Page 1

1

> Aspettando David Foster Wallace

Il re pallido

Alchemica - Incipit& Excipit - EyesWideShut - Heartbit - Speaker's Corner

Luglio 2011


2

THE PALE KING ALCHEMICA Incipit & Excipit EyesWideShut Heartbit Speaker's Corner IMAGINAREA

4 10 14 16 18 20 24


3


4

Paolo Armelli

D

avid Foster Wallace si è tolto la vita il 12 settembre 2008. Nel garage in cui si era impiccato, molto probabilmente a causa della feroce depressione che era tornata a tormentarlo, aveva fatto in modo che la moglie trovasse, ben impilate, tutte le centinaia di fogli e manoscritti che avrebbero dovuto costituire la sua nuova creazione letteraria. “The long thing”, la chiamava Wallace, un romanzo mastodontico su cui lavorava dal 1997, anno in cui era stato pubblicato Infinite Jest, il libro che l’aveva consacrato come nuovo talento geniale della letteratura americana. Quando un artista muore così prematuramente, soprattutto quando sceglie

di morire in questo modo, c’è sempre il problema di ciò che lascia indietro, della sua “eredità” incompiuta. La questione è quella di rispettare le volontà dello scrittore, riuscendo però a vincere l’irresistibile curiosità di sapere, di accedere ancora a una parte dell’autore. Come dice Michael Pietsch, curatore dell’ultimo libro: “Chiunque lavorasse con David sa bene che avrebbe impedito al mondo di vedere un’opera non corrispondente ai suoi standard. Ma… David, purtroppo, non è qui per impedirci di leggere, o perdonarci perché vogliamo farlo.” Nel caso di David Foster Wallace non si può capire fin in fondo quanto lui avesse voluto veder pubblicata l’ope-


5

ra così come l’aveva lasciata prima di morire, incompleta: certo, far ritrovare i manoscritti e i file di computer con annotazioni e bozze di trama è un segnale piuttosto evidente; è anche vero che, durante i lunghi anni di lavorazione, Foster Wallace aveva frequentemente espresso perplessità sull’evoluzione dell’opera: avendo scritto centinaia e centinaia di pagine, parlando coi suoi editor ne riteneva utilizzabili solo poche decine. In una lettera a Jonathan Franzen, poi, dichiarava sconsolato: “Sono stanco di me stesso, mi sembra: stanco dei miei pensieri, associazioni, sintassi, delle varie abitudini verbali che sono passate da esplorazione a tecnica a tic involontario.”

The Pale King, quell’ultimo libro non terminato appena pubblicato in America (in Italia uscirà prossimamente per Einaudi), ruota attorno alle vicende degli uffici esattoriali statunitensi, braccio lungo di un tax system complesso e gigantesco che ha il compito di controllare i contributi dei cittadini (ironicamente di attualità, oggi che Obama deve fronteggiare manovre economiche da trilioni di dollari). Un’attività fatta di contabilità, controlli infiniti di bilanci e documenti, inserimento di cifre in minute colonne: insomma, non esattamente un argomento vivace per un romanzo. Forse l’obiettivo di Foster Wallace era proprio quello di condensare la monotonia e la noia di una tale occupazione


6

– e, per estensione, dell’esistenza – nella forma romanzesca. E, assieme a ciò, un sacco di temi che mettono di fronte l’uomo ai limiti del controllo sulla propria esistenza, in una serie di opposizioni rappresentative della vita odierna: il singolo contro il sistema, l’individuo contro il gruppo, l’essere umano contro la macchina, la fantasia contro la depressione. Come tipico di Wallace, The Pale King è una moltiplicazione infinita di spunti, sprazzi narrativi, personaggi apparentemente slegati fra loro, false partenze e conclusioni cieche: il risultato finale (o, meglio, quello che per noi è la forma finale) è un accumulo irrelato di indizi e possibilità di racconto. Non c’è una vera trama, se non abbozzata nelle note che l’autore aveva sparso per tutto il suo lavoro. Non c’è la soddisfazione di una grande storia. Eppure le cinquecento e più pagine del libro fanno affluire in continuazione la grande verve narrativa wallaciana, fatta di un’imprescindibile ironia, di un’inventiva irrefrenabile, di

