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EDITORIALE “Finché esiste il potere privato nel sistema economico, é una barzelletta parlare di democrazia.” Noam Chomsky Giocavamo con ninnoli ad alta tecnologia, divertiti per il nuovo computer, il nuovo cellulare, e conducevamo una vita tranquilla e spensierata. O almeno così facevano i più. Barcamenandoci fra uno sfizio e l’altro che questa società ci offriva così a buon mercato, pensando poco al domani. E qualche volta, un po’ divertiti e un po’ indignati, osservavamo saltimbanco, pagliacci e giocolieri gridare, offendersi e lanciare impossibili e vuoti proclami in quel ridicolo teatrino chiamato parlamento. Ma poco ci é davvero importato, in fondo la nostra vita continuava e poteva continuare così, senza preoccupazioni. Quelle loro decisioni in realtà mai ci avrebbero influenzato. O almeno così pensavano i più. Mentre loro gestivano i loro sporchi affari, noi nelle chiacchere da bar ci indignavamo per prostitute e corruzione, ma in fondo anche noi continuavamo a fare i nostri di affari, preoccupandoci, alla fine, poi non troppo. Fino a quando il giochino non si è rotto, ed infine una dura realtà venne presentata al mondo intero. Benvenuti nella Favola Democratica. Mentre il terreno continuava a franare, un uomo indignato per scandali e corruzioni, un uomo sempre ben informato, e che seguiva puntualmente i mentori della verità, da Santoro a Travaglio, da Grillo a Fazio, ligio al suo dovere continuava a recarsi a quel canonico appuntamento, quali le elezioni elettorali.Votando forse un più sobrio PD contro il mostro berlusconiano, o forse, perché più “radicale”, un Vendola, credendolo il volto nuovo della sinistra. Ergeva così la società il suo nuovo modello di uomo politico, aiutata dai mass media: un “sincero democratico” che nonostante tutto continuava

a veder nella via istituzionale la soluzione. E che mentre poneva quella x, simbolo di tutto il suo potere, di tutto il suo controllo sulla politica, non si preoccupava di quanto potessero esser false le sue convinzioni. Una x una volta ogni quattro o cinque anni, ecco a voi tutto il potere politico lasciato dalle istituzioni al cosiddetto “popolo sovrano”. Un modello verticistico, che crea i suoi capi e le sue élite e che come ogni altro modello simile crea il divario fra base e vertici. Certo un sistema verticistico dov’é la base a scegliere i suoi capi, ma dei quali subirà ogni scelta. Che non ci si sorprenda allora se in una democrazia rappresentativa i propri voleri non sono rispettati.

di una piena occupazione, un basso costo della vita, la possibilità di non morire sul lavoro, la possibilità di avere una istruzione tesa all’autoformazione. Ecco come “liberare” si tramuta in “estromettere”, estrometterci dalla possibilità di scegliere una vita dignitosa, lasciando queste problematiche in mano al libero mercato, o meglio, ai padroni di esso. E che li si voglia chiamar ricchi, capitalisti, borghesi, imprenditori, lobbisti o uomini della finanza il risultato finale non cambia, una classe spadroneggia sul mondo, aiutata dalla connivenza della politica. Perché in un regno dove merci, risorse, lavoro, e quindi anche uomini, possono essere comprati sul mercato, chi possiede capitali ne è il re.

Benvenuti nella Favola Democratica

Mentre in Italia la scena era dominata da mafiosi e corrotti da un lato, e legalisti e moralisti dall’altro, in questo gioco delle parti durato quasi un ventennio, dietro le quinte si consumava la trama che ci avrebbe condotto fino ad oggi. E sarà sorpreso, o forse no, il “sincero democratico” nello scoprire che i principali attori italiani di questa nascosta commedia, oramai divenuta la principale, sono proprio coloro che ha eletto e votato, e che osano definirsi “rappresentanti del centro-sinistra”.

Se qualcuno crederà che tale contraddizione sia casuale, una mera contingenza storica o una particolarità della casta italiana, é ben lontano dalla verità. Non siamo noi, con quella x, a decidere né di leggi, né di riforme, né di economia, ma chi sarà per noi a prendere decisioni al riguardo. Queste élite, questi vertici, questi uomini ai quali deleghiamo il nostro potere politico saranno a decidere. Uomini che dialogano, si accordano, si scontrano e si corrompono. Questo scenario un po’ sbiadito ed un po’ grigio si tinge subito di un vivo colore quando comprendiamo che non siamo in una democrazia qualunque, ma che la nostra é una democrazia capitalista. Ecco a voi gli altri attori dietro le quinte. I più ne avranno sentito parlare come di “Democrazia Liberale”. Questa formula, assai più digeribile, nasconde i veri principi di tale regime politico. Infatti essa, in nome di un diritto privato, “libera” dalla politica la gestione di tutte quelle problematiche che in realtà sono pubbliche: il mantenimento

non siamo in una democrazia qualunque, ma che la nostra é una democrazia capitalista

Nell’ultimo trentennio la storia ha visto organizzarsi la classe dominate, pronta sì a competere al proprio interno, ma unita nel far vincere un'unica ideologia, un unico pensiero, che avrebbe cercato di spazzar via quello che era il loro più pericoloso rivale ideologico, ad oggi minoritario, pensiero marxista. Dalle lobby alle think tanks, e con la diffusione del pensiero unico attraverso scuole, università e mass media, hanno esteso le loro


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Politica

L'Europa scende in camp

Il commissario Monti sotto l'egida di Bruxelles Il 9 novembre scorso, Mario Monti viene nominato senatore a vita per aver “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”. Certo che Napolitano non ha tirato fuori dal cappello uno qualunque. Di formazione bocconiana, Monti è nominato commissario europeo dal primo governo Berlusconi, e successivamente confermato da D'Alema, stando in Commissione per un totale di dieci anni, dal 1994 al 2004, facendo così anche parte della Commissione Santer, costretta alle dimissioni per uno scandalo di corruzione. È stato advisor della CocaCola company, dal 2005 al 2011 international advisor della Goldman Sachs (tra le più grandi banche d'affari al mondo), dal 2005 al 2008 presidente dell'organizzazione think thank Bruegel, nonché presidente per l'Europa della commissione trilaterale e membro del gruppo Bilderberg dal 2010. Le sue ormai famose origini fanno del primo ministro prima di tutto un uomo del mercato, come testimoniano le borse, che, particolarmente ballerine in periodo di crisi, festeggiano prima la sua nomina alla presidenza del consiglio, poi le sue prime mosse da premier. La figura di tecnocrate gli calza decisamente stretta, dato che non ha mai tentato di nascondere le sue idee liberiste, come testimoniato fin da subito dalle sue dichiarazioni, e ora palesato dalla manovra varata a fine dell'anno passato. Un anno fa scriveva sul corriere della sera l'editoriale “Meno illusioni per dare speranza”, in cui sosteneva che le rivendicazioni sociali di stampo marxista (tematiche predominanti, a suo dire, nel dibattito politico precedentemente al ventennio berlusconiano), sono “un grosso ostacolo alle riforme”. Ostacolo che può essere superato, come nel caso delle “due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po' ridotto l'handicap del-

l'Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”. Sosteneva che le rivendicazioni sociali di stampo marxista sono “un grosso ostacolo alle riforme”

Lo spirito liberista del neo premier è decisamente manifesto nel suo operato in commissione europea: qui diventa l'icona del rigore contro il mercato dei grandi monopoli e per la libera concorrenza (famosa in questo senso la maxi-multa di 500 milioni inflitta alla Microsoft), agendo prima come commissario europeo al mercato unico e ai servizi finanziari, poi, dal '99, come commissario alla concorrenza, in veste della quale impedisce la fusione tra la General Electric e la Honeywell. Così si presenta il connivente europeista, con cui si elargisce una salda intesa da Mario a Mario, dalla BCE alla presidenza del consiglio. Effettivamente, trova più spazio per essere ascoltata la famigerata lettera di Trichet e Draghi in un governo presieduto da uno col passato di Mario Monti, piuttosto che da un imprenditore

in carriera che fa leggi ad personam, e in questo senso è addirittura più politico il governo attuale di quello precedente. L'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, già duramente attaccato dall'ultima finanziaria del governo Berlusconi, è ormai in via d'estinzione, visto che, anche se non viene citato nell'ultima manovra di governo, i dettami di tale decreto sottoscrivono il volere dell'Europa, che già si era espressa in materia di flessibilità del lavoro, nella sopra citata lettera, comandando un'assoluta libertà di licenziare. Sono invece già stati definiti pesanti tagli alla previdenza sociale, con le pensioni che diventano un miraggio per i venturi lavoratori, che non potranno percepirla prima dei 67 anni, senza distinzioni di sesso, con la possibilità del “pensionamento anticipato” in cambio della decurtazione del 2% sull'assegno pensionistico per ogni anno di anticipo. Inoltre, ci sarà il blocco delle indicizzazioni delle pensioni superiori ai 1400 euro. Verrà reintrodotta l'Ici sotto falso nome (Imu) alla quota fissata al 7,6 per mille, con i Comuni che potranno ritoccarla del 2 per mille. Già aumentate le accise sui carburanti, con un pieno che


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costerà circa 10-13 euro in più. Le tasse aumenteranno, ma non secondo un sistema proporzionale: dopo l'aumento dell'1% dovuto alla finanziaria di Tremonti, verrà nuovamente aumentata l'Iva, dal 21% al 23%, per i beni di consumo, per completare il quadro delle misure che colpiscono le fasce medio-basse della popolazione. Un occhio di riguardo, e non poteva essere altrimenti, se lo prende l'imprenditoria italiana, con sgravi sull'Irap per chi assume donne e giovani sotto i 35 anni, e liberalizzazioni su limitazioni in base alle locazioni geografiche e su orari di esercizi commerciali. Sono inoltre stanziati 4,8 miliardi destinati alle grandi opere, confermando lo stanziamento di 2 miliardi per la TAV, mentre per il trasporto pubblico vengono confermati tagli del 75%. Queste le misure più importanti di quello che è stato definito dallo stesso Monti decreto “salva-Italia”, mentre dai tagli si salvano i 131 cacciabombardieri che costeranno 15 miliardi, spesa ritenuta necessaria dal ministero della difesa Di Paola. In trepida attesa per l'imminente fase due, i protagonisti del giorno prima della scena

politica italiana si godono lo spettacolo, incitando talvolta le critiche, ma rimanendo sempre nella “responsabile” e strategica (e assai ambigua) posizione di sostegno distaccato al “governo di unità nazionale”.

La loro “responsabilità” ci ha condotti al commissariamento, evidenziando il fatto che la gentile concessione della classe dirigente delle elezioni è superflua e dannosa in periodo di crisi

Si ritrovano così uniti a condividere il medesimo programma di governo il cane e il gatto PD e PDL, consapevoli e sollevati dal fatto che qualcuno al posto loro stia difendendo l'economia liberista a scapito del benessere e dei beni comuni. La loro “responsabilità” ci ha condotti al commissariamento, evidenziando il fatto che la gentile concessione della classe dirigente delle elezioni è superflua e dannosa in periodo di crisi, quando le cose vanno fatte celermente e in un certo modo. Simil-

mente, in maniera più grave, avviene in Grecia, dove basta una Merkel inviperita a impedire un referendum sull'accordo con l'UE per l'intervento finanziario e le successive e drastiche misure di austerità. Il commissariamento greco con Papademos, anche lui con un passato alla banca prestanome alle istituzioni Goldman Sachs, esattamente come Draghi e Monti, è il passo immediatamente successivo, e diventa un monito importante da Bruxelles verso i paesi che possono in qualche modo mettere in pericolo gli equilibri economici europei. Monti, annunciando la fase due già da lui battezzata “cresci-Italia”, ha dichiarato che “i tempi saranno piuttosto veloci, l'Europa ci attende con ulteriori provvedimenti per l'Eurogruppo del 23 gennaio e per il Consiglio del 30 gennaio”. In quello che verosimilmente verrà sottoposto al voto parlamentare sotto forma di decreto, rispettando ancora una volta il consiglio dell'altro Mario, assisteremo ad una “riallocazione nel mercato del lavoro, in un contesto mondiale comunque caratterizzato da una continua evoluzione della produzione”. Un avvertimento al mondo del lavoro, sempre più indirizzato ad assimilare il modello Marchionne: con la parola d'ordine “flessibilità” si sta conformando il lavoro alla precarietà e allo sfruttamento. È invece difficile immaginare un'economia in crescita, avendo fissato l'obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2013 e vista l'imminente svendita di 450 miliardi di titoli di stato, ma soprattutto con un pil in costante ed inesorabile calo. È più facile prospettarsi un periodo di recessione e conseguenti misure di austerità sempre più pesanti. Del resto è lo stesso Napolitano, augurandoci buon anno, ad affermare che “nessun gruppo sociale può sottrarsi all'impegno di contribuire al risanamento dei conti pubblici”.

