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Agosto 2012

Do Androids Dream of Electric Sheep?

Indifferenziazioni (dis)umane \ Blade Runner e l’immortalità \ Addio Mr. Wiggles, amico mio \ K.Lit


Indifferenziazioni (dis) umane Blade Runner e l’immortalitĂ

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Addio Mr. Wiggles, amico mio

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K.Lit: blog letterari in festival

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Indif feren ziazioni

di Federico Tosato

Ambienti claustrofobici in una metropoli multirazziale ma decadente, elementi filosofici e sociologici sottesi alla narrazione, pessimismo cosmico, riflessioni sull’ingiustizia umana: è da questo magma che prende forma e sostanza Blade Runner, riflessione sull’indifferenziazione tra umano e replicante; riflessione che sfocia nella domanda posta dagli sceneggiatori (Francher e Peoples) e dal regista (Scott): che cosa conferisce agli uomini il privilegio di essere gli unici titolari della dignità? A trenta anni dall’uscita del film (era l’82), il fondamentale “passo in avanti”, ovvero vincere la paura che nutriamo nei confronti del diverso, nonostante il fatto che per gli altri i diversi siamo noi stessi, ancora ci sfugge. Rick Deckard arriva a chiedersi in che cosa consista la differenza che per mestiere deve sorve-

gliare, tanto che noi con lui non siamo certi della sua stessa natura: uomo o androide? Esseri umani e replicanti si differenziano per la memoria e i sentimenti – presenti nei primi e assenti nei secondi – ma l’elemento ultimo, contraddittorio e umanissimo, li accomuna: la paura della morte. L’essere umano che ha fabbricato gli androidi senza imbottirli di sentimenti lo ha fatto per poterli controllare, ma ha così dimostrato di essere egli stesso per primo disumano, più delle stesse macchine e privo di quei sentimenti che si arroga il diritto di possedere in quanto uomo. I personaggi del film sono perciò legati gli uni agli altri primariamente da un’ambiguità di tipo esistenziale; ambiguità che “gioca” anche sulla permeabilità dei generi che innervano il lungometraggio: è infatti perlomeno banale affibbiargli il titolo di film di fantascienza. Il cinema contemporaneo cerca sempre con maggior frequenza una sorta di ibridazione tra generi e ciò a causa della perdita di punti


fissi e di riferimenti per così dire universali. Ogni film ricompone a proprio modo i tratti semantici e sintattici (la terminologia rimanda a Rick Altman) dei differenti generi e la funzione sociale che questi palesano (ma che qui tralasceremo), si esercita attraverso dei pseudo ricordi, grazie ai quali lo stesso genere media una quantità minore di conflitti reali o simbolici attuali, per rinviare piuttosto a una conoscenza dei codici e delle significazioni dei lungometraggi dei decenni passati. Riscontriamo questo ad esempio nei lavori dei Coen, di Tarantino, di Burton e appunto in Blade Runner, che riprende i codici del poliziesco, meglio, del thriller, per poi traslarli in uno scenario futuristico e fantascientifico, moltiplicando le allusioni al noir. Pensate alla scena che mostra Deckard sottoporre Rachel al test per verificarne la natura umana o meno: la donna appare di una bellezza algida e fatale, è avvolta in un tailleur nero anni Quaranta e sfoggia una capigliatura corvina di

(dis) umane moda nello stesso periodo, le labbra rosse risaltano su di un viso mantenuto in penombra e fuma una sigaretta con la stessa sensualità delle dive del noir, mentre il fumo ingombra l’inquadratura. Insomma, per dirla con le parole di Moine: “La coscienza del genere si trasforma in memoria del genere e l’investimento dello spettatore nel film oscilla tra il primo e il secondo grado”. Uno dei punti di forza del film riguarda proprio la sua molteplice indeterminatezza: qual è la natura del protagonista? Siamo davvero nel 2019 o in un tempo impastato di passato e futuro? I diversi sono gli altri o ad un occhio terzo (l’occhio è poi elemento rilevante nel corso dell’intero lavoro) lo è chiunque? Perché mai umani e androidi si aggrappano all’esistenza con la medesima determinazione?


