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> Il caso letterario di Mariapia Veladiano

La vita accanto

Beautiful Freak - Labyrinth - Incipit& Excipit - EyesWideShut - Heartbit - Speaker's Corner

Giugno 2011


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SOMMARIO La vita accanto 4 Beautiful Freak 7 Labyrinth 8 Incipit & Excipit 12 EyesWideShut 14 Heartbit 16 Speaker's Corner 18


La vita Accanto 4

Paolo Armelli

Soundtrack: Gaspard de la nuit, Ravel

I

n una società come quella attuale, in un clima etico e culturale come quello che si percepisce soprattutto in Italia, sembra non esserci spazio per storie che raccontano la bruttezza. Al pari di altri “difetti” come la disabilità, la diversità etnica o addirittura la povertà, anche la bruttezza è un marchio che emargina, vela, nasconde. Le storie dei brutti non possono essere che storie laterali, marginali, che celiamo sotto il tappeto, che sigilliamo con gli ennesimi tabù del vedere e dello scrivere. Mariapia Veladiano, cinquantenne insegnante e teologa vicenti-

na, ha rotto questi tabù esordendo quest’anno con il romanzo “La vita accanto”, premiato con il Premio Calvino 2010 e in lizza per un altro importante riconoscimento letterario di rilievo come lo Strega. Veladiano ci racconta la storia di Rebecca, bambina e poi donna estremamente brutta, “un’offesa alla specie e soprattutto al [suo] genere”; questa sua condizione la relega in un angolo del mondo, alla solitudine e all’emarginazione che le impongono innanzitutto i genitori (distratti, impotenti, malati, in fuga), e poi i compagni di classe crudeli come lo sono solo i bambini e poi, in generale, gli oc-

Foto di Luca Zanoni


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chi del mondo così pettegoli e perforanti. Rebecca descrive il mondo in cui vive dalla sua posizione ‘eccezionale’ perché “una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la sua storia”, ma da quella posizione può agevolmente rappresentarci un universo fatto di sofferenza, sopruso e poca compassione, che però sa regalare anche attimi inaspettati e potenti di poesia salvifica: il vento fresco che entra da una finestra finalmente aperta, il profumo di una madre lontanamente perduto nella memoria, le note aritmiche di un pezzo musicale strampalato ma affa-

scinante… E’ proprio nella poesia, quella vera e universale, che Rebecca trova la salvezza da un destino altrimenti segnato. La sua poesia è la musica, perché Rebecca di belle ha almeno le mani, mani che suonano divinamente il piano, che le permettono di uscire dal suo involucro sgraziato e partecipare di quell’estetica astratta e sublime che solo le note possono donare. Il romanzo di Veladiano, dalla trama sottile e raffinata, è percorso da questa poesia carica e diffusa e ci regala suggestioni importanti soprattutto quando parla delle sollecitazioni sensoriali, che siano i suoni


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Illustrazione di Francesca Vignaga tratta dal libro "100 storie della buonanotte" copyright Giunti Editore 2008.

stimolanti delle composizioni musicali o i profumi pervasivi che Rebecca sente in modo eccezionale (“E poi sento gli odori. Tutti gli odori, come gli animali”), soprattutto effusi dai dolci con cui persone amorevoli cercano di alleviare l’amarezza del suo essere. Perché poesia pura sono anche le relazioni umane, i legami affettivi che altrettanto intensamente portano in salvo la piccola protagonista: la governante Maddalena, la grassoccia compagna Lucilla, il maestro De Lellis e la sua misteriosa affascinante madre. Persone fondamentali che dimostrano come solo gli affetti diano bellezza e pienezza all’esistenza: “La vita accanto” è proprio un libro di salvezza in questo senso. Sembra strano che una storia così coin-

volgente possa imperniarsi su un punto di partenza come quello della bruttezza: “La bellezza vuole essere visibile. Per me era una grazia l’invisibilità”, dice Rebecca. Si torna al discorso del nascondimento e del tabù. E, d’altronde, non si può negare che fin dagli albori della civiltà, la ricerca della bellezza, di un’estetica piacevole e canonica sia sempre stato un fondamento delle culture più disparate: nessun popolo ha mai celebrato la deformità, l’imperfezione, la spiacevolezza. I greci addirittura facevano coincidere la bellezza con la giustizia e la bontà, nel famoso kaloskagathos. Eppure forse siamo giunti a un punto in cui tutto questo anelito al bello ha perso senso, ha divorato se stesso in quel corto circuito tutto mo-