un acume linguistico che a volte, data la sua sovrabbondanza, toglie quasi il fiato. E’ un documento che ci testimonia le potenzialità di un autore che ha rinunciato, alla fine, a quelle proprie potenzialità. Oltre che a una grande opera sulla contabilità (Foster Wallace aveva seguito per anni, in preparazione, dei corsi di ragioneria), The Pale King è anche una grande miniera di temi metanarrativi: già il fatto che il lavoro dell’editor sia stato così evidente (e inevitabilmente invadente) è significativo, in quanto ha dovuto riordinare gli scritti, inserire note e prefazione per cercare di dominare un fiume narrativo inarrestabile. Per di più, Foster Wallace si diverte a inserire nel corso dell’opera suoi interventi diretti, in cui finge di presentarsi come un personaggio fittizio dal nome, appunto, di David Wallace. Come se non bastasse, l’autore si diverte a confondere le acque, giocando sulla veridicità dei fatti narrati: “Mi serve che la leggiate, l’avvertenza,


7

e capiate che quel ‘I personaggi e gli eventi di questi libri sono opera di fantasia’, includono anche le presenti parole dell’autore … quell’avvertenza definisce tutto quello che segue come finzione, anche se io vi sto dicendo qui che tutta questa cosa che racconto non è finta”. Già con Infinite Jest, David Foster Wallace aveva dimostrato di rappresentare un approccio assolutamente inedito e geniale nei confronti della letteratura, delle potenzialità narrative del genere romanzo: collocandosi sulla strada già segnata di DeLillo, Irving e Pynchon, Foster Wallace aveva però alzato l’asticella, moltiplicando i livelli umoristici e le sottigliezze linguistiche delle sue opere, esplorando i mondi complessi e perversi della paranoia, della dipendenza e della libertà più o meno condizionata, più o meno consapevole. Anche con The Pale King dimostra come la vita possa essere rappresentata nella moltiplicazione esasperata e esasperante delle esperienze, delle emozioni, delle

noie e delle ossessioni. Una volta Wallace dichiarò che “la narrativa riguarda ciò che significa essere un fottuto essere umano” (“Fiction’s about what it is to be a fuckin’ human being”). Essere umani non è facile, anzi, a volte può essere un compito proprio spiacevole. Forse, in ultima analisi, Foster Wallace voleva dirci proprio quello. Alla fine di The Pale King non arriveremo a capirlo compiutamente, tanto più che l’autore non ne era nemmeno soddisfatto: non è la fine che avremmo voluto, ma è la fine che Foster Wallace ha voluto per se stesso.


8


9


Alche 10

Elisabetta Badiello

L'

artista ha un ruolo sociale. E’ colui che attraverso l’opera ci apre un passaggio verso l’interiorità, nella direzione di quella parte di noi inesplorata che entra in vibrazione di fronte alla concretezza di tela e colore, simboli e tracce. E “Alchemica” è un’arte tra scienza e magia che non trasforma il metallo in oro ma raggiunge l’essenza dello spirito, nella profondità dell’animo. Siamo al Maga, museo di arte contemporanea di Gallarate. Una superficie di 5000 mq aperta al pubblico nel 2010 che dopo le mostre di Amedeo Modigliani e Alberto Giacometti ospita “Alchemica”, personale dell’artista Roberto Floreani. Veneziano di nascita, lavora ormai da anni a Vicenza e attualmente è uno dei più significativi rappresentanti della sua generazione a livello internazionale. In

ciò che realizza c’è la sapienza del fare. Dalla preparazione della base del quadro all’impasto dei colori con una metodologia quasi rinascimentale. Floreani è un artista complesso. Apprezzato per la produzione artistica, profondo conoscitore del movimento futurista, possiede inoltre una ampia cultura alimentata dallo studio appassionato di letteratura, poesia, filosofia cui attinge quali elementi ispiratori per i suoi lavori. Altro grande interesse dell’artista il sapere orientale e le arti marziali il cui rigore traspare nel suo lavoro così come nelle tele di grandi dimensioni che costituiscono le opere presentate al Maga. Le Arti marziali insegnano l’equilibrio psichico, la capacità di concentrazione, la centralità e l’equilibrio. Tutti elementi che si ritrovano nella produzione di Floreani . Nella mostra presentata al Maga sono


