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Periodico d’informazione della Piana del Tauro, nuova serie, n° 14, Settembre 2013 - Registrazione Tribunale di Palmi n° 85 del 16.04.1999

solo € 1,5 0

SIRIA:

OPPIDO: La Cattedrale elevata a Santuario CRISI POLITICA:

Urge una amnistia Ricordato Argiroffi Gitano della parola

A Lourdes con Mons. Milito

Venti di guerra Pasquino Crupi

Un intellettuale in trincea

Il testamento di Mons. Crusco Profumi di pane con Sara Papa


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Piazza Italia, 15 89029 Taurianova (RC) tel. e fax 0966 643663

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sommario

Corriere della Piana del 12 Settembre 2013

Riceviamo e pubblichiamo

L’Offerta delle Pagnottelle, un dono d’amore Domenica 18 Agosto la Fondazione Pina Alessio Onlus e il Centro Accoglienza Lavanda dei Piedi hanno organizzato la giornata dal titolo “le Pagnottelle”: segno di solidarietà per donare ha chi ha bisogno. Patrocinata dalla Regione Calabria, dalla Provincia di Reggio Calabria e dal Comune di Gioia Tauro, ha visto 25 volontari animati dalla passione di impegnarsi in un volontariato autentico al servizio dei più bisognosi si sono dati appuntamento presso tre piazze di Gioia Tauro dove hanno offerto al pubblico pagnottelle il cui ricavato servirà a sostenere due progetti delle rispettive associazioni. I presidenti delle due associazioni soddisfatti per il successo inaspettato dell’iniziativa, vogliono esprimere un sincero ringraziamento a tutti i volontari per l’amore, l’affetto, la passione e l’ immenso impegno che hanno dedicato a questa prima edizione delle pagnottelle. Esprimono un Grazie immenso alla comunità Gioiese, per la fattiva partecipazione e collaborazione, un evento che non dimenticheremo. Fondazione Pina Alessio “Onlus” Centro Accoglienza Lavanda dei Piedi

Corriere della Piana Periodico di politica, attualità e costume della Piana del Tauro Direttore Responsabile: Luigi Mamone Vice Direttore: Filomena Scarpati Lettering: Francesco Di Masi

Hanno collaborato a questo numero: Maria Giovanna Ursida, Silvia Ciappina, Gaetano Mamone, Mara Cannatà, Angiolo Pellegrini, Teresa Martino, Francesca Carpinelli, Girolamo Agostino, Carmen Ieracitano, Maria Zerbi, Xenos Acronos, Giovanni Rigoli, Rocco Carpentieri, Diego Demaio. Foto: Diego De Maio, Giovanni Musolino Free's Tanaka Press Grafica e impaginazione:

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c r e a tdievs ie gn Mariachiara Monea cell. 392 1128287 smartcreative@virgilio.it

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Stampa: litotipografia Franco Colarco

La collaborazione al giornale è libera e gratuita. Gli articoli, anche se non pubblicati, non saranno restituiti. Chiuso per l’impaginazione il 10-09-2013 Visit us on

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"La notte rosa" a Palmi si discute di femminicidio In ricordo di Pasquino Crupi Il meridionalista Crupi Convegno "Corpo e Psiche" Profumi di pane con Sara Papa Scido: "Sagra della capra e dei pappaluni"

I Carabinieri nelle campagne risorgimentali

Editore Circolo MCL “Don Pietro Franco” Via B. Croce, 1 89029 - Taurianova (RC) e-mail: corrieredellapiana@libero.it

Siria: strage causata dall'uso di armi illecite

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Copertina: Concept by Free's Tanaka Press Visual by Mariachiara Monea

Resp. Marketing: Luigi Cordova cell. 339 7871785 - 389.8072902 cordovaluigi@alice.it

Editoriale

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A Lourdes con Mons. Milito Ricordo del Vescovo Mons. Domenico Crusco La Cattedrale della Diocesi diventa Santuario Preghiera di ringraziamento di Mons. Milito Varapodio: Festa del Rosario "A fera da Pittara" Una tradizione che si ripete

San Giorgio Morgeto: ritorna alla luce la chiesa dell'Assunta

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Filmare la storia Alla Stockfish National Fest Vinicio Capossela Multicultura etnopop Tradizionandu 2013

In ricordo di Totò Frisina Testimonianza di Maria Zerbi

Emilio Argiroffi: gitano della parola

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Quattrozampe da difendere Il "Padre Nostro" in estemporanea d'arte Profili di donne seducenti di Giosefatto Pangallo "Succede tutto per caso" del Giudice Rocco Cosentino

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Cronistoria sulla fonderia Scalamandrè

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La decorata cornice della Piana

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Editoriale

Nella foto: Il Principe WiIliam, la Principessa Kate e il piccolo Principe George.

Urge una amnistia

per uscire dall'empasse politico legato al futuro di Berlusconi di Luigi Mamone

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l tormentone dell’estate 2013, dopo la condanna di Silvio Berlusconi da parte della Cassazione sul presupposto che – comunque avrebbe dovuto sapere – sta contribuendo a far comprendere la delicatezza della questione istituzionale italiana e la pochezza generalizzata della classe politica, di governo e non, che ancora una volta si trova separata da opposti dicotomici e perbenistici in un bolso e ipocrita gioco delle parti. Enrico Letta e Napolitano invitano alla unità intorno al Governo di larghe intese figlio della cialtroneria di Bersani e di Grillo, il PD, in quella componente visceralmente antiberlusconiana, impetra l’applicazione della Giustizia e il PDL quella di una soluzione – quale che sia – che consenta la non punibilità del fondatore e indiscusso leader degli azzurri. Da tutto questo bisunto gioco delle parti emergono le soluzioni estemporanee di coloro i quali seggono in Parlamento ma dovrebbero essere rimandati a scuola ad imparare educazione civica e soprattutto qualche elementare nozione di Diritto Costituzionale specie per quanto concerne le prerogative del Capo dello Stato, una delle quali è quella di concedere ad un condannato la “grazia”: provvedimento ad personam questo, che – per giustificate ragioni – annulla la pena in corso di espiazione. Per la soluzione del caso Berlusconi, fra le tante corbellerie che deputati PDL – pagati, essi pure come gli altri, con soldi pubblici – hanno detto, vi è pure quella della Grazia. Orbene, non sappiamo se chi le ha dette certe cose era convinto di ciò che dicesse e di tutte le conseguenze che si riconnetterebbero alla eventuale concessione di una Grazia che suonerebbe come un

privilegio per il “potente ridotto in un cul de sac” imponendo poi l’obbligo morale per il Presidente Napolitano di concedere decine e forse centinaia di similari provvedimenti. Ciò perchè – è prevedibile in caso di concessione della Grazia a Berlusconi, il tavolo del Quirinale sarebbe sommerso da centinaia e forse da migliaia di analoghe richieste – che a quel punto andrebbero accolte in blocco quanto meno per salvare la faccia di Napolitano. Di fatto si andrebbe ad effettuare una sorta di amnistia diluita in decine e forse centinaia di grazie. A questo punto, in considerazione che Berlusconi i suoi avvocati li paga profumatamente e in più li fa pure deputati, tanto per assicurare loro pure la pensione, e che Letta Jr di area PD è nipote di Letta Sr di area PDL, perchè prima ancora che si arrivasse alla condanna in appello, visto il clima di larghe intese, non si era pensato alla amnistia? L’amnistia è quel provvedimento di clemenza generale che – spesso al solo fine di svuotare le carceri – dichiara estinti reato e pena. Con una amnistia il problema di Berlusconi, sarebbe stato risolto. Senza andare in Cassazione. Certo, ne avrebbero beneficiato molte altre migliaia di detenuti. Ma, si sa, ogni cosa ha un prezzo. Non possiamo essere forcaioli e rigoristi con gli altri e poi invocare clemenza e grazia solo per il potente, leader di un partito e che – a parte questa condanna – ancora ha in sospeso un affaruccio non di poco conto che si chiama prostituzione minorile o lenocinio che dir si voglia, ove mai la vicenda di Ruby Rubacuori finisse (come è preventivabile) male per lui e per i suoi compagni di bunga bunga. La grazia – che in questi giorni, e forse non casualmente, Marco Pannella, in visita a Ferragosto ai detenuti di due grandi città, è stata da lui nuovamente invocata a gran voce – potrebbe essere la soluzione indolore per uscire da un vicolo cieco. Prima di Pannella l’avevano chiesta due Papi: Giovanni Paolo II° e Benedetto XVI°, tenuti entrambi in nessuna conside-

razione perchè in quegli anni Berlusconi e la Lega più che avercelo duro si sentivano intoccabili e da intoccabili è facile fare i forti contro i deboli. Ora la situazione è cambiata. Radicalmente. L’orlo del baratro si è avvicinato ulteriormente e non vi più tempo per ipocrisie e falsi moralismi. Un leader politico non deve finir in gattabuia? Bene, prendiamone atto e per il bene del paese agiamo di conseguenza. In fondo Berlusconi, che in quegli anni avrebbe pagato al fisco qualcosa come 9 miliardi di euro, avrebbe eluso una cifra – in proporzione – ridicola: 576 milioni di euro. Per chi non è avvezzo a ragionare di grandi numeri la cosa può impressionare, però – se rapportata all’imposte versate, la somma elusa è poca cosa per un imprenditore che assicura circa 30.000 posti di lavoro – non delocalizzabili – nelle sue aziende e in quelle satelliti. Ben più spregevole appare la quotidiana attività di prelievo e di spesa di soldi non suoi fatta da Renzo Bossi, il ben noto “Trota”, figlio del noto Umberto e, senza alcun merito proprio, consigliere regionale lombardo e dilapidatore di soldi non suoi in un quotidiano stillicidio di prelievi bancari e di spese frivole, fatue e inutili. Il tutto senza aver creato neanche un solo posto di lavoro. Berlusconi, evasore fiscale – forse – ma vivaddio! Le olgettine le pagava con soldi suoi e non con quelli del PDL!

«Servono

fatti e meno parole per salvare il paese»


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Siria:

Venti di Guerra

Mentre i potenti del mondo preparano l'attacco solo Papa Francesco invoca "Pace"

di Filomena Scarpati

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opo i numerosi morti di Mercoledì 21 Agosto della periferia di Damasco – Siria, circa 1500, causati dall’uso di gas nervino e agenti nocivi utilizzati anche contro i civili con tante vittime tra donne e bambini, Washington fa subito sapere che intende sanzionare e punire una pesante violazione alle convenzioni internazionali sull’uso delle armi chimiche, con un attacco militare seppur circoscritto, al regime di Assad sotto accusa per la strage. Segue alla volontà del raid di tre giorni, il “no” della Camera dei Comuni al primo ministro inglese David Cameron che intendeva appoggiare l’azione militare degli USA, essendo la Gran Bretagna la fedelissima alleata di Washington che ha agito al suo fianco in tutte le decisioni geopolitiche, comprese quelle militari intraprese da vent’anni a questa parte. Mentre Cameron si deve attenere al non appoggio della Camera dei Comuni, Parigi tramite il presidente francese Hollande, si dice pronta a sostenere Obama nell’azione militare che, a suo dire, non sarebbe un’azione contro il regime di Assad, presidente siriano, ma una spedizione punitiva nei confronti di una forma repressiva proibita contro l’umanità, che ha causato un pesante bilancio di vittime per l’uso di armi fuori dalle convenzioni internazionali, che non ha certo bisogno di commenti. Ha persino meravigliato l’autorizzazione di Assad all’ingresso in Siria degli ispettori dell’ONU, arrivata però tre giorni dopo l’accaduto, quando le tracce delle cause della tragedia erano ormai cancellate; resta il ricordo di migliaia di morti e numerosi feriti, che non è cancellabile ma resterà indelebile sulle loro coscienze. Oltre alla Francia, la Turchia ha già messo a disposizione le basi militari per l’azione programmata, da poter utilizzare non appena “l’intelligence” renderà noto il proprio dossier, anche senza mandato dell’ONU, mentre qualche altra Nazione sembra voglia già fare marcia indietro, pur essendosi schierata a favore del raid fino a questo momento. Aver appreso la posizione della Russia che ha annunciato il rinnovo del proprio veto al Consiglio di Sicurezza a qualsiasi azione militare contro la Siria, comincia certo a creare qualche disagio. Russia e Iran hanno fatto sapere che sosterranno la Siria e il regime del presidente Assad, in quanto alleati storici. Nei confronti della situazione che diventa sempre più tesa, la cancelliera tedesca Merkel, suggerisce una risoluzione poli-

Nelle foto: morti causati dai gas nervini in Siria.

tica, mentre l’Italia, attraverso il ministro degli Esteri Emma Bonino, ha dichiarato che senza la decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU non è possibile un intervento militare. Una copertura, quella delle Nazioni Unite, che non porterebbe l’Italia a partecipare “automaticamente” alle azioni che intendono intraprendere gli Stati Uniti. Dopo un vertice a Palazzo Chigi con il premier Letta, il vicepremier Alfano e i ministri Bonino, Mauro e il sottosegretario Minniti, l’esecutivo spiega la propria posizione condannando l’uso di armi chimiche e sostenendo la missione degli ispettori ONU, senza accenno ovviamente ad interventi militari, mancando i presupposti giuridici che darebbero liceità a quel tipo di azione. Il regime di Assad intanto si difende replicando duramente e lanciando minacce: “La Siria diverrà un cimitero per gli aggressori”, sono le affermazioni del primo ministro Wael al-Halqi, mentre il vice ministro degli Esteri Faisal Maqdad accusa Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia di “aver aiutato i terroristi” ad usare le armi chimiche nel paese, nel tentativo di difendere il regime siriano dalle accuse del terribile gesto. “Questi gruppi presto le utilizzeranno per colpire l’Europa”, aggiunge Maqdad. E’ notevole la tensione in Medio Oriente, se in Israele si fanno già le file per l’acquisto delle maschere antigas, anche se la speranza è quella di non doverle mai usare, stando alle molteplici incertezze, gli israeliti hanno ben pensato di munirsene in tempo. Nonostante numerose persone già sfilano dinanzi alla Casa Bianca con slogan contro la guerra in Siria, Barack Obama dal Giardino delle Rose di quella stessa Casa afferma che pur essendo pronto a dare l’ordine d’attacco, in quanto leader di un paese democratico, intende avere l’autorizzazione dai rappresentanti del popolo americano tramite il Congresso, che arri-

verà il 9 Settembre se concessa, al rientro dalla pausa estiva. Mentre il presidente degli USA prende tempo, giunge il commento del ministro italiano della Difesa Mario Mauro: “Sul caso siriano occorrono prudenza e coesione da parte dell’Occidente e lo stesso Obama è consapevole della cautela necessaria”. Cambiando di giorno in giorno le posizioni degli Stati che intendono intervenire per ristabilire gli equilibri e il rispetto delle convenzioni internazionali, non è possibile allo stato attuale dare una situazione definitiva, pertanto ci proponiamo nei prossimi numeri di monitorare ancora il “Caso Siria”, per offrire al lettore una visione completa dei fatti attinenti la sicurezza che accadono nel mondo, che non sembra saper mantenere gli equilibri, se si intende rispondere alla violenza con altra violenza. E’ inutile parlare di azioni militari circoscritte, il bilancio dei morti sarebbe altrettanto pesante ed è inconcepibile che ancora nel terzo millennio si voglia intervenire con l’uso della forza, bisognerebbe escogitare invece altre forme d’intervento tramite l’intelligence e gli ispettori dell’ONU che potrebbero garantire controlli più intensi ed appropriati mettendo in atto forme di garanzia e sicurezza maggiori anche a tutela della loro vita. E’ un momento difficile che deve essere affrontato con la dovuta calma, che rimane pur sempre la virtù delle Nazioni forti, in questo specifico caso, ma anche con saggezza, diplomazia e riflessione, senza possibilmente ricorso alla armi. Non resta che attendere gli sviluppi sperando in una risoluzione pacifica, anche se la mobilitazione e il dispiegamento delle forze militari americane sono già pronte ad attaccare come ha dichiarato lo stesso presidente degli Stati Uniti, per evitare ancora possibili usi di armi illecite e bloccare altre stragi contro l’umanità.


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Nella foto: Il viadotto "Favazzina".

