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> Oh my god!

POP!

Pop Fiction+Elemento Colore+Incipit&Explicit+Eyeswideshut+Heartbit+Speakers'Corner=?

Aprile 2011


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Super SomMario


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Pop goes the world Coins:4 Pop fiction Coins:10 Elemento Colore Coins:16 Ad un tratto si spegne la luce Coins:20 L'udito la vista e il gioco di squadra Coins:22 Piccoli baronetti crescono Coins:24 Nel breve periodo siamo tutti morti Coins:26 La mossa Kansas City Coins:28 L'altra parte di se Coins:30 Imaginarea Coins:32


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Paolo Armelli Soundtrack Pop Goes the world -The GossipThe fame -Lady gaga-

Cos’è pop Di tanto in tanto qualche giornale scopre su internet qualche nuova tendenza, per lo più effimera e banalotta, e decide di riempirci le pagine un po’ frou frou chiamate di alleggerimento. Molto spesso ciò che vi finisce dentro è etichettato come cultura popolare, o pop. Ma cos’è veramente il pop, sempre più pervasiva marca dei nostri tempi? Innanzitutto uno pensa alla musica, ma anche lì basta fare un giro su Wikipedia (tempio assolutamente pop della conoscenza dei giorni nostri) per scoprire che la definizione non è univoca: se prima indicava tutta la musica opposta a quella classica, poi finisce per distinguere le canzoni leggere da quelle più colte, e infine arriva a far parte del binomio pop/rock (ma anche qui: cos’è il rock?). C’è poi la pop art, grande invenzione dei fantastici anni 50, dai notevoli prodotti finali ma che oramai è diventata un alibi


POP goes the world 5


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per chi di arte non sa un’acca ma comunque vuole fare la posa (“Sai, a me piace molto la pop art”). Lì il concetto era quello di prendere elementi iconici di una cultura sempre più commerciale e massificata (dive del cinema, banane, cartelloni pubblicitari, fumetti…) e stampigliarli un po’ dovunque in collage e pastiche. Colori accesi e fluo, disordine formale, eccesso, stupore: già qui potremmo avvicinarci a qualche aspetto esteriore del concetto di pop. Ma non è abbastanza. Perché poi c’è questa benedetta pop culture (l’hanno inventata gli inglesi, o forse Mtv), ed è praticamente la cultura diffusa e accessibile a tutti o, meglio, la cultura potremmo dire “percepita”, ciò di cui si parla in giro. Sono i fatti notevoli, i grandi eventi ma anche le sciocchezze mediatiche, il gossip, le storie rosa e nere delle celebrities o delle persone involontariamente diventate tali (dicono che ci siano

delle magliette con Yara Gambirasio sopra, per dire). É un grande calderone in cui finisce dentro tutto, dall’alto al basso, dal serio al faceto, dal colto al burlesco. Federico Moccia è pop. Ma anche Saviano (leggete Popstar della cultura di Alessandro Trocino). La Pausini è pop, ma anche Vasco Rossi. Stare dalla parte dei rivoltosi arabi è pop, anche non volere più il nucleare dopo Fukushima lo è.

Gaga pop Ma se c’è qualcosa che di questi tempi è assolutamente pop quella è Lady Gaga. Lei il pop ce l’ha nelle vene, sembra stata creata apposta per far diventare ogni sua azione un pittoresco evento pop. Si veste di carne, esce da un uovo, mangia crocifissi, indossa Alexander McQueen e Thierry Mugler, si fa gli zigomi finti, s’imbratta di sangue, dà vita a una nuo-


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Tutto è pop va razza aliena. É un fenomeno talmente baraccone da incarnare alla perfezione i nostri tempi altrettanto baracconeschi: tutto è spettacolo, estetizzazione, esteriorità e cattura dell’attenzione di massa. Viviamo in un mondo in cui si è e si appare, azioni oramai indissolubilmente (e neanche poi tanto deprecabilmente) legate. Il fatto è che di Lady Gaga, nel bene o nel male (ma più nel bene, dai) ne parlano tutti: tutti hanno qualcosa in comune, nel conoscerla (anche mio nonno di ottant’anni). E lei non è solo fuffa: la sua ultima canzone, Born this way, è un inno antemico all’accettazione di qualunque identità sessuale, religiosa, etnica. Alla fine non c’è concetto più pop di questo: accettare, essere in contatto con gli altri e i diversi, mettersi in relazione. Non a caso un altro simbolo pop di questo inizio secolo non è forse Facebook? Diventare amici su Facebook è il gesto più popolare che si possa fare: mantenere i contatti, spiare la vita altrui, condividere contenuti e informazioni.