derno in cui si cerca la bellezza ad ogni costo, svuotandola progressivamente di contenuto, di anima e, soprattutto, di talento. E’ un punto su cui Veladiano torna spesso nelle presentazioni del libro: la bruttezza di Rebecca è in qualche modo un pretesto per farci aprire gli occhi su un canone estetico che oggi è divenuto stretto, avvilente, soffocante. Questo romanzo sembra suggerci che ci salveremo solo se, appunto, accetteremo la poesia, ricercheremo la profondità dell’anima, la passione oltre la scorza fisica. La bellezza, quella vera, verrà di conseguenza.


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Beautiful

Alberto Fabris

Soundtrack:

Beautiful Freak, Eels

I wish there were more just like you You're not like all of the others

And that is why I love you Beautiful freak, beautiful freak

Rebecca, il nome della ragazza brutta senza appello e senza difesa, senza rimedio e senza attenuanti. Rebecca beautiful freak, che abita la casa sul fiume, la casa troppo piena di dolore, la casa piena di finestre che portano i profumi dei fiori e gli odori della città: Rebecca le apre e le conta tutte le finestre, sono ventiquattro. Rebecca suona il pianoforte e sente gli odori con il suo speciale olfatto ma non ricorda l'odore della madre, Rebecca ha una zia bella che ride sempre e che si è accorta un giorno del miracolo delle sue mani belle in un corpo

Freak tanto sgraziato e l'ha seduta davanti al pianoforte. Rebecca ha anche un papà bello che sofficemente sfuma dal confine della vita verso l'inazione e l'abbandono per manifesta incapacità, Rebecca ha una tata che si chiama Maddalena, Maddalena piange e piange e piange sulle sue disgrazie e ama Rebecca e l'accompagna sempre tenendola per mano, a volte stringendo tanto, a volte con la mano umida per l'emozione. Rebecca ha un insegnante di piano che la guida paziente, Rebecca ha un'amica che si chiama Lucilla che le mancherà, poi tornerà e sarà ancora la sua amica per sempre. Rebecca conosce una signora anziana che si finge malata al mondo e che suona con lei, Rebecca ha una maestra che alle elementari le ha salvato la vita guardandola negli occhi. Rebecca ha trovato il diario, legge le parole che

non ha mai potuto ascoltare e adesso sa che sua madre l'amava, e legge le parole del dolore e del silenzio che ora l'accarezzano. Rebecca abita in una città che nasconde le cose, in riva al fiume che anch'esso, per sua natura, nasconde le cose. Si muove lungo il confine tra le luci e le ombre della notte, Rebecca esiste “in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo”.


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Elisabetta Badiello Soundtrack: Into the Labyrinth -Trevor Jones-

N

on è il nome di un horror di sapore barocco ma un gioco che è espressione della vita stessa. Che come la vita si snoda in una moltitudine di meandri per giungere al suo epilogo: l’uscita ovvero, la fine. Il labirinto è una forma di linguaggio arcana. Siamo portati a pensare alla comunicazione come sinonimo di espressione verbale, visiva o comunque legata ai nostri sensi. C’è però una informazione che non viene immediatamente compresa, ma che suscita un’idea, è intuitiva. E’ la comunicazione fatta di simboli che come nel caso del labirinto concentra e unifica in sé una grande quantità di segni antichissimi e profondamente radicati nella nostra coscienza. Si tratta in realtà di archetipi, ovvero modelli primitivi fondamentali nella nostra cultura. Oltre ai segni, il percorso tortuoso e spiazzante del

dedalo evoca sentimenti profondi come la paura, il senso di abbandono, la solitudine, la fine risolutiva. Ma che cosa è un labirinto? Tecnicamente si tratta di un edificio a pianta complessa, costituito da passaggi e ambienti che rendono difficile trovarne l’uscita. Labirinto per antonomasia è il palazzo cretese di Cnosso, decorato da asce bipenni, cioè con doppio tagliente (in greco labrys) che secondo la leggenda fu costruito da Dedalo su istruzione di Minosse per rinchiudervi il Minotauro. Sentendo parlare di labirinti l’immagine che più di altre associamo al termine è quella dei dedali vegetali, tipica creazione rinascimentale. All’epoca si progettavano aiuole delineando schemi, intrecciando arbusti potati e piante medicinali. Con lo sviluppo della tecnica topiaria (piante tagliate ad arte) si realizzano i la-