-f.R-


6 Politica 11 11 2011: il giorno della li È un fatto innegabile, l’11 Novembre 2011 è una data che segna la fine di un’era. Berlusconi, ormai più vicino agli ottanta che ai settanta, ha intrapreso una parabola discendente dalla quale probabilmente non si riprenderà. Il “Cavaliere” ha dominato la scena politica degli ultimi vent’anni tanto che gli accostamenti tra lui e il Duce sono ormai una prassi quotidiana. Ma cos’è successo esattamente negli ultimi 20 anni in Italia? Nella memoria popolare tutto o quasi fa riferimento a Silvio Berlusconi. Dalle battute all’Europarlamento rivolte a un socialdemocratico tedesco, passando alle corna in una foto di gruppo. Più che un politico, un cabarettista capace di vendere e comprare, come si trattasse di un tappeto, un programma politico. Con l’arrivo in scena di Berlusconi, il mondo della politica diventa marketing: un prodotto da vendere in tv, seguendo i sondaggi. Proviamo a ricostruire i fatti realmente importanti degli ultimi 20 anni. 7 Febbraio 1992: viene firmato il trattato di Maastricht che rinvigorisce il processo di formazione di un’unione monetaria. L’economia italiana non naviga in buone acque. 10 giorni dopo in Italia inizia l’indagine Mani Pulite che porta ad uno sconvolgimento del quadro politico che aveva retto per decenni. Aprile: la coalizione Dc-Psi-Pli-Psdi vince le elezioni con una maggioranza risicata e dà vita a un governo guidato dal socialista Amato. Il Pci si è da poco disciolto in Ds e Rifondazione Comunista e la Lega Nord ottiene l’otto per cento. Luglio: inizia la stagione del rigore. Con un decreto, Eni, Iri, ed Enel diventano S.P.A. È il preludio alla svendita del patrimonio industriale italiano detenuto dallo stato. Fine mese: governo e sindacati si accordano: la scala mobile non esiste più. D’ora in poi l’adeguamento dei salari all’inflazione non sarà più automatico ma negoziato di volta in volta da sindacati e industriali con la mediazione del governo. È il primo di una

lunga serie di sacrifici “chiesti” agli italiani per potersi agganciare al futuro Euro. Settembre: sottoposta a un impressionante attacco speculativo, attuato da George Soros, la Lira viene svalutata del 20-25% e fatta uscire dal Sistema Monetario Europeo. Dicembre: per rasserenare i mercati il governo Amato mette in atto una finanziaria da 93.000 miliardi di lire; circa 50 miliardi di Euro, con tagli in tutti i settori del welfare e aumento delle tasse, senza dimenticare quelle che saranno e sono tutt’oggi il cavallo di battaglia del centro sinistra italiano: le privatizzazioni. Marzo 1993: a più di un anno dall’inizio delle indagini di Mani Pulite, il governo Amato, falcidiato da avvisi di garanzia deve dimettersi e il Presidente della Repubblica ordina a Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia per più di dieci anni, di formare un governo tecnico, il primo della storia repubblicana. Luglio: il modello concertativo si impone e, per i lavoratori, è un colpo durissimo. In sostanza i sindacati decidono di abbandonare definitivamente lo scontro con governo e imprenditori e di sedersi al tavolo con loro. Da questa data gli scioperi diventano poco più che passerelle elettorali. Mentre Bettino Craxi si rifugia in Tunisia dall’amico Ben Alì e la DC e il PSI sono travolti dagli sviluppi dell’indagine Mani Pulite, l’Italia si avvia sulla strada del bipolarismo. 18 Gennaio 1994: il Cavaliere annuncia la creazione del movimento politico Forza Italia che riprende la retorica anticomunista della Dc e una buona parte dei suoi rapporti clientelari. Due mesi dopo è alla testa del governo. Nel frattempo l’accoppiata AmatoCiampi ha dimostrato che per privatizzare l’economia italiana un governo di destra non è necessario. Gennaio 1995: a seguito della rottura con Bossi, si forma un governo tecnico guidato da Dini, ex ministro del tesoro e direttore della banca d’Italia per 15 anni.

Aprile 1996: a vincere le elezioni è Prodi, uomo dal passato politico non certo illustre. Alla storia è passato come l’anti-Berlusconi per eccellenza, un uomo di cultura (professore universitario), garante della democrazia a fronte di un Berlusconi pronto a ridurla a brandelli e l’unico capace di vincere elettoralmente contro di lui. La realtà è però un’altra. Ministro dell’industria nel 1978; è presidente dell’Iri tra l’82 e l’89 e poi nel ‘93-’94. In sostanza, per circa dieci anni, è manager di un raggruppamento di imprese che faceva dell’Iri, nel ‘93, la settima industria a livello mondiale. Se per tecnico si definisce un governo con una nutrita presenza di imprenditori, banchieri e finanzieri, si può affermare che a un governo tecnico ne succede un altro. Ciampi si ritrova a dirigere lo strategico ministero di Tesoro, Bilancio e Programmazione Economica tra il ’96 e il ’99 prima di diventare Presidente


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iberazione. Sì ma quale?

della Repubblica. Come dire, l’Italia diventa uno stato di tecnici.Tra il ’96 e il 2001 malgrado le numerose crisi di governo, non si andò mai a votare; questo perché c’era sempre qualcuno in parlamento pronto a sostenere la posizione “tutto ma non Berlusconi.” (posizione ripresa dall’Unione nel 2006) E sì che in quegli anni fu fatto veramente di tutto. In politica estera “la responsabilità” del centro-sinistra è la consegna di Ocalan, leader del Pkk, alle autorità turche e la partecipazione alla guerra in Kosovo. In nome dell’entrata nell’Euro, i governi di centro-sinistra guidati prima da Prodi, poi da D’Alema e Amato, misero in campo un impressionante programma di privatizzazione dell’economia andando a rinforzare quello che era stato messo in atto negli anni precedenti. Nei settori di ferrovie, autostrade e telefonia furono fatti entrare i privati. Questo “pregevole lavoro” consentì al governo

D’Alema di strappare l’Oscar europeo per il maggior numero di privatizzazioni attuate da un solo governo. Non casualmente, di privatizzazioni si parlò, era il giugno del ’92, a bordo dello Yacht reale Britannia. A bordo si trovavano, oltre a una serie di banchieri inglesi ben addestrati da un decennio di Thatcher, il Presidente dell’Eni e il Direttore generale di Confindustria, accompagnati dall’oggi ben noto Mario Draghi. La stagione delle privatizzazioni è stata talmente oscura per il paese che perfino la Corte dei Conti parla di “importanti criticità” e di “scarsa trasparenza.” La scelta dei governi di centro-sinistra fu quella di sacrificare l’economia nazionale sull’altare della moneta unica. Sacrifici, come la sbandierata “tassa per l’Europa” che, a distanza di poco più di un decennio, comportano altri sacrifici chiesti, non casualmente, da un altro governo di banchieri e imprenditori, anche se chia-

marlo tecnico ne aumenta appeal e digeribilità. Gli ultimi 20 anni possono quindi essere letti come lo scontro tra un centro-sinistra deciso a privatizzare l’economia e un imprenditore mafioso intenzionato a utilizzare la macchina statale per distribuire e ricevere favori, in modo non troppo diverso da quanto aveva fatto la Dc per 40 anni. Ciò che appare folle, alla luce della breve cronologia che precede, è parlare di ventennio Berlusconiano: negli anni ’90 Berlusconi è alla testa del governo per meno di un anno e la responsabilità delle scelte politiche prese in quegli anni, va all’accoppiata di governi tecnici e di centro-sinistra, uniti nello svendere il paese. Ciò che maggiormente si può imputare a Berlusconi è il Berlusconismo: avere predicato per anni la mercificazione del corpo femminile, il culto del capo, il mito dell’uomo di successo, aver sostenuto tendenze xenofobo-razziste e dato legittimità a fascisti, attraverso l’abolizione del reato d’opinione, avrà nei prossimi anni contraccolpi pesanti per la società italiana. Ma non tutto il male vien per nuocere: l’11 Novembre è stato necessario. D’ora in poi, usciti da quest’anestesia, si tornerà a parlare di Politica. In una crisi che si annuncia lunga e profonda, ognuno di noi, liberato dall’opprimente fantasma berlusconiano, dovrà esporsi. Se intende sostenere Monti, Napolitano, Draghi, Prodi, D’Alema e compagnia, lo faccia pure. Ma non si nasconda dietro la formula “tutto tranne Berlusconi.” Ieri poteva, oggi no. Oggi, e ancor più domani, non si potrà essere anti-berlusconiani. La stagione degli alibi è finita. Per tutti.

Fonti :

>> “L'autunno nero del '92 tra tasse e svalutazioni, Lira: storia e curiosità,” Sole 24 Ore, 2010 >> “Convegno sul Britannia”, 2 giu 1992, Corriere della Sera >> Paolo Barnard “Il più grande crimine”

-Victor-


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Politica

Il Mestiere del Lobbista

L ’ in flue n za d i gr up p i d i p r e s s ion e , th in k ta n k s e fon d a zion i s ugli or ga n i is tituzion a li e s ulle n os tr e vite

Quando sentiamo parlare di lobby, fondazioni, think tanks e affini, spesso non capiamo veramente cosa sono, come agiscono, e i legami che hanno con le istituzioni che ci governano. Un po’ di definizioni: per lobby si intende un gruppo organizzato portatore di un interesse da tutelare, che molto spesso viene spacciato per pubblico. I cosiddetti Think Tanks (Serbatoi di Pensiero), invece, sono grandi gruppi di ricerca con lo scopo di influenzare l’opinione pubblica, con la partecipazione di Fondazioni per la raccolta di fondi, attraverso grandi campagne di informazione di massa, il finanziamento dell’istruzione superiore, la formazione e la ricerca. L’obiettivo di queste due strutture è quello di infiltrare negli ambienti giusti (università, luoghi di potere) i principi economici Neoliberali. Ricordiamo solo alcuni nomi di queste Fondazioni e Think Tanks: La Rockfeller Foundation, Heritage Foundation in America. In Europa: nel Regno Unito, L’Institute of Economic Affairs, l’Adam Smith Institute; il CUOA, Bruno Leoni, Acer e Aspen in Italia. L’inizio dell’attività di questi gruppi si può far risalire agli anni '40, ma é durante gli anni '70 che raggiungono la loro “età dell’oro”. Due uomini su tutti vanno ricordati per l’uso che in quegli anni é stato fatto di questi due strumenti per diffondere l’ideologia/religione Neoliberale: Milton Friedman e Karl Brunner. Mentre Brunner si occupava di lanciare la sua crociata in Europa, Friedman fondò una scuola di pensiero passata alla storia come i “Chicago Boys” dall’università in cui lavorava per diffondere la deregolamentazione totale, privatizzazioni selvagge e altre atrocità. Lo sanno bene i cileni, che durante la dittatura di Pinochet, oltre a subire una pesantissima repressione del dissenso, omicidi di persone non gradite e torture, si vedevano imposti sulle loro teste quelle idee economiche di cui Friedman e i suoi “Chicago Boys” erano portatori. La loro opera, e quella delle Fondazioni e Think Tanks, ebbe un considerevole successo. Dice lo storico dell’economia John F. Henry: “Oltre a finanziare lo sviluppo di programmi specifici e di curricula, oltre a