Alla fine nessuno potrà dirci esattamente cosa è pop e cosa non lo è. Forse, come tutte le etichette, è un marchio creato per dire tutto e niente, per mettere assieme qualcosa che assieme non potrebbe mai starci. Eppure sentiamo da più parti dire che questo è un mondo assolutamente pop: la commercializzazione arrivata dovunque, la possibilità per chiunque di accedere teoricamente a qualsiasi cosa (soprattutto a qualsiasi conoscenza, Wikipedia – appunto – docet). Spariscono le élite culturali, i canoni estetici, le masse informi, tutti hanno l’iphone, tutti guardano i tg e i reality show. Scompare l’elitismo e scompare anche la rabbia di non essere in alto. C’è uniformazione, certo, e livellamento e un generale accontentarsi di un livello medio di quasi tutto. Però c’è anche molta più condivisione, scambio, più melting pot e più ibridazione: come sono pop i barbari della mutazione culturale (unica possibile salvezza futura, in un futuro in cui cultura non ce n’è), soprattutto quando ce li spiega Baricco! Siamo pop, non vergogniamocene. Magari possiamo anche tirarci fuori qualcosa di buono.


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Vittorio Serpieri Soundtrack: Material Girl -Madonna-

A

utore postmoderno. Potrebbero bastare queste due parole a definire il regista di Pulp Fiction Quentin Tarantino.

Il termine autore fa riferimento alla famigerata "politica degli autori", teoria del cinema concepita in periodo di Nouvelle Vague. In questo senso, par farla semplice, l’autore è quel regista che, attraverso la selezione dei contenuti e soprattutto alla loro messa in scena, costruisce un percorso coerente nel corso della sua filmografia. Risultato? Se si guarda una scena di un film di un autore si può immediatamente riconoscere qual è il nome che si cela dietro la macchina da presa. Ovvero: Guardando i primi 5 minuti di Kill Bill è impossibile non riconoscere che il regista è Quentin Tarantino. Passiamo poi al postmoderno. E allora il richiamo ad Andy Warhol e alla sua ope-

POP

FICTION


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ra sulla Monroe è praticamente d’obbligo. Warhol prende un mito pop (Marylin), un mito popolare, lo modifica, lo elabora e lo trasforma in un’opera d'arte. Parlando di arte figurativa, non si può, inoltre, dimenticare Richard Hamilton e il suo famoso collage Just What Is It Makes Today's Homes So Different, So Appealing in cui si mostra come la società consumistica (e la pubblicità) propugni l'ideale (e quindi la significazione) di casa, di uomo, di donna. Bene, la riflessione sul postmoderno è una questione aperta e molto complessa, ma rimanendo terra terra possiamo dire che tra le altre cose il postmoderno comprende anche un movimento di superamento della distinzione qualitativa tra cultura alta e cultura di massa. Batman e Sant'Agostino hanno la stessa dignità e quindi come Leonardo ritraeva Madonne, Warhol ritrae Marylin.

Hamilton invece introduce il tema del collage. Tarantino, come Hamilton (e Warhol), prende pezzi di cultura di massa e li mette insieme e, soprattutto, prende pezzi di cinema e li mette di nuovo insieme. Tutto questo maneggiandoli, modificandoli a suo proprio piacimento. Per questo Tarantino è da considerarsi in tutto e per tutto un autore postmoderno. Postmoderno perché prende la sua cultura, la cultura di massa, e la sbatte sullo schermo. E di questa sua cultura fanno parte i film. Soprattutto i cosiddetti B-movies, quelli da drive in o da grindhouse. Ed è proprio questa sua caratteristica di fare collage della cultura di massa, di californiano un po' nerd, l'impronta coerente che fa di Tarantino un autore vero e proprio. Anzi, aggiungerei che Taran-