Blade Runner e l’immortalità

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di Marco Piazza

Nel giugno del 1982 usciva nelle sale italiane il film Blade Runner, uno fra i più importanti film di Ridley Scott, una pietra miliare nella storia del cinema. Questa pellicola non solo ha innovato radicalmente il genere fantascientifico fino ad allora conosciuto, ma propone ancora oggi degli spunti molto interessanti su varie tematiche, tra le quali si elencano il rapporto tra etica e scienza, la contrapposizione soggetto-oggetto di stampo cartesiano, il genere letterario distopico che raccoglie le paure dell’umanità, l’intelligenza artificiale, il problema della morte e dell’immortalità, il tema della memoria e della dimenticanza, la contrapposizione tra libero arbitrio e determinismo, le caratteristiche della natura umana, e varie altre. Per chi non avesse ancora avuto l’occasione di vedere il film (calorosamente consigliato), riprendo velocemente la trama: in una futura società paranoica e alienante, battuta da una pioggia perenne ed eternamente buia a causa dell’inquinamento, un gruppo di sei replicanti (essere umani prodotti artificialmente per essere utilizzati come schiavi) fugge dalle colonie extraterrestri, dove ormai gran parte della popolazione è migrata,


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in direzione del pianeta terra, alla ricerca del loro artefice: essi sanno infatti di esser stati progettati a termine, e vogliono un supplemento di vita. A seguito delle loro scorribande interplanetarie, il blade runner Rick Deckard viene incaricato di trovarli e terminarli. Le scene memorabili del film sono sostanzialmente due: l’incontro del replicante Roy con il suo artefice, il dr. Tyrell, e lo scontro finale tra il protagonista, Rick, e Roy, l’ultimo invincibile sopravvissuto. Mi soffermo sul primo incontro, quello tra il replicante e il suo artefice, che si presenta come un dialogo tra creatore e creatura, ma anche tra padre e figlio, e forse anche tra artigiano e artefatto: Tyrell: Quale sarebbe il tuo problema? Roy: La morte. Tyrell: La morte... beh questo temo sia un po' fuori della mia giurisdizione. Roy: Io voglio più vita… padre! Tyrell: Abbiamo i nostri limiti. […] […] Tyrell: […] Siete stati fatti al meglio delle nostre possibilità. Roy: Ma non per durare. Tyrell: La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo e tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti. Roy. Guardati. Tu sei il figliol prodigo. Sei motivo d'orgoglio per me. Si vede chiaramente in questo dialogo il desiderio di vivere che caratterizza tutti i personaggi del film: l’anelito all’immortalità è insito nella natura dell’uomo. Si tratta di un tema che riper-

corre tutta la storia dell’umanità, e si presenta nelle opere lette- 8 rarie, in filosofia, oltre che nelle credenze religiose. Lo si ritrova infatti nella filosofia e nella letteratura greca (si pensi solamente a Platone e Omero), ma anche nella Bibbia, fin dall’inizio, nel libro della Genesi. In questo primo libro del Pentateuco, che racchiude nei suoi primi capitoli tutta una serie di risposte alle domande fondamentali dell’uomo, vi è un passo, spesso sottovalutato ma molto significativo, che si ritrova alla fine dell’episodio del peccato originale, subito dopo il castigo divino: “Poi Dio il Signore disse: «Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre».” (Gn 3,22). A rileggere il capitolo 3 della Genesi infatti, si scopre che sono due gli alberi proibiti nel giardino dell’Eden: l’albero della conoscenza del bene e del male, i cui frutti vengono mangiati da Adamo ed Eva, e l’albero della vita. Dopo che l’uomo ha profanato il primo, diventando così capace di distinguere il bene dal male, Dio cerca di preservare il secondo albero dalla mano dell’uomo, ponendovi una schiera di cherubini affinché lo custodiscano. Leggendo quindi questo racconto biblico in chiave antropologica, si capisce che l’uomo è in quanto tale capace di distinguere il bene dal male, e che nella sua natura è inscritta la ricerca (e la speranza) dell’immortalità, che però è al di fuori dalle sue possibilità, perché custodita da Dio: l’immortalità è una grazia di cui la Parola di Dio si farà eco quando sarà giunto il momento.