promuovere la ricerca per il laissez faire in economia, le Fondazioni per il Libero Mercato sponsorizzarono master e borse di studio in legge, economia, scienze politiche e affari sociali. Promossero cattedre universitarie, libri e progetti. Una volta formulate, le prescrizioni di politica e la loro anima da Libero Mercato vengono comunicate non solo ai funzionari di governo, ma anche al pubblico attraverso i grandi media e i giornalisti che quelle Fondazioni sponsorizzano”. L’obiettivo di queste due strutture è quello di infiltrare negli ambienti giusti (università, luoghi di potere) i principi economici Neoliberali Insieme alle Think Tanks e alle Fondazioni, altre organizzazioni si occupavano di far recapitare quei concetti a politici chiave. Questi gruppi di interesse o lobby, hanno ad oggi un’influenza sugli organi decisionali senza paragoni. Oltre al caso Americano, anche l’U.E. ha una capitale del lobbying: Bruxelles. L’interesse della lobby nei confronti degli organismi europei, più che mettere le mani su una parte dei fondi per il finanziamento dei programmi e progetti comunitari, è dato dal fatto che questi ultimi incidono sulla formazione dell’80% delle legislazioni nazionali, regionali e locali dei Paesi membri. L’influenza su Bruxelles ha quindi conseguenze economiche sul funzionamento di uno Stato e della sua economia, oltre che sul processo normativo e regolamentare europeo. Come non ricordare il gruppo Bilderberg o l’influente mano dell’ ERT, la tavola rotonda degli industriali europei, sui processi legislativi comunitari che portarono alla

modificazione del concetto stesso di istruzione e quindi di come strutturare scuole e università, oppure il documento redatto da Business Europe per Van Rompuy, il Presidente del Consiglio Europeo, in cui “consigliano” alcune manovre per affrontare la crisi nell’eurozona, come il ruolo centrale da attribuire alla Commissione Europea e la possibilità di sanzionare i paesi che “sgarrano”. Altri dati possono aiutarci a capire l’enorme attività di questi gruppi, non solo europei ma anche americani, come l’AmCham EU Committee, il comitato europeo della Camera di Commercio Americana, e cinesi: ci sono 2600 gruppi di lobbisti registrati a Bruxelles, in totale sono 55000 persone che tentano di influenzare i 30000 funzionari e tecnici comunitari. Questa attività é legalmente riconosciuta a livello europeo, anzi é addirittura considerata come uno strumento democratico che contribuisce in modo diretto e trasparente alla governance delle istituzioni pubbliche e private. E’ quindi evidente il grave deficit democratico, non solo europeo ma del mondo occidentale, che vive sotto l’egida del libero mercato. Istituzioni che hanno un grande potere sulle nostre vite sono scollegate dal controllo delle masse e facilmente influenzabili dai grandi poteri finanziari e industriali, che fanno ricadere sulla testa dei più deboli il peso di quelle decisioni. Bisogna quindi riappropriarci della nostra vita e smettere di delegare ad altri le scelte più importanti.

Fonti:

>> www.lobbyingitalia.com >> www.paolobarnard.info >>www.megachip.info

-Supertramp-


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I Responsabili

Quando un governo trasforma il pensiero unico in imperativo morale

"Da un grande potere derivano grandi responsabilità". Nel mondo dei fumetti questo motto spinge i supereroi a usare i loro fantastici poteri per affrontare minacce catastrofiche anziché per interessi personali. Nel mondo reale minacce certo non mancano: povertà, crisi, disoccupazione, corruzione, dissesto ambientale sono solo esempi, ma l'elenco non è certo finito. E' per questo motivo che politici di destra, centro e sinistra hanno deciso di superare vecchie ideologie ed entrare tutti assieme al governo. L'hanno fatto per dimostrare la loro responsabilità, la patria ha chiamato e loro non si sono tirati indietro. Recentemente i primi a innalzare il termine "responsabilità" al vertice della scala dei valori sono stati proprio i cosiddetti responsabili. La versione nobile vuole che alcuni deputati si ribellassero al tentativo di ribaltone ordito da poteri anti-nazionali votando la fiducia al governo Berlusconi per salvare il paese dallo spread, dal default, dalla crisi. Altri potranno avere diverse letture delle motivazioni di questi personaggi ma, comunque sia andata, oggi la responsabilità ha trionfato, è diventata un valore bipartisan. Napolitano e Monti, che sembrano la responsabilità fatta persona, hanno dovuto chiudere la parentesi berlusconiana per iniziare una nuova fase di superamento delle ostilità, di competenza e responsabilità. Se si escludono gli ideali, a fare da bussola restano solo gli interessi. Gli interessi della classe dirigente: potenti, banche, politici. Ma cosa significa essere responsabili? Giornali e TV hanno la risposta già pronta: pagare le tasse, onorare gli impegni, coesione sociale. Pagare il debito, onorare gli obblighi imposti da banche e unione europea, continuare a studiare, lavorare, consumare, votare. Anche se tutto questo fa schifo. Avere altre ambizioni sarebbe un lusso, non resta che scegliere il meno peggio. Almeno così viene detto. I compiti di chi vuole valorizzare l'immagine e il buon nome dell'Italia non sono certo facili, ai limiti dell'impossibile.

Fortuna che abbiamo una classe dirigente responsabile, competente, diligente, pragmatica, disposta a mettere da parte i propri ideali e a compiere sacrifici. Se necessario, disposta persino ad assumere grandi poteri. Gli ideali. In questa società siamo abituati a confondere gli ideali con le utopie, realizzare i desideri più profondi della collettività sembra diventato impossibile. Gli ideali, che puntavano a questo, sono dunque lasciati a bambini e sognatori, mentre noi dimentichiamo che nei cambiamenti della politica e della storia questi sono stati (e saranno) essenziali. Scordiamo anche che l'azione dell'uomo politico è sempre guidata da qualcosa, che non può essere l'istinto; se si escludono gli ideali, a fare da bussola restano solo gli interessi. Gli interessi della classe dirigente: potenti, banche, politici. I sacrifici. Sentiamo questa parola, dal senso arcano e profondo, alla televisione. A chiederli è stato Monti: Ne' lacrime ne' sangue, ma sacrifici. Già, perchè restano poco credibili, malgrado la commozione del ministro Fornero, le lacrime del sacerdote che, vergine fra le braccia e pugnale nel fodero, va verso l'altare. Questa notte non sarà lui a pagare il prezzo più alto per soddisfare e ingraziarsi il dio-finanza. Sì, perché tanto é

nobile la promessa di fare sacrifici quanto poi difficile farli in prima persona. E poiché la manovra risponde a un'economia che non prevede sacrifici per imprenditori, industriali e grandi proprietari, siamo noi a doverli fare. Pensioni basse agli anziani e sempre più lontane per i lavoratori e disoccupazione per i giovani. Il potere.Tutti questi responsabili ci chiedono la possibilità di comandare. Ce lo chiese Bertolaso, che per sbrigare i grandi eventi, dalle visite del papa alla realizzazione di impianti sportivi, aveva l'opportunità di derogare, infrangere, leggi nazionali. Anche a Monti per realizzare i piani dell'Europa serve un grande potere. I partiti hanno accettato di cedere il proprio o giocano a fare l'opposizione per opportunismo politico, ora Monti ha bisogno che i cittadini siano compatti e docili, disposti a lasciarsi comandare. Ha bisogno del nostro potere. Il significato originario di responsabilità non era però questo: anzi, la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni può portarci a essere irresponsabili verso questo stato di cose, proprio per la responsabilità che abbiamo verso la collettività e verso il domani.

-Spartaco-


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Politica

Che ne sarà di Noi? Brevi riflessioni politiche sulla situazione attuale

A nostro vedere, alcuni fatti sono innegabili. Possiamo affermare che in questi ultimi mesi non si sono visti gli effetti più devastanti della Crisi, ma solo quelli iniziali; possiamo affermare che è finita la stagione politica di Berlusconi, ma non il berlusconismo, ben diffuso e presente nella società e nelle persone; possiamo infine constatare che il governo Monti rappresenta, più che una liberazione, l’inizio delle riforme neoliberiste di seconda generazione. In tale epoca, e con tali pensieri, la domanda che sorge più frequentemente è: che ne sarà di Noi? Un Noi che è molto composito, e che ha bisogno di essere definito. Un Noi che parte dalla nostra generazione, quella frutto del mondo neoliberista, della vittoria del pensiero unico ma anche dei doni di Natale del Capitalismo degli anni ’90. Tradite le promesse di prosperità e felicità del Capitalismo, dal nulla sembriamo scaraventati in una vita di precarietà. Perché quello che si proverà a fare in questa crisi, non é altro che attuare le riforme neoliberiste di seconda generazione, dove l’obiettivo ultimo non è precarizzare il lavoro, ma l’intera vita. Ciò comporterà: tutti i servizi privatizzati, pensione privata, assenza di ridistribuzione del reddito da parte dello Stato, abbassamento generalizzato dei salari, precarizzazione del posto di lavoro e della dimora (tramite affitti e mutui). Ciò coinvolgerà integralmente questa generazione, così come i lavoratori che subiscono questi attacchi e le generazioni che verranno. Diventeremo, sia se siamo studenti sia se siamo lavoratori, precari, in quanto la nostra vita sarà precaria. Un filo rosso torna così a unire le condizioni di vita delle persone, che saranno obbligate a riflettere, e ad uscire dall’individualismo in cui tutti noi ci siamo rifugiati. La Storia, contrariamente a quanto ci avevano raccontato, si è rimessa in moto; quello che non riusciamo a capire è che la storia sta per assumere una velocità sorprendente. Questa crisi cambierà la vita di tutti noi: studenti, giovani precari, lavoratori, disoccupati. Ma rimane sempre al centro del dilemma quel dubbio: che ne sarà di Noi?

Tale domanda racchiude una forza che non è riconducibile alla risposta, ma che si autoafferma nella domanda. Perché nella domanda, in verità, si affermano alcune cose: il nostro futuro non è già deciso e scelto, e coinvolge pienamente Noi nella nostra esistenza. La domanda si autoafferma perché, banalmente, non c’è risposta. La risposta sarà data dalle nostre azioni e dal nostro impegno. La forza della domanda è il riscoprire l’esistenza di un Noi che scavalca l’Io, e capire che la risposta non può essere delegata a nessuno, ma deve essere data da tutti. Si abbandona il destino individuale di una vita ridotta a consumo e merce, riscoprendo il bisogno della politica. Politica intesa come condivisone delle proprie idee e delle proprie aspirazioni, come bisogno di influire e cambiare la propria vita e lo scenario dove avviene. Quest’ultimo bisogno diventerà sempre più urgente e necessario man mano