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Labyrinth


CURIOSITA’ SUI LABIRINTI, OVVERO COME DISTRICARSI

connessioni), Maze in inglese, hanno

Court – GB). Ce ne sono di vegetali

invece interruzioni, incroci, “isole” in-

(costituiti da specie sempreverdi), di

terne le cui pareti non sono collegate

pietra, a pavimento, scavati nella terra,

Ci sono principalmente due tipi di

alle altre. Possono avere forme assai

di specchi, di legno.

labirinti. Quelli unicursali (connessi

diverse: labirinto semplice di forma

Come uscire da un labirinto? Le so-

in modo semplice), Labyrinth in in-

circolare, labirinto cretese, labirinto

luzioni sono molteplici: “regola della

glese, che hanno un unico percorso

romano di forma quadrata, labirinto

mano destra”, “algoritmo di Tremaux”

senza scelta ne interruzioni. I labirin-

di Chartres (dal nome della Cattedra-

o più semplicemente intuito e fortuna.

ti in senso stretto (quelli con molte

le -F), labirinto a branche (Hampton

birinti Manierista e Barocco. Sono piante quali bosso, tasso, carpino e lauro a venir potate e disposte in modo rigorosamente geometrico. Modellati come autentiche pareti, gli arbusti delimitano figure semplici ed elementari come il quadrato, il cerchio e il triangolo ripetute con linee spezzate, barriere ed ostacoli. Nascono nel ‘500 i grandi labirinti d’amore costituiti da alte siepi disposte in cerchio con al centro un pergolato o più frequentemente un albero, il cosiddetto “albero di maggio”. Diventano così ornamento e passatempo, lontano da significati mistici o religiosi, rinnovando usanze pagane che celebrano la rinascita della vegetazione, la fecondazione e l’amore con i suoi giochi. Con il tempo il labirinto si amplia arricchendosi di piante decorative, di statue e fontane, con al centro putti e tempietti. Per controllare il percorso o forse solo

per sbirciare ciò che succedeva nei suoi tortuosi meandri a volte veniva costruita una torre sopraelevata che permetteva la visione completa del tracciato. Un esempio di questo labirinto è quello di Villa Pisani a Stra, Venezia. Ideato come labirinto d’amore è un omaggio al mito di Teseo che, sconfitto il Minotauro, ritrovò l’uscita grazie al filo donatogli da Arianna. Dopo aver impegnato architetti e giardinieri, a partire dall’Illuminismo la diffusione del labirinto cominciò a diminuire. Gli alti costi di manutenzione e pretese di ogni genere decretarono il loro oblio e vennero così dimenticati e distrutti. Oggi però, sebbene trasformati, i labirinti continuano a rappresentare un simbolo anche nell’epoca contemporanea. Per gioco o travaglio dell’anima l’essere umano ancora oggi li traccia e li percorre. E che il labirinto eserciti ancora il suo fa-

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scino ne è un esempio l’inaugurazione il 15 giugno scorso del “labirinto-Borges della Cini” ispirato a 'Il giardino dei sentieri che si biforcano' uno dei racconti di Jeorge Luise Borges, poeta argentino scomparso. Composto da 3250 piante di bosso, il percorso è stato costruito sull’Isola di San Giorgio a Venezia e occupa un’area di 2.300 metri quadrati, per quasi 3 km lineari di sviluppo. Le siepi hanno un’altezza di 75 centimetri da terra per scongiurare sensazioni claustrofobiche. Mezz’ora il tempo per uscire dal dedalo dove si possono scegliere due vie di fuga, una più semplice di 1,2 km, l’altra più complessa, di 1,5 km. Una metafora della vita nella quale è frequente perdersi ma alla fine si trova sempre la via d’uscita.