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Addio Mr Uno se ne sta in una località di mare, a bordo piscina, con un calice di prosecco ghiacciato alle 11 del mattino (perché l’alcolismo in vacanza non esiste), mentre si crogiola al sole noncurante dell’eritema che di lì a poco lo trasformerà in una brutta copia del protagonista di “Halloween”. Metti che uno, per vezzo, nello stesso momento si metta a sfogliare una rivista, tipo Internazionale. Ed ecco che il trauma è dietro l’angolo; perché quella domenica di luglio Giovanni De Mauro, direttore del settimanale, annuncia: “Qualche settimana fa è arrivata un’email da Neil Swaab: ‘The end of Mr. Wiggles. Ho disegnato questa striscia per tanti anni ed è stata la cosa più gratificante che abbia mai fatto. Ma Mr. Wiggles è arrivato al capolinea’.” Ecco, ora non è carino parlare su una rivista bellissima dei pregi di un’altra rivista bellissima – tipo quelli che vanno ospiti in trasmissioni di altri gruppi televisivi e si prestano alla pantomima: “Allora quando parte il tuo nuovo show?” “Oddio, ma posso parlarne? Cioè, anche se è della concorrenza?” “Beh, sì.” “Sicuro?” “Certo.” “Ah, beh allora…” – però Internazionale, oltre a tradurre ogni settimana il meglio della stampa di tutto il mondo, offre anche una selezione di strisce comiche e vignette davvero eccezionali. E “Mr Wiggles” era una di queste, era anzi la migliore. Io

Wigg


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gles amico mio di Paolo Armelli

cominciavo a leggere sempre da lì. E perché la chiusura di Mr Wiggles deve essere accolta con il più grande sgomento? Perché Mr Wiggles era una striscia impareggiabile: innanzitutto perché il protagonista del titolo è un orsetto erotomane, tossicomane, razzista, misogino, acido, psicotico, parassita, inconcludente, sboccato. Cosa volere di più? La prima vignetta fu pubblicata il 27 settembre 1999: l’orsetto Wiggles è di fronte a un’assistente psicologica che deve seguire la sua terapia, essendo lui accusato di “indecent exposure, gross sexual misconduct, corruption of a barnyard animal, misuse of a shampoo bottle, anal negligence and parking in a loading zone” (meglio non tradurre); per vederle pubblicate in Italia bisogna però aspettare il novembre 2004: la prima avventura italiana di Mr Wiggles lo vede alle prese con una donna delle doti anatomiche alquanto peculiari (“Vedi, quando un uomo paga per i servizi di una prostituta, si aspetta tutta una serie di cose…” – “Il problema è la mia vagina orizzontale?” – “Non posso dire che il problema non sia la tua vagina orizzontale”). E da lì è un susseguirsi di avventure, battute, vicende che più politicamente scorrette e dissacranti non si può, tutto al motto più volte sbandierato di “Deviancy has never been so fun-


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ny” (La devianza non è mai stata tanto divertente). In effetti Mr Wiggles strappa risate irresistibilmente di pancia anche quando fa o dice le cose più improbabili: passa dall’elogio del crack alla dissacrazione di San Valentino, dall’incatenare un’anziana al termosifone al sedurre un tacchino per il Thanksgiving, dal fornire ambigue lezioni di lotta a un adolescente al proporre sesso occasionale a lesbiche in un bar. Ovviamente tutto ciò che Mr Wiggles fa è esecrabile e aberrante: se solo non fosse un orsetto a compiere tutte quelle azioni, la prima reazione sarebbe quella di disgusto; ma Mr Wiggles, proprio per il fatto di essere un animale così diverso da noi eppure così familiare e quasi tenero all’aspetto, può permettersi di scavare nelle profondità più torbide delle nostre ossessioni e delle nostre paure, può prendersi gioco di convenzioni e moralismi che mettono a nudo i nostri punti deboli. Sesso, paranoie, dipendenze, violenze psicologiche e fisiche di vario tipo: non sono per caso le cose a cui pensiamo o di cui sentiamo parlare più spesso, e sempre più spesso nel modo più sbagliato o noioso? Mr Wiggles è una specie di antieroe dei tempi moderni, come antieroi siamo ormai tutti quanti, ed è tanto più apprezzabile

perché la sua arma principale è quella di un linguaggio ficcante, ironico, irriverente, cinico all’inverosimile. Tutte le cose belle, però, prima o poi finiscono: Neil Swaab, il vignettista americano che ha disegnato il terribile orsetto per più di dodici anni, ha deciso di concludere le pubblicazioni con la vignetta numero 666 prima di doverlo trascinare senza più stimoli (le grandi dive, si sa, si ritirano sempre al culmine della fama). Nell’ultima vignetta, Wiggles, accusato di terribili crimini, deve fuggire su un treno e salutare il coinquilino di una vita (la controparte di Swaab, appunto): la scena è quasi commovente, se non fosse l’ultima battuta dell’orsetto: “Hey, Neil. That cloud behind you… it looks like a penis.” (anche qui sorvoliamo sulla traduzione). Ha proprio ragione De Mauro: “Mr Wiggles è l’amico cattivissimo che racconta barzellette feroci, ma così divertenti da far ridere fino alle lacrime. E dalla prossima settimana ci mancherà.” Le vignette si possono trovare su internet, però, sul sito di Internazionale e su mrwiggleslovesyou.com. E quindi forse Mr Wiggles ci mancherà un po’ meno.