Quello che si proverà a fare in questa crisi, non é altro che attuare le riforme neoliberiste di seconda generazione, dove l’obiettivo ultimo non é precarizzare il lavoro, ma l’intera vita. che le condizioni materiali peggioreranno e sarà necessaria una risposta politica e sociale antisistema. Il bisogno crescente di politica ci obbligherà alla ricerca di forme, idee, azioni in cui riconoscerci e identificarci.Tale crisi ci ha trovato impreparati, non avendo avuto una risposta organica pronta a fronteggiare la situazione attuale. Chi è rimasto scottato dalle prime sconfitte o dagli errori del movimento, scegliendo di rifugiarsi nella sfera individuale, pecca di ingenuità o superficialità. Dopo trent’anni di distruzione sistematica di qualsiasi organizzazione popolare e di qualsiasi idea di Sinistra, è impensabile che la risposta politica alla fase storica attuale sia immediata e semplice. Stiamo parlando comunque del popolo italiano, che, così preso a infamare Berlusconi per 20

anni, non si è reso conto che la ‘concertazione’ della CGIL significava l’accettazione dei diktat della classe dominante, e che proprio gli uomini antiberlusconiani (Napolitano, Prodi, Veltroni, D’Alema fra tutti) rappresentavano gli interessi del Mercato. Il nostro compito sarà quindi definire le forme, le idee e le azioni, e, anche se non abbiamo una risposta organica pronta, possiamo iniziare a pensare da dove ripartire. 1. Una qualsiasi forma politica oggi deve ripartire dall’anticapitalismo; anticapitalismo inteso come rifiuto della logica del profitto a favore del bene comune. Questa crisi dimostra nuovamente gli effetti devastanti di tale sistema, e la sempre maggior impossibilità di trovare una soluzione per il bene dei tanti e non dei pochi all’interno di esso. Sono sempre più devastanti gli effetti ambientali, sociali e politici del sistema, e sempre più evidente la sua insostenibilità. Dobbiamo costruire un sistema alternativo prima che il Capitalismo porti alla distruzione dell’umanità. In tale momento storico l’anticapitalismo potrebbe riunire le varie anime antisistemiche della società, dal comunismo nelle sue varie forme all’ambientalismo, passando per l’antiautoritarismo e le idee libertarie. 2. Ripartire dall’anticapitalismo, con un deciso rifiuto, però, delle varie ortodossie, che tendono a creare delle sette più che collettivi politici. Il No necessario e più forte è allo stalinismo, che ha tradito i sogni degli oppressi e dei rivoluzionari di tutto il mondo. Stalinismo rifiutato nella sua versione storica come nei sui residui politici attuali. E’ necessario quindi oggi rifiutare il verticismo, l’esaltazione del leader, l’autoritarismo, come la superiorità a priori data dal militantismo o dalla presunta veridicità assoluta dell’analisi. Dobbiamo oggi anche discostarci da qualsiasi presa di posizione rigida sull’avanguardismo e sulla presa del potere. I fallimenti del passato ci dimostrano che non basta prendere il potere, ma che è necessario creare rapporti di potere egualitari e orizzontali. Ciò significa che dob-


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biamo creare l’uomo nuovo, un uomo che nei rapporti sociali e nella vita quotidiana riesca a distruggere i rapporti di potere intrinsechi della società capitalistica. Non possiamo concentrarci solo sulla presa del potere, ma anche sul cambiamento dell’uomo in quanto individuo. Ciò non significa rifiutare i pensieri politici creati nel passato, ma saperne cogliere l’insegnamento, provando a superarne i limiti. L’Allievo dovrà sempre superare il Maestro, altrimenti si sarà fermata l’evoluzione dell’uomo e del suo pensiero. 3. I vari movimenti che si sono visti finora si sono divisi intorno al tema della legalità, quando in verità la divisione non è fra ‘legalisti’ e ‘illegalisti’, ma fra ‘rivoluzionari’ e ‘riformisti’. Il sistema non ritiene illegale solo una forma di protesta violenta, ma ritiene illegale una qualsiasi forma di protesta antisistema il cui obiettivo ultimo é il cambio della società. Dobbiamo capire quali sono le forme politiche e di protesta migliori e più efficaci, senza cadere nell’ingenuità che i vertici del potere possano accettare una forma di protesta rivoluzionaria. Qualsiasi ordine costituito vuole mantenere lo status quo, e prova a distruggere qualsiasi movimento che lo vuole trasformare radicalmente. Un qualsiasi movimento antisistema sarà, se efficace, ‘illegale’, a prescindere se la sua forma politica sarà violenta o pacifica. 4. In tale momento storico di forte arretramento e frammentarietà politica, è necessa-

rio superare i limiti imposti dalle varie parrocchiette e scuole di pensiero politiche. Nonostante siamo lontani da un momento rivoluzionario, i vari collettivi e gruppi politici perdono più tempo a imporre la propria visione del mondo agli altri gruppi, invece che a trovare la migliore sintesi che rispecchi tutte le anime del movimento.

Politica intesa come condivisone delle proprie idee e delle proprie aspirazioni, come bisogno di influire e cambiare la propria vita e lo scenario dove avviene.

Caduta una visione unificante, i vari gruppetti antisistema si sono racchiusi in una retorica ultrà delle proprie idee. E’ necessario quindi superare la “mentalità delle parrocchiette” e creare un blocco anticapitalista. Se non supereremo la frammentarietà sarà difficile affrontare i nemici che ostacolano il nostro cammino. 5. Infine, per ultimo, è necessario creare un movimento nazionale che unisca le varie esperienze locali. Abbiamo bisogno di organizzazione, continuità, ed essere tanti piccoli punti di riferimento per poter affrontare le difficoltà delle lotte politiche: essere direttori d’orchestra che facciano realmente parte dell’orchestra stessa, e che mettino in condizione gli altri orchestrali di dare il meglio di loro. In tale momento storico possiamo constatare il totale fallimento della via isti-

tuzionale-parlamentare, in quanto sia le istituzioni attuali sono totalmente inadeguate e manipolabili, rappresentando infatti un ostacolo al cambiamento, sia non esistono oggi partiti nell’arco parlamentare che non vogliono applicare le ricette neoliberiste. E’ fondamentale creare un movimento nazionale per dare unità e continuità alle esperienze locali, perché se la lotta rimarrà legata a singole rivendicazioni o a singole città, la sconfitta e il fallimento delle istanze rivoluzionarie saranno inevitabili. Questo scritto vuole aprire uno spazio di discussione, che è necessario e urgente in Italia come a Firenze. Lungi dal rappresentare la verità, vuole creare polemica, riflessioni, spunti. Non avendo una visione organica del reale, lo scritto vuole però dare dei punti da cui far partire la riflessione e l’agire politico. Oggi è necessario legare la parola all’azione, senza cadere in retoriche intellettuali tendenti al borghese, come nell’azione fine a se stessa. In una crisi strutturale capitalistica, i movimenti rivoluzionari e popolari devono avanzare. Ciò sarà possibile se riusciremo a farci capire da coloro per cui professiamo di voler fare un cambiamento, cioè i lavoratori e gli sfruttati di tutto il mondo, e se riusciremo a darci un’organizzazione efficace rispetto alla congettura storica. Avremo bisogno di tutti, e con tutti ci riferiamo soprattutto a chi sente il fervore rivoluzionario dentro il proprio animo.

-Jules-


12 E c o n o m i a La seconda resistenza Dalla lotta di classe alla concertazione, dalla pretesa ed ottenimento di nuovi diritti, alla graduale abolizione degli stessi. Con tutto ciò che questo comporta… “Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la Cassaintegrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. [… .] Noi siamo tuttavia convinti che imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti sia una politica suicida. L’economia italiana sta piegandosi sulle ginocchia anche a causa di questa politica. Perciò, sebbene nessuno quanto noi si renda conto della difficoltà del problema, riteniamo che le aziende, quando sia accertato il loro stato di crisi, abbiano il diritto di licenziare.” In questa intervista di Eugenio Scalfari, comparsa su La Repubblica il 24 gennaio del 1978 (articolo intitolato “Lavoratori stringete la cinghia”), l’allora segretario della CGIL Luciano Lama esprime il proprio pensiero in merito alla possibilità delle aziende di licenziare in tronco un gran numero di lavoratori. Ma facciamo qualche passo indietro. Fino alla fine degli anni ’70 esisteva in Italia un movimento operaio molto forte e gran numero di organizzazioni comuniste e rivoluzionarie che influenzavano significativamente i vertici del sindacato e del Partito Comunista (i quali utilizzavano solo di facciata la retorica della lotta di classe) portandoli ad appoggiare le lotte dei lavoratori. Ma tutto questo ha cessato di esistere circa trent’anni fa, a causa di una trasformazione lenta, graduale però definitiva del PCI e del movimento sindacale italiano, passati definitivamente ad essere concertativi, consociativi, d’accordo con il

neoliberismo e con l’impostazione socioeconomica capitalista. Tutti gli accordi firmati in questi anni in nome della concertazione ed appoggiati via via dalle varie organizzazioni politiche figlie del PCI, sono infatti servite solo ad indebolire i lavoratori ed a ridurre il loro peso e la loro forza contrattuale. La concertazione infatti, ha allontanato il sindacato dai lavoratori, visto che questi non vi si riconoscevano, facendo in modo che si negoziasse sulla graduale abolizione dei diritti acquisiti. Un signore di nome Karl Marx tempo fa, invece, diceva che "....i rapporti tra Capitale e Lavoro non sono dati una volta per sempre, ma cambiano in virtù dei rapporti di forza tra le classi” (quindi o lotti per avere il coltello dalla parte del manico e riesci a vincere in base a quanto dimostri di essere organizzato e tenace, oppure preparati a subire una controffensiva). E queste parole un tempo erano prese sul serio, trovavano applicazione pratica tutti i giorni nei percorsi di lotta, sia sindacale che di movimento: dagli scioperi andatisi sempre più a moltiplicare dagli anni 60’ agli anni 70’ (che non duravano certo 4 ore..), ai sabotaggi nelle fabbriche per fermare la produzione e causare gravi perdite economiche agli imprenditori (si preferiva chiamarli padroni), fino alla solidarietà con gli altri gruppi sociali come i disoccupati, i pensionati, gli studenti.

Tutto questo, come detto, assieme ad un patrimonio di cultura popolare di lotta e resistenza che oggi possiamo solo immaginare, si è progressivamente sgretolato e, parallelamente, il mondo degli industriali, dei banchieri e dei poteri forti (un tempo si sarebbe detto i capitalisti) ha pianificato e messo in pratica una controffensiva sbalorditiva: generalmente si parla di attacco del Capitale nei confronti del lavoro. Cosa vuol dire? Significa che, nel momento di maggior diffusione dell’idea di “sinistra” a livello mondiale (in tutte le sue declinazioni), nel momento in cui la partecipazione delle persone vedeva un’impennata colossale e la pretesa di nuovi diritti dava vita alle prime forme di Stato sociale, mentre i partiti comunisti e antisistema in Europa come altrove si rafforzavano, i poteri forti decisero che questo non doveva essere più tollerato. La loro strategia (vedi ad esempio la recensione nell’ ultima pagina) consistette da una parte nel frammentare il mondo del lavoro a livello pratico con lo spostamento progressivo della produzione la sua riorganizzazione (creazione dell’indotto) in altre aree del globo, dove le rivendicazioni salariali erano più tenui, nella creazione di grandi masse di disoccupati

La concertazione infatti, ha allontanato il sindacato dai lavoratori, visto che questi non vi si riconoscevano, facendo in modo che si negoziasse sulla graduale abolizione dei diritti acquisiti. (il solito Marx le chiamava “esercito industriale di riserva”) pronte da utilizzare per essere sfruttate offrendogli un lavoro retribuito la metà e in condizioni peggiori di prima e, infine, seducendo col fascino della ricchezza e del “dialogo” buona parte dei quadri dirigenti di sindacati, CGIL su tutti, e partiti, PCI in particolare. Stiamo parlando di un processo ideato negli anni 70’, messo in pratica gradualmente, ma che riuscì a mettere il primo mattone di un muro che si sarebbe rafforzato sempre più: su tutti la marcia dei “quarantamila” (per lo più impie-


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tradita

gati, i “colletti bianchi”) alla FIAT di Torino, con la quale i dirigenti dell’azienda riuscirono a vanificare la lotta degli operai, portata avanti da 37 giorni con un picchetto davanti alla fabbrica, e a far accettare qunidicimila licenziamenti. Il precedente indebolì il sindacato in tutti i settori in Italia e la concertazione divenne la norma, mentre lo sciopero, la conflittualità del lavoro, la lotta, furono completamente abbandonati. Oggi infatti, dopo aver taciuto o quasi su leggi in materia di precarizzazione del lavoro promulgate dal centro sinistra (vedi pacchetto Treu) e dopo non aver criticato l’accordo del 1993 che prevedeva, per le sigle firmatarie dei contratti, l’assegnazione automatica del 33% nelle elezioni dei rappresentanti dei lavoratori (RSU), escludendo di conseguenza i sindacati di base, Maurizio Landini attuale segretario della FIOM si accorge che non esiste più la “democrazia” in fabbrica. Queste le sue parole oggi, dopo che il 13 dicembre scorso il modello Pomigliano o modello Marchionne, è diventato realtà per i dipendenti Fiat di tutta Italia, da Mirafiori a Melfi , in barba al Contratto Collettivo Nazionale e allo Statuto dei Lavoratori (prodotti dell’epoca di cui sopra, non a caso). La FIOM, dunque, nel 1993 non pose il problema della democrazia in fabbrica ma, quasi dieci anni dopo, esclusa dal tavolo concertativo e non firmando il contratto, parla di assenza di democrazia. Paradossalmente

oggi è proprio la FIOM ad essere un po’ più vicina alle lotte dei lavoratori assieme ai sindacati di base , a volte temporeggiando per vedere come va (vedi lotta alla INNSE di Lambrate) altre opponendosi ai vari diktat aziendali (come con Marchionnne), altre ancora in maniera contraddittoria cercando di far accettare ai lavoratori il meno peggio.