emica 11


12

tre le sezioni in cui si sviluppa il progetto tra cui, per la prima volta, alcune opere scultoree in ceramica. Una prima parte con i lavori più significativi presentati alla 53ma Biennale di Venezia del 2009 tra cui “Aurora Occidentale”, l’opera di grande importanza e formato (250 x 375 cm) che ha fornito l’ispirazione per la realizzazione dell’intero progetto. Nella seconda parte “Alchemica”, la più recente in ordine di tempo, con un nuovo impiego delle colature terrose. In Alchemica appare per la prima volta un colore completamente nuovo nelle realizzazioni di Floreani: il magenta. Un particolare tipo di magenta chiamato appunto alchemico dall’artista. Le opere sono legate idealmente l’una all’altra da una fascia che appare in ogni quadro della sezione, alla stessa altezza. Un possibile messaggio di natura spirituale, seguendo in questo

la grande tradizione di Mark Rothko per il quale “I quadri devono essere miracolosi” pensiero straordinariamente affine ad alcuni scritti di Floreani. Infine, nella terza sezione le opere del 2007-2008 dal titolo “Concentrici”, una produzione costituita da complesse strutture in rilievo. Una parte fondamentale del lavoro di Floreani con la quale l’artista ha realizzato una serie di mostre personali, a partire da Palazzo Ducale a Mantova per giungere ai musei di Aschaffenburg e Gelsenkirchen in Germania e la Mestna Galerija a Lubiana. Una serie infinita di combinazioni circolari, realizzate con una tecnica materica particolarissima ideata dall'autore. “Concentrico Mitomacchina” è l'opera più rappresentativa di questo ciclo, dove la tematica del concentrico viene esaltata dal grande formato (200 x 330 cm).


13

ROBERTO FLOREANI Nato a Venezia nel 1956 vive a Vicenza. Mostre personali in spazi museali: La Casa e il Tempo, (Musei di Como, Ravenna e Zagabria), 1994-95 Antologica 1986-1997; (Casa dei Carraresi, Treviso) '97; Memoria, (Galleria del Credito Valtellinese-Le Stelline, Milano), '99; Roberto Floreani, (Galleria d'Arte Contemporanea, Repubblica di San Marino), 2001; Ritorno all'Angelo,(Museo Revoltella , Trieste), 2003; Selected Works 1997-2007,(Palazzo Ducale, Mantova; Kunstverein, Aschaffenburg; Stadtisches Museum, Gelsenkichen; Mestna Galerija, Lubiana), 2007. Sue opere sono presenti in importanti collezioni museali (PAC, Milano; MAMBO, Bologna; Musei di Stato di San Marino; MART, Rovereto (depositi della Fondazione VAF), Kunstverein Aschaffenburg; Stadtisches Museum Gelsenkirchen) e istituzionali (Banca Commerciale Italiana, ING Bank, Credito Valtellinese). Invitato nel 2005 alla Quadriennale di Roma e nel 2009 al Padiglione Italia della Biennale di Venezia

ALCHEMICA di Roberto Floreani. Gallarate, Museo MAGA- Museo Arte Gallarate (Via De Magri 1), 1 luglio 2011 - 2 ottobre 2011. Orario: 9.30-19.30 da martedĂŹ a domenica; lunedĂŹ chiuso.


14

INCIPIT&EXPLICIT

IL GIOCO DELL'ESTATE Paolo Armelli S’avvicinano le vacanze, e anche i redattori di rubriche diventano più pigri. D’altronde sotto gli ombrelloni è bello fare sudoku, cruciverba, giochi enigmistici. Ecco perché anche Incipit&Explicit vi propone un gioco estivo: tre inizi e tre conclusioni di romanzi di cui indovinare la provenienza. Non si vince nulla, se non un po’ di soddisfazione, le soluzioni nel prossimo numero. Aiutino: sono tutti romanzi stranieri del Novecento. Non usate Google, però.