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INCIPIT&EXPLICIT

LA GUERRA ERA FINITA Paolo Armelli “Dalle case non sparavano più, tanto erano contenti e soddisfatti della liberazione. Johnny si alzò col fucile di Tarzan ed il semiautomatico... Due mesi dopo la guerra era finita.” Termina così “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio. O meglio: non termina. O, anzi, sì, in effetti termina, un punto fermo c’è e la conclusione della storia è che la guerra è finita. Però che fine ha fatto Johnny, il partigiano poco più che adolescente che abbiamo imparato a conoscere in quattrocento pagine di romanzo? Avrà la meglio o sarà sopraffatto? Vincerà o perderà la sua ultima battaglia? Non lo sapremo mai e, in qualche modo, io sono anche convinto che non abbiamo più di tanto il diritto di chiedercelo. Gli autori non terminano le loro opere per svariati motivi e, anche nel caso in cui queste vengano pubblicate, i lettori devo-

no in qualche modo accettare che possano non avere una conclusione soddisfacente e accettabile. Nel caso di Fenoglio, “Il partigiano Johnny” non ha una fine a causa delle revisioni incessanti a cui sottopose per anni l’opera (ne esistono ben tre versioni semicomplessive) e anche a causa della sua prematura morte. Ma il finale aperto potrebbe derivare anche da una voluta sospensione di giudizio, sulla vita di Johhny ma anche sulle sorti dell’epopea resistenziale in genere. Come lettori, qualsiasi siano le cause, facciamo fatica a tollerare questo tipo di finali: a volte ci dispiace quando un libro finisce, figurarsi quando non si conclude. Ma il finale aperto può essere anche una miniera di suggestioni e interrogativi che danno il senso della potenza e dell’infinita capacità della creazione narrativa. Per

sconfinare nell’ambito dei film, basta pensare alla straordinaria scena conclusiva di Inception: il fatto che quella trottola si fermi oppure no può generare ipotesi infinitamente diverse. Ma noi non avremo mai risposte definitive. E questo è straordinario. A proposito di opere incompiute, è uscito da poco, per ora solo in inglese, The pale king di David Forster Wallace, suicidatosi prima di concludere il libro. Quando ci troveremo di fronte a quel finale irrisolto, proveremo angoscia, frustrazione. Ma quello sarà anche il tributo ultimo a una vita geniale.

Fabio Bartolomei, Giulia e altri 1300 miracoli E/O “«L’ultimo lavoro cinque anni fa…». «Sì, cinque». «Adetta alle vendite, ramo moda… di preciso?» «Commessa. Da Cherì, presente? Quel grande negozio a viale Marconi, all’angolo…». Sorrido ironico e annuisco quando dice “commessa”. Odio i curriculum, odio essere preso in giro…” * “Adesso saremmo un gruppo di normalissimi esseri umani che se la fanno sotto dalla paura ma hanno le palle per girare in macchina e tornare indietro. Però chissà. La nostra storia non è finita. Questa giornata poi, è appena iniziata.”


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EYES|WIDE|SHUT

BISOGNI E PASSIVITÀ SPETTATORIALE Federico Tosato Lo facciamo in milioni, ogni giorno, in quasi ogni angolo del mondo. Ma perché occupiamo parte del nostro tempo in una sala cinematografica, immedesimandoci nei personaggi sullo schermo? Perché moltissimi di noi hanno “bisogno”, un “bisogno” psicologico, di cinema? Edgar Morin, chiedendoselo già nella prima metà degli anni Cinquanta, a tal proposito stabiliva tre caratteri fondamentali: la tendenza all’universalità dell’ascolto filmico, la tendenza alla stagnazione e all’autonomia e quella alla dipendenza della necessità della cinematografia in rapporto alle condizioni storiche e sociologiche. Egli ritiene che secondo la prima tendenza il pubblico sia suddivisibile per settori precisi, differenti l’uno dall’altro per preferenze e aspettative, ma che allo stesso tempo sia anche un corpo unico e complesso che si riconosce per mezzo di alcune