Stiamo parlando di un processo ideato negli anni 70’, messo in pratica gradualmente, ma che riuscì a mettere il primo mattone di un muro che si sarebbe rafforzato sempre più Nonostante queste sue ambiguità di fondo, la totale mancanza di conflittualità sindacale e di rivendicazioni poste in modo radicale, la FIOM è isolata nella CGIL (al soldo dei moderni liberisti di destra del Partito Democratico). L’accordo siglato il 28 giugno tra Confindustria e sindacati, fra cui la CGIL (immaginatevi quarant’anni fa se sarebbe stato possibile) ne è una conferma. Quindi bisogna capire il ruolo di certi soggetti, di certi schieramenti. Bisogna capire come mai Susanna Camusso cerca di escludere la

FIOM, proprio mentre si tratta di combattere il governo tecnico reazionario di Monti, l’istituzionalizzazione della “flex security” (abolizione dell’art 18 o suo aggiramento, quindi licenziamenti facili) e le lacrime e sangue da far digerire alle “classi subalterne”. Se non sappiamo fare questo, non sapremo stare al fianco di chi oggi, nonostante tutto, si ribella: come i lavoratori delle cooperative dell’Esselunga di Pioltello, dell’IRISBUS, della OMSA, gli ex Wagon Lits (dei treni notte), così come i lavoratori della Piaggio di Pontedera e della Jabil.Tutti licenziati in tronco, tutti in lotta e, purtroppo, lasciati da soli.In ogni caso, l’unica alternativa per scongiurare ulteriori scenari catastrofici, è quella di impostare la lotta al fianco di chi si oppone, per una fuoriuscita globale e definitiva da un capitalismo destinato al collasso. Ciò significa restituire valore al lavoro collettivo, rilanciando la centralità del lavoro produttivo in un assetto di autogestione dei lavoratori. Non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza vigenti, ma occorre rivoluzionare il modo di organizzare e gestire la produzione stessa. Le aziende capitaliste sono nate per ricavare profitti privati, non per soddisfare le istanze vitali delle persone. E’ la loro natura intrinseca. Perciò bisogna riconvertire le imprese alla produzione di beni di prima necessità, cosicché il valore d’utilizzo (quello d’uso) recuperi il suo antico primato sul valore commerciale (il valore di scambio), e l’autoconsumo delle unità produttive locali, politicamente autogestite nei termini di una gestione diretta, si imponga sulle false esigenze consumistiche indotte dal mercato (il cosiddetto feticcio della merce), evitando di subordinare i bisogni umani alle sanguinarie leggi del profitto.

Fonti :

>> www.clashcityworkers.org >> www.inchiestaoperaia.org >>Lavoro e Capitale nella teoria di Marx, Guido Carandini

-Marcos-


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Economia

LA SOLIDARIETÀ: “Scusi mi

La retorica della crisi e la sua inconsistenza reale Ed eccoci in crisi, lo spread sale, il nervosismo dei mercati finanziari si fa sentire. Dobbiamo fare sacrifici, essere solidali, essere buoni con il prossimo... Meglio ancora se il prossimo è un banchiere, un industriale e un ricco! Ma cosa sta succedendo nel “bel paese” mentre la solidarietà ci rende tutti amici? Precarizzazione della vita e dei salariati, possibilità di essere licenziati arbitrariamente, sottorappresentanza dei lavoratori in sindacati e parlamento, liberalizzazioni e impoverimento dei lavoratori e arricchimento dei capitalisti sono solo le ciliegine di una torta ancor più amara. Per smontare la linda e pulita retorica solidale bisogna risalire il fiume delle ingiustizie fino alla sorgente. Fino a dove sorge questo sistema che ci ha portati in crisi. Infatti, il sistema in cui viviamo si riproduce, creando la sua ricchezza sull'accumulazione di capitale da parte del capitalista. Questo viene ottenuto con la migliore combinazione dei fattori produttivi (materie prime, macchinari, lavoro, ecc...) al fine di risparmiare sui costi e guadagnare sulla vendita, cioè ottenere profitto. Il lavoro è, quindi, centrale nel processo di riproduzione del sistema. È proprio dalla capacità del lavoro di creare beni o servizi da materie prime, da prodotti non assemblati o da servizi non impacchettati che, al momento della vendita, il capitalista si arricchisce, appropriandosi del valore aggiunto dal lavoro umano durante la produzione. Il lavoro, infatti, è un “fattore produttivo” particolare, che il capitalista “acquista” sul mercato del lavoro. Per diminuire i costi di produzione e ottenere maggiori profitti, oltre ad acquistare macchinari più efficenti o materie prime più economiche, l'interesse del capitalista sarà, quindi, comprare la forza lavoro al prezzo più basso possibile. Il lavoratore essendo costretto a vendersi sul mercato del lavoro (per la necessità fisica di mangiare) sarà costretto ad accettare il livello salariale che il capitalista pone, e questo

potrà essere alzato la lotta collettiva. Ovviamente, il salario del singolo lavoratore sarà contrattato al ribasso più sarà in concorrenza con gli altri disoccupati (quindi più aumenta la disoccupazione) e meno sarà difeso da diritti sindacali. Ma c'è qualcosa in più. Quello stesso salario che il capitalista corrisponde, al ribasso, al lavoratore, perché questa economia funzioni, dovrà essere speso per farlo rientrare nelle mani del capitalista. Dall'altro lato, chiaramente, il lavoratore ha interesse ad essere pagato di più, per potersi permettere una vita più dignitosa. Mentre durante gli “anni d'oro”, in cui la necessità di accontentare popolazioni dilaniate dalla seconda Guerra Mondiale, e l'urgenza della ricostruzione spingeva gli stati a spendere per lanciare l'economia e alzare il benessere, negli anni settanta prendono forma i progenitori delle politiche neoliberali attuate da Monti. I governi Reagan e Thatcher, infatti, si fanno sostenitori di un nuovo paradigma ideologico, che prevede una visione della società in cui lo stato cede tutte le sue funzioni al mercato, che, con la logica del profitto, dovrebbe assicurare il benessere della società. Quindi, si privatizza tutti, o quasi, i settori che prima appartenevano allo stato, con una svendita della ricchezza collettiva dei cittadini in favore di chi si può permettere di comprare, vale a dire banchieri e industriali. In quegli anni si ha un processo che porta, in meno di 20 anni, per esempio negli Stati Uniti, il 10% della popolazione a possedere il 50% della ricchezza nazionale. Il 90% della popolazione statunitense oggigiorno si ac-

Prodi, D'Alema e compagnia bella sono i principali responsabili della svendita del patrimonio statale degli anni '90. Il governo Monti è poi così tanto diverso?

contenta della stessa quantità di ricchezza con cui ingrassano quel 10% di ricchi. E questo è quello che sta succedendo anche in Europa e in Italia. Ma riflettiamo: la democrazia dovrebbe garantire il potere al popolo. Però, se si osserva

attentamente, si nota come i politici che hanno calcato la scena dell'Italia repubblicana siano strettamente legati ad interessi particolari di finanza e impresa, non al popolo. Da “manipulite” a Berlusconi, sicuramente è apparso lampante come la corruzione e il governo degli interessi decidesse della nostra vita. Ma è soprattutto con il centro sinistra che arrivano al governo le medaglie d'oro per le losche privatizzazioni. Prodi, D'Alema e compagnia bella sono i principali responsabili della svendita del patrimonio statale degli anni '90. Il governo Monti è poi così tanto diverso? Monti rappresenta il mondo delle lobby della finanza, non gli italiani! Non a caso proviene, come Mario Draghi, dalle file della Goldman Sachs. Non a caso i ministri proposti dal professore sono legati ad Intesa-San Paolo, Telecom, Mediagroup, La Repubblica, General Motors (legata alla Fiat dei ricatti di Marchionne) e, chiaramente, Confindustria. La finanziaria, cronometrata


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dispiace, ma la devo sfruttare ”

dalla BCE ed approvata a tempo di record dal governo Monti, vede infatti una redistribuzione del reddito complessivo in favore del mercato: tagli ai servizzi di welfare; aumento dell’accise sui carburanti, che colpisce specialemnte i redditi bassi; aiuti spregiudicati alle banche con tassi di interesse sproporzionati posti sul prestito di soldi pubblici; attacco al famigerato articolo 18 (aumen-

Per smontare la linda e pulita retorica solidale bisogna risalire il fiume delle ingiustizie fino alla sorgente. Fino a dove sorge questo sistema che ci ha portati in crisi. tando la licenziabilità dei lavoratori si innesca il processo di abbassamento dei salari). In un rapporto della Banca d'Italia relativo al 2009 si può leggere: “molte famiglie deten-

gono livelli modesti o nulli di ricchezza; all’opposto, poche famiglie dispongono di una ricchezza elevata. [...] la metà più povera delle famiglie italiane detiene il 10% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco detiene quasi il 45% della ricchezza complessiva”. E, se questo succedeva nel 2009, possiamo preoccuparci. Il Professor Monti persegue politiche che redistribuiscono i redditi in favore dei già ricchi. Ovvero quelli che posseggono, imprese, banche, e quelli che sostituiranno lo stato nei settori privatizzati. E' evidente come vi sia un’asimmetria di potere tra lavoratori e capitalisti, in favore di questi ultimi, e come la retorica della solidarietà sia solo una maschera messa ad arte sul viso grottesco di un sistema ingiusto. Dovrebbe essere facile capire come gli interessi tra chi lavora e chi dà lavoro siano fortemente contrastanti, e che questi ultimi sono rappresentati dagli stessi uomini che ci chiedono sacrifici. Certo, in questa crisi siamo tutti sulla stessa barca, ma mentre quel 10% della popolazione è sul ponte a godersi la fresca brezza, il 90% è in sala macchine a sgobbare per portare in crociera i ricchi. Ma la cosa più assurda è che, dall'alto della loro posizione, ci chiedono di faticare di più per aumentare la velocità, dato che loro stessi hanno sbagliato rotta. Dovremmo, quindi, essere contenti che le banche e le imprese vengano salvate dal denaro pubblico? Questa risposta non è senza dubbio facile, ma se si pensa che il denaro pubblico è ricchezza, in maggior parte, prelevata dai salari, ed è quindi di appartenenza del popolo, che è composto più da lavoratori che da banchieri ed impresari, direi di no! Per di più, quei soldi che provengono dalla tassazione sono ottenuti dai salariati con il processo sopra descritto, che presuppone una distribuzione ineguale della ricchezza. Un progetto di sfruttamento che prima fa ingrassare i capitalisti e poi, entrando in crisi per la stessa avarizia dei ricchi, richiede a noi, la classe sfruttata, un aiutino per tornare a far soldi. Quella che propongono è senza dubbio una risposta alla crisi, ma è la migliore risposta per i ricchi che vogliono diventarlo ancora di più. Pare essere unica e

Dovrebbe essere facile capire come gli interessi tra chi lavora e chi dà lavoro siano fortemente contrastanti, e che questi ultimi sono rappresentati dagli stessi uomini che ci chiedono sacrifici. inevitabile, poiché sostenuta da tutte le forze politiche, da destra a sinistra. Quei movimenti sociali, invece, che dicono “no all'Europa della crisi!” e che tanto fanno uso delle cifre 99% contro 1%, attualizzano l’intrinseco conflitto di classe che aveva teorizzato Marx, e che ora appare particolarmente lampante. Non ci è concesso stupirci se ci chiedono altri sacrifici. Siamo noi che non stiamo facendo il nostro interesse. Siamo noi che pensiamo che volendo bene alle banche loro ne vorranno a noi. Ma questa situazione non può perpetuarsi a lungo, perché le contraddizioni sempre più evidenti renderanno non solo impraticabile la retorica della solidarietà, ma paleseranno, anche, quanto assurdo sia che lo sfruttato cammini portando in braccio, perché non si affatichi, lo sfruttatore. La loro stessa avidità mette già in moto la nostra rivincita. Sarà necessaria un’umanità nuova, forte, anticapitalista, cosciente e altruista, che si renda conto che i caveau dei ricchi sono già troppo pieni, tante pance invece troppo vuote, e le vite troppo consumate dal lavoro. Combatterà. Perché combattere per un mondo egualitario e umano è l'interesse di tutti. Certo, non proprio di tutti.