1 “Una volta nostro padre comprò una decapottabile. Non chiedetemi perché. Avevo cinque anni. La comprò e la portò a casa con la stessa disinvoltura con cui avrebbe portato una confezione di gelato. Immaginate la sorpresa di nostra madre. Lei che avvolgeva in strisce di gomma le maniglie delle porte.”

2 “Queste due persone molto anziane sono il padre e la madre del signor Bucket. Si chiamano Nonno Joe e Nonna Josephine. Invece queste altre due persone molto anziane sono il padre e la madre della signora Bucket. Si chiamano Nonno George e Nonna Georgina. Questo è il signor Bucket. E questa è la signora Bucket. Il signor Bucket e sua moglie hanno un figlio che si chiama Charlie Bucket.”

Le risposte vanno inserite nei commenti sull'apposito post di Corrierevicentino.it, cliccando sul link sottostante a Cabaret


15

3 “La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dire come io vedo questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, perché è questo che è cambiato.” ***

4 “È come se le note musicali creassero una parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai. Sì, è proprio così, un sempre nel mai. Non preoccuparti, Renée, non mi suiciderò e non darò fuoco proprio a un bel niente. Perché, d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza, qui, in questo mondo.”

5 “Ma un giorno, in un freddo e soleggiato pomeriggio invernale, di domenica, lo vidi. (…) Mi domandai qual era il suo nome, perché ero sicuro che ormai ne aveva uno, ero sicuro che era arrivato in un posto che era il suo posto. E, capanna africana o quel che sia, spero lo stesso anche di Holly.”

6 “«Non sapevo che i pescecani avessero la coda così bella, così ben fatta.» «Neanch’io» rispose il suo compagno. In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava i leoni.”


16

EYES|WIDE|SHUT

SULL’ANALISI E L’INTERPRETAZIONE, OGGI. Federico Tosato L’analisi e l’interpretazione di un film sono stati aspetti fondamentali, in particolar modo negli ultimi decenni, per permettere il passaggio della critica da un suo aspetto prettamente giornalistico – peraltro ancora oggi sussistente e in taluni casi puntuale e rigoroso – a uno studio scientifico del cinema. A mutare in tal senso è stato innanzitutto lo “stato sociale” del lungometraggio, finalmente riconosciuto quale testo composto di segni che per essere decifrati necessitano di conoscenze complesse, di studio e di ricerca scientifica – impegnando a tal fine conoscenze specifiche –, tesa a interpretare e a sollevare le molteplici significazioni presenti sottocute al contesto cinematografico in analisi. La complessità segnica del lavoro che si osserva è infatti enormemente maggiore di quanto possa sembrare a chi, privo di competenze pregresse in tale

ambito e distratto da una visione superficiale, si approccia a un film soltanto per riempire del tempo. Premesso ciò, occorre sottolineare il fatto che non è sufficiente, anzi, non è proficuo, applicare sterilmente all’analisi e all’interpretazione, delle “regole” o degli schemi metodologici immutati e immutabili, perché l’esito di un simile lavoro non potrà che essere insufficiente. Questo perché la lettura di un testo filmico si lega inestricabilmente alla realtà contemporanea, ovvero, per dirla alla Bertetto, il cinema interpreta dinamicamente il mondo, comunicando con le altre discipline che in qualche modo gli sono legate; le forme cinematografiche simboliche possono e devono essere indicazioni utili per l’interpretazione del mondo stesso. Se l’analisi testuale ha comportato per gradi una ridefinizione degli ambiti ormai noti della storiografia,

così come della critica e della teoria, proprio la teoria intensifica e generalizza gli elementi conoscitivi: l’esplorazione degli elementi filmici, il loro funzionamento, le modalità di produzione del senso, la costruzione tecnico-linguistica, aprendo a nuovi orizzonti interpretativi. Senza considerare infine che nel corso dell’interpretazione cinematografica elementi di differenti metodologie possono essere contemporaneamente sfruttati, permettendo un ampliamento delle interpretazioni, ampliamento che non può che comportare una sempre maggiore conoscenza.