L'ardita proiezione strurrurale del viadotto "Favazzina".

di Maria Giovanna Ursida

“La Notte Rosa” a Palmi si discute di Femminicidio

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n occasione della prima edizione de “La Notte Rosa”, una manifestazione culturale in memoria delle vittime del femminicidio, si è svolto a Palmi un convegno cui hanno fatto seguito una serie di eventi in tutte le piazze della città. La manifestazione, organizzata dal Comitato Festeggiamenti Maria SS.ma del Soccorso e dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso, in collaborazione con il Comune di Palmi e la Provincia di Reggio Calabria, è stata preceduta da un convegno presso la sede della S.O.M.S. alla presenza del Sindaco di Palmi Giovanni Barone e del Vice Presidente del Consiglio Provinciale di Reggio Calabria. Dopo i saluti del Presidente della S.O.M.S. Saverio Saffioti, sono intervenute Franca Hyerace, la dott. ssa Maria Giovanna Ursida, Dirigente Nazionale del Dipartimento Servizi Sociali e PP.OO. e presidente della Cooperativa “ITACA” e la dott.ssa Daniela De Blasio, Consigliera Nazionale di Parità. L’avv. Saletta ha inteso sottolineare “l’importanza socio-culturale di un incontro tutto al femminile, con il quale la Città di Palmi e la Provincia di Reggio Calabria, nel contesto di un dibattito attuale ed ampio, lanciano un segnale importante verso un’autentica e non solo proclamata parità di genere”. La dott.ssa De Blasio, in continuità con gli interventi precedenti, ha inteso richiamare la platea alla necessità di

un “cambiamento radicale di cultura e mentalità, di una rappresentanza appropriata delle donne e degli uomini in ogni ambito della società, di un deciso intervento delle Istituzioni che non possono lasciare le cittadine e i cittadini soli davanti a un tale fenomeno. Le Istituzioni – ha concluso De Blasio – sono tenute a prevenire, contrastare e proteggere con politiche attive, coerenti e coordinate l’intera popolazione, con il sostegno delle reti locali a partire dai centri antiviolenza”. La dott.ssa Ursida, ponendo l’attenzione sulla “Convenzione di Istanbul”come strumento al mondo giuridicamente vincolante, in grado di creare un quadro normativo completo per prevenire la violenza contro le donne, proteggere le vittime e contrastare l’impunità dei colpevoli”, ha sottolineato l’importanza del Piano nazionale contro la violenza di genere e lo STALKING, nonché la necessità di “integrare gli interventi repressivi con politiche ed azioni puntuali. Quanto sta accadendo nella società odierna, obbliga qualunque studioso dei comportamenti Nella foto, da sinistra: M. Giovanna Ursida, Franca Hyerace, Daniela De Blasio e Saverio Saffioti.


umani e delle dinamiche relazionali a riflettere e cercare di capire l’universo maschile. La violenza contro le donne non è solo un problema delle donne ma riguarda l’intera collettività. La donna, che per varie ragioni, vive un cambiamento nella sua vita, sia interiore che sociale, ha comunque raggiunto degli obiettivi nel tempo e ha acquisito pure una serie di diritti davanti ai quali l’uomo non può far altro che ‘combattere’ o ‘accettare’. Purtroppo il “combattimento”, che dovrebbe tradursi in leale confronto, in realtà è diventato “sfida”. Inizialmente era una sfida lavorativa. Ora sta diventando una sfida relazionale. Domani diverrà una sfida all’insegna della comunicazione esclusivamente violenta. L’affermazione dei diritti umani delle donne e l’eliminazione delle forme di violenza di cui sono vittime sono priorità dei governi nazionali. Essa rappresenta una violazione dei diritti umani grave e diffusa che tocca la vita di innumerevoli donne e rappresenta un ostacolo al raggiungimento dell’uguaglianza. Storie di vite interrotte o sfigurate, quote infinite di dolore, figlie espropriate dell’infanzia sono un’emergenza sociale, una vergogna, un primato ripugnante nelle graduatorie del mondo Occidentale. Morire ad ogni età, in ogni classe sociale, in ogni area, più del 70% delle

Nella foto: i giganti Mata e Grifone, allegoria di tolleranza multietnica.

volte per l’uomo che si è amato. Morire di un delitto che qualcuno si ostina a definire “Passionale”, piuttosto che delitto d’odio, di possesso violato, di vendetta, di rabbia e di disamore, ciò che realmente è. Morire di coppia, più di quanto le donne tra i 16 e i 44 anni, non muoiano di incidenti o di cancro. Morire davvero, oppure solo dentro, di botte, di sevizie, di stupro. Nel 90% dei casi la donna non lo denuncia. È sola, ha paura e non si sente supportata neanche dallo Stato. Tante sono le iniziative promosse in tutta Italia e nel mondo, ma fondamentale, prioritario, è la ratifica della “Convenzione di Istanbul” come strumento al mondo giuridicamente vincolante, in grado di creare un quadro normativo completo per prevenire la violenza contro le donne, proteggere le vittime e contrastare l’impunità dei colpevoli. La Camera dei

Deputati ha ratificato la convenzione, manca l’approvazione da parte del Senato. Ma perché la convenzione possa essere esecutiva è necessario che almeno dieci Stati la ratifichino, di cui otto devono essere del Consiglio d’Europa. Al momento l’Italia è la quinta Nazione ad avere quasi ratificato la Convenzione a cui si fa riferimento. “Ergastolo per un delitto contro l’umanità”. Fermare il femminicidio significa dire “no” ad una strage di genere. L’azione del Governo Italiano, per contrastare la violenza di genere ed allo stalking, posta in essere dal Ministro per le Pari opportunità, trova un momento centrale nell’approvazione del Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking (11 novembre 2010), con il quale per la prima volta in Italia il fenomeno della violenza contro le donne è stato affrontato in modo organico ed in sinergia con i principali attori coinvolti a livello territoriale. La necessità di predisporre il piano è priorità assoluta dello Stato Italiano per contrastare efficacemente il fenomeno. E’ necessario integrare gli interventi repressivi con politiche ed azioni puntuali e coordinate in ambito sociale, educativo, informativo e normativo. Promuovendo campagne di educazione per il rispetto della dignità umana nelle scuole e creando sportelli di mediazione familiare - scolastica si possono abbassare i conflitti dando luogo così, ad una funzione sociale. Per trasmettere il valore della prevenzione è necessario invece creare un monitoraggio per la valutazione degli interventi in rete nazionale con tutte le Istituzioni dello Stato, Forze dell’ordine, Terzo settore, Centri antiviolenza, Pronto soccorso, Istituzioni politiche, Ministero delle pari oppor-

«Prevenire,

contrastare e proteggere» tunità e Scuole. La violenza maschile sulle donne non è una questione privata ma politica ed è un fenomeno di pericolosità sociale per donne e uomini, bambine e bambini. Tale violenza non è un fenomeno occasionale ma un’espressione del potere diseguale tra donne e uomini, di cui il femminicidio è l’estrema conseguenza. La chiave del contrasto alla violenza sulle donne in ogni sua forma consiste: - nel cambiamento radicale di cultura e mentalità; - nella rappresentanza appropriata delle donne e degli uomini in ogni ambito della società; - nell’uso non sessista del linguaggio, anche nei media, al fine di promuovere un rapporto rispettoso e un livello di potere equo tra donne e uomini; - nell’intervento delle Istituzioni che non possono lasciare le cittadine e i cittadini sole/i davanti a un tale fenomeno, siano italiane o italiani, straniere o stranieri. Le Istituzioni sono tenute a prevenire, contrastare e proteggere con politiche attive, coerenti e coordinate l’intera popolazione, con il sostegno delle reti locali a partire dai centri antiviolenza. Si tratta del resto di una triste realtà di cui ogni giorno la cronaca ci porta nuovi episodi. Secondo i dati raccolti dalla Relatrice delle Nazioni Unite in materia, Rashida Manjuri: “Ogni giorno, in Europa, sette donne vengono uccise dai loro partner e in Italia, nel 2011 sono morte 127 donne, il 6,7% in più rispetto al 2010. Di questi omicidi, 7 su 10 sono avvenuti dopo maltrattamenti o forme di violenza fisica o psicologica. E per il 2012 i dati non sono confortanti: fino a Giugno sono 63 le donne uccise”. La famiglia si conferma al riguardo il luogo più pericoloso: “Stando ai dati raccolti nei centri di assistenza, la violenza domestica è la forma più pervasiva di violenza, con un tasso del 78,21% e colpisce donne in tutto il Paese. Il 34,5% delle donne ha segnalato di essere vittima di incidenti violenti. Eppure, solo il 18,2% delle vittime considera la violenza domestica un crimine, mentre per il 36% è un evento normale. Allo stesso modo, stando al rapporto, solo il 26,5% delle donne considera lo stupro o il tentato stupro un crimine”.


Il Prof. Pasquino Crupi (foto di Sfameli).

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Biografia Pasquino Crupi era nato a Bova Marina (RC) il 24 marzo 1940, era giornalista pubblicista iscritto all’Ordine della Calabria dal 16 ottobre 1973 e prorettore dell’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria. Tra le sue numerose opere: I fatti di Melissa (Catanzaro 1976), Letteratura ed emigrazione (Reggio Calabria 1982); Processo a mezzo stampa (Venezia 1982); Stragi di Stato nel Mezzogiorno contadino (Cosenza 1985); Il giallo colore del sangue di Luino (Reggio Calabria 1990); Un popolo in fuga (Cosenza 1991); L’anomalia selvaggia-Camorra, mafia, picciotteria, ‘ndrangheta nella letteratura calabrese del Novecento (Palermo 1992); Benedetto Croce e gli studi di Letteratura calabrese (Cosenza 2003). E vale la pena di ricordare la monumentale Storia della letteratura calabrese.

In ricordo di un appassionato studioso del Meridione:

Pasquino Crupi di Francesco Di Masi

I

l mondo della cultura e del giornalismo calabrese, piangono la scomparsa di uno dei sui migliori rappresentanti: Pasquino Crupi, Direttore del settimanale “La Riviera”. Poco dopo mezzogiorno del 19 Agosto 2013, amorevolmente assistito dai suoi familiari, all’età di 73 anni, dopo lunga e sofferta malattia affrontata con dignità e coraggio si è spenta, “una delle figure intellettuali di maggior prestigio della nostra terra”, così lo definisce il Presidente della Regione Giuseppe Scopelliti. Espressione limpida ed appassionata della cultura meridionale, ricercatore instancabile della verità al di sopra di ogni cosa. Nato a Bova Marina nel 1940, iscritto all’Ordine della Calabria come giornalista pubblicista dal 16 Ottobre 1973, “uomo del Sud, che si è sempre battuto per i più poveri e i più deboli, dando voce a quei senza voce che hanno sempre trovato spazio nella sua esistenza terrena”, così ne parla con commozione anche il Segretario Regionale del Sindacato dei Giornalisti della Calabria Carlo Parisi e Vicesegretario della Federazione Nazionale stampa Italiana. Uomo irrequieto, intellettuale libero, di larghe vedute, senza steccati o recinti, seppe confrontarsi politicamente con tutto l’arco costituzionale, non disdegnando, lui di fede di sinistra, di sedere e confrontarsi costruttivamente a fianco degli amici di sempre, Meduri e Scopelliti, di fede politica diversa, non tralasciando nulla d’intentato per far emergere la sua tanto amata terra, compito “che ha svolto con grande passione,

coerenza e onestà intellettuale nel suo impegno di studioso, dedicandosi totalmente a valorizzare e difendere la grande ricchezza della letteratura e della storia calabrese”. Questo è il commento del Presidente del Consiglio Regionale Francesco Talarico. Pro-Rettore dell’Università per stranieri “Dante Alighieri” per la quale si impegnò, lottando per il riconoscimento legale prima e per l’accreditamento ministeriale poi dell’Ateneo. Uomo di spiccata sensibilità umana, seppe confrontarsi con tutti i ceti sociali sia essi di elevata personalità o umili lavoratori, in conferenze, all’Università, in dibattiti, in comizi oppure condividendo seduto ad una tavola imbandita con gli amici e instaurando sempre franche e libere discussioni. Era questo il modo che caratterizzava il suo vivere. Professore di letteratura nelle scuole, di fede marxista, ha avuto un rapporto particolare con la religione e i religiosi, Sacerdoti in particolare, non disdegnando il confronto. “Chi scrive porta testimonianza, di un memorabile salotto-dibattito negli studi di RTV tra lui e Don Antonino Di Masi Parroco di Santo Stefano di Varapodio, studioso ricercatore e storico”. Interlocutore privilegiato con il quale si confrontava sull’esistenza di Dio, era l’allora Rettore del Santuario di Polsi Don Trimboli, in quei luoghi tra la tranquillità dei monti si ritirava per scrivere e riflettere, frutto di questi soggiorni è un libro su Polsi. E’ di recente la consegna di un volumetto su San Leo, Santo amato e molto popolare nell’area grecanica. Prolifica la sua collaborazione con le diverse testate giornalistiche della Regione da: Il Gazzettino dello Jonio, Calabria Oggi, Gazzetta del Sud, Calabria Ora di cui ultimamente curava una rubrica graffiante di poche righe “Luna Rossa”. Tra le tante sue opere, una per tutte, di eccezionale importanza è “Storia della

letteratura calabrese”, in cui si fondono linguaggio e sintesi nel ricostruire ed inserire, giorno dopo giorno da Cassiodoro fino ad oggi, la storia della nostra letteratura, nel contesto della letteratura nazionale, facendo emergere con affascinante perizia, la crescita dei nostri letterati. Dulcis in fundo, Pasquino, ci lascia, come atto d’amore in eredità e come suo testamento letterario e spirituale, l’ultima sua fatica, anche se tormentato dalla malattia, un maxivolume: “La questione meridionale - All’epoca della diffamazione calcolata del Sud”, in cui tratta, smascherando e denunciando con rigore e forte passione, una politica nazionale ed europea tendente, a suo giudizio, a trasformare “la questione meridionale” in “questione criminale”. Questo l’ultimo anelito della sua esistenza, da meridionalista convinto, a noi che raccogliamo questa eredità, resta il compito di non disperdere e non dimenticare i suoi insegnamenti. Con umiltà va infine il nostro grazie per quanto ci ha lasciato e il nostro rammarico per averlo perduto. Ciao Pasquino riposa in pace!

«Uomo

del sud, sempre al fianco dei poveri e dei deboli»


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Il meridionalista Crupi Un “intellettuale in trincea”

“Con Pasquino Crupi scompare una delle figure più importanti della cultura meridionalista. Uomo del Sud, per il Meridione si è sempre battuto dalla parte dei più deboli e dei più poveri, dando voce a quei senza voce che hanno sempre trovato spazio nella sua esistenza terrena”… “ Sempre, con la sua bandiera rossa in fronte al sole. Sempre a est, in faccia alla grande boa sorta al confine di un mondo limitato. Sempre. E mentre tutti, quasi tutti, s’impegnavano nei tentativi di migliorare vecchie impostazioni, lui ne inventava di nuove”. Carlo Parisi (Vice Segretario Nazionale Fnsi)

Ero fra i lettori della sua celebre rubrica giornaliera ‘Luna rossa’ e ne apprezzavo gli stimoli acuti e sempre puntuali nel trattare fatti di attualità. Con lui scompare un irriducibile meridionalista, sinceramente appassionato della Calabria e dei calabresi. I suoi libri, per la maggior parte attenti scritti su una realtà che resta sospesa nella storia dell’immutabilità, continueranno ad accompagnarci nella conoscenza di un mondo che ci appartiene ma che spesso fatichiamo a capire. Mario Occhiuto (Sindaco di Cosenza)

Intellettuale tormentato, giornalista del suo tempo, “compagno” nel senso più tradizionale e politico del termine. Pasquino Crupi aveva a cuore i problemi del Meridione e con una magica penna e l’impegno quotidiano lottava per il suo sviluppo a fianco dei suoi contadini-proletari. Nel panorama non esaltante della cultura regionale, Pasquino è stato un’anomalia di riferimento per chi, come me, ha praticato un giornalismo etico come contributo alla costruzione di un discorso pubblico il più ampiamente condiviso. Lascia una lezione politica e culturale che sarà ancora e a lungo utile per l’emancipazione della nostra Calabria e del Sud. Cerchiamo di valorizzarla. Ci mancherà. Pantaleone Sergi

Con Pasquino Crupi, scompare una personalità eminente della cultura meridionale che ha svolto con grande passione, coerenza e onestà intellettuale il suo impegno di studioso, dedicandosi totalmente a valorizzare e difendere la grande ricchezza della letteratura e della storia calabrese. Ho avuto il privilegio di poter apprezzare la dimensione umana, oltre che il valore intellettuale di Pasquino Crupi e credo di poter affermare che la sua figura, insieme alle sue opere, resteranno un punto di riferimento per la vita culturale e sociale della Calabria. C’era in lui una tensione ideale e una ricerca costante della verità, doti che ha sempre riversato nei suoi scritti e nei suoi interventi che rimangono, adesso, come un tesoro culturale di immenso valore per le nuove generazioni e per tutta la società meridionale, della quale, come meridionalista e storico della letteratura, è stato uno dei più degni rappresentanti nel solco di una grande tradizione culturale meridionalista. Francesco Talarico (Presidente del Consiglio Regionale della Calabria)