istanze comuni ad ogni sua componente. Per tendenza alla stagnazione il francese intende invece il punto in cui si percepisce un esaurimento dei bisogni e un arresto dell’affluenza degli spettatori in sala. Infine, il terzo carattere comporta lo studio delle ineguaglianze, delle discontinuità, delle perturbazioni e altre condizioni del medesimo genere, determinate dall’ambiente e contemporaneamente l’osservazione di come proprio questo ambiente agevoli o incentivi la tendenza al cinema. Oltre a queste caratteristiche, il filosofo traccia una storia dello spettatore cinematografico. Ricordando che egli ha scritto la sua Recherches sur le public cinématographique a metà Novecento, nel ’53 per esser precisi, in questi termini identifica appunto gli affezionati della sala, come indica anche Francesco Casetti nel suo Teorie del cinema dal

dopoguerra a oggi: «Da un punto di vista della struttura sociale, gli strati intermedi all’interno dei salariati della classe media; da un punto di vista della geografia umana o della morfologia sociale, la popolazione urbana e all’interno della popolazione urbana quella delle grandi città o – paradossalmente – quella dei centri piccoli; da un punto di vista dell’età, l’adolescenza». Un’ulteriore coppia di elementi che coinvolgono lo spettatore in sala sono la comprensione e la partecipazione, aspetti che si intersecano vicendevolmente, per alcuni versi contrapponendosi, per altri sovrapponendosi. Non per nulla il primo elemento è fondato su valori per così dire razionali, i quali si scontrano con quelli del secondo, prettamente emotivi; allo stesso tempo, però, l’intensità della partecipazione dello spettatore condiziona, come è logico, i dati su cui


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si appoggia la comprensione. Nei Settanta Lucia Lumbelli analizzava i rapporti tra questi due elementi, ad esempio monitorando il grado di passività cui è indotto lo spettatore al cinema, la sua propensione ad accettare quanto il film gli propina, mettendo ciò guarda e ascolta meno in discussione rispetto a quanto farebbe in contesti differenti. Se per esempio ad un soggetto è sottoposta la medesima vicenda per mezzo di un film e di un racconto scritto e questa vicenda mostra delle incongruenze, le stesse saranno dal soggetto meglio rilevate nello scritto piuttosto che nell’opera cinematografica, nell’economia della quale saranno più agevolmente razionalizzate e giustificate. Lumbelli ha pubblicato questo e altri rilevamenti in La comunicazione filmica, editato da La Nuova Italia nel ’74. L’autrice scrive: «La comunicazione filmica sembra

stimolare atteggiamenti critici molto meno che quella verbale e questo non solo quando il contenuto è drammatico-narrativo, ma anche nel caso di film meramente informativo-documentari; effettivamente di tale indebolimento del senso critico risultano responsabili alcuni fattori […] quali l’isolamento sociale dello spettatore o la particolare forza di convinzione del messaggio filmico».


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HEARTBIT

SHERWOOD FESTIVAL DJ Chemikangelo

Compost/Schema records

Ritorna Sherwood Festival, un festival indipendente – eccezione nel panorama italiano – che vive e cresce da un’edizione all’altra, senza sponsor nè finanziamenti. Dal 17 giugno al 16 luglio, nel parcheggio Nord dello Stadio Euganeo di Padova, si alterneranno i live dei migliori gruppi italiani e internazionali. Come nelle passate edizioni, non mancheranno tutta una serie di iniziative culturali e politiche (editoria, fumetti, teatro, letteratura, dibattiti) con un’affluenza che sicuramente supererà le 200.000 presenze. Un evento estivo di carattere nazionale, autogestito e indipendente, che lascia ampio spazio alla creatività musicale “indie” in un mese di concerti, dj sets ed eventi extramusicali. Novità di quest’anno è il nuovo sito multimediale di Sherwood (sherwood.it), online dal 30 aprile, diviso in 3 aree: musica e cultura/