Fonti:

>> “La ricchezza delle famiglie italiane”, Banca Italia >> “Il Capitale”, Karl Marx

-Philip Liguori-


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S o c i et à & C u lt u ra

LOVE STORY A

Democrazia e Capitalismo dalla Rivoluzione francese a oggi Il modo migliore per rendere un popolo ignorante e docile é privarlo della concezione storica, del sapere del passato. Se un popolo non sa da dove viene, difficilmente potrà capire dove lo stanno portando, e in modo ancor più drammatico non saprà mai dove deve andare. Non solo non avrà una visione sistemica e organica del mondo, ma qualsiasi concetto sarà manipolabile e privo di un veritiero significato storico e politico. Questo é uno dei motivi per cui, quando si parla di Democrazia, gli scribacchini di corte ci raccontano quello che vogliono e le masse ignoranti abbassano il capo annuendo, come quando lo scolaretto impreparato viene ripreso e istruito dalla maestra. Sembreranno parole dure ed estreme, ma sicuramente appropriate per il popolo italiano, che per quarant’anni é stato democristiano, per un ventennio berlusconiano, o al massimo fieramente antiberlusconiano, e che infine festeggiava in piazza con cori e bandiere l’arrivo di Monti, un po’ come gli ultras di una squadra di calcio quando viene annunciato l’acquisto di un grande campione. La democrazia moderna nasce nel 1789 con la Rivoluzione Francese, prendendo tale avvenimento come data di riferimento storico. Anche se democrazia letteralmente significa potere del popolo, in Francia nel 1789 vince in realtà solo una parte ben specifica di esso: la borghesia. Sostenuta anche dagli strati più bassi della società, nella Rivoluzione Francese la borghesia sconfigge la corona, la nobiltà e il clero. La borghesia e la nobiltà rappresentavano anche dei sistemi economici e sociali ben precisi: rispettivamente il capitalismo e il feudalesimo. L’800 sarà, infatti, il secolo della definitiva affermazione del capitalismo a sistema economico prima continentale (l’Europa, comprendendo anche le sue colonie, e quindi gli Stati Uniti) e poi mondiale. Tali asserzioni trovano una fondata giustificazione nella costituzione francese, dove, tra

i diritti inalienabili dell’uomo, al diritto alla vita, alla parola, alla libertà di stampa e religiosa, viene affiancato un diritto particolare e fortemente classista: il diritto alla proprietà. Se un popolo non sa da dove viene, difficilmente potrà capire dove lo stanno portando, e in modo ancor più drammatico non saprà mai dove deve andare. Ciò é molto importante da ricordare, in quanto la costituzione francese venne presa a modello per le future costituzioni democratiche e, a oggi, in quasi tutti i paesi la proprietà viene sancita come diritto dell’uomo. Non sorprende quindi che proprio quei paesi che nel ‘700 furono scossi da ‘rivoluzioni democratiche’, la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, saranno poi i paesi più potenti nei secoli ad avvenire, in quanto saranno i primi paesi che inizieranno la transizione da un sistema feudale ad uno capitalistico. Possiamo quindi affermare che quando si

parla della democrazia moderna occidentale ha poco senso non parlare anche del capitalismo, in quanto la democrazia é cambiata non solo, ma soprattutto, in funzione dei cambiamenti strutturali del capitalismo. Nella prima metà dell’800, infatti, la democrazia non coincideva con il potere del popolo, in quanto mediamente neanche il 2% della popolazione aveva diritto al voto, che a sua volta dipendeva anche dal reddito. Nell’800, quindi, i contadini si liberano sì dai vincoli feudali, ma é negato loro il diritto di voto, e si ritrovano imprigionati nella nuova schiavitù moderna, quella salariale. Nella prima metà dell'800 l’Europa é attraversata dallo scontro fra un'élite liberale, promotrice dello sviluppo democratico e capitalistico, e un'élite conservatrice, rappresentante degli interessi dei gruppi legati all’ancien régime. Ma lo scontro non é fra il potere popolare e quello nobiliare, ma fra una borghesia progressista e liberale e una borghesia legata maggiormente alla terra e conservatrice. Il moderno stato democratico nasce quindi come comitato d’affari della borghesia, dove


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SENSO UNICO

le élite si scontrano fra di loro, mentre il popolo é totalmente escluso dal dibattito politico. Nel 1848 avviene una nuova rottura: insieme alla nascita dei primi poli industriali, vincono in quasi tutta Europa le idee repubblicane e democratiche (e quindi anche quelle élite maggiormente liberali). Inoltre, quello stesso anno Marx scrive ‘Il manifesto del Partito Comunista’: i lavoratori, cioè la stragrande maggioranza del popolo, stavano iniziando un lento ma inarrestabile processo di organizzazione politica ed entrò così a far parte del dibattito politico anche la sfera sociale. E’ in questo clima di cambiamento che nacquero la prima Internazionale dei lavoratori e la Comune di Parigi, il primo esperimento di autogoverno popolare nella storia, che nonostante la sua breve vita lasciò una forte impronta fino allo scoppio della prima guerra mondiale. In tutta Europa presero infatti piede movimenti e partiti socialisti, e in misura minore anarchici, e la democrazia assunse ben presto una funzione di contenimento delle masse. Il suffragio universale rendeva finalmente anche le

masse partecipi della vita politica. Ma la facciata democratica della società non deve trarre in inganno, e dobbiamo renderci conto che quasi ogni conquista da parte del popolo fu in realtà una concessione o un’abile manovra di alcune èlite, per portare avanti i propri progetti politici ed economici: ne sono chiari esempi la scuola di massa obbligatoria, in un momento in cui era funzionale allo Stato disporre di uomini alfabetizzati e capaci di svolgere determinate funzioni, e il potente uso dei mass media, che entravano nelle case senza dover bussare alla porta. Mentre la possibilità del socialismo invadeva l’Europa, in seguito alla Grande Depressione del 1873, le rivalità imperialiste, la corsa agli armamenti e le continue tensioni internazionali che coinvolsero le élite delle grandi potenze portarono allo scoppio della prima guerra mondiale. Con la crisi del 1929 il capitalismo arrivò a una situazione in cui necessitava di un maggiore intervento dello Stato: uno degli svolti fu il New Deal di Roosevelt con il modello keynesiano negli Stati Uniti, mentre in Europa si rafforzarono i regimi totalitari. In ogni caso in quel momento era lo Stato lo strumento di turno. Il capitalismo si è storicamente servito della democrazia: finché è necessaria e funzionale una politica sociale di contenimento, ecco che la democrazia si fa spazio, quando non lo è più e le priorità diventano altre, ecco che cade la maschera, più o meno brutalmente. Questo é un emblema di come il capitalismo si sia storicamente servito della democrazia: finché è necessaria e funzionale una politica sociale di contenimento, ecco che la democrazia si fa spazio, quando non lo è più e le priorità diventano altre, ecco che cade la maschera, più o meno brutalmente. Nel dopoguerra il capitalismo subì un forte indebolimento: dilaniata da due conflitti mondiali e dai regimi fascisti e nazisti la società si avvicinava agli ideali di sinistra ed

esso si vedeva inoltre attaccato dall'avanzamento dell’URSS. Una forte politica sociale non poteva essere più indispensabile che in quel momento: si aprì allora una nuova “golden age”, in cui si assistette a uno sviluppo economico veramente impetuoso. La tecnologia aumentava a ritmi sempre più accelerati e il tenore di vita delle persone con essa, grazie anche alla concessione di nuovi diritti che rendevano l’apparente libertà individuale sempre più forte e vicina. Apparente, perché tempo trent’anni ed ecco che, negli anni '80, dopo gli anni di fermento, già si cominciava a perdere alcuni di quei diritti: il capitalismo era ormai uscito dalla sua dimensione nazionale, da tempo si era innescato un sistema di dimensione globale, e la democrazia appariva di nuovo come una bella veste per legittimarsi. Anche fuori dai confini europei e statunitensi, mentre l’Asia e l’Africa venivano decolonizzate intorno agli anni ’60, in America Latina esplodeva il fervore rivoluzionario, sotto la sempre più evidente dipendenza dagli interessi stranieri, soprattutto statunitensi. Ma la parentesi rivoluzionaria fu chiusa violentemente spesso a suon di colpi di stato, con l'instaurazione di forti dittature. Come per rimediare a un momento di debolezza, ecco che chi aveva mandato avanti la macchina del mondo fino ad allora riprendeva il suo posto e si preparava ad un nuovo passo.

E', infatti, in questo momento che si sviluppa e si impone il Neoliberismo, il modello economico che dagli anni ’70 ha avuto sempre più peso sulle nostre vite e in nome del quale stiamo pian piano perdendo molti dei diritti di cui godevamo, in quei tempi che erano di crisi per il capitalismo e di benessere per la società.

-Bet & Jules-


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S o c i et à & C u lt u ra

La Belleza Es Tu Cabeza

Tra l’industria dell’alternativo e quella dell’indignazione, alla ricerca di una coscienza critica Sono tempi bui questi... La crisi avanza, gli affitti sono cari, il lavoro non si trova, la pensione si allontana. Dalle televisioni, dalle radio, dai giornali, la richiesta che i governanti fanno al popolo italiano è una sola, chiara e forte: sacrifici. E così tirare avanti è sempre più dura, siamo sempre più infelici, ma sentiamo che in fondo è giusto: stiamo facendo qualcosa per salvare il nostro paese. Non è automatico e non è elementare, abituati come siamo ad essere bombardati di richieste: lavora, consuma, spendi, rassegnati. Ma, mentre tiriamo avanti la vita che ci hanno chiesto di condurre, possiamo comunque decidere di fare una scelta: prendere coscienza. Partiamo da questo presupposto: democrazia significa governo del popolo. La prima cosa da fare è accettare che, volenti o nolenti, siamo tutti parte del sistema. Viviamo in un capitalismo globalizzato, che ci ha illuso di poter scegliere, mettendoci poi davanti una macchina della Fiat e una della Renault, una maglietta di H&M e una del mercato, prodotte in Taiwan o chissà dove. Dobbiamo lavorare, e non abbiamo il tempo di costruirci una casa, di cucirci gli abiti e di coltivare un orto: siamo costretti a selezionare i prodotti più adatti a noi in un catalogo creato da altri. Prendere coscienza significa imparare ad essere critici. Ogni articolo nel ventaglio che ci è proposto porta in seno delle contraddizioni: verosimilmente porta il marchio di una multinazionale o di una sua sottomarca, quasi sicuramente qualcuno, da qualche parte del mondo, è stato sfruttato per produrlo e, con ogni probabilità, l’azienda che l’ha messo sul mercato finanzia commerci di armi o guerre civili. Ciò che noi possiamo fare è cercare di individuare le contraddizioni nelle scelte che facciamo, e, di conseguenza, provare a rispettare il più possibile la nostra integrità personale, morale e politica. Il morbo più grande che va ad infettare la nostra coscienza è l’autoassoluzione. È facile cadere nella sua trappola: ci rende tutto molto più semplice. È arrivata a permeare ogni aspetto della società odierna, diventando il leitmotiv delle nostre vite. Quanto è facile sentirci bene con noi stessi