Anche se Pasquino Crupi non è mai stato un politico organico a nessun partito, ho condiviso con lui, per oltre un decennio, una comune militanza nel vecchio partito socialista. Era una stagione quella, in cui i partiti, e quindi anche il Psi, rappresentavano palestre insostituibili di vita prima ancora che politiche, specie se raffrontate alla vacuità ed alla generale leggerezza dell’attuale classe politica. Pasquino Crupi aveva una sola bussola: l’eterna questione meridionale e quindi calabrese, nonché la voglia di contribuire, con i poderosi strumenti intellettuali di cui disponeva, allo sviluppo della nostra Regione e della nostra Provincia. Mancherà tanto a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di esserne amico. Ma ancor di più, sarà la Calabria a soffrire della scomparsa di quello che, con Giovannino Russo, era ormai rimasto l’ultimo grande meridionalista di questo Paese.. Candeloro Imbalzano (Presidente della Commissione Bilancio del Consiglio Regionale della Calabria)

Pasquino era un uomo di straordinaria umanità, un socialista autentico, pugnace, mai banale, che ha dedicato l’intera sua vita di uomo di studio, di militante e dirigente politico, alla causa del riscatto del Mezzogiorno e della sua Calabria. Ai famigliari di Pasquino il mio più sincero e profondo cordoglio per la scomparsa di un uomo eccezionale. Ci mancherà. Riccardo Nencini (Segretario Nazionale Psi)


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CONVEGNO CORPO E PSICHE di Silvia Ciappina

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rima giornata dello Sport lo scorso 9 Agosto a Contrada San Pietro di Cittanova. Una festa sportiva dedicata ai più piccoli coinvolgendo anche i più grandi. Tantissimi bambini e ragazzi hanno partecipato, con i genitori, alla serata informativa “Corpo e Psiche”, organizzata dall'Amministrazione Comunale di Cittanova, dall’Associazione culturale “San Pietro”, dal circolo culturale “Il Tordo” e dalla palestra New Body, presente il sindaco Alessandro Cannatà. I ragazzi, divisi per categorie, hanno partecipato a diverse

Nelle foto: momenti del Convegno.

gare: velocità su circuito, di tiro alla fune, e, infine, alla mini-maratona. La giornata dello sport è proseguita il 12 Agosto con il convegno “Corpo e Psiche” dove, dopo l’introduzione dei lavori da parte dell’assessore Giuseppe Dangeli e di Giovanna Dangeli, ha relazionato Raffaela Condello, psicologa, logopedista e psicomotricista. Al centro del dibattito l’importanza cruciale dello sport e la psicologia nella vita dell’adolescente e dell’uomo e che “oltre alla tradizionale, e maggiormente nota, funzione di cura del disagio psichico, – ha detto la Condello – si proietta non più solo come intervento e cura dei disturbi mentali, ma anche come studio delle virtù, delle potenzialità, e dello sviluppo di sé. Modello di salute mentale che prende in considerazione le esperienze personali positive, il benessere e la soddisfazione con l’obiettivo di individuare i punti di forza del soggetto per stimolarne le potenzialità, permettendo un pieno sviluppo della personalità, prevenendo molti dei maggiori disturbi emotivi e associando ad una migliore salute fisica”. Un riferimento all’as-

sunto della psicologa, che è anche docente di lettere nelle scuole di primo grado, è stato reso possibile grazie ad alcune testimonianze significative di atleti di alto livello, i quali dichiarano spesso, nelle diverse interviste a cui si sottopongono, di avvalersi della consulenza dello psicologo e di ricorrere alla preparazione mentale per ottimizzare la prestazione agonistica, considerata come espressione e conferma di competenza e professionalità. La mente viene per ciò considerata oggi, sia dagli atleti sia dai loro allenatori, un elemento indispensabile su cui è possibile agire per migliorare il proprio rendimento agonistico. “A tal fine il preparatore mentale, lo psicologo, – ha chiosato la relatrice – diventa una figura indispensabile nello sport sia agonistico sia dilettantistico, per accompagnare i singoli atleti, le società sportive e gli staff tecnici”. La preparazione mentale, quindi, si rivela un valido strumento per affiancare l’atleta nel suo percorso. La presa in carico dell’individuo nella sua totalità avviene per questo attraverso un lavoro complesso e integrato che si sviluppa su tre livelli che rivestono pari importanza: comportamentale, cognitivo ed emotivo. Si utilizzano tecniche diverse e mirate, in base alle caratteristiche e ai bisogni di ciascuno e del gruppo, finalizzate, in ultima analisi, all’ottimizzazione delle risorse individuali e di squadra, così da ottenere da ognuno il massimo rendimento. “L’allenamento mentale – ha ripreso la Condello – si propone di articolare programmi di intervento pensati e applicati sulla base della specificità della disciplina sportiva, delle caratteristiche dell’atleta e delle sue esigenze personali. La scelta di lavorare attraverso sedute individuali piuttosto che di gruppo viene operata sulla base delle caratteristiche specifiche di ogni singola situazione”. I percorsi, in base a quanto emerso nel corso della conferenza, devono essere personalizzati in funzione dello specifico sport e delle caratteristiche individuali dell’atleta accanto alla preparazione fisica e tecnica, con le quali acquisisce, gradualmente, gli strumenti necessari a sostenere, anche a livello psichico, ciò che la prestazione atletica richiede in termini di fatica, concentrazione e stress. Il training mentale si rivolge all’atleta di alto livello per migliorarne la prestazione agonistica. “Fare l’atleta non è per niente un lavoro facile, – ha precisato la psicologa – in quanto, oltre all’impegno e alla fatica, si è sottoposti a stress costanti, richieste di performance sempre maggiori, continue pressioni, delusioni e frustrazioni ricorrenti. È intuitivo comprendere che non sempre si è pronti a tale sforzo fisico e mentale; una consulenza psicologica può aiutare ad affrontare momenti di crisi ma anche prevenirli”. Capita infatti, sempre più spesso, che il giovane atleta di talento abbandoni precocemente l’attività agonistica perché non riesce a sostenere un carico di stress così gravoso. Proprio per evitare questo rischio è importante che venga supportato nel suo percorso di crescita personale e sportiva, per garantire l’emergere delle sue potenzialità. La preparazione mentale diventa strumento preventivo e di supporto per garantirne una crescita armonica, diventando quindi “allenamento del talento”. L’atleta adulto di alto livello è sottoposto di continuo a pressioni da parte di “tutti”: tecnici, dirigenti, sponsor, mass-media…spesso le tensioni eccessive causano cali di energie, stati d’animo negativi, risultati non soddisfacenti che portano a una diminuzione della motivazione e del senso di autoefficacia influendo sulla prestazione. Fondamentale è per l’atleta riuscire a controllare e regolare un giusto livello di attivazione psicofisica,


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riuscire a regolare e gestire le emozioni, eliminando la presenza di sentimenti irrilevanti. “La preparazione mentale si rivolge anche al dilettante che desidera migliorare il suo rendimento. Lo aiuta nell’apprendimento del gesto tecnico, accelerandone i tempi di acquisizione e gli garantisce maggiore fiducia nelle sue capacità. Permette di prevenire atteggiamenti mentali non efficaci insegnandogli un corretto approccio alla gara e allo sport in generale. Il programma di preparazione mentale, lavorando a 360 gradi prevede incontri psicoeducativi e di formazione con lo staff tecnico, con le famiglie attraverso la trattazione di diverse tematiche tra cui la comunicazione efficace, il lavoro per obiettivi, la valutazione del giocatore e del team, la gestione dei conflitti, la costruzione del gruppo squadra e senso di appartenenza, la motivazione dei giocatori, come affrontare situazioni problematiche”. Ribadita, quindi l’importanza dello psicologo dello sport che ha il compito di studiare l’atleta prima, dopo e durante l’attività sportiva, esamina gli aspetti della prestazione per individuare tecniche adatte, aiuta a migliorare la conoscenza di sé, del senso di autoefficacia, migliora la stima di sé, fa raggiungere, insomma, una adeguata stabilità emotiva attraverso una corretta gestione di ansia e stress, consolida, inoltre, la motivazione, incrementa l’attenzione e la concentrazione, la preparazione della gara e la gestione delle risorse in gara, aiuta l’atleta a controllare le risposte fisiologiche e le situazioni dolorose e nel recupero dell’atleta infortunato. La richiesta fondamentale rivolta allo psicologo è sempre quella di vincere, ma occorre trasmettere all’atleta che l’incremento della performance rappresenta già in sé una vittoria: ciò costituisce l’obiettivo a lungo termine della preparazione mentale che richiede impegno, tempo e costanza, per essere appresa e diventare quindi un valido strumento e va allenata così come la tecnica e la preparazione fisica. “Se a livello sportivo la preparazione mentale produce un miglioramento della prestazione, – ha concluso la relatrice – ad un livello più generale essa si rivela uno strumento di

crescita che ha diversi riflessi nella vita dell’individuo: le tecniche apprese nel percorso di preparazione mentale diventano utili strumenti anche per la gestione di diversi ambiti della quotidianità. Le tecniche e gli strumenti utilizzati dallo psicologo dello sport sono davvero molte tra queste sicuramente il lavoro per obiettivi, l’apprendimento di tecniche per migliorare la consapevolezza corporea e di rilassamento, il linguaggio interno e il pensiero positivo, tecniche di concentrazione, lo studio e analisi del vissuto di flow come precursore di prestazioni eccellenti, l’imagery e la visualizzazione”. A conclusione del convegno è stato offerto un musical preparato e diretto magistralmente dalla dottoressa Giovanna Dangeli, coreografa, scenografa e regista, con i bambini dell'istituto comprensivo “Luigi Chitti” – sezione di San Pietro. Lo spettacolo, intitolato “C’era una volta, oggi no”, ha rivisitato alcune fiabe celebri, adattandole ai temi attuali di rilevanza sociale. A conclusione della manifestazione il sindaco Alessandro Cannatà e l’assessore Giuseppe Dangeli, hanno consegnato la medaglia di partecipazione a tutti i bambini partecipanti alla giornata di sport e cultura e le targhe ricordo ai relatori.

«...Mens sana

in corpore sano ...e senza stress!»

Riuscita iniziativa della “Accademia del Gusto” di Palmi

di Gaetano Mamone

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Profumi di pane con Sara Papa

Due giorni “full immersion” al camping La Quiete

rofumi di pane e segreti antichi della panificazione in una full immersion fatta di segreti della buona cucina d’una volta riscoperti nell’atmosfera ovattata – vera oasi di pace – del Villaggio “la Quiete” nel cuore di quella Tonnara di Palmi – persa fra l’abbandono e la saudade del fallimento della politica di sviluppo turistico del comprensorio e il senso di immensità che il mare e i costoni emersi e coperti da vegetazione agavi e fichi d’india evoca rimandando ad altre epoche dell’umanità. La location giusta per tornare a parlare di pane e di come per migliaia di anni, in ogni casa, famiglia o comunità si facesse il pane. Docente e al contempo guida e affascinante conduttrice in questo viaggio Sara Papa. Chef di prestigio internazionale, volto noto ai grandi schermi televisivi Nella foto: Sara Papa a centro fra Francesca Barillaro e Antonella Forestieri. A destra: Sissi Barone. che ormai sempre più spesso propongono programmi culinari e grande conoscitrice del pane e di quanti modi – taluni assolutamente sconosciuti e dunque impropriamente nuovi e talaltri – invece – solo desueti esistano per creare l’alimento fondamentale di ogni dieta in ogni parte del modo. Sara Papa ha parlato del pane: quello vero, antico, talvolta colorato e che dopo una settimana è ancor più buono e fragrante di quando è stato sfornato. Un pane che non è quello che compriamo in bottega ma quello autentico, cotto nel forno a legna dopo essere lasciato levitare utilizzando il “lievito madre” quello che da alla pasta – almeno nella fase iniziale della panificazione – un tipico odore vinoso. Una seguitissima affascinante carrellata – multietnica e multiculturale resa possibile dall’entusiasmo dell’Accademia del Gusto di Palmi che intorno all’amore per la buona cucina e la passione verso la cultura della sana e genuina alimentazione ha trovato in Sissi Barone, Antonella Forestieri e Francesca Barillaro-Trimarchi tre entusiastiche promotrici.


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Scido: V edizione della

“sagra della capra e dei pappaluni” di Mara Cannatà

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abato 17 Agosto si è svolta a Scido la quinta edizione della sagra della capra e del pappaluni. In questa occasione, i numerosi visitatori provenienti da tanti paesi della Piana hanno potuto scoprire un posto interno della nostra provincia meritevole di attenzione e degustare oltre alla carne di capra e i pappaluni, (tipici fagioli aspro montani) vino, pane, olio, dolci tutti rigorosamente prodotti a Scido e i territori circostanti. La serata è stata animata dal concerto dei Kaladros, un gruppo musicale folcloristico che è riuscito a coinvolgere in balli e canti

Nella foto: il Sindaco G. Zampogna saluta il pubblico.

numerose persone, dal “ballo du sceccu” e alla fine dai fuochi di artificio. Questo evento è stato voluto fortemente dal sindaco dott. Giuseppe Zampogna e dalla sua Amministrazione comunale, i quali spinti dal desiderio di promuovere la cultura del paese, valorizzare l’intero territorio e rilanciare l’economia per creare nuove opportunità di lavoro, hanno ideato questa sagra che si sta evolvendo e arricchendo sempre piu’ di anno in anno.

Nelle foto: due momenti della manifestazione.

«Antichi sapori della

cucina aspromontana»


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I Carabinieri nelle Campagne risorgimentali di Angiolo Pellegrini Generale dell'Arma dei Carabinieri

Raggiunta Venaria Reale, e poi Cremona e Cerreto Mantovano, i tre squadroni seguirono poi il Comando del Quartier Generale a Borghetto Santo Spirito sul Mincio, da dove il 25 Aprile 1848 il 3° squadrone scortò il Re Carlo Alberto sino a Roverbella, zona soggetta a a partecipazione continue incursioni nemiche. Il 30 Aprile ebbe dei Carabinieri inizio la battaglia, l’esercito piemontese aveva alla Prima Guerra intanto respinto gli austriaci, costringendoli a d’Indipendenza concentrarsi nella zona di Pastrengo, tra il lago fu particolarmente impegnatidi Garda e il fiume Adige. Il Re che inizialva. All’inizio delle ostilità erano mente aveva preso posto con lo Stato Magstati mobilitati 434 carabinieri a giore sul colle della Mirandola, rilevato che la cavallo suddivisi in tre squadroni colonna di centro ritardava ad avanzare, scese (ciascuno di 90 uomini circa) e tre dalla collina e quindi decise di trasferirsi su le mezzi squadroni (ciascuno di 50 Bionde, alture ancor più vicine a Pastrengo, uomini circa). I tre squadroni di per visionare meglio le mosse del nemico e gli guerra costituiscono un corpo di spostamenti sul campo di battaglia. Quando, cavalleria di riserva al servizio diimprovvisamente, un drappello di dieci Carabinieri, che si trovava in avanscoperta, venne fatto segno da scariche di fucileria nemica. Il maggiore Negri di Sanfron, intuito il grave rischio che correva il Re, si lanciò alla carica con i tre squadroni di Carabinieri, travolgendo le file austriache. Per questo eroico episodio, la Bandiera dell’Arma venne decorata con medaglia d’argento al Valor Militare con la motivazione. “Per la gloriosa carica che con impeto irrefrenabile e con rara intrepidezza eseguirono i tre Squadroni di guerra dei Carabinieri Reali decidendo le sorti della battaglia in favore dell’Esercito Sardo”. L’impegno bellico proseguì a Verona, Custoza, presso Milano e Peschiera, fino alla tremenda sconfitta di Novara. Anche in questo frangente, nei confronti dell’Arma fu espressa notevole ammirazione per essere riuscita a coprire con grande abilità la ritirata dell’esercito piemontese. A questo proposito, citiamo la poesia del letterato e uomo politico Costantino Nigra “la Rassegna di Novara”, poema nel quale l’autore immagina che il Re Carlo Alberto passi in rassegna i caduti delle varie battaglie. Per quanto concerne l’Arma così scrive: “Calma, severa, tacita, compatta, / ferma in arcione, gravemente incede / la prima squadra, e dietro al Re s’accampa / in chiuse file. Pendono alle selle, / lungo le staffe nitide, le canne / delle temute carabine. Al lume / delle stelle lampeggian le sguainate / sciabole. Brillan di sanguigne tinte / i purpurei pennacchi, erti ed immoti / come bosco di pioppo irrigidito. / Del Re custodi e della legge, schiavi / sol del dover, usi obbedir tacendo / e tacendo morir, terror de' rei, / modesti ignoti eroi, vittime oscure / e grandi, anime salde in salde membra, / mostran nei volti austeri, nei securi / occhi, nei larghi lacerati petti, / fiera, indomata la virtù latina. / Risonate, tamburi; salutate, / aste e vessilli. Onore, Nelle foto: il frontespizio del Regolamento dell'Arma, onore ai prodi / Carabinieri!”. Il motto “usi a obbedir tacendo e taVittorio Emanuele II, Re d'Italia, e un Carabiniere in cendo morir” subito adottato dall’Arma, venne sostituito nel 1914 con uniforme risorgimentale. “nei secoli fedele”. Al sopraggiungere della Seconda Guerra d’Indipendenza i Carabinieri vennero costituiti in drappelli presso le Grandi Unità dell’Armata ed un reparto in servizio di polizia militare ed informazioni presso il Quartier Generale. Una caratteristica fu l’impiego dei comandi Nelle foto: Ufficiali dei Carabinieri (antiche stampe d'archivio) territoriali in zone di frontiera, per l’effettuazione di rischiosi servizi informativi e di primo intervento, nonché per assicurare la protezione dei retto del Re. I tre mezzi squadroni sono invece telegrafi ed il servizio di posta. I Carabinieri svolsero inoltre, importantissimi servizi assegnati rispettivamente al generale Eusebio di avvistamento e di controllo sui movimenti e la consistenza del nemico, meritando Bava, al generale Ettore Gerbaix de Sonnaz e complessivamente 20 medaglie d’argento e 25 di bronzo al Valor Militare. al duca di Savoia, Vittorio Emanuele. I risultati delle due prime Guerre per l’Indipendenza comportarono compiti molto I Carabinieri mobilitati sono agli ordini del impegnativi per i Carabinieri chiamati ad assicurare l’ordine nelle province di nuova conte Avogadro di Valdenga, i tre squadroni acquisizione. L’Arma partecipò anche alla terza Guerra con drappelli a piedi e a sono sotto il comando del maggiore Alessan- cavallo. Con il Trattato di Vienna la futura nazione italiana acquisì il Veneto. I Cadro Negri di Sanfront, che operava presso il rabinieri fanno rivivere le memorie delle epoche passate con il famoso “Carosello”, Quartier Generale e presso i Corpi d’Armata. che vede il suo esordio per la prima volta nel Giugno del 1933 in Piazza di Siena.