17


18

HEARTBIT

MUSICA SCACCIACRISI DJ Chemikangelo

Compost/Schema records http://soundcloud.com/chemikangelo

Quanta gente spende e spande per l’ossessione-mania chiamata Musica. Ebbene sì, ogni anno e specialmente nel periodo estivo un esercito di appassionati di tutte le età segue in lungo e in largo per la nostra penisola la valanga di artisti musicali che salgono sul palco a cantare i loro successi. E allora si parte con la giostra dei biglietti per tutte le tasche, posti in piedi o seduti in poltroncina, facendo finta che la crisi che avanza sia solo un’illusione ottica. Cinquanta euro per risentire allo stadio con l’accendino Albachiara del Blasco Rossi, cinquanta e più perchè il baronetto Elton John ricanti la sua Rocket Man o Candle in the Wind; venticinque euro per vedere le icone di Amici Alessandra Amoroso ed Emma Marrone, prenotare a cento euro un posto per godersi in un megaforum

Roger Waters nell’ennesimo rifacimento di The Wall. Si prosegue con cinquanta euro per ballare con Prince sulle note di Kiss o piangere con Purple Rain, trenta per sorridere con la performance degli Elio e le Storie Tese; quaranta per scatenarsi sulla spiaggia jesolana con Fatboy Slim e quel suo tormentone Rockafeller Skank, altri trenta per seguire Gianluca Grignani sulla Destinazione Paradiso e cento euro seduti in poltrona in piazza San Marco ad ascoltare Sting con l’orchestra filarmonica di Berlino… Gridare a squarciagola It’s my Life del belloccio Bon Jovi allo stadio dopo aver tirato fuori dalla tasca quaranta euro, prenotare un gradino dell’Arena a cinquanta euro per risentire Zucchero Fornaciari e la sua Baila Morena, accaparrarsi appena in tempo un ultimo biglietto ad ottanta euro per trascorrere

una giornata con i Gods of Metal o spendere venti euro per cantare con il matto Caparezza “siamo fuori dal tunnel-el-el-el del divertimento”… E poi ancora altri cinquanta euro per l’arrivo dell’alcolista George Michael, altri trenta per vedere se i Modà son davvero così romanticoni; ritagliarsi un posticino a quaranta euro a risentire l’inno anni ’80 The Final Countdown degli Europe, andar a vedere i Pooh che son diventati un trio o cinquanta euro spesi per ballare e meditare sulle note elettroniche del folletto Moby… E la sfilza di concerti può continuare così con altre decine di nomi: la malattia Musica colpisce ogni anno, e specialmente con il caldo estivo, migliaia e migliaia di contagiati. È un implacabile virus che infetta anima e corpo, colpisce e tramortisce, ci fa godere per qual-

che ora con dolci note ed una birra, affievolisce magari la nostra fatica quotidiana lavorativa e con qualche accattivante ritornello cantato sotto un magico cielo tappezzato di stelle ci leviamo di dosso l’alone di crisi economica che aleggia nell’aria… Poi il giorno dopo ahimè apriamo il frigorifero mezzo vuoto e ci viene di colpo in mente che bisognerà forse spendere altri 100 euro per fare la solita spesa settimanale…


19


20

SPEAKER’S CORNER

È TUTTO NUOVO. È TUTTO COME PRIMA. Mauro Pes Ci sarebbe di che commuoversi. Vecchietti rattrappiti su sedie a dondolo, nonnetti ormai fossilizzati su vecchie poltrone sfondate che di colpo si risvegliano riacquisendo la lucidità e il vigore di un tempo. Sì, proprio come nel film “Risvegli”, nel quale il dottor Malcolm Sayer (Robin Williams) scoperto l’effetto positivo di un certo farmaco sui pazienti affetti da “catatonia” (tra i quali Leonard Lowe interpretato dal grande Robert De Niro) riesce appunto a risvegliarli, seppure per un breve periodo. Il film, basato per altro su di una storia vera, ruota attorno alla figura del medico in lotta contro la malattia e a quelle dei suoi pazienti temporaneamente scaraventati in un mondo che