quando condividiamo un link “politico” su Facebook, ci compriamo un paio di pantaloni per 150 che fanno molto squatter, infiliamo 5 nel barattolo di Emergency e andiamo alle feste nei centri sociali. Quanto è facile sentirci politicizzati quando scriviamo ACAB sulle porte dei bagni. Paradossalmente, l’”industria dell’alternativo” è alimentata da una larga parte di persone che hanno, sì, uno stimolo ad impegnarsi, ma preferiscono farlo nell’apparenza che non nella sostanza. Così si può dormire sonni tranquilli, perché pur non mettendosi in gioco quotidianamente si è comunque considerati parte di quell’area “antisistema”. Stessa cosa vale per la maggior parte dei meccanismi a cui siamo abituati: dalla delega, ingranaggio primario di questo sistema, che ci porta a proiettare su qualcun’altro i doveri che abbiamo nei confronti della società, fino alla scelta del meno peggio, perché qualcuno bisogna pur votare, e d’altronde i sogni appartengono ai giovani, che ancora, fintanto non dovranno iniziare a mantenersi, se li possono permettere. C'è chi si autoassolve così, dando fiducia ai paladini dell’industria dell’indignazione, ai vari Grillo, Travaglio, Saviano, Santoro, le figure che negli ultimi anni più ci hanno aiutato nel recitare il nostro quotidiano copione di “gente di sinistra”. Ciecamente applauditi anche quando si definiscono “uomini di destra”; idolatrati fino a diventare in-

toccabili mentre denunciano la corruzione, le mafie, la decadenza della democrazia, perché fa comodo sentirsi dire che se la società in cui viviamo è questa la responsabilità non è nostra, ma della “Casta”. La verità è che la semplice indignazione porta a deresponsabilizzarsi, a convincersi che non ci si debba mettere in gioco per cambiare le cose. Ma, mentre tiriamo avanti la vita che ci hanno chiesto di condurre, possiamo comunque decidere di fare una scelta: prendere coscienza. Ciò che dobbiamo fare è prendere coscienza. È nostro dovere, soprattutto se ci definiamo “democratici”, premere perché il governo sia davvero del popolo, perché le persone abbiano un peso nella collettività. Dobbiamo essere critici, in ogni contesto. Si deve cercare di essere sempre coerenti con noi stessi e con i nostri ideali. Altrimenti, altro non rimane da fare che guardarci allo specchio, e renderci conto che se viviamo in una società ingiusta, priva di uguaglianza e solidarietà, è ora di smetterla con l’incolpare qualcun’altro: la colpa è solo nostra.

- Marlene-


c o rt o c i rc u it o @ d i st r u z i o n e . o r g

Il dio merito

e l’immacolata concorrenza Non vi sentite anche voi più leggeri? Finalmente sollevati? Non eravate anche voi stufi di quei dogmi ideologici che appesantivano le nostre coscienze e che proponevano un delirante mondo utopistico? Adesso finalmente possiamo dire di essere liberi di raggiungere il successo, di arrampicarci fino allo scalino più alto della gerarchia sociale; adesso la nostra vita è più semplice, non è più una questione di ingiustizia o disuguaglianza, adesso finalmente è una questione di merito. Siamo liberi di avere i nostri conti in banca, di prevalere sui nostri fratelli, perché quale sarebbe la nostra colpa? Quella di essere più meritevoli degli altri? In una società dove si proclama la morte delle ideologie, i fautori del pensiero unico che parlano attraverso le istituzioni, la scuola e i suoi innumerevoli opinionisti televisivi, stanno cercando di farci credere che quello di cui abbiamo bisogno non è una società dove si abbattono le differenze di classe, ma dove queste trovino una giustificazione plausibile. Quale può essere la risposta migliore se non un criterio che si spaccia per dispensatore di pari opportunità, come un metro giusto e infallibile quale il merito? Ci stanno lentamente e silenziosamente indottrinando con dogmi che loro potranno anche definire “laici” ma che in realtà fanno tutti parte di quella bibbia moderna che regola il buon funzionamento del nostro sistema capitalista. Stanno cercando di farci credere che quello di cui abbiamo bisogno non è una società dove si abbattono le differenze di classe, ma dove queste trovino una giustificazione plausibile. La concorrenza, la meritocrazia, non sono altro che parte di un nuovo complesso ideologico, creato ad arte per mantenere lo status quo di un mondo intrinsecamente ingiusto. In una società che fonda il proprio sistema economico sulle disuguaglianze e lo sfruttamento com’è possibile parlare di giustizia e meritocrazia? Ci viene caricato addosso

un peso che non è il nostro ma che è insito in questo sistema: non potendo avere tutti allo stesso modo ci viene detto che la colpa non è loro ma nostra, perché non siamo abbastanza intelligenti, motivati, competitivi, abbastanza MERITEVOLI. Il meccanismo così premia solo chi è più funzionale allo sviluppo e alla crescita del sistema stesso, selezionandolo accuratamente tra coloro che questo lo accettano e lo assimilano. Fin da quando siamo piccoli, ci viene chiesto di essere migliori degli altri, attraverso un sistema educativo basato interamente sull’individualismo e la competitività, proiettati fin dall’infanzia in quel mondo economico che ci presenta davanti una guerra tra miseri per accaparrarsi quel poco che il sistema concede: il nostro pezzo di “sogno americano”. E se non riusciamo? Se non siamo all’altezza del nostro compito? Se non siamo abbastanza meritevoli? Quello che ci aspetta è solitudine ed emarginazione, in una società dove non sappiamo più trovare il valore della collettività e della solidarietà, dove per coloro che soffrono sotto il peso della frustrazione e del fallimento qualcuno ha già pronta una pillola della felicità a buon mercato. Concorrenza e meritocrazia sono armi non nostre. Non saremo mai dei vincenti,

perché vincenti non si è mai da soli: l'individualismo, l'egoismo, la competizione sono le leggi di un uomo schiavo, di colui che passivamente accetta i diktat morali di questa élite economica. E quando crederemo di essere “arrivati” e ci guarderemo indietro senza vedere nessuno, ci renderemo conto che non abbiamo vinto ma ci siamo semplicemente fatti comprare, passivamente accettando l'idea che non possiamo avere tutti allo stesso modo ma che è necessario che la società si divida in coloro che meritano di avere e coloro che non lo meritano. Le nostre armi invece dovrebbero essere altre, ritrovando quei sentimenti di solidarietà e fratellanza che ci rendono donne e uomini liberi, riappropriandoci di una società dove il merito e il valore dell’individuo trovi soddisfazione nel mettersi a disposizione di tutti e facendo crescere insieme a se anche la collettività di cui fa parte. Dobbiamo cominciare rifiutando quelle catene laiche che ci costringono a guardarci tra noi come nemici, come temibili concorrenti, mentre in alto banchettano ridendo alla vista del circo degli ultimi che lotta per gli avanzi.

-Frida-


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S o c i et à & C u lt u ra

Condannati alla

Come la classe dominante ci educa alla legalità

Fin da bambini, grazie ai sorrisi amorevoli della mamma, impariamo cosa è giusto, mentre a impedirci di ripetere azioni sbagliate arrivano i rimproveri paterni. Usciti di casa è la maestra che ci insegna a convivere con gli altri bambini: è necessario conoscere e rispettare nuove regole per fare il nostro ingresso nella società. Una volta interiorizzate le norme della "società civile" siamo pronti per diventare perfetti cittadini: sappiamo quali sono i nostri diritti, i doveri e i divieti, cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è legale e cosa è illegale. E questi due concetti, legalità e giustizia, li consideriamo coincidenti, interscambiabili. Con la stessa fede con cui il credente si attiene alle leggi divine, il cittadino della democrazia occidentale si conforma alle leggi del suo paese, proposte da un governo o un parlamento democraticamente eletti e approvate dalla maggioranza parlamentare: in una parola, giuste. “La devianza è negli occhi di chi guarda” e chi guarda, punta il dito, etichetta, è una maggioranza, politica e culturale, creata ed educata ad hoc per riprodurre questo sistema economico-politico-sociale Ma basta un occhio più critico per notare le differenze e le contraddizioni tra i due concetti: così i liberi cittadini europei possono non solo circolare, ma anche stabilirsi, lavorare o sposarsi nei paesi dell’Unione, mentre chi attraversa il Mediterraneo per cercare di oltrepassare le sue mura, cade nell’illegalità nel momento stesso in cui mette piede sul suolo europeo; condanniamo la prostituzione, mentre siamo bombardati da immagini di donne che vendono il loro corpo in cambio di soldi e prestigio; perseguiamo i venditori ambulanti mentre favoriamo il mercato (legale) delle multina-

zionali, che sfruttano territori e manodopera nei paesi del terzo mondo. E se per caso qualche sincero sostenitore della giustizia e della democrazia si imbatte in qualche discrasia tra legalità e giustizia, trova una legge ingiusta, piuttosto che considerare l’intero sistema di leggi e norme come necessario alla riproduzione di questo sistema economico e sociale, basato sul profitto, sulla concorrenza, sul merito, sulla maggioranza, tende invece a puntare il dito contro un determinato governo, o partito. E qui si palesa la prima falla dell’impalcatura democratica: la delega. Malgrado i governi di gran parte dei paesi del mondo vengano definiti con il termine democrazia (potere del popolo), il popolo nei fatti esercita un unico, limitato e limitante potere, quello di voto. Una volta messa quella crocetta che consente a qualche candidato di ottenere il tanto desiderato seggio in Parlamento, questi avrà il reale potere di governare senza vincolo di mandato, ovvero senza dover tenere conto delle richieste degli elettori e tantomeno delle promesse fatte per ottenere la poltrona. Il popolo, invece, soddisfatto di questa ridicola “partecipazione” politica, sprofonderà nella poltrona di casa fino alla prossima tornata elettorale, a meno che non sia chiamato a cambiare qualche virgola di

un testo di legge, attraverso un referendum. Se si considera poi il costo delle campagne elettorali, risulta evidente come l’accesso alla politica sia possibile solo alla classe abbiente e come la stessa gara tra candidati non sia tanto politica, quanto economica. Un altro difetto insito nella democrazia veniva notato persino da uno dei maggiori sostenitori della democrazia liberale, Tocqueville, nel 1835 “Non vi è un monarca tanto assoluto che possa riunire nelle sue mani tutte le forze della società e vincere le resistenze, come può farlo una maggioranza investita del diritto di fare le leggi e di metterle in esecuzione. […] Inoltre, un re ha soltanto un potere materiale, che agisce sulle azioni ma che non può toccare le volontà, mentre la maggioranza è dotata di una forza, insieme materiale e morale, che agisce sulle volontà come sulle azioni e che annienta nel tempo stesso l’azione e il desiderio di azione.” Si tratta del cosiddetto dispotismo della maggioranza, un rischio insito nella democrazia rappresentativa o in qualsiasi sistema decisionale basato sulla maggioranza. Esso porta, da una parte, alla mancanza di tutela delle minoranze, così come dell'individuo, del singolo caso; dall'altra, favorisce la necessità, da parte degli individui, di identificarsi nel gruppo vincente, maggioritario, e