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A Lourdes con Mons. Milito per varcare la porta della fede

di Teresa Martino do su di me il segno della croce. La stessa Vergine Maria alla prima apparizione, disse alla piccola Soubirous di fare bene il segno Nella foto: Don Giuseppe Papalia, Mons. Francesco Milito, della croce. Il secondo momento Don Salvatore Tucci, Don Antonio Nicolaci, Don Paolo Martino. è il passaggio alla grotta, prima deciso. Si va a di toccare le pareti della grotta Lourdes. La data bisogna mettersi in fila e procedere lentamente e in silenzio. Lo stesso deve avvenire sul nostro si avvicina. La cammino verso la grotta, in raccoglimento, in preghiera. S.E. Mons. Milito, al ritorno del viaggio, valigia è pronta. ha esortato i fedeli a rendere il loro cuore come la grotta di Lourdes, un luogo di preghiera, di racEcco, ci siamo. Si parte. L’emo- coglimento, di semplicità, per trarre dalla preghiera la forza che serve per camminare lungo le vie zione cresce. Andare a Lourdes tortuose, a volte ripide e scoscese, del quotidiano. La roccia è la quotidianità, e portare Lourdes e non è come andare in vacanza, è vivere Lourdes a casa significa camminare lentamente verso la grotta, verso Cristo, non fermarsi come intraprendere un itinerario e arrendersi, ma trovare la forza e il coraggio in Cristo attraverso la preghiera costante e profondo. Il terzo momento è l’acqua della interiore che si fa sorgente. Bernadette scava in fonallo stesso tempo do alla grotta e scopre una sorgencollettivo respite pura dalla quale beve e con la rando e vivendo quale si lava. L’acqua, sgorgata la fede. L’entudal fianco squarciato di Cristo, mi siasmo di partire purifica e divento creatura nuova e la gioia di ritromediante il Battesimo. Ciò avvievare vecchi amici ne a ogni incontro con Gesù. Col e conoscenti prepeccato mi allontano da Dio ma, parano il cuore attraverso la riconciliazione, riad accogliere e prendo il cammino e mi avvicino a vivere giorni a lui. Il quarto momento riguarda speciali. Molti la luce dei pellegrini. La processono i pellegrini, sione mariana con le fiaccole è il personale e gli una delle immagini più suggeammalati della stive di Lourdes. È un cammino, diocesi Oppidolento, meditato, profondo che si Palmi che si snoda nell’Esplanade, tra le presono recati nella ghiere in varie lingue, i canti, i cittadina francerosari stretti nelle proprie mani, se, con il Treno e le fiaccole che si alzano al cieBianco e con l’a- Nella foto: il Santuario di Lourdes. lo al canto dell’Ave Maria, come ereo, in cui l’11 Febbraio del 1858 la Vergine Ma- per incendiare la notte, per far luce in un cammino buio e incerto. La luce ci permette di vedere ria apparve a Bernadette Soubi- dove andiamo senza brancolare o cadere, Cristo è la luce nella nostra vita, la bussola che guida il rous. Il pellegrinaggio è stato pre- nostro cammino. Il quinto momento è la vita nuova. Per Bernadette l’incontro con Maria cambia sieduto da S. E. Mons. Francesco la sua vita. Per lei, i tre frutti del suo incontro alla grotta sono, inseparabilmente, la preghiera, la Milito insieme al gruppo di sacer- testimonianza e la carità. È quello che si sperimenta a Lourdes, soprattutto tra la persona ammalata e chi l’accoglie. Dare doti tra cui don Paolo Martino, al quale nel 2009 è stata conferita una carezza di sollievo, un sorriso di sostegno, o accompagnare chi non può camminare o chi non l’alta onorificenza di Cappellano vede, aiutare l’altro significa, reggere, anche solo per un momento, il peso della croce come fa Onorario della Grotta di Lourdes, Simone di Cirene e aiutare il fratello lungo la via del Calvario. Lourdes vive, come ha ricordato S. don Salvatore Tucci, don Giovan- E. Mons. Milito, all’interno dell’Anno della Fede una sua dimensione particolare. Quattro i passi, ni Bruzzì, don Antonio Nicolaci che sottolinea S. E., per metterci in cammino e varcare la porta della fede sull’esempio di Maria: e don Giuseppe Papalia. Il tema ascoltare, accogliere, narrare ed essere coerenti. Portare Lourdes a casa e continuare a vivere sepastorale 2013 è “Lourdes, una condo l’insegnamento e l’esperienza di Lourdes significa cercare di superare il divario che esiste porta della fede”. La fede è un tra fede annunziata e fede vissuta. Non bisogna vivere dimentichi del Battesimo, il germe della dono di Dio ricevuto come germe fede che ci è stato donato aspetta di essere curato, di essere nutrito costantemente. Ora inizia la nel Battesimo e al momento del parte più difficile: far rivivere questo insegnamento al ritorno da Lourdes. Continuiamo a essere Battesimo, costituisce il mio rap- in cammino verso la grotta e verso Cristo, sforzandoci di ascoltare, di accogliere, di narrare e porto con Dio, difatti, è credendo di essere coerenti come Maria e di attendere l’incontro con Cristo con lo stesso entusiasmo e la che si rafforza, si approfondisce stessa trepidazione di quando si incontra il proprio amato, allora varcheremo la porta della fede e si intensifica questa relazione. con un cuore ricco di amore, di pace e di serenità, testimoniando l’amore di Cristo. Non si può Credere mi permette di varcare conoscere Cristo se si sta lontani da lui, come due persone innamorate, se stanno bene insieme, il una porta che si è aperta nella mia tempo passa sempre in fretta e non vedono l’ora di rincontrarsi e l’uno diviene la forza dell’altro. vita, entrando in un mondo diver- Avere fede e credere significa innamorarsi di Cristo, incontrarlo con la gioia e l’emozione di come so, il mondo di Dio. Il primo mo- quando si incontra un fidanzato/a, avere fiducia e porre la propria vita nelle sue mani, lasciarsi mento che mi può aiutare a var- avvolgere da un amore intenso e incontrollabile. Il pellegrinaggio non finisce riponendo la valigia care la porta della fede è il segno al proprio posto ma prosegue, custodendo l’insegnamento nel proprio cuore e testimoniandolo della croce invocando il Padre, il con l’esempio e con la vita. Così inizia un altro viaggio, questa volta, però, bisogna camminare Figlio e lo Spirito Santo, traccian- molto senza distogliere lo sguardo da Cristo, forza e guida della nostra vita. Eccoci. Si riparte.

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di Francesco Di Masi

Ricordo del Vescovo Emerito Mons. Domenico Crusco

E’ mio desiderio – ha lasciato scritto Mons. Crusco nel Testamento Spirituale – che tutto si svolga in modo molto semplice e dopo la proclamazione del Vangelo non segua alcuna omelia ma siano osservati alcuni minuti di silenzio e di preghiera per la remissione dei miei peccati”. Da laico non ritengo di fare atto di “disubbidienza” nell’esprimere i miei sentimenti di cordoglio per la perdita di un caro, umile e sincero amico che ha pervaso di bene tutto il suo episcopato e il vasto territorio diocesano. Nato a Grisolia in provincia di Cosenza, aveva già compiuto 79 anni il 19 Agosto 2013, la vita sacerdotale iniziò nella sua terra d’origine nel 1961 all’età di 27 anni e dopo diversi incari- Nella foto: S. E. Mons. Domenico Crusco durante una funzione religiosa. chi ottenne la nomina episcopale dalle mani di Giovanni Paolo II. Giusto” per ogni tempo e luogo. Innamorato di Maria, lo rammentiamo ancora all’omViene ordinato dal Cardinale Luigi Poggi, bra del Santuario della Madonna del Pettoruto, dove ha impegnato le Sue ultime forze arrivando, accompagnato per la cerimonia nel completamento dei lavori di ristrutturazione proprio di quel Santuario che volle più di insediamento da Mons. Giuseppe Ago- grande e più accogliente in onore della Vergine. Uomo di estrema semplicità, dal sorriso stino e Mons. Augusto Lauro, nella Piana e lo sguardo limpidi, la sua di Gioia Tauro che lo vide impegnato per bontà d’animo rimane imotto proficui anni come Vescovo della Dio- pressa sul Suo volto che cesi di Oppido Mam.-Palmi. Altri dodici ricorderemo sempre disteanni della sua vita li ha trascorsi alla guida so e sereno. Assistito amodella Diocesi di San Marco Argentano- revolmente dai Suoi cari, Scalea e dal 2011 presentò rinuncia per dopo un periodo di grave raggiunti limiti di età e fu sostituito alla malattia, è passato ad altra guida di quella Diocesi da Mons. Leonar- vita Domenica 25 Agosto, do Bonanno. Quante volte, in questi dodi- mentre i funerali si sono ci anni in occasione della festa di Maria svolti Lunedì 26 nella CatSantissima del Monte Carmelo, ho rivisto tedrale di San Marco Argentano, a Scalea, la Sua figura incedere in mezzo dove è stato accompagnato dai Vealla folla, modulando il passo al ritmo del scovi concelebranti ed è stato poi Pastorale con la mitria sul capo e la mano sepolto in una cripta di una delle tesa a salutare e benedire con sereno e cappelline sottostanti la Cattedrale benevolo amore paterno, la gente che Lo come espressamente si legge nel accoglieva con filiale rispetto. Il Suo saper Testamento Spirituale. Tra gli anstare con gli altri per quel senso di carità nunci della Sua morte ricordiamo cristiana che è amore verso il prossimo, quello del nostro Vescovo Mons. non lo farà mai rimanere solo, anche dopo Francesco Milito che così si espriil suo mandato episcopale, continuò infatti me: “ Ha pascolato il gregge che a ricevere una moltitudine di amici il cui Gli è stato affidato: ha reso forte rapporto aveva saputo creare e mantenere la pecora debole, fasciato la pecora durante l’arco della Sua vita, accogliendo ferita, cercato la smarrita. Come il tutti con cordialità e finezza di modi, atten- buon pastore si è levato per interto anche nell’ascolto che è un vero gesto cedere, accompagnare, guidare e d’umiltà che fa grandi gli uomini che non proteggere. Ha combattuto la buopeccano di presunzione. Sempre disponi- na battaglia, ha terminato la Sua bile alle richieste dei bisognosi e pronto corsa, ha conservato la fede: posad attuare programmi assistenziali e di so- sa il Signore renderGli la corona stentamento, è ricordato come il “Pastore di giustizia, il riposo eterno nella pace dei Santi”.

«...Chi lo conobbe lo ricorda come il Pastore giusto»


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La Cattedrale della Diocesi diventa Santuario

di Francesca Carpinelli

nel nome di Maria Santissima Annunziata

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a millenaria storia della Diocesi di Oppido-Palmi si è arricchita di un’altra significativa pagina di fede. Il 15 Agosto, solennità liturgica dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, per volere del Vescovo Monsignor Francesco Milito, ha avuto luogo, la tradizionale festa del ringraziamento in onore di Maria Santissima Annunziata, augusta patrona di Oppido Mamertina e dell’intera Diocesi, festa solitamente ricadente la terza Domenica d’Agosto, per ricordare il miracolo della liberazione dalla peste compiuto dalla Madonna nel 1783. Dopo la Processione della Vergine per le vie del paese festosamente addobbato con striscioni, bandierine e palloncini, con la lettura della Bolla Episcopale redatta dal nostro Presule, Sua Eccellenza Francesco Milito, la Cattedrale di Oppido Mamertina, Madre delle Chiese della Diocesi, ha ricevuto il prestigioso titolo di “Santuario Maria Santissima Annunziata”. Configurando la Chiesa di Oppido Mamertina-Palmi come Diocesi Mariana, nella corona degli altri Santuari sparsi sul territorio, ha scritto Sua Eccellenza Milito: “ho ritenuto conveniente che la nostra Chiesa Cattedrale potesse esprimere in forma ancora più piena il suo carattere di Madre delle nostre Chiese nel segno di Maria Madre della Chiesa”. Contestualmente, con la lettura di un’altra Bolla, è stata ufficializzata la nomina di Don Letterio Festa, sia come Padre Spirituale del Seminario Vescovile e Direttore dell’Archivio Storico Diocesano, che Rettore del nuovo Santuario con un mandato quinquennale che scadrà nel 2018. In seguito,

Nella foto: un momento della cerimonia.

«Dall'annunciazione

di Maria inizia il cammino verso la salvezza»

il Vescovo, ha dedicato una preghiera di ringraziamento alla Vergine Annunziata e ha voluto porre ai suoi piedi una teca di vetro contenente una rosa d’oro e un proiettile disattivato “perché, come lui stesso ha precisato, ci ricordino continuamente i due opposti sentimenti - l’amore e l’odio -, che attraversano la storia del mondo e dell’uomo, pegno e fondamento della sua salvezza o della sua perdizione”. Tra gli applausi di un popolo in festa, la Madonna Annunziata è entrata trionfalmente in quello che è diventato il suo Santuario sulle note del tradizionale canto “Bonasira”. In occasione dello storico evento, il Museo Diocesano di Arte Sacra ha orgaNella foto: la solenne processione della Vergine. nizzato una mostra iconografica sul culto dell’Annunziata nella Diocesi di OppidoPalmi. L’esposizione, curata dal Direttore del Museo Paolo Martino, è stata realizzata con una serie di immagini selezionate dalla responsabile del Museo Maria Teresa Casella, con la consulenza spirituale di Don Letterio Festa e con la consulenza storicoartistica di Rossana Cartisano. Una giornata indimenticabile, dunque, per la città alle falde dell’Aspromonte che, avendo al suo interno ben due Santuari: quello di Tresilico dedicato a Maria Santissima delle Grazie e quello di Oppido Mamertina intitolato a Maria Santissima Annunziata, diventa una specie di “Capitale” pianigiana della religiosità Mariana e del culto popolare. Una giornata emozionante che balza agli onori della cronaca per la straordinarietà di un evento che avrà nei secoli memoria imperitura.