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tino è l'autore postmoderno per eccellenza tanto che poi, esattamente come lui rapina la cultura e il cinema della sua gioventù, i nuovi giovani registi (Robert Rodriguez su tutti) copiano da lui, citano lui. Addirittura lo stesso Tarantino si cita addosso in un cortocircuito di una coerenza devastante. A proposito di cultura di massa, uno degli esempi tipici del suo sfruttamento nella cinematografia di Tarantino sono i dialoghi (e Grindhouse ne è l'esempio assoluto). Dialoghi che spesso non hanno niente a che fare con la storia che si va a raccontare, sono solo degli aneddoti che possono riguardare Superman, il McDonald, Madonna, etc…. Ma sono esattamente questi aneddoti che fanno di Tarantino l'autore culto che conoscia-

mo. Per quanto riguarda le citazioni da film, Tarantino è sempre stato accusato di essere un copione. E in un certo senso è vero. Lui stesso afferma: “Io rubo da ogni singolo film della storia del cinema, amo farlo, se c'è una cosa tipica del mio lavoro è che prendo qualcosa di qua e qualcosa di là. E le mescolo insieme. Rubo da tutti. I grandi artisti rubano, non citano”. Ecco, la questione citazioni o furti in Tarantino è infinita, forse nemmeno lui sa da quanti film ha copiato cosa. Ma il punto è che i termini autore e postmoderno in Tarantino non possono viaggiare slegati. Tarantino è un "esserepostmoderno" ed è proprio il suo evidente postmodernismo a renderlo un autore.


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Elemento colore 17

Elisabetta Badiello

cone del nostro tempo. É così che Giovanni Tresso, grafico ed artista vicentino, definisce i ritratti esposti in occasione della personale allestita nel suo atelier. Lo spazio che fu sede dell’ex saponificio Palmarosa, in via A. Mario a Vicenza, è stato trasformato in un contenitore dai molteplici usi dove le ampie pareti bianche dialogano con il colore delle tele. Un ambiente che sembra nato apposta per accogliere idee. Un luogo che da desolato spazio industriale è tornato a vivere. Sono dieci i volti simbolo della nostra Provincia che hanno fornito l’occasione per allestire “Face On. Ritratti dell’essenza”: Flavio Albanese, Renzo Rosso, Franco Pianegonda, Cristiano Seganfreddo, Giovanni Bonotto, Andrea Stella, Tom Perry, Paolo Rossi, Enrico

Fabris, Claudio Pasqualin, Samuel Peron. Oltre alle tele esposte, nei locali trovano spazio sezioni fotografiche con visi più o meno noti che si alternano a figure simbolo di personaggi pubblici. Immagini di persone care a Giovanni si affiancano alle foto dei ritratti di Simona Ventura, Lapo Elkam, Linus, Claudia Mori, Morgan. “Il ritratto della Ventura mi è stato commissionato quale regalo per la presentatrice” ci racconta Giovanni “una volta ricevuto, Simona stessa mi ha contattato per ritrarre anche i suoi tre figli”. Quello del ritratto è un genere che ha dovuto fare i conti con la nascita della fotografia. In origine erano i ricchi borghesi che potevano permettersi di pagare pittori. Il protagonista era raffigurato con gli oggetti a lui cari, con la famiglia, a volte in solitudine.

Allora il ritratto era un modo per mostrare la propria ricchezza, il successo raggiunto in campo professionale e sociale e gratificare così la propria persona. Con l’avvento della fotografia la raffigurazione cambia e diventa sempre più lo specchio del reale, una fedele riproduzione di ciò che si ha davanti. Quello di Giovanni è invece un percorso al contrario. Inverte il processo e nella realizzazione dei suoi ritratti parte proprio dalla fotografia per giungere alla pittura. Dalla sezione fotografica con il soggetto da ritrarre coglie, oltre agli scatti, passioni, tormenti, sensibilità e caratteristiche che rendono particolare e unica quella precisa persona. “É lo sguardo quello che offre con immediatezza il carattere della persona, lo specchio di ciò che c’è dentro” ci spiega Giovanni.