live/festival. Un progetto che punterà molto sulla comunicazione video, sia in podcast che in streaming, e lancerà l’edizione 2011 dello Sherwood Festival. Gustoso e variegato il cast artistico del calendario musicale: dai testi ironicamente impegnati di Daniele Silvestri (18/06) al reggae-dub partenopeo degli Almamegretta (22/06), dal raffinato pop d’autore di Mauro Ermanno Giovanardi (24/06) all’evento reggae internazionale con l’icona Alpha Blondy (25/06), dal rock d’agitazione degli One Dimensional Man (29/06) al raduno di musica elettronica Altavoz De Dia con il techno guru dei tre piatti Jeff Mills (02/07); giro di boa con il divertente hip-hop rock di Caparezza (06/07) quindi con il post-rock scozzese dei Mogwai (07/07), proseguendo con l’attesa performance del famosissimo gruppo italiano Subsonica (08/07)

e il lounge-pop francese dei Nouvelle Vague (09/07). Conclusione del festival con il botto con la band del balcanico Emir Kusturica (12/07), i fantastici milanesi Calibro 35 (13/07), il bravissimo cantautore Paolo Benvegnù (15/07) e la strafottenza nazional-popolare di Elio e Le Storie Tese (16/07). E poi ovviamente tutta la bella cornice che sta intorno al festival: decine e decine di colorate bancarelle multietniche che offrono prodotti artigianali, stands gastronomici dai mille sapori (pizze al forno, bruschette, crepes, cocktails, kebab, piadine, piatti africani), una ben fornita libreria con i titoli più alternativi del momento e tanta gente simpatica e disponibile per farti godere ancor di più i servizi offerti dal festival.


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SPEAKER’S CORNER

NOIA E AMICIZIA Marco Piazza Estate è tempo di riposo e divertimento: è il momento preferito per distrarsi dalla pesantezza della quotidianità e per riappropriarsi del tempo perduto durante l’anno lavorativo. Sembra quasi che l’estate venga considerata da molti come una fuga dalla noia dell’ordinario, da superare con un attivismo esasperato, volto a fuggire il vuoto: le occupazioni ci permettono di sentirci vivi, di far vibrare il proprio Io, attraverso l’accumulo continuo di esperienze nuove. In questo modo si evitano i momenti di pausa, da dedicare alla riflessione, o alla contemplazione del senso e del significato della realtà circostante, che spesso portano a considerare altre verità. Questo riflessione l’aveva già sapientemente descritta Pascal: l’uomo cerca un’occupazione per non confrontarsi col vuoto interiore e col problema dell’esistenza, e così

trova nel divertimento (dal latino devertere, volgere altrove) una soluzione a questa difficoltà. Un altro filosofo che si era interrogato sullo stesso problema fu Kierkegaard: per lui la noia era il culmine della disperazione, una condizione nella quale lo stesso Io, indifferente a tutto, cerca di liberarsi da se stesso perché è assalito dall’angoscia del vuoto della propria esistenza, senza senso e senza centro. Ma non c’è solo questo tipo di diversivo: oltre al dinamismo sfrenato sopra descritto vi è una diversa opzione per difendersi dalla noia e dalla solitudine, l’alienazione narcisistica, dove si preferisce dipendere dallo sguardo dell’altro e ricercarne conferme decisive, colmando il nostro vuoto con la curiosità e lo stupore dell’altro: si cerca di pompare il proprio Io per farlo diventare sempre più gigantesco. Il divertimento e l’autocompiaci-

mento diventano quindi due risposte diverse alla noia, ma che hanno in comune la solitudine e l’alienazione: non sentire soddisfatta la nostra esigenza di relazionalità e di completamento con l’altro. È una situazione di estremo sconforto. La noia esprime chiaramente la necessità di superare la propria limitatezza e di trascendere i limiti della propria soggettività. Questi limiti si oltrepassano riscoprendo la personalità della natura umana: personalità non intesa come mero individualismo, ma come pienezza nel rapporto con l’altro, l’apertura all’altro come caratteristica dell’essere personale. Non a caso il concetto di persona è stato utilizzato dai filosofi cristiani nel Medioevo per spiegare la relazione (di amore) tra il Padre, il Figlio e lo  Spirito Santo all’interno della Trinità: un unico Dio in tre persone. La relazionalità è quindi una fra le

soluzioni al problema della noia, come rimedio all’indigenza dell’individuo che trova negli altri ciò che gli manca per realizzarsi, essendo dipendente non solo a livello biologico ma anche psicologico ed esistenziale. La relazione di amicizia (amore di amicizia la chiamava Aristotele) permette la realizzazione della persona, perché presuppone l’intellettualità e la volontà, tipiche della persona umana, e le mette al servizio dell’apertura, della sovrabbondanza e della gratuità. Come diceva John Donne in una sua famosa poesia, “Nessun uomo è un’isola”.