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Elevazione della Cattedrale a Santuario Diocesano

Preghiera di Ringraziamento Oppido Mamertina, Sagrato Chiesa Cattedrale 15 Agosto 2013

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olennità di Maria SS. Assunta “Bonasira vi dicu a vui Madonna la gloriusa di Santa Maria. Mu d’accumpagna la notti e lu iornu e puru quandu iamu pe la via”. Questo saluto, con cui abbiamo imparato a pregarti, sulle ginocchia materne, dai primi anni della nostra esistenza, e che sempre Ti rivolgiamo quando vogliamo cantarti il nostro amore, è anche il primo che Ti indirizziamo in quest’ora solenne di erezione del Santuario, a Te intitolato, o Maria SS. Annunziata, Esso ci riporta alla casa di Nazareth, dove Tu, donna eletta della stirpe di Israele e della fede dei padri, hai accolto il disegno di Dio nella Tua vita, diventando discepola e maestra dell’obbedienza al progetto della Trinità Santa, offerto al mondo e ad ogni singola persona, come segno efficace di amore e di sicura salvezza. Da oggi, in questo luogo, di attesa e di ascolto, di preghiera e discernimento, di oasi di silenzio e di contemplazione, di sguardi amorosi e di messaggi di grazia, con rinnovato e più intenso trasporto, nell’affidamento più completo, vogliamo metterci alla Tua scuola perché, guidandoci alla scoperta, progressiva e piena di stupore, di quel prodigio che è l’uomo, dal primo istante nel grembo della madre al primo istante nel seno dell’eternità, sviluppiamo un senso profondo e fattivo di gratitudine, diventandone custodi e difensori. A segno e memoria deponiamo ai Tuoi piedi, perché ce ne ricordi l’impegno, una rosa d’oro e un proiettile disattivato. Accanto nella stessa capsula di vetro, ci ricordino continuamente i due opposti sentimenti, – l’amore e l’odio –, che attraversano la storia del mondo e dell’uomo, pegno e fondamento della sua salvezza o della sua perdizione. La rosa d’oro vuole essere il segno e l’omaggio di amore che, come un tempo il principe alla propria donna offriva per manifestarle ammirata devozione, oggi vuole a Te esprimere il nostro che vorremmo immenso come quello che ti circonda in Paradiso, sempre lucente e inalterabile nel corso degli anni. La deponiamo ai tuoi piedi, come l’ammiriamo nella luminosa presenza a Lourdes e a Fatima, perché richiamo e ornamento a effondere il profumo di santità attraverso i passi compiuti nell’annunzio dell’Evangelo. Accettando d’essere Madre della Vita, con l’adesione pronta e gioiosa alla volontà divina, sei permanente richiamo all’accoglienza e alla custodia del grande miracolo che è ogni esistenza, indicando nel silenzio e nella premura vigile, nel rispetto e nella fiducia verso il Tuo Gesù,

la via sicura perché essa attraversi sicura le asperità del cammino con la dignità dei forti e la sapienza di un cuore in ascolto. Tu, Figlia e Madre, esperta in umanità, ben comprendi tutte le difficoltà che attendono le donne quando il loro corpo e la loro anima è chiamata ad essere strumento mirabile secondo il volere di Dio creatore, passando attraverso momenti di dubbio e di stremo, ma pur anche di gioia e letizia uniche quando il frutto del concepimento viene alla luce e rinnova il prodigio della vita, aperta all’avventura di un futuro che, solerte e intrepido, si pone sotto la protezione dell'Altissimo, con Te accanto. Il proiettile disattivato ci riporta, al contrario a immagini e pensieri di morte, la nemica della vita, un tempo in agguato anche per strapparTi il Figlio, vincitore unico del potere infernale, il grande drago, la bestia della menzogna e della violenza contro i figli di Dio. Sconfitto ma non domo, ricacciato nel suo mondo di tenebre, ma infaticabile architetto del male, continua ad aggirare i figli di Dio, attraendoli in cupi disegni di morte e di violenza, di vendette e di faide, di soprusi ed ingiustizie, con 1’amara constatazione di impunità e di inafferrabilità, lo sconcerto e la rabbia di chi si vede o si sente impotente. L’antico ingannatore, il seminatore di morte, resta sempre in agguato nelle nostre terre, pronto a ghermirne le anime. Vi si può inserire rodendo la fiducia nell’unico Dio, onnipotente e signore della vita, e presentendosi come l’esperto artefice di ogni male. Ti supplichiamo, come nei primi tempi della Chiesa: sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, noi che siamo nella prova libera da ogni pericolo. Non permettere che, lentamente, insensibilmente, fortemente, attecchiscano in noi pensieri e sentimenti non degni di figli della luce. Estirpa e cancella ogni pur minimo seme di male. Formaci uomini e donne di pace, forti di Dio e non della violenza. Ma svuota, anche, il potenziale di male, compresso nell’animo dei violenti affinché, disattivata ogni possibilità e potere di morte, si sentano trasformati dal tuo amore di Madre, il cui cuore sobbalza per ogni disegno criminoso, ma resta aperto all’accoglienza del pentimento e all’aurora di una nuova vita, che la bontà e la virtù rendono degna e serena, e possa, così svolgersi nella pace e nella concordia. Nel nuovo Santuario così ti pregheremo, così t’invocheremo. E Tu, che sei e resti il Santuario degnissimo dello Spirito Santo, consacra anche noi perché la nostra vita sia santuario di amore, di pace, di carità indefettibile e di fede incrollabile. Amen. Mons. Francesco Milito Vescovo di Oppido Mamertina-Palmi


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Nella foto: il paese di Varapodio in festa all'uscita della Madonna dalla Chiesa di San Nicola.

Una festa dedicata a Maria, Madre delle Madri

La Festa del Rosario

di Filomena Scarpati

Un momento corale di preghiera per la gente di Varapodio

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elle prime ore della mattinata di lunedì 19 Agosto si sono conclusi a Varapodio i festeggiamenti organizzati in onore della Madonna del Sacratissimo Rosario. Proprio dalla dimensione di questa festa che negli anni precedenti sembrava passare inosservata, a detta della cittadinanza sembra avvenire a Varapodio, la cosiddetta rivoluzione della fede. Durante l’omelia della messa solenne della mattinata di domenica, celebrata nella chiesa di San Nicola dove si festeggia la Vergine, don Mimmo Caruso, Parroco del luogo, ha detto: “Se pensiamo al Rosario come unico mezzo di elevazione a Dio per l’umanità, questa festa non poteva essere secondaria a nessun’altra”. “Pari dignita”– è stata quindi l’affermazione di Don Caruso – per tutte le feste dedicate a Maria Madre delle madri. Mai viLa Madonna del Rosario nella chiesa di Varapodio. sta, infatti, tanta gente raccolta in silenzio per la preghiera durante la processione durata oltre due ore che si è snodata per le vie del paese nel tardo pomeriggio di domenica 18 Agosto. Le tre serate principali durante le quali si sono tenuti anche i festeggiamenti civili, sono state il 16 Agosto con il concerto di

alcuni membri del Coro Polifonico “Santa Cecilia” e dei cori dei Vicariati della Diocesi, diretto dal Maestro Seminarista Domenico Lando, accompagnato all’organo dal Maestro Giusi Alessi e con la partecipazione straordinaria del Soprano Maestro Caterina Francese; l’indomani, in seconda serata, si è tenuta una rappresentazione teatrale sull’Iliade, quasi un monologo del regista attore del laboratorio teatrale calabrese, patrocinato dalla Provincia di Reggio Calabria. Il meritevole concerto di Povia, poi, tra la tarda serata di domenica e le prime ore di Lunedì ha concluso i festeggiamenti, riportando gli stessi numeri della processione, l’ampia piazza San Nicola si è vista gremita di spettatori che hanno seguito con interesse notevole, le numerose verità dette da Povia durante il concerto atipico, ma sicuramente in sintonia con i tempi. Musica, canto e problematiche sociali che si intrecciano tra loro e rendono più accessibile la presa di coscienza di una società in balia di numerosi pericoli, alienata da un’economia dove ancora prevale l’interesse personale di pochi ricchi signori. I momenti particolarmente emozionanti per la parte religiosa, sono stati oltre all’offerta di un cuore di rose da parte di una madre, dopo il Rosario serale di martedì, le preghiere del Parroco in ginocchio seguite dal popolo dinanzi alla Vergine e le Sue molteplici prediche non solo durante la novena, ma nella stessa giornata della festa, a voce squillante come in uso a Varapodio durante le feste, che hanno sicuramente risvegliato gli animi e le coscienze sul vero senso della fede che non è convenienza, ma servizio offerto a Dio e al prossimo, oltre che preghiera. Non prime donne, ma prime serve della Chiesa. La riffa finale e i fuochi d’artificio “al ciel sereno” hanno segnato questa volta, bisogna dire, non la fine, ma l’attesa fervente della prossima festa del Sacratisssimo Rosario che si terrà il prossimo Agosto del 2014.

«Il Rosario,

unico mezzo di elevazione a Dio»


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“A Fera da Pittara” I Fichi d'india, simbolo mediterraneo di Filomena Scarpati

visitatori, dalla lavorazione del bergamotto entrata nella tradizione varapodiese attraverso Don Antonino Di Masi, alla lavorazione di argento, alluminio, ceramica e monili di ogni tipo. Sono anche tante le degustazioni dell’enogastronomia tipica della nostra terra, aggiunge il Presidente e diversi i padiglioni che si occupano del sociale come quello della solidarietà della sezione Avis

A fera da Pittara” al suo quinto appuntamento continua a dare sul territorio della Piana i suoi buoni frutti, creando per Varapodio, paese che l’ha generata attraverso la Pro Loco, guidata dal Presidente arch. Francesco Fedele, un indotto economico che sta divenendo, anno dopo anno, un importante veicolo di promozione e allocazione dei prodotti Calabresi anche in buona parte nel mondo. Soprattutto se si considera che Varapodio è stato nel tempo uno dei paesi a più elevato tasso di emigrazione e che, ogni anno nei mesi di Luglio ed Agosto, il paese accoglie molti dei suoi figli emigrati. Intere famiglie si vedono passeggiare per le strade principali del luogo dove sono allocati gli oltre cinquanta padiglioni che puntualmente, anno dopo anno, continuano ad esporre prodotti tipici calabresi e dove è possibile consumare un panino con porchetta e salsicce genuine, prodotte a Varapodio, accompagnato da un buon boccale di birra alla spina a prezzo di fiera. Quest’anno il banchetto passeggero è stato arricchito da scamorza ripiena di ‘nduja e dulcis in fundo i fichi d’India a cui la Nella Foto: i protagonisti della "Fera da Pittara". “Fera” fa riferimento, già sbucciati di Varapodio di cui è Presidente la prof.ssa Filomena Silipigni, degli Scout di Varapronti per essere consumati. Quanto di buono, podio guidati da Mario Cucinotta e Giusy Diretto e di alcune Scuole Superiori della artistico ed artigianale si possa produrre in CaPiana con la realizzazione dei loro prodotti e tantissimi altri con nuove proposte”. Il labria, può essere acquistato, osservato o degubisogno di puntare sui giovani per lo sviluppo in Calabria viene proprio da queste stato nei due giorni di fiera di fine Agosto che testimonianze, nessuno potrebbe far meglio di loro, che hanno la mente libera da quest’anno si è conclusa il 23 con un concerto di preconcetti e schemi mentali precostituiti e tante energie da spendere per il bene musica locale Folk tenuto dai “Mattanza”. “Un comune. Tanti sono anche i giovani volenterosi di Varapodio iscritti alla Pro Loco mercato sotto le stelle" è definita la fiera dal Preche hanno collaborato col Presidente per la buona riuscita anche quest’anno della sidente Francesco Fedele, dove vengono esposti ormai tradizionale fiera. prodotti di ogni tipo realizzati sotto gli occhi dei Nella Foto: un momento del concerto dei Mattanza durante la fiera.

«Saporiti, pungenti e colorati dal sole»


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San Giorgio Morgeto

Ritorna alla luce la Chiesa di Maria S.S. dell’Assunta di Girolamo Agostino

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Nella foto: un momento della concelebrazione.

on è raro che nell’animo di ognuno di noi, il passato ci segua al pari della nostra ombra e spesso come in uno specchio rivediamo momenti remoti. Della Chiesa di Maria S.S. dell’Assunta (Chiesa Matrice) i sangiorgesi, un popolo onesto, di fede e laborioso, serbano i ricordi di un pezzo della loro

conoscerne la fine. Invece così non è stato per la Chiesa Matrice e con un inusuale rispetto della tempistica tutti gli interventi da progetto sono stati ultimati prima della data prevista (il 10 anziché il 31 Agosto 2013). Oggi, grazie al contributo economico della C.E.I., della Curia di Oppido-Palmi e del popolo fedele, la Chiesa Matrice di San Giorgio Morgeto riappare in tutta la sua monumentale bellezza. Fondata presumibilmente nel 1742, questa importante Chiesa, ai nostri giorni, necessitava di delicati interventi di risanamento strutturale, quali il rifacimento del tetto, l’impermeabilizzazione, il controsoffitto, il pavimento, l’impianto elettrico ed il portone in legno. Il tutto doveva essere rifatto nel rispetto della paesaggistica ambientale e soprattutto, era necessario operare nella salvaguardia delle sculture antiche esistenti, ma grazie all’impegno dei grandi progettisti, l’Arch. Cosimo Raffaele Zangari e l’Ing. Paolo Martino, tutte le difficoltà tecniche sono state superate. Non di poca importanza è stata l’attività del parroco di San Giorgio Morgeto, Don Salvatore Larocca (responsabile del procedimento), che con responsabilità, diligenza e rigidità ha vigilato costantemente sull’esecuzione delle opere. D’altra parte la stessa impresa appaltatrice ha operato con serietà e professionalità, anche servendosi delle eccellenti qualità degli artigiani del luogo che hanno lasciato un’impronta della loro bravura. Così, la sera del 10 Agosto 2013, dopo la Santa Messa di ringraziamento celebrata nella Chiesa dell’ex Convento dei Domenicani, al termine della processione, le venerate statue dei Santi Giacomo e Giorgio e della Vergine dell’Assunta rientravano nel luogo simbolo della cristianità sangiorgese, mentre la solenne Concelebrazione Eucaristica per la riapertura della Chiesa Madre si è svolta Domenica 11 Agosto alle ore 18.30, presieduta da S.E.

vita. Qui, quasi tutti gli abitanti di San Giorgio Morgeto sono stati partecipi di molte funzioni religiose ed in essa hanno ricevuto i sacramenti. Pur consapevole dell’esigenza del restauro per il recupero ed il risanamento della struttura e nonostante vi abbia contribuito economicamente, la comunità ha accolto a malincuore la sua chiusura nel 2011 (13 Giugno), perché abitualmente, dalle nostre parti, se è possibile conoscere la data di inizio di un’opera, è quasi sempre difficile

Veduta di San Giorgio Morgeto.

Mons. Francesco Milito della Diocesi di Oppido-Palmi, il quale, sostando dinnanzi al portone dell’entrata principale, spiegava ai fedeli le ragioni profonde della celebrazione in atto, cioè “benedire la nuova porta di questa Chiesa”, pregando umilmente il Signore perché «quanti varcheranno la soglia della Casa di Dio, per ascoltare la parola e celebrare i Divini Misteri, seguano con docilità la voce di Cristo che proclama: “Io sono la Porta della vita eterna”». Facendo poi il suo ingresso in Chiesa, accolto da una folla numerosa, alla presenza delle autorità istituzionali, ha dato inizio alla benedizione con l’Acqua Santa giungendo fino all’Altare Maggiore, dal quale, dopo aver rivolto lode al Signore, ha officiato la Santa Messa; nell’Omelia, rivolgendosi ai fedeli, ha sottolineato che la bellezza materiale altro non è che lo specchio dello spirito, invitandoli a credere e sperimentare la fede nella vigilanza cristiana. Successivamente, Mons. Milito ha manifestato la sua approvazione rispetto a quanto affermato dal parroco Don Salvatore Larocca, che intervenendo alla fine della funzione per ringraziare il popolo della partecipazione, ha usato dure parole di richiamo per quanti, con facile polemica “seminano spine” ed alimentano un dannoso clima di divisione contrario ai principi della Chiesa. Unanime è stata la riconoscenza dei sangiorgesi per la riapertura materiale dell’opera, all’interno della quale, coltivando con impegno la cultura della fede, si auspica di raccogliere i buoni frutti della solidarietà, dell’amore e della giustizia. Un ringraziamento particolare inoltre, va rivolto al parroco, Don Salvatore Larocca, che sin dal suo arrivo in paese, si è prodigato instancabilmente, nella sua missione, tracciando linee guida per i giovani, distogliendoli da cattive iniziative, usando all’occorrenza parole forti, giuste e di rimprovero rivolte anche a molti genitori poco responsabili dei figli nonché a quegli insegnanti restii al loro dovere di educazione e di formazione dei ragazzi. Non sono mai mancate poi, da parte sua, parole di incoraggiamento e di speranza per gli ammalati e di solidarietà alle famiglie e ai nostri emigrati, che ovunque, sparsi nel mondo, hanno sempre onorato nella cristianità la terra natia, portando al contempo rispetto a quella che li ha ospitati.