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Di formazione pubblicitaria, da anni si occupa di grafica e comunicazione. Proprio nel suo approccio al ritratto sono riconoscibili l’influenza del fumetto e delle inquadrature filmiche dove il gioco del chiaro scuro disegna e caratterizza persona e stati d’animo. Nei suoi lavori i tratti del volto che rendono identificabile il protagonista si intendono con il colore che diventa un elemento portante e caratterizzante. Talora il ritratto è fatto “su commissione”, per altri il materiale di partenza è costituito solamente da foto la cui resa non sempre è eccellente. Ma il più delle volte è lo stesso Giovanni che scatta le immagini che poi costituiranno la base per il lavoro successivo. I fotogrammi rielaborati graficamente sono poi trasposti su tela dove vengono dipinti con colori acrilici, utilizzando due tonalità di

tinta ad evidenziare i contrasti. Le pennellate sono definite, precise, marcate. Il colore è denso quasi a voler sottolineare la forza dell’immagine. Il protagonista, così destrutturato, diventa riconoscibile a distanza dallo sguardo, dai capelli, da particolari che ne fanno emergere il carattere. Per dare corpo alla figura è necessario porre tra spettatore e protagonista lo spazio necessario alla messa a fuoco. Usando parole dello stesso Giovanni “un pezzo unico, esclusivo ma accessibile a chiunque desideri un’interpretazione moderna del proprio volto”.


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INCIPIT&EXPLICIT

AD UN TRATTO SI SPEGNE LA LUCE Paolo Armelli Se iniziare uno scritto pare un’impresa titanica, finirlo lo è altrettanto, o forse di più: il rischio di cadere nel cliché, di dire troppo, di dire troppo poco è continuo e lacerante. Non resta che imparare dai grandi maestri, e rassegnarsi all’inscrutabile mistero emotivo e letterario che le conclusioni dei romanzi e dei racconti rappresentano. Sono soprattutto gli scrittori americani, sulla scorta dei modernisti inglesi, ad aver magistralmente affinato la tecnica della rifinitura degli explicit: in particolare uno, secondo me, ha raggiunto vette inarrivabili. É Raymond Carver, che nella vita ha scritto praticamente solo racconti che sono di un equilibrio e di una compostezza al limite dell’inverosimile. Carver ci fa entrare nelle sue storie di netto, e altrettanto nettamente ce ne fa uscire; niente fronzoli,

niente digressioni, niente slanci verso il futuro: è come se illuminasse una stanza abitata dai suoi personaggi – tutti a loro modo disperati, ossessionati, irrisolti, spessissimo schiavi dell’alcool come lo fu lui nella vita – e a un certo punto, passato il tempo ritenuto necessario dall’autore, spegnesse la luce d’un tratto. Quei personaggi, quelle storie scompaiono nello stesso bagliore in cui erano apparsi: di loro non sapremo più nulla, anche se ci rimarranno un po’ dentro. L’estrema sapienza di Carver, quel suo stile così asciutto e sfacciato e estremamente sincero è anche dovuto al massiccio intervento dell’editor che ne curò le opere, Gordon Lish, a volte operando tagli arbitrari e pesanti; tuttavia tornando a leggere le versioni originali, ad esempio nella raccolta Principianti (Einaudi), si riconosce sempre quell’inconfondibile stringatez-

za carveriana, quella sua volontà di esprimere tutto dicendo però solo l’essenziale. E, ancora una volta, quei finali così stupendamente letterari, nel senso che fanno percepire quanto potente sia la letteratura: è l’autore che decide quando è abbastanza, quando tutto deve finire, e il lettore se ne deve stare lì, accettando e rimuginando. Se volete farvi un’idea dei racconti di Carver, fra tutti “Una cosa piccola ma buona”, “Di’ alle donne che usciamo” e “Cattedrale”.

LUCA SOFRI UN GRANDE PAESE | Bur Rizzoli “I tram di Milano hanno degli orari. Quando ci venni a vivere fu la prima cosa che notai, assieme al fatto che a Milano non c’è la nebbia. Nella città di provincia in cui vivevo si aspettava l’autobus fino a quando passava. Va’ a sapere quando.” * “E con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia del cielo su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l’abbiamo consegnato intatto alle generazioni future.”