non riconoscono più, in una realtà che non gli appartiene più perché il tempo ha divorato le loro vite paralizzate dalla malattia. Ci sarebbe dunque di che commuoversi (e il film muove in questo senso), ma la realtà dei fatti, pur ricordando vagamente quelle vicende, dovrebbe piuttosto far sgorgare in noi indignazione, rabbia e pure un po’ di terrore. Sì, perché se oggi i nostri vecchietti si risvegliano dal loro consueto torpore non è certo per farci gridare al miracolo, bensì per incitarci alla rivolta! La potremmo chiamare “La rivolta dei telecomandi”, ma risulterebbe quasi un oltraggio nei confronti di un’intera generazione nata con un solo canale in bianco e nero

a disposizione e finita nel turbine del digitale, nelle grinfie dei canali a tre cifre e delle reti private dai nomi impronunciabili. Chi lo spiega alla nonna come tornare da Jerry Scotti se è finita su Tele Tappeto? Chi si prende la briga di dire al nonno che ha appena imprecato per le previsioni del tempo della settimana scorsa? “I nipoti” dirà qualcuno. “Nessuno” dico io, perché i nipoti sono sconvolti almeno quanto loro, ma non se ne rendono conto, non ancora. Eccoli allora sollevarsi tutti assieme, agguantare il telecomando come uno schioppo e avviarsi ad una guerra che riguarda tutti noi, ma che oggi sentono soltanto loro. Eccoli precipitarsi in strada sven-


21

tolando i loro “Tv Sorrisi&Canzoni”, inneggiando a Mike Bongiorno, ma senza un minimo della sua famigerata “Allegria”. Eccoli scuotere i cancelli della Rai e lanciare per aria le loro protesi dentarie, i loro apparecchi acustici, i loro pannoloni a buon mercato offerti in televendita ad ogni ora del giorno e della notte. È la loro ultima battaglia e vogliono vincerla per noi. Nella loro lunga vita televisiva i nostri cari nonni si sono sorbiti di tutto e hanno sonnecchiato impavidi davanti a qualsiasi cosa bella o brutta che fosse. Negli anni si son sentiti porre domande incalzanti cadenzate dallo scorrere dei secondi. “Vuole la busta numero uno, la numero due o numero tre?”,

“Lascia o raddoppia?”, “Chi vuol essere milionario?”. Se le ricordano bene tutte quelle notti in passate in poltrona convinti di avere in tasca un qualche premio, convinti di tuffarsi ad ogni ora da cascate di gettoni d’oro con assegni da un milione di euro in bocca. Convinti che ricordare dove si trova la città di “Vattelapesca” potesse un giorno farli vincere qualcosa. Ed è proprio per questo motivo che non sanno darsi pace, che non possono rassegnarsi a veder complicare le cose proprio ora che tutto dovrebbe essere più semplice. Ora che il loro mondo è ridotto ad un quadro luminoso 16:9. Ora che possono smettere di rimpiangere le loro diottrie cadute nel

tubo catodico. Ora che non si fa che parlare di innovazione, di progresso, di futuro. Di cose che forse non li riguardano, ma la cui puzza di imbroglio e vecchiume sopraggiunge nitida sotto i loro grossi nasoni raggrinziti. “È tutto nuovo” strillano per le strade di paese: “È tutto come prima”.


22

SPEAKER’S CORNER

REFERENDUM E DEMOCRAZIA Marco Piazza A molti sembra che il referendum del 12 e 13 giugno abbia mostrato una prova esemplare di democrazia, vista l’alta partecipazione popolare. A mio avviso vi è stato un uso distorto del referendum, che non può essere considerato uno strumento di pressione politica sul governo (in quanto la “lotta” politica si conduce in altre sedi e con altri mezzi). Si potrebbe anche discutere sull’onestà intellettuale di molti di quelli che hanno sostenuto la partecipazione (nei due sensi) o l’astensione, viste le loro argomentazioni in qualche caso davvero imbarazzanti. In questo articolo vorrei comunque voltar pagina e proporre una riflessione sull’istituto referendario all’interno del panorama democratico in cui viviamo oggi. Ho da poco finito di leggere un saggio di taglio storico-filosofico di Massimo Fini, uno scrittore e gior-