Nuovo successo per l’ l.C. Monteleone Pascoli di Mina Raso

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’Istituto Comprensivo “MonteleonePascoli” ha vinto il primo premio del concorso “Filmare la Storia” indetto dall’archivio nazionale di Torino. Gli alunni delle classi 3 D, 4 A e 5 D, seguiti dalle rispettive maestre coordinatrici di classe, Chiara Chindamo, Teresa Ielo e Elisabetta Curatola, protagonisti del cortometraggio girato e montato dal papà di un’alunna partecipante, Pasquale Aveta, hanno realizzato il cortometraggio “Ricorda, rifletti e... ama” in occasione della shoah, presentato il 27 Gennaio al meeting delle scuole di Taurianova, svoltosi nell’auditorium dell’Istituto Superiore Gemelli Careri. Il cortometraggio ha partecipato ad una serie di concorsi, risultando tra i primi sette classificati al Cinema Capua Festival, primo classificato, per le scuole primarie, al concorso Filmare la Storia, inoltre ha ricevuto una menzione speciale al Tropea Cinema Festival. La decima edizione di Filmare la Storia ha

Filmare la Storia

visto protagonisti e vincitori gli alunni dell’I.C. “Monteleone-Pascoli”, con il riconoscimento del premio Paolo Gobetti, fondatore dell’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, partigiano giovanissimo e poi critico cinematografico e regista, scomparso diciotto anni fa. Una giuria importante e competente composta da Rossella Schillaci, regista e produttrice, da Marco Brunazzi, docente di Storia contemporanea all'Università di Bergamo e vicepresidente dell'Istituto di studi storici “Gaetano Salvemini” di Torino, da Marco Mastino, l’Associazione Museo Nazionale del Cinema, e da Daniela Mussino ed Eleonora Mazza, insegnanti di “Iter”(Istituzione Torinese per una Educazione Responsabile) della Città di Torino. Il primo premio, consistente in una cifra simbolica di 100,00 €, in libri e una targa, ed è stato ritirato il 6 Giugno presso l’Archivio Nazionale della Resistenza di Torino. Ecco la motivazione: “Per la tematica della questione ebraica affrontata con passione e precisione nei particolari mantenendo un importante legame con il contemporaneo. Ad un ottimo utilizzo del mezzo visivo si accompagna una recitazione corale e una scelta delle location di indubbio fascino.” L’ultimo riconoscimento qualche giorno fa al Festival del cinema di Tropea (17-20 Luglio) dove durante un’emozionante manifestazione, il Dirigente Scolastico Maria Aurora Placanica, gli alunni e i tutor hanno ritirato la Menzione Speciale. Il carnet di premi vinti da questa scuola diventa sempre più ricco, grazie all’impegno profuso in abbondanza dal Dirigente Scolastico e da tutti i docenti e, ovviamente, dagli alunni. Il merito viene riconosciuto, com’è giusto che sia. Buona Estate I.C. “Monteleone-Pascoli!”

Nella foto: menzione d'onore per il cortometraggio a Tropea.

Siti

Partners

Circolo “Don Pietro Franco”

Centro servizi E.N.Te.L

Ente Nazionale Tempo Libero

Ufficio Zonale Via B. Croce, 1 89029 - Taurianova (RC) info: 347.6954218

Canale Digitale 636


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Alla Stockfish National Fest di Carmen Ieracitano

Vinicio Capossela Cibo, musica e suggestioni

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embra sia stato ancora una volta un colpo andato perfettamente a segno quello che quest’anno ha legato il nome della Festa Nazionale dello Stocco, creata, promossa e sostenuta dalla Stocco&Stocco di Francesco D’Agostino, azienda cittanovese leader del settore, a quello di Vinicio Capossela. Trentamila circa gli accorsi da ogni dove a Cittanova, stipando letteralmente via Campanella, per il concerto dell’amatissimo cantautore nato ad Hannover ma di origine irpina, che deve il bizzarro nome di battesimo alla passione paterna per il celebre fisarmonicista Vinicio. Autore di molti dischi per la Durium negli anni sessanta, la cui scelta di esibirsi assieme alla Banda della Posta, un’autentica “banda Nella foto: Vinicio Capossela.

Nella foto: un primo piano di Capossela giovane.

per matrimoni” all’italiana, il cui repertorio di polke, mazurke, valzer, passo doppio, tango, tarantella, quadriglia e fox trot, si discosta forse un po’ da quello classico di Capossela, è stata, forse proprio per questo, contestata da alcuni. Ma le motivazioni espresse dallo stesso cantautore, fin

dall’inizio dello spettacolo, per quell’inatteso “matrimonio” artistico non lasciano alcun dubbio sull’intento di far divertire, di far ballare. Intento espresso poi in maniera diretta sul palco, durante l’esecuzione di un valzer in cui lo stesso si è cimentato accompagnato da una dama.“Lo sposalizio – ha detto Capossela, presentando il concerto – è stato il corpo e il pane della comunità, il suo mattone fondante. Veniva consumato con il cibo e con la musica. Questa musica che accompagnava il rito era umile, da ballo, adatta ad alleggerire le cannazze di maccheroni e a sponzare le camicie bianche, che finivano madide e inzuppate, come i cristiani che le indossavano. Un repertorio che era, in fondo, comune nell’Italia degli anni ‘50, ’60, e che si è codificato come una specie di classico del genere in un periodo nel quale lo sposalizio – continua Capossela – è stata la principale occasione di musica, incontro e ballo”. Non dimentica le origini, Capossela, né le proprie, né quelle della Banda, di cui ci porge delicatamente la storia. “A Calitri, in alta Irpinia, – ricorda ancora – qualche anno fa, un gruppo di anziani suonatori di quell'epoca aurea non priva di miseria, ha preso l'abitudine di ritrovarsi davanti alla Posta nel pomeriggio assolato. Montavano la guardia alla Posta, per controllare l’arrivo della Pensione. Quando l’assegno arrivava, sollevati tiravano fuori gli strumenti dalle custodie e si facevano una suonata. Il loro repertorio fa alzare i piedi e la polvere e fa mettere ad ammollo le camicie sui pantaloni. Ci ricorda cose semplici e durature. Lo eseguono impassibili e solenni, dall’alto del migliaio di sposalizi in cui hanno sgranato i colpi. Per questo si sono guadagnati il nome di Banda della Posta. Un concerto inedito, quindi, ma che non ha deluso nel quale non è mancato lo spazio anche per i classici del cantautore. Gran finale con il “Ballo di San Vito” e la struggente esecuzione di “Ovunque proteggi”, un’autentica poesia in musica con cui Capossela si è congedato, visibilmente emozionato e soddisfatto per il calore ricevuto. E soddisfatta è anche Cittanova, protagonista di un altro grande evento indimenticabile. Nella foto in basso: un momento dell'esibizione.

«Capossela

ha offerto momenti di vera poesia in musica»


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Multicultura etnopop

Tradizionandu 2013

Per scoprire l'anima popolare della musica di Carmen Ieracitano

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uccesso senza precedenti per la sesta edizione di Tradizionandu Etnofest, che ha animato Cittanova dal 16 al 18 Agosto. Le tre serate all’insegna del fusion e della multiculturalità che, abbracciando ogni ambito, musica, arte, gastronomia, caratterizzano ormai il lavoro principale dell’Associazione “Lato 2”, hanno registrato il tutto esaurito anche quest’anno. Segno certo che l’integrazione culturale non è affatto utopia come testimoniano coloro che hanno visto africani ballare la tarantella e calabresi muoversi ai frenetici ritmi tribali, banchi di cous-cous marocchino convivere pacificamente accanto a quelli di panini con porchetta e ai vassoi menù con specialità calabresi e non, durante la Festa della Cucina Mediterranea, una delle novità dell’anno all’interno del festival che sta diventando un vero e proprio contenitore. Anche questo è Tradizionandu. Ma Tradizionandu è soprattutto musica. La prima serata, all’insegna dell’ “incontro”, ha visto i calabresi “Phaleg” aprire le danze per poi cederle ai ritmi tribal griot di “Baba Sissoko”, formazione nata da componenti di già diverse provenienze e culture all’interno del continente africano. La seconda, il 17, già più impostata alla tradizione della taranta, né stata animata dagli “Etnosound”, formazione calabrese di nuova generazione e portata all’apice dal “Taranta Power” di Eugenio Bennato che con il suo tour “Balla la nuova Italia” ha lanciato la danza come denuncia sociale “di chi non ci vuole stare”. In molti, a giudicare dai numeri di piazza San Rocco, all’incirca diecimila persone. Non di meno dell’ultima serata che dopo l’apertura di Fabio Macagnino e della sua “JCS band” ha dato spazio ad una conclusione in grande stile con i “Modena City Ramblers”, gruppo di punta dell’ “alternativa” nazionale per i quali giovani da tutta la regione sono giunti a ballare a Cittanova, una scelta da alcuni considerata discutibile e fonte di alcune polemiche su una presunta “politicizzazione” del festival ma che ha trovato la sua smentita e contemporaneamente raggiunto il suo clou du-

rante l’esecuzione di “Bella Ciao” che ha visto la divertita partecipazione sul palco anche del sindaco Alessandro Cannatà. Immagine rimasta impressa nella memoria di tutti, divenuta subito una vera chicca-cult. Boom senza precedenti anche per i gadget di Tradizionandu Etnofest, magliette esaurite e ordinazioni a fiume per le taglie introvabili già dalle seconda serata. Novità dell’anno la compilation “Tradizionandu Etnofest”, cd che include 18 brani rappresentanti il meglio delle prime cinque edizioni, andato letteralmente a ruba al prezzo popolare di 5 euro. Stupore e ammirazione anche per la scenografia, progetto e opera di Daniele Ligato, cittanovese adottato da Roma e da Cinecittà dove lavora ormai da qualche anno, alla quale lo scenografo e il suo team hanno lavorato in gran segreto per oltre un mese. Il risultato: sei giganteschi libri anticati con titoli provenienti da tutte le lingue del mondo, a rappresentare la cultura universale. Un messaggio quanto mai chiaro e indiscutibile. Tradizionandu è soprattutto cultura, e cultura è tutto ciò che ci rappresenta e ci accomuna.

Nella foto in basso: Il Sindaco Cannatà con la voce solista dei "Modena City Ramblers".

«L'integrazione culturale

non è utopia»

Nella foto: i "Modena City Ramblers" in concerto al Tradizionandu.


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di Francesca Carpinelli

Ciccio Epifanio interpreta Totò Frisina Scritti inediti all'overture dei Giardini letterari

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questo il titolo del simposio che ha tenuto a battesimo, in quel di Oppido Mamertina, il primo appuntamento dei “Giardini letterari”, la rassegna itinerante di ritrovi culturali estivi promossa dall’Associazione Culturale “Geppo Tedeschi” per omaggiare, con una nuova iniziativa di pregio artistico-letterario, la memoria dell’omonimo poeta futurista oppidese. L’incontro, tenutosi nel cortile del Palazzo Grillo di Oppido Mamertina, è iniziato con i saluti della presidente Maria Frisina. “Nella prospettiva elegiaca del ricordo, il simposio di questa sera, ha detto la Frisina, spalanca la cattedra umana ed intellettuale del compianto amico Totò Frisina,

alfiere progressista di libertà e giustizia sociale, attrattore culturale per tanti giovani, editorialista e socialista di frontiera”. A seguire, il ricordo del vicesindaco e assessore alla cultura Maria Zerbi. “Amava sensibilizzare i giovani, interessarli alla vita amministrativa, politica e sociale, ha asserito la Zerbi, organizzando dei dibattiti, promuovendo delle iniziative, poiché era convinto che sono proprio i giovani l’avvenire della società.” Dopo, la memoria dell’assessore provinciale alle attività produttive Domenico Giannetta. “Totò Frisina era un uomo di un elevato spessore politico, una persona dalle mille risorse, ha affermato Giannetta, che non si è mai tirata indietro nei momenti di bisogno della collettività e che ha saputo infondere in noi dei sani principi e ideali”. Lo stesso assessore provinciale ha fatto dono di una targa alla famiglia a ricordo della serata. Il cantastorie oppidese Ciccio Epifanio, con accompagnamento musicale di Stefano Scicchitano, ha proposto il poemetto “La genesi a mia moglie Leda” e una divagazione in vernacolo calabrese sul primo canto dell’Inferno Dantesco scritto in onore del canonico Giuseppe Pignataro. Lo stesso aedo ha dedicato al compianto Totò Frisina, il brano inedito “Ninna nanna”. Successivamente, la significativa testimonianza del giornalista del Tg2 Paolo Bolano. “Totò Frisina è stato un grande e noi dobbiamo ringraziarlo per quello che ha fatto, ha sottolineato il giornalista, perché ha lottato per la giustizia sociale, per la dignità umana e per l’uguaglianza come tutti i socialisti di frontiera”. Infine le conclusioni di Giuseppe Caridi, presidente della Deputazione di Storia Patria per la Calabria. “Era una persona disinteressata, generosa e coerente e questo dimostra l’eccezionalità della sua figura”. La presidente Maria Frisina ha voluto aprire così il tour della cultura nella piana di Gioia Tauro ricordando una Da sinistra: Stefano Scicchitano, persona del panorama politico la Presidente Maria Frisina oppidese che aveva anche un e il cantastorie Ciccio Epifanio. innato talento letterario.

Il Corriere della Piana propone la poetica di Emilio Argiroffi

Gitano della parola

Nel contesto dei Giardini Letterari della “Geppo Tedeschi”

di Xenos Acronos

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i è tenuto a Taurianova, martedì 27 Agosto, nell’incantevole location del giardino di Villa Zerbi, il quarto appuntamento della rassegna estiva “I Giardini Letterari” promossa dall’Associazione Culturale “Geppo Tedeschi” di Oppido Mamertina, e articolata in un percorso itinerante di appuntamenti nella Piana del Tauro per rendere così omaggio all’illustre poeta futurista Geppo Tedeschi

a vent’anni dalla sua morte. L’incontro, dal titolo “Gitani della parola – la poesia di Emilio Argiroffi”, ha reso omaggio alla poetica del medico, politico e poeta italiano nel quindicesimo anniversario della sua scomparsa ed ha visto la presenza di un numerosissimo ed affascinato uditorio che ha ascoltato con attenzione e, in qualche momento con commozione, la dizione di Luigi Mamone accompagnato al violino dalla bravissima Chiara Pia Ambesi. La poetessa Maria Frisina, Presidente dell’Associazione “Geppo Tedeschi”, moderatrice della serata, ha affermato: “Argiroffi voleva respirare la profonda corrente dell’anima” - “tutti avvertivano l’estensione della sua cultura, la consistenza umana dei suoi contenuti, la determinazione con cui si dedicava alle battaglie per l’affermazione dei diritti umani, per il riscatto del mezzogiorno e per affrancare l’uomo dalla misera e dalle dittature”. Gino Cordova, fondatore del “Corriere della Piana”, ha dichiarato: “La cultura allontana ogni avversione e diversità politica. Sebbene sia stato un costante avversario politico di Argiroffi riconosco l’alto merito letterario della sua produzione ed invito tutti gli uomini politici di oggi a sciogliere ogni insofferenza per amore della cultura, bontà aggregante”. Natale Zerbi, “giardiniere”, proprietario di Villa Zerbi, ha porto il suo saluto e la testimonianza dell’amicizia con il poeta senatore: “Il genio creativo di Emilio era sempre in agguato. In qualsiasi


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In ricordo di Totò Frisina

Testimonianza di Maria Zerbi, Vice Sindaco di Oppido Mamertina di Maria Zerbi

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icordare il dottore Totò Frisina è per me motivo d’orgoglio da una parte e di profonda tristezza dall’altra. Tanti ricordi si affollano nella mia mente, anche se il rapido scorrere del tempo li affievolisce lentamente ed inesorabilmente fino a farli scomparire. E’ incontestabile che Oppido abbia avuto dei personaggi che, al di sopra di ogni schieramento di parte, hanno operato con saggezza per affrontare e risolvere i problemi della nostra collettività, personaggi che hanno amato il nostro paese, che hanno cercato di migliorarlo e che sono modelli di esempio per le future generazioni. L’indimenticabile Totò non era soltanto un vero amico, ma talvolta appariva come un fratello maggiore, pronto ad elargire consigli che scaturivano dall’alto della sua grande esperienza. Lo rivedo ancora avvicinarsi con l’aria sorridente e benevola di chi esplora il terreno per sapere e per dare suggerimenti. Nei miei confronti egli nutriva grande stima e fiducia; ed è stato nel campo amministrativo organizzatore e sostenitore di liste alla formulazione del cui programma aveva dato un poderoso e concreto contributo. Egli era dell’avviso che in determinati momenti storici si richiede la presenza di persone adatte e capaci, in grado di affrontare delicate situazioni con determinazione e nel contempo con moderatezza. Questa sua visione

Nelle foto: la Prof.ssa Maria Zerbi.

proveniva dal ruolo che aveva svolto nel passato in qualità di vicesindaco e da posizioni eminenti che aveva ricoperto nella sua formazione politica. Amava sensibilizzare i giovani, interessarli alla vita amministrativa, politica e sociale organizzando dei dibattiti, promuovendo delle iniziative, poiché era convinto che sono proprio i giovani l’avvenire della società. La sua prematura scomparsa lascia indubbiamente un vuoto, non solo in noi che abbiamo avuto il privilegio di godere della sua amicizia ma anche nell’ambito di tutta la comunità oppidese. Egli è stato non solo un esperto ed illuminato uomo politico, ma anche un sensibile uomo di cultura, come lo dimostrano i suoi molteplici interessi in merito alle origini di alcune tradizioni popolari. Io ritengo che l’amico Totò sia spiritualmente vicino a noi soprattutto quando cerchiamo di mettere in atto dei programmi alla cui realizzazione egli teneva tanto. Perciò sarà nostro dovere ricordarci di lui nell’azione dell’attività amministrativa. Sono sicura che egli sarà sempre accanto a noi quando operiamo per il bene del nostro paese e ci sorreggerà e ci darà la forza per andare avanti.