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EYES|WIDE|SHUT

L'UDITO, LA VISTA E IL GIOCO DI SQUADRA Federico Tosato Tarkovskij, Tati, Fellini. Tre autori differenti, carichi di pregressi artistici e stilistici l’uno lontano dagli altri. Tre uomini che in ogni lavoro appongono una firma riconoscibilissima. Eppure attraverso i loro film salta agli occhi una caratteristica che li accomuna: l’uso del tutto particolare della colonna sonora, definizione che comprende musiche, voci, rumori e, in un certo senso, anche la loro assenza. In Tarkovskij spesso il suono richiama una dimensione altra, perché non è lì, insieme alle immagini che osserviamo, ma altrove. Lo stesso vale per Tati: così come il russo lavora ad esempio coi canti svedesi inseriti in Sacrificio, che palesemente non si legano a quanto vediamo, il francese va al di là dell’immagine; in Le vacanze di monsieur Hulot, anziché instaurare una corrispondenza, visivo e sonoro si contrappongono. Del resto Tati è

quello che più di altri si diverte a realizzare delle sincresi (che Chion definisce “…la saldatura inevitabile e spontanea che si produce tra un fenomeno sonoro e un fenomeno visivo puntuale, quando questi accadono contemporaneamente e ciò indipendentemente da ogni logica razionale”), a volte meravigliosamente assurde, ad esempio per creare i passi di un uomo, che fa coincidere col rumore di una pallina da ping pong che rimbalza, o con dei pezzi di vetro frantumati. Rimane Fellini. Per comprendere quale fosse la ricerca che assieme al fido Rota perseguiva nella realizzazione della colonna sonora, saranno sufficienti prima un paio di definizioni basilari e poi un esempio, preso da Amarcord. Prima definizione: diegetico è quel suono che proviene direttamente dalla diegesi del film (definizione nella definizione: il termine diegesi

identifica il mondo al quale il singolo racconto dà vita, con individui, luoghi, tempi, eventi, musiche, rumori, sentimenti…). Seconda definizione: extradiegetico è il sonoro che udiamo noi spettatori, ma non i personaggi del film. Dopo questa premessa, veniamo ad Amarcord: la scena a nostro avviso esemplificativa di quanta perizia il riminese usasse per la colonna sonora, mostra il barbiere che all’interno della sua bottega intende fare ascoltare ad un cliente il pezzo che quella stessa sera suonerà ad una festa; ecco allora che impugnato lo strumento e iniziatolo a suonare, immediatamente notiamo che il suo pezzo (diegetico) si innesta perfettamente nella colonna sonora (extradiegetica) che invade l’intera scena, in una sorta di “mondo sonoro di mezzo” tra un suono diegetico e uno che non lo è. Individuando simili posizioni è inevitabile


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toccare pure l’acusmetro, il personaggio acusmatico la cui posizione in rapporto allo schermo è ambigua: non è propriamente all’interno, perché non vediamo nel concreto la sua sorgente, da dove cioè il suono proviene, ma al contempo non è neppure all’esterno, perché il soggetto che emette il suono è diegetico, insomma concreto nella finzione cinematografica. Possiamo individuare un paio tra i più inquietanti personaggi acusmatici, nella madre di Norman in Psyco e in HAL 9000, il robot-voce di 2001: Odissea nello spazio. C’è poi la possibilità di deacusmatizzare tale soggetto, palesando a noi spettatori il corpo al quale associare la voce; è importante, perché permettendoci di realizzare la sincronizzazione di ascolto e visione riusciamo ad umanizzarlo, rendendolo vulnerabile. Finché resta non visibile, si attribuisce generalmen-

te alla sua voce un potere di onniveggenza, potere che cade una volta inscritto nel campo visivo. Costringendola infatti entro i limiti fisici di un corpo, la parola è tenuta a bada, i suoi poteri smorzati e a risentirne è la sua aura. Per concludere, torniamo di nuovo su uno dei tre uomini dai quali abbiamo preso le mosse, focalizzandoci però sull’aspetto opposto rispetto a ciò che abbiamo visto fin qua. Chiudiamo infatti ancora con Fellini, ma in relazione al suo rapporto con la sospensione, la quale si verifica quando un suono udito in quella situazione o comunque già sentito precedentemente, è all’improvviso soppresso, creando, in genere all’insaputa dello spettatore, un’impressione di vuoto, una lacuna. Alla sospensione, finalizzata a infondere alla scena un andamento inquietante, nessun personaggio nota o allude. Può però succedere

che a introdurre naturalmente un silenzio sia la situazione alla quale assistiamo. Ed ecco appunto il solito Fellini: in Le notti di Cabiria, la protagonista crede di aver finalmente trovato il suo principe azzurro e passeggia con lui in un bosco vicino a una scogliera. Mentre osserviamo la scena percepiamo una sorta di immotivata angoscia, che prelude a quel che sta per succedere: l’uomo progetta di gettarla in mare perché mira soltanto al suo denaro. Fateci caso: la nostra angoscia nasce dal fatto che in quel luogo non riecheggia neppure il minimo suono: la sospensione in questo caso si basa su di una relazione audiovisiva (bosco/versi di uccelli) a tal punto scontata, che il fatto che non sussista crea straniamento. Un elemento in più a riprova del fascino e della complessità del cinema.