K.Lit: blog letterari in festival di Anna Baldo

Un intero centro cittadino trasformato in salotto letterario, con incontri di vario genere, tra interviste, tavole rotonde, spettacoli, disseminati in location insolite: tutto questo fa “festival”. A Thiene (Vicenza) durante K.Lit quella che si respirava era proprio l’atmosfera dell’evento, quel fervore che pervade ogni angolo di una città positivamente stravolta dalla preparazione di qualcosa di insolito, e perciò molto atteso. K.Lit è il nuovo festival dedicato ai blog letterari, il primo in Europa, riprova della vitalità culturale dei piccoli centri. Un ambiente virtuale che si concretizza, facendo vedere le facce dei suoi protagonisti che smettono, per un giorno, i loro status e identità virtuali. I blog sono fatti di gente reale, persone vere ed entusiaste di trovarsi “vis-à-vis”. In più, la letteratura non resta chiusa in biblioteca o in altri luoghi deputati (e appartati) ma popola le piazze, le strade, gli spazi aperti, incrociandosi con le altre arti. Con circa 200 appuntamenti in due giorni, suddivisi in 7 location e altrettanti percorsi tematici, K.Lit ha proposto scrittura, teatro, danza, musica, immagine mettendo a disposizione un ventaglio di iniziative tra le quali ciascuno poteva scegliere e costruire il proprio percorso. Un palinsesto di qualità, con ospiti dal mondo dell’editoria, giornalisti e scrittori, in veste di blogger. Oltre ai molti addetti ai lavori, la proposta ha richiamato anche un pubblico più esteso e meno specializzato, mosso, come era negli intenti degli organizzatori, dalla curiosità per una stimolante novità. La letteratura in un blog? Ebbene sì. Non come spazio indistinto in cui chiunque diventa scrittore (miraggio di Internet dove tutto, in virtù di una destrutturazione, diventa “facile”) ma come ambiente di confronto che si apre anche al non istituzionale, senza per questo rinunciare a serietà e profondità culturale. Rimangono le caratteristiche fondanti dell’ambiente web: acces-

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so democraticamente libero, velocità, brevità della durata degli eventi, come una critica o un “caso letterario” che prendono le fattezze di una tempesta estiva, impetuosa e passeggera. La letteratura, intesa come apparato editoriale, sistema di recensioni e valutazioni, ambiente accademico e impermeabile, si scontra (o si incontra) con la sua variante “open sourse”, fatta di appassionati e competenti, che commentano in cifra soggettiva e umorale, trovando uno spazio disponibile ad accogliere queste opinioni (che non sarà certo la terza pagina di un quotidiano o una rivista letteraria). La critica diventa momento esperienziale, non ha pretese di analisi oggettiva, e proprio per questo acquista il valore del commento genuino, che rincorre un’autorevolezza tutta da costruire e confermare, senza blasoni imposti. D’altra parte anche il lettore oggi è inevitabilmente un utente internet, che si informa dai suoi “pari”, che partecipa, sceglie e premia. La pluralità di voci, la possibilità di scelta per gli utenti, sono caposaldo di molti settori della vita contemporanea, e quindi anche della letteratura. Sono i fattori che sempre più decretano la fortuna di un romanzo o la fama di uno scrittore. I blogger, outsider della cultura (formalmente senza un curriculum accademico e senza vincoli dati da rapporti economici con gli editori), sono opinion leader e trend setter con un loro pubblico di seguaci. Voci libere, e per questo preziose, nel dibattito culturale. K.Lit è stato un vero incontro tra la gente e la cultura, con un linguaggio diverso. Perfettamente centrata l’aspettativa degli organizzatori che intendevano creare un caffè letterario, diffuso nei vari angoli della città, dove poter sbirciare o diventare protagonisti di una discussione su un tema dell’attualità, oppure rilassarsi godendo del bello di una performance artistica.


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<prossima uscita> ottobre

REDAZIONE: Nicolettamai albertofabris elisabettabadiello paoloarmelli federicotosato marcopiazza federicogobetti linozonin annabaldo chemikangelo FOTOGRAFIA: Albertosaltini GRAFICA: Amosmontagna | Editrice Millennium, piazza Campo Marzio 12 Arzignano (VI) www.corrierevicentino.it | blog@corrierevicentino.it

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cabaret voltaire agosto2012  

Rubrica online di cultura del corriere vicentino

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