Nelle foto: un momento della serata a Villa Zerbi.

occasione sfoderava taccuino e matita e tratteggiava i ritratti di chi gli si poneva di fronte, anche di donne poco gradevoli che rendeva belle, come la loro interiorità”. La poetica di Argiroffi è stata introdotta e sviluppata dalla Giornalista Marzia Matalone “Poesia corale dei protagonisti della storia, poesia degli ultimi e delle vittime, ma anche quella del Poeta Veggente il cui sguardo oltrepassa il presente della storia e lo ripercorre su binari paralleli” e dallo scrittore Antonio Roselli: “Tutta la frenesia esterofila di Ar-

giroffi straborda nella rivendicazione di giustizia sociale, di pace tra i popoli, di globalizzazione lessicologica di una poesia che diviene universale ed «etnoleggibile» ad appannaggio di tutta l’umanità”. A trarre le conclusioni dell’incontro il professor Antonino Zumbo, ordinario di storia di filologia e della tradizione classica dell’Università di Messina, che ha affermato: “In Argiroffi si degusta tutta la letteratura del turbolento novecento italiano e mondiale. Nella sua poesia vi è la ricapitolazione della storia umana: dagli accenti veterotestamentarii, alla cultura letteraria di leviana memoria”. L’evento ha registrato, gli interventi della preside Maria Corica, del past Presidente del Consiglio durante la sindacatura Argiroffiana, Dott. Carmela Nicotera, e dell’artista Nuccio Gambacorta Morizzi che ha esposto al pubblico un suo dipinto direttamente ispirato alla lirica di Argiroffi “La Signora Misteriosa”.


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Animalisti alla ribalta a Taurianova

Quattrozampe da

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na nuova realtà sociale è nata a Taurianova: “Amici Animali” gruppo di giovani volontari che si battono per i diritti degli animali d’affezione. Per capire meglio di cosa si tratta, abbiamo intervistato il coordinatore del progetto MafiaNO (di cui Amici Animali fa parte ndr). Nino Spirlì, già apprezzato autore televisivo e di opere letterarie coadiuvato da Manuel Ferrarini che i volontari ringraziano per il suo prezioso aiuto. Come nasce l’Associazione “Amici Animali”? Da gruppo di volontari che si occupa soprattutto di monitorare e segnalare la condizione dei randagi a Taurianova, restando a stretto contatto con le associazioni già presenti sul territorio quali la “lega nazionale del cane” di Reggio Calabria e “le palle di pelo” che opera nella locride. Cosa propone questa Associazione? L’attività specifica è quella della cura e della tutela dei di-

difendere Intervista a Nino Spirlì fondatore di “Amici Animali”

ritti degli animali che sul nostro territorio solo negli ultimi tempi hanno cominciato a godere di un trattamento più adeguato alla loro dignità. Mai più cani alla catena, mai più cibi di fortuna, mai più abbandoni estivi e mai più violenze e/o sevizie. Nel mese di Agosto vi siete resi protagonisti di una colletta alimentare per gli animali d’affezione. Il ricavato a chi è stato destinato? Un grazie va al parco commerciale “La Cometa”. Nonostante qualche reticenza iniziale, abbiamo consegnato cinque carrelli stracolmi di cibi per cani e gatti alle due Associazioni "lega del cane" (che al momento ospita oltre 350 cani nel “rifugio” di Campo Calabro) e “le palle di pelo” che si occupa di più di 80 tra cani e gatti nella costa jonica. L’altra attività importante è il contributo che la Birreria 34 consegnerà ad amici animali di Taurianova alla fine di Agosto, ovvero una percentuale sugli incassi che consentirà la sterilizzazione di un nutrito numero di femmine di cane e gatto sul territorio taurianovese. La benedizione degli animali officiata da don Antonio Spizzica è contemplata nel novero delle celebrazioni della Chiesa cattolica ed altro non è che la ripresa di un’autentica tradizione taurianovese ormai perduta che avveniva durante la celebrazione dei festeggiamenti in onore di Sant’Antonio. Che programma intendete portare avanti e quale sarà il vostro prossimo impegno (SettembreDicembre 2013?) Nei prossimi mesi, in collaborazione con tutti i soggetti aderenti a MafiaNO sarà proposto quanto già attivato a Taurianova oltreché l’avvio di un progetto che migliori le condizioni di ospitalità degli amici a quattrozampe.

«Meglio un cane amico che...»

Foto di gruppo dei soci di "Amici Animali".

di Giovanni Rigoli


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di Luigi Cordova

Il “Padre Nostro”

in estemporanea d’arte

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uriosità e grande interesse ha destato l’iniziativa artistica svolta il 29 Luglio scorso presso la Parrocchia Santa Famiglia di Palmi. L’evento, un’Estemporanea di pittura e grafica ispirata alle parole del Padre Nostro “come in cielo così in terra”, ha richiamato artisti da Cosenza, Torino, Vibo Valentia, Laureana di Borrello, Palmi, Rosarno, che hanno dato il meglio di se stessi cimentandosi in un tema inusuale per un’estemporanea, lavorando all’aperto tra le fronde degli alberi e le architetture della moderna Chiesa che ha certamente sollecitato l’ispirazione, hanno riflettuto sul loro mondo interiore pervenendo ad espressioni artistiche di gran valore che testimoniano grande fede. La manifestazione, patrocinata dal Comune di Palmi, dall’Associazione Santa Famiglia e dalla Diocesi Oppido-Palmi, è nata da un’idea dell’Associazione Culturale Cristiana d’Arte e di Ricerca Eliopoli, il cui presidente Nuccio Gambacorta ha costituito pure la giuria formata dai Professori: Enzo Cicala, Rosalba Monterosso, Angela Attisano e dal parroco Don Pasquale

In alto: il dipinto I° classificato di Giorgio Di Gifico. A sinistra: Il dipinto "Getsemani" di Antonio Viscardi, fuori concorso.

Nella foto sotto: momenti della premiazione.

Pentimalli. I primi tre premi sono stati assegnati a: Giorgio Di Gifico (Torino) Autore di una composizione grafico-pittorica d’estrema bellezza, Adriano Fuscà (Vibo Valentia) dal linguaggio corposo rivolto alla figura umana, Ambra Miglioranzi (Rosarno) con le sue note simboliche protese al dramma. Hanno avuto una segnalazione speciale Carmela Calimera (Laureana) di stile espressionista e Leda Cilona (Palmi) dal linguaggio quasi “Fauve”. Alla cerimonia di premiazione condotta da Laura Rutigliano e Nuccio Gambacorta hanno presenziato Sua Eccellenza Rev.ma il Vescovo Francesco Milito, la dirigente del servizio Cultura e Pubblica Istruzione Dott.ssa Maria Rosa Garipoli, il direttore del Museo Diocesano ing. Paolo Martino, il parroco della Santa Famiglia Don Pasquale Pentimalli, il diacono Don Rosario Carrozza e la valletta Valentina Pisano. Il Vescovo è intervenuto complimentandosi per la riuscita dell’Estemporanea, allietata, tra l’altro, dalla presenza delle poetesse Maria Frisina e Caterina Sorbara che hanno contribuito a creare un clima altamente spirituale con due componimenti di elevata qualità lirica ispirata al Padre Celeste. Tra i vari artisti partecipanti all’iniziativa si son fatti notare Antonio Viscardi per la sua abilità tecnica, Nadia Riotto per le figure allegoriche, Maria Teresa Borgese per il riferimento storico, Caterina Mauro per la luce infusa dallo spirito, Carlo Monterosso per l’accostamento agli elementi naturali della creazione. Con siffatte qualità, i vari autori son stati motivo di sollecitazione affinché sua Eccellenza Monsignor Milito si augurasse la prossima realizzazione d’una struttura museale di Arte Sagra Contemporanea, che doni al mondo circostante segni di speranza e di testimonianza. L’intera manifestazione si è svolta dalle ore 10,00 alle ore 20,00 ed è stata ripresa dal tecnico signor Luigi Cartisano al quale vanno tanti ringraziamenti.


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di Luigi Cordova

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Ondina dai capelli fluenti e le allegre amiche. Profili di donne seducenti L’ultima fatica di Giosofatto Pangallo

uest’ultimo lavoro del prof. Giosofatto Pangallo si discosta nettamente dalle tematiche da lui solitamente affrontate. Le sue precedenti pubblicazioni riguardano, infatti, argomenti di storia locale, o microstoria, come è opportunamente definita, e di critica letteraria. Propone ora alla nostra attenzione in un testo snello ed elegante, edito da Calabria Letteraria Editrice, un lungo racconto-romanzo, che attrae subito per la sua specificità e per il fascino che promana. La specificità consiste nell’originalità dell’argomento trattato, che riguarda una parte del mondo delle donne, visto non nell’esilarante propensione dell’uomo ad ascoltare, vedere, leggere e nutrirsi di aspetti e atteggiamenti allettanti, ma nella considerazione che certi comportamenti e modi di fare propri di quell’ambito sono determinati, a volte, da scelte affrettate, non ragionate o addirittura aberranti, che sono da comprendere. Il fascino è suscitato dalla maniera affabulante con cui l’autore si accosta a quella materia, alquanto intrigante e, nel contempo, perturbante e la svolge. Quelle donne si muovono spesso con molta libertà, al di fuori di ogni osservanza e previdenza, perciò si cade nella spregiudicatezza: vedi Clara, Ondina e Stella; nell’intolleranza, nella furbizia e nell’arroganza: vedi Rosa, Vilma e Nina; nella vacuità e volubilità: vedi Eloisa. Cadono anche nella sfrenatezza quante, comprese tutte le donne non menzionate per nome presenti nel volume, antepongono la loro passione sensuale o il loro egocentrismo ad ogni equilibrato rapporto umano, familiare, amicale e sociale. L’autore, a un certo punto dell’opera, che è suddivisa in 23 capitoli per complessivi 112 pagine, per bocca di Giorgio, che è l’io narrante, esclama, rivolto a sé stesso: “O quantum est in rebus inane!”

Con ciò, denotando una sua palese amarezza per la condizione umana di quelle donne, intende ri-marcare l’inutilità di molti gesti e di tanti esibizionistici atteggiamenti, che rivelano soltanto il vacuo, il futile e il nulla. L’autore si muove in un contesto, sotto qualche aspetto, privo di valori e di riferimenti certi, che determina sbandamenti e che spinge alle trasgressioni. Davanti a tutto ciò, il suo atteggiamento, prima rigido e severo, ma non burbero, diventa tollerante e comprensivo; analizzando, infatti, quei comportamenti viene a conoscenza che quel modo di agire è determinato non solo da sfrenate perversioni, che sono fini a sé stesse, ma molto spesso, da profonde patologie, che portano alla compulsione e alle deviazioni. Lascia che coloro che si agitano si agitino. Tu rimani in pace, citando Santa Teresa di Gesù Bambino, dice ripetutamente a Clara, cara ragazza labile e senza freni inibitori, cercando di creare in lei un clima di imperturbabilità, che possa calmarla, tranquillizzarla e farla riappropriare della sua naturale dimensione umana e della sua svuotata personalità. Tuttavia,

Giosefatto Pangallo.

Giosofatto Pangallo È

nato e vive a Taurianova (RC). È stato ordinario di Italiano e di Storia negli istituti d’istruzione secondaria superiore. Ha al suo attivo numerosi articoli di carattere storico e letterario, pubblicati su giornali e in riviste specializzate, tra cui particolarmente significativo è il saggio breve “Un’eroina del XVII secolo: Elisabetta Survara, ovvero il coraggio di essere donna”, pubblicato nel 1995 su Historica. Alterna alla passione per la storia l'interesse per la letteratura italiana. Ha pubblicato: - I casali di Terranova, Forgraphic, Taurianova (RC) 1993; - Narrativa dell’utopia (I. Silone, E. Vittorini, C. Pave-se), Periferia, Cosenza 1999; - Terranova. Una città feudale calabrese distrutta nel 1783. Amministrazione, società, economia, Centro Studi Medmei, Rosarno 2010. - Aldo Pangallo, Addio leone ruggente. La forza della dignità, a cura, premessa e introduzione di Giosofatto Pangallo, La Piana Edizioni, Palmi 2012; - Ondina dai capelli fluenti e le allegre amiche. Profili di donne seducenti, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli 2013.

«...Donne

che si muovono spesso con molta libertà» c’è in lui tanta angoscia, che riesce a superare, dopo aver preso coscienza di quella particolare condizione umana, raccontando, in questo romanzo fluido e dal linguaggio forbito, tante vicissitudini di più donne, sposate e non. Sono situazioni dolorose, che accadono quotidianamente in questa nostra società, sia pure in maniera inosservata e silente, narrate con slancio, partecipazione e con sofferenza, evitando volgarità, riprovazioni o condiscendenze. L’opera, avvincente e coinvolgente, trasmette molteplici messaggi che vanno scoperti poco per volta, accostandosi al libro con serenità d’animo e riflettendo sui diversi aspetti che esso presenta. Messaggio cardine, che evidenzia anche l’arricchimento della maturità dell’autore, è quello del pieno rispetto e dell’intangibilità della dignità umana, nonostante ogni forma di aberrazione.


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Il male necessario quale elemento necessitato per l’affermazione del bene

“Succede tutto per caso” Il secondo romanzo del giudice Rocco Cosentino di Giovanni Rigoli

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l male necessario quale elemento necessitato per l’affermazione del bene e il trionfo della verità e, dunque, della giustizia. Questa la chiave intorno alla quale in un complicato gioco delle parti che potrebbe – ma solo inizialmente e apparentemente – far domandare al lettore chi siano veramente i buoni e chi i malvagi, chi i portatori della verità e chi i propalatori di menzogne, chi i paladini della giustizia e chi della nefandezza. Si sviluppa la trama di: “Succede tutto per caso”. Titolo, appropriato come non mai, che lo scrittore Rocco Cosentino ha dato a questa sua seconda opera, che nonostante la dovuta evidenziazione che “riferimenti a fatti e persone sono del tutto casuali”, verosimilmente trova spunto dalle vicende di cui professionalmente, da magistrato, ha dovuto occuparsi e che ben vengono amalgamate in un impianto narrativo che, come nel suo primo romanzo “Niente di cui pentirsi” sviluppa con interessanti cenni di modernismo narrativo le tipicità narrative del genere noir. Anche se molto coraggiosamente – e questa è la grande novità e il maggior pregio del libro – dopo decenni di mitizzazione e fin troppo facili enfatizzazioni sul ruolo e sulla mission quasi eroica dei magistrati, inossidabili al punto da sembrare vivere dentro torri d’avorio, affronta con molta franchezza l’aspetto intimo e umano, fragilmente umano, dell’uomo chiamato a giudicare altri uomini ma che nella sua intima quotidianità è essere, anch’egli fallace, capace di impeti d’altruismo, di debolezze e di errori. Tutto, dunque, anzi – ovunque – succede per caso: l’omicidio di un ragazzo perbene, pur lasciando nell’indifferenza assoluta i suoi concittadini, scuote la coscienza di un freddo e spietato assassino che, guidato da una propria morale e da una particolare visione della

giustizia terrena, inizia un lungo viaggio nei più reconditi meandri della psiche umana. Una giovane donna, alle prese con la sua prima esperienza di rilievo da Pubblico Ministero, è costretta a combattere contro i pregiudizi maschilisti prima ancora che contro gli autori di una lunga scia di sangue. L’indagine penale sarà quindi il pretesto per esplorare la vera essenza della società moderna che, dietro una facciata perbenista, nasconde, tra i gangli delle istituzioni piuttosto che nel sottobosco della criminalità organizzata, la sua vera anima corrotta e malata. Alla fine uscirà trionfatore soltanto colui il quale avrà reso vera giustizia, non attraverso gli ipocriti schemi formali delle leggi ma grazie al perseguimento dei propri ideali e all’insegna dei veri valori che ormai tutti disconoscono. Scrivere e parlare di giustizia in modo coinvolgente, critico, serio e realistico non è certo facile. La nostra visione del “fare giustizia” è distorta dai mass media che fanno passare per buona l’idea che vi siano investigatori

«La verità alla fine trionfa

oltre i coltri di perbenismo» onnipresenti e con pluripoteri competenze. La morale di una società assuefatta alla indifferenza viene messa in discussione da una “crisi di coscienza” di un assassino che resta basito dalla apatia della cosiddetta società civile. “Succede tutto per caso” è un romanzo da leggere tutto d’un fiato che coinvolgerà il lettore fornendo anche occasione per una riflessione interiore e su ciò che ci circonda.

Rocco Cosentino È

nato nel 1974 a Taurianova (RC), dove risiede. Laureatosi in giurisprudenza nel 1996, è entrato in magistratura nel 1999. Attualmente è in servizio presso la procura della Repubblica di Reggio Calabria con le funzioni di sostituto procuratore distrettuale antimafia. Nel 2008 il suo racconto “Terra di nessuno”, pubblicato dalla Rizzoli nell’ebook “Italians, una giornata nel mondo”, è stato il più votato dai lettori nell’omonimo concorso online organizzato dal sito Corriere.it. Nel 2011 esordisce con il romanzo noir “Niente di cui pentirsi” (Luigi Pellegrini Editore). “Succede tutto per caso” è la sua nuova fatica letteraria, seconda tappa della tetralogia del “male necessario”.