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HEARTBIT

PICCOLI BARONETTI CRESCONO DJ Chemikangelo

Compost/Schema records

I Beady Eye sono un gruppo musicale inglese formatosi nel 2009 da Liam Gallagher, Gem Archer, Andy Bell, e Chris Sharrock dopo lo scioglimento degli Oasis, seguito all'abbandono burrascoso del chitarrista (e principale compositore) Noel Gallagher. I Beady Eye sembrano, nel bene e nel male, ancora gli Oasis: stessa musica aperta, positiva e ottimista, ariose schitarrate senza cupezze, nel più puro stile brit pop beatlesiano, il genere con cui band come appunto Oasis, Travis, Coldplay, Verve, Blur hanno segnato una luccicante epoca da metà anni Novanta. Il quartetto, depurato della scoria radioattiva, ovvero il fratellone scomodo Noel, non ci ha pensato troppo: repentino cambio di nome, subito in sala prove e via con nuova musica. Il loro primo disco "Different Gear, Still Speeding" (ovvero, diversa marcia

ma sempre veloci) è uscito a fine febbraio ed ha esordito al 3° posto nella classifica inglese degli album più venduti. Il baronetto strafottente Liam canta con energia le sue nuove canzoni, ancorate all’epoca degli Oasis, ma nella scaletta dei concerti non c’è neppure una canzone del vecchio gruppo, tutto spazzato via come se niente fosse; il pubblico sembra accettare la nuova linea, ma bisognerà attendere questo inizio estate per sentire la risposta degli incalliti fans italiani.. Il fatto è che, purtroppo, l’album appare sin da subito come un logorroico e stagnante puzzle di brani avanzati dalle sessions dell’album"Dig Out Your Soul", un'onesta appendice di b-sides nella quale Gallagher si prodiga come non mai (assieme ai sodali Gem Archer e Andy Bell, che gli danno manforte) nel dare libero

sfogo al bricolage assortito del suo lennonismo maniacale. Un suono perfetto al servizio di una sconfinata assenza di valide canzoni, emulazione (fin troppo perfetta) dei Beatles e Liam che con le mani dietro la schiena (con il tamburello o senza) vuole impersonificare il fantasma di John Lennon. Quanti di voi, trentenni quarantenni, si son ritrovati almeno a una volta a canticchiare “Wonderwall” sotto la doccia? Difficile sarà ahime’ fischiare stavolta un ritornello dei Beady Eye… Oasis meno Noel uguale Beatles più Rolling Stones? Forse è questa, fatte le dovute proporzioni, l’equazione dell’impavido frontman Liam Gallagher. I Beady Eye comunque suonano un compatto rock’n’roll intriso di suoni che si rifanno ai The Who, ai Jam di Paul Weller, all’energia dei Rolling Stones e alla malinconia dei baronetti

di Liverpool… Ora il gruppo è già in giro per l'Europa con un tour che ha toccato Milano qualche settimana fa e ritornerà in Italia il 9 giugno per il famoso raduno di massa rock che è l'Heineken Jammin' Festival di Venezia.


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SPEAKERS' CORNER

NEL BREVE PERIODO SIAMO TUTTI MORTI Marco Piazza Fra le cause evidenti della crisi economica che stiamo (ancora) vivendo troviamo la propensione al cosiddetto short termism, cioè una tendenza ad assumere atteggiamenti che mirano a massimizzare il beneficio economico (se non esistenziale) di breve periodo. Si tratta di comportamenti che, caratterizzati da deresponsabilizzazione, hanno sottovalutato (o fatto finta di sottovalutare) il rischio insito in alcuni (in realtà molti) prodotti finanziari, scatenando il panico nel momento in cui si è capito che il re era nudo. Lo short termism era anche sollecitato dalla crescente liquidità a basso costo (sversata dalle varie Banche Centrali) che ha invaso i mercati, esasperando l'attività finanziaria speculativa a breve. Per non parlare della recente propensione, soprattutto anglosassone, ad esaltare il modello del cosiddetto Shareholders' Capitalism, il