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legalità

di omologarsi, culturalmente e politicamente, per avere la certezza di essere accettati e di raggiungere i propri obiettivi. In questo modo, l’opposizione al pensiero vincente non solo non è possibile, ma non viene nemmeno pensata. Il concetto di maggioranza, quindi, garantisce l’accettazione della legalità nel caso in cui questa si discosti dal sentimento di giustizia. Malgrado le contraddizioni palesi di un sistema che continuiamo a definire “potere del popolo”, il sistema democratico- rappresentativo continua ad essere considerato il migliore possibile. Questo perché più che un sistema è un’ideologia, l’ideologia che è risultata vincente poiché funzionale alla classe dominante. E in quanto tale essa ha bisogno di riprodursi e di auto-approvarsi continuamente. A svolgere questo compito ci sono gli Apparati Ideologici di Stato: la famiglia, la scuola, la chiesa e i media. Gli apparati ideologici svolgono la doppia funzione di propagazione e conservazione delle norme sociali e delle leggi di uno Stato e di creazione del retroterra culturale affinché certe norme e leggi possano essere approvate, con la certezza che trovino consenso tra la popolazione. Così, in Italia, si diffonde

la paura dell’immigrato, si sbattono i volti di stupratori, di “mostri” stranieri, in televisione e sui giornali, per poi realizzare leggi persecutorie anti-clandestino e costruire C.I.E., senza che gli italiani si scandalizzino. La funzione di questi apparati è fondamentale, in quanto hanno il potere di rendere condivisibile e far proprio un sistema di leggi, che altrimenti rimarrebbe sconosciuto e autoreferenziale. Ma come ogni sistema di norme, anche quello democratico ha le sue anomalie, le sue devianze, che vanno soppresse, emarginate e usate come esempio da non seguire. E qui entra in gioco un altro strumento della legalità: gli Apparati Repressivi di Stato. Anche questi hanno un duplice ruolo: quello di dissuadere dal deviare e di punire la devianza. Essi, infatti, con la loro stessa esistenza fungono da deterrente per eventuali atti definiti illegali, mentre, quando puniscono, contribuiscono a creare l’identikit del deviante, a fornire l’esempio da non seguire. Entrambi questi apparati adottano un sistema educativo antico, quello basato sul premio e sulla punizione. Così ci educano, premiandoci prima con sorrisi o lecca-lecca in famiglia, poi con l’accettazione, il presti-

gio, la ricchezza, il successo nella società, mentre chi devia deve scontare punizioni, morali e fisiche, come il voto di condotta, la bocciatura, l’esclusione, l’umiliazione, la gogna sociale, il manganello e le sbarre. Ma chi definisce l’illegalità e la devianza? “La devianza è negli occhi di chi guarda” e chi guarda, punta il dito, etichetta, è una maggioranza, politica e culturale, creata ed educata ad hoc per riprodurre questo sistema economico-politico-sociale. È evidente che la legalità non è un valore, ma una forma, un principio vuoto che fa riferimento al sistema di leggi in cui viene adottato. Esso cambia, nel corso della storia e con gli spostamenti geografici, ma soprattutto esprime le esigenze politiche e culturali di coloro che stabiliscono il sistema di leggi, in due parole, la classe dominante. Chiediamoci quindi se la loro legalità potrà mai coincidere con i nostri diritti e le nostre necessità, con il nostro sentimento di giustizia, con la giustizia sociale. Ricordiamoci che le più importanti conquiste sociali sono frutto dell’illegalità, pensate nella clandestinità e ottenute con pratiche illegali. Si pensi ai primi scioperi e manifestazioni, inizialmente considerati dei reati, puniti con licenziamenti in blocco e spesso repressi nel sangue, prima di diventare un diritto dei lavoratori e una pratica di lotta condivisa e riconosciuta (e ora minata dalle nuove politiche neoliberiste). Comprendiamo, allora, che non esiste via legale per uscire da un sistema che necessita di questo concetto per riprodursi e che ne definisce il significato.

Fonti :

>> Althusser L., Ideologia e apparati ideologici di Stato >> A. de Tocqueville, La democrazia in America

-Ines-


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F i re n z e

“L’Uomo Nero” Riflessioni su xenofobia e razzismo nella società italiana Si tratta di eventi diffusi, quotidiani, resi invisibili dai soliti col consenso di tutti. Parliamo degli episodi di razzismo che giornalmente scuotono i nostri quartieri, le nostre città; inosservati nella maggior parte dei casi, scatenano il putiferio mediatico quando si va oltre la semplice discriminazione, sfociando in vera e propria persecuzione. Lampante il caso fiorentino. La mattina del 13 dicembre tanti immigrati, come ogni giorno, aprono il mercato di piazza Dalmazia, senza minimamente immaginare cosa sarebbe successo di lì a poco. Gianluca Casseri, esponente e “ideologo” della sede pistoiese di Casapound, organizzazione neofascista, entra nel mercato e apre il fuoco con lo scopo preciso di fare strage di “immondizia negra”, come lui stesso la definiva. Non soddisfatto dell’opera, sale in macchina e si reca al mercato di S. Lorenzo per continuare la pulizia etnica. Resosi conto di non aver più scampo, si suicida con un colpo alla gola. Bilancio della mattinata 2 morti e 3 feriti, tutti senegalesi. Niente di nuovo per la "cronaca nera", come spesso vengono etichettati questo tipo di crimini. L’episodio di Firenze, infatti, cade pochi giorni dopo l’incendio del campo rom a Torino e precede di neanche una settimana l’aggressione a Verona da parte di un gruppo di “coraggiosi” naziskin contro un 13enne cingalese. Follia, estremismo, malattia mentale, sono queste le giustificazioni che vengono balbettate dai media a difesa di una oscenità che ha le proprie cause in un ben diverso contesto, quello del razzismo permeato da parte dei governi nella società, dei poteri forti e, di conseguenza, dai media stessi. Dell'assassino Casseri si cerca di dire le stesse cose, negando palesi collusioni e i plausi avvenuti sul web dal mondo dell'estrema destra italiana. I fatti di Firenze, Torino e Verona non sono quindi riconducibili alla sola follia, ma sono

parte integrante di un sistema che tollera i fascisti, legittimando organizzazioni come CasaPound, a cui concede spazi e anche poltrone nelle istituzioni.

Follia, estremismo, malattia mentale, sono queste le giustificazioni che vengono balbettate dai media a difesa di una oscenità che ha le proprie cause in un ben diverso contesto, quello del razzismo Qui l’ipocrisia si spreca: abbiamo assistito alle giravolte e alle sfilate di politicanti che si contorcevano e versavano lacrime di coccodrillo per i fatti di Firenze, chiedendo a gran voce interventi di tutto il panorama istituzionale, dallo sceriffo Renzi a Nonno Napolitano, passando per segreterie di partito fino ai sindacati, con la speranza di una redenzione globale dalla pazzia accidentale

e sporadica. Si dimentica troppo spesso, invece, che i fautori effettivi del razzismo diffuso e capillare che infetta la società e le strade sono proprio questi loschi individui che piangono i fratelli senegalesi, gli stessi delle politiche securitarie e razziste, dei vari pacchetti sicurezza e del reato di immigrazione clandestina. In primis il tanto acclamato Napolitano, che nel 1998 si fa portatore e firmatario della celeberrima legge Turco-Napolitano, che concepisce le strutture detentive conosciute oggi come CIE per rinchiudere tutti gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione. Poco più tardi, nel 2002, durante il secondo governo Berlusconi viene varata la legge Bossi-Fini, che autorizza i respingimenti in mare, non concedendo di fatto l’accesso alle procedure di richiesta asilo ai migranti. Il governo si rende così colpevole di atroci stragi nel Mar Mediterraneo, che vedono migliaia di migranti affogati alla ricerca di una vita dignitosa. Ma il corso di questa vergogna continua: nel


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2008 il cosiddetto Pacchetto Sicurezza sancisce l’aumento del periodo massimo di detenzione nei CIE a 18mesi, non concedendo inoltre in alcun modo il permesso di soggiorno a chi non ha un lavoro regolare. Quindi poca speranza rimane a chi, per bisogno, fame o persecuzione, decide di lasciare il proprio paese per un futuro migliore: lo scenario che gli si prospetta davanti è agghiacciante. Dopo aver pagato un qualche ricco scafista, e nel caso fortuito che si riesca a sbarcare sulla terra ferma, l’unica speranza rimane la schiavitù nei campi della ’ndrangheta, in qualche impalcatura mal montata o a lavare vetri per pochi spiccioli al giorno, senza un minimo di speranza per una casa o di una qualsiasi progettualità futura.

Oltre 15 anni di politiche dell’odio hanno arginato la possibilità per gli stranieri di una qualsiasi reale integrazione sociale Oltre 15 anni di politiche dell’odio hanno arginato la possibilità per gli stranieri di una qualsiasi reale integrazione sociale; si é venuta a creare una vera e propria “categoria degli immigrati”, una nuova classe lavoratrice estremamente marginalizzata e sfruttabile. Il flusso di migranti, quindi, più che essere contrastato, viene in qualche modo “tutelato” affinché chi vive dello sfruttamento e della disgrazia di certi popoli, possa continuare sulla propria strada, ricattando sia legalmente che fisicamente questa nuova grande forza lavoro costretta ai margini della società. Tutto questo viene condito da luoghi comuni mal assortiti, propri di una società becera e approssimativa; il migrante come “colui che ci ruba il lavoro” diventa idea diffusa, contribuendo a mantenere in vita quel sano razzismo che permette ai veri interessati di fomentare la guerra fra poveri. Specialmente di questi tempi di crisi, in cui le

tensioni sociali aumentano, il migrante può facilmente divenire il canale di sfogo per chi, come loro, paga le conseguenza delle recenti, durissime, politiche di austerity. Appare lampante che da questo conflitto sociale, scatenato dalla cultura xenofoba dominante e dalle leggi razziste, gli unici a giovarsene sono coloro che davvero “ci rubano il lavoro”, i vari Marchionne e Marcegaglia, gli imprenditori affaristi e il padronato in generale. Nonostante questo desolante scenario abbiamo potuto vedere che qualcosa si sta muovendo all’interno delle comunità migranti, delle realtà cittadine. In seguito ai fatti di Firenze, un corteo di ventimila persone si snoda per la città. Un corteo antirazzista, che non si preclude però, come ogni evento mediatico che si rispetti, di diventare subito passerella per volti della politica italiana, da Renzi a Rossi, da Bersani a Vendola, antirazzisti ai microfoni e sciovinisti dietro la scrivania, schierandosi in prima linea a sostegno della costruzione di un CIE in Toscana e fieri difensori della libera espressione, dai proclami fascisti di Casapound, fino al loro appoggio in diverse manifestazioni di cui questi ultimi si fanno organizzatori a delinquere. La grandissima partecipazione cittadina al corteo del 17 Dicembre evidenzia una generale indignazione per i fatti accaduti. Ma allo stesso tempo deve far riflettere. Dovevamo arrivare a una simile tragedia per sprigionare questo innato sentimento antirazzista in ognuno di noi? O semplicemente la morte di questi due poveri ragazzi senegalesi ha fatto riflettere, ha innescato un diffuso esame di coscienza, ci ha fatto sentire in colpa e forse, per un momento, tutti abbiamo pensato di vivere in una città razzista, un paese razzista, una società razzista? E' forse sembrato doveroso rendere omaggio alle comunità straniere, magari consapevoli di averle discriminate fino al giorno prima, quando cambiavi strada alla vista di un venditore ambulante o di un senzatetto, per paura di qualche accento straniero. Dovevamo insomma ripulirci un po’ la coscienza, sentirsi in fondo un po’ meno xenofobi. E domani? Cosa faremo

domani? Tutto come prima, ci siamo confessati, possiamo ricominciare a peccare. Per essere antirazzisti non basta tenere la bandiera senegalese come immagine profilo su un qualsiasi social network per una settimana, dobbiamo svincolarci totalmente dalle banalizzazioni, a partire dal linguaggio, dal comportamento quotidiano, che spesso – anche inconsciamente- riproducono stereotipi razzisti. Dobbiamo rilanciare una ferma e concreta lotta, senza ridurla a mera solidarietà o autoassoluzione. Lottare contro il razzismo significa evidenziare con rigore e quotidianità questo sistema di disuguaglianze e sfruttamento, significa ripensare e diffondere una cultura diversa, che abbia come caposaldo l’effettiva e non apparente uguaglianza di tutti gli uomini. Sono queste le basi necessarie a superare il razzismo, espressione manifesta di un sistema verticistico, gerarchico, basato su sfruttamento e subordinazione di un essere a un altro.

Fonti : >> www.infoaut.org >> www.senzasoste.it >> www.informa-azione.info >> www.uninomade.org

-Entropy & Zirkuitu Laburra-


g r o . a n r e t n i u q

CortocircuitO n°7 - LIBERA DEMOCRAZIA IN LIBERO MERCATO  

Settimo numero dell'aperiodico fiorentino di informazione, analisi, riflessioni

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