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SPEAKER’S CORNER

IL DIAVOLO SUONA IL BLUES Federico Gobetti « Devo correre, il blues viene giù come grandine. La luce del giorno continua a tormentarmi... c'è un segugio infernale sulle mie tracce.  » (Robert Johnson, Hellhound on my Trail ) È forse vera la storia di un ragazzetto nero, nato nel 1911 nella periferica e puzzolente Hazlehurst, in una casa povera, il cui capofamiglia dimostrava il proprio affetto ad un figlio non suo con dei bei calcioni nel sedere. Un ragazzino cui l'unico destino possibile era di spaccarsi la schiena raccogliendo cotone nei campi del delta del Missisippi. Un tipetto che piuttosto che fare la fame tenta la fortuna suonando la chitarra. Suonando il blues in localacci fumosi frequentati da ubriaconi e battone. Facendo il vagabondo per le strade, schivando brutti ceffi e coltelli affilati, annusando belle pupe am-

miccanti. Robert Johnson si chiamava. Uno che quando cominciò a suonare gli dissero: lascia stare amico, non fa per te, non sai suonare. Allora lui prese i suoi stracci e sparì dalla circolazione. Nessuno ne seppe più niente per un pezzo, finché un giorno si fece vedere di nuovo. Ora però cantava e suonava in una maniera da brividi. C’è un detto tra i musicisti del sud: “Se vuoi imparare a suonare qualsiasi cosa e a comporre canzoni, verso mezzanotte prendi la tua chitarra e vai dove due strade si incrociano, poi mettiti a strimpellare. Ti comparirà davanti un enorme uomo nero, ti prenderà chitarra e la accorderà. Suonerà un pezzo per te e dopo te la restituirà.” Di Robert Johnson sono rimaste solo due foto e un bouquet di ventinove canzoni (ne avrebbe di certo incise altre se non fosse morto, a soli 27 anni), registrate tra il '36 e


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il '37, assieme all'onore di aver dettato i canoni del blues per sempre. Sappiamo tutti cosa voglia dire provare il blues. Quel morso che ti prende lo stomaco quando la tua ragazza ti lascia, quando perdi qualcuno a cui vuoi bene, quando perdi il lavoro, quando senti solo la rabbia, la malinconia, la disperazione, la nostalgia. Quando il mondo ti cade addosso e cerchi di fermarne la caduta, ma le tue braccia non sono abbastanza forti per reggere. E se questo è il blues, che bisogna sentire dentro, viverlo, per trasformarlo in parole e in musica, Johnson lo sentiva eccome. Che quando lo ascolti sembra di essergli accanto. Vicino a uno che le canzoni le suonava solo per sé, con una voce da brividi. Quasi un lamento che sapeva di emozioni forti, di strada, di viaggi nascosti nei treni, di amori che nascono e finiscono, di dollari che non si ve-

dono, di fame. Di incroci maledetti e di solitudine. Chissà cosa aveva in testa quando registrava con la faccia rivolta verso il muro. E chissà perché durante i concerti aveva sempre un velo d'ombra su di lui, quasi a voler nascondere le mani perché nessuno vedesse i suoi accordi. Un tempo dicevano che quando si ascolta Robert Johnson sembra di sentire due chitarristi suonare insieme. Uno è lui e l'altro, probabilmente, è il sig. Belzebù. Lo stesso che, in una calda notte di agosto del '38, si presentò sotto forma di padrone del “Three Forks”, il locale in cui Johnson stava suonando. Lo stesso che gli diede da bere un whisky avvelenato, perché quel maledetto cantante era stato un po' troppo gentile con sua moglie. D'altronde si sa, il diavolo ha infinite vesti, ma la sua preferita è quella scura. Quella blue.


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IMAGINAREA Hardcore Superstar + Avatar

Sara Albiero


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<prossima uscita>

ventunlugliozeroundici

Cabaret Voltaire Giugno 2011  

Rubrica online di cultura del Corriere vicentino

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