capitalismo delle quote societarie, dedito alla massimizzazione immediata del valore delle azioni, che ha incentivato l’adozione di strategie miopi dal punto di vista economico e finanziario da parte di manager che ricevevano bonus legati agli (ottimi) andamenti trimestrali, che non sono stati però mantenuti nel medio periodo. Economia etimologicamente significa governo della casa, e la crisi ha manifestato enormemente come ci sia stata un’incapacità totale di governare la casa comune, puntando sull’apparenza di breve periodo, e perdendo di vista le costruzioni solide di lungo periodo, l’economia reale, l’impresa, la famiglia, tutti quei progetti di vita che richiedono responsabilità e dedizione continua. Il governo comune della casa, ossia la politica, è stato sostituito dalla spettacolarizzazione del dibattito

pubblico, ormai contraddistinto da slogan e da proclami che colpiscono il ventre del cittadino-elettore, più che dall’importanza dei programmi elettorali e dalla valutazione dei risultati effettivamente raggiunti. E non è un’anomalia solamente italiana. Capovolgendo la visuale, questa ipertrofia del breve termine porta alla perdita di futuro: in un articolo sul trimestrale di cultura Lettera Internazionale, intitolato “Pensare il futuro, o dell’incertezza globale”, Remo Bodei affronta il problema dell’incapacità di affrontare il futuro, sia esso privato o collettivo. Nel suo intervento il filosofo spiega che questa desertificazione del futuro, che rischia di creare una mentalità opportunistica e predatoria, deriva dalla caduta dell’idea di una Storia orientata, verso il progresso, il regno delle libertà, la società senza classi, il Paradiso.

A questo punto la vita terrena, intesa come momento preparatorio ad un’altra vita, forse migliore, non solo per se stessi ma anche per gli altri, perde di senso: la riduzione delle aspettative all’arco della sola vita terrena spinge il singolo a concentrarsi sul presente, senza preoccuparsi di quello che potrà accadere nel futuro. Soluzioni? E chi le vuole? Lasciamole ai posteri, se ci saranno.


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SPEAKERS' CORNER

LA MOSSA KANSAS CITY Mauro Pes Alzi la mano chi di voi si ricorda di quei singolari blocchi di ghiaccio che piovevano (poco) simpaticamente giù dal cielo tempo fa. Ne parlarono telegiornali e quotidiani e in breve tempo i casi si moltiplicarono così come i tentativi di dar loro una spiegazione plausibile. Straordinarie combinazioni climatiche, accumuli di neve presenti sulla superficie delle ali e delle eliche degli aerei, i primi (paurosi) segnali di un’ennesima profezia apocalittica e molte (molte) altre ipotesi, più o meno suggestive, si susseguirono in un valzer di mezzi busti e immagini di repertorio. Insomma, se ne parlò e se ne riparlò, la notizia venne trita e ritrita e servita in tutte le salse disponibili e a tutte le ore del giorno e della notte, salvo poi (puff!) sparire dalle scalette dei Tg e dai palinsesti dei programmi. Ma perché? Cosa avvenne? Le insolite precipitazioni cessarono

come per magia? I nuovi avvistamenti smisero semplicemente di interessare le testate giornalistiche? Il caso venne insabbiato per togliere dall’imbarazzo i nostri cari metereologi? Chillosà... Quel che è certo è che l’informazione, specie quella televisiva, è ormai una specie di mostro capace di inghiottire una storia, masticarla per bene a bocca aperta e poi sputarla (puah!) da qualche parte lontano dagli occhi e lontano dal cuore, semmai ce ne fosse ancora uno. Certo però, dopo tutto questo preambolo vi starete senz’altro chiedendo: “Sto paragiornalista scrive per Cabaret Voltaire da soli tre numeri e già si crede Roberto Giacobbo! Cos’è che vuol fare? Spacciarci anche lui storielle d’ufo e Marie Maddalene? E poi: cos’è infine questa benedetta ‘Mossa Kansas City’?”