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Cronistoria sulla fonderia Scalamandrè di Monteleone di Calabria 1671 - 1915

di Rocco Carpentieri

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a produzione delle campane da secoli è un opera artigianale che rappresenta un’espressione artistica di tipo musicale molto complessa da ottenere. Nei secoli passati furono molti i fonditori di campane girovaghi che vennero in Calabria per realizzare le loro opere d’arte. Ancora oggi le colate bronzee di queste opere realizzate in quei secoli, si possono ammirare e continuano a tintinnare sui campanili delle nostre chiese. Fra questi fonditori itineranti troviamo un certo Gerardo Olitapa originario di Vignola, il quale nel 1671 si accampò con tutti i suoi arnesi e le sue maestranze presso Monteleone, l’attuale Vibo Valentia, e qui rimase per molti anni essendoci una richiesta notevole da parte delle località limitrofe che commissionarono molte campane per le loro chiese e in questo luogo diede vita ad una fonderia che nel tempo fu apprezzata e stimata in tutta europa. Dall’anno 1671, dobbiamo pertanto far iniziare il nostro studio su una delle più importanti fonderie di campane della Calabria. Infatti da questa data posIn basso: Campana dalla Chiesa del Crocefisso a Palmi (80x65).

siamo ricostruire su basi documentali che la famiglia Scalamandrè da Monteleone abbia iniziato una tradizione artistica ed artigianale molto apprezzata nei decenni successivi. Le fonti documentali sopra accennate, sono rappresentate principalmente dai documenti manoscritti di Federico Tarallo e pubblicati dal figlio Pietro nel 1926 dal titolo: “Raccolta di notizie e documenti della Città di Monteleone di Calabria". Ci proponiamo in questa sede di esaminare accuratamente questo prezioso documento storico dal quale è possibile ricostruire per sommi capi la storia e le tradizioni campanarie che hanno segnato la vita cristiana e civile di gran parte della popolazione della Calabria e non solo di questa regione. Nella seconda metà del XVII secolo e più precisamente pochi anni dopo il 1671, uno dei figli di Gerardo Olitapa, anch’ egli continuatore ed erede dello stesso mestiere del padre, sposò una signora appartenente alla famiglia Bruno di Monteleone. Il nome di tale continuatore non è riportato dal Tarallo, ma sappiamo che agli inizi del '700 la fonderia, per motivi a noi sconosciuti, cessò di operare per circa un secolo e a tal proposito il Tarallo scrive: “di essa non si ha notizia alcuna che chiarir potesse con precisione che cosa ne sia addivenuta”. Agli inizi dell’'800 nella città di Monteleone sorse una nuova fonderia – sempre secondo il Tarallo – che è stata fondata e gestita da un altro Gerardo che portava come cognome Bruno. L’abilità costruttiva di tale artista fu tale che, dal numero e dall’importanza dei committenti, possiamo affermare che sia stata una fonderia di fama non solo in Calabria, ma anche nelle regioni limitrofe. In un libro di memorie appartenuto a Gerardo Bruno, il Tarallo rilevò infatti che alcune località di regioni limitrofe alla Calabria si rivolsero alla fonderia di Monteleone per la fusione di campane e fra queste località risaltano per la loro importanza le città di: Ripacandida, Barletta, Nola e Capua. Fino al 1815 la fonderia fu tenuta da Gerardo Bruno quando la passò ai suoi due figli di nome Nicola e Gennaro. In quegli anni il fratello minore, Gennaro, ha avuto il riconoscimento di molti committenti di possedere una grande padronanza nella difficile arte della fusione bronzea, ma la collaborazione e la fama del fratello maggiore Nicola è venuta meno dal momento che Nicola, essendo cagionevole di salute, non ha contribuito più di tanto alla opera di successo della fonderia. Le campane della fonderia della famiglia Bruno furono in ogni caso molto ricercate ed apprezzate in tutta la Calabria. Comunque nella pri-

ma metà dell’'800, la gestione della fonderia passò al nipote di Gennaro Bruno tale Raffaele Scalamandrè. Il giovane Raffaele avviò così la direzione della fonderia e la mantenne per ben 56 anni esercitando il mestiere di fonditore di campane con splendidi risultati. Relativamente alla storia successiva, Federico Tarallo, dal quale riportiamo i principali riferimenti storici, riferisce una notizia molto singolare e curiosa che qui trascriviamo integralmente a proposito di tale giovane fonditore “…il Bruno, teneva presso di se da più tempo l’adolescente Raffaele Scalamandrè, figlio di una sua congiunta, per servirsi di lui nella formazione della sagome bisognevoli alla costruzioni dei modelli essendo Raffaele avviato al mestiere del falegname. Or avvenne che dovendosi fondere una campana le cui dimensioni, superiori a quante altre mai fino ad allora al Bruno erano state commesse, esigevano proporzioni diverse si nelle curve, come nelle falde e nella corona. A ciò fare con tutta lena vi si accinse il nostro fonditore; ma per quanto attenzione ei vi avesse posta i risultati che ne otteneva erano ben lungi dal soddisfarlo. Ripetuto più volte un tal lavoro non ne veniva a capo, finchè, infastidito d’ una simile disdetta, divisò differirlo ad altro e così fece. Lasciato in custodia l’opificio al nipote si recò ad una sua tenuta di campagna per darsi svago e ricorrendo in quel tempo la vendemmia, vi si trattene finchè questa non fu terminata. Sbollitogli fra tanto il malumore in cui messo l’aveva la cattiva riuscita del suo modello ritornato in Città sua prima cura fu quella di recarsi all’opificio per riprendere l’abbandonato lavoro, ma entrandovi appena, qual fù la sua meraviglia nello scorgere sul gran tornio ove si girano i modelli, quello da lui tanto desiderato ed in vano più volte rifatto? Il piccolo falegname, nei giorni di assenza del Bruno si era dato ad eseguire il modello e con tanta perfezione il condursi al termine simmetria ed eleganza di parti, che quello, ammirato del nobile aridire del giovinetto, dopo averlo più volte abbracciato, gli chiese se, come pel modello gli dava l’animo di fonder la campana; ed avutene risposta affermativa, passò ad interrogar-


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che esso fonditore e molto versato all’arte campanaria, ma a causa dello scoppio della prima guerra mondiale non riuscì a portare avanti il mestiere del padre. Di questo Raffaele, leggendo il libro “Eroi 1915 - 1918” di Felice Musclaglione (Casa editrice Europa 3) possiamo rilevare che nacque a Vibo Valentia il 5 Settembre 1881 da Fedele Nicola e Mariangela Scalamandrè. Terminati gli studi ginnasiali lavorò nella bottega del padre e quando nel A sinistra: Campana dalla Chiesa di Santa Lucia a Taurianova.

lo, ricevendone soddisfacente risposta. Lieto in cuor suo di aver senz’avvederselo trovato nell’adolescente Raffaele colui che a non lunga scadenza lo avrebbe surrogato, il Bruno tenne la sua promessa e fecegli fondere la campana, contentandosi di sovvergliandosi la esecuzione, in cui esito tanto lo appagò che da quel giorno non fuvvi opera a lui commesa ch’egli non avesse interamente al nipote affidato, il quale, istradandosi sempreppiù in poco tempo sorpassò lo zio, siccome lo dimostrano le tante sue opere fino a tarda età eseguite, parti delle quali e forse le ultime sono a noi note, essendo Raffaele morto nel 1875 in età d’ottantasei anni” 1. Alla sua morte la fonderia fu rilevata dal figlio di questi dal nome Fedele Nicola. Il Tarallo esaminò i registri della fonderia e notò che nel corso di un trentennio circa, le fusioni fatte da Fedele Nicola furono oltre 400. Si trattava nella maggior parte delle volte di campane molto grandi che superavano il peso di 37 quintali; come ad esempio quella del Duomo di Monteleone. Da un punto di vista tecnico, bisogna notare che questo fonditore utilizzava per i suoi manufatti anche l’argento, ed inoltre non si limitava solo alla fusione delle campane, ma realizzava anche con tale metallo, piccole sculture. Infatti realizzò per la signora Mazzapica di Francica un bambino a grandezza naturale. Nel 1902, pressato dai suoi amici e in particolar modo dall’amico personale Federico Tarallo, inviò all’Esposizione internazionale campionaria di Marsiglia una campana del peso di 5 quintali e fu premiato con un diploma d’onore e una medaglia d’oro dall’ente organizzatore con la seguente dicitura: pour la specialitè de lour cloches de bronze. Anche a Roma all’Esposizione campionaria inviò nelle stesso anno una bellissima campana. Fedele Nicola Scalamandrè morì nel 1909 e sulle sue campane aggiungeva sempre quello del suo unico figlio Raffaele an-

1914 scoppiò la grande guerra fu impiegato a Terni nella Real Fabbrica d’armi dove si ammalò gravemente. A Vibo Valentia sposò una certa Maria Isabella Gramendola e fu padre di cinque figli: Mariangela (1910), Maria Concetta (1912), Fedele Nicola (1914), Giuseppe (1915) e Raffaele (1919), morì il 27 novembre 1918 all’età di 37 anni. Essendo figlio unico l’antica fonderia della città di Monteleone di Calabria non essendoci stata continuità della tradizione artistica campanaria cessò la sua attività. Il giovane Raffaele per via della guerra non riuscì a tramandare l’arte della fusione delle campane ai giovani figli poiché il suo primogenito aveva solo 4 anni quando morì. La fonderia, per un breve periodo di tempo fu affidata al cugino Vincenzo Scalamandrè e dopo la realizzazione di alcune campane cessò di funzionare. È da mettere in evidenza che Federico Tarallo nei suoi scritti ha contribuito a diffondere e tramandare informazioni storiche preziose per ricostruire la storia dei fonditori di campane riportando notizie circa l’opera di altri artisti della sua Città. Nulla di scritto è stato trovato relativamente all’opera di queste fonderie di campane, ma possiamo affermare che si ha notizia che nel 1328 il Vescovo di Mileto, Goffredo Fazzari, fece fondere una campana per la Cattedrale di Mileto come riporta il Tarallo nel suo libro. Un’altra campana porta la data del 1508 e si trovava nella Chiesa degli Agostiniani di Vibo Valentia. Nel 1573 poi fu costruita una campana su ordine del Vescovo Giovan Maria de Alexandris e sempre per incarico di altri due Vescovi di Mileto, nel 1631 e nel 1725 furono fuse altre due campane. Altre due campane dovevano essere presenti nel campanile del Duomo della Città di Vibo Valentia una recante il nome di Francesco Filonenzio con la data 1634 e l’altra del duca Pignatelli la quale oltre la data del 1669 portava anche il nome del fonditore tale Gerolamo Conti. Nella chiesa del Carmine ricordiamo le tre campane fuse nel 1690 da Hyacinthi Lo Gallo. È da ricordare anche quella grande di San Michele, opera del fratelli Gullo (o Gallo?) del 1697. L’opera artistica della fonderia Scalamandrè ha fatto si che i suoi numerosi committenti, disseminassero di bellezza acustica e visiva con le sue favolose opere bronzee anche il territorio che in quel periodo veniva denominato Valle delle Saline, che oggi è la Piana di Gioia Tauro. Le campane Scalamandrè oggi si possono ammirare a Taurianova, Rizziconi, Palmi e in tanti altri paesi della nostra piana. Chi scrive questo breve racconto ha constatato di persona la maestosità di queste opere d’arte che oggi sono patrimonio culturale, artistico e storico dei nostri paesi. 1) Tratta dagli scritti di Francesco Gioghà pubblicati nella periodico Limen gennaio-febbraio 2007


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La Decorata Cornice della Piana di Diego Demaio

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Gambarie - Casello di Cano Montalto - Santuario di Polsi

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monoliti di Pietra Castello (943 m.), di Pietra Lunga (817 m.) e di Pietra Cappa (829 m.) dominanti sulla bianca fiumara Bonamico che purtroppo, con i suoi detriti alluvionali, ha ormai quasi completamente colmato l’azzurrissimo lago Costantino, dal 1973 pittorescamente incastonato nella vallata. Continuando a declinare si distinguerà nettamente la dirimpettaia storica pista dell’Acqua della Prena, tanto cara a noi pianigiani perché nei secoli percorsa, a piedi o a dorso di mulo, dai nostri antenati. I pellegrini detti “Madonnisi chianoti” infatti, provenienti dal Passo della Cerasara, nello scendere verso Polsi raggiungevano dapprima Vocale, poi superavano il Puntone La Croce ed infine guardavano, dopo avere sostato pii davanti all’antico Marmo raffigurante la Madonna della miracolosa Acqua della Prena, la fiumara Sedia per arrivare così alla loro sacra meta. Anche venendo da Cano si attraverserà il ponte sulla fiumara Cranzari (Polsi si trova tra i due corsi d’acqua) per giungere subito al Santuario della Madonna della Montagna. Una volta all’interno della settecentesca chiesa, dal policromo altare marmoreo offerto dalla città di Messina nel 1737, ci si troverà al cospetto della statua della Madonna (scultura tufacea di otto quintali e d’autore ignoto) risalente al XVI secolo che, “con due occhi bianchi e neri, fissi, che guardano da tutte le parti” come scriveva Corrado Alvaro in “Calabria”, parlerà ai cuori facendoli poi uscire sicuramente migliori. Sull’altare è esposta la ferrea Santa Croce, anticamente nascosta da papa Silvestro che, secondo la diffusa leggenda, fu dissotterrata nel 1144 dal genuflesso giovenco smarrito e poi ritrovato dal pastore Italiano (forse cristinese e di nome Giuseppe), al La Santa Croce e la Madonna della Montagna di Polsi (Foto Diego Demaio). quale appariva la Madonna che lo esortava ad edificare nello stesso posto una chiesa in suo onore. Il prodigioso evento ed altri miracoli sono raffigurati mirabilmente su tele, marmi, bronzi ed opere lignee (compresa la Madonna Pellegrina del 1751 portata in processione ogni due settembre dai devoti bagnaresi) di vari artisti, tra i quali A. Vitrioli, V. Jerace, S. Scutellà, G. Riccomini e G. Correale. Quest’ultimo, nativo di Siderno, è l’autore delle pregevoli porte del Santuario ed anche della Via Crucis col bronzeo “Cristo della Montagna”, posto suggestivamente al termine del sentiero che parte nei pressi del millenario castaIl Redentore, il pilastrino trigonometrico e la Rosa dei Venti sulla vetta di Montalto gno cavo. Usciti dalla sacra località che rappresenta (Foto Diego Demaio). la massima espressione mariana ed il simbolo della spiritualità popolare d’Aspromonte, si intraprenderà la ripida salita che dagli 852 m. porterà a Montalto. Durante l’ascesa si sosterà brevemente nella curva del ponte del Malonome (dal sensibile vescovo Giancarlo Bregantini ribattezzato il 1° Giugno 1996 come PONTE DELLA BUONA NOVELLA), dove una Croce di ferro, attigua ad una edicoletta, ricorda il mortale agguato a don Giuseppe Giovinazzo, sacerdote di Polsi, avvenuto il 1° Giugno 1989. Superato il Casello di Cano si giungerà alla base di Montalto, dove sarà quanto mai doveroso, considerando la peculiare religiosità dell’itinerario, parcheggiare l’auto e salire (impiegando meno di un quarto d’ora) sulla segnalata e vicina vetta per omaggiare il benedicente Redentore. Ulteriormente compiaciuti anche dell’incomparabile paesaggio ammirato dai quasi 2000 m. che, purtroppo per loro, tante comitive di pellegrini continuano a trascurare per ingiustificabile pigrizia, si scenderà sull’asfalto per riprendere la macchina, riattraversare Gambarie e fare quindi ritorno nella Piana.

er la tranquilla percorribilità del presente itinerario, a meno che non si disponga di un fuoristrada o di una autovettura idonea a superare senza danni le profondissime buche esistenti sul breve tratto di strada Piani di Junco - bivio Fistocchio, si dovrà inizialmente salire ancora ai 1310 m. di Gambarie per poi continuare verso la meta di Polsi. Dalla località di villeggiatura si giungerà, procedendo di poco sulla 183, a Fragolara dove, nel bivio del torrente Listi, si svolterà a sinistra per proseguire sempre dritto sino ai 1852 m. della segnalata base di Montalto. Da qui, transitando da Serro Juncari, si declinerà verso i quasi 1500 m. del Casello di Cano. Il luogo è comunemente detto “U furnu i Canu” in quanto, anticamente, si distillava la pece dei pini, depauperandone purtroppo i boschi, per calafatare gli scafi delle navi greche, romane e cartaginesi. Subito dopo il Casello, svoltando a sinistra e seguendo la strada asfaltata (migliore come fondo di quella già percorsa provenendo da Montalto), si inizierà a scendere verso la sottostante Polsi. Il panorama che si godrà lungo la tortuosa discesa sarà impareggiabile, potendo ammirare sulla destra i singolari


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Corriere della piana - n.13  

Periodico di politica, attualità e costume della Piana del Tauro

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