nalista italiano noto per le sue posizioni antimoderniste, che criticava (già a metà anni ’80) in maniera forte ma con argomenti ragionevoli ed evidenze empiriche la società occidentale contemporanea. Nel libro lo scrittore contesta infatti tutta una serie di dogmi laici che noi occidentali accettiamo senza batter ciglio, tra i quali troviamo la bontà del sistema capitalistico e democratico uscito dalla Rivoluzione Illuminista ed Industriale, con tutte le sue implicazioni sulla qualità della vita dell’uomo contemporaneo. Il libretto non a caso si intitola “La Ragione aveva Torto?”, e in sostanza compara la vita dell’uomo post-illuminista con la vita dell’uomo del cosiddetto ancien régime, che lui identifica nei 4 secoli antecedenti la Rivoluzione Francese, fornendo degli spunti interessanti. In uno dei capitoli del pamphlet Fini compara la legittimità del po-

tere nelle democrazie come le conosciamo noi oggi, e quella nell’ancien régime. Nell’ancien régime la legittimità dei governanti (re e nobili) era molto alta e sfiorava quasi l’idolatria, in quanto derivava dalle (presunte ma comunque credute) semi-divinità e sacralità del re, e dall’esistenza di un antico contratto, tacito e consolidato, fra il popolo e il re, che assegnava una sorta di immortalità giuridica alla successione ereditaria del potere monarchico. A livello pratico era invece molto più importante l’amministrazione della giustizia che la nobiltà garantiva, ed il rapporto di protezione e fedeltà con i sudditi, giustificato dalla difesa che il nobile riusciva ad assicurare: la nobiltà costituiva la casta militare che possedeva tutta una serie di attributi (coraggio, abilità, forza fisica, dedizione, sacrificio), e per i quali era molto rispettata. Questa legit-


23

timazione infatti venne meno nel momento in cui la guerra passò da scontro fisico a conflitto tecnologico e mercenario: la nobiltà perse il monopolio di questo suo ruolo storico e divenne una casta parassitaria, inutile, da eliminare. La crisi di legittimità che colpisce la classe politica odierna deriva invece dalla sua evidente mediocrità: la sua selezione è fatta in base ad un meccanismo politico-partitico che è estraneo ai valori a cui la società aspira, più conforme al servilismo-nepotismo che non al merito. La classe politica attuale non è legittimata anche perché non la crediamo (e forse non è) migliore di noi; la sola competenza che ha è infatti quella di fare politica, di parlare: non ci sono dibattiti politici seri ma vi è un’alluvione continua di immagini e di slogan, spesso fasulli (e questo si è visto anche a proposito del recente referendum).

E questa mediocrità diventa ancor più inaccettabile tanto più la cosiddetta casta ha privilegi immeritati. Non si può neanche obiettare dicendo che la bassa qualità della classe politica rappresenti il costo della democrazia: mentre nelle comunità rurali dell’ancien régime si esercitava una democrazia di tipo partecipativo, con un’ingerenza minima da parte del sovrano, oggi, con il meccanismo rappresentativo, i nostri rappresentanti non sono scelti da noi, ma dai partiti. Inoltre, non sono nemmeno controllati da noi perché, oltre ad aver garantita per Costituzione una certa libertà di azione, il loro operato è diretto dal partito o da altre lobbies. Gran parte (o, meglio, la totalità) del potere decisionale è quindi fuori dalla portata del popolo, riducendo a pura finzione la sovranità espressa nel voto. Ancora convinti di aver vinto il referendum?


24


25

IMAGINAREA Tre cavalli della Camargue all'abbeveraggio nella palude di canne. Immersi nell'acqua dal colore del cielo di primavera, disposti a ventaglio per caso istintivo, rappresentano la spontaneitĂ , la condivisione e la libertĂ . Aprile 2010

Antonio Scavazza


26

<prossima uscita>

ventiduesettembrezeroundici

Cabaret Voltaire Luglio 2011  

Mensile di cultura, arte, spettacolo, musica e letteratura del Corriere Vicentino

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you