Che dire, avete ragione da vendere, ma se adesso vi dicessi che la suddetta storiella potrebbe essere benissimo una cosiddetta “mossa alla Kansas City”? Mi credereste? No? Allora cerco di spiegarmi meglio col prezioso aiuto di Bruce Willis e del film Slevin (patto criminale), il padre spirituale della mossa. "La mossa Kansas City” sostiene l’attore in una delle scene principali del film, “E’ quando tu guardi a destra e loro arrivano a sinistra", ossia un diversivo che sposta l'attenzione dal bersaglio effettivo. Avete capito dunque il meccanismo? Ecco perché anche una notiziola come quella dei ghiaccioli cadenti potenzialmente può avere una grande importanza strategica. Dopo essere stati investiti più e più volte dal suo “rumore” mediatico, dopo essere stati imbottiti di paura per quanto può cadere dal cielo, dopo essersi preparati a parare

ogni possibile colpo che a arrivi dall’alto, quanti farebbero caso ad una minaccia che, volutamente silenziosa, giunga invece dal basso? Pochi, pochi davvero. Al contrario di quanti oggigiorno si servono della “Mossa Kansas City” per riuscire negli affari, per farsi strada nel mondo della politica, per trionfare a livello sportivo, per vincere al tavolo da gioco, per stupire la gente con numeri di “magia”, per mettere in atto una mega truffa oppure semplicemente per scrivere un articolo e cercare di tenervi incollati a Cabaret Voltaire.


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SPEAKERS' CORNER

Federico Gobetti Vi è mai capitato, mentre siete davanti allo specchio, di vedere la vostra immagine come se la vedeste per la prima volta? Di rimanere bloccati davanti al vostro riflesso e pensare “Davvero sono fatto così io?”. Pirandello scriveva ne “L'umorismo”: “Oh perché dobbiamo essere così, noi? – ci domandiamo talvolta allo specchio - con questa faccia, con questo corpo? – alziamo una mano, nell’incoscienza; e il gesto ci resta sospeso. Ci pare strano che l’abbiamo fatto noi. Ci vediamo vivere. […] In certi momenti di silenzio interiore, in cui l’anima nostra si spoglia di tutte le funzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e più penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita, e in se stessa la vita [...]”. E non è forse così? Ci sono momenti in cui si resta incantati davanti allo specchio e si vede se stessi sotto un'altra forma: siamo sempre noi, l'immagine che ogni giorno vediamo più volte riflessa è la solita, ma c'è qualcosa di diverso. Il tempo, la vita, restano sospesi, immobili. Ogni singolo difetto, ogni singolo gesto, vengono esaltati in maniera


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L'ALTRA PARTE DI SÉ limpida e chiara, tanto che ci sembra di stare guardando uno sconosciuto. Ci vediamo come da fuori. Come con gli occhi di un altro. “Ci vediamo vivere” credo non ci siano parole migliori per descrivere il fenomeno. Pensiamo “Ecco. Questo sono io. Così mi vedono gli altri. Questo è il mio corpo che si muove nello spazio”. E subito dopo -continua lo scrittore- “[...]ci sentiamo assaltare da una strana impressione, come se, in un baleno, ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo, una realtà vivente oltre la vista umana, fuori delle forme dell’umana ragione. Lucidissimamente allora la compagine dell’esistenza quotidiana quasi sospesa nel vuoto del nostro silenzio interiore, ci appare priva di senso, priva di scopo”. Allora viene da chiedersi quale sia veramente lo stato normale delle

cose. Se la realtà che in ogni momento viviamo o se quella in cui per un attimo siamo riusciti ad entrare, quasi furtivamente. La visione dura un attimo e via. Immediatamente riconnettiamo le idee e i pensieri e la nostra vita va avanti in maniera consueta, con la coscienza normale dell'esistenza; ma dentro di noi non possiamo non continuare a pensare a quel momento. Ci assale postuma un'incognita; un grande senso di vuoto. Sappiamo ora che al normale scorrere delle cose non possiamo più far fede. Ci si rende conto che c'è qualcos'altro: abbiamo visto per un secondo il lato scuro della luna. Che fare allora? Come trovare la risposta? Come riempire il vuoto che ci assale? La risposta al maestro “[...] sotto c’è qualcos’altro, a cui l’uomo non può più affacciarsi, se non a costo di morire o di impazzire”.


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IMAGINAREA

Storie di Viaggio, Binario 16 Alberto Saltini


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<prossima uscita>

diciannovemaggioduemilaundici

Cabaret Voltaire Aprile 2011  

Numero di Aprile di Cabaret Voltaire - TV, Cinema, Arti Visive, Letteratura e affini

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