di essere nelle mani di uno squilibrato e che era inutile ribellarsi. Poi era incatenato come un cane e avrebbe sprecato inutilmente le energie. Già il giorno successivo Luca aveva invitato la donna che stava corteggiando. Si era fatto dettare dallo chef una lista degli ingredienti necessari per una cenetta indimenticabile, di quelle che non solo attizzano i sensi, ma anche il cuore, ed era andato a comprarli alla Pam. Per evitare spiacevoli fughe aveva legato Amerigo come un salame. La sera della cena romantica, Luca piombava in cucina, faceva finta di aggeggiare con pignatte e tegami mentre la donna, nel soggiorno, guardava alla televisione Jerry Scotti impegnato in un'escalation di domande difficili. “Non mi avevi mai detto di saper cucinare” disse Claudia entusiasta nel vederlo così indaffarato e col grembiule sporco di sugo. “No - rispose Luca – volevo farti una sorpresa. Ho studiato a lungo la cucina sui libri di Artusi. Questa sera ti farò assaggiare le mie specialità”. “Posso aiutarti a far qualcosa di là in cucina?” Chiese gentilmente Claudia. “No, no... tu sta buona seduta davanti alla Tv che faccio tutto io”. Intanto il povero Amerigo Santonoceto, imbavagliato da non poter gridare, con quella catena alla gamba che stava facendogli venire una cancrena e con ancora il bernoccolo in testa per la padellata, cucinava, preparava intingoli di pinzimonio, oliava terrine, pastrugnava formaggi con mandorle e noci tostate, saltava soffritti e riempiva anatre con chicchi d'uva. Era suo interesse imbandire la tavola di quello svitato coi migliori piatti che conosceva. Nelle portate mise delle spezie afrodisiache come il rafano e il coriandolo.

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Alla cena si aggiunse una bottiglia di pregiatissimo vino rosso e un dessert spettacolare, di quelli che mandano i sensi in sollucchero. Claudia era stordita dall'abilità in cucina di quell'uomo che prima di quel giorno non le ispirava fiducia e che riteneva mediocre come la maggior parte dei quarantenni single. Nel giro di una cena aveva mutato l'opinione. Luca entrava in cucina per uscirne con piatti che parevano opere d'arte. Terminato il banchetto, con le pance colme di prelibatezze, i due si sedettero sul divano, pronti ad un ulteriore avvicinamento. Intanto, dalla cucina, Amerigo Santonoceto pregava che tutto andasse secondo i programmi. Solo così avrebbe potuto guadagnare l'agognata libertà. La conversazione tra i due si faceva sempre più intima, le mani e le ginocchia si avvicinavano fino a toccarsi e accarezzarsi, poi Luca, approfittando di un momento propizio la baciò. Lei rispose con passione e coinvolgimento chiudendo gli occhi per rendere tutto più simile ad un sogno. Dopo essersi eccitati a vicenda con carezze e frasi focose si spostarono nella stanza da letto. Claudia aveva imparato da Cosmopolitan che è importante essere parsimoniosi nel concedersi, ma dopo una cenetta perfetta riteneva fosse legittimo trasgredire a questa dura legge. Tra l'altro lei ormai stava raggiungendo quell'età in cui i consigli degli esperti amorosi delle riviste perdono valore o si trasformano in vane speranze. Intanto, nel soggiorno vuoto, la televisione parlava da sola sintonizzata su un canale Mediaset. Sul letto accadde ciò che nessuno dei due si aspettava. Luca non riusciva più a raggiungere l'erezione. Nonostante l'impegno di entrambi il pene dell'uomo restava carne morta attaccata al corpo. Lei provò a prenderlo in bocca, ma era come tenere tra le labbra una coda d'asparago bollito o al massimo un surimi scongelato. Sembrava una crocerossina che tentava una rianimazione impossibile. Dopo numerosi e vani tentativi, esasperati, dovettero rinunciare. Luca si scusò, disse che era la prima volta che gli capitava, che non capiva cosa stesse succedendo al suo organo erettile, che in realtà trovava Claudia più sexy che mai. Usò fiumi di parole inutili per difendersi dalle sue evidenti colpe palesatesi in un pene floscio. Claudia rispose che non c'erano problemi, che sono cose che a volte capitano, che non si è più giovanissimi. Ma era chiaro che c'era rimasta male, vista la foga con cui si rimetteva indosso i vestiti. Se ne andò con un secco “ci vediamo”, dimenticandosi di ringraziare per la cena che aveva messo festa tra le papille gustative. Luca in soggiorno guardava i piatti sporchi e i bicchieri vuoti sul tavolo, i pezzi di pane avanzati e qualche macchia di unto e di vino sulla tovaglia. Di fianco al divano un cuscino giaceva per terra come un monumento ai caduti in quella stanza resa lugubre dal fantasma del sesso non consumato. Guidato da un rabbioso istinto andò nello sgabuzzino, prese la mazza ferro 5 dalla sacca da golf del padre e irruppe in cucina con occhi iniettati di sangue.

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119

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AMORE

INOSSIDABILE

di Michele Vaccari illustrato da Emanuele Giacopetti

Era che mi serviva sapere dove abitasse. Ma il 119 ti riempie di domande incessanti, e io non avevo tempo di perdermi in fraseggi metallici. Volevo una persona di carne dall’altra parte della cornetta. I robot li lascio a Mazinga e Terry Gilliam. Pretendevo una patata, con la gonna rosso Tim, che me lo facesse diventare duro dicendomi dove abitasse Antonella. “Ciao. Sono Sandra del servizio Tim clienti. In che cosa posso esserti utile?” “Ciao Sandra del servizio Tim Clienti. Senti una cosa: posso per caso parlare con Antonella? E’ una tua collega?” “Mi dispiace, ma sono informazioni che non posso fornire. Se vuole sapere l’indirizzo o il numero telefonico di un abbonato, sarò felice di assisterla; altrimenti, buona giornata”. “No, aspetti! Mi scusi è…è…è che io mi sono innamorato di questa Antonella, ecco, c’ha la voce d’acciaio come la sua, ma lei si chiama Antonella. Mi chiedevo questo, più che altro: non avete per caso un numero telefonico interno, non so, giusto per chiamare i dipendenti, un favore così me lo potrebbe anche fare, no? Magari poi io e lei, Sandra vero?, si va a prendere qualcosa da bere insieme, che ne dice? Mi basterebbe anche solo sapere se Antonella è il suo nome vero o un alias che usa per il mondo dello spettacolo, che voi vi sentite un po’ famose come le letterine della tivvù, eh?” “Non ho tempo da perdere. Buongiorno”. “Ehi! Aspetta, Sandra! Scusami, dai, scherzavo! Dai, dammi un indizio perlomeno! Non è che per caso c’è un’Antonella che lavora lì con te? Poi, non ti disturbo più, giuro!” Raffaella sbuffava nel telefono e non poteva farlo. Ai clienti bisogna sempre sembrare contente di lavorare. Raffaella produsse ancora un paio di nuvole incazzate, poi si decise. “Sì, c’è. E’ qui. Che vuoi da lei?” “Te l’ho detto. E’ che sono perso, innamorato da paranoia. Siete qui a Rieti voi?” “Senti stronzetto. Antonella è una mia cara amica e non voglio che le rompi i coglioni, capito? La conosco la gente come te. Chiamano a migliaia ogni giorno di trentenni pervertiti che non hanno di meglio da fare se non chiedermi di che colore ho le mutandine, se sono bagnata quando parlo con loro, come sono i miei capezzoli…” “No, guarda. Hai capito male. Mi spiace se hai capito così, sul serio. Io, te l’ho spiegato, vorrei solo…” “Senti, è vecchia. Conosco anche questa. Non sei il primo che mi racconta queste storie, ma, grazie, ho fatto l’abitudine ai figli di puttana come te, quindi vai a fare in culo, ok? Buona giornata”. Sandro sbatte la cornetta e io rimango di vetro. Fragile e basito come una ciotolina da dessert, non voglio credere che una telefonista del 119, una donna Telecom, mi abbia tagliato la conversazione. Nemmeno Sheila m’ha mai trattato così. Ma farla incazzare è stato parecchio utile. Ho scoperto da poco tempo che anche le persone con l’accento più neutro del pianeta, se le fai infuriare, gridare, se insomma tirano fuori la loro anima più bestiale, fanno rifiorire, e non riaffiorare, perché il seme è sempre stato in procinto di trasformarsi in petali multicolor, i dialetti originari. Riacquistano colore e diventano stretti a seconda della zona di provenienza. Le cadenze sono testimoni che difendono il sangue dell’imputato che non può nulla di fronte a una corte che lo condanna a scontare il peso della propria lingua madre.

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La parlata incombe, e si rivela magica chiave per aprire la porta di casa Raffella. Sandra ha quasi sforzato la sua cybervoce, e la sua terra è venuta fuori. Se fossi stato più attento, avrei colto nell’aria persino gli odori della città in cui è nata. Bisognava dirglielo a Sandra che era inutile continuare a fare la scena della misteriosa. Era diventata uno specchio, e anche Beethoven avrebbe sentito battere un cuore umbro nelle corde vocali di Sandra. Traggo la conclusione che anche Antonella è umbra. Io chiamo da Rieti…quindi… Sì, è logico, siamo abbastanza vicini. E se fosse emigrata? No, questo è impossibile. Non ho mai sentito di una che si trasferisce dall’Umbria a un’altra regione. L’Umbria è florida come Miami, e nessuno vorrà mai andarsene. Sandra è sicuramente umbra, anche se la sua voce sintetizzata mi ha creato parecchi drammi nel riconoscimento dell’influenza regionale, questo è chiaro. Ma è stato il tono, l’espressione tipica buttata lì per consuetudine antica, infantile, persa con la recitazione nuova, la genealogia riacquistata grazie all’ira causa/effetto di un utente maniaco e pruriginoso come rucola tra i denti, il nervo che ha scoperto troppo ingenuamente Sandra. Trovo in pochi minuti uno stradario in giro per casa e, quasi cianotico per l'emozione, mi affretto a cercare la strada più rapida per raggiungere Antonella. Antonella è sesso puro. Ricordo il nostro primo e unico dialogo. “Buongiorno Telecom Italia. Sono Antonella. In che cosa posso esserle utile?” “Vorrei...sapere…il tuo numero di telefono.”. “Eh?” “Il…tuo…numero di telefono, mi daresti il tuo numero di telefono? Sei bellissima, credo.” “Grazie per aver chiamato. Buona giornata.” “Amore…no…stai qui…” Era splendida. E quando urlava erano le unghie di Attilio che grattano la persiana per entrare, ma io lo lascio fuori che sennò mi piscia tutta casa. Ho una daihatsu molto veloce, giusto il tempo che un cioccolatino con ripieno di frutta non riesca a sciogliersi, e l’Umbria diventa regione su cui marcio a 180 km/h. Sono certo che Antonella viva a Terni. Stamattina ho comprato una scheda Omnitel da 50 euro e l’ho spesa tutta a chiamare il 119. Se avessi foglio e penna, e quattro mani, potrei descrivere, come neanche l’architetto che li ha progettati, l’esatta ubicazione di ogni singola postazione dei 119 che si trovano in Umbria. Conosco ogni angolo di ogni ufficio di ogni piccolo sobborgo, e farsi dare numero e lettera corrispondente ad ogni operatore ovunque hai chiamato, è stata una sagace idea che mi ha permesso di ricostruire la frammentata metropoli call center Telecom del Centro Italia intero. Che poi, solo Sandra è stata così maleducata con me. Gli altri operatori, quando chiedo da che città mi stanno rispondendo, mi sorridono nella cornetta e mi dicono persino la via dove si trova il centralino. Gli racconto della mia love story con Antonella e si commuovono. Mi fanno i sorrisi dei vicini di casa molto anziani quando gli racconti come ti sei conosciuto con tua moglie e che per te è sempre stato per sempre, fin dalla prima volta che vi siete visti. Le voci metalliche che sciorinano frasi ricamate da direttori di marketing consumati capaci da generazioni di creare scioglilingua comunicativamente ritmicamente foneticamente perfetti bloccano il loro smunto tempo malpagato per ottenere bricioline di tempo in surplus raggiungono il massimo della privazione per nutrire il tempo del mio racconto, per dirmi che non mi devo arrendere, che la mia è una storia bellissima, che ce ne fossero di ragazzi che facessero certe cose per la propria lei, che là fuori è pieno di mostri che pensano solo a quello, una mi suggerisce persino di andare in giro a tenersi dei corsi in cui insegnano a quei materialisti dei miei coetanei come si insiste e si vive concentrati invece su questo. Questo, inteso l’amore.

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Solo da Terni non mi ha mai risposto qualcuno. E, visto che è l’unico quadratino che mi manca a completare il puzzle 119 umbro, ho dedotto che lei chiami da lì. Poi, è stata tutta discesa. Arrivo a Terni. Chiedo dove stanno gli uffici del 112 o della Telecom o un call center. Se avessi tempo, me li cercherei anche da solo sulle pagine gialle. Ma non voglio averne, di tempo dico. Tutto quello che c’è, deve essere investito per Antonella. Il barista che mi ha servito il caffè d’orzo è così carino da avermi addirittura disegnato il percorso mentre io mi risvegliavo inghiottendo l’ustionante droga legalizzata. Ora pago, ma solo perché se lo merita. Un uomo proprio squisito Poi, vado da Antonella e la amo. E’ una specie di ospedale, alto circa 47 metri espansi per una larghezza di 115. Una mastodontica scritta Telecom si staglia nel deserto della campagna affollata di falene e gatti solitari. Un caldo furibondo. La prima sensazione è un caldo furibondo. Scendo dalla macchina appoggiando prima una mano per terra per sentire l’asfalto a che punto sia. Abbastanza cotto. I sandali di sughero che indosso non resisteranno per molto. Cambio. Ricerco le adidas che tengo sotto il sedile del guidatore, senza neanche guardare, teso all’indietro con la spalla sinistra al limite della lussazione, le uso per correre la sera, la sera corro sempre, la televisione non m’interessa spesso. La reception è la stanza di Matrix dove Neo e la sua amica magrissima sparano a tutti gli alieni mascherati che controllano il Mondo Vero. “Buongiorno. Desidera?” Inventare la trovo una soluzione sterile. “Antonella. Dov’è Antonella?” “Scusi?” “Antonella. Devo vedere Antonella”. “No. Non ci siamo. Cosa vuole lei?” “Sono il suo ragazzo. Sono venuta a prenderla”. Sono circa le 17. Dovrebbe uscire tra poco. “Sono circa le 17. Dovrebbe uscire tra poco”. L’addetto prende la cornetta in mano e chiama qualcuno, ma non importa. Il movimento della sua mano è un’azione lenta e imprecisa. Il cervello in esplosione non ha neanche il tempo di spedire il messaggio ai nervi del braccio. E’ stata una gran bella idea ricordarsi di portare un fucile a canne mozze. Non avrei mai previsto di usarlo, certo, ma i miei genitori m’hanno insegnato che è sempre meglio arrivare preparato a un’interrogazione, anche se sai che hai già la media del sette ed è difficile che ti chiamino ancora quando c’è gente che deve recuperare un’insufficienza. Per fortuna, non c’è servizio di sicurezza, è pur sempre la Telecom, prendere l’ascensore non mi comporta quindi sgradevoli incontri, sono accompagnato da un ottimo senso di sicurezza rafforzato dal fumo celeste che esce dalla testa dell’impiegato steso dietro il banchetto informazioni. Ogni tasto è contraddistinto da un’utile indicazione in metallo, tipo la targhetta con il nome che hai sugli armadietti quando è da un po’ che vai in quella palestra e allora sanno che sei uno che ci verrà sempre e ti mettono il riconoscimento ufficiale. Servizio clienti primo piano. Pubblicità secondo piano. 112 terzo piano. Contabilità quarto piano.

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Uffici dell’amministrazione quinto piano. Per gli altri 14 piani rimasti, nessuna precisazione. Solo una freccia lunga, in verticale. Dice”Ripostigli”. La freccia accompagna tutti i 14 tasti e si conclude in un pulsante senza numero, un probabile immaginario 15, dove c’è scritto a penna solo un semplice “controllo” Ma a me, cazzo me ne frega: terzo piano, io devo scendere al terzo piano. L’ascensore, al ritmo di un fischio asettico, accompagna il totale dispiegamento delle porte a scomparse. Le mie adidas di ultima generazione avvertono un tappeto che fruscia, ma è la vista e la chiarezza di ciò che devo fare a dirigere i miei passi. Sono passi calcati, a lasciare orme ovunque, passi che non chiedono permesso, che entrano diretti e vogliono spiegazioni per tutta quell’ostilità incontrata appena entrato nell’immenso edificio Telecom. “Non può! Dove sta andando? Chi è lei? Non è…” Una donna brutta mi ferma poco prima che io possa intravedere le postazioni, prima ancora che io possa rivolgere lo sguardo ad Antonella. Cosa? Cosa avete da nascondere? Perché mi volete tutti fermare? E’ fidanzata? Antonella è fidanzata? Quando ho chiamato, qualcuno mi avrebbe avvertito, no? Evidentemente è libera, e anche se non lo fosse, l’unico che può amarla sul serio sono io. Io la adoro anche solo fosse una voce, non ho bisogno del resto, io sono puro, non ho bisogno di sapere com’è il suo corpo per scoprire quanto siamo fatti per stare insieme. “Senta, ci sono delle regole qui. Le persone non possono entrare, capisce?”. La donna brutta ha un’escrescenza blu al centro del naso, una roba che deforma ulteriormente questo ritratto che è tra i peggiori che Dio abbia dipinto. Roba che sminuisce il valore globale dell’intera galleria di umanità che ha creato. “ Vede questo? E’ uno splendido fucile a canne mozze, un capolavoro dell’ingegneria balistica! Sul serio! Con questo le cancello il cranio e le faccio vedere quanto attraente potrebbe essere una donna orribile come lei. Gradisce?” La donna incomincia a urlare come un’aragosta nell’acqua bollente, si butta a terra e incomincia a invocare una certa Sandra, forse è il suo capo, forse è un angelo sterminatore travestito che hanno assunto per proteggere chiunque voglia amare Antonella. Sì, sono convinto. Antonella deve essere una persona speciale, se tutti sono così votati a proteggerla, non c’è dubbio. Ma io sono l’unico a poterla difendere come merita. Io sarò suo marito, cazzo. Mentre il 119 è diventato un asilo in agitazione sindacale, qualcuno chiama la polizia e, contemporaneamente, il qualcuno del caso non trova neppure uno spazio breve per avere un ultimo ricordo per la sua famiglia o per una preghiera, salta in aria senza che io rivolga all’ingenuo eroe una benché minima occhiata, fa tutto il caro canne mozze, fedele come cani da riporto ben educati. Le adidas di ultima generazione ora vanno da sole. Hanno imparato bene il piano e i miei neuroni non fanno neanche più lo sforzo di inviare loro gli ordini. Sono missili intelligenti che trovano la postazione di Antonella in pochi secondi. È chiaro. Urlare folle il suo nome con il caro canne mozze pronto a vomitare morte è un incentivo alla ricerca mica da poco, già, ma avere delle running di ultima generazione è comunque una cosa altrettanto positiva, per quanto, lo comprendo, non ci si possa credere tout court. Corro con la mascella bloccata nel ciclo di riproduzione a getto infinito di Antonelle che mi cascano dalla laringe come colpi di tosse. Poi, finalmente. Eccola! C’è pure scritto sulla sua sedia! Antonella è seduta, rimane immobile, sembra non volersi nemmeno girare. “Ciao. Io sono quello che ti ama”. La ragazza è un po’ maleducata. Non si alza nemmeno per rispondermi. Ma io capisco che la timidezza, la

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felicità alcune volte, possano congelare nella tensione anche tutti i muscoli nello stesso istante. Cerco allora di darle un bacino, così si scioglie, penso. “No! Togliti! Vattene! Io…” Non c’è bisogno di terminare la frase. Le ruote della sedia hanno uno scatto; le sue mani sono sul mio viso a imprigionarlo in una crisalide di tempo eterna. I miei occhi non vogliono, come le sue lacrime cadenti, che io scorga, il cervello si rifiuta in pieno di recepire l’immagine, l’inquadratura stretta sulle sue gambe. “Le tue cosce, le tue caviglie, i tuoi piedi sono…” Si copre subito, con la gonna rosso Telecom che per lo spostamento rapido si è aperta, il fruscio del tappeto cancellato dallo stridore del metallo hi-tech. “Ma…Diocristo, sei un cyborg!” Si volta verso il computer sembrando l’unica che non si accorge del caro canne mozze. “…Una cosa del genere…”mi risponde tra i denti, denti in acciaio, come il resto del corpo, tranne mani e occhi, ancora umani, ancora vivi. “Antonella, allora… è per questo che tu…?” Niente. Non mi vuole più dire nulla. Non mi vuole neanche più guardare. Nessuno mi vuole più guardare, neanche le sue colleghe, che probabilmente non hanno capito bene cosa stia succedendo, il programma paura forse non è stato installato nei loro cuori di silice, ma io la amo lo stesso. E’ così fragile la sua struttura, più fragile che quella falsa copertura d’epidermide con cui ci facciamo scudo per rivendicare la nostra natura umanoide. E non vedo niente di erroneo nell’abbracciarla, da dietro, lei che piange, le sue falangi argento che mi stringono, la sua voce di lamiera che mi dice: “Grazie. Sei il primo…Nessuno vuole baciare le bambine di Chernobil, le figlie della Cecenia, le donne cambogiane…siamo solo…resti…esseri rifiutati, riciclati perché…non costiamo nulla…Normale, no?...La sera ci buttano in magazzino, ci spengono…credono di farci sentire più utili, più belle…ma siamo sfruttate, calpestate, violentate come nella nostra vita precedente…vita nuova, ci vorrebbero convincere che questa è una vita nuova…” La lascio parlare. Non la interrompo. E’ ancora più bella la sua voce dal vivo. Forse. Forse anche a me mi trasformeranno in un centralinista del 119. Penso questo mentre mi massacrano alle spalle, una ventina di sanguinari killer Telecom che intravedo con la coda del naso, una quarantina di supposte micidiali che si conficcano nella mia schiena, sono clisteri che mi fanno cagare la vita, ma non mi annientano, io sorrido, anche se fradicio di liquido rosso Telecom mentre mi abbandono quasi sfinito sul collo di Antonella, io sorrido, perché so di averla vicino, l’unica donna che valga per me qualcosa più del mio caro canne mozze, ora muto, ignaro e quindi beffato, la guardo e penso che nulla può piegarmi perché in questi nostri occhi che s’incrociano c’è la forza di dire ancora una volta, come fosse per sempre, io sorrido. Mentre cado e solo il tronco non è da buttare, penso che con le mie gambe d’acciaio sarò ancora più bello per lei e di certo si sentirà meno a disagio a vedermi così simile a lei, a sapere che io sono l’unico a poterla capire sul serio. Poi, mi portano via. La mia galera sono le operazioni che subisco per essere almeno ricordato come uno dei miei simili. La mia detenzione sono lavori forzati che la Telecom ha chiesto come risarcimento, una specie di contrappasso che gli alti dirigenti della società credono che io vivrò come un inferno. Idioti, penso, mentre al processo Antonella mi stringe la mano. Lei sorride. Io sorrido. Entrambi, non aspettiamo che la notte per fare l’amore di ferro, su, nel ripostiglio che ci hanno destinato.

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C O R T O

C I R C U I T O di Roberto Mandracchia illustrato da Brochendors Brothers

Il fumettista siede al tavolo da lavoro, accende la lampada che illumina un foglio bianco, prende un pennarello dalla scatola di latta. Fissa qualche secondo il foglio intatto e comincia a disegnare. Prima delle linee, poi dei cerchi; in due di questi cerchi, quelli di minor diametro, disegna dei puntini neri: occhi. Le linee dopo si intersecano a formare la sagoma di un coccodrillo che, a poco a poco, si veste di una camicia a mezze maniche e di un paio di pantaloni sdruciti. Il coccodrillo umanizzato nelle vignette successive tira fuori una corda da un baule, forma un cappio, poi prende uno sgabello, poi sale sullo sgabello e lega il cappio ad una trave, poi infila la lunga testa dentro al cappio e stringe bene. Guarda fisso davanti a sé. Le zampe che sbucano nude dai jeans scalciano lo sgabello e il personaggio rimane appeso alla spessa corda: occhi strabuzzati, lingua di fuori. Qualche goccia bianca cola dalla lingua. Il fumettista fissa il foglio zeppo di quelle vignette e rimette il cappuccio al pennarello. Infila di nuovo il pennarello dentro alla scatola, continuando a fissare il foglio. Poi si alza dal tavolo da lavoro senza spegnere la lampada, la cui luce - insieme a quella che fatica ad entrare dalla finestra dai vetri appannati - illumina la figura del fumettista: indossa una camicia a mezze maniche e dei pantaloni sdruciti. Qualcuno, nell’appartamento di fianco o in quello di sopra o in quello di sotto, ha appena acceso la radio: un pianoforte e una tromba iniziano a lottare. Il fumettista va verso il letto e sopra il letto c’è una corda ruvida e spessa. Prende la corda e dopo qualche tentativo infruttuoso riesce a farne un cappio. Trascina la sedia dal tavolo da lavoro fin sotto ad una trave del soffitto. Sale sulla sedia e lega il cappio ad una trave. Poi infila la testa dentro al cappio. Stringe bene. Guarda fisso davanti a sé.

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V di Antonella Caggianelli illustrato da Toni Demuro

Il treno viaggia attraverso la campagna. Campi, casolari, vigneti si succedono velocemente. Si sta facendo buio, il cielo ha il colore di un inchiostro bluastro, un po’ diluito. La campagna comincia ad agghindarsi con qualche luce, dei puntini dorati, prima distanti, poi sempre più fitti. Il giovane assistente guarda fuori del finestrino. Ha il mento poggiato sul palmo della mano ed è incredibilmente assorto. Non ci è dato sapere cosa stia pensando, ma sicuramente sono tanti i pensieri che si affacciano, si mescolano in lui. Soprattutto sul viaggio che ha intrapreso. Il nostro giovane è l’assistente di un pianista, un personaggio invero alquanto particolare, un po’ come tanti artisti. Inizialmente non è stato facile abituarsi alle sue stranezze, ma poi ha iniziato ad affezionarsi a lui e a quel lavoro, grazie al quale era riuscito a stabilire un contatto con la realtà esterna. Il nostro giovane, già molto introverso, conduceva una vita ritirata, studiava molte ore chiuso nella sua stanza. Non amava il mondo esterno e si trincerava in quello che aveva creato per sé, a sua misura. Aveva ammesso solo la musica e la letteratura. Della musica non era solo innamorato; egli decodificava le note, nelle quali vedeva un messaggio, un’immagine. Dalla musica si faceva rapire e rimaneva giornate intere a viaggiare ad occhi chiusi facendosi trasportare altrove. Conobbe il pianista a un concerto. Un’associazione culturale che il giovane frequentava sporadicamente aveva organizzato un ciclo di letture e ad alcune di queste era affiancata l’esecuzione di un brano di Chopin. Il giovane rimase estremamente colpito dall’interpretazione dell’artista e dalla sua persona, un po’ scostante e raffinatissima. Alla serata finale, durante il buffet fece di tutto per avvicinare quell’uomo alto, distinto, magrissimo. Il pianista in effetti era un po’ freddo e distaccato, ma per il giovane cominciò subito a provare simpatia, a causa anche di quel grande amore che li accomunava. Il pianista era molto apprezzato e richiesto localmente (era originario di un paese vicino), ma non era più un personaggio di grande rilievo, e per questo era un po’ frustrato. In passato la critica lo aveva osannato per una sua riuscitissima composizione e per un po’ visse di rendita. Ma altri talenti lo avrebbero superato e lui avrebbe portato solo un nome, con uno strascico importante. Gli mancavano le tournee, leggere di sé sui giornali, diffondere la musica come messaggio universale, come quell’ultima meraviglia, quel distillato di bellezza che avrebbe salvato il mondo dal brutto, dal meschino, dallo squallido. Il suo genio però non si era arreso e stava lavorando a un nuovo progetto musicale, che se realizzato, lo avrebbe portato ancora un po’ in giro.

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Il giovane non aspettava altro e chiese subito di che si trattasse. Il pianista esitò un po’, non voleva divulgare tutto così presto ma era così fiero del suo progetto che alla fine prese in disparte il suo ammiratore e concitato esordì: “La musica ha bisogno di me.” Il giovane sgranò gli occhi. Era ansioso di sapere ed esaltato per essere coinvolto in questo segreto, di grande importanza per l’umanità. “Il mio scopo è isolare il valore assoluto della musica. Lei conosce il concetto di valore assoluto?” Il giovane annuì sicuro, anche se aveva memoria soltanto delle due stanghette. “Valore assoluto di un numero in matematica è il numero preso in considerazione escludendo la sua appartenenza all'insieme infinito dei numeri negativi o positivi. Se consideriamo la matematica un linguaggio potremmo affermare che la musica basa la sua costruzione su procedimenti matematici anzi il linguaggio musicale si basa sull’"alfabeto" della matematica. Io considero la musica come una grande operazione matematica che ad un certo punto necessita di essere considerata nella sua assolutezza, nel suo valore assoluto per l'appunto; le varie prassi invece le attribuiscono un segno positivo o negativo. Un’esecuzione dal vivo rende la musica un valore positivo, perché comporta la presenza di un pubblico, che aggiunge qualcosa. Le reazioni dell’uditorio, la tensione che pervade il musicista di fronte al pubblico, del quale percepisce gli umori e ne rimane influenzato. Tutto cambia. Così come la registrazione in uno studio discografico rende la musica un numero negativo. Una registrazione sottrae qualcosa all’interpretazione, tutto il vitale è soffocato. Le note sono pietrificate e livellate, levigate. Capisce cosa intendo? Bisogna rendere giustizia alla musica. Io voglio isolare il numero, voglio isolare la musica e assolutizzarla. Intendo esibirmi dal vivo ma senza spettatori. Ho deciso di effettuare un'esecuzione né registrabile né usufruibile da alcun pubblico. Sbalorditivo vero?” In effetti il giovane era allibito e non sapeva come esprimersi su quella teoria e quell’impresa. Sicuramente non aveva mai pensato al valore assoluto della musica, ma la mente del pianista gli sembrava un faro che illuminava le tenebre dell’ignoranza e della superficialità. Così con entusiasmo gli disse: “Maestro, voglio aiutarla, farò di tutto perché questo progetto si realizzi.” Dopo poco tempo il giovane fu contattato dalla stessa associazione. Il pianista aveva bisogno di un assistente. “Maestro a cosa sta pensando?”. Il giovane si volta verso il pianista seduto accanto a lui. “Nulla” risponde con aria stanca. Il giovane si imbarazzava molto quando lo chiamava così. Inizialmente il giovane aveva provato a rivolgersi al pianista con questo appellativo ma quello lo aveva subito rifiutato, e lo scherniva. Anzi presto iniziò a chiamare così proprio lui, il suo assistente. Inizialmente pensava volesse davvero prenderlo in giro, poi capì che era una delle tante sue stranezze. In questo momento è particolarmente a disagio perché non sono soli. Con loro viaggia anche un membro dell’equipe del pianista, una delle organizzatrici dei concerti del pianista. Una donna sicuramente molto bella, elegante, discreta. Parlava con disinvoltura, ma al tempo stesso molto seria e riservata. Molto presa dal suo lavoro. Anche il pianista deve essere rimasto affascinato perché è più loquace del solito. Il giovane si sente un po’ escluso da quella coppia di adulti così colti, così a loro agio in quella strana situazione. Non volendo rischiare una meschina figura resta immobile a contemplare il paesaggio, solo ogni tanto guarda di sottecchi la donna. Di lei gli piacciono le mani affusolate, ornate di anelli eleganti e lucidi. Le muoveva piano, come ad accompagnare dei pensieri fluttuanti a chi li ascoltava con una carezza. Il giovane non sa proprio come attirare l’attenzione della donna: potrebbe intromettersi nel discorso, anche se un intervento inopportuno avrebbe compromesso il buon esito dell’impresa, ma forse tacere e mostrare di

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essere preso dal proprio mondo interiore sarebbe più opportuno e di grande effetto. In fondo anche la donna aveva un carattere riservato. Meglio tacere e guardare assorto il paesaggio, pensare a qualcosa di profondo, di poetico. “Il maestro è un grande pensatore” di nuovo la voce del pianista. “Mi spiace ma non sono maestro” replica il giovane gentile ma con tono evidentemente seccato. “Come no? Lei ha molto da insegnarci. Lei è il mio daimon, la voce interiore che orienta il mio agire, mi dissuade dal compiere certe azioni e mi spinge a cercare la verità.” Il ragazzo guarda con aria interrogativa la donna che gli sorride affabile. “E così anche lei in difesa della musica. Appoggiare un così importante artista in una missione così nobile e rischiosa le fa molto onore.” “E soprattutto lo riempie di fascino; non oso immaginare le schiere di ammiratrici”. Scherza il pianista. “Non userei mai in modo così squallido la nobile arte.” Risponde il giovane. “Suvvia, non sia così suscettibile” si intromette la donna, ma si rivolge nuovamente al pianista per continuare la loro discussione sul pianista giapponese in tournee. Intanto il treno corre ancora, nell’oscurità. Il giovane non riesce più a scorgere case, strade, passanti. Solo il buio e qualche luce isolata. “Stiamo andando a nord” pensa fiero ed emozionato il giovane. Ripensa alle parole della donna e si sente ancora più orgoglioso: lui sta contribuendo a una giusta causa. Ora si sente davvero utile. Inizialmente aveva vissuto dei momenti di scoraggiamento e avvertito il triste dubbio che il pianista gli avesse inculcato una grande illusione. Adesso invece è consapevole dell’importanza di ciò che sta facendo. Forse molti non lo capirebbero, ma non si cura di loro, perché i loro animi sono vili, riescono a comprendere solo le logiche del profitto, solo ciò che porta vantaggio, rendimento immediato e fruibile. Ciò che è assoluto, ciò che ha valore in sé e per sé, in rapporto a nient’altro costituisce una realtà superiore e indispensabile all’umanità, perché non sarà mai soggetto di arbitrarie interpretazioni, ma avrà carattere di necessità e immutabilità. I valori assoluti sono i valori della libertà, perché non legano a sé nessuno in nome del bisogno. Solo l’uomo libero riesce a considerarli un tesoro e a carpire i loro eterni insegnamenti. Preso da questi pensieri il giovane si sente pervaso da una nuova fiducia, avere appreso una verità così importante ed essere al suo servizio. Intanto il nord si avvicina. Il pianista si sente sempre più fuso con la musica, foriera di bellezza universale. Il giovane si avvicina sempre più al significato della sua esistenza, che finalmente gli sembra compiersi, avere un fine, essere finita. Un assoluto.

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di Cosimo Piediscalzi illustrato da Paola Pappacena

Lui è Saverio Di Leio, discendente di una famiglia nobiliare siciliana. È stato 3 anni consigliere di Alleanza Nazionale, poi 2 con l’Udc, uno con Forza Italia e infine è passato al PD dopo una crisi mistica e un innamoramento di Obama. Saverio è un idiota, ma è un uomo geniale: è furbo nonostante sia praticamente cretino, è scaltro, arrivista, lecchino, ruffiano, è il classico siciliano piccolo borghese culturalmente mafioso. Con il PD ha avuto un certo successo, nella sua piccola città del ragusano era riuscito a portare persino a Veltroni. Saverio vive solo con la madre ottantenne e tre rumene che gli fanno da cameriere. Non ha altre distrazioni tranne il lavoro che più ama: produrre liquame, cioè fare politica: corrompere, raccomandare, creare compromessi, intascare mazzette, andare alle inaugurazioni di iniziative per il rispetto dell’ambiente e la pace nel mondo. Saverio dentro di sé è fascista: come suo padre e suo nonno. Ma è anche mafioso: come suo padre e suo nonno. Ha un’unica piccola fonte di svago, una sola: Taiwan! Saverio, ogni anno prende un aereo da solo e va a Taiwan, un paradiso per lui. Pernotta in un hotel e aspetta, aspetta e aspetta. Fin quando non gli arriva la solita chiamata anonima dove dall’altra parte della cornetta un cinese gli dice: “Yes! We have a sandwich”. E Saverio s’illumina di gioia. “Sandwich” è la parola in codice, e per Saverio è la felicità. Così si prepara e va in taxi fino ad una casa diroccata che funge da dormitorio e lì si sistema in un monolocale adibito per lui con una cucina, una griglia, e un servizio di piatti in argento. E finalmente il cinese gli porta il suo sandwich. E per soli 100 dollari ha un neonato morto da pochissime ore in qualche ospedale fatiscente di Taiwan, un neonato vero e proprio, un neonato ancora caldo che anziché finire al cimitero finirà cucinato, arrostito, fritto e mangiato da Saverio Di Leio, discendente da una ricca famiglia nobiliare siciliana. Perché Saverio da anni riusciva ad avere un orgasmo solo cosi: una sola volta all’anno, mangiandosi un neonato. A Taiwan.

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VUOI VEDERE CHE È QUELLO? di Matteo Comastri illustrato da Marco ‘About’ Bevivino

Son preoccupato. È un periodo che mi è presa una fissa. Viene da me Antonio e mi dice che è stato dal dentista che doveva fare una pulizia, una roba semplice. Nel guardarlo il dentista non dice mica niente, vede una roba che non lo convince. Fa ben un esame del sangue, così, giusto per star tranquillo, gli dice. Il mese dopo Antonio gli tolgono un rene e la milza che se non lo prendevano per i capelli, adesso guardava i fiori dalla parte delle radici. Ma cos’è che aveva visto il dentista? Una roba sulle gengive, una specie di ascesso, mi dice Antonio senza la milza e un rene. Da quel giorno sto tutto il tempo a sentire le gengive, se ci son degli ascessi. E le guardo la mattina, e le guardo la sera. Di giorno ci passo un dito sulle gengive, se non ho modo di guardarmi in uno specchio. E controllo. Non so mica cosa controllare, però controllo, si sa mai. Son preoccupato perché penso che se non controllo poi magari ti sfugge una cosa, un segno banale, e poi è troppo tardi, dopo. Però dal dentista non ci vado, che non mi fido perché non mi ha mai detto niente, il mio dentista. E passo il dito sulle gengive e provo a capire. Sol che a tenere sempre un dito in bocca, mi vien della gran saliva. Sento del metallo, in bocca, un sapore di ferro li nella saliva, come se mi fosse colato giù giù fino in gola come del mercurio, quello dei termometri. Dico così ma non l’ho mai sentito l’effetto che fa mettersi del mercurio, quello dei termometri, giù per la gola. Me lo immagino. Vuoi vedere che è quello? Così sputo. Sputo in ogni angolo per controllare cosa ho sputato. E controllo. Non so mica cosa controllare, però controllo, si sa mai. Magari c’è del mercurio, nello sputo. Le gengive non le controllo più, però mi è rimasto questo vizio che ogni tanto mi addormento con un dito in bocca. Se fumi puoi sempre dar la colpa alle sigarette, al catrame, ai filtri, al fumo, al fumo degli altri, che se fumi stai con dei fumatori e quando non fumi e parli, gli altri ascoltano e fumano, così è tutto un fumo. Solo che io non fumo. Un’aggravante per uno sputatore metallico.

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Si perché se non hai scuse vivi nel dubbio, nell’incertezza, il tuo nemico è subdolo, magari ti mangia per di dentro e non sai dove mangia esattamente ma neanche cosa. Al dottore non ho detto niente. Non mi fido, per lui è tutto normale però ti dà gli esami da fare. Ho smesso di fare le lastre perché se no divento radiattivo, solo per quello. E non trovan mai niente. Così continuo a sputare. Poi controllo. Una volta, sputo lì vicino ad una vetrina, nello sputare mi vedo riflesso. Che brutta lingua che ho. Vuoi vedere che è quello? Adesso giro con uno specchietto in tasca e mi guardo la lingua. E controllo. Non so mica cosa controllare, però controllo, si sa mai. Non sputo più, mi sembra più grave la lingua, sputo solo prima di pisciare, che quello è diventato automatico, non me lo tolgo. Su internet ho visto delle gran brutte lingue, una per ogni male, una per ogni colore. Faccio delle stampe di quelle lingue li e le metto nel portafogli, così posso verificare con lo specchietto dal campione delle foto ovunque sono, anche in autobus. Mi dicono che potrebbe essere il fegato, la lingua brutta. Vuoi vedere che è quello? Per il fegato prendo una roba in farmacia, un beverone giallo, un bottiglione di questa cosa che lo bevi ogni tanto quando senti che hai mal al fegato. Solo che una mia amica mi dice che il fegato è l’unico organo che non fa male e io invece mi accorgo che delle volte ho male proprio al fegato. Allora quando mi fa male il fegato bevo il beverone poi prendo lo specchietto. E controllo. Non so mica cosa controllare, però controllo, si sa mai. Mi viene in mente che quel vizio lì, tenere sempre il dito in bocca, la notte, vuoi vedere che è quello? Chissà cosa ci finisce in bocca poi sulla lingua, con le mani non lavate bene. Allora mi lavo le mani e visto che son nel bagno, che il beverone giallo fa andare in bagno, prima di pisciare sputo, che non me lo son tolto lo sputo, e guardo e vedo una roba strana. Non è mica giallo paglierino, la piscia. Inizio a bere un sacco, non solo il beverone, che col fegato non siamo ancora pari, ma anche dell’acqua, dei litri di acqua. Dicon sempre che bisogna bere tanta acqua, bevo. Poi vado a pisciare. Però prima mi lavo le mani che sai, se mi scappa di mettere un dito in bocca non voglio mica che si infetti la lingua che poi batte sui denti e mi vengon gli ascessi alle gengive. Lavarmi le mani è un vizio che non mi son tolto. Poi devo sputare. E controllo. Non so mica cosa controllare, però controllo, si sa mai. Un giorno son alla COOP che sto andando a prendere l’acqua in bottiglia, la solita acqua in bottiglia, quattro confezioni.

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Senta lei, vedo che beve un'acqua ricca di sodio, lo sa che il sodio è dannosissimo? Beva ben la nostra acqua che è pure in promozione ed è leggerissima!!! Ci mancava solo sapere che ho bevuto un'acqua dannosissima. Vuoi vedere che è quello? Vuoto il carrello, prendo 10 confezioni di acqua leggerissima che se è leggerissima bisogna berne di più. Poi a casa controllo cosa capita a bere il sodio. Si alza la pressione. Allora son li che inizio a bere l'acqua leggerissima poi vado in bagno più spesso che ne bevo di più. Mi lavo più spesso le mani. Sputo più spesso. Piscio di più e adesso sembra di pisciare dell'acqua. Solo che devo cambiare dieta che la pressione con tutto quel sodio per degli anni, chissà dov'è. Vuoi vedere che è quello? La dieta decido che è meglio star leggeri. Tacchino al vapore, purea e melacotta. Quando esagero mangio un mandarino, però a mezzogiorno, che si sa, gli agrumi la sera fan malissimo. Innaffio col beverone giallo, che è un vizio che non son riuscito a togliere. Ho comprato anche il macchinino della pressione. Mangio. Bevo. Corro al bagno. Lavo le mani. Piscio. E controllo col macchinino la pressione. Son sei mesi che mangio come un frate, pensavo anche di imparare il rosario, non salta fuori neanche un ascesso alle gengive. Vado al ristorante con un mio amico. Basta con la dieta del tacchino e la melacotta, un vizio che te lo togli in fretta. Solo che bevo ancora un casino. Poi vado in bagno. E mi lavo le mani. E sputo. Ma non controllo più niente. Sto proprio bene, adesso, a parte che ho un po' di secchezza delle fauci, sarà che bevo meno. Ma hai sentito? Cosa? Ma si, Mario era un periodo che non si sentiva bene, è andato a fare un controllo, gli han tolto la milza e un rene, che se non lo prendevano per i capelli adesso guardava i fiori dalla parte delle radici. Soccia, un altro. Ma dimmi un po – chiedo – ma cos'è che aveva che è andato dal dottore? Mi pare che avesse sempre una gran secchezza delle fauci. Vuoi vedere che è quello?

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PENSARE DI POTERSI NUTRIRE AUTONOMAMENTE di Giulia Frattini illustrato da Silvia Giuseppone

CLOTO (e berta filava) Il mio pensiero senza condizione sta zitto come un serpente giocattolo. Insomma vado al colloquio con il mio arnese di merda (uno sturacessi) per fare capire che sono nata. Animatrice di villaggio vacanza. E mi prenderanno, di sicuro. Compro una torta di mele molto piccola e quattro birre, suono il citofono e salgo le scale. "Lo sceneggiatore della nostra vita" meglio conosciuto come Eaco (io lo chiamo Yea) è in salotto, in canotta e mutande, bagnato in faccia e sulle braccia, lo spino in bocca e la testa bassa, che conta i soldi. Mi saluta dandomi gli occhi con il sole del cazzo de roma che gli filtra in faccia magra, sua, il tavolo tondo pieno di barattoli e monete, la musica che non ricordo, e un paio di amici, suoi, che non so chi siano. Seduti sul mio divano. Appoggio la roba sopra il tavolo, facendomi spazio, mi siedo, non mi guardo più intorno, accendo la luce, dò un tiro di ventolin e intanto sento che sto per scoppiare in lacrime, mi viene da piangere come a un bambino di merda. Una quantità di polvere da sboccare. Mi chiede come è andata. Rispondo bene, bene. Che mi fa male tutto. Che sono sicura che mi prendono. Che posto è diventato qui? Ogni barattolo contiene spiccioli dello stesso taglio. Mi chiede e ride se per caso io penso che lui sia pazzo. (perchè conta i soldi. Perchè li divide, a seconda del taglio, in barattoli diversi). Gli dico che non me ne frega un cazzo. Gli dico che se lui è lo sceneggiatore delle nostre vite gli tiro un pugno. Eaco vai a cagare. E poi che la città è molto bella, sì, ma davvero troppo grande. Chiedo a me stessa perché devo conoscerlo, perché devo amarlo, per quale motivo sono venuta a trovarlo, anche se lo so. Perchè sono venuta al mondo. Questa è anche casa mia, porca troia. I suoi amici se ne vanno e dico ciao. Sono concentratissima dentro i pensieri che seguono le cose che mi racconta perché lui è fatto così, quando ci vediamo, sempre. Tiene la testa bassa e parla. Ha sempre ragione. Possiamo discutere solo di alcune cose, tipo le stronzate. Forse in un posto e in un momento che non so dire, in cui saremmo stati costretti a rimanere senza le nostre distrazioni, mi sembra di capire, infatti annuisco, dico che lo so, (per questo e altri pochi motivi è mio amico?), gli potrei rispondere, per me, che sono una ragazza normale. Anzi, che sono normale, e basta. Che la gente ride e si diverte. Invece lo sceneggiatore, questo stronzo che mi è capitato nella vita, che è anche mio fratello, non mi permette di fare quasi nulla. Soprattutto in sua presenza. E da qualche anno. Non posso dire niente. Non mi nasce niente di nuovo, non accade niente, sono morta. Con la sua faccia da culo che significa vaffanculo. Non vuole la torta e non beve. Così accendo il computer e posto dei video che mi hanno fatto ridere, intanto che mi accorgo che sono secoli che fissa un punto a caso sul muro, dietro di me. Che mi trapassa con la sua espressione stupìta (per cosa?). Potrei essere la notte, o Lachesi (per sempre bastarda) o dio o uno dei suoi cani a cui dà da mangiare, come fa, da solo, come un imbecille, da solo. Potrei perfino essere Atropo, io stessa: il suo punto rimarrebbe comunque a caso e resterebbe quello giusto. Amen, fratello caro. Aspettiamo Lachesi. Inizio io, come sempre e accendo la televisione, mi faccio fare una canna e la aspettiamo in silenzio fino a quando non arriva. Così finalmente possiamo parlare.

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EACO (lo sceneggiatore legalista) Inizio la giornata veloce come un cane svegliato da un passante, che corre. Aspetto. Veloce Cloto ha il mattino nelle ore undici e mezza, un orario tuttosommato ragionevole, e una faccia normale, e un nome di merda. Non brancola più nel buio, penso di poterlo dire con certezza, e corre sempre, esattamente come una ballerina. Gli occhi inquadrano la lampada di pelle di animale in salotto mentre la mano l'accende, si mette a sedere e saluta gli altri, che se ne vanno. E si rimette a sedere, la lampada è accesa e allora, dice, va al cesso e caga. Malissimo. Sarà la birra. Cloto è sempre ubriaca. -Domani devo vedermi con uno, fare la lavatrice, stirare e studiare!- urla dal cesso. -Brava!- le dico. Conto i soldi perché mi fa piacere, ordinarli mi fa piacere, mi fa ordine il posto che le cose possono avere. Per le cose è uno. Sorrido, Cloto è allegra. -Oggi non faccio un cazzo perché mi fa male la testa, il cuore, il cuoio capelluto e la fica!Olè. Apre la bocca fino a sentire male e tira, ha sentito che tonifica, che non vengono le rughe. In realtà è uno strillo muto, si vede, si farebbe un filmino e lo metterebbe su youtube di continuo, beve di continuo, mangia questa torta minuscola con le mani e si massaggia le tempie, allarga la bocca per i suoi amici che non possono vederla e vuole parlare. Si spruzza il ventolin anche se non soffre d'asma e ieri ha conosciuto "quello", dice. I nomi non le piacciono perché sono comuni, anche quelli propri, sono di tutti. -Ho conosciuto uno, gli piaccio. Mentre tentavo di salvare una formica dalle pagine del libro di diritto, sapendolo osservarmi, ho detto piano ‘bestia’, (alla formica), che voleva morire, non si faceva aiutare. Ha funzionato! Perché poi lui ha sorriso e io ho detto "è fatta"!Ride. Rido anch io. -No, non l’ho detto, ma la formica si è salvata- continua. -E’ caduta a terra, senza scivolare. Le formiche non scivolano, cadono e basta, lo sapevi?Certo. Sua sorella Atropo le manca. Quella volta che Cloto era stata male la prima volta e non riusciva a stare ferma, le braccia sembravano non appartenerle, diceva che tremava la casa, diceva che dovevamo tutti superare la casa, urlava. Lachesi intanto si era chiusa in camera piena di paura, c'eravamo io e Atropo. Cloto aveva iniziato a disegnare dei fiori sparsi su un foglietto e agitava l'altra mano e piangeva, piangeva, con le grida dei neonati strozzati, con la stessa follia. Ricordo che ogni fiore, sotto, aveva il suo piccolo prato. Cloto piangeva perché era viva ma poteva anche decidere di morire, credo. Non lo so, a me non è mai capitato. La guardavamo, avevamo paura di perdere il controllo. Credo sia un tratto tipico della nostra famiglia, ma non son sicuro neanche di questo. Lachesi se ne era andata sbattendo la porta, senza salutare come la prima sofferente antropologica della storia. Dio mio. Atropo invece si era seduta accanto a lei e aveva disegnato altri fiori, in mezzo ai suoi, senza prato e molto più belli. E sul foglio aveva scritto ‘sorella’, e anche il suo, di nome, Atropo. Cloto si era calmata insieme a noi. Manca molto anche a me, Atropo. Le sue ossa recise, il suo modo di fare che era un sorriso. Ogni volta che ci penso, mi manca.

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Cloto ha appena smesso di parlare. E Lachesi è in ritardo da quando è nata. La casa è sporca, è vero. Adesso la aspettiamo ognuno pensando ad altro, fumiamo un pò, con la lampada accesa di giorno, nel salotto dei nostri genitori, senza alcuna voglia.

LACHESI (La distribuzione della quantità del tempo) Entro dentro casa con un giramento di coglioni non indifferente, per dio. Sono due imbecilli, anche se devo ammettere che me li sarei immaginata molto più fuori, dai. Avevo il mal di testa dalla sera prima, e con questo non voglio dire che Cloto non si sia sbattuta altrettanto per venire qui, visto che non vive a roma e tutto, resta il fatto che a bologna non ce la tiene nessuno, a farsi sbattere in giro come una viziata, comunque sono cazzi suoi, e comunque non avevo alcuna voglia di vederli. Dico, se devo vedervi per ascoltare le pare di Cloto che prende l'aids una volta al mese e Eaco che è molto bravo a tranquillizzarla, mi posso sparare mentre mi gratto. Sto a casa mia a guardarmi la televisione e a mangiare i taralli, cioè, molto meglio. Comunque niente, la casa è una merda. Puzza di polvere e voglia di fare zero. Questi non mi devono venire a rompere i coglioni, che mi devo laureare e tutto, che devo studiare, ad esempio, perché io studio e soprattutto pulisco. Perché la gente non ci sta dentro e io non c'ho voglia. E lo dico. Cloto è fuori come un balcone. Inizia a dire che domani dobbiamo andare a trovare Atropo al cimitero eccetera eccetera. Va bene. Mi sembra una stronzata e lo dico. Però ok. Eaco sta zitto e mi guarda, gli faccio -Cosa devo dire?- Per me ci si può anche andare. Anche se a nessuno frega assolutamente un cazzo di come sto io, in questo periodo. Lo faccio capire e ci facciamo un tè perchè molto carinamente la birra è finita. Fa un caldo boia. Qualcuno mi chiede mai come sto? Cosa faccio? No. Daccordo, vediamo. Tutti si fanno i cazzi loro, è pieno di gente assurda in giro e se penso che loro sono la mia famiglia divento scema e non so dove andare a sbattere la testa. Atropo è morta in maniera pacchiana e questo non doveva accadere. Probabilmente perché è la sfiga. In generale: zio cane. Non lo so, vogliamo andare a dirlo in giro? È morta, basta. Comunque domani guida Eaco, io col cazzo che prendo la macchina. E poi a me dispiace questa situazione, molto. Non so cosa devo fare, sinceramente, dai, vediamo. Dobbiamo stare tranquilli e volerci bene. Questo penso.

ATROPO (zac!) Mi hanno mangiato le mani (me le ha mangiate una macchina distratta ma a voi vi vedo attenti), mi hanno mangiato le mani perché erano pericolose (facevano se non tutto tutto tutto, a-b-b-a-s-t-a-n-z-a), mi hanno mangiato le mani perché potevano fare cose pericolose e perché avrebbero potuto anche non fare nulla, di ciò che andava fatto? La risposta a quest ultima domanda è no, umani, è no! Mi hanno investito e Voi siete delle merde. La morte si porta via con sè l'approccio sistemico. Dico Attenzione fratelli. Take care.

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FENOMENOLOGIA DI UN BUCO NERO di Alessandro Ansuini illustrato da Simone Cortesi

“La poesia tiene in un pugno Quello che la narrativa custodisce In un grattacielo.” Anonimo “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili.” William Burroughs

Una polaroid. La giri con la mano. C’è una data. Guardi di nuovo la fotografia. Non hai mai scelto nulla di tutto ciò. Fuori piove. La temperatura si è abbassata. L’inverno. Metti su un disco di John Cage. Appoggi la polaroid dove l’hai trovata. Sopra una pila di cose poco umane. * Tutto è sempre stato troppo luminoso. Tutto sono le scale, le scarpe, tua madre, una pagella, l’odore degli autobus in città, un gatto. Tutto è sempre stato troppo luminoso, o troppo buio. A sette anni un balcone dal quale affacciarti, con enorme senso di vertigine. Un pallone da rincorrere che racchiudeva tutta la filosofia. Potevi essere una mela, se l’avessi desiderato. Ma desideravi altro. * Tua madre beve un bicchiere d’acqua in cucina, da sola. Ti sei fatto svegliare alle sei del mattino, per studiare la lezione. Leggi velocemente. Ricordi tutto per il tempo necessario all’esposizione. Lei sparirà. La lezione, la mamma. Rimarrà una fotografia, i francobolli di tuo padre. Due anni dopo neanche quelli. Si chiama cambiare casa. Queste due parole contengono pelle, profumi, unghie, l’allungarsi delle ossa. Tutto dentro ai minuscoli spazi fra una lettera e l’altra. Cose invisibili. Come i batteri o Dio. * Annoti poche parole sul bordo di una tovaglia di carta. E ancora su un banco di scuola. Esprimerti appare sensato. Le parole sono minuscoli segni grafici che si caricano di significati più grandi. Come formiche trascinanti enormi briciole di pane. Nelle parole hai consolazione. Scrivi “Zampettare di pioggia sui vetri”. E quello è l’autunno. *

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Una cameriera scuote un ficus, cadono tre foglie in terra. Le raccoglie e le infila nel grembiule rosso, più tardi le butterà via. La senti allontanarsi e sbattere con l’aspirapolvere contro un muro che non vedi ma conosci, ogni suo passo una vocale che s’infila attraverso il suo nome ripetuto nella tua testa, come una fila di perline in un’invisibile collanina che va da te a lei. Non vi siete parlati, detesti il rumore dell’aspirapolvere. Sei immobile ma la tua immagine è contenuta in almeno quindici superfici deformanti e riflettenti, che non consideri. Eppure loro considerano te. Ora immaginare gli occhi degli altri ti fa pensare a quella frase di Burroughs che diceva che non esistono soluzioni ai problemi, ma solo strade che portano ad altri problemi. * Stamattina avete ricevuto una notizia terribile e lei ti ha chiamato e si è infuriata perché non senti nulla, solitamente non senti nulla, hai calmato le febbre che si trova nel tuo nome molto tempo fa e adesso rabbrividisci per il freddo, solo per quello. Non provi neanche a spiegarlo. Cane e collare sono il tempo, tu e lei siete il cane o il collare, e nulla realmente trascorre. Ha certe paure e tu ne hai altre. Rispetti questo e altre imprescindibilità. Rimani silenzioso al telefono finché lei mette giù. Qualcuno ti osserva e tu fai finta di continuare a parlare concludendo con un ciao probabilmente rivolto all’universo. * I giapponesi non hanno una parola per dire “nulla”. Ma giri di parole, vorticosi mulinelli che una volta innescati sono già qualcosa. Si è presenti a questo tempo di cui non si misura la velocità della carne, come non si misura la velocità dei tuoi muscoli o il tempo nel profondo di un dente che si muove attaccato a una gengiva, nascosto dentro a una bocca chiusa all’interno di una macchina che qualcuno dice: si muove, si sta muovendo, è in movimento. * Lo spasmo di un cuore vivo, una penna che si gira su un fianco, gli occhi che si abbassano improvvisamente simili a blackout. Il tuo gatto avrà anche i suoi problemi interiori ma lo nasconde benissimo oppure non se ne cura, o ancora: il pensiero è una perdita di tempo in cui non si arrovella. E così per l’arte contemporanea, i codici fiscali e le prospettive finanziarie. Un vitello in una teca, sormontato da un disco d’oro, è stato venduto stamattina in un’asta tenutasi da Sotheby’s a Londra, per 10,3 milioni di sterline. Tutto potrebbe essere veramente stabile, l’essere umano un semplice conduttore fra un albero e la sua fotosintesi, fra una stella e la marea, oppure violentemente precario, come queste due righe aggiunte senza un reale motivo. Non piangi per David Foster Wallace stamattina, tu sei la sua morte. * Ti senti come il 1986, ti senti come fossi una cosa lunga 365 giorni che ha contenuto la morte di Borges, un gol di mano di Maradona e ha prodotto, dopo un’esplosione tenuta nascosta, corpi deformi e malformazioni che girano ancora oggi. Ti senti sorpassato da una sedia, da una scrivania, da una penna, essi appartengono ad un ordine di cose che non ti considera, una gelida immobilità riconducibile a cose enciclopediche, saggissime. *

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Cosa sai: sai di certe stagioni assolate dove si riescono a far avverare i desideri, conosci posti dove è possibile drammaticamente lasciarsi cadere senza timore. Non parli di letti, né di balletti. Là, passeggiavano ninna nanne con occhi di mela, proprio là, dove le falene si palpeggiavano con le luci e sagome scure sparivano, inghiottite da porzioni di nero affatto geometriche, simili a nebulose. Cosa succede: occupano gli occhi posti dediti ad altre sostanze, si materializzano incroci all’interno di colonne d’aria, una fessura la tua mente, in realtà poco più di una pupilla che fissa da dentro una scatola piena di buchi. Succede ancora: ci seppellivano alla nascita, la terra che andava coprendoci ci arrivava in faccia un giorno dopo l’altro, e noi respiravamo, continuavamo a respirare, insicuri di tutto, ma anche incapaci di comprendere, e per questo quasi salvi. Quasi. * Uno scrittore che si è impiccato rilevava che la differenza fra due terrori ti faceva scegliere per uno dei due, solitamente il meno doloroso. Ma sapevi che erano annotazioni da un’isola, non ti fidavi di nessuna cosa chiusa dentro a qualche consonante, divisa da vocali. Non più. Ti mancava tutto e tutto ti possedeva. Eri su un filo e non guardavi giù, proprio come in un rapporto di sesso orale con una ragazza brutta. Immaginavi. * Una polaroid. La giri con la mano. C’è una data. 1986. Guardi di nuovo la fotografia. Ci sei tu, tuo fratello e la sua fidanzata. Eravate fuori per il primo maggio. Sorrisi sui volti. La tua faccia è coperta da un’ombra, una polluzione di luce che ha impressionato la pellicola, oppure acidi che si sono incanalati nel momento della trasmissione del pensiero dalla macchina all’immagine. La macchia ti nasconde gli occhi e lascia libera solo la porzione bassa del viso, dove si vede che sorridi. Fuori piove. La temperatura si è abbassata. L’inverno. Metti su un disco di John Cage. Osservi la distanza fra due terrori delicatissimi, ferocemente mansueti. Non scegli nulla. Appoggi la polaroid dove l’hai trovata. Sopra una pila di cose poco umane. * Sorvoleranno i prossimi pomeriggi farfalle che non conosciamo, nella terra dove solo i bambini possono chiamarle ricordi.

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A M B I Z I O N I

M A L R I P O S T E

di Rosaria Madonna illustrato da Martina Merlini

Ho sceso le scale condominiali per venire a chiederti scusa, e mentre passavo il pianerottolo ho visto una finestra. C'era una finestra e mi sono affacciata, mi sono affacciata sopra una catastrofe per cercare di vedere se era vera e, se lo era, volevo cercare di capire per che cosa era vera. Rimanevano laggiù, schiantati al suolo, brandelli di illusioni precedentemente perdute, con leggerezza, come se ad ogni passo avessimo lasciato dietro di noi soltanto i resti di antiche deflagrazioni fatte di una consistenza malamente auspicata, una consistenza di cui tempo prima si parlava ridendo, tra un bicchiere e l'altro. Mi sono affacciata alla finestra a guardare una catastrofe e l'ho indagata, analizzata a fondo per capirne le origini e per arrivare dalle origini alle possibili conseguenze. Mi hai quindi fatto capire che le conseguenze erano solo una faticosa distrazione, troppo tempo speso a cercare di prevedere: un dispendio di energie che inaridisce l'animo, sminuisce la bellezza delle ambizioni non programmate, ambizioni scoperte soltanto dopo, casualmente. Ho smesso di guardare dalla finestra e ho continuato a scendere le scale pensando che avrei potuto farcela, senza problemi quasi, a consegnarti questo fiore magari racchiuso in un involucro che ci proteggesse dal tempo, consegnarti un fiore che racchiudesse il significato del nostro tempo. Ancora non so se ce l'ho fatta. Quel che so è che mi sono scontrata in troppi elementi, troppe variabili interagivano in quello che fino all'ultimo ho cercato di evitare diventasse un calcolo. Nonostante un così ricercato rifiuto della progettualità mi sono trovata costretta a servirmi dello standard, e con esso le sigarette servivano a donare rincuoranti certezze a quel sempre più spaventoso passare del tempo, ogni mozzicone lanciato a terra era segno di un qualcosa che era stato fatto, un atto compiuto. Continuo a scendere le scale e trovandomi adesso al piano terra so che dovrò aprire il portone di questo palazzo. Prima però mi chiedo cosa questa città porti ancora di familiare in sé. La spontaneità è stata domata, la soave irruenza di parole lanciate per sbaglio si è trasformata in una fredda constatazione della realtà, catalogazione sistematica di quel che ci ha circondato. Quel che avrebbe dovuto essere un fluido attraversare l'esperienza è diventato lista a segmenti ferrei, è diventato la compilazione di un curriculum fatto di primati ultracompetitivi, di rancori sfoggiati, di te l'avevo detto, io. Esacerbati da una consapevolezza obbligatoria, ci troviamo adesso così lontani, eppure io che mi faccio portatrice di un messaggio, voglio ancora valicare la soglia di questo portone, voglio avvicinarmi a qualcosa che possa somigliare a quel che ero quando eravamo. Sono nervosa, sudo, tremo. Appesantisco ogni mio sguardo, ogni scrutare l'oltre è un autosuggestione d'avanzamento, un tentativo di compiacimento. Non so da dove arrivi tutto questo, non so più niente di quel che avrei potuto imparare e diffido di quel che mi potrebbe interessare. Però, comunque, esco. So che sei là fuori e so che non sei nemmeno nascosto. Non ci siamo mai nascosti, non ce l'abbiamo mai fatta. Adesso si tratta solo di attraversare la strada e continuare a camminare sapendo che tanto, comunque, sbadatamente continueremo a esistere.

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E L E T T R O C U Z I O N E di Edoardo Cavazzuti illustrato da Daniele De Battè

Se volete distinguere un elefante indiano da uno africano avete tre semplici modi. Uno, le orecchie. Due, il peso. Tre, il passaporto. Detto questo, Topsy è un’elefantessa americana al cento per cento. Siamo nel millenovecentotre. Il circo è quello di Mr. Forepaugh, il posto è il Luna Park di Coney Island, cuore di una Brooklyn fumosa. Topsy frequenta un uomo, un addestratore indiano con la virtù del gioco e il vizio di perdere. Lei è una femmina di ventotto anni, lui un maschio dominante di trentotto. Lei pesa quasi tremila chili, lui cinquantaquattro con il pettine fra i capelli. Lei è un’attrice, lui un addestratore abusivo, l’unico nello stato di New York a parlare la lingua segreta degli elefanti: sentite la profondità della sua voce, la vibrazione baritonale del suo diaframma. Immaginate le orecchie di Topsy. Pensate all’amore di Topsy. Mentre ci pensate, guardate Topsy girare liberamente per il parco con il cappello a punta sulla testa ondulata e la gorgiera rossa intorno al collo: il pubblico pagante la acclama e lei si concede, come una diva muta dal profilo interessante. Solo mentre il sole cala, si ritira, rinculando fra gli applausi. Plié e sipario. Topsy ritorna alla roulotte esausta e trova il compagno addestratore indiano a letto con la donna barbuta. L’uomo è nudo con una gemma rossa sul pube; il suo petto bruno e scheletrico si muove aspirando Lucky Strike. Uno, il rumore del cuore in frantumi. Due, il peso di un tradimento. Tre, coda su faccia e indiano spappolato. La fiera è feroce, dice il giudice. L’animale va abbattuto. Lo stato di New York decide di affidare la tetra commessa a un consulente d’eccezione che risponde al nome di Thomas Alva Edison. Edison sa perfettamente che è inutile percuotere un pachiderma, che sul derma è competente, con un giornale arrotolato. Così, logicamente, propone la sedia elettrica. Anzi, l’elettrocuzione. Ora, restate concentrati. L’eliminazione di Topsy è fondamentale per l’ordine pubblico. Solo le menti più perverse possono immaginare che questa elefantessa abbia un ruolo diverso da quello di colpevole. Topsy non centra assolutamente nulla con la “Guerra delle Correnti” che vede lo scontro tra Corrente Continua e Corrente Alternata, tra General Electric e Westinghouse Electric, tra Tomas Alva Edison e il suo ex dipendente prodigio Nikola Tesla. Per chiarirvi le idee, ascoltate i protagonisti. «Dopo aver valutato attentamente tutte le possibili alternative – dice Edison agitando la testa tonda – confermo che la folgorazione è il modo migliore per mettere fine alla vita scellerata di Topsy.» «Ovviamente – continua ben tappato nel suo completo a scacchi – sono contro la pena capitale, ma se devo scegliere un metodo per uccidere un cane randagio, un gatto di strada o un uomo, scelgo la Corrente Alternata di Nikola Tesla: è senza dubbio pericolosa e, comunque sia, decisamente inferiore alla mia.» Nikola Tesla, interpellato sull’argomento, si aggira irrequieto per il parco con un completo di lana spigata, capelli impomatati e un equivoco paio di baffi. Non parla volentieri, mangia da solo, odia le donne. «Ogni guerra vuole le sue vittime. Edison non è mai andato tanto per il sottile. Per questo se la prende con gli elefanti. Aspetto solo di vedere se riuscirà a costruire una sedia elettrica abbastanza grande.»

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Tornando a Topsy, se credete che la breakdance sia cool, immaginate che spettacolo può garantire il brutale corpo di un pachiderma-assassino percorso da seimilaseicento volt. Una scena che nessuno vorrebbe vedere, direste voi. Nessuno, se si escludono le millecinquecento persone che stanno arrivando al parco. Topsy è in catene e ha una piastra di metallo sulla lunga proboscide; barrisce al cielo con i muscoli contratti nel collare d’acciaio. Un centurione Texano le allunga una carota imbevuta di cianuro di potassio. Edison accende la macchina da presa. Il boia, qualunque sia il suo nome, libera la terribile corrente polifase di Tesla. Le grandi zampe cilindriche di Topsy sfrigolano in un lampo. Le rughe si stendono; vento e fumo dalle sue unghie rotonde. Giustizia è fatta. È naturale soffrire? È umano uccidere? È animale morire? Impossibile dirlo. Edison e Tesla s’incontreranno a Filippi. Edison perderà la battaglia delle correnti, ma non la guerra; sfrutterà altre migliaia di brevetti e diventerà ricco come Creso. Tesla morirà in completa povertà, ma la sua Corrente Alternata prenderà piede, diventando uno standard internazionale. Il nostro standard, se v’interessa saperlo. A nulla è servito il mesto spettacolo di Coney Island, dove la furia del progresso ha folgorato un’elefantessa. Nessuno, dico io, può fermare una rivoluzione industriale. Quando schiacciate l’interruttore, rifletteteci. Quando accendete una luce, pensate a Topsy.

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C I

S C U S I A M O

C O N :

I reality sciò, gli Ali.B., i film Western girati a Est, gli stagisti del macdonald, il pescatore d'asterix, i donatori di sanguisughe, Laura Unomeacasao, il codice PIN di Vince, il digiuno di giugno di Giunone di Digione (lei sa perché), i braccioli alla griglia, Gengi Scanner, Borgoratizinger, quello che faceva scapocciare il Bianconiglio, chi è morto e si rivede, Samu el El Gecson, Samu Ray, Shinobi, Tua madre, Rob ex-Pierre, l'acido mulattico dei ragazzi dell'attico acido, le veneree di Milo, i subitanei geyser d'ottimismo, il meglio verde, gli italiani all'Estoril, l'Eurospinhell, Giorgio San e San Giorgio, le deroghe leggere, la pubblicità occulta nella pubblicità non occulta, Ponzio il pelato, Kate Giarrettiere, Marco Ndirondirondero, Marco Ndirondirondello, Daniele Pino, David Lì, Winnie dei Pooh, il Sig. Aggio Bancario, il Nichi Lee Day, Umbert Porto, Alice Baum, Ciarli non-è-un-nome-ma-un-verbo, chi ha disegnato a Gratis (900 Zalaegerszeg, Mártírok útja 22, Ungheria) e chi ha scritto a Méno (22410 Plourhan, Côtes-d'Armor, Bretagne, Francia) [sarete compensati], Ethan Tialtri.

a Giorgione, che un paio di aggettivi li avrebbe spesi.

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S TO R I E D I R E T R O C O P E R T I N A

S O G L I O L E in preda ad una irrefrenabile voglia evolutiva, la sogliola non si considera pi첫 animale marino ma, piuttosto, quadrupede terrestre a tutti gli effetti. Con arroganza se ne sta schiacciata sul fondale aspettando il certificato di avvenuto cambio di residenza e auspicando una rapida mutazione che la porti ad avere le zampe. Nel frattempo ha spostato entrambi gli occhi sul fianco per non dover vedere quel terribile inestetismo che, a parer suo, sono le pinne.

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COSTOLA  

L'unica certezza che avevamo era che una costola è dura ma flessibile; che le costole messe per benino insieme proteggono i nostri cari